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Addio alla Carrà, Grande Sorella Televisione

Raffaella Carrà, che ieri a 78 anni ci ha lasciati a causa di un male di cui pochi sapevano, trasferendosi «in un mondo migliore, dove la sua umanità, la sua inconfondibile risata e il suo straordinario talento risplenderanno per sempre» (Sergio Japino, annunciandone la morte), è stata una di quelle persone, rare anche nel mondo dello spettacolo, nelle quali, per una felice congiunzione degli astri, si combinano armonicamente virtù e doti che solitamente confliggono tra loro. È il tocco lieve della natura, l’impronta della grazia. Se si riflette sui doni di tanti artisti, si scopre che gran parte di loro esprimono un carattere originale, favorito da sensibilità e doni particolari e perciò rivolti a platee più raffinate o, al contrario, a pubblici più popolari. Raffaella Carrà, vero nome Raffaella Maria Roberta Pelloni, era invece l’artista di tutti. Una star globale, si potrebbe dire. Una figura universale, in grado di abbracciare l’audience più larga e composita. Nazionalpopolare e raffinata. Showgirl intelligente. Energia travolgente ma equilibrata. Ballerina, cantante, presentatrice, attrice, perfetta per i musical, mosse i primi passi con Lelio Luttazzi e con Domenico Modugno. È passata da Hollywood respingendo Frank Sinatra («Non volevo essere la pupa del gangster»). Icona pop, amata dai gay. La risata larga e contagiosa. Il caschetto biondo che si rovescia all’indietro. Il body glitterato. Il ballo trascinante, spesso su motivi orecchiabili. Ma che musica, maestro, Rumore, Com’è bello far l’amore da Trieste in giù, Ballo, ballo. Una presenza entrata nell’immaginario italiano, e non solo, senza mai diventare eccessiva. «Ho più paura che la gente dica: “Ancora lei!”, piuttosto che: “Dov’è andata a finire?”». All’opposto di Pippo Baudo pensava che dalla televisione bisognava saper stare lontano. Bisognava anche solo guardarla. E guardare la gente per strada, per capire meglio chi sono quelli che schiacciano i tasti del telecomando e alla fine devono scegliere te, tra tante opzioni. E così, dosandosi, sapendo sparire per anni, anche aiutata dall’ansia di prestazione (come Fiorello) e dal timore di non riuscire a mantenere i suoi standard di successo, ma poi ritornando senza però mai invadere stucchevolmente i media, riservata e persino timida, lontana dalla mondanità sebbene protagonista di storie d’amore importanti con Gianni Boncompagni e Japino, Raffa è entrata nell’album di famiglia. Compagna divertente ma sobria. Presenza affidabile. Donna che non tradisce. Una garanzia per decenni. Grande sorella della televisione: Canzonissima, Milleluci, Fantastico, Carràmba, Sanremo

Aveva vent’anni quando si presentò a un provino davanti a un compiaciuto dirigente: «Lei è fortunata. La vede quella scalinata? La scenderà ogni settimana con un abito meraviglioso e una benda sugli occhi. Nell’ultima puntata se la toglierà per annunciare i premi della Lotteria Italia». Lei lo guardò e replicò: «Grazie, ma odio le scale, in giro ci sono almeno ottomila ragazze più belle di me e questa cosa può farla chiunque. Lei forse non lo sa, ma io sono bravissima». Era questo il piglio molto emiliano di una ragazza cresciuta tra Bologna e Bellaria, nella gelateria della nonna, con una madre energica e precocemente separata. «La vita è una partita a carte e a me piace avere il mazzo in mano», rivelò in una delle ultime interviste a Malcom Pagani di Vanity Fair. Ma lei era tutto meno che la fiera delle vanità. Piuttosto: lavoro, applicazione, volontà. Da coreografa che voleva diventare s’impose come ballerina. Nel 1971, una delle prime edizioni di Canzonissima, dopo un paio di puntate il Tuca tuca con Enzo Paolo Turchi fu censurato dalla Rai. Ci volle Alberto Sordi per sdoganarlo e far ricredere anche l’Osservatore romano che aveva puntato il dito. E l’immagine dell’Albertone nazionale che le sfiora giocosamente l’ombelico è tra i fotogrammi della memoria di chi non è più giovanissimo. In un Fantastico di vent’anni dopo toccò a Roberto Benigni violare un altro tabù con la celebre scena della «patonza». Raffa stava al gioco borderline sempre con autoironia e senza mai essere volgare. Era stata confidente delle casalinghe, complice delle donne e delle massaie con quel Pronto, Raffaella? che, inventato da Boncompagni, all’inizio degli anni Ottanta aveva inaugurato la tv di mezzogiorno. Prima c’era il telescopio, adesso milioni di telespettatori erano catalizzati nel tentativo d’indovinare quanti fagioli conteneva quel vaso trasparente. Una telesagra paesana, forse. Ma anche qui, la Carrà stava al gioco senza darsi importanza, un’italiana come noi. Continuò a esserlo anche dopo la parentesi in Mediaset (allora Fininvest), un paio d’anni prima di tornare in Rai. Ma soprattutto, prima di ricominciare in Spagna. Dove scoprì il format di Carràmba!, i ricongiungimenti familiari che la fecero sciogliere in lacrime e, con lei, milioni di telespettatori che la seguivano il sabato sera. Era stato Japino a segnalarglielo, ma fu Brando Giordani, allora direttore di Rai 1, a toccare le corde giuste e convincerla, facendo incazzare il suo compagno. Ebbe grandi ospiti e grandi ascolti, nonostante un certo snobismo della critica, che la adombrò: si ricorda molto di più una critica cattiva e gratuita che un bel complimento. E ancor più si ricordano certi attacchi feroci. Come quando, a proposito della storia con Japino, di dieci anni più giovane, ci fu chi scrisse: «La bella incontra la bestia». «Furono cattivi, anzi mostruosi». Però, niente: volontà, applicazione e lavoro. Non era tipo da farsi troppi problemi nemmeno di fronte alle avance di dirigenti e produttori: la cura Carrà ara «lo smataflone, detto in bolognese. Un sonoro ceffone capace di smontare ogni ardore di sopraffazione sessuale». Quando Paolo Sorrentino le chiese il permesso di usare A far l’amore comincia tu per La grande bellezza era scettica. «Pensavo ai soliti 20 secondi in un film commerciale, non avevo capito si trattasse di Sorrentino». Ma poi quando il film vinse l’Oscar «ero gonfia come un pavone».

Quando una volta chiesero a Fruttero e Lucentini se Gabriele D’Annunzio sarebbe andato ospite della Carrà risposero: «Sarebbe lui la Carrà!».

 

La Verità, 6 luglio 2021

Il Vaticano? Un girone dantesco per Sorrentino

Dopo The Young Pope Paolo Sorrentino aveva due strade: mettere ordine nel calderone del Vaticano orfano(?) di Pio III-Lenny Belardo (Jude Law) o accentuare il disordine creativo. È fuor di dubbio che egli abbia imboccato la seconda, quella più estrema, eccentrica, febbrile. In The New Pope, la serie originale Sky da ieri sul canale Atlantic e on demand, creata e diretta dal regista premio Oscar, prodotta da The Apartment – Wildside, parte di Fremantle, la specificità del Vaticano c’è, ma è quasi un pretesto. Pre-testo. Un punto di partenza per le licenze e licenziosità poetiche, etiche, estetiche del regista-sceneggiatore-produttore esecutivo. La Cappella Sistina, piazza San Pietro e i giardini vaticani sono il luogo per eccellenza; il contrario del non luogo contemporaneo e della società liquida, come fa intendere il sempre più strategico (e stratega) cardinal Voiello (Silvio Orlando) parlando della diversità dei tempi della Chiesa. La Santa Sede è il luogo del Logos e Sorrentino lo sa o, per lo meno, lo intuisce. Intuisce che la Chiesa è un’istituzione dell’altro mondo, una realtà umana attraversata dal divino, e ne è affascinato, soprattutto per l’estetica di liturgie e riti. Tuttavia, faticando a penetrarne il mistero e a dare verticalità al racconto, la messinscena si dibatte tra vero, verosimile, falso, onirico, fantasy, virtuale, allucinato, psichedelico…

Così The New Pope è più di un sequel di The Young Pope, con personaggi nuovi e sganciamenti narrativi. E le situazioni nelle quali lo spettatore viene introdotto sono spin off del reale. Francesco II che apre il Vaticano ai migranti e parla di Chiesa povera, lo è di Bergoglio anche se muore precocemente, citando papa Luciani. Mentre la situazione in cui si vengono a trovare Lenny Belardo e John Brannox (John Malkovich) è un lungo parallelismo dei due pontefici attuali. Con le licenze che dicevamo. E con le licenziosità, parola del moralismo novecentesco, con il quale il regista continua a giocare muovendo le suore infoiate, la realpolitik di Voiello, il dandismo di Malkovich. Il quale, più che interpretare papa Giovanni Paolo III, gli presta le proprie mollezze, accettando l’iniezione dialettica dello stesso Sorrentino che, sempre per gioco, gli mette in bocca discorsi pregnanti e sincopati da guru moderno, nel terzo episodio ce ne sono ben due. Perché l’altra novità di The New Pope sono i tempi dilatati della narrazione che innesta la sintassi felliniana con accenni lynchiani. Il risultato finale è un Vaticano dantesco assolutamente imprevedibile, fucina di esotiche sorprese, rigorosamente da non prendere sul serio.

 

La Verità, 11 gennaio 2020

«Rischiatutto» al posto di «Dieci cose», perché no?

Domenica pomeriggio Fabio Fazio è stato ospite dell’Arena di Massimo Giletti su Rai 1 per promuovere Rischiatutto e un paio d’ore più tardi si è autopromosso insieme con il Signor No nel suo Che fuori tempo che fa (dove ha lanciato anche il programma di Mika, dal 15 novembre su Rai 2 e Le parole della settimana di Massimo Gramellini, da sabato su Rai 3: en plein di promozioni aziendali dopo le accuse di tirare la volata ai programmi di Sky). Da Giletti Fazio ha detto che Rischiatutto andrà in onda nella rete dove lavora dal 1985 per «una decisione presa dalla direzione generale in accordo con la direttrice di Rai 3, Daria Bignardi». Infatti, la Bignardi aveva voluto garanzie da Campo Dall’Orto al momento della nomina. Però, visto come stanno andando le cose, sarebbe sbagliato cambiare idea? E posto che il giovedì di Rai 1 è bello solido, perché non piazzare Rischiatutto 2.0 al sabato sera spostando Dieci cose al giovedì su Rai 3? Fazzismo per veltronismo…

SkyTg24 monitora l’Italia sismica. È partita ieri «Italia trema», l’inchiesta di SkyTg24 voluta dalla direttrice Sarah Varetto a due mesi dalla catastrofe in Abruzzo per sottolineare che ci ricordiamo del rischio sismico puntualmente dopo le tragedie. Gli inviati del canale all news sono andati nei luoghi colpiti da terremoti, cominciando da Reggio Calabria (devastata nel 1908), per poi passare a Napoli, «zona rossa» tra due vulcani attivi, fino all’esempio virtuoso di Norcia. Sei reportage in onda alle 20.20 e in replica alle 23.20.

Rai ente pubblico con lo zampino di… Non si è saputo più niente dell’inquadramento della Rai nella Pubblica amministrazione ipotizzato dall’Istat che ha improvvisamente recepito una direttiva europea allarmando giustamente i vertici di Viale Mazzini. Il Cda ha rimandato la palla al governo perché eviti l’equiparazione ai Comuni e alle Asl imponendo alla Rai di assumere dopo pubblici concorsi e di assegnare appalti dopo gare, anch’esse pubbliche. Non si è saputo più nulla: solo ci si ricorda che Valerio Fiorespino, già responsabile risorse umane licenziato dalla Rai, da settembre è capo del Dirm, dipartimento Istat dalla dicitura interminabile.

Chi interpreterà Berlusconi per Sorrentino. Venerdì l’ospite di Edicola Fiore era Paolo Sorrentino, reduce dalla «State dinner» alla Casa Bianca e Fiorello non ha perso l’occasione per sfruculiarlo. «È stata una cosa molto divertente, che non farò mai più», ha sintetizzato il premio Oscar citando David Foster Wallace. Altrettanto fulminante la gag di Fiore: «Sapete, Sorrentino sta pensando di girare un film su Berlusconi. Per interpretarlo, sul set si è presentato Silvio, ma dopo il casting la parte è andata a Renzi». Applausi.

 

La Verità, 25 ottobre 2016

 

Il Papa nuovo protagonista dell’immaginario quotidiano

Fumata bianca, habemus The Young Pope. Venerdì sera è partita la nuova, scandalosa, serie firmata da Paolo Sorrentino e quei geniacci della comunicazione di Sky si sono inventati l’idea del fumo che esala dal tetto della sede di Santa Giulia a Milano, come fosse un conclave della tv. Il giorno prima, vigilia del debutto, il fumo era nero. Una trovata, una forma di comunicazione fantasiosa. Anche ardita, in un certo senso. Un editore televisivo, laico e molto techno, prende a prestito una formula artigianale usata dal Vaticano per un annuncio di carattere sacro (chissà se è anche un segnale di fumo mandato dal primo al secondo). Anche architettonicamente il salto è notevole: dal tetto della Cappella Sistina a quello del palazzo di vetro di Santa Giulia. Un salto spazio-culturale. Ma forse, soprattutto, uno scherzo, un’efficace furbata.

Altrettanto geniale, in questi giorni, è stata l’idea di Mauro Pallotta, il Banksy romano, che aveva disegnato sul muro di una viuzza di Borgo Pio un graffito che ritraeva papa Francesco: issato su una scala a pioli armato di pennello, gioca a tris con il simbolo della pace (fate l’amore e non la guerra). Divertente anche la guardia svizzera che, nascosta dietro lo spigolo del muro, fa il palo mentre Bergoglio completa l’opera. Qualche tempo fa lo stesso Maupal aveva ritratto il Papa come Superman, una versione che non aveva incontrato il gusto del capo della Chiesa cattolica. Anche stavolta, con zelo forse eccessivo, i Vigili urbani della capitale hanno rapidamente provveduto a cancellare il murale, a dimostrazione del fatto che non sempre gli uffici decoro hanno nell’elasticità e nell’ironia la loro qualità migliore. Doti che invece ha ulteriormente confermato di possedere, se mai qualcuno ne dubitasse, Rosario Fiorello.

Il graffito di Mauro Pallotta con il Papa che gioca al tris della pace sui muri di Borgo Pio

Il graffito di Mauro Pallotta con il Papa che gioca al tris della pace sui muri di Borgo Pio

L’altra mattina, nel corso dell’imperdibile Edicola Fiore, lo showman siciliano ha preso spunto dalla vicenda del graffito per inscenare una gag delle sue su chi fosse l’autore della proditoria cancellazione. Dopo la telefonata al Comune di Roma, con annessa smentita dell’ufficio Decoro, ha squillato in Vaticano, facendo finta di parlare direttamente con Bergoglio: «Ciao Franci… Sì, ci vado tutte le domeniche… Volevo sapere: il graffito di Borgo Pio… Non ne sapete niente?». Una trovata comica, conclusa affettuosamente con canzone liturgica e «Viva il Papa».

Durante «Edicola Fiore» Rosario ha simulato una telefonata a Bergoglio: «Ciao Franci...»

Fiorello finge di telefonare al Papa: «Ciao Franci»

Tre episodi che hanno in comune un tratto di fantasia e genialità. Ma soprattutto hanno in comune l’oggetto della comunicazione: il Papa e il Vaticano. Il dettaglio non è trascurabile. Quella che fino a qualche anno fa era un’istituzione austera e distante sta diventando accessibile e familiare fino al punto da diventare argomento di gag e provocazioni. Il Papa viene tirato dentro negli scherzi e negli show da comici e artisti di strada (il primo fu Maurizio Crozza con le parodie di Ratzinger). È un percorso inverso a quello inaugurato da Benedetto XVI, quando inaspettatamente, decise di aprire un account su Twitter, dando vita a una comunicazione più smart tramite un social media che si pensava non si addicesse al Soglio pontificio. L’iniziativa del papato che si protende verso la gente comune è stata successivamente potenziata dalle frequenti interviste ai media di Bergoglio e soprattutto dalle telefonate ad amici e persone sconosciute.

Ora però il flusso del messaggio scorre in senso contrario. È la società, attraverso il mondo dello spettacolo e della comunicazione, che prova a coinvolgere la Santa Sede. Il Papa è uno di noi. È uno che c’entra con noi, con il nostro immaginario e i nostri linguaggi. È qualcuno con cui si può dialogare. Che questo giovi alla missione cristiana della Chiesa è ancora da dimostrare. Viviamo in una società dominata dalla necessità della connessione continua e dalla dittatura della visibilità, in cui tutto è comunicazione. A grandi linee vien da pensare che forse si è più propensi ad accettare le idee di qualcuno di familiare piuttosto che di qualcuno di estraneo o inaccessibile. Oppure, ai ministri della fede cristiana gioverebbe astrarsi e rendersi più misteriosi? Risposte precostituite non ce ne sono, il dibattito è aperto. Per inciso, il dubbio se alla Chiesa convenga avvicinarsi maggiormente alla società o invece non sia proprio la distanza a renderla più attrattiva, è il tema che attraversa The Young Pope. Deciderà il pubblico il colore della fumata.

 

La Verità, 22 ottobre 2016

Crozza pesca «Meraviglie» nel subconscio collettivo

Maurizio Crozza è tornato in ottima forma nel suo Paese delle meraviglie per l’ultima stagione su La7 (venerdì, ore 21.20, share del 7,3 per cento con 1,8 milioni di telespettatori): da gennaio sarà sul canale Nove. In verità, l’altra sera l’avvio è stato un po’ lento – «devo rompere il ghiaccio, raga» – con le quattro sfumature di Alessandro Di Battista, nuovo supereroe del Movimento Cinque Stelle: quella patetica, quella precisina, quella sbarazzina, quella accorata, tutte varianti della paraculaggine. Dopo un passaggio sulla tendenziosità del quesito referendario si è soffermato sul presenzialismo televisivo di Renzi («in confronto Berlusconi era Mina»). Mano leggera, però: il Crozza militante è quello della copertina di DiMartedì, dove si è ritagliato uno spazio da editorialista satirico (esempio: «Renzi ha detto che il referendum si vince con i voti di destra. Una cosa che avrebbe potuto dire Brunetta. Allora, Renzi, vuoi fare il Ponte sullo Stretto, il tuo migliore amico è Verdini e parli come Brunetta: ma nel Pd ti hanno adottato? Qualcuno ti ha abbandonato in una cesta sulla porta del Nazareno?»). Nel Paese delle meraviglie, invece, servono un registro narrativo e una galleria di finzioni che rappresentino lo spirito del momento.

Maurizio Crozza, alias Napalm 51, un hater del web che non abbandona mai il pc

Maurizio Crozza, alias Napalm 51, un hater del web che non abbandona mai il pc

Il primo pezzo forte della serata è stato Paolo Sorrentino, il regista premio Oscar de La grande bellezza, nel quale Crozza accentua l’aria annoiata e un certo atteggiarsi intellettuale: l’incomprensione «per questo filone di film con la trama», la parlata lenta, le dita che stropicciano gli occhi. Alcune espressioni sembrano destinate a diventare tormentoni («c’è una suora nana che fuma»). Ancora più indovinata, forse, la parodia di Napalm 51, nome d’arte di un hater del web, il «webete» di conio mentaniano, che se la prende con tutti, da Morandi a Jovanotti, da Gino Strada ad Alex Zanardi. Il comico lo interpreta come un reduce di guerra («modero la pagina Facebook degli ex combattenti in Iraq»), manganellatore rabbioso, capello color rame e baffi a manubrio, immerso nella bolla della Rete e pronto a sfoderare l’alibi di qualche complotto appena tenta di passare dalla realtà virtuale alla realtà reale. Sono forzature, in qualche caso neanche tanto, come devono essere le caricature. Ma la genialità di queste maschere sta nella fantasia con cui vengono individuate. Di Battista, Sorrentino, Napalm 51 come il cuoco vegano o Joe Bastianich non sono personaggi pop, ma appartengono a un pantheon colto e laterale, adatto al pubblico di La7. L’originalità sta nel pescarli dal subconscio collettivo grazie a una buona dose di curiosità e di stupore, mix vincente delle «meraviglie». Rendendoli poi caricaturalmente credibili con l’esasperazione dei tic, la forza dell’esagerazione, il gusto del grottesco. Vedremo come andrà quando il contesto sarà diverso, sul canale Nove.

 

La Verità, 9 ottobre 2016

Dove va la nuova Sky in sei mosse

Seratona al Teatro degli Arcimboldi di Milano per la presentazione dei palinsesti Sky, loro li chiamano Upfront… Red carpet con star e talent della casa e ragazzini vocianti a caccia di autografi da Del Piero a Ilaria D’Amico, da Claudio Bisio ad Alessandro Cattelan. L’esordio è all’insegna della grandeur, ma anche dell’autoironia. Mix non facile. Sulle note della colonna sonora di Star Wars, Cattelan plana sul palco su uno skate alla maniera di James Bond e annuncia: “Umiltà! È questa la parola chiave della serata…”. Per scaldare ancora l’ambiente l’orchestra esegue la sigla del Festival di Sanremo e poi si corregge con quella della Champions League (a proposito, in contemporanea la Juve esordiva su Premium e chissà se Sky ha piazzato il suo galà in contemporanea per rubarle visibilità). Altro esempio di grandeur autoironica. Al momento di The Young Pope, Cattelan compare nell’abito bianco indossato da Jude Law – papa Pio XIII° mentre una voce dall’alto lo rampogna: “Stavolta avete davvero esagerato… Però, siccome sono un fan, mi procurate due biglietti per la prima di X Factor?”. Dunque, grande spettacolo e parterre. Insomma, sarà perché l’anno scorso non c’ero e la differenza salta di più all’occhio, fatto sta che davanti a questa profusione di energie e risorse, vien da chiedersi dove va Sky? cosa vuol essere o diventare?

 

Fiorello con Meloccaro all'Edicola, dal 10 ottobre su Tv8

Fiorello con Meloccaro all’Edicola, dal 10 ottobre su Tv8

  • Sempre meno pay tv. Dimenticato il conteggio degli abbonati (in lieve calo), la tv di News Corp gioca su più tavoli e piattaforme. Molto spazio ai canali in chiaro. Tv8 in particolare con la crescita della “rete generalista” (+ 14 per cento), ma anche il posizionamento di SkyTg24 (0,8 per cento). Più incerte identità e audience di Cielo.
  • Televisione giovane. Sky lavora sulla ricerca e il lancio di giovani talenti. Dopo Cattelan, che dalla prossima stagione condurrà quotidianamente il suo EPCC avvicinando ulteriormente l’inavvicinabile Dave Letterman, ora il nuovo astro nascente è Lodovica Comello, già apprezzata per immediatezza e simpatia in Singing in the car su Tv8.
  • Televisione delle eccellenze. Tra i momenti più divertenti della serata il collegamento con Fiorello, solita forza della natura, con la squadra dell’Edicola (dal 10 ottobre su Tv8): “Semprini e Mika se ne sono andati in Rai… Vabbé, se vogliono guadagnare di meno…”. Sky vuole mantenere e ampliare firme e brand. Oltre Fiorello, Paolo Sorrentino, Gomorra, X-Factor e le collaborazioni con HBO e Showtime.
  • Si lavora per addizione. La tv si allarga in orizzontale senza perdere in penetrazione. L’esempio è il lancio di una serie di 18 documentari sotto il titolo Il Racconto del reale, in programmazione su Sky Atlantic, il canale delle storie. Tra gli autori ci sono Giancarlo De Cataldo, Mimmo Calopresti, Beatrice Borromeo, il gruppo di 42° Parallelo, Michele Bongiorno.
  • Innovazione tecnologica. Forse la novità più forte: è stato annunciato l’avvento del sistema AdSmart attivo sui decoder My Sky, che consentirà agli investitori di mirare per target e area geografica le campagne pubblicitarie, indirizzando spot diversi a diversi abbonati, con annunci affini ai gusti e alle preferenze degli spettatori.
  • Tv più italiana. Forse il processo più interessante. Con le serie esportate all’estero, con i talent e le nuove produzioni, con l’acquisizione di nuovi artisti, Sky si propone come soggetto editoriale più italiano. L’origine australiano-americana si stempera progressivamente. Con il nuovo claimSiamo le vostre storie – reso da un bellissimo video, Sky vuole stabilire un meccanismo di identificazione anche emotiva con il suo pubblico. Siamo la stessa cosa…

 

 

 

The Young Pope, il gioco cinematografico di Sorrentino

Di sicuro, Paolo Sorrentino si è divertito. E si sono divertiti gli attori, Jude Law, Diane Keaton, Silvio Orlando e il resto del cast, notevole per una serie tv. Perciò, verosimilmente si divertirà Continua a leggere

I David di Donatello di Sky portano Hollywood sul Tevere

L’idea era lì, a portata di mano. Ma finora nessuno l’aveva raccolta. Eppure non era difficile. Visto che i David di Donatello sono considerati gli Oscar italiani, i David Awards, perché non trattarli alla maniera di Hollywood? Perché non hollywoodizzarli? Al mattino, c’era da sempre anche il ricevimento al Quirinale col discorsetto del Presidente della Repubblica… Era semplice no? In mano a Sky, l’appuntamento televisivo relegato alla differita per pochi cinefili e un pubblico di nicchia si è trasformato in evento: cinematografico, mediatico, anche mondano, per quel che conta. Una cerimonia di poco più di due ore è riuscita ad armonizzare carattere istituzionale, linguaggio moderno, ambizione artistica, autoironia e glamour da tappeto rosso. È il risultato della volontà di pensare in grande. Trasformare il rito dei David in evento è un piccolo mattone nella costruzione di un’industria che voglia produrre arte rivolta al grande pubblico. Bisogna crederci giorno per giorno e sorprende – ma non tanto – che non sia la Rai, il servizio pubblico anche produttore e distributore cinematografico, protagonista di questa operazione.

Premiazione perfetti sconosciuti

Diversi altri mattoni vanno aggiunti per far avanzare il progetto, a cominciare dalla rottura di certe consorterie dure a morire che resistono all’interno dell’Accademia (1916 giurati) e si sono viste all’opera nella distribuzione dei premi che, manco a dirlo, hanno proditoriamente escluso Quo vado? di Checco Zalone, peraltro già ampiamente sdoganato dalla critica più engagé. Più plausibili il trionfo di Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti che ha visto premiati tutti quattro gli attori (Claudio Santamaria, Ilenia Pastorelli, Luca Marinelli e Antonia Truppo, forse almeno il David all’attrice non protagonista poteva esser dirottato su Sonia Bergamasco), il successo di Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese (miglior film e miglior sceneggiatura) e il riconoscimento a Il racconto dei racconti di Matteo Garrone per la miglior regia e nelle categorie tecniche.

Tornando alla televisione, la sessantesima edizione dei David proposti in prima serata su SkyUno, SkyCinemaUno e, in chiaro, su Tv8, non è immune da impacci e ingenuità. A cominciare da Alessandro Cattelan,  acclarato talento della conduzione, ma forse troppo giovane e giovanilista per un evento così istituzionale. Lo si è intuito all’ingresso in teatro, quando con la sua verve da dj, ha presentato Toni Servillo in tutte le sue rughe da attore consumato. Il cambio d’inquadratura ha reso il salto generazionale e di carisma. Sensazione confermata poco dopo quando, citando Gianluigi Rondi, presidente dei David e autorità assoluta del nostro cinema, ha menzionato i suoi 94 anni, per invitare i premiati a ringraziamenti brevi. Per non parlare della gaffe sull’autore del motivo di Lo chiamavano Trinità (Franco Micalizzi e non Ennio Morricone). Altri nei: la lettura del gobbo di molti dei premiatori, le immancabili e veltroniane interviste ai bambini su chi è il produttore. Per il resto, narrazione ritmatissima, forse un filo discontinua, tra parodie dei Jackal, video registrati, gag di attori e attrici molto scritte (il presunto battibecco tra Matilde Gioli e Matilda De Angelis) e corsa indiavolata di Cattelan nel tentativo di recuperare il (presunto) ritardo. Pur con queste imperfezioni, dettate dall’esordio, alla prima prova Sky fa registrare un notevole cambio di marcia rispetto al passato. L’ironia di Paolo Sorrentino che si presta a giocare con i Jackal (“È il Cinema che mi manda”), l’emozione di Luca Marinelli e quella di Ilenia Pastorelli, l’intero cast artistico e tecnico di Perfetti sconosciuti sul palco restano momenti memorabili di una bella serata d’intrattenimento tra glamour e arte.

C’è da lavorare, c’è da limare. Ma abbiamo gli Oscar italiani, fruibili e godibili anche dal grande pubblico (grazie a Tv8). Una buona notizia, per la televisione e per il cinema.