Articoli

«Noi siamo romantici, ma Instagram ci inganna»

Confortevole e conformista, ma con un grande avvenire davanti. Però non è chiaro se dobbiamo rallegrarcene o no: perché il più attraente dei social, il più cool, nel verbo dei suoi adepti, oltre un miliardo, un po’ ci ruba l’anima. Ci seduce e banalizza, ma anche ci educa. E quindi difficile emettere una sentenza univoca. Lasciando perdere Tik Tok, prateria per adolescenti, Instagram è l’avanguardia, la frontiera del meglio, il club delle élite. A svelarne tutti i segreti è da poco in libreria Instagram al tramonto (La nave di Teseo), ultimo saggio di Paolo Landi, autorevole advisor di comunicazione che ha lavorato a lungo per Benetton e oggi cura l’immagine di Bologna fiere, Ovs e numerosi altri marchi. Nel 2006 il suo Volevo dirti che è lei che guarda te – La televisione spiegata a un bambino, pubblicato da Bompiani con prefazione di Beppe Grillo, preconizzava il declino della vecchia tv. Ora questo Instagram al tramonto è talmente anticipatore da risultare controintuitivo.

Quando l’ho visto in libreria mi ci sono tuffato.

«Pensi che il titolo originario era Instagram spiegato alla Ferragni».

Non male neanche questo.

«Già, ma avrebbe potuto risultare presuntuoso».

Perché Instagram al tramonto?

«È un titolo volutamente ambiguo. All’imbrunire, mentre si torna dal lavoro o si è da poco arrivati a casa, Instagram registra il picco di like perché tutti fotografano tramonti».

Il picco deriva dall’orario o dal soggetto?

«Le due cose coincidono. Al tramonto si postano suggestive foto di tramonti. A quell’ora Instagram è molto frequentato».

Instagrammer romantici?

«Molto, si direbbe».

Come Volevo dirti che è lei che guarda te anche questo saggio smonta la nostra illusione di essere protagonisti mentre siamo manovrati, orientati, addomesticati?

«Crediamo di usare un mezzo liberamente e invece ne siamo usati. Nel libro del 2006 intuivo che la televisione sarebbe stata superata da altri media. Instagram ha futuro, anche se potrebbero esserci evoluzioni e mutamenti».

Niente tramonto, quindi?

«Mi sembra presto, siamo ancora nella fase ascendente. Pochi anni fa Avatar, un film su Second life, fece il record d’incassi e sembrava che tutti dovessimo avere un alter ego virtuale. Oggi chi parla più di avatar? Credo che con Instagram dovremo fare i conti ancora per un po’».

Che vantaggio ne trarremo?

«Lo capiremo meglio più avanti. A un certo punto al cervello umano non son più bastate la scrittura e la televisione, la letteratura e il cinema, e ha ideato un modo di comunicare più veloce e istantaneo. Mi chiedo che cosa cerchiamo con queste innovazioni? Come le altre invenzioni hanno migliorato la nostra vita, spero che anche i social la migliorino».

Instagram sta per?

«Fonde i concetti di instant camera e telegram: un’immagine veloce pubblicata sul momento».

Il social dell’attimo fuggente?

«Il primato dell’istante».

Senza memoria?

«La sua forza è l’immagine usa e getta. Quando arriva un post nuovo quello precedente non si guarda più. Dopo 24 ore le storie si cancellano».

Niente archivio?

«Non si ritrova nulla. L’altro giorno avevo letto una frase che diceva… Un attimo che la cerco… L’avevo vista proprio su Instagram e adesso – a proposito di archivio inesistente – non riesco a ritrovarla. Eccola su Google: “Non dialogare mai con un idiota perché ti trascina al suo livello e ti batte con l’esperienza”. È Instagram».

Si dice «siamo» e non stiamo su Instagram o su Twitter: i social ci fanno essere e se non ci sei non sei?

«Ci costringono a essere qualcuno e ad avere un’identità».

Non esistono la contraddizione e il contrasto: in tempi in cui si parla molto di odio e di haters è un fatto positivo?

«Direi di sì, è un social borghese. Non mi pare che gli haters aiutino a illuminare il dibattito politico o sociale».

Invece Instagram è educato?

«Più di Twitter certamente. Anche se alcuni profili cattolici attirano odiatori e i commenti sono pieni di bestemmie».

Con il cristianesimo perde il suo aplomb?

«È un fenomeno strano. Sui profili dei testimoni di Geova o del Dalai Lama non è così. Solo la religione cattolica attira aggressività e blasfemia. È difficile capire le cause, il cattolicesimo innesca la bestemmia, che invece non esiste nelle religiosità orientali».

Perché sono più di moda?

«Le star di Hollywood non le vedo a recitare il rosario, mentre partecipano ai riti buddhisti tibetani. Forse è anche una forma di provincialismo, non so cosa c’entriamo noi italiani con il Dalai Lama».

Cosa vuol dire che Instagram «rende metafisica l’economia, la spiritualizza»?

«Per esempio omologa tutte le professioni. Un parrucchiere, un dogsitter, un avvocato, un blogger e un promotore finanziario sono tutti sullo stesso piano. Se il lavoro perde potere di distinzione siamo in un sistema economico diverso da quello vissuto finora. Il lavoro è dematerializzato».

Un social del superfluo?

«Tutto scorre in superficie, rapporti umani compresi. Ma la visione che dai di te stesso non è veritiera».

Non è troppo definire l’economia digitale la rivoluzione industriale del XXI secolo?

«Siamo ancora in una stagione pionieristica, non sappiamo bene cosa ci aspetta. Convivono le generazioni che hanno assistito al cambiamento e i nativi digitali. Possiamo intuire che il lavoro cambierà e cambierà anche il rapporto con i beni di consumo, dei quali ci si può appropriare molto facilmente. Se ti piace un abito, vai sul profilo di un influencer e lo compri pagandolo con lo smartphone, senza bisogno di strisciare la carta di credito».

Gli influencer cambiano il concetto di tempo, di prestazione d’opera e di competenza?

«Mentre tutti giocavano con i like, loro hanno capito che potevano fare i soldi, Chiara Ferragni per prima. Le modelle andavano nello studio fotografico, si vestivano, si truccavano, destinavano il loro tempo a quell’occupazione. L’influencer è insieme pienamente ozioso e pienamente occupato. È sé stesso quando si veste, viaggia, sorseggia un vino, indossa un orologio. La competenza non è richiesta, forse è utile un po’ di gusto. Anzi, molti non hanno nemmeno quello, cosa c’è di più opinabile del gusto?».

Dietro l’apparenza patinata si nasconde l’ipermercato di un capitalismo più sfumato e invasivo?

«È un ipermercato che vende merci ed emozioni insieme. Se clicchi su un bel tramonto spunta il resort dal quale goderselo, se clicchi sul sorriso di un bambino ecco il più soffice dei pannolini. Instagram fonde emozioni e merci e le vende insieme».

Anche gli spot lo fanno.

«Con gli spot guardi, ma non partecipi. Persuasione e acquisto sono due atti distinti. Su Instagram clicchi sul tramonto e compri subito la vacanza».

Perché non è ancora stato conquistato dalla politica?

«Perché non è adatto. La politica viaggia su Twitter perché richiede sarcasmo, intuitività, vis polemica. Instagram è soprattutto immagine e l’immagine dei politici non è così accattivante».

Riflettendo sui social, finora si è parlato di narcisismo ed esibizionismo. Perché lei insiste sullo snobismo?

«Si mettono i like per entrare in un club che non ci appartiene. È un meccanismo di ascesa sociale, se sono un tifoso di calcio vorrei che Ronaldo mi mettesse il cuoricino. Invece, anche se accadesse, non sarebbe di certo lui a farlo, ma chi cura il suo profilo. Instagram mantiene distinte le classi sociali».

A forza di consumare continuamente, l’unica cosa che consumiamo consumiamo è Instagram stesso?

«La sua grande raffinatezza è di essere un prodotto, un brand. Come la Playstation. Crediamo di goderci le foto dei nostri amici, invece in quel momento qualcuno ci profila e ci inserisce in un database».

È il social più conformista e omologante?

«Mentre ti illude di essere libero di postare le foto che ti piacciono ti uniforma. E finisci per postare le foto che postano tutti. Di sera i tramonti, in spiaggia i piedi, quando ci si fa i selfie le linguacce. Instagram è un propulsore di conformismo».

L’ultimo dei 15 screenshot fotografati da Oliviero Toscani è il suo.

«Ci sono dentro in modo critico».

Pentito?

«No, ma medito di uscire».

Quindi è pentito?

«Se vivi nella contemporaneità devi usare ciò che la contemporaneità ti offre. Non demonizzo Instagram e non biasimo chi ama esserci, ma mi piace farne un uso consapevole. Mi chiedo chi sarà la nuova classe dirigente: la massa che sta lì a postare tramonti o qualcun altro? L’élite del futuro emergerà dagli Instagrammer o da qualche altra cosa che ancora non sappiamo? È un fenomeno massificante, ma finora tutti i media hanno favorito il progresso dalla specie umana».

Io continuo a diffidare, se ci si pensa un attimo prima di postare un’opinione o un sentimento alla fine non si posta. Le cose preziose restano fuori.

«Le cose che ritenevamo preziose, la pancia di tua moglie incinta, il neonato, sono corrotte dalle immagini che mettiamo su Instagram. Le custodivamo nel privato e ora sono schiaffate davanti a milioni di persone. Instagram appartiene al nostro tempo, ma non è obbligatorio».

Ce la faremo? O vincerà l’omologazione?

«È difficile capire come finirà. È come se Instagram ci educasse ad avere una dimestichezza digitale. Penso che alla fine ci sarà qualcuno che dirà che il gioco è finito e adesso fate quello che dovete fare, cioè comprare. Secondo me si arriverà a un sistema più raffinato di domanda e offerta dei bisogni. Indotti o meno».

 

La Verità, 15 dicembre 2019

 

L’Assedio della Bignardi nasce e muore nei social

Primo ospite il sindaco di Milano Beppe Sala, con L’Assedio, programma diverso nel titolo ma clone dei precedenti Le invasioni barbariche e L’era glaciale, mercoledì sera è tornata in tv Daria Bignardi. Lo ha fatto dai canali di Discovery (Nove, Real Time e altri) con un ascolto in simulcast di 598.000 telespettatori (2.8% di share totale, 1.4% su Nove). Dunque, Beppe Sala: per un suo seguace sui social, «il politico italiano più cool». «A lei piace essere cool?», chiede Bignardi. Risposta: «Sinceramente? Ma sì, va…». «Questo è il vero clima dell’Assedio», esulta la conduttrice.

Il vero clima dell’Assedio è il medesimo dei programmi clonati: salottino manierato dei migliori, bon ton ad uso delle élite della gente che piace, punteggiato dalla risatina compiaciuta o dalle sopracciglia aggrottate della padrona di casa. Con un paio di accentuazioni dovute all’ultimo aggiornamento del politicamente corretto, come la citazione più ossessiva del numero di follower che l’ospite può vantare. Post e cinguettii vari sono infatti la fonte regina delle domande oltre che al sindaco di Milano, anche a Luciana Littizzetto, al rapper Massimo Pericolo eccetera. Non solo, i social sono anche il luogo della critica finale perché due osservatori, una scrittrice e un giornalista, inviano un commentino all’intervista via WhatsApp. Così il cerchio si chiude: l’intervista nasce dai social e va a morire nei social. Che bello. Per il resto, l’uso di giornalisti e scrittori molto cool è un must del vero clima dell’Assedio. Per dire: alla presentazione romana del libro di Giulia De Lellis, influencer da milioni di follower, non si poteva che mandare un altro scrittore (Stefano Sgambati), perché non chiamarlo storyteller?

Il secondo ospite della puntata è Giorgia Linardi, portavoce di Sea watch, presentata come «una delle donne più attaccate d’Italia». In questo caso, citati i tweet degli haters più truci, entra in campo il secondo aggiornamento del politicamente corretto: l’accoglienza senza se e senza ma. Con lo scoop finale: la presenza in studio di Anna Duong, rifugiata politica scappata su un boat people nel 1979 dal Vietnam comunista e salvata, insieme ad altre migliaia di persone, dalle navi della Marina militare partite appositamente dall’Italia. Qui però si abbandona il mood cool del format mainstream e si va dritti sull’ideologia, anch’essa mainstream, stabilendo la sovrapposizione tra rifugiati politici di 40 anni fa e disperati di oggi. Sovrapposizione indebita perché solo in parte i migranti attuali fuggono da un Paese in guerra come la Libia. Ma questo è il vero clima dell’Assedio. Di chi e a chi?

 

La Verità, 18 ottobre 2019

Realiti, l’Italia dei mostri spopola su Instagram

Problema superato, televisivamente parlando. Nella prima puntata Realiti – Siamo tutti protagonisti era due programmi in uno. Il putiferio scatenato dal servizio sui neomelodici siciliani che cantano in napoletano era nato da questa ambiguità. Il programma condotto da Enrico Lucci era satira di costume o inchiesta tosta? Gestire il doppio linguaggio in diretta non è facile per nessuno. Ospite in studio, «un pischello» aveva pronunciato frasi orribili a proposito di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Al che il conduttore, abbigliato in total red, lo aveva esortato a studiare la storia della Sicilia per capire che «la mafia è merda» (testuale). Nel servizio, un altro neomelodico si rivolgeva con parole di elogio contenute nel suo cd allo zio, boss mafioso all’ergastolo in regime 41 bis. L’intento di Realiti è mostrare le nuove forme di successo e di eccesso consentite dai social media, Instagram in particolare, regno del mainstream più effimero. In studio, Lucci amministra la parodia del vuoto: cinque «concorrenti inconsapevoli» (non più sette) partecipano a una gara di popolarità decisa da una giuria composta dai «saggi», la solita Asia Argento, lo scrittore carico di background Aurelio Picca e il rapper pensoso Luchè, e da una giuria popolare. Tra i concorrenti si mischiano personaggi folcloristici come la sorella del fantomatico Mark Caltagirone, e altri reali come Matteo Salvini, chiamato familiarmente Matteo, visti sempre da una prospettiva trash. La caricatura di un intero filone televisivo raggiunge il vertice nell’intervista al confessionale, satira di rubriche e conduttori facilmente riconoscibili. Dove stava il problema? Nei servizi d’inchiesta drammatici che intervallavano il clima cialtrone dello studio. Nella prima puntata, oltre ai neomelodici finiti nel mirino della magistratura, ce n’era uno sul racket della mafia nigeriana ai supermercati che evidenziava numerosi reati sui quali le toghe non han battuto ciglio. Dopo la parte «riparatoria» con il procuratore antimafia Alfonso Sabella che ha parlato della vigliaccheria degli esponenti mafiosi, nella seconda puntata, registrata e trasmessa in seconda serata, le inchieste hanno ceduto il passo a servizi più leggeri e coerenti con il resto del programma (Rai2, mercoledì, ore 23,10, share del 3.7%). Esemplari quello sulla «vita da influencer» di Asia Valente, e quello sui «gioielli del latte», confezionati con il latte materno post-gravidanza solidificato in piedini, ampolline, farfalline. Problema superato: l’Italia dei mostri che comincia in tv, passa dai social e ritorna in tv, è servita.

 

La Verità, 14 giugno 2019

«L’eucaristia? È più contemporanea dei social»

Per capire chi incontro oggi serve studiare l’albero genealogico. Il padre era Paolo Mosca, giornalista e autore televisivo, a sua volta figlio di Giovanni Mosca, anche lui giornalista, umorista, drammaturgo; la madre è Nicoletta Mondadori, figlia di Alberto Mondadori, primogenito del fondatore.

Di suo, Arnoldo Mosca Mondadori è poeta, saggista, mistico, editore di idee, già presidente del Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano e molto altro ancora. In questi casi, l’istinto del giornalista è: ma lo stipendio? E… concretamente? Concretamente, Mosca Mondadori ha 47 anni, è sposato con Caterina, ricercatrice universitaria, padre di tre figli (Martino, Lucia e Cristina), abita sui Navigli, di fronte alla casa di Alda Merini, di cui ha curato l’opera mistica dal 1996 fino alla morte nel 2009. Dalla sua penna sono appena usciti Canto a Cristo (Morcelliana), raccolta di liriche di forte impronta contemplativa, e Sei fuoco e amore (Sperling & Kupfer), antologia di poesie di Alda Merini da lui curata e accompagnata da una folgorante introduzione.

Come si convive con questi cognomi?

«Sentirmi prima di tutto figlio di Dio, grazie a una scoperta fatta da bambino, mi ha liberato da eventuali imbarazzi relativi alle discendenze. Ho potuto cogliere il meglio della mia famiglia. Il nonno Giovanni, una persona di grande sensibilità, mi leggeva il suo libro Ricordi di scuola, e io ero più attento alla sua arte che al cognome. Poi c’era nonna Virginia Mondadori, moglie di Alberto, che fu costretto a liquidare la società del Saggiatore perché versava in difficoltà economiche. Ma pur essendo abituata all’agiatezza, quando dovette ridurre il suo tenore di vita, non perse serenità: era distaccata dal denaro».

Anche Arnoldo abbinato al cognome dev’essere stato un bell’impegno…

«Nel giugno 1971 mio bisnonno stava morendo e io per nascere. Quando mia madre andò a trovarlo, lui le mise una mano sulla pancia e le disse: “Questo lo proteggo io dal cielo”».

Un destino nell’editoria?

«Soprattutto nel rapporto con gli artisti».

Perché?

«Se sono autentici, trovo che in loro vi sia un contatto privilegiato con il mistero. L’ho constatato con Alda Merini, con Mimmo Paladino, Ennio Morricone, Jannis Kounellis, Carla Accardi. Alcuni artisti sono in qualche modo scelti per espandere la bellezza del divino. Come disse Paolo VI in un famoso discorso rivolto anche a persone lontane dalla Chiesa, come Giacomo Manzù o Renato Guttuso».

Poeta, editore, presidente del Conservatorio di Milano, membro del Cda della Fondazione Cariplo: qual è la sua professione?

«Questa domanda me la fanno in tanti. Ma prima del fare viene l’essere. Perciò riparto dall’eucaristia, l’azione deriva dalla contemplazione. I diversi lavori hanno come comune denominatore la preghiera».

Finora è andato tutto bene?

«La Provvidenza esiste e sono sempre riuscito a mantenere la famiglia. Non va dimenticato che appartengo al ramo normale dei Mondadori, che non dispone di sostanze monetarie. Devo adoperarmi per portare a casa uno stipendio e pagare un mutuo. Mi affido a quel punto del Padre nostro che dice “sia fatta la tua volontà”».

La sua attività principale?

«Il lavoro con la Fondazione Benedetta D’Intino, che si occupa dei bambini che non comunicano con la voce. Può capitare anche a chi ha avuto un ictus o ha contratto la Sla. Ci avvaliamo di medici e terapisti di grande competenza. Sono membro del Cda della Fondazione Cariplo. Nell’Orchestra dei popoli accogliamo bambini di tutte le etnie dotati di talento che ritrovano la voglia di vivere attraverso la musica. Con la Casa dello Spirito e delle Arti tentiamo di combattere l’indifferenza nei confronti dei migranti e delle persone detenute».

Qualche esempio?

«Nel carcere di Opera ex criminali ora convertiti fanno le ostie che vengono donate a molte chiese in Italia. In Mozambico abbiamo aperto un laboratorio per reinserire ex detenuti nel mondo del lavoro. A maggio ne apriremo un altro nello Sri Lanka che servirà a tenere tante donne lontane dalla prostituzione».

Com’è la sua giornata?

«Alle otto di mattina sono nella chiesa di San Vincenzo in Prato. L’eucaristia è il mio primo cibo. Poi registro i pensieri che mi vengono dopo la comunione. A quel punto posso cominciare a lavorare».

Cioè?

«Essere a servizio. Creare ponti tra realtà culturali e sociali. Credo sia importante, c’è una tendenza alla chiusura. Lavoro con le istituzioni, cerco di creare un welfare sociale. Vuole vedere la mia agenda?».

Perché no?

«Ecco. L’altro giorno ero a Bergamo per organizzare una mostra. Poi sono andato a trovare un malato di Sla sul quale vorrei fare un film e ho incontrato il poeta Miro Silvera. Inoltre, mi sto occupando del percorso della croce fatta con il legno dei barconi dei migranti affondati nel Mediterraneo che, dopo aver percorso Italia e Spagna, vista da 4 milioni di persone, andrà in Sudamerica».

Iniziativa lodevole, ma non genera profitti.

«Il punto è trovare un equilibrio tra ciò che si può guadagnare per mantenere la famiglia e ciò che si può fare senza un ritorno economico. Il volontariato è un fattore di moltiplicazione».

In che modo?

«Le faccio un esempio. Quando mi occupavo del conservatorio venne un cantante lirico che cercava lavoro. Si chiama Marco Voleri. “Prova a cantarmi Panis angelicus”, gli dissi. Subito avvertii qualcosa di particolare: “C’è qualcosa che non mi dici”. “Sono malato di sclerosi multipla, ma non lo dico a nessuno per non perdere i lavori”. “Dobbiamo fare il contrario. Scriverai un libro per raccontare la tua storia: la tua debolezza può diventare la tua forza”. Il libro s’intitola Sintomi di felicità. Ora lo chiamano ovunque nel mondo, si è sposato e ha un figlio».

Quando cambiò la sua vita? 

«Avevo nove anni e partecipavo al rito della seconda comunione. Eravamo tanti bambini, in un prato. Quando ricevetti l’ostia mi sentii invaso da una sensazione indicibile: una ferita nel cuore e allo stesso tempo una gioia immensa. Mi chiesi da dove provenisse questo pane e mi sentii rispondere: “Viene dal cielo”».

Sono trascorsi quasi 40 anni…

«Anche se non frequentavo il catechismo, appena passavo davanti a una chiesa dove si celebrava la messa, entravo in uno stato di pace che colmava il mio essere. Questo avviene tuttora».

Partecipa a qualche gruppo di adorazione eucaristica?

«No. Entro in qualsiasi chiesa e sosto davanti al Tabernacolo. In questa epoca tutta virtuale, l’eucaristia è di una contemporaneità impressionante, è la possibilità di stare a tu per tu. Chi chiese al Curato d’Ars cosa facesse per ore da solo in chiesa si sentì rispondere: “Io Lo guardo e Lui mi guarda”».

La sua fede si è consolidata per il protrarsi di quell’esperienza estatica?

«L’eucaristia è la possibilità di stare di fronte alla bellezza di Cristo, il Dio che si fa carne. In nessuna religione c’è qualcosa di paragonabile a questa bellezza».

Cosa ne pensa sua moglie?

«Si è riavvicinata alla Chiesa dopo il nostro matrimonio. Ha una purezza naturale, ha insegnato più lei a me che io a lei».

Cosa pensa del fatto che anche Madre Teresa di Calcutta patì il silenzio di Dio?

«Ci sono momenti di prova nei quali sembra di vivere come dentro la notte. In quei momenti si vede quanto la fede è vera. Perché, avendo sperimentato la luce, l’anima si fida nonostante il buio del momento. È una pedagogia di Dio che, per renderci più umili, certe volte ci fa sperimentare l’apparente assenza».

Da dove sgorgano espressioni come «Fa che io mi abbandoni a Te/ come un relitto», oppure: «Sei più vicino a me che io a me stesso», contenute in Canto a Cristo?

«Sono espressioni che scaturiscono dopo l’eucaristia. Il contatto con Cristo risveglia la voce dell’anima. Questo piccolo libro è una raccolta di preghiere di ringraziamento».

libromerini-cavevisioni.it

Che cosa l’ha fatta sospettare che Alda Merini possedesse una dimensione mistica?

«Quando vidi il suo sguardo intuii che i suoi occhi guardavano oltre. Poi mi colpì il suo carisma. Nonostante in quel tempo fosse uscito un articolo in cui si sosteneva che Alda non fosse credente, io non concordavo. Avevo letto le sue prime opere come Paura di Dio o La presenza di Orfeo e sapevo che non era così».

Lei trascriveva o anche ispirava le sue poesie?

«Le proponevo un tema. Dopo un po’ lei iniziava a dettare. Chiamava al telefono a qualsiasi ora del giorno e della notte… Squillava il telefono e, dopo un momento di silenzio, mi diceva “Scrivi”, come obbedisse a un’altra voce più grande della sua. Dopo le prime 10 o 15 poesie c’era sempre una pausa. Aspettavo, rileggevo, la incoraggiavo. Per esempio nel Cantico dei vangeli mancava una lirica su Pietro. Lei aggiungeva e poco alla volta si strutturava il libro. Si capiva quando una poesia concludeva l’opera».

Ci vuole ricordare un aneddoto di Alda Merini?

«Uno dei suoi ultimi momenti, quando si tolse l’apparecchio per l’ossigeno e si accese una sigaretta. Il suo amico Silvio Bordoni le disse: “Signora Merini, non è il caso che lei fumi”. “Caro Bordoni, ormai mi rimane questa sigaretta e il primo bacio di Gesù”. Fu la sua ultima poesia».

Anche con Morricone ha un rapporto privilegiato?

«Una bellissima amicizia. Gli ho regalato una di queste piccole croci. Tenendola in mano ha cominciato a intonare un canto, poi ha chiamato il suo tecnico del suono e ha composto La voce dei sommersi dedicata alle persone innocenti che muoiono in mare».

 

Chi è la persona con cui più si confida?

«Anna Maria Cànopi, la madre badessa delle benedettine di clausura dell’Isola San Giulio sul lago d’Orta».

Come trascorrerà il Natale?

«In semplicità, con mia moglie e i miei bambini. Guardando alla capacità naturale dei bambini di stupirsi ogni giorno re-imparo a vivere».

 

La Verità, 23 dicembre 2018

 

 

 

 

«I social network creano tanti egomostri»

È il più controverso opinionista del momento. Irriducibile agli schemi consolidati. Ha innescato la verve di Giampiero Mughini, il disappunto di Flavio Briatore, le critiche del Foglio e quelle di Antonio Di Pietro dicendo che «Mani pulite fu un colpo di Stato», gli attacchi di Wired, Linkiesta, Minimaetmoralia e siti vari. Pur essendo filosofo di professione, Diego Fusaro, 34 anni, nativo di Torino, autore Einaudi e Bompiani, molto presente sui social oltre che in tv, non trascende mai. Marxista e anticapitalista convinto ma al contempo sostenitore della famiglia tradizionale, è accusato di essere un intellettuale della supercazzola, depositario di tesi abborracciate. Alcuni suoi post sono fulminanti: «Hallowen, festa mondialista»; «E tutto divenne merce, anche l’utero in affitto»; «La sinistra è passata dal Quarto stato al terzo sesso».

Un altro felice aforisma è «I selfie della gleba e i nuovi egomostri». Anche lei quanto a ego non scherza.

«Spero di non essere anch’io un egomostro come coloro che critico. Credo in quello che dico e ci metto sempre la faccia, in un’epoca di pavidi che si nascondono dietro pseudonimi o frasi fatte».

 

Fusaro: «Selfie della gleba e i nuovi egomostri»

Fusaro e la cultura del narcisismo: «Selfie della gleba e i nuovi egomostri»

Si definirebbe marxista conservatore o reazionario marxiano?

«Se proprio devo farlo, mi definisco allievo indipendente di Hegel e di Marx. Secondo Hegel, il rivoluzionario è colui che supera conservando o conserva superando».

Come nasce Diego Fusaro?

«Nasco a Torino da una famiglia di umili origini. I nonni paterni erano emigrati dal Veneto per lavorare alla Fiat, i nonni materni contadini. I miei genitori fanno tutt’altro rispetto a me. Decisiva è stata la scoperta della filosofia al liceo. L’incontro con Costanzo Preve mi ha permesso di avviare una rilettura che tenesse insieme Hegel, Marx e i Greci. Vivo a Milano, dove insegno allo Iassp (Istituto alti studi strategici e politici). Ho fondato Interesse nazionale, un’associazione il cui motto è “Né mondialisti né nazionalisti”, che pubblica una rivista e gestisce una scuola filosofica».

Da Marx e Hegel ha preso l’anticapitalismo.

«La mia coscienza infelice di anticapitalista ha idee di sinistra e valori di destra».

Può dettagliare?

«Idee di sinistra: lavoro, diritti sociali, comunità solidale, attenzione per gli oppressi, uguaglianza. Valori di destra: identità, nazione, patria, famiglia, lealtà, religione. Tutte quelle cose che fanno sì che a destra dicano che sei comunista e a sinistra che sei fascista».

Il superamento delle categorie novecentesche la rende difficilmente incasellabile. Potrebbe essere una strategia: si diverte?

«Non ho mai voluto farmi incasellare in uno schema o in un partito. Non è per divertimento, ma perché amo pensare con la mia testa».

 Certe sue argomentazioni sembrano pagare un tributo al complottismo.

«Complottismo è il modo di classificare qualsiasi lettura divergente da quella dominante. In quest’ottica Socrate, Marx e tutta la filosofia che cerca l’essenza dietro l’apparenza sono complottisti».

L’origine del disastro dove va cercata?

«Nel capitalismo che dal 1989 non ha più alcun limite morale né geopolitico. L’89 è l’anno orribile della storia recente».

È l’anno in cui la democrazia si è estesa e il benessere è diventato una possibilità per tutti.

«Questa è la narrazione dell’1% di ricchi che anche il 99% ha accettato come vera. Non mi pare che il benessere sia stato messo a disposizione di tutti. Negli ex Paesi comunisti la povertà è aumentata a dismisura».

Auspica un ritorno al mondo diviso tra Est e Ovest e alla cortina di ferro?

«Ragiono dialetticamente. Non penso di ripristinare quello che è andato perduto, la polis e il comunismo. La storia procede e conviene adoperarsi per migliorare il presente, affinché l’uomo non sia vittima del mercato e ritrovi il suo posto nel mondo».

Nell’89 è finito l’inganno comunista ed è nata l’Europa, che per lei è una sciagura.

«Finito il comunismo, al capitalismo sfrenato mancava disintegrare gli stati, ultimi baluardi della difesa del bene comune. L’Europa è servita a questo».

Vorrebbe l’espansione dei sovranisti?

«Io non parteggio. Penso che la sovranità sia ineludibile per una politica democratica a sostegno anche delle classi più deboli. Senza sovranità vince il libero mercato, la competitività e quindi il più forte».

Come si sconfigge l’idolatria del mercato?

«Intanto riconoscendo che è una vera religione che minaccia tutte le altre, pretendendo d’imporre universalmente i suoi simboli. Siamo nell’epoca in cui non si possono esporre crocifissi o veli islamici, ma solo merci di qualsiasi tipo e in modo selvaggio».

Nel suo libro Pensare altrimenti scrive che «il dissenso come rifiuto dell’autorità e del potere costituisce il fondamento della civiltà occidentale». Poi è arrivata la globalizzazione. Cos’è andato storto?

«Siamo entrati nel totalitarismo perfetto che fa apparire come imperfetti tutti quelli passati».

Perché più pervasivo, più scientifico o più seducente?

«Perché riesce a colonizzare le coscienze e devitalizza la possibilità del costituirsi del dissenso, dilatando il pensiero unico».

Che si affermerebbe grazie alla dittatura del mercato alla quale servono gli «atomi seriali». Ce ne fa l’identikit?

«È il profilo antropologico dell’uomo in balia del capitalismo contemporaneo. Un tempo il dominato era il proletario di fabbrica, che aveva una sua coscienza di classe, una stabilità territoriale, dei valori e una capacità rivendicativa come raffigurato nel Quarto stato. Oggi in luogo del proletariato c’è il precariato. Una massa amorfa di atomi erranti, flessibili, senza identità, coscienza di classe e progettualità».

Ai quali vengono contestate le certezze esistenziali e psicologiche, la famiglia e le altre appartenenze.

«Sono individui sradicati, permanentemente mobili e sciolti da ogni solido legame comunitario, dalla famiglia allo stato nazionale. La famiglia è il primo bersaglio. È la comunità delle comunità, come diceva Aristotele: colpire quella per arrivare alle altre. Se hai radici sei meno gestibile dal potere».

Il Quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo

Il Quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo

Cito: «La sinistra è passata dal Quarto stato al terzo sesso».

«Nella mia concezione la sinistra doveva essere agente della trasformazione verso una società emancipata. Invece il progresso cui assistiamo è quello del capitale che trasforma tutto per rinsaldare sé stesso. Ci sarà un motivo se negli ultimi trent’anni tutte le conquiste della sinistra sono state contro le classi più deboli».

Esemplifichi.

«Il pacchetto Treu con la precarizzazione del lavoro, le liberalizzazioni del governo D’Alema, il jobs act del governo Renzi. Se la sinistra smette di interessarsi a Gramsci e Marx, allora conviene smettere d’interessarsi alla sinistra».

Imputa al M5s di non avere un collegamento con il mondo intellettuale.

«Il Pd ha gli intellettuali e non ha il popolo, i 5 stelle hanno il popolo ma non gli intellettuali. Questa è la tragedia della politica italiana».

E il terzo sesso? Perché attacca anche l’ideologia gender?

«Perché non è altro che la distruzione dell’identità e l’imposizione dello sradicamento sul piano della sessualità. Il tutto a beneficio del capitalismo flessibile contemporaneo che non vuole uomini, donne, famiglie e prole, ma solo atomi unisex che nell’ambito erotico danno luogo al godimento deregolamentato. Esattamente come deregolamentato è il mercato, con competitor individualizzati e senza vincoli solidali».

Facesse il consigliere politico chi sceglierebbe tra i leader in circolazione?

«Credo che se tornasse in vita anche Machiavelli faticherebbe a trovare un principe».

Se lo trovasse, per rilanciare l’Italia da dove lo farebbe cominciare?

«Dalla cultura. Che è il fondamento del nostro Paese ed è ciò che abbiamo dimenticato. Rilancerei il liceo e gli studi classici».

Come si diventa personaggio televisivo?

«Non credo di esserlo, sono uno studioso che viene talvolta interpellato in tv».

Il suo apparire antipatico sembra una scelta.

«Non credo di esserlo, lo sono?».

Arriva una certa alterigia…

«Credo nelle cose che dico perché studio. Procedo con la docile forza della ragione, non sarò trovato ad alzare il tono della voce. Mi spiace se risulto antipatico. Tra tanti personaggi buffi, mi piace non corrispondere a questo canone».

In un’epoca in cui si esulta per la fine delle ideologie, otto anni dopo riscriverebbe Bentornato Marx?

«Lo scriverei tale e quale perché le analisi di Marx continuano a essere imprescindibili per capire le contraddizioni del capitalismo contemporaneo. Solo con Marx si è miopi, senza Marx si è ciechi».

Ha letto l’intervento su Studi cattolici di suor Monica Della Volpe, nipote del grande filosofo marxista Galvano, a proposito degli ultimi giorni di suo zio? Le chiese di dettarle le riflessioni finali di un libro perché molto malato: «Alla fine non c’è più né Marx né Engels, c’è solo Gesù Cristo».

«È una questione interessante che aveva già colto Pasolini. Il contrario del comunismo non e la religione perché il comunismo stesso lo è. Il contrario della religione è il capitalismo ateo, materialista, cinico e individualista. Non c’è da stupirsi se dei comunisti guardano con rispetto a Cristo. Il dramma è quando certi comunisti aderiscono al capitalismo rinnegando Marx e Cristo. Si potrebbe fare un lungo elenco, che risparmiamo per carità di patria».

Ritenendo il dissenso la genesi della civiltà occidentale, Gesù Cristo sarebbe fuori perché fece dell’unità con l’autorità la sua forza.

«C’è un unico momento nel vangelo in cui Cristo si adira, dissente e diventa quasi violento: la cacciata dei mercanti dal tempio. Di questo oggi c’è più che mai bisogno».

C’è qualcosa che le trasmette ottimismo?

«Nulla. Nelle tendenze obiettive non vedo nulla di positivo. Sono ottimista con la volontà, come lo era Gramsci».

La Verità, 5 novembre 2017