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Il talento di Fiorello riporta alla goliardia del liceo

La cosa difficile sarà tenere il livello della puntata d’esordio. Qui, ogni mattina all’alba tocca ricominciare da zero e appellarsi al talento di Rosario Tindaro Fiorello. Che è enorme. L’idea di fondo è riproporre la goliardia di certe classi affiatate, capaci di cazzeggiare su tutto: non i fatti della scuola, ma le notizie del giorno. E, al di là di qualche puntata più o meno smagliante, Fiorello tornerà a essere il compagno che fa divertire…

Già nei primi minuti di Viva Rai2 ci sono tre o quattro gag che la Rai di solito ci mette 15 giorni. Dopo la finta assenza, troviamo Fiore a letto con Amadeus che, fra il detto e il suggerito, getta un paio di sassolini nell’attualità: «Sì, parlavi delle primarie del Pd e piangevi… E poi volevi pagare una caramella con la carta di credito. Io ti avevo detto che non si poteva fare… E tu piangevi. Ciuri! Non ho chiuso occhio tutta la notte». La sigla è by Lorenzo Jovanotti: «Viva Rai 2, c’è Fiore con il buonumore». Poi, dentro il Glass box, ecco la presentazione della classe, Fabrizio Biggio e Mauro Casciari, poi Carolyn Smith («Complimenti per Ballando con le stelle! Sai cosa mi piace? L’atmosfera fra voi… un’atmosfera, amichevole. Sembra di stare a casa dei Soumahoro, con la moglie, la suocera…»), il pensionato Ruggiero Del Vecchio, «lo spoiler delle vostre vite». Apre l’agenda vera di Giorgia Meloni – «non posso dire come l’ho avuta» – e legge gli appunti. «Rimuovere Coletta e Fuortes» è un piccolo capolavoro, prestandosi a svariate interpretazioni.

Chiama Matteo Renzi. «No, in questo momento si parla solo della Meloni. Tu stai con Calenda, ok. Qual è la battuta che devo dire? Che siete i Jalisse della politica. Ma non fanno niente da 26 anni. Come voi…».

Fuori dal Glass, Lillo fa la caricatura degli ambientalisti puri e duri, ma non sanno l’inglese e scrivono Save the Heart con l’acca nel posto sbagliato. Rispunta Amadeus per annunciare Francesca Fagnani, co-conduttrice per una sera, in quota mainstream, com’è, del resto tutto il cast del Festival. Ma può non esserlo?

A mo’ di presa in giro dei fanatici dei social e dei critici improvvisati, scorrono in basso sullo schermo i finti messaggi: «Comunque a me Fiorello piaceva di più quando faceva Stasera pago io». E via con la lista dei successi del passato, per concludere con «a me piaceva di più quando non faceva niente». La chiusura è una riflessione ad alta voce dello stesso Fiore: «Avrei voglia di dire arrivederci tra una settimana». Già, sarà dura tenere il livello…

 

La Verità, 6 dicembre 2022

 

«La strada per il Colle passa dal centrodestra»

Patti chiari e intervista lunga, Bruno Vespa è un maestro di ospitalità che sa mettere a proprio agio l’interlocutore invitato nell’accogliente casa di Cortina d’Ampezzo dove, come tutti gli anni ad agosto, l’ex direttore del Tg1 e conduttore di Porta a porta, la Terza camera del Paese, trascorre un paio di settimane di vacanza. I patti sono che non si parla di televisione e di Rai, ma di politica e del suo Quirinale – Dodici presidenti tra pubblico e privato (Rai Libri), ora che è iniziato il semestre bianco che porterà alla scelta del successore di Sergio Mattarella (sé medesimo?) nel prossimo mese di febbraio.

A tutte le elezioni del presidente della Repubblica il candidato più accreditato viene giubilato. È successo a Giovanni Spadolini, Giuliano Amato, Franco Marini, Massimo D’Alema, Romano Prodi…

«Tranne che a Francesco Cossiga, sul quale funzionò il patto di ferro stabilito in precedenza tra Democrazia cristiana e Partito comunista».

Stavolta a chi toccherà?

«A nessuno perché ancora non c’è un candidato esplicito. Ci sono tanti aspiranti coperti, ma nessuno si scopre per non esser costretto a dire di esser stato giubilato».

Parlando di candidati coperti, anche lei, come si legge nel libro, ha rischiato di correre a sua insaputa.

«Quello è un fatto divertente. Silvio Berlusconi disse a Matteo Renzi che siccome, a suo avviso, conosco bene l’Italia… “perché non eleggiamo lui?”. Era solo una battuta, che fu Renzi a riferirmi».

Anche il patto del Nazareno fu tradito quando Renzi estrasse dal cilindro Sergio Mattarella. Come giudica il suo settennato?

«Mattarella è uno dei presidenti più amati, forse il più silenzioso di tutti. Ha incaricato tre maggioranze diverse in tre anni, muovendosi bene in momenti delicati. Soprattutto in occasione della formazione del primo governo Conte e in quella della mancata nascita del Conte ter».

Anche la crisi dell’agosto 2019 non è stata uno scherzo.

«No. Ma la maggioranza imperniata su M5s e Pd è stata una scelta più facile, tant’è vero che se n’era già parlato dopo il voto del marzo 2018».

Quando non diede l’incarico a Matteo Salvini nonostante il centrodestra avesse la maggioranza relativa?

«Non era sufficiente. È vero che il mandato a Roberto Fico fu molto più lungo di quello concesso a Elisabetta Alberti Casellati. Ma Salvini avrebbe dovuto cercarsi 50 parlamentari e sarebbe stato un governo fragilissimo. Poi fu Renzi a mandare all’aria l’ipotesi Pd-M5s in televisione. Mentre fece nascere il secondo governo Conte e ha impedito la nascita del terzo».

È il king maker dei governi pur con un partito infinitesimale.

«I sondaggi lo penalizzano, ma ha 47 parlamentari e conta di farli pesare anche nell’elezione del prossimo capo dello Stato».

Un po’ come faceva Bettino Craxi?

«Craxi aveva il 13%, Renzi era più forte nel Pd».

Con poco determina molto?

«Come Ghino di Tacco: bisogna passare per Radicofani».

Mattarella si è opposto anche alla scelta di Paolo Savona ministro dell’Economia.

«Quasi tutti i presidenti hanno imposto dei ministri, ma l’hanno fatto con il consenso del premier incaricato. Il veto su Savona è l’unico caso in cui un governo non è nato perché il capo dello Stato ha respinto un ministro».

Com’è cambiata la figura del presidente nella Seconda repubblica?

«È cambiata con l’avvento di Berlusconi. Mai Oscar Luigi Scalfaro si sarebbe comportato come fece se non fosse stato Berlusconi capo del governo. Scrivergli una lettera di galateo istituzionale alla quale Giuliano Ferrara, ministro per i rapporti con il Parlamento, rispose giustamente per le rime, fu un comportamento inedito nei rapporti tra Quirinale e Palazzo Chigi».

Con l’avvento di Berlusconi i presidenti sono diventati più interventisti?

«Sì, certo. Lo hanno tenuto sotto tutela. Che lui sia propenso alle scappatelle è evidente, ma loro lo hanno ripetutamente messo in collegio».

Nel caso della nomina di Mario Monti seguita all’invito a dimettersi a Berlusconi di Giorgio Napolitano si è parlato di «dolce colpo di Stato».

«L’ha scritto il sociologo vicino alla sinistra tedesca, Jurgen Habermas. Sicuramente fu un comportamento anomalo, tutto documentato. E emerso a posteriori fa una certa impressione. Tuttavia, dopo la guerra che gli fece Fini, Berlusconi aveva una maggioranza risicatissima, puntellata dai cosiddetti responsabili».

La lievitazione dei poteri del capo dello Stato è conseguenza dell’indebolimento della classe dirigente attuale?

«Non c’è dubbio. È una supplenza di debolezze crescenti. E meno male che Mattarella si è comportato con equilibrio in situazioni che stavano scappando di mano. Direi che Draghi è stato il suo capolavoro».

Dipende anche dal fatto che i presidenti si sono assunti il compito di ridimensionare il centrodestra, dopo Berlusconi anche Salvini?

«Per Scalfaro, Berlusconi era un marziano. E non c’è dubbio che Salvini al governo sia vissuto come un’anomalia legittima».

Anomalia legittima… vengono in mente le convergenze parallele.

«È legittimo che Salvini sia al governo, ne ha tutto il diritto. Anche Mattarella ha chiesto la partecipazione di tutti. Ma non c’è dubbio che sia vissuto come un’anomalia, basta vedere i frequenti scontri con il Pd. Il fatto che due partiti come Lega e Pd approvino insieme riforme importanti è un miracolo congiunto di Mattarella e di Draghi».

L’anomalia è dovuta al fatto che Salvini è cresciuto nella Lega, partito dell’antipolitica come lo era Forza Italia?

«La Ztl della società italiana non si rassegna all’idea che ci sia la destra al governo. È un percorso lungo, vedremo come andranno le prossime elezioni. Il Pd è il legittimo punto di riferimento della classe dirigente e delle élites culturale, burocratica e, in parte, anche imprenditoriale italiana. Anche quando ha il consenso della maggioranza degli italiani, il centrodestra ha la vita più difficile…».

In questi anni Mattarella avrebbe potuto pronunciarsi a proposito delle varie crisi che hanno attraversato la magistratura?

«È una domanda alla quale preferisco non rispondere, per un riguardo al capo dello Stato. Posso solo dire che la magistratura sta vivendo la crisi più grave della storia repubblicana , ancora non si è capito come possa superarla e il Presidente della Repubblica lo è anche del Consiglio superiore della magistratura».

Scalfaro è quello che esce peggio nella galleria dei suoi ritratti?

«Sì, lo metterei in coda alla lista».

Mattarella rimarrà contrario all’idea di prolungare il mandato fino al 2023?

«Credo che il libro dimostri l’assoluta fragilità delle previsioni sul Quirinale. Nel merito ci sono due scuole di pensiero. Una per la quale Mattarella resterà fino a fine legislatura. L’altra, come lui ripete, che non accetterà prolungamenti. Secondo me la prima ipotesi è irrispettosa e con qualche elemento di debolezza. Si rieleggerebbe Mattarella, ma non per sette anni. Credo non si possa fare un contratto con il capo dello Stato in cui si dice: va bene, grazie, adesso ci porti a elezioni e poi te ne vai. Se si elegge Mattarella, lo si elegge per l’intero settennato».

Con Napolitano andò più o meno così.

«Ma decise lui di andarsene dopo due anni. Non si può fotocopiare Napolitano in una situazione diversa».

Oggi la situazione è ancora più complessa per l’emergenza sanitaria e il ruolo internazionale di Draghi.

«Non c’è dubbio che togliere Draghi da Palazzo Chigi sarebbe un peccato, ma il Paese potrebbe essere accompagnato a elezioni dal suo ministro dell’Economia, Daniele Franco. È sicuro anche che dal Quirinale Draghi potrebbe rivestire un ruolo superiore in campo internazionale. Ma parlarne ora è fantascienza. Tutto si deciderà tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio».

Una volta Napolitano le disse che erano maturi i tempi in cui il Quirinale avrebbe potuto essere occupato da un uomo proveniente dalla destra. Previsione realistica, profezia precoce o fantapolitica?

«Servono particolari condizioni politiche e sociali perché un uomo di destra vada al Quirinale. Oggi per la prima volta il centrodestra è decisivo per eleggere il capo dello Stato. Naturalmente conviene che sia una scelta condivisa».

Il Corriere della Sera è già sceso in campagna per il Quirinale?

«L’elezione del presidente della Repubblica è il gioco politico più appassionante dei prossimi sei mesi. È normale che i giornali ci costruiscano un giallo a puntate».

Sperando di piazzare il loro investigatore?

«E chi sarebbe?».

Walter Veltroni è un’importante editorialista del Corriere.

«Walter ha grandi capacità negoziali. Sta a lui convincere il centrodestra a votarlo».

Il giudizio generale sul governo Draghi è positivo: poteva segnare maggiore discontinuità nella lotta al Covid?

«La discontinuità è rappresentata dalla scelta del generale Figliuolo. Siamo passati dalle primule alla rinascita della Protezione civile che era stata lasciata morire».

Vera discontinuità sarebbe stata cambiare Roberto Speranza?

«Difficile cambiare il ministro della Sanità in piena emergenza».

Quanto crede al partito unico del centrodestra?

«In astratto, tra Lega e Forza Italia è possibile, anche se non si fa dalla sera alla mattina. Con la Meloni serve ancora più tempo».

Sul piano dei numeri sarebbe conveniente?

«La storia dice di no. Tutti i partiti che si fondono riducono i loro consensi. Ma le circostanze attuali potrebbero essere più favorevoli all’unificazione».

Come valuta la strategia di Enrico Letta di puntare sull’alleanza con Conte?

«È un esperimento interessante. Vedremo come finirà».

Chi è messo meglio in vista delle amministrative del 3 ottobre?

«E chi lo sa? I sondaggi agostani sono un non senso, quelli affidabili arrivano a tre settimane dal voto. Sono chiamati alle urne venti milioni d’italiani in mille comuni…».

Anche in Italia avremo una grossa coalizione?

«Qualcuno poteva immaginare Letta e Salvini insieme al governo in una situazione come questa? La grossa coalizione c’è già, ed è stata una fortuna. Per la sua collocazione internazionale, Salvini ha fatto bene a entrarci. Come la Meloni a starne fuori, perché avrebbe contato molto poco».

 

La Verità, 14 agosto 2021

Il baco nel «sistema Draghi» si chiama Soldi

Un baco nel sistema operativo dell’infallibile Mario Draghi. Un piccolo infortunio. Un intoppo nell’ingranaggio solitamente ben oliato della macchina di Palazzo Chigi. Da qualche giorno, a proposito delle designazioni dei candidati ai vertici Rai, nei salotti romani circola una battuta al fiele: «Collaboratori infedeli». O, volendo, addolcirla: «Collaboratori inetti». Riguarda i consiglieri del premier che si sono occupati delle nomine della tv di Stato. Infedeli o inetti, la sostanza non cambia. Difficile inquadrare diversamente l’incidente di percorso che riguarda la scelta dell’amministratore delegato nella persona di Carlo Fuortes, attuale Sovrintendente della Fondazione Teatro dell’Opera di Roma, e del presidente in quella di Marinella Soldi, ex ad di Discovery Network e ora titolare di numerose cariche tra cui la presidenza della Fondazione Vodafone Italia. Se queste designazioni venissero confermate, il baricentro della Rai penderebbe così a sinistra da rischiare di farle perdere l’equilibrio. Non a caso Lega e Forza Italia, per non parlare di Fratelli d’Italia, si sono calate l’elmetto.

Andando oltre gli schieramenti, soprattutto l’indicazione della Soldi si è rivelata un tremendo autogol strategico. Nonostante le smentite di rito, è stata lei, prima di trasferirsi al gruppo Vodafone, a condurre la trattativa con la Arcobaleno tre, la società di Lucio Presta, manager di Matteo Renzi, per l’acquisto di Firenze secondo me, il documentario in quattro puntate condotto dall’ex premier e andato in onda sul Nove del gruppo Discovery tra il dicembre 2018 e il gennaio 2019. Il contratto tra l’agente e Discovery è ora finito sotto la lente d’ingrandimento della Procura di Roma che vuole capire come si giustifica il versamento di 700.000 euro dalla Arcobaleno tre a Renzi, 400.000 per la realizzazione del documentario e la parte restante per due format rimasti a livello progettuale. «È tutto rigorosamente tracciato e legittimo», ha replicato l’ex premier in attesa dei controlli della Guardia di finanza.

Al di là di quando e come si concluderanno le indagini, un’ombra sinistra è calata sull’ex numero uno di Discovery nata a Figline Valdarno (Firenze), poco distante da Rignano, cresciuta a Londra, in possesso di un curriculum internazionale e considerata presidente in pectore da tutti. Invece, questo fastidioso baco costringe al ricalcolo. Perché, adesso, particolarmente per il ruolo di presidente i giochi si riaprono. Tanto più considerando il fatto che poi, in Commissione di Vigilanza, servirà la maggioranza dei due terzi (27 voti su 40). Ora più che mai, dunque, Palazzo Chigi avrà interesse a precisare che, mentre spetta al governo, formalmente al ministero dell’Economia e finanza guidato da Daniele Franco, scegliere l’amministratore delegato, la presidenza «di garanzia» compete al Cda Rai. Il quale è, a sua volta, in via di formazione. Ai tre consiglieri già nominati – Fuortes, Soldi e, in rappresentanza dei dipendenti di Viale Mazzini, Riccardo Laganà – vanno aggiunti i quattro scelti da Camera e Senato su indicazione dei partiti. Sono le complesse incombenze di questi giorni, influenzati dal calendario dei lavori parlamentari e dagli umori nella maggioranza, scossa dai contraccolpi del dibattito sul ddl Zan e sulla riforma della giustizia.

Finita la ricreazione per la vittoria agli Europei, le attenzioni di Draghi sono tornate sull’agenda del Recovery fund e la gestione dell’uscita dall’emergenza sanitaria. Di certo le nomine Rai non gli hanno mai tolto il sonno, motivo per cui il relativo dossier è finito sui tavoli dei «collaboratori»: il capo di gabinetto Antonio Funiciello e il direttore generale del Tesoro Alessandro Rivera. Sui quali hanno avuto buon gioco le pressioni dei potenti uomini di sottogoverno romano, da Goffredo Bettini al consigliere del ministro Dario Franceschini, Salvo Nastasi, decisivo nelle nomine di teatri e sovrintendenze, fino allo stesso Gianni Letta, sempre molto influente quando si tratta di tessere tele e indirizzare cariche. Per dire, nel pomeriggio del 6 luglio Bettini è stato avvistato a Palazzo Chigi. Difficilmente per incontrare il premier in persona. Eppure, qualche giorno dopo, ha potuto esultare con un whatsapp che aveva il tono della rivendicazione: «La proposta di Carlo Fuortes per la Rai assicura una professionalità di grande valore alla più importante azienda culturale italiana. Nel 2003, in qualità di presidente dell’Auditorium, proposi al consiglio di amministrazione di nominarlo amministratore delegato. Ho avuto, così, con lui straordinari anni di collaborazione e di amicizia». Per altro testimoniati dalla foto allegata nella quale, vicino ai due, s’intravede anche Letta zio.

Per la Soldi, invece, oltre ai buoni uffici di Renzi, si sussurra di un interessamento del ministro per l’Innovazione Vittorio Colao, per un decennio ad di Vodafone e nel giugno scorso estensore del Piano di rilancio degli Stati generali dove, in molte pagine dedicate alla comunicazione e alla digitalizzazione la Rai non è mai citata. Chissà perché, si chiedono le solite malelingue romane, una come la Soldi che tra Vodafone, Nexi, Italmobiliare e Ariston Thermo assembla un budget che sfiora i due milioni, dovrebbe accontentarsi di un assegno di 200.000 euro l’anno.

 

La Verità, 15 luglio 2021

«L’agenda di Draghi mette in mora gli ex comunisti»

Claudio Velardi ha un passato diverso dal presente. È stato uno dei Lothar di Massimo D’Alema (gli altri erano Fabrizio Rondolino, Marco Minniti e Nicola Latorre) che sussurrava all’allora potente premier, mentre negli ultimi tempi si è avvicinato a Matteo Renzi. Napoletano, 66 anni, fondatore ed editore del quotidiano Il Riformista, tiene il blog Buchineri.org, presiede la Fondazione Ottimisti & razionali e insegna comunicazione politica alla Luiss (Libera università internazionale degli studi sociali Guido Carli). Citando Fiorella Mannoia, ha appena pubblicato Come si cambia. Cronache dall’anno zero (Colonnese).

In un suo tweet di qualche giorno fa scriveva che il Pd, «che sarebbe naturaliter più vicino all’agenda Draghi», è invece attraversato da lacerazioni. Perché?

«Penso che Draghi ponga al Pd una scelta drastica: se si riconosce nel piano di lavoro del governo vuol dire che ha un carattere liberal democratico, se gli fa venire il mal di pancia significa che è preso da pulsioni di una sinistra che ha fatto il suo tempo».

La causa delle lacerazioni è la segreteria di Nicola Zingaretti?

«Sì, perché seguiva quelle pulsioni passatiste. Un processo teorizzato da Goffredo Bettini che sosteneva la necessità di far diventare il Pd e i 5 stelle la gamba di sinistra della coalizione. Mentre Renzi e Calenda avrebbero dovuto rappresentare la gamba liberal con cui allearsi».

Il decisionismo e l’operatività di Draghi hanno evidenziato l’inconsistenza del dibattito interno al Pd?

«Draghi ha rovesciato l’agenda Conte, fatta di continue esternazioni che nascondevano l’assenza di decisioni. Il governo Conte è stato il più indecisionista della storia d’Italia, non solo non ha deciso nulla di significativo durante la pandemia, ma neanche prima. Infatti, andava bene ai partiti».

Invece ora?

«L’agenda la fa Draghi e i partiti perdono equilibrio. A cominciare dal Pd, il più innervato nel sistema. Negli ultimi 26 anni ha governato per 17. Si parla del berlusconismo, ma Berlusconi ha governato una legislatura e poco più. Per il resto, il Pd c’è sempre. Per questo è un partito conservatore».

Le ultime esternazioni d’interesse pubblico di esponenti dem riguardano Barbara D’Urso, il direttore d’orchestra Beatrice Venezi e le sardine.

«L’involucro che avvolge la struttura del Pd è fatta di politicamente corretto. Serve a coprire con il belletto il fatto di essere un partito saldamente innestato nel sistema del potere che, intendiamoci, non è di per sé qualcosa di cattivo. Solo che bisogna saperlo gestire, il Pd lo sa fare».

Però la D’Urso, il vocabolario gender…

«Quando va bene si parla di disuguaglianza e di poveri, sebbene il consenso lo si trovi nelle Ztl. Altrimenti si gioca con la D’Urso e le sardine».

Sono fatti casuali o sintomo del distacco dalle emergenze reali?

«Il Pd è insediato nel sistema non nella società. Quello che sta a cuore alla società gli arriva dopo perché non ha le antenne. Si può pensare tutto il male possibile di Matteo Salvini, e personalmente non lo apprezzo, ma gli va riconosciuto che ha battuto il Paese palmo a palmo. Come pure Giorgia Meloni e persino i grillini. Hanno raccolto le domande della società e le hanno trasferite in politica. A mio avviso, commettendo l’errore di non correggerle e di non governarle, come dovrebbe fare la politica».

Il Pd è il partito dell’establishment?

«Dell’establishment diffuso, che comprende le burocrazie statali, locali, gli apparati pubblici, sindacali e delle categorie. La cosa è seria, non sia mai che il Pd sparisse. Berlusconi e il M5s hanno provato a eliminare gli apparati e le burocrazie, ma non ci sono riusciti».

Perché non parla più di lavoro?

«Essendo legato agli apparati non sa che il lavoro è cambiato. Chi si occupa dei rider oggi in Italia? Il Pd è legato a un’idea di lavoro superata che non guarda ai giovani, ma ai protetti, ai garantiti, ai più anziani».

Non parla nemmeno di scuola.

«Se proteggi le corporazioni degli insegnanti, compresi quelli che non vogliono lavorare, non puoi far passare il principio meritocratico. I sindacati vorrebbero estendere a tutti i premi di produttività, questa è la logica… Se sei legato a queste forze non riesci a dare la scossa».

Nominando commissario per l’emergenza il generale Francesco Paolo Figliuolo al posto di Domenico Arcuri Draghi ha messo in mora anche Massimo D’Alema?

«D’Alema è più intelligente della media della classe dirigente del Pd. Il suo limite è che si è fermato alle analisi di trent’anni fa. A volte riesce a rientrare in gioco attraverso qualche persona vicina. Ma le operazioni di potere devono rispondere a un disegno e il suo disegno è sbagliato. Ha detto che l’uomo più impopolare, un uomo del 2%, non poteva eliminare l’uomo più popolare d’Italia. Abbiamo visto com’è andata».

D’Alema, Bettini, Conte: un’intera filiera di potere è finita ai margini?

«Attenzione, Conte appartiene a un’altra filiera. Gli ex comunisti guardano una fotografia seppiata dell’Italia, per questo le loro strategie falliscono. Se un uomo del 2% rovescia l’Italia come un guanto vuol dire che ha il polso della società. Poi non è amato e non sarà votato… ma anche D’Alema non è che abbia i voti».

Conte apparterrà a un’altra filiera, ma si è giovato dei consigli di D’Alema e dell’appoggio di Bettini.

«Conte appartiene a un’altra filiera: non ha l’ideologia ex comunista. Tanto che ha potuto fare il populista duro nel Conte 1 e poi il populista gentile nel Conte 2. Ha le antenne nella società più degli ex comunisti. Anche se ora, fuori da Palazzo Chigi è molto indebolito».

Si rafforzerà candidandosi a Siena?

«Campa cavallo. Draghi ha un’autostrada fino a ottobre, quando ci saranno le amministrative. Certo, deve portare a casa dei risultati, ma i partiti oltre a entrare nei pastoni dei tg non faranno. Se scendi in strada, la gente ti dice: chissenefrega di Salvini e Zingaretti, fate lavorare Draghi».

In un altro suo tweet scrive che «la scelta di domenica riguarda unicamente la piena, totale e incondizionata adesione del Pd all’agenda Draghi». Lei ce l’ha?

«Sì perché sono una persona normale. A un certo punto arriva l’italiano più stimato nel mondo, uno che dà del tu ai capi di Stato e che ha salvato l’euro, certo che gli do fiducia: che problema c’è? Magari tra due mesi mi avrà deluso e cambierò idea».

Draghi ha cambiato i ruoli apicali di gestione della pandemia: ha sbagliato a confermare il ministro Roberto Speranza e la politica delle chiusure?

«La sfida di Draghi si concentra sui vaccini, è una sfida organizzativa, non sanitaria. Ha cambiato i vertici della Polizia, della Protezione civile e il Commissario straordinario: significa che l’impegno è innanzitutto logistico. Sulla parte sanitaria e le chiusure mantiene una continuità che alla fine è secondaria. Gli italiani sanno che per abbassare i contagi bisogna stare un po’ chiusi. Certo, ci vogliono i ristori per le categorie in sofferenza. Ma Draghi guarda oltre, ai provvedimenti per la ripartenza, allo sviluppo quando le vaccinazioni avranno completato il loro corso. Non serve riaprire per qualche settimana e poi essere costretti a richiudere».

Su Letta è molto fiducioso?

«È un liberal democratico, niente a che vedere con gli ex comunisti. Credo che il suo ritorno sia un bene per il Pd e per tutto il sistema».

Quanto resisteranno gli ex renziani?

«Temo che dentro il Pd si stia stringendo un patto che tende a strangolarli in una logica vendicativa. Se accetteranno questa logica, sbaglieranno. Dovrebbero riuscire a resistere provando a incidere con le loro idee. Se usciranno accelereranno la loro fine».

Anche confluendo in Italia viva?

«Se vanno lì non trovano voti. Renzi dovrà aspettare a lungo prima di risalire. Il caravanserraglio del Pd è importante perché, nonostante tutte le crisi, parliamo sempre di consensi su cifre notevoli. Per questo, forse, è stata sbagliata anche la scelta di Renzi di andarsene».

Con Letta segretario la saldatura con il M5s non sarà più ineluttabile?

«Credo di sì. Conte e Letta saranno competitor e si dovranno distinguere. Conte capo dei 5 stelle è la conferma che Zingaretti e Bettini hanno sbagliato i calcoli ed è uno dei motivi principali delle dimissioni di Zingaretti».

Di cosa è sintomo il fatto che 5 degli ultimi 6 segretari (Walter Veltroni, Pierluigi Bersani, Guglielmo Epifani, Matteo Renzi e Maurizio Martina) sono usciti dal Pd o hanno lasciato la politica?

«È accaduto perché il disegno veltroniano del partito a vocazione maggioritaria è fallito. Il bipolarismo è naufragato e alcuni ex segretari hanno creato nuove formazioni, dando vita a una disseminazione pulviscolare della sinistra che è il derivato del clima di rissa permanente che c’è nel Pd».

Degli ex segretari resiste solo Franceschini perché punta al Quirinale?

«Non credo. Franceschini è un dirigente post dc molto laico che gestisce il potere con intelligenza e duttilità».

Franceschini, Letta, Mattarella: si consolida l’asse della vecchia sinistra Dc?

«Che nel Pd le culture Dc siano sopravvissute meglio delle culture ex comuniste è un dato di fatto».

Ha ragione Alberto Asor Rosa quando dice che la connotazione «di sinistra» nelle forze politiche attuali è assente perché hanno smarrito il «rapporto con le classi popolari»?

«Apprezzo Asor Rosa come studioso, ma politicamente non ha mai ragione. Le classi popolari non esistono. Esistono i poveri, i disagiati, gli sfruttati, ma ognuno è un singolo soggetto che ha a che fare con il proprio bisogno. Se si pensa di classificarlo in uno schema si ha una visione ottocentesca. Se fosse così semplice, basterebbe trovarle le classi popolari, per organizzarle. Ma nessuno le trova».

Ha da poco pubblicato Come si cambia. Cronache dall’anno zero, una riflessione sull’anno della pandemia che ha modificato il nostro vivere. Com’è cambiato Claudio Velardi?

«Rifletto molto di più su me stesso e do meno importanza agli aspetti pubblici dell’esistenza. Anche questa è una forma di emancipazione dalla sinistra, la quale tende a pensare che le cose della politica siano più importanti di quelle che riguardano la quotidianità delle persone. Mi curo di più di ciò che conta, la mia salute, la mia famiglia. Di politica mi occupo per diletto, ma sempre di meno».

 

La Verità, 13 marzo 2021

«Perché io, comunista, non sono di sinistra»

Qualche giorno fa, ospite di Agorà su Rai 3, Marco Rizzo ha detto: «Non so se devo questo invito a Luisella Costamagna, torinese come me, oppure al fatto che oggi ricorre il centenario della nascita del Pcd’I (Partito comunista d’Italia ndr). Nel secondo caso, la prossima volta m’inviterete fra altri cento anni?».

Rai 3 la osteggia?

«Tutti i media di sinistra lo fanno».

E perché mai?

«Perché racconto la verità e dico che la sinistra ha tradito i suoi ideali».

Lei è un comunista di destra?

«Io sono figlio di un operaio della Fiat. Nato e vissuto a Torino, nel quartiere periferico di Borgo Vittoria, dove il Pci prendeva il massimo dei voti. Bene, nel palazzone che all’epoca ospitava la sede provinciale del partito, adesso c’è quella di Unicredit. Questo cambio di destinazione d’uso dà plasticamente il senso di ciò che è successo in questi anni».

Ovvero?

«La sinistra ha abbandonato le periferie e i lavoratori e si è convertita a Bruxelles e alla finanza. Eppure, in occasione di questo centenario, si dà massima visibilità a coloro che il Pci l’hanno sciolto, come Achille Occhetto e Massimo D’Alema. Ad Andrea Romano che giovedì si è presentato alla manifestazione di Livorno con una delegazione del Pd i nostri militanti hanno cantato: “Chi ha sciolto il Pci non può stare qui”».

Sessantuno anni, padre di tre figli, laureato in Scienze politiche, fondatore di Rifondazione comunista e del Partito dei comunisti italiani, deputato per tre legislature e poi europarlamentare fino al 2009, dal 2014 Marco Rizzo è segretario generale del Partito comunista (Pc).

Come vive?

«Scrivo libri e faccio il segretario. Politica non è solo sedere nelle istituzioni. Noi siamo l’unico partito nel quale un eletto percepisce uno stipendio da lavoratore».

Come il M5s.

«Si è visto com’è andata».

Quanti siete?

«Nel 2018 abbiamo preso circa 100.000 voti, alle europee del 2019 siamo arrivati a 250.000. Cresciamo».

Che cosa è vivo del comunismo oggi?

«Ci sono due grandi questioni. La prima è la difesa del lavoro. Siccome i tempi per produrre si ridurranno sempre più, siamo di fronte a un bivio. O imbocchiamo la strada della globalizzazione, con aziende private più forti degli Stati, pochi uomini padroni della ricchezza mondiale e un esercito di schiavi a produrla, oppure scegliamo una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, per lavorare tutti, lavorare meno e vivere meglio».

La seconda questione?

«È l’economia dominante sulla politica. In larga parte del mondo occidentale la finanza e i mercati comandano su tutto. Io credo che il primo passo del socialismo sia far tornare la politica a governare economia e finanza».

Come per esempio accade in Cina, unico paese in espansione in questa crisi da lei stessa prodotta?

«Non voglio certo dire che sia un Paese guida. Però in Cina economia e finanza non comandano la politica. Jack Ma, il miliardario di Alibaba che ha tentato di diventare indipendente, è stato bloccato dall’authority e ridotto a miti consigli. Un altro oligarca cinese è stato condannato a morte per corruzione. Ovviamente non teorizzo la pena di morte, è solo per dire che comanda la politica».

È l’esempio giusto: dovunque si sia realizzato, il comunismo ha generato morte e privazione delle libertà.

«Questo è l’interrogativo: socialismo e liberalismo si confrontato sul crinale tra giustizia sociale da una parte e libertà individuale dall’altra. Oggi il capitalismo occidentale garantisce davvero la libertà individuale? Quando Twitter censura il presidente americano in campagna elettorale è libertà? Lo dico al di là delle posizioni di Donald Trump. Se John Fitzgerald Kennedy fosse stato censurato dal New York Times, il giorno dopo l’Fbi avrebbe sigillato le rotative».

Quindi per la giustizia sociale lei sarebbe pronto a cedere le libertà?

«Dico che anche in Occidente non sono garantite. La Cina non è certo il modello, ma pensiamo a come ha affrontato la pandemia. In un mese e mezzo ha sconfitto il Covid. L’impostazione statale ha funzionato. In Occidente le cose sono andate peggio perché la sanità è finalizzata al profitto».

Anche in Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Finlandia, Norvegia, Danimarca si è contrastato efficacemente il Covid.

«Sono tutte isole e penisole».

Anche l’Italia è una penisola, ma le nostre frontiere sono aperte. La pandemia ha mostrato le crepe della globalizzazione, ma nell’Unione sovietica c’erano sia povertà che dittatura.

«L’Urss di quegli anni si confrontava con Hitler e Mussolini. E la democratica America ha lanciato due bombe atomiche quando la guerra era già vinta. Chiederci degli orrori del sistema sovietico è come rinfacciare l’Inquisizione alla Chiesa di papa Francesco. Bisogna contestualizzare».

C’è sempre una contestualizzazione che fa da alibi, tuttavia è andata così dovunque e comunque.

«In Cina in vent’anni 700 milioni di persone sono state riscattate dalla povertà. Nel mondo capitalista la povertà aumenta e le libertà diminuiscono. I social media hanno bloccato Libero, il Manifesto, l’autore di satira LefrasidiOsho e il sottoscritto. Oggi se non sei sui social non esisti, ma se sei sui social devi allinearti».

È una dittatura strisciante?

«C’è il rischio. Dopo l’avvento delle tv private nacquero organismi di controllo come l’Autorità per le telecomunicazioni, la legge sulla par condicio, l’Osservatorio di Pavia. Perché non si fa la stessa cosa con il Web?».

I social media non sono democratici?

«I vari Mark Zuckerberg e Jack Dorsey hanno un controllo totale. L’Unione europea, che regola anche le misure degli ascensori e degli spazzolini da denti, su queste situazioni latita. Quando ho commentato i fatti di Capitol Hill e sono stato oscurato da Facebook, sanzionato da un’authority della Silicon Valley, non ho avuto notizie della nostra amata Europa».

La Rete è uno strumento di omologazione?

«Non solo. La dittatura digitale si espande. Ora ci sono i corsi di laurea di sei mesi di Google. Se le aziende cominceranno ad assumere i laureati di Google le università pubbliche e private diventeranno obsolete».

Come giudica il fatto che in Italia la sinistra continua a governare senza vincere le elezioni?

«Antonio Gramsci si rivolterebbe nella tomba sentendo questo uso del termine sinistra. I suoi rappresentanti sono più legati ai poteri di Bruxelles e Francoforte di quanto lo siano quelli del centrodestra».

D’Alema ha detto che serve un nuovo partito di sinistra.

«Ha detto anche che dev’essere un partito che raccolga le idee del Pci. Pensi la beffa: è stato tra coloro che l’hanno sciolto».

Il Partito comunista si è trasformato in un grande partito radicale che al posto dei proletari difende i gay, i migranti e le femministe?

«È una mutazione genetica iniziata negli anni Settanta. Invece di aggiungere ai diritti sociali i diritti civili, ha sostituito i primi con i secondi. Diciamo che Marco Pannella ha vinto perché quel Pci, che lo odiava, attraverso i passaggi in Pds, Ds e Pd, si è trasformato in un partito di cultura radical chic. Basta guardare le mappe geografiche del voto».

O le intestazioni genitore 1 e genitore 2 sui documenti anagrafici.

«Hanno sostituito le battaglie sostanziali dei lavoratori con quelle superficiali del pensiero unico. Se poi aggiungiamo anche l’utero in affitto siamo al peggio del peggio».

Della legge Zan contro l’omotransfobia cosa pensa?

«Credo che gli atti violenti e di discriminazione debbano essere tutti puniti. Però fare una legge per specificare reati contro minoranze particolari non significa voler colpire i trasgressori, ma fare propaganda».

Pc è diventata la sigla di politicamente corretto?

«Visto che sono il segretario del Pc al massimo può voler dire più case, più conoscenza, più cultura».

Si definirebbe un nostalgico, un romantico, un utopista, una persona orgogliosa o solo fuori del tempo?

«Mi definisco un uomo con una passione politica con i piedi piantati per terra e la schiena dritta».

Come giudica l’azione di Matteo Renzi?

«Come tutti quelli che vivono nel Palazzo, parla del paese ma pensa a sé stesso. È sicuramente il più capace nel turpiloquio della politica».

Ha perso clamorosamente?

«Direi di sì. Essendo politicamente morto, se fosse riuscito ad ammazzare Conte sarebbe rinato, perché chi ne avesse preso il posto avrebbe dovuto essergli riconoscente. E così si sarebbe seduto al tavolo delle nuove decisioni».

Che vittoria è quella di Conte?

«Esclusivamente individuale. In quale posto al mondo uno così diventa presidente del consiglio e ci rimane?».

Come giudica il comportamento del Pd?

«Il Pd è il progetto politico più conseguente ai poteri economici e finanziari che governano l’Europa. Terminato il suo mandato, Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia dei governi Renzi e Gentiloni, è entrato nel Cda di Unicredit, la più grande banca italiana, con la prospettiva di diventarne presidente. Sono le porte girevoli del potere».

Era il governo delle quattro sinistre, ora sono rimaste in tre.

«Come i briganti della canzone di Domenico Modugno».

Come possono essere alleati il partito dell’establishment e quello della decrescita?

«Uno guida la nave, l’altro tradisce il 35% di consensi che conquistò alle elezioni del 2018. Non si è mai vista questa capacità di dire una cosa e di fare l’esatto contrario. Passano da destra a sinistra spostandosi a 360 gradi. Ora svoltano al centro».

Come vede una coalizione che va da Roberto Speranza a lady Mastella?

«Da Liliana Segre a Renata Polverini, Franza o Spagna purché se magna».

Condivide la politica dei sussidi e dei ristori per lenire i morsi della pandemia?

«È una politica priva di visione. Anziché costruire lavoro si costruisce assistenzialismo. Il reddito di cittadinanza dev’essere una soluzione d’emergenza temporanea. Su questo avrei una proposta…».

Prego.

«Prendiamo la fragile conformazione del nostro territorio, spesso preda di dissesti idrogeologici per cui semplici acquazzoni si trasformano in alluvioni epocali. Lo Stato potrebbe promuovere un grande piano di manutenzione del territorio, destinando chi percepisce il reddito di cittadinanza a riforestare le montagne, pulire i fiumi, risistemare le zone terremotate con la tecnologia e le competenze necessarie. Facendo lavorare geometri, ingegneri, giovani, immigrati. È l’idea contraria allo stare a casa passivi, prendendo una miseria e perdendo autostima. È un piano di ricostruzione che potrebbe impiegare un milione di persone e permetterebbe di risparmiare i costi che sosteniamo per riparare le calamità che periodicamente colpiscono l’Italia».

 

La Verità, 24 gennaio 2021

«Presto saremo di nuovo al capolinea, bisogna votare»

Buongiorno Paolo Mieli, siamo in crisi o no?

«Ne stiamo uscendo. La mia previsione è che martedì Giuseppe Conte avrà i numeri per andare avanti».

Niente elezioni come aveva auspicato in un editoriale sul Corriere della Sera?

«Suggerivo un governo di salute pubblica come ipotizzato dal capo dello Stato Sergio Mattarella. Un governo di decantazione. Guidato, per esempio, da Carlo Cottarelli per gestire la normale amministrazione e andare alle urne appena possibile, compatibilmente con le priorità della pandemia e prima del semestre bianco».

I virologi sconsigliano di convocare elezioni.

«Darei retta a loro in primo luogo. Magari rimpolpando il Comitato tecnico scientifico con altri virologi, considerato che il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, ha scritto in un libro che ne sono stati esclusi alcuni tra i più eminenti, come Massimo Galli e Andrea Crisanti».

Per le amministrative si voterà in tante città italiane.

«Anche questo è da vedere. L’anno scorso le regionali sono state spostate a settembre».

Italia viva ha ritirato la delegazione, ma Conte non ha rimesso il mandato: inusuale?

«Le prassi istituzionali in Italia sono come il sacco della Befana, puoi trovarci qualsiasi cosa. Chiedere la fiducia alle camere è una delle strade percorribili. E comporta il fatto che l’attuale governo rimarrà in carica senza bisogno di varare un Conte ter».

Però cambia la maggioranza.

«Al posto di Italia viva entrerà un nuovo gruppo. È già accaduto, Denis Verdini formò Ala. In molte legislature si finge che nasca un nuovo partito mentre è un assemblaggio delle persone più diverse».

Puntando ai voti dei responsabili Conte disobbedisce a Mattarella?

«Non sappiamo come Mattarella gli abbia consigliato di non ricorrere ai responsabili. La sua azione sembra invece ispirarsi proprio alla definizione di costruttori del discorso di fine anno del presidente».

Definizione elegante e non ironica.

«Matteo Salvini lamenta che a lui non fu concesso questo tentativo mentre a Conte sì. In realtà, dopo il voto del 2018, il centrodestra aveva la maggioranza relativa e proponeva di andare in Parlamento a cercare i voti mancanti. Ora si vuole conoscere in anticipo la configurazione politica dei responsabili».

Quando c’era Silvio Berlusconi si chiamavano voltagabbana.

«Nella storia d’Italia ci sono dal 1876. Il fatto è che sono pessimi quelli della parte avversa, sono salvatori quelli della propria. Lo spartiacque è se li paghi o no. Se li fai ministri, se dai un incarico al figlio…».

Questi costruttori più che le cattedrali fanno venire in mente i compassi?

«Non vedo tracce di massoneria, ma mi rendo conto che dietro Conte c’è un magnete più forte di quanto si immagini. I vescovi per ben due volte si sono pronunciati in favore della tenuta del governo. Capisco l’allarme per la situazione del Paese, ma noto la singolarità del fatto».

Anche papa Francesco ha detto di «non rompere l’unità».

«Del Papa non so, ma non credo che i vescovi si siano mossi a sua insaputa».

L’Italia piegata dalla pandemia è ostaggio dell’ego di due rivali che gareggiano sul grado di virilità?

«Non la metterei così. In politica c’è sempre un elemento psicologico. I recenti fatti americani sono stati spiegati con la pazzia di Donald Trump. Il leader perdente viene sempre descritto come uno che va allo sbaraglio, sbaglia i calcoli e viene giustamente punito dal destino. Nel caso di Renzi, persino il suo barbiere ha detto di non capirlo».

Tra due mesi saremo di nuovo al capolinea?

«È possibile».

Si sente ripetere che il governo deve correre ma lo si vede solo rincorrere il virus?

«È un dubbio che ho iniziato ad avere lo scorso ottobre. Mentre in primavera mi era parso che si fossero presi provvedimenti chiari, in autunno, quando in Europa era partita la seconda ondata, l’Italia si è attardata con dpcm interlocutori. Qualcosa di simile sta accadendo ora. Germania, Francia e Gran Bretagna adottano misure drastiche, noi tergiversiamo. Commettere due volte lo stesso errore sarebbe grave».

Sarà perché Conte ha il problema del consenso?

«Tutti ce l’hanno. In rapporto alla lotta al virus si registrano oscillazioni sia nella maggioranza che nell’opposizione. Al governo si confrontano una linea intransigente e una più morbida».

Il più morbido è proprio Conte. Ripropongo la domanda: cerca consensi?

«È costitutivo di questo governo dover mediare tra le varie anime del Pd, Leu, M5s e Italia viva, che ora non c’è più. Dubito che i costruttori incoraggeranno il rigore nella lotta al Covid. Per questo sostengo che un giorno o l’altro si debba andare a votare. In Europa tutti i leader hanno il consenso degli elettori, noi abbiamo un premier che, quando si è votato l’ultima volta, era sconosciuto».

Ora è dipinto come un Andreotti di sinistra, un federatore alla Prodi…

«Tutte persone che s’incontrarono con gli elettori. Facciamo sì che siano loro a decidere chi è Conte».

Se per Nicola Zingaretti Conte è «dirimente» e Beppe Grillo e Luigi Di Maio lo blindano, è difficile che ciò avvenga.

«Né il governo composto da M5s e Lega né quello formato con il Pd erano stati annunciati in campagna elettorale. Può darsi che quest’ultima alleanza sia la migliore, ma senza la ratifica dell’elettorato manca un elemento fondamentale. Da studioso di storia constato che in Italia non è mai il momento buono per votare. C’è il terrorismo, la crisi economica, la presidenza europea, il G20, la crisi pandemica, quest’ultima emergenza particolarmente tragica. Dopo una legislatura così scombinata la svolta avverrà solo quando gli elettori potranno dire la propria».

Fino a quel momento prevarranno le alchimie di Palazzo.

«E se tra due mesi saremo nuovamente al capolinea spunterà un altro gruppo di super costruttori… Con un Parlamento composto da eletti che hanno come comun denominatore la probabilità di non esserlo di nuovo si potrà andare avanti a lungo. Un editoriale della Frankfurter Allgemaine Zeitung, non un pericoloso organo sovranista, ha scritto che purtroppo, oltre alla gestione del coronavirus, il governo Conte non ha prodotto alcunché riguardo al futuro e si accingeva a distribuire i fondi europei in base a logiche clientelari».

Il premier è riuscito a mettere d’accordo Giuliano Ferrara e Marco Travaglio.

«Sì. Anche se in questi giorni Il Foglio è stato generoso sia nei suoi confronti che verso Renzi».

Conte è un fuoriclasse del trasformismo, uno Zelig del Palazzo o possiede poteri speciali nascosti?

«Tralasciando visioni complottistiche, credo abbia dietro di sé un magnete che attrae il lavoro di personalità molto distanti tra loro come Gianni Letta, amico personale di Berlusconi, Goffredo Bettini, che viveva in Thailandia, Massimo D’Alema che si stava dedicando a centri studi internazionali, lo stesso Pierluigi Bersani. Forse sono coalizzati dall’obiettivo di liberarsi dei due Mattei…».

Questo lavorio favorisce la nascita del partito di Conte?

«Non saprei. Ho appena visto un sondaggio di Antonio Noto che lo dà al 12% e il Pd al 13%. Se queste persone lavorassero al travaso di voti dal Pd a Conte non capirei. Anche perché darebbe un notevole vantaggio al centrodestra».

Come giudica la mossa di Renzi?

«Non credo fosse finalizzata a ottenere incarichi. Per conto mio avrebbe potuto fermarsi dopo aver ottenuto la riscrittura del Recovery Plan. Gli esponenti di piccole formazioni hanno sempre avuto rapporti segreti con i partiti maggiori. Ugo La Malfa li aveva con il Pci. Renzi non ne ha con nessuno. L’unico clemente è stato Pier Ferdinando Casini».

Renzi è uno statista preoccupato del bene del Paese o uno sfasciacarrozze ingombrato dal suo ego?

«Di statisti che si preoccupano della prossima generazione si fatica a trovarne. Sfasciacarrozze, egolatra, vittima di delirio di onnipotenza sono categorie che non uso per nessuno, preferendo tentare di capire cosa succede. E non sempre ci riesco».

È rimasto solo con il cerino in mano?

«Lo è da quando perse il referendum del 2016. Se martedì la crisi avrà l’evoluzione che abbiamo prospettato cominceranno a bruciarsi i polpastrelli».

Il partito di Conte occuperebbe la stessa area elettorale di Italia viva?

«Come detto sarebbero guai anche per il Pd. Ma soprattutto diverrebbe impraticabile l’ipotesi di una concentrazione centrista tra +Europa, Italia viva e Azione di Carlo Calenda. Un’area nella quale sono già naufragati numerosi tentativi in passato. Le parole usate da Calenda nei confronti di Renzi rendono complicata la possibilità di un’alleanza tra loro. In quest’occasione solo Emma Bonino si è dimostrata comprensiva verso il leader di Iv».

Che cosa dimostra il fatto che si pensa di affrontare la pandemia raccogliendo voti da formazioni inedite?

«Francesco Cossiga andò in soccorso del governo D’Alema durante la guerra del Kosovo. Adesso i leader più noti tra i Responsabili sono Bruno Tabacci, che detiene il simbolo della Dc e Riccardo Nencini, che ha quello del Psi. Due personalità della politica, che però non sono Cossiga».

Per affrontare la pandemia servirebbe l’energia dell’investitura popolare?

«Conte risponderebbe che l’energia non viene da un alleato che lavora contro. Tuttavia, forse era più positiva l’energia che arrivava da un alleato che, anche se per ragioni sue, ha fatto migliorare il Recovery Plan».

Era così inimmaginabile che le incompatibilità strutturali tra Pd e 5 stelle sarebbero esplose?

«Non sono esplose, questa crisi le ha cementate».

Uno è il partito dell’establishment, l’altro è un movimento nato nelle piazze dei Vaffa.

«Esiste solo il Pd e ciò che c’è intorno, come LeU. I 5 stelle fanno solo resistenza, si oppongono al Mes, difendono il reddito di cittadinanza. L’ultimo successo è stato il taglio dei parlamentari, poco altro».

Il palazzo è mai stato così lontano dal Paese reale?

«Quanto sia lontano lo si misura solo con le elezioni e il grado di astensione al voto. Il resto sono sensazioni».

Si misura anche con le proteste giornaliere delle categorie?

«Non ho visto categorie in piazza a chiedere le dimissioni del governo. Gli studenti vogliono tornare a scuola, i ristoratori vogliono riaprire o più ristori. Sui social e nei sondaggi non c’è l’onda montante. Vuol dire che il Paese protesta, ma non contro il governo. Mi sembra che anche l’opposizione non abbia reso visibile un’alternativa concreta per mandare a casa Conte».

Forse, visto il momento, anche per una forma di responsabilità?

«Forse. Ma questo l’ha detto lei».

 

La Verità, 16 gennaio 2021

«Il governo delle tre paure cambierà a gennaio»

Professor Marcello Pera, a cosa dobbiamo il piacere di rivederla presente nel dibattito politico?

«È del tutto casuale, mi hanno cercato ora, non prima. Non sono rientrato in politica».

Però sembra sia tornato da una lunga vacanza.

«In realtà, mi sono dedicato alle mie attività di sempre. Ho scritto un libro e ne ho in mente un altro. Se possibile, spero di continuare a fare il mio mestiere».

Presidente del Senato dal 2001 al 2006, filosofo, autore di saggi sull’Occidente, il liberalismo e la modernità del cristianesimo al quale si è avvicinato anche grazie al rapporto con Benedetto XVI, da qualche tempo Marcello Pera ha ritrovato nuova visibilità sui media.

Il momento difficile l’ha richiamata in servizio come certi poliziotti nei film americani che si commuovono davanti a un caso disperato?

«Di disperato in Italia c’è l’Italia stessa. Ci troviamo in una situazione gravissima. Da ogni punto di vista: istituzionale, politico, economico. Siamo molto mal messi e faremo fatica a rialzarci».

Che cos’ha pensato vedendo l’ultimo rapporto Censis nel quale si dice che circa il 58% degli italiani è disposto a cedere quote di libertà in nome della salute collettiva?

«Ho pensato alla battuta di Boris Johnson che fece arrabbiare il presidente Sergio Mattarella. Johnson disse che gli inglesi amano la liberta più degli italiani che prediligono la sicurezza. Penso avesse ragione. Il rapporto Censis lo quantifica. Diciamo che noi amiamo la libertà guidata».

Diagnosi infausta.

«Gli italiani sono propensi a rivolgersi allo Stato affinché li conduca per mano da qualche parte. È istintivo chiedere alla mamma Stato o al babbo Stato: aiutaci tu. Se le cose vanno male, la colpa è sua. Siamo sempre in attesa delle direttive dei dpcm, che nella loro frequenza scandalizzano sempre meno. Questo è un altro elemento che mi fa essere molto pessimista: desideriamo uno Stato paternalistico, che oggi abbiamo».

Siamo un popolo bambino?

«Che non vuole prendersi responsabilità per agire in prima persona e preferisce essere condotto. A tanti anni dal dopoguerra è un comportamento che mi spaventa».

Perché?

«Perché è uno scambio comodo. Io cittadino ti do la mia libertà e tu Stato mi salvi. Si commercia con l’anima».

L’infantilismo si sposa con l’assistenzialismo e il moralismo dei partiti di sinistra?

«Non è infantilismo, ma un atto cosciente e deliberato perché se ne trae un vantaggio».

È un atteggiamento che giustifica lo Stato etico.

«Si sposa con la cultura della sinistra, ma anche con quella cattolica come viene vissuta nel presente. Il cattocomunismo pesca nell’animo italiano».

È ancora vivo e vegeto?

«Mio Dio, sì. La classe dirigente del Pd è notevolmente cattocomunista».

Secondo il Censis il 77% degli italiani vuole pene severissime per chi non indossa la mascherina.

«È quello che dicevo: prima di tutto la salute, la famiglia, la propria sicurezza. Viviamo nella paura che qualcuno ci infetti».

Un altro dato è che la pandemia ha allargato la forbice tra lavoratori che hanno la certezza del reddito e chi ha introiti precari.

«La divisione tra i tutelati e i precari c’era già prima, ma ora si è acuita. Coloro che fanno lo smart working nella pubblica amministrazione, più smart che working, hanno una via d’uscita che gli altri non hanno. Come se ne esce? Ci vorrà la ripresa economica, un nuovo miracolo italiano. Non sono ottimista».

Adesso che si è superata l’opposizione del M5s al Mes e Conte potrebbe mettere da parte la task force sul Recovery fund ci salveranno gli aiuti europei?

«Se fossimo preparati a coglierli sì. Invece siamo preparati a spargerli. Vedo una rincorsa di lobby, parti e partiti a spendere questi fondi più promessi che garantiti. Non sono sicuro che avranno l’effetto di quelli che arrivarono dal Piano Marshall».

Tanto più che sono prestiti.

«Già come siamo adesso ci stanno portando al 169% del debito pubblico, una cifra che si pronuncia sottovoce. Mi chiedo: come si ripaga questo debito e chi lo ripaga?».

Le generazioni future?

«In realtà potrebbe essere un’ipoteca già per noi. Tra un anno, quando la pandemia sarà finita, gli altri Paesi riprenderanno a correre, mentre noi continueremo con il nostro solito Pil all’1-1,2%. Certamente i nostri figli avranno questo gravoso debito sulle spalle, ma si comincerà a soffrire prima».

Qual è il suo giudizio sulla retromarcia del M5s?

«La possibilità di spendere i soldi per le proprie clientele stando in Parlamento sovrarappresentati e con l’opportunità di eleggere il presidente della Repubblica ha convinto i 5 stelle a trangugiare il rospo indigesto».

Anche Matteo Renzi farà retromarcia sulla task force?

«Può darsi che sbagli, ma mi sembra il gioco del vai avanti tu che a me vien da ridere. Renzi si acconcia a fare l’ariete per conto di altri. Oggi sarebbe fuori dal Parlamento come tutti gli esponenti di Italia viva: sono consapevoli che per rientrarci devono pescare voti dal Pd».

Questa curva prepara il rettilineo per?

«Renzi recita la parte del guascone che ben gli riesce. Pd e 5 stelle sono stanchi di Conte che, penso, in gennaio cadrà per essere sostituito da qualcun altro».

Un Conte 3 è impensabile?

«Direi di sì. Troveranno un nome gradito a Di Maio e Zingaretti».

Enrico Franceschini?

«Troppo cattocomunista, anche se molto ambizioso. Serve una figura meno aggressiva e più accomodante per ricompattare M5s e Pd».

Domenico Delrio?

«È meno aggressivo e torvo di Franceschini, ma proviene dallo stesso ceppo. Troveranno qualcuno che li aiuti a presentarsi uniti, gestire la nomina del capo dello Stato e andare a elezioni una volta celebrate nuove nozze».

Conte sta governando con i dpcm, i sussidi e le task force: si poteva fare diversamente?

«Avrebbe potuto se fosse stato un uomo politico, espressione di una propria forza coesa. Inoltre, si è presto invaghito del gioco, ma devo dire che è stato abile».

Ha accentrato il potere.

«Ora è in difficoltà, ma per un certo tempo è riuscito a gestirlo. Per essere un premier raccolto tra i passanti ha mostrato talento e comincia a fare paura perché dispone di una quota di consenso. Minacciando una lista propria può negoziare sul futuro, non sarà facile disarcionarlo. Per questo occorrerà Renzi al suo peggio: anche questo gli riesce bene».

Il governo ha fatto invasione in campo religioso e liturgico?

«Non penso. Più serio e grave è il fenomeno di secolarizzazione della Chiesa che sta rincorrendo il mondo e si sta trasformando in una religione non più della salvezza ma del benessere. Ciò che sta accadendo nel mondo cattolico è veramente epocale e spaventoso. Sta perdendo la sua propria tradizione e la sua dottrina. Ci voleva un gesuita per fare questo…».

Quello di Conte è il governo delle tre paure? Del Covid, della non rielezione di molti parlamentari e di Salvini e Meloni?

«Certamente sì. La curva del Covid sembra risentire dell’andamento della politica. Per esempio, il contagio è scoppiato a fine settembre, dopo le ultime elezioni regionali, mentre nelle settimane precedenti sembrava debellato. Poi c’è la paura diffusa in Parlamento, non solo tra i parlamentari della maggioranza. Pensi a Forza Italia, le percentuali che hanno portato alle attuali rappresentanze non ci sono più. E poi c’è il mostro, il truce, il fascismo che avanza. La sinistra ha sempre bisogno di questi bersagli che fanno presa anche sui nostri media».

La narrazione.

«Salvini è fascista, vuole i pieni poteri, toglie la libertà, si allea con i polacchi e gli ungheresi: questo è il ritratto».

Difficilmente accadrà, ma se si andasse a votare il centrodestra sarebbe pronto?

«Temo di no. Penso che potrebbe avere la maggioranza, ma non sarebbe pronto».

Non possiede una classe dirigente adeguata all’ora più buia?

«Non vedo i tre partiti parlarsi, confrontarsi, stendere un programma comune nel quale coinvolgere le istituzioni, la politica, l’economia. Li vedo ancora in competizione e quindi quel programma comune che infonde credibilità nell’elettore è di là da venire. Ero presente in occasione della vittoria del centrodestra nel 2001 e ricordo il susseguirsi di incontri e scambi tra i partiti di allora. Ora questo lavoro che dovrebbe preparare le leggi e tenerle pronte nel cassetto, non c’è. E questo mi preoccupa».

Più della mancanza di una classe dirigente all’altezza?

«Sì, perché, in realtà qualche volto nuovo e credibile nella Lega e in Fratelli d’Italia comincia a spuntare. Invece, se il centrodestra dovesse vincere alle urne che cosa farebbe dell’attuale Costituzione, dell’assetto istituzionale, della presidenza della Repubblica, di un sistema di governo troppo debole? Quale posizione avremmo in Europa? Sull’economia e sul fisco? Può darsi che la riflessione su questi temi ci sia, ma io non ne ho notizia».

È ancora l’uomo che sussurra a Salvini?

«Ci ho parlato qualche volta, ma non sono uno che sussurra. Se ne avessi l’occasione segnalerei i problemi che le ho enunciato. Nel 2001 il lavoro del centrodestra fu agevolato dal fatto che c’era una leadership forte. Adesso non c’è e prevale la competizione anche sorda sull’unità. Questo non lo sussurro, ma lo dico a voce alta».

Sarà difficile trovare il candidato premier?

«Si finirà per scegliere chi ha più voti. Lei ricorderà Ugo La Malfa: voti ne aveva pochissimi, ma era un leader».

Rebus di non facile soluzione.

«Lo scioglierà l’aritmetica».

Servirebbe qualcuno in grado di amalgamare le diverse anime?

«Con due o tre idee che si concretizzino in un programma sul quale concordino tutti».

Ci vorrebbe una certa maturità.

«E l’aiuto di Dio».

Alcide De Gasperi diceva che un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista alle prossime generazioni.

«Ma lui un leader lo era e forse non possiamo aspirare così in alto. Nel 2001 ci fu Berlusconi. Se nostro Signore fosse benevolo, potrebbe suggerirci qualcuno di accettabile».

Il nuovo capo dello Stato che si sceglierà nel gennaio 2022 sarà inevitabilmente di centrosinistra?

«Non è una condanna biblica, ma probabilmente andrà così. Sarà eletto dalla maggioranza che c’è ora in Parlamento anche se non lo è nel Paese».

Siamo destinati alla discrepanza fra palazzo e Paese reale?

«Eletto con la maggioranza formata da Pd e M5s sarà un presidente di palazzo, certamente non di popolo».

 

La Verità, 11 dicembre 2020

«Il mio Osho fa ridere anche con il coronavirus»

Se l’autore di satira del momento si definisce «non di sinistra» vuol dire proprio che non si può più stare tranquilli. L’unica certezza era che lo sberleffo e la risata antipotere erano sinistrorsi e proletari. «Invece la sinistra sta con l’establishment, vedi il Pd, e il proletariato sta dall’altra parte», dice Federico Palmaroli, in arte Le frasi di Osho. 47 anni, studi classici e un lavoro diverso da quello che lo ha portato ad avere 300.000 followers su Twitter e un milione su Facebook, collaborazioni con Il Tempo, Porta a Porta e il Corriere della Sera. Ogni post un tizzone, una scintilla che illumina più di tanti pensosi editoriali. Sulla psicosi da coronavirus: «Ormai me lavo le mani pure dopo essermi lavato le mani». Sulle sardine che aprono la stagione di Amici di Maria De Filippi: «Li avrei visti mejo ad Alici». «Signole, Mattalella ’scito», risponde il presidente in persona alla telefonata di Conte, preoccupato per l’aria di crisi.

La satira è solo un hobby?

La vivo ancora come un fenomeno estemporaneo.

Ma di tempo gliene prende molto?

Soprattutto verso sera, quando preparo la vignetta per il quotidiano e mi dedico a Osho. C’è la ricerca delle immagini, poi le battute arrivano fulminee.

Tempi duri con il coronavirus?

Era più facile ridere quando non era un caso nostro. Riguardava i cinesi e chissenefrega. Appena è arrivato in Italia è montata l’onda buonista che decide su cosa si può fare satira e su cosa no.

Poi è calata?

Il moralismo non regge perché sui social tutti cercano un ruolo. All’inizio provano a fare i censori, tipo: non si scherza su queste cose; questa te la potevi risparmiare… Poi tutti cominciano a far battute.

Il bersaglio si è spostato dai politici agli italiani?

C’è un certo appetito di satira, perculare le paranoie funziona. Dopo un po’ la politica può stancare.

Soprattutto se è noiosa.

Prendersi una pausa serve anche a chi la racconta. Per resettare… come con la storia di Meghan e Harry. Anche se la coppia Salvini Di Maio con i loro litigi quotidiani offriva più spunti.

Ridere sulle psicosi è facile?

La caccia all’amuchina e alla mascherina lo era fin troppo. Non era satira sui morti, ma sugli eccessi di panico.

Alessandro Di Battista ha scritto su Facebook che ne muoiono di più colpiti dai fulmini.

Un po’ di ragione ce l’ha, c’è un allarmismo stereotipato. Nessuno ne è davvero immune.

Neanche un autore un po’ cinico?

In effetti, il raffreddore mi ha fatto pensare.

Il governo più naif che combatte l’epidemia più proteiforme del secolo è una buona base di lavoro?

Un governo che sta insieme con la colla, con un premier che cambia tutte le gradazioni, dal gialloverde al giallorosso, magari al giallazzurro, e con un ministro degli Esteri come Di Maio, fa ridere da solo.

Conte rivendica il primato in Europa.

Con i contagi l’ha trovato.

Ha ritratto lui e Giggino pronti a mollare tutto.

Aprire un chiosco di amuchina nel lodigiano poteva essere molto redditizio. E per Di Maio coerente con il passato.

Poi c’è il ministro della Salute Roberto Speranza confortato da chi l’ha preceduto.

«’N te invidio proprio», detto dalla Lorenzin. Con la sua faccia da fanciullo, di fronte a ’sta sciagura Speranza fa tenerezza. Il cognome sembra un contrappasso.

Il soggetto più fertile è Matteo Renzi?

Le sue bizze cominciano ad annoiare, divertono di più le incoerenze di Conte. Il suo fare rassicurante che nasconde altro. Il suo essere pronto ad accordi con chiunque pur di restare incollato allo scranno. Subito dopo, come fonte ci sono le sardine, che purtroppo sono già mezze finite.

Dice?

Dopo aver riempito le piazze quand’era facile hanno infilato una serie di gaffe. Contro il coronavirus intoniamo Bella ciao?

Perché sono in calo?

Hanno dimostrato il vuoto pneumatico. L’umorismo su di loro non fa più scattare i difensori. Quando ho postato «aggiungere Calfort a ogni lavaggio» per la Whirlpool nessuno ha protestato. Qualche giorno fa Santori ha detto che non riusciva a trovare un buco in agenda per incontrare Conte, poi s’è scoperto che stava a prepara’ il passo a due per la sfida di danza ad Amici.

Com’è riuscito a vedere un lato comico in Mattarella?

Con il romanesco si dà un tono terra terra a un personaggio ad alto contenuto istituzionale e si crea il corto circuito. Lo stesso succede con il Papa.

I grillini offrono più spunti di tutti?

Per il loro autodidattismo. I guai di Di Maio con l’inglese e la geografia sono noti. Ora che torna Di Battista ci sarà da lavorare.

Cos’ha visto in Osho, il santone?

Non sapevo neanche chi fosse. Cinque anni fa ho trovato che le sue «perle di saggezza» erano molto condivise su Facebook e mi è scattata l’idea di fargli pronunciare certe massime: «Quando c’hai sete l’acqua è la meglio cosa», oppure: «I pomodori ’n sanno più de niente». Lo declinavo come uno di noi.

Niente politica?

Poca. Il fatto che fosse neutrale gli dava forza. I followers incoraggiavano: «Nun te mischia’ con la politica…». Adesso sono impantanato, ma se non ci fossi entrato, prima o poi sarebbe finito.

Un santone orientale con il cinismo dei romani.

Altro corto circuito. La nostra parlata ha una vena che nessun dialetto ha, manco l’italiano. È quella della comicità cinematografica riconosciuta ovunque.

Con le foto dà il senso del fatto in tempo reale?

Cerco di cogliere l’espressione o la posa e creo la frase che corrisponde. È quello che facevano cinquant’anni fa i fotoromanzi come Grand Hotel.

Il terzo ingrediente è il gergo, le frasi fatte ricontestualizzate.

Le espressioni che sono depositate nel nostro codice linguistico tornano a galla con Osho e fanno scattare l’alert mentale.

È più facile prendere in giro «i migliori»?

È il meccanismo del re nudo. I 5 stelle si sono proposti come paladini anticasta e poi scopriamo che hanno i loro scheletri. Anche se bisogna riconoscere che la politica l’hanno un po’ moralizzata.

Dà soddisfazione sbeffeggiare chi tiene molto alla propria immagine?

Quando puoi infilzare quello che se la tira mostrando com’è in realtà è difficile risparmiarlo. Il picco è sbertucciare chi si pensa superiore.

I soloni del politicamente corretto?

È stato divertentissimo il periodo di Laura Boldrini con il suo linguaggio tassativamente al femminile. Un altro bel momento è stata la campagna contro Harvey Weinstein e le scoperte su Asia Argento. Poi Greta Thunberg, un’intoccabile alla quale facevo dire banalità meteorologiche. Anche se un certo accanimento non mi piaceva.

I social fomentano l’odio?

Hanno creato la guerra civile 2.0. Una volta certi discorsi si facevano al bar o tra amici. La possibilità di scrivere in forma anonima autorizza chiunque a insultare. È un meccanismo che ha creato dei mostri. Aveva ragione Umberto Eco quando disse che il Web aveva dato voce a tanti imbecilli.

Esempi?

La base militante dei 5 stelle non ammette critiche e reagisce sempre in modo scomposto. Il massimo si è avuto quando si sono alleati con il Pd che fino a quel momento era il partito di Bibbiano.

Poi c’è il gioco delle coppie, Massimo D’Alema che svezza Speranza.

Le coppie danno la possibilità di collegare fenomenologie distanti come quella della politica e quella dell’amore.

Salvini e Di Maio.

Salvini che telefonava a Di Maio rivelandogli di essere incinto ha spopolato.

Zingaretti e Renzi che litigano su tutto.

Il Pd è una miniera perché, pur essendo il partito dell’establishment, è anche il partito dei grandi litigi perché sta al governo e all’opposizione allo stesso tempo. Zingaretti non è facile perché dice cose da Miss Italia, la pace nel mondo… basta odio… Sembra una sardina cresciuta.

È più tenero con Giorgia Meloni e Salvini perché sono più veraci?

Salvini è bullizzato ogni giorno come Berlusconi una volta, perciò non mi viene voglia di attaccarlo. Far parlare la Meloni in romanesco sarebbe ridondante. Si può se ci sono in ballo le alleanze, perché per il resto si espone poco e mantiene una linea coerente.

Risparmia i volti noti della tv?

Le cazzate dei conduttori non hanno un’eco così vasta. Se i fatti non sono noti e si devono spiegare la battuta non arriva. A Sanremo Amadeus rincorreva Morgan che voleva andarsene a casa: «Quale casa?».

Mi rivela una sua passione privata?

Mi piace il Futurismo: leggo i saggi, vado alle mostre. Poi tifo Lazio e quindi qualcuno si sente autorizzato a darmi del nazista. In realtà, credo che nessuno si aspettasse una satira divertente che non fosse di sinistra. Ma ora cominciano ad apprezzarmi anche da quelle parti.

 

Panorama, 4 marzo 2020

«I Pm hanno tanto potere Serve ancora Geronimo»

Il cellulare di Paolo Cirino Pomicino squilla con insistenza. «Sono l’ultimo sopravvissuto che parla e mi cercano in tanti», si giustifica. «Ma devo fare i conti con la mia età e le mie energie». Ottantenne, con il cuore e un rene trapiantati e un lungo avvenire dietro le spalle, l’ex ministro del Bilancio dei governi Andreotti, ha ancora le giornate piene: «Partecipo a convegni, seguo la politica e sono presente in alcuni consigli di amministrazione». Lo incontro nel suo ufficio romano, scrivania affollata di carte e giornali.

Quante vite ha, onorevole Pomicino?

«Diverse. Anche perché sono nato il 3 settembre 1939, alle 7 del mattino. Alle 11 la Gran Bretagna dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto».

Nato sotto le bombe.

«Sì, ma fin da subito c’era il segno della Provvidenza. Perché il mio arrivo consentì a mio padre di non essere chiamato al fronte in quanto padre di cinque figli».

Dalla data di nascita e dall’esenzione militare di suo padre ha preso più lo spirito combattivo o quello pacifico?

«Entrambi. In quegli anni bisognava saper scegliere i nascondigli giusti per ripararsi dalle bombe, ma anche saper combattere per sopravvivere e riacquistare la libertà. La famiglia numerosa è stata una grande scuola di tolleranza».

Invece, la scuola vera?

«Ci andai a 5 anni. Ho fatto tutti gli studi dai Fratelli delle scuole cristiane».

Come mai?

«Mia madre era una donna di grande fede. Quando mio fratello Mariano, secondogenito, morì a 33 anni, e le diedi la notizia, rivolgendosi a un quadro della Madonna di Pompei, disse piangendo: “Non ti capisco, ma te lo affido”. Quella testimonianza ci ha accompagnato in tanti altri momenti tragici».

Lei è medico chirurgo, specializzato in neurologia.

«In malattie nervose e mentali, per l’esattezza. Ho fatto dieci anni d’ospedale, diventando assistente ordinario in neurochirurgia e poi aiuto nella divisione di neurologia».

E invece come diventò ministro del Bilancio e della Funzione pubblica con Andreotti e De Mita?

«Arrivai alla Camera nel 1976, ma dopo la prima legislatura nella commissione Sanità, scelsi quella del Bilancio, dove fui presidente per 5 anni, facendo diventare quella commissione leggendaria grazie anche a tutti i suoi autorevoli componenti».

Come si avvicinò ad Andreotti?

«Alle politiche del 1972 Giulio fu capolista a Napoli. E, da giovane consigliere comunale, m’impegnai per la sua elezione. Ebbi modo di conoscerlo e insieme ad altri amici fondammo la corrente andreottiana».

Perché la chiamavano ’o ministro?

«Il copyright è di una rivista scandalistica che agiva nel sottobosco della politica. E che, non avendomi in simpatia, manifestò così il suo disprezzo. Miserie».

Come nacque Geronimo, altro soprannome, stavolta scelto da lei, con il quale firmava commenti e retroscena sui quotidiani?

«Da una telefonata a Vittorio Feltri quando dirigeva l’Indipendente e titolò in prima pagina <Pomicino inguaia Napolitano>. Telefonai per contestarlo e Feltri prese atto. Quando lo invitai a chiamarmi se avesse avuto bisogno di un articolo, mi disse: “Lo scriva oggi”».

Geronimo?

«Era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste. Ed anch’io continuo a non arrendermi».

Ai magistrati?

«Non solo a loro e alle loro truppe mediatiche».

Non godeva di buona stampa?

«Prima del 1992 sì, tanto che nel 1991 ebbi una visita di Carlo De Benedetti, con il quale c’era un rapporto di stima reciproca, che mi spiegò il disegno politico al quale stava lavorando».

Un governo nel quale lei avrebbe dovuto essere ministro.

«Sì, in un sistema politico diverso da quello vigente. Risposi scherzosamente dicendo che, a nostra volta, io e Andreotti stavamo pensando a un grande disegno industriale e volevamo lui come nostro imprenditore. Fu il primo segnale dello scontro tra finanza e politica».

Dopo quel rifiuto cambiò l’atteggiamento dei giornali del gruppo Espresso?

«Già mi erano contro, ma poi divennero feroci».

Altre vite: il trapianto di cuore nel 2007.

«E quello di rene nel 2019… Il trapianto di cuore fu preceduto da due interventi di by pass, a Houston nel 1985 e a Londra nel 1997. Nel 2006, l’anno prima del trapianto ero stato rieletto deputato con la nuova Dc di Gianfranco Rotondi ma, contro il mio parere, eravamo confluiti nel Pdl. Parte di quella breve legislatura la feci in ospedale. Poi Silvio Berlusconi decise di non candidarmi, facendomi un piacere».

Perché?

«Potei iniziare una nuova vita».

Infatti nel 2014 si è sposato con Lucia Marotta, di 27 anni più giovane.

«Dal 2000 ero separato. Ho incontrato una donna intelligente e generosa con la quale dopo diversi anni mi sono sposato civilmente».

Perché ha intitolato il suo libro sulla seconda repubblica La Repubblica delle giovani marmotte?

«È un’immagine per descrivere la nuova situazione politica dopo Mani pulite. Diventammo improvvisamente un Paese privo di ogni cultura politica. Siamo l’unico Paese europeo, infatti, a non avere un partito liberale, socialista, verde o democratico cristiano. La responsabilità fu del vecchio Pci che, alimentando l’opzione giudiziaria per sconfiggere i partiti del vero centrosinistra, lavorò per cancellare la cultura politica di tutti avendo perduto la propria».

Mani pulite è una conseguenza del crollo del Muro di Berlino.

«Sotto le sue macerie non è rimasto solo il partito comunista ma, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, anche i partiti che avevano vinto la battaglia della storia. Mani pulite fu voluta dalla borghesia azionista guidata da De Benedetti. Il quale pensava di essere la nuova testa del futuro governo del Paese, che avrebbe sommato l’élite finanziaria e industriale del salotto buono del capitalismo italiano al Pci di Achille Occhetto e Luciano Violante, ancora in possesso di una forte organizzazione territoriale».

Sui giornali e nelle ricostruzioni storiche si è parlato poco di questo disegno.

«Nel 1992, quando il centrosinistra raccolse il 55% dei consensi, doveva iniziare una legislatura a guida socialista con un presidente della Repubblica democristiano. Un assetto politico non gradito all’intelligence americana e a quell’area composta dal Pci e dalla borghesia azionista che sognava di fare grandi affari con la vendita, o meglio la svendita, del 25% dell’economia italiana in mano pubblica a finanziarie internazionali. Basta leggere le memorie di Giuseppe Guarino per rendersene conto».

Una svendita che poi è realmente avvenuta.

«Oggi si è completata. Ma invece di risanare i conti pubblici, il debito si è triplicato, passando, a moneta corrente, da 839 miliardi di euro del 1991 a 2400 miliardi attuali, con un pesante impoverimento del ceto medio. I famosi esponenti del salotto buono del capitalismo italiano sono andati all’estero o hanno venduto agli stranieri, o sono falliti. E il Paese è rimasto senza politica, senza economia e con una ricchezza elitaria».

La nascita dei populismi è la reazione a questa situazione?

«Non c’è dubbio. Il populismo l’abbiamo conosciuto anche nel 1948 con Guglielmo Giannini, ma allora i grandi partiti lo inglobarono subito. Oggi, invece, quel vuoto della politica e delle sue culture ha reso l’Italia un Paese di consumatori e di produttori per conto terzi. Questo vuoto è stato riempito prima dal populismo rabbioso guidato da Beppe Grillo, poi da quello leghista, più organizzato e dotato di una certa identità politica».

Quali errori ha commesso in questi anni Matteo Salvini?

«Il primo è stato aver fatto un’intesa con i 5 stelle che sono la vera grande anomalia del Paese. Abbiamo affidato ruoli di responsabilità pubblica a personaggi inadeguati di cui Danilo Toninelli è stato il simbolo. L’unico fatto positivo è stato che Salvini ha ridotto alla metà il consenso dei 5 stelle».

Nessun altro errore?

«Un altro è quello di insistere sul cosiddetto sovranismo. Una cosa è riformare l’Unione europea di oggi, un’altra è vagheggiare una autarchia nel pieno della globalizzazione. Anche Trump e Putin vorrebbero sgretolare l’Unione europea per fare sul Vecchio continente una nuova Yalta».

Salvini è uno dei pochi politici che quando commette errori come in questi giorni lo ammette?

«Credo di sì ed è un’ottima scelta di marketing politico».

Di Matteo Renzi scrive che è uno scout scelto da «terribili forze che lo hanno sempre sostenuto». Chi sono queste forze?

«Ambienti finanziari nazionali e internazionali che desiderano stabilità politica. Renzi rappresentava questa speranza, ma è stato purtroppo divorato dal personalismo, ritenendo di poter colloquiare con il popolo eliminando i cosiddetti corpi intermedi. Un errore di gioventù. Ha dimenticato che un grande leader è quello che convince non quello che ordina».

Che cosa significa il fatto che in soli tre anni il Pd di Renzi e il M5s hanno visto drasticamente ridimensionati i loro consensi?

«Che non sanno rispondere alla domanda che qualunque elettore alla fine fa ai partiti: prima di dirci cosa volete spiegateci chi siete».

Un difetto di identità?

«Esatto».

Un rischio che corre anche la Lega di Salvini?

«Non a caso Giancarlo Giorgetti, di formazione democristiana, ha suggerito di mettere la foto di Renzi sulla scrivania. La Dc e il Pci e il Psi sono durati quarant’anni perché avevano un’identità e i loro elettori un senso di appartenenza».

Dopo le dimissioni di Luigi Di Maio quanto durerà il M5s?

«Sarà sempre più insignificante e prima o poi divorato dal Pd e dalla Lega».

Con la globalizzazione tramontano i partiti e prevalgono i poteri forti?

«Non per la globalizzazione, che è un processo inarrestabile, ma per la finanziarizzazione dell’economia che è la vera peste del terzo millennio. Inoltre, la finanza controlla l’80% dell’informazione dando vita così a un intreccio di potere fortissimo».

Lei nota che per quasi trent’anni il ministro dell’Economia è stato un tecnico. La scelta di Roberto Gualtieri deve rincuorarci?

«Credo proprio di sì, ma deve ancora prendere confidenza con la finanza pubblica e con un’economia stagnante».

Nei giorni scorsi si è tornato a parlare del tesoro di Bettino Craxi, ma non si parla mai del tesoro immobiliare di Antonio Di Pietro.

«Sono i grandi silenzi di quella stampa che applaudiva alla distruzione del sistema politico che aveva fatto dell’Italia la quinta potenza industriale».

Di recente Di Pietro ha detto che non puntava contro Craxi, ma sull’ambiente malavitoso che girava attorno ad Andreotti.

«Le balle di Di Pietro non si contano più. Giovanni Falcone, eroe dell’antimafia, fu direttore degli Affari penali nel governo Andreotti e un giorno, come ho testimoniato al processo di Palermo, mentre ero in attesa nell’ufficio di Andreotti, ne vidi uscire Falcone e Salvo Lima insieme. Se tanto mi dà tanto, allora anche Falcone sarebbe stato amico degli amici».

Con i 5 stelle al governo cresce il potere della magistratura?

«Cresce il potere dei pubblici ministeri, che è una cosa diversa, perché essi sono gli unici italiani non punibili nell’esercizio del proprio ufficio».

Manette agli evasori e abolizione della prescrizione.

«Tutti poteri dei pm che nella maggior parte dei casi soggiogano i giudici delle udienze preliminari, ma per fortuna non i collegi giudicanti. Infatti, circa il 40% dei processi si conclude con l’assoluzione. L’ideologo di queste leggi è Piercamillo Davigo».

Il 40% dei processi si conclude con l’assoluzione, ma spesso non lo si viene a sapere, com’è accaduto nel caso dell’ex ministro Calogero Mannino.

«È una vicenda scandalosa. Mannino è stato assolto dopo vent’anni di sofferenze e oltre due anni di carcere preventivo. Tutto, nel silenzio complice di gran parte del mondo dell’informazione».

Qual è il suo giudizio sul governo attuale?

«Vuole che spari sulla Croce rossa? Certi video spiegano meglio di tante parole. Quello che mostra il tentativo del premier di mettersi in prima fila nella foto opportunity a Berlino suscita tenerezza per Conte e preoccupazione per l’Italia».

Come andranno le elezioni in Emilia Romagna?

«Vincerà Stefano Bonaccini e la Lega sarà il primo partito. A meno di sorprese sempre possibili».

Non trova che le sardine siano piuttosto esangui?

«Le sardine rappresentano il bisogno di avere una politica all’altezza di un Paese moderno e con un linguaggio civile».

Non è l’antisalvinismo la loro prima istanza?

«Sono partite così, ma sottotraccia la richiesta è rivolta anche ai 5 stelle e ad un Pd sempre più smarrito e spesso preda, come a Napoli, di ex magistrati che ritenevano la Dc napoletana collusa con la camorra. I giudici li hanno sbugiardati, ma il Pd li ha premiati».

 

La Verità, 26 gennaio 2020