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«I due Matteo e la sindrome da padreterno»

Buongiorno Enrico Mentana, il 19 ottobre Matteo Salvini ha convocato in piazza del Popolo a Roma una manifestazione del centrodestra mentre a Firenze Matteo Renzi sarà protagonista della prima Leopolda di Italia viva. Sta nascendo un nuovo bipolarismo?

Assolutamente no. Aldilà delle omonimie, sta tornando qualcosa di diverso che è il sistema proporzionale. Come abbiamo visto in quest’anno e mezzo si passa con una certa facilità da un’alleanza all’altra, con poche concessioni alla politica profonda e molte alla tattica.

Un Matteo è di destra, arrogante, vendicativo, egocentrico, iper ambizioso…

L’altro è Salvini. Diciamo che sono entrambi egocentrici, ma il loro carattere mi interessa poco. Mi sembra più rilevante il fatto che, a tre anni di distanza, abbiano commesso lo stesso errore di sentirsi troppo uomini forti in grado di fare a meno di tutti gli altri.

Uno è molto a suo agio nelle manovre di palazzo, l’altro predilige spiagge e spianate della bergamasca.

Ognuno è figlio della propria storia e del proprio movimento. Non importa dove si muovano meglio. Conta la somiglianza delle parabole di due uomini fortissimi, sbalzati dopo elezioni europee stravinte. Anche il rottamatore si era imposto contro il palazzo.

Da quale dei due comprerebbe un’auto usata?

Ho la fortuna di non avere la patente.

Quanto conta in politica la credibilità?

Ovvio che conta e che qui non se ne veda molta. Uno ha scandito «mai con i 5 stelle» e poi ha proposto l’alleanza con loro, l’altro diceva «basta con i 5 stelle» ma, vista la mala parata, ha offerto a Luigi Di Maio il posto di premier. Sembrano giocatori di biliardo che annunciano un tiro, ma mandano la palla in buca con un altro. Più che sulla tattica, la credibilità andrebbe misurata su tempi lunghi e proposte sostanziali.

I due Matteo si scontrano per polarizzare lo scenario e far fuori Giuseppe Conte e Di Maio?

Uno però parte da un decimo di consensi dell’altro e quindi ha più convenienza.

Le elezioni aspettano almeno fino alla tornata di nomine di primavera?

Molto di più.

Di sicuro c’è che il duello in tv avverrà da Bruno Vespa.

Sarò contento di vederlo, non sono geloso… L’ultimo duello elettorale andò in onda proprio da Vespa nel 2006 tra Romano Prodi e Silvio Berlusconi. L’epoca e l’epica dei faccia a faccia è finita insieme al bipolarismo; quando non si svolgono sotto elezioni sono partite quasi amichevoli.

Reduce da un’estate di maratone vincenti, Enrico Mentana continua senza fiatone la narrazione della stagione più tellurica della politica italiana. L’adrenalina è il miglior allenamento e consiglia massimo disincanto. Niente previsioni, dunque: «Fossi matto, chi avrebbe potuto prevedere un filotto così? L’uomo un mese e mezzo fa più potente d’Italia è finito in fuorigioco, il fondatore dei 5 stelle sponsorizza il governo con il Pd, il più acerrimo nemico dei grillini fa un’inversione a U e caldeggia l’alleanza con loro, il M5s molla il partner più a destra dell’arco costituzionale e abbraccia quello più a sinistra, il premier del governo più a destra del mondo occidentale lo rimane con quello più a sinistra dello stesso mondo occidentale. Azzardare previsioni oltre che inutile sarebbe stupido».

Da storyteller della politica, che titolo darebbe all’estate appena finita?

L’estate dei tradimenti. Stagione propizia.

Dopo la nascita di Italia viva, quanto il Conte bis è più fragile?

Non lo so, magari Conte e Renzi diventeranno complici, oppure si odieranno. Renzi era già il plenipotenziario dei gruppi del Pd. Alcuni parlamentari hanno cambiato casacca, magari è un elemento chiarificatore.

È cambiata la composizione del governo.

Da ala del Pd Renzi lo appoggiava, dall’ala del suo partito continuerà a farlo. Credo sia stato più difficile per i 5 stelle passare dall’alleanza con la Lega a quella con Leu.

Quindi Conte sbaglia a preoccuparsi?

Se il governo riuscirà a fare riforme condivise andrà avanti bene, altrimenti no.

Tornando alla credibilità di Renzi, in ordine cronologico: #staisereno a Enrico Letta, se perdo il referendum lascio la politica, #senzadime l’alleanza con il M5s, necessaria l’alleanza con il M5s, lascio il Pd.

L’ultima non è stata un’incoerenza, mentre delle altre mosse abbiamo già parlato a dismisura. D’incoerenze tattiche ce n’è un campionario. Dall’offrire il posto di premier a Di Maio dopo aver detto mai più con il M5s, a proclamare «mai con il partito di Bibbiano» prima di andarci al governo. Le incoerenze gravi sarebbero altre: promettere di abbassare le tasse e poi alzarle o annunciare la difesa della scuola laica e poi promuovere quelle confessionali.

Più che Emmanuel Macron il modello di Renzi è Frank Underwood di House of Cards?

È House of Cards che imitava la politica non il contrario. Non a caso è stato scritto da un consigliere di Margaret Tatcher (Michael Dobbs ndr). Mi stupisci lo stupore: in Parlamento c’è stato chi ha detto che Ruby Rubacuori era la nipote di Mubarak.

Percentuali motivazionali di Italia viva: le nomine delle partecipate, il mercato del centro politico, la difficoltà a passare per la cruna dell’ego, copyright Francesco Rutelli.

Parliamoci chiaro, questo signore ha scalato da fuori il più strutturato partito italiano. Avrà un ego spiccato, ma di politici senza ego ipertrofici ne ho conosciuti pochi. I posti si disprezzano quando non sono i tuoi, mai visto nessuno che abbia detto: li lascio agli altri.

Ho chiesto delle percentuali.

La politica è un mix di ambizioni personali e opportunità strategiche. Credo che Renzi abbia intravisto l’enorme spazio che c’è tra l’attuale governo e il precedente.

Quali errori ha commesso Salvini?

Principalmente credere di essere onnipotente. Lo stesso di Renzi tre anni prima, si chiama sindrome del padreterno. Credeva di avere in mano il gioco mentre aveva solo molte fiches. Entrambi non hanno previsto che tutti gli altri si sarebbero coalizzati contro di loro.

L’ errore principale è stato non votare Ursula von der Leyen?

Quella è stata la conseguenza. Su questo ha ragione Salvini, se l’avesse votata gli avrebbero dato del paraculo. Probabilmente ha pagato il rapporto con Vladimir Putin. Ma adesso, siccome si sta tornando alla Prima repubblica, potrebbe tornare anche il «fattore k» che allora escludeva i comunisti e stavolta potrebbe escludere la Lega. In entrambi i casi c’è di mezzo il rapporto con Mosca.

La richiesta di pieni poteri è stato un altro sintomo della sindrome da padreterno?

È stato il segnale di un linguaggio a cui era slittata la frizione. Altre volte aveva usato espressioni che avevano l’eco del passato. Credo che stavolta volesse solo superare le resistenze che gli impedivano di governare. Ma i social portano all’incontinenza, all’escalation per la quale credi di poter dire tutto. È stato un difetto di padronanza comunicativa e c’era chi aspettava solo quello. Aveva ottenuto la Tav e il decreto sicurezza bis, che altro voleva in pieno agosto?

Il nemico era Conte che in Europa portava avanti un’altra politica?

I fuori-onda di Piazzapulita tra lui e Angela Merkel bisognava mostrarli allora non adesso. Scontrandosi con Conte, Salvini si è dimostrato ingenuo. Quando Grillo, l’artefice del ribaltone, l’ha messo tra gli elevati, Conte è divenuto intoccabile e anche Di Maio, che pure l’avrebbe sacrificato, ha potuto far poco.

Il 22 luglio in un’intervista a Pietrangelo Buttafuoco ha detto che «nel tramonto delle idee Salvini è Maradona». Sono tornate le idee?

No. Maradona è stato trovato positivo all’antidoping della politica.

Le idee che tornano sono il nuovo umanesimo?

Non vedo nessuno in grado di farle tornare. Quando i 5 stelle passano dall’alleanza con il partito più a destra a quella con il più a sinistra non ci sono idee, ma geometrie variabili.

La vista di Conte quale reazione suscita nell’uomo Enrico Mentana?

Mi sembra l’epigono di una genia di grandi tecnici passati sulla scena pubblica. Sta come un pesce nell’acqua. Lo osservavo con Macron, è di quella pasta, sicuramente della stessa sartoria. Un Gianni Letta giovane.

La parola voltagabbana è stata rimossa?

Cosa c’entra con Conte? Non ha un partito…

È premier di due maggioranze opposte.

Le alleanze le ha cambiate il M5s.

Da antisistema a establishment, da grimaldello della scatola di tonno a tonno?

Hanno esaurito il repertorio da apriscatole: il decreto dignità, il reddito di cittadinanza, il taglio dei parlamentari. Cosa resta, lo stile sobrio, il lavoro onesto? In questo momento il M5s è il perno della legislatura, infatti è l’unico partito che resta al governo. Come nella precedente legislatura accadde al Pd e in quella ancora precedente al centrodestra.

Zingaretti ha fatto retromarcia su tutto per le pressioni interne e internazionali?

Zingaretti si è trovato in minoranza perché Renzi e Franceschini insieme controllavano i gruppi e il partito.

Come andranno le regionali?

Aspettiamo di vedere, cominciando dall’Umbria, se l’accordo tra 5 stelle e Pd è uguale, inferiore o superiore alla somma degli addendi.

Dopo le piroette di Conte e Renzi c’è da stupirsi se cresce il disprezzo per il ceto politico?

L’alleanza è stata rotta da Salvini. Se il marito se ne va di casa, non può pretendere dalla moglie che non ci entri nessuno. Il più forte è stato trovato positivo all’antidoping, ma anziché fermarsi ad aspettarlo il calcio è andato avanti.

Si capisce perché la disaffezione dalla politica lievita?

Per noi novecenteschi la politica era sangue e passioni, le nuove generazioni sono più disincantate. Oggi i partiti sono involucri di consenso dei leader che si rivolgono direttamente al popolo con lo smartphone. Salvini lo ha fatto meglio di tutti e ha sbaraccato una certa idea di politica. Se non sapesse tradurre in diretta su Facebook le sue parole d’ordine avrebbe gli stessi consensi?

Ora che l’Italia si è allineata all’Europa i parametri diventano flessibili e favorevoli?

È governata da una forza che in passato ha avuto il presidente della Commissione europea, Prodi, che ora ha il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, ed è alleata dei 5 stelle, i cui voti sono stati decisivi per l’elezione della Von der Leyen. Mi sembra ovvio che ci sia un’apertura di credito. Conte ha lavorato per questo. Se non hai più come vicino di casa uno che vuole sfasciare tutto, usi meno chiavistelli.

Non c’è qualcosa di artificioso in questi parametri e barriere, qualcosa di lontano dalla vita reale?

Adesso si avvicina anche l’accordo sulla ripartizione dei migranti. Ribadisco: Salvini non è stato rapito, ha provato a dare la spallata, ma non è riuscito a restare in sella.

Come andrà a finire?

Nel 1994 Berlusconi fu disarcionato da Mani pulite e ci fu chi si illuse che, prima con il governo Dini e poi con la vittoria del centrosinistra, l’anomalia fosse debellata. Salvini non è un accidente della storia, un virus passeggero, ma è portatore di istanze reali. Se l’Europa funzionerà saremo tutti contenti, altrimenti tutti diranno aridatece…

 

Panorama, 25 settembre 2019

Fazio martire per 3 serate in meno con Max Pezzali

Il martirio è servito. La chiusura anticipata di Che fuori tempo che fa di Fabio Fazio, tre puntate in meno per far spazio alla campagna elettorale e al commento post europee del 26 maggio, ha scatenato l’ondata di vittimismo. Si parla di cancellazione, di taglio, di censura. A sinistra piangono tutti. Piagnucolano gli editorialisti di Repubblica, il segretario del Pd Nicola Zingaretti, il conduttore stesso con la sua compagnia di giro. «La Rai è nella bufera», è il tam tam dei siti specializzati. L’ad Fabrizio Salini, all’oscuro dei fatti come il presidente Marcello Foa, ha chiesto una relazione scritta su tutta la vicenda alla direttrice di Rai 1, Teresa De Santis, e al direttore del coordinamento palinsesti, Marcello Ciannamea. «Su Fazio chiamatela come volete. Io la chiamo censura contro la libertà di espressione», esagera su Twitter Zingaretti inaugurando lo psicodramma.

Domenica, prima di dare il via alla solita parata militante antigovernativa, FF aveva rivolto un avviso a coloro che seguono Che fuori tempo che fa del lunedì, dicendo che quella di ieri notte sarebbe stata l’ultima puntata della stagione perché «ci è stato comunicato che le ultime tre non andranno in onda». In sostituzione, sono previsti due speciali di Bruno Vespa e il 3 giugno, dopo due settimane d’interruzione, considerata l’anomalia e i costi della ripresa per una sola serata, si è previsto il film Triste, solitario y final. Ma dopo i ringraziamenti di rito per l’audience – un modesto 13%, nonostante il traino moltabaniano – pur potendolo fare, il conduttore non ha dato alcuna spiegazione. Il caso doveva deflagrare e così è stato. Lasciato cadere il cerino, ci ha pensato l’aria compressa della campagna elettorale a dare fuoco alla polveriera. L’incendio non sembra essere facilmente domabile. Non conta il fatto che già un anno fa, dopo le politiche del 4 marzo, Che fuori tempo che fa avesse ceduto il palinsesto al Porta a Porta post elezioni. In quell’occasione non ci furono lamentele di sorta, forse perché Matteo Salvini non era ancora potente. Le proteste sono invece salite di tono in tempi recenti, seppure in occasione di appuntamenti minori, quando il talk show di Bruno Vespa ha occupato la seconda serata del lunedì dopo le regionali in Abruzzo, Sardegna e Basilicata, l’11 e il 25 febbraio e il 25 marzo scorsi. Dunque, considerati i numerosi precedenti, la scelta editoriale di Rai 1 era ampiamente prevedibile. Ciò nonostante, a scanso di equivoci, la direzione di rete aveva comunicato con largo anticipo la decisione al vicedirettore per l’infotainment, Rosanna Pastore, che ha la delega sui programmi di FF. Ma non è bastato e si è preferito accendere la miccia.

La strategia della provocazione di Fazio era chiara da tempo. Spingersi fino al limite estremo dell’antagonismo e al primo stop gridare al sopruso e alla censura. Se invece non fosse accaduto nulla, si sarebbe continuato a sparare contro Salvini e soci. Domenica sera, per gradire, c’erano l’immancabile Roberto Saviano, don Mattia Ferrari, vicario di Nonantola (Modena) che si è imbarcato sulla nave «Mare Jonio», il sindacalista Aboubakar Soumahoro reduce dal Salone del libro dove, con Michela Murgia, aveva appena presentato il suo Umanità in rivolta. La nostra lotta per il lavoro e il diritto alla felicità e, infine, Carlo Calenda, capogruppo del Pd nel Nordest.

Con tutto questo, però, la chiusura anticipata del programma c’entra poco. Quella del lunedì sera, infatti, è la versione light del format che, oltre alla guida di FF e al prologo di Maurizio Crozza, si avvale della co-conduzione di Max Pezzali e della presenza fissa del Mago Forest, attorno ai quali ruotano attori e attrici, cantanti e starlette, meglio se un tantino vintage per soddisfare i gusti del pubblico di Rai 1. Però, per piagnucolare, stracciarsi le vesti e denunciare l’ingiustizia, tutto può servire. La sovrastima e l’ego dei volti tv sono un cavallo di battaglia dei giornaloni e della sinistra élitaria per la quale, in mancanza di argomenti, la politica coincide sempre più con la comunicazione. Non si discute di tasse, scuola, lavoro e servizi, ma di Facebook, fake news e palinsesti tv. Non a caso la campagna vittimista si era ufficialmente aperta qualche giorno fa a Otto e mezzo, quando Lilli Gruber aveva rinfacciato a Salvini di aggredire e insultare Fazio. Al che il ministro dell’Interno aveva replicato di ritenere «immorale uno stipendio da tre milioni di euro all’anno per fare politica sulla televisione pubblica». Anche ieri, in un’intervista a Radio 24, il vicepremier ha ribadito le critiche al maxistipendio del conduttore. Quanto alla chiusura anticipata del programma, «è una scelta dell’azienda, non entro nel merito. Io non mi occupo di palinsesti televisivi», ha sottolineato Salvini. «Fazio lo vorrei in onda sempre, anche a Natale e Capodanno. Più fa campagna elettorale per la sinistra e più gli italiani aprono gli occhi e votano Lega». Invece, se le cose andranno come deciso dalla direzione di Rai 1, anche lui dovrà farsene una ragione.

 

La Verità, 14 maggio 2019

Perché la politica alza la voce per Vespa e Riina

Immaginavo di vedere più compattezza nel mondo dei media sull’intervista di Bruno Vespa a Salvo Riina. Immaginavo una difesa più netta dell’informazione, pur con qualche distinguo necessario, dettato soprattutto dall’errore della firma della liberatoria avvenuta solo dopo il colloquio. Non è questione solo formale: se la liberatoria non viene firmata prima, l’intervistatore non ha il coltello dalla parte del manico e può avere difficolta ad affondare domande e critiche. Questo è il punto debole di tutta la faccenda, il nervo scoperto di Vespa. Detto ciò, guardandosi intorno c’è poco da stupirsi. Il superego di big dell’informazione e artisti è sempre in agguato. Dire che “non è giornalismo intervistare chi ha un libro in uscita” (Enrico Mentana) è argomento più che opinabile. Tre quarti delle interviste televisive avvengono per libri e film in uscita. Avviare una raccolta di firme e organizzare sit-in per chiedere le dimissioni di Vespa (Sabina Guzzanti) rende palese la frustrazione per il tuo film ignorato. Niente di più.

Altre firme, da Travaglio a Gramellini, hanno difeso il pur imperfetto lavoro di Vespa. Sull’Unità, parlando di quell’intervista Chicco Testa ha scritto che “il male era lì davanti a noi, visibile, chiaro e trasparente. Facilmente giudicabile da chiunque… Fosse per me, riproporrei quella intervista nelle scuole e inviterei a commentarla il giovane Schifani. Così, per mostrare qual è l’evidenza della differenza fra il bene e il male”. A Che tempo che fa Roberto Saviano ha decodificato i messaggi del figlio del Capo dei capi. Un lavoro di traduzione minuzioso, da conoscitore delle logiche della criminalità organizzata. “Per combattere la mafia bisogna conoscerla”, aveva detto Vespa. Saviano la conosce. Ma, citando Montaigne quando dice che la parola detta appartiene per metà a chi la pronuncia e per l’altra metà a chi la ascolta, ha sottolineato che “noi non siamo stati capaci di ascoltare la nostra metà di parola”. Forse questa decodifica sarebbe stato meglio farla subito, più a ridosso dell’intervista. Ma resta il fatto che, prima trasmettendola e commentandola con il figlio di una vittima e l’esponente di un’associazione anti-pizzo, e poi traducendola, la Rai ha fatto servizio pubblico. Che non è una formula per giustificare l’idea paternalistica che i telespettatori abbiano bisogno di protezione perché privi di strumenti critici.

https://youtu.be/s3ddSBLsvtU

In passato giornalisti adorati come idoli – Biagi, Zavoli, Montanelli – hanno intervistato campioni assoluti del Male senza che nessuno, non dico quasi l’intero arco costituzionale come stavolta, si sia stracciato le vesti. Vien da chiedersi perché questa intervista sia diventata un caso tanto eclatante. Perché la politica ha alzato così tanto la voce, mentre in passato (Ciancimino jr da Santoro, solo per fare un esempio recente) aveva assistito passiva? Perché, mentre i conduttori e i giornalisti Rai (Gabanelli, Iacona, Giannini, Giammaria, Porro) non sono preoccupati del coordinamento editoriale di Carlo Verdelli, i politici (Anzaldi, Bindi, Gasparri) temono bizzarramente la censura? Come mai questo capovolgimento di fronti? Dopo l’audizione di Campo Dall’Orto e Maggioni in Commissione Antimafia della settimana scorsa, quella del responsabile editoriale Verdelli e del direttore di Raiuno Andrea Fabiano in Vigilanza (mercoledì), sollecitato dall’ineffabile Michele Anzaldi anche l’Agcom si occuperà della vicenda. Audizioni. Esami. Test. Giornalisti e operatori della comunicazione devono presentarsi davanti a organismi politici. Devono rendere conto, giustificarsi, discolparsi come a un processo. Ottenere un’assoluzione. Un’approvazione. Va bene, questa volta passi, però non rifarlo più (intanto, probabilmente, Vespa sarà ridimensionato). Ma che sistema è? Non è una liturgia da ancien regime. Non s’era detto che la politica doveva “fare un passo indietro” dalla Rai? Che la riforma doveva portare a un servizio pubblico meno controllato dai partiti e più vicino al modello Bbc? Così aveva annunciato il premier. E non si sono dati i superpoteri al direttore generale perché avesse ampia libertà decisionale e d’azione? Campo Dall’Orto ha più poteri, più soldi che arriveranno dal canone in bolletta, e libertà di scegliere gli uomini come ha dimostrato con la nomina di Verdelli. Con queste condizioni, se non riesce a riformare lui il servizio pubblico chi ci riuscirà?

Sembra già che la politica si sia pentita e voglia tornare a controllare il giocattolo. Non vuole che le sfugga di mano. Vuole tornare all’ancien regime. Come già accaduto altre volte. Per Renzi riformare la Rai è, in un certo senso, come eliminare il Senato elettivo: tagliare un ramo del suo albero. E allora ecco qua: audizioni in Commissione di Vigilanza, Authority al lavoro, altre liturgie in cui dirigenti e direttori devono chinare la testa. Il 6 maggio prossimo è in calendario il rinnovo per la concessione del servizio pubblico che qualcuno chiede non sia più appannaggio esclusivo della Rai, ma venga allargato anche ad altri soggetti editoriali, con conseguente proporzionale ridistribuzione del canone. È probabile che il rinnovo slitti di qualche mese.

L’intervista a Riina, istantanea dell’ontologia mafiosa

Va in onda la grande rimozione. La grande reticenza. La mafia vista e vissuta dentro le mura della sua famiglia più irriducibile e ramificata. Va in onda nel programma di approfondimento più nobile della Rai. È il giornalismo, bellezza. Un mafioso a Porta a Porta: “Per combattere la mafia bisogna conoscerla”, ha premesso Vespa.

Si possono ascoltare e rispettare solo le reazioni dei familiari delle vittime. Comprendere la loro sensibilità ferita. Le ragioni della loro esistenza stravolta dalla violenza di un disegno criminale esecrabile e perverso. Non si possono ascoltare i piagnistei dei politici che vogliono stabilire chi ha diritto di parlare e soprattutto vogliono fissare le regole del lavoro giornalistico. Salvo Riina, terzogenito del boss mafioso Totò e di Ninetta Bagarella, autore del libro A family life, era stato intervistato pochi giorni fa sul Corriere della Sera, senza provocare proteste. Intervistato da Bruno Vespa per Raiuno ha scatenato un putiferio. Soprattutto ha scatenato il paternalismo moralistico di buona parte della politica che, evidentemente, immagina telespettatori ingenui e privi di strumenti critici. Quando era Michele Santoro ad ospitare in studio Massimo Ciancimino i vari Pietro Grasso, Rosy Bindi, Roberto Fico (oltre all’immancabile e pleonastico Michele Anzaldi) che ora s’indignano dall’alto delle loro cariche istituzionali, erano silenti. Qualche anno addietro quando Sergio Zavoli intervistò tutti gli ex terroristi degli anni di piombo per La notte della Repubblica, un programma entrato nella storia del giornalismo televisivo, nessuno eccepì. Autorevolezza, scrupolo e documentazione del giornalista garantivano da soli.

Vespa ha incontrato il figlio di Totò Riina, condannato a 8 anni e dieci mesi per associazione mafiosa che sta scontando in libertà vigilata a Padova, senza risparmiargli le domande. Senza addolcire in alcun modo le responsabilità di suo padre, condannato a 18 ergastoli per i crimini commessi. Gli ha mostrato le immagini della strage di Capaci e quelle dell’agguato a Paolo Borsellino. Lo ha messo davanti alle vite distrutte di centinaia di persone. L’intervistato ha ripetuto che non sta a lui giudicare, che se un giudizio ce l’ha non lo rivela in pubblico, che il giudizio compete allo Stato. Non si è smosso da questa latitanza etica. “Cos’è la mafia? Non me lo sono mai chiesto, non ho una risposta precisa, la mafia è tutto e niente, non sta a me dirlo”. Questa espressione – “non sta a me dirlo” – è la più usata dal “figlio del Capo dei Capi”. L’ha pronunciata a proposito della mafia, dello Stato, del comportamento di suo padre, dei suoi crimini, delle vittime innocenti cadute compiendo il loro dovere.

La grande rimozione, la colossale reticenza. Vespa ha provato ad incalzarlo: mi colpisce che non abbia un giudizio sulle azioni di suo padre, ci sono gli omicidi, i morti, le condanne. Ha detto Carlo Freccero, consigliere Rai: “Lo sguardo di Salvo Riina, da straniero, completamente privo di empatia, mentre scorrevano le immagini della strage di Capaci è il solo attimo di verità di questa intervista, uno sguardo che chiarisce e denuncia cos’è la mafia”. Quello sguardo, come l’atteggiamento omertoso di Riina in tutto il colloquio, resteranno come documento, istantanea dell’ontologia mafiosa. Il dibattito che è seguito in studio con Emanuele Schifani, figlio di Vito, agente della scorta di Falcone morto a Capaci (“Quali valori ti ha trasmesso tuo padre”, si è rivolto a Salvo Riina, “conosci la differenza tra il bene e il male?”), Felice Cavallaro del Corriere della Sera, Dario Riccobono, leader dell’associazione “Addiopizzo” e Luigi Li Gotti, avvocato di pentiti di mafia (con il quale sono state sottolineate alcune storture della legislazione inerente) è stato lucido, istruttivo e autorevole.

Il direttore generale della Rai Antonio Campo Dall’Orto e la presidente Monica Maggioni sono stati convocati d’urgenza in Commissione Antimafia. Carlo Verdelli, direttore editoriale dell’informazione, si è assunto la responsabilità della messa in onda. Qualche settimana fa, in Commissione di Vigilanza, aveva detto: “Nostro compito è informare, non tranquillizzare”.

La notte tra gli Invisibili di Bruno Vespa

Bravo Bruno Vespa, non c’è molto altro da dire. Bravo a cambiare passo, a uscire dallo studio ovattato di luci e plexiglass e andare in strada. Bravo a porgere domande semplici, senza retorica, senza insistenza pelosa. La notte degli ultimi, quaranta minuti di reportage su Raiuno dentro quella parte di realtà che abbiamo sempre davanti ma    pervicacemente rimuoviamo, è stato un ottimo esempio di servizio pubblico. Buon giornalismo nella sera del venerdì santo, preludio alla Via Crucis con papa Francesco. A 72 anni quanti sono quelli del conduttore di Porta a Porta bisogna dargli atto della capacità di mettersi in gioco, di mettere in discussione il metodo consolidato, vent’anni di talk tra politica da Terza camera e plastici un po’ morbosi per criminologi. E allora meglio entrare alla Caritas di Roma per raccogliere la storia di un ex imprenditore che ha sbagliato, è stato in galera qualche mese e ora, a 52 anni, è senza lavoro, mangia e dorme lì, e tutte le mattine va alla Stazione Termini dove c’è un posto dal quale mandare mail e curriculum alla ricerca di un lavoro che non si trova. È uno dei tanti nuovi poveri, disoccupati e divorziati,  “però penso di essere fortunato quando vedo quelli che dormono per strada, sui cartoni: potevo essere io…”. Qualche mese in strada, sulle grate della metropolitana che sbuffano aria calda, ci ha dormito un figlio di emigrante nato in Germania. Molti anni fa il papà era sparito e ora lui l’ha ritrovato, anche se, dice, “non c’è l’affetto che di solito c’è tra un padre e un figlio”. Ha 44 anni, lavora 20 ore a settimana come manuntentore del verde per 310 euro al mese, ma spera nell’assunzione e magari in una ragazza. Vespa interroga anche monsignor Feroci, cognome terribile per il presidente della Caritas di Roma (dove Bergoglio il 18 dicembre ha aperto la porta santa) che prepara circa mille pasti al giorno e ospita circa 5/600 senzatetto.

A Milano, La notte degli ultimi passa in strada, sul furgoncino della “Ronda della carità”, sei volontari che portano panini, biscotti e tè caldo ai poveri. Un ex barista e magazziniere non vuol far sapere ai figli che vive così, dormendo nella stazione di Rho o in quella di Garibaldi, per non gravare su di loro (il volto è schermato). Ma il lavoro lo cerca? “Certo che lo cerco, tutti i giorni, non sto mica con le mani in mano!”. Un altro ha un parcheggio abusivo, per ragranellare qualcosa e non arrendersi a fare il barbone, perché gli dà fastidio solo la parola. Altri racconti, senza cedere al pietismo facile. Un anziano signore dorme sui cartoni da cinque anni, ma il lavoro non arriva. Ha un passato complicato, le denunce e la galera “perché rubavo… non granchè…”. Non si è certo arricchito… non si può vivere così. “Ma ci sono quelli che hanno voglia di lavorare e quelli che non ne hanno…”, dice. E lui non ne ha.

Nel 2003 l’ex iena Marco Berry aveva ideato e realizzato un programma per Italia Uno che s’intitolava Invisibili. Erano i barboni che dormivano sotto i portici vicino al Duomo o alla Borsa di Milano, ai quali noi cittadini indaffarati passiamo accanto senza vederli. Vinse qualche premio, durò un paio di stagioni. Lo speciale di Vespa ha il merito di mostrare un tentativo, pur impari, di risposta al bisogno di questi ultimi. Nella prospettiva indicata da Bergoglio. E con lo stile degli spot dell’8×1000 della Chiesa cattolica: chiedilo a loro. Ma senza troppa enfasi e senza troppe chiacchiere, raccontando in modo asciutto le storie e mostrando le facce di queste persone. Anche Vespa, probabilmente, si è accorto che “le parole sono sopravvalutate” (Robyn Davidson, protagonista di Tracks, film di John Curran del 2013).