«La maternità può essere un atto di ribellione»

Una storia di ossimori. Di opposti che si toccano. Di antinomie che si fondono. Essendo cresciuto con il melodramma, non poteva che essere così. Ora che è adulto dice che dalla disperazione può scaturire l’evento più lieto. Poi c’è la speranza, che non è una virtù ma un vizio. Non a caso per Edoardo De Angelis, regista quarantenne di Napoli (Perez, Indivisibili), svezzato tra Portici e Caserta da nonna Filomena, «la semplicità è la sintesi di elementi complessi». Nel Vizio della speranza (Mondadori), uscito in contemporanea con il film che ha lo stesso titolo, si autodefinisce «un ruspante sofisticato», altro ossimoro partorito dai «sofisticati intellettuali» e i «polli ruspanti della provincia», trovati alla selezione del Centro sperimentale di cinematografia di Roma dove, inopinatamente, fu preso. Uno dei suoi esaminatori era il sussiegoso Umberto Contarello, sceneggiatore di questo film tosto, ambientato a Castel Volturno, enclave nigeriana a nord di Napoli. La morte di Miriam Makeba, avvenuta dieci anni fa durante un concerto proprio lì, è un cavallo di battaglia di Roberto Saviano. Ma nella lunga lista di ringraziamenti in fondo al libro il suo nome non compare: «Ho ringraziato le persone che mi hanno aiutato in modo diretto, il riferimento a Saviano è più mediato».

Che cosa le ha fatto fare un film così tosto?

«Ero alla ricerca di una storia semplice e così sono andato sul Volturno alla scoperta di luoghi e pesrone. Quando, risalendo il fiume, alcuni pesci hanno cominciato a saltare nella barca ho pensato che la storia doveva avere una magia ma essere anche vera. Cosa c’è di più reale e magico ad un tempo di una nascita?».

Ne è venuta fuori una meditazione sulla maternità?

«Se non la intendiamo come fatto meramente ginecologico, ma come un sentimento che può essere anche di ribellione, allora sì».

Riflette sulla maternità mentre in Italia non nascono più bambini?

«È un dato obiettivo».

Un film in controtendenza?

«Mai posto il problema delle tendenze. Provo a fare film che non passino di moda, perciò non lo sono mai. Ho un’attitudine demodé».

Perché le donne hanno tutte nomi mariani? Maria, Fatimah, Virgin…

«Anche zi’ Mari’… Maria è il nome femminile per antonomasia, può racchiudere tutte le identità di donna».

Sono mariani anche altri nomi.

«Tutti i personaggi hanno in sé qualcosa di Maria: in una versione innocente come Virgin, distorta come zi’ Mari’, esotica come Fatimah. Poi tra gli africani ora c’è l’abitudine di dare ai figli il nome di un sentimento: Hope, Destiny, Happiness».

Sono storie reali?

«Reali, ma trasfigurate a fini creativi».

In che modo la speranza, virtù teologale, può essere un vizio?

«È un vizio quando fa demandare ad altri la realizzazione di sé. O quando la preghiera diventa uno sgravio di responsabilità. È una virtù quando è la pietra su cui poggiare la nostra forza per ribaltare anche le circostanze avverse».

Il vizio della speranza racconta la ribellione alla sterilità di Maria. Viene in mente Abramo: parlando di lui San Paolo usa l’espressione «sperare contro ogni speranza».

«È un film che ha diversi riferimenti biblici. Anche se poi mi sono concentrato sulla vicenda umana dei protagonisti».

L’ostinazione di Maria a portare a termine la gravidanza mentre tutto suggerirebbe l’interruzione è anche un giudizio sul ricorso facile all’aborto?

«Non mi sono voluto addentrare in questioni troppo legate alla cronaca o a uno specifico momento storico. Tuttavia penso che quando un essere umano riceve un dono, questo diventi anche un obbligo morale a migliorare sé stessi».

Nel film ci sono molte donne che ne sfruttano altre: la pappona, la kapò, anche la madre della protagonista. È consapevole che questa immagine contrasta con quella in voga, nella quale le donne sono vittime che hanno ragione a prescindere?

«Anche qui sono disinteressato a un pensiero di moda. Credo non esista una vittima a prescindere o una ragione a prescindere. Questo però rafforza in me un sentimento di grande solidarietà e protezione nei confronti delle vere vittime».

Che fine fanno i neonati dati alla luce dalle donne che affittano l’utero?

«Di alcuni sappiamo che trovano famiglie che li amano. Di altri purtroppo non sappiamo niente: non vengono censiti, non esistono ufficialmente. Sono una moltitudine silenziosa che lascia un vuoto che si sente molto forte».

Bambini che spariscono per il traffico d’organi?

«È una realtà che esiste e non riguarda solo questo tempo e questo luogo».

Ha visto anche donne che partoriscono per altri e vivono in condizioni di semi schiavitù?

«Ci sono donne che subiscono questa sorte. È una forma di schiavitù soprattutto mentale, perché viene resa ermetica dai riti vudù ai quali si sottopongono».

Come giudica la pratica della gestazione per altri?

«Già da bambino sentivo racconti del genere, ma non la percepivo come disumana. Mi sembrava una sorta di servizio sociale che avveniva spesso attraverso la Chiesa. Dava un futuro a bambini di cui una madre non poteva prendersi cura, attraverso il desiderio di altre madri e padri che non potevano averne».

Questa è l’adozione di bambini già al mondo o che stanno nascendo. La gestazione per altri avviene su commissione, dietro pagamento, spesso di coppie omosessuali o di classi medio alte.

«Nel film non si racconta la gestazione su commissione, ma di donne che restano gravide e decidono di vendere i bambini. Siamo lontani da un’organizzazione che controlla tutto. Quelle donne sfruttano il proprio corpo non avendo altre ricchezze. Racconto una condizione estrema nella quale non c’è strategia, ma reiteramento della disperazione».

Alla quale contribuisce il distacco dal figlio concepito e tenuto in grembo.

«Rendendola irrisolvibile. Il film comincia proprio con la storia di una donna che scompare perché vuole tenersi il bambino».

L’unico uomo fa da ostetrico al parto di Maria in una situazione che cita la Natività: e così?

«Non mi nascondo, quella è la mia versione della Natività, la mia idea del Natale».

La vita vince anche sulla disperazione?

«Oltre a essere un dono è anche un ingaggio».

In che senso?

«Ricevere un dono chiede di rispondere all’obbligo morale che ne deriva. Se la vita non cambia il dono si perde».

Siamo a una visione cristiana…

«È possibile, ma non ho voluto raccontare un dramma con una tesi prestabilita. Più che una dimostrazione la mia è una ricerca. Se approda a una visione cristiana può andare bene. È di sofferenza anche il contesto in cui nasce Gesù: mi sono interrogato sul motivo dell’eternità delle parabole del vangelo».

E come si è risposto?

«Credo siano eterne perché, in realtà, prima ancora di parlare di Cristo, parlano dell’uomo. M’interessa la realtà, anche la più concreta, che nasconde qualcosa di magico. Cristo è una persona concreta che nasconde in sé una forma di divinità».

A questo punto dobbiamo parlare di conversione o almeno di avvicinamento al cristianesimo?

«Sono fortemente legato alla riflessione sulla fede. In questi ultimi anni si è intensificata sia per motivi intimi personali sia perché credo che la religione sia la questione più importante per l’uomo contemporaneo. Così importante da poterlo salvare o distruggere definitivamente».

Il delta del Volturno sembra il luogo della fecondità.

«È ciò che volevo rendere. Approfondire il contesto di un posto che parlasse di ogni luogo del mondo».

È noto come avamposto africano in Italia, dove morì Miriam Makeba.

«Venne a cantare unendosi agli africani che avevano protestato contro la camorra dopo l’uccisione di sei migranti del Ghana. Nel film una donna canta Malaika in omaggio a Mamma Afrika».

Vista da Castel Volturno dov’è molto radicata pensa che si combatta abbastanza la mafia nigeriana?

«È una domanda a cui non so rispondere. Leggendo reportage e vedendo la situazione sulla Domiziana mi sembra che sia egemone sul territorio. Quest’anno sono stati scarcerati per fine pena 2500 affiliati ai clan dei Casalesi. Quello che succederà è tutto da vedere».

O i Casalesi o la mafia nigeriana. Come mai lo Stato non riesce a intervenire se è tutto alla luce del sole?

«Non mi esprimo perché non è argomento di mia competenza. Mi limito a raccogliere le storie e a raccontarle. Non per sottrarmi a un impegno civile pubblico, ma perché penso di essere più utile alla causa facendo il mio mestiere».

Che consiste, come scrive, nel chiedere agli altri di fare come vuole lei le cose belle che non sa fare?

«È così. Il set per me è un momento di grande gioia».

Fare cinema è costruire «un mondo più vero della realtà». Nel caso del Vizio della speranza cos’è?

«Il seme che diventa atto concreto».

«Creare un mondo magari devastato però un po’ più ordinato. Dove si capisse quello che c’era da capire». Il cinema ha un intento pedagogico?

«Pedagogico non so; sicuramente per me è un’arte di disvelamento che può contenere altri punti interrogativi. Però questo non basta a frustrare una ricerca che procede attraverso soddisfazioni e delusioni».

Il film ha vinto il Premio del pubblico alla Festa di Roma: sperava in una risposta diversa al botteghino?

«Incassi maggiori ci avrebbero fatto piacere, ma non sono la nostra unica priorità. Di un film così è importante che lo spettatore conservi un ricordo profondo, piuttosto che sia visto da tanti che lo dimenticano subito».

Suo figlio di un anno e mezzo c’entra con la sua evoluzione?

«Già il desiderarlo ha innescato un processo di cambiamento, poi il suo arrivo lo ha radicalizzato».

Ci svela «la scoperta commovente» con cui chiude il libro?

«È la scoperta accogliente della normalità. Una cosa che mi piace e mi basta: il rito, il divano, casa».

 

La Verità, 2 dicembre 2018

«Tutto ciò che ho imparato dall’Amica geniale»

Schivo, quasi ombroso, asciutto nelle risposte. Zero concessioni alle curiosità su vicende private. Zero esternazioni su temi politici ai quali sono avvezzi molti cineasti, suoi colleghi. Saverio Costanzo ha 43 anni, due figlie dal primo matrimonio con Sabrina Nobile e una filmografia di tutto rispetto (Private, In memoria di me, La solitudine dei numeri primi, Hungry Hearts). La sua immagine pubblica si condensa nel suo cinema e nel rapporto con il pubblico che ne deriva. La sua compagna è l’attrice Alba Rohrwacher, delicata voce narrante dell’Amica geniale, la serie evento tratta dalla tetralogia di Elena Ferrante e prodotta da Fandango, Wildside e Hbo per Raifiction e TimVision che da martedì sarà su Rai 1 (su TimVision e online su RaiPlay). Al centro della storia c’è l’amicizia speciale tra Lila Cerullo (Ludovica Nasti e Gaia Girace) e Elena Greco (Elisa Del Genio e Margherita Mazzucco) che, dal rione Luzzati della Napoli dei Cinquanta, le spinge a emanciparsi dall’ignoranza, dalla misoginia e dalla povertà. Figura propulsiva di questa parabola è la maestra Oliviero (Dora Romano), capace d’infondere fiducia e autostima, convincendo le ragazze a studiare e coltivare la passione per la lettura. Una storia semplice, ma epica e carica di energia, che è diventata un successo mondiale e alla cui regia Costanzo si è accostato con umiltà, dedizione e sensibilità artigianale. I primi episodi trasmessi da Hbo hanno raccolto grandi consensi dalla critica americana. Time ha inserito L’amica geniale tra le dieci serie consigliate.

L’attesa è finita, che cosa si aspetta dal debutto televisivo?

«Niente. Il nostro lavoro l’abbiamo fatto, d’ora in poi quello che accade non è nelle nostre mani».

Dopo La solitudine dei numeri primi si era ripromesso di non cimentarsi più con un best seller.

«Confrontarsi con un universo simbolico già conosciuto e apprezzato dal grande pubblico implica paragoni impegnativi. Dopo il romanzo di Paolo Giordano ho diretto Hungry Hearts tratto da Il bambino indaco che, rimanendo un’opera di nicchia consentiva una trasposizione abbastanza libera».

Che cosa l’ha convinto a tornare a occuparsi di un’opera molto popolare?

«La storia di Ferrante. Sarebbe stato sbagliato rinunciare alla possibilità di misurarsi con personaggi così ben architettati e profondi, incastonati in una storia così originale».

Come definirebbe il rapporto tra le due protagoniste?

«Molto speciale, ma anche molto comune come sono i rapporti di amicizia. Credo che il successo clamoroso della tetralogia sia dovuto alla capacità del lettore d’identificarsi con le dinamiche interne dei personaggi. Quando accade una cosa del genere è perché c’è una forte aderenza psicologica ai protagonisti della storia».

In che misura secondo lei è autobiografica?

«Il racconto di Ferrante si svolge in un flusso di coscienza. È un lungo monologo interiore che ha una forma autobiografica».

È nata qui l’idea della voce narrante?

«È nata anche qui, ma è stata soprattutto una scelta istintiva. La prima volta che mi sono trovato davanti al libro ho subito immaginato una voce narrante. Essendo però stata una decisione istintiva non saprei dire quali siano le motivazioni concrete».

Che cosa è stato più difficile nella riduzione di un’opera così acclamata?

«La cosa più difficile è stata restituire la densità letteraria del testo. Il cinema inevitabilmente semplifica ciò che la letteratura rende più complesso. Sono linguaggi diversi. Accorpare o cambiare l’ordine degli eventi può portare a rendere meno denso o ad appiattire il racconto. La difficoltà maggiore è creare sempre una tensione drammaturgica, un’energia che riempia lo spazio scenico e i dialoghi tra gli attori».

Invece, che cos’è stato facile?

«Nel cinema non c’è niente di facile. Il bello è stato poter vivere in questo universo femminile per tanto tempo».

Si pensa debbano essere le donne a raccontare storie femminili.

«Nell’arte non ci sono le pari opportunità come in politica. È un terreno nel quale non riesco a pensare in termini di maschile e femminile. Mi piace Virginia Woolf come Fëdor Dostoevskij. Un romanzo così non sarei stato in grado di scriverlo, ma da lettore lo capisco benissimo. Essere profondamente maschio non mi impedisce di avventurarmi dentro una storia femminile, non sarei una persona compiuta. Sono stato educato da femmine a volte anche invadenti, mi sento a mio agio più con le eroine che con gli eroi».

Come avete individuato le interpreti nelle varie età?

«Con un casting circoscritto alla Campania e ai dintorni di Napoli. È un po’ come una pesca, si getta la rete e si raccolgono incontri, persone, facce. Tirata la rete, si cerca di conoscere meglio queste persone e di immaginarle nel racconto».

Il fatto di essere padre l’ha aiutata a lavorare con attrici bambine?

«Mi ha aiutato nella pazienza».

Come si è svolto il rapporto con Elena Ferrante?

«È stato come un dialogo con una persona che sta a Shangai e Skipe non funziona. Un rapporto epistolare, ottocentesco, nel quale ci diamo del lei. Quando ho iniziato a occuparmi della serie avevo già letto i primi tre libri. Avevo provato a prendere i diritti di La figlia oscura, un suo libro precedente».

La collaborazione alla sceneggiatura come si è sviluppata?

«Avevamo scelto di disturbarla il meno possibile, il 95% del lavoro l’aveva già fatto. Quando c’è stata la necessità di coinvolgerla ha dimostrato un profondo senso del cinema e della scena. Non è mai stata difensiva o possessiva della sua storia. Sospetto desiderasse una trasposizione più infedele».

Pubblicherete il carteggio?

«Ci penseremo, le sue note sono molto interessanti le mie molto meno».

Di questa storia le è piaciuta la passione per l’umano e per la vita?

«Sì, certo. Leggendo mi sentivo come un bambino sulla montagna russa. A volte ho anche avuto paura a girare pagina. C’è qualcosa di miracoloso quando s’instaura un rapporto così fisico con la narrazione».

Perché è una storia così apprezzata?

«Per la sua universalità. Se si intercetta davvero un personaggio raccontandone i movimenti interiori il pubblico si riconosce, essendo l’umanità uguale. Nel profondo, siamo tutti la stessa cosa».

Quanto concorre al successo dei romanzi l’inafferrabilità della sua autrice?

«Secondo me per niente. Le speculazioni sull’identità non hanno avuto molto seguito. Non si leggono duemila pagine per la curiosità sull’autrice».

State lavorando già sulla seconda stagione?

«Con lo stesso team: Francesco Piccolo e Laura Paolucci».

In una recente intervista suo padre ha detto che rivede in lei il suo dna…

«Non parlo di mio padre, per scelta personale. Credo che certi rapporti vadano preservati, è una questione di rispetto per il lettore».

Parlando della maestra, decisiva nell’infanzia di Lila e Lenù, ha definito L’amica geniale un’opera anche politica.

«Quando abbiamo messo in scena la maestra Oliviero ho capito che l’ostinazione di questa donna diventava sentimentale. Guardandola con l’occhio di oggi mi accorgevo che non abbiamo più persone come lei. Avvertire cosa significa la passione di un’educatrice che forma le persone di domani è un fatto politico».

Perché secondo lei oggi non ci sono figure autorevoli come quella maestra?

«Per rispondere servirebbe un’analisi sociologica. Ho 43 anni e non conosco un mondo diverso da questo. Bisognerebbe chiederlo agli anziani».

Quando ha capito che il cinema e la regia erano la sua strada?

«Ho studiato sociologia perché volevo fare l’etnografo. M’interessavano i piccoli gruppi sociali, le piccole realtà. Quando nacquero le tecnologie leggere, anziché con il taccuino ho pensato di documentare le situazioni con una piccola telecamera. Ho cominciato a girare dei documentari. Sono stato un anno in un caffè italo americano di Brooklyn, poi in un reparto di terapia intensiva al Policlinico Umberto I traendone documentari di 15 o 20 ore per Internet. Gianluca Nicoletti acquistò Caffè Milleluci per Rai.it. Nella Striscia di Gaza capitai a casa di un signore che abitava con i soldati israeliani sul tetto. Quando gli proposi di realizzare un documentario, lui suggerì di fare un film perché un documentario poteva essere pericoloso. Ne nacque Private, il mio film d’esordio».

C’è qualcosa, una lettura, un viaggio, un incontro decisivo nella sua formazione?

«Un viaggio di tre mesi in India con due amici. Era il 1997, fu uno di quei momenti in cui ti rendi conto di ciò che ti manca per diventare quello che vuoi essere».

Cos’era?

«Avevo 21 anni, per la prima volta ho capito quanto contava la mia curiosità, che poi mi ha permesso di diventare ciò che desideravo».

Il suo cinema è molto attento all’animo umano. Che punti di riferimento ha?

«Il cinema mi sorprende sempre. Mi piacciono da Quentin Tarantino a Ingmar Bergman, da Federico Fellini a Stanley Kubrick, da Yasujiro Ozu a Woody Allen. Quando sei giovane, per formarti, cerchi di essere qualcun altro. Poi rifletti e a un certo punto ti rendi conto che quello che fai somiglia solo a te. E che lo devi accettare, nel bene e nel male».

Che rapporto ha con la politica?

«La seguo molto. Mi appassiono, ma non sono una persona che tende a schierarsi».

A differenza di molti suoi colleghi che prendono posizione pubblicamente.

«Io lo faccio con il lavoro, rivolgendomi al pubblico. Inoltre, tendo a cambiare idea. Affermare qualcosa vorrebbe dire che ho le idee chiare, mentre non è così».

Che cos’è per lei l’amicizia?

«Una grande ricchezza, ma anche un grande fardello. Perché un amico ti ricorda spesso quello che sei e che magari vorresti dimenticare».

 

La Verità, 25 novembre 2018

 

 

«Io, artigiana della musica, sempre alla ricerca»

Il fado portoghese, la canzone d’autore italiana, le corali sacre, la canzone dialettale e quella pop di qualità interpretata con i Matia Bazar: Antonella Ruggiero non si pone limiti e con quella voce può farlo. Ma per scavalcare i generi musicali non basta l’estensione vocale, per quanto straordinaria. Ci vogliono curiosità, passione e quell’irrequietezza positiva che, dalla sua Genova di talenti e tormenti, la spinge con il marito musicologo Roberto Colombo, nei territori lontani della musica. Il nuovo cofanetto di sei cd intitolato Quando facevo la cantante presentato nell’insolita sede della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale ne è la dimostrazione.

Cosa significa Quando facevo la cantante? La fa ancora.

«Certo. Significa quando ho ripreso a fare la cantante solista, dopo sette anni di allontanamento tra il 1989 e il 1996».

È una biografia musicale?

«È un riassunto in sei cd di quello che è avvenuto dal 1996 a oggi. Un racconto in 115 brani suddivisi nei vari generi delle mie frequentazioni musicali».

Come mai ha scelto la sede di una facoltà teologica per presentare il suo nuovo lavoro?

«Ho conosciuto persone che mi hanno offerto questo luogo meraviglioso. Mi fa piacere presentarlo in un posto frequentato con passione da giovani lontani dalla superficialità che sembra dominare il mondo. È una scelta estetica prima che religiosa».

Questa antologia è più uno sguardo al passato o un progetto di rinnovamento?

«La musica è sempre rinnovamento anche se si attinge al passato. Qui c’è la ricerca della musica che mi aiuta a stare bene. Non ho mai cantato brani di autori famosi se non mi trasmettono qualcosa di importante. Preferisco cercare tra gli autori che sono rimasti anonimi perché il destino non li ha aiutati. È un modo di vivere la musica che mi rasserena».

Qualcosa che va oltre la professione.

«Ho deciso di fermarmi per sette anni perché non la sentivo più così. La musica è un mezzo di scambio tra le persone. Io la vivo così, non è mai superficie. La musica quando è sentita smuove e commuove».

Ben oltre il fatto commerciale.

«Non può essere solo la routine dell’ovvio, ciò che bisogna fare per forza: il nuovo disco, la promozione, il tour. È un mondo che ho lasciato tanto tempo fa».

Il primo album da solista intitolato Libera ci ha fatto capire quanto le stesse stretto il mondo dei Matia Bazar.

«Quando si lavora in gruppo non sempre le teste ragionano in modo univoco. C’erano degli obblighi ai quali non volevo più sottostare e dai quali mi sono felicemente scollegata. Volevo aprirmi alla musica in tutta la sua varietà. L’arte è fatta di libertà, di alto artigianato, di superamento delle formule. Io mi sento un’artigiana che va alla ricerca delle perle più preziose, oltre la cultura mainstream. Pensando a come sono fatta ho cominciato a sentirmi nel giusto. Anche perché vedevo che il pubblico aveva i miei stessi desideri e andava a casa contento».

Però non ha rinnegato la canzone da festival.

«Sanremo è l’unica grande vetrina che c’è in Italia. Non giriamoci intorno, se hai un prodotto nuovo e vuoi promuoverlo presso il grande pubblico devi entrare in quel meccanismo per una settimana. Poi puoi tornartene alla tua vita di sempre».

Che rapporti mantiene con gli ex compagni dei Matia Bazar?

«Quando si è lavorato e girato il mondo insieme per 14, anni anche se per una vita non ci si vede, la memoria positiva rimane indelebile».

La sua ricerca spazia dalla canzone popolare alla musica sacra, dalla contemporanea al jazz.

«Sono sempre alla ricerca. Per me trovare un canto, un coro, una nuova aria è come entrare nella bottega di un artigiano in fondo a un vicolo. Quando ci arrivi e ti accorgi che dentro c’è qualcosa di diverso e raro ti senti privilegiato».

C’è un ambiente musicale nel quale si sente più a suo agio?

«Do sempre il 100% ai miei concerti, qualsiasi cosa canti. Ma devo riconoscere che interpretare brani antichi in una cattedrale accompagnata da un organo antico è un’esperienza particolarmente intensa. Anche il pubblico avverte una sorta di sospensione, si dimentica di quello che accade fuori».

Perché Genova ha dato i natali a tanti artisti?

«È una città particolare, meditativa. Diversa da Bologna e Napoli, anche loro di grandi tradizioni musicali, magari più gioiose. Genova è una città medievale austera, che aiuta a tirar fuori sentimenti profondi e intimi che fanno parte di tutti. Tante persone si ritrovano nelle parole dei cantautori genovesi».

È un motivo di tipo geografico, l’essere schiacciati tra montagna e mare, o un fatto di frequentazioni?

«Credo che la causa principale sia il territorio. Sai che hai una fettina di terra dal Ponente al Levante, che alle spalle c’è il monte e davanti c’è il mare, che significa potersene andare quando si vuole. Sono delle mura psicologiche che alimentano la poesia».

In un cd avvicina Crêuza de mä a O mia bela Madunina: quanto è importante la musica della tradizione dialettale?

«Importantissima. Tanto quanto girare l’Italia e andare a visitare certi paesini remoti eppure pieni di storia e di vita come facevano certi attori di teatro. È molto gratificante cantare davanti a persone che mai si muoverebbero per andare nelle grandi città».

La sua ricerca musicale è anche esistenziale?

«È la ricerca del bello. È un fatto di educazione. Fin da bambina i miei genitori mi hanno insegnato ad ascoltare la musica nei vari generi. Ricordo che una volta, sentendo un organo liturgico nella chiesa di Santa Maria di Castello, rimasi senza fiato. Mi auguro che ci siano genitori che insegnino ai figli ad ascoltare la musica vera, non quella obbligata che ci bombarda in tutti i momenti».

Che ricordo ha della sua prima collaborazione canora con il nome di Matia a un’incisione dei Jet, intitolata Fede, speranza, carità?

«Avrò avuto 21 o 22 anni, la prima volta in uno studio di registrazione. Era un intervento vocale senza testo, una coralità istintiva. Da lì è partito tutto: tre su quattro componenti dei Jet formarono i Matia Bazar, cambiammo solo il batterista».

Ricorda il primo momento in cui scoprì di avere questa voce?

«Ho sempre avuto vicino la musica. Cantavo in casa, come un animale su un ramo. Mai avrei pensato che potesse diventare una professione, mi occupavo di grafica e arti visive. Il primo momento fu quella collaborazione con i Jet, salita sul palco vidi che la mia voce piaceva. È un dono di natura».

Che cosa pensa dei talent musicali?

«Tra i giovani ci sono quelli desiderosi di popolarità, che sperano di sfondare rapidamente, e quelli che accettano di costruire nel tempo la propria fisionomia. Sperare di avere tutto subito è un’illusione. Quanti ragazzi tornano a casa delusi e pieni di sensi di colpa perché non ce l’hanno fatta. Poi è difficile rialzarsi. Nel jazz, ma soprattutto nella musica classica ci sono ragazzi che accettano di fare sacrifici e inseguono la qualità dell’artigianato».

Appurato che non è solo una cantante, come si definirebbe? Un’artista, una ricercatrice musicale, un’innamorata della musica…

«Non saprei. Io canto e mi esprimo attraverso la musica per incontrare le persone. Mi piace molto e lo vivo come un compito».

 

La Verità, 19 novembre 2018

 

«Io, obiettore di coscienza dei social network»

«Testimone di una trasformazione portentosa». Si definisce così Mauro Covacich, 53 anni, scrittore triestino che vive a Roma nel quartiere Flaminio. Autore schivo e profondo, com’è nel temperamento della gente di quel confine martoriato. Un confine crogiuolo. Il suo ultimo libro, La città interiore (per La Nave di Teseo che ha deciso di ripubblicare il «Ciclo delle stelle»: A perdifiato, Fiona, A nome tuo, Prima di sparire), è entrato nella cinquina finale del Campiello. In giugno ha ricevuto il premio intitolato a Fulvio Tomizza, uno dei tanti scrittori che hanno segnato la sua formazione. Gli articoli che Covacich scrive sul Corriere della Sera illuminano sempre qualcosa di cruciale, uno stato d’animo, una svolta culturale, le ragioni di una differenza. Come quello sulla tranquilla rinuncia ai social network per privilegiare rapporti in carne e ossa. Oppure quello sul cambio dello scenario psicologico che ha portato ai nuovi equilibri della politica. Nell’ultimo ha dipinto «la plaga dei coetanei», nonni che giocano a calcio, padri di cinquantenni con la tartaruga, a loro volta genitori di adolescenti che vestono da sciantose: «Tutti coetanei, che incubo».

In quell’articolo ha demolito un mito su cui sfreccia la nostra società da mezzo secolo: forever young, per sempre giovani.

«È uno strano per sempre, perché poi si muore».

Subito al dunque…

«Credo che l’illusione di restare giovani peggiori la vita perché le fa perdere forma. Una delle forme della vita è data dall’età. Essere bambino, poi adolescente, adulto, anziano. Questo non significa che uno non cerchi di stare meglio che può. Ma se sono un padre è giusto che mio figlio mi percepisca come un’altra cosa, diversa da lui. Quando vivevo con i miei genitori, le parole di mio padre le ascoltavo come provenienti da un altro mondo. Non erano le parole di un mio amico».

Da sempre i ragazzini vogliono diventare presto adulti e i vecchi ringiovanirsi: cosa c’è di male?

«Non mi sembra sia così. Fino a qualche anno fa i vecchi e i genitori erano figure autorevoli. Ora sembra che da 10 a 80 anni partecipiamo tutti alla stessa gara. È una pretesa che falsa la realtà, la adultera. Dobbiamo imparare ad accettare il momento in cui siamo fuori gara, senza che questo significhi essere morti. Oggi essere pensionati è una colpa, un tempo era uno stato in cui, non essendo più nell’agone, si poteva elargire la propria sapienza. Il vecchio le cose le aveva fatte e ora trasmetteva un pensiero. Adesso i bambini sono pressati dall’obbligo di diventare adulti, soprattutto le bambine bramano diventare ragazze, donne fatte».

Combattere il mercato globale e la pubblicità che vivono sull’industria anti invecchiamento, sulla smania di prolungare la giovinezza, la prestanza e l’avvenenza è una battaglia di Don Chisciotte?

«Definirla battaglia significa pensare che possa persuadere qualcuno invece sono rassegnato. Questo non m’impedisce di protestare. L’ossessione che abbiamo per il corpo ne annuncia anche la dissoluzione. Da una parte, non ipotizzando un dopo, è la nostra ultima certezza e cerchiamo di mantenerlo il più bello possibile come un’urna sacra. Dall’altra si è moltiplicata un’idea di amicizia che prescinde dall’incontro».

Invece?

«Penso che amicizia significhi anche avere a che fare con il corpo dell’altro. Se tradisco un amico devo aspettarmi che mi tiri un ceffone. Nella comunità digitale, pur parlando continuamente del corpo – alimentazione, diete, palestre – il corpo non c’è. È tutto virtuale. Anche l’amore si fa a distanza. L’esperienza sessuale mostra questa contraddizione».

In che senso?

«Il sesso si è trasformato in una prova atletica. Ci sono i tutorial per imparare le tecniche e diventare bravi. L’elemento personale, psicologico, l’arrischiamento, anche l’imbarazzo, l’emozione e la titubanza non ci sono più».

Convivere come coetanei azzera il carisma degli adulti?

«Se non c’è distanza tra l’adulto e il ragazzo non c’è prospettiva. La fine dell’autorevolezza dei professori comincia qui. Magari c’è l’eccezione di quello che irradia ancora fascino, ma dalla maggioranza dei ragazzi gli insegnanti sono considerati degli sfigati. Non perché siano più stupidi di una volta, ma perché si sono abbassati al livello degli studenti. Fanno parte della plaga dei coetanei di figli, genitori amici, studenti, allenatori, tutti nella stessa gara».

Tutti nei social network.

«Fanno i simpaticoni. Sperano di conquistare ascendente con la complicità. Danno il numero di cellulare ai ragazzi… Mi sembra aberrante che un ragazzino possa accedere al cellulare di un professore. È questione di status, non di problematiche sessuali. Come si fa a scambiarsi l’amicizia su Facebook? Se sei mio amico non sei più interessante. Tuttalpiù posso darti una pacca sulla spalla, ma non ti ascolto più con attenzione».

La categoria degli insegnanti è svalutata per colpa loro o della politica?

«Non credo sia colpa della politica. Certo, hanno fatto mille riforme e non se la sono cavata bene. Ma l’errore è il fatto che per i ragazzi il professore è diventato uno di loro. Posta le foto, aggiorna il profilo… L’eccesso di democratizzazione è fuorviante. Sono sparite autorità e autorevolezza. Le materie sono le stesse, ma ai miei tempi il professore suscitava un sentimento misto di paura e fascino. Non c’è più soggezione perché non c’è più differenza».

Le donne sono più vulnerabili al passare del tempo?

«Credo di sì. Ma credo che la vulnerabilità delle donne sia causata dall’aver assunto i tratti virili dei comportamenti sessuali e sociali degli uomini. L’emancipazione della donna ha preso una strada imprevista. Non credo che le femministe degli anni Settanta pensassero che meritare lo stesso trattamento degli uomini comportasse la mascolinizzazione della donna».

E per converso la femminilizzazione del maschio.

«Ci sono dati evidenti. Gli uomini hanno più attenzione per la cosmesi, i ragazzi si depilano, usano meno la macchina e si fanno venire a prendere a casa dalla ragazza. Una volta farsi la patente per andare a prendere la ragazza era motivo di orgoglio».

Nel libro La città interiore ricostruisce la mappa storica, esistenziale e psicologica dalla quale lei stesso scaturisce. Perché si è sottoposto a una ricerca così impegnativa?

«Ognuno di noi ha la propria città interiore, ognuno di noi è quello che gli altri lo hanno fatto diventare. Poi ci si mette del proprio. I genitori e i maestri che abbiamo avuto, i viaggi, i libri, le esperienze che abbiamo fatto determinano quello che siamo. Covacich è un cognome sloveno di una persona italiana. Per me è stato un lavoro e solo successivamente un libro necessario. Una sorta di resa dei conti. Avevo raccolto vari giacimenti, quello della famiglia e della storia, quello degli scrittori… È una ricostruzione anche topografica, una mappa d’identità».

Un’identità che contempla la rottura di confini ideologici e esperienze contrastanti come fare il bagnino e scrivere di notte oppure amare gli sport pensando all’Isef e iscriversi a filosofia.

«Alcuni contrasti si sono risolti. Ora conduco una vita dedicata con continuità alla scrittura. Negli ultimi 15 anni mi sembra di aver scavato nello stesso buco. Ho scritto libri molto autobiografici, romanzi con persone più che con personaggi. Persone vere in carne e ossa, mia madre, la mia compagna, i miei amici. Si sta definendo questa identità di scavatore, di uomo che cerca. Solo apparentemente è una vita risolta».

Da giovane con i suoi amici discuteva di gettatezza, l’essere venuti al mondo inopinatamente in una data epoca e in un dato luogo, rispetto alla quale c’è chi crede al caso e chi al destino: lei?

«Sono contento di vivere in quest’epoca di cambiamenti radicali. Personalmente credo al caso. Se si cresce in una bella famiglia a Stoccolma o in un campo profughi in Sudan nessuno può farci niente. Ma il secondo ha tutti i diritti di incazzarsi».

Quanto contribuisce la cosiddetta società dell’immagine, ora con i social network ancor più pervasiva, al rifiuto della vecchiaia e alla rimozione della morte?

«Non so se sia una delle cause o uno degli effetti di questa rimozione. Ma non si può fermare il mare con le mani. Io ho una posizione considerata snob, da obiettore di coscienza dei social. Il mondo dominante è questo, pochi privilegiati possono permettersi di starne fuori. Mi basta vedere i miei amici la cui vita nella maggioranza dei casi batte su altri ritmi. Non ho l’ansia di stare al passo con i tempi. Rivendico la libertà di essere antiquato, senza che questo significhi essere retrogrado o antimoderno. Mia madre a 78 anni ha scoperto Facebook ed è diventata un’altra persona. A me semplicemente non interessa».

I sociologi parlano di cultura del narcisismo.

«Non è rimasto altro che rispecchiarsi nella propria immagine. Il gesto stesso del selfie ha modificato il modo di guardare il mondo: davanti ci sei tu e il mondo – i paesaggi, i monumenti – è in secondo piano alle tue spalle».

L’io si è sostituito a Dio?

«Non credo. Il luogo di Dio è rimasto vuoto, ma si prova a riempirlo con altri palliativi: l’ambientalismo, il veganesimo. Credo che in modo inconscio a nessuno sfugga la propria fragilità. Il bisogno di certezze ce l’abbiamo tutti. I fanatismi, dal pornoshop alla militanza nell’Isis, sono risposte alla vacillazione dell’io».

A lei che cosa dà speranza?

«Io non ho speranza… Ma l’intervista non può finire così… In realtà, sono contento di vivere il presente, curioso di quest’epoca. Mi sento testimone di una trasformazione portentosa. Un po’ come un cronista alla fine dell’Impero romano. Non si sa cosa verrà dopo, ma la caduta dell’Impero è un momento molto stimolante».

 

La Verità, 18 novembre 2018

 

«Faremo boschi più belli di quelli della Grande guerra»

Torneranno i boschi. Sull’Altopiano di Asiago, nelle vallate dell’Agordino, sulle pendici della Carnia. Ci vorranno anni e denaro. Ci vorrà soprattutto il lavoro della gente di quei posti. Ma torneranno i boschi, e saranno migliori di quelli devastati dall’uragano. Lo dice Daniele Zovi, autore di Alberi sapienti, antiche foreste (Utet, 2018): «Noi, una volta leccate le ferite, daremo vita a boschi migliori di quelli che c’erano. Lo faremo per i nostri figli e i nostri nipoti perché difficilmente riusciremo a vederli». 65 anni, nativo di Roana, a due passi da Asiago, capo della Guardia forestale del Triveneto, da poco in pensione con il grado di Generale di Brigata dei carabinieri (dal 2017 la Forestale appartiene all’Arma), Zovi è un’autorità in materia di boschi, animali e montagne. I suoi toni pacati sono il combinato della competenza filtrata dall’esperienza.

Qual è stato il suo primo sentimento davanti all’immagine di migliaia di abeti caduti come stuzzicadenti?

«Nella mia esperienza avevo già visto le conseguenze di trombe d’aria in piccole aree. Stavolta non è stata una tromba d’aria, sono caduti interi boschi. Mi sono subito tornate alla mente le immagini in bianco e nero della distruzione della Prima guerra mondiale sull’Altopiano».

I suoi posti.

«Ho gestito i territori dalla Valdastico alla Valle del Brenta per molti anni».

Le zone dell’Agordino e della Carnia hanno avuto più danni?

«Le conosco bene, ma non ci sono ancora stato. Il Cadore è stato più colpito perché il maltempo ha interessato territori abitati. Nell’Altopiano il vento ha investito le malghe e il bosco. Il danno è stato maggiore nelle foreste monospecifiche di abete rosso».

Perché?

«La causa è la violenza del vento. L’abete rosso ha radici superficiali, rese ancora più deboli dal terreno intriso d’acqua. Le raffiche hanno divelto intere file di piante che, cadendo come birilli del bowling, hanno abbattuto anche quelli vicini. L’effetto è più devastante tra piante della stessa età e altezza, vicine tra loro. Dopo la Grande guerra i boschi furono piantati così».

Un errore?

«La conoscenza forestale era quella. In tutta Europa furono piantati boschi di questo tipo. Forse più ispirati al profitto che a criteri ecologici».

Il governatore del Veneto Luca Zaia ha parlato di montagna-prateria.

«Nel momento del disastro si tende a enfatizzare. Ci sono danni mai visti a memoria d’uomo. Ma nell’Altopiano di Asiago non credo superiori al 10% della superficie boschiva. Il che è tanto: significano circa mezzo milione di alberi. Per fortuna abbiamo un complesso forestale ricco».

Sono sufficienti i 253 milioni stanziati per il ripristino delle zone colpite?

«Per tutta Italia sono certamente pochi. Parlando del Triveneto, l’Altopiano e il Trentino hanno avuto danni soprattutto al bosco. Nell’Agordino, nell’Ampezzano e nel Cadore sono sparite case e scomparse strade, come quella che va da Auronzo a Misurina. Per intervenire in queste situazioni servono tanti soldi».

La prima azione per ripartire?

«Un censimento preciso dei danni da fare con droni o elicotteri».

Poi bisognerà aumentare il personale. Nel Veneto ci sono 500 forestali, a differenza per esempio della Sicilia, dove sono 20.000…

«Nel Veneto tra carabinieri forestali, dipendenti dei servizi della Regione e operai si arriva a circa 500 operatori. Al Sud ci sono regioni con decine di migliaia di operai che in questo momento ci farebbero molto comodo. Questo squilibrio è ingiustificato e scandaloso».

Proviamo a spiegare?

«D’estate la manutenzione del territorio dell’Altopiano è assolta da 40 operai. In un posto analogo in Campania, Basilicata o Sicilia ce ne sono 4000, rapporto da uno a 100. Se fossero qui, i nostri boschi sarebbero giardini, invece quelli del Sud sono mal tenuti. Per fare un esempio, fatta salva la diversità climatica, la prevenzione degli incendi dovrebbe funzionare diversamente. Anche in Trentino Alto Adige c’è più personale, ma lì la differenza si vede».

Censimento dei danni e riconoscimento della carenza di personale: e poi?

«Lo Stato dovrebbe accorgersi che anche il Veneto ha bisogno. Ci sono milioni di tronchi da portare via in fretta. Annualmente sull’Altopiano si tagliano 23.000 metri cubi di legname. Se ora dobbiamo gestirne mezzo milione, con lo stesso personale servirebbero 20 anni. Però in due anni il legno marcisce e si deprezza. Ma, soprattutto, il legno morente richiama i parassiti la cui infestazione potrebbe minacciare rapidamente anche le piante sane».

Bisognerebbe trasferire forestali dal Sud alle regioni colpite?

«Si dovrebbero assumere operai stagionali che verrebbero facilmente istruiti. E aiutare le imprese boschive ad attrezzarsi con macchinari d’avanguardia. Ne esistono alcuni che si arrampicano ovunque e con un braccio meccanico prendono la pianta, la tagliano e la caricano sul carro».

Serve un commissario?

«Serve una regia unica. Anche per la fase di trasformazione di questo legname. Il paradosso è che noi portiamo via i nostri tronchi e compriamo tavole dalla Svezia, dalla Norvegia e dall’Austria. Abbiamo chiuso le segherie perché erano troppo piccole e non competitive. Ora potremmo sfruttare questa crisi per rinascere».

Come?

«Ricominciando a produrre tavole e mobili come abbiamo fatto per secoli. E poi progettando la ricostruzione delle foreste ispirate alla biodiversità. L’abete rosso dà legno pregiato e molto commerciabile per mobili, pavimenti, strumenti musicali. Ma in questi giorni ho visto gli abeti rossi a terra e molti faggi in piedi».

Gli alberi sono come la salute? Ne avvertiamo l’importanza quando cominciano a mancarci?

«Negli anni Sessanta Mao Zedong fece tagliare i boschi per dar spazio all’agricoltura. Ora i cinesi si sono accorti che basta una pioggia intensa a far esondare i fiumi e hanno avviato un piano di rimboschimento con decine di milioni di alberi».

In Italia siamo a posto?

«Nel 2017, con il 38% del territorio la superficie forestale ha superato quella agricola. Niente come i boschi ben tenuti scongiurano le piene e proteggono le città dalle alluvioni. Dovremmo ripiantarne in pianura. Quando arrivò Napoleone fece tagliare i 200 boschi di querce della Serenissima».

In Torneranno i prati, ambientato in una trincea italiana sull’Altopiano dove ha vissuto a lungo, Ermanno Olmi fa dire a uno dei soldati che quando la guerra sarà finita l’erba nuova cancellerà tutto. Che film farebbe oggi Olmi?

«Quando diresse Il segreto del bosco vecchio dal libro di Dino Buzzati ci mostrò il colonnello Procolo che, decidendo di tagliare le piante secolari, provoca l’infestazione e la caduta di altri alberi. Ermanno ci ha insegnato la sacralità del bosco e l’importanza del suo mantenimento. Sia lui che Mario Rigoni Stern ci direbbero d’imparare dalla natura».

Come si fa?

«Una volta leccate le ferite daremo vita a boschi migliori di quelli che c’erano. Lo faremo per i nostri figli e nipoti perché, considerata l’età, difficilmente li vedremo. Saranno boschi con le radure, dove trovano l’erba il cervo, il capriolo e il camoscio e dove il gallo cedrone fa le sue parate amorose».

Che rapporto aveva con Mario Rigoni Stern?

«Ho avuto la fortuna di essergli amico da sempre. Andavamo nel bosco insieme, ci vedevamo spesso a chiacchierare. L’ultima uscita con gli sci da fondo l’ha fatta con me. Anche di Ermanno ero amico».

Che cosa le hanno lasciato queste persone?

«Un grande vuoto. Continuo a essere influenzato dalla loro amicizia. Quando vengo consultato e penso a cosa fare, m’interrogo su cosa farebbero loro».

Le hanno lasciato una parola o una situazione particolare?

«Con Ermanno abbiamo istituito un bosco testimone, una riserva forestale dove non si va più a tagliare, ma si osserva la natura all’opera. Da Mario ho imparato che ogni albero ti racconta la sua storia, basta saperlo ascoltare».

Come le ha insegnato questo segreto?

«È un insegnamento di decenni. Con lo sguardo, la cura, l’attenzione. Da qui scaturiscono la conoscenza e il rispetto della natura. Solo recuperando questa sensibilità capiremo che cosa ci sta dicendo con questi eventi».

L’Altopiano è una Heimat, direbbero tedeschi e austriaci. Essere un territorio appartato, non meta di turismo di massa, è un vantaggio o svantaggio?

«Per decenni è stato una sorta di isola dove si parlava il cimbro. I collegamenti più fitti possono minacciare la tradizione. Allo stesso tempo l’aumento del flusso di persone è servito a non far decrescere la popolazione dei residenti come avvenuto in territori troppo remoti. L’Altopiano è il posto con la più alta densità di malghe e alpeggi d’Europa. In Cadore, da quando hanno cominciato a fabbricare occhiali, sono sparite le malghe».

Una comunità insegna a rapportarsi con la natura in modo diverso da come pretendono certi ambientalismi esasperati?

«Il rapporto con la natura deriva dalla cultura che si è evoluta nel tempo. I nostri nonni tagliavano la legna per scaldarsi, andavano a caccia, raccoglievano i funghi per sopravvivere. Oggi anche la gente di montagna percepisce che andare per boschi fa bene allo spirito».

Cosa pensa dell’ambientalismo che introducendo protezionismi esagerati mette l’uomo al secondo posto?

«È astratto come certo animalismo esasperato. Ritengo che il giusto approccio sia guardare la natura nel suo complesso contemplando la presenza dell’uomo e l’uso che fa della natura stessa. Il bosco prevede di essere tagliato. Capisco che il momento del taglio possa provocare un sentimento di pena. Ma da quando l’uomo è sceso sulla terra taglia le piante e tuttavia siamo ancora molto ricchi di foreste».

Esiste l’ambientalismo da salotto?

«Esiste. Ma l’unico ambientalismo possibile è quello che trae origine dalla profonda conoscenza dei sistemi naturali. Un ambientalista che vuole definirsi tale deve consumare scarponi».

La Verità, 11 novembre 2018

«La sinistra ha fatto la storia, ora fa la Leopolda»

Enrico Lucci risponde in una pausa di lavoro. Quest’anno ne ha più di prima. Dopo Realiti Sciò, striscia tutta sua su Rai 2 in cui ha raccontato il declino del berlusconismo, nella nuova stagione di Nemo – Nessuno escluso, sempre Rai 2, il più ganzo del bigoncio – uno di sinistra che crede nell’ordine democratico, 54 anni, di Velletri, gavetta nelle tv romane prima di bussare in Viale Mazzini e di approdare alle Iene di Davide Parenti – canta e porta la croce. Incursore, intervistatore, conduttore. Al suo fianco non c’è più Valentina Petrini: «Mi sono attenuto alle scelte editoriali della Rai».

Sta di fatto che è un nuovo Nemo, con l’intervista politica rivisitata.

«Sono venuti Luigi Di Maio e Antonio Tajani, ma non è detto che debba essere sempre politica».

Però si vede che ti diverti, soprattutto se il soggetto si presta.

«Provo sempre a divertirmi, perciò tutti i soggetti si prestano».

Fai i servizi e conduci.

«Nel tempo spero di ridurre i servizi. Con ’sto mal di schiena…».

E il giornalismo di strada?

«È il mio. Se vai dove ci sono le persone sei più libero. In studio devi fare gli onori di casa, non puoi invitare uno e prenderlo a schiaffi. Sono due prospettive diverse».

E tu preferisci?

«Teoricamente, la strada. Solo che ho 54 anni…».

Un ragazzo.

«Anche in studio si può trovare una forma educata pur facendo tutte le domande».

Lilli Gruber o Corrado Formigli a Di Maio e Tajani ne avrebbero fatte altre.

«Ognuno è figlio della propria vita. La Gruber è una cosa, Formigli un’altra, Diego Bianchi un’altra ancora».

Tu sei più popolare?

«Non mi auto-intesterò mai la volontà del popolo. È tutto popolo, anche la Gruber e gli altri. Io provo a sintonizzarmi sul linguaggio corrente».

Appunto.

«Cerco di connettermi, arraffo quello che mi sembra di sentire. Altrimenti, per essere veramente l’uomo della base, dovrei vivere sette anni in Veneto, sette in Calabria…».

Ti sei messo il programma sulle spalle: inviato, intervistatore, conduttore.

«Macché spalle… I pilastri sono altri. Alessandro Sortino, capo progetto. E gli inviati veri, giganti come Daniele Piervincenzi, Laura Bonasera, Selenia Orsella, Marco Maisano e tutti gli altri».

Hai cominciato una nuova carriera da anchorman, da giornalista che porta la realtà in tv e la interpreta?

«È la ragione sociale di Nemo: mostrare quello che si muove nel Paese e raccontarlo in tutti i suoi aspetti».

Puoi cominciare a dire «la mia televisione», come i conduttori importanti.

«Io penso sempre la stessa cosa. Che tutti impariamo da tutti e ognuno sviluppa un proprio modo di vedere le cose. Non c’è nessun Leonardo da Vinci in giro, me compreso».

Siete diversi dalle Iene perché meno giustizialisti?

«Raccontiamo le cose con un linguaggio più disteso. Il nostro montaggio è attento ai particolari, come la fotografia. Ma Le Iene fanno bene il loro mestiere».

Hanno il gusto di stanare il furbetto e la doppia morale.

«Noi proviamo a essere più letteratura. Senza tirarcela».

Ti trovi bene in Rai o qualche volta hai la tentazione di tornare a Mediaset?

«Tutto dipende dalle persone. In Mediaset ho lavorato con grandi professionisti come Davide Parenti o Giorgio Gori. Sono venuto in Rai perché c’era Ilaria Dallatana. Anche con Andrea Fabiano mi sono trovato bene. Io ho iniziato in Rai con Claudio Ferretti, un fratello maggiore».

Siete diversi anche da Propaganda Live, perché meno autoreferenziali de sinistra?

«Un po’ sì. Diego Bianchi si è inventato un programma che non esisteva. All’inizio era molto elitario, adesso è più universale. Pensavo che avrebbe faticato fuori dalla Rai, invece su La7 ha ritrovato il suo pubblico. Se non c’è Nemo, Propaganda me lo vedo».

Anche tu de sinistra

«Ci sono mille modi di esserlo. A me tutti i stereotipi de sinistra me fanno orore».

Per esempio?

«Er cannarolo depresso, l’intellettuale fasullo che chiamate radical chic… Potrebbero stare tutti in Siberia a tagliare le betulle».

Sinistra sovietica?

«Ma no. Detesto pure certe macchiette nostalgiche che identificano il passato col paradiso. Essere di sinistra significa esprimere la critica continua allo stato presente delle cose. Non incasellarsi su figurette da quattro soldi su cui gli altri speculano».

Nella prima puntata hai detto che il socialismo ha lottato per le classi deboli, contro l’imperialismo, per gli operai… e ora è finito «alla Leopolda», pronunciata in falsetto.

«La sinistra ha scolpito la storia del Novecento, i laburisti hanno inventato il welfare… Tutto questo movimento ciclopico si è ridotto alla Leopolda. Mentre il resto del Pd litiga nel miglior modo possibile».

Tu cosa ci hai capito?

«Son passati otto mesi da quella scoppola elettorale e fino all’altro giorno non c’era traccia del congresso. Invece, dopo un mese avrebbe dovuto esserci un nuovo segretario e un nuovo programma. Devono reinventarsi e organizzare una proposta interessante per gli italiani. Cosa che non si sa quando accadrà, perché serve uno che comanda e decide cosa fare».

Uno come Marco Minniti?

«Come si fa a dire, c’è anche Nicola Zingaretti. Vediamo chi si presenterà e con quali contenuti».

Sicurezza e ordine sono valori di sinistra?

«Certo».

Che cos’ha Nemo in più degli altri programmi?

«Dovrebbero dirlo Sortino e gli autori. Comunque, la novità sono quelli che vengono in studio e in tre minuti dicono quello che devono dire. Poi c’è il tentativo di fare servizio pubblico, raccontando il mondo che c’è adesso nel modo più neutro possibile perché la neutralità assoluta non esiste. Cioè, con lo stile nostro, riflessivo e rispettoso di vari punti di vista».

Il mondo che c’è adesso sono le app del sesso delle ragazzine: degrado morale o evoluzione di costume?

«Qualsiasi cosa dipende da come la fai. L’importante è escludere violenza fisica e morale. Ognuno si può scegliere la vita che vuole, basta che non rompa i coglioni agli altri».

Il bene e il male però esistono e ogni azione ha conseguenze in te e negli altri, o no?

«Certo. Se stai sempre sulle app del sesso ti rovini. Anche l’uso compulsivo del cellulare è deleterio. Il vino è buono, ma se cominci a berlo di prima mattina finisci sotto i ponti».

Che Italia è quella di Nemo?

«È l’Italia contemporanea, dove tutto è mobile, suscettibile di cambiamenti secondo la tendenza sostenuta dai social. Tutto può diventare il contrario di ciò che era il giorno prima».

Società liquida?

«Gassosa. Che si sposta a seconda di come tira il vento».

Vista da qui quanto è distante la politica?

«Si è ricalibrata sulle nuove usanze. Matteo Salvini fa un tweet o un video ogni mezz’ora, Di Maio anche. Mentre gli altri non sanno come prendere il toro per le corna».

Anche Renzi governava con i tweet.

«Con risultati inferiori. Salvini è il più bravo di tutti. Peccato che poi alla fine tutto cozza con la realtà. Tipo: in due settimane bloccheremo la Tap, poi vai al governo, ti accorgi che devi farla e quelli che ti avevano votato t’inseguono coi forconi».

La politica quanto è distante dalle situazioni tipo Gela?

«Gela sta laggiù. Se quei livelli d’inquinamento si trovavano a Milano vedi come correvano i politici. Dovrebbero avere in mano la situazione e trascinare tutto il Paese verso una vita migliore. Invece inseguono il consenso e stanno sempre a guarda’ i sondaggi».

L’informazione quanto è lontana dalla gente reale?

«Tutti parlano della gente, presumono di rappresentarla. Ma lo fanno per mettersi al centro della fotografia».

Con l’occhio ai sondaggi.

«Per me un vero politico non si dovrebbe far vedere né sentire. E dopo due anni ci dovrebbe mostrare quello che ha fatto».

L’informazione televisiva è pregiudizialmente contraria al governo attuale?

«Pregiudizialmente lo si poteva dire dopo un mese. Adesso che ne sono passati cinque si possono dare dei giudizi. E poi vedo spesso Mario Giordano e Marco Travaglio che un po’ bacchetta e un po’ no. Le posizioni sono variegate».

Meno tra i conduttori.

«Se conosci la loro opinione ti regoli. Si sapeva che Michele Santoro era di sinistra, però lo vedevano anche quelli di destra. I conduttori non possono essere neutri».

Ma nemmeno tutti d’opposizione. Non sarà perché i legastellati contestano l’establishment?

«Quanto influisce sull’opinione pubblica l’orientamento dei conduttori? Quando parlavano Enzo Biagi o Indro Montanelli si stava a sentire. Oggi è tutto cambiato. I giovani stanno sui social e i nuovi media sono talmente diversificati… Se vedi Giovanni Floris sai che la sua non è la verità… Scusa, ho citato la vostra testata».

Molto controcorrente. Anche Nemo escluderebbe qualcuno, tipo Roberto Spada o gli aguzzini di Desirée Mariottini?

«Agli aguzzini di Desirée che vuoi chiedergli: cosa pensano dell’amore? La militante di Forza nuova con la maglietta di Auschwitzland, per esempio, non la vorrei. Certe persone vanno ignorate per non legittimarle».

Fabrizio Corona?

«Anche quella è televisione. Puoi pure chiamarlo, per capire perché uno così rappresenta un modello per tante persone».

Ultimo libro letto?

«Ho sempre amato la poesia. Da poco ho scoperto Wisława Szymborska: scrive poesie che si capiscono al volo. La gioia di scrivere è un libro bellissimo».

Ultimo film visto?

«Non vado al cinema da due anni. Uscivo quasi sempre deluso. Stare seduto al bar a guardare la gente è il film più bello».

Serie tv?

«A ’sto punto tutti dicono Netflix (con la vocina): io non so manco cos’è. Si va a mode: due anni fa la città più bella era Barcellona, ora è Berlino. La sera accendo la tv e mi fermo dove mi va. Guardo i ciccioni che devono dimagrire, i camionisti…».

Se avessi un figlio adolescente che cosa gli diresti?

«Che la vita non ha alcun senso tranne quello che riesci a dargli tu. E spero sia un senso di felicità. Già sono tante le rogne quando uno viene al mondo… Passalo pure male, sto periodo».

 

La Verità, 4 novembre 2018

«Anche oggi ci sono tanti figli delle stelle»

Le sue stelle vengono da lontano. Fisse, immutabili, evocative come la sua voce, alta e sognante anche ora che Alan Sorrenti ha 68 anni. Pieno di energie, progetti e visioni, spazia dalla musica al cinema alla scrittura, sempre con un certo spirito ribelle e anticonformista. Lo stesso che ha permesso alle sue canzoni di solcare diverse generazioni e arrivare fino a oggi.

Perché Figli delle stelle è una canzone ancora attuale?

«Lo chiederei al pubblico. In Italia, sbagliando, si è inserita questa canzone nel filone della dance music».

Invece?

«È qualcosa di più complesso. Innanzitutto era uno stile inedito da noi, ispirato al Los Angeles sound nato a metà degli anni Settanta, un misto di funky, soul e pop music. Anche se è uno stile durato poco, ha condizionato la scena musicale futura, con figure come Maurice White, arrangiatore e produttore degli Earth, Wind & Fire, e Jay Graydon che interpretò il riff di chitarra di quella canzone, che io avevo scritto con la voce».

Che cosa c’entrava lei con loro?

«Andavo in quella direzione. Soprattutto seguivo Tim Buckley, grande artista folk rock e grandissima voce. Morì per un incidente ad un party che inaugurava il suo tour poco prima che arrivassi in California. Per fortuna c’era Graydon ad aspettarmi».

Il testo come nacque?

«Erano anni particolari. Viaggiavo tra Napoli, Roma, Londra e Los Angeles. Qualche giorno in un posto, una settimana altrove. Ero più in aereo che a terra, facevo incontri fugaci. Avevo una visione planetaria della musica, della vita. Da quella situazione nacque quello che potremmo chiamare romanticismo stellare».

Ma il testo?

«È un misto di tante cose. Non è una canzone nata di getto. Mi ha ispirato la costa del Pacifico che era davvero un altro mondo. Stavo allo Chateau Marmont nei giorni in cui c’era la prima di Star Wars. Ero sdraiato davanti allo schermo. Nella campagna di casa mia invece dormivo sotto il cielo. Facevo tanti incontri. Era una “corsa senza fine” per “noi figli delle stelle, figli della notte che ci gira intorno… ci incontriamo per poi perderci nel tempo”. Avevamo la sensazione che si stava entrando in un’altra epoca».

Le stelle, la notte, il vento, sentimenti comuni alla gioventù di tutte le generazioni.

«Il fiume era quello. Quella canzone ha toccato corde profonde e comuni a tante epoche. Essere giovani in quegli anni è stato qualcosa di particolare».

Li rimpiange?

«Lo spirito ribelle lo si rimpiange sempre perché ci rende vivi. Invece, spesso ci adagiamo sull’ipocrisia. Adesso tocca a mio figlio quindicenne andare alle manifestazioni. Noi adulti che abbiamo già vissuto queste esperienze con relativi errori, dobbiamo sostenere i giovani senza far prediche. Eleanor Roosevelt diceva: “Cerca di imparare dagli errori degli altri: non vivrai così a lungo per farli tutti da te”».

Parlando di errori, senza gli stupefacenti la sua produzione artistica sarebbe stata altrettanto rigogliosa?

«Non lo so. È una risposta che non posso dare perché è stato quello che è stato. In un mondo di grandi pressioni, l’alterazione finalizzata all’arte e alla creatività ci può stare. Nessun grande artista è stato esente da certe pratiche. Il problema è il controllo».

Problema non da poco, visto come sono finiti molti artisti. A lei è andata molto bene…

«È vero. Bisogna affrontare l’argomento con grande attenzione. Tanto più ora che c’è un ricorso sempre più frequente a sostanze chimiche che fondono il cervello. Però, quando si parla ai ragazzi non basta proibire, dire “no, non si può fare”. Bisogna andarci dentro e guardare che cosa succede, che conseguenze ci sono. Parlo soprattutto delle pasticche e delle nuove sostanze».

Chi sono i figli delle stelle di oggi?

«Qualche anno fa è uscita la bella commedia di Lucio Pellegrini intitolata Figli delle stelle, con Pierfrancesco Favino, Fabio Volo, Giuseppe Battiston. Ci ho messo un po’ a riconoscere quelli di cui parlavo nella canzone. I figli delle stelle sono i sognatori che cercano di cambiare il mondo e anche la loro vita».

Un’idea per farlo?

«Io sono buddista da trent’anni, pratico il buddismo di Nichiren Daishonin e sono membro della Soka Gakkai International. Non mi sono mai schierato con nessun partito. Noi esseri umani siamo “sostanza luminosa”. Dobbiamo prendere atto del tempo in cui viviamo. Il filosofo inglese Timothy Morton dice che la fine del mondo è già avvenuta e che non si può tornare indietro, alla ricerca di uno stato antico. Se prendiamo coscienza di questo, possiamo affrontare la vita in un altro modo. Ricominciare a vivere, dopo la fine del mondo. È un paradosso, ma possiamo scrivere la storia insieme, padri e figli».

Lei non si è schierato con i partiti, ma in un’altra canzone dell’epoca dice: «Vorrei incontrarti fuori i cancelli di una fabbrica», come per dire che le lotte operaie non c’erano più?

«Non era un discorso di lotta di classe, ma un invito a riappropriarsi della vita. In quella stessa canzone dico “vorrei incontrarti lungo le strade che portano in India”. Era un’epoca di ricerca, un’epoca ribelle e violenta. La gente si ammazzava per le strade. La mia ribellione era nella mia voce. Le motivazioni dei ribelli non erano sbagliate, lo era il modo di perseguirle. Buddha parla di lotte pacifiche, non violente».

Restando da quelle parti, qualche anno fa si è esposto per la solidarietà alle popolazioni terremotate del Nepal: come mai non ha fatto altrettanto per quelle dell’Abruzzo o dell’Umbria?

«È stata una notizia montata. A Trastevere un esponente buddista disse che si stavano organizzando dei concerti di solidarietà. Lo appoggiai, niente più. Non avrei niente da perdere a espormi per le popolazioni italiane. Ci mancherebbe. Non sono schierato. Per me la vita e la musica sono la stessa cosa. Quando vado sul palco trasmetto quello che sono».

I figli delle stelle c’entrano con i 5 stelle?

«Non confonderei le cose. Appoggio questo governo, almeno ha preso una posizione precisa. Noi siamo l’Italia, vogliamo guardare ai fatti con i nostri occhi, la nostra sensibilità. Pochi giorni fa sono stato a Bruxelles e poi in Germania per un concerto e ho percepito tanta freddezza. Noi italiani siamo speciali, ma dobbiamo rimboccarci le maniche. Per tanti anni pensavo che lo fossero gli inglesi perché avevo la mamma gallese, ora comincio a pensare che i veri speciali siamo noi.».

Come nacque Tu sei l’unica donna per me con la quale vinse il Festivalbar? Era un inno alla monogamia?

«Beh, io sono monogamo: musica e vita coincidono. Ribellione è anche spontaneità. Tu sei l’unica donna per me è nata in un attimo. Mi ero svegliato vicino alla mia ex moglie, che ora è nei cieli. C’era la chitarra e mi sono messo a scrivere. È stato un momento di spontaneità romantica».

Si ispirava a Tim Buckley, collaborò con Jay Graydon, Jean Luc Ponty e altri artisti importanti. Oggi c’è la stessa complicità tra musicisti?

«In quegli anni c’era più spontaneità. La musica era centrale. Oggi ci sono rapporti impostati su qualcosa che non è la musica, ma il marketing, il budget, l’economia. Mio figlio mi fa sentire i rapper italiani, trovo che abbiano grande energia e sappiano scrivere. Tra loro c’è affinità. Seguono ritmi nuovi, hanno una forte creatività ritmica, zero melodia. I testi rivelano questo loro mondo borderline… Se ci fosse un po’ più di profondità sarebbe meglio».

Che cosa non le piace del mercato musicale attuale?

«È invaso dalle cover. Non si ha la capacità di rischiare. Si va sempre sulle solite cose, le solite melodie. L’unica cover che ho fatto in tanti anni è stata Dicitencello vuje. Ma non è stata una vera e propria cover, l’ho destrutturata per farla rinascere, ogni tanto nella vita bisogna smontare tutto e ricominciare».

Chi sono i musicisti che apprezza?

«Quelli creativi certamente, dai Daft Punk a Steven Wilson. Attualmente ascolto volentieri Lana Del Rey e Lenny Kravitz. E poi alcune nuove produzioni come, tra gli Italiani, Frah Quintale, Luche e Liberato e, a livello internazionale, come quella dei Juice Wrld, Kendrick Lamar e Asap Rocky».

C’è qualcuno nella scena italiana che stima più di altri?

«Mi viene in mente la ricerca di Franco Battiato e il prog dei Saint Just di Jenny Sorrenti, con cui ho fatto un paio di concerti questa estate a Palazzo Farnese a Piacenza e al Castello di Trieste. Poi ci sono tanti brani classici e nuovi, la playlist è infinita e l’ascolto random».

Che rapporto ha con le nuove tecnologie?

«Lavoro con il computer, ma per i social mi affido a una media manager. Nella vita quotidiana sono un outsider: vivo in pieno il mondo attuale, ma ne prendo le distanze, entro ed esco quando voglio».

L’anno scorso in Terapia di coppia per amanti con Ambra Angiolini e Pietro Sermonti ha cantato Figli delle stelle. Il cinema l’attira?

«Nel 1979 avevo già recitato in Figlio delle stelle, diretto da Carlo Vanzina Quello dell’anno scorso è stato un semplice cameo, in occasione dei 40 anni della canzone. Certo, fare un film mio mi piacerebbe».

È un’anticipazione, un progetto reale?

«Il primo vero progetto è un album di inediti. Sto scrivendo i testi, la musica è già pronta. Vorrei fare un album che sia mainstream, ma anche originale. Vorrei accompagnarlo con un libro autobiografico che ripropone le mie esperienze, filtrate dalla memoria e dall’immaginazione. Ciò che viviamo, rivisitato qualche anno dopo, svela tutta la sua potenzialità. Una volta prodotti album e libro, farò un grande tour nei teatri».

 

La Verità, 29 settembre 2018

«Oggi pregare è diventato un gesto eversivo»

Una doppia provocazione. Una provocazione al quadrato. La prima è la trama del romanzo. Una storia quasi eversiva. Che cosa c’è di più scorretto, di più alieno, di un bambino che prega? Oggi, nell’era digitale. Oggi, ai tempi di Instagram. Leone di Paola Mastrocola, appena uscito da Einaudi, è la storia di un bambino di sei anni che di punto in bianco inizia a recitare Padre nostro, Ave Maria, Angelo di Dio per strada, a scuola, in salotto. Pregando, turba. La madre soprattutto, che non si capacita. E l’ambiente, la maestra, i compagni di classe, i vicini di casa. La seconda provocazione è la pubblicazione stessa del romanzo. Come sarà accolta una storia così dai lettori, dai media, dai circoli letterari? A me ha richiamato alla mente La strada di Cormac McCarthy, protagonisti un padre e un figlio in cerca di futuro dopo una catastrofe nucleare. Qui ci sono un figlio e una madre divisi da quella preghiera, prima di un evento meteorologico che cambierà la vita di tutti. Poi mi ha fatto ricordare L’ultima luna di Lucio Dalla.

Con Paola Mastrocola, torinese, autrice di fortunati romanzi e saggi sulla scuola, firma del Sole 24 ore, ci incontriamo negli uffici della Fondazione Hume diretta da Luca Ricolfi, suo marito. Alle pareti disegni, schizzi, studi a carboncino.

Di chi sono?

«Miei. Risalgono a quando avevo vent’anni e volevo fare la pittrice».

La pittrice?

«Certo, è tutto un fallimento la mia vita. Mai avrei pensato di scrivere romanzi».

Altri fallimenti?

«La poesia, il teatro, la critica letteraria, l’università. Strade bloccate e porte chiuse fino a 44 anni».

Le è andata meglio…

«Sì, adesso posso fare quel che mi piace davvero: scrivere. Ma fino a 44 anni è stata dura».

Il fallimento più doloroso?

«Forse, la carriera universitaria. Ho fatto un concorso a 42 anni e non l’ho superato. C’erano i baroni».

Ci sono ancora. E la poesia?

«Fino all’esordio come romanziera non ho mai trovato un editore se non a pagamento. Un libro pubblicato a pagamento nasce morto».

L’editore lo trovò per La gallina volante.

«E cambiò tutto. Le porte si aprirono. Avevo vinto il Premio Calvino per opere prime con lo pseudonimo Enrica Tolmer».

Con lo pseudonimo?

«Gliel’ho detto, il mio nome era segnato dai fallimenti. Volevo cambiare identità e vita. Mandai il manoscritto così, non pensavo di vincere. Quando Luigi Brioschi di Guanda mi chiese se volevo mantenerlo dissi di no. Sbagliando».

Perché?

«Perché mi avrebbe reso invisibile, una cosa che mi piace da pazzi. Oggi gli scrittori peccano di divismo. Pontificano in tv, alle presentazioni, nei salotti, mentre dovrebbero essere invisibili. Solo i libri devono esistere. La scrittura è segreta, riservata».

Invidia Elena Ferrante?

«Molto. Ha avuto il coraggio di fare quello che a me non è riuscito. E poi è bravissima, una tra le migliori».

Perciò, se Fabio Fazio la invitasse su Rai 1 lei non ci andrebbe?

«Ci sono andata, per altri libri, con gioia. Come vede, sono una peccatrice anch’io. Però mi piacerebbe lo stesso far sparire Paola Mastrocola e trovarmi un’altra identità per togliermi di dosso un bel po’ d’incrostazioni che mi hanno appiccicato».

Per esempio?

«Sono la vecchia nostalgica e reazionaria perché ho osato dire che mi piacciono lo studio, la serietà, il latino e il greco, la grammatica e la letteratura. In più ho qualche perplessità sul mondo digitale. Infine, ho combattuto la scuola voluta da Luigi Berlinguer che è stata ed è un disastro».

Altre etichette da cui fuggire?

«Quella dello scrittore-insegnante. Che abbia insegnato cosa significa? Esiste lo scrittore che fa il tranviere, il cacciatore di balene, l’impiegato di banca? No, esiste solo lo scrittore. Invece, appena esce un mio libro si crede già di sapere com’è. Ma se non lo so nemmeno io… C’è una certa inerzia mediatica… Siccome nel 2004 ho scritto dei libri sulla scuola sono sempre quella lì. Invece, vorrei potermi ancora stupire di me. Questo romanzo, per esempio, mi ha stupito moltissimo».

Spieghi.

«Ho voluto fare un esperimento scientifico, inventando un bambino che prega quando gli viene. Ovunque, in bagno, a scuola, fuori dal cinema. Mi sono detta: proviamo a metterlo nel nostro mondo di oggi e vediamo cosa succede».

È una favola, una parabola, una storia di fantascienza?

«Nei miei libri non descrivo la realtà, ma la esaspero senza però cadere nell’irrealistico. Negli ultimi capitoli piove a lungo, ma non è una situazione impossibile. In Non so niente di te un gregge di pecore irrompeva in una conferenza di economia a Oxford. Improbabile. Ma lì, poco distante, ci sono prati e pascoli e non si sa mai».

Come le è venuto questo bambino che manda tutti nel panico?

«Lo spunto me l’ha dato un’amica libraia. L’ho raccolto dopo aver maturato pensieri, sentimenti e la voglia di raccontare la bambina che sono stata. Quando i bambini normalmente pregavano, normalmente credevano in Gesù Bambino e non in Babbo Natale. La mia famiglia non era assiduamente praticante. Eravamo cattolici in quanto italiani, come tanti. Poco alla volta ho abbandonato tutto. Ma mi è rimasta una visione religiosa della vita».

Se oggi un figlio si mettesse a pregare cosa accadrebbe?

«Credo ciò che accade nel libro. Tutti sono imbarazzati, molti lo escludono, altri gli chiedono di pregare per loro. Questo bambino sconvolge. Noi non siamo pronti, prega chi va in chiesa. Chi non è cattolico o non appartiene a una religione specifica cosa se ne fa di quel sentimento naturale che è pregare? Per Leone è un gesto ingenuo. Si rivolge a qualcuno che è suo amico e che si chiama Gesù. Crede che lo possa aiutare. Tanto per cominciare lo ascolta, mentre i genitori hanno sempre da fare…».

Pregare è un atto eversivo?

«Oggi sì. Abbiamo abbracciato la scienza e la tecnologia come nume tutelare. Preferiamo essere positivisti e materialisti. Trionfano parole come utilità, tecnologia, carriera. Sono sparite le parole dell’interiorità: credere, dubitare, riflettere, coscienza».

Leone resuscita anche l’esame di coscienza.

«Quand’ero bambina lo facevamo. Niente di che, a fine giornata ognuno si prendeva un piccolo tempo per riflettere su ciò che aveva fatto o non fatto. Oggi ci corichiamo con il tablet. Non voglio dire che bisogna snocciolare il rosario, non siamo beghine. Ma stare un momento con sé stessi e pensare che non finisce tutto con noi può aiutare».

La madre turbata rappresenta il politicamente corretto? Uno che prega è «come un’auto che esce dalla coda e ti verrebbe da rimetterla in fila con le altre».

«Una madre è turbata dalla diversità di un figlio. Vorrebbe che fosse uguale agli altri, conforme. È tendenzialmente conformista. Perché la differenza la mette in crisi. Anche se quella di Leone è una diversità minima, non fa niente di male».

Illuminante l’ammonimento della maestra e della preside: «Suo figlio che prega esula».

«Esula deriva da esilio, essere fuori. A noi che piacciono tanto gli esuli, uno che prega non ci piace. Ci piacciono gli esuli esotici, non quelli nostrani».

Comunque, Leone un po’ strano lo è: mai una partita a pallone, un litigio…

«Gioca a minibasket. È un bambino timido, con un suo mondo immaginario in cui Gesù lo aspetta su una panchina invisibile. Non è un bambino di moda, estroverso e vincente».

È un libro di donne sole, la mamma, la nonna…

«Non ci avevo pensato».

Libro cripto femminista?

«Non pronuncerei quella parola».

In tutto ci sono due uomini.

«Avevo bisogno che la madre fosse da sola con suo figlio, altrimenti le dinamiche familiari mi avrebbero deviato dal cuore della storia. La nonna è sola perché il rapporto tra lei e Leone è il vero centro di tutto».

Un rapporto molto vissuto.

«Perché qui si è intrufolata la mia vita. Ho perso mia madre quando mio figlio aveva tre anni e non può ricordarsela. Io invece ricordo il rapporto d’amore tra loro: mai visto un amore così. Il motore affettivo del libro è il dolore di mio figlio che non ha potuto davvero conoscerlo, quell’amore. Tutto il resto è inventato, compresa la preghiera».

Che non è poco.

«Mi sono chiesta: c’è la preghiera nel nostro mondo? Ci rivolgiamo al cielo soprattutto nelle situazioni di pericolo, di precarietà. Ma a me quando c’è una bella giornata, come oggi, viene da dire: “Grazie Gesù”. Oppure, sotto le stelle… Altre volte mi vien da dire: “Gesù, fa che…”. Sono stupita: da dove mi arriva questa cosa? Ma se mi chiede se credo in Cristo rispondo di no».

Un libro così, calato nell’oggi, è un esperimento?

«Sono curiosa di vedere come verrà accolto. Piacerà al mondo cattolico, al mondo laico, a nessuno? Facendo due presentazioni ho avvertito un certo disagio quando pronuncio la parola Gesù, una perplessità strisciante. Ho voluto chiedere a me stessa e alla mia generazione cosa ne abbiamo fatto del cristianesimo. È una domanda che rivolgo ai miei contemporanei perché la risposta io non ce l’ho».

Nell’emergenza, quando salta l’elettricità e si spengono i cellulari, la comunità si ritrova attorno a quel bambino: dobbiamo tornare al poco ma fondamentale?

«È una forzatura narrativa. Ma penso che per andare al fondo dobbiamo sfrondare, tornare all’essenziale. È la spoliazione di San Francesco. Accantonato il superfluo emergono i rapporti e nasce la comunità».

Perché ha scelto come epigrafe una frase di Louis Aragon che parla di qualcuno che ha sollevato una tenda, rendendo nuovamente possibile ciò che fu?

«Leone pensa di vedere Gesù la notte di Natale dietro una tenda che si scosta. È un episodio della mia infanzia. Spesso nella nostra vita il miracolo ci passa accanto, si scorge qualcosa, s’intravede la divinità. Come dice Eugenio Montale nella poesia I limoni, intravisti nel loro giallo solare da “un malchiuso portone”».

La Verità, 28 ottobre 2018

«Ho fatto 30 mestieri, la mia tv viene dalla strada»

È l’anima severa dello show di maggior successo della televisione italiana. Teo Mammucari a Tú sí que vales, terza stagione di fila. Gli ascolti sono da sballo. 5 milioni abbondanti di telespettatori, share tra il 29 e il 30%, roba che nessuno si sogna più da quando la tv generalista è accerchiata dalle piattaforme multinazionali, dalle streaming tv e dai tanti canali nativi digitali. Nel sabato sera di Canale 5 si esibiscono comici, cantanti, maghi, acrobati. Il pubblico e i giudici promuovono o bocciano. Prevalentemente promuovono. In una giuria composta da Maria De Filippi, deus ex machina del programma, Gerry Scotti e Rudy Zerbi, Mammucari è l’elemento scafato, schietto, cinico e sanamente borgataro della situazione. Un romano fra tre lombardi, il più pop di tutti, senza tante indulgenze. «Io dico quello che penso pure se il pubblico mi contesta. Sono pagato per questo. Sarebbe più semplice dire sì a tutti. Ma credo che Maria mi abbia preso perché sono imprevedibile, magari inopportuno. Però, vabbé». Cinquantaquattro anni, statura da centrale difensivo, espressione da pesce in barile, Mammucari mi riceve all’undicesimo piano di un grattacielo in zona Porta Nuova a Milano, casa arredata con eleganza e opere d’arte di valore. A Milano vive la figlia Julia (avuta dalla ex velina Thais Wiggers ndr), che Teo adora. Per starle vicino si è piazzato bene… «Ma questo è il mio secondo lavoro», sottolinea. «Non butto i soldi in cazzate. Da sempre li investo in appartamenti, a Roma e altrove. Chi fa il nostro mestiere deve avere pronta un’alternativa per quando, da un momento all’altro, la luce potrà spegnersi». Chi l’avrebbe detto? Teo Mammucari, l’intrattenitore un po’ cialtrone di Libero, Distraction, Scherzi a parte, Cultura moderna, Le Iene con Ilary Blasi e tutto il resto. Invece.

Perché Tú sí que vales ha tutto questo successo?

«Perché è un talent internazionale, con un cast composto da artisti come Iva Zanicchi, Gerry Scotti, Maria De Filippi, Belén Rodriguez, Rudy Zerbi. E poi c’è lo spettacolo con talenti provenienti da tutto il mondo. È un mix di esibizioni e goliardia che abbraccia i gusti di un pubblico largo. Uno show pieno di emozioni, pensato da Maria e gestito con maestria da Sabina Gregoretti, capo degli autori».

Lei fa il guastafeste? In una puntata ha bocciato due mentalisti attirandosi le critiche di Zerbi.

«I giochi di prestigio sono sempre gli stessi. Ogni tanto c’è una novità, ma può sfuggire qualcosa di banale anche a un professionista. Ne parlo con cognizione di causa, avendo studiato a lungo da prestigiatore».

Racconti.

«Andavo alla scuola di Franco Silvi. Ho fatto serate e spettacoli, non solo per bambini. Poi ho dovuto scegliere una strada. Non si può fare il comico, il cantante, il mago, l’imitatore. Però, anche adesso, quando andiamo a cena, Rudy e Gerry mi chiedono di finire la serata con qualche giochino».

Quanto del suo successo è dovuto alla sua espressione, diciamo così, irriverente?

«Non saprei. Quando mi vedo allo specchio non mi sto neanche tanto simpatico. È vero, non si capisce mai di che umore sto. Ma la faccia racconta la mia vita».

Comicità che viene dalla strada?

«Dalla vita che ho fatto. Ci sono due possibilità: creare i comici in studio o portare in tv la gente comune».

Lei è di Velletri.

«Ma quale Velletri, sono del quartiere San Lorenzo di Roma… Le bufale di Wikipedia… Come quella del nome: non so dove abbiano trovato Teodoro Roberto Luis. Il mio nome è Teodoro, ridotto a Teo quando ho visto che artisticamente funzionava».

I suoi genitori?

«Mia madre lavorava in tintoria, mio padre era pavimentista».

La portava con lui?

«All’inizio sì. Ma da 18 anni in poi avrò fatto 30 mestieri, operaio, garagista, elettricista, imbianchino. E andavo ai provini. Arrivavo alla scuola di teatro con le mani che puzzavano di acquaragia. Ho fatto anche il pugile. Ho smesso quando mi hanno detto che mi sarei rotto il setto nasale… Non potevo fare il cabaret col naso storto».

Il suo obiettivo assoluto.

«Andare a teatro o in tv. Una volta spunta mia sorella: “Ho visto uno in un villaggio turistico che fa gli scherzi come te”. Si chiamava Fiorello, capito perché stava in fissa? Così me so’ dato ’na mossa. Vitto e alloggio garantito e 300.000 lire di stipendio».

Anche lei animatore turistico.

«Alla Valtur. Come Giulio Golia, Beppe Quintale… Per dieci anni».

Poi?

«Ho girato i locali, una serata qui una lì. Finché ho fatto il mio locale, il Gildo, che prima era un garage. Di giorno andavo nelle piazze a invitare la gente, la sera facevo lo spettacolo. Dopo un anno de ’sta vita, ha cominciato a riempirsi. Ci son passati tutti: Ficarra e Picone, Max Giusti, Enrico Brignano, Gabriele Cirilli, Enzo Salvi, anche Paolo Bonolis. Era una specie di Derby romano».

Lei cosa faceva?

«Gli scherzi, le gag del villaggio. Una sera viene Giovanni Benincasa, l’autore, e mi dice: andiamo a farlo in televisione. Così è nato Libero».

Aldo Grasso ha scritto che la sua è cafoneria.

«Se lo dice lui… Quando parliamo di calcio l’opinione di Arrigo Sacchi conta, ma credo che ci siano tanti modi di giocare a calcio».

La capacità di far divertire è un fatto genetico o una scuola?

«Credo un fatto genetico. Al bar o con le donne devi essere spontaneo. Io sono così anche nella vita privata. Poi certo, so stare in televisione. È una professione. Qualcuno può pensare che sia cinismo, ma non è così. Raimondo Vianello era cinico? E Paolo Villaggio? Una volta mi ha detto che gli ricordavo lui, le cose che faceva agli inizi. È stato uno dei più grandi complimenti che ho ricevuto».

Come diventò una iena?

«Davide Parenti mi aveva visto a I guastafeste dove facevo le candid camera. Mi chiama: ≤Ce l’hai un’idea?≥. “Certo che ce l’ho, ma sto sotto la doccia”. Ovviamente, non era vero. Esco di casa e in ascensore una donna mi toglie un capello dalla spalla… E se facessi le interviste togliendo la forfora dalla giacca dei vip? Così è cominciato tutto».

Gli scherzi di Libero erano veri o falsi?

«Mai fatto scherzi finti. Era tutto dal vivo, non c’era neanche lo scalda pubblico. Bene: una sera alla seconda edizione alzo il telefono e sento una voce strana, con l’accento napoletano come quello dei cameramen. Do lo stop e fermo tutto. Io amo la serietà nel lavoro, non ho bisogno di fingere. Anche perché fare scherzi finti è quasi più difficile che farli veri».

Mai più Libero?

«L’altro giorno ho incrociato Benincasa: “Perché non rifacciamo Libero?”. Sto da vent’anni a Mediaset, ho fatto programmi importanti. Se non mi proporranno niente d’interessante potrei pure rifarlo. Ma in Rai i direttori cambiano ogni tre anni. O c’è uno come Carlo Freccero, oppure… Una volta mi convocò Sergio Japino da Fabrizio Del Noce per parlare di un programma: “Ma chi lo fa ’sto programma?”. “Lo fa Teo Mammucari”, rispose Japino. Del Noce: “E chiamiamo ’sto Mammucari…”. Io stavo lì da un’ora».

Ai politici faceva domande incomprensibili.

«Improvvisavo la supercazzola. Facevo una lunga domanda senza dire niente. Mi ero accorto che i politici si preparano i discorsi, vanno in tv con il compitino studiato. Basta dirgli la parola giovani e si scatenano… Andavo davanti al Parlamento per dimostrare non solo che non ti ascoltano, ma che dicono quello che hanno deciso a prescindere».

Lo rifarebbe adesso?

«Non credo. Per la prima volta dopo 50 anni mi stanno piacendo i giovani che sono arrivati. Anche quando c’era Silvio Berlusconi non m’interessava con chi andava a letto, da Bill Clinton in giù tutti i politici si son dati da fare… M’interessavano i risultati che portava. Non sono esperto di queste cose, ma apprezzo le idee chiare e la caparbietà su alcuni argomenti. Questo mi mette un po’ di speranza. Non condivido tutto, ma si sente aria di pulizia. Non è il solito gruppo di politici».

Qual è il programma più interessante di questo periodo?

«Il più rivelatore è Uomini e donne. Svela il momento che stiamo vivendo in Italia».

Su chi o cosa imbastirebbe uno scherzo, una parodia, una presa in giro?

«C’è l’imbarazzo della scelta. Adesso sto scrivendo lo spettacolo per la tournée nei teatri in primavera. Racconterò la mia vita di cabarettista, i lavori, i sentimenti. Sarà Teo Mammucari Live, un one man show».

Perché non conduce più Le Iene?

«Al mio compleanno sono venuti Francesco Totti e Ilary. Lei mi fa: “Teo, devo fare il Grande Fratello Vip, ho pensato di prendermi una pausa dalle Iene”. Ci ho pensato: “Sai che c’è? Me la prendo anch’io una pausa”. Ne abbiamo parlato con Parenti, il rapporto è dinamico, si può rientrare».

Chi è per lei Davide Parenti?

«È il “killer dell’anima”. Quello che mi ha scioccato di lui è che lavora senza tempo. Non l’ho mai visto pensare alla sua vita o a sé stesso. Il giorno in cui deciderà di lasciare, Le Iene saranno orfane».

Maria De Filippi?

«Da lei ho imparato a parlare poco. Io la chiamo la suprema conservatrice perché ha la capacità di conservare l’energia e di farla esplodere a bassa voce, stupendo il pubblico per la sostanza delle cose che dice».

Antonio Ricci?

«È il maestro. Non a caso quando ci sentiamo o ci vediamo lo chiamo il guru. Sa qual è il più grande complimento che ho ricevuto in questi giorni?».

Sentiamo.

«Gerry Scotti che mi dice: “Se io e te facessimo Striscia la notizia ci divertiremmo un sacco”».

Chi è per lei Ilary Blasi?

«Una sorella. Un’amica del cuore che non vorrei mai perdere. In tv abbiamo un feeling particolare, sappiamo darle e prenderle. Con la Gialappa’s ho imparato anche a prenderle…».

Chi è Teo Mammucari in televisione?

«Uno che non somiglia a nessuno».

E fuori dalla televisione?

«Uno fragile con l’occhio furbo».

 

La Verità, 21 ottobre 2018

«Così ho ricominciato a vivere e a lavorare»

Ieri si era completamente dimenticato dell’appuntamento. Con tutte le grane che ha… Avvocati, documenti, ricorsi. Ma adesso è qui, con una bella cera: «Sì, il primo step è che ho ricominciato a volermi bene», dice, ed è uno step che merita subito una sosta. Marco Della Noce sta tentando di risalire la corrente. Circa un anno fa la sua vicenda aveva riempito i giornali e le televisioni: «Il comico di Zelig dorme in macchina». Separato e con tre figli da mantenere, lo sfratto esecutivo e il lavoro che non c’era più anche a causa della ex moglie che gli aveva fatto terra bruciata intorno, la storia del cabarettista, noto per le maschere del capomeccanico di Maranello e del fonico sempre strafatto, è diventata esemplare di un certo modo di gestire la fine dei rapporti coniugali. In poco tempo è precipitato nella depressione, fino a quando, grazie alla visibilità dei giornali, è arrivata la risposta di amici e persone comuni che gli ha fatto tornare la voglia di vivere e lavorare. «Prima l’avevo persa. Quando si susseguono gli eventi negativi si è paralizzati dai sensi di colpa. Si comincia a dire: se non mi fossi separato, se non mi fossi fatto schiacciare, se avessi trovato l’avvocato giusto. Queste cose appesantiscono il cuore, io sono buddista…».

Che cosa vuol dire?

«Vuol dire che il cuore è il centro di tutto. Invece, quando sei sopraffatto dagli eventi cerchi di reagire con la mente. Che, come dice la parola, mente. Ti consideri un incapace, uno che non merita nulla. La svolta è stata iniziare a ricevere dagli amici, ma anche dalle persone comuni».

Non immediatamente perché le hanno risolto i problemi; o meglio, non solo: giusto?

«Esatto. Improvvisamente mi sono reso conto che per qualcuno avevo un valore, contavo qualcosa».

Facciamo un esempio.

«A parte la solidarietà dei miei colleghi che hanno raccolto i fondi per aiutarmi a pagare il mutuo della casa dove vivono l’ex moglie e i figli, uno dei fatti che più mi ha colpito è l’aiuto delle persone qualsiasi. Una volta uno mai visto mi ha dato 50 euro. Un altro mi ha detto: “Non ho niente, però ti posso dare questo (mi mostra un portachiavi ndr), perché diventi il portachiavi della nuova casa che troverai”. Questi gesti hanno cominciato a lavorare dentro di me. Perché queste persone mi dimostrano tanta comprensione?».

Risposta?

«Le avevo fatte divertire e ora erano partecipi della mia situazione. Quando ho raccontato la mia storia, la gente ci è rimasta male. Allora ho pensato che avrei potuto ricambiare questo affetto mostrando che si può rinascere».

Ma intanto non lavorava?

«Non ero in grado. Ero assistito dalla dottoressa Elisabetta Sarzi del reparto di psichiatria di Niguarda per la cura della depressione. Ero aiutato anche dalla psicologa Irene Corbani. Voglio dire i nomi perché mi hanno aiutato molto. Ora non prendo più nessun farmaco, ma all’inizio questa terapia è servita a evitare pensieri malsani».

Com’era avvenuta la separazione?

«Mi ero innamorato di un’altra donna e avevo scelto di essere sincero con mia moglie. Mi sembrava sbagliato fingere, magari continuare a vivere da separati in casa davanti ai ragazzi».

A quel punto?

«Sono uscito di casa e sono andato a vivere a Lissone».

La situazione economica era disastrosa.

«Mia moglie non lavorava e il giudice aveva stabilito che dovevo pagare 3500 euro al mese per il mantenimento dei figli. In più c’erano il mutuo della casa, l’affitto di quella dove vivevo con la nuova compagna dalla quale ho avuto una bambina, le scadenze fiscali. Il lavoro diminuiva, i compensi erano pignorati alla fonte. Ero nel cast di Made in Sud di Rai 2, unico settentrionale, ma non prendevo niente. Antonio Ricci mi ha chiamato a fare Capitan Ventosa, ma dovevo anticipare le trasferte. Venne la Guardia di finanza, arrivò lo sfratto esecutivo, avevo centinaia di migliaia di debiti che maturavano interessi passivi».

L’ex moglie dice che la causa di tutto è la sua vita dissoluta.

«Non sono né un bevitore né un giocatore. Ho tenuto la stessa macchina per anni. Le uniche vacanze, in Egitto, erano un cambio merce di due serate. I miei figli possono testimoniare la mia condotta di vita».

Poi che cos’è accaduto?

«Un imprenditore, Lorenzo Arosio, si è fatto avanti offrendomi un appartamento in usufrutto gratuito a Vedano al Lambro. Poi ho incontrato l’associazione di Simone Di Sabato, un ex campione di pallanuoto che, con uno staff di avvocati, affiancati a quello di gratuito patrocinio, ha iniziato ad assistermi nel modo giusto. Dopo una serie di ricorsi l’assegno di mantenimento si è progressivamente abbassato. Poi ho venduto l’appartamento dove viveva l’ex moglie con i ragazzi e ne ho comprato uno più piccolo. E con la differenza ho iniziato a saldare una parte dei debiti».

Intanto sono ricominciate le serate?

«Qualcosa è ripartito. È come se dicessi al mio ambiente che sono pronto. L’associazione di Di Sabato mi ha trovato dei contratti da testimonial. Poi c’è Zelig Tv di Giancarlo Bozzo. Al mio show, Stars, incentrato sulla storia di un comico, c’erano parecchi ospiti a sorpresa. Antonio Ricci ha mandato un video così elogiativo che mi ha commosso. Sono venuti Cesare Gallarini, il primo socio di cabaret, Stefano Chiodaroli, Claudio Batta e Leonardo Manera, con il quale condivido l’esperienza di papà separato».

Si è rivolto anche all’Associazione padri separati?

«Certo, mi hanno aiutato molto. Se non si ha la casa non si possono vedere i figli e loro sono pronti a dartene una. La più vicina è a Cantù; magari i ragazzi non possono fermarsi a dormire, ma almeno si può trascorrere una giornata in modo dignitoso. Con loro e con altre onlus sto lavorando per far avanzare la proposta di legge per la bigenitorialità ideata dal senatore Simone Pillon».

C’è molto da fare su questo fronte?

«In Italia c’è una finta politica delle famiglie. Mancano un’avvocatura e una magistratura dedicate. Il massimo che fanno gli uffici di assistenti sociali è trovarti un letto al dormitorio. Ma il fatto peggiore è un altro…».

Dica.

«È la mentalità con cui vengono affrontate queste situazioni. C’è un pregiudizio di partenza per cui tutto ciò che riguarda il mondo femminile è accolto in maniera positiva, mentre ciò che viene dal mondo maschile invece è sbagliato. Le donne sono sempre vittime. Esagero per far capire: se un papà picchia un figlio si scatena l’apocalisse, se una mamma infila un bambino nella lavatrice è stato un raptus in un momento di disperazione. I casi delle maestre che maltrattano i bambini negli asili o gli anziani negli ospizi si chiudono rapidamente. Il femminicidio è un’enorme tragedia, ma in qualche caso bisognerebbe fare una ricostruzione più ampia. Anche i media hanno le loro responsabilità».

Però i giornali lei l’hanno aiutata.

«Le tv un po’ meno. Mi trattavano alla pari di coloro che si sono giocati una fortuna al casinò. Mentre qui c’è una disparità di trattamento legislativo».

Tornando al lavoro, quanto è difficile reinventarsi?

«È difficile all’inizio, quando subisci i colpi di coda della depressione. Io ho avuto la fortuna di conoscere Key Emotion, un gruppo di motivatori che mi ha fatto iniziare un percorso basato sulla fisica quantistica che seguono anche gli astronauti. Piccole cose come la respirazione per ossigenare il sangue, la passeggiata giornaliera, l’ascolto della musica 432 htz. Niente di esoterico eh».

Dopo l’incidente a Michael Schumacher nei suoi show ripropone ancora il capomeccanico di Maranello?

«Come no. Premetto sempre che non porto sfiga… Parlo anche di Sergio Marchionne, artefice della rinascita Ferrari. Poi ci sono Jean Todt e Luca Cordero… Adesso sto preparando un nuovo progetto di cui però non posso anticipare nulla».

A Vedano al Lambro, ancora più vicino a Monza, può trovare nuovi spunti?

«Mi sento a casa. Quest’anno ho fatto lo spettacolo Aspettando il Gran Premio, in piazza c’erano 5000 persone. Oriano Ferrari ha raccontato la sua storia, la coppia sclerata che compone con la moglie Davra, la nuova Formula 1…».

Ha sempre avuto la passione dei motori?

«Da bambino, mentre gli altri collezionavano i calciatori, io riempivo l’album di figurine dei piloti. Da grande invece ho fatto il navigatore nei rally».

Larsen, il microfonista tossico, è intramontabile o andrebbe aggiornato con le nuove sostanze?

«Non sono mai entrato nello specifico. Erano la postura e la mimica il linguaggio. Larsen nacque a Mai dire Gol con la Gialappa’s e Claudio Lippi. Era il cugino del Reinhold Messner che conquistava il Polo e pubblicizzava l’acqua minerale altissima, purissima… Lui invece era caduto in un pentolone di droghe ed era rimasto segnato».

Poi ci sono il sommelier ubriacone, il comandante dei Nox, il cuoco stralunato…

«Tutti personaggi che aggiorno e ripropongo alternandoli per non inflazionarli. Qualcuno funziona più di altri. Ma io sono contento anche di aver partecipato alla sitcom Belli dentro, ambientata

a San Vittore. I comici si dividono in due categorie: quelli vivi nella vita e quelli vivi sul palco. Per me ogni personaggio è un pretesto per raccontare una storia. E di storie nuove ce ne saranno sempre».

Come si fa a far ridere la gente quando si è pieni di debiti?

«Il palco dà adrenalina e ti apre un mondo nuovo. Anzi, per contrappunto, quando ci sono i problemi, si ha una carica doppia per non farsi schiacciare».

Quanto è cambiata la sua vita rispetto a prima?

«Parecchio. Ma vedo che si può vivere anche con 1300 euro, andando in pizzeria una volta al mese. Si impara ad apprezzare altre cose».

Quale considera il suo successo più grande?

«Aver riacquistato l’affetto e la stima dei miei figli. I due più grandi li vedo una settimana sì e una no, la più piccola tutte le settimane. Sono un bravo papà».

 

La Verità, 15 ottobre 2018