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Sinner, talento globale, tiene svegli gli italiani

Jannik Sinner è una spanna sopra. Più solido, più continuo, più vincente. 6-1, 6-4, 6-2: l’esito della sfida con Lorenzo Musetti non è mai stato incerto. «Ho giocato un match solido», ha detto Jannik ancora sul centrale di Flushing Meadows. «Io e Lorenzo ci conosciamo bene, veniamo dallo stesso Paese. Giochiamo la Davis insieme. Ma dobbiamo mettere da parte l’amicizia per la partita». Poi la riflessione sul momento dell’Italia: «Siamo sempre più italiani che giocano i tabelloni principali. Grazie a chi ci ha seguito fino a quest’ora». Lì era quasi mezzanotte, da noi quasi le sei del mattino. «Qualcuno in Italia non sarà andato a dormire per questo match. Siamo orgogliosi di essere italiani. L’Italia è un Paese che ci dà molto, abbiamo grandissimo sostegno e siamo ovunque. È bello essere italiani».

I dati precisi su quanti sono stati i telespettatori che dalle 3 e mezza hanno seguito il derby azzurro agli Us Open si conosceranno solo oggi. Tuttavia, il fenomeno Sinner è esploso da tempo. Stavolta, con e contro di lui c’era anche Lorenzo Musetti, un altro top ten. Tra gli uomini era la prima volta nei quarti di finale di uno slam (nel 2015, sempre a New York, Flavia Pennetta e Roberta Vinci disputarono una storica finale, vinta da Flavia). Dunque, anche complice il fatto che la partita, oltre a Sky Sport era visibile in chiaro anche su Supertennis, una fetta d’Italia non è andata a dormire o ha puntato la sveglia per seguire questo meraviglioso confronto di stili. Un piatto prelibato non solo per raffinati amanti della racchetta. Il tennis italiano è leader nel mondo. In questo torneo, delle 32 teste di serie erano quattro quelle azzurre (Flavio Cobolli e Luciano Darderi oltre a Jannik e Lorenzo). Nella classifica mondiale abbiamo nove giocatori tra i primi 90. Siamo noi la meglio gioventù, le due coppe Davis consecutive lo attestano. Trainato da questo ragazzo nato al confine con l’Austria ma «orgoglioso di essere italiano», il tennis tiene svegli come un tempo facevano certe partite dei Mondiali di calcio, qualche match di Nino Benvenuti, Alberto Tomba o le imprese di Luna rossa. Questione di passione sportiva, certo. Di attrattiva e identificazione con i protagonisti, pure. Ma il fatto che ci sia un’Italia vincente aiuta a scavalcare i fusi orari e a metabolizzare una giornata contrappuntata da qualche sbadiglio.

Sinner contro Musetti è un confronto di differenze. Jannik è quello che Susanna Tamaro definirebbe «un uomo Lego» e non solo per l’abitudine di rilassarsi giocando con i famosi mattoncini. No; anche perché fa della costruzione e della solidità la caratteristica del suo tennis: una sinfonia, una tessitura completa, basata sul ritmo asfissiante, letale per l’avversario. Quello del campione di Sesto Pusteria è un talento globale, che avrebbe potuto esprimersi ad altissimi livelli anche in altri sport: talento atletico, ma soprattutto mentale, di fiducia, consapevolezza e autocontrollo (ha detto Musetti dopo il match: «Jannik è opprimente, ti manda fuori giri. È impressionante, ha vinto sotto tutti gli aspetti»). Lorenzo è un «uomo fantasia», un esteta dei gesti bianchi (anche se ieri notte era in total black), uno degli ultimi interpreti del rovescio a una mano, un talento specifico della racchetta attorno al quale ha coagulato le doti di atleta. Il suo gioco è fatto di varietà, improvvisazioni e rotazioni. I precedenti dicono due a zero in favore di Jannik e, fino a qualche mese fa, anche il pronostico di questa sfida sarebbe stato tutto dalla sua parte. Da questo torneo Musetti ha cominciato a sentirsi a proprio agio anche su questa superficie ed è diventato più concreto.

Ma il tennis non è solo questione di singoli colpi, di alcuni jolly, o di scegliere una tattica che poi l’avversario ti contesta e allora tutto si complica. È anche questione di fiducia, di consapevolezza, di abitudine a volare a queste altitudini. È questione di saper gestire i momenti.

Il risultato finale documenta una supremazia netta, messa timidamente e brevemente in discussione solo nel secondo set. Il numero 1 riparte dalla stessa modalità Robocob messa in campo contro il povero Alexandr Bublik. Un ciclone inarrestabile. Lorenzo, vittima dell’emozione, non trova la prima di servizio e in un amen siamo già 5 a 0 e poi 6 a 1. La partita non è ancora cominciata. Per alimentarla, il numero 10 deve liberarsi dalla tensione e giocare più vicino alla linea di fondo. Finalmente la prima comincia a funzionare, Musetti dà segni di vita e nel quarto gioco conquista una prima palla break. Il gioco successivo è molto combattuto e anche Lorenzo deve cancellare una palla break. Il secondo set è decisivo per l’esito finale. Il tennista di Carrara è obbligato a vincerlo perché sotto 0 a 2 difficilmente potrebbe rimontare. Entrambi lo sanno: al netto di qualche imprecisione, Jannik è sempre una furia, mentre Lorenzo cresce nelle percentuali di prime e piazza qualche vincente (uno splendido passante incrociato di rovescio). All’inizio del nono gioco l’altoatesino vince una battaglia di rovesci, poi si avventa come un fulmine su una palla corta. Il primo doppio fallo di Lorenzo consegna a Jannik la possibilità di servire per andare due set a zero. I giochi sono fatti. Nei momenti chiave del match Sinner è sempre in controllo, concentratissimo, esente da errori. A differenza di Musetti. Incamerato il secondo set, il numero 1 ottiene il break all’inizio del terzo. La partita è in discesa. Non avendo più nulla da perdere, Lorenzo gioca più sciolto e conquista due palle per il controbreak, poi una terza e una quarta. Alla fine, saranno sette in totale, senza che riesca a trasformarne nessuna. Un ulteriore break catapulta Sinner in semifinale.

L’altoatesino è parso inscalfibile. Stanotte all’una, se ne attende conferma stanotte all’una contro Félix Auger-Aliassime. Il vincente incontrerà chi uscirà dalla semifinale tra Carlos Alcaraz e Novak Djokovic. Il campione nel quale ci riconosciamo deve difendere il posto di numero 1 del mondo e il titolo conquistato qui l’anno scorso.

Ci sarà da divertirsi. È bello essere italiani.

 

La Verità, 5 settembre 2025

La rivincita di Sinner è il sogno-realtà di Wimbledon

Rivincita è stata. Cancellate le scorie della finale di Parigi. Sfatato il tabù dello spagnolo imbattibile. Jannik Sinner ha sconfitto in rimonta Carlos Alcaraz con il punteggio di 4-6, 6-4, 6-4, 6-4, conquistando il torneo di Wimbledon. Un trionfo. È il primo italiano della storia, dopo la finale persa nel 2021 da Matteo Berrettini contro Novak Djokovic, e da Jasmine Paolini l’anno scorso, battuta da Barbora Krejcikova. Jannik Sinner è un ragazzo, un campione nel quale possiamo orgogliosamente riconoscerci. Un esempio da esportare nel mondo. «È speciale. I miei genitori qui, mio fratello. A Parigi la sconfitta è stata durissima. Ma dopo ho lavorato per capire che cosa non ha funzionato e per migliorarmi su quello. Sono davvero contento di essere riuscito a controllare i nervi anche nell’ultimo gioco. Non avrei mai pensato di essere qui perché quando si è giovani questo sogno è lontanissimo. È il sogno dei sogni. Adesso sto vivendo il mio sogno. Grazie al mio team, continuiamo a insistere per diventare un team e un giocatore migliore, ma soprattutto una persona migliore». Un campione, in controllo anche da padrone del mondo.

La partita non è stata spettacolare come quella di un mese fa a Parigi. La posta in gioco era altissima. Jannik ha vinto in rimonta. Dopo un primo set contratto, la sua è stata una progressione graduale e costante e il match ha trovato il suo dominatore. Che, poco alla volta, ha scavato un solco sempre più profondo davanti al rivale. Il campione italiano si è dimostrato resiliente, superando difficoltà all’interno del suo team, infortuni e ribaltando il pronostico contro l’avversario per due volte consecutive trionfatore sull’erba dell’All England club.

Sul centrale di Church road si confrontavano due filosofie, due sistemi di gioco, due stili di vita. Si poteva dividere la lavagna a metà, incolonnando le caratteristiche di uno e dell’altro per inquadrare in modo schematico, l’evento di oggi. Il numero 1 è soprattutto ritmo, geometria, razionalità, pressione, solidità, freddezza, controllo. Il numero 2 è in prevalenza fantasia, invenzione, estro, improvvisazione, calore, impeto, eccesso. Jannik è più completo nei colpi e nelle varie zone del campo, Carlos ha punte di superiorità con il dritto e nel gioco a rete. Fuori dal campo: il rosso è un nerd di Sesto Pusteria che studia in modo maniacale ogni dettaglio; il nero è un ragazzo che frequenta Ibiza e dà il meglio quando gioca libero e divertendosi. Alcaraz vuole ribadire la supremazia nelle finali e negli scontri diretti (finora 8 a 4 per lui). E punta alla poltrona di numero 1 (nel ranking li separano 1.130 punti). Sinner vuole cancellare le scorie di Parigi e sfatare il tabù. La loro rivalità si staglia ormai un gradino o forse due sopra il livello degli altri protagonisti del circuito. Con il solo passaggio a vuoto del match contro Grigor Dimitrov, nel quale era sotto due set a zero soprattutto a causa dell’infortunio al gomito, il campione italiano non ha trovato ostacoli particolarmente impegnativi. Lo stesso si può dire per lo spagnolo, costretto al quinto set da Fabio Fognini nel match d’esordio e poi impegnato da Taylor Fritz in semifinale. Entrambi, se sono in forma, sono inavvicinabili dagli avversari.

I primi game sono di studio, ma Sinner sembra più intraprendente in risposta. Nel quinto gioco Carlos smarrisce la prima di servizio e Jannik ottiene il break. Il segreto è evitare il dritto dello spagnolo dal lato sinistro del campo, da dove può esplodere lo sventaglio e tirare il colpo inside in. Il controbreak arriva all’ottavo gioco, Jannik serve poche prime e perde uno scambio lungo. Un ace che compensa un doppio fallo porta avanti lo spagnolo: 5 a 4. Nel gioco successivo, latita la prima di servizio e un doppio fallo genera un set point che Alcaraz trasforma dopo uno scambio spettacolare. Dal 4 a 2 in suo favore, Sinner ha perso quattro giochi consecutivi, mostrandosi contratto sia nel servizio che negli scambi da fondo campo.

Il secondo set si apre con il break in favore di Jannik. Finalmente ritrova la prima e vince il gioco successivo ai vantaggi. Ma il braccio non sembra completamente libero: forse l’emozione della prima finale sull’erba o forse i postumi ancora in circolo del Roland Garros. Anche nel quarto gioco si va ai vantaggi. È importante continuare a vincere i propri turni e fare corsa di testa perché dopo il breve passaggio a vuoto, Alcaraz è di nuovo concentrato. Il settimo game, nel quale scaglia tre ace e commette due doppi falli consecutivi rischiando di subire un secondo break, fa capire anche la labilità del suo gioco. Sul 5 a 4 per lui, Sinner va a servire per il secondo set, disputa il suo game migliore con due vincenti di dritto che lasciano fermo l’avversario. Può essere il gioco che lo sblocca. È così. All’inizio del terzo set, Jannik mette finalmente a segno il primo ace. Lo spagnolo ne ha già scagliati 11 (con sei doppi falli). Pian piano l’italiano trova fiducia, migliora le percentuali di servizio e intensifica la frequenza degli ace. Uno arriva con la seconda sul 30 pari dell’ottavo gioco e un altro ancora subito dopo: 4 pari. Adesso ogni punto è pesantissimo. Ma Jannik cresce e ottiene il break per andare a servire sul 5 a 4 per lui. Con un ace, uno smash e una prima vincente incamera il terzo set. Questa autorevolezza può scongiurare il quinto set. Nel quarto, con due lungolinea vincenti di rovescio, Sinner strappa il servizio allo spagnolo e si porta 2 a 1 e servizio. L’italiano comanda, non sbaglia più. Resta concentrato anche quando deve fronteggiare due insidiosissime palle break che possono rimettere in corsa Alcaraz, sotto 3 a 4. La supremazia è netta. E regge anche agli ultimi tentativi di Carlos. Ma sono i sussulti, prima della fine. Sinner is the winner.

 

La Verità, 14 luglio 2025

Jannik doma Nole e studia la rivincita con Carlos

Sarà rivincita. La partita che tutti aspettano. Domani sul campo centrale dell’All England club di Wimbledon Jannik Sinner e Carlos Alcaraz si troveranno nuovamente di fronte dopo la sfida epica vinta dallo spagnolo a Parigi poco più di un mese fa. «Sarà difficile fare meglio che al Roland Garros», ammette il campione italiano sollecitato al termine del match vinto contro un Novak Djokovic orgoglioso e commovente allo stesso tempo. Onore a lui, il giocatore più vincente della storia del tennis. Un grande. «Non so che cosa succederà domenica. È un grande onore trovarmi di fronte a Carlos. Cerchiamo di spingerci l’un l’altro sempre al limite. Spero che sarà una bella partita per noi, ma anche per voi», ha detto Jannik dopo aver menzionato i suoi familiari: «Qui ci sono mio padre e mio fratello ed è ancora più bello raggiungere questo risultato davanti a loro».
Dopo quella dei Big three, con la seconda finale consecutiva tra loro, siamo ufficialmente entrati nell’era dei Big two. Jannik e Carlos, la Volpe rossa e il Lupo nero. È questo l’esito dei due match di ieri in cui Alcaraz ha regolato l’americano Taylor Fritz (6-4, 5-7, 6-3, 7-6) e il numero 1 del mondo ha sconfitto il campione serbo con il punteggio di 6-3, 6-3, 6-4. Una partita praticamente senza storia, se si eccettua un breve momento d’incertezza all’inizio del terzo set. Per Sinner sarà la prima finale a Wimbledon, per Carlos la terza consecutiva e la disputerà da campione in carica. Con questo risultato Jannik s’iscrive alla ristretta cerchia di giocatori che nell’era open hanno raggiunto la finale in tutti gli slam (Rod Laver, Ken Rosewall, Ivan Lendl, Stefan Edberg, Jim Courier, Andre Agassi, Roger Federer, Rafa Nadal, Novak Djokovic e Andy Murray).
Dopo il ghiotto antipasto tra il numero 2 e il numero 5 del ranking che hanno espresso un ottimo tennis, con pochi tatticismi, grande prevalenza dei servizi e una qualità maggiore dello spagnolo nel gioco a rete e di tocco, c’era enorme attesa per la sfida tra la Volpe rossa e il Diavolo nero del tennis mondiale. Due giocatori di uguale forza mentale, due agonisti formidabili. Entrambi sono reduci da incidenti causati da due scivolate sull’erba. Un infortunio al gomito che consiglia ancora all’altoatesino la protezione di una manica elastica, un fastidio all’inguine per il serbo che lo farà chiamare il fisioterapista all’inizio del terzo set. Ma dopo un’ora e 55 minuti di gioco, con 12 ace e 36 vincenti, la superiorità di un Sinner vicino alla perfezione si è dimostrata schiacciante in tutte le zone del campo. Una macchina. La Volpe rossa ne trarrà grande fiducia in vista della finale di domani e per il proseguimento della stagione. Il Diavolo nero dovrà riflettere e forse riconoscere che questi regimi cominciano a essergli estranei.
Non era per nulla scontato. Sì, è vero, nel bilancio dei precedenti, 5 a 4 in favore dell’altoatesino, gli ultimi quattro match li aveva vinti lui. Ma nessuno si era disputato sull’erba dove entrambe le volte il Djoker aveva prevalso. Nei quarti di finale del 2022, rimontando sotto due set a zero. E l’anno dopo, quando aveva regolato Jannik in semifinale in tre set. Dopo quel match, Sinner aveva detto che il divario si era assottigliato. Ci aveva visto giusto. La svolta è avvenuta pochi mesi dopo, nella semifinale di Coppa Davis disputata a Malaga, novembre 2023. Un set pari, sul 5 a 4 del terzo, servizio Sinner, Djokovic ha tre match point consecutivi che possono decretare l’eliminazione dell’Italia spianando la strada alla Serbia verso l’agognata insalatiera. Invece, Sinner si ribella, ribalta la situazione e vince 7 a 5. Da lì, tutto è cambiato. Ma qui, come detto, siamo sull’erba che ha visto trionfare sette volte il campione serbo. Quando due atleti giocano lo stesso tipo di tennis, di solito vince il più giovane e prestante, quello che tira più forte. Tuttavia, tre variabili non andavano trascurate. La prima: quanto avrebbe condizionato la superficie di Wimbledon? La seconda: quanto avrebbero contato l’esperienza e il temperamento indomito del diabolico Nole? Infine, la terza componente, la motivazione: quanto avrebbe influito sul rendimento del trentottenne probabilmente al passaggio dell’ultimo treno per aggiudicarsi lo slam numero 25 e uguagliare gli otto successi sull’erba di Roger Federer?
L’inizio del match è fondamentale e il nostro campione appare subito concentratissimo. L’idea è tenere alto il ritmo, per non offrire appigli all’avversario. Al terzo gioco è già break in favore dell’altoatesino. È una battaglia di ace. L’italiano è meno falloso, più concreto e autorevole. Nei suoi turni di battuta quasi non si gioca. Nel nono game il serbo annulla due set point e gli viene in aiuto il servizio, ma al terzo deve soccombere e Sinner incamera il 6-3. Anche all’inizio del secondo l’italiano conquista subito il break e quando serve concede pochissimi punti all’avversario (due nel primo set e quattro nel secondo). Novak non sa cosa inventarsi per arginare l’onda. Prova con il serve and volley e qualcosa incassa. Il pubblico lo incoraggia nella speranza di veder allungare la partita. Ma dopo 69 minuti di gioco, Sinner è avanti due a zero. Dopo aver chiamato il fisioterapista, al secondo gioco del terzo set Djokovic ottiene il break poi tiene il suo turno di servizio e sale tre giochi a zero. È il colpo di coda del Diavolo. Mentre Jannik accusa un calo e smarrisce la prima di servizio. Nel quarto gioco Nole ha la palla per il doppio break, ma non la sfrutta e in un attimo si ritrova tre pari. Adesso affiora la stanchezza del vecchio campione e la difficoltà a reggere ritmi troppo elevati. Sinner si rinfranca e chiude senza incertezze. Appuntamento a domenica.

 

La Verità, 12 luglio 2025

Sinner dirada le nubi e ritrova il tennis migliore

Flavio Cobolli non ce l’ha fatta. Al termine di un match giocato per lunghi tratti alla pari ha dovuto inchinarsi alla maggior esperienza e abitudine a queste altitudini agonistiche del 38enne Novak Djokovic. Nelle più rosee previsioni, con la vittoria sia di Flavio che di Jannik Sinner avremmo avuto una semifinale tutta azzurra sul verde di Wimbledon, un inedito assoluto, con la certezza di un finalista italiano. Invece no. Sinner ha regolato in tre set il baldanzoso, ma ancora acerbo Ben Shelton (7-6, 6-4, 6-4 il punteggio), mettendo in mostra un tennis autorevole, solido e produttivo in una partita in cui ha evidenziato una superiorità netta e il risultato finale non è mai stato in discussione. Invece, Cobolli è uscito sconfitto, ma a testa alta, dal confronto con il diabolico Nole, vecchia volpe dell’All England club, dove ha alzato già sette volte la coppa del re. Ora Novak e Jannik si sfideranno per l’accesso alla finale (per l’ex numero 1 serbo è la quattordicesima semifinale a Wimbledon) presumibilmente contro Carlos Alcaraz che dovrebbe avere compito facile contro Taylor Fritz.
Era una delle giornate più dense e cariche di aspettative della storia recente del tennis italiano che, pure, in questi ultimi anni ci sta regalando emozioni e soddisfazioni in serie. Una giornata resa ancora più unica dall’annuncio del ritiro di Fabio Fognini, talento superlativo del nostro tennis.
Il numero 1 mondiale, un ragazzo e un campione nel quale possiamo con un certo orgoglio riconoscerci, era chiamato a diradare le nubi addensate all’orizzonte dopo la sconfitta con Alcaraz nell’apocalittica finale di Parigi, la precoce eliminazione al torneo di Halle, il salvataggio rocambolesco causa infortunio di Grigor Dimitrov che due giorni fa qui a Wimbledon lo stava dominando nel gioco, il dubbio di aver sbagliato il momento per licenziare il preparatore atletico Marco Panichi e il fisioterapista Ulises Badio. Tutti fantasmi convenuti sul campo 1 (curiosamente non il centrale), alleati del temibile mancino Ben Shelton che aveva regolato in quattro set un encomiabilissimo Lorenzo Sonego. Al contrario, Cobolli fronteggiava senza pressioni di sorta il suo idolo storico di 15 anni più vecchio di lui, ma presentatosi in grande spolvero. Flavio aveva fin qui disputato un ottimo torneo, potendo esibire gli scalpi dell’emergente Jakub Mensik e dell’esperto e ostico Marin Cilic.
Dopo le poco probanti vittorie nei primi tre turni con avversari modesti e la deludente esibizione contro Dimitrov, anche a causa dell’infortunio al gomito che fin dal primo gioco ne ha condizionato il rendimento («10 km in meno sia nel servizio che con il dritto») per Jannik, Shelton è un avversario impegnativo. Dotato di un servizio potente, di un ottimo dritto e atleticamente esuberante. Un bel banco di prova, anche se i precedenti sono 5 a 1 in favore di Sinner. L’inizio è una partita a scacchi. Jannik non appare condizionato dall’infortunio al gomito. Tiene la battuta con relativa facilità e mette in mostra un gioco ordinato e redditizio, basato sul ritmo e la profondità dei colpi. Qualche sbavatura invece per l’istintivo Shelton, finché si arriva al tiebreak: sotto 0 a 2, il campione altoatesino infila sette punti consecutivi e incassa il primo set nel quale ha limitato a zero gli errori gratuiti. Nel primo gioco del secondo set però deve subito annullare due palle break che, se trasformate, avrebbero sicuramente galvanizzato l’avversario. Shelton si tiene in corsa grazie agli ace, ma il tennis di Sinner è solidissimo. Rispetto ai match precedenti l’italiano sembra un altro giocatore: lucido, concentrato, pragmatico. Un brivido percorre il team quando, dopo aver steccato un dritto in risposta, si tocca il gomito e nel suo turno di servizio commette più errori che nel resto del match giocato finora. Ma è un attimo. Jannik si ricompone e ritrova i suoi colpi, insistendo sul rovescio dell’avversario che gli porta diversi punti. Il break al decimo gioco vale la conquista del secondo set. La partita sembra mettersi in discesa. Il campione altoatesino concede meno all’avversario e sa giocare meglio i punti decisivi. Si va avanti e il finale sembra scritto. Il gatto sa come incastrare il topo. Che infatti non ha scampo. Al decimo gioco, la prima palla break è anche un match point. Ne serviranno altri due per aggiudicarsi l’incontro, approdare alla semifinale, unico giocatore italiano ad arrivarci per due volte sul verde di Wimbledon.
Cobolli parte bene, pur dovendo salvare palle break quasi in ogni turno di servizio, finché deve cedere nell’ottavo game e Djoko va a servire per il set. Ma la reazione di Flavio è da campione e sorprende l’ex numero 1, ottenendo il controbreak immediato. Davanti al suo mito, il tennista romano gioca senza timori reverenziali e conquista il tiebreak con due ace consecutivi. Il secondo set è quasi senza storia. Dopo aver strappato il servizio all’avversario, Nole fila via fino al 6-2. C’è più battaglia nei due set successivi, che Djokovic si aggiudica per 7-5 e 6-4. A Cobolli non sono mancate le occasioni per ribaltare il pronostico in favore di un giocatore infinito di 38 anni e con sette vite a disposizione. A domarlo ci proverà Sinner domani.

 

La Verità, 10 luglio 2025

Carlos re di Parigi dopo una partita che è già storia

Una guerra sportiva. Una partita epica. Un thriller con colpi di scena a raffica. La rivalità più accesa ed entusiasmante che lo sport mondiale annovera ha offerto uno spettacolo straordinario. La prima finale di uno Slam tra Jannik Sinner e Carlos Alcaraz la vince il numero 2 del mondo che conferma il successo di un anno fa qui sul Phlippe Chatrier di Parigi e ribadisce la sua supremazia sulla terra rossa. Una partita che resterà nella storia del tennis. I tre match point non sfruttati nel quarto set Jannik se li sognerà a lungo. Il campione italiano ha pagato la lontananza di tre mesi dalle competizioni e il fatto di non essere stato messo alla prova, salvo che da Novak Djokovic, dagli avversari precedenti avendo vinto tutti i set disputati. Più la partita diventava una maratona muscolare più le sue probabilità di vittoria diminuivano. Anche la sua corsa per il Grande Slam s’interrompe.

Dopo il ghiotto antipasto del doppio, primo Slam conquistato dalla formidabile coppia formata da Jasmine Paolini e Sara Errani, in questo momento la più forte in assoluto sulla terra battuta (Roma 2024 e 2025 e, sullo stesso campo di ieri la medaglia d’oro delle Olimpiadi), ecco il piatto forte di giornata. Jannik contro Carlos. La Volpe rossa contro il Lupo nero. Equilibrio e solidità contro varietà e passione. Sinner più forte di testa, Alcaraz sul piano atletico.

Si parte subito con il piede sull’acceleratore. Il primo gioco del match è già un romanzo, manifesto del match che seguirà. Sinner deve annullare tre palle break prima di aggiudicarselo dopo 12 minuti. Jannik non è fluidissimo, sente la partita, il servizio non lo assiste e al quinto gioco subisce il break, ma subito ritrova il 3 pari. Entrambi giocano meglio quando rispondono, questo spiega le numerose palle break. Finalmente l’altoatesino si sblocca, tiene il servizio a zero e al decimo gioco si prende il primo set. È una partita tattica, più mentale che fisica e più congeniale al numero 1 che evita di sollecitare il dritto dell’avversario e dal 4 pari vince 5 giochi di fila portandosi sul 3 a 0 nel secondo. 13 a 11: Sinner ha più vincenti dello spagnolo. Ora la prima entra con continuità e i suoi turni filano veloci. Alcaraz non entra piu in campo per rispondere alla seconda. Anzi, è lui a perdere la prima e a commettere un paio di doppi falli. Ma resta in partita e con le smorzate cerca di mischiare le carte. Jannik non concede nulla, dà sempre peso e profondità ai suoi colpi per togliere a Carlos il tempo per ricamare. Sul 5 a 3 per Sinner al servizio, Carlos va 0-30 e poi fa il controbreak. Lo spagnolo alza il livello e il pugno vincente. La Volpe rossa si concentra sul suo tennis e all’undicesimo gioco sciorina tutto il repertorio, dritto lungolinea, smorzata, pallonetto e poi ace per portarsi 6 a 5. Al tie break Jannik si porta 4 a 2 con un dritto lungolinea che gela lo spagnolo. Alla terza occasione Sinner incamera il secondo set. La partita non è finita, ma ora, per prendersela, Alcaraz deve vincere tre set consecutivi, e Sinner, che non ne ha ancora ceduto uno in tutto il torneo, dovrebbe perderli. Il terzo set inizia con break e controbreak. Carlos deve inventarsi qualcosa, magari sfruttando il calo dell’avversario che affiora dopo due set molto lottati. Jannik perde due servizi consecutivi e lo spagnolo sale 4 a 1. Ora Alcaraz è galvanizzato all’idea dell’impresa e il pubblico lo spinge. Sinner perde il primo set del torneo e si va al quarto.

Lo spagnolo urla «vamos» e spara i suoi dritti sul lato destro del rivale che, invece, è in riserva. Ma è sempre lì. Contiene l’esuberanza dell’avversario fino a recuperare un po’ di rapidità negli spostamenti. Al settimo gioco ottiene il break a zero con una meravigliosa smorzata. Poi vince il suo turno e conquista l’opportunità di servire per il match. La Volpe rossa sente il traguardo vicino e conquista tre match point consecutivi sul servizio di Alcaraz. Che però non trasforma. Carlos lo riaggancia sul 5 pari e poi lo supera 6 a 5. Nel tie break, avanti 2 a 0, Sinner rimette in corsa il rivale giocandogli una palla sul dritto da esplodere. Alcaraz serve due ace consecutivi e va a prendersi il quarto set. Non doveva accadere. Il match è completamente girato. Lo spagnolo è impetuoso, l’italiano impreciso. Ma il thriller deve ancora mostrare il suo meglio. Jannik perde subito il servizio, accusa un accenno di crampi. Si rimette in sesto e tenta una resistenza stoica. Alcaraz lo martella di palle corte. Ma lui non demorde e lo riagguanta in extremis sul 5 pari. Si decide tutto in un tie break ai 10 punti. Lo spagnolo è più fresco e sfodera il suo tennis superlativo. Appuntamento a Wimbledon.

 

La Verità, 9 giugno 2025

Jannik pensiona Nole, ma ora si erge Carlitos

Niente terra rossa tricolore. Niente Italia contro Italia, Lorenzo Musetti contro Jannik Sinner. Sarà ancora Italia Spagna, la finale del Roland Garros. Il numero 1 del mondo contro il numero 2 Carlos Alcaraz, originario della Murcia. Un dualismo che il talento di Carrara non è ancora riuscito a incrinare. Al termine di un match, giocato per due set alla pari con Alcaraz, Musetti ha dovuto ritirarsi per un infortunio alla coscia sinistra. Finché è stato bene, Lorenzo, ora sesto nel ranking, ha mostrato un tennis più qualitativo di quello dell’avversario. Dispiace che, come a Monte Carlo, anche ieri Musetti abbia dovuto arrendersi per un problema muscolare, conseguenza del gioco dispendioso cui l’aveva costretto Alcaraz. Per diventare un campione c’è ancora un po’ di «strada da fare». Ma il percorso è tracciato.

Sul Philippe Chatrier ci sono due italiani semifinalisti in uno Slam: non accadeva dal 1960, sempre a Parigi, con Nicola Pietrangeli e Orlando Sirola. Si inizia con la sfida artistica, la terza in due mesi tra Musetti e Alcaraz, a Monte Carlo e Roma ha vinto lo spagnolo. Lorenzo inizia bene, senza patire l’emozione della posta in palio e si vedono più vincenti che errori. In tribuna anche Dustin Hoffman commenta con un wow un tracciante dell’italiano. Meglio non impostare il match sulla potenza, però. Alcaraz è meno baldanzoso del solito. Simone Tartarini, coach di Musetti, sollecita attenzione nei «colpi d’inizio gioco» per non lasciare l’iniziativa all’avversario. Quando entra la prima, Musetti vince facile il punto. Sul 5 a 4 per Lorenzo, le prime due palle break concesse da Alcaraz sono altrettanti set point: un errore di dritto dello spagnolo consegna il primo set all’italiano.
In questa primavera sul rosso Musetti è definitivamente sbocciato. Tartarini ha dato concretezza e ordine tattico all’enorme talento del suo giocatore, a volte tentato dai virtuosismi. La condizione atletica sembra sorreggerlo anche in difesa. Il tennis di Lorenzo ha una definizione superiore a quella di Carlos. Del quale, però, bisogna attendere la reazione. Che puntualmente arriva. Con un dritto sulla riga di fondo e una controsmorzata millimetrica lo spagnolo conquista il break. Ma Musetti gli strappa di nuovo il servizio e pareggia. Si va al tie break: Alcaraz deve vincerlo se non vuole trovarsi sotto di due set e allora sale di livello. Dopo un errore di Musetti, un nastro amico porta lo spagnolo sul 5 a 1. Siamo un set pari, ma il tie break è la svolta. Musetti accusa una lesione muscolare alla coscia sinistra. Il terzo set finisce in un battito di ciglia. Inevitabile il ritiro per non mettere a rischio il seguito della stagione.

All’ora dell’aperitivo va in scena la semifinale titanica, il maestro contro l’allievo che l’ha superato (tra i quali si è stesa un po’ di ruggine per le dichiarazioni dell’ex numero 1 sul caso Clostebol): il bilancio fra Sinner e Novak Djokovic è di 4 vittorie a testa. Sulla terra l’esperienza conta, ma i duellanti giocano un tennis a specchio, solo che Jannik fa tutto un filo meglio ed è più giovane di 15 anni. Il piano del serbo è evitare gli scambi lunghi, ricorrendo alla smorzata. Ma anche se il dritto è un po’ impreciso, al quinto gioco l’italiano ottiene il break. Perso il primo set, il diabolico Djoker inizia a colpire meglio. Per lui è obbligatorio vincere il secondo set, ma dopo un’altra smorzata inefficace, subisce il break al settimo gioco. Però la prima latitante di Sinner gli consente di rientrare sul 5 pari. Adesso i vincenti si susseguono e dopo due ace, uno con la seconda, Jannik si prende anche il secondo set. Davanti a Nole, che ha rinfoderato le palle corte, c’è l’Everest. Anche perché il servizio dell’italiano ora funziona. Il decimo gioco è un romanzo: Nole non trasforma tre set point, contesta una chiamata out dell’arbitro, vince con uno smash il punto successivo, ma il gioco se lo prende Jannik. Si arriva al tie break e Sinner che sa giocare al meglio i punti decisivi, se lo aggiudica. Grande onore allo sconfitto, «il migliore della storia del nostro sport», garantisce Jannik. Che è approdato alla finale senza aver perso un set.

Domani sul Philippe Chatrier, dopo il doppio femminile con Jasmine Paolini e Sara Errani, toccherà a lui vendicare Musetti. Sarà la prima volta che Sinner e Alcaraz si sfideranno in una finale slam. Lo spagnolo potrà difendere il successo del 2024 e rimarcare la sua supremazia sul rosso. Per Sinner sarà un match per continuare a puntare al Grande Slam.

 

La Verità, 7 giugno 2025

Jannik, Matteo and Co: è la Davis degli amici

Testa di Jannik Sinner più grinta di Matteo Berrettini fanno Coppa Davis bis. Per il secondo anno di fila siamo in vetta al mondo del tennis. E alziamo al cielo la preziosa Insalatiera. Merito di un gruppo unito, senza gelosie, guidato da Filippo Volandri, coraggioso a preferire contro l’Argentina il doppio «dream team» a quello composto da Simone Bolelli e Andrea Vavassori che quest’anno aveva disputato due finali slam. Si conclude con questo bellissimo successo il 2024 spaziale del tennis italiano che comprende anche la conquista della Billie Jean King cup, la Davis femminile. Un gruppo con caratteristiche precise che consacra soprattutto loro due, Jannik e Matteo. Il leader umile, il numero 1 ambizioso che vuole migliorare, il fuoriclasse che cerca ancora di imparare. E l’amico, il partner rinato, dopo un periodo di appannamento a causa di guai fisici. Uno che si era già issato al numero 6 del ranking, con una finale a Wimbledon nel 2021.

Sinner e Berrettini hanno vinto un’altra volta la Coppa Davis. Il secondo anno consecutivo. Per la verità, l’anno scorso Matteo era stato spettatore dell’apoteosi di Jannik che, per rincuorarlo, aveva stretto con lui un patto: «L’anno prossimo la rivinceremo insieme». Promessa mantenuta. Superati nel girone Belgio, Brasile e Olanda (con Flavio Cobolli, Matteo Arnaldi, Bolelli e Vavassori oltre a Berrettini), a Malaga abbiamo battuto in sequenza Argentina, Australia e di nuovo Olanda. «Siamo contenti di aver conquistato un trofeo di questa importanza da condividere con tutto il popolo italiano», la dedica finale di Jannik.

Oggi Sinner appare un campione quasi imbattibile. Sabato, dopo la nona sconfitta consecutiva in altrettanti incontri, Alex De Minaur l’ha definito «un puzzle impossibile da risolvere». Ieri, contro il numero 1 orange, il determinato Tallon Griekspoor, quando affiorava qualche sintomo di stanchezza al termine di una stagione lunghissima sempre al vertice, ha fatto appello alla sua forza mentale per giocare meglio i punti decisivi nel tie break al termine di un primo set complicato. Dopo un colpo di coda a inizio del secondo, con break e contro break consecutivi, Jannik non ha mollato la presa e ha strappato il servizio a Griekspoor proprio quando sembrava ritrovare spavalderia. Con freddezza e lucidità l’ha spento, rimettendo le mani sull’Insalatiera.

Con un fuoriclasse così, si parte sempre dall’1 a 0, perciò il match decisivo è quello che disputa l’altro singolarista. Contro Botic van de Zandschulp, Berrettini ha ottenuto il break a zero al nono gioco, quando l’avversario ha smarrito la prima di servizio. Nel secondo set il game di svolta è stato il terzo. L’olandese era avanti 40 a 0, ma Matteo è risalito con due passanti, due dritti sulla riga per conquistare la parità, poi un lungolinea che ha incenerito il rivale che ha ceduto il gioco con un eloquente doppio fallo. Da lì è stata una partita in discesa, nobilitata da una grandinata di ace e dritti abrasivi. 6-4 6-2 il risultato finale contro un giocatore che nel girone di Bologna lo aveva fatto sudare parecchio. Dopo un periodo di problemi, infortuni e anche la tentazione di mollare tutto, Berrettini è tornato il giocatore che avevamo ammirato fino a un paio di stagioni fa. Più maturo e consapevole, però.

Dietro Jannik e Matteo, il leader e il gladiatore, il predestinato e il martello, c’è la forza del gruppo. «Tutte le sere ci riuniamo a discutere equilibri, decisioni, scenari. Ogni scelta è condivisa dal team», ha rivelato Berrettini. È la vittoria della fiducia e della positività. Di un leader che contagia chi gli sta intorno. Matteo l’ha raccontato dopo il successo in doppio con l’Argentina: «Jannik è un ragazzo speciale, anche se è il numero 1 si comporta con l’umiltà dell’ultimo arrivato. Sto prendendo spunto dalla sua voglia di migliorare sempre. Uno così lo guardi e ti domandi in cosa potrebbe crescere ancora, eppure lui cerca di fare sempre di più. È un’ispirazione». Basta pensare alla concentrazione, alla tenuta mentale, all’equilibrio di questo ragazzo di 23 anni che gioca, continuando a migliorarsi, pur avendo in un angolo della testa il fantasma del ricorso presentato dall’Agenzia mondiale antidoping (Wada) al Tribunale arbitrale dello sport (Tas) sul caso del Clostebol, l’agente chimico contenuto in un farmaco usato dal suo fisioterapista per medicare una ferita, e finito per uno 0,1 milionesimo di grammo per litro nel suo organismo. Sono talenti anche l’equilibrio, la concentrazione, l’autocontrollo. Chi conosce il tennis lo sa. E capisce quale tesoro sia avere con noi un ragazzo così speciale. Così adesso siamo la nazione più forte, il Paese con il movimento tennistico più vincente del pianeta. Considerando anche i successi di Jasmine Paolini, numero 4 del mondo, finalista a Parigi e a Wimbledon, il fortissimo doppio con Sara Errani (medaglia d’oro alle Olimpiadi di Parigi), con Lucia Bronzetti, Elisabetta Cocciaretto e Martina Trevisan, capitanate da Tathiana Garbin, fresche vincitrici della Davis femminile.

Godiamoci queste vittorie, belle e piene di contenuti. Con la fiducia che potranno arrivarne altre.

 

La Verità, 25 novembre 2024

Sinner, ragazzo speciale, è il Master del 2024

Ormai è chiaro, Jannik Sinner ha qualcosa di diverso. Più precisamente, è qualcosa di diverso. Una persona speciale. Non solo un atleta speciale, che fa cose straordinarie sul campo da tennis. Ieri sera il numero 1 del mondo si è aggiudicato il primo Master della sua carriera dominando Taylor Fritz per 6-4 6-4 con una gragnola di ace e bissando il risultato della partita di round robin. Un torneo vinto senza perdere un set, non accadeva da 40 anni. Anche ieri sera come sabato, al termine del match vittorioso contro Casper Rudd, numero 6 del ranking, il pubblico non la smetteva di applaudire, di tributargli cori: olè olè olè Sinner, Sinner… Stento a ricordare un’immedesimazione così piena degli sportivi nel proprio idolo. Il fatto è che, oltre ai miglioramenti apportati nel gioco, con un talento più vicino a quello di Novak Djokovic che a quello di Roger Federer, di cui ancora non conosciamo i limiti, il campione altoatesino sta cambiando il concetto di fuoriclasse in tutto ciò che fa quotidianamente.

Per descrivere la sua diversità, il vocabolario cosmico è quello cui più ricorrono i commentatori: «Ci ha portato sulla luna», ha detto Paolo Bertolucci. Un campione di un altro pianeta. Un alieno. Un marziano. Un superuomo. Forse solo un ragazzo toccato dalla grazia. O, se preferite, una persona nella quale la natura si esprime in modo particolarmente felice. Detto dei miglioramenti tecnici nel gioco, dal servizio alla volée, dalla tenuta fisica al giocare meglio i punti decisivi come dimostra il 75% dei tie break vinti quest’anno, 14 degli ultimi 15, Sinner è super anche sul piano mediatico. Ieri, a conclusione delle Atp Finals disputate a Torino, dove rimarranno altri cinque anni, il sindaco Stefano Lo Russo ha annunciato di volergli dare la cittadinanza onoraria perché «è veicolo di buon tennis ma anche dell’immagine della città».

Guardiamo il pubblico. Non ho ricordi di un campione che abbia influenzato i tifosi fino a farli agghindare con parrucche e outfit intonati al color carota dei suoi capelli. Sono felici di identificarsi in lui non solo perché ha un rovescio al fulmicotone. Ma per la spontaneità che trasmette in tanti gesti. La stessa che gli fa dare il cinque a un raccattapalle. Che gli fa tenere l’ombrello al posto della hostess in una pausa di gioco. Che lo fa portare acqua, ghiaccio e asciugamani a una spettatrice in difficoltà per un colpo di calore. Che lo fa giocare a tennis con un atleta in sedia a rotelle. Gesti semplici e inusuali nel circuito milionario del tennis. «Non sto salvando l’umanità», li ha ridimensionati lui. Al di là dell’empatia e dell’umiltà tipiche di un ragazzo nato a un passo dal confine con l’Austria, il numero 1 del mondo è a suo modo innovatore anche nel rapporto con i media. Giovedì scorso il suo match contro Daniil Medvedev, disputato a passaggio del turno già praticamente acquisito, ha conteso un po’ di audience alla partita della Nazionale di calcio contro il Belgio per la Nations League programmata allo stesso orario. È finita 6,8 milioni di spettatori per l’Italia a 2,8 per Sinner (sommando gli ascolti di Rai 2 e Sky Sport). Ma quello che conta è che si sia fatto il raffronto, che ci sia stata partita tra uno sport ultrapopolare e un altro ancora un filo elitario. Merito di questo extraterrestre entrato nelle preferenze degli italiani e non solo. Persino gli spot pubblicitari quando c’è lui strappano un sorriso grazie alla sua autoironia. Come quello di un importante marchio di caffè ambientato sul set dello spot stesso che, a causa del suo perfezionismo, gli fa chiedere ulteriori prove che esasperano gli operatori. O quello di un marchio bancario in cui fa ingresso roteando la racchetta sul campo da tennis al fianco di un bimbo titubante e che, rinfrancato, si accinge a battere per dare inizio alla partita di doppio.

Certo, non bisogna esagerare con gli elogi, rischiando di nuocergli. Ma si possono riconoscere i pregi di un campione nel quale ci riconosciamo e del quale possiamo andiamo fieri nella sua interezza.

 

La Verità, 18 novembre 2024

«In Zamora racconto come si vince la timidezza»

Una storia sana, sorridente e di superamento del limite. Una storia ambientata nella Milano prima di quel Sessantotto che ingrigì lo slancio del boom e del beat, la leggerezza della lambretta e della minigonna, la positività di Il mondo di Jimmy Fontana. C’è tutto questo in Zamora (dal nome di un leggendario portiere spagnolo ndr), film tratto dal romanzo di Roberto Perrone, giornalista e scrittore morto prematuramente poco più di un anno fa al quale è affettuosamente dedicato. Prodotto da Pepito, diretto dall’eclettico Neri Marcorè qui all’esordio da regista, con un cast indovinato, è uno di quei film che ha nel passaparola la migliore promozione.
Marcorè, finora nei suoi profili si leggeva «attore e imitatore», bisogna aggiornarli con una terza voce?
«Direi di sì, il debutto alla regia è un dato di fatto».
È stata la storia che ha trovato lei o il contrario?

«È stata la storia che, attraverso vari passaggi, mi ha indotto al debutto. Pensavo fosse adatta al mio modo di raccontare, peraltro tutto da sperimentare».
Aveva già deciso di dedicarsi alla regia?
«Da alcuni anni, ma l’idea si è concretizzata quando ho proposto il romanzo di Roberto Perrone al produttore Agostino Saccà».
Paola Cortellesi, Claudio Bisio, Claudia Gerini e ora lei, tanti attori e attrici che passano dietro la camera da presa sono una coincidenza?
«Credo sia un legittimo prolungamento dell’esperienza acquisita da interpreti. A un certo punto viene la curiosità di misurarsi con la direzione di altri colleghi e colleghe, di gestire una macchina complessa e affascinante come quella del set».
È la voglia di provare un’esperienza diversa, la ricerca di una nuova carriera, un senso di maggior sicurezza nell’auto-dirigersi?
«Innanzitutto, è un desiderio fine a sé stesso. Poi il futuro dipende dal presente. E considerato che per me è stata un’esperienza anche umanamente molto positiva vorrò ripeterla. Mi invogliano a farlo il gradimento che riscontro alle proiezioni e la gente che mi chiama per dirmi che apprezza tantissimo il film. Dopo questo risultato l’idea di farne un altro è naturale. Anche se non mi pongo tempi e scadenze».
Conosceva i libri di Perrone o lui personalmente?
«Ho conosciuto prima Zamora, che ho letto vent’anni fa. Poi ho conosciuto lui e siamo diventati amici. Infine, ho letto tutto di lui, mi piaceva molto come scriveva».
Che rapporto avevate?
«Parlavamo di libri, di cucina, di sport… Quando ci siamo ci siamo incontrati, anche se non ci vedevamo spessissimo, abbiamo cominciato a chiacchierare e a condividere le cose della vita».
Gli sarebbe piaciuto il suo adattamento? E alla moglie è piaciuto?
«Perrone aveva letto la sceneggiatura e si era commosso, perciò avrebbe apprezzato il film che ne è diretta conseguenza. La moglie e i figli l’hanno visto a un’anteprima a Milano ed erano molto contenti».
A lei che cosa è piaciuto di Zamora?
«Parla dell’inadeguatezza che attanaglia la vita del protagonista. E siccome, in qualche momento capita di sentirsi inadeguati, è una storia che in qualche modo ci riguarda tutti».
Chi è Walter Vismara?
«Un giovane uomo che proprio a causa di questa inadeguatezza preferisce non gettarsi nella mischia. Ma è la vita stessa che lo chiama a buttarsi. Capita a tutti di imbatterci in situazioni che non avevamo previsto e alle quali dobbiamo adeguarci attraverso scelte e comportamenti che non immaginavamo».
È l’antesignano dei nerd di oggi, uno sfigato che si riscatta, uno che capisce che non vuole avere rimpianti?
«Non è affatto uno sfigato, perché ha la sua zona di conforto dalla quale non vorrebbe uscire per evitare sorprese. È un calcolatore, come il suo mestiere induce a pensare».
Il calcolatore da contabile che si porta sottobraccio gli dà sicurezza?
«È un simbolo di questo suo atteggiamento».
Con la timidezza come la mettiamo?
«Fa parte del suo carattere. È sia causa che effetto dell’inadeguatezza che non lo aiuta nelle relazioni sociali».
Lei è timido, Marcorè?
«
Lo sono stato molto, da ragazzo. C’è molto di me adolescente in quel personaggio».
Avrebbe potuto interpretarlo lei?
«Se fosse stato un progetto di vent’anni fa, sì. A distanza di tempo ho preferito ritagliarmi un altro ruolo e dedicarmi alla regia».
Neri è un nome originale o un diminutivo?
«È così all’anagrafe. Era il nome di un amico di mio padre quand’era piccolo».
Le imitazioni aiutano a superare la timidezza?

«Sì, soprattutto nei primi anni di gioventù sono state un aiuto. L’importante è non restarci troppo dentro».
Come si arriva da Porto Sant’Elpidio, un paese di 25.000 abitanti delle Marche, a dirigere un film di successo?
«Un passo alla volta, dandosi il tempo di crescere e cercando sempre nuovi obiettivi, facendosi guidare dalla curiosità e senza troppi timori di sbagliare».
Che è anche un tratto del carattere delle persone timide?
«Potrebbe esserlo. Ma anche le persone timide sanno essere molto determinate. Anzi, a volte quelle che sembrano molto sicure fanno sempre la stessa cosa, proprio per paura di sbagliare».
Ha avuto dei maestri?
«Nelle diverse forme espressive se ne trovano tanti. A volte anche di cattivi, utili a capire dove non andare. Parlando di cinema un maestro è stato sicuramente Pupi Avati».
Ha recitato in tre suoi film e in uno di Walter Veltroni con il quale ha collaborato all’inizio del Pd: in questa regia c’è più Avati o più Veltroni?
«C’è Neri Marcorè. Non mi sono ispirato a nessuno, ho cercato di trovare il mio linguaggio, la mia sensibilità, il mio gusto per le cose. Imparo da tutti, senza voler emulare nessuno».
È un film che rischia la nostalgia, i promettenti anni Sessanta?
«Non direi. Si racconta una storia ambientata in quegli anni che possono generare nostalgia in chi li ha vissuti, ma non punta sulla nostalgia».
Nel cast c’è la ricerca dei caratteri: com’è arrivato ad Alberto Paradossi?
«Con un provino nel quale mi ha conquistato».
Cavazzoni, il suo personaggio, è ispirato a Ricky Albertosi anche se una delle sue imitazioni più riuscite era quella di Dino Zoff?
«È ispirato a quei campioni del passato che avevano un certo spessore umano. Se dovessi citare un riferimento farei il nome di Enzo Bearzot, espressione di un modo di essere sportivi al Nord, quando ancora non c’era il divismo».
Anche Cavazzoni ha bisogno di una seconda chance?
«L’amicizia con Vismara è una possibilità per ritrovare dignità e risalire la china».
Tutto raccontato anche con la musica di Umberto Bindi e Jimmy Fontana.
«La musica degli anni Sessanta ha fatto sognare, commuovere, innamorare, gioire. Credo che la colonna sonora integrata da Pacifico sia molto evocativa».
Avendo imitato a lungo Zoff, di portieri se ne intende?
«È una coincidenza. Più che altro trovo interessante il ruolo di una figura isolata in uno sport di squadra».
A differenza degli altri giocatori non ha possibilità di recupero?
«È il ruolo di maggior responsabilità della squadra. Non a caso ci si chiede se portieri si nasce o si diventa».
Vismara decide di diventarlo quando trova uno che gli dà fiducia e lo stima più di sé stesso?
«C’è bisogno di trovare o dentro di sé o nell’affetto degli altri qualcuno che ti induca a prendere in mano la tua vita senza restarne fuori».
Come mai ha scelto una storia senza risvolti ideologici per debuttare?
«Mi attraeva raccontare questo personaggio nel quale rivedevo me stesso adolescente. E anche il passaggio dalla provincia alla città come quello che ho vissuto con il mio lavoro».
Qui al centro c’è il calcio, ma lei ama il tennis e lo pratica?
«Sì».
Jannik Sinner le piace più come tennista o come persona?
«Tutti e due. Perché devo scegliere? Le due cose si integrano. È un bravo tennista perché ha una forte mentalità. È forte di testa e anche sul campo».
Che cosa dice all’Italia di oggi un campione così?
«Che si possono raggiungere risultati eccellenti attraverso l’umiltà e l’ambizione, due doti non in contraddizione».
E che cosa dice l’Italia vintage di Zamora a quella di questi anni Venti?
«Due cose. La prima, che essere brave persone porta a essere gratificati nella vita. E la seconda, che non bisogna avere fretta, ma lasciare che siano i tempi commisurati alla nostra natura a guidare le svolte».
È un film che sfiora la carineria?
«Credo ci siano tutti gli ingredienti, personaggi meno gradevoli e altri impacciati che possono risultare teneri. È un racconto che propone uno spaccato di persone nel quale ci si può ritrovare. Non mi pare prevalga la descrizione di un quadro rosa. È una commedia che fa anche molto ridere. La gente esce dal cinema col sorriso».
Il cavalier Tosetto, imprenditore brianzolo e patron della squadra di calcio aziendale è un antesignano di Silvio Berlusconi?
«Bisognerebbe chiederlo a Perrone. Personalmente non mi sono ispirato a lui né nella scrittura né nella direzione sul set. Possono esserci somiglianze anche con altri imprenditori entrati nel mondo del calcio».
Come mai il film non è in programmazione proprio a Porto Sant’Elpidio?
«Questo andrebbe chiesto all’esercente del cinema. Comunque, è proiettato nelle sale del comune confinante».
L’industria cinematografica italiana si sta davvero fermando?
«Non lo so, purtroppo. In un momento in cui ci si aspetta il successo da un certo tipo di film poi si ha la sorpresa di trovare altre opere vincenti al botteghino. In questi ultimi mesi vedo che c’è meno lavoro. Non so da cosa dipenda, ma è un dato di fatto».
Fa bene il ministro Gennaro Sangiuliano a rivedere i criteri dei finanziamenti al cinema che spesso negli ultimi anni hanno sostenuto opere che in sala non trovavano il pubblico?
«Da una parte penso che l’ideologia politica non dovrebbe influenzare la creatività artistica. Dall’altra che sicuramente serve un criterio più attento nel selezionare le opere che meritano di essere sostenute. Ma azzerare le agevolazioni non credo sia una mossa vincente perché il cinema è un’industria. E, se ci si crede, genera guadagni economici oltre che culturali».

 

La Verità, 13 aprile 2024

Grazie a Sinner, campione nel quale riconoscersi

La pasta non è venuta perfetta. Bisognerà riprovarci. Dosare meglio gli ingredienti, il sale, i pomodorini, la cottura: secondo la metafora di Jannik Sinner. Si può ancora migliorare. Stasera c’è stato un po’ di appannamento fisico ed è mancata forse un pizzico di fiducia nel piano partita. Soprattutto nella prima parte, Novak Djokovic è parso un muro invalicabile. Con un doppio 6-3 il campione serbo si è laureato Maestro dell’anno per la settima volta. Questo genere di match bisogna essere abituati a giocarli. A Jannik è mancato il guizzo finale. Ma per il nostro giocatore, che ha disputato uno splendido torneo, il successo è solo rinviato. Un altro passo verso la vetta è stato fatto e se continuerà a lavorare con la determinazione dimostrata in quest’ultimo anno e mezzo, il vertice non potrà sfuggirgli. Il tempo, la serietà, l’applicazione e la qualità del team composto da Simone Vagnozzi, Darren Cahill e Umberto Ferrara sono dalla sua parte.

Che la finale sarebbe stata una partita diversa da quella di qualche giorno fa lo si era intuito dal modo in cui Djokovic aveva liquidato Carlos Alcaraz, concedendogli solo cinque games. Stavolta il numero 1 del mondo giocava davanti ai suoi bambini seduti in tribuna. Una motivazione in più, che lo ha aiutato a stare concentrato e a non lasciarsi andare a polemiche nei confronti del pubblico schierato con il beniamino di casa. A volte sono certi dettagli, che tali non sono, a fare la differenza. Il campione è sempre una persona. Lo ha detto anche Sinner di sé stesso. «Quello che faccio in campo dipende dalla persona che sono fuori dal campo». Parole consapevoli, che forse spiaceranno a qualcuno abituato a separare il fattore tecnico dal fattore umano.

Il match di ieri era particolarmente interessante perché per la prima volta Djoker il cannibale e Jannik Capel di carota si sfidavano in una finale. Due campioni che si assomigliano sia nel gioco che nel temperamento. Nel gioco: solidità da fondo campo, colpi di base senza punti deboli, ritmo, grandi qualità difensive, capacità di esprimersi in tutte le parti del campo, buona disposizione per le variazioni, doti tattiche. Nel temperamento: concentrazione, tenuta nei momenti difficili, autocontrollo e capacità di nascondere le emozioni (su questo Sinner è persino superiore, totalmente privo di tic e scaramanzie). Ecco perché, in un certo senso, quando si incontrano Novak e Jannik si assiste a un match allo specchio.

Parte a servire Djokovic e si ha subito la sensazione della partita a scacchi in cui ogni colpo è studiato per comandare lo scambio. Nei primi due giochi Djokovic scaglia quattro ace e da fondo non concede niente. Sinner sembra intimorito, meno brillante dei giorni scorsi e al quarto gioco subisce il break da 40-15 con un dritto sulla riga invece chiamato fuori (e Sinner non chiede la verifica). La differenza la fanno la percentuale di prime di servizio e il numero di ace: 7 a 3 per Novak. Il break subito in apertura del secondo set arriva quasi come una sentenza. Jannik rischia di subire anche il secondo, ma resta aggrappato al match, nella speranza che l’avversario abbia un calo, soprattutto nel servizio. L’occasione si presenta sul 15-40 del sesto gioco, servizio Djokovic, ma con tre prime palle il serbo si porta sul 4 a 2. Il settimo gioco è interminabile, Sinner prova soluzioni alternative, attacchi in contro tempo e palle corte. Anche Djokovic spreca qualche occasione a rete. Sembra esserci ancora una partita e sullo 0-30 arriva un’altra occasione per rientrare, ma Sinner mette in rete la risposta a una seconda di servizio. L’opportunità svanita è il tramonto della partita. La prossima volta la pasta verrà ancora meglio, ma già quella di questa settimana è di grandissima qualità.

Dobbiamo essere grati a questo ragazzo che gioca a tennis con la leggerezza dei suoi 22 anni, ma con la maturità e la disciplina di un veterano. Abbiamo un campione nel quale specchiarci. Jannik è un fuoriclasse formidabile. Un talento di tecnica, di concentrazione e forza mentale. Talento e regolatezza. Djokovic è il campione che conosciamo da tanti anni e non ha alcuna intenzione di cedere il trono. Appuntamento la prossima settimana alla Coppa Davis.