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«Mattarella calpesta i limiti della Costituzione»

Sconfortato per lo stato dell’informazione in Italia e in Europa, stupito di essere tra i pochi ad allarmarsene ma deciso a dar battaglia, già ai vertici di importanti istituzioni della comunicazione, ex consigliere Rai e per vent’anni presidente di Pubblicità Progresso, Alberto Contri ha appena pubblicato La guerra della comunicazione, testo contenuto in Luce (Arca Edizioni), saggio di autori vari, tra i quali lo storico Angelo D’Orsi e la virologa Maria Rita Gismondo.
Professor Contri, in pochi giorni abbiamo registrato l’autocritica del Wall Street Journal sulle previsioni economiche sbagliate, sui dazi e sulla tenuta di Trump, la retromarcia del New York Times sui piani economici soffocanti, le politiche ambientali autodistruttive e l’immigrazione indiscriminata e il ritiro di un articolo di Nature sulle teorie del cambiamento climatico. Che cosa sta accadendo alla comunicazione mondiale?
«Forse sta iniziando a incrinarsi il blocco informativo gestito da Blackrock, il più grande fondo di investimenti mondiale che ramifica il suo potere in 500 multinazionali tra cui sei potenti network di comunicazione. Questi media, forse, lo ripeto, cominciano a realizzare che, oltre un certo limite di bugie, non si può andare perché la popolazione si rende conto della discrasia tra la realtà e la narrazione».
Sono autocritiche e ripensamenti clamorosi di testate prestigiose, come mai non se ne parla nei nostri giornali e nelle nostre televisioni?
«L’unico che le ha riprese è Federico Rampini, tra i giornalisti e analisti più indipendenti in circolazione. Le altre grandi firme ed editorialisti, in Europa e in Italia, continuano la loro routine come se niente fosse».
È curioso che testate e opinionisti in prima linea per la libertà di stampa siano invece retroguardie quando si tratta di dare notizie che implicano un ricalcolo radicale?
«Più che curioso lo definirei drammatico. È un comportamento rivelatore del fatto che costoro si muovono in base a motivazioni ideologiche o a pressioni degli editori, anche in conseguenza del miliardo che hanno ricevuto in 10 anni dall’Unione europea (fonte: Brussels’s Media Machine, Thomas Fazi ndr) – per cui bisogna parlar bene dell’Europa – e dalla presidenza del Consiglio, sotto forma di finanziamenti alla cosiddetta stampa libera. Per esempio, mi ha stupito la richiesta di questi giorni del presidente degli editori Andrea Riffeser che batte ancora cassa a Palazzo Chigi».
Questo flusso di denaro finanzia una sorta di macchina del consenso?
«La sostanza di ciò che vediamo è molto denaro offerto in cambio di una narrazione positiva delle gesta eroiche e progressive di questa Unione europea».
Che cosa pensa della vendita di Repubblica e Stampa, crolla un bastione della sinistra e dell’Italia civile?

«I nodi vengono al pettine. Se guardiamo le statistiche vediamo un crollo progressivo nella lettura dei giornali. Quello che mi stupisce è che coloro che hanno contribuito alla caduta di questi media adesso strillano per il pericolo della fine di un’informazione che libera non era. Possiamo notare il solito doppio standard, silenzio assoluto per la crisi di Stellantis che ha colpito le maestranze e grida per le testate dove lavorano».
Qual è la sua opinione sui nostri telegiornali?
«Ormai, per un osservatore dei media come me, l’ascolto dei tg è una tortura quotidiana».
Addirittura?
«La maggioranza dei nostri telegiornali risponde a una liturgia sempre uguale a sé stessa, con la voce del padrone in primo piano e poi il risibile siparietto del cosiddetto pastone politico in cui, come tante marionette, i vari esponenti politici rivendicano con frasi fatte l’apporto del loro partito a un presunto buon andamento del Paese. Anche l’opposizione è un disco rotto, con le solite figurine di Bibì e Bibò. Per il resto, molta cronaca nera, omicidi, femminicidi e tante canzoni».
Un quadro desolante.
«Fosse solo questo, da giorni in tutta Europa, in Francia, Germania, Spagna, Irlanda ma anche in Gran Bretagna, ci sono migliaia di trattori di nuovo in marcia a sostegno delle proteste degli agricoltori. In Francia da due giorni alcune autostrade sono bloccate. Solo perché la protesta è arrivata a Bruxelles la Rai ha battuto un colpo, ma niente di più».
Come se lo spiega?
«Ci dev’essere una moral suasion, i finanziamenti cui accennavo, per dire che in Europa tutto va ben, madama la marchesa».
Come mai sui social le manifestazioni dei trattori sono visibili?
«Soprattutto su X. Questo spiega l’accanimento e la recente multa di Bruxelles contro il social di Elon Musk. Non a caso, lui stesso ha dichiarato che se avesse censurato maggiormente certe notizie non sarebbe stato sanzionato. La sintesi è questa: i media che prendono denaro sono allineati, i social che non lo sono prendono le multe».
Tg e talk show sono troppo ostaggi della polarizzazione pro o contro il governo Meloni?
«Anche della polarizzazione sul Covid, la Russia, la cultura woke… Magari fosse una polarizzazione tra due poli, purtroppo se ne vede quasi solo uno».
L’ultima vittima è Limes, la rivista di geopolitca di Lucio Caracciolo?
«Certo, contestata solo per aver distinto l’analisi dalla propaganda e ospitato tutte le voci».
A che cosa si riferiva qualche giorno fa il presidente della Repubblica Sergio Mattarella quando parlava di «opachi centri di potere sottratti alla capacità normativa degli Stati»?

«Devo rispondere con circospezione e rispetto in quanto commendatore nominato da Oscar Luigi Scalfaro e grand’ufficiale della Repubblica nominato da Carlo Azeglio Ciampi. Ho il più grande rispetto della massima carica dello Stato, ma non posso buttare a mare una reputazione di 50 anni di analista della comunicazione per non rilevare che, negli ultimi anni, le esternazioni del presidente della Repubblica hanno travalicato i limiti previsti dalla Costituzione. Innanzitutto, per la frequenza eccessiva, al punto che, a volte, compare due volte nello stesso tg. Poi perché insieme a osservazioni spesso retoriche, vengono dati precisi indirizzi sia di politica estera che di politica interna. Infine, per gli elementi d’incoerenza».
Per esempio?
«Quando ha detto che “non si cambiano i confini con la forza”, forse non ricordava il suo ruolo di vicepremier nel governo D’Alema che partecipò al bombardamento del Kosovo nel 1999».
Ma gli «opachi centri di potere»?
«In questo caso c’è un’aggressione al sistema dei social network che invece si stanno rivelando vettori di verità. Mentre i media mainstream sono ritenuti detentori esclusivi di questa verità».
Il capo dello Stato che si preoccupa di opachi centri di potere gode dal canto suo di molta visibilità mediatica.
«Posso rispondere che, sul piano della tecnica della comunicazione, esternare ogni giorno che Dio manda in terra riduce automaticamente l’autorevolezza del discorso da qualunque alto pulpito esso provenga».
Se lo aspettava un Mattarella così interventista come negli ultimi tempi?
«Sinceramente no e mi ha molto stupito, come mi hanno stupito anche certi toni. Per esempio, quello del discorso agli ambasciatori in Italia era aspro e aggressivo. E persino intimidatorio quando ha detto che “non è possibile distrarsi e non sono consentiti errori”».
Quel discorso ha avuto anche una particolare tempistica?
«Pronunciato il giorno del vertice di Berlino, nel momento in cui si sta faticosamente cercando una mediazione tra Europa e America sull’Ucraina, è sembrato un intervento a gamba tesa».
Fanno bene i telegiornali a rilanciarlo con puntualità o certi servizi sono una sorta di pedaggio?

«Dimostrano una buona dose di piaggeria. Dal punto di vista tecnico, osservo che purtroppo, dati i suoi toni freddi e anaffettivi, il presidente non è assistito da una particolare grazia nel comunicare».
Tra pochi giorni lo ascolteremo nel discorso di fine anno.
«Francamente, dopo averlo ascoltato tutti i giorni non so che cosa potrà dirci di nuovo se non ribadire le sue idee politiche».
A questo proposito, ricorda che durante il governo Draghi e il Conte II Mattarella fosse così interventista?

«Mi pare che i suoi interventi fossero di meno. Inoltre, mi permetto umilmente di osservare che, essendo già un’eccezione il secondo mandato, forse una particolare prudenza in queste esternazioni sarebbe stata raccomandabile».

 

La Verità, 21 dicembre 2025

Preoccupati e boomer, al cinema ritornano i papà

Cinema e televisione si accendono sui padri. S’interrogano sul loro ruolo e sulle loro responsabilità. Niente padri-amici e nemmeno vecchi e inflessibili patriarchi, grazie a Dio. Era ora, verrebbe da dire, e pazienza se Dario Franceschini che fantastica sul matronimico avrà un mancamento. La tendenza è significativa perché cresce lontano dalle fumisterie ideologiche del cosiddetto patriarcato che, secondo studiosi autorevoli come Luca Ricolfi, oggi esiste solo nelle comunità di immigrati (mentre al cinema lo abbiamo visto di recente in Vermiglio di Maura Delpero, un film su un paesino montano alla fine della Seconda guerra mondiale).
No, film e serie tv ci propongono un approccio diverso, più psicologico, determinato da problematiche educative che fanno i conti con i deragliamenti esistenziali di adolescenti e ragazzi. E ci presentano genitori che fanno mestieri tradizionali, tranvieri, ferrovieri, idraulici; padri sorpassati dalla contemporaneità e sprovvisti delle chiavi d’ingresso in territori stranieri: dipendenze dall’alcol e dalle droghe, militanze estreme e violente, manipolazioni della rete e ricatti dei social. Sono genitori lacerati dal nichilismo dei figli, ai quali riescono a contrapporre poco se non, forse, una presenza. Un «esserci» che, comunque, è già qualcosa. Del resto, quello del padre e della madre è un mestiere che nessuno insegna.
Premiato come miglior attore all’ultima Mostra di Venezia, in Noi e loro di Delphine e Muriel Coulin, ora nelle sale, Vincent Lindon incarna la preoccupazione di Pierre, un ferroviere vedovo alle prese con due figli, uno studioso e positivo, l’altro, irrequieto e oppositivo. Siamo in un paesino della Lorena che ruota attorno al liceo scientifico e alla squadra di calcio, ma mentre il primo ragazzo entra alla Sorbona e si trasferisce a Parigi, il secondo si lega ai gruppi violenti di estrema destra. È la sua pagina Facebook a svelare la militanza pericolosa, fatta di slogan xenofobi e palestre di skinheads scalmanati. Inevitabile che il conflitto con il padre, una vita da sindacalista, avveleni la quotidianità domestica. «Mi sento tradito», accusa il genitore che, tuttavia, non riesce a fare breccia nell’oltranzismo cieco del figlio. Fino all’epilogo in cui deve ammettere la resa.
Il titolo scelto dalla distribuzione italiana di I Wonder (cita un’espressione del padre: «Quando si comincia a dire noi e loro… non può che finire male») per tradurre l’originale Jouer avec le feu, sottolinea le tonalità politiche del racconto. È simbolica la scena in cui il padre-ferroviere avanza di notte sui binari con una torcia che illumina il buio. I suoi ideali di giustizia sociale non valgono più per il figlio esagitato. Un film che fa pensare chi si rivede nei panni di quel genitore: il confine tra pressione e lassismo è sottile. Nota a margine: prima o poi qualcuno narrerà di un padre cattolico con un ragazzo che si perde nei centri sociali dell’estrema sinistra?
Nelle sale dal 10 aprile, La casa degli sguardi, diretto e interpretato da Luca Zingaretti, racconta la vicenda di Marco, un giovane che si esprime felicemente in poesia, ma è così sensibile al dolore che lo circonda da anestetizzarsi ricorrendo all’alcol. Segnato anche dalla morte della madre e dalla fine di un importante rapporto affettivo, la rovina incombe. Non c’è altro appiglio che il lavoro in una cooperativa di pulizie all’ospedale Bambin Gesù di Roma, a contatto con la sofferenza dei bambini malati di tumore. «Sei sicuro che sia il posto giusto per me?», chiede al padre, tranviere, anche lui privo di certezze. Ci penseranno i colleghi di lavoro, con la loro umanità, un misto di cinismo e tenerezza, ad aiutarlo a contenere la deriva. Ancor più, risulteranno determinanti la pazienza e l’amore del papà che, pur senza fare l’amico né fornire risposte preconfezionate, sceglie semplicemente di esserci.
Per fare di questo rapporto il cuore narrativo del suo debutto da regista, Zingaretti ha scelto di espungere le figure della madre e delle suore che assistono i bambini, invece centrali nell’omonimo romanzo autobiografico di Daniele Mencarelli al quale si è «liberamente» ispirato.
Al centro dei quattro episodi di Adolescence, la serie creata per Netflix da Jack Thorne e Stephen Graham, c’è invece l’universo virtuale degli adolescenti di oggi, territorio vergine per i loro genitori. I quali, nella modesta casa di un sobborgo britannico, precipitano in un incubo quando la squadra di polizia vi irrompe all’alba per arrestare il figlio tredicenne. La sera prima è stata uccisa con sette coltellate una sua compagna di scuola e tutti gli indizi conducono a quel timido adolescente che vive barricato nella sua cameretta. È lì dentro, protagonista di una vita virtuale, che ha accumulato la rabbia per l’esclusione e il rifiuto da parte delle coetanee che lo bullizzano fino a scatenarne la vendetta, tutt’altro che virtuale. «Ma lui era in camera sua, vero? Pensavamo che fosse al sicuro… Che male poteva fare lì dentro?», s’interroga il padre, interpretato dallo stesso Graham, annientato dall’incredulità e dal dolore.
È un racconto angosciante, che pone più domande che risposte. Ma fotografa alla perfezione l’impreparazione e l’impotenza degli adulti davanti alla pervasività manipolatoria dei social media e alla spietatezza di certe community, basate su selezioni, reputazione e soprusi. Una tossicità e una spietatezza che ritroviamo spesso nelle notizie dei telegiornali.

 

La Verità, 27 marzo 2025

Il viaggio di Adolescence nell’inferno dei ragazzi

Ci si prepara ad andare al lavoro e a scuola quando, mitra spianato, la polizia fa irruzione nella casa dei Miller. Siamo in una tranquilla cittadina britannica, ma quel ragazzino dev’essere arrestato. La madre urla, ancora in vestaglia. Il padre non capisce cosa sta accadendo, la sorella si rannicchia in bagno. Jamie Miller è accusato di aver ucciso Katie, una compagna di scuola, la sera prima nel parco con sette coltellate. Mentre i poliziotti gli leggono i suoi diritti, si fa la pipì addosso. Sembra un ragazzo qualsiasi di una famiglia qualsiasi. È mai possibile che un adolescente di 13 anni sia colpevole di un crimine tanto efferato? Siamo di fronte a uno scambio di persona? A un tragico errore giudiziario? Il dispiegamento di forze è esagerato. L’adolescente viene portato alla centrale di polizia: fotografato, spogliato, perquisito, rinchiuso in cella. Padre e madre sono attoniti. Sono i primi dieci minuti di Adolescence, la miniserie che, da pochi giorni visibile su Netflix, ha scalzato Il Gattopardo dal primo posto delle più viste. Da quel momento, la storia afferra il telespettatore e non lo molla più per i quattro episodi che la compongono, in un crescendo claustrofobico angosciante.
Creata da Stephen Graham (magistrale anche nel ruolo del padre) e Jack Thorne, e diretta da Philip Barantini, è un thriller psicologico girato in piano sequenza, con un’unica macchina da presa che ci porta dentro l’orrore di mondi apparentemente normali, invece totalmente estranei agli adulti. A cominciare dalla tranquilla ma inesplorata cameretta del ragazzino: «Che male può fare chiuso lì dentro?», si giustifica il padre di Jamie quando lo assale il senso di colpa per averlo trascurato. Inesplorato è anche lo strapotere dei social che, con la loro spietatezza, alimentano frustrazione, odio e rabbia: «L’80% delle donne va con il 20% degli uomini. Gli altri sfigati non li guardano neanche», svela Jamie (lo straordinario esordiente Owen Cooper) per spiegare il bullismo di cui lui e i suoi amici sono vittime e l’istinto di rivalsa che prende il mondo degli «incel», i celibi involontari, rifiutati sessualmente dalle donne.
Sebbene, in un certo senso, salvi la famiglia, Adolescence non dà risposte comode. Ma apre domande drammatiche che mettono di fronte a responsabilità radicali perché fotografa l’inferno quotidiano, riscontrabile in tante notizie di cronaca (basta ricordare Qui non è Hollywood sul delitto di Avetrana). Un inferno fatto di adolescenti in balia del vuoto. E di adulti – professori, psicologi e genitori – ignari e impotenti.

 

La Verità, 20 marzo 2025

«I crimini dei ragazzi? Sono generati dalla noia»

Pedagogista, fondatore di scuole, conoscitore delle problematiche giovanili, Franco Nembrini ha da poco pubblicato Uscimmo a riveder le stelle (Edizioni Ares), una trilogia sulla Divina commedia per ragazzi (scritta con Gianluca Recalcati, illustrazioni di Samuele Gaudio). Ci siamo rivolti a lui per scandagliare le ragioni profonde della violenza che attraversa tragicamente questi nostri tempi. Una violenza apparentemente immotivata di cui sono autori ragazzi e adolescenti.
Professor Nembrini, c’è mai stata un’epoca di violenza quotidiana come quella che constatiamo negli ultimi mesi?
«Credo di no, in dimensioni così ampie, sia sul piano numerico sia come estensione geografica. Credo che non abbiamo mai vissuto un momento così».
In passato la violenza era ideologica.
«Era un fenomeno motivato dall’individuazione di un nemico, per ragioni sbagliate. Non dalla noia e dalla solitudine. Oggi il nemico è la vita, l’esserci, paradossalmente».
In che senso?
«Ripensando alla strage di Paderno Dugnano (un ragazzo di 17 anni ha ucciso i genitori e il fratello ndr), ho l’impressione che viviamo un cambiamento epocale. Da allora nel nostro Paese molti genitori, professori, responsabili di associazioni hanno iniziato a interrogarsi con un un brivido di terrore. Se un papà che non conosco mi chiama per dirmi: “Professor Nembrini io e mia moglie siamo disperati, da quali segni possiamo accorgerci che nostro figlio di 15 anni sta coltivando nei nostri confronti pensieri di morte come quel ragazzo di Paderno Dugnano?”, vuol dire che qualcosa di grave sta succedendo. Vuol dire che si ha la percezione di un Male che può intaccare le radici del rapporto tra gli esseri umani, tra figli e genitori, tra padri e madri e fratelli e sorelle. La paura è sempre stata nemica dell’educazione, figuriamoci questa paura».
Che cosa può voler dire che questi ragazzi uccidono per futili motivi?
«Una ventina d’anni fa fui chiamato a incontrare un ragazzo che, per una sigaretta, aveva ucciso a calci un passante e, dopo qualche anno di galera, ora viveva agli arresti domiciliari. Ero convinto di trovarmi davanti un mostro. Invece, era un ragazzo bravissimo, che frequentava il liceo classico con ottimi voti, figlio di una famiglia per bene. Ascoltandolo mi venne in mente la noia di cui parlava Giacomo Leopardi. A un certo punto, gli ho chiesto: com’è che uno come te compie una violenza del genere? Dopo avermi fissato per un po’ mi disse: volevamo ammazzare il tempo e abbiamo ammazzato il primo che passava. Quindi, il problema non è la violenza, ma uno diventa violento per la tristezza della vita che fa. Nel XXIV canto del Paradiso Dante parla di “questa cara gioia sopra la quale ogni virtù si fonda”. Bisogna essere contenti per essere buoni, non si rimane a lungo contenti se si è tristi».
Poi ci sono le violenze contro i professori a scuola: non si accetta più il principio di autorità?
«È un’altra conseguenza di quello che abbiamo detto. Se insegniamo che il mondo è cattivo, se gli adulti non fanno che lamentarsi, se in famiglia si denigra la scuola e viceversa, dove vogliamo andare? Un ragazzo si sente autorizzato a dire la sua anche con i cazzotti o con un coltello. Non trasmettiamo più speranza ai nostri figli. Sulla scuola è meglio che stia zitto, senza una riforma urgente e radicale non solo non è capace di contrastare questi fenomeni, ma inevitabilmente li produce».
Come mai molti ragazzi, pur vivendo in un relativo benessere, compiono azioni come queste?
«Un benessere non guadagnato nella fatica e nel dolore degenera inevitabilmente in malessere. L’educazione passa attraverso la fatica e l’accettazione anche delle cose che non vanno».
Vale ancora l’analisi che attribuiva le cause alla crisi dei valori o alla mancanza di dialogo fra genitori e figli?
«La crisi dei valori è una motivazione che non mi ha mai convinto. Certo che c’è la crisi, ma ripeterlo serve solo a spostare la responsabilità su un’analisi che non cambia le cose. La crisi è degli adulti che valori non ne hanno perché non li cercano, non perché non ci sono. Se un papà e una mamma passano la vita ad adorare e proteggere il pargolo dal male del mondo non se ne viene fuori. Questi genitori allestiscono crociate contro chiunque lo mette alla prova, a cominciare dai professori per proseguire con i voti».
Colpisce anche l’età di questi ragazzi: li accomunano forse le restrizioni provocate dalla pandemia?
«Indubbiamente, la pandemia ha segnato generazioni che non hanno vissuto per tre anni certe forme di socializzazione. Tuttavia, Alessandro Manzoni diceva che la peste non ha reso più cattivo il mondo, ma ha fatto vedere meglio quel che c’era già».
Oppure il potere catalizzante delle esperienze virtuali?
«C’entrano sicuramente anche queste. Alimentano le peggiori fantasie senza possibilità di paragone con la realtà che, invece, correggerebbe gli eccessi dell’istinto e della fantasia. Anche qui il problema coinvolge gli adulti. Personalmente, proporrei il reato di costituzione delle chat delle mamme della scuola».
Condivide il giudizio dello psicologo americano Jonathan Haidt secondo cui «la generazione ansiosa» è tale perché totalmente assorbita dai social, «un universo alternativo, esaltante, instabile, che crea dipendenza»?
«Sono assolutamente d’accordo. L’analisi delle conseguenze devastanti delle nuove tecnologie è giusta: resta da intendersi sulla terapia».
La partecipazione ipnotica a certi videogame e la passione per i film horror possono precipitare in una sorta di dimensione parallela?
«Contribuiscono a creare la solitudine infernale in cui i ragazzi vivono. Cioè contribuiscono a togliere la responsabilità, che è il modo con cui l’uomo risponde alle sollecitazioni del reale. Se si vive nel virtuale, non si risponde più a niente».
Sempre alla ricerca di scosse adrenaliniche, questi ragazzi non sanno convivere con i momenti di noia e frustrazione e devono cercare vertigini sempre più estreme?
«La diffusione della droga ha questa motivazione. Oggi dobbiamo parlare di nuove dipendenze, per esempio anche dal cellulare. O dalla pornografia».
I lockdown, i social, i videogame hanno in comune l’azzeramento della corporalità, del gioco e della condivisione all’aria aperta.
«Quando parlo di mancanza di rapporto con la realtà intendo esattamente questo».
Come possono aver inciso in questa situazione i nuovi genitori di moda, per esempio i papà amici?
«Il padre amico è un ossimoro linguistico. Un non senso. Il padre è il padre e l’amico è l’amico. In un certo senso, questi ragazzi hanno già troppi amici. Il padre sa dove punta la vita; perciò incoraggia, corregge, perdona, garantisce che la vita possa essere buona. I padri all’inseguimento dei propri figli, che prendono a cazzotti l’allenatore che non l’ha messo in campo, sono l’inizio della fine».
E le mamme spazzaneve?
«Altra tragedia. Impediscono la fatica, lo scontro con la contraddizione, tolgono gli ostacoli in anticipo. Così oggi abbiamo trentenni che sono bambini».
Qual è il ruolo degli adulti nel tentativo di formare questi ragazzi?
«Smetterla di occuparsene. Il segreto dell’educazione è non avere il problema dell’educazione».
Paradosso azzardato?
«Ma che dice una grande verità. I figli imparano da quello che vedono negli adulti. Se vedono la preoccupazione di farne qualcosa di diverso da ciò che sono, si sentono asfissiare. Se invece i genitori vivono una loro certezza del bene della vita e del destino, i figli lo assimilano. Faccio un esempio. Quando ci manca l’aria andiamo in un bosco e stando lì, all’ombra degli alberi, ci ossigeniamo e recuperiamo energie. Il bosco, gli alberi, crescono e fanno il loro, senza imporsi e imporre azioni strane. Noi adulti dobbiamo essere quel bosco, quegli alberi, per i ragazzi. I quali, stando presso di noi, senza che li obblighiamo a essere diversi da quello che sono, crescono e si rigenerano».

 

Il Timone, gennaio 2025

«Avere il mondo online ci rende più soli e deboli»

Roberto Marchesini non ha smesso di usare smartphone e tablet sebbene il suo ultimo saggio s’intitoli Smetto quando voglio (Il Timone). Tuttavia, comunicare con lui è un piccolo esercizio di disciplina. Cellulare staccato, si passa dalla posta elettronica. Il libro ha una parte dedicata «ai piccoli», un’altra ai «grandi». Nella prima si evidenziano i danni della dipendenza di bambini e adolescenti dagli smartphone, nella seconda gli esiti della manipolazione degli adulti attraverso l’uso dei big data, il «petrolio del terzo millennio». L’antidoto proposto dallo psicologo, psicoterapeuta e autore di importanti studi sulla sessualità e la teoria gender è non non partecipare alla «grande menzogna» sulla scorta di Aleksandr Solženicyn (Vivere senza menzogna, Mondadori, 1975).
Dottor Roberto Marchesini, vorrei iniziare questa riflessione partendo da lontano: la centralità conquistata dai dispositivi elettronici nelle nostre vite, soprattutto in quelle dei ragazzi, è causata dal venir meno dell’autorità del padre e dell’unità della famiglia?
«Indirettamente, credo di sì. È evidente che questi strumenti si sostituiscono alle relazioni “reali”, comprese quelle familiari. L’indebolirsi dei legami relazionali è insieme causa ed effetto della diffusione degli strumenti tecnologici. La stessa cosa potremmo dirla a proposito dell’autorità paterna: il suo indebolimento è insieme causa ed effetto della ricerca di autorità esterne alla famiglia. Ai miei tempi la generazione precedente veniva squalificata con il termine “matusa”, abbreviazione di Matusalemme, cioè vecchio bacucco; adesso si usa “boomer”, ma il significato è lo stesso. La tradizione familiare è inutile e squalificata; ciò che proviene da autorità esterne alla famiglia che comunicano con i nostri figli tramite il web è buono e giusto».
La reazione istintiva alla lettura del suo libro è buttiamo gli smartphone, vietiamoli ai minori, limitiamoli. È uno scenario un po’ apocalittico?
«Sì, lo è. Credo che siamo nel mezzo di una rivoluzione antropologica e non ce ne rendiamo conto. Tuttavia, sono allergico a divieti e imposizioni: sarebbe meglio se ci liberassimo di televisori e smartphone volontariamente, con una vita ricca e soddisfacente e poco tempo trascorso chini su uno schermo».
Una scelta molto drastica. Sembra di capire che ci siano due tipi di dipendenza: quella emotiva, legata ai like, e quella funzionale, legata all’accesso a un numero crescente di servizi.
«Sì, anche se la prima coinvolge anche gli adulti. Questo è un altro motivo per cui è impensabile “vietare gli smartphone”: sarebbe come vietare la cocaina dopo aver creato la dipendenza. Converrebbe volgere lo sguardo su cosa ci rende così sensibili a luci, colori, like eccetera. Questa è la vera questione, a cui i dispositivi offrono solo una soluzione. La contraddizione della nostra società è che tratta il sintomo non come una soluzione, ma come un problema; così il problema persiste e si espande».
Che cosa risponde a chi sostiene che gli strumenti sono neutri e che tutto dipende da come li si usano?
«Questa è un’idea molto radicata, purtroppo. Capisco che uno dei problemi legati all’uso degli schermi sia quello dei contenuti (pornografia, violenza…); tuttavia, pur essendo importante, è il problema minore. Come diceva Marshall McLuhan, il mezzo è il messaggio. La rivoluzione antropologica è dovuta all’uso di questi strumenti a prescindere dai contenuti. È lo smartphone che sta riducendo la capacità di attenzione e concentrazione dei ragazzi, che li rende sempre più soli e fragili, non i contenuti».
In due parole qual è la filosofia di vita che esprimono gli smartphone?
«
Due parole e una terza tra parentesi: edonismo e dipendenza (affettiva)».
Le manifestazioni di questa dipendenza sono l’ansia, l’irritabilità, la depressione dei nostri ragazzi?
«Per quanto riguarda l’ansia, penso che il discorso sia più ampio. Invece, credo che irritabilità e depressione siano strettamente legate all’uso degli schermi. Ci sono vari nomi per definire questo legame, per esempio “nomophobia”, cioè la paura di “non esserci” se si esaurisce il credito, si scarica la batteria o si perde lo smartphone».
È a causa dell’avere subito il mondo a disposizione tramite il cellulare che quella dell’iPhone è diventata «la generazione fiocchi di neve»?
«Anche. A questa fragilità, secondo me, contribuisce anche un distacco dal mondo reale, ossia relazioni, amicizie, contatto fisico con altre persone, la percezione del proprio corpo e dei propri limiti, compresi il dolore e la fatica. Le ultime generazioni non prendono freddo, non sanno cosa significhi avere un calo di zuccheri per lo sforzo, lavorare legno e metalli, fare una battaglia con le palle di neve, sbucciarsi le ginocchia… Vivono sotto una campana di vetro, la quale dà sicurezza alle mamme, ma insicurezza ai figli».
Anche l’isteria apocalittica di certe rivendicazioni per cui la fine del mondo è domani mattina potrebbe essere influenzata da queste dipendenze?
«L’antropologo Gustave Le Bon vedeva la società come una massa indistinta, un gregge, non come un insieme di esseri razionali in relazione tra loro. Un gregge non segue la ragione, ma le passioni, in particolare il desiderio e la paura. La paura è sempre stato un potente strumento di controllo della popolazione intesa come gregge. Noi viviamo un’esistenza costantemente guidata dalla paura: paura di guerre, malattie, nemici mostruosi, del collasso del pianeta, della povertà… Ovviamente, il controllo mediante la paura ha come presupposto che le persone acconsentano di considerarsi gregge».
Perché il ricorso agli smartphone riduce il linguaggio, la memoria e la fantasia…?
«Per il fatto che, se abbiamo uno strumento che fa fatica al nostro posto, noi perdiamo la capacità di fare quel lavoro».
I nostri figli nativi digitali rischiano di essere meno intelligenti di noi?
«Non è un rischio: è la realtà. Lo psicologo James Flynn si è accorto che, nel corso dei decenni, il punteggio del QI dei diciottenni sottoposti alla visita di leva cresceva costantemente. Questo fenomeno è stato chiamato “effetto Flynn”. Bene: dagli anni Novanta del secolo scorso assistiamo a un “effetto Flynn inverso”: le nuove generazioni hanno punteggi QI sempre più bassi rispetto alle generazioni precedenti».
Molti replicano che limitare l’uso dello smartphone produce isolamento: mio figlio si sentirebbe tagliato fuori mentre tutti chattano.
«Sono obiezioni sensate. Invito a costruire relazioni con persone che condividano la prudenza nei confronti di questi strumenti, in modo da non sentirsi fuori dal mondo».
In futuro avremo un mondo di single, con livelli di natalità tendenti allo zero?
«Inevitabile. Non sono un esperto, ma mi pare che in tutti i paesi occidentali il punto di non ritorno verso l’estinzione sia già passato da un pezzo. Aggiungiamo che, anche volendo e potendo, la situazione demografica è destinata a calare perché stiamo diventando sterili. Oltre al QI, come se non bastasse, sta calando anche il livello di testosterone».
Citando Il mondo nuovo di Adolf Huxley lei osserva che la popolazione viene controllata e indirizzata attraverso la diffusione di distrazioni e piaceri. Qualcuno potrebbe obiettare: che cosa c’è di male in questo?
«Assolutamente nulla. Ognuno faccia quello che gli pare e piace. Personalmente, a me non va di essere controllato e indirizzato».
Che riflessione ha indotto in lei l’esperienza della tribù amazzonica dei Marubo, divenuti pigri, apatici e dimentichi delle loro tradizioni dopo che, grazie a Starlink e agli smartphone, hanno scoperto il Web?
«Benvenuti nella modernità».
Dire che, con le debite proporzioni, ai giovani occidentali sta succedendo qualcosa di simile a quanto accaduto ai Marubo è troppo apocalittico?
«No, credo sia realistico. Però, attenzione, è stato un fenomeno graduale, non è avvenuto dalla notte alla mattina. Ciò significa che ne siamo coinvolti, anche se in modo diverso e in misura inferiore, anche noi adulti».
I quali si avvedono dei rischi della profilazione cui sono sottoposti tramite Spid, identità digitali, punteggi e crediti sociali?
«Assolutamente no, per questo dico che questo fenomeno coinvolge tutti. La risposta più frequente che danno a questi argomenti è: “Non ho niente da nascondere”. Innanzitutto, tutti abbiamo qualcosa da nascondere; il punto è che, non contando nulla, le nostre informazioni individuali non sono interessanti. Poi: a nessuno, a meno che non si tratti di persone con responsabilità e poteri decisionali, interessano le informazioni personali, ma i “big data”, cioè i miliardi di informazioni che collettivamente riversiamo sul Web e che servono per la profilazione e l’influenza, come il caso Cambridge Analytica insegna. Infine: come mai siamo così ossessionati dalla privacy e mettiamo praticamente tutta la nostra vita interiore ed esteriore in Rete?».
La pandemia è stata la prova generale di questa sorveglianza interessata delle élite sulla popolazione?
«Certo. Ho dovuto giustificare i miei spostamenti sul suolo italiano che è anche mio essendo l’Italia una res publica. È un comportamento richiesto solo nelle cosiddette dittature e nei periodi di legge marziale. Ma ormai è la quotidianità… Google maps, per esempio, tiene la cronologia di tutti i nostri spostamenti; ogni pagina che visitiamo sul Web viene registrata e immagazzinata».
La Chiesa ha capito che cos’è in gioco?
«Diciamo che la Chiesa, a quanto pare, si occupa di altro: migranti, gay, trans, emergenza climatica».
Il cardinal Gianfranco Ravasi ha 122.000 follower su X, postando dai salmi a frasi dei testi delle canzoni di Sanremo. La Chiesa gioca la partita della contemporaneità?
«Purtroppo, sì. Un sacerdote youtuber, in un suo video, ha detto: “Dobbiamo comunicare cose eterne con un linguaggio moderno”. Il problema è che il linguaggio moderno è fatto apposta perché sia impossibile comunicare cose eterne. Insomma, la Chiesa crede di riuscire a cavalcare la tigre, dimenticando che il mezzo è il messaggio».
Come si fa a buttare solo l’acqua sporca e salvare la tecnologia che facilita la vita quotidiana?
«Non si può. Non si può vivere senza sporcarsi, senza ammalarsi, senza invecchiare, senza sbagliare. Non si può uscire dal mondo. Però si può essere nel mondo senza essere del mondo. Giovanni Guareschi ce l’ha insegnato: in fondo, siamo sempre liberi, in qualsiasi situazione».

 

La Verità, 4 gennaio 2024

«Perché molti ragazzi sono indifferenti a bene e male»

Neuropsichiatra e psicoterapeuta, esperta dei rapporti tra genitori e figli nell’età evolutiva, autrice di numerosi saggi sull’argomento, a Mariolina Ceriotti Migliaresi ricorrono spesso università e tribunali quando hanno bisogno di illuminazione in materia di devianze ed educazione di bambini e ragazzi.

Dottoressa Ceriotti Migliarese, che diagnosi fa della situazione dei giovani e degli adolescenti di oggi?

«Davanti a comportamenti “fuori norma”, credo sia importante distinguere tra le manifestazioni più o meno gravi di disagio psicologico e la vera patologia psichiatrica. Per esempio, se un ragazzo o una ragazza si tagliano, possiamo trovarci davanti a una vera patologia, oppure a un meno grave atto di emulazione. Non è la stessa cosa: ognuno ha una storia personale che va letta con attenzione. Oggi siamo di fronte a una generazione che appare particolarmente fragile, poco capace di far fronte al dolore psichico: i ragazzi non riescono a tollerare la frustrazione, il brutto voto, il rifiuto da parte di un amico, e non sanno tollerare i toni grigi della vita. Abbiamo abituato i nostri figli alla soddisfazione immediata di ogni loro esigenza, e si trovano perciò spesso impreparati alla fatica della crescita».

Quella di questi ultimi due anni è la situazione di massimo smarrimento dei ragazzi o ci sono stati in passato momenti di disorientamento altrettanto acuto?

«Pensiamo alle violenze e agli omicidi degli anni Settanta e Ottanta. La differenza sta nel fatto che in quel caso la distruttività non era fine a sé stessa, ma era spinta da un’idea: bisognava uccidere “il nemico” per dare spazio a un ideale di cambiamento. La violenza, pur nel suo orrore, era pensata come un male necessario in relazione a un progetto».

Come si spiega il fatto che viviamo un po’ tutti in condizioni di relativo benessere, eppure constatiamo negli adolescenti fenomeni che rivelano forti sofferenze?

«Ogni nuova generazione è fatta per scrivere una pagina nuova e andare oltre quella precedente. Oggi abbiamo chiuso il futuro ai nostri figli, diamo loro un’immagine del vivere lamentosa, triste e insoddisfatta. Vale la pena vivere? Il mondo che mostriamo non appassiona e fa paura. Le loro energie vitali, invece di fiorire ed espandersi, collassano. La risposta a questa mancanza di prospettive è che forse è meglio cercare rifugio in qualcosa di immediato, che può sedare l’ansia e/o dare piacere ed euforia per evitare il vuoto».

Negli ultimi mesi, a partire dalla strage di Paderno Dugnano in cui un diciassettenne ha ucciso a coltellate i genitori e il fratello, si sono intensificati atti di violenza immotivata. Che spiegazione possiamo darci?

«Il terribile caso di Paderno è tuttora misterioso, e non credo si possa escludere una frattura psicotica della personalità. Molti casi di violenza improvvisa e immotivata sono collegati all’uso di sostanze, che alterano la già precaria capacità di controllo dell’adolescente. Ma questo non è sufficiente per dare ragione del fenomeno. Esplosioni così violente fanno pensare anche che manchino in chi le attua presupposti essenziali: l’abitudine consolidata a riconoscere l’altro come persona e il progressivo allenamento al controllo. Sono competenze che vanno insegnate fin dalla prima infanzia, perché da solo il bambino non ne è capace: serve l’accompagnamento paziente dell’adulto perché impari a regolare le emozioni e controllare gli impulsi».

A quel fatto ne sono seguiti altri, come quello di una donna di 42 anni uccisa a Viadana da un diciassettenne che ha detto: volevo scoprire cosa si prova. Un altro ragazzo di 16 anni, a Cesano Maderno, ha colpito 19 volte con una mazza da baseball un uomo di 60 anni, dicendo: fosse stato un altro era la stessa cosa, non so perché l’ho fatto. Di questa violenza così efferata colpisce soprattutto la totale gratuità.

«Colpisce e lascia attoniti. Perché mostra che l’altro non è più percepito come persona, ma solo come un oggetto tra i tanti. Sembrano saltati i capisaldi più semplici e condivisi del nostro essere uomini. E sembra scomparsa la distinzione più elementare tra bene e male».

Per queste azioni restano valide le diagnosi che parlano di crisi di valori, di mancanza di comunicazione fra genitori e figli o di eccesso di protezione delle famiglie?

«Gli adolescenti non sono marziani, ma ragazzi che crescono e affrontano l’adolescenza in continuità con la loro esperienza infantile. Il bambino ha bisogno di un adulto che lo “vede”, si prende cura di lui, fissa i confini per la sua sicurezza e gli insegna le regole fondamentali del rispetto di sé e degli altri. Nell’infanzia si allenano le competenze necessarie per vivere con agli altri. Dovrebbe essere un tempo protetto ma non soffocante, che lascia anche lo spazio per mettersi alla prova. Oggi i bambini sono iper-controllati eppure soli, in un mondo che nell’esperienza concreta è molto chiuso – case piccole, pochi parenti e amici, scarsa libertà di movimento – ma nello stesso tempo è senza confini nell’esperienza virtuale, con un mondo esterno che invade senza protezione. Il nostro amore si esprime soprattutto attraverso gli oggetti, ma non diamo loro tempo e pazienza. Tempo per ascoltarli, ma anche pazienza per correggerli quando serve, aiutandoli a mettersi dal punto di vista degli altri».

Manca la minima consapevolezza di che cosa siano la vita e la morte?

«L’adolescente vuole allontanarsi dal passato e dalle relazioni infantili, ma fatica a immaginarsi il futuro. Il tema della morte come evento personale – io posso morire – si presenta proprio con l’adolescenza e introduce il senso di un limite difficile da accettare. La morte e la sua ineluttabilità non sono un tema patologico ma esistenziale, e per integrarlo nella vita serve una elaborazione culturale che gli dia senso. La nostra società fa spettacolo della morte “lontana”, ma nasconde e nega la realtà della morte concreta e vicina. La maggior parte dei ragazzi – e degli adulti – non ha mai assistito un morente, nemmeno una persona cara. La morte è diventata un evento privo di significato esistenziale, e non viene più elaborata sul piano culturale: questo lascia esposti, soprattutto i più giovani, a una immensa solitudine. A questo punto la morte può essere solo negata, sfidata o irrisa. Purtroppo, però, togliere significato alla morte toglie senso e valore anche alla vita».

Rispetto al disagio giovanile di cui si parla da decenni quali possono essere le cause di queste nuove forme di violenza?

«Nella violenza gratuita c’è il vuoto lasciato da una profondissima mancanza di speranza, che si riempie di contenuti distruttivi del sé o dell’altro. La mente umana non tollera il vuoto, e dunque, in mancanza di progettualità e di futuro, si aggrappa a tutto ciò che può saturarla; qualcosa che tiene lontane le domande e il dolore mentale: droghe, pornografia, alcool, atti aggressivi».

Colpisce anche l’età di questi ragazzi assassini, tutti minorenni. Tra le cause può esserci la pandemia, con le restrizioni che hanno impedito agli adolescenti in piena crescita di andare a scuola, avere relazioni, fare sport e hanno insegnato loro a diffidare dei propri simili?

«La pandemia e l’isolamento hanno tolto ai ragazzi uno dei motori fondamentali della crescita, ovvero agire nel mondo attraverso il corpo. Il senso di solitudine, isolamento e noia così comuni in adolescenza non hanno potuto trovare il loro antidoto naturale nell’uscire, aggregarsi, fare esperienza: tutto è diventato virtuale, accentuando così il valore dell’apparenza, dell’immagine, a scapito dell’autenticità dei rapporti reali».

Che ruolo hanno i social network e la vita online in questo scenario?

«Per chi è nato negli ultimi 20 anni una vita senza connessioni virtuali è assolutamente inimmaginabile. I nostri ragazzi sono immersi nel mondo virtuale, un mondo eccitante e pervasivo che sembra poter rispondere a ogni necessità e a ogni curiosità. Una confort zone che dà a ragazzi chiusi nella loro stanza l’illusione di avere molte relazioni, di poter avere scambi affettivi, di conoscere il mondo perché lo vedono da uno schermo. Per crescere, invece, è indispensabile misurarsi con la realtà».

Un’altra novità è la comparsa delle sex roulette, giochi di gruppo in cui i partecipanti hanno rapporti sessuali con volto coperto e senza protezione e perde la ragazza che rimane incinta. Questi ragazzi hanno provato tutto e cercano trasgressioni sempre più adrenaliniche?

«Temo sia così. Ma quello che qui più mi spaventa è il ruolo delle ragazze, che accettano un gioco così rischioso sulla loro pelle. Ragazze che hanno evidentemente del tutto perso il senso del proprio valore personale, e della preziosità del loro corpo, capace di generare la vita».

Il sentirsi annoiati da tutto si sposa con l’assenza del riconoscimento della vita come dono?

«Oggi parlare di “vita come dono” è qualcosa di molto lontano dalla sensibilità comune. Si pensa alla vita come a qualcosa di cui possiamo disporre a piacimento, e che ha come scopo l’auto-realizzazione. La vita invece è un regalo che ci è stato fatto perché siamo chiamati a un compito personale, che spetta solo e proprio a noi. Eppure, proprio sapersi speciali, chiamati alla vita per un compito personale è ciò che può dare un senso all’esistenza e che permette di non sperimentare mai la noia».

Cosa pensa del caso della ragazza di 22 anni di Traversetolo che dopo aver portato avanti due gravidanze, sembra da sola, ha seppellito i due neonati?

«Non voglio esprimere nessun giudizio su questa terribile situazione, che desta profondo sgomento e incredulità. Vorrei conoscere questa ragazza, ascoltarla, per poter almeno in parte comprendere come può essere arrivata a tanto».

In Cuore nero di Silvia Avallone, un ragazzino trascurato dai genitori appicca un incendio alla scuola e al maestro che gliene chiede conto risponde: «Non sapevo più dove mettere la rabbia». Potrebbe essere questo il motivo di tanta violenza gratuita degli adolescenti di oggi?

«Mi sembra un esempio molto calzante. Ricordiamoci però sempre che la rabbia, dal punto di vista psichico, è l’inverso della depressione… La rabbia permette di non sentire il dolore psichico perché lo allontana da sé e lo espelle attraverso l’atto distruttivo».

 

La Verità, 5 ottobre 2024

«L’Ia peggio del Truman show. Modifica il cervello»

Fissata in agenda qualche settimana fa, l’intervista a Mauro Crippa, gran capo dell’informazione Mediaset e autore, con Giuseppe Girgenti (docente di Storia della filosofia antica all’università Vita-Salute San Raffaele di Milano), di Umano poco umano. Esercizi spirituali contro l’intelligenza artificiale (Piemme), è slittata più volte a causa di impegni e imprevisti. Nel frattempo, nel mondo della televisione, sono accaduti alcuni fatti su cui sarebbe interessante conoscere il suo pensiero. Ma, dato che i temi di questo fortunato saggio che oppone nove esercizi spirituali alle mirabilie dell’intelligenza generativa sono più stimolanti, l’addio di Amadeus alla Rai, la nascita del terzo polo tv americano e le avance di Mediaset a Bruno Vespa saranno «argomento di un’altra intervista», dice lui. Bene, dico io: la prendo come una promessa.
Filosofo e saggista, non sei solo un manager che taglia teste, strappa giornalisti ai concorrenti e dice che «voler bene è una debolezza»?
«Non condivido la premessa, ma la prendo come una provocazione. In realtà, sono molto attaccato al giornalismo e ai giornalisti. Oggi più che mai».
Siamo in pericolo?
«Il nostro futuro non è più solo materia da convegni. Oggi, se qualcosa di non umano può scrivere un articolo migliore, lo farà. Con l’intelligenza artificiale già succede. Non solo può scrivere meglio, ma anche a costi inferiori. Il gruppo editoriale tedesco Axel Springer sostituisce i giornalisti con sistemi di Ia. Negli Stati Uniti alcune emittenti radio sono completamente gestite da dj sintetici. Questi editori dicono: deleghiamo alcuni compiti all’Ia così i giornalisti si concentrano sulla parte nobile del mestiere. Sciocchezze. La raccolta dati è la parte più importante del giornalismo perché fornisce le basi della notizia. Se è un robot a raccogliere i dati, l’articolo è suo e non di chi lo mette in bella».
Questo saggio è la tua tesi di laurea integrata dal relatore?
«No, con umiltà mi sono avvicinato alla filosofia e devo molto a Giuseppe Girgenti, uno che nel classico ci vive letteralmente».
Il vostro timore non è che l’Ia conquisti tutti gli spazi dell’attività umana, ma che il nostro cervello si artificializzi.
«Con la tecnologia alcune abilità scompaiono altre sopraggiungono. Per esempio, non sappiamo più andare a cavallo. Ma, Nietzsche a parte, con un cavallo normalmente non si parla. L’Ia invece è una rivoluzione parlante. Ho capito quanto sia pericolosa la sera che mi sono ritrovato ad arrabbiarmi con Alexa».
È stata la scintilla che ti ha illuminato?
«In quel momento, Alexa non mi stava solo dando delle informazioni, ma seguiva un filo di conversazione coinvolgente che suscitava qualche emozione».
Perché la nostra artificializzazione è più grave dell’imbonimento prodotto dalla televisione?
«La televisione ha un potere di condizionamento limitato e comunque concorre a formare la pubblica opinione sulla base di un lavoro giornalistico. Con il digitale abbiamo invece un rapporto uno a uno, interattivo e immersivo. Siamo bombardati in maniera intensa, individuale e particolare. Nelle cosiddette eco chambers troviamo ciò che vorremmo trovare. L’infosfera lo sa e ci induce a seguire le nostre attitudini peggiori. Ora che si avvicinano le elezioni americane si tornerà a parlare di inquinamento della democrazia. Nell’infosfera scompare la differenza ontologica tra verità e menzogna, tra fake e non fake. Ma se io sbaglio in televisione qualcuno mi telefona e può farlo 24 ore al giorno, provate a cercare Mark Zuckerberg».
Ti iscriviamo di diritto tra gli apocalittici o si può dire che l’Ia ha fatto anche cose buone?
«Iscrivimi pure, sono in compagnia di alcuni dei fondatori dell’Ia. Certo che ha fatto anche cose buone, ma per ognuna bisogna cercare gli effetti collaterali. “There is no such thing as free lunch” (Non esiste un pranzo gratis ndr), recita un detto inglese. Salvare un solo essere umano con un’applicazione medica sarebbe già un grande traguardo. Ma accanto ai successi dell’Ia nella diagnostica e nella ricerca di nuovi farmaci, registriamo anche la tendenziale riduzione della figura del medico quasi alla stregua di un operatore informatico».
Poi c’è il controllo delle nostre azioni. Una sera parlavo di un brano di Madonna di cui non ricordavo il titolo, così ho digitato sul cellulare «Madonna» e, come prima canzone, Google ha immediatamente associato il suo nome a Frozen, il titolo che mi mancava.
«Dovremmo studiare a memoria Il capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff, un testo che ci fa capire quanto siamo sorvegliati e “apprezzati” dai padroni della rete anche riguardo ai nostri comportamenti futuri».
Le camere dell’eco dei social sono l’amara scoperta di una democrazia finta?
«L’agorà antica era una palestra di opinioni diverse e di combattimenti feroci sulle idee. I parlamenti democratici vengono da lì. Le community sono casse di risonanza totalitarie che alimentano un pregiudizio fino a farlo diventare articolo di fede».
Con algoritmi e social pilotati viviamo in un grande Truman show?
«Il Truman show è una distopia superata. Oggi le tecnologie entrano in noi, addirittura nel nostro cervello attraverso i chip creati dalla Neuralink di Elon Musk. Che si stiano perdendo i confini dell’umano lo denunciano con forza i cattolici. “L’uomo non diventi cibo per algoritmi!”, ha detto papa Francesco in occasione della Giornata mondiale delle comunicazioni sociali».
Perché «intelligenza» e «artificiale» sono un ossimoro?
«Perché stridono come un’unghia sulla lavagna. L’intelligenza umana è una dotazione viva, con una componente emotiva. L’uomo ha un’esperienza originaria, mamma e papà lo hanno nutrito ed educato, forgiando il suo essere con esperienze inimmaginabili in una macchina».
La quale non ha coscienza, cioè non sa di sapere.
«La macchina ha potenza ma, direbbe Nietzsche, non ha volontà di potenza. Se anche i suoi creatori non sanno cosa aspettarsi da lei, figuriamoci se possiamo stare tranquilli».
La nuova frontiera è l’intelligenza generativa: c’è la pretesa di sostituire l’uomo e anche il Creatore?
«Generativa significa che può autoalimentarsi e autoespandersi. Non so dire se questo arrivi a usurpare il ruolo di Dio. Quanto all’uomo, se esiste una macchina più veloce, intelligente e onnisciente di noi, siamo destinati a delegarle simboli e forme di linguaggio, cioè la parte più alta e peculiare delle nostre abilità. Una volta che questo processo si compie rivelandosi efficace, è difficile tornare indietro».
Possiamo esemplificare?
«Se per selezionare del personale in una rosa di mille candidati un algoritmo la screma fino a 30, perché dovrei tornare ai colloqui di tutti gli iscritti? L’Ia è comoda ed economica, ma così le conferisco il potere di selezionare gli esseri umani. Nei sistemi militari avanzati la si usa per stanare il nemico, ma non mi pare che stiano diminuendo le vittime tra i civili».
Tra le cose buone ci sono i progressi in campo medico, perché bisogna fare attenzione?
«La circolazione dei dati in rete si scontra con i diritti alla riservatezza. Se con la medicina predittiva si sa che fra un paio d’anni avrò una malattia potenzialmente letale o invalidante, chi mi darà un lavoro o mi concederà un mutuo per la casa?».
È casuale che i regimi nazista e stalinista avessero medici tra i loro capi?

«Nella storia mondiale la gestione della salute ha spesso avuto elementi totalitari. I grandi sistemi sanitari sono stati inventati dal nazismo, dal fascismo e dai regimi comunisti. Non è un caso che la più feroce dittatura francese derivata dalla rivoluzione del 1789 agisse tramite il Comitato di salute pubblica».
È giusto essere vigili anche rispetto ai piani globali dell’Oms?
«Mi aspettavo questa domanda. Le preoccupazioni di intellettuali e filosofi come Massimo Cacciari possono essere criminalizzate, tuttavia è vero che nelle vaccinazioni di massa si avverte una concezione totalitaria della salute. Se, paradossalmente, ci fosse chi vuole ammalarsi, cosa facciamo, lo mandiamo al confino?».
Si torna alla sorveglianza e al controllo di azioni e intenzioni?
«La domanda è: quale società immaginiamo? Se dobbiamo essere tutti belli, sani e in perfetta forma è utile ricordare che l’intelligenza umana non porta a questo. Ma porta alla vita, che è anche disordine, malattia e, infine, morte».
Perché alla pornografia della rete che rende il sesso sempre più virtuale opponete la lezione di Ulisse?
«Le sirene sono come gli algoritmi che assecondano e amplificano le tendenze già presenti nel fruitore. È una seduzione fatta di assecondamento e amplificazione di ciò che l’utente vuole. È un meccanismo tossicomanico. Ci innamoreremo di intelligenze aliene, e siccome gli algoritmi sanno cosa vogliamo non ce ne libereremo più».
Pensando alla diffusione della ludopatia, proponete la proibizione anche di piattaforme di gaming, videogiochi e social?
«Sono di fresca pubblicazione i dati sull’esplosione della ludopatia tra i giovanissimi generata da attività online. Un media come la televisione è giustamente sottoposto a una griglia di controlli, regole e divieti. Perché non può essere regolamentato anche l’uso della rete, un mezzo infinitamente più aggressivo e selvaggio?».
Mentre insegnanti e padri perdono autorevolezza, l’Ia sale in cattedra con tutorial e nuove professioni?
«L’autorità si basa sulla gestione della conoscenza e sull’utilizzo di mezzi coercitivi per fare rispettare le regole. Oggi i ragazzi sono educati dagli influencer, i loro maestri virtuali. La percezione dei giovani è quella di un mondo orizzontale, senza regole e senza qualcuno in carne e ossa da seguire. Le grandi esperienze pedagogiche del Novecento, oggi in buona parte rimosse, gravitavano attorno a grandi maestri, sacerdoti e non, che stavano personalmente con i loro allievi».
L’ultimo esercizio spirituale è prepararsi alla morte?
«Sulla morte e il superamento dell’estremo stop l’Ia dispiega tutta la sua forza. È stato possibile creare una canzone dei Beatles da poche note gracchianti, farne un successo planetario e mostrare i Fab Four suonare ancora insieme, a mio avviso con un effetto grottesco».
Ora con i defunti si parla.
«E non con monosillabi, ma si conversa e si dialoga. Tecnicamente, si realizzano campionature vocali ricombinate dall’Ia con livelli di definizione via via crescente».
E questo non è un grande Truman show?
«È peggio, è il post-umano. Infatti, noi siamo umani in quanto moriamo. Se non moriamo più, non siamo più umani».

 

La Verità, 20 aprile 2024

«L’algoritmo ci sfrutta, ma ci crediamo potenti»

Ho letto d’un fiato La dittatura degli algoritmi – Dalla lotta di classe alla class action (Krill Books) di Paolo Landi, consulente di comunicazione per imprese e studioso di new media. Ma più procedevo nella lettura più ne ero turbato e, contemporaneamente, cresceva la tentazione di scendere da questo mondo iperconnesso e ipersorvegliato.

Noi utilizzatori dei social network viviamo in un gigantesco «Truman show»?

«Non so se vorrei scendere dal sistema in cui siamo sprofondati perché la vita è troppo bella e, più che scendere da qualcosa, preferisco salirci e capire dove sto andando».

È proprio questo capire a produrre spavento?

«Quando si capiscono certe cose si possono avere risposte sgradevoli».

Nell’ultimo capitolo parla di «un capitalismo che evolve verso un’unità del mondo sempre più fittizia, dove la rappresentazione del reale si sovrappone al reale stesso»: è la descrizione del «Truman show»?

«Far sembrare le nostre vite in un certo modo anche se non sono in quel modo è uno dei dogmi dell’èra digitale. Non è un caso se si parla di avatar, di nickname, di virtuale, di metaverso. Noi siamo le persone reali e poi siamo quelli che ci rappresentiamo sui social. Non sempre queste due persone coincidono, ma i social sono così pervasivi che l’autorappresentazione virtuale vince su ciò che siamo realmente».

Gli algoritmi sono il dispositivo di questa distopia dolce?

«Come in Truman show la realtà parallela diventa la realtà vera. Viviamo in una dimensione di cui non conosciamo i dati. Nell’èra analogica era più facile capire chi deteneva il potere, oggi è più difficile perché è un potere quasi astratto e tanto raffinato da farci credere di esser noi a comandare e a determinare le sorti della vita e del mondo. In realtà, continuiamo a essere strumenti».

«Cibo per gli algoritmi» ci ha ammonito papa Francesco qualche giorno fa.

«Sarebbe bello non esserlo, ma purtroppo è difficile sottrarsi perché i social arrivano ovunque e sono usati da una massa in continuo aumento».

Nella sua riflessione usa i testi di Karl Marx come termine di paragone perché il capitalismo industriale è divenuto capitalismo digitale?

«Non mi atteggio a filosofo, ma resto un comunicatore che si appassiona alla rivoluzione digitale perché oggi sembra che il mondo sia fatto solo di comunicazione. C’è un esempio che rende la trasformazione da un capitalismo all’altro. Gli ultimi della scala sociale, quelli che Marx chiamerebbe sottoproletari, sono i runner che ci portano la pizza a casa. Il capitalismo digitale fa credere loro di essere imprenditori perché gestiscono il loro tempo, possono guadagnare di più se rispondono a più chiamate e vanno più veloci. È un cerchio perfetto: dallo sfruttato che sapeva di esserlo perché conosceva il padrone allo sfruttato di oggi che crede di essere lui il padrone».

Come cambia il concetto di merce?

«Se guardiamo a Chiara Ferragni capiamo il nuovo modo di concepire la merce. Chiara Ferragni lavora sempre senza lavorare mai. Chi la paga non è proprietario delle sue braccia né del suo tempo, lei è imprenditrice e operaia allo stesso tempo. È merce, ma esaltando al massimo la sua individualità».

Da questo deriva anche la dematerializzazione dell’economia?

«Il paradigma finanziario prende il sopravvento e l’economia perde di materialità, come la perdono l’impresa e la fabbrica. Assistiamo a una specie di terziarizzazione del mondo. Gli italiani non vogliono più fare determinati lavori perché si sentono almeno potenzialmente ricchi. I criteri che prima stabilivano il censo, sui social sfumano fino a sparire. Il parrucchiere e l’avvocato, la dogsitter e il funzionario di banca sembrano uguali e la scala sociale si ridisegna».

I giovani non vogliono più fare l’ingegnere o il medico perché bisogna studiare troppo?

«La Silicon Valley ci ha abituato a pensare la ricchezza come frutto di un’idea. Si diventa ricchi non perché si lavora duramente o si studia, ma perché si ha un’idea. Come Mark Zuckerberg, Jeff Bezos e Elon Musk. Le corporation sono nate da un’idea avuta in età giovanile. Il sistema basato su sacrificio e costruzione quotidiana è obsoleto. Dire guadagnati da vivere “con il sudore della fronte” oggi suona ridicolo».

Scrive che «la rivoluzione digitale è il sovvertimento delle regole che proietta il nostro secolo nella speranza o nell’illusione di un mondo nuovo». Quale delle due?

«Punto sulla speranza perché credo che la fase pionieristica che stiamo vivendo ci alleni a essere uomini nuovi che utilizzano strumenti inventati da noi. Penso che il progresso lavori in direzione del miglioramento della vita dell’uomo. Tuttavia, certe volte mi vengono dei dubbi e un po’ di paura».

Siamo immersi in un’avvolgente illusione?

«A volte lo penso, ma non perdo la speranza».

Possiamo dire che il caso Chiara Ferragni è emblematico di questa incertezza?

«È sicuramente emblematico dell’epoca in cui viviamo, ma soprattutto prefigura il nostro futuro. Chiara Ferragni è stata una pioniera perché ha capito prima di tutti che lei stessa era il brand e non c’era bisogno di altre sovrastrutture attorno a questo brand. Lei rappresenta il livello più alto di retribuzione e ricchezza, i runner il livello più basso degli imprenditori di sé stessi. Ci fanno credere di essere artefici del nostro destino solo perché non timbriamo il cartellino, mentre dipendiamo da chi manovra queste tecnologie e siamo più sfruttati degli operai delle fabbriche fordiste».

Che cos’è il «comunismo distopico» di Chiara Ferragni?

«Paradossalmente, il suo turboliberismo individualista coincide con il comunismo di Marx. Il prevalere dell’uomo sullo sfruttamento realizza la liberazione dall’alienazione del lavoro che Marx aveva immaginato».

Che cosa ha sbagliato nelle campagne del pandoro Balocco, delle uova di Dolci preziosi e della bambola Trudi?

«Secondo me, niente. Le responsabilità sono delle imprese che l’hanno ingaggiata. Lei ha fatto il suo mestiere e credo non debba rendere conto a nessuno se fa beneficenza o no. Forse un errore è stato devolvere un milione di euro dopo le accuse perché è sembrata una excusatio non petita».

Si è prestata a una campagna ingannevole?

«Penso che la Balocco abbia molta responsabilità. Accade spesso che si destini in anticipo la cifra della beneficenza, perché spesso queste campagne producono poco. Se invece si sono venduti molti pandori, allora si poteva conguagliare la cifra anticipata. Ma su questo Chiara Ferragni non c’entra».

Ha prestato sé stessa per una campagna fasulla?

«Al massimo avrebbe potuto dire alla Balocco di devolvere 100 euro in più del cachet riconosciuto a lei. Vedo più la responsabilità dell’azienda di quella della testimonial».

La procura di Milano parla di «unico disegno criminoso».

«Mi sembra un’esagerazione. Vedremo».

Il governo ha deciso di regolamentare la beneficenza.

«Ha fatto bene».

Alcuni seguaci di Chiara Ferragni sono passati alla class action?

«Naturalmente c’è un’onda emotiva, ma non credo scalfirà l’immagine che si è costruita nel tempo e che mi sembra abbastanza solida».

Com’è visto chi si arricchisce con dei selfie e dei sorrisi da chi non arriva a fine mese?

«Bella domanda. Purtroppo, l’economia che ci aspetta emarginerà ancora di più i poveri. Il divario digitale è questo».

Come convivono ricchezza virtuale e povertà reale?

«Convivono perché siamo in una fase di passaggio tra fabbrica fordista e mondo digitale. Il mio libro è un tentativo di svelare l’inganno di far credere ai poveri di non esserlo mentre continuano a esserlo profondamente».

Il frazionamento in community e minoranze è funzionale al capitalismo globalizzato?

«Sia il capitalismo digitale che quello analogico si basano su “divide et impera”. Perciò si rilancia il corporativismo, donne contro uomini, neri contro bianchi, gay contro etero. È un capitalismo molto individualizzato, che ci spinge a essere sempre più soli».

Perché la sinistra ha sposato formule e linguaggi delle corporation digitali?

«È un grande equivoco. Il tema delle disuguaglianze è solo in parte un problema di linguaggio. A noi europei sofisticati risulta ingenua la riduzione linguistica del problema delle ingiustizie sociali e della parità di genere che arriva dall’America».

Abbiamo scoperto le echo chamber, le camere dell’eco: le piattaforme giocano al gatto col topo con gli utenti?

«I social sembrano il massimo della democrazia, in realtà separazioni e divisioni si consolidano nei social. Veniamo canalizzati nelle echo chamber, bolle nelle quali interagiamo con chi la pensa come noi e ha gusti simili ai nostri».

È una libertà condizionata.

«Non ci rendiamo conto che i social sono prodotti commerciali. E che le piattaforme dove postiamo un parere sono come un marchio di scarpe o una bevanda. Fatichiamo a comprendere che quando scriviamo su X stiamo arricchendo chi lo possiede perché non siamo abituati all’astrattezza del prodotto».

I social sono un luogo di conformismo e omologazione?

«Totalmente».

Il capitalismo digitale preferisce individui soli, isolati, perché sono consumatori più manovrabili?

«Il capitalismo tradizionale aveva creato i sindacati. Oggi nessuno lotterebbe per un diritto pensando che potrebbe servire a chi verrà dopo di lui. L’individualismo è così radicalizzato che si preferisce licenziarsi piuttosto che unirsi agli altri e lottare per dei diritti come si faceva un tempo. Siamo nell’epoca della solitudine».

Il single è più orientato al consumo di un padre di famiglia?

«È più orientato all’edonismo che alla responsabilità».

La disillusione della fiaba digitale è iniziata?

«Le masse sono ancora preda della fiaba. Una parte delle élite comincia a essere consapevole dell’illusione e dell’inganno».

Cominciano a essere più interessanti, più liberi e indipendenti coloro che non frequentano i social?

«Chi sta completamente fuori guadagna in libertà, ma perde stimoli e opportunità. Si è contemporanei se si vive il proprio tempo in ogni suo aspetto. Uno dei miei più grandi amici non frequenta i social e non guarda la tv. Quelli che stanno fuori sono nascosti, non si sa chi sono».

Hanno già fatto la class action dai social?

«Non c’è ancora class action dai social, ci sono disamoramenti temporanei. Ormai, i social network fanno parte della nostra vita».

 

La Verità, 27 gennaio 2024

 

«L’ansia degli studenti e la fine dei voti? Una furbata»

L’ultimo libro di Paolo Crepet, psichiatra e scrittore, s’intitola Prendetevi la luna (Mondadori). È un ponte gettato da un uomo di cultura, che ha vissuto decenni di sconvolgimenti e rivoluzioni, alle giovani generazioni in un momento in cui mostrano profondi segni di smarrimento.

Per prendersi la luna bisogna alzare lo sguardo: è preoccupato dal fatto che oggi i giovani guardano in basso o in orizzontale?

«Per prendersi la luna bisogna salire le scale, ma non con la scala mobile. Qualsiasi metodo accomodante è sbagliato. Nella ricerca della luna c’è la differenza di ognuno, ma alla fine dobbiamo metterci d’accordo su come fare le cose, su che mondo costruire».

I giovani guardano in basso allo smartphone o in orizzontale al pc, bacchette magiche moderne?

«Non vorrei dar loro troppa importanza. Per me sono elettrodomestici come un frigorifero. Si attaccano alla rete elettrica altrimenti si scaricano, e si usano quando c’è bisogno. Poi se si mette la dinamite nel frigorifero è un problema».

Quella che invita a prendere è la luna del Canto del pastore errante dell’Asia di Giacomo Leopardi? «Spesso quand’io ti miro… dico fra me pensando… che vuol dire questa solitudine immensa? Ed io che sono?».

«È quella, naturalmente. Poi c’è anche uno sguardo collettivo alla luna. Invito a rispettare lo sguardo dell’uomo solo e anche lo sguardo di un popolo che cerca la sua verità. Ci sono entrambe».

Ritiene ci sia poco dialogo tra gli adulti e gli adolescenti di oggi?

«Da un certo punto di vista ce n’è troppo. Ciò che fa la differenza è la qualità del dialogo, basato su quali ruoli. Non c’è meno dialogo di una volta, parliamo di tutto e di tutti…».

Questi giovani sono più soli di quanto lo erano quelli degli anni Settanta e Ottanta?

«È quello che sto dicendo. Cosa vuol dire dialogo? Se è mettersi intorno a un tavolo, imbastire un discorso, una dialettica con una provocazione… sono contento. Invece sento un mucchio di parole banali».

In quei decenni i genitori erano autorevoli, i padri parlavano poco ma erano rispettati.

«Anche contestati. Non mi riferisco solo al Sessantotto e a quel mese di maggio… È una contestazione più ampia e coerente, con l’idea di cambiamento e di nuova vita che si voleva e si vuole affermare».

Scrive che il nuovo albero non si pianta vicino alla quercia.

«Soprattutto se si vuole che faccia frutti».

Uno degli obiettivi della società moderna è evitare il dolore e la fatica ai giovani?

«Intendiamoci su cosa significa dolore: la malattia va combattuta, e il dolore che comporta, lenito. Ma non c’è una morfina che possa eliminare i dolori dell’anima».

Ci sono gli psicofarmaci.

«Infatti. Ma certe questioni vanno affrontate e non spente nemmeno con uno psicofarmaco che ti riduce a un’ameba».

Il fatto che si parli molto di condivisione è un passo avanti tra giovani e adulti?

«La condivisione di per sé è una cosa giusta. Ma condividere non significa essere d’accordo tout court. Condivido una notizia, un sapere, poi ognuno ha la propria opinione. Se condividiamo una paura, un timore, per esempio sull’ambiente, condividiamo un problema, non necessariamente le soluzioni».

Una certa condivisione può essere livellatrice?

«Condividere un tema non significa condividerne lo svolgimento. Questa seconda parte l’abbiamo tagliata».

Spianando l’autorevolezza?

«Anche la complessità del pensiero. Condivido un argomento, ma quando ne parlo diventa complicato».

L’incomunicabilità fra generazioni è un fossato scavato dalla rivoluzione digitale?

«L’incomunicabilità c’è da decenni. Già negli anni Cinquanta si cominciò a dire che c’era qualcosa nel progresso che erodeva le nostre capacità di espressione emotiva. Si ricorda Deserto rosso di Michelangelo Antonioni? I social hanno registrato 40 anni dopo questo fenomeno».

La rivoluzione digitale l’ha acuito?

«L’ha acuito, non inventato. Non diamo medaglie a chi non se le merita».

Adolf Huxley da lei citato prevedeva una prigione nella quale «grazie al consumismo e al divertimento i prigionieri amano la loro schiavitù»: è lo scenario di dipendenza dagli smartphone, protesi dei nostri desideri e sentimenti?

«La stessa alienazione la produce l’ideologia. Jean-Paul Sartre aveva un pensiero sulle ideologie come galere convergente con le distopie di Huxley. È vero, i social dominano e sono ovunque, ma la ruota non l’hanno inventata loro».

A differenza delle ideologie coercitive, il divertimento dei social è un sedativo per tenerci nella prigione?

«Ho citato quell’espressione perché è attuale e intelligente. Ma oltre la demonizzazione cosa possiamo fare? Una battaglia ideologica contro i social? Le vere galere sono le ideologie. Se sei pro social appartieni a un’ideologia se sei contro a un’altra. Dobbiamo capire qual è il senso della vita che vogliamo costruire. Anch’io quando smetterò di parlare con lei guarderò i messaggi sul cellulare. Più che contrapporci ideologicamente, dobbiamo trovare una pragmatica esistenziale».

C’è una app a pagamento che contingenta il tempo giornaliero in Rete.

«Una app da terapia comportamentale. Ma il principio è la mia logica di vita. Se sto studiando una materia attraverso quello strumento devo poter continuare oltre. Se invece domani vado in montagna a camminare, utilizzo un centesimo del bonus».

Concorda con la proposta di regolamentare l’accesso alla Rete ai più giovani per impedire la visione dei siti porno maturata in seguito agli stupri in branco di minorenni?

«Da quando c’è la Rete, c’è il parental control ma nessuno lo attiva. Se i genitori non ci sono, chi controlla? Purtroppo non funziona il parental, non il control».

Da padre Maurizio Patriciello a Rocco Siffredi si vuole stringere la vite.

«A prescindere da chi lo propone, il problema è che l’accesso è sempre più precoce. Se avvenisse in gioventù me ne preoccuperei meno. La questione riguarda chi lo consente. Se ammetto che mia figlia di 13 anni esca vestita come se ne avesse 26 non esercito il mio ruolo di educatore. Da qui discende tutto il resto».

Perché nella scuola si è così preoccupati per l’ansia degli studenti?

«Secondo me si parla poco dell’ansia degli insegnanti e dei genitori. Parliamo dell’ultimo anello della catena, dovremmo parlare di quelli precedenti».

Rileva un difetto educativo?

«È evidente. Come mai tutta questa ansia nel 2023 e non nel 2018? Tutta colpa del Covid che oggi non c’è? Hanno l’ansia a scoppio ritardato?».

Si accusa la troppa pressione nelle università perché si è tornato a parlare di merito?

«Certo. Ce lo dicano gli studenti che protestano come fare. Togliamo i voti agli esami e diamo un giudizio? Non riesco a seguire questo discorso, mi sembra una furbata».

Cavalcata da grandi giornali che spingono per l’abolizione dei voti nei licei.

«Coerentemente quei grandi giornali dovrebbero mandare tutti a casa e assumere persone a caso. Dietro questa battaglia c’è l’uno uguale uno».

La dipendenza dalla Rete instaura processi di soddisfazione istantanei che disabituano all’impegno e alla concentrazione dello studio?

«La risposta è sì, ma il problema è un altro: questa roba tira e il mercato ha sempre ragione. Se la stoffa di un certo colore vende, anche se dico che è brutto a un certo punto mi arrendo. Nei miei libri e nelle mie conferenze continuo a mettere in guardia dall’invadenza della tecnologia. Se il mercato fosse succube del pensiero unico, i miei libri rimarrebbero invenduti e le mie conferenze andrebbero deserte».

Che cosa pensa del fatto che ragazzi che guadagnano milioni di euro giocando a calcio rischiano di rovinarsi con le scommesse?

«Penso che ci sia tanta ipocrisia. Che un calciatore guadagni mille volte più di un chirurgo l’abbiamo deciso noi. Ora non va più bene? Il campionato del mondo si è fatto nei Paesi arabi che hanno investito trilioni di dollari. Chi ha i soldi consuma. Pensavamo che i calciatori comprassero le opere di Italo Calvino? Sappiamo che macchina si comprano Ronaldo e Messi e dove vanno in vacanza d’estate. Idem degli attori di Hollywood. Noi veneriamo questo sistema perché ci guadagnano tutti, anche i giornali che ne scrivono».

Si pensava che la ludopatia fosse una patologia da sfigati.

«Macché. Vittorio De Sica ci ha lasciato delle fortune. Gascoigne era un alcolista. Stropicciamo gli occhi perché un calciatore del Milan ha giocato usando le società di betting le cui pubblicità riempiono gli intervalli delle partite. Mi si dica qual è la differenza tra una piattaforma che ha sede nei Paesi dove si pagano meno tasse, e come fa anche la Fiat, e una che si definisce legale».

Sono ragazzi che hanno realizzato il sogno del bambino, eppure…

«Non sono arrivati a niente. Sono bravissimi calciatori non ancora consacrati, che vivono nell’insicurezza».

Hanno bisogno di dosi sempre maggiori di adrenalina?

«Certo. Sono persone insicure che subiscono il mercato e che possono passare da una società all’altra. È un mondo precario. Con un valore, una classifica in evoluzione e manager spregiudicati…».

Ragazzi che possiedono tutto, ma non hanno il senso di questo tutto?

«Certo che gli manca il senso. Solo chi non li ha, pensa che i soldi diano la felicità. Quando cominci ad averne tanti capisci che non viene da lì. Si cerca di accumularli in tutti i modi possibili. Il ciabattino che non accumulava giocava la schedina».

Tornando a quei ragazzi siamo a ciò di cui parla Gesù nel Vangelo di Marco: «Che giova all’uomo conquistare il mondo se poi perde la propria anima?».

«Certo. Ma è una domanda che si poneva anche mio bisnonno. Da sempre c’è la ricerca di senso, non ce n’è una maggiore oggi. Chi ha vissuto con il comunismo o il nazismo si faceva questa domanda. È una domanda senza età».

Questi ragazzi rischiavano di perdersi pur avendo apparentemente tutto.

«È sul tutto che non siamo d’accordo. I soldi non sono tutto. È un moralismo al contrario. Siccome si hanno i miliardi non si deve temere nulla. Invece, chi ha i miliardi va al casinò, sniffa cocaina».

Per questi giovani l’età del narcisismo si sta rivoltando nell’età della solitudine?

«Il narcisismo è un fenomeno complesso. Spesso i suoi detrattori sono a loro volta narcisi. Nicolò Paganini era un grande narciso però… Poi sì, c’è anche il narcisismo distruttivo».

E può cangiare in solitudine?

«La solitudine fa compagnia all’uomo da quando è nato».

 

La Verità, 21 ottobre 2023

 

«Il linguaggio dimostra che Meloni è laureata dentro»

Saggista, docente di Linguistica italiana all’Università di Cagliari, autore di studi sulla comunicazione dei maggiori leader politici (dopo il Renziario, il Salvinario e il Berlusconario, ecco il Melonario, sempre da Castelvecchi editore), Massimo Arcangeli è in prima linea contro le storture prodotte dal politicamente corretto nell’uso della lingua. Sarà forse per la petizione contro lo schwa scritta con lo storico Angelo D’Orsi e firmata da tanti intellettuali autorevoli, o perché collabora anche con testate non mainstream, fatto sta che la voce di Wikipedia che lo riguarda è sempre lacunosa e non registra le sue ultime iniziative pubbliche.

In questi giorni uscirà il dizionario del linguaggio parlato, scritto e postato di Giorgia Meloni realizzato con più ricercatori. Definirebbe il premier attuale erede o successore di Silvio Berlusconi?

«Se posso permettermi, né erede né successore perché tra loro esistono distanze rilevanti se non, per alcuni versi, abissali».

Lui era un imprenditore visionario, lei una militante da sempre.

«Meloni è stata fedele fino all’ultimo alla destra sociale, con una storia consolidata di opposizione. Berlusconi è stato un grande imprenditore e l’inventore della tv commerciale. Retroterra che non collimano. Ricordo situazioni in cui Meloni si espresse in modo critico su Maurizio Costanzo o Maria De Filippi. Poi c’è una distanza geografica, Meloni è espressione del mondo romano e Berlusconi di quello milanese. Con tutto quello che questo comporta nella cultura politica».

Elementi convergenti?

«Ci sono e coinvolgono anche Umberto Bossi. Mi riferisco al populismo come elemento positivo di base. Non nell’accezione deteriore che vediamo incarnata, per esempio, dai 5 stelle».

Berlusconi sapeva e Meloni sa interpretare le istanze popolari?

«Hanno la capacità di interpretare i bisogni della gente comune e di parlare alla pancia del Paese. È quella percezione nazionalpopolare della politica che la sinistra non ha saputo fare propria diventando radical chic e fallendo gran parte dei suoi obiettivi».

Vede elementi comuni nel linguaggio?

«Innanzitutto, la personalizzazione della leadership. Più nel caso di Berlusconi ma anche parlando Meloni, il punto di riferimento del partito e della coalizione sono loro. Nella Seconda repubblica ci hanno provato a esserlo anche Matteo Renzi, danneggiato dal suo superego, e Matteo Salvini, con gli esiti che abbiamo visto. La seconda componente comune è la spettacolarizzazione della politica. Anche se Meloni non è una donna di spettacolo, lo sa usare. E sa usare bene i social che, nell’epoca della promocrazia, è molto importante».

Della promocrazia?

«Della politica basata sull’autopromozione, sul marketing. Berlusconi era un simpatico imbonitore, lo dico in positivo. Meloni compete sui vari media. Entrambi sanno che nella politica 2.0 i media che interagiscono tra loro hanno un effetto moltiplicato».

Lei è più multitasking di lui?

«Pur non essendo nemmeno lei nativa digitale».

Entrambi politici pop?

«Se dovessimo redigere un vocabolario delle nuove parole o dei tormentoni inventati da politici nell’ultimo ventennio il primato spetterebbe a loro. Con “cribbio”, “mi consenta” e “l’Italia è il Paese che amo” abbiamo tutto Berlusconi. Per rappresentare Meloni citerei l’avverbio “sommessamente”, che usa spesso e in varie sfumature, oppure il neologismo “nomadare”, in riferimento all’azione dei nomadi, i rom, entrato nella Treccani».

C’è molta differenza dal linguaggio della Prima repubblica?

«Come per Berlusconi che aveva un linguaggio doubleface, sia famigliare che volgare, dalla “patonza” al gesto delle corna, espressioni che tutti abbiamo, anche Meloni alterna il romanesco ai tecnicismi anglosassoni, per esempio in materia economica. Questa è una differenza, ma ci sono anche affinità con la Prima repubblica».

Quali?

«Ho ascoltato centinaia di discorsi a braccio di Giorgia Meloni verificandone la capacità di tenere il filo del discorso. Ecco: lei sa controllare l’esposizione per un tempo molto più lungo degli altri politici contemporanei. Per trovarne qualcuno con la stessa capacità bisogna risalire a Bettino Craxi, Enrico Berlinguer o Aldo Moro. Inoltre, ho trovato una memorizzazione formidabile dei contenuti. Pur parlando a braccio, riesce a riproporli con le stesse parole usate diversi anni prima, fatti salvi i cambiamenti del contesto».

Questo ne accentua la percezione di coerenza e lealtà?

«La lealtà è un elemento fondamentale del suo discorso, al punto che si sono individuate espressioni tratte dalla cultura cavalleresca che, per qualcuno, erano di derivazione fascista. In realtà, sono eredità della cultura risorgimentale e, andando più indietro, dell’immaginario letterario e cinematografico di Tolkien e del fantasy che Meloni ha fatto proprie».

Cosa pensa del ricorso all’inflessione romanesca vuol dire questo?

«È un vezzo».

Da correggere in un ruolo istituzionale?

«Avrebbe potuto fare dei corsi di dizione, se non l’ha fatto è perché il romanesco le è caro. Da premier mi pare vi ricorra di meno».

Cosa significa, come scrive, che è «laureata dentro»?

«Che non ha bisogno di avere una laurea per dimostrare di saper scrivere e parlare bene. È sufficientemente colta, ha le sue letture evidenziabili, parla inglese e spagnolo in modo più che accettabile. Anche Renzi e Berlusconi parlano bene. Lei parla e argomenta meglio. Ha anche capacità di accelerare e decelerare efficacemente i ritmi del discorso».

Il linguaggio deriva dalla vita concreta e lei ha fatto tanti mestieri, dalla barman alla baby sitter, perché il padre non c’era e la madre aveva perso il lavoro… Ha ragione Pietrangelo Buttafuoco a dire che ha una storia di sinistra?

«Paradossalmente sì, una storia di sinistra vissuta sul versante opposto».

«Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono cristiana»: questo linguaggio è vincente rispetto alla comunicazione della sinistra abituata ai continui distinguo millimetrici?

«Se dicessi che sono uomo, sono padre, sono cristiano criticherebbero pure me. Siccome c’è la moltiplicazione dei generi, dobbiamo stare attenti a declinare la nostra identità. Ma mi sembra un problema falso e intellettualoide. Nessuno deve temere di dire chi è, purché rispetti l’identità altrui. Il politicamente corretto vorrebbe che il neutro si imponesse anche in questo. Io non voglio assistere all’affermarsi della tirannia del neutro».

Parlando di leaderizzazione e storytelling, due anni dopo Io sono Giorgia sta per pubblicare un nuovo libro: non sarà troppo?

«Ha capito che deve mantenere un contatto forte con i suoi lettori, follower e potenziali elettori. Se fossi in lei farei un libro l’anno».

Appartenevano a questa filosofia anche «Gli appunti di Giorgia»?.

«Quell’idea nacque in occasione della scelta dei ministri, quando Berlusconi le attribuì comportamenti scorretti. Allora lei s’inventò “Gli appunti di Giorgia”. Gli appunti si usano prima di metterli in bella forma per la divulgazione. In quel modo mandò un messaggio di trasparenza: non ho niente da nascondere, vi mostro la mia agenda, come sono realmente».

Com’è cambiata la sua comunicazione da presidente di Fdi a presidente del consiglio?

«Si è istituzionalizzata, a partire dagli abiti che sono, giustamente, meno scanzonati di un tempo. Costruisce i discorsi in modo più ecumenico, smussando i toni del primo decennio del Duemila che, secondo me, è stato il più efficace. Usa maggiormente termini angloamericani, in una proiezione più internazionale e di attenzione ai mercati».

Come giudica la modifica delle intestazioni dei ministeri, per esempio dell’Agricoltura e della sovranità alimentare, dell’Istruzione e del merito…

«Mi sembrano modifiche di facciata. Ho trovato inutile la specificazione del merito per un Paese che fonda il suo futuro sull’istruzione. Sarebbe stato innovativo se, oltre al merito, avesse aggiunto l’inclusione, rubando il monopolio di questo tema alla sinistra».

Non sarebbe stato un cedimento al mainstream?

«Non credo. Da docente universitario dico che, forse a causa della pandemia, c’è un’esplosione della fragilità giovanile che non ho mai riscontrato in trent’anni d’insegnamento. Rischiamo di far crescere tanti soggetti anomali, instabili. Su questo non c’è né destra né sinistra. Perciò, mi batto per l’adozione dello psicologo in ogni plesso scolastico e università. Come già avviene nelle scuole del Nordeuropa e americane».

Perché si critica il ricorso a termini come nazione e patria?

«Altro falso problema. Nazione compare nella nostra Costituzione e anche patria è un termine di alveo risorgimentale. Chi insiste sugli echi fascisti di questi vocaboli non conosce la storia».

Intravede dei punti deboli nell’azione del premier? Quali consigli le darebbe nella comunicazione?

«L’unico punto debole di Giorgia Meloni è Giorgia Meloni. Se vuole durare deve basarsi davvero sul merito delle persone giuste».

Invece?

«Ci sono ministri, sottosegretari e parlamentari non all’altezza».

Qualcuno in particolare?

«Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara. Un anno fa si è consumato il più scandaloso concorso scolastico ordinario della storia della Repubblica con decine e decine di quiz sbagliati o mal formulati come hanno documentato le perizie di docenti specializzati. L’ex ministro Patrizio Bianchi non ha fatto quasi nulla e Valditara nulla».

Tornando alla comunicazione, cos’ha pensato dello speech dopo l’incontro con il presidente tunisino Kaïs Saied senza giornalisti davanti?

«Che non è meloniano e non doveva essere così. Si è lasciata convincere da qualcuno».

Ha un rapporto ancora conflittuale con i media e preferisce la disintermediazione, rivolgersi alla gente senza la mediazioni dei giornalisti?

«Sì. Sa bene che i contenuti possono essere manipolati e ricuciti in modi non sempre consoni. Se potesse opterebbe per la disintermediazione totale».

Il confronto linguistico con Elly Schlein?

«Se devo prendere appunti di quello che dice Giorgia Meloni trascrivo poco perché capisco gli snodi del ragionamento. Se parla Elly Schlein sono costretto a trascrivere tutto e poi, alla fine, rileggendo, stento a fare la sintesi. Lo ha detto anche Concita De Gregorio: rileggi, ma il titolo non salta fuori. Ma purtroppo, questo non è solo un problema di vocabolario».

 

La Verità, 17 giugno 2023