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«Contento per Malpensa, Sala si occupi di Milano»

Niente da fare, Pier Silvio Berlusconi non si riesce proprio a iscriverlo a Forza-Italia-Viva, il partito larvatamente macroniano che alligna in alcuni ambienti dell’establishment del Nord. Resta un forzitaliano e basta, senza aggiunte. Non è assimilabile alla schiera di coloro che patiscono il complesso d’inferiorità della sinistra. Alcuni volenterosi colleghi provano a tirarlo da quella parte, ma lui, pacatamente (come direbbe Crozza/Veltroni), si riappropria della giacca e si risistema. «Non ho mai, mai, mai commissionato un sondaggio, né io né Mediaset, che riguardi me e la politica. È una balla assoluta e totale. Se vado a Roma qualche giorno ogni due o tre settimane è solo perché lì c’è una parte importante della nostra attività, la Fascino (società di Maria De Filippi che produce i successi Mediaset ndr), e per incontrare alcuni investitori. La politica non c’entra».
Come al solito, alla presentazione dei palinsesti Mediaset della prossima stagione a Cologno Monzese, si parla di tutto: dall’andamento economico del gruppo («molto positivo, siamo il primo broadcaster europeo»), alle radio, alla crossmedialità centrata sulla vitalità della tv generalista. Ma stavolta, esaurite cifre e numeri in poche slide, a tenere banco è proprio la politica a tutto campo. TeleMeloni, per dire, non esiste né in Rai né nella tv commerciale. «Lo so che vi do un dispiacere», si scusa l’amministratore delegato, «ma tutto si può dire, tranne che in Italia non ci sia libertà di parola. Magari si sarà commesso qualche errore, si sarà fatta qualche scelta sbagliata, ma questo lo si è già detto». Quanto a Mediaset, «siamo un editore ecumenico. Non siamo un giornale, ma un’intera edicola. Ci sono il Tg5, il Tg4, Bianca Berlinguer, Mario Giordano, Paolo Del Debbio, Pomeriggio 5… tante voci, c’è pluralismo. Le novità sono benvenute, ma non c’è nulla che va male. Caso mai si tratta di aggiungere, non di togliere». Flop anche del secondo tentativo di arruolamento.
Ciò che invece provoca la reazione di Pier Silvio è l’idea della Lega di alzare il tetto di affollamento pubblicitario per la Rai così da abbassare il canone: «È un pasticcio assoluto. Il contrario di quello che andrebbe fatto», sentenzia. «La Rai senza canone vorrebbe dire migliaia di licenziamenti e questo significherebbe distruggere il mercato». A stretto giro, in una nota ufficiale la Lega si dice «lieta di confrontarsi con l’ad di Mfe-Mediaset e la sua azienda sul futuro dell’offerta televisiva italiana, ivi compreso il miglioramento della tv pubblica. Il dialogo è sempre utile, anche perché l’obiettivo è migliorare la concorrenza e la qualità complessiva del prodotto». Si vedrà.
Sull’altro fronte, un ulteriore stop a certi ammiccamenti viene dal commento all’intervista nella quale Marina Berlusconi si è detta in maggior sintonia con la sinistra sui diritti civili. «La parola comunista mi si addice quanto la parola interista», premette Berlusconi jr sgombrando il campo da ogni ambiguità. «Marina ha espresso un’opinione personale e come editore e, ovviamente, è libera di farlo. La difesa dei diritti civili è nel Dna di ciò che ci ha tramandato mio padre. Ma è una battaglia di modernità e di civiltà che non è né di destra né di sinistra», precisa Pier Silvio, correggendo garbatamente la sorella. L’eredità lasciata dal padre, confida più tardi il secondogenito, comprende anche «il fascino della politica in termini di adrenalina, avventura, spinta, rapporto con la gente io lo sento, è qualcosa che ahimè sento di avere. Parlare con le persone è stato il mio mestiere per più di 30 anni, perché questo fa la tv. Ma un conto è partecipare a una grande avventura elettorale, un altro è il sacrificio della vita politica di tutti i giorni. E poi che cosa fai, il conflitto di interessi come lo gestisci? Vendi tutto? Molli tutto in mano a qualcuno? Non è una faccenda leggera».
Altre possibilità di arruolamento sulla politica internazionale. Che cosa pensi della situazione in Francia e delle elezioni americane? «Per fortuna che in Italia c’è un governo stabile… La stabilità fa bene ai cittadini, alle aziende e agli imprenditori. Povera Francia. Sulla leadership americana di oggi faccio fatica a esprimermi». L’ultimo argomento paludoso è l’intestazione dell’aeroporto di Malpensa. «Tutto ciò che viene intitolato alla memoria di nostro padre a noi figli non può che fare piacere perché lo stramerita. Noi non siamo stati coinvolti, lo abbiamo saputo alla fine e forse le modalità potevano essere diverse. Era prevedibile che ci sarebbe stata polemica. Ma soprattutto», sottolinea Pier Silvio, «quello che non mi piace è chi oggi fa polemica sulla polemica. Lo trovo terribile». Più tardi, parlando al gruppo di giornalisti più nottambulo, Berlusconi jr specifica che si rivolgeva al sindaco Beppe Sala. «Cosa c’entri che tiri in ballo mia sorella sui social? Di’ se sei favorevole o no. Non rompere. Puoi anche dire che sei contro per mille motivi, ma non fare polemica sulla polemica. Sala pensasse a Milano. Io vivo in Liguria, ma tutte le volte che vengo qui dico che è un disastro: traffico, delinquenza, buche…». Inevitabile, la replica piccata del primo cittadino milanese, nel frattempo precipitato al 19° posto della classifica dei sindaci: «Io userei la dedica dell’aeroporto per fare politica? Vorrei ricordare che in Italia c’è un partito che porta il nome Berlusconi. L’intitolazione non è un atto politico?». Intanto, proseguendo nella loro strategia di travisamento, ieri i siti di alcune testate nazionali titolavano: «Pier Silvio: un errore intitolare Malpensa a mio padre». La mistificazione è servita.

 

 

 

A Del Debbio la striscia di Rete 4, Diletta Leotta new entry per condurre La Talpa

«La serata dei paccheri», come l’ha ribattezzata il padrone di casa di Cologno monzese, è un gioco di società che alterna chicche e smentite. Le chicche sono quelle che Pier Silvio Berlusconi, Ceo di Mediaset, Federico Di Chio, direttore generale marketing strategico, e Mauro Crippa, direttore generale informazione, dispensano durante la presentazione della prossima stagione. Le smentite, invece, sono quelle che colleziona la fiction della narrazione corrente, uscita clamorosamente bocciata dalla serata. Da giorni leggiamo anticipazioni sul ridimensionamento dei programmi cosiddetti «sovranisti», invece si apprende che la vera novità del palinsesto di Rete 4 sarà la striscia dell’access primetime affidata a Paolo Del Debbio al posto di Bianca Berlinguer. La quale, a sua volta, raddoppia con un nuovo appuntamento la domenica virato sull’inchiesta, in un’altra serata competitiva contro Che tempo che fa sul Nove e il Report allungato su Rai 3. Non si sa ancora se quello di Del Debbio, che manterrà Diritto e rovescio al giovedì, sarà solo il primo segmento di una staffetta oppure se si allungherà a tutto l’anno, sta di fatto che «abbiamo un gruppo di professionisti che ci consente di fare gioco di squadra», sottolinea Berlusconi jr. Non è del tutto escluso un ritorno di Bianca Berlinguer, dunque, o l’impego di qualcun altro, da gennaio. «Ciò che più conta è che Rete 4 è protagonista di un riposizionamento unico nella storia della tv, da rete di telenovele a rete di approfondimenti e informazione, con una ricchezza di proposta e di conduzioni che non ha eguali all’estero», sottolinea Crippa al fianco dell’amministratore delegato e poi al tavolo dei direttori delle maggiori testate presenti, alla faccia del siluramento imminente come – altra smentita – ci raccontano certe indiscrezioni. Restando a Rete 4, l’altra novità è la riedizione di Freedom condotto da Roberto Giacobbo, il sabato sera, che completa la settimana di produzioni interne della rete.
Più d’una, come accennato, le chicche. Il rinnovo per altri due anni del rapporto con Il Volo e con il duo Pio e Amedeo, per testarli su altri progetti oltre la vis comica controcorrente. Confermate tutte le serate di Maria De Filippi, gli altri giochi e varietà, si rivedrà La Talpa, reality molto discusso per gli eccessi trash. «Ma stavolta ne faremo una versione glam», sintetizza Pier Silvio, «con la conduzione di Diletta Leotta a cui do il benvenuto in Mediaset». Andrà in onda free da ottobre, prima su Infinity e poi su Canale 5 (salvo la puntata finale anticipata sull’ammiraglia) con l’intenzione di creare una sinergia tra piattaforme, e completerà un trittico di reality inaugurato dal nuovo Temptation island e dal Grande fratello, sulla rampa a inizio settembre. Altra novità su Canale 5, due serate speciali per «celebrare i grandi artisti nati ad Amici, il format con il quale Maria De Filippi sta scrivendo un pezzo di storia della musica italiana». Sarà una produzione Fascino in collaborazione con Verissimo, che vedrà fianco a fianco Maria e Silvia Toffanin, cui sarà affidata la conduzione. Musica al centro anche di una serie di concerti evento di Andrea Bocelli, Vasco Rossi, Pooh, Annalisa e Laura Pausini, quest’ultimo anticipato da una sorta di doc a puntate che inizierà su Infinity. Infine, si allarga all’intrattenimento anche Italia 1, con Max working e le performance di Max Angioni, e Il Formicaio, versione italiana di un format comico spagnolo.
In conclusione, una serata dei paccheri dall’alto contenuto tele-calorico. Alla quale, con inusitata auto-smentita, si è sottratto proprio Pier Silvio Berlusconi, preferendo un ricco piatto di bresaola.

 

La Verità, 18 luglio 2024

Berlusconi jr: «Mediaset primo editore italiano»

Bianca Berlinguer e Myrta Merlino confermate. Il Grande fratello, promosso, rimandata L’Isola dei famosi. L’espansione di Discovery Warner Bros? «Mi sembra una televisione che guarda indietro. È curioso scoprire che si accende un ipotetico terzo polo con conduttori e format presi dalla Rai. Sì, hanno provato a portarci via Maria De Filippi con una super offerta, ma siamo strafelici che Maria sia rimasta con noi». Su TeleMeloni: «La Rai non dovrebbe inseguire il successo dell’audience con singoli programmi. L’allungamento di Affari tuoi, un giochino che non richiede nessuna competenza per vincere, non è in linea con la missione del servizio pubblico». Enrico Mentana? «Le nostre porte sono sempre aperte».
È un Pier Silvio Berlusconi che si concede a 360 gradi quello che annuncia ai giornalisti convocati a Cologno monzese per un bilancio sulla stagione 2023-2024 che «siamo il primo editore italiano». Da settembre a inizio giugno le reti del Biscione hanno raggiunto nelle 24 ore il 40,8% di ascolto medio sul target 15-64 anni, mentre la Rai si ferma al 31,2. Anche nel target complessivo, sempre nelle 24 ore, la tv commerciale supera la tv pubblica: 37,7 contro 36,8% di Viale Mazzini. L’unica fascia dove Mediaset non vince è quella che va dalle 20,30 alle 22,30, dove l’espansione di Affari tuoi è decisiva. Anche per questo «Antonio Ricci sta lavorando per rendere più moderna e competitiva Striscia la notizia».
Tuttavia, sottolinea Pier Silvio, per Mediaset «non sarà possibile mantenere il primato ora che arrivano gli Europei di calcio». Comunque, Canale 5 e Rete 4 resteranno accese tutta l’estate. «Dario Maltese condurrà Mattino 5 e Simona Brachetti Pomeriggio 5», annuncia Mauro Crippa, direttore dell’informazione, mentre la coppia composta da Roberto Poletti e Francesca Barra sarà al timone dell’access prime time di Rete 4. Niente fughe in avanti, però. «Dei nuovi innesti siamo soddisfatti», assicura Berlusconi jr «Myrta Merlino a Pomeriggio 5 ha fatto un buon lavoro e il prodotto è migliorato. Di Bianca Berlinguer siamo molto soddisfatti, il prime time va alla grande. Si sa che l’access prime time è difficile per Rete 4, ma siamo soddisfatti e stiamo lavorando a nuovi prodotti con Bianca. E non abbiamo motivi per non riconfermare questo Pomeriggio 5 con Myrta Merlino».
Se battere la Rai non è la mission principale, ciò che conta è il volume di contatti offerto agli investitori grazie al sistema integrato che combina tv lineare e digitale, radio e Web. Anche per questo nel primo semestre del 2024 si confermerà la crescita della raccolta pubblicitaria del 6% registrata nello stesso periodo del 2023. Per documentare i motivi di soddisfazione Berlusconi jr racconta: «In passato, quando incontravo gli investitori ne uscivo sempre un po’ contrariato perché sentenziavano immancabilmente che la tv generalista era morta. Stavolta ci hanno chiesto come abbiamo fatto a ribaltare questa previsione, a conquistare ulteriore centralità e consolidare i nostri fondamentali». Perciò da Cologno si guarda con fiducia crescente a Mediaset for Europe con Spagna e Germania. Ma restando al «piccolo e superaffollato mercato italiano, il sistema Mediaset batte i giganti del Web», sottolinea Pier Silvio, spiegando col direttore marketing strategico Federico Di Chio che il gruppo ha raggiunto una quota di spettatori settimanale di 95,9 milioni (YouTube è a 38 milioni, Netflix a 13,5). La Rai però ribatte e contesta le cifre fornite da Mediaset: «La Rai nei primi cinque mesi del 2024 si conferma primo editore televisivo in Italia, distanziando le reti Mediaset nell’intera giornata e nel prime time». E Ancora: «Considerando le reti generaliste, la Rai ha circa 5 punti di vantaggio su Mediaset nell’intera giornate e ben oltre 7 punti di vantaggio nella prima serata. Va evidenziato come sia aumentato il divario tra Rai 1 e Canale 5 nel prime time rispetto allo stesso periodo del 2023. Nel 2024 Rai 1 ha fatto registrare un +7,3% di share rispetto a Canale 5».

 

La Verità, 6 giugno 2024

 

«Porto a Francoforte l’Italia ignorata finora»

«La cultura che unisce». È questo il contributo che Mauro Mazza vuole dare con il suo mandato di Commissario straordinario dell’Italia ospite d’onore della prossima Fiera di del libro di Francoforte (dal 15 al 20 ottobre), il più prestigioso appuntamento internazionale di letteratura e imprenditoria editoriale. Dopo anni, forse decenni, di proposta orientata dalla solita parte, con la nomina di Mazza, voluta nel giugno scorso dal ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, le cose cambiano. Ci si apre al confronto e a una rappresentanza più larga e articolata. È la svolta del nuovo commissario, giornalista e scrittore di lungo corso, già direttore del Tg2, di Rai 1 e di Rai sport, autore di saggi, romanzi e brevi recensioni su Instagram. Che, in questa intervista con La Verità, si pronuncia sullo stato della cultura oggi in Italia.
Definiti il titolo, «Radici nel futuro», e gli ambasciatori, Susanna Tamaro, Stefano Zecchi e Carlo Rovelli, quali sono le prossime tappe di avvicinamento a Francoforte?
«Ieri sono stato all’inaugurazione della Fiera di Varsavia che, come altri appuntamenti, per esempio quello di Tunisi qualche settimana fa, ha l’Italia ospite d’onore. Il 28 maggio presenteremo 100 autori per altrettanti appuntamenti. Un’alternanza di incontri degli scrittori con il pubblico e alcuni assolo che riserviamo a tre autori rappresentativi come Dacia Maraini, Claudio Magris e Alessandro Baricco. Il mio obiettivo è caratterizzare il programma con la pratica del confronto».
Come ci si prepara a essere monitorati dalla cultura mondiale?
«Quando, nel 2018, grazie all’accordo tra la Fiera e l’allora ministro della Cultura Dario Franceschini, si stabilì che quest’anno il nostro sarebbe stato il Paese ospite, si immaginava di rappresentare un’altra Italia».
Invece?
«Non è che portiamo in Fiera il governo Meloni, ma ci impegniamo a proporre, accanto alle culture che sarebbero comunque state presenti, altre opzioni, altre voci, altri mondi. Che, posso dirlo con certezza, se ci fosse stata l’Italia politica di ieri, non si sarebbero visti. Il nostro lavoro è aggiungere, non sottrarre».
C’è continuità o discontinuità con l’ultima volta che, 36 anni fa, il nostro Paese è stato ospite d’onore:?
«Al recente Salone del libro di Torino ci siamo confrontati sulle due epoche con Stefano Rolando, mio omologo nel 1988. Quello di allora era un altro mondo, con un’altra Italia e un’altra Germania; che, anzi, erano due. Il nostro ministro degli Esteri era Giulio Andreotti, per dire. Quest’anno torneranno Maraini e Magris che ci rappresentavano anche allora, ma per fortuna ci saranno anche scrittori che 36 anni fa non erano ancora nati. “Radici nel futuro” significa anche questo».
Un evento, un’idea su cui punti?
«Puntiamo sulla cultura che unisce. Unisce attraverso confronti, laddove la politica è condizionata da pregiudizi e dal rifiuto di un vero dialogo. La cultura unisce in Europa, laddove l’Ue è troppo condizionata da interessi nazionali che si contrappongono. La cultura unisce Europa e Russia, laddove le armi dettano legge purtroppo ben più delle comuni radici culturali che da sempre legano i due popoli».
Un’anticipazione concreta?
«Ci chiederemo se questa Europa che ha scientemente tagliato le proprie radici giudaico-cristiane abbia fatto una scelta saggia o miope e suicida. Lo faremo con l’aiuto di testimoni molto autorevoli delle culture cattolica ed ebraica».
Nomi?
«Ancora non li posso anticipare. Ma al di là dei protagonisti, ormai definiti, vorrei farti un esempio di quanto quella rinuncia si propaghi nel presente».
Prego.
«In queste settimane sto leggendo i libri finalisti al premio Strega. Finora ne ho letti nove su 12 e mi colpisce che in tutti questi romanzi non spunti mai un accenno all’anima e al divino. Un’invocazione, un grido. O una bestemmia, una denuncia della distrazione di Dio. Niente. Eppure si parla di morti, di nascite, di amori, di amicizie di ogni tipo, di natura. Ma mai ci si rivolge al trascendente, a qualcosa che superi la dimensione terrena e materiale della vita. Dio, se c’è, non c’entra; non mi riguarda. Domina l’ateismo pratico: l’uomo, la vita, e anche la letteratura, sono ridotti alla dimensione orizzontale».
Una proposta moderata italiana è mancata finora a Francoforte perché manca anche nella nostra cultura?
«Un vero pluralismo nella cultura italiana non c’è da 100 anni. Dai tempi di riviste come La Voce di Giuseppe Prezzolini che lavorava con Giovanni Papini, Antonio Gramsci, Piero Gobetti, Giovanni Amendola e tanti altri. Dopo il fascismo, la Dc ha fatto la spartizione con il Pci: a noi la politica a voi la cultura. Infine, anche Silvio Berlusconi non si è preoccupato di comprendere la cultura nella sua rivoluzione liberale. Non ha alterato i cataloghi Mondadori e Einaudi nemmeno di un titolo».
Ma ai tempi delle elezioni del 1996 ingaggiò Lucio Colletti, Saverio Vertone, Giorgio Rebuffa, Piero Melograni e Marcello Pera.
«Tutti nomi importanti e anche culturalmente lontani dal centrodestra. Però, a distanza di tempo, a eccezione del presidente Pera, mi chiedo quale traccia abbiano lasciato con quella loro esperienza oltre la conquista degli scranni parlamentari».
Il governo attuale e il ministro Sangiuliano lavorano per avvicendare l’egemonia culturale di sinistra?
«Il ministro Sangiuliano sta tentando meritoriamente di realizzare un vero pluralismo in cui nessuno si senta escluso, ma tutti abbiano lo spazio e le tribune per esprimersi».
Riequilibrio è la parola usata da Giorgia Meloni a proposito della Rai che invece è stata ribattezzata TeleMeloni. Cosa ne pensa uno che ci ha lavorato per 26 anni?
«Parlo da telespettatore che viene invitato a dire la sua in qualche talk show. Non mi è mai capitato di trovarmi in un programma in cui fossero maggioritarie posizioni di centrodestra. E parlo di tutte le reti, indifferentemente. Sia a Mediaset che in Rai può capitare di far parte di un panel in cui siano rappresentate le diverse opzioni. Mentre capita spesso in Rai, che dovrebbe essere TeleMeloni, di essere in netta minoranza. Per non parlare di La7 dove… che te lo dico a fa’».
Quindi TeleMeloni?
«Può essere che il Tg1, che è il giornale più autorevole e sempre storicamente favorevole al governo in carica, abbia un sommario ispirato a questo suo Dna. Ma ricordiamoci che una volta i direttori del Tg1 non cambiavano con le elezioni politiche, ma con i congressi democristiani, a seconda della corrente vincitrice».
Cosa pensi dell’esodo di alcuni professionisti importanti dalla Rai?
«Penso che sta nascendo un terzo polo con cui tutti gli editori televisivi dovranno misurarsi. E che questo esodo, chiamiamolo così, ha poco a che vedere con una presunta epurazione politica. Ma somiglia piuttosto a quello che accadde negli anni Ottanta quando Berlusconi a suon di miliardi strappò alla Rai i vari Mike Bongiorno, Raimondo Vianello, Raffaella Carrà e Pippo Baudo».
Solo che allora Biagio Agnes chiamò Adriano Celentano.
«E rivolto a Berlusconi disse: chillo ha da murì».
Concordi con chi pensa che finora il nuovo corso Rai non abbia prodotto volti e formati significativi?
«La stagione che finisce è stata transitoria e di rodaggio perché gli incarichi apicali saranno rinnovati nelle prossime settimane, mentre il Cda è rimasto lo stesso di prima. Per Viale Mazzini è stato un anno zero. La prossima stagione sarà quella della verità».
Se i lamenti sono stati così alti durante l’anno zero, cosa succederà nell’anno uno?
«Spero che la Rai, patrimonio nazionale, faccia scelte produttive efficaci. Al di là delle convenienze politiche è un bene pubblico che va tutelato. Sono sicuro che un uomo di cultura e di televisione come Giampaolo Rossi farà molto bene».
C’è una difficoltà a costruire una proposta culturale moderata apprezzabile dal grande pubblico? E qual è la causa di questa difficoltà?
«Per la cultura moderata non c’è mai stata l’opportunità concreta di manifestarsi. Questa è la difficoltà. Tuttavia, non va nemmeno coltivata l’illusione che, qualora ci fosse la pari opportunità, esplodano geni che finora non hanno potuto esprimersi. È una semina in profondità che darà frutti, forse, fra qualche anno. Ma se non si semina, di sicuro non li darà mai».
Se a sinistra si esagera in amichettismo, che è un modo magari antipatico di fare rete, a destra si pecca di individualismo?
«Il far parte per sé stessi è il vizio connaturato all’intellettuale di destra. Il risvolto positivo è non appartenere a consorterie, mentre quello negativo è non saper fare squadra».
Perché, parlando di case editrici, in quell’area ci sono tanti piccoli marchi, ma non c’è l’Einaudi o la Feltrinelli di destra?
«Perché dal dopoguerra la cultura è orientata a sinistra».
Si potrebbero realizzare fusioni e creare marchi più competitivi?
«Torniamo all’individualismo di cui sopra. Per pensare in grande ci vogliono grandi finanziatori e grandi idee».
Mancano più i primi o le seconde?
«Nell’ambito culturale che un tempo si definiva anticonformista tanta buona volontà è rimasta e buone idee circolano. Quanto ai finanziatori, bisogna aspettare che il quadro d’assieme si consolidi, a suon di elezioni».
È vero che la classe politica di destra pecca di vittimismo come dicono i grandi giornali?
«È una strana classe giornalistica quella che lamenta che la Meloni scelga i suoi interlocutori e disdegni le conferenze stampa. È lo stesso gruppo di giornalisti che si sperticava per il premier Mario Draghi al quale non ricordo siano state poste domande scomode. Noto, invece, che certi giornalisti si lanciano in ruoli di supplenza dei politici di opposizione che, a loro detta, non farebbero bene il loro mestiere».
È una reazione a quella che si ritiene l’usurpazione di un potere detenuto dalle solite élite?
«Proprio la Rai è l’emblema di questo meccanismo. Lo disse Giuliano Amato negli anni Novanta quando dichiarò che la sinistra italiana la concepiva come cosa sua, e perciò inattaccabile, intoccabile, intangibile. È la stessa logica che, spesso, porta a rigettare il responso elettorale di due anni fa e a reagire opponendosi a tutte le azioni figlie di quel risultato».
Mi dici un’idea guida non come commissario italiano a Francoforte, ma come Mauro Mazza?
«Mi viene in mente una frase di Pietro Nenni: “Fai quel che devi, accada quel che può”».

 

La Verità, 25 maggio 2024

Gli «imbavagliati» si lamentano a reti unificate

Sabato sera, rientrando da una gita, ho acceso la tv trovandola sintonizzata su La7, il canale dove l’avevo spenta al mattino. A In altre parole Massimo Gramellini diceva rivolto a Roberto Vecchioni: la prossima settimana quest’uomo incontrerà il capo dello Stato Sergio Mattarella e, dopo esser stato ricevuto da papa Francesco, chiuderà un concerto sul sagrato di piazza San Pietro. «Quest’uomo». A quel punto sono saltato su Rai 3, cadendo dentro Chesarà della «co-censurata» Serena Bortone, imbattendomi in Gene Gnocchi con inguardabili calzini grigi copri-malleolo che sbertucciava in serie Roberto Vannacci, Matteo Salvini e i pro-life. Tornato su La7, dopo una stoccatina al solito generale, Gramellini stava dando il benvenuto a «un altro Roberto», ovvero Saviano. In cerca di riparo, ho virato su Rete 4. Ma lì, tra gli ospiti di Stasera Italia spiccava Giovanna Vitale di Repubblica, inflessibile nello stigmatizzare il premier Giorgia Meloni, «che non si è mai dichiarata antifascista», e «l’ossessione per il controllo dell’informazione che passa per il controllo della Rai». Insomma, gli imbavagliati imperversavano a reti unificate.
Quella stessa mattina, sotto il titolo d’apertura «Libertà, l’Italia arretra», dalle colonne del quotidiano di proprietà del gruppo Gedi, la medesima Vitale aveva nuovamente rilanciato l’allarme democratico, paventando «l’occupazione militare dell’informazione targata Fratelli d’Italia (…) che risponde a un preciso disegno di potere e di sdoganamento della cultura post-fascista concepito a Palazzo Chigi». Proprio così, il regime è dietro l’angolo. Forse, già davanti. Insieme agli opinionisti dei gruppi editoriali legati all’opposizione lo denunciano il segretario della Fnsi Vittorio Di Trapani, già leader dell’Usigrai, il sindacato dei giornalisti del servizio pubblico che ieri ha imposto un giorno di sciopero dei tg. Uno dei più politici degli ultimi decenni, le cui motivazioni contro l’accorpamento delle testate e la mancata stabilizzazione dei precari sono il contorno della vera ciccia, ovvero la Rai ridotta a «megafono governativo» e (l’inesistente) caso Scurati.
Sommessamente, a me pare che qualcosa non torni. E che coloro che lamentano la «deriva orbaniana» lo facciano strillando contro TeleMeloni e l’avvento dell’egemonia della destra comodamente seduti negli studi di Lilli Gruber, di Marco Damilano, di Serena Bortone o di Giovanni Floris. Sarebbe interessante quantificare la frequenza con cui i talk show riveriscono direttori, editorialisti e grandi firme, da Maurizio Molinari a Massimo Giannini, da Stefano Cappellini a Michele Serra, da Concita De Gregorio a Corrado Augias, solo per stare al quotidiano che denuncia l’italica riduzione delle libertà.
Per circostanziare un attimo lo stato delle cose può tornare utile un’occhiata a una settimana tipo di programmazione serale. Scorrendola in orizzontale si trovano le varie strisce quotidiane: su La7 c’è il sempre uguale a sé stesso Otto e mezzo, mentre su Rete 4 il nuovo Prima di domani può vantare le new entry di Stefano Cappellini, Concita De Gregorio, Ginevra Bompiani e Gad Lerner. Su Rai 3 l’ex direttore dell’Espresso Marco Damilano conduce Il cavallo e la torre e, dopo il Tg1, Bruno Vespa condensa il suo «approfondimento» in Cinque minuti. Passando al palinsesto verticale, il lunedì sera ci sono Quarta Repubblica di Nicola Porro su Rete 4, le inchieste di cronaca di Far West di Giuseppe Sottile (Rai 3) e i reportage di Cento minuti di Corrado Formigli e Alberto Nerazzini su La7 che, dopo La torre di babele di Corrado Augias, riempiono il vuoto lasciato dallo spostamento di Report alla domenica. Il martedì il salotto di Giovanni Floris è il think tank dei guru d’opposizione (Pier Luigi Bersani, Michele Santoro, Augias e Romano Prodi) e su Rete 4 Bianca Berlinguer cerca una problematica quadratura bipartisan in È sempre cartabianca, mentre su Rai 3, al fallimento di Avanti popolo si è fatta seguire l’irrilevanza di Petrolio di Duilio Gianmaria. Il mercoledì, grazie alle inchieste e agli ascolti, resta Fuori dal coro di nome e di fatto Mario Giordano. Il giovedì su La7 Piazzapulita di Corrado Formigli punta a vincere il concorso di programma più antimeloniano dell’etere, perdendo però regolarmente con Diritto e rovescio di Paolo Del Debbio (Rete 4). Il venerdì sera si può scegliere tra l’antagonismo di Propaganda live (La7), che insidia le ambizioni di Formigli mixando i «monocordologhi» di Andrea Pennacchi con il retroscenismo left oriented di Filippo Ceccarelli, e la satira d’opposizione di Fratelli di Crozza sul Nove. Il sabato, come detto, ci aspetta la coppia fotocopia Massimo Gramellini e Serena Bortone (rischiando il gulag Vecchioni e Gramellini sono stati i primi a declamare il testo di Scurati sul 25 aprile). La domenica sera, invece, si chiude in bellezza con Zona bianca di Giuseppe Brindisi, che l’altro ieri ha intervistato Giuseppe Conte, Report di Sigfrido Ranucci su Rai 3 e, sul Nove, il velluto blu innervato di vendette anti-Rai di Che tempo che fa.
Questo è il quadro del regime che ci sta avvolgendo e nel quale le poche voci dissidenti rischiano quotidianamente la strozza. In realtà, «non c’è mai stata libertà d’informazione come oggi», ha detto Antonio Padellaro, incenerendo la povera Bortone. Anzi, pur considerando le tre serate di Porta a porta (di certo più bipartisan di Linea notte), l’equilibrio di Quarta Repubblica e il controcanto di Diritto e rovescio e Fuori dal coro, la teleinformazione serale resta orientata dalla solita parte. Per certi versi, con Bianca Berlinguer a Mediaset, la bilancia è più sbilenca di prima. Nelle intenzioni, la chiamata dell’ex direttrice del Tg3 doveva essere la contromisura all’annunciato spostamento a destra dell’informazione Rai. Invece, considerati i flop e il lungo rodaggio che stanno rendendo una chimera il «riequilibrio» della tv pubblica, il risultato finale è che l’asse dell’infosfera rimane, nel suo complesso, tuttora ben spostato a sinistra. Con buona pace dei presunti perseguitati dal regime.

P.s. Come hanno documentato i biglietti ferroviari e la prenotazione dell’hotel per la trasferta romana in occasione della partecipazione al programma Chesarà, Antonio Scurati non ha subito alcuna censura da parte della Rai.

 

La Verità, 7 maggio 2024

«La Rai è un calabrone, vola nonostante il peso»

Agostino Saccà, come vede la Rai da pochi metri di distanza uno che ci ha lavorato 35 anni?
«A rigore di fisica e di logica la Rai non dovrebbe volare. Invece, è come il calabrone, un volatile che ha un’apertura alare incoerente con il suo peso. Quello che la grava, soprattutto dall’esterno, è così tanto che dovrebbe spiaccicarsi al suolo».
Invece?
«È al 39% di ascolto in prima serata, contando anche i canali digitali. Se pensa che era al 45,8% 35 anni fa, poco dopo l’inizio dell’Auditel, assistiamo a un miracolo. Non c’è solo la concorrenza di Mediaset, ma anche quella di La7 e Sky, degli americani di Warner Bros Discovery, delle reti locali e di decine di canali satellitari. Senza dimenticare le piattaforme».
Siccome nella tv pubblica Agostino Saccà è stato tutto, ne parla con autorevolezza e passione. Dalla direzione generale di Willy De Luca passando per Biagio Agnes, dai professori a Pierluigi Celli, ha attraversato metà della sua storia settantennale. Giornalista in radio e al Tg3, vicedirettore di Rai 2, capo-staff di Letizia Moratti, due volte direttore di Rai 1, direttore generale e capo della fiction. Lo incontro a due passi da Viale Mazzini, negli uffici della Pepito che ha fondato nel 2007, sorta di laboratorio di idee dove nascono film, serie tv e documentari.
Cominciamo dall’addio di Amadeus, dal sorpasso di Mediaset o dalla presunta censura di Antonio Scurati?
«Dal sorpasso di Mediaset».
Prego.
«Intanto, nei primi quattro mesi del 2024, non c’è. In primetime la Rai, digitale compreso, è al 39% e Mediaset al 36%».
In daytime?
«Nemmeno. L’ha smentito anche il direttore generale Giampaolo Rossi che io ritengo, per cultura personale, conoscenza aziendale e capacità di dialogo la scelta migliore possibile oggi per il ruolo di amministratore delegato. La Rai fa il 37,8%, Mediaset il 37,2%. Se poi togliamo il digitale, dove Mediaset è più forte, sulle generaliste il primato Rai è schiacciante: Rai 1 è al 24,3 e Canale 5 al 16. Idem sui tg: il Tg1 fa il 25,4 e il Tg5 il 19,8».
C’è una narrazione falsata?
«A metà del 2023 Mediaset ha effettivamente superato Rai e ha mantenuto la posizione fino a fine anno. Ma dall’inizio del 2024 i dati sono questi».
Narrazione falsata?
«Soprattutto pigra».
L’amministratore delegato Roberto Sergio ha detto che c’è chi vuole distruggere la Rai: lo si trova nelle file dall’opposizione e nei giornali d’area?
«Oggi la Rai ha tanti nemici e pochi difensori. Nell’opposizione c’è chi è tentato di buttare l’acqua “sporca” col bambino per timore di un’egemonia del centrodestra nella tv pubblica. Questa tentazione può saldarsi con gli interessi degli editori che trarrebbero vantaggio da un suo ridimensionamento nel mercato pubblicitario. Ma oltre a conseguirli, con la direzione della pubblicità di Gian Paolo Tagliavia, la Rai sa vendere bene i suoi risultati. Grazie alla performance pubblicitaria, che a Sanremo si è espressa al meglio, ha ridotto di 90 milioni l’indebitamento».
Amadeus poteva essere trattenuto?
«No perché doveva portare all’incasso l’enorme successo di Sanremo. Ricordiamoci che è anche un grande autore. Lo dico perché l’ho portato al grande pubblico con In bocca al lupo su Rai 1 più di vent’anni fa e ho apprezzato sia le doti del conduttore che quelle autoriali che lo aiutano a migliorare i prodotti a cui lavora. A Warner Bros Discovery fornirà i format delle trasmissioni che potrà inventare, far comprare o anche produrre. Questo in Rai non era possibile».
Nella prossima stagione i poli televisivi aumentano: essendo ìmpari quella sulle risorse, sposterebbe la sfida sulle idee?
«Le idee sono fondamentali, ma senza soldi la tv generalista non si può fare. Quando devi massimizzare gli ascolti e difenderti da offerte ricche, perdi. Il canone di abbonamento della Rai è il più basso d’Europa, quattro volte inferiore a quello tedesco, più di tre volte di quello inglese, più della metà di quello francese. È stupefacente che il calabrone continui a volare».
Bisogna aumentare la tassa più invisa agli italiani?
«Il governo dovrebbe dare all’azienda risorse coerenti con la missione di servizio pubblico. Il canone andrebbe riportato a 90 euro e andrebbe ridotta la tassa di concessione di 90 milioni che le altre tv non pagano in questa misura. Se si teme il rifiuto di una parte dei cittadini c’è un’altra via».
Sentiamo.
«La Rai dispone di uno strumento efficace per la crescita del Paese e per la concorrenza alle piattaforme. Raiplay ha riavvicinato i giovani e, con 24 milioni di account, è un dispositivo strategico per preservare i codici espressivi nazionali e il modo di raccontare dei grandi artisti dell’immaginario italiano. Bisogna avere la forza di lanciare Raiplay, dicendo che servono 20 euro di canone da destinare al prodotto. Sarebbe una piccola grande rivoluzione culturale».
In questo scenario come valuta il ruolo di La7 di Urbano Cairo?
«È una televisione con professionisti di valore e i risultati lo confermano. La mia sensazione è che, forse, la sua narrazione si dimostri leggermente datata rispetto ai grandi cambiamenti geopolitici e culturali che si sono verificati negli ultimi tempi».
Come risponderebbe alla perdita di Amadeus?
«Se Mina accettasse di fare il direttore artistico di Sanremo sarebbe un grande ritorno. È figlia della Rai, ha fatto i varietà dell’epoca d’oro, è una grande conoscitrice di musica, aggiornata su tutte le nuove tendenze. Con Carlo Conti all’Ariston, sarebbe un colpo straordinario. Su Sanremo bisogna avere coraggio e fantasia».
Lei lo avrebbe fatto fare il monologo a Scurati?
«Io gliel’avrei fatto fare, anche se confliggeva con le norme che vogliono che il sabato precedente al voto sia di silenzio. Tuttavia, mi chiedo: se è agli atti che l’azienda l’aveva consentito a titolo gratuito, perché improvvisamente spuntano i soldi e successivamente la conduttrice attacca la Rai sui social e denuncia la censura?».
La politica ha sempre influenzato la tv pubblica: la situazione è peggiorata con la riforma Renzi che ne ha spostato il controllo dal Parlamento al governo?
«Il Parlamento e il governo sono gli azionisti, è inutile fare gli ipocriti. È così in tutta Europa. In alcuni casi le intrusioni sono leggende. È soprattutto la piccola politica a provarci, governo e Presidenza del consiglio di solito si fermano alle nomine apicali. Proprio il caso Scurati lo dimostra: Giorgia Meloni ha pubblicato il monologo sul suo account di Facebook che ha più seguaci degli ascoltatori del programma».
Buoni dirigenti dovrebbero saper gestire le situazioni.
«In Rai ci sono e un dato lo conferma. Un’impresa operante in un sistema competitivo che subisse interferenze continue non si manterrebbe quasi al 40% di share. La Rai sarebbe finita come l’Alitalia che è costata 8 miliardi di aiuti allo Stato. Ricordo che quando il governo Ciampi stanziò 200 miliardi di lire per aiutarla in un momento difficile, Letizia Moratti li rifiutò: “La Rai si salva da sola”, disse. E in due anni e mezzo abbattemmo 1500 miliardi di lire d’indebitamento, figlio della guerra contro Berlusconi e della realizzazione di Saxa Rubra. Non c’è in Italia un’azienda pubblica o privata, dall’Olivetti alla Fiat, che abbia rifiutato gli aiuti dello Stato come ha fatto la Rai».
Sono limiti strutturali a condizionarla?
«Dal punto di vista della gestione economica e finanziaria la Rai è più paralizzata di un ente locale. Per stanziare 2.000 euro serve una gara d’appalto. Alle riunioni del Cda partecipa un giudice della Corte dei conti con compiti di controllo, una prassi che non c’è in un nessun’altra azienda o amministrazione pubblica. Agendo in regime di concorrenza, andrebbero applicate le norme del diritto privato. Il governo dovrebbe presentare in Parlamento un articolo di poche righe per l’interpretazione corretta della natura e dell’azione della Rai».
Tornando alle questioni editoriali, la riforma per aree di genere è stata un errore?
«Non è sbagliato rendere autonome le produzioni per generi perché la Rai vive una condizione di multimedialità. Le reti producevano per sé stesse, mentre le aree per genere declinano i contenuti su più canali e più media, online compreso».
Ma non ci sono più i direttori di rete a dare identità al palinsesto e a rispondere se qualcosa non funziona.
«Giusto. Se si cancellano i responsabili delle reti si riduce il carattere identitario dell’offerta. È il responsabile di rete a sapere quello che gli serve. L’offerta di palinsesto dovrebbe definirsi nel rapporto dialettico tra i responsabili di rete e i direttori dei generi».
Dalla passione che ci mette sembra ancora un uomo di vertice della Rai.
«Amo e conosco i meriti di un’azienda che ha inventato il digitale e ha insegnato a parlare agli italiani. Ci sono arrivato quasi cinquant’anni fa, da ragazzo di Calabria…».
Anche lei come Giovanni Minoli invierà il curriculum alla Commissione di Vigilanza per entrare in Cda e magari presiederlo?
«Ogni stagione ha i suoi incarichi. Adesso mi diverto facendo il produttore».
Pepito le ha dato una seconda giovinezza?
«In un certo senso sì, perché continuo a fare il lavoro che mi ha sempre appassionato».
Che cosa le piace del mestiere di produttore cinematografico e audiovisivo?
«La meraviglia di partire da un’idea e farla diventare immagini, scene, costumi, facce. Lo stupore di prendere una storia vera come quella di Hammamet, o non vera ma realistica come quella di Favolacce, e farne due film definiti capolavori dai critici. Hammamet in Italia ha incassato quasi 7 milioni di euro, mentre Favolacce è stato venduto in 50 paesi, America compresa, e ha vinto l’Orso d’argento a Berlino».
Si producono troppi film d’autore e pochi per il grande pubblico?
«Si producono troppi film che non arrivano al pubblico. Ma credo che questo governo, di cui aspettiamo i decreti sul tax credit e i finanziamenti, stia lavorando bene contro la dispersione delle poche risorse. Le quali vanno concentrate su opere che, per scrittura, regia, cast e referenze del produttore, meritano l’attenzione del ministro della Cultura».
A che progetti sta lavorando?
«Stiamo scrivendo una sceneggiatura su Elvira Notari, la prima grande regista e autrice italiana che a Napoli, insieme con il marito, ha inventato tecniche di ripresa, fotografiche e di colorazione delle pellicole prima del colore. Un altro progetto con Rai Cinema riguarda la morte di Cavour, una morte misteriosa e sospetta che va raccontata».

 

La Verità, 27 aprile 2024

L’asso nella manica della Rai: Mina a Sanremo

Il succo è questo. Mentre i dirigenti Rai sono alle prese con le tessere da rimpiazzare nel puzzle dei palinsesti e Urbano Cairo conta i risparmi del salvadanaio di La7, nella provincia televisiva italiana atterrano gli americani. La concorrenza, vien da dire, si fa un tantino più vivace. È la legge del libero mercato. Ma oltre che di risorse, un fattore tutt’altro che marginale, è questione di prospettive. Di orizzonti. Di ampiezza del pensiero. Forse è il caso di rimboccarsi le maniche e farsi venire qualche idea, come sembra stia avvenendo dalle parti di Viale Mazzini. Finora, con le piattaforme over the top c’era poco da duellare. Anche con loro il confronto era ìmpari. Ma, in fondo, si rivolgevano a segmenti di pubblico minoritario. I ceti più abbienti, le classi medio alte. Adesso no, gli americani di Warner Bros. Discovery sbarcano nella televisione generalista. Perciò, è stato facile buttarla in politica. Lo smantellamento della Rai. L’estinzione del servizio pubblico. TeleMeloni fa scappare le star. Ecco Fiorello, Federica Sciarelli, Sigfrido Ranucci già incolonnati dai giornaloni dietro ad Amadeus, il cui approdo a Discovery è stato ufficialmente annunciato ieri (collaborerà alla realizzazione di nuovi formati per l’intrattenimento e condurrà un programma di access prime time, forse I soliti ignoti, e due di prime time: un’operazione da 100 milioni di dollari in quattro anni). E poi, rastrellando qua e là, Barbara D’Urso, Belen Rodriguez eccetera. Insomma, una pesca a strascico tra i volti noti più o meno irrequieti del villaggio provinciale. Non è finita. Il gruppo cui fanno capo Nove, Real Time, Eurosport e alcune altre reti, sta anche per aprire la nuova sede a Roma per lanciare il polo dell’informazione, acquisendo La7 o arruolando Enrico Mentana.

Allarmismo e toni apocalittici hanno riempito paginate e ramificato nell’infosfera. Con il solito retropensiero: il governo delle destre fa crollare persino gli equilibri dell’etere. Ma questa narrazione ha conquistato il record di smentite. Fiorello: «Nessuno mi ha chiamato, il mio contratto è solo con il divano». Warner Bros. Discovery: «Non c’è alcuna trattativa in corso da parte del gruppo per l’acquisizione del polo giornalistico di La7». Mentana: «Non vado da nessuna parte. Non ho difficoltà a dire che il mio contratto scade il 31 dicembre del 2024. Quindici giorni dopo compio 70 anni, cosa mi metto a fare?». Quanto all’apertura della nuova sede, nella capitale Discovery ha già i suoi uffici attivi e funzionanti. Infine, a proposito dell’acquisizione di altre star, la pesca a strascico non è nello stile del gruppo. Semmai si ragiona su un innesto o una nuova collaborazione a stagione. Così è stato in passato con Barbara Parodi, Maurizio Crozza, Roberto Saviano, Virginia Raffaele. E poi un anno fa con Fabio Fazio, l’arrivo che ha impresso la svolta alla strategia del gruppo perché gli ascolti di Che tempo che fa hanno dimostrato che sul pianeta della tv generalista c’è vita e hanno convinto i dirigenti a proseguire nella politica di espansione. Ma «non è la rivoluzione d’ottobre», è solo mercato, «e lo dobbiamo vivere laicamente», ha suggerito il solito Mentana in un’intervista alla Stampa nella quale ha scremato la schiuma militante dalle cronache del caso.

Tuttavia, soprattutto vista da Viale Mazzini, una questione di prospettiva e di rilancio della tv pubblica esiste eccome. A breve dovrebbe avvenire il passaggio di testimone tra l’amministratore delegato Roberto Sergio e il direttore generale Giampaolo Rossi, si vedrà se semplicemente con uno scambio di ruoli. Si parla di un ritorno di Marcello Ciannamea alla distribuzione e di un accorpamento dell’Intrattenimento day time e prime time in un’unica super direzione, con il recupero alla gestione del prodotto di Stefano Coletta (scelta perfetta se si vuol rendere ancor più arcobaleno il palinsesto serale). Al di là di tutto, rimane sul tappeto la necessità di un progetto editoriale di ampio respiro. Come il caso di Amadeus insegna, le star non se ne vanno principalmente per una questione economica, ma perché cercano nuovi stimoli, nuove prove nelle quali cimentarsi. Per contro, non potendo vincere la guerra sul terreno dei cachet, la Rai dovrebbe provare a farlo sul fronte delle idee, dell’identità e dell’immaginazione. Nel 1987 quando in un colpo solo Pippo Baudo, Raffaella Carrà ed Enrica Bonaccorti migrarono a Canale 5, l’allora direttore generale Biagio Agnes chiamò Adriano Celentano affidandogli le chiavi del sabato sera di Rai 1. Chi c’era ricorda come andò. La Rai riconquistò il centro della scena e riprese a dettare l’agenda pubblica. Ma per farlo occorre un disegno editoriale. Che non è appena riempire le caselle lasciate vuote dagli abbandoni. Il problema di che cosa fare del Festival di Sanremo ci sarebbe stato comunque, anche se Amadeus fosse rimasto in Rai. Un conduttore di format preserale si può trovare. Un direttore artistico dopo cinque edizioni di successo con le ricadute sugli introiti pubblicitari, le case discografiche e la fruizione del pubblico giovane, è un filo più complicato. Serve un’idea, un guizzo, un colpo di teatro. Serve sparigliare il copione di un Festival a misura di disc-jockey ed emittenza radiofonica. Serve qualcosa che somigli all’irruzione di Celentano di oltre trent’anni fa. Nel 2019 l’allora amministratore delegato Fabrizio Salini aveva avuto la pensata giusta: Mina direttore artistico del Festival. Purtroppo non se ne fece nulla. Quando la signora della canzone italiana si disse disponibile a patto di avere carta bianca sullo spartito della manifestazione, i dirigenti Rai si dileguarono. Ecco. Pensare in grande vuol dire avere il coraggio di lasciare totale libertà di movimento all’artista più contemporanea di cui disponiamo. Un’artista che continua a studiare, ad ascoltare musica. Che, come dimostrano le collaborazioni della sua produzione recente, è aggiornata su tutte le novità della scena non solo italiana. Un’artista la cui (non) presenza all’Ariston sarebbe anche un grande colpo mediatico. In Viale Mazzini l’idea sta facendosi strada. Auguriamoci, stavolta senza retromarce.

 

La Verità, 19 aprile 2024

I 70 anni della Rai celebrati con il manuale Cencelli

Ce l’ha messa tutta Massimo Giletti nello smoking da officiante delle grandi occasioni per gestire la celebrazione dei settant’anni anni della televisione italiana, una ricorrenza che, pur coinvolgendo Maria De Filippi ed Enrico Mentana, corrisponde all’età della Rai. Ce l’ha messa tutta, ma alla fine, anche per colpe non sue l’occasione è andata sprecata. Per il conduttore, la serata coincideva con il ritorno nella casa madre dopo gli anni a La7 e il distacco dalla rete di Urbano Cairo. Certi momenti troppo istituzionali sono sempre una trappola insidiosa. Innanzitutto, perché tra i tanti possibili cerimonieri, è difficile sceglierne uno senza far torto agli altri e forse anche per questo se n’è affidata la conduzione a un volto rientrante. In secondo luogo, perché la divisione degli spazi tra i vari protagonisti è sempre in agguato e può finire, com’è accaduto, per ingessare la cerimonia di LaTvfa70 in una faticosa spartizione democristiana (Rai 1, ore 21,35, share del 20%, 2,5 milioni di telespettatori). Così abbiamo assistito a una lunga e un po’ burocratica autocelebrazione nella quale per tutta la sera, da Amadeus a Piero Chiambretti, ha aleggiato l’interrogativo su chi condurrà il prossimo Sanremo. Una ricerca che, nonostante l’ironia di due tra i candidati convenuti, Antonella Clerici e Paolo Bonolis, rischia di sconfinare nello psicodramma. Ad accentuare l’enfasi ci si è messo anche il fatto che il protagonista della serata è stato Pippo Baudo che di Festival ne ha amministrati tredici. Sebbene in collegamento, il conduttore l’ha sollecitato a svelare particolari della lunga carriera, il più godibile dei quali è stato quello del gelido incontro con Bettino Craxi presidente del Consiglio, all’indomani del monologo di Beppe Grillo sul viaggio dei socialisti in Cina. Giletti ha gestito l’alternarsi di ospiti e intermezzi delle Teche Rai, nel tentativo di far emergere brani ed episodi dietro le quinte non arcinoti, tra brevi esibizioni e qualche talk piuttosto improvvisato, come quello che a tarda notte ha radunato Bruno Vespa, Enrico Mentana, Iva Zanicchi e Simona Ventura. Insomma, una serata costruita con il manuale Cencelli della tv, rimasta prigioniera di un approccio impiegatizio, privo di quell’orgoglio culturale che avrebbe potuto trasformarla in un grande evento capace di esibire tutto il meglio dello sconfinato repertorio. Al kolossal dell’amarcord è mancata anche la spontaneità delle sane rimpatriate, in occasione delle quali si gioca a vedere chi c’è, chi manca (Milly Carlucci, Mara Venier, Loretta Goggi) e chi, invece, ha voluto sdegnosamente rifiutarsi di esserci.

 

La Verità, 1 marzo 2024

«Tra le reti generaliste Rai è davanti a Mediaset»

Dopo lungo corteggiamento, Roberto Sergio, dal maggio scorso amministratore delegato della Rai, mi ha chiesto di preparare una decina di domande: «poi vediamo come fare!». Una volta pronte, mi ha invitato a mandarle via mail e, sebbene abbia ripetutamente proposto un confronto telefonico, ciò non è stato possibile. Quello che segue è lo scambio di domande e risposte, avvenuto in due riprese, con il massimo dirigente della tv pubblica.

Dottor Roberto Sergio, qual è il suo bilancio dei primi nove mesi alla guida della Rai?

«Molto positivo. Assieme al direttore generale Giampaolo Rossi e con il forte supporto del Consiglio di amministrazione abbiamo portato l’azienda a una chiusura 2023 con una riduzione dell’indebitamento finanziario netto da 650 a 560 milioni, meno 90 milioni, e un pareggio di bilancio con uno stanziamento importante per favorire il ricambio generazionale in logica digitale».

La Rai ha perso leadership nella vita del Paese? I programmi che creano dibattito vanno in onda su altre televisioni?

«La Rai è e continuerà a essere leader nella vita del Paese e continuerà a contribuire alla costruzione dell’identità nazionale, consentendo ai cittadini di riconoscersi dentro una memoria che appartiene a tutti. Non mi pare affatto che Report, Presa Diretta, Far West, Agorà fino ad Avanti popolo non creino dibattito, anzi, direi il contrario».

Tuttavia, sembra che l’agenda sia dettata da programmi di altre televisioni. Per esempio, dopo il ritorno in tv di Beppe Grillo di qualche settimana fa, domenica papa Francesco sarà ospite di Che tempo che fa sul Nove. State pensando a qualche volto, a qualche giornalista che possa ridare leadership al servizio pubblico?

«La leadership del servizio pubblico non è in discussione tantomeno ora. Papa Francesco lo scorso 28 maggio per la prima volta ha visitato uno studio televisivo, partecipando a una trasmissione Rai. Lo scorso primo novembre il direttore del Tg1 ha realizzato una lunghissima intervista con il Pontefice».

Avete un po’ subito la perdita di alcuni volti importanti e rappresentativi come Fabio Fazio o Bianca Berlinguer? Si poteva contrattaccare come fece Biagio Agnes quando chiamò Celentano per rispondere al passaggio di Pippo Baudo e Raffaella Carrà a Canale 5?

«Erano altri tempi e Biagio Agnes un gigante. Comunque, Monica Maggioni, Francesco Giorgino, Geppi Cucciari e il ritorno di Renzo Arbore e Pippo Baudo oltre ai possibili arrivi di Piero Chiambretti e Massimo Giletti mi paiono una risposta della Rai interessante».

A quanto si legge Massimo Giletti è già rientrato: c’è un progetto che lo vedrà nuovamente protagonista?

«Stiamo lavorando. Le idee non mancano».

(Qui avrei voluto chiedere: Ci può anticipare quella più interessante?)

Pino Insegno al Mercante in fiera e Nunzia De Girolamo con Avanti popolo sono due tentativi di «riequilibrio» non riusciti?

«Nel primo caso la fretta e un posizionamento sbagliato non hanno reso giustizia a un artista con 40 anni di lavoro e importanti successi realizzati. Il format di Avanti popolo aveva necessità di tempo per affermarsi in una giornata, il martedì, difficilissima, e con Nunzia, bravissima conduttrice come si è visto a Ciao maschio ed Estate in diretta, pronta a reinterpretarsi in una veste nuova. In entrambi i casi una pretestuosa e preventiva campagna stampa e politica ha sicuramente contribuito a rendere più difficile il loro lavoro».

I palinsesti autunnali sono stati preparati in poco tempo, quali sono le idee di punta di quelli dell’inverno-primavera 2024?

«In considerazione dei positivi risultati di ascolto, assieme al direttore generale Rossi abbiamo ritenuto di andare, in gran parte, in continuità con gli attuali e in aggiunta la programmazione dedicata ai 70 anni della Tv, celebrati a partire dal 3 gennaio».

In realtà, nel 2023 si è registrato il sorpasso nell’ascolto medio giornaliero di Mediaset sulla Rai.

«Lei dice? Bisognerebbe fare un ragionamento molto articolato e complesso. Posso solo dirle che se si considerano le generaliste Rai mantiene la leadership. Non andrebbe mai dimenticato che la Rai ha meno canali del maggiore competitor e soprattutto canali che non sono commerciali, ma di servizio pubblico».

(Qui avrei voluto sottolineare che da tempo «la Rai ha meno canali del maggiore competitor», ma finora il sorpasso non si era verificato. Inoltre, non si può trincerarsi dietro la funzione di servizio pubblico e contemporaneamente chiedere l’innalzamento del tetto di raccolta pubblicitaria come l’azienda si accinge a fare)

Fiorello è il più grande intrattenitore italiano, uno che andrebbe tutelato dall’Unesco come patrimonio del buonumore, ma la sua cifra è la leggerezza: in questo clima serve anche qualcuno che mostri capacità di indirizzare l’agenda anche con altri linguaggi?

«Fiorello, come amo dire, è unico e irripetibile ed è difficile parlare di personaggi in grado di reggere il passo con altri tipi di linguaggi. Questa prossima stagione il compito sarà affidato a titoli di fiction e documentari di altissimo livello e siamo certi di importanti risultati di ascolto».

Ne ha in mente qualcuno in particolare?

«I titoli sono tanti, così come le produzioni che offriremo, tutte di altissimo livello».

Come tutti gli anni la Rai riguadagnerà centralità con il Festival di Sanremo. Amadeus ha detto che la politica non deve entrare all’Ariston: visti i trascorsi, è da considerare un avvertimento o un pentimento?

«Io non posso rispondere del passato. Nel caso del festival 2024 la politica non è e non deve essere all’ordine del giorno. Poi, ogni cantante, ospite, co-conduttore ha la propria storia e la propria identità».

(Lei che cosa si aspetta dal prossimo Festival?)

Cosa c’è di concreto nei contatti con Piero Chiambretti e Barbara D’Urso?

«Con Chiambretti c’è una trattativa in corso, che mi auguro si chiuda presto. Con la D’Urso nulla, non la conosco».

Cosa c’è di vero nell’accusa che viene fatta alla cosiddetta TeleMeloni di aver progettato una fiction filofascista?

«Innanzitutto, non esiste TeleMeloni, esiste la Rai Radio Televisione Italiana che quest’anno celebra i 100 anni della radio e del servizio pubblico e mai come ora è pluralista e rappresentativa delle identità culturali, politiche e di genere del nostro Paese. Non so quale fiction filofascista possa avere progettato Maria Pia Ammirati, direttrice Fiction dall’11 novembre 2020».

Quanto è sicuro che il faccia a faccia tra Giorgia Meloni e Elly Schlein andrà in onda sulle reti Rai?

«Non lo sappiamo, e comunque sarebbe logico che fosse ospitato dalla rete ammiraglia Rai».

Chi potrebbe condurlo?

«E se fosse una giornalista? Quando sarà il momento prenderemo la miglior decisione possibile».

(Quindi la vostra candidata è Monica Maggioni?)

Nel mondo dell’informazione in generale nota una certa ipersensibilità derivante dal fatto che si vorrebbe che la Rai suonasse sempre il solito spartito?

«Nel mondo della disinformazione, vorrà dire. Chi afferma che la Rai perde ascolti, che i tg e in particolare il Tg1 va male, che io e Rossi siamo ai ferri corti, dice il falso. Nel tentativo, fallito, di delegittimare gli attuali vertici che hanno l’obiettivo di ridare lustro, immagine e orgoglio alla Rai. E soprattutto di rendere l’azienda libera e plurale con quel riequilibrio reso necessario da una visione passata miope e di parte».

 

La Verità, 12 gennaio 2024

 

«Macché TeleMeloni, la Rai è unica e si ama sempre»

Alla fine sul palco della Sala A di Via Asiago è spuntato anche Adriano Pappalardo per intonare con la sua voce di catrame: «Lasciatemi cantare, senza Viva Rai2! non so stare: ricominciaamooo…». È l’ultimo colpo di scena del minishow allestito per il varo della seconda stagione di Viva Rai2! Dal 6 novembre alle 7 sul secondo canale cinque giorni la settimana e, novità di quest’anno, su Radio 2 alle 14. Il primo, studiato, colpo di teatro era stato l’inizio della conferenza stampa senza Rosario Fiorello, Fabrizio Biggio e Mauro Casciari. Tutto schierato, invece, lo stato maggiore Rai, dall’amministratore delegato Roberto Sergio, al direttore dell’Intrattenimento prime time, Marcello Ciannamea e il suo vice Claudio Fasulo. Del resto, l’artista siciliano è ormai un patrimonio della tv pubblica, forse il suo asset creativo più pregiato. Al punto che, sottolineando la fruibilità del «mattin show» su tv, radio e Web, Sergio ha parlato di «Rai Fiorello». Conta su di lui anche per risollevare Rai 2, «dove si è voluto sperimentare»: i palinsesti autunnali si sono decisi in velocità, ma «adesso la vera sfida sono i palinsesti di gennaio. Rosario ci aiuterà…». Sedendosi al suo fianco, Fiorello ha duettato con l’amministratore delegato. «Da quando sei arrivato tu, i danni…». «Erano in itinere», ha puntualizzato Sergio. «È vero che Francesca Fagnani andrà sul Nove?». «No», risposta secca. Ma Fiorello voleva giocare tra il serio e il faceto: «Chiamerò Francesca e le dirò: “Se vai sul Nove vengo sotto casa tua e buco le gomme della macchina di Enrico Mentana” (forse dimenticando che non ha la patente). La Rai è la Rai a prescindere dal governo che c’è», ha proseguito. «Adesso si parla di TeleMeloni. Allora prima c’era TeleDraghi e prima ancora gli altri, fino a TeleMonti. La Rai è unica al di là del governo in carica. Tu hai votato la Meloni?». E Sergio: «Lo sai che sono democristiano».

Altra polemica di giornata lo spostamento al Foro Italico della location. Il disappunto dei residenti di via Asiago per il rumore ci poteva stare, ma erano i fan degli ospiti a provocarlo. «Però quando hanno detto che lasciavamo sporca la strada mi sono risentito perché non era vero. Sul serio vogliamo parlare di pulizia delle strade di Roma? Stavo per fare un reportage col telefonino sui cumuli d’immondizia…».

Argomento immancabile Sanremo, tanto più dopo la boutade di affidare a Fedez l’edizione del 2025. Qualche giorno fa c’è stata anche la riconciliazione tra il rapper e Sergio. Che però ha frenato: «Prima c’è da fare il Festival del 2024». Ma quello è già sistemato: «Nel 2025 prendete Fedez, chiamate Fazio e pagate la liberatoria alla Warner, che saranno due euro». E tu, Fiore, non pensi al Festival? «Non è il mio mestiere, ancora non avete capito? Ormai, quando mi chiedono se lo conduco quasi mi offendo. Alla quinta canzone da presentare potrei scappare. Avete creduto anche a Jovanotti ospite per cantare una canzone scritta da Lazza e intitolata Lazzaro, prima di buttare via le stampelle. Cosa dovevo dire ancora per far capire che era una gag?».

Paziente, Fiorello ha risposto alle domande sul talento, sui suoi stessi difetti, sul posto che riserva a Viva Rai2! in una classifica dei suoi programmi («considerato il pubblico eterogeneo lo metterei sul podio»), sulla sua multimedialità. E anche sulla satira dei fuori onda: «Striscia la notizia lo fa da sempre. Se lavorassi a Mediaset saprei che c’è la bassa frequenza e Antonio Ricci è così e mi comporterei di conseguenza. Tant’è che si sente che qualcuno glielo dice (a Giambruno ndr) di fare attenzione. È la cifra di Striscia. Noi ne abbiamo fuori onda?».

A 63 anni, Fiorello è un artista che l’Unesco dovrebbe proteggere come patrimonio universale del divertimento. Ma è anche un artista maturo. E a chi gli chiede se c’è qualcosa su cui non si può scherzare risponde: «Ci hanno chiamati per regalare un po’ di buonumore, 45 minuti senza riferimento ai fatti che ci angosciano tutti. La Rai ha una copertura del 100%, perché dovremmo dire anche noi la nostra? Io non ho un retaggio culturale adeguato… Se ti esprimi devi conoscere bene i fatti e io non li conosco abbastanza», ha sottolineato con grande consapevolezza. «Viene chiesto a tutti per chi parteggi… Ma non è Milan-Inter, ci sono bambini che muoiono, siamo tutti devastati. Se qualcuno mi chiedesse per chi parteggio lo manderei a quel paese. Qualsiasi cosa dici sei strumentalizzato… Io parteggio perché questa situazione venga risolta, ma da chi la deve risolvere. Non ci credo più molto, siamo arrivati al capolinea. Si dice che una parte deve farsi il suo Stato e l’altra il suo, certo. Ma non credo accadrà domani. Se non stiamo attenti qualcosa di drammatico può diventare ancora peggiore. Io, Rosario Fiorello, non ho risposte. Ma consentitemi l’indignazione, il dolore di veder uccidere i bambini, sia palestinesi che israeliani», ha sottolineato differenziandosi da Fedez che aveva detto che «c’è una sola parte dove si può stare, quella dei bambini e dei civili che a Gaza hanno perso o stanno perdendo la vita».

In chiusura, quanto ti deve la Rai? «La riconoscenza è reciproca. Io lavoro qui e mi sento a casa. Se il Nove mi chiamasse ci andrei…», gioca ancora. «Lo sapete che è in differita di un minuto? L’ho scoperto domenica quando ho chiamato Fazio sul cellulare. “Ma come, mi chiami adesso che c’è la pubblicità?”, ma io lo vedevo in onda. Hanno 60 secondi in più perché sono americani: servono per tagliare le parolacce».

Arriva Pappalardo: «Ricominciaamooo».

 

La Verità, 31 ottobre 2023

 

Rai, con lo spoil system a metà comanda Coletta

Usando un eufemismo, il crash test d’inizio stagione per la nuova dirigenza Rai non sta andando benissimo. Scarso l’apporto dei nuovi volti e dal recupero dei vecchi accantonati, modesta la difesa delle truppe rimaste in casa. Innanzitutto, la tv pubblica subisce sonore sconfitte a causa delle prestazioni degli ex. Fabio Fazio imperversa sul Nove la domenica sera e presto, con lo spacchettamento del Tavolo spostato al venerdì dopo Fratelli di Crozza, la rete di Discovery (gruppo Warner Bros) conquisterà ulteriore visibilità. Passata a Mediaset, Bianca Berlinguer continua a doppiare l’audience di Avanti popolo di Nunzia De Girolamo. Ma la Rai fa buchi nell’acqua anche in altri orari, cominciando dalla striscia di Mercante in fiera di Pino Insegno, o il lunedì, dove Liberi tutti, l’escape room ideata dal direttore dell’Intrattenimento prime time Marcello Ciannamea (condotta da Bianca Guaccero, Beppe Iodice e I Gemelli di Guidonia), si è fermato al 3,2%. È, più o meno, lo share abituale di questi programmi, con il risultato che Rai 2 è sempre più scheletrica. È stato conteggiato che nel primo mese della nuova stagione, il servizio pubblico ha perso circa 250.000 telespettatori. E non è un bel vedere, anche perché l’erosione continua.

Alcuni analisti hanno subito sentenziato il flop di TeleMeloni. Ma la conclusione è un tantino sbrigativa e qui si prova a suggerirne una diversa visione, accompagnata da un paio di consigli non richiesti. È vero che la nuova dirigenza è stata nominata dal governo secondo i dettami della riforma voluta da Matteo Renzi nel 2016. Ed è ancora vero che qualche innesto nella programmazione sia stato favorito dai buoni rapporti con il premier. Tuttavia, essendo anch’essa un pesante carrozzone pubblico, come in tanti ministeri dove contano più certi funzionari che i titolari degli stessi, anche in Rai esiste la deep tv: comanda l’apparato, il sottobosco dei dirigenti che hanno davvero le mani nel palinsesto. Per mettersi al riparo da sempre più frequenti sorprese, come nella macchina amministrativa anche nella tv pubblica bisognerebbe portare fino in fondo lo spoil system (applicato in modo scientifico nei Paesi anglosassoni). Altrimenti, mentre si accreditano a TeleMeloni errori e flop, in realtà, sottotraccia, manovra ancora alla grande la vecchia struttura Rai, quella dove, secondo Michele Santoro, «il Pd ha più sezioni che in tutto il resto del Paese».

Uscendo dal generico, il solito Ciannamea, considerato vicino alla Lega, appena nominato responsabile dell’Intrattenimento di prima serata, ha pensato bene di confermare tutti i vicedirettori di Stefano Coletta, il predecessore in quota Pd a maggio divenuto capo della Distribuzione (leggi palinsesti). Se questo spostamento doveva servire a ridimensionarne l’incidenza, in realtà, l’ha potenziato perché, oltre a continuare a gestire, tramite Federica Lentini e Giovanni Anversa, varietà, game, reality e infotainment di prima serata (la seconda non esiste, quindi da dopo i tg fino a notte fonda), il simpatico Coletta ne organizza anche la programmazione. Per intenderci, il divieto a Fedez di partecipare a Belve è imputabile per interposti vice a lui, già responsabile del mancato controllo delle esibizioni del rapper a Sanremo. Invece, il regalo di Chesarà su Rai 3 a Serena Bortone (3% fisso), sempre sconfitta anche da Massimo Gramellini su La7, è da attribuire a lui senza mediazioni.

In fondo, controllo diretto o indiretto, poco cambia perché si fa tutto in famiglia. Qualche giorno fa, Ciannamea, doveva andare in trasferta a Torino e in agenda c’era la riunione per mettere a punto i palinsesti da gennaio in poi. Che si fa? Si sposta la riunione e Coletta e i suoi (ex) vicedirettori aspettano che il responsabile dell’Intrattenimento, mica un fattorino, torni a Roma? Ma no, e che sarà mai, fate, fate pure, poi mi riferite… Morale: se lo spoil system si ferma a metà, i dirigenti delle ere precedenti continuano a favorire i propri clan e a lavorare per ostacolare il successo dei nuovi.

Con l’organizzazione aziendale divisa orizzontalmente in aree come Intrattenimento, Palinsesti, Approfondimenti, Fiction… e senza più i direttori di rete, i veri plenipotenziari sono i capi area. Alla faccia del ridimensionamento e dello spoil system, il dem Coletta sensibile ai diritti Lgbtq, capo dei palinsesti e, attraverso le sue ramificazioni, molto interventista nell’Intrattenimento è, concretamente, l’uomo più influente della Rai chiamata TeleMeloni. Non male come paradosso.

Il secondo consiglio non richiesto alla nuova dirigenza è provare a superare una certa mancanza d’iniziativa. Quando nel 1987 Pippo Baudo e Raffaella Carrà passarono a Mediaset (allora Fininvest), Biagio Agnes si guardò intorno e contrattaccò consegnando ad Adriano Celentano le chiavi del sabato di Rai 1. La tv di Stato divenne la locomotiva del dibattito nazionale e nel giro di un paio di stagioni Raffa e Superpippo fecero dietrofront. Oggi, con le dovute proporzioni, visti gli abbandoni di Fabio Fazio, Bianca Berlinguer e Massimo Gramellini, anche l’amministratore delegato Roberto Sergio e il direttore generale Giampaolo Rossi potrebbero tentare il contropiede. Pino Insegno, Max Giusti e Bianca Guaccero non riempiono il palinsesto. E serve a poco che Bortone faccia la brutta copia di Che tempo che fa. Per contrastare la rivalsa di Fazio ci vorrebbe qualche idea nuova, altrimenti l’effetto collaterale sono le inchieste sempre più forzate di Report. Con tutta la simpatia verso De Girolamo, per lottare nel fango del martedì sera, tra È sempre cartabianca, Dimartedì, Belve e Iene, forse serviva un peso massimo o un giornalista di provata esperienza. Tanto più se si ha memoria del recente flop di Ilaria D’Amico con un format simile di Fremantle. Ora il ritorno di Massimo Giletti avviene nel momento giusto, ma la controprogrammazione non s’improvvisa. Guardarsi intorno, cercare fuori dal recinto, vedere che cosa si muove oltre Viale Mazzini può aiutare. Qualche possibile nome a disposizione: Paolo Bonolis, Piero Chiambretti, Michele Santoro, Peter Gomez, Pietrangelo Buttafuoco, Linus…

La Verità, 26 ottobre 2023