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Freccero: per cacciare Renzi mi alleo con la destra

Il vero oppositore di Matteo Renzi non è un politico di lungo corso assetato di rivincita. Non è uno showman leader di un movimento. Non è un comico televisivo molto in auge. È Carlo Freccero. Un filosofo dei media, utopista e disinteressato, consigliere d’amministrazione Rai suggerito dal M5S, uomo di televisione tra i più carismatici e vulcanici in circolazione, con un curriculum pieno di cicatrici e medaglie, dalla partecipazione alla genesi della tv commerciale come consigliere del primo Silvio Berlusconi alla prestigiosa parentesi come direttore di La Cinq e poi di France 2, quindi da oppositore sui canali Rai del Cavaliere sceso in politica. Colpito ma non affondato dall’editto bulgaro. Autore a tutto campo di saggi su media e tv. Ecco, si capisce come mai l’intellettuale contro il premier, ribattezzato “il ragazzo del contado di Firenze”, è una guerra asimmetrica che sta creando problemi a chi ha più potere.

Il premier Matteo Renzi, bersaglio di Carlo Freccero

Il premier Matteo Renzi, bersaglio di Carlo Freccero

Carlo Freccero, perché ce l’ha a morte con Renzi?

«Perché è autoritario, accentratore, governa con i suoi quattro amici e le lobby».

Di premier accentratori ne sa qualcosa…

«In confronto a quello che sta facendo Renzi l’editto bulgaro era un atto poetico».

Addirittura.

«Massì, un impeto, una stizza, una reazione frontale. Qui subiamo manovre scientifiche, calibrate. La censura berlusconiana nella tv generalista è ruspante, mentre quella dei politici 2.0 è subdola, invisibile, avvolgente».

Lei si sente in missione per conto del No?

«Sono in tour. Sono stato a Pescara da quelli di Sel, a Roma con Massimo D’Alema, a Matera con Forza Italia, a Savona… Adesso voglio andare anche ai raduni della Lega. Per mandare a casa Renzi mi alleo anche con la destra».

Un’alleanza strategica, ma temporanea, immagino.

«Non si tratta di rapporti personali, si tratta di idee. Nei giorni scorsi Salvatore Merlo sul Foglio ha sostenuto che anche per il referendum la scelta non è sulle idee e i contenuti, ma sulle persone. Ancora una volta il discorso non riguarda la riforma della Costituzione, ma la presunta simpatia/antipatia, credibilità o involontaria comicità del No e del Sì. Come dire: “Vuoi mettere Renzi rispetto al baffuto D’Alema e all’ipercinetico Brunetta?”. Come se il referendum si risolvesse in un concorso di simpatia tra due testimonial».

Ammetterà che Renato Brunetta e Massimo D’Alema compongono una strana coppia.

«La coppia dei testimonial del No suscita l’ironia dei renziani proprio perché tra loro profondamente diversi, eterogenei, non omologati. Il pensiero unico trova divertente e deride ciò che non è formattato, riproducibile industrialmente. Come l’orata da porzione, l’hamburger rigorosamente stampato, il prodotto standard. In questo momento la differenza non è tra destra e sinistra, ma tra pensiero unico, diktat del governo, e opposizione. Tutto ciò che si oppone a questa schiforma mi va bene. E che il fronte del No sia fatto di differenze, anche eccessive, non è solo bello, ma anche didascalico».

Carlo Freccero: «I nuovi media passano presto dalla favola all'incubo»

Carlo Freccero: «I nuovi media passano presto dalla favola all’incubo»

Al Festival di Camogli dov’era stato invitato per una lectio su Media apocalittici e integrati in omaggio a Umberto Eco, Freccero ha condito di citazioni la critica «.it», «.com» e «.net»: «Ricordatevi, accade sempre così: quando appare un nuovo media, il telefono, la televisione, ora la Rete, sembra una fatina. Ma dopo un po’ la favola si trasforma in incubo…». Chissà cosa ne pensa l’amico Beppe Grillo. Dopo l’intervento ecco l’assalto di ex allievi, signore estasiate, telespettatori dei talk di La7. «Mi raccomando, votiamo no. Così lo mandiamo a casa».

Un mantra. Una missione che sembra un’ossessione.

«Macché ossessione. Renzi governa con le lobby e la propaganda. Un caro amico che parla per metafore e di cui non faccio il nome, dice che il premier pubblica troppi dischi e così non va più in classifica».

Sarà mica Pierluigi Bersani questo amico?

«No, è un uomo di spettacolo. Comunque, la tecnica è la propaganda, ormai è parte integrante della politica. E io rispondo con le stesse armi».

Va bene: mettiamo che la sua missione abbia successo. Chi mette al posto di Renzi? Disfare è facile.

«Uno migliore si trova. Il popolo è sovrano e non devono decidere le banche o la J. P. Morgan che ha chiesto esplicitamente una riforma delle costituzioni dei Paesi dell’Europa meridionale. Su questo mi trovo d’accordo con Giulio Tremonti».

«Con Giulio Tremonti - dice Freccero - abbiamo un patto stile Amici miei»

«Con Giulio Tremonti – dice Freccero – abbiamo un patto stile Amici miei»

Qualche sera fa su Raitre, a Gianluca Semprini che gli chiedeva delle pensioni Tremonti ha risposto parlando della riforma del Senato…

«Meraviglioso. È una gag, una goliardata stile Amici miei. Con Tremonti abbiamo un patto, andiamo in tv e tiriamo fuori il referendum a prescindere. Tremonti vede l’apocalisse del capitalismo».

Adesso anche Maurizio Gasparri parla di pensiero unico.

«C’è una collaborazione politica. Con Gasparri ci chiamiamo per nome. Con Brunetta ci scambiamo messaggini».

Cosa fa l’avversione per Renzi…

«Qualche sera fa ero a Matera ad un evento del centrodestra. Alla sera In Onda invita in collegamento me e Quagliariello. In studio c’erano Alessandra Moretti e Renata Polverini. Si parla della riforma costituzionale e del referendum. Alla fine Quagliariello fa la sintesi: “Vedi, Moretti, voi avete come alleato Verdini, noi abbiamo Freccero…”».

Da Bari, però, Renzi l’ha bacchettata dicendo che lei parla della riforma costituzionale come di una «riforma mussoliniana».

«Me l’hanno detto. Io però non ho mai usato quell’espressione. Magari ho detto di peggio. Ma come ho risposto all’agenzia che me l’ha riferito, bisogna ricordarsi che anche Pinocchio è originario del contado di Firenze. Al tempo del fascismo gli italiani avevano affidato la gestione del Paese a un uomo forte, che però aveva i suoi interessi nel Paese stesso. Oggi si vuole rafforzare un esecutivo che è espressione di interessi in conflitto con i nostri come le banche e le multinazionali».

Con l’endorsement dell’ambasciata americana e i suggerimenti di Angela Merkel, la battaglia si è fatta parecchio seria…

«È esattamente ciò che volevo dire. Le multinazionali americane sono disposte a investire da noi solo a condizione che gli eventuali profitti che da questi investimenti scaturiranno non ricadano sul territorio, ma ritornino integri alla patria di provenienza della multinazionale o, addirittura, ai paradisi fiscali dove hanno fittiziamente posto la residenza. Il caso Apple insegna».

Il simbolo della Apple, recentemente multata dalla Ue

Il simbolo della Apple, recentemente multata dalla Ue

Perché il referendum unisce destra e sinistra?

«Non c’è niente di strano nel fatto che destra e sinistra si alleino in nome del No. In un regime culturale – in cui la storia è morta, la differenza soppressa e solo il pensiero unico è considerato legittimo – è naturale che le frange del No si uniscano. In Grecia, Alexis Tsipras è riuscito a fare il governo con la destra, per evitare di unirsi a quelli che la crisi l’avevano prodotta. Io non mi sento in contraddizione con la sinistra. Possiamo dare al termine sinistra tantissimi significati. Ma, come diceva il grande sociologo Raymond Aron, su un unico punto c’è certezza: il termine sinistra deriva dalla collocazione fisica che aveva l’opposizione nel Parlamento post-rivoluzionario francese. Stare a sinistra significa opporsi».

A proposito di opporsi, non trova che, a differenza della sinistra del suo partito che vivrebbe perennemente in congresso, Renzi stia facendo qualcosa di concreto per il Paese?

«In questi anni, la propaganda del fare con cui siamo stati bombardati ha trasformato la Costituzione in un reperto archeologico da rottamare perché si oppone alla governabilità. Questo fare incessante ci chiede solo di spogliarci continuamente dei nostri diritti».

Lei è stato suggerito nel Cda Rai dal Movimento 5 stelle. Pensa che la débâcle della giunta Raggi sia recuperabile o i grillini hanno perso definitivamente in credibilità?

«I grillini hanno imparato che le bugie fanno parte della gestione del potere. Hanno fatto molti pasticci, è chiaro. Ma mi auguro che trasformino la scivolata in una rincorsa per risalire. Magari approfittando dell’occasione del referendum».

Quante chance dà al tentativo di Stefano Parisi?

«Malgrado non sia prodiano ha dei modi prodiani e in questo momento non è uno stile adatto alla destra. Tuttavia, ho visto che tra i suoi sponsor c’è Antonio Pilati. E dove c’è Pilati c’è potere».

Come andrà a finire? Tracci uno scenario da qui a fine anno.

«Decenni di centrismo, di dittatura della maggioranza, hanno livellato le differenze sino a provocarne l’estinzione. Io sto parlando adesso non da sinistra, ma prendendo come modello il pensiero liberale. Il terzismo e l’unanimismo hanno affossato le libertà. Perché non si può glorificare l’individuo e, insieme, la maggioranza. È quanto, ad esempio, teorizzavano i radicali. Non esiste libertà senza tutela dell’individuo e delle minoranze. Oggi se sei politicamente scorretto desti scandalo. Invece, per conto mio, il vero scandalo è, al contrario, quando la maggioranza non rispetta la libertà di espressione delle minoranze. E quindi spero che rinascano la destra e la sinistra e non tutto finisca nel grigiore del Partito della Nazione».

 

Post scriptum L’intervista è finita, ma, prima di salutarci Freccero butta lì l’ultima cosetta da niente: «Prima o poi spero di rivedere Silvio Berlusconi. Siamo alla fine della Seconda Repubblica, alla fine di un percorso…».

 

La Verità, 21 settembre 2016

 

 

 

 

 

 

 

Stipendi Rai, gli errori di CDO e l’ipocrisia dei politici

Ci sarà un motivo se l’unico broadcaster europeo che pubblica in rete stipendi e compensi di dirigenti e giornalisti è la BBC. E ci sarà un motivo se tutti gli altri servizi televisivi statali, da France2 a Ard e Zdf, non lo fanno. Continua a leggere

Le sedute della Vigilanza? Una docufiction brezneviana

Con una certa dose di masochismo ieri mi sono inflitto, via web tv, alcune ore di audizione della Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi – già la denominazione... – di Antonio Campo Dall’Orto. Era la seconda puntata dopo la presentazione della settimana scorsa delle Linee guida del Piano industriale ad opera del direttore generale della Rai – mi ero sciroppato pure quella, si sa com’è il masochismo: si prova più gusto a rigirare il coltello… Il fatto è che ero curioso. Cosa succede nelle austere stanze di Palazzo San Macuto, donde le cronache ci riportano frammentarie dichiarazioni di guerra o di armistizi tra i politici e i televisionari che si sono malauguratamente iscritti alla roulette russa intitolata di volta in volta Amministrare la Rai, Riformare la Rai o, infine, Rivoluzionare la Rai?

Bene, anzi male(!): lo show è stato istruttivo. Il parallelo è di tipo calcistico. Avete presente quando Berlusconi sceglie un allenatore e giura di apprezzare il suo calcio, ma dopo un mese vuol già fare la formazione e decidere il trequartista? La politica si comporta allo stesso modo con la Rai. Annuncia a ogni piè sospinto la presa di distanza, ma poi inizia a ficcare il naso sull’assunzione di Tizio e il licenziamento di Caio. Nel caso del Berlusca il motivo è che mette i soldi nel Milan. Nel caso del governo, che assegna la concessione di servizio pubblico alla Rai. Invadenza dei committenti dilatata e autonomia gestionale degli amministratori striminzita in entrambi i casi. A San Macuto va così in scena una docufiction brezneviana, con grisaglie e interventi fumosi fin dai tempi della primissima repubblica. Avevo già nozione dell’atmosfera sovietica in cui si svolge questa liturgia. Ma assistervi è stata un’esperienza esaltante. L’Esaminando siede tra un dirigente Rai che lo accompagna per solidarietà, e il presidente di Commissione per illustrare il proprio operato e le proprie strategie. Nelle ultime due tornate al fianco di Campo Dall’Orto, da una parte c’era Giovanni Parapini, direttore della comunicazione, e dall’altra Roberto Fico. Già nella prima adrenalinica seduta il direttore generale aveva mostrato grafici, snocciolato tendenze e prospettato manovre per la trasformazione della Rai da broadcaster in media company. Se non ce la fa lui…

Roberto Fico, presidente della Commissione di Vigilanza

Roberto Fico, presidente della Commissione di Vigilanza

La recente riforma voluta dal premier Matteo Renzi ha stabilito che il direttore generale sia dotato di superpoteri. Vuoi vedere che è lavoltabuona? Ecco varata, dunque, la nuova governance, com’è stata subitamente battezzata in english, su modello delle televisioni anglosassoni – appunto. Dove la politica se ne sta fuori. Come da noi: è per questo, infatti, che un giorno sì e l’altro pure direttori e superdirettori sono convocati a vario titolo a spiegare e giustificare il loro operato e le loro strategie. Metti che Bruno Vespa sbagli un’intervista, che Michele Anzaldi s’innervosisca per un editoriale di Giannini a Ballarò, o che a Maurizio Gasparri non vadano a genio i collaboratori individuati da Verdelli per migliorare l’offerta informativa: ecco che ci si trova tutti nelle austere stanze, dietro banchi d’aula preguerra e davanti a microfoni con braccine snodabili.

Ordunque, sia nella prima puntata che nell’incipit della seconda, CDO aveva mostrato slide e cifre. Le quali, grazie all’unica telecamera fissa che accentuava vieppiù la plumbea atmosfera, erano naturalmente precluse ai perversi spettatori come il sottoscritto. Tuttavia, come dicevo, lo spettacolo è stato a suo modo esemplare. I commissari si sono lanciati in simpatiche analisi contenenti caldeggiamenti vari, introdotte da preamboli dal seguente tenore: lungi da noi far rientrare dalla finestra la politica che abbiamo deciso con una riforma ad hoc di tenere fuori dalla Rai… Assolutamente no, ce ne guardiamo bene, anzi benissimo (Salvatore Margiotta, Pd). Però, venendo al sodo: questo Verdelli a cosa serve, ci sono già i direttori dei tg, che bisogno c’era di nominare un superdirettore? E la riforma delle newsroom che fine ha fatto? E in questa nuova struttura con vicedirettori e capiredattori ci sono più ufficiali che soldati  (Gasparri, con metafora militare)… Alla faccia del capoazienda, lasciamolo lavorare (Raffaele Ranucci, Pd)…

 

Palazzo San Macuto, sede della Commissione di Vigilanza

Palazzo San Macuto, sede della Commissione di Vigilanza

Insomma, ognuno aveva un conduttore da rampognare (Gerardo Greco di Agorà, bersaglio di Lello Ciampolillo, M5S), un programma da raccomandare (Il caffè, preferito da Margiotta), un direttore cui dare il benservito (Tinny Andreatta, licenziabilissima per Alberto Airola, M5S), o da reintegrare (Valerio Fiorespino, per Gasparri). A quel punto ho capito la trama della docufiction. Anzi, seguendo la tempistica, della fiction-docu. Cioè: la parte delle premesse e delle promesse appartiene alla finzione, mentre i desiderata e le sagaci richieste sono il documentario, la parte da prendere sul serio come fanno, in primis, gli stessi commissari più che mai vigilanti. Fossero intervenuti anche Anzaldi e Brunetta il documentario sarebbe stato ancora più hard. Invece, niente: qualche giorno fa il premier ha elogiato il lavoro di CDO e quindi ciccia. Però settimana prossima ci si riconvoca tutti…

Intanto il Milan è sull’orlo del collasso e la Rai, prima o poi, cambierà di nuovo allenatore.

 

 

La Rai sfuma, Crozza-Renzi-dentone is back

Renzi-dentone is back, ne sentivamo la mancanza. Maurizio Crozza è tornato al suo bersaglio prediletto. Alla parodia che, insieme al funambolico Germidi Soia, lo chef vegano di culto, gli riesce meglio. Venerdì sera lo ha rimesso al centro del suo Paese delle meraviglie, come ai bei tempi. Già la scorsa settimana si era rivisto, protagonista dell’appassionata liaison con Maria Elena Boschi. Ieri la storia, a metà tra gossip e politica, è proseguita con la rappresentazione di una processione in onore di “Santa Boschi protettrice, gufo chi non te lo dice; viva viva Santa Boschi con i suoi riccioli d’or”. Renzi-dentone avanzava ondeggiando il turibolo dell’incenso davanti ai fedeli che sorreggevano il palchetto della “gran badessa delle riforme, arcivescova del Parlamento, gran camerlengo del governo, carmelitana che sarebbe scorretto definire scalza, visto l’amore per le décolleté di Jimmy Choo”. Non le sembra di esagerare, lo punzecchiava il solito Andrea Zalone. “Esagerare? Questa santa ha abolito il Senato, ha cancellato il bicameralismo perfetto, ha modificato la legge elettorale, ma soprattutto: ha portato il lucida-labbra in  consiglio dei ministri”. Insomma, un Crozza in splendida forma, archiviate le titubanze delle prime serate della nuova stagione quando, in concomitanza con le sirene della Rai, la caricatura del premier era curiosamente desaparecida.

Si sa come vanno queste cose. Ci sono tante componenti da far combaciare. Tanto più se si tratta di far cambiare squadra al primatista di ascolti di una rete (ieri 7,37 per cento, La7 terza rete assoluta dietro Canale 5 e Raiuno), peraltro tatticamente indisciplinato e difficilmente integrabile in una Rai che, dopo la vicenda dell’intervista a Salvo Riina, patisce la crescente irritazione dei custodi dell’ortodossia renziana. I rumors provenienti da Viale Mazzini dicono, peraltro, di un Campo Dall’Orto piuttosto tiepido all’idea di arruolare il comico genovese. Non sarà che avrà imboccato la fase discendente? Comunque sia, mettendosi dalla sua parte, il gioco non vale la candela: perché autocensurarsi se poi è probabilissimo che non si arrivi a niente?

Ieri sera in platea c’era anche Urbano Cairo: “il mio editore, ti ha mandato un messaggino Renzi?”, lo ha stuzzicato Crozza. Perché sì, gag sul Corriere della Sera a parte (Cairo bravissimo “a comprarsi tutta l’Italia senza tirar fuori una cazzo di lira”), il messaggio era quello dell’editore che marca il territorio. Il contratto del comico con La7 scade a fine 2016 e certamente l’editore vuole prolungarlo. Coincidenza, in sala c’era anche Beppe Caschetto, sul quale Crozza ha scherzato in lungo e in largo. “Cairo non ha una lira perché tutto quello che ha lo dà a me. Ve lo giuro, con quello che mi paga dovrei giocare anche nel Torino. Sempre che il mio agente sia d’accordo. Cairo lo sa. Il mio agente è un po’ come mia moglie, un po’ più geloso”. Pausa studiata: “No… c’è anche Caschetto! Non inquadratelo… L’agente più potente d’Italia… Sai quando si dice in Italia decide la gente? Ecco, è lui: l’agente, elle apostrofo. Tutto quello che succede in Italia, Rai Mediaset La7 surruscaldamento globale, decide lui… Secondo voi chi ce l’ha messo Renzi a Palazzo Chigi?”. La tecnica dell’iperbole per ridimensionare un’idea (vera) funziona sempre. Qui si tratta di Caschetto onnipotente, per il quale il suo artista ha chiesto un applauso. I bene informati dicono che in questo periodo il superagente non ha esattamente l’umore alle stelle. Forse qualche operazione non gli sta riuscendo. La7 non sta andando bene. E Cairo non molla nessuno, neanche Floris se a qualcuno venisse in mente, i contratti vanno rispettati e Caschetto è marcato a vista. “Comunque, sia chiaro – è ripartito Crozza parlando del referendum sulle trivelle – io voto quello che mi dice Caschetto. Qualunque cosa abbia deciso, e non vi posso dire cosa perché siamo in par condicio, io vado a votare per tre motivi. Primo, è un mio diritto. Secondo, è un mio dovere. Terzo, ha detto Renzi di non farlo”. Applausi. La riserva antirenziana di Crozza è tornata.

 

Crozza nella Rai delle Meraviglie

Il problema principale di Crozza nella Rai delle Meraviglie è se potrà continuare a prendere per i fondelli Renzi. Avete notato che nelle prime tre serate della nuova stagione su La7 il premier dentone è desaparecido? Sì, un piccolo richiamo nella prima puntata nelle vesti di partner di Denis Verdini, vero ras degli intrighi parlamentari. Meno di un cameo. Una citazione, ma significativa, è arrivata invece nell’ultima serata, dove il mattatore è stato un Donald Trump razzista, nazista, guerrafondaio. Risate facili, che si porterebbero benissimo anche su Mamma Rai.  Ma ecco la chiusa di Crozza: “Con un Trump così, noi ci lamentiamo di Renzi…”. Inconfutabile. E a chi fosse sfuggito: “Di fronte a Trump, Renzi Alfano e Brunetta tutta la vita. No, scusate, Brunetta mi è scappato”. Brunetta.

Ieri, dopo l’incipit tutto per Mentana e il secondo blocco sulle primarie americane, la terza tranche è stata dedicata ad un must come Antonio Razzi. Poi la sarabanda di Floris e diVenerdì, con il quartetto di collegati Pagnoncelli, Luttwak, Cacciari e Freccero (voglio portare chiunque su Raiuno… E Crozza?), mentre il finale è stato per lo strepitoso Germidi Soia. Nella collezione primaverile del Paese delle Meraviglie l’artista genovese ha scelto di rinnovare quasi completamente la galleria dei personaggi. Lentamente e impercettibilmente la carica provocatoria e satireggiante trascolora in una comicità più  soft ed ecumenica. Non più De Luca e Maroni, meno papa Bergoglio e Mattarella. Dentro il cuoco vegano, Trump (“l’abbiamo scritto ieri pomeriggio”) e la parodia carnevalesca dei talk show. Ma la vera novità delle prime tre serate è la sparizione di Renzi. La squadra degli autori è affiatata, il mattatore molto versatile, si può disinvoltamente improvvisare e assorbire qualche illustre omissione, senza perdere troppo smalto (6,95 per cento di share).

Il secondo problema di Crozza nella Rai delle Meraviglie è di tipo produttivo. A La7 il programma fornito “chiavi in mano” dalla ITV Movie di Beppe Caschetto costa circa 400mila euro a serata. E va notato che dura poco più di un’ora, forse meno al netto dei break pubblicitari. Ci sono da pagare gli autori, l’orchestra, il teatro di via Mestre a Milano e la star. Un budget elevato per la rete del risparmioso Urbano Cairo. Ma l’editore stringe i denti e allarga la borsa: con il 7 per cento abbondante di media, Crozza nel Paese delle Meraviglie è di gran lunga il programma di punta della rete e se il suo protagonista dovesse andarsene ne risentirebbe parecchio anche diMartedì, secondo per ascolti (5 per cento circa), dove la sua copertina garantisce a Floris un robusto contributo di audience.

Tuttavia, i rumors crescono. Rispetto a qualche anno fa, nelle ultime stagioni La7 ha perso centralità, il contratto tra il comico e la rete di Cairo scade a fine 2016 (la Rai potrebbe pagare la penale per anticiparne l’arrivo in autunno) e chi lo frequenta dice che Crozza è irrequieto. L’approdo naturale è la Rai meravigliao di Campo Dall’Orto. Ma, con un budget così, Raitre non se lo potrebbe permettere, mentre il repertorio sarebbe difficile da gestire nella Raiuno di don Matteo. Non resta che Raidue. Chissà, pur di favorire il clamoroso passaggio già sfumato nel 2013, precedente che conforta Cairo, Caschetto potrebbe persino rinunciare alla produzione “chiavi in mano”. Ecco di cosa hanno parlato l’altro giorno lui e Gori nell’ufficio di Ilaria Dallatana. Di Crozza. E di Virginia Raffaele, anche lei nella scuderia del principe degli agenti e con il contratto con Mediaset in scadenza nel 2016.

Come Anzaldi è diventato Michele Anzaldi

Un vero duro. Tosto. Ombroso e solitario. Lo descrivono così, quelli che lo conoscono e ci hanno avuto a che fare per motivi di lavoro. “Un ottimo capo ufficio stampa”, versione simpatizzante. “Uno che non scuciva una notizia”, velenosa. “Era più facile trattare direttamente con Rutelli che con lui”, ostile. “Se ti prendeva in antipatia eri completamente tagliato fuori”, distaccata. Perché, da siciliano, anzi, da palermitano, ha un forte senso degli amici (pochi, pochissimi) e dei nemici (la maggioranza). Tra i primi ci sono il portavoce di Renzi, Filippo Sensi, che lo considera suo maestro, e Paolo Gentiloni, il ministro. Tra i secondi, il resto del mondo; con l’eccezione di alcuni animali, i cavalli che ama montare, e i suoi cani, che gli scandiscono la giornata con le loro esigenze… È a loro che, da animalista convinto, riserva qualche tenerezza.

Michele Anzaldi è l’uomo del momento. Non solo per le cose che dice e gli anatemi che scaglia contro giornalisti e conduttori tv quasi come un Brunetta di sinistra. Ma per le domande che il suo comportamento pone all’intero circuito politico-mediatico. In fondo è il continuatore di una lunga tradizione di censori che hanno perlopiù trovato il loro habitat nella Commissione di Vigilanza, istituto dell’ancien régime, da Ugo Intini a Francesco Storace, da Michele Bonatesta appunto a Renato Brunetta. Solo che questi erano tutti di destra. Invece, qui comincia il caso, siamo di fronte a un “epuratore renziano” (Travaglio), un “Torquemada” (Prima comunicazione) che milita nel centrosinistra e si è formato nelle stanze di Legambiente, con Francesco Rutelli e nella Margherita.

Dunque, prima domanda: con quei toni ultimativi, Anzaldi esprime opinioni personali o interpreta il pensiero del premier? “Fifty fifty”, versione disincantata. “È un gioco delle parti, lui poliziotto cattivo, Sensi quello buono”, versione cinematografica. “Fa di testa sua, Renzi non lo smentisce, in privato smorza. Intanto tiene sulla corda chi vuol fare l’indipendente”, versione realistica. Seconda domanda: perché Renzi non lo smentisce? Ci arrivo tra un po’. Terza domanda: chi era prima di diventare Michele Anzaldi? Cioè, colui che, senza andare indietro al caso Giletti e all’imitazione della Raffaele della Boschi considerata irrispettosa, ha chiesto in un paio di settimane il licenziamento di Massimo Giannini per lesa maestà della solita Boschi (”rapporti incestuosi” a proposito di Banca Etruria); di Bianca Berlinguer perché dà troppo spazio ai grillini e ha dimenticato le foibe; di Franca Leosini per l’intervista a Luca Varani, lo stalker sfregiatore di Lucia Annibali; di Andrea Vianello direttore di Raitre, per svariati motivi. Non bastasse, pochi giorni fa ha alzato il tiro esternando sul Corriere il pentimento per aver fatto nominare “noi della Vigilanza, con una serie di votazioni a catena complicatissime, con uno straordinario lavoro di mediazione politica” il direttore generale Campo Dall’Orto e la presidente Maggioni. “Da quando ci sono loro la Rai è peggiorata tantissimo”. Putiferio. Presa di distanza del vicesegretario dem Lorenzo Guerini: “A un politico spetta prendere i voti, non darli”. Conferma della fiducia ai vertici Rai con comunicato dei capigruppo di Camera e Senato, Rosato e Zanda. “Matteo” non l’ha smentito nemmeno stavolta e Anzaldi continua a rimarcarlo.

A metà degli anni ’80, quando è da poco arrivato a Roma, Michele ha in mano solo la maturità liceale. Ma il ragazzo è intraprendente e fonda, prima il Telefono verde, poi l’Osservatorio parlamentare di Legambiente che mette i parlamentari ecologisti in rapporto con gli elettori. Nel ’90 inizia a collaborare con La Nuova Ecologia, diretta da Paolo Gentiloni. Ma è l’amico Gianni Riotta, conterraneo di sei anni più vecchio, a fargli fare il salto, chiamandolo nella redazione di Milano, Italia. È il ’93. Il rapporto tra Gianni e Michele è solido e complice, sono pure imparentati, cognati per l’esattezza, avendo sposato due sorelle, la scienziata Maria Laura Gennaro, Riotta, e Daniela, Anzaldi, dalla quale ha due figli. Con Gentiloni e Riotta la carriera di Michele decolla (per la verità decolla anche la vita privata, perché dopo la separazione da Daniela, Anzaldi sta con Flaminia Lais, portavoce del ministro degli Esteri).

Sempre nel ’93, dicembre, Rutelli diventa primo cittadino di Roma e di lì a poco ha bisogno di un capo ufficio stampa. Anzaldi è perfetto. Il sindaco se lo prende e lo tiene come portavoce anche nei successivi incarichi, da vicepremier del governo Prodi e ministro dei Beni culturali. Michele lo protegge con massima dedizione, se serve anche litigando con Barbara Palombelli che, stando a lui, gli fa frequentare troppi salotti radical chic. Lui no, non si distrae. Tolta quella per i cavalli, non gli si conoscono passioni particolari. È tenace, puntiglioso, ispido. “Quando scrivevi qualcosa che non gradiva, complice l’accento, la minaccia sapeva di lupara”, versione immaginifica. “È l’ufficio stampa che ha il record mondiale di smentite, tanto era poco accomodante. Chiedere ai colleghi delle agenzie”, antipatizzante.

Rutelli declina, nel 2007 la Margherita si scioglie nel Pd, ma Europa, organo ufficiale, resta in vita fino al 2014 (lo è tuttora online). È lì che Anzaldi conosce Nino Rizzo Nervo, Stefano Menichini, Filippo Sensi, geniale autore di Nomfup. Il Pd è in mano a Bersani, e Michele e Filippo cominciano a seguire il giovane Renzi che passa da presidente della Provincia a sindaco di Firenze. Pian piano ne diventano l’ufficio stampa ombra, promuovendo l’immagine del giovane politico dalle idee innovative, fino ad attirare l’attenzione del New York Times che, a inizio 2012, grazie allo sforzo del sindaco di “costruire una città vivibile e viva”, inserisce il capoluogo toscano in uno dei 45 luoghi assolutamente da visitare nel corso dell’anno.

Tredici mesi dopo, alle politiche del 2013, Anzaldi è candidato alla Camera, in posizione blindata, in una circoscrizione dell’Emilia Romagna. A sorpresa, per molti. Non per gli osservatori più attenti della galassia renziana. Impegno e zelo sono ripagati. E “Matteo” non lo smentisce. Per ora…