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Spector: «Così rendo tutti pazzi per il padel»

Gustavo Spector è mister padel. Oggi è Commissario tecnico della nazionale e coach dei maestri federali, ma la sua è una piccola storia di pionierismo sportivo. Argentino di Tucuman, classe 1969, lo conosco da una ventina d’anni quando, entusiasta e coinvolgente, arrivò nel circolo dove giocavo a tennis. A un certo punto ripescò dalla sua gioventù il padel, convincendo il titolare a ospitare un campo, pur pagato di tasca propria. Oggi in Italia i giocatori sono oltre mezzo milione, i campi circa 3.000 e il World padel tour è trasmesso da SkySport. Questa settimana al City Padel di Milano e sul «centrale» montato appositamente in Piazza Città di Lombardia, davanti alla sede della Regione, si sta disputando un Fip gold, torneo internazionale che dà i punti per accedere al Wpt.

Com’è cominciato questo fenomeno?

«Alla fine del 2001, per curiosità, ho voluto informarmi sullo stato del padel in Italia. Scoprii che si giocava quasi solo a Bologna, dove c’erano 4 campi. Allora la federazione non apparteneva alla Federazione italiana tennis come adesso».

Quanti giocatori lo praticavano?

«Circa 300, dei quali solo una cinquantina erano tesserati».

Aveva davanti una prateria?

«Era strano che si giocasse così poco, visto che i primi campi erano stati montati nel 1991».

Un seme mai germogliato.

«C’era un campo a Vicenza, un altro a Bari, altri isolati qua e là. Nel 2002 ero andato a giocare a Riva del Garda in un campo, poi smontato».

C’erano tutti i motivi per lasciar perdere?

«Sì, ma nel 2007 Daniel Patti, allora presidente della federazione, mi propose di seguire la nazionale sia maschile che femminile. Per un anno, sono andato un week end al mese a Bologna ad allenare giocatori e giocatrici. A quel punto ho iniziato a pensare di fare qualcosa a Milano. In un circolo privato in zona San Siro, alcuni amici avevano allestito due campi, ma poi li avevano smontati. “Possibile che uno sport così divertente non sfondi?”, mi dicevo. Così, nel 2012 ho comprato il primo campo e l’ho montato in un circolo a Peschiera Borromeo, appena fuori Milano».

Oggi il padel è una moda, un fenomeno, una malattia o una mania?

«Malattia no. È un fenomeno in espansione perché è coinvolgente».

In che senso?

«È lo sport più inclusivo perché può essere praticato da chiunque, da un ottantenne o da una donna di qualsiasi età. In certe città la presenza femminile sfiora il 50%. Qualche giorno fa, al Tennis club di Cagliari mi ha avvicinato una persona di 80 anni dicendomi che gioca tre volte la settimana. Ha smesso il tennis perché non migliorava, mentre nel padel constata ancora dei progressi».

Perché è così in espansione?

«Perché, essendo semplice, possono giocarlo tutti. Un po’ come avviene per il ping pong e il calcetto, anche il padel si può iniziare a giocare subito. Si può entrare in campo e giocare, senza passare da lunghe fasi di apprendimento».

Il principiante si diverte?

«Senza una lezione, può cominciare a giocare. Nel padel basta che ti spieghino le regole e riesci a divertirti. Poi c’è un altro fatto che spiega il fenomeno».

Ovvero?

«Le persone adulte hanno trovato uno sport che li aiuta a tenersi in forma, divertirsi e socializzare. Perché una delle componenti principali del padel è la socializzazione».

Come in tutti gli sport, mi pare.

«Insomma… Nel tennis, a fine partita lo sconfitto è scontento e sedersi al bar a fare due risate non è così automatico. Nel padel, che si gioca in doppio, è abitudine nel corso della stessa partita scambiare i compagni. Perché una regola importante è che, quando si perde il punto, la colpa è sempre del compagno. Se si è perso con uno, si vuol vincere giocando con un altro».

Per dimostrare che la colpa della sconfitta non era tua e non perdere autostima?

«Esatto. Trovare l’alibi della sconfitta fuori di sé può aiutare a continuare. Infine, i tempi morti tra un punto e l’altro sono minimi e il passaggio dall’insuccesso al successo può essere rapido. Si ha subito l’opportunità di superare il senso di frustrazione per un errore. Nel golf e nel tennis le sensazioni negative durano più a lungo».

Quando ha iniziato a girare l’Italia per istruire i primi maestri immaginava un’esplosione così?

«Vedevo a Milano e anche a Roma che più la gente giocava, più rimaneva e portava amici. Perciò credevo fosse possibile una crescita. Forse non così veloce».

Quanto ha aiutato il fatto che lo pratichino tanti ex calciatori?

«Lo spirito di emulazione è importante. In Argentina i primi giocatori erano persone appartenenti alla media e alta borghesia. In Spagna, il secondo paese dov’è più diffuso, ci giocava José María Aznar. Gli italiani sono un popolo di calciatori. Il fatto che persone come Francesco Totti e molti altri giochino a padel, lo ha reso popolare e ne ha velocizzato l’espansione».

Chi è l’ex calciatore più forte?

«Tra quelli con cui ho giocato io, Esteban Cambiasso».

C’è stato un momento di svolta, qualcuno che ha accelerato questo processo?

«Nel 2014 la Federazione italiana tennis ha preso sotto la sua gestione anche il padel. Poi il presidente Angelo Binaghi e Michelangelo Dell’Edera, capo della formazione, mi hanno designato Ct della nazionale e responsabile della formazione padel per la Fit».

Che seguito ha il suo canale YouTube?

«È un canale di tutorial e video sui colpi e le situazioni di gioco che ho iniziato a sviluppare insieme a Lorenzo Cazzaniga, direttore della rivista online Padelmagazine. Finora abbiamo raggiunto 1,8 milioni di visualizzazioni».

Il tennis è lo sport individuale più completo e complesso: cos’ha il padel che il tennis non ha?

«Abbiamo detto semplicità e socializzazione. Aggiungerei una forte componente ludica. Nel tennis appena capisci di essere bravino cominci ad allenarti, ma in quel momento cominci a perdere buona parte del divertimento. Nel padel non si perde mai».

Che cosa rende il padel moderno e adatto allo spirito del tempo?

«L’infinità di situazioni che si presentano in una partita. Ogni volta che entri in campo puoi vedere una giocata totalmente inedita».

Entri in campo, cioè nella gabbia?

«Questa è una parola che non amo perché sa di reclusione e contraddice quello che abbiamo detto: il padel è divertente. I vetri e le pareti sono parte attiva del gioco e ti aiutano a recuperare la palla».

In cosa deve migliorare per espandersi ancora?

«Dovrebbe diventare sport olimpico. Obiettivo al quale sta lavorando Luigi Carraro, dal 2018 presidente della Federazione internazionale padel».

Tra quanto tempo la nazionale italiana potrà competere con la sua Argentina?

«Difficile dirlo, forse una decina d’anni. Oggi abbiamo 4 giocatrici che possono entrare nelle prime 50 migliori coppie del mondo. Ricordiamo che l’Argentina ha iniziato 30 anni prima di noi e la Spagna 20. Adesso i tempi si accorciano grazie alla tecnologia, ma per creare un vivaio serve qualche anno».

Se dovesse dare un consiglio a chi è all’inizio?

«Primo: direi che, anche se non è necessario, fare i primi passi con un maestro aiuta. Secondo: a chi non ha mai giocato direi assolutamente di provare, perché è uno sport che dà gioia».

 

La Verità, 6 novembre 2021

«Norme chiare nello sport per tutelare la differenza»

A volte basta un po’ di buon senso o una normalissima dose di realismo, e il perbenismo montante che sta intaccando pure i Giochi della XXXII Olimpiade si affloscia come un castello di carta. Nel caso del «Signore degli Anelli» Jury Chechi, al realismo e al buon senso si aggiunge l’autorevolezza delle medaglie, d’oro nel 1996 ad Atlanta e di bronzo nel 2004 ad Atene. In mezzo, altri trofei mondiali di categoria e un paio di resurrezioni dopo altrettanti infortuni che gli preclusero i Giochi di Barcellona (1992) e quelli di Sidney (2000). A 51 anni, sposato con Rosella e padre di Anastasia e Dimitri, titolare dell’omonima Academy, Chechi è sempre molto tonico. Come hanno constatato i telespettatori del Circolo degli anelli su Rai 2, dov’è ospite fisso.

Qualche sera fa l’abbiamo vista in bilico in orizzontale su una sedia dello studio, come fosse una figura alle parallele.

«Sembrano performance difficili, ma per un ex ginnasta professionista non lo sono».

Poi ha gareggiato con Daniele Bennati, l’ex ciclista, al Vigorelli di Milano.

«Una cosa fatta per gioco. Il ciclismo è da sempre una mia grande passione e anche ora vado in bici per divertirmi e tenermi in forma. Correre al Vigorelli è stato emozionante».

È vero che suo padre voleva indirizzarla al ciclismo?

«Sperava che iniziassi con la bicicletta, ma io mi sono appassionato alla ginnastica».

Che cosa sono le «Jurimpiadi»?

«Un’idea giocosa nata nelle riunioni di redazione con Alessandra De Stefano. Abbiamo pensato di proporre piccole sorprese ai telespettatori, per prendermi, e prenderci, un po’ in giro».

L’autoironia aiuta anche i grandi campioni?

«Altroché. È fondamentale per vivere bene la seconda parte della vita».

Quanto è sofferto il passaggio dalla prima parte, tutta adrenalina e successi?

«È sempre difficile. Può aiutare ad accettare la nuova condizione essere riusciti a raggiungere gli obiettivi che ci si erano prefissati».

Stiamo vedendo compiersi le parabole di Federica Pellegrini e di Aldo Montano: c’è un segreto per ammortizzare il distacco dall’attività agonistica?

«Non credo. È importante accettare il fatto che non si proveranno più le sensazioni prodotte dal competere a un’Olimpiade. Ma si possono finalmente apprezzare le tante esperienze per cui val la pena vivere. Io ho vinto due medaglie ai Giochi, ma essere padre di Dimitri e Anastasia è di gran lunga la cosa più bella che mi sia capitata».

I suoi allenamenti, molto seguiti sui social, sono un gioco o un investimento?

«Entrambe le cose. Il mio obiettivo è stimolare l’attività motoria e sportiva. Che ognuno possa farla con le proprie capacità e le proprie passioni».

Che cosa fa la sua Academy?

«Promuove il calisthenics, una nuova disciplina che si rifà alla ginnastica artistica. È nata negli Stati Uniti ed è rivolta a tutti, uomini e donne, giovani e vecchi, alti e bassi. Si lavora senza pesi, a carico naturale: anelli, parallele, sbarra, corpo libero».

È una disciplina competitiva?

«Ci sono anche competizioni, ma è una disciplina ancora poco strutturata. L’Academy si propone come riferimento per organizzarla ed espanderla».

Che Olimpiadi sono queste di Tokyo 2020?

«Diverse da tutte le altre, principalmente per l’assenza di pubblico. Un fatto grave, che sfalsa il valore del momento olimpico. Però, se ci si concentra sul fattore tecnico, sono belle Olimpiadi».

In che senso l’assenza di pubblico è un fatto grave?

«Gli stadi vuoti sono qualcosa di malinconico. Per molti sport l’appuntamento con il grande pubblico avviene ai Giochi ogni quattro anni. Il pubblico è una componente fondamentale. Di solito per una finale femminile di ginnastica i biglietti sono introvabili, le tribune vuote fanno molto pensare».

Qual è la storia che l’ha più colpita finora?

«Indubbiamente quella di Simone Biles, con la sua Olimpiade complicata. È un fatto negativo anche per la ginnastica artistica perché perde una straordinaria interprete della bellezza che questo sport può regalare».

Lo stress può esser causato anche dai troppi riflettori dei media a caccia di nuovi eroi ed eroine?

«Anche questa può essere una delle cause della sua situazione. La Biles era una delle atlete più attese, in uno sport in cui tutti si aspettavano altre importanti vittorie come quelle che aveva ottenuto a Rio de Janeiro. Fatte le dovute proporzioni ci sono passato, è difficile gestire questa pressione. Forse la Biles non è riuscita a farlo perdendo la serenità necessaria per affrontare gare così attese».

L’avrà disturbata trovarsi esposta con la sua storia personale e familiare?

«Certo, i media non si risparmiano. Ma anche i social interferiscono molto, a volte in modo positivo altre in modo negativo. Un atleta impegnato in un’Olimpiade dovrebbe estraniarsi da tutto, ma difficilmente può isolarsi dal suo smartphone. Essere popolarissima nei social probabilmente non l’ha aiutata».

I media cercano in particolare eroine come lei,  come Paola Egonu, Naomi Osaka, Federica Pellegrini o queste sono Olimpiadi al femminile?

«Che in questi anni lo sport femminile sia protagonista è un fatto oggettivo. Altrettanto si può dire che esiste la volontà di portare avanti un racconto improntato al femminile. Del resto questa è la direzione che si è presa a livello mondiale. L’affermazione della parità di genere porta a livellare un po’ tutto. Nello sport il mondo femminile sta giustamente allargando i suoi spazi. Ma anche secondo me c’è la tendenza a enfatizzare alcune storie femminili».

Finora i nuovi Michael Phelps e Usain Bolt non sono spuntati e chi come la Biles poteva candidarsi a nuovo supereroe ha mostrato inattese fragilità: siamo più vulnerabili a causa della pandemia?

«Anche Phelps e Bolt hanno vissuto momenti bui, ma magari hanno reagito diversamente. Le crisi e le depressioni ci sono da sempre, alcuni reagiscono in un modo altri in un altro. Non sempre si affermano atleti in possesso di grandi doti mentali, oltre che fisiche. Ma sono sicuro che li ritroveremo presto».

Perché ha espresso perplessità sullo skate board e il surf entrati nel programma olimpico?

«Le mie perplessità, soprattutto sullo skate, non riguardano lo spettacolo. Credo che non sia pedagogico coinvolgere dei ragazzini di 13 anni nella partecipazione a un’Olimpiade. Dubito che possano essere consapevoli di quale onere e onore comporta. A 13 anni è giusto pensare ad altro che a vincere un’Olimpiade. Lo dico con discrezione».

I suoi dubbi non riguardano la soggettività delle valutazioni per queste discipline?

«Non sono in grado di esprimermi sui criteri di giudizio. Certo, nel surf ogni onda è diversa dall’altra, mentre gli anelli sono uguali per tutti».

Altre discipline discutibili?

«Attenzione, non discuto il surf o lo skate che mi divertono e seguo in altre competizioni. Sono solo perplesso sul loro inserimento nel programma olimpico».

Le piace il sollevamento pesi femminile?

«Forse la deludo, ma lo adoro. Mi sono emozionato seguendo le prove di Giorgia Bordignon e Mirko Zanni. Alcuni osservano che non è uno sport molto femminile, ed è vero. Ma a me piace lo stesso».

Come giudica il fatto che il 2 agosto Laurel Hubbard, un’atleta neozelandese transgender, sarà in gara nella categoria femminile di 87 chilogrammi?

«Non lo approvo. Servono normative più precise e chiare. Lo sport è una scuola di vita e nella competizione si vince o s’impara qualcosa quando si perde. Ma le gare devono svolgersi ad armi pari, altrimenti questo valore scompare».

Le butto lì una provocazione: approverebbe gli anelli per le donne?

«Chi persegue una malintesa parità di genere dovrebbe volerli introdurre. Invece ci vuole equilibrio. La nostra Irma Testa ha vinto una bella medaglia nel pugilato femminile, ma per me è al limite. È difficile vedere gli uomini competere nella ginnastica ritmica. Ci hanno provato, però… Una donna che si cimenta negli anelli non ha molto senso. Penso che la differenza sia una cosa bellissima, un patrimonio di tutti. Non bisogna fare per forza le stesse cose, le donne sono migliori in certe attività, gli uomini in altre».

Che opinione si è fatto del caso Schwazer?

«Non possiedo tutti gli elementi per pronunciarmi, ma credo ci sia stata poca chiarezza. La prima volta lui ha sbagliato, ma nella seconda squalifica più di qualcosa non torna».

Come ha vissuto il periodo delle restrizioni?

«Non bene, come tutti. Le ho accettate come una necessità per arginare e superare questa situazione».

Pensa che in Italia lo sport sia stato troppo penalizzato?

«Non quello di vertice. Quello di base invece è stato gestito molto male, come se la colpa della pandemia fosse da imputare alle palestre».

Piscine chiuse nonostante si sappia che il cloro tiene lontano il virus.

«Non ho competenza. Credo bisognasse trovare il modo per chiudere meno e meglio piscine e palestre».

Qualcuno attribuisce i pochi successi della nostra scherma al fatto che in Italia, a differenza degli altri Paesi, non si sono disputate gare.

«Può essere vero. Però mi risulta che lo sport di vertice non si sia mai fermato. Il Coni si è impegnato per tutelare le squadre agonistiche. Qualcosa di più andava fatto per lo sport di tutti».

Oltre al soprannome di «Signore degli anelli» cos’altro ha preso dai romanzi di J. R. R. Tolkien?

«Direi solo il nome. L’ho letto e mi piacerebbe essere Aragorn, ma non credo sia possibile».

Perché ha dato ai suoi figli nomi russi com’è il suo?

«Solo perché mi piacciono, senza un riferimento letterario».

Praticano sport?

«Anastasia fa equitazione e Dimitri judo».

Nei prossimi giorni seguirà qualche competizione con maggiore partecipazione?

«Mi piacciono tutte le discipline. Ma sarò certamente più coinvolto nella finale di Vanessa Ferrari. Che ora, con l’assenza della Biles, ha tutte le possibilità di vincere la medaglia d’oro. E se la meriterebbe».

 

La Verità, 31 luglio 2021

«Leonardo oggi non starebbe sui social»

Donnaiolo, omosessuale, poliziotto, pugile, professore, commissario e, dal 2 ottobre, Leonardo Da Vinci. Sono alcuni dei ruoli interpretati da Luca Argentero, 41enne torinese, laureato in economia, assurto a notorietà pop con la partecipazione al Grande Fratello del 2003. Chi l’avrebbe detto che un ragazzo di buona famiglia, padre della borghesia piemontese e madre siciliana di estrazione proletaria, sarebbe diventato uno degli attori più eclettici della scena italiana? E che uno così, sempre misurato e attento alle parole, sarebbe finito nell’occhio di una polemica su femminismo e romanticismo? Questo, in realtà, qualcuno poteva dirlo, considerato il conformismo dilagante che Bret Easton Ellis chiama «totalitarismo dei buoni». Ma tant’è. Nella homepage del sito di Argentero si legge: «Ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile che tu incontri qualcuno al quale tu possa andare bene come sei. Quindi: vivi come credi. Fai cosa ti dice il cuore», parola di sir Charlie Chaplin.

Nel giro di pochi giorni vedremo Argentero nei panni di Leonardo Da Vinci, in quelli di un commissario di polizia e in quelli di sé stesso, narratore a teatro delle vite di tre grandi sportivi. Il progetto futuro più importante, però, è il matrimonio con Cristina Marino, la ragazza di cui si proclama «follemente innamorato». Auguri.

Cominciamo da Io, Leonardo, produzione SkyArte e distribuzione Lucky Red. Protagonista del docufilm è la mente di uno dei più grandi geni della storia. Che cos’è l’incoscienza?

«Accettare un ruolo del genere, un’incoscienza compensata dalla qualità e dall’esperienza di SkyArte nella produzione di questo genere di film. A pensarci bene, un certo grado di azzardo c’è interpretando qualsiasi personaggio. Questo è un prodotto diverso, con elementi di storia e di arte, trattati con il linguaggio della fiction e del documentario. In passato il pubblico ha mostrato di apprezzare questo tipo di racconto. Sono fiducioso».

Come si entra nella mente di Leonardo?

«Studiando, provando a capire chi erano i suoi genitori, com’è cresciuto, com’è diventato quell’uomo lì. Sono le domande che si pone la sceneggiatura che indaga non solo il genio, la vita e le opere, ma tutta l’umanità del protagonista, con i momenti di fragilità e gli incidenti di una persona normale».

Per esempio?

«Il rapporto con il padre, che non gli ha mai detto “ti voglio bene”, e neanche “bravo” in occasione dei primi successi, perché non riconosceva le doti del figlio. La mancanza di una madre, che non ha mai potuto frequentare. Insomma, una giovinezza non proprio felice, che lo ha condizionato per il resto dell’esistenza».

Per indossare i panni del medico ha frequentato un ospedale, per interpretare Tiberio Mitri ha lavorato duro in palestra… Come ci si prepara a essere Leonardo Da Vinci?

«Oltre ai miei approfondimenti, ci ha pensato il regista a fornirmi la documentazione necessaria. Ho lavorato gomito a gomito con Jesus Garces Lambert, un regista di grande sensibilità teatrale che mi ha aiutato a immedesimarmi nel corpo di Leonardo. Infine, c’è stato il lavoro di gruppo con tutto il cast».

Qual è la contemporaneità di Leonardo?

«Forse un invito a rallentare per andare in profondità, un invito a frenare la velocità di questo mondo digitale. Leonardo s’interrogava su tutto e rifuggiva la superficialità. Oggi siamo abituati al mordi e fuggi dei social, ai 140 caratteri di Twitter che, più o meno, corrispondono al titolo di un articolo. Leonardo ci insegna a leggere l’articolo per intero. A chi lo accusava di essere lento rispondeva che non si può mettere fretta a un lavoro fatto bene».

Al cinema questo film sarà un evento speciale come Caravaggio – l’anima e il sangue e Michelangelo – Infinito prima di andare in onda su SkyArte?

«Stavolta la scommessa è restare in sala finché ne avrà la forza».

Si è affermato con un reality show, poi ha recitato nelle serie e nella commedia al cinema: che cosa aggiunge un film d’arte al suo curriculum?

«Sono abbastanza pragmatico. Se sei un buon professionista il lavoro porta lavoro, magari con lo stesso regista che ti ha già apprezzato. Da un set non mi aspetto mai nulla. Quando un film esce al cinema sei già sbilanciato su altri progetti per il fatto che passa molto tempo da quando cominci a lavorarci. Sono molto curioso di vedere se piace».

Una settimana dopo l’uscita di Io, Leonardo, arriverà anche Brave ragazze: che storia è?

«È un film tratto da una storia vera accaduta in Francia negli anni Ottanta. Quattro ragazze che conducono una vita precaria decidono di svoltare rapinando una banca. Per farlo, si travestono da uomini. La cosa funziona e, una alla volta, le banche diventano una decina. Proprio il travestimento le rende imprendibili, finché… Io interpreto il commissario che indaga su questi furti».

In novembre, invece, ripartirà la tournée a teatro di È questa la vita che sognavo da bambino, tre storie di uomini di sport. Walter Bonatti e Alberto Tomba si possono capire, Luisin Malabrocca, la prima maglia nera al Giro d’Italia invece è una scelta bizzarra.

«Non volevo raccontare tre vincenti tradizionali, ma tre modi di intendere la vita e lo sport, qualcosa che ha contribuito alla mia formazione personale. Luisin Malabrocca aveva capito che si può vincere anche senza arrivare sul gradino più alto. Visibilità, premi… Era uno dei migliori passisti del Giro, ma un perdente consapevole che si era accorto di guadagnare di più arrivando ultimo anziché sesto o settimo. In un certo senso, è stato l’inventore del marketing nello sport».

Che discipline ha praticato?

«Il tennis, non con i risultati cui ambivo. In montagna e nello sci invece sono bravino».

Dopo l’ultimo mondiale vinto si è detto che Federica Pellegrini è la più grande atleta italiana di tutti i tempi: per lei?

«Per me come Tomba non c’è nessuno».

Federer o Nadal?

«Federer».

In Italia, Fognini o Berrettini?

«Fognini. Chissenefrega delle intemperanze, un talento cristallino».

Nel calcio, Pelé o Maradona?

«Pelé. Di Maradona non ho condiviso alcune scelte personali».

Garrone o Sorrentino, anche se non sono sportivi?

«Molto difficile scegliere… Da spettatore direi Garrone».

Che cos’è l’eclettismo per lei?

«Più che cambiare ruoli, affrontare più generi, passare dal dramma alla commedia, dalla farsa del film di Natale ad uno storico o d’autore».

Che cos’è il Caffè onlus?

«Un’iniziativa di solidarietà realizzata con alcuni amici dell’università che riprende la tradizione del caffè sospeso napoletano: chi beve un caffè ne paga uno per il cliente successivo, senza sapere chi sarà. Un piccolo gesto di generosità. Ogni settimana scegliamo una onlus diversa da promuovere attraverso la comunicazione dei nostri canali grazie al dono del valore di un caffè».

Le piace la figura dell’attore impegnato o militante?

«Dipende dal tipo di messaggio. La politica non sempre si sposa con l’arte. Personalmente, scelgo di non parlare di politica per non influenzare i ragazzi attraverso parole che possono essere imprudenti. Preferisco che si facciano un’opinione documentandosi sull’attività di chi politica la fa davvero. Se invece parliamo di solidarietà, credo si possa trovare l’occasione per veicolare un messaggio positivo».

Ha condiviso la dedica di Luca Marinelli alle ong della Coppa Volpi?

«Se lui si sentiva, ha fatto bene a farlo. Era il suo spazio e ha espresso il suo pensiero».

Vorrei farle i complimenti per l’intervista a Gq in cui diceva che ci tiene a essere il maschio della coppia e a difendere una certa galanteria dell’uomo.

«Forse i complimenti sono troppo. Sono stato frainteso e, forse, ero realmente fraintendibile. Mi sono già scusato più volte per aver utilizzato in modo improprio alcuni termini».

Per esempio?

«Dicendo che la mia fidanzata è poco femminista non volevo essere irrispettoso nei confronti delle lotte delle donne. Volevo sottolineare che, pur essendo un’ottima imprenditrice, allo stesso tempo le fa piacere prendersi cura di me. Mi spiace se una parte delle donne si è sentita offesa, io non volevo criticare il femminismo, un termine che forse ho usato in modo improprio, ma solo raccontare ciò che amo della donna che è al mio fianco».

Le donne possono non essere femministe?

«Mi astengo da ogni altro commento».

Quanto pensa la stia aiutando avere alle spalle una famiglia tradizionale?

«Moltissimo, non smetto di ringraziare i miei genitori. Anche oggi, se ho un problema, può capitarmi di chiamare mio padre per un suggerimento. Ritengo sia un privilegio poterlo fare».

Parlando dei suoi genitori e del suo lavoro, pensa che la loro diversa estrazione l’abbia aiutata a interpretare ruoli molto differenti tra loro?

«Mi stupisco da solo del paniere di ruoli impersonati. È un viaggio davvero ricco, non so se sia retaggio familiare, del fatto di essere cresciuto in una famiglia nella quale si parlavano dialetti reciprocamente incomprensibili. Questo, forse, mi aiuta negli accenti e nelle parlate. Spero che la varietà interpretativa sia anche merito di una certa affidabilità, della professionalità con la quale rispondo alle opportunità che mi vengono offerte e al rispetto del lavoro degli altri».

È questa la vita che sognava da bambino?

«È molto meglio. Non ricordo esattamente quale vita sognassi, ma quella che faccio mi piace molto».

 

La Verità, 29 settembre 2019

«Portai Sacchi a cena ad Arcore, era interista»

Mai concesso interviste. Mai parlato, se non alle conferenze stampa per dire: questo programma sarà così, quest’altro colà. Silenzio anche quando Paolo Bonolis lo attaccò in diretta su Canale 5 a margine del debutto di Serie A, deludente contenitore domenicale. Ettore Rognoni, 63 anni, nato a Milano, figlio del carismatico conte Alberto, fondatore del Cesena calcio, per decenni protagonista della Lega ed editore del Guerin sportivo che svezzò fior di giornalisti, è stato per 25 anni responsabile del palinsesto sportivo di Mediaset, azienda che ha lasciato nel 2013. Programmi come Pressing, L’Appello del martedì, Controcampo e Maidiregol dipendevano da lui.

Che cosa fa oggi?

«Mi occupo della famiglia che, per diverse ragioni, richiede la mia costante presenza. È questo il principale motivo per cui, cinque anni fa, pur potendo rimanere, ho preferito lasciare Mediaset».

Come si è chiuso il rapporto?

«Molto serenamente. Avendo lavorato lì dal 1983, e dal 1988 come responsabile dei programmi sportivi, sarei potuto rimanere in una posizione protetta».

Invece?

«Fino a un certo punto la redazione sportiva aveva goduto di una discreta autonomia. Nel 2013, con il potenziamento di Premium, affidata a Yves Confalonieri, mi proposero di fare il direttore editoriale per coordinare i contenuti pay e in chiaro. Mi parve un ruolo formale e, in concomitanza con le nuove esigenze di famiglia, preferii lasciare».

Perché la chiamavano «Er Penombra»?

«Solo Paolo Bonolis iniziò a chiamarmi così, non so se per un fatto fisico o di altra natura. Però so che ha attecchito».

Sport e giornalismo ha cominciato a masticarli fin da bambino?

«Mio padrino di battesimo fu Adolfo Bogoncelli, patron della Simmenthal, mentre per la cresima fu Angelo Moratti, presidente della grande Inter. Quando a 12 anni fui sospeso da scuola, per controllarmi mio padre decise che avrei passato i pomeriggi nella redazione del Guerin sportivo».

Una punizione che divenne una palestra.

«Ho conosciuto personaggi straordinari. Rileggevo l’Arcimatto di Gianni Brera, una rubrica di nove cartelle che scriveva in 20 minuti e correggeva in due ore, alla fine delle quali mi diceva: <Sono rincoglionito, passalo tu>. Un ragazzo che correggeva Brera… Luciano Bianciardi, invece, rispondeva alle domande sullo sport di personaggi del mondo del cinema, della televisione e della politica. Io dovevo sollecitare le domande ogni settimana».

Un ritratto di suo padre in dieci parole.

«Una notte del 1951 a Firenze doveva scrivere lo statuto della Figc da proporre ai dirigenti delle società. Alloggiavano tutti in un hotel sul Lungarno. All’epoca si usava lasciare le scarpe in corridoio da lucidare. Dopo aver scritto lo statuto, le prese due paia alla volta e le gettò in Arno; la mattina dopo i grandi capi si presentarono alla riunione in ciabatte. Era un goliarda, ma serissimo sulle cose importanti. Nel suo libro sui grandi giornalisti, Il Flobert, Enzo Ferrari scrisse che era <un eroe del paradosso, davanti alla cui intelligenza bisogna togliersi tanto di cappello>».

Quando capì che il giornalismo sportivo sarebbe stato il suo mondo?

«Dopo l’università frequentai un corso a Coverciano per dirigenti sportivi ideato da Italo Allodi, altro genio dimenticato. Nel 1983, dopo il Mundialito, rinunciai alla vicedirezione nel gruppo Conti ed entrai in Fininvest come ragazzo di bottega a 600.000 lire al mese».

A Milano marittima era vicino di ombrellone di Arrigo Sacchi.

«Anche se ha 10 anni più di me frequentavamo le stesse persone».

Era già entrato nel calcio?

«Era un appassionato, tifoso dell’Inter».

Ah…

«A fine anni Sessanta mio padre organizzava a Cesenatico un Processo al calcio… Aldo Biscardi ha preso tutto da lì. C’erano il pm, la difesa, la giuria presieduta da Ferrari. Partecipavano Angelo Moratti, Franco Carraro, Brera, Aldo Bardelli, Gualtiero Zanetti che dirigeva la Gazzetta dello Sport. Sacchi faceva il rappresentante di scarpe, ma si avvicinò a quel mondo. Anni dopo, quando allenava il Bellaria in serie D, mi telefonò: <Siccome non ho fatto il calciatore a grandi livelli non mi accettano ai corsi di Coverciano>. Ero un ragazzino, ma ne parlai con Allodi, amico di famiglia, e Arrigo fu presentato come allenatore delle giovanili del Cesena. L’anno dopo vinse il campionato primavera».

Il passaggio al Milan come avvenne?

«Marzo 1987, il Milan aveva perso in coppa Italia con il Parma e Adriano Galliani voleva conoscere Sacchi. Organizzammo una cena ad Arcore. Tutto bene, ma alle 2 di notte, al casello di Melegnano, mi disse che il venerdì avrebbe incontrato Flavio Pontello, patron della Fiorentina. Lo invitai a rifletterci, ma il mattino dopo confermò la decisione. Chiamai Galliani, il Dottore era a Roma per ingaggiare Pippo Baudo, Raffaella Carrà ed Enrica Bonaccorti. La sera del giovedì ripetemmo la cena ad Arcore, stavolta con Paolo Berlusconi, Fedele Confalonieri e Marcello Dell’Utri. Sacchi firmò un contratto in bianco e avvisò Pontello che era del Milan».

Com’era Silvio Berlusconi editore?

«Geniale e con convinzioni definite. Però, a volte, poche, ti concedeva di aver ragione. I comitati programmi ad Arcore erano momenti singolari».

Pressing, L’Appello del martedì, Controcampo: cocktail di sport e leggerezza?

«L’idea era contaminare il calcio con lo spettacolo e la comicità. Il primo fu Calciomania con Paolo Ziliani, poi Maidiregol con la Gialappa’s, Teo Teocoli, Gene Gnocchi e Antonio Albanese. A Pressing di Raimondo Vianello, Omar Sivori e Marco Tosatti davano autorevolezza. All’Appello del martedì c’erano ospiti come Franco Zeffirelli e Dario Fo».

E Giannina Facio.

«Una volta facemmo un collegamento con Paolo Villaggio e Moana Pozzi, nuda. Giannina Facio non voleva essere coinvolta, ma era lì… Non so se ora, da compagna di Ridley Scott, ricorda l’episodio. Maurizio Mosca era un genio della non gestione. Carlo Freccero, che dirigeva Italia 1, non interveniva prima, ma ci supportava dopo e, soprattutto, si divertiva».

Un programma fortunato.

«Beniamino Placido aveva scritto che il varietà non era finito perché c’era L’Appello del martedì. Ma poi venne la puntata con Roberto Bettega e Zeffirelli. Si parlava del libro La Juventus e le coppe di Bruno Bernardi della Stampa, e Zeffirelli disse una cosa come: <Quali coppe? L’Heysel?>. Bettega abbandonò lo studio e qualche giorno dopo Berlusconi mi chiese di cambiare smorzando i toni».

La Juventus influenza i media come qualcuno dice?

«Per me è un falso problema. È molto attenta all’immagine e tende a sospettare complotti dietro le critiche a causa della cultura della comunicazione della famiglia Agnelli, tutelata da sempre. Ma non va oltre i limiti».

Mai subito pressioni?

«Mai. Forse il mio cattivo carattere spaventava. La Juventus usa le pubbliche relazioni come si fa nella società della comunicazione. Per esempio, Luciano Moggi non voleva Alberto D’Aguanno come inviato, ma io non mi scomponevo. Pressioni che esercitano anche altri. Una volta Galliani contestò in diretta Aldo Serena per un commento sull’arbitro Trentalange e disse che, fosse dipeso da lui, gli avrebbe tolto la seconda voce nelle telecronache. Cosa che invece continuò a essere».

Che idea si è fatto del rapporto tra gli arbitri e la Juventus?

«Come minimo si può pensare a una sudditanza psicologica, mentre in alcune epoche c’è stato anche qualcosa di più. Sono cambiati designatori e presidenti, però la sensibilità dei dirigenti arbitrali è sempre rimasta molto forte nei confronti del potere».

Che giudizio dà dell’attuale offerta sportiva di Mediaset?

«Per motivi personali non seguo molto i programmi, ma solo gli eventi. In questo momento, dopo l’occasione dei mondiali, non mi sembra che Mediaset sia molto presente. Non seguo le rubriche che vanno in onda molto tardi».

Perché Serie A andò male?

«Il programma partì con le migliori premesse, ma alle prime difficoltà Bonolis mi attaccò in diretta e chiese di spostarlo a Roma. Piccinini e la redazione si opposero e lui dovette rinunciare. Ma anche con Enrico Mentana il programma non decollò».

Con Sky com’è cambiato il racconto del calcio?

«Eccellente professionalità giornalistica e produttiva ma eccesso di autoreferenzialità».

La trasmissione che manca all’offerta di oggi?

«Controcampo».

Il telecronista che apprezza di più?

«Sandro Piccinini».

Sciabolata tesa e sciabolata morbida?

«È uno che legge prima e meglio le partite. Tra i giovani, mi piacciono Federico Zancan e Massimo Callegari».

E tra gli opinionisti?

«Giampiero Mughini è un osservatore intelligente, male utilizzato. Apprezzo Giuseppe Cruciani e Paolo Condò».

Assistiamo a uno scontro tra risultatisti e spettacolari, calcio pratico e calcio estetico?

«È sempre stato così. Brera diceva che il calcio è femmina, che le nostre squadre avevano un atteggiamento passivo, prima di reagire: difesa e contropiede. La Gazzetta era schierata contro il Corriere dello Sport di Bardelli, teorici del bel gioco. In termini diversi queste scuole sopravvivono. Fabio Caressa scettico verso il situazionismo dell’Ajax contro la concretezza della Juventus ne è un esempio».

Allegri o Adani?

«Allegri, anche se non mi è simpatico ed è insofferente alle critiche, come si è visto in passato. Ma stavolta Adani ha fatto un’entrata in gioco pericoloso».

Cosa vorrebbe dire una finale di Champions League tra Ajax e Barcellona?

«Sarebbe una finale tra due modi di giocare molto spettacolari. Credo che il Barcellona potrebbe risultare vulnerabile dai ragazzi dell’Ajax. Anche se non è del tutto escluso che passi il Tottenham».

Maradona o Pelè?

«Maradona».

Io sono per Cruijff.

«Anch’io. Seguii i mondiali del ’74 tifando Olanda in finale. L’altro mio idolo era Gigi Riva».

Messi o CR7?

«Messi».

È più organico al Barcellona di quanto lo sia Ronaldo nella Juventus?

«Il campione funziona nella squadra, non oltre. L’obiettivo di Allegri era quello. Sono curioso di vedere se montano o smontano questa Juventus, cercando di supportare gli ultimi anni di Ronaldo».

 

La Verità, 5 maggio 2019