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«Il mio Osho fa ridere anche con il coronavirus»

Se l’autore di satira del momento si definisce «non di sinistra» vuol dire proprio che non si può più stare tranquilli. L’unica certezza era che lo sberleffo e la risata antipotere erano sinistrorsi e proletari. «Invece la sinistra sta con l’establishment, vedi il Pd, e il proletariato sta dall’altra parte», dice Federico Palmaroli, in arte Le frasi di Osho. 47 anni, studi classici e un lavoro diverso da quello che lo ha portato ad avere 300.000 followers su Twitter e un milione su Facebook, collaborazioni con Il Tempo, Porta a Porta e il Corriere della Sera. Ogni post un tizzone, una scintilla che illumina più di tanti pensosi editoriali. Sulla psicosi da coronavirus: «Ormai me lavo le mani pure dopo essermi lavato le mani». Sulle sardine che aprono la stagione di Amici di Maria De Filippi: «Li avrei visti mejo ad Alici». «Signole, Mattalella ’scito», risponde il presidente in persona alla telefonata di Conte, preoccupato per l’aria di crisi.

La satira è solo un hobby?

La vivo ancora come un fenomeno estemporaneo.

Ma di tempo gliene prende molto?

Soprattutto verso sera, quando preparo la vignetta per il quotidiano e mi dedico a Osho. C’è la ricerca delle immagini, poi le battute arrivano fulminee.

Tempi duri con il coronavirus?

Era più facile ridere quando non era un caso nostro. Riguardava i cinesi e chissenefrega. Appena è arrivato in Italia è montata l’onda buonista che decide su cosa si può fare satira e su cosa no.

Poi è calata?

Il moralismo non regge perché sui social tutti cercano un ruolo. All’inizio provano a fare i censori, tipo: non si scherza su queste cose; questa te la potevi risparmiare… Poi tutti cominciano a far battute.

Il bersaglio si è spostato dai politici agli italiani?

C’è un certo appetito di satira, perculare le paranoie funziona. Dopo un po’ la politica può stancare.

Soprattutto se è noiosa.

Prendersi una pausa serve anche a chi la racconta. Per resettare… come con la storia di Meghan e Harry. Anche se la coppia Salvini Di Maio con i loro litigi quotidiani offriva più spunti.

Ridere sulle psicosi è facile?

La caccia all’amuchina e alla mascherina lo era fin troppo. Non era satira sui morti, ma sugli eccessi di panico.

Alessandro Di Battista ha scritto su Facebook che ne muoiono di più colpiti dai fulmini.

Un po’ di ragione ce l’ha, c’è un allarmismo stereotipato. Nessuno ne è davvero immune.

Neanche un autore un po’ cinico?

In effetti, il raffreddore mi ha fatto pensare.

Il governo più naif che combatte l’epidemia più proteiforme del secolo è una buona base di lavoro?

Un governo che sta insieme con la colla, con un premier che cambia tutte le gradazioni, dal gialloverde al giallorosso, magari al giallazzurro, e con un ministro degli Esteri come Di Maio, fa ridere da solo.

Conte rivendica il primato in Europa.

Con i contagi l’ha trovato.

Ha ritratto lui e Giggino pronti a mollare tutto.

Aprire un chiosco di amuchina nel lodigiano poteva essere molto redditizio. E per Di Maio coerente con il passato.

Poi c’è il ministro della Salute Roberto Speranza confortato da chi l’ha preceduto.

«’N te invidio proprio», detto dalla Lorenzin. Con la sua faccia da fanciullo, di fronte a ’sta sciagura Speranza fa tenerezza. Il cognome sembra un contrappasso.

Il soggetto più fertile è Matteo Renzi?

Le sue bizze cominciano ad annoiare, divertono di più le incoerenze di Conte. Il suo fare rassicurante che nasconde altro. Il suo essere pronto ad accordi con chiunque pur di restare incollato allo scranno. Subito dopo, come fonte ci sono le sardine, che purtroppo sono già mezze finite.

Dice?

Dopo aver riempito le piazze quand’era facile hanno infilato una serie di gaffe. Contro il coronavirus intoniamo Bella ciao?

Perché sono in calo?

Hanno dimostrato il vuoto pneumatico. L’umorismo su di loro non fa più scattare i difensori. Quando ho postato «aggiungere Calfort a ogni lavaggio» per la Whirlpool nessuno ha protestato. Qualche giorno fa Santori ha detto che non riusciva a trovare un buco in agenda per incontrare Conte, poi s’è scoperto che stava a prepara’ il passo a due per la sfida di danza ad Amici.

Com’è riuscito a vedere un lato comico in Mattarella?

Con il romanesco si dà un tono terra terra a un personaggio ad alto contenuto istituzionale e si crea il corto circuito. Lo stesso succede con il Papa.

I grillini offrono più spunti di tutti?

Per il loro autodidattismo. I guai di Di Maio con l’inglese e la geografia sono noti. Ora che torna Di Battista ci sarà da lavorare.

Cos’ha visto in Osho, il santone?

Non sapevo neanche chi fosse. Cinque anni fa ho trovato che le sue «perle di saggezza» erano molto condivise su Facebook e mi è scattata l’idea di fargli pronunciare certe massime: «Quando c’hai sete l’acqua è la meglio cosa», oppure: «I pomodori ’n sanno più de niente». Lo declinavo come uno di noi.

Niente politica?

Poca. Il fatto che fosse neutrale gli dava forza. I followers incoraggiavano: «Nun te mischia’ con la politica…». Adesso sono impantanato, ma se non ci fossi entrato, prima o poi sarebbe finito.

Un santone orientale con il cinismo dei romani.

Altro corto circuito. La nostra parlata ha una vena che nessun dialetto ha, manco l’italiano. È quella della comicità cinematografica riconosciuta ovunque.

Con le foto dà il senso del fatto in tempo reale?

Cerco di cogliere l’espressione o la posa e creo la frase che corrisponde. È quello che facevano cinquant’anni fa i fotoromanzi come Grand Hotel.

Il terzo ingrediente è il gergo, le frasi fatte ricontestualizzate.

Le espressioni che sono depositate nel nostro codice linguistico tornano a galla con Osho e fanno scattare l’alert mentale.

È più facile prendere in giro «i migliori»?

È il meccanismo del re nudo. I 5 stelle si sono proposti come paladini anticasta e poi scopriamo che hanno i loro scheletri. Anche se bisogna riconoscere che la politica l’hanno un po’ moralizzata.

Dà soddisfazione sbeffeggiare chi tiene molto alla propria immagine?

Quando puoi infilzare quello che se la tira mostrando com’è in realtà è difficile risparmiarlo. Il picco è sbertucciare chi si pensa superiore.

I soloni del politicamente corretto?

È stato divertentissimo il periodo di Laura Boldrini con il suo linguaggio tassativamente al femminile. Un altro bel momento è stata la campagna contro Harvey Weinstein e le scoperte su Asia Argento. Poi Greta Thunberg, un’intoccabile alla quale facevo dire banalità meteorologiche. Anche se un certo accanimento non mi piaceva.

I social fomentano l’odio?

Hanno creato la guerra civile 2.0. Una volta certi discorsi si facevano al bar o tra amici. La possibilità di scrivere in forma anonima autorizza chiunque a insultare. È un meccanismo che ha creato dei mostri. Aveva ragione Umberto Eco quando disse che il Web aveva dato voce a tanti imbecilli.

Esempi?

La base militante dei 5 stelle non ammette critiche e reagisce sempre in modo scomposto. Il massimo si è avuto quando si sono alleati con il Pd che fino a quel momento era il partito di Bibbiano.

Poi c’è il gioco delle coppie, Massimo D’Alema che svezza Speranza.

Le coppie danno la possibilità di collegare fenomenologie distanti come quella della politica e quella dell’amore.

Salvini e Di Maio.

Salvini che telefonava a Di Maio rivelandogli di essere incinto ha spopolato.

Zingaretti e Renzi che litigano su tutto.

Il Pd è una miniera perché, pur essendo il partito dell’establishment, è anche il partito dei grandi litigi perché sta al governo e all’opposizione allo stesso tempo. Zingaretti non è facile perché dice cose da Miss Italia, la pace nel mondo… basta odio… Sembra una sardina cresciuta.

È più tenero con Giorgia Meloni e Salvini perché sono più veraci?

Salvini è bullizzato ogni giorno come Berlusconi una volta, perciò non mi viene voglia di attaccarlo. Far parlare la Meloni in romanesco sarebbe ridondante. Si può se ci sono in ballo le alleanze, perché per il resto si espone poco e mantiene una linea coerente.

Risparmia i volti noti della tv?

Le cazzate dei conduttori non hanno un’eco così vasta. Se i fatti non sono noti e si devono spiegare la battuta non arriva. A Sanremo Amadeus rincorreva Morgan che voleva andarsene a casa: «Quale casa?».

Mi rivela una sua passione privata?

Mi piace il Futurismo: leggo i saggi, vado alle mostre. Poi tifo Lazio e quindi qualcuno si sente autorizzato a darmi del nazista. In realtà, credo che nessuno si aspettasse una satira divertente che non fosse di sinistra. Ma ora cominciano ad apprezzarmi anche da quelle parti.

 

Panorama, 4 marzo 2020

«I Pm hanno tanto potere Serve ancora Geronimo»

Il cellulare di Paolo Cirino Pomicino squilla con insistenza. «Sono l’ultimo sopravvissuto che parla e mi cercano in tanti», si giustifica. «Ma devo fare i conti con la mia età e le mie energie». Ottantenne, con il cuore e un rene trapiantati e un lungo avvenire dietro le spalle, l’ex ministro del Bilancio dei governi Andreotti, ha ancora le giornate piene: «Partecipo a convegni, seguo la politica e sono presente in alcuni consigli di amministrazione». Lo incontro nel suo ufficio romano, scrivania affollata di carte e giornali.

Quante vite ha, onorevole Pomicino?

«Diverse. Anche perché sono nato il 3 settembre 1939, alle 7 del mattino. Alle 11 la Gran Bretagna dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto».

Nato sotto le bombe.

«Sì, ma fin da subito c’era il segno della Provvidenza. Perché il mio arrivo consentì a mio padre di non essere chiamato al fronte in quanto padre di cinque figli».

Dalla data di nascita e dall’esenzione militare di suo padre ha preso più lo spirito combattivo o quello pacifico?

«Entrambi. In quegli anni bisognava saper scegliere i nascondigli giusti per ripararsi dalle bombe, ma anche saper combattere per sopravvivere e riacquistare la libertà. La famiglia numerosa è stata una grande scuola di tolleranza».

Invece, la scuola vera?

«Ci andai a 5 anni. Ho fatto tutti gli studi dai Fratelli delle scuole cristiane».

Come mai?

«Mia madre era una donna di grande fede. Quando mio fratello Mariano, secondogenito, morì a 33 anni, e le diedi la notizia, rivolgendosi a un quadro della Madonna di Pompei, disse piangendo: “Non ti capisco, ma te lo affido”. Quella testimonianza ci ha accompagnato in tanti altri momenti tragici».

Lei è medico chirurgo, specializzato in neurologia.

«In malattie nervose e mentali, per l’esattezza. Ho fatto dieci anni d’ospedale, diventando assistente ordinario in neurochirurgia e poi aiuto nella divisione di neurologia».

E invece come diventò ministro del Bilancio e della Funzione pubblica con Andreotti e De Mita?

«Arrivai alla Camera nel 1976, ma dopo la prima legislatura nella commissione Sanità, scelsi quella del Bilancio, dove fui presidente per 5 anni, facendo diventare quella commissione leggendaria grazie anche a tutti i suoi autorevoli componenti».

Come si avvicinò ad Andreotti?

«Alle politiche del 1972 Giulio fu capolista a Napoli. E, da giovane consigliere comunale, m’impegnai per la sua elezione. Ebbi modo di conoscerlo e insieme ad altri amici fondammo la corrente andreottiana».

Perché la chiamavano ’o ministro?

«Il copyright è di una rivista scandalistica che agiva nel sottobosco della politica. E che, non avendomi in simpatia, manifestò così il suo disprezzo. Miserie».

Come nacque Geronimo, altro soprannome, stavolta scelto da lei, con il quale firmava commenti e retroscena sui quotidiani?

«Da una telefonata a Vittorio Feltri quando dirigeva l’Indipendente e titolò in prima pagina <Pomicino inguaia Napolitano>. Telefonai per contestarlo e Feltri prese atto. Quando lo invitai a chiamarmi se avesse avuto bisogno di un articolo, mi disse: “Lo scriva oggi”».

Geronimo?

«Era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste. Ed anch’io continuo a non arrendermi».

Ai magistrati?

«Non solo a loro e alle loro truppe mediatiche».

Non godeva di buona stampa?

«Prima del 1992 sì, tanto che nel 1991 ebbi una visita di Carlo De Benedetti, con il quale c’era un rapporto di stima reciproca, che mi spiegò il disegno politico al quale stava lavorando».

Un governo nel quale lei avrebbe dovuto essere ministro.

«Sì, in un sistema politico diverso da quello vigente. Risposi scherzosamente dicendo che, a nostra volta, io e Andreotti stavamo pensando a un grande disegno industriale e volevamo lui come nostro imprenditore. Fu il primo segnale dello scontro tra finanza e politica».

Dopo quel rifiuto cambiò l’atteggiamento dei giornali del gruppo Espresso?

«Già mi erano contro, ma poi divennero feroci».

Altre vite: il trapianto di cuore nel 2007.

«E quello di rene nel 2019… Il trapianto di cuore fu preceduto da due interventi di by pass, a Houston nel 1985 e a Londra nel 1997. Nel 2006, l’anno prima del trapianto ero stato rieletto deputato con la nuova Dc di Gianfranco Rotondi ma, contro il mio parere, eravamo confluiti nel Pdl. Parte di quella breve legislatura la feci in ospedale. Poi Silvio Berlusconi decise di non candidarmi, facendomi un piacere».

Perché?

«Potei iniziare una nuova vita».

Infatti nel 2014 si è sposato con Lucia Marotta, di 27 anni più giovane.

«Dal 2000 ero separato. Ho incontrato una donna intelligente e generosa con la quale dopo diversi anni mi sono sposato civilmente».

Perché ha intitolato il suo libro sulla seconda repubblica La Repubblica delle giovani marmotte?

«È un’immagine per descrivere la nuova situazione politica dopo Mani pulite. Diventammo improvvisamente un Paese privo di ogni cultura politica. Siamo l’unico Paese europeo, infatti, a non avere un partito liberale, socialista, verde o democratico cristiano. La responsabilità fu del vecchio Pci che, alimentando l’opzione giudiziaria per sconfiggere i partiti del vero centrosinistra, lavorò per cancellare la cultura politica di tutti avendo perduto la propria».

Mani pulite è una conseguenza del crollo del Muro di Berlino.

«Sotto le sue macerie non è rimasto solo il partito comunista ma, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, anche i partiti che avevano vinto la battaglia della storia. Mani pulite fu voluta dalla borghesia azionista guidata da De Benedetti. Il quale pensava di essere la nuova testa del futuro governo del Paese, che avrebbe sommato l’élite finanziaria e industriale del salotto buono del capitalismo italiano al Pci di Achille Occhetto e Luciano Violante, ancora in possesso di una forte organizzazione territoriale».

Sui giornali e nelle ricostruzioni storiche si è parlato poco di questo disegno.

«Nel 1992, quando il centrosinistra raccolse il 55% dei consensi, doveva iniziare una legislatura a guida socialista con un presidente della Repubblica democristiano. Un assetto politico non gradito all’intelligence americana e a quell’area composta dal Pci e dalla borghesia azionista che sognava di fare grandi affari con la vendita, o meglio la svendita, del 25% dell’economia italiana in mano pubblica a finanziarie internazionali. Basta leggere le memorie di Giuseppe Guarino per rendersene conto».

Una svendita che poi è realmente avvenuta.

«Oggi si è completata. Ma invece di risanare i conti pubblici, il debito si è triplicato, passando, a moneta corrente, da 839 miliardi di euro del 1991 a 2400 miliardi attuali, con un pesante impoverimento del ceto medio. I famosi esponenti del salotto buono del capitalismo italiano sono andati all’estero o hanno venduto agli stranieri, o sono falliti. E il Paese è rimasto senza politica, senza economia e con una ricchezza elitaria».

La nascita dei populismi è la reazione a questa situazione?

«Non c’è dubbio. Il populismo l’abbiamo conosciuto anche nel 1948 con Guglielmo Giannini, ma allora i grandi partiti lo inglobarono subito. Oggi, invece, quel vuoto della politica e delle sue culture ha reso l’Italia un Paese di consumatori e di produttori per conto terzi. Questo vuoto è stato riempito prima dal populismo rabbioso guidato da Beppe Grillo, poi da quello leghista, più organizzato e dotato di una certa identità politica».

Quali errori ha commesso in questi anni Matteo Salvini?

«Il primo è stato aver fatto un’intesa con i 5 stelle che sono la vera grande anomalia del Paese. Abbiamo affidato ruoli di responsabilità pubblica a personaggi inadeguati di cui Danilo Toninelli è stato il simbolo. L’unico fatto positivo è stato che Salvini ha ridotto alla metà il consenso dei 5 stelle».

Nessun altro errore?

«Un altro è quello di insistere sul cosiddetto sovranismo. Una cosa è riformare l’Unione europea di oggi, un’altra è vagheggiare una autarchia nel pieno della globalizzazione. Anche Trump e Putin vorrebbero sgretolare l’Unione europea per fare sul Vecchio continente una nuova Yalta».

Salvini è uno dei pochi politici che quando commette errori come in questi giorni lo ammette?

«Credo di sì ed è un’ottima scelta di marketing politico».

Di Matteo Renzi scrive che è uno scout scelto da «terribili forze che lo hanno sempre sostenuto». Chi sono queste forze?

«Ambienti finanziari nazionali e internazionali che desiderano stabilità politica. Renzi rappresentava questa speranza, ma è stato purtroppo divorato dal personalismo, ritenendo di poter colloquiare con il popolo eliminando i cosiddetti corpi intermedi. Un errore di gioventù. Ha dimenticato che un grande leader è quello che convince non quello che ordina».

Che cosa significa il fatto che in soli tre anni il Pd di Renzi e il M5s hanno visto drasticamente ridimensionati i loro consensi?

«Che non sanno rispondere alla domanda che qualunque elettore alla fine fa ai partiti: prima di dirci cosa volete spiegateci chi siete».

Un difetto di identità?

«Esatto».

Un rischio che corre anche la Lega di Salvini?

«Non a caso Giancarlo Giorgetti, di formazione democristiana, ha suggerito di mettere la foto di Renzi sulla scrivania. La Dc e il Pci e il Psi sono durati quarant’anni perché avevano un’identità e i loro elettori un senso di appartenenza».

Dopo le dimissioni di Luigi Di Maio quanto durerà il M5s?

«Sarà sempre più insignificante e prima o poi divorato dal Pd e dalla Lega».

Con la globalizzazione tramontano i partiti e prevalgono i poteri forti?

«Non per la globalizzazione, che è un processo inarrestabile, ma per la finanziarizzazione dell’economia che è la vera peste del terzo millennio. Inoltre, la finanza controlla l’80% dell’informazione dando vita così a un intreccio di potere fortissimo».

Lei nota che per quasi trent’anni il ministro dell’Economia è stato un tecnico. La scelta di Roberto Gualtieri deve rincuorarci?

«Credo proprio di sì, ma deve ancora prendere confidenza con la finanza pubblica e con un’economia stagnante».

Nei giorni scorsi si è tornato a parlare del tesoro di Bettino Craxi, ma non si parla mai del tesoro immobiliare di Antonio Di Pietro.

«Sono i grandi silenzi di quella stampa che applaudiva alla distruzione del sistema politico che aveva fatto dell’Italia la quinta potenza industriale».

Di recente Di Pietro ha detto che non puntava contro Craxi, ma sull’ambiente malavitoso che girava attorno ad Andreotti.

«Le balle di Di Pietro non si contano più. Giovanni Falcone, eroe dell’antimafia, fu direttore degli Affari penali nel governo Andreotti e un giorno, come ho testimoniato al processo di Palermo, mentre ero in attesa nell’ufficio di Andreotti, ne vidi uscire Falcone e Salvo Lima insieme. Se tanto mi dà tanto, allora anche Falcone sarebbe stato amico degli amici».

Con i 5 stelle al governo cresce il potere della magistratura?

«Cresce il potere dei pubblici ministeri, che è una cosa diversa, perché essi sono gli unici italiani non punibili nell’esercizio del proprio ufficio».

Manette agli evasori e abolizione della prescrizione.

«Tutti poteri dei pm che nella maggior parte dei casi soggiogano i giudici delle udienze preliminari, ma per fortuna non i collegi giudicanti. Infatti, circa il 40% dei processi si conclude con l’assoluzione. L’ideologo di queste leggi è Piercamillo Davigo».

Il 40% dei processi si conclude con l’assoluzione, ma spesso non lo si viene a sapere, com’è accaduto nel caso dell’ex ministro Calogero Mannino.

«È una vicenda scandalosa. Mannino è stato assolto dopo vent’anni di sofferenze e oltre due anni di carcere preventivo. Tutto, nel silenzio complice di gran parte del mondo dell’informazione».

Qual è il suo giudizio sul governo attuale?

«Vuole che spari sulla Croce rossa? Certi video spiegano meglio di tante parole. Quello che mostra il tentativo del premier di mettersi in prima fila nella foto opportunity a Berlino suscita tenerezza per Conte e preoccupazione per l’Italia».

Come andranno le elezioni in Emilia Romagna?

«Vincerà Stefano Bonaccini e la Lega sarà il primo partito. A meno di sorprese sempre possibili».

Non trova che le sardine siano piuttosto esangui?

«Le sardine rappresentano il bisogno di avere una politica all’altezza di un Paese moderno e con un linguaggio civile».

Non è l’antisalvinismo la loro prima istanza?

«Sono partite così, ma sottotraccia la richiesta è rivolta anche ai 5 stelle e ad un Pd sempre più smarrito e spesso preda, come a Napoli, di ex magistrati che ritenevano la Dc napoletana collusa con la camorra. I giudici li hanno sbugiardati, ma il Pd li ha premiati».

 

La Verità, 26 gennaio 2020

«Salvini? Un bomber che viene tenuto in panchina»

Il primo preambolo dell’intervista a Bruno Vespa è composto da un paio di domande che lui rivolge a me e quando gli accenno alla rubrica degli Irregolari, «anche se», celio, «è difficile presentare Bruno Vespa come un irregolare», mi replica: «Eppure io sono un grande irregolare, unico giornalista moderato lungamente sopravvissuto in Rai». Questione risolta.

Il secondo preambolo riguarda il tassista che mi accompagna all’appuntamento. Quando vede Perché l’Italia diventò fascista (e perché il fascismo non può tornare) (Rai Libri e Mondadori) mi dice: «Lei ha un bel libro…». E, dopo una pausa, «mi piace questa qui», indicando l’aquila romana che campeggia in copertina.

Perché questo libro?

«Sono da sempre un appassionato studioso del fascismo. Credo sia giusto chiedersi perché l’Italia si è consegnata a un regime come quello. È drammaticamente affascinante. Non il libro, ma quello che racconta: quando vedi che la crema dell’antifascismo ha invocato Benito Mussolini, qualche domanda è giusto farsela».

E la risposta è?

«La democrazia ha una vocazione al suicidio di cui non si rende conto. Quello che è successo dopo la Prima guerra mondiale ha dell’incredibile».

Parecchi autogol in serie.

«Bisognava capire che portare i soviet in Italia era una follia. E che era un grave errore mortificare i reduci già responsabilizzati da ruoli importanti mettendoli ai margini. Lo squadrismo fascista nacque anche da queste frustrazioni e dalla volontà degli agrari di proteggersi dalle prepotenze delle leghe rosse. Gli squadristi hanno fatto da brigante a brigante e mezzo e sappiamo com’è finita. Non cominciavano quasi mai per primi, ma le loro rappresaglie erano terribili».

Perché non c’è pericolo che torni il fascismo?

«Perché gli anticorpi sono molto forti. Però dobbiamo stare attenti che il desiderio di ordine e stabilità crescente non porti ad anestetizzare certi valori fondamentali. Quello che sta succedendo per esempio in alcuni Paesi dell’Est deve farci riflettere. I critici dei sistemi ungherese e polacco segnalano che l’ordine e il benessere conquistati hanno finito per autorizzare un lenimento di certe libertà democratiche».

I dati economici di quei Paesi posso avere una certa presa.

«Eccome. Ma questo in Italia non può accadere. A Matteo Salvini scappò quella frase sui pieni poteri che Mussolini pronunciò perché senza “non si farebbe una lira” e che ho messo in esergo al libro».

Ci credono davvero Franceschini e gli opinionisti di Repubblica quando paventano il ritorno del fascismo con Salvini?

«Fino in fondo no, anche perché tutti gli altri, da Nicola Zingaretti a Luigi Di Maio a Matteo Renzi, non ci credono. Insieme temono che un Parlamento salviniano possa portare a un presidente della Repubblica eletto per la prima volta da uno schieramento di centrodestra. Non è mai accaduto nonostante Silvio Berlusconi abbia governato per nove anni».

Il razzismo negli stadi, le cene con i fregi e i busti del Ventennio, le manifestazioni col saluto romano possono alimentare ombre sul futuro?

«Sono fatti gravi, ma marginali, e più se ne parla più si fa il gioco di queste realtà minuscole. Alle elezioni Forza nuova e Casapound raggiungono lo zero virgola. Per assolvere ai compiti della par condicio li devo invitare in trasmissione, ma la visibilità che così ottengono è enormemente superiore ai voti che prendono».

Se non ci sono reali pericoli di derive a cosa serve agitarne lo spauracchio?

«Non vedo elementi che giustifichino questi timori. Ciò che avviene in Germania, in Italia non sarebbe accettato. È vero, il malessere dei tedeschi orientali è qualcosa di molto serio. Penso siano pazzi a rimpiangere il muro visti i progressi che ha fatto il Paese nel suo complesso. Ma non essendo contenti, ottengono risultati elettorali importanti. Venendo all’Italia, credo che in tempi medi Salvini si staccherà sia da Marie Le Pen sia da Afd (la formazione di estrema destra Alternativa per la Germania ndr). Perché, se è certo che la Le Pen non è come il padre e che Afd ha dei settori che somigliano alla Csu bavarese, è altrettanto certo che, se Salvini vuol rientrare nei giochi europei deve avere altre alleanze. Giancarlo Giorgetti sta lavorando a questo. Un leader che ambisce a diventare premier non può avere quelle parentele europee».

La sinistra agita il pericolo del fascismo perché è a corto di argomenti?

«La storia insegna che tutti i sistemi in difficoltà o dichiarano una guerra o richiamano alle armi contro l’invasore. In democrazia l’invasore e Salvini. Se ci fosse un governo stabile, con un programma preciso e condiviso, tutto andrebbe in un altro modo. Il problema e che il M5s è dichiaratamente e orgogliosamente diverso sia dalla Lega che dal Pd».

È giustificata la creazione di una commissione speciale contro l’antisemitismo, il razzismo e l’odio?

«Sono un profondo ammiratore di Liliana Segre. L’ho incontrata a casa sua a Milano, l’ho intervistata per un mio documentario sul 1948. Solo per pudore non le ho chiesto di mostrarmi il braccio dove ha impresso il numero di matricola di Auschwitz. Liliana Segre ha dato prova della sua statura aprendo la porta della sua casa e dichiarandosi pronta a incontrare Salvini. Credo ci siano gli elementi perché le regole di quella commissione vengano scritte in modo da non prestarsi a equivoci».

Odio e razzismo sono monodirezionali? Si tace sul divieto di parlare a Fausto Biloslavo nella facoltà di sociologia di Trento e si dimenticano presto le liste di proscrizione di Gad Lerner. Parliamo di censori istruiti, non di anonimi haters.

«Quando alcuni anni fa bruciarono un mio libro a Genova nessuno si prese la briga di stigmatizzare quei comportamenti. Silenzio anche quando un odiatore di professione m’impedì di presentarlo urlando e spaventando il pubblico, fino a metterlo in fuga. Auspico che si concretizzi la ventilata iniziativa comune contro l’antisemitismo di Giorgia Meloni e Riccardo Pacifici, storica figura della comunità ebraica romana. Sarebbe un aiuto a mantenere la commissione entro confini non equivoci».

Quanto gli attacchi di Roberto Saviano, Lerner e Lilli Gruber giovano a Salvini?

«Molto».

Il peggior autogol di Salvini è stata la richiesta di pieni poteri o il Papeete prolungato?

«Nonostante Salvini l’abbia chiarita, la frase sui pieni poteri andava precisata meglio. Dopodiché questo Paese ha bisogno di un governo che governi davvero, altrimenti non si va da nessuna parte. Mi spingo a dire un governo di qualunque colore, purché sia operativo e non costretto a mediazioni paralizzanti».

L’errore del Papeete?

«Quando 45 anni fa, il giorno di Ferragosto, intervistai il ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani durante una breve passeggiata su Via Nazionale, la deroga al protocollo fu considerata un evento. Il Papeete l’avrei limitato a piccole dosi».

Salvini è come certi calciatori promettenti che hanno ampio margine di miglioramento?

«Salvini è un goleador, quello che segna di più. Tant’è vero che si vuole evitare di fargli giocare la partita decisiva delle elezioni».

Dovrebbe darsi un profilo più istituzionale e accettabile da qualcuno dei poteri forti?

«Credo che questo periodo di opposizione lo aiuterà a migliorare il proprio profilo istituzionale in Italia e in Europa. Non a caso sta già cambiando linguaggio. La leadership dev’essere convincente, ma non gridata».

Che idea si è fatto dell’apertura al dialogo del cardinal Ruini nei suoi confronti?

«So che la mattina in cui è uscita l’intervista al Corriere della Sera a molta gente nei Sacri palazzi è venuto un colpo. Credo che la Chiesa debba dialogare. Così ha fatto con San Giovanni Paolo II che ha risolto la questione ebraica e si è aperto all’islam… I papi vanno nelle moschee e i cardinali non possono parlare con Salvini? Lo troverei singolare, considerando che nell’elettorato della Lega c’è qualche milione di cattolici».

Perché gli ambienti che si richiamano alla sinistra Dc demonizzano la Lega più della sinistra tradizionale?

«Succedeva anche con Berlusconi. Ricordo che una volta, quando lo seguii per Panorama durante la campagna elettorale del 1996, D’Alema mi disse: “Spiegami perché uno come te non può votare per noi”. Non feci in tempo a rispondere: “La sinistra democristiana? Ma io quelli li ammazzo”. Fece tutto lui, io non dissi una parola. Per onestà devo riconoscere che oggi la sinistra Dc è molto meno settaria di allora».

Se il Pd perde anche in Emilia Romagna che cosa accadrà?

«Non riesco a spingermi così avanti. Mancano quasi tre mesi che oggi, in Italia, sono quasi trent’anni».

Posto che Franceschini e Mattarella hanno ribadito che dopo il Conte bis c’è solo il voto, Renzi abbaierà senza mordere?

«Per Renzi è troppo presto per votare. Ha spinto per questo governo apposta, è all’inizio del guado».

Berlusconi è fuori dai giochi?

«Ho assistito a troppi funerali di Berlusconi per credere alla sua morte. Quando è uscita l’anticipazione del libro sulla creazione di Altra Italia, nel suo partito è scoppiato il putiferio perché in tanti temono la mossa del cavallo. Continuerei a non sottovalutarlo, anche Salvini, saggiamente, ha smesso di farlo».

Concorda con lo scenario delineato dal sociologo Luca Ricolfi di 1 più 4: la Lega oltre il 30% e altri 4 partiti, Pd, 5 stelle, Italia viva e Fratelli d’Italia tra il 10 e il 20?

«Il grande sinologo Edgar Snow diceva: “Più conosco la Cina e meno la capisco”. Più conosco la politica meno mi azzardo a fare previsioni numeriche. Sono un grande estimatore di Ricolfi, l’ultimo suo libro è illuminante. Ma un anno fa non c’era una persona che potesse prevedere che i rapporti di forza tra Lega e 5 stelle si sarebbero capovolti: dal 17 e 32 delle politiche al 34 a 17 delle europee».

Parlando di previsioni, che cosa le fa dire che dopo le prossime elezioni la coalizione degli italiani, nuovo nome del centrodestra, farà il governo con Renzi?

«È un paradosso non una previsione. La cosa divertente è che nel Pd hanno il sacro terrore che possa davvero avverarsi».

 

La Verità, 10 novembre 2019

 

«Con più coesione, arriviamo a fine mandato»

Il premier Giuseppe Conte ha appena terminato una riunione di quattro ore sulla spinosa vicenda dell’ex Ilva con i vertici di ArcelorMittal, il proprietario Lakshmi Mittal e il figlio Aditya Mittal, e una delegazione di ministri (il responsabile dell’Economia Roberto Gualtieri, quello dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli, la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo, quella dell’Agricoltura Teresa Bellanova e il titolare della Salute Roberto Speranza) e tra un’ora presiederà il Consiglio dei ministri sulla stessa materia. In mezzo, per mantenere una promessa, concede un’intervista esclusiva alla Verità. Un’ora abbondante di botta e risposta, nel corso della quale si è permesso anche qualche digressione: «Ma lei pensava di trovare un premier stressato?».

Presidente, la prendo alla larga per decantare la tensione della giornata. Guardando questi 18 mesi, com’è accaduto che da avvocato sconosciuto ai più sia divenuto il politico più importante d’Italia?

«Mi lusinga. La politica ha ritenuto di coinvolgere un professionista e un accademico che oggi si ritrova in una posizione di responsabilità e che cerca di perseguire il bene comune, portando un angolo visuale diverso grazie alle competenze acquisite al di fuori della politica».

Ogni giorno una mina da disinnescare: quanto dura il suo governo?

«Confido il necessario per attuare il programma riformatore annunciato ai cittadini italiani».

In termini di tempo?

«Fino alla fine della legislatura».

Che margini ci sono per far rientrare questa crisi che mette a rischio 15.000 lavoratori e l’1,4% del Pil?

«La situazione si prospetta molto complessa e la sfida molto difficile, ma il governo farà tutto quanto possibile per preservare gli investimenti produttivi e i livelli di occupazione raggiunti».

Che cosa dirà al presidente Sergio Mattarella che attende una sua comunicazione in proposito?

«Gli riferirò come si è svolto l’incontro e la determinazione del governo a fare tutto quanto è nelle sue competenze per salvaguardare un asset strategico nazionale».

La vicenda dell’ex Ilva va ascritta a superficialità nella valutazione della reazione di ArcelorMittal o a difficoltà nella ricerca di una politica di sviluppo sostenibile?

«Dall’incontro di oggi ho tratto la convinzione che si tratti di una questione puramente industriale».

Già a giugno lei si pronunciò per la cancellazione dell’immunità penale per gli amministratori di ArcelorMittal che aveva consentito l’accordo.

«Non e consentito sul piano giuridico pensare di svolgere attività economico-industriali giovandosi di uno stato d’immunità penale. Detto questo, è corretto fare tutte le valutazioni del caso relative alla particolare situazione dell’ex Ilva. Ma non cadiamo nel provincialismo di pensare che uno Stato di diritto possa garantire l’immunità penale perché altrimenti non si può condurre un’efficace attività industriale. Sarebbe una promessa non accettabile».

Però era stata fatta.

«Il governo è pronto a fare la sua parte. Ma da quanto rivelato dalla proprietà, non è stata l’immunità penale la causa determinante la decisione di recedere dal contratto di ArcelorMittal».

Fa titolo parlare di green economy, ma poi nel concreto nascono molti grattacapi?

«Non è facile riorientare il sistema produttivo verso la green economy accelerando i tempi della transizione energetica e verso un’economia circolare. Non può esser fatto dall’oggi al domani; il sistema produttivo ha bisogno di tempo per essere riorientato in modo che non si perdano opportunità occupazionali. Detto questo, una politica responsabile deve, oggi, subito, attraverso misure incentivanti e disincentivanti, indirizzare il sistema industriale in una direzione ecosostenibile. Altrimenti la sensibilità ambientale rimane una pura dichiarazione di principio».

Non dev’essere semplice visto che in tutte le emergenze industriali e ambientali come la ex Ilva, la Tav, le concessioni autostradali, Pd e M5s sono su fronti opposti.

«Sull’ex Ilva non mi sembra ci sia grande diversità di posizioni. Oggi c’erano vari ministri alla riunione con la proprietà e non ho notato differenti sensibilità. Siamo tutti convintamente orientati a preservare l’occupazione, la stabilità industriale e a perseguire un corretto piano ambientale. Se lei si riferisce a una differente valutazione emersa in seno ai gruppi parlamentari sullo scudo penale, va considerato che stiamo parlando di una questione giuridicamente opinabile».

E su Autostrade e Tav cosa dice?

«Potranno esserci diverse valutazioni, ma non vedo all’orizzonte divisioni sul piano industriale. Anzi, questo governo nasce sulla base di un programma molto caratterizzato, che mira a perseguire una svolta verde e a realizzare un’Italia più digitalizzata ed efficace nelle sue infrastrutture».

Dall’Ilva all’Iva: l’omega e l’alfa del governo in una consonante?

«Sull’Iva abbiamo ottenuto un grande successo, tagliando le tasse».

Quella tassa.

«23 miliardi. Lo scriva: quella tassa avrebbe avuto un effetto regressivo sui consumi. Il nostro è l’intervento sulle tasse più cospicuo fatto in Italia negli ultimi anni».

Non c’è l’aumento dell’Iva, ma una miriade di microtasse che penalizzano famiglie e imprese, come la plastic tax, la tassa sulle auto aziendali, la tassa sulle cartine delle sigarette…

«Lo contesto. Non è vero che questa manovra contiene una miriade di tasse. Abbiamo tagliato per 26 miliardi: i 23 dell’Iva più i 3 del cuneo fiscale. A fronte di questi tagli c’è una modesta tassazione su alcuni specifici settori del credito. Trattasi per lo più di tasse di scopo, in linea con il programma di governo per un’Italia più verde e moderna. Stiamo lavorando per rivedere le posizioni sulle auto aziendali e sulla plastica. A questo fine, dopo aver completato un supplemento di riflessione, incontreremo tutti gli stakeholders di questi due settori per operare una valutazione finale. Non vogliamo penalizzare nessuno e vogliamo che queste limitate misure siano pienamente sostenibili».

Come sta andando il tentativo di eliminare le commissioni bancarie per l’uso delle carte di credito e dei bancomat?

«Stiamo coinvolgendo il circuito creditizio tradizionale, le banche, e quello alternativo, le Poste e altri intermediari finanziari, in questo progetto. Quando il nuovo piano partirà, nel secondo semestre del 2020, i cittadini e i commercianti avranno la sorpresa di poter utilizzare il contante senza nessuna penalizzazione e la moneta elettronica senza pagare commissioni o pagandone di molto modeste».

Su alcuni provvedimenti della legge di Bilancio Matteo Renzi ha promesso battaglia: teme che possa essere stravolta in Parlamento?

«Non ho questo timore perché abbiamo avuto tante riunioni alle quali tutte le forze del governo hanno preso parte attiva dando il loro contributo per definire l’attuale volto della manovra economica.

Salvo intese.

«L’intesa è stata raggiunta. In Consiglio dei ministri avremo ulteriori vertici per eliminare eventuali riserve».

L’irrequietezza di Renzi toglie disinvoltura al governo?

«Il governo non è e non sarà mai disinvolto. Nessuna iniziativa di leader o di singoli esponenti potrà compromettere il senso di responsabilità e la forte determinazione nell’azione di governo».

Quindi lei è sereno?

«Io sono determinato a operare per il bene del Paese e a farlo con tutte le energie fisiche e psichiche sino all’ultimo giorno in cui sarò a Palazzo Chigi».

Sperava che la nuova coalizione sarebbe stata meno litigiosa della precedente e che si dovesse fare minor ricorso alle sue doti di mediazione?

«Dobbiamo sicuramente affinare lo spirito di squadra e per questo chiederò uno sforzo aggiuntivo a tutti i componenti della coalizione governativa. Non è accettabile che i risultati che stiamo conseguendo possano essere offuscati da singoli smarcamenti o specifiche rivendicazioni».

A quali risultati si riferisce?

«Ai 23 miliardi di taglio dell’Iva. È un grande successo perché l’aumento sarebbe stato regressivo e avrebbe prodotto una reazione a catena sui consumi e sul senso di sfiducia della popolazione».

Il carcere per i grandi evasori è una resa dello Stato, incapace di controlli risolutivi?

«Il carcere è solo una delle misure per rendere più efficace il contrasto all’evasione. Confidiamo anche su altre misure che potranno contribuire a porre le basi per un’alleanza tra lo Stato e tutti i contribuenti. Dobbiamo pagare tutti per pagare meno. L’unico modo efficace e sostenibile per pagare tutti meno è far emergere l’economia sommersa. Qualsiasi altra ricetta è poco credibile. In questa situazione, abbassare le tasse in modo sostanzioso, come ci riproponiamo di fare, senza recuperare i miliardi dell’evasione, significherebbe far saltare i conti pubblici, portare a un procedimento di infrazione il Paese e al collasso economico l’intero sistema».

Quanto la indeboliscono i casi di conflitto d’interessi che periodicamente affiorano, ultimo quello del parere sull’affare Retelit rilasciato al finanziere Raffaele Mincione pochi giorni prima di diventare premier del governo che si comportò come suggerito dal suo parere?

«Se avete avuto la bontà di seguire i chiarimenti forniti l’altro ieri alla Camera potrete convenire che non c’è stato conflitto d’interessi. Tutte le decisioni e le valutazioni sul punto sono state affidate al vicepremier Matteo Salvini che ha presieduto il Consiglio dei ministri in mia vece. Lo chieda a Salvini quale indirizzo aveva il Cdm».

Mi riferivo al fatto che aveva detto che quando ha redatto il parere pro veritate non immaginava di diventare premier. La sera prima di firmarlo ha incontrato Salvini e Di Maio in un hotel di Milano, non credo per parlare di calcio.

«E secondo lei una consulenza si redige in una notte? Io facevo l’avvocato, mi è stato chiesto un parere, non ho neanche incontrato la persona che me l’ha chiesto. Era un parere di natura esclusivamente formale. Infine, al Consiglio dei ministri non ero presente. Mi spiace che continuiate ad attaccarmi senza documentarvi a sufficienza. Io sono per la libertà di espressione, ho detto che fin quando sarò presidente del Consiglio non querelerò nessuno per diffamazione, perché sarebbe antipatico oltre che asimmetrico. Però potrò farlo come Giuseppe Conte, da semplice cittadino».

Mi spiace, sa di minaccia.

«È solo un invito a lavorare con senso di responsabilità».

Avete ammortizzato la scossa del voto in Umbria, quella dell’Emilia Romagna potrà essere più forte?

«Aspettiamo prima di valutare i risultati».

Parteciperà alla campagna elettorale o basta foto di gruppo?

«Non ho partecipato nemmeno in Umbria. Non sono nelle condizioni di fare campagne elettorali, dato l’assorbente impegno governativo. Se avessi il tempo, mi piacerebbe farle casa per casa, parlando con le persone e guardandole negli occhi».

Quanto potrà pesare lo scandalo di Bibbiano nel voto in Emilia?

«C’è un’inchiesta giudiziaria in corso. Stanno facendo tutte le verifiche del caso e valuteremo gli esiti che ne conseguiranno».

Dopo l’Emilia e la Calabria ci saranno la Puglia, il Veneto… Quella del suo governo rischia di essere una lenta agonia?

«Lei sta parlando di competizioni elettorali territoriali non di un voto dato al governo. In ogni caso valuteremo complessivamente i risultati, sono competizioni che potranno consentirci sicuramente di misurare lo stato di salute dei singoli partiti che compongono la maggioranza».

Perché in entrambi i suoi governi ha voluto mantenere la delega sui servizi segreti?

«Né prima né adesso è stata mai posta in discussione la delega sui servizi segreti. Evidentemente le forze politiche che hanno sostenuto il precedente esecutivo e che ora stanno sostenendo l’attuale mi hanno riconosciuto una funzione di garanzia nell’esplicare il delicato compito di sovrintendere al comparto di intelligence».

Come si spiega il misterioso apprezzamento del presidente americano per un politico che stava dando vita al governo più a sinistra dell’Occidente?

«Il più a sinistra? E il Portogallo? E la Spagna?».

Tra i più a sinistra: Pd, Leu, M5s.

«I 5 stelle non sono di sinistra. E poi c’è anche Italia viva». (ride)

Allora non c’era. Quali meriti aveva acquisito agli occhi di Trump?

«Sin dal G7 del Canada è scattata una simpatia personale con il presidente Trump e questa amicizia e questo rapporto personale si sono sempre mantenuti nel tempo, nel corso dei vari incontri internazionali».

Come spiega il fatto che dopo la sua audizione al Copasir nella quale ha detto di aver chiarito tutto il presidente Trump ha deciso di aprire un’inchiesta penale sul ruolo di Mifsud e dei servizi italiani nel tentativo di screditare la sua stessa elezione?

«Non mi risulta che l’inchiesta aperta riguardi i servizi italiani. In ogni caso non vedo nessun collegamento tra la vicenda interna della mia audizione al Copasir e quella tutta americana di aprire un’inchiesta giudiziaria relativa a disturbi recati all’elezione di Trump».

I suoi rapporti con Salvini sono irrecuperabili? I toni dei vostri scambi autorizzano a pensare che ci sia qualcosa di personale tra voi.

«Con Salvini io non ho nulla di personale. Le poche volte che ho parlato di lui l’ho fatto sollevando questioni politiche o istituzionali di una certa rilevanza. Vedo che lui invece si diletta ad attaccarmi sul piano personale anche più volte a giorno. Ma le polemiche personali non mi appassionano. Sono concentrato a rilanciare il “sistema-Italia”».

Il fatto di non essere espressione di un partito non le fa a volte avvertire un carico eccessivo sulle spalle?

«Sulle spalle avverto già forte la responsabilità di guidare un grande Paese, un membro del G7, come l’Italia. La questione non è tanto essere espressione o meno di un partito, ma progettare la modernizzazione del Paese lavorando con spirito costruttivo insieme alle varie forze politiche che sostengono la maggioranza».

Alcuni osservatori la danno più vicino al Pd che ai 5 stelle, cosa c’è di vero? E cosa c’è di vero nell’ipotesi che in un prossimo futuro potrebbe contendere a Di Maio la leadership del M5s?

«Sono vicino in eguale misura a tutti i partiti che hanno deciso di condividere questo progetto di governo per il Paese. È fisiologico che, rispetto alle singole riforme, possa essere accostato ora all’una ora all’altra forza politica. La verità è che per me non esistono misure di questo o quel partito, ma buone o cattive misure. Quanto al mio futuro, ormai costantemente i retroscenisti si divertono nell’attribuirmi vari percorsi politici. Ma l’unico futuro a cui penso è quello dei nostri giovani, delle famiglie, dei lavoratori, delle nostre imprese».

Disse che terminata l’esperienza del governo gialloblù sarebbe tornato alla sua professione. Che cosa le ha fatto cambiare idea?

«Gli stessi principi che hanno ispirato la mia prima esperienza di governo, la consapevolezza di voler operare sempre nell’interesse degli italiani, senza escludere nessuno. Ed è ancora così. Abbiamo una grande opportunità davanti a noi».

Si considera un politico affidabile? Non si è mai sentito in imbarazzo durante la copernicana transizione di mezza estate?

«La mia affidabilità va valutata sulla base dei principi costituzionali a cui ispiro la mia azione, non sulla base della fedeltà alla volontà di un singolo leader o di una singola forza politica, che mai ho dichiarato. Lo scorso agosto il Paese ha affrontato una delle più acute crisi politiche della sua storia. Ho accettato di presiedere il nuovo esecutivo per senso di responsabilità: andare alle elezioni avrebbe comportato una grave crisi economica, con possibile incremento generalizzato dell’Iva, esercizio finanziario provvisorio, rischio concreto di portare il Paese in procedura di infrazione. Data questa premessa, nel corso della formazione del governo, è emerso un disegno programmatico ben definito che può contribuire a modernizzare il Paese, riducendo la burocrazia, a migliorare le infrastrutture materiali e immateriali, indirizzandolo verso la transizione energetica e l’economi circolare».

Che cos’è il nuovo umanesimo a cui si ispira e dove ne vede le tracce nella marcia della sua coalizione?

«L’orizzonte ideale per un intero Paese. Un sistema di valori in cui agiscono principi condivisi e non negoziabili: il primato della persona, il lavoro inteso nella sua centrale dimensione sociale, ma anche l’uguaglianza, il rispetto e il senso delle Istituzioni, la preminenza della laicità. Non l’ho mai inteso come uno slogan politico ma come un patrimonio collettivo a cui l’intera comunità nazionale deve contribuire».

Diciotto mesi fa si presentò come «avvocato del popolo», oggi come riformulerebbe questa definizione?

«Al di là delle formule o delle etichette, posso dire che in tutti questi mesi alla guida del Paese per me nulla è cambiato. Lavorare per il bene comune, in maniera trasparente, facendo prevalere lo spirito di squadra a meri personalismi e calcoli individuali: è su queste basi che ancora oggi poggia la mia azione da massima autorità di governo».

Dovesse cadere questo governo secondo lei bisognerebbe indire nuove elezioni? Le chiedo un’opinione non di rubare il mestiere a Mattarella.

«L’orizzonte di questo esecutivo è la fine della legislatura. E fino ad allora lavoreremo incessantemente per migliorare la vita degli italiani. Non sarà facile nell’immediato. Ma ce la metteremo tutta».

 

La Verità, 7 novembre 2019

 

Ma la vittoria dialettica di Renzi non basta

Innegabile: sul piano dialettico ha vinto Matteo Renzi. Ma anche se in un duello televisivo la dialettica è molto, in verità non è tutto. Ci sono altre componenti, altri messaggi che passano dal video al pubblico. La concretezza, per esempio, la tecnica di chi si lascia aggredire senza perdere la calma. Era noto che l’ex premier e fondatore di Italia viva disponesse di un vocabolario più esteso e di una malizia argomentativa superiore. Se n’è avuta ulteriore conferma nel Porta a porta dell’altra sera, ma c’è un ma… (Rai 1, martedì ore 22,50, share del 25.4%, 3,8 milioni di telespettatori).

Nello studio approntato per l’occasione con un grande desk a mezzaluna e il fermo immagine del vidiwall sui duellanti spadaccini, i due Matteo sfoggiano look quasi identici: giacca bluette e camicia bianca, unica differenza la tinta della cravatta e la spilla della Lega sul bavero di Salvini, come a sottolinearne l’appartenenza. È un indizio minimalissimo, ma c’è. La scherma si sviluppa su un copione prevedibile: secondo i sondaggi Italia viva è al 4-5% dei consensi, inevitabile che il Matteo di palazzo e giochi all’attacco. Il Matteo populista agisce di rimessa, tenta di parare i colpi sul Papeete, sulle assenze ai vertici internazionali e in Parlamento, sulle intemperanze e i cambi di schieramento giovanili, e tenta il contropiede con il linguaggio della concretezza e dei numeri. Renzi cita la riduzione dello spread, l’aumento dell’Iva scongiurato e il governo realizzato pensando al bene dell’Italia nonostante l’alleanza innaturale con il M5s. «Però ci ho sofferto molto», prova a persuadere. «È un genio incompreso», contrattacca Salvini, «ha fatto miracoli, portato la pace nel mondo e la ricrescita dei capelli, ma gli elettori non lo capiscono». Lui invece si specchia sul consenso dell’elettorato cui ammicca anche quella spilla sul bavero: «Io ho il 33% degli italiani, lei il 4», taglia corto Salvini. E quando Renzi gli rinfaccia di essere in politica dal 1993, «ei, Vespa, non aveva ancora fatto Porta a porta», il leader leghista replica, sornione: «Mi votano».

In sintesi, il Matteo di palazzo è più aggressivo e ideologico, il Matteo populista più fattuale e naif, ma anche un po’ monotematico. Attaccato a tutto campo si rifugia sull’immigrazione, suo cavallo di battaglia. E proprio su questo terreno si coglie la differenza tra i due. Renzi annuncia con forza il principio di accoglienza e il rifiuto a lasciar morire i migranti in mare, Salvini replica con i numeri delle morti ridotte grazie alla politica dei porti chiusi. Ideologia e dialettica da una parte, concretezza e semplicità dall’altra.

 

La Verità, 17 ottobre 2019

«I due Matteo e la sindrome da padreterno»

Buongiorno Enrico Mentana, il 19 ottobre Matteo Salvini ha convocato in piazza del Popolo a Roma una manifestazione del centrodestra mentre a Firenze Matteo Renzi sarà protagonista della prima Leopolda di Italia viva. Sta nascendo un nuovo bipolarismo?

Assolutamente no. Aldilà delle omonimie, sta tornando qualcosa di diverso che è il sistema proporzionale. Come abbiamo visto in quest’anno e mezzo si passa con una certa facilità da un’alleanza all’altra, con poche concessioni alla politica profonda e molte alla tattica.

Un Matteo è di destra, arrogante, vendicativo, egocentrico, iper ambizioso…

L’altro è Salvini. Diciamo che sono entrambi egocentrici, ma il loro carattere mi interessa poco. Mi sembra più rilevante il fatto che, a tre anni di distanza, abbiano commesso lo stesso errore di sentirsi troppo uomini forti in grado di fare a meno di tutti gli altri.

Uno è molto a suo agio nelle manovre di palazzo, l’altro predilige spiagge e spianate della bergamasca.

Ognuno è figlio della propria storia e del proprio movimento. Non importa dove si muovano meglio. Conta la somiglianza delle parabole di due uomini fortissimi, sbalzati dopo elezioni europee stravinte. Anche il rottamatore si era imposto contro il palazzo.

Da quale dei due comprerebbe un’auto usata?

Ho la fortuna di non avere la patente.

Quanto conta in politica la credibilità?

Ovvio che conta e che qui non se ne veda molta. Uno ha scandito «mai con i 5 stelle» e poi ha proposto l’alleanza con loro, l’altro diceva «basta con i 5 stelle» ma, vista la mala parata, ha offerto a Luigi Di Maio il posto di premier. Sembrano giocatori di biliardo che annunciano un tiro, ma mandano la palla in buca con un altro. Più che sulla tattica, la credibilità andrebbe misurata su tempi lunghi e proposte sostanziali.

I due Matteo si scontrano per polarizzare lo scenario e far fuori Giuseppe Conte e Di Maio?

Uno però parte da un decimo di consensi dell’altro e quindi ha più convenienza.

Le elezioni aspettano almeno fino alla tornata di nomine di primavera?

Molto di più.

Di sicuro c’è che il duello in tv avverrà da Bruno Vespa.

Sarò contento di vederlo, non sono geloso… L’ultimo duello elettorale andò in onda proprio da Vespa nel 2006 tra Romano Prodi e Silvio Berlusconi. L’epoca e l’epica dei faccia a faccia è finita insieme al bipolarismo; quando non si svolgono sotto elezioni sono partite quasi amichevoli.

Reduce da un’estate di maratone vincenti, Enrico Mentana continua senza fiatone la narrazione della stagione più tellurica della politica italiana. L’adrenalina è il miglior allenamento e consiglia massimo disincanto. Niente previsioni, dunque: «Fossi matto, chi avrebbe potuto prevedere un filotto così? L’uomo un mese e mezzo fa più potente d’Italia è finito in fuorigioco, il fondatore dei 5 stelle sponsorizza il governo con il Pd, il più acerrimo nemico dei grillini fa un’inversione a U e caldeggia l’alleanza con loro, il M5s molla il partner più a destra dell’arco costituzionale e abbraccia quello più a sinistra, il premier del governo più a destra del mondo occidentale lo rimane con quello più a sinistra dello stesso mondo occidentale. Azzardare previsioni oltre che inutile sarebbe stupido».

Da storyteller della politica, che titolo darebbe all’estate appena finita?

L’estate dei tradimenti. Stagione propizia.

Dopo la nascita di Italia viva, quanto il Conte bis è più fragile?

Non lo so, magari Conte e Renzi diventeranno complici, oppure si odieranno. Renzi era già il plenipotenziario dei gruppi del Pd. Alcuni parlamentari hanno cambiato casacca, magari è un elemento chiarificatore.

È cambiata la composizione del governo.

Da ala del Pd Renzi lo appoggiava, dall’ala del suo partito continuerà a farlo. Credo sia stato più difficile per i 5 stelle passare dall’alleanza con la Lega a quella con Leu.

Quindi Conte sbaglia a preoccuparsi?

Se il governo riuscirà a fare riforme condivise andrà avanti bene, altrimenti no.

Tornando alla credibilità di Renzi, in ordine cronologico: #staisereno a Enrico Letta, se perdo il referendum lascio la politica, #senzadime l’alleanza con il M5s, necessaria l’alleanza con il M5s, lascio il Pd.

L’ultima non è stata un’incoerenza, mentre delle altre mosse abbiamo già parlato a dismisura. D’incoerenze tattiche ce n’è un campionario. Dall’offrire il posto di premier a Di Maio dopo aver detto mai più con il M5s, a proclamare «mai con il partito di Bibbiano» prima di andarci al governo. Le incoerenze gravi sarebbero altre: promettere di abbassare le tasse e poi alzarle o annunciare la difesa della scuola laica e poi promuovere quelle confessionali.

Più che Emmanuel Macron il modello di Renzi è Frank Underwood di House of Cards?

È House of Cards che imitava la politica non il contrario. Non a caso è stato scritto da un consigliere di Margaret Tatcher (Michael Dobbs ndr). Mi stupisci lo stupore: in Parlamento c’è stato chi ha detto che Ruby Rubacuori era la nipote di Mubarak.

Percentuali motivazionali di Italia viva: le nomine delle partecipate, il mercato del centro politico, la difficoltà a passare per la cruna dell’ego, copyright Francesco Rutelli.

Parliamoci chiaro, questo signore ha scalato da fuori il più strutturato partito italiano. Avrà un ego spiccato, ma di politici senza ego ipertrofici ne ho conosciuti pochi. I posti si disprezzano quando non sono i tuoi, mai visto nessuno che abbia detto: li lascio agli altri.

Ho chiesto delle percentuali.

La politica è un mix di ambizioni personali e opportunità strategiche. Credo che Renzi abbia intravisto l’enorme spazio che c’è tra l’attuale governo e il precedente.

Quali errori ha commesso Salvini?

Principalmente credere di essere onnipotente. Lo stesso di Renzi tre anni prima, si chiama sindrome del padreterno. Credeva di avere in mano il gioco mentre aveva solo molte fiches. Entrambi non hanno previsto che tutti gli altri si sarebbero coalizzati contro di loro.

L’ errore principale è stato non votare Ursula von der Leyen?

Quella è stata la conseguenza. Su questo ha ragione Salvini, se l’avesse votata gli avrebbero dato del paraculo. Probabilmente ha pagato il rapporto con Vladimir Putin. Ma adesso, siccome si sta tornando alla Prima repubblica, potrebbe tornare anche il «fattore k» che allora escludeva i comunisti e stavolta potrebbe escludere la Lega. In entrambi i casi c’è di mezzo il rapporto con Mosca.

La richiesta di pieni poteri è stato un altro sintomo della sindrome da padreterno?

È stato il segnale di un linguaggio a cui era slittata la frizione. Altre volte aveva usato espressioni che avevano l’eco del passato. Credo che stavolta volesse solo superare le resistenze che gli impedivano di governare. Ma i social portano all’incontinenza, all’escalation per la quale credi di poter dire tutto. È stato un difetto di padronanza comunicativa e c’era chi aspettava solo quello. Aveva ottenuto la Tav e il decreto sicurezza bis, che altro voleva in pieno agosto?

Il nemico era Conte che in Europa portava avanti un’altra politica?

I fuori-onda di Piazzapulita tra lui e Angela Merkel bisognava mostrarli allora non adesso. Scontrandosi con Conte, Salvini si è dimostrato ingenuo. Quando Grillo, l’artefice del ribaltone, l’ha messo tra gli elevati, Conte è divenuto intoccabile e anche Di Maio, che pure l’avrebbe sacrificato, ha potuto far poco.

Il 22 luglio in un’intervista a Pietrangelo Buttafuoco ha detto che «nel tramonto delle idee Salvini è Maradona». Sono tornate le idee?

No. Maradona è stato trovato positivo all’antidoping della politica.

Le idee che tornano sono il nuovo umanesimo?

Non vedo nessuno in grado di farle tornare. Quando i 5 stelle passano dall’alleanza con il partito più a destra a quella con il più a sinistra non ci sono idee, ma geometrie variabili.

La vista di Conte quale reazione suscita nell’uomo Enrico Mentana?

Mi sembra l’epigono di una genia di grandi tecnici passati sulla scena pubblica. Sta come un pesce nell’acqua. Lo osservavo con Macron, è di quella pasta, sicuramente della stessa sartoria. Un Gianni Letta giovane.

La parola voltagabbana è stata rimossa?

Cosa c’entra con Conte? Non ha un partito…

È premier di due maggioranze opposte.

Le alleanze le ha cambiate il M5s.

Da antisistema a establishment, da grimaldello della scatola di tonno a tonno?

Hanno esaurito il repertorio da apriscatole: il decreto dignità, il reddito di cittadinanza, il taglio dei parlamentari. Cosa resta, lo stile sobrio, il lavoro onesto? In questo momento il M5s è il perno della legislatura, infatti è l’unico partito che resta al governo. Come nella precedente legislatura accadde al Pd e in quella ancora precedente al centrodestra.

Zingaretti ha fatto retromarcia su tutto per le pressioni interne e internazionali?

Zingaretti si è trovato in minoranza perché Renzi e Franceschini insieme controllavano i gruppi e il partito.

Come andranno le regionali?

Aspettiamo di vedere, cominciando dall’Umbria, se l’accordo tra 5 stelle e Pd è uguale, inferiore o superiore alla somma degli addendi.

Dopo le piroette di Conte e Renzi c’è da stupirsi se cresce il disprezzo per il ceto politico?

L’alleanza è stata rotta da Salvini. Se il marito se ne va di casa, non può pretendere dalla moglie che non ci entri nessuno. Il più forte è stato trovato positivo all’antidoping, ma anziché fermarsi ad aspettarlo il calcio è andato avanti.

Si capisce perché la disaffezione dalla politica lievita?

Per noi novecenteschi la politica era sangue e passioni, le nuove generazioni sono più disincantate. Oggi i partiti sono involucri di consenso dei leader che si rivolgono direttamente al popolo con lo smartphone. Salvini lo ha fatto meglio di tutti e ha sbaraccato una certa idea di politica. Se non sapesse tradurre in diretta su Facebook le sue parole d’ordine avrebbe gli stessi consensi?

Ora che l’Italia si è allineata all’Europa i parametri diventano flessibili e favorevoli?

È governata da una forza che in passato ha avuto il presidente della Commissione europea, Prodi, che ora ha il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, ed è alleata dei 5 stelle, i cui voti sono stati decisivi per l’elezione della Von der Leyen. Mi sembra ovvio che ci sia un’apertura di credito. Conte ha lavorato per questo. Se non hai più come vicino di casa uno che vuole sfasciare tutto, usi meno chiavistelli.

Non c’è qualcosa di artificioso in questi parametri e barriere, qualcosa di lontano dalla vita reale?

Adesso si avvicina anche l’accordo sulla ripartizione dei migranti. Ribadisco: Salvini non è stato rapito, ha provato a dare la spallata, ma non è riuscito a restare in sella.

Come andrà a finire?

Nel 1994 Berlusconi fu disarcionato da Mani pulite e ci fu chi si illuse che, prima con il governo Dini e poi con la vittoria del centrosinistra, l’anomalia fosse debellata. Salvini non è un accidente della storia, un virus passeggero, ma è portatore di istanze reali. Se l’Europa funzionerà saremo tutti contenti, altrimenti tutti diranno aridatece…

 

Panorama, 25 settembre 2019

«Aspetto il film dopo La corazzata Potemkin»

Abbronzato, capello arioso e pantalone informale, Enzo Carra porta con ironia i suoi 75 anni. Non ci vediamo dal tramonto della Prima repubblica, quand’era capo della comunicazione della Democrazia cristiana e influenzava elegantemente giornali, giornalisti e nomine Rai. Per recuperare il tempo perduto c’incontriamo in un ristorante vicino a Montecitorio, prima di spostarci nel suo pensatoio: travi a vista, scrivania in cristallo, riviste di filosofia e politica.

Che cosa fa oggi Enzo Carra?

«Sto finendo di scrivere un libro».

Argomento?

«Dalla fine della Prima repubblica, attraverso la Seconda e la Terza, a quello che verrà. Sono convinto che gli italiani siano migliori di come li immaginiamo. Più resistenti».

In che senso?

«Resistono ad avversità di fronte alle quali altri popoli soccombono. Nel Novecento alla fame, alle ideologie, al terrorismo; di recente ai governi sbagliati e al senso del ridicolo. In soli 15 anni l’Italia è passata dalla fine della guerra al boom economico, costruendo l’Autostrada del Sole in cinque anni. O estinguono la razza o è difficile liberarsi di noi».

Titolo ed editore?

«Si chiamerà Domani e conterrà memorie, documenti e vissuto raccontati con la passione del notista politico, la mia vera professione. L’editore ancora non c’è».

Com’è la sua giornata?

«Comincia con la meditazione e la preghiera, prosegue con la lettura dei giornali italiani e stranieri fino alle 10. Poi scrivo fino all’una. Dopo un riposo pomeridiano, mi dedico a tre libri: uno di storia, un saggio e, dopo cena, la narrativa».

C’è molta disciplina.

«Cerco di non farmi prendere dall’emozione di un libro che mi piace più di altri. Sono disordinato su altre cose. A un certo punto della vita ho recuperato insegnamenti e pratiche giovanili, scandendo la giornata, secondo la migliore lezione del monachesimo».

I libri in lettura ora?

«I Saggi di Michel de Montaigne, M di Antonio Scurati e Il castello interiore di Teresa d’Avila».

Quanto le manca la politica in Parlamento?

«Mi manca la politica vera, non il chiacchiericcio del Transatlantico, anche perché quelli che chiacchierano oggi… Mi mancano la riflessione e il confronto senza infingimenti e diplomazie. La politica è soprattutto dialogo e contrapposizione. È una risorsa squisitamente italiana fin dai tempi dell’Impero romano».

Nel 2000 fu tra i fondatori della Margherita che poi confluì nel Pd.

«Fui l’unico a votare contro. Temevo che la semplice somma degli eserciti non avrebbe garantito la qualità della proposta. Come avvenne».

Dieci anni dopo entrò nell’Udc di Pier Ferdinando Casini.

«Uscii dal Pd per un richiamo identitario che andò deluso perché non c’erano le condizioni per ricostruire un partito di centro. Così come ora si è visto che non ci sono neanche per un partito a sinistra del Pd».

Nel 2013 fu Mario Monti a non ricandidarla?

«Non chiesi e non l’ho mai capito. Seppi da Casini che c’erano difficoltà e lo mandai a quel paese».

Non lottò abbastanza?

«D’accordo con lui avevo lavorato per un’altra lista centrista. Quando mi fece sapere che sarebbe entrato in Scelta civica i rapporti si raffreddarono. Non volevo rincorrere posti e posizioni che non condividevo. Si è visto com’è finita Scelta civica».

Lei è ricordato per le immagini dell’ingresso nell’aula del Tribunale di Milano con gli schiavettoni. Come si è spiegato che quel fatto avvenne tre mesi dopo l’approvazione della legge che vietava di mostrare gli imputati con le manette?

«Quando vieni arrestato da Antonio Di Pietro non hai la lucidità per appellarti alla legge appena approvata. Mi portarono in aula dopo tre ore di attesa nelle segrete del Tribunale. Il maresciallo aveva detto ai carabinieri di prendermi sotto braccio e quando ricevette una telefonata che impose di applicarmi gli schiavettoni eseguì l’ordine con visibile disappunto».

Da chi era partita la telefonata?

«So solo che la decisione fu difesa dalla Procura di Milano. Ho un’idea, ma non la dirò».

Di Pietro disse che non c’entrava.

«Ci fu la sollevazione dei giornalisti. Di Pietro entrò nella gabbia, mi fece togliere gli schiavettoni e sedere davanti al banco della corte vicino agli avvocati. Piercamillo Davigo disse che tutti i giorni i marocchini venivano tradotti con le manette e nessuno obiettava. Solo dopo appresi di una legge che tutelava la dignità dell’imputato».

Che riflessione ha fatto quando è divampata la polemica per la per mancanza di rispetto nei confronti di Cesare Battisti per il video del suo accompagnamento fatto girare dal ministro Alfonso Bonafede?

«Riparlare 25 anni dopo dei miei schiavettoni nel contesto del trattamento riservato a Battisti è quasi una pena accessoria. Può darsi che le manette facciano bene a un criminale che ha ammazzato la moglie o a un mafioso pluriomicida. Dopo il mio caso, l’arresto per falsa testimonianza o reticenza può avvenire solo dopo il giuramento in aula e non più durante l’interrogatorio».

Le procedure dell’azione giudiziaria sono così flessibili perché imputati e condannati vengono esibiti all’interno di logiche politiche?

«Diceva Montaigne: “Sopra ogni altra cosa bisogna guardarsi, se si può, dal cader nelle mani d’un giudice nemico, vittorioso e armato”. Questa situazione definisce il pericolo della politicizzazione della giustizia».

Con il M5s al governo c’è un ritorno giustizialista?

«Non ho questa impressione. Il gesto delle manette del senatore Mario Giarrusso è stato sconfessato dai suoi stessi compagni di partito».

Che idea si è fatto di Roberto Formigoni in galera?

«Sono addolorato, ma per l’amicizia che gli porto non ho la lucidità necessaria per esprimermi. La dilatazione dei tempi della giustizia non è mai giusta. Tempi più rapidi gli avrebbero permesso di difendersi meglio».

La legge «Spazzacorrotti» che equipara i reati contro la pubblica amministrazione a quelli per mafia e cancella le pene alternative è costituzionale?

«Sono convinto che da alcuni decenni viviamo in un sistema di leggi emergenziali che sono l’anticamera di quelle eccezionali che non si sa dove possono portarci. La legge “Spazzacorrotti” è certamente materia per la Corte costituzionale».

Si aspettava lo tsunami delle elezioni di un anno fa?

«Sì. Il segnale era stato l’affondamento della riforma costituzionale di Renzi. Non averlo capito ha creato le premesse per il ribaltone. Se non ti accorgi che il clima del Paese è un sentimento diffuso di protesta, di aspirazioni e di rabbia, sei destinato a perdere perché non hai le armi per difenderti».

Quindi la responsabilità è del Pd di Matteo Renzi?

«È di chi governava allora. Un partito che vive i suoi congressi solo per eleggere con le primarie il suo capo non è un partito, ma una tribù primitiva. Portavamo i pantaloni corti e già si parlava di riforma della Costituzione. Il M5s ha scelto la strada della democrazia del click: è giusto chiedersi che ne facciamo delle persone che per strada vediamo piegate sui propri smartphone».

Per un anno si è parlato del Senato mentre larghi strati della popolazione stentavano ad arrivare a fine mese.

«Ci si è illusi che la riforma dei rami alti bastasse a dare risposte, invece i rami alti cascano come i pini di Roma. È strano che chi ha avuto quella intuizione non abbia saputo cogliere il disagio reale e la paura del momento».

Forse perché la paura è immotivata e artificiale?

«Un conto è dire che c’è l’industria della paura e un altro che la paura è un’invenzione. Si passa dal modo aggressivo di affrontare certi temi all’ipocrisia di rimuoverli. Questo è il nostro problema attuale».

Ingigantito dal politicamente corretto: è l’ideologia emergente?

«Lo è. Come il buonismo, il dover apparire non cinici, non scettici, non duri di cuore. Ma questa ideologia ne trascina un’altra, anzi lo spero: il cattivismo. Se togli la scorza vedi che c’è un cuore anche lì sotto. Alla fine, non credo né ai buoni né ai cattivi. Ma che, salvo i criminali e i santi, sia soprattutto un gioco delle parti, una recita…».

Tuttavia non crede che la narrazione dei media maggioritari, delle case editrici, del cinema e della tv modaioli sia innervata da questa nuova ideologia?

«Nella cultura, nello spettacolo e nel cinema di provenienza americana è così. Un ruolo, non eccessivo, ce l’ha anche la voce indipendente della Chiesa attraverso papa Francesco. Però vedo che sta emergendo anche una narrazione diversa. Manifesti degli intellettuali e marce per i diritti civili ce ne sono meno rispetto a un tempo. Anche le case editrici contano meno».

Ne è convinto?

«Mi pare di sì. Rispetto ai blocchi di destra e sinistra avanzano voci più libere e isolate che ridiscutono la mappa tradizionale. Una faccia di sinistra come quella di Marco Minniti è quasi sovrapponibile a quella di Matteo Salvini che fa, più o meno, lo stesso lavoro. Purtroppo il dibattito pubblico anche in tv si limita agli stessi ospiti tutte le sere. Si va da Vittorio Sgarbi a Massimo Cacciari: credo che nella realtà ci sia più varietà. La tv e la rete dovrebbero scoprire e valorizzare questa ricchezza».

Il populismo supplisce la mancanza di concretezza dei partiti tradizionali?

«Non ricordo negli ultimi trent’anni una discussione nella politica tradizionale che partendo da uno stimolo sia arrivata a una sintesi utile e operativa. Al massimo, chi ha avuto il potere ha imposto una soluzione: se andava bene, ok, altrimenti il perdente veniva accantonato per qualche giorno».

Ogni riferimento è casuale. Come si trovava nel Pd quando il dibattito interno concerneva le unioni civili e il ruolo della grande finanza?

«Non mi ci trovavo. Chi non è contrario al femminicidio? Questi temi, sacrosanti, hanno allontanato dalla massa, dagli strati disagiati. Ci si è chiusi in una élite benpensante. Così è arrivato chi, in modo semplice e diretto, ha urlato cos’è veramente La corazzata Potemkin. Ora si comincia a capire che interrompere un film è più facile di scrivere la sceneggiatura di uno diverso, mandarlo in sala e trattenere gli spettatori che hanno già dimenticato la proiezione precedente».

Lo chiamano governo del cambiamento…

«Stiamo ancora aspettando che inizi il primo tempo. Ogni giorno ci dicono che il film è pronto, però ancora non partono le immagini. La Tav è l’emblema di questo continuo rinvio».

Il M5s sconta la difficoltà del passaggio da forza d’opposizione a forza di governo.

«Ma io sono un cittadino che paga le tasse, sto seduto in sala e dopo aver visto il film deciderò se mi è piaciuto o no. Finora vedo una signorina che chiede di pazientare perché il proiezionista sta sistemando la pizza. Qualcuno se ne va, qualcuno strepita, altri aspettano. È passato meno di un anno, ma almeno datemi il trailer».

Il reddito cittadinanza e quota cento.

«Sono i trailer. Se ci sono i soldi il reddito di cittadinanza va bene. La corsa al pensionamento la capisco meno».

Dovrebbe servire a far entrare i giovani.

«Per i giovani serve il film intero».

Quali sono i programmi o i volti televisivi ai quali è più fedele?

«Seguo Otto e mezzo di Lilli Gruber, qualche volta Nicola Porro, mentre Maurizio Belpietro, che rappresenta un pensiero altro, ora interviene meno. La crisi del talk show non so se sia la causa o la conseguenza della povertà del dibattito. Quello tra i candidati alla segreteria del Pd che dicevano la stessa cosa ne è stato un esempio».

La Rai è riformabile?

«L’unico modo è lasciare una rete di servizio pubblico e privatizzare le altre. Solo così potremo evitare d’interrogarci sul grado di lottizzazione in atto. A ogni stagione cambiano gli attori, non il copione della commedia».

Nel libro intitolato Roma non perdona, Carlo Verdelli scrive che «la Rai è la torta nuziale» di chi vince le elezioni. Si può non ingolosirsi o restare a lungo a dieta?

«Una volta la Rai era suddivisa in tre aree politiche. Nei giorni scorsi è stato scritto che Salvini si è impossessato di due reti su tre. Non frenando l’ingordigia, a un certo punto la torta potrebbe sparire, gli ascolti calare, il ruolo stesso della Rai diventare opaco, come sta accadendo. La metafora della torta è giusta, ma la torta non è eterna».

Durante la Prima repubblica lei è stato portavoce di Arnaldo Forlani e capo ufficio stampa della Dc. Cosa pensa di chi è venuto dopo? Partiamo da Paolo Bonaiuti, portavoce di Silvio Berlusconi.

«Berlusconi non delegava nulla soprattutto nella comunicazione. Bonaiuti è stato più un amico, un consigliere di Berlusconi».

Michele Anzaldi, portavoce del Pd e di Renzi.

«Non è un comunicatore, ma una persona che sta sempre all’opposizione di chi fa a sua volta comunicazione. Ha grande carica, uno simile a lui era Michele Bonatesta di An».

Filippo Sensi, portavoce di Palazzo Chigi con Renzi e Paolo Gentiloni.

«Lo conosco bene, è di grande intelligenza e cultura, mai volgare».

Rocco Casalino, portavoce di Giuseppe Conte.

«Credo che essersi fatto beccare con gli sms e i messaggi ai giornalisti debba farlo riflettere. Il portavoce del premier dovrebbe far comprendere che i giornalisti vanno trattati adeguatamente».

Perché nella Seconda repubblica politici come lei, Marco Follini e Paolo Cirino Pomicino non hanno più trovato casa? Forse solo Enzo Scotti e Casini ci sono riusciti in posizioni defilate.

«Ognuno ha pensato che mettersi in proprio alternando le alleanze garantisse la sopravvivenza. Scotti si è rifugiato negli studi e fa l’influencer del M5s. Casini è partito da Occidente per finire a Oriente… Avrebbe potuto traghettare la Dc negli anni Novanta, ma si è staccato da Mino Martinazzoli per fare il Ccd con Follini e Lorenzo Cesa e poi dividersi anche da loro».

Il confine tra i due poli tagliò in due la balena bianca.

«Dalla fine della Prima repubblica a oggi sono passati più anni che dal fascismo al boom economico. Capisco che inizialmente entrarono in scena la sinistra di Achille Occhetto e Berlusconi. Però già nel 1994 arrivò Lamberto Dini. Un intero popolo si smarrì. Oggi quella formazione si vede in Sergio Mattarella al Quirinale, per certi versi in Renzi, in Clemente Mastella. Oltre alle persone però servono le idee e il famigerato amalgama. Ma se a ogni stagione si cambiano le alleanze…».

Come vedeva la supplenza attuata dalla Conferenza episcopale italiana?

«Come un errore, a prescindere dalla qualità dei loro presidenti. Per la Chiesa si può parafrasare ciò che John Fitzgerald Kennedy diceva dell’America: anziché chiederci che cosa può fare per noi cattolici, chiediamoci che cosa possiamo fare noi per la Chiesa».

Frequenta ancora Forlani?

«Certo, ha un’età veneranda, ma è pienamente attivo e lucidissimo. Ci vediamo da buoni amici. Lunga vita a Forlani. Frequento anche Ciriaco De Mita e lo stesso Scotti, persone con le quali si ragiona bene sull’attualità».

Lei che fu l’ultimo a intervistarla che ricordo ha di Madre Teresa di Calcutta?

«È stato un incontro che mi ha cambiato la vita. La vidi l’ultima volta un mese prima che morisse nel 1997. La prima ero andato a Calcutta quand’era già malata. Mi avevano detto che non avrei potuto né vederla né parlarle. Però mi suggerirono di andare nella cappella. Dove mi vidi sfiorare da un velo, un soffio di vento. Si fermò, mi salutò in inglese, mi fece sedere vicino a lei, mi chiese della mia vita, mi concesse di filmare le case dove prestava la sua opera, mi fece sapere che sarebbe andata nella Casa degli orfani. Filmai anche un altro colloquio all’esterno».

Che andò in onda?

«Su Rai 3 per Mixer di Giovanni Minoli».

Diceva che le ha cambiato la vita.

«Fu una grazia. Quando vivi un periodo particolarmente pesante come stava accadendo a me e ti imbatti in una personalità come Madre Teresa e in una realtà come quella della Casa dei morenti non puoi che rivedere tutto con altri occhi».

 

La Verità, 17 marzo 2019

Politico batte divulgatore e Firenze diventa Firenzi

Lo sapevate che Firenze è una delle città d’arte più belle d’Italia, d’Europa e forse del mondo? Che in 750 metri sono racchiusi Palazzo Pitti, Palazzo Vecchio uniti dal Corridoio del Vasari, il Giardino di Boboli, il Museo degli Uffizi e Piazza della Signoria? E che tutti questi siti traboccano di opere d’arte, testimonianze del Rinascimento, una delle stagioni più feconde della storia dell’umanità? Un po’ lo sapevamo, diciamo la verità. Stavolta però ce lo dice Matteo Renzi nel primo dei quattro episodi di Firenze secondo me, il documentario prodotto dalla Arcobaleno tre di Lucio Presta e andato in onda ieri sera sul Nove del gruppo Discovery.

Con tanta ricchezza d’immagini e forme, il programma si fa da solo. È, dunque, apprezzabile il coraggio del senatore semplice di Scandicci alle prese con le trame precongressuali nel Pd ben più nefaste di quelle della corte dei Medici, è apprezzabile, si diceva, il coraggio del conduttore nel tentare di restituire con aggettivi e iperboli la grazia della Venere del Botticelli o il mistero della Battaglia di Anghiari di Leonardo Da Vinci. Renzi ce la mette tutta; soprattutto mette le mani avanti, ci si augura perché consapevole della sproporzione: «Io non sono un esperto, io non sono un critico letterario, io non sono uno storico dell’arte…». Però, siccome la bellezza è l’antidoto «all’ignoranza e alla volgarità, seguitemi», invita l’ex premier. Che subito dopo si trova davanti a un bivio chissà quanto metaforico delle sue scelte personali: la politica o la carriera televisiva, il solito Pd o il nuovo partito personale. Qui il bivio è fra il Giardino di Boboli come esempio dell’espansione dei Medici o come meta dello studente Matteo quando bigiava. Lo straniamento del telespettatore è inevitabile perché in quel «secondo me», oltre alle fughe scolastiche nel giardino più bello del pianeta, esorbita anche il politico sul divulgatore. È un dato di fatto, una questione di credibilità, prima ancora che di parole e di modi. Mentre conciona del Salone dei Cinquecento «culla della democrazia», il pensiero dello spettatore schizza sulla rinuncia di Marco Minniti alla corsa da segretario causa mancato appoggio del buon Matteo. Certo, potrebbe essere tutta una Calunnia come racconterebbe il Botticelli nell’opera che raffigura il sovrano indotto in errore dal sospetto e dall’ignoranza, mentre la verità viene «messa da parte». Che potrebbe pure essere «il quadro delle fake news», perché La Calunnia riguarda «anche il mondo politico di oggi», garantisce l’ex premier neo conduttore tv. Ma qualche domanda alla fine sorge spontanea: perché l’avrà fatto? E quale sarà la verità messa da parte? Inventarsi un nuovo futuro o pagare il mutuo della nuova casa?

La Verità, 16 dicembre 2018

Renzi, Veltroni e Dandini: ecco la flashback tv

Cronaca di una serata flashback nella tv italiana. Su Rete 4 a W L’Italia oggi e domani c’è Matteo Renzi con un titolo déjà vu: «Adesso parlo io». Qui siamo al tempo imperfetto e la share si ferma al 2.53%. Su La7 ospiti di Piazza pulita ci sono prima Walter Veltroni, segretario del Pd fino al 2009, poi Pier Luigi Bersani, suo successore anche nel partito (passato prossimo; 4.81%). Su Rai 3 invece ritorna La tv delle ragazze con Serena Dandini: passato remoto segnalato anche nel titolo: Gli stati generali 1988-2018 (5.98%).

È la tv degli ex, riportati in vita dalla macchina del tempo che troneggia nei nostri salotti. Sembra una serata revival, meglio: una sorta di Isola dei famosi della politica, con ex famosi in cerca di rilancio. Cosa dice, per esempio, l’ex Renzi? «Noi (maiestatis) siamo ontologicamente diversi da Lega e 5 stelle». E esemplifica parlando dei vaccini, cavallo di battaglia di stretta attualità. Nello stesso momento, da Corrado Formigli l’ex Veltroni sta dicendo che gli elettori del M5s non andrebbero insultati (Renzi aveva appena sentenziato che appartengono a un movimento di estrema destra). La vera novità della serata però è La tv delle ragazze. Per inciso: la sera prima su Rete 4 c’era La Repubblica delle donne di Piero Chiambretti e la domenica sera su Rai 3 invece va in onda Le ragazze condotto da Gloria Guida, e ora Dandini si chiede perché gli uomini siano così sgomenti. Dal canto suo esibisce in quota azzurra The Maschilisti, ennesimo travestimento di Elio e le storie tese. L’ospite politico è naturalmente Emma Bonino che esorta a perseguire ulteriori conquiste femminili «perché nessuno ci regalerà niente». Tra la parodia del telegiornale del cambiamento e la valletta gialloverde, Sabina Guzzanti inscena una Maria Elena Boschi che si esercita per Ballando con le stelle e tratteggia un Marco Travaglio in pieno delirio narcisista. Le citazioni del programma originale sono chiosate da un’intervista al suo creatore Bruno Voglino. Scorrono i volti più o meno storici della satira al femminile con la sola, incomprensibile, esclusione di Alessandra Casella. Chiude la serata Francesca Reggiani alias Federica Sciarelli alla ricerca della sinistra scomparsa che «non si trova dal 4 marzo. Qualcuno la dà per morta». La diagnosi c’entrerà qualcosa con tutta questa tv passatista? Sarà mica una forma di accanimento terapeutico?

Aldo Grasso ha scritto che fra vent’anni per capire la società del 2018 gli storici guarderanno talk e reality. Meglio avvertirli di tralasciare la serata dell’8 novembre per evitare vertigini da flashback.

La Verità, 10 novembre 2018