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Musetti costretto alla resa nel match della vita

Il braccio è proteso ad agguantarla ma, improvvisamente, la stella si allontana e il sogno svanisce. A un metro dal traguardo, dalla consacrazione definitiva, dalla conquista del terzo gradino delle classifiche mondiali, in questo momento il massimo possibile. È successo ieri pomeriggio a Melbourne, l’alba in Italia, sul campo centrale degli Australian Open che inaugurano la grande stagione tennistica. Lorenzo Musetti stava disputando la migliore partita della sua carriera, una pioggia di lungolinea vincenti, un’ottima resa del servizio. Era avanti due set a zero contro Novak Djokovic, 39 anni e 10 finali vinte su quel campo, quando il tennista di Carrara ha inclinato la testa per togliersi la fascia e si è avvicinato alla rete per stringere la mano al vecchio campione. Per la cronaca, il punteggio era 6-4 6-3 1-3 (15-40) in suo favore. Il dolore alla coscia destra si era fatto insopportabile. Soprattutto, continuando a giocare, avrebbe potuto compromettere buona parte della stagione. Essere costretti a ritirarsi mentre si sta esprimendo il proprio tennis migliore, con due terzi di vittoria in tasca contro l’ex numero 1 del mondo e il quasi sicuro approdo in semifinale dev’essere un’esperienza crudele.
«Voglio andare in campo pensando di poterla vincere», aveva promesso Musetti alla vigilia. Con il successo avrebbe raggiunto la semifinale che, se contro Jannik Sinner, avrebbe promosso un finalista italiano, e conquista il terzo posto del ranking, attualmente il massimo raggiungibile dietro i due mostri, scavalcando in un colpo sia lo stesso Djokovic che Alexandre Zverev.
«Dover lasciare mentre stavo giocando forse la miglior partita della mia carriera è tanto doloroso. È davvero difficile da spiegare», ha confessato Lorenzo trattenendo l’emozione. «Non ho parole per dire quanto sia triste per questo infortunio in questo momento. Conosco abbastanza bene il mio corpo da capire che non potevo andare avanti, sono piuttosto sicuro che si tratti di uno strappo». Il fastidio alla coscia si era presentato già all’inizio del secondo set, ma il suo coach Josè Perlas l’aveva incoraggiato a continuare: «Stai andando alla grande. Rilassati». La palla usciva bene dal piatto corde e il rovescio lungolinea continuava a funzionare, mentre dall’altra parte della rete il campione serbo faticava a reggere la pressione e inanellava errori gratuiti (32 a fine match). Alla fine del secondo set Novak si è fatto medicare una vescica a un piede. Poi si è ripreso a giocare e tutti pensavano che il match avesse ormai imboccato la sua naturale conclusione. Invece, sull’1-2 del terzo set l’italiano ha chiamato il fisioterapista. Ci ha provato ancora un paio di game, ma alla fine ha dovuto arrendersi.
Musetti è il primo giocatore costretto ad abbandonare nei quarti di uno slam mentre è in vantaggio due set a zero. Anche questo è un record. Della «sfiga» però, come ha borbottato lui stesso rivolgendosi al suo team: «Che devo fare?». «Tu conosci il tuo corpo, decidi liberamente, io appoggerò qualunque tua decisione», gli ha risposto Perlas. Dopo gli applausi tributati a Lorenzo dal pubblico della Road Laver Arena, Djokovic è parso quasi imbarazzato: «Non so cosa dire, mi dispiace per lui. Era stato il giocatore migliore in campo, io ero pronto ad andare a casa. È stato molto sfortunato, avrebbe dovuto essere il vincitore oggi», ha riconosciuto con grande sportività, «spero che abbia una rapida guarigione».
Già l’anno scorso in finale a Montecarlo e in semifinale a Parigi, sempre contro Carlos Alcaraz, Musetti era stato costretto al ritiro per un infortunio all’adduttore. Stavolta, potrebbe trattarsi di un altro muscolo nella stessa zona della coscia, lo si saprà dagli esami medici. Questi ripetuti ritiri potrebbero consigliare all’intero team del numero 5 una revisione del suo tennis, forse troppo impostato sulla difesa e la conquista di punti maratona, con conseguente notevole dispendio di energie. «È successo anche a me in passato», ha ricordato Djokovic. «Doversi ritirare avanti due set a zero nei quarti di uno slam, in totale controllo del match, è davvero una grande sfortuna. Per me è un’opportunità per andare avanti e spero di giocare meglio tra due giorni». Si troverà di fronte per l’undicesima volta Sinner (finora 6 a 4 per l’italiano), che nell’altro quarto di finale ha regolato come da pronostico Ben Shelton (6-3 6-4 6-4).
Questa esperienza sfortunata segnerà l’indole di Musetti, ma servirà certamente a rafforzare il suo enorme talento. Il sogno di diventare uno dei tre migliori tennisti del mondo è solo rinviato.

 

La Verità, 29 gennaio 2026

L’ultimo ace di Pietrangeli, leggenda di gesti bianchi

La leggenda dei gesti bianchi. Il patriarca del tennis. Il primo italiano a vincere uno slam, il Roland Garros di Parigi nel 1959, bissato l’anno dopo. Se n’è andato con il suo carisma, la sua ironia e la sua autostima Nicola Pietrangeli: aveva 92 anni. Da capitano non giocatore guidò la spedizione in Cile di Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci e Tonino Zugarelli che nel 1976 ci regalò la prima storica Coppa Davis. Oltre a Parigi, vinse due volte gli Internazionali di Roma e tre volte il torneo di Montecarlo. In totale, conquistò 67 titoli, issandosi al terzo posto della classifica mondiale (all’epoca i calcoli erano piuttosto artigianali). Nessuno potrà togliergli il record di partecipazioni (164, tra singolo e doppio) e vittorie (120) in Coppa Davis perché oggi si disputano molti meno match.

Dal luglio scorso, quando, dopo una lunga malattia, è morto suo figlio Giorgio, faceva avanti indietro dal policlinico Gemelli. «Non bisognerebbe sopravvivere ai propri figli», aveva confidato in un’intervista. Il dolore per la grave perdita si era sommato alla fragilità derivata dai postumi di una frattura all’anca. «Spero, come tutti, di morire nel sonno», aveva detto sempre in quell’occasione. E in un’altra: «Seppellitemi sul Centrale» del Foro Italico, a testimonianza del legame indissolubile con lo sport che gli ha regalato soddisfazioni e celebrità. Notiziari, agenzie e siti sono alluvionati da dichiarazioni, ricordi, manifestazioni di gratitudine. «I successi sportivi e l’umana simpatia gli hanno procurato l’affetto di tanti italiani», così il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. «È stato un campione capace di ispirare diverse generazioni e che ha portato in alto il nome dell’Italia nel mondo», il premier Giorgia Meloni. «È sempre stata una persona che ha diviso proprio perché era coraggioso, trasparente e non ha mai avuto paura di prendere posizioni scomode, anche fino all’ultimo», lo ha ricordato Licia Colò, l’ultimo suo grande amore. «In una società dove tutti fanno gli equilibristi, io mi sono innamorata del suo coraggio».

Riconosciuto a lungo come il più grande tennista italiano di sempre, dal rovescio molto elegante, pativa un filo di imbarazzo nel dover ammettere che qualcuno dopo di lui l’aveva superato. Aveva digerito male la sconfitta al quinto set da Adriano Panatta ai campionati italiani del 1970 che segnò un piccolo cambio d’epoca. Ora soffriva i trionfi e gli elogi universali a Jannik Sinner, «il miglior tennista italiano di tutti i tempi, forse austriaco», gli è scappato una volta, criticandolo anche per la rinuncia a disputare la Davis. Un’altra volta lo aveva elogiato: «Questo ragazzo on ha più un punto debole, è sempre perfetto. Anzi, è quasi noioso da quanto è bravo».

Ironico, megalomane al limite della strafottenza, amante della mondanità, tombeur de femmes («ma ho avuto solo quattro grandi amori e sono sempre stato lasciato»), Nicola Pietrangeli nasce a Tunisi da padre abruzzese ricco di famiglia e gran sportivo, e madre russa che, separata dal conte Chirinski, gli trasmette il titolo nobiliare. In quell’angolo d’Africa, protettorato francese, il padre viene internato in un campo di prigionia dove riesce a costruirsi un campo da tennis. È lì che, andato a trovare il papà, il piccolo Nicola prende in mano la sua prima racchetta. Espulsi dalla Tunisia, i Pietrangeli arrivano a Roma quando lui ha 13 anni, non sa una parola d’italiano, ma socializza giocando a calcio in Piazza di Spagna. Sebbene il padre lavori all’ambasciata francese, sceglie la cittadinanza italiana. Gli esordi sportivi sono nelle giovanili della Lazio, ma quando lo cedono alla Viterbese, il giovane Nicola sceglie il tennis, senza però abbandonare il calcio. «Ero amico di Maestrelli che mi faceva allenare con la Lazio dello scudetto», quella di Giorgio Chinaglia e altri campioni: «Se a diciotto anni non avessi smesso per fare il tennista, non si sarebbe sentito parlare di Gianni Rivera», ha sparato una volta tra il serio e il faceto. Dopo il secondo successo al Roland Garros, nel 1960 arriva ai quarti di Wimbledon, ma Rod Laver lo ferma battendolo 6-4 al quinto set. L’anno dopo però si rifà, sconfiggendo il grande australiano, in quel momento il più forte al mondo, nella finale degli Internazionali di Roma.

Nell’indole del campione, autoironia e autostima si mescolano a una certa permalosità. Nel 1968, iniziata la fase discendente della sua splendida carriera, ai quarti dei campionati italiani di Milano, Pietrangeli si trova davanti il campione juniores, un certo Panatta. «Attento, che il ragazzo gioca bene», lo avvertono. Inizia la partita e il ragazzo sfodera palle corte a raffica: «Regazzì, guarda che le palle corte le ho inventate io». Alla fine vince lui, ma in spogliatoio Panatta gli fa: «La saluta tanto mio padre». Solo allora Pietrangeli lo riconosce: era «Ascenzietto», il figlio di Ascenzio, il custode del tennis Parioli di Roma. Due anni dopo si ritrovano in finale agli Assoluti di Bologna e Adriano, non più Ascenzietto, la spunta. Il passaggio del testimone era previsto e naturale, ma per Pietrangeli, avanti 4-1 nel quinto set, la sconfitta è una detronizzazione. La ruggine non si dissolve nemmeno dopo la conquista della prima Coppa Davis italiana. L’anno prima la nazionale è stata eliminata al turno d’esordio. Nel 1976 Panatta ha appena vinto Roma e Parigi, ma è Pietrangeli a tenere insieme la squadra composta da personalità molto diverse e a convincere politici e media che la trasferta nel Cile di Augusto Pinochet s’ha da fare. Ci sono interrogazioni in Parlamento, proteste nelle piazze. Nicola si confronta con Giancarlo Pajetta, Domenico Modugno persino gli Inti Illimani. L’argomento che alla fine fa breccia è: «Noi vogliamo vincere la coppa non difendere Pinochet». L’anno successivo, sempre con Pietrangeli capitano, arrivano in finale, sconfitti a Sydney dall’Australia. Poi c’è la resa dei conti. Paolo Bertolucci si fa interprete della necessità di un cambio di rotta. Il sodalizio si rompe, ma Pietrangeli si sente tradito soprattutto da Panatta che, da figlio unico, con una certa enfasi considerava come «il fratello più piccolo che non avevo mai avuto».
Ieri Panatta ha voluto sottolineare la loro grande amicizia: «Nicola era il mio amico, anche se ci beccavamo ogni tanto, ma era un gioco che facevamo. Lo voglio ricordare con allegria, è stato un personaggio straordinario, al di là di essere un campione assoluto. Alla mia nascita lui era già una promessa, poi abbiamo fatto un po’ il cambio della guardia. Abbiamo anche giocato insieme, ci siamo divertiti, abbiamo fatto le vacanze insieme. Io e Nicola eravamo molto amici». Bertolucci e Barazzutti lo hanno ricordato come il loro «primo eroe». Il capitano di Davis Filippo Volandri come «un gigante». A Licia Colò che pochi giorni fa è andata a trovarlo aveva confidato: «Sono stanco di essere stanco». Ora non lo è più.

 

La Verità, 2 dicembre 2025

 

 

Tre Davis di fila, Italia nella storia anche senza Sinner

E tre. La Coppa Davis è nostra per il terzo anno consecutivo. Siamo i re della mitica Insalatiera per la quarta volta. Siamo il regno del tennis. Nell’era moderna, da quando non c’è il challenge, è la prima volta che una nazione vince per tre anni di seguito. Dopo i successi del 1976 in Cile, del 2023 e 2024 contro Australia e Olanda, la quarta vittima è la Spagna. Matteo Berrettini ha regolato in due set (6-3, 6-4) Pablo Carreño Busta al termine di una partita mai in discussione. Flavio Cobolli ha sconfitto Jaume Munar al termine di un match tesissimo, in rimonta: 1-6, 7-6, 7-5. Nella fase finale di Bologna l’Italia non ha perso neanche una partita. Oltre che dei giocatori, il merito è di tutta la squadra, a cominciare dal capitano Filippo Volandri che ha tenuto insieme il gruppo e creduto nei giocatori a disposizione, e dei tecnici dello staff, da Vincenzo Santopadre a Umberto Rianna.

Anche senza Jannik Sinner e Carlos Alcaraz è sempre Italia Spagna. Anche senza i numeri 1 e 2 del ranking mondiale e anche senza i numeri 2 di entrambi i Paesi, Lorenzo Musetti e Alejandro Davidovich Fokina, è sempre un duello all’ultimo punto. La Davis ha un pathos unico. Italia Spagna nel tennis, 13 sfide in totale, avanti l’Italia 7 a 6 (ma gli iberici hanno vinto sei Davis, noi tre), è un po’ come Italia Germania nel calcio. Una rivalità storica ed emozionante. Questa è la prima volta che ci si incontra nella finale. Noi schieriamo Berrettini, attuale numero 56, e Cobolli (22), loro presentano Carreño Busta (89) e Munar, numero 36. Ma in Davis la classifica conta fino a un certo punto (per esempio, Lorenzo Sonego è 39). Sia perché non sempre rispecchia lo stato di forma del giocatore, sia perché è una competizione che smuove sentimenti oltre i contenuti strettamente tecnici. Il tennis è uno sport individuale, ma in Davis la squadra e il senso di appartenenza sono fondamentali. E, quanto a spirito di squadra, l’Italia non è seconda a nessuno. È stata la vittoria dell’amicizia tra Flavio e Matteo (che coinvolge i due Lorenzo, Sonego e Musetti), della stima fra i tecnici e dell’equilibrio sapiente di Volandri. In un certo senso, è un piccolo vantaggio incontrare la Spagna al posto della Germania che, con il numero 3 del ranking Alexandre Zverev, partiva quasi sicuramente da 1 a 0.

Carreño Busta è un atleta regolare, difficile da scardinare. Sabato ha vinto un tie break contro il tedesco Jan-Lennard Struff recuperando da 1-6. La prima di Berrettini funziona bene da subito e poco alla volta comincia a farlo anche il dritto. Lo spagnolo è ordinato ed evita di innescare il colpo migliore di Matteo che varia con qualche discesa a rete e la palla corta. Il break arriva nell’ottavo gioco e Berrettini va a servire per il primo set. Con un ace e altri due servizi vincenti incassa il 6-3. Nel primo gioco del secondo set lo spagnolo si salva annullando due palle break. La percentuale di prime di Matteo è molto alta, ma il secondo set sembra una copia del primo. Al nono gioco, dopo due errori di dritto di Carreño Busta, Berrettini lo trafigge con un passante e conquista tre palle break consecutive. Basta la seconda per mandare Matteo a servire per il match. Dopo un’ora e 18 minuti di partita è uno a zero per l’Italia.

Tocca a Cobolli contro Munar, l’avversario più ostico, battuto da Zverev solo con due tie break. Lo spagnolo parte forte e nel primo gioco mette a segno due ace, mentre a Flavio difetta la prima di servizio e si trova sotto 0-30. Risale, ma dopo uno smash non definitivo concede subito il break. Sembrava un punto fatto ed è diventato la porta girevole del set. Cobolli sembra travolto dall’onda perché allo spagnolo riesce tutto. Il primo set è compromesso. Nel quinto gioco non sfrutta cinque occasioni di break. Munar continua a martellare e incamera il primo set 6-1. In questo momento è difficile immaginare che qualcosa possa cambiare. Ma il tennis è strano. Volandri lo sprona, suggerendogli di alzare la traiettoria della palla. Pur lottando, Cobolli cede anche il primo gioco del secondo set. Ma nel game successivo lo spagnolo commette i primi errori del match e arriva il controbreak. Ora gli scambi si allungano, Flavio ha più pazienza e lavora di più la palla. Nel sesto gioco, dopo un nastro sfortunato di Flavio, si scalda anche il pubblico. Calano le percentuali di servizio di Munar e Cobolli inizia a comandare il gioco. Sul 6 a 5, lo spagnolo annulla quattro set point con il servizio. Ma nel tie break non può nulla alla prima palla set che Cobolli gioca con la sua battuta. Nel terzo set si procede seguendo i turni di servizio, sempre più determinante. Ma lo spagnolo non è più in grado di replicare al dritto a sventaglio di Flavio. Sul 5 pari c’è il break e il nostro giocatore va a servire per il match. E con servizio e dritto inside-out chiude il conto. Gioco partita Coppa Davis.

 

La Verità, 24 novembre 2025

Sinner doma Alcaraz e fa il bis: è lui il Master 2025

Olé olé olé Sinner Sinner. Sarà pure «un carrarmato», un caterpillar, come l’ha definito Massimo Cacciari, ma dopo le Atp Finals che assegnano il titolo di Maestro della stagione, forse non vanno trascurate le doti tattiche e di forza mentale, che lo hanno fatto reagire nelle difficoltà, come quelle che ieri hanno consentito a Jannik Sinner di spuntarla al termine di un match combattuto e a tratti spettacolare, su Carlos Alcaraz, protagonista di un tennis «di sinistra», sempre secondo l’esegesi del tenebroso filosofo. Il risultato finale è 7-6 7-5. «Senza il team non siamo niente. È stata una partita durissima», ha commentato a caldo il nostro campione. «Per me vuol dire tanto finire così questa stagione. Vincere davanti al pubblico italiano è qualcosa di incredibile».
Aver sconfitto il fresco numero 1, oltre alla conferma del Master vinto l’anno scorso e all’incasso di oltre 5 milioni di dollari (4,3 milioni di euro), è di buon auspicio per il piano di riconquista del vertice che partirà dagli open d’Australia di gennaio. La sconfitta di settembre a New York è vendicata. Ora Sinner è atteso dal meritato riposo in famiglia e con la fidanzata, Laila Hasanovic. Alcaraz deve rinviare il proposito di riportare in Spagna il Master che manca al suo Paese dal 1998 quando lo vinse Alex Corretja (non ci sono riusciti il suo attuale coach Juan Carlos Ferrero e nemmeno Rafa Nadal).
Era inevitabile che, divenuta fenomeno pop, la rivalità tra Sinner e Alcaraz spingesse filosofi e intellettuali a farne dei simboli. Jannik pitagorico, Carlitos omerico. «Il yin e yang del tennis moderno», per Yevgeny Kafelnikov. La finale dell’Inalpi Arena di Torino è la bella dell’anno, ben oltre le posizioni del ranking, perché i duellanti ci arrivano dopo essersi divisi i quattro slam. L’italiano si è preso gli Australian open e Wimbledon, lo spagnolo il Roland Garros e Flushing Meadows. Nel conteggio degli scontri diretti di quest’anno, segnato per Jannik dai tre mesi senza tornei per il Clostebol, è avanti Carlos 4 a 1 (il match a Riad non fa testo, se non per il conto in banca), ma anche quando il nostro campione ha dovuto cedere sono state partite all’ultimo scambio, memorabile quella sul rosso sotto la Tour Eiffel. Nel corso del torneo dei maestri, l’italiano non ha perso neanche un set, mentre lo spagnolo ne ha ceduto uno a Taylor Fritz.
Ogni volta che li guardiamo affrontarsi siamo curiosi di scoprire quale nuovo colpo o tattica ha escogitato lo sconfitto del match precedente per ribaltare il pronostico. Ieri toccava a Sinner rendere più aggressivo il servizio per poter comandare gli scambi ed evitare il dritto dell’avversario, letale dal centro del campo.
All’inizio c’è qualche errore da entrambi le parti. Un passante di dritto di Carlos e un paio di ace di Jannik mantengono l’equilibrio. Dopo una lunga interruzione, l’italiano tiene un complicato turno di servizio. Olé olé olé Sinner Sinner, si scalda anche il pubblico. Si procede appaiati, gli scambi sono brevi. L’intenzione è evitare di offrire angoli allo spagnolo, tenendo il gioco sul terreno della geometria più che del ricamo o della trans agonistica. Dopo la prima palla break concessa – che è anche un set point – e annullata da Sinner, si arriva al tie break. Jannik non coglie un’occasione sotto rete, ma il rovescio successivo di Carlos esce di un niente come, subito dopo, una palla corta dell’italiano. Ma uno smash e un lob gli danno due palle set. Basta la prima. Alcaraz chiama il fisioterapista per un massaggio alla coscia destra, ma nel gioco non sembra frenato. Nel game d’apertura, dopo due doppi falli, Jannik cede per la prima volta nel torneo il servizio. Adesso, mentre scendono quelle dell’italiano, crescono le percentuali di prime dello spagnolo, ma dopo una volée e un dritto sbagliati, una palla corta di Jannik lo riporta sul tre pari. La prima latita, ma conquista il delicato, settimo gioco. Riprende il dominio dei servizi e Sinner sembra più solido. Mentre lui mostra il pugno al suo team, Alcaraz ci discute animatamente e cambia spesso posizione quando è alla risposta. Due passanti portano Jannik sul 6 a 5. Nel dodicesimo gioco lo spagnolo non è lucidissimo e si proietta avventurosamente a rete. Il Master 2025 è Jannik Sinner, il campione nel quale ci riconosciamo: «È stato più bello dell’anno scorso. Sono contento di dare qualcosa di positivo a tutti voi».

 

La Verità, 17 novembre 2025

Il Maestro di Favino e il tennis metafora della vita

Ora che abbiamo in Jannik Sinner un campione nel quale possiamo riconoscerci checché ne dicano i rosiconi Schützen e Novak Djokovic, tutti abbiamo anche un figlio o un nipote che vorremmo proiettare ai vertici delle classifiche mondiali. Grazie alle soddisfazioni che regala, il tennis inizia a competere con il calcio come nuovo sport nazionale (giovedì su Rai 1 la Nazionale di Rino Gattuso ha totalizzato 5,6 milioni di telespettatori mentre sommando Rai 2 e Sky Sport, il match di Musetti – non di Sinner – contro Alcaraz ha superato i 3,5 milioni). Così, dopo esser stati Ct della Nazionale ora stiamo diventando tutti coach di tennis. Tuttavia, in Il Maestro, interpretato dall’ottimo Pierfrancesco Favino, Andrea Di Stefano (erano insieme anche in L’ultima notte di Amore) raffredda le illusioni perché non avalla nessuna facile aspirazione di gloria. Anzi.

A fine anni Ottanta, mentre imperversano Ivan Lendl e John McEnroe, i telefoni vanno a gettone e si indossano pantaloncini ascellari, il papà, ingegnere della Sip, destina energie e risorse economiche al progetto di trasformare in un campione il figlio tredicenne (il bravissimo Tiziano Menichelli). Niente sbruffonate e gioco d’attacco, «quello lo lasciamo ai figli dei ricchi», ma ore di allenamento serale con il padre dietro il «drago lanciapalle» a dettare i tempi delle rincorse a fondocampo. La strategia funziona a livello dei tornei regionali, ma ora che si avvicinano l’estate e il circuito nazionale, c’è un cambio di programma. Cancellate le vacanze nel solito villaggio turistico (pure con campi da tennis), con disappunto della parte femminile della famiglia, i risparmi vengono investiti nell’ingaggio di un maestro accompagnatore che vanta un ottavo di finale agli Internazionali di Roma. Il curriculum del campione mancato però omette altre caratteristiche non secondarie ma incombenti. Le consegne dell’inflessibile padre al maestro riempiono il borsello a tracolla: quaderni con regole di allenamenti e di comunicazione durante i match, sacchetto di gettoni per le telefonate quotidiane di aggiornamento sui risultati, contanti per il pagamento del maestro e degli alberghi nelle località delle competizioni.

Si parte per la consacrazione dei sogni. Ma già a bordo della Jaguar parecchio fané di Favino iniziano le prime divergenze sul giocatore preferito, l’imperturbabile Lendl per il ragazzo e lo sregolato Guillermo Vilas per l’allenatore, e sugli approcci all’universo femminile. «Le ragazze non mi interessano», replica l’adolescente alle proposte di intraprendenza dell’adulto, che recupera con un «bravo, ti volevo testare». In realtà, dovendo mantenere nella disciplina l’allievo, l’insegnante prova a liberarsi delle trasgressioni che lo rendono irrisolto e malinconico. Il ragazzo è disorientato e comincia a inanellare sconfitte con conseguente dramma famigliare. Inevitabile che il conflitto tra il rigore del padre e la cialtroneria del maestro deflagri non solo sulla racchetta dell’adolescente. Il quale, reggendo a situazioni ben più grandi di lui, si rivela il più adulto di tutti.

Curato nei dettagli di costume, ben sceneggiato da Ludovica Rampoldi con il regista, Il Maestro metabolizza Open di André Agassi e J.R. Moehringer, Challengers di Luca Guadagnino e persino Il sorpasso. Ma a ben guardare, non è né un film on the road, né un film sul tennis, né una commedia brillante – caso mai dolceamara. Pur, come detto, ambientato negli anni Ottanta, parla del presente e di tanti aspetti che ci sono famigliari. Dei padri invadenti e oppressivi (che oggi aggrediscono gli arbitri di calcio nei campetti), dei genitori che vogliono fare i coach (quanti ne vediamo nei team dei top ten), degli atleti che non hanno vinto quanto potevano perché convinti che bastasse il talento e delle sconfitte che fanno maturare.

Insomma, un film che parla di noi.

 

La Verità, 15 novembre 2025

Alcaraz è straripante, Sinner abdica al trono

Onore a Carlos Alcaraz. Ha giocato meglio, è stato più continuo e più efficace al servizio. E ha meritato di vincere: 6-2 3-6 6-1 6-4 il punteggio finale. Premiato il suo piano tattico, servire bene e rispondere bene. I colpi d’inizio gioco hanno fatto la differenza. Lo spagnolo si è preso tutto. Oltre al trofeo degli Us Open, con annesso assegno di 5 milioni di dollari, il più ricco del circuito, anche il primo posto della classifica mondiale. Jannik Sinner glielo ha ceduto dopo 65 settimane consecutive, al termine di una partita in cui è stato più timido, più balbettante al servizio, più falloso. Ci sarà da lavorare.

Ancora loro. Jannik contro Carlos era la terza finale slam di quest’anno. Un evento serializzato (i precedenti sono 9 a 5 per lo spagnolo). Sulla terra rossa del Roland Garros aveva prevalso Alcaraz in cinque set, sull’erba di Wimbledon Sinner in quattro. La finale di ieri sul cemento degli Us Open (quarta consecutiva nel 2025 per Jannik come riuscito solo a Rod Laver, Roger Federer e Novak Djokovic), nell’ultimo major della stagione, era la bella. Sull’Arthur Ashe stadium, 23.771 spettatori, il più imponente teatro di tennis del pianeta. E davanti a Donald Trump, la cui presenza ha richiesto importanti misure di sicurezza, e a una schiera di star hollywoodiane e celebrità. Con i Big Two lo show è assicurato. Il duello dei contrasti è adrenalina pura non solo per gli intenditori. Il rosso e il nero, l’uomo Lego e l’uomo magia, la solidità e la fantasia, la pressione e l’invenzione. Sinner e Alcaraz – la versione 2.0 di Djokovic contro il mix di Federer e Nadal – non stanno facendo rimpiangere, come si temeva, i Big Three. Una serie con parecchi episodi e parecchie stagioni. Perché terzi incomodi all’orizzonte non se ne vedono. Ma c’è da divertirsi anche così.

Dalla sconfitta di Wimbledon, lo spagnolo ha studiato. «Ho lavorato sulla mia costanza e la mia tenuta per eliminare qualche su e giù all’interno della partita», ha rivelato. Ma alcuni miglioramenti si sono visti anche nella solidità e varietà del rovescio. Al contrario, Sinner ha ammesso che avrebbe dovuto elevare il rendimento del servizio, colpo chiave del match: «Il mio non è dove vorrei». E aveva annunciato una maggiore attenzione tattica. Ma la potenza dei colpi di Carlos non ha permesso a Jannik di tessere il suo piano.

Al primo gioco, con un paio di errori gratuiti, Sinner concede subito il break. Alcaraz è molto concentrato e per Jannik non ci sono punti facili. Allora si spinge a rete per conquistarli, ma i suoi turni di servizio sono sempre sofferti. Stasera lo spagnolo è solido anche con il rovescio; sia il lungolinea che lo slice incrociato mettono in difficoltà l’italiano. In 37 minuti è 6 a 2, mentre i punti sono 31 a 18 per Carlos. Serve una reazione. I primi giochi del secondo set sono fondamentali. Mentre il murciano martella senza cedimenti, l’altoatesino tiene con fatica il primo turno, poi un secondo e lentamente sembra crescere in fiducia. Ora guarda il suo team mostrando il pugno. Improvvisamente sembra entrato in partita, si muove meglio, alza il ritmo e nel quarto gioco ottiene il break. Alle percentuali basse di prime palle, Sinner rimedia con una buona efficacia della seconda. Si prosegue punto a punto e in 42 minuti il campione italiano incamera il secondo set. Uno pari. Ma all’inizio del terzo, con un dritto in corridoio, cede subito il servizio. Al quarto gioco altro break. Il terzo set sembra il replay del primo, con un Alcaraz molto aggressivo e un Sinner più falloso. Adesso bisogna capire come fermare l’onda. L’italiano deve fare qualcosa di più, come minimo trovare continuità al servizio. Invece, la prima seguita alatitare e al quinto gioco c’è il nuovo break. La partita sembra segnata. Lo spagnolo aumenta la potenza e l’efficacia dei suoi colpi. Alla fine, Sinner ha avuto solo una palla break contro le dieci dello spagnolo. Carlos Alcaraz vince la bella e da oggi è il nuovo numero uno. Arrivederci alle Finals di Torino.

 

La Verità, 8 settembre 2025

Sinner, talento globale, tiene svegli gli italiani

Jannik Sinner è una spanna sopra. Più solido, più continuo, più vincente. 6-1, 6-4, 6-2: l’esito della sfida con Lorenzo Musetti non è mai stato incerto. «Ho giocato un match solido», ha detto Jannik ancora sul centrale di Flushing Meadows. «Io e Lorenzo ci conosciamo bene, veniamo dallo stesso Paese. Giochiamo la Davis insieme. Ma dobbiamo mettere da parte l’amicizia per la partita». Poi la riflessione sul momento dell’Italia: «Siamo sempre più italiani che giocano i tabelloni principali. Grazie a chi ci ha seguito fino a quest’ora». Lì era quasi mezzanotte, da noi quasi le sei del mattino. «Qualcuno in Italia non sarà andato a dormire per questo match. Siamo orgogliosi di essere italiani. L’Italia è un Paese che ci dà molto, abbiamo grandissimo sostegno e siamo ovunque. È bello essere italiani».

I dati precisi su quanti sono stati i telespettatori che dalle 3 e mezza hanno seguito il derby azzurro agli Us Open si conosceranno solo oggi. Tuttavia, il fenomeno Sinner è esploso da tempo. Stavolta, con e contro di lui c’era anche Lorenzo Musetti, un altro top ten. Tra gli uomini era la prima volta nei quarti di finale di uno slam (nel 2015, sempre a New York, Flavia Pennetta e Roberta Vinci disputarono una storica finale, vinta da Flavia). Dunque, anche complice il fatto che la partita, oltre a Sky Sport era visibile in chiaro anche su Supertennis, una fetta d’Italia non è andata a dormire o ha puntato la sveglia per seguire questo meraviglioso confronto di stili. Un piatto prelibato non solo per raffinati amanti della racchetta. Il tennis italiano è leader nel mondo. In questo torneo, delle 32 teste di serie erano quattro quelle azzurre (Flavio Cobolli e Luciano Darderi oltre a Jannik e Lorenzo). Nella classifica mondiale abbiamo nove giocatori tra i primi 90. Siamo noi la meglio gioventù, le due coppe Davis consecutive lo attestano. Trainato da questo ragazzo nato al confine con l’Austria ma «orgoglioso di essere italiano», il tennis tiene svegli come un tempo facevano certe partite dei Mondiali di calcio, qualche match di Nino Benvenuti, Alberto Tomba o le imprese di Luna rossa. Questione di passione sportiva, certo. Di attrattiva e identificazione con i protagonisti, pure. Ma il fatto che ci sia un’Italia vincente aiuta a scavalcare i fusi orari e a metabolizzare una giornata contrappuntata da qualche sbadiglio.

Sinner contro Musetti è un confronto di differenze. Jannik è quello che Susanna Tamaro definirebbe «un uomo Lego» e non solo per l’abitudine di rilassarsi giocando con i famosi mattoncini. No; anche perché fa della costruzione e della solidità la caratteristica del suo tennis: una sinfonia, una tessitura completa, basata sul ritmo asfissiante, letale per l’avversario. Quello del campione di Sesto Pusteria è un talento globale, che avrebbe potuto esprimersi ad altissimi livelli anche in altri sport: talento atletico, ma soprattutto mentale, di fiducia, consapevolezza e autocontrollo (ha detto Musetti dopo il match: «Jannik è opprimente, ti manda fuori giri. È impressionante, ha vinto sotto tutti gli aspetti»). Lorenzo è un «uomo fantasia», un esteta dei gesti bianchi (anche se ieri notte era in total black), uno degli ultimi interpreti del rovescio a una mano, un talento specifico della racchetta attorno al quale ha coagulato le doti di atleta. Il suo gioco è fatto di varietà, improvvisazioni e rotazioni. I precedenti dicono due a zero in favore di Jannik e, fino a qualche mese fa, anche il pronostico di questa sfida sarebbe stato tutto dalla sua parte. Da questo torneo Musetti ha cominciato a sentirsi a proprio agio anche su questa superficie ed è diventato più concreto.

Ma il tennis non è solo questione di singoli colpi, di alcuni jolly, o di scegliere una tattica che poi l’avversario ti contesta e allora tutto si complica. È anche questione di fiducia, di consapevolezza, di abitudine a volare a queste altitudini. È questione di saper gestire i momenti.

Il risultato finale documenta una supremazia netta, messa timidamente e brevemente in discussione solo nel secondo set. Il numero 1 riparte dalla stessa modalità Robocob messa in campo contro il povero Alexandr Bublik. Un ciclone inarrestabile. Lorenzo, vittima dell’emozione, non trova la prima di servizio e in un amen siamo già 5 a 0 e poi 6 a 1. La partita non è ancora cominciata. Per alimentarla, il numero 10 deve liberarsi dalla tensione e giocare più vicino alla linea di fondo. Finalmente la prima comincia a funzionare, Musetti dà segni di vita e nel quarto gioco conquista una prima palla break. Il gioco successivo è molto combattuto e anche Lorenzo deve cancellare una palla break. Il secondo set è decisivo per l’esito finale. Il tennista di Carrara è obbligato a vincerlo perché sotto 0 a 2 difficilmente potrebbe rimontare. Entrambi lo sanno: al netto di qualche imprecisione, Jannik è sempre una furia, mentre Lorenzo cresce nelle percentuali di prime e piazza qualche vincente (uno splendido passante incrociato di rovescio). All’inizio del nono gioco l’altoatesino vince una battaglia di rovesci, poi si avventa come un fulmine su una palla corta. Il primo doppio fallo di Lorenzo consegna a Jannik la possibilità di servire per andare due set a zero. I giochi sono fatti. Nei momenti chiave del match Sinner è sempre in controllo, concentratissimo, esente da errori. A differenza di Musetti. Incamerato il secondo set, il numero 1 ottiene il break all’inizio del terzo. La partita è in discesa. Non avendo più nulla da perdere, Lorenzo gioca più sciolto e conquista due palle per il controbreak, poi una terza e una quarta. Alla fine, saranno sette in totale, senza che riesca a trasformarne nessuna. Un ulteriore break catapulta Sinner in semifinale.

L’altoatesino è parso inscalfibile. Stanotte all’una, se ne attende conferma stanotte all’una contro Félix Auger-Aliassime. Il vincente incontrerà chi uscirà dalla semifinale tra Carlos Alcaraz e Novak Djokovic. Il campione nel quale ci riconosciamo deve difendere il posto di numero 1 del mondo e il titolo conquistato qui l’anno scorso.

Ci sarà da divertirsi. È bello essere italiani.

 

La Verità, 5 settembre 2025

La rivincita di Sinner è il sogno-realtà di Wimbledon

Rivincita è stata. Cancellate le scorie della finale di Parigi. Sfatato il tabù dello spagnolo imbattibile. Jannik Sinner ha sconfitto in rimonta Carlos Alcaraz con il punteggio di 4-6, 6-4, 6-4, 6-4, conquistando il torneo di Wimbledon. Un trionfo. È il primo italiano della storia, dopo la finale persa nel 2021 da Matteo Berrettini contro Novak Djokovic, e da Jasmine Paolini l’anno scorso, battuta da Barbora Krejcikova. Jannik Sinner è un ragazzo, un campione nel quale possiamo orgogliosamente riconoscerci. Un esempio da esportare nel mondo. «È speciale. I miei genitori qui, mio fratello. A Parigi la sconfitta è stata durissima. Ma dopo ho lavorato per capire che cosa non ha funzionato e per migliorarmi su quello. Sono davvero contento di essere riuscito a controllare i nervi anche nell’ultimo gioco. Non avrei mai pensato di essere qui perché quando si è giovani questo sogno è lontanissimo. È il sogno dei sogni. Adesso sto vivendo il mio sogno. Grazie al mio team, continuiamo a insistere per diventare un team e un giocatore migliore, ma soprattutto una persona migliore». Un campione, in controllo anche da padrone del mondo.

La partita non è stata spettacolare come quella di un mese fa a Parigi. La posta in gioco era altissima. Jannik ha vinto in rimonta. Dopo un primo set contratto, la sua è stata una progressione graduale e costante e il match ha trovato il suo dominatore. Che, poco alla volta, ha scavato un solco sempre più profondo davanti al rivale. Il campione italiano si è dimostrato resiliente, superando difficoltà all’interno del suo team, infortuni e ribaltando il pronostico contro l’avversario per due volte consecutive trionfatore sull’erba dell’All England club.

Sul centrale di Church road si confrontavano due filosofie, due sistemi di gioco, due stili di vita. Si poteva dividere la lavagna a metà, incolonnando le caratteristiche di uno e dell’altro per inquadrare in modo schematico, l’evento di oggi. Il numero 1 è soprattutto ritmo, geometria, razionalità, pressione, solidità, freddezza, controllo. Il numero 2 è in prevalenza fantasia, invenzione, estro, improvvisazione, calore, impeto, eccesso. Jannik è più completo nei colpi e nelle varie zone del campo, Carlos ha punte di superiorità con il dritto e nel gioco a rete. Fuori dal campo: il rosso è un nerd di Sesto Pusteria che studia in modo maniacale ogni dettaglio; il nero è un ragazzo che frequenta Ibiza e dà il meglio quando gioca libero e divertendosi. Alcaraz vuole ribadire la supremazia nelle finali e negli scontri diretti (finora 8 a 4 per lui). E punta alla poltrona di numero 1 (nel ranking li separano 1.130 punti). Sinner vuole cancellare le scorie di Parigi e sfatare il tabù. La loro rivalità si staglia ormai un gradino o forse due sopra il livello degli altri protagonisti del circuito. Con il solo passaggio a vuoto del match contro Grigor Dimitrov, nel quale era sotto due set a zero soprattutto a causa dell’infortunio al gomito, il campione italiano non ha trovato ostacoli particolarmente impegnativi. Lo stesso si può dire per lo spagnolo, costretto al quinto set da Fabio Fognini nel match d’esordio e poi impegnato da Taylor Fritz in semifinale. Entrambi, se sono in forma, sono inavvicinabili dagli avversari.

I primi game sono di studio, ma Sinner sembra più intraprendente in risposta. Nel quinto gioco Carlos smarrisce la prima di servizio e Jannik ottiene il break. Il segreto è evitare il dritto dello spagnolo dal lato sinistro del campo, da dove può esplodere lo sventaglio e tirare il colpo inside in. Il controbreak arriva all’ottavo gioco, Jannik serve poche prime e perde uno scambio lungo. Un ace che compensa un doppio fallo porta avanti lo spagnolo: 5 a 4. Nel gioco successivo, latita la prima di servizio e un doppio fallo genera un set point che Alcaraz trasforma dopo uno scambio spettacolare. Dal 4 a 2 in suo favore, Sinner ha perso quattro giochi consecutivi, mostrandosi contratto sia nel servizio che negli scambi da fondo campo.

Il secondo set si apre con il break in favore di Jannik. Finalmente ritrova la prima e vince il gioco successivo ai vantaggi. Ma il braccio non sembra completamente libero: forse l’emozione della prima finale sull’erba o forse i postumi ancora in circolo del Roland Garros. Anche nel quarto gioco si va ai vantaggi. È importante continuare a vincere i propri turni e fare corsa di testa perché dopo il breve passaggio a vuoto, Alcaraz è di nuovo concentrato. Il settimo game, nel quale scaglia tre ace e commette due doppi falli consecutivi rischiando di subire un secondo break, fa capire anche la labilità del suo gioco. Sul 5 a 4 per lui, Sinner va a servire per il secondo set, disputa il suo game migliore con due vincenti di dritto che lasciano fermo l’avversario. Può essere il gioco che lo sblocca. È così. All’inizio del terzo set, Jannik mette finalmente a segno il primo ace. Lo spagnolo ne ha già scagliati 11 (con sei doppi falli). Pian piano l’italiano trova fiducia, migliora le percentuali di servizio e intensifica la frequenza degli ace. Uno arriva con la seconda sul 30 pari dell’ottavo gioco e un altro ancora subito dopo: 4 pari. Adesso ogni punto è pesantissimo. Ma Jannik cresce e ottiene il break per andare a servire sul 5 a 4 per lui. Con un ace, uno smash e una prima vincente incamera il terzo set. Questa autorevolezza può scongiurare il quinto set. Nel quarto, con due lungolinea vincenti di rovescio, Sinner strappa il servizio allo spagnolo e si porta 2 a 1 e servizio. L’italiano comanda, non sbaglia più. Resta concentrato anche quando deve fronteggiare due insidiosissime palle break che possono rimettere in corsa Alcaraz, sotto 3 a 4. La supremazia è netta. E regge anche agli ultimi tentativi di Carlos. Ma sono i sussulti, prima della fine. Sinner is the winner.

 

La Verità, 14 luglio 2025

Jannik doma Nole e studia la rivincita con Carlos

Sarà rivincita. La partita che tutti aspettano. Domani sul campo centrale dell’All England club di Wimbledon Jannik Sinner e Carlos Alcaraz si troveranno nuovamente di fronte dopo la sfida epica vinta dallo spagnolo a Parigi poco più di un mese fa. «Sarà difficile fare meglio che al Roland Garros», ammette il campione italiano sollecitato al termine del match vinto contro un Novak Djokovic orgoglioso e commovente allo stesso tempo. Onore a lui, il giocatore più vincente della storia del tennis. Un grande. «Non so che cosa succederà domenica. È un grande onore trovarmi di fronte a Carlos. Cerchiamo di spingerci l’un l’altro sempre al limite. Spero che sarà una bella partita per noi, ma anche per voi», ha detto Jannik dopo aver menzionato i suoi familiari: «Qui ci sono mio padre e mio fratello ed è ancora più bello raggiungere questo risultato davanti a loro».
Dopo quella dei Big three, con la seconda finale consecutiva tra loro, siamo ufficialmente entrati nell’era dei Big two. Jannik e Carlos, la Volpe rossa e il Lupo nero. È questo l’esito dei due match di ieri in cui Alcaraz ha regolato l’americano Taylor Fritz (6-4, 5-7, 6-3, 7-6) e il numero 1 del mondo ha sconfitto il campione serbo con il punteggio di 6-3, 6-3, 6-4. Una partita praticamente senza storia, se si eccettua un breve momento d’incertezza all’inizio del terzo set. Per Sinner sarà la prima finale a Wimbledon, per Carlos la terza consecutiva e la disputerà da campione in carica. Con questo risultato Jannik s’iscrive alla ristretta cerchia di giocatori che nell’era open hanno raggiunto la finale in tutti gli slam (Rod Laver, Ken Rosewall, Ivan Lendl, Stefan Edberg, Jim Courier, Andre Agassi, Roger Federer, Rafa Nadal, Novak Djokovic e Andy Murray).
Dopo il ghiotto antipasto tra il numero 2 e il numero 5 del ranking che hanno espresso un ottimo tennis, con pochi tatticismi, grande prevalenza dei servizi e una qualità maggiore dello spagnolo nel gioco a rete e di tocco, c’era enorme attesa per la sfida tra la Volpe rossa e il Diavolo nero del tennis mondiale. Due giocatori di uguale forza mentale, due agonisti formidabili. Entrambi sono reduci da incidenti causati da due scivolate sull’erba. Un infortunio al gomito che consiglia ancora all’altoatesino la protezione di una manica elastica, un fastidio all’inguine per il serbo che lo farà chiamare il fisioterapista all’inizio del terzo set. Ma dopo un’ora e 55 minuti di gioco, con 12 ace e 36 vincenti, la superiorità di un Sinner vicino alla perfezione si è dimostrata schiacciante in tutte le zone del campo. Una macchina. La Volpe rossa ne trarrà grande fiducia in vista della finale di domani e per il proseguimento della stagione. Il Diavolo nero dovrà riflettere e forse riconoscere che questi regimi cominciano a essergli estranei.
Non era per nulla scontato. Sì, è vero, nel bilancio dei precedenti, 5 a 4 in favore dell’altoatesino, gli ultimi quattro match li aveva vinti lui. Ma nessuno si era disputato sull’erba dove entrambe le volte il Djoker aveva prevalso. Nei quarti di finale del 2022, rimontando sotto due set a zero. E l’anno dopo, quando aveva regolato Jannik in semifinale in tre set. Dopo quel match, Sinner aveva detto che il divario si era assottigliato. Ci aveva visto giusto. La svolta è avvenuta pochi mesi dopo, nella semifinale di Coppa Davis disputata a Malaga, novembre 2023. Un set pari, sul 5 a 4 del terzo, servizio Sinner, Djokovic ha tre match point consecutivi che possono decretare l’eliminazione dell’Italia spianando la strada alla Serbia verso l’agognata insalatiera. Invece, Sinner si ribella, ribalta la situazione e vince 7 a 5. Da lì, tutto è cambiato. Ma qui, come detto, siamo sull’erba che ha visto trionfare sette volte il campione serbo. Quando due atleti giocano lo stesso tipo di tennis, di solito vince il più giovane e prestante, quello che tira più forte. Tuttavia, tre variabili non andavano trascurate. La prima: quanto avrebbe condizionato la superficie di Wimbledon? La seconda: quanto avrebbero contato l’esperienza e il temperamento indomito del diabolico Nole? Infine, la terza componente, la motivazione: quanto avrebbe influito sul rendimento del trentottenne probabilmente al passaggio dell’ultimo treno per aggiudicarsi lo slam numero 25 e uguagliare gli otto successi sull’erba di Roger Federer?
L’inizio del match è fondamentale e il nostro campione appare subito concentratissimo. L’idea è tenere alto il ritmo, per non offrire appigli all’avversario. Al terzo gioco è già break in favore dell’altoatesino. È una battaglia di ace. L’italiano è meno falloso, più concreto e autorevole. Nei suoi turni di battuta quasi non si gioca. Nel nono game il serbo annulla due set point e gli viene in aiuto il servizio, ma al terzo deve soccombere e Sinner incamera il 6-3. Anche all’inizio del secondo l’italiano conquista subito il break e quando serve concede pochissimi punti all’avversario (due nel primo set e quattro nel secondo). Novak non sa cosa inventarsi per arginare l’onda. Prova con il serve and volley e qualcosa incassa. Il pubblico lo incoraggia nella speranza di veder allungare la partita. Ma dopo 69 minuti di gioco, Sinner è avanti due a zero. Dopo aver chiamato il fisioterapista, al secondo gioco del terzo set Djokovic ottiene il break poi tiene il suo turno di servizio e sale tre giochi a zero. È il colpo di coda del Diavolo. Mentre Jannik accusa un calo e smarrisce la prima di servizio. Nel quarto gioco Nole ha la palla per il doppio break, ma non la sfrutta e in un attimo si ritrova tre pari. Adesso affiora la stanchezza del vecchio campione e la difficoltà a reggere ritmi troppo elevati. Sinner si rinfranca e chiude senza incertezze. Appuntamento a domenica.

 

La Verità, 12 luglio 2025

Sinner dirada le nubi e ritrova il tennis migliore

Flavio Cobolli non ce l’ha fatta. Al termine di un match giocato per lunghi tratti alla pari ha dovuto inchinarsi alla maggior esperienza e abitudine a queste altitudini agonistiche del 38enne Novak Djokovic. Nelle più rosee previsioni, con la vittoria sia di Flavio che di Jannik Sinner avremmo avuto una semifinale tutta azzurra sul verde di Wimbledon, un inedito assoluto, con la certezza di un finalista italiano. Invece no. Sinner ha regolato in tre set il baldanzoso, ma ancora acerbo Ben Shelton (7-6, 6-4, 6-4 il punteggio), mettendo in mostra un tennis autorevole, solido e produttivo in una partita in cui ha evidenziato una superiorità netta e il risultato finale non è mai stato in discussione. Invece, Cobolli è uscito sconfitto, ma a testa alta, dal confronto con il diabolico Nole, vecchia volpe dell’All England club, dove ha alzato già sette volte la coppa del re. Ora Novak e Jannik si sfideranno per l’accesso alla finale (per l’ex numero 1 serbo è la quattordicesima semifinale a Wimbledon) presumibilmente contro Carlos Alcaraz che dovrebbe avere compito facile contro Taylor Fritz.
Era una delle giornate più dense e cariche di aspettative della storia recente del tennis italiano che, pure, in questi ultimi anni ci sta regalando emozioni e soddisfazioni in serie. Una giornata resa ancora più unica dall’annuncio del ritiro di Fabio Fognini, talento superlativo del nostro tennis.
Il numero 1 mondiale, un ragazzo e un campione nel quale possiamo con un certo orgoglio riconoscerci, era chiamato a diradare le nubi addensate all’orizzonte dopo la sconfitta con Alcaraz nell’apocalittica finale di Parigi, la precoce eliminazione al torneo di Halle, il salvataggio rocambolesco causa infortunio di Grigor Dimitrov che due giorni fa qui a Wimbledon lo stava dominando nel gioco, il dubbio di aver sbagliato il momento per licenziare il preparatore atletico Marco Panichi e il fisioterapista Ulises Badio. Tutti fantasmi convenuti sul campo 1 (curiosamente non il centrale), alleati del temibile mancino Ben Shelton che aveva regolato in quattro set un encomiabilissimo Lorenzo Sonego. Al contrario, Cobolli fronteggiava senza pressioni di sorta il suo idolo storico di 15 anni più vecchio di lui, ma presentatosi in grande spolvero. Flavio aveva fin qui disputato un ottimo torneo, potendo esibire gli scalpi dell’emergente Jakub Mensik e dell’esperto e ostico Marin Cilic.
Dopo le poco probanti vittorie nei primi tre turni con avversari modesti e la deludente esibizione contro Dimitrov, anche a causa dell’infortunio al gomito che fin dal primo gioco ne ha condizionato il rendimento («10 km in meno sia nel servizio che con il dritto») per Jannik, Shelton è un avversario impegnativo. Dotato di un servizio potente, di un ottimo dritto e atleticamente esuberante. Un bel banco di prova, anche se i precedenti sono 5 a 1 in favore di Sinner. L’inizio è una partita a scacchi. Jannik non appare condizionato dall’infortunio al gomito. Tiene la battuta con relativa facilità e mette in mostra un gioco ordinato e redditizio, basato sul ritmo e la profondità dei colpi. Qualche sbavatura invece per l’istintivo Shelton, finché si arriva al tiebreak: sotto 0 a 2, il campione altoatesino infila sette punti consecutivi e incassa il primo set nel quale ha limitato a zero gli errori gratuiti. Nel primo gioco del secondo set però deve subito annullare due palle break che, se trasformate, avrebbero sicuramente galvanizzato l’avversario. Shelton si tiene in corsa grazie agli ace, ma il tennis di Sinner è solidissimo. Rispetto ai match precedenti l’italiano sembra un altro giocatore: lucido, concentrato, pragmatico. Un brivido percorre il team quando, dopo aver steccato un dritto in risposta, si tocca il gomito e nel suo turno di servizio commette più errori che nel resto del match giocato finora. Ma è un attimo. Jannik si ricompone e ritrova i suoi colpi, insistendo sul rovescio dell’avversario che gli porta diversi punti. Il break al decimo gioco vale la conquista del secondo set. La partita sembra mettersi in discesa. Il campione altoatesino concede meno all’avversario e sa giocare meglio i punti decisivi. Si va avanti e il finale sembra scritto. Il gatto sa come incastrare il topo. Che infatti non ha scampo. Al decimo gioco, la prima palla break è anche un match point. Ne serviranno altri due per aggiudicarsi l’incontro, approdare alla semifinale, unico giocatore italiano ad arrivarci per due volte sul verde di Wimbledon.
Cobolli parte bene, pur dovendo salvare palle break quasi in ogni turno di servizio, finché deve cedere nell’ottavo game e Djoko va a servire per il set. Ma la reazione di Flavio è da campione e sorprende l’ex numero 1, ottenendo il controbreak immediato. Davanti al suo mito, il tennista romano gioca senza timori reverenziali e conquista il tiebreak con due ace consecutivi. Il secondo set è quasi senza storia. Dopo aver strappato il servizio all’avversario, Nole fila via fino al 6-2. C’è più battaglia nei due set successivi, che Djokovic si aggiudica per 7-5 e 6-4. A Cobolli non sono mancate le occasioni per ribaltare il pronostico in favore di un giocatore infinito di 38 anni e con sette vite a disposizione. A domarlo ci proverà Sinner domani.

 

La Verità, 10 luglio 2025