Tag Archivio per: poesia

Faenza ci accompagna nei tormenti di Alda Merini

È il racconto della solitudine drammatica e incolmata di Alda Merini, il film per la tv andato in onda giovedì su Rai 1 con la direzione di Roberto Faenza e l’interpretazione di Laura Morante, Rosa Diletta Rossi, Federico Cesari, Giorgio Marchesi e Mariano Rigillo (ore 21,30, share del 16,5%, 2,9 milioni di telespettatori). Folle d’amore è un racconto dolente e accidentato, che scorre sui testi della «poetessa dei Navigli», liberamente ispirato a Perché ti ho perduto nel quale la psicanalista Vincenza Alfano ha a sua volta riscritto pagine della biografia della tormentata artista. Dunque, un lavoro che si avvale di fonti plurime, compresa la testimonianza di Arnoldo Mosca Mondadori, visibile nel finale e ringraziato «per l’unicità della collaborazione», amico intimo negli ultimi anni della poetessa e curatore della sua opera mistica (Sei fuoco e amore, Sperling e Kupfer).

Proprio dall’incontro con lui in un caffè dei Navigli parte il viaggio a ritroso, dalla casa di famiglia e dall’insofferenza alle richieste materne, dettata dalla volontà dell’adolescente di seguire il proprio talento letterario. Che ben presto inizia a essere riconosciuto anche dove conta. Ingenua e senza difese, la giovane Alda stimata dai salotti della Milano colta, frequentati da David Maria Turoldo e Maria Corti, si abbandona all’amore per Giorgio Manganelli che, già sposato, non potrà pienamente corrisponderla. Altre relazioni con relative delusioni, come quella con Salvatore Quasimodo, segneranno la sua poetica. Anche da sposata con l’umile Ettore (Luca Cena) il bisogno d’amore la porta, paradossalmente, a trascurare gli obblighi di madre e moglie. E, al colmo del dissidio, il marito opta per l’internamento in manicomio. Dove, finalmente superata l’epoca dell’elettroshock, troverà comprensione in uno psichiatra che ne conosce e apprezza l’opera.

Sorretto da quella fede cui sul finire dell’esistenza sembra avvicinarsi anche la poetessa, Mosca Mondadori raccoglie le confidenze rese da lunghi flashback che ci portano su e giù per il Novecento e dentro l’anima tormentata dell’artista. Non potendo puntare sulla somiglianza fisica con la protagonista, il regista la racconta attraverso l’abbigliamento, il modo di parlare, i tic, il suo essere sempre un po’ strana e straniante, riuscendo a trasmettere al telespettatore il travaglio di un’esistenza sul crinale tra follia e genialità, comune ad altri giganti come Ezra Pound e Dino Campana, anche loro internati e afflitti da quella solitudine che Merini prova a lenire con la compagnia di una buona sigaretta.

 

La Verità, 16 marzo 2024

«Una vita di merda è meglio di nessuna vita»

Era il John Belushi della Laguna. È un astronauta, il Neil Armstrong della parola. Fatte le debite proporzioni. Qui, di sproporzionato c’è innanzitutto la Sindrome laterale amiotrofica (Sla) che l’ha colpito dieci anni fa. E ci sono gli strumenti di cui, a volte, disponiamo per raccontare i fatti. In questo caso, la storia di Dario Meneghetti, classe 1970, ex tenore del Teatro La Fenice, poeta, ora immobile nel letto ma mobilissimo di pensiero. Tanto da fargli scrivere, con l’aiuto di Bruna Graziani, editor e direttrice del Festival «CartaCarbone» di Treviso, Una pinta di nuvole (Ronzani), autobiografia di oltre 500 pagine, struggente ed esilarante ad un tempo perché toccata da una prosa magmatica, contaminata da influssi dialettali, personalissima. Nell’attrezzatissima camera di una semplice abitazione di San Donà di Piave, entroterra veneziano, la tastiera del computer attivata dal puntatore ottico con cui legge, scrive e chatta è la consolle della navicella spaziale. Una postazione sul confine dell’esistenza. Tra una parete stipata di farmaci, un’altra occupata dal megatelevisore, la terza dalle finestre sulla strada e la quarta dal disegno di una nuvola sulla quale è adagiato un giovane sognatore, si muovono rapide ma senza sdolcinature la madre Mara, la sorella Giulia, il badante Javed e la stessa Bruna. Qui, per rendere il suo stato d’attesa di un badante in una notte in cui anche il pc si era spento, Meneghetti scrive: «Non c’è altro da fare che sperare e aspettare cercando di non esistere… Sono il profumo dei fiori secchi…».

Questa è la sua prima intervista. Dopo qualche minuto di conoscenza, abbozzo le prime domande. Le risposte, lette da Bruna, arrivano lente, essenziali.

Com’è la sua giornata tipo?

È un continuo adeguarsi a quello che mi lascia la malattia. Poi, risolto il gioco a perdere, evado nei pianeti, trascendendo la quotidianità.

La scrittura è il pianeta più accogliente?

È un rifugio extra-dimensionale in cui accamparmi fuori dalla portata della malattia.

Quando scrive? Ci sono momenti più favorevoli?

Scrivo in qualsiasi momento. A mente libera. Almeno due libri li ho costruiti in cesso, restandoci almeno tre ore… Facevo colazione e pranzo al bagno perché gli spostamenti avanti e indietro erano troppo faticosi. Ma ne uscivo con un paio di poesie.

Zero romanticismi sui posti dell’ispirazione.

A volte la creatività si giova delle costrizioni.

In questa sua scrittura è rimasta la tempra da ragazzo alla John Belushi?

(Ride) Sì, assolutamente. È una parte fondamentale della mia esistenza.

L’irriverenza?

Mi è congenita.

Quando ha scoperto di avere anche il dono della scrittura oltre a quello della voce?

Con la voce è stato facile, con la scrittura è stato un percorso intermittente e sempre legato allo stile «imbranauta» (da Limbranauta, fanzine creata negli anni Novanta ndr), termine coniato da me e dalla conventicola dei miei amici, quand’eravamo ragazzi. Con i quali passavamo intere giornate a scrivere su qualsiasi pezzo di carta ci capitasse tra le mani, poesie, frasi, disegni, battute… È il gusto di scrivere scoccando frecce per scardinare i consueti punti di vista e mettere il naso fuori dalla nostra prigione.

Nasce dal suo temperamento, dalle esperienze giovanili, da un certo spirito indomito?

Nasce dal gusto per l’assurdo e dall’ossessione per la parola adatta. Il contrappunto stilistico è un canone, uno slogaritmo linguistico dettato dal mio temperamento e dalle mie esperienze, tutte. Solo che adesso scrivo da sobrio, e questa è sicuramente la svolta più clamorosa.

Ascolta ancora molta musica?

Sì, dalla classica al rap, quello degli anni Novanta. Invece il rock no.

Come mai?

Un po’ mi annoia.

L’interprete preferita?

Édith Piaf.

È citata anche nel libro, a proposito dei finali calanti.

Nei finali è sempre in sotto tonalità e sotto sforzo. Però ci sta.

Nella poesia Deserto scrive: «Insegnami tu a pregare/… Insegnami ad amare/ Imparerò a pregare». Chi è questo tu? Non pensa che rivolgersi a un tu sia già in qualche modo pregare?

È un tu ipotetico. Semanticamente è una preghiera. Chi è questo tu lo decide chi legge.

È un’entità trascendente o una persona in carne e ossa?.

Non è una persona in carne e ossa. È un’invocazione, un richiamo.

Ha pubblicato cinque libri di poesie senza cedere agli «smottamenti autocommiserevoli», mentre «altri poeti e scrittori hanno fatto bandiera della loro condizione». Perché non vuole una critica compassionevole?

Non m’interessa. Io non sono la mia malattia. Inoltre, l’autoironia non me lo permette. Mi fa miseria e non è onesto.

Cedere al vittimismo?

Sì. Ci sono troppe sfumature da vivere oltre l’oltraggio.

L’oltraggio della malattia?

Sì.

Quando ha avuto la prima percezione che qualcosa non andava?

Il dubbio l’ho avuto varie volte. Una delle prime è stato quando non potevo accendermi una sigaretta perché non riuscivo a far girare la ruotina del Bic. Poi feci una sorta di autodiagnosi dopo una prova di coro e dissi a un collega che c’era qualcosa di neurologico… Ero preoccupato, ma non pensavo a un male tanto terribile. La davo come una grave seccatura, però risolvibile.

Qual è stato il primo pensiero quando le hanno detto di cosa si trattava?

È successo all’ospedale di Portogruaro. È stato come un incidente, dopo il quale non ti rendi conto di quello che ti è successo e continui a vagare senza sapere dove andare. L’unica cosa che sono riuscito a chiedere alla dottoressa è quanto mi rimaneva da vivere. «Due anni», mi disse. Ed eccomi ancora qua.

«Una vita di merda è sempre meglio di nessuna vita»: lo scrive a pagina 403, ne è sempre convinto?

(Sorride) Sì. Si può fare di tutto stando fermi. Come Churchill col sigaro e il brandy sul divano.

Astraendosi dalla propria condizione?

La capacità di astrarsi diventa un automatismo. È qualcosa di salvifico.

Che cosa diamo per scontato tutti i giorni quando siamo in salute, stiamo bene, non abbiamo limitazioni pesanti?

Dimentichiamo di essere in salute, di stare bene, di non avere limitazioni pesanti. L’uomo in gran parte  riconosce cosa gli manca solo quando la perde o gli viene tolta. È una banalità, ma è vera per la maggior parte degli uomini, purtroppo.

La dedizione del badante pakistano Javed ben oltre le sue mansioni che cosa la fa pensare?

Che al mondo esistono generosità e gratuità, al di là della cultura, dell’erudizione, della ragione, della prigione del proprio ego. Javed non è solo il mio badante, è un pianeta dove rifugiarsi in tempo di guerra. Lavora con il piacere di fare bene il suo lavoro e già questo è straordinario. Eccede gratuitamente i suoi doveri salvandomi premurosamente da tutte le inconvenienze fisiche e psichiche. Da due amici siamo diventati una terza forza chiaramente dimostrabile.

Prova ancora a convertirla all’Islam?

No, ha capito che per me non c’è niente da fare con l’Islam. Sono un filo d’aria agnostico e ateo alla mercé del vento.

Le ha chiesto che cos’è l’amore, ma lei ha un po’ tergiversato…

Quella dell’amore non è facile spiegarla. Uno non pensa che qualcuno non lo conosca. È come dover spiegare la Nona sinfonia a una mucca.

In un altro punto scrive: «Ormai sono tre anni che non sono ancora morto». La diagnosi per la Sla prevede un tempo di vita dai tre ai cinque anni. Lei è un veterano in attesa di nuovi farmaci?

Sì, certo. È un’attesa concreta. Nei primi mesi del 2024 l’Aifa dovrebbe approvare un farmaco che potrà essere utilizzato anche per la mia forma di Sla.

Che cosa si aspetta da questo libro?

È un miraggio felice andato oltre ogni mia previsione. Che sia uscito è già un traguardo. Gigantesco. È cominciato per caso, ero concentrato sulle poesie quando mi sono trovato a produrre pensieri organizzati allo scopo di divertirmi con le assurdità della mia vita.

Quanta volontà serve per fare un libro così?

Una volontà enorme. Come il divertimento di scriverlo.

Qual è la parte che l’ha più divertita?

Non so. È stato un continuo crescendo, terminato con l’incontro della mia editor che mi ha guidato alla fine e me lo ha pubblicato con un lavoro pazzesco.

È lei la «Bruna» della dedica?

Sì.

C’è un’altra persona che vorrebbe lo leggesse?

Non ci ho mai pensato. Magari dei comici che lo portassero in scena.

E qualcuno di legato alla sua vita?

Mio padre, che non c’è più. Anche se lì dentro non gli risparmio niente.

Nella sua condizione come cambiano i rapporti con le persone?

Cambia il rapporto con chi vede solo la malattia. Cioè, in primis l’altro deve capire che la Sla non compromette il cervello.

In positivo, la malattia può essere anche un acceleratore nella direzione delle cose che contano?

Sì, ti costringe a scavare nel tuo profondo. Fino ad arrivare al di là del buco che stai scavando.

Ha dovuto fare il testamento biologico?

(Sembra rattristarsi) Sì. E anche la Dat, le Disposizioni anticipate di trattamento per la cura  definitiva.

«Assetato di cielo», scrive nella poesia finale, cioè d’infinito. Se tutto non avesse un senso, la vita sarebbe uno scherzo crudele, tanto più una come la sua. Ma lei vuole berla fino all’ultima goccia. Che cosa vorrebbe dire a chi fa una scelta diversa e preferisce interromperla?

Di persistere nella furiosa voglia di vivere.

 

Panorama, 31 maggio 2023

Camon, lo straniero della globalizzazione

L’estate scorsa, quando andai a salutare Ferdinando Camon in un paesino della Val Zoldana dove ha una casa che guarda il Pelmo, lo trovai contrariato. Era il primo anno che non se la sentiva di guidare e, per andare a comprare i giornali, ricorreva all’autostop. Si metteva sul ciglio della strada e agitava la mano, gesto che i più scambiavano per un saluto, ma prima o poi qualcuno si fermava. Solo dopo qualche giorno di questa trafila si era rassegnato ai tempi della corriera. In questo buttarsi di slancio, quasi con la semplicità di un bambino anche a 87 anni, si origina molta della sua produzione letteraria. Per Camon il rapporto con la realtà è corpo a corpo, confronto senza mediazioni, non di rado conflittuale. Sempre, comunque, significativo. In quella casa di montagna l’autore padovano ritrova le condizioni propizie alla scrittura di cui il caldo della sua città lo priva. Poi c’è la sagoma del Pelmo: «Lei adesso mi vede vecchio e malandato», raccontò, «ma ho fatto il militare da ufficiale degli alpini su quella montagna. Per salire in vetta bisogna superare una cengia larga 35 centimetri, esposta su uno strapiombo. Si deve strisciare sulla pancia, perciò si chiama Passo del gatto. Si guarda la roccia che, fino a un paio d’anni fa, era tempestata di foto di ragazzini che non guardavano la parete ma l’abisso, e sono caduti. Passavi la cengia con il naso su quei volti…».

Da questo sguardo ravvicinato scaturisce il realismo di Camon, la sua tempra. Sia che si esprima in prosa, nella saggistica, sui giornali o in poesia. Come nell’ultimo Son tornate le volpi. Come muore la nostra civiltà, pubblicato dalla Apogeo di Paolo Spinello e Sandro Marchioro. È una raccolta di una cinquantina di liriche, altrettante visioni scabrose, spigoli della quotidianità, lacerazioni del vivere al tempo della globalizzazione. Lontano dalla poesia ombelicale, tuffata nelle grotte della psiche, come pure da quella civile che si auto-investe della riparazione del mondo, i versi di Camon guardano fuori, si misurano con le pareti scoscese senza risparmiarsi il rovello del dubbio. Anzi, accettando tutta la complessità di questa verifica, foriera di moti di ribellione all’indifferenza, alla rassegnazione… Autore pasoliniano, quale si definisce – Pasolini scrisse la prefazione a La vita eterna, il suo primo romanzo, scritto per vendicare il destino dei partigiani contadini delle sue terre, fatti uccidere dal capo delle SS, scoperto in Germania proprio grazie a quel libro, appena tradotto in tedesco – Camon ama intervenire sui fatti di cronaca, soprattutto là dove si palesa la contraddizione. Sempre con quel marchio dell’incontro-scontro, impresso nel carattere fin da bambino: «Sono figlio di contadini poveri. In casa, io e i miei tre fratelli, mio padre e mia madre camminavamo a piedi nudi sulla nuda terra». Questo universo di povertà e carne viva, di asperità e attriti, Camon l’ha raccontato in Un altare per la madre, la sua opera più famosa (premio Strega 1978), tradotta in venticinque Paesi. Era, quello stesso libro, un monumento alla famiglia, alla madre e al padre che, lottando contro la morte, le eresse quell’altare. Invece, per causa di quel racconto, suo padre decise di diseredarlo. Si presentò con suo fratello, il notaio e due testimoni. E Camon firmò l’atto: «Li ho capiti, li capisco. Per loro, scrivendo della nostra povertà ho disonorato la famiglia, il nostro sangue. C’è la famiglia e c’è il resto del mondo. La famiglia è più importante di un libro».

Oggi che cambia tutto, il capitalismo, il cristianesimo, la società, come si fa a non essere tormentati? Camon è orfano della civiltà contadina, la cui scomparsa, per Charles Péguy, «è il più grande avvenimento della storia dopo la nascita di Cristo». L’altro lutto che si porta dentro è la morte del vecchio cattolicesimo. Perciò, come osserva Emilio Manco nella prefazione di Son tornate le volpi, «qualunque cosa giudichi… sotto-sotto si vendica sempre del suo lutto», di questa doppia condizione di orfano, facendola pagare ai lettori. «Prima di tutti la pago io», ribatte. «Sono stato formato da piccolo per vivere tutta la vita dentro una verità, ma così non è. Patisco molto la metamorfosi del sacro». In quel sistema di giornate e stagioni scandite dalla fede si componeva anche la povertà: sublimata, trasfigurata. Per uno così sarebbe finzione credere alle chimere del pensiero corrente. Dunque, svelarne vuoti e tradimenti non è vendicarsi di una doppia privazione, ma un desiderare schietto, senza infingimenti. «Sono un narratore della crisi», dice di sé. «Racconto il prezzo del progresso». Del capitalismo darwiniano, della globalizzazione selettiva, del mercatismo finanziario. Che vagheggiano integrazioni, sempre incompiute. Sostenibilità inseguite, quasi sempre a vantaggio delle élite. Democrazie digitali stratificate. Il risultato sono scarti, frange di sconfitti, escrescenze criminali, metastasi di scorie…

In Son tornate le volpi le stazioni ferroviarie diventano ricoveri di un’umanità perduta. Fuori da Roma Termini o da Torino Porta Nuova ci s’imbatte nei barboni a terra. Camon se li porta nei pensieri. «Di sera i barboni/ s’addormentano di botto/ tra due cartoni,/ uno sopra e uno sotto./ Li leccano i cani/ con la lingua rosetta,/ li scansano i cristiani/ che vanno di fretta…». I drogati finiscono la giornata dentro vagoni-ospedale. «Di notte sui binari/ morti vanno i treni fuori servizio:/ senza il permesso dei funzionari/ vi salgono giovani perduti nel vizio:/ Bevono intrugli/ di lattine,/ birra,/ coca,/ rimasugli/ lasciati dai viaggiatori…».

È poesia sociale e dell’irrisolto, del non sentirsi a posto. Solcando i margini della globalizzazione e scontornandone le contraddizioni, più che proporli, Camon allerta modi differenti di guardarle. E ci mostra scafisti albanesi che solcano il Mediterraneo con motori da 6.000 di cilindrata, suore arrestate per favoreggiamento della prostituzione, immigrate che spengono la cicca sul piede di un bimbo per farlo piangere quando si avvicina «un borghese dalla faccia cortese» che «ci casca e mette la mano in tasca». Accettare il cinismo, le derive e i soprusi per la sopravvivenza vuol dire razionalizzarli e perpetrarli? Ammettere la resa dei poveri e l’assenza di soluzioni dei ricchi vuol dire arrendersi alla sconfitta? Ci si dibatte tra pietà e giudizio, tra consolazione e accusa. Su tutto domina la paura: dell’estraneo, del diverso, dell’ignoto. Perché, finora, tra i bersagli mancati dal progresso c’è l’integrazione. La «città multietnica» di giorno «è italiana,/ operai, impiegati, studenti, donne./ Di sera diventa nigeriana,/ presidiata dai racket della prostituzione./ A mezzanotte si fa marocchina…». Alla lunga, osserva lo scrittore padovano, «questa integrazione sarà obbligata dal contatto e dalla convivenza». Ma non si dà pace che avvenga penalizzando la cultura di chi ospita: «Ormai negli ospedali/ ci son più mussulmani che cristiani,/ e l’associazione dei diritti umani/ alza la voce:/ via dalle stanze la croce». Così il paziente arabo s’inginocchia rivolto alla Mecca e invoca il suo Allah, mentre il paziente cristiano si volge alla parete vuota e vede la vernice più bianca dove manca il crocifisso: «Questo lo rende muto:/ è la prova che il suo Dio ha perduto».

Questa terza raccolta poetica, dopo Liberare l’animale (Premio Viareggio) e Dal silenzio delle campagne, entrambi con Garzanti, è stata presentata senza troppe illusioni alla prima edizione del Premio Strega Poesia. «Sono sempre andato allo sbaraglio, per di più non sono romano», dice. «E poi lo Strega l’ho già vinto. Quella volta con me c’era Piero Gelli, il direttore editoriale della Garzanti dell’epoca. Sapevo che Livio, che per me era quasi un fratello, era a Roma… Terminato lo spoglio, Gelli sparì cinque minuti e tornò con lui che se n’era rimasto nascosto in un bar poco distante. A mia moglie mostrò la prenotazione di due posti per una crociera ai Caraibi. Era il suo modo di compensare la probabile sconfitta. Invece… Indovini che cosa disse mia moglie, ridendo».

 

Poesia nuova serie n. 19, maggio/giugno 2023

«Io poetessa marxista non sopporto i capetti del Pd»

Intervistare Patrizia Valduga, la più grande poetessa italiana vivente, è come dare la caccia a un animale selvatico. Ritroso e inquieto. Trevigiana di nascita, milanese d’adozione, bellunese per diporto, la intercetto alla Libreria delle donne di Padova, dove la presentano come un’artista che «ci porta l’aria di una Milano che non è quella di Salvini». Pubblico adorante. Di nero vestita, come sul frontespizio di Belluno – Andantino e grande fuga (Einaudi), declama versi e riflessioni con voce mielosa. Dopo gli applausi, mi avvicino e ottengo il numero di cellulare. Però risponda, butto lì. «Non sono mica una stronza… Le interviste le faccio solo scritte, soprattutto perché temo ciò che posso dire di getto».

Quello che segue è frutto di uno scambio di mail tra una trasferta a Venezia, invitata dall’università Ca’ Foscari a parlare di Ezra Pound, e un viaggio a Friburgo: «Non mi sono ancora ripresa, sono così stanca…». L’avranno coccolata come una regina… Ha visto che le ho mandato qualche altra domanda? «Ho visto, ma lei non ha nient’altro da fare?». Sì, ma ci ho preso gusto. «Uff…».

Diva della poesia, maggiore poetessa italiana, dark lady della letteratura: in quale definizione si ritrova?

Decrepita come sono, e innamorata dei grandi come sono, mi autodefinisco «un piccolo epigono». Esisterà anche epigona, ma non mi piace.

Perché ritiene che Belluno, come ha scritto nella dedica, sia il suo libro più bello?

Perché è quello che mi ha dato più gioia mentre lo scrivevo.

Io, che sono un profano, ho trovato meravigliosi i versi di Medicamenta e altri medicamenta (Einaudi): «Nel luglio altero, lui tenero audace…»; e ancora: «Vieni, entra e coglimi…». Il medicamento è l’amore, il sesso?

Sì, capisco… Ma a me quel libro non piace più: mi nascondevo troppo dietro le citazioni. No, «medicamentum» è medicina, farmaco, ma anche veleno e filtro d’amore.

Oggi l’amore tra i sessi è ancora un’esperienza viva e vitale o è in declino, mercificata, deturpata, resa artificiale, sempre più schiava di codici, galatei, regole?

Non lo domandi a me, che in vent’anni avrò avuto sì e no sei fidanzati, e non sono durati più di quaranta giorni…

Nella prefazione a Medicamenta Luigi Baldacci scrive che la «capacità di canto e di strazio è solo delle donne, o meglio della poesia femminile (che è una categoria aperta a tutti)». Concorda?

Non ho mai capito bene cosa volesse dire… Io credo, con Jules Michelet, nei «due sessi dello spirito»; e credo che una donna che scrive, dipinge, compone abbia una parte maschile più sviluppata delle altre donne, così come un uomo che scrive, dipinge eccetera, abbia una parte femminile più sviluppata degli altri uomini.

Il #Metoo ha giovato alla passione?

Non credo: ha nuociuto molto, e perlopiù ingiustamente, a molti uomini. Come si fa a denunciare uno perché quarant’anni prima ti ha messo una mano su una chiappa?

Ha mai subito molestie o comportamenti prevaricanti degli uomini?

Temo di sì, ma in un’età così precoce che, nonostante la psicanalisi, non ne ho nessun ricordo. Certo spiegherebbe la mia nevrosi d’ansia.

Le ho sentito dire che Giacomo Leopardi è sopravvalutato. Alla sua donna non è tra le più profonde e strazianti?

È un po’ una provocazione. L’Ottocento non è solo Leopardi: ci sono almeno, oltre ai due giganti (anche rispetto a Leopardi) Porta e Belli, due grandissimi: Giovanni Prati e Niccolò Tommaseo.

In Belluno si intrecciano tre Giovanni: Raboni, Don Giovanni e il Johannes di Carl Theodor Dreyer. Che rapporto c’è tra loro?

Una persona vera, un personaggio letterario e uno cinematografico… Non può essere che il mio amore per tutti e tre.

Cosa la lega a Belluno di cui canta i monti che l’attorniano?

Ho vissuto lì ventotto anni della mia vita. I miei erano di Padova, finiti lassù per sopravvivere.

Perché, a differenza di tutte e tutti, esprime giudizi politici nei suoi componimenti?

Non credo proprio di essere la sola… Forse sono solo più esplicita.

Pubblicata nel 2019, Belluno è attualissima anche nella sua invettiva contro «i capetti del Pd» che si credono intellettuali e scrittori mentre «conoscete solo i cantautori». Giudizio tremendo…

E infatti in pochi anni sono spariti quei «capetti»… Adesso ce n’è solo uno, che farebbe meglio a sparire all’istante.

Posto che detesta i cantautori, che musica ascolta?

Amo tutta la musica classica, dal canto gregoriano fino a Giacomo Manzoni. Naturalmente ho delle preferenze: Schubert e Wagner.

Scrive che di ciò che succede nel mondo ai capi del Pd pare «non importi un fico». A lei interessa quello che succede nel Pd?

Ho votato Pci, Pds, Pd. Solo quest’anno, troppo arrabbiata, ho votato Giuseppe Conte. E continuerò a votarlo, perché mi sembra una persona appassionata e onesta.

Tornando alle donne: perché secondo lei la sinistra si è fatta battere nell’affermazione di una donna al potere?

Per me conta l’intelligenza, l’onestà, la passione. Non m’importa se è uomo, donna, o una delle innumerevoli varianti comprese tra l’uno e l’altra.

Cosa pensa di papa Francesco?

Lo ammiro, gli voglio bene, lo adoro. Sa che per me la prosa più bella è quella dei gesuiti del Seicento? Ho letto tutto Giacomo Lubrano, quasi tutto Daniello Bartoli, oltre a Sant’Ignazio, beninteso. Sono stata spesso all’archivio dei gesuiti a Roma, per la mia rivista Poesia. Sottolineo «mia», perché l’ingrato Nicola Crocetti va dicendo da anni che è sua (sul sito di Crocetti editore si legge che nei primi tre anni la rivista è stata diretta da Patrizia Valduga e da Maurizio Cucchi ndr).

Si professa comunista. Cosa vuol dire, a quale idea di comunismo si rifà?

Io ho Karl Marx in una mano e Sigmund Freud nell’altra. Lo studio dell’economia per capire il mondo, lo studio della mente per capire l’uomo. Sono idealmente comunista… Un ideale bisogna pur averlo! Oggi ci sono paesi che dicono o si dicono comunisti, ma non lo sono. C’è una frase di Kazimier Brandys che porto incisa nella mente: «Il nazismo era il male evidente, il comunismo lo stravolgimento del bene».

Ha di recente tradotto i Canti I-VI Ezra Pound (Mondadori) e prima Carlo Porta, William Shakespeare e altri classici. Come ci si accosta a questi giganti?

Tradurre i grandi mi fa bene: sto con loro, la mia mente pensa con la loro mente, anzi, esco dalla mia mente, mi prendo una vacanza da me. Che sollievo!

Un’altra domanda da profano: la traduzione di un’opera classica non dovrebbe rimanere sostanzialmente invariata? O la loro lingua è aggiornabile con il nostro linguaggio?

Ci sono traduzioni che durano, ad esempio quella di Raboni della Recherche, altre che muoiono subito. E perché durano? Perché sono belle, in una lingua bella: ci vogliono secoli perché una lingua diventi incomprensibile.

Che cos’è lo snobismo?

Voler essere quello che non si è, mostrarsi come si vorrebbe essere, copiare chi si è preso come modello da raggiungere.  In una parola: non avere una personalità forte, non essere nessuno.

La nostalgia è un sentimento ispiratore o qualcosa di incolmabile?
Cosa vuole dire per lei «incolmabile»? La nostalgia è un sentimento con cui si convive: a volte fa bene, ci spinge a dare il meglio di noi; a volte fa male, ed è quando siamo senza energia, senza elettricità vitale.

Immagino sia «incolmabile» la nostalgia di Giovanni Raboni.
Ma se sto sempre con lui! Lo conosco meglio adesso di quando ci vivevo insieme…
Ripubblicato da De Piante, ho riletto di recente il suo libriccino: I grandi scrittori? Tutti di destra. Ne condivide la tesi o era solo una provocazione?
Raboni separava nettamente l’opera dall’autore. Sì, quasi tutti i grandi scrittori sono uomini di destra, ma le loro opere non sono per niente di destra.

Perciò non va considerata vera letteratura quella militante, dalla quale, tuttavia, siamo circondati?
Sta scherzando? Ci sono anche grandi scrittori di sinistra. Un nome per tutti: Paolo Volponi.
Crede in Dio?
Credo in Dio, Allah, Jahweh, Izanagi, Tao, Brahma, Buddah, le anime degli animisti, e il Grande Spirito degli Indiani d’America.

Tra tutte queste divinità, solo il Dio cristiano cancella la distanza dall’uomo, incarnandosi.
La teologia non è alla mia portata.

Come ha vissuto il tempo della pandemia? A quali «medicamenta» ha fatto ricorso durante le quarantene?

Ho lavorato tantissimo. La mia medicina è stata il lavoro: il libro di Raboni Baudelaire e Flaubert (Einaudi) e la traduzione di Pound.

Come lenisce il pensiero della morte?

Cerco di pensarci il meno possibile. È un pensiero troppo angoscioso. E quando mi si installa dentro, penso alle tre persone care che mi accoglieranno, che ritroverò…

 

Panorama,

«Io, come Boccaccio, esploro l’animo di Dante»

C’è una scena in Dante di Pupi Avati in cui tutto si ferma. Il poeta è ancora ragazzo e sta seguendo Beatrice per le vie di Firenze, nove anni dopo averla vista la prima volta. Svoltato l’angolo di una chiesa, lei si arresta lasciando sfilare le due monache che l’accompagnano, e rimane sola. Dante la spia sbucando dal muro. Allora lei si volge, lentamente. E gli dice: «Vi saluto». È la scena che irradia tutto il film. È lo sguardo che rapisce per sempre il cuore del Sommo Poeta. Che lo cambia. E, di conseguenza, cambia la storia della letteratura mondiale. Uno sguardo. «In questo periodo, nei miei incontri pubblici», racconta Avati, «chiedo spesso alle donne se non abbiano un po’ di nostalgia per un mondo in cui occorrevano nove anni perché una ragazza si girasse per dare un cenno di assenso al suo corteggiatore». La gratitudine che il regista esprime nei confronti dell’autore della Divina Commedia con questo film può coinvolgere chi andrà a vederlo al cinema.

Chi è Dante Alighieri per Pupi Avati?

«È il livello più alto della poesia e della sacralità. Della poesia per la dismisura che ha dispiegato già quando realizzò il prosimetro nella Vita nova. Un componimento al quale si accinse all’indomani della morte di Beatrice, ripromettendosi di scrivere un’opera imperniata su una donna, dicendone “ciò che non fu mai detto di alcuna”. La Vita nova, alla quale nelle scuole nemmeno si accennava, è la password per accedere al mondo dantesco».

E rispetto alla sacralità?

«Ho sempre considerato la Commedia un libro sacro che racconta il cammino di un essere umano che cerca Dio malgrado tutto vi si opponga. Anche la Chiesa stessa, quella dei papi Bonifacio VIII e Giovanni XXII. Dante trova Dio alla fine di vent’anni di accattonaggio, di ospitalità, di un’infinità di debiti lasciati a Firenze, con una condanna a morte che pende su di sé e sui suoi figli».

Lo trova al termine della Commedia o del suo cammino personale?

«I due percorsi coincidono. Alla fine della Commedia nel canto XXXIII del Paradiso pronuncia quella frase “Ed io ch’alfine di tutt’i disii…”. Cioè, liberatomi da tutti i ricatti e le tentazioni del mondo, raggiungo “l’amor che move il sole e l’altre stelle”. Il fatto che questa chiusura della sua opera coincida con la sua morte fa sì che non si possa immaginare un oltre».

L’opera coincide con la vita anche in altre parti?

«Totalmente. Nell’Inferno si dedica a chiudere i conti con quel mondo che gli è stato ostile. Poi, via via, si libera di questo astio, riferito anche a rapporti personali».

Oggi si direbbe che si toglie dei sassolini dalle scarpe.

«Mette all’Inferno persone ancora vive. Per questo dico che l’opera letteraria e il cammino personale s’intrecciano in modo autobiografico, fino a elevarsi attraverso la mediazione di Beatrice per arrivare a Dio».

Perché ci sono voluti 18 anni per realizzare questo film?

«Perché ancora oggi, come dice Giovanni Boccaccio della Firenze dell’epoca, c’è chi vorrebbe veder bruciate le sue ossa. Credo che Dante non sia così amato; nei suoi riguardi si vive un senso d’inadeguatezza, trasmesso anche dalla scuola. Il mio romanzo (L’alta fantasia, Solferino, ndr) e ora il film servono a superare questa distanza, facendolo scendere dal piedistallo. Non sono convinto che tutte le manifestazioni del 2021 per i 700 anni dalla morte ce lo abbiano avvicinato».

Perché lo ha voluto così tanto?

«Per riconoscenza. Quando sento recitare “Guido, i’ vorrei che tu Lapo ed io fossimo presi per incantamento” rivedo il mio Bar Margherita, avverto il sentimento nei riguardi dell’amore e dell’amicizia che hanno reso magica la mia giovinezza. Ecco perché alla fine Boccaccio dice alla figlia, suor Beatrice: “Lo vedo sempre ragazzo”».

È più l’opera di un temerario, di un sognatore o di una persona caparbia?

«È una cartina di tornasole per vedere se c’è un pubblico per un film culturalmente ambizioso eppure accessibilissimo, distante dalle accademie e dalle sbrodolature della fiction. È un film il più sintetico e il più emozionante possibile sulla prima e più grande storia d’amore della letteratura. Non a caso Boccaccio dice che nello sguardo fra Dante e Beatrice c’è tutta l’emozione del mondo».

Il momento in cui si guardano per la prima volta sembra un tempo sospeso.

«Sul set non riuscivo a dire stop e la troupe si chiedeva perché non lo dicessi. Dante ha aspettato nove anni quello sguardo. La potenza della storia è proprio nello sguardo di lei, una Beatrice consapevole di essere Beatrice».

È lei che prende l’iniziativa.

«Lui riceve quello sguardo, lei si volta e gli dice: “Vi saluto”. Anche dopo il suo matrimonio è lei a suggerirgli il sonetto “Tanto gentile e tanto onesta pare”, i dantisti non si sono scandalizzati di questa ipotesi».

Perché la sua chiave d’accesso a Dante è Giovanni Boccaccio?

«Perché, per quanto l’abbia studiato per più di vent’anni, non avrei mai potuto affrontare di petto una figura della sua levatura. Anche nei confronti del mondo accademico avevo bisogno di una mediazione. Boccaccio è quello che lo ha più amato: ha copiato tre volte sia la Divina commedia che la Vita nova. Il suo Trattatello in laude di Dante è la prima biografia. Quando ho scoperto che, dopo la sua morte in esilio, incaricato dalla Compagnia di Orsanmichele, Boccaccio va a Ravenna per portare alla figlia dieci fiorini d’oro come risarcimento simbolico, ho capito di avere in mano uno straordinario pretesto narrativo per raccontare la sua vita. Così, in fin dei conti, Boccaccio sono io».

Ha trasferito a Sergio Castellitto tutta la sua passione.

«Quello che dice, “È il padre di tutte le mie gioie”, è la mia gratitudine».

Suor Beatrice ha lo stesso nome dell’amata.

«Si chiamava Antonia, ma quando sono scappati da Firenze e l’ha oblata in quel monastero, il padre le ha suggerito di prendere quel nome».

Boccaccio che compie un pellegrinaggio nei luoghi e nell’animo di Dante aveva già capito la grandezza letteraria del suo maestro?

«Boccaccio è, a sua volta, un grande letterato. È il primo esegeta dell’opera dantesca. Il padre l’aveva mandato a Napoli presso la Corte Angioina dove, attraverso Cino da Pistoia, aveva appreso i fondamenti del Dolce Stil Novo. Poi Boccaccio manda una copia della Commedia a Francesco Petrarca che l’apprezza con qualche riserva, essendo un po’ invidioso di Dante».

Cosa sta a indicare la frase riferita a Dante e ripetuta due volte: «Sapeva i nomi di tutte le stelle»?

«Che era onnisciente e aveva una conoscenza superiore. Visto da qui appare come un essere eccezionale. Se guardiamo all’albero genealogico degli Alighieri arrivando a Cacciaguida e ai Fontana di Valdipado, nessuno dei suoi avi aveva manifestato qualche talento nei riguardi dell’arte o della letteratura. Erano usurai, commercianti, soldati, persone legate alle concretezze. Quindi è anche un mistero come questo ragazzino abbia improvvisamente manifestato una sensibilità così straordinaria. In un certo senso, questo lo avvicina a Wolfgang Amadeus Mozart».

C’è grande ammirazione in lei per i poeti?

«Certo, anche per quelli del presente che si esprimono per un’urgenza personale. Il poeta non scrive confidando di trasformare la sua proposta in un bestseller o per andare ai talk show o sui red carpet».

Traspare anche un amore per i vicoli, le chiese, le torri medievali.

«Esiste un’Italia straordinaria e impervia, quasi irraggiungibile da una troupe corposa come la nostra. Ma è valsa la pena superare alcune difficoltà logistiche per valorizzare un Medioevo segreto e nascosto soprattutto in certe regioni come l’Umbria. In questo momento il cinema italiano è incentrato nella contemporaneità e riflette poco sulla nostra storia. Sia al cinema che nella serialità si esaltano personaggi irrisolti quando non compiaciutamente negativi e contesti nei quali domina il male».

Prevale un immaginario nichilista?

«Fortemente diseducativo perché si corre il rischio dell’emulazione. Qui ho proposto uno dei modelli più alti della nostra storia, l’italiano più celebre e tradotto nel mondo».

Anche in questo film coinvolge attori eterogenei e dimenticati dal cinema prevalente come Enrico Lo Verso, Leopoldo Mastelloni, Enrico Beruschi…

«È da sempre una prerogativa del nostro cinema. Qui si nota di più perché è un cast di 64 personaggi».

Che cosa può dire un film così al nostro presente?

«Per quanto ci inducano a comportamenti che aumentano le distanze tra le persone anche con i social, in questo film ripropongo la qualità dell’essere umano nella sua sensibilità più elevata. Mentre oggi tutto è bruciato in un attimo, questo film parla del “per sempre”, la locuzione verbale che più mi piace, invece totalmente uscita dal nostro linguaggio. Nessun autore ha più il coraggio di scrivere “per sempre”, nemmeno nelle canzoni d’amore».

Che risposta si aspetta dalle sale a un film ambientato nel Medioevo, intriso di letteratura, sacralità e amore?

«Purtroppo oggi le sale sono una realtà molto sullo sfondo e questo è un dolore enorme. È ovvio dire che un film così, come quasi tutti, in sala ha un impatto totalmente diverso. Credo, inoltre, che ci permetterà di verificare se quando parliamo di cultura lo facciamo perché la riteniamo davvero necessaria, o se lo facciamo solo per accusare i partiti di non averla a cuore. Confido nel fatto che dopo due anni di pandemia esista un pubblico più desideroso di contenuti. E che perciò possiamo tornare a essere più ambiziosi».

Sperava che fosse scelto per rappresentare l’Italia nella corsa agli Oscar?

«Al di là della sua qualità e del fatto che non racconta l’Italia di oggi, pensavo potesse avvantaggiarsi del fatto che è imperniato sull’italiano più noto nel mondo. Invece, nel rispetto delle scelte della commissione, prendo atto che il mio pensiero non è condiviso».

È soddisfatto dell’esito delle elezioni?

«Non me lo chieda, ho già dato».

Da grande cineasta che cosa si sente di chiedere al governo che s’insedierà nelle prossime settimane?

«Un grande ministro dei Beni culturali. Ci manca da molto tempo una persona appassionata, competente e colta. Ultimamente abbiamo concesso priorità alle strategie della politica, a causa delle quali le esigenze di chi opera nei diversi campi della cultura sono rimaste disattese».

 

La Verità, 1 ottobre 2022

«Grazie a Jovanotti ora la poesia svetta in classifica»

Breve storia di un’idea geniale. S’intitola Poesie da spiaggia. È un libriccino con la copertina bianca e due grandi consonanti beige, la C e la J, le iniziali dei due autori: Nicola Crocetti, editore raffinato, e Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, il cantautore positivo che conosciamo. Una strana coppia: nobilmente artigianale e incline al basso profilo il primo, estroverso e catalizzatore il secondo. Questa idea geniale ha già battuto tutti i record di vendite per una pubblicazione di poesia. Così, eccomi nella sede della Crocetti editore, il cui fondatore, nato a Patrasso, grecista e sofisticato traduttore (anche della ciclopica Odissea di Nikos Kazantzakis), ha fatto a lungo il giornalista. Come secondo lavoro, però, perché il suo cuore ha sempre pulsato per il marchio nato nel 1981. E che sette anni dopo ha partorito Poesia, la più apprezzata e diffusa rivista europea, che metteva in copertina i volti dei poeti. Era una scelta voluta «perché i poeti hanno dignità pari o superiore a quella degli attori e dei divi della tv che campeggiano sui settimanali che troviamo in edicola», rimarca Crocetti. Per il quale questa idea geniale ha un certo sapore di rivincita.

L’altra sera avete presentato il libro al Salone di Torino, com’è andata?

«Molto bene. C’erano 600 persone attente e partecipi per merito di Jovanotti».

Avete fatto altre presentazioni?

«Una ai Quartieri spagnoli a Napoli, nel monastero della Foqus (Fondazione quartieri spagnoli), dove delle suore accolgono figli di camorristi: c’erano 500 persone. Poi siamo stati ospiti del programma di Massimo Gramellini, io in studio e Lorenzo in collegamento».

Gramellini su Rai 3, gli elogi di Concita De Gregorio su Repubblica… Jovanotti apre tante porte?

«Avremmo dovuto andare anche da Fabio Fazio che però voleva una performance di Lorenzo. Invece lui avrebbe preferito parlare solo del libro, così ha declinato».

Jovanotti è un ciclone.

«È la prima volta che un libro di poesia entra nella top ten delle vendite, tanto più a pochi giorni dall’uscita. Le 20.000 copie della prima tiratura sono andate esaurite in un giorno. Dopo una settimana, è alla terza ristampa».

Com’è nata l’idea?

«L’ha avuta Jovanotti. Si è rivolto a Feltrinelli chiedendo di contattarmi. Gianluca Foglia, capo degli editor, temeva che dicessi di no invece abbiamo fatto un incontro online e ho accettato con entusiasmo».

Perché?

«Da anni Lorenzo segue il profilo su Facebook della Crocetti editore. Ogni giorno pubblichiamo una poesia, lui mette i like e commenta. Quando esce un nostro libro lo compra e lo consiglia. Perciò sapevo che ama e conosce la poesia».

Un buon socio.

«Assolutamente. Questa è un’antologia fatta da una persona competente come me e da un lettore forsennato di poesie come lui. Lorenzo conosce la poesia più di tanti poeti affermati».

Ha recitato versi di Mariangela Gualtieri all’ultimo Festival di Sanremo.

«Da cinquant’anni sento dire che la poesia non vende. Perché mai dovrebbe? Sui giornali nessuno ne parla se non occasionalmente e spesso a sproposito. In televisione solo Rai 5 fa dei programmi su Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale e Salvatore Quasimodo, i classici del Novecento, ma quasi mai parla di poesia contemporanea. Quando nel 2017 diedero un tema alla maturità su Giorgio Caproni nessuno lo conosceva, non dico i ragazzi, nemmeno gli insegnanti. Dunque, se la scuola non ne parla, gli insegnanti, salvo rare eccezioni, non la conoscono, nelle librerie la poesia è relegata negli scaffali più remoti, come fa a vendere un prodotto che non si trova e di cui non si parla in tv?».

Abbiamo la prova contraria?

«Ogni volta che se ne parla in tv o c’è un film che cita un autore le vendite schizzano. Come avvenne con L’attimo fuggente e Capitano, mio capitano di Walt Whitman. Il libro con le sue opere vendette parecchio. Se con un cavallo di Troja si introduce la poesia nelle mura della fortezza, la fortezza cade. Il cavallo di Troja è stato Jovanotti con la sua performance a Sanremo e con questo libro».

Un contenuto elitario proposto in un contesto e con un linguaggio popolare. Quando l’ha visto recitare Bello mondo a Sanremo cos’ha pensato?

«Ho sempre sostenuto che la poesia ha bisogno della ribalta del primetime televisivo. Se le dai un palcoscenico importante vengono smentiti tutti i luoghi comuni sulla sua invendibilità».

Perché ci sono tanti lettori e aspiranti poeti?

«Se digita poesia su un motore di ricerca escono oltre 300 milioni di pagine. Se digita poetry ne escono 950 milioni. Di fronte a questi numeri è difficile dire che la poesia non interessa. Qualcuno obietta: se sul Web ci sono 300 milioni di pagine, i libri dovrebbero vendere decine di migliaia di copie. Invece, in Italia ci sono 3 milioni di poeti dilettanti che scrivono, ma non leggono».

È un fenomeno figlio del sentimentalismo e dell’egocentrismo dei social?

«È figlio dell’incultura che parte dalla scuola e arriva ai media. Negli Stati Uniti alla cerimonia di insediamento alla Casa Bianca i presidenti si fanno affiancare da un poeta. Cominciò John Fitzgerald Kennedy chiamando Robert Frost, l’ultimo è stato Barack Obama…».

Purtroppo Joe Biden ha chiamato Amanda Gorman…

«Giusto, c’è di meglio… In America i poeti insegnano nelle università, scrivono sui giornali e sono riconosciuti. In Grecia poeti come il premio Nobel Odysseas Elitis, Giorgos Seferis, altro Nobel, e Ghiannis Ritsos sono stati musicati da un musicista come Mikis Teodorakis».

In Italia la consideriamo un prodotto d’élite.

«Con l’eccezione di Alda Merini che era un fenomeno mediatico perché andava da Maurizio Costanzo, da noi prevale l’idea che i poeti siano degli straccioni, non degni di essere paragonati agli altri intellettuali».

La spiaggia è un posto di casino, la poesia predilige il tramonto o l’alba?

«Lorenzo ha detto proprio questo: voglio che insieme ai gialli o ai fumetti, negli zaini di chi va al mare o viene ai miei concerti, ci sia anche un libro di poesia».

Per essere apprezzata necessita di alcune condizioni?

«Che qualcuno la sappia porgere bene, cosa che in pochissimi sanno fare».

E di un contesto che aiuti la contemplazione?

«L’ascolto, la meditazione, virtù neglette».

Come avete scelto le 115 liriche dell’antologia?

«Volevamo fare un libro che costasse poco, con un numero contenuto di pagine. Foglia aveva chiesto 50 poesie a testa. Ognuno ha creato la propria playlist, ma ci siamo fatti un po’ prendere la mano. Pian piano ne abbiamo tolte alcune».

Ognuno ha scelto da solo.

«Quando ce le siamo scambiate abbiamo scoperto che metà degli autori scelti da Lorenzo coincidevano con i miei».

Avete discusso su qualcuno?

«Abbiamo fatto delle aggiunte quando ci siamo accorti che mancava qualche autore che meritava».

Non solo poesia contemporanea.

«Poesie di ogni tempo e di ogni Paese».

Poteva starci anche Giacomo Leopardi?

«Capisco, ma per me era troppo scontato».

Se è per questo c’è il Cantico delle creature, pur in una bellissima versione.

«È una scelta di Lorenzo. Volevamo proporre un’antologia che stupisse per i contenuti».

Il gusto della poesia va educato o si è predisposti?

«È frutto di lavoro e di educazione. Quelli che pensano che la poesia nasca spontaneamente davanti a un bel tramonto o quando si è afflitti dal dolore di un amore finito quasi sempre producono balbettii da dilettanti».

Siamo abituati a fruizioni istantanee a tutti i livelli: che spazio può avere la poesia oggi?

«La poesia ti fa fermare a meditare perché da sempre dà risposte ai grandi interrogativi della vita, come la filosofia».

Confina con il senso religioso, la ricerca delle risposte alle domande fondamentali?

«Certo, di questo si occupa. C’è un’opera di Aldo Nove, scelta da Lorenzo, che s’intitola Maria».

Un libro così fa svoltare il lavoro di una vita?

«Gli dà un senso. Da tutta la vita mi occupo di poesia, ma anche se ritengo di aver pubblicato ottimi testi non era mai accaduto che un mio libro diventasse un bestseller».

Quello con Capitano, mio capitano si era avvicinato?

«Sì, ma non avevo una distribuzione paragonabile a quella di adesso con Feltrinelli».

Ha fatto svoltare la sua attività anche l’ingresso in Feltrinelli?

«Naturalmente. Sono passato da una dimensione artigianale a una più contemporanea. Dopo l’acquisizione di Feltrinelli Crocetti editore ha raddoppiato il fatturato in un anno».

Aveva mai chiesto aiuto alla politica?

«Non mi sono mai occupato di politica. Questo è il motivo per cui non ho mai goduto di finanziamenti come la stragrande maggioranza degli editori che prendono o hanno preso finanziamenti a pioggia dallo Stato».

Non c’è mai stata considerazione?

«Alla politica non frega nulla della poesia. Mediamente i nostri politici sono ignoranti e disinteressati alla poesia. Se sono interessati alla cultura, lo sono ai musei e ai siti archeologici. È un po’ brutale, ma è così».

Abbiamo avuto come ministro della Cultura Sandro Bondi che era un poeta.

«Non ho memoria di sue azioni significative per la poesia».

Quante copie vende la rivista?

«Poche migliaia. Prima andava in edicola con una tiratura di 15.000 copie. Adesso è venduta nelle librerie Feltrinelli e in alcune altre, perciò è difficile raggiungere i numeri delle edicole. Il passaggio da mensile a bimestrale ha aumentato i costi da 5 a 13 euro».

Chi sono i poeti?

«La poesia è come l’acne, durante l’adolescenza viene a tutti, poi passa. Quelli a cui non passa e rimangono con la faccia butterata, quelli sono i poeti».

In una lirica intitolata Il poeta, Marina Cvetaeva li descrive come figure del margine.

«Sono quelli che dicono la verità. Prendiamo Osip Madel’stam, uno dei più grandi poeti russi del Novecento. Aveva scritto dei versi contro Stalin definendolo “il montanaro georgiano”. La lesse una sera davanti a un gruppo di amici fidati. Il giorno dopo fu arrestato, per dire quanto erano fidati quegli amici».

C’è qualche momento in cui ha realizzato che i poeti sono necessari?

«Tutti i giorni. È una consapevolezza che non è condivisa dalle istituzioni, ma dai veri poeti e basta. Distinguere tra quelli veri e chi ogni tanto va a capo, è un’arte che richiede studio e applicazione».

Ha mai provato a cimentarsi?

«No, perché mi sono posto come mission di diffondere la poesia, non di scriverla. Sono già troppi quelli che lo fanno».

 

La Verità, 21 maggio 2022

«Ho bisogno di solitudine, ma voglio essere amato»

Una casa piena di libri e solitudine. Piena di amici che non ci sono più. Goffredo Parise, Giovanni Comisso, il cugino Pier Paolo Pasolini. Nico Naldini abita nella prima periferia di Treviso, dove si ritirò una quarantina d’anni fa per lavorare alla biografia di Comisso, abbandonando le luci di Cinecittà dopo la tragica morte di PPP e scegliendo di proposito le ombre della provincia letteraria.

Vive qui, in compagnia dei suoi 91 anni spericolati e della personalissima ricerca del tempo perduto, in bilico tra autoironia e amarezza. Questa solitudine incolmabile fa venire alla mente «il desiderio di essere amato» di Michel Houellebecq «e la riflessione» che non può «farci niente».

È pronto?

«Non voglio essere pronto».

Come sta Nico Naldini?

«È un argomento che non voglio affrontare. I miei amici sono tutti morti».

Novant’anni in questa casa, tre stanze e un piccolo giardino.

«In questa casa… uguale a tutte le altre case. A ogni anfratto, a ogni cloaca, a ogni caverna del mondo».

Chi è Nico Naldini?

«Non so chi è. Non facciamo diatribe, mi ripugna sapere chi è».

Un poeta, un artista, uno sceneggiatore, uno scrittore, un grande biografo?

«Posso essere classificato in tutti questi modi. Però l’unica mia vera ambizione è scrivere tre versi che siano tre. Come faceva il mio amico Sandro Penna».

La sua vera ambizione è la poesia?

«Non è un’ambizione, è uno stato esistenziale, il fondo di ogni atto e di ogni pensiero. Qualcosa che dovrebbe reagire e sentire che ce l’ha fatta».

Uno stato esistenziale profondo che ce l’ha fatta ad affiorare in versi?

«Non ogni stato esistenziale può essere rappresentato da tre versi».

È soddisfatto della sua produzione poetica?

«Neanche per idea, neanche per sogno. Ogni tanto mi sveglio di notte e dico a me stesso: che cazzate».

Turbe degli artisti sempre insoddisfatti?

«Sono categorie alle quali non appartengo».

 A pagina 125 di Il treno del buon appetito (Ronzani Editore, 2017) cita un’espressione di Pasolini a proposito delle sue poesie: «Quel Naldini che pare non osi nemmeno esistere». Che cosa intendeva dire?

«Era un’esagerazione, una cosa provocatoria. Pasolini l’ha detto dopo cinquant’anni che abbiamo vissuto insieme… Improvvisamente si era accorto che ero troppo timido? Lo diceva per polemizzare con altri poeti».

Era una provocazione affettuosa verso di lei?

«Più affettuosa di così. Pensando in quali bolge infernali mi ha fatto entrare era il minimo che doveva dire».

Bolge infernali?

«Le bolge infernali sono bolge infernali. C’è un grande poema che si occupa di loro».

È un po’ reticente, me ne descriva una o teme le vendette di qualche attore o regista?

«Si figuri se mi faccio intimidire dal mondo del cinema. La realtà è il contrario di ciò che diceva Pasolini con quella battuta. Ero io a seguire lui per proteggerlo piuttosto che lui proteggere me».

La sua è una vecchiaia proustiana come fanno intendere L’alfabeto degli amici (L’Ancora del Mediterraneo, 2004) e Il treno del buon appetito?

«Dati i miei novant’anni, la mia generazione non può non essere proustiana se vuol essere qualcosa di diverso dalla volgarità, dall’abitudine a credere che si possa cavarsela facilmente. Aggiungendo una parolina dopo l’altra, ecco, ho fatto tutto. Invece, poi, dalla lettura di Marcel Proust, che è un castigamatti della letteratura, si viene fuori tutti frustati a sangue».

Frustati a sangue?

«Sotto ogni cosa, qualsiasi essa sia, un etto di caramelle o un chilo di patate, uno può sprofondare e ricavare impressioni o dati di fatto. Questo è l’insegnamento di Proust».

È la sua capacità analitica?

«Più che questo, ogni sua frase ti assesta un pugno».

Perché è in gioco quello stato esistenziale, il mistero che abbiamo dentro?

«Perché questo mistero Proust lo sbatte fuori; motivo per cui bisogna leggerlo recitandolo».

Perché un libro come Il treno del buon appetito è rimasto di nicchia?

«A dire il vero è stato recentemente ripubblicato con mia soddisfazione. Comunque sì, non è certo un libro di grande diffusione… perché si scansa dalle soluzioni facili. Ma paradossalmente ne sceglie una ancora più facile, che ha dentro il mistero della sua nascita. Bisogna pensarci molto, perché ogni cosa che dici, anche “buonasera signore”, ha un suo contenuto. A volte ci si adagia su frasi fatte. Ma se io dico “buonasera signore”, può darsi che questa espressione contenga anche la sua contraddizione».

Scrive che non ha «mai appartenuto né al vittimismo né all’orgoglio omosessuale»: che cosa ne pensa?

«Per me l’omosessualità è stata forse soprattutto una facile uscita dalla guerra. Il vittimismo l’ho citato così. Anche la vanità omosessuale per me è incredibile. È qualcosa di spregevole, perché trasforma un problema serio e antico come il mondo in una modernità imbecille».

La messinscena un po’ carnevalesca dei gay pride?

«Massì, anche quel bresciano, Aldo Busi. Tanti hanno un gran successo, ma poi spariscono».

Ce ne fossero come Busi, con il suo travaglio…

«Forse dico cose inesatte a causa della mia ignoranza. Se vogliamo chiudere il discorso sull’omosessualità dobbiamo prendere in esame la produzione di Aldo Palazzeschi e naturalmente Sandro Penna. E anche se vogliamo chiudere il discorso su Proust: è nelle biografie di Giovanni Comisso, Filippo De Pisis, Penna e Pasolini che mi avvicino di più al mondo proustiano».

Che cos’è per lei scrivere?

«Che domanda… Scrivere qualcosa che non sia una lettera alla mia cameriera è il bisogno di raccontare qualcosa di sé stessi che non era noto, non era alla portata di chiunque. Rivelarlo, rivelandosi».

E riguardo a sé?

«È esattamente questo. Degli altri non m’importa niente, son felice se dicono: “Che bello…”. Ma in realtà non m’interessa».

La sua è una solitudine amara?

«È una solitudine nella quale precisare i termini della propria esistenza. Precisare i termini e le possibili fughe dall’esistenza».

È un’espressione un po’ inquietante.

«Siamo qua, mi prenda a schiaffi se vuole. La solitudine è uno stato assolutamente necessario a me stesso. Non potrei convivere con qualcuno, un Adone o un Antinoo… Tornerei a vivere da solo».

Secondo l’insegnamento di Montaigne: «Abbiamo vissuto abbastanza per gli altri, viviamo per noi almeno quest’ultimo resto di vita»?

«Montaigne aveva una biblioteca meravigliosa e ha fatto rinascere molta parte della cultura classica».

Quella citazione significa che anche lei è geloso della sua solitudine?

«Ça va sans dire. La custodisco come qualcosa d’indispensabile».

Una solitudine orgogliosa?

«Una solitudine che qualcuno spero capisca e la concili con me, cioè le dia il senso che voglio io».

Può esistere un nostro simile che la capisca così?

«La solitudine si trova in tantissimi poeti, artisti, scrittori. Pensi a Caravaggio, per me grande come Proust. Anzi no, come Rimbaud. Caravaggio è il mio Rimbaud».

Però la pittura di Caravaggio esprimeva qualcosa di preciso.

«No, per carità. Non entriamo nel merito, lui era un gran teppista, io non sono un teppista come lui. Di fronte a Caravaggio mi metto in ginocchio e sto in silenzio».

Non vuole seguirmi?

«Non posso seguirla. Uno stronzo come me che parla di Caravaggio…».

Nella letteratura chi apprezza?

«Carlo Emilio Gadda riempie tutto. Poi, senza essere grande come lui, Alberto Moravia. E l’autore del Giardino dei Finzi Contini, come si chiama… Giorgio Bassani. Giovanni Comisso copre tutto».

I contemporanei?

«Non li leggo, sono un vecchio di 91 anni, penso di poterne fare a meno».

Chi è l’intellettuale cui è rimasto più affezionato?

«Sono morti tutti i miei amici, ho poco da scegliere».

Nel ricordo, quello che ritorna nelle sue madeleine?

«Più che un ricordo ammirato, il mio è un ricordo di malinconia e di disperazione. Il vuoto che mi hanno lasciato Goffredo Parise e gli altri mi imprigiona nella sua assolutezza. In questa assolutezza cerco di trovare degli elementi vivi canti».

In un’intervista, a una domanda simile, ha nominato Federico Fellini.

«Forse l’avrò detto come frase fatta. Fellini non lasciava impressioni su nessuno perché se le teneva per sé, quel vecchio porco. Non scriva vecchio porco…».

Detta da lei è un’espressione affettuosa.

«Gli ho fatto da ruffiano per tanto tempo. Giulietta Masina mi voleva bene perché sapeva che quando usciva con me poteva stare tranquilla. Divenne anche madrina del premio Comisso e ci veniva volentieri, con Fellini. No, non era un vecchio porco… Avrebbe desiderato esserlo, si metteva in situazioni in cui il porco si esprime con una pacca sul culo di qualcuna, ma poi le cose finivano così. Non aveva una reale sessualità. In tre o quattro volte che siamo usciti insieme l’ho visto una sola volta scopare… Scopare… Chissà».

Parlando di Parise, cita il suo suggerimento: «Niente eccessi di zelo». Negli ultimi suoi anni abitavate vicini, ma non vi siete frequentati.

«È una storia lunga, che non ho ancora capito. Non ho capito perché a un certo punto ha cominciato ad avercela con me. Saranno state le donne? In realtà, non credo potessero avere così tanta influenza. Parise era così, amava tanto qualcuno e qualcosa per poi improvvisamente rifiutarlo. Si annoiava. Ma non mi sarei aspettato di essere buttato nel cestino. Tanto che un giorno, venne a trovarmi qui a Treviso: “Basta, basta, torniamo amici, vieni a cena a casa mia a Ponte di Piave”. E io, un po’ da checca vendicativa, gli ho risposto di no, “Vengo un’altra volta”. Mi aveva molto turbato il suo cambio di comportamento, perché lui e Dacia Maraini avevano presentato al Premio Strega la mia Vita di Giovanni Comisso con la quale arrivai secondo. Pensavo che quel risultato fosse anche merito suo ed ero pieno di gratitudine. In quel momento scattò in lui il rifiuto».

Il sentimento dominante delle amicizie con Parise, Comisso e lo stesso Pasolini è l’incompiutezza?

«Sarei pronto a dire di sì se ci fosse stata. Sono stati rapporti profondi. Ho reso felice Comisso negli ultimi giorni della sua vita».

Il treno del buon appetito narra numerosi rapporti più o meno passeggeri, ma si legge poco o forse mai la parola amore: sbaglio?

«Non sbaglia. Si può pronunciare la parola amore dopo aver fatto ben altre esperienze che quelle che racconto lì. Soprattutto dopo aver sentito la sofferenza dell’amore. Comunque, per me questo libro è di secondaria importanza, quelli veri sono le biografie di Comisso e di De Pisis».

E di Pasolini.

«Quella non la cito per pudore. Grazia Cherchi mi considerava un grande biografo. Per scrivere una biografia vera bisogna perdere mezza vita. Ora non lo farei più. Farei una biografia di me».

Un’autobiografia, vuol dire?

«No, una biografia di me».

La differenza?

«L’autobiografia è un genere, peraltro di moda, che ha le sue formule e i suoi schemi. Una biografia di me significa che dovrei dire chi cazzo sono io».

Siamo tornati alla domanda di partenza: chi è Nico Naldini?

«Ce ne sono tanti. Ognuno di noi si moltiplica in tanti ego. È anche un fatto di vanità. Per cui è impossibile… Dire chi sono sarebbe un lavoro immane».

Niente autobiografia e biografia di sé a sua firma, ma qualcuno dovrà pur scriverla…

«Quando sono arrivato a Treviso, per documentarmi su Comisso, la prima persona che ho conosciuto è stato Nicola De Cilia. Abbiamo trascorso lunghe serate durante le quali gli ho raccontato quello che potevo».

La scriverà lui?

«No, perché è eterosessuale. L’omosessualità è una cosa che ha un suo intimo labirinto. È essa stessa un labirinto. E non vedo come lui possa essere il mio Teseo».

Non a caso è stato lei a scrivere le biografie di Comisso, Pasolini, De Pisis, Penna, tutti omosessuali. Chi scriverà la sua?

«Nessuno, mi auguro. Perché chiunque volesse provarci, rischierebbe di perdersi nel mio labirinto».

Come trascorre le giornate?

«Guardo documentari della Rai, i testi sono molto belli».

Riesce ancora a leggere?

«Poco, mi stanco presto. Rileggo le Lettere dal Ponto, ma non solo. Ovidio è il mio autore».

In Lettere dal Ponto chiede di essere perdonato e riammesso alla corte di Augusto.

«Non si può dire per cosa chiede perdono perché non si capisce il motivo per cui è stato mandato in esilio. Si sa che cos’è il carmen, ma l’error no: perché ha avuto varie interpretazioni nel corso dei secoli».

Ma lei per che cosa vorrebbe essere perdonato e da chi?

«La mia ammirazione per Ovidio è estetica e basta. Personalmente, non ho niente da farmi perdonare. E da chi? Sì, qualche volta penso a mia mamma e vorrei che me lo chiedesse lei».

Vorrebbe essere perdonato da lei?

«Vorrei che me lo chiedesse lei, solo a lei avrei permesso una simile domanda. Le avrei risposto che non ho nulla di cui discolparmi. Non sto rispondendo a lei, è sempre un colloquio con mia madre».

Qualche giorno fa ho pensato a lei quando ho letto questa riflessione di Michel Houellebecq: «Mi riesce penoso ammettere che ho provato sempre più spesso il desiderio di essere amato. Un minimo di riflessione mi convinceva naturalmente ogni volta dell’assurdità di tale sogno: la vita è limitata e il perdono impossibile. Ma la riflessione non poteva farci niente, il desiderio persisteva e devo confessare che persiste tuttora».

«Condivido totalmente. È un discorso lungo e complicato, che però non voglio fare. Anch’io ho il desiderio di essere amato».

Nico Naldini è morto il 9 settembre scorso. Questa intervista inedita è contenuta in Fabula veneta (Apogeo editore), dal 14 settembre in libreria

«Quell’accento sul mio nome è introvabile»

Piero un po’ mi rovina la carriera. Sa com’è… “Ah, lei è la mamma di Chiambretti…”, e addio poesia. Insomma, la mamma prevale sulla poetessa e la prosa sulla poesia. Devo rassegnarmi». Ci riesce?

«Devo farlo: lui è anche il mio editore», scherza ma non troppo la signora Felicita Chiambretti, alla quinta raccolta di poesie appena approdata in libreria. Si intitolano Farfalle di verso, con la numerazione successiva dei volumi. Libriccini raffinati, poesie brevi, un po’ ermetiche. Elegante poetessa, la mamma di Chiambretti è una signora pronta alla battuta ma fiera della propria indipendenza. Mi riceve nella sua casa di Torino, dove vive in compagnia di una festosa Chihuahua, di nome Minni.

Il suo nome, signora, invece da dove viene?

«Ce l’aveva una mia zia, sorella di mio padre».

Chi erano i suoi genitori?

«Mia mamma si chiamava Natalina e faceva l’infermiera. Mio padre, Giovanni, lavorava nell’industria meccanica».

Sorelle, fratelli?

«Due sorelle, una è ancora viva. Ero la primogenita».

Felicita era un augurio senza l’accento?

«A volte mi chiamavano Feli, però io insistevo per il nome completo, perché annuncia qualcosa che va oltre».

Com’era il rapporto con i suoi genitori?

«Non andavamo d’accordo. M’incolpavano sempre di qualcosa, ero convinta che non mi amassero».

Addirittura.

«Sì, quest’idea si è radicata in me fino a determinare una rottura».

Il rapporto si è ricomposto quando è diventata adulta?

«Non proprio. Fino a quasi 20 anni ho vissuto ad Asmara, poi sono venuta in Italia. Loro sono rimasti lì, con le mie sorelle».

Fino a vent’anni sempre con loro?

«In prima media ho voluto andare in collegio perché non stavo bene. Erano poco affettuosi, non ricordo che mi prendessero in braccio o mi premiassero per qualche buona azione. Dalle suore mi trovavo bene, anche loro erano severe, però il giusto».

Che suore erano?

«Comboniane, la casa madre è a san Pietro in Cariano, vicino a Verona, ogni tanto ci andavo a trovare suor Giandomenica».

Anche da loro ha deciso di staccarsi?

«Sono venuta in Italia da sola, a 19 anni. Ero incinta. Mi hanno mandato qui e io ci sono venuta volentieri. Sono andata ad Aosta, dalla nonna materna che viveva con la zia».

Che lavoro faceva?

«Ero segretaria all’Alleanza assicurazioni a Moncalieri. Prima giravo le filiali, poi mi sono stabilita a Torino».

Com’è cresciuto Piero?

«Viveva con me. Stavamo bene insieme. Quando è morta la zia, la nonna è venuta con noi e si prendeva cura di lui. Per me era tutto, anch’io ero una mamma severa».

Che figlio era?

«Era andato a Londra, poi sulle navi da crociera teneva degli spettacoli. Aveva fatto il Dams a Bologna, non era certo studioso. Diceva che la sua mente anticipava quello che stava per dire il professore. Era indisciplinato, con quell’ironia che ha anche adesso nel suo lavoro».

Quando ha scoperto la poesia?

«Già da giovane leggevo gli scrittori inglesi del Settecento, mi piaceva molto John Keats. Poi mi sono avvicinata agli americani del Novecento».

Tra gli italiani?

«Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo di Ed è subito sera».

Quando ha ha iniziato a scrivere?

«Quando sono andata in pensione non potevo restarmene inattiva. Ho pensato di riprendere la poesia, di studiarla… Scrivo perché mi leggano, ma è soprattutto una catarsi personale, per quello che tiro fuori da me stessa. Adesso ci aiuta anche l’editore Franco Cesati di Firenze. Il guadagno non è per me, ma per gli ospedali e le onlus. Quelli che hanno letto i miei libri, anche i critici, dicono che sono molto belli».

La destinazione dei fondi la decide prima o dopo aver composto le sue liriche?

«La decido alla fine. Mi faccio consigliare da persone di cui mi fido. Ho aiutato la ricerca sul cancro e dei centri ospedalieri».

Chi è Antonello cui dedica questo quinto volume?

«Un carissimo amico, un filosofo, figlio di Tony De Vita. Ci siamo conosciuti a dei corsi di buddismo, ha scritto tutte le prefazioni».

Dell’ultima ho capito quasi niente.

«È un professore di lettere molto bravo».

Un filo astratto?

«Ha una mente libera. Quest’ultimo libro è più difficile e più introspettivo degli altri. Riflette il periodo complicato dal quale sono uscita, un anno di malattia, a letto, quasi senza mangiare».

Ha sofferto di depressione?

«No, è cominciato tutto una sera che sono andata alla trasmissione di Piero. Ricordo che c’era ospite Fabrizio Corona. Mi sono sentita male, forse è stata un’ischemia… un embolo mi ha fatto perdere anche l’udito da un orecchio».

Perché non mangiava più?

«Non avevo fame, soffrivo allo stomaco. Mangiavo un po’ di mandorle, anche bere bevevo poco. Mi sono fatta visitare da un oncologo… Invece, il cardiologo mi ha rimproverato perché non l’ho consultato, ha detto che mi avrebbe fatto delle flebo, ma io non volevo che mi portassero in ospedale. Stavo sempre a letto».

Poi che cos’è successo?

«Non so. Abbiamo seguito una terapia omeopatica a base di erbe, niente di chimico. Poco alla volta ho ripreso a mangiare e ho cominciato a stare meglio».

Le poesie risentono di questa esperienza? Nella dedica a De Vita scrive che è giunta con lui «ad amar l’oscurità».

«Lui è più saturnino io sono più solare. Queste poesie sono difficili anche a livello filosofico e religioso. È stata un’esperienza drammatica, non amavo più nessuno, sentivo la morte vicina. Ancora adesso non sto bene del tutto, porto un pacemaker, ho problemi alla spina dorsale. Ma mi sento protetta dall’alto…».

In che modo?

«Credo in qualcosa che è oltre noi. Una realtà trascendente, non mi chieda se è il Dio cristiano, musulmano o ebraico. Ho avuto una vita strana, in questi mesi ho pensato tanto alla morte. Volevo andare sottoterra, ma ora ho deciso che mi farò cremare».

In «Misteriosamente me stessa» scrive di non avere certezze di chi sia veramente e accenna a «fiocchi di neve» intravisti nella camera oscura.

«Sono risonanze interiori, sentimenti ancestrali. Dopo una malattia così, tante convinzioni si sono smarrite. È come se l’anima si fosse svuotata. Incombe la paura».

In un’altra poesia parla di un passato incompatibile rispetto al presente segnato da «abiure di amici dal cuore ingannevole». Ha avuto delusioni da persone care?

«Ho allontanato tante persone che trovavo ingannevoli. Mi parlavano in un modo e si comportavano in un altro. Non sono una che si autocommisera. Anche quando io e il padre di Piero ci siamo lasciati non ho pianto. È che non accetto le ipocrisie. Vedevo persone non trasparenti, così mi sono tolta il sovrappeso».

Un’altra citazione: «Non riesco a spiegarmi per quale motivo il fuoco sia più potente dello spirito che si è dichiarato onnipotente».

«Il fuoco è l’inferno che è più potente dello spirito».

Vince l’inferno?

«Magari in me. C’è un senso di disperazione, la paura della fine. Lo scrive anche De Vita nella prefazione: “Come ogni realtà terminale acquista coscienza quando un decorso arriva alla fine”».

Sono poesie percorse dalla disillusione?

«È un libro che rispecchia un momento triste. Non sono tutte pessimiste anche se c’è sempre una vena di malinconia».

Quando scrive?

«Di notte, anche fino alle 5. Poi vado a dormire».

Che cosa le dà il buddismo?

«Dice che la sofferenza dev’essere eliminata. Mi aiuta a non attaccarmi ai desideri e ai beni materiali, al denaro. Perché si può perdere tutto».

Quando Piero iniziò ad aver successo e lei lo mise in guardia dicendo che il padre avrebbe potuto farsi vivo, lui come le rispose?

«Disse: “Io non conosco nessuno, ho una madre che mi ha fatto anche da padre”».

Il padre era ad Asmara?

«Sì. Lavorava all’università Cattolica. Non si è più fatto vivo, ma nemmeno io con lui».

Che cosa le piace di più dei programmi di suo figlio?

«Piero è un professionista. So quanto si impegna e quanto ci mette, anche a casa lavora, scrive. Se uno dà uno sguardo ai palinsesti, scappa. Io guardo solo Piero. Mi piace molto lo studio, la scenografia mobile. Oggi è peggiorato tutto, è scaduta anche la lingua italiana, l’informatica uniforma tutto».

E cosa le piace di meno?

«Qualche volta scappa la parolina, ma non è così grave. È l’insieme che conta. Piero è un professionista, potrebbe insegnare tv».

Fra tutti i suoi programmi qual è il suo preferito?

«Il Laureato mi piaceva molto, quando faceva le interviste… E anche Markette».

Da donna indipendente che cosa pensa del femminismo?

«Per alcune battaglie è stato importante. Abbiamo vissuto sempre sotto il potere dell’uomo e ancora adesso non abbiamo ottenuto la piena parità nelle professioni e negli stipendi».

Condivide tutte le azioni delle donne?

«Salvo quando eccedono e diventano maschi. Gli eccessi non vanno mai bene. Oggi non ci sono più le femministe, sostituite da tutte quelle sigle complicate che neanche si capiscono. Le donne devono conquistare ancora degli spazi, ma ci vuole equilibrio, altrimenti si rischia di peggiorare».

Che cosa le suscita il Natale?

«Una certa malinconia. Per me si fa troppa festa, il consumismo rischia di cancellare il senso del sacro dalla nostra vita. Lo dico da credente non praticante».

Perché malinconia?

«Al pensiero che ci sono tante persone anziane come me, sole».

Mentre lei è fortunata e devolve l’incasso dei libri a chi ha più bisogno.

«Certo, ma si vorrebbe fare di più».

Con chi lo trascorre il Natale?

«Con Piero, la nipotina, mia sorella e sua figlia. Poche persone, ci scambiamo i regali. Pranziamo insieme, quasi sempre a casa di Piero».

Prepara lui il pranzo?

«Piero? A malapena sa farsi il caffè, è sempre vissuto in giro. A volte andiamo in uno dei suoi ristoranti…».

Una volta Piero mi ha detto che la felicità è un’idea inventata dalla Chiesa, concorda?

«Io dico che non esiste, non esiste in questo mondo».

È difficile aggiungere l’accento al suo nome?

«Non c’è e non ci può essere. Mi basta Felicita».

 

La Verità, 22 dicembre 2019

«Pulire i cessi mi ha salvato dall’alcolismo»

Una lettura indimenticabile. Una storia commovente. Una scheggia di redenzione. È tutto questo La casa degli sguardi (Mondadori), il romanzo autobiografico di Daniele Mencarelli, poeta alcolista che rinasce a vita nuova pulendo cessi, lavando vetri, spazzando linoleum con la cooperativa in servizio all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma (appena celebrati i 150 anni), il posto del dolore più ingiusto al mondo nel quale, al culmine della disperazione, lo introduce l’amico poeta Davide Rondoni, e dove s’imbatte nella capacità di «fronteggiare l’orrore per sfondarlo». È l’immagine, per lui insostenibile, di un bambino di tre anni dal volto sfigurato e di un’anziana suora che avvicina il suo viso alle ferite tremende e le bacia incurante di tutto: «Tu sei il bello di mamma e papà, vero? Ma non sentite che risata che c’ha? Questo dentro non ha l’argento, ha l’oro, l’oro vivo». Gli resterà impressa quell’immagine di gratuità assoluta senza riuscire a rimuoverla: «Ho visto qualcosa di umano e al tempo stesso straniero, come un rito proveniente da una terra lontanissima…». La casa degli sguardi è un libro su un gruppo di spazzini e facchini che condividono le fatiche e «gli agguati della vita». Un libro che si legge d’un fiato, aggrappati alle montagne russe di Daniele, tra notti di «dimenticanza» dietro «il bicchiere bianco» e notti spese a scrostare piastrelle coperte di escrementi. Un libro che, senza passaggi nei talk show più scintillanti, tranne una bellissima intervista di Monica Mondo per Soul di Tv2000, con poche ed entusiastiche recensioni perché chi lo ha letto ne è rimasto folgorato, ha vinto il premio Paolo Volponi, il Severino Cesari opera prima e si è classificato secondo al premio Wondy per la letteratura resiliente.

Oggi Daniele Mencarelli vive ad Ariccia per stare vicino ai genitori, ha 44 anni, due figli e un ufficio da editor della fiction di Rai 1.

Chi sono i lottatori cui è dedicato il libro?

«Le persone che non si risparmiano e non si fanno sconti. Negli ospedali psichiatrici o al Bambino Gesù ne ho conosciute tante. La vera lotta non è quella preordinata, ma quella in cui ti trovi, per strada, e che ti coglie sempre impreparato».

Come quella iniziata con la sua deriva?

«Fino ai 14-15 anni ero riuscito a fingere di essere come gli altri. Dai 17 la parte più ribelle e incontrollabile di me ha preso il sopravvento. Avevo fatto la prima vacanza con i miei amici sulla riviera romagnola. Dopo una nottata di bagordi, infastidito dai loro scherzi, ho deciso di tornare ad Ariccia a piedi e in autostop».

A piedi o in autostop?

«Entrambi. Sono partito il 16 agosto, dimenticando documenti e denaro nel marsupio dell’unico maggiorenne del gruppo. Trascinavo sulla Via Emilia una valigia verde. La seconda macchina che si fermò era una Peugeot 205 cabrio: “Tu sei l’uomo più fortunato del mondo, vado a Ciampino”, pochi chilometri da casa. Rifiutai il passaggio perché volevo stare da solo in giro per l’Italia, scrivevo poesie dalla terza media. Arrivai due settimane dopo».

Il motivo della sua dissoluzione?

«Ero una persona fragile. Che viveva tutto senza filtri e faticava ad accettare il dolore degli altri, la distanza di Dio, l’idea della morte. Ancora adesso non mi rassegno al fatto che una persona come mia madre debba morire».

Nei periodi peggiori dormiva sui gradini davanti alla sua camera.

«La mia stanza era su un piano rialzato, pochi scalini per arrivare al bagno. Nell’ultima fase avevo il delirio alcolico, non controllavo i bisogni corporali, faticavo a reggermi in piedi. Mia madre era come una sentinella… A proposito di lottatori… Sempre stata comunista, ma qualcuno mi ha detto che quell’immagine ricorda Maria ai piedi della croce».

Davanti a genitori così provava vergogna?

«Loro mi hanno insegnato due cose fondamentali: il lavoro e il rispetto degli altri. Con questa educazione mio fratello e mia sorella hanno fatto la loro strada. Io restituivo preoccupazioni, tormenti. Il senso di colpa era altra sofferenza. Oggi si cercano sempre le responsabilità fuori di noi: il contesto sociale, le cattive compagnie, i professori ostili…».

Chi crea questa tendenza?

«Una mentalità buonista fondata sulle attenuanti. Gli psicologi, gli assistenti sociali, i media, anche le persone comuni che incontro alle presentazioni, c’è il ritornello tipo “ma forse i professori… gli amici sbagliati…”. L’aguzzino è sempre qualcun altro. Nel mio libro è chiaro che il cattivo che fa soffrire gli altri sono io. L’ipertrofia del giudizio, giudicare gli altri e assolvere noi stessi, è una cosa un po’ grillina: onestà, onestà… Mentre il mondo lo cambi cominciando da te stesso».

È la cosa più difficile?

«Perché richiede d’invertire il metodo del giudizio. Nella rivoluzione cristiana si mette sé stessi davanti alla pietra da scagliare. Questo cambia anche i rapporti con gli altri. Lo vedo quando incontro i ragazzi nelle scuole: ti ascoltano in un altro modo se sei disposto a mettere sul piatto i tuoi errori».

Torniamo alle sostanze e all’alcol.

«Erano il mio modo di curarmi, per non soccombere a quello che vedevo e non riuscivo a sostenere: il dolore, il bisogno d’amore, la sproporzione del desiderio…».

Lei è una persona sensibile come tutti i poeti, perché rifiuta questa espressione?

«La sensibilità è una pseudo virtù che mettiamo ovunque, ma non si sa bene in cosa consista davvero. Ci sono due tipi di poeti: l’avanguardista solipsista e il sentimentale intimista. Non mi ritrovo in nessuno dei due. Nella poesia c’è tutto: la sete d’infinito, la morte, Dio, l’amore… Ma non servono aggettivi».

E il mito del poeta maledetto l’affascinava?

«È una mitologia seduttiva e posticcia che, paradossalmente, neutralizza il dramma autentico dell’artista. L’idea che le sostanze e l’alcol favoriscano l’ispirazione è un’invenzione di marketing per vendere dischi e libri. Lo dico per esperienza, la dimenticanza porta all’esaurimento creativo. La fonte ispirativa dell’artista è il rapporto con la realtà».

Come ha fatto a resistere al Bambin Gesù? Anche sua madre dubitava.

«Sapeva quali effetti aveva il dolore degli altri su di me e mi vedeva debole e imbarbarito. Non immaginava quale forza poteva darmi la scrittura».

Anche un certo orgoglio non l’ha fatta soccombere, giusto?

«Per punire il raccomandato, il primo giorno mi mandarono a pulire dei cessi terrificanti. Avevo l’alibi per dare ragione a mia madre. Decisi di misurarmi con i miei limiti. È stato l’inizio della rinascita. La realtà è provocazione, il primo passo è cimentarsi, duellare con lei, anche se è un cesso immondo. Quando eviti il confronto e ti rintani nella tua stanza sei sempre soccombente».

I compagni le dicevano che ci avrebbe fatto l’abitudine: il cinismo è una difesa?

«Non so fare il callo alla vita, nel bene e nel male. Gli anticorpi come l’alcol diventano un muro di gomma, qualcosa che ti distanzia».

La sofferenza dei bambini è la prova che Dio non esiste?

«Davanti al dolore dei bambini hai due strade: o sperare ancora di più o augurarti che muoiano presto. Ma è un atteggiamento che stride con la natura stessa dei bambini. Per loro speri sempre il meglio. È come in guerra: ci sono la preghiera o la bestemmia, non la negazione di Dio che è un’altra cosa. Il Bambino Gesù mi ha avvicinato alla fede in modo quasi animalesco».

Nel libro si legge che «il bianco della pagina è un ultrasuono» che chiede e chiama.

«La scrittura è qualcosa di spietato, esigente, senza mediazioni. Avere in dote la possibilità di raccontare il dolore degli altri per me è quasi una missione, un onore. Non riesco a immaginare niente di più edificante».

Che cosa pensò quando il presidente del Bambin Gesù le propose di scrivere un libro sull’ospedale?

«Ho capito la grandezza della libertà. Solo un uomo libero accoglie un ragazzetto sconosciuto in divisa da operaio e gli offre la possibilità di scrivere un libro da regalare ai dipendenti. Come quella suora che ha visto la bellezza in quel bambino martoriato dalla malattia, così Francesco Silvano ha visto qualcosa che stava oltre, contraddetto dagli occhi. È una capacità che hanno solo gli uomini di fede».

Com’è passato dalle pulizie al Bambin Gesù alla fiction di Rai 1?

«Alla presentazione di una raccolta per ClanDestino venne Eleonora Andreatta (oggi capo di Rai fiction ndr) e mi propose di collaborare come lettore dei copioni. “Guardi che sono un operaio”, dissi. Aveva letto le poesie di Bambino Gesù: “Non si preoccupi, m’interessa il suo sguardo. Poi la Rai ha i corsi…”. Nei primi tempi facevo le notti in ospedale e poi venivo in Viale Mazzini».

Ora il Bambin Gesù lo frequenta da genitore?

«Al primo figlio era stata diagnosticata una patologia semi autistica. Stiamo seguendo un protocollo, sono spesso lì».

Storia circolare?

«Tempo circolare (poesie 2019-1997) sarà il titolo del libro che uscirà in aprile da Pequod edizioni».

Torna alla poesia e abbandona la prosa?

«In gennaio, sempre da Mondadori, dovrebbe uscire Tutto chiede salvezza, basato sull’esperienza di quando, a vent’anni, mi svegliai in un reparto psichiatrico per un trattamento sanitario obbligatorio. L’argomento è la malattia mentale. Mi sembra che cresca una certa medicalizzazione dell’esistenza. Preciso: non c’entro nulla con i no vax».

Mi fa un esempio di medicalizzazione dell’esistenza?

«Si fa un gran parlare di nevrosi, disturbi, psicosi. Un ragazzo che inizia a interrogarsi sulla vita e non è più produttivo a scuola viene subito spedito dallo psicologo. È accaduto a mio figlio. Quando disse a una neuropsichiatra: “Non capisco perché mio padre deve morire, sono arrabbiato con Dio”, lei ci convocò: “Chi parla di Dio in casa? Dio è un dato ambientale”. Sottolineo: mai parlato di Dio con mio figlio. Una volta uno così lo si mandava a lavorare e a farsi le ossa, com’è accaduto a me».

La Verità, 24 marzo 2019

«Il mio abbraccio con Salvini ha rotto un tabù»

Sigaro sempre acceso, barba cespugliosa e una matassa di braccialetti al polso, Davide Rondoni, poeta bolognese di 54 anni, si definisce «anarchico e cattolico di rito romagnolo». Ma per molti frequentatori dei social, la fotografia del suo abbraccio con Matteo Salvini è qualcosa che macchia indelebilmente la sua immagine da perfetto irregolare. Altre reazioni? «Sono state scritte cose ridicole. L’abbraccio del diavolo, cose così. Invece, altri si sono mostrati contenti di cogliere un accento umano. Chi ha avuto la pazienza di seguire la diretta su Facebook del Festival dell’Essenziale, dove Salvini era ospite, si è accorto dell’umanità di quell’incontro. L’anno scorso avevo abbracciato la sottosegretaria alla Giustizia Federica Chiavaroli del Pd, ma non si era scatenata la canea di oggi. Purtroppo, in certi ambienti siamo fermi ai cliché degli anni Cinquanta».

L’appuntamento è nella sede del Banco di solidarietà di Bologna, una delle tante attività a cui si dedica Rondoni, curatore di collane di poesia, ideatore di festival e fondatore di clanDestino, rivista di poesia con una D maiuscola non banale dove, a commento della vicenda, ha scritto un post intitolato «Confesso che ho abbracciato»: «Sono un estremista dell’abbraccio… In ogni abbraccio rischio l’anima, più che la reputazione». Niente lavoro fisso, vive in una vecchia stalla ristrutturata sui crinali fuori Bologna: «Con quattro figli io e mia moglie abbiamo bisogno di spazio. Lì ci sono cerbiatti, volpi, cinghiali…».

Che cos’ha di poetico Matteo Salvini?

«Quello che hanno tutte le persone che si impegnano nella realtà mettendoci la faccia. Se affrontata con impegno, la vita rivela sempre livelli nascosti. E la poesia, forse, è la chiave migliore per arrivare a quelli più profondi. Salvini non è un uomo di cultura e il suo non fingere di esserlo lo rende simpatico».

Converrà che, d’istinto, la sintonia tra un poeta e il segretario leghista stupisce.

«Non d’istinto, ma a causa di una cultura che ha dato della poesia un’idea lontana dal reale. Mentre noi siamo il Paese di Dante Alighieri e Pier Paolo Pasolini».

Che incarnarono un’idea concreta?

«Erano poeti impegnati nella realtà della propria epoca».

All’ultimo raduno di Pontida Salvini ha citato un suo verso: quale?

«Amare è l’occupazione di chi non ha paura».

Che vuol dire?

«Per amare una donna, i figli e la realtà che hai intorno non devi essere bloccato dalla paura; dalla paura del sacrificio e della diversità».

Salvini è stato ribattezzato ministro della paura.

«Non mi sembra una definizione sufficiente. Non è lui che ha paura, ma la gente».

Normalmente Salvini parla di «pacchia» dei migranti, di «crociera» delle navi delle Ong, di «ruspe» per radere al suolo i campi rom. Come giudica questo linguaggio?

«È il linguaggio di un politico che sta lucrando un consenso su problemi reali. La propaganda è sempre stata grossolana. Quando la Dc diceva che i comunisti mangiavano i bambini o Prodi che Forza Italia era il nulla non andavano tanto per il sottile».

Certe espressioni potrebbero alimentare atti di razzismo negli strati meno critici della popolazione?

«Più che certe parole, ciò che alimenta un possibile scontro è il disagio che provoca la guerra tra i poveri».

Disoccupati e migranti?

«L’attacco ai campi rom non lo fa chi abita ai Parioli, ma chi vive lì vicino. Comunque, io rispondo delle mie parole».

Come si può definire il vostro rapporto? Intesa, simpatia, affinità, vicinanza…

«Direi semplicemente amicizia. A un convegno sulla demografia avevo commentato il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia di Giacomo Leopardi, facendo risalire la questione a un problema culturale. Dei politici presenti in sala l’unico che si è avvicinato è stato lui».

Poi?

«Abbiamo bevuto un caffè e ci siamo visti un paio di volte».

Leopardi avvicina Salvini e un poeta di formazione cattolica?

«Leopardi avvicina sempre le persone».

È stato anche l’autore più amato da don Luigi Giussani, fondatore di Comunione e liberazione dove si è formato anche lei. Fosse vivo come valuterebbe la sua vicinanza con il leader leghista?

«È una domanda alla quale non si può rispondere. Forse non gliene fregherebbe niente. Oppure, visto che amava il gelato ed era un poeta libero dagli schemi, magari prenderebbe un gelato con noi».

Ha votato Lega?

«Questa volta sì. In passato ho votato anche Pd, a volte non ho votato. Non penso che la politica sia la cosa più importante».

Che rapporto ci può essere tra la carità cristiana e la politica di Salvini, tra il cattivismo e il Banco di solidarietà dove ci troviamo?

«La carità è una dimensione della vita. La politica deve prendersi cura dei problemi economici e sociali a cui la carità di per sé non risponde. Poi ogni persona che lo ritenga è chiamata a essere caritatevole nel suo ambito. Qui lavorano dei migranti».

Come ha valutato l’iniziativa dello scrittore Sandro Veronesi che invitava Roberto Saviano a salire sui barconi dei migranti?

«La carità si fa in silenzio, non facendo sapere alla mano sinistra ciò che fa la mano destra. Gli slanci caritatevoli a favore di telecamera non mi commuovono. Su come affrontare un problema epocale come l’emigrazione si possono avere idee e strategie differenti senza pensare che chi ne ha una diversa dalla tua sia cattivo».

In passato ha apprezzato le poesie di Sandro Bondi: è un poeta di destra?

«Continuare a parlare di destra e sinistra non aiuta a capire il nostro tempo. Non sono di destra, ma anarchico, cattolico, di rito romagnolo».

Cioè gaudente?

«Diciamo non clericale. Bondi mi chiese la prefazione a un suo libretto come fanno molte altre persone alle quali non chiedo a quale partito appartengono. Nelle prefazioni scrivo ciò che penso».

Quindi non è un poeta di destra, ma anarchico?

«Il giorno dopo la visita di Salvini, al Festival dell’Essenziale è venuto Moni Ovadia a salutarmi: ho abbracciato anche lui. Sono amico di Roberto Benigni, che sicuramente non è salviniano. La libertà che mi viene dall’esperienza cristiana mi aiuta a comprendere la realtà».

Concorda con Pietrangelo Buttafuoco che commentando sul Tempo quella foto ha parlato di rottura del tabù per cui artisti, scrittori e attori potevano fiancheggiare solo la sinistra?

«Premesso che io non fiancheggio nessuno, forse sì, si può parlare di rottura di un tabù. Il nostro Paese ha bisogno di uscire da troppi cliché e la cultura dovrebbe essere la prima a farlo, non l’ultima».

Altri esempi di conformismo?

«Quando Benigni si pronunciò in favore di Renzi subì un feroce attacco da Dario Fo. Il più libero era Pasolini che non si vergognò di intervistare in tv Ezra Pound quando Pound era considerato peggio del demonio».

Non teme che questa amicizia possa indebolire il suo profilo artistico?

«Non me ne frega niente, così come non penso m’indebolisca l’amicizia con Ovadia, con Benigni o altre persone di sinistra. Di recente l’editore Tallone ha raccolto in un’edizione pregiata la mia opera. Non temo ci sia qualcosa che influenzi uno sguardo libero sul suo eventuale valore».

Da dove deriva la definizione della poesia come «l’allodola e il fuoco»?

«Dai trovatori. La poesia è la voce dell’anima, la voce dell’allodola che non si vede, ma canta tra le tenebre e l’alba».

Che cos’è esattamente clanDestino?

«Una rivista nata trent’anni fa da me e altri ventenni, attraverso la quale scopriamo nuovi talenti e facciamo poesia e letteratura».

E il Festival dell’Essenziale, con tutti i festival che imperversano in Italia?

«È un ritrovo sull’essenziale, nato da persone impegnate nella cultura e nella società con Amici di marzo e Fondazione Claudi».

Come mai porta tanti braccialetti?

«Sono ricordi di viaggi. Questo me lo regalò un tassista tunisino: aveva fatto lo spacciatore di cocaina a Verona. Gli dissi: “Vorresti che i tuoi figli si drogassero?”. “No, ma ero disperato, avevo perso la testa”. Salutandolo, ho abbracciato anche lui».

Come campa un poeta?

«Lavorando. Anche Dante curava gli affari dei Da Polenta, signori di Ravenna. Faceva quello che oggi chiameremmo il responsabile del marketing».

Insegna?

«Niente mestieri fissi, mai assunto da giornali, televisioni, case editrici. Ho diverse collaborazioni, con la Rai, lo Iulm. È una posizione scomoda, ma libera. In passato ho fatto dal guardiano notturno al lettore di contatori. Era divertente, si entrava nelle case…».

Progetti futuri?

«Domenica (oggi per chi legge ndr) a Pordenonelegge parlerò del desiderio, una delle parole del Sessantotto. Citerò il discorso che Pasolini stava scrivendo per il congresso del Partito radicale al quale non riuscì a partecipare: “Io profetizzo l’epoca in cui il nuovo potere utilizzerà le vostre parole libertarie per creare un nuovo potere omologato, per creare una nuova inquisizione, per creare un nuovo conformismo. E i suoi chierici saranno chierici di sinistra”».

È andata così.

«Il fatto che non ci sia una sinistra credibile per me è un problema vero. Ho anche una storia di sinistra: il mio maestro è Mario Luzi, ho seguito le lezioni di Piero Bigongiari, frequentato Franco Loi e Giovanni Testori. Invece di leggere Pasolini, Pavese e Fenoglio gli intellettuali di oggi leggono Umberto Eco e Michele Serra».

Altre idee?

«Le manifestazioni per i 200 anni dell’Infinito di Leopardi, la prima sarà il 25 ottobre alla Festa del cinema di Roma. Ora che si lega l’identità al fare e alla professione, ci servirà rileggere questa poesia scritta due secoli fa da un ventenne. L’identità dell’uomo è il suo desiderio di infinito. Come diceva Giussani nelle università: “O sei legato all’infinito o sei legato al potere”. Questo è il motivo per cui posso abbracciare tutti. Da Salvini a Festus, un ragazzo nigeriano che domani mattina sarà qui a lavorare».

 

La Verità, 23 settembre 2018