«La pistola posso trovarla, mi manca il coraggio»

Massimo Fini gioca d’anticipo e come metto piede in salotto dice: «Prima d’iniziare devi firmare un impegno a farmi rileggere il testo. Non l’ho mai fatto, ma ho deciso di cambiare». Due anni fa Fini è già stato protagonista degli Irregolari, ma gli ultimi suoi scritti, sempre più radicali, giustificano un aggiornamento. In un lungo articolo sul Fatto quotidiano del 22 settembre ha invitato i ragazzi ad ascoltare Il bombarolo di Fabrizio De André e a ribellarsi. In un secondo del 7 ottobre, intitolato «La lealtà presa a pesci in faccia», ha praticamente dichiarato guerra al mondo: «Per tutta la vita», ha scritto, «ho cercato di essere leale nei confronti del Paese in cui mi è toccato di nascere, non nascondendo mai le mie posizioni quando gli erano avverse. Ma adesso mi sono stufato di fare “il bravo ragazzo”. E questa è l’ultima dichiarazione leale che faccio. D’ora in poi, nemici o estimatori che siate, non potrete più fidarvi di me. E le forme della mia rivolta le sceglierò io». Dunque, eccoci qua. Firmato l’impegno scritto, chiedo: come dobbiamo considerare questa intervista, mi posso fidare delle risposte? «No che non ti puoi fidare. È un controsenso che tu venga da Padova dopo il mio proclama di slealtà. Ti dirò una serie di menzogne o di mezze verità, che forse sono anche peggio». Le sorprese, però, non sono finite: «Adesso devi ascoltare Il bombarolo, da cui tutto è cominciato». Si alza e accende l’impianto hi fi.

Perché tutto è cominciato da questa canzone del 1973?

«Perché mi riporta alle mie origini anarchiche. Ascoltandola, mi sono chiesto che cosa ho fatto. La risposta è: nulla. A parte i libri, che resteranno almeno per un po’, tutto il mio lavoro molto doverista non ha avuto senso. Credo di aver sprecato il mio talento. Avrei dovuto venderlo al miglior offerente».

Al miglior offerente?

«Sì, come han fatto tutti. Anche uno come Alessandro Sallusti, che ritengo un ottimo professionista, si è messo al servizio di Berlusconi. Qualche tempo fa, a una cena nella terrazza di casa sua, mi presentò agli ospiti: “Massimo è uno che ha rinunciato a grandi quantità di denaro, a miliardi”. Le donne rizzarono le orecchie. “Si sa come funziona”, continuò Sallusti, “si entra in un giro e poi le cose vanno di conseguenza”. Apprezzai la schiettezza. Sallusti conserva una sua integrità. Salvo anche Maurizio Belpietro che ha una sua dignità. La stessa non vedo in Vittorio Feltri che, come ho già scritto, ha la moralità di una biscia. Questo mi spiace perché con lui ho condiviso esperienze professionali notevoli, però oggi questo è».

Tornando a te e al soldo del miglior offerente, quanto avresti retto?

«Ho lavorato a Repubblica. Eugenio Scalfari mi mandò due telegrammi di complimenti, ma dopo tre mesi me ne andai. Il mondo radical chic non era il mio. Non erano loro a essere sbagliati, lo ero io per loro. Non era il mondo giusto neanche per il mio unico vero amico nel mestiere, Giorgio Bocca. Conservo ancora la sua recensione a Ragazzo. Storia di una vecchiaia: “Una lettura affascinante. Il ragazzo mi spiega con fraterna sincerità cosa sono oggi”».

Grandi amici, ma Bocca rimase a Repubblica.

«Manteniamo le misure: Giorgio era di una categoria superiore. Una delle critiche che mi si può muovere è di essere troppo tranchant».

Il fatto che lo consideri superiore è verità o mezza verità?

«Lo ritengo il più grande giornalista del dopoguerra».

Più di Montanelli?

«Sì. Ricordo un dialogo proprio con Giorgio, sempre più brontolone: “Non mi piace più niente e nessuno”, diceva. “Neanche Marco Travaglio?”. “Non si può scrivere un pezzo ogni giorno”. Allora, cercando qualcuno che lo soddisfacesse citai Montanelli. Disse che venivano spesso accomunati e che, sebbene ne apprezzasse la scrittura elegante, pensava non fosse un uomo profondo. Aveva ragione Giorgio, lo dico con gran sofferenza».

Immagino, anche perché Montanelli ha scritto: «Massimo Fini ha le mani pulite. Non rispetta le regole. Non sta al gioco. Ed è questo che dà tanta forza alla sua frusta».

«La sua prefazione a Il conformista me la tengo stretta anche più del premio alla carriera intitolato a lui che un gruppo di colleghi, tra cui Paolo Mieli, ha pensato di tributarmi. Indro è stato un gigante. Però fare il bastian contrario con i tolleranti democristiani non era così difficile. Quando è finito il suo mondo di comunisti e democristiani ha perso la presa. Non ha capito il fenomeno Lega e l’avvento di Berlusconi. La rapida fine della Voce lo dimostra. Berlusconi lo cacciò per le ragioni che conosciamo, ma in quel momento Il Giornale aveva come punto di riferimento Arnaldo Forlani. Da editore l’avrei cacciato anch’io».

Quello di Repubblica non era il tuo mondo, quale avrebbe potuto esserlo?

«Il mio mondo non c’è. I giornali della cosiddetta destra, Il Giornale, Libero, La Verità mi hanno sempre trattato con rispetto. Fosse stato per le testate della sinistra non sarei esistito culturalmente in questo Paese».

Avresti potuto resistere nella stampa moderata o conservatrice?

«Io non faccio la puttana. Credo che l’unico personaggio pubblico che si avvicina a me sia Daniele Luttazzi, l’unico uscito massacrato dal cosiddetto editto bulgaro. Anche Marco Travaglio e Carlo Freccero si sono ripresi».

Hanno pagato le loro posizioni, Freccero in particolare.

«Non ne sono convinto… Lo vedi quel telone che copre la vista all’esterno?».

E cosa c’entra?

«È una questione di dignità. Noi, qui dentro, alle quattro del pomeriggio, teniamo le luci accese e non vediamo fuori a causa di quel pannello su impalcature. Al decimo piano si dovevano fare dei lavori di ristrutturazione e ci sarebbe stato un costo da suddividere tra condòmini. Ma siccome una società di affissioni pubblicitarie ha offerto mille euro al mese a inquilino ora il pannello toglie la vista a tutti. Qui ci abita gente benestante, non siamo a Quarto Oggiaro. Per mille euro non si vendono luce e aria e la propria dignità. Ne ho parlato con gli avvocati».

Che pubblicità c’è?

«Qualunque sia. All’inizio c’era Sky, adesso non so».

È l’inizio della tua rivolta?

«Ma che ne so, ho 74 anni… So che Travaglio è preoccupato perché teme la violenza. Qualcosa m’inventerò e non sarà politically correct».

La lealtà è un ideale dell’Ottocento romantico un po’ superato?

«Per me no. Io sono legato a questo principio ottocentesco, mio padre mi ha educato a questi ideali, io ho fatto lo stesso con mio figlio. Faremo tutti una brutta fine. Spero non mio figlio. Non l’ho mai aiutato, però ha già subito tutti i danni del fatto di essere mio figlio. È docente di matematica, nulla che c’entri con me. Si è presentato al concorso per diventare associato, ma hanno promosso la moglie del suo professore».

Lo stato d’animo del bombarolo è la solitudine o l’isolamento?

«Direi l’isolamento. Rischiando di persona, fa esplodere un chiosco di giornali esponendosi al ridicolo che è la cosa peggiore. Qualcun altro sfrutta la situazione e finisce in prima pagina».

Il contrario della lealtà è l’ipocrisia cioè il politicamente corretto?

«Diciamo che è la mezza menzogna, che è peggiore della menzogna pura e semplice. Ne sono pieni i nostri giornali, perciò non li leggo più».

Neanche nello sport si predica più lealtà.

«A cominciare dal calcio, dominio del business. Ne parlerò nel libro che sto scrivendo per Marsilio con Giancarlo Padovan. S’intitolerà Storia reazionaria del calcio italiano, racconterò la bellezza perduta degli ultimi anni. Non a caso i ragazzi si indirizzano alla pallavolo, al basket, all’hockey».

In politica c’è posto per la lealtà?

«In genere finisce male. Nutro una certa simpatia per i 5 stelle, ma non è un caso che Alessandro Di Battista se ne sia andato in Guatemala. Dopo anni in cui vedi che non cambia niente ti rassegni. Non voglio togliere la speranza ai giovani, ma io non ce l’ho».

Che cosa t’ispira dei grillini? Sono forse un po’ ingenui?

«Conosco Beppe Grillo da più di trent’anni, e anche Luigi Di Maio e Di Battista. Sono puliti. Ci chiediamo se sono anche capaci. La risposta è nel mantra di Travaglio: i capaci cos’hanno fatto finora?».

Che cosa pensi di Matteo Salvini?

«Che ha ragione quando dice che sarà difficile reggere alle pressioni della finanza internazionale, in gran parte ebraica. Sta crescendo un movimento di populismi che mira a disarticolare il sistema che si è affermato dopo la fine della Seconda guerra mondiale».

Un movimento che parte dall’America dell’impresentabile Donald Trump.

«Quando i cittadini americani hanno visto che le grandi società della finanza, i media e Hollywood stavano tutti con Hillary Clinton, dopo essersi chiesti se quel mondo li rappresentava, hanno votato Trump. Questo movimento parte da lì, attraversa l’Europa e arriva al candidato brasiliano Jair Bolsonaro».

Il politicamente corretto vuol trasformare le istituzioni in luoghi di bontà?

«Fino al 1960 l’Africa sub sahariana era alimentarmente autosufficiente. È stato il modello occidentale a produrre l’immigrazione e non basteranno i cannoni di Salvini a fermarla. Abbiamo bombardato la Libia, ma si dice che non siamo stati capaci di controllare il dopo Gheddafi. In realtà, la Libia era riconosciuta dall’Onu e l’intervento francese, americano e italiano era fuori dalle leggi internazionali. Il problema non è quello che abbiamo fatto dopo, ma quello che abbiamo fatto prima».

Il caso del sindaco di Riace dimostra che per perseguire una missione le istituzioni possono scavalcare la legge?

«Il re Caronte si oppose alla sepoltura del fratello di Antigone perché aveva violato la legge. Il dilemma tra regole e umanità è uno dei tanti, irrisolvibili, a cui è posto di fronte quest’essere tragico che è l’uomo».

Hai risposto a tutto senza bluffare, solo non mi è chiaro come e quando inizierà la rivolta.

«Smetterò di scrivere, sono stanco».

L’hai annunciato altre volte.

«Mi sto allontanando lentamente dalla vita. La pistola la trovo, mi manca il coraggio».

 

La Verità, 14 ottobre 2018

«Drive in? Nacque tutto da un mio programma»

«No, guardi, le interviste alla mia età sembrano coccodrilli anticipati. E poi sono quasi sempre noiose…». Difficile annoiarsi con lei. «Va bene, ma facciamo una cosa rapida». Romano, settantun anni, intrattenitore e autore televisivo, commediografo, sceneggiatore e doppiatore di successo oltre che storico conduttore dei Fatti vostri, Giancarlo Magalli è uno che conosce tutto e tutti. D’accordo, facciamo presto, ma non sia riluttante. Con tutte le vite che ha…

Cominciamo da quella meno nota: come ha fatto a diventare maggiore di polizia?

«Polizia locale, precisiamo, i vigili urbani. Negli anni Ottanta due o tre notti a settimana mi aggregavo alle pattuglie come volontario. I dirigenti del corpo mi hanno dato questo titolo. Sono orgogliosi di avermi tra loro e io di starci».

Due o tre notti a settimana in pattuglia per fare cosa?

«Ho partecipato a decine d’interventi. Ho scoperto la vita delle guardie mediche, il pronto soccorso, l’obitorio, l’albergo del popolo e quanti pazzi vagano per la città».

Adesso non va più in pattuglia?

«No, partecipo a qualche cerimonia. A dare il benvenuto ai 300 nuovi assunti c’eravamo io, la sindaca e il comandante dei vigili».

È anche socio benemerito dell’Associazione nazionale carabinieri?

«Sono molto legato all’Arma. Da allievo di cavalleria volevo optare per i carabinieri, ma mio padre si oppose. Così divenni anch’io ufficiale di cavalleria. Come socio d’onore presento i concerti e le manifestazioni dell’Arma all’Arena di Verona, all’Auditorium…».

Il titolo di commendatore al merito della Repubblica a cosa lo dobbiamo?

«A Oscar Luigi Scalfaro che me l’ha dato per il lavoro nel sociale, per Telethon e altre cose che non vado a raccontare, ma chi le deve sapere poi le sa».

Tutta questa bontà evapora appena compare Adriana Volpe?

«Non voglio parlare di Adriana Volpe, una persona che ottiene visibilità solo parlando di me».

Altra vita: primo animatore turistico italiano.

«A Natale del 1967 andai con i miei genitori in vacanza in montagna. L’8 gennaio dovevo partire militare, perciò volevo divertirmi. Organizzavo le gare di slittino e di sci e le serate per gli ospiti. Nello stesso albergo c’erano anche i dirigenti dell’Eni: “Perché non viene a fare l’animatore da noi che dobbiamo aprire un villaggio sul Gargano?”. “Dopo il militare, tra un anno e mezzo, si può fare”. E così fu».

Destinazione Pugnochiuso, l’attirava il nome?

«La politica non c’entra. Il nome lo inventò Enrico Mattei sorvolando in elicottero la costa. L’Eni stava aprendo una raffineria a Manfredonia, vide questo promontorio a forma di pugno, lo comprò e ci fece costruire un albergo con un centro sportivo per i dipendenti».

Lei capo, gli altri animatori?

«C’era Stefano Disegni, ora disegnatore e fumettista affermato».

Conobbe molta gente?

«Avevo un budget ridottissimo e mi rivolsi ad alcuni impresari pugliesi, chiedendo di trovarmi qualche artista poco esigente. Vennero Pippo Franco, Enzo Beruschi e i Gatti di Vicolo Miracoli. Qualche anno dopo li scritturai per Non stop».

Fiorello non lo incrociò?

«Era tra gli allievi dei corsi per animatori che tenni a Ostuni».

Che allievo era?

«Era uno fra i tanti, non lo conoscevo. Fu lui anni dopo a dirmi che aveva frequentato il corso di Ostuni».

Come avvenne il salto in televisione?

«Pippo Franco fu scritturato per un programma alla radio e mi chiese di scrivere per lui. Poi cominciai a scrivere per altri, da Oreste Lionello a Gianfranco D’Angelo… Finché Bruno Voglino mi propose di fare l’autore di Non stop».

Antenato di Drive in?

«Il vero antenato di Drive in venne subito dopo. La Rai voleva un altro programma con comici sconosciuti. Io replicai che non erano un’infinità e che conveniva sfruttare quelli già scoperti. Mi diedero l’ok e nacque Tutto compreso. C’erano Ezio Greggio, Enzo Beruschi, Gigi e Andrea, Massimo Boldi e Teo Teocoli. Andava in onda da Milano ed era ambientato in un villaggio vacanze».

Guarda caso.

«Berlusconi lo vide e prese Giancarlo Nicotra, il regista, e gran parte del cast. Il secondo anno Antonio Ricci aggiunse altri comici».

A Pronto, Raffaella? inventò il gioco dei fagioli.

«L’avevo visto negli store americani. I negozianti mettevano in vetrina un vaso pieno di fagioli e i clienti tiravano a indovinare. A fine mese chi si era avvicinato di più vinceva una spesa gratis».

La Rai dovrebbe esserle grata a vita perché quel gioco creò la fascia di ascolto di mezzogiorno.

«Per la verità, l’anno prima c’era già stato Il pranzo è servito di Corrado su Canale 5. Quando la Rai decise di provarci, affidò a me e Gianni Boncompagni il compito».

Altro salto, da dietro la telecamera a davanti.

«Avvenne qualche anno dopo a Pronto, chi gioca? condotto da Enrica Bonaccorti. Un giorno lei dovette ricoverarsi improvvisamente e Boncompagni mi disse: “Domani presenti tu, tanto sai come si fa”. Andò bene e così continuai. Anche perché c’era una certa penuria di presentatori perché tanti, da Pippo Baudo alla stessa Carrà, erano andati alla Fininvest».

Da chi ha imparato di più in tanti anni?

«Ho imparato da quelli che guardavo da spettatore. Mario Riva mi ha ispirato, volevo essere come lui».

Renato Rascel come lo ricorda?

«Gli somigliavo fisicamente e nel timbro di voce. Ma era un musicista, un compositore e un grande intrattenitore. Era spontaneo imitarlo. Alighiero Noschese me lo invidiava. Una volta, avrò avuto 4 anni, salii sul palco a tirargli la giacca: “Renato, perché tutti dicono che ti somiglio?”. “Non lo so, fammi vedere la mamma”, replicò lui. Un giornalista poco ironico s’inventò che ero il figlio segreto di Rascel. L’ho molto ammirato, ma niente figliolanze».

Pentito di aver rifiutato la parte di Don Matteo?

«Avevo intuito che era una grande occasione professionale. Ma mi avrebbe costretto a stare lontano dalla famiglia troppo a lungo. Avevo una figlia piccola che volevo veder crescere e una moglie cui volevo bene. Anche se oggi il matrimonio è finito non sono affatto pentito di quella scelta».

Cosa c’è di vero a proposito di un suo contatto con Mediaset?

«Con Mediaset ho sempre avuto buoni rapporti. Ma non hanno mai cercato di convincermi. A un certo punto la Gialappa’s mi aveva proposto di lavorare con loro. Ora, con il tetto dei compensi, ci sto pensando».

Quindi si può fare?

«Il mio contratto scade a maggio. Dopo, chissà…».

Capitolo cinema…

«Il cinema lo vivevamo in casa, mio padre era direttore di produzione. Ho fatto il segretario di produzione in alcuni film di Totò e di Roger Vadim. Ma al cinema un mese si lavora e tre no, come diceva mio padre».

L’attore che più la colpì?

«Totò era impossibile non ammirarlo. Ricordo che era già cieco, ma sul set nessuno se ne accorgeva. In Diabolicus doveva giocare a biliardo: imparava la posizione delle bocce sul tavolo, impugnava la stecca e tirava come niente fosse».

Anche nel cinema è stato sia dietro che davanti alla cinepresa.

«Ho partecipato a una quindicina di film; niente di immortale eh. Ma sì, sono stato autore e attore cinematografico, autore e attore teatrale, autore e conduttore tv. Adesso faccio anche il doppiatore».

Nella terza stagione del Collegio su Rai 2 sarà ancora la voce narrante?

«Certo. Mi è piaciuto fin dalla prima edizione, ambientata negli anni del mio liceo, con i banchi di legno e un rigore oggi dimenticato».

Perché le piacerebbe condurre un game show?

«Lo vedrei come una ricreazione dopo 28 anni di Fatti vostri in cui si parla spesso di vicende dai risvolti dolorosi. Un programma in cui si gioca e si scherza, avendone già sperimentati penso che saprei farlo bene».

Hobby preferito?

«Viaggiare con le mie figlie. Andare in Francia, a Londra, in America. Una volta avevo un codazzo di donne, mia madre, mia moglie. Ora sono rimaste loro. Partiamo…».

Cosa guarda in tv?

«Tutto, Pechino Express, Stasera tutto è possibile, film e serie».

Le ultime viste?

«Orange is the new black, Castle, Stranger Things. Le serie sono pericolose, se mi piacciono rischio di stare 10 ore davanti alla tv».

Letture?

«La serata finisce sempre con un libro».

Adesso sul comodino?

«Tre volumi sulla storia delle religioni di Mircea Eliade».

Però. Narrativa?

«Non quella contemporanea. Preferisco Italo Calvino, Giovannino Guareschi, Achille Campanile e gli umoristi degli anni Cinquanta».

Che rapporto ha con i social?

«Su Facebook ho più di 140.000 seguaci, su Instagram un po’ meno. Mi diverto, scrivo dei pensieri stando attento ai pazzi che ci sono in giro. La gente capisce se posti per trarne un vantaggio o per socializzare».

Segue la politica?

«La seguo a volte con passione, altre con paura e preoccupazione. Per tanto tempo abbiamo delegato tutto ai politici o ai preti che ci dicevano per chi votare. Berlusconi ha avuto il merito di favorire il ritorno di partecipazione della gente. Pro o contro di lui».

Il sentimento prevalente adesso?

«Curiosità con tendenza all’ottimismo. Però non è facile. A dar retta alle sibille cumane è tutto un disastro. Ma mi chiedo: con quale autorità scagliate tutte queste invettive? Se avevate tutto chiaro perché non avete agito quando governavate voi?».

Che cosa si aspetta dalla nuova dirigenza Rai?

«Vorrei che durasse più di due anni. Come si fa a rilanciare una grande azienda se non si può fare un piano di lungo respiro? Nemmeno un privato può farcela, figuriamoci la Rai che dipende dalla politica. Quando arrivano i nuovi capi, appena cominciano a capire dove si trovano già se ne devono andare».

Che cosa le dà speranza?

«Le persone che mi circondano. La situazione non è delle migliori, ma le persone sono migliori della situazione».

 

La Verità, 7 ottobre 2018

«Il narcisismo imperversa, spero in una rivolta»

L’amico profondo. Silenzioso. Vero. Pierluigi Cappello, poeta friulano, morto di tumore il primo ottobre di un anno fa dopo una vita vissuta sulla sedia a rotelle in seguito a un incidente in moto, era il grande amico di Susanna Tamaro. Da quando l’ho conosciuto in una stanza dell’ospedale di Padova mi è rimasta in mente la sua espressione mite e sorridente. Il tuo sguardo illumina il mondo (Solferino), il libro che Tamaro gli ha dedicato, si apre con Stato di quiete, una delle sue poesie più terse.

Più che una lettera indirizzata a Pierluigi è un lungo dialogo con lui, quasi un libro scritto a quattro mani sebbene lui non ci sia più.

«È vero, è stata una strana esperienza. Gli avevo promesso che avremmo fatto un libro insieme. È questo».

Paradossalmente viene da invidiarvi per l’affinità tra voi, grazie alla quale sembra che Cappello sia vivo.

«È così».

Come definirebbe il vostro rapporto?

«Una grande e silenziosa amicizia. Parlavamo di cose quasi infantili e poco di argomenti seri o dei massimi sistemi. Gli ho regalato il Manuale delle giovani marmotte che aveva sempre desiderato, e un album di aeroplani che erano la sua grande passione, come io ho quella degli insetti».

Scrive che «la capacità di stupirsi è il tratto più forte della nostra amicizia» e che «la meraviglia del bambino» è il vero «segreto della vita».

«È l’età tra gli 8 e i 10 anni, quando cominci a capire il mondo, ma hai ancora la capacità di stupirti».

Qual è l’originalità di questo libro?

«Alessandro Zaccuri su Avvenire ha scritto che abbiamo usato le parole prima della letteratura. È una definizione in cui mi riconosco. Sono parole che scaturiscono dal silenzio, da un mondo semplice ma profondo».

Qual è l’originalità della poesia di Cappello?

«È essenziale e luminosa. Una poesia che rispecchia il quotidiano, dandogli lampi d’infinito ed eterno».

Come mai qui il mondo animale è così esemplare?

«Perché è una mia grande passione fin da bambina, anche più della letteratura. Mi provoca stupore e meraviglia».

C’è il rischio di creare una religione naturalistica?

«No, assolutamente. L’animale fa parte del creato, è portatore del mistero dell’innocenza. Teologicamente parlando non ha peccato e condivide la nostra vita da testimone innocente».

Cosa pensa di certe predilezioni esasperate per gli animali?

«Quello con un cane o un gatto è un rapporto rassicurante e meno rischioso di quello che si ha con le persone. Nei momenti di crisi, gli animali possono diventare una nicchia in cui rifugiarsi. Vedo tante esagerazioni, trasmettiamo loro le nostre nevrosi. Dico sempre che bisogna trattare i cani da cani e i gatti da gatti».

Raccontando del suo studio, della stufa, dei segreti del bosco scrive che «creatività e comodità vanno raramente a braccetto»: passatismo?

«Vivo in campagna e racconto la realtà che mi circonda, ma uso il computer per scrivere. Penso che nella nostra natura ci sia un certo bisogno di scomodità: se tutto è comodo finiamo per adagiarci, per non reagire alle avversità, per non cercare nuovi orizzonti. I benefici della modernità vanno accettati e sfruttati, ma senza dimenticare i malefici».

«Ogni volta che cammino sulla nostra martoriata terra, mi sembra che la storia sia stata archiviata un po’ troppo in fretta»: su che cosa dovevamo soffermarci di più?

«Su tanti fatti. Io e Pierluigi siamo nati e cresciuti ai confini del Paese, una terra segnata dalla Prima guerra mondiale e dalla Seconda. Abbiamo cancellato tutto in fretta per dimenticare devastazioni e tragedie. Si guardava al futuro e alla ricostruzione. Ma le guerre hanno segnato intere generazioni. L’eugenetica dice che certi traumi ricadono sui figli e sui nipoti».

Per esempio?

«Mio nonno ha fatto la Grande guerra in prima linea, da ardito. Aveva visto di tutto. Ma una volta tornato non resisteva davanti a una goccia di sangue. Se ci tagliavamo un dito o ci sbucciavamo un ginocchio mia nonna ci allontanava».

«Bisogna essere il più possibile normali, dove normali vuol dire pensare sempre pensieri già pensati, suggeriti e più o meno sottilmente inculcati»: è un libro eversivo?

«Lo è. Mi ribello quando vedo che si vuole spegnere la grandezza che c’è nell’uomo. Stiamo assistendo alla sostituzione dell’idea di persona con quella di individuo. Domina il narcisismo. Non ci sono più grandi sogni. Ci si lascia vivere ponendosi solo obiettivi legati al proprio ego».

Quanta responsabilità hanno i social network?

«Parecchia, ma anche se non dobbiamo demonizzarli dobbiamo essere consapevoli della manipolazione che operano. I social buttano benzina sul nostro ego. Ogni pensiero fuori dalla presunta conoscenza universale diffusa dal Web viene emarginato. Non a caso viviamo un’epoca di grandi solitudini».

È molto diffidente verso il progresso.

«Non sono genericamente diffidente, ma per come vengono usate certe cosiddette conquiste. Non si può tornare indietro, le nuove tecnologie portano benefici. Io la pagina Facebook ce l’ho e mi piace aggiornarla perché è utile nei rapporti. Dipende sempre da come la usi».

Più vantaggi o svantaggi dalla rivoluzione digitale?

«Nei campi della ricerca, della medicina e delle scienze è indubbio che ci siano molti vantaggi. Ma a livello personale le nuove tecnologie sono farmaci da assumere con cautela perché possono allontanare dalla vita reale. Il bullismo una volta non esisteva. Gli insegnanti sapevano come fermare il prepotente. Oggi ci sono i gruppi delle mamme su Whatsapp, una specie di guinzaglio elettronico, una sciagura per la libertà della persona. Eppure, nonostante il controllo ossessivo, siamo sempre agitati».

C’erano meno pericoli.

«I genitori ci mettevano in guardia. Io e mio fratello andavamo a scuola a piedi e mia madre ci diceva di non parlare con nessuno. A un angolo della strada un signore c’invitava a casa parlando dell’acquario con i pesci. Io ci sarei andata, mio fratello si opponeva “perché la mamma ha detto di no”. E questo bastava».

Cosa sono i mandarinati dei mediocri?

«I poteri che impediscono ai talenti di emergere. Ben radicati nelle università, nella ricerca, nella letteratura. Non ammettono che qualche talento cresca fuori dal loro laboratorio, dal loro circolo di potere. Ricordo quando una gran dama della letteratura, che oggi non c’è più, preconizzava che tra vent’anni nessuno si sarebbe ricordato di me. Di anni ne son passati 25…».

Alla legge del consumare rapporti, sesso, emozioni, contrappone la pazienza del coltivare affetti, amicizia, esperienze.

«Coltivare richiede un’idea di sé e una visione dei rapporti definita. Oggi penso si stia raggiungendo il primato del consumismo. Ma non dispero, penso che soprattutto i giovani comincino a reagire perché la natura umana vuole costruire, vuole stabilità affettiva e rapporti significativi».

Scoperchiato il cielo, rimosso il mistero e anestetizzate le inquietudini cosa resta dell’uomo?

«Una figura che s’illude di essere onnipotente, ma appena si accorge di non esserlo precipita nella frustrazione e nella disperazione».

Pubblicità, economia e comunicazione ci raccontano un uomo padrone del proprio destino, mentre lei scrive che «la vita è un cavallo scosso che ci porta dove vuole».

«Viviamo in una società dominata dal mito dell’efficienza e della competizione. Tutti si mettono alla prova. In montagna si vede solo gente che corre, per oltrepassare chissà quale limite. È un’idea superomistica che censura l’esistenza del male e della sofferenza. Dobbiamo essere sorridenti, felici, realizzati. Sarebbe bello… Siamo impreparati alle difficoltà».

I giovani soprattutto?

«Perché sono super protetti. Vivono dentro una capsula e alla prima botta, alla prima difficoltà, crollano».

Che cosa voleva dire A Sparta non nascono poeti, il titolo del libro che lei e Cappello volevate scrivere insieme?

«Che la poesia nasce sempre da una fragilità. E che quest’epoca consacrata al culto dell’invincibilità ridicolizza ciò che è necessario all’uomo, come il silenzio, l’arte, la poesia».

Davanti al male, invece delle risorse per affrontarlo cerchiamo il colpevole e il risarcimento. Cosa pensa della polemica che ha investito Nadia Toffa delle Iene per aver scritto che il cancro può trasformarsi in un dono?

«Dobbiamo imparare che esiste il mistero del male. Pierluigi ha sofferto la stessa malattia e ha lottato fino alla fine. Ma non ha vinto, sebbene la sua voglia di vivere fosse assoluta».

Quando ha scoperto di avere la sindrome di Asperger?

«Un paio d’anni fa leggendo un articolo in occasione della Giornata mondiale dedicata ai malati. Letti i sintomi mi son detta: sono io. Fin da bambina ho avuto problemi di natura neurologica, ho fatto visite e controlli, ma senza mai trovare una risposta soddisfacente».

Come si manifesta?

«Non capisci bene i sentimenti degli altri. Non sai leggere con precisione ciò che avviene attorno a te. Vivi un senso di spaesamento. È una sindrome in maggioranza maschile, difficile da diagnosticare nelle ragazze».

Che cos’ha cambiato questa scoperta?

«Mi ha liberato di una parte di sofferenza e fatto superare molti sensi di colpa. Ora ho la conferma di cosa posso o non posso fare. La cosa incredibile è che mi sono aiutata da sola, dedicandomi istintivamente ad attività che hanno efficacia terapeutica, come praticare le arti marziali o occuparsi di piccoli animali come le api. Tutto questo doveva essere l’argomento di un libro, ma quando è morto Pierluigi è stato naturale dialogare con lui anche sulle nostre malattie».

Descrivete un mondo in cui dominano eugenetica, aborto, eutanasia di Stato: fantascienza o realtà?

«La spinta in questa direzione terribile è piuttosto forte. Però confido in una vera ribellione».

Da dove può venire?

«Dai giovani, liberi da condizionamenti ideologici. E dal ritorno alla dimensione dell’anima e dell’eterno che appartiene all’uomo».

 

La Verità, 30 settembre 2018

 

«Il mio abbraccio con Salvini ha rotto un tabù»

Sigaro sempre acceso, barba cespugliosa e una matassa di braccialetti al polso, Davide Rondoni, poeta bolognese di 54 anni, si definisce «anarchico e cattolico di rito romagnolo». Ma per molti frequentatori dei social, la fotografia del suo abbraccio con Matteo Salvini è qualcosa che macchia indelebilmente la sua immagine da perfetto irregolare. Altre reazioni? «Sono state scritte cose ridicole. L’abbraccio del diavolo, cose così. Invece, altri si sono mostrati contenti di cogliere un accento umano. Chi ha avuto la pazienza di seguire la diretta su Facebook del Festival dell’Essenziale, dove Salvini era ospite, si è accorto dell’umanità di quell’incontro. L’anno scorso avevo abbracciato la sottosegretaria alla Giustizia Federica Chiavaroli del Pd, ma non si era scatenata la canea di oggi. Purtroppo, in certi ambienti siamo fermi ai cliché degli anni Cinquanta».

L’appuntamento è nella sede del Banco di solidarietà di Bologna, una delle tante attività a cui si dedica Rondoni, curatore di collane di poesia, ideatore di festival e fondatore di clanDestino, rivista di poesia con una D maiuscola non banale dove, a commento della vicenda, ha scritto un post intitolato «Confesso che ho abbracciato»: «Sono un estremista dell’abbraccio… In ogni abbraccio rischio l’anima, più che la reputazione». Niente lavoro fisso, vive in una vecchia stalla ristrutturata sui crinali fuori Bologna: «Con quattro figli io e mia moglie abbiamo bisogno di spazio. Lì ci sono cerbiatti, volpi, cinghiali…».

Che cos’ha di poetico Matteo Salvini?

«Quello che hanno tutte le persone che si impegnano nella realtà mettendoci la faccia. Se affrontata con impegno, la vita rivela sempre livelli nascosti. E la poesia, forse, è la chiave migliore per arrivare a quelli più profondi. Salvini non è un uomo di cultura e il suo non fingere di esserlo lo rende simpatico».

Converrà che, d’istinto, la sintonia tra un poeta e il segretario leghista stupisce.

«Non d’istinto, ma a causa di una cultura che ha dato della poesia un’idea lontana dal reale. Mentre noi siamo il Paese di Dante Alighieri e Pier Paolo Pasolini».

Che incarnarono un’idea concreta?

«Erano poeti impegnati nella realtà della propria epoca».

All’ultimo raduno di Pontida Salvini ha citato un suo verso: quale?

«Amare è l’occupazione di chi non ha paura».

Che vuol dire?

«Per amare una donna, i figli e la realtà che hai intorno non devi essere bloccato dalla paura; dalla paura del sacrificio e della diversità».

Salvini è stato ribattezzato ministro della paura.

«Non mi sembra una definizione sufficiente. Non è lui che ha paura, ma la gente».

Normalmente Salvini parla di «pacchia» dei migranti, di «crociera» delle navi delle Ong, di «ruspe» per radere al suolo i campi rom. Come giudica questo linguaggio?

«È il linguaggio di un politico che sta lucrando un consenso su problemi reali. La propaganda è sempre stata grossolana. Quando la Dc diceva che i comunisti mangiavano i bambini o Prodi che Forza Italia era il nulla non andavano tanto per il sottile».

Certe espressioni potrebbero alimentare atti di razzismo negli strati meno critici della popolazione?

«Più che certe parole, ciò che alimenta un possibile scontro è il disagio che provoca la guerra tra i poveri».

Disoccupati e migranti?

«L’attacco ai campi rom non lo fa chi abita ai Parioli, ma chi vive lì vicino. Comunque, io rispondo delle mie parole».

Come si può definire il vostro rapporto? Intesa, simpatia, affinità, vicinanza…

«Direi semplicemente amicizia. A un convegno sulla demografia avevo commentato il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia di Giacomo Leopardi, facendo risalire la questione a un problema culturale. Dei politici presenti in sala l’unico che si è avvicinato è stato lui».

Poi?

«Abbiamo bevuto un caffè e ci siamo visti un paio di volte».

Leopardi avvicina Salvini e un poeta di formazione cattolica?

«Leopardi avvicina sempre le persone».

È stato anche l’autore più amato da don Luigi Giussani, fondatore di Comunione e liberazione dove si è formato anche lei. Fosse vivo come valuterebbe la sua vicinanza con il leader leghista?

«È una domanda alla quale non si può rispondere. Forse non gliene fregherebbe niente. Oppure, visto che amava il gelato ed era un poeta libero dagli schemi, magari prenderebbe un gelato con noi».

Ha votato Lega?

«Questa volta sì. In passato ho votato anche Pd, a volte non ho votato. Non penso che la politica sia la cosa più importante».

Che rapporto ci può essere tra la carità cristiana e la politica di Salvini, tra il cattivismo e il Banco di solidarietà dove ci troviamo?

«La carità è una dimensione della vita. La politica deve prendersi cura dei problemi economici e sociali a cui la carità di per sé non risponde. Poi ogni persona che lo ritenga è chiamata a essere caritatevole nel suo ambito. Qui lavorano dei migranti».

Come ha valutato l’iniziativa dello scrittore Sandro Veronesi che invitava Roberto Saviano a salire sui barconi dei migranti?

«La carità si fa in silenzio, non facendo sapere alla mano sinistra ciò che fa la mano destra. Gli slanci caritatevoli a favore di telecamera non mi commuovono. Su come affrontare un problema epocale come l’emigrazione si possono avere idee e strategie differenti senza pensare che chi ne ha una diversa dalla tua sia cattivo».

In passato ha apprezzato le poesie di Sandro Bondi: è un poeta di destra?

«Continuare a parlare di destra e sinistra non aiuta a capire il nostro tempo. Non sono di destra, ma anarchico, cattolico, di rito romagnolo».

Cioè gaudente?

«Diciamo non clericale. Bondi mi chiese la prefazione a un suo libretto come fanno molte altre persone alle quali non chiedo a quale partito appartengono. Nelle prefazioni scrivo ciò che penso».

Quindi non è un poeta di destra, ma anarchico?

«Il giorno dopo la visita di Salvini, al Festival dell’Essenziale è venuto Moni Ovadia a salutarmi: ho abbracciato anche lui. Sono amico di Roberto Benigni, che sicuramente non è salviniano. La libertà che mi viene dall’esperienza cristiana mi aiuta a comprendere la realtà».

Concorda con Pietrangelo Buttafuoco che commentando sul Tempo quella foto ha parlato di rottura del tabù per cui artisti, scrittori e attori potevano fiancheggiare solo la sinistra?

«Premesso che io non fiancheggio nessuno, forse sì, si può parlare di rottura di un tabù. Il nostro Paese ha bisogno di uscire da troppi cliché e la cultura dovrebbe essere la prima a farlo, non l’ultima».

Altri esempi di conformismo?

«Quando Benigni si pronunciò in favore di Renzi subì un feroce attacco da Dario Fo. Il più libero era Pasolini che non si vergognò di intervistare in tv Ezra Pound quando Pound era considerato peggio del demonio».

Non teme che questa amicizia possa indebolire il suo profilo artistico?

«Non me ne frega niente, così come non penso m’indebolisca l’amicizia con Ovadia, con Benigni o altre persone di sinistra. Di recente l’editore Tallone ha raccolto in un’edizione pregiata la mia opera. Non temo ci sia qualcosa che influenzi uno sguardo libero sul suo eventuale valore».

Da dove deriva la definizione della poesia come «l’allodola e il fuoco»?

«Dai trovatori. La poesia è la voce dell’anima, la voce dell’allodola che non si vede, ma canta tra le tenebre e l’alba».

Che cos’è esattamente clanDestino?

«Una rivista nata trent’anni fa da me e altri ventenni, attraverso la quale scopriamo nuovi talenti e facciamo poesia e letteratura».

E il Festival dell’Essenziale, con tutti i festival che imperversano in Italia?

«È un ritrovo sull’essenziale, nato da persone impegnate nella cultura e nella società con Amici di marzo e Fondazione Claudi».

Come mai porta tanti braccialetti?

«Sono ricordi di viaggi. Questo me lo regalò un tassista tunisino: aveva fatto lo spacciatore di cocaina a Verona. Gli dissi: “Vorresti che i tuoi figli si drogassero?”. “No, ma ero disperato, avevo perso la testa”. Salutandolo, ho abbracciato anche lui».

Come campa un poeta?

«Lavorando. Anche Dante curava gli affari dei Da Polenta, signori di Ravenna. Faceva quello che oggi chiameremmo il responsabile del marketing».

Insegna?

«Niente mestieri fissi, mai assunto da giornali, televisioni, case editrici. Ho diverse collaborazioni, con la Rai, lo Iulm. È una posizione scomoda, ma libera. In passato ho fatto dal guardiano notturno al lettore di contatori. Era divertente, si entrava nelle case…».

Progetti futuri?

«Domenica (oggi per chi legge ndr) a Pordenonelegge parlerò del desiderio, una delle parole del Sessantotto. Citerò il discorso che Pasolini stava scrivendo per il congresso del Partito radicale al quale non riuscì a partecipare: “Io profetizzo l’epoca in cui il nuovo potere utilizzerà le vostre parole libertarie per creare un nuovo potere omologato, per creare una nuova inquisizione, per creare un nuovo conformismo. E i suoi chierici saranno chierici di sinistra”».

È andata così.

«Il fatto che non ci sia una sinistra credibile per me è un problema vero. Ho anche una storia di sinistra: il mio maestro è Mario Luzi, ho seguito le lezioni di Piero Bigongiari, frequentato Franco Loi e Giovanni Testori. Invece di leggere Pasolini, Pavese e Fenoglio gli intellettuali di oggi leggono Umberto Eco e Michele Serra».

Altre idee?

«Le manifestazioni per i 200 anni dell’Infinito di Leopardi, la prima sarà il 25 ottobre alla Festa del cinema di Roma. Ora che si lega l’identità al fare e alla professione, ci servirà rileggere questa poesia scritta due secoli fa da un ventenne. L’identità dell’uomo è il suo desiderio di infinito. Come diceva Giussani nelle università: “O sei legato all’infinito o sei legato al potere”. Questo è il motivo per cui posso abbracciare tutti. Da Salvini a Festus, un ragazzo nigeriano che domani mattina sarà qui a lavorare».

 

La Verità, 23 settembre 2018

«Premi letterari? Truccati come certi talent»

Questione di «aspettative irrealistiche». Nell’ultimo romanzo Una di Luna (La nave di Teseo), Andrea De Carlo dice tutto in due parole. Pensiamoci un secondo, la faccenda è tutta qui. Quando riponiamo attese eccessive su qualcosa o qualcuno; quando ci aspettiamo soluzioni magiche, risposte gratificanti, corrispondenza totale ai nostri desideri. Quando crediamo finalmente di svoltare se si verifica un determinato evento. Le «aspettative irrealistiche» confinano con l’illusione e sono il contrario della speranza. Che è aperta, non pretenziosa, pronta a raccogliere quello che viene. Musicista, fotografo e giramondo, ma soprattutto scrittore, De Carlo – 66 anni, capelli nerissimi come la camicia con colletto coreano – è allergico alle giurie, ai premi letterari e ai talent show sebbene vi abbia partecipato, anzi, proprio per avervi partecipato. Si definisce uno «scrittore scrittore» per distinguersi dagli «scrittori letterati». Appare poco e vive tra Camogli e Milano.

Margherita, la protagonista del suo romanzo, è apprensiva per un padre che l’ha «tiranneggiata tutta la vita»: una rarità. Oggi i figli ci mandano a quel paese molto prima, o no?

«È così, i ragazzi di oggi non hanno la pazienza della mia protagonista. Lei è apprensiva verso il padre perché sa che, in fondo, dietro la scorza dura, è un uomo fragile, perennemente sull’orlo di un crollo, di uno schianto».

La figlia è la voce narrante, come ha fatto a immedesimarsi nella psicologia femminile?

«In passato avevo già scritto romanzi con una parte maschile e una femminile. Ho sempre ascoltato molto le donne, sono una fonte inesauribile, un universo che continua a incuriosirmi e che cerco di capire. Mi aiutano l’osservazione e la conversazione. Scriverne è un modo di entrare ancora di più in questa comprensione».

Il padre del romanzo è un uomo anziano, un fascista scontroso, un cuoco inflessibile per il quale finisce per simpatizzare anche lei?

«Volevo presentarlo come un uomo insopportabile, antipatico e in guerra con il mondo. Però poi, strada facendo, ha rivelato dei tratti che suscitano simpatia. Per esempio, quando si ribella agli autori del talent show che vogliono piegarlo al loro gioco non si può non parteggiare per lui. La sua intransigenza anche nella preparazione di una ricetta suscita simpatia. È una sorta di guerriero, un uomo di principi, nostalgico di un mondo ordinato e un po’ utopistico».

Quando s’incontrano la fatuità della tv e il rigore di un vecchietto tutto d’un pezzo esplode il conflitto generazionale, di culture e antropologie.

«Ho immaginato certi autori televisivi alla ricerca di tipi umani come fossero ingredienti, pezzi di verdura da infilare nel minestrone. Achille resiste a questa guerra cinica sperando nella grande occasione di riscatto. Ma è un sogno che va in frantumi e la sua partecipazione viene tragicamente manipolata».

È un racconto che deriva dall’esperienza di giurato nel talent letterario Masterpiece?

«Avevo accettato di far parte della giuria nella speranza di parlare di letteratura, di riflettere su come si scrive un romanzo e di partecipare a una piccola comunità letteraria. Era un’aspettativa irrealistica perché un talent è solo un gioco tra diversi concorrenti. Spesso ciò che noi giurati ritenevamo interessante veniva tagliato al montaggio perché tutto era finalizzato alla gara. È stata un’esperienza frustrante. Probabilmente in un programma dal vivo è diverso».

Mai più?

«Certo, mai più. Avevo esitato, ma alla fine mi ero convinto perché, ragionavo, se non si prova non si può valutare. La produzione puntava a due/tre milioni di telespettatori. Invece ci assestammo sul mezzo milione, più o meno l’audience di tutti i programmi di libri. Comunque, anche quell’esperienza è tornata utile».

Nel libro il talent s’intitola Chef Test: come la prenderanno a Sky?

«Non credo possano contestare. Quello che racconto riguarda il meccanismo di quei programmi, non tanto uno specifico».

Perché li chiama chefstar?

«Sono i nuovi maître à penser. Gli chef fanno di tutto, sono ovunque. Dispensano ricette di comportamento anche lontano dalle cucine».

Che sono diventate glamour.

«Una volta erano un posto infernale. Quando a vent’anni ho fatto il cameriere a Los Angeles, in cucina si sentiva urlare continuamente, c’era puzza d’olio bruciato, era sporco. Adesso è tutto patinato».

E si scopre che gli chef sono persone insoddisfatte se non infelici, sull’orlo dell’autodistruzione come rockstar.

«Il cuoco era un lavoro umile, quasi da nascondere: un uomo che lavora in cucina? Oggi i grandi chef sono quasi tutti uomini. Forse perché sono più maniacali. O più bravi a promuoversi, a gestire i meccanismi delle critiche e delle stelle».

Nel backstage del talent si assiste al conflitto tra due filosofie: quella dell’artigiano e quella globalizzata della tv.

«È anche un fatto logistico. Lo studio televisivo è in un capannone, un non luogo dell’hinterland milanese. Mentre il vecchio cuoco arriva da Venezia, un luogo stratificato da mille vicende, pieno di storia».

Che lei conosce bene…

«Ci ho vissuto da bambino, mio padre insegnava lì. Poi ci sono tornato parecchie volte».

Tornando al confronto generazionale, i nostri padri avevano solidità e uno spessore che noi ci sogniamo?

«Erano molto più solidi. La loro è stata una generazione forgiata da difficoltà enormi, compresa la guerra. La cultura dell’epoca imponeva ruoli definiti e inscalfibili. L’uomo era la roccia della famiglia, non piangeva mai, a volte era un tiranno. La comunicazione affettiva con i figli era quasi inesistente. Oggi siamo caduti nell’estremo opposto: padri bamboccioni, che piangono alla minima difficoltà e fanno gli amiconi».

Le aspettative irrealistiche sono la causa principale delle nostre depressioni?

«Sì, per le delusioni che provocano. Le aspettative irrealistiche diventano surrettiziamente una pretesa. Tendiamo a configurare troppo ciò che attendiamo. Per esempio, vai in un ristorante stellato e sei sicuro di uscirne un uomo trasformato. Invece, magari esci solo più povero e ancora affamato. Il vecchio cuoco del romanzo pretende il suo risarcimento pubblico dall’ospitata a un talent. Margherita spera che a 87 anni un padre super egocentrico diventi chissà perché attento ai suoi sentimenti. Quello che attendiamo con troppa precisione non è mai come ce lo immaginiamo».

Non dobbiamo illuderci. Perché l’unico uomo che corrisponde alle attese di Margherita è un illusionista?

«Perché c’è differenza tra illusione e speranza. La speranza è aperta, non prestabilisce come deve andare. L’uomo che corrisponde alle aspettative di Margherita è un illusionista disincantato».

Anche lui un artigiano, come i cuochi di una volta?

«E come lo scrittore. Ispirazione a parte, la ricerca quotidiana delle parole è un’umile attività artigianale».

Che differenza c’è tra gli scrittori letterati e gli scrittori scrittori?

«Lo scrittore letterato è colui che si sente testimone della società e interviene sui temi più disparati nei salotti televisivi. Gli scrittori scrittori sono quelli che si limitano a raccontare le storie che sentono e vedono intorno a loro stessi. Io appartengo a questa seconda categoria. Recitare la parte dello scrittore non m’interessa per niente. Scrivere, invece, molto».

Facciamo qualche esempio delle due categorie?

«Meglio di no, guardandosi intorno si riconoscono. Comunque, oggi il ruolo sociale dello scrittore è ridimensionato».

Sicuro? Quest’estate c’erano quelli che volevano salire sulle navi dei migranti.

«Vero, ma ormai si ha la percezione che gli scrittori militanti finiscono per svilire la loro arte. Fanno i maître à penser, come i cuochi filosofi. Ciò detto, anch’io esprimo la mia visione del mondo, ma lo faccio nei romanzi».

Perché non partecipa ai premi letterari?

«Sono stato diversi anni nella giuria del Premio Strega e ho assistito ai traffici degli editori per far vincere questo o quello. Ho visto i meccanismi della manipolazione che assomigliano a quelli del montaggio dei talent show. Alla fine mi sono dimesso e ora sarebbe incoerente concorrere ai premi. Per di più non sono convinto che una giuria possa decidere se un libro è meglio di un altro».

E dei festival cosa pensa?

«Qualche volta ci vado. Si incontrano i lettori… Sono stato a Mantova, a Pordenone. Ma non lo faccio in modo seriale. Anche lo scrittore da festival che allestisce il suo show non mi convince».

A proposito di aspettative irrealistiche, che rapporto ha con la politica?

«Non mi sono mai identificato in nessuna ideologia e tanto meno in qualche partito. Ho un atteggiamento critico verso chiunque sia al potere. E adesso anche con chi è all’opposizione. Sono un anarchico insofferente».

Ha mai votato?

«Una volta sola. Mi sembra di esser costretto a scegliere tra cose che non mi piacciono».

Ha cambiato tante città, è stato in America e in Australia. Vivere a Camogli è una scelta estetica?

«La Liguria mi è piaciuta fin da bambino. Camogli è un luogo di luce e colori che mi corrisponde».

Come si divide tra le attività di musicista, fotografo e scrittore?

«La fotografia è il gusto della curiosità, niente più che un hobby. Amo la musica e suono tutti i giorni. Ma la mia attività vera è la scrittura, dove so di riuscire a fare quello che voglio. Gli altri linguaggi possono arricchirla».

Che cosa le dà speranza?

«Soprattutto le piccole cose quotidiane. Suonare con gli amici. Stare con qualcuno che non vedevo da tanto tempo…».

 

La Verità, 16 settembre 2018

«La sinistra ha mollato i deboli e rincorso i ricchi»

Lui assicura di averlo sempre detto. Di aver sempre ammesso di essere un radical chic, amico dei potenti. «Del resto, la mia biografia e la mia professione sono queste. Ci sono le foto. E ci sono i libri e gli articoli che ho scritto. Sono amico di molti operai e anche dell’ingegner Carlo De Benedetti. Continuerò a frequentare sia loro che lui dicendo sempre come la penso. Non ho mai immaginato di poter essere un leader della sinistra. Tanto meno di poter contribuire a quello che sarà un cammino di risalita lungo, incerto e faticoso. Non illudiamoci». Lui è Gad Lerner, volto e firma del giornalismo militante, da Lotta continua al Tg1, dal Manifesto a La7 passando per programmi come Profondo nord, Milano, Italia e L’Infedele. «No, non c’è stato un motivo scatenante della mia autocritica – parola sovietica. O forse sì, la querelle sul Rolex, che è servita solo a consolidare l’etichetta di radical chic». Strenuo oppositore di Matteo Salvini, mi riceve in corso Sempione, dove sta preparando uno speciale sulla morte di Soumaila Sacko, il migrante del Mali ucciso il 2 giugno in una baraccopoli vicino a Rosarno: «Potrebbe essere uno dei miei ultimi lavori in Rai. Vedremo chi arriverà qui. Anche su questo non mi faccio illusioni. Lo dico senza vittimismo, grato a quest’azienda nella quale sono tornato a lavorare per volontà di Carlo Verdelli».

Perché la sinistra sta sparendo?

«Quando si patiscono sconfitte storiche si finisce sottotraccia. Mi auguro che i dirigenti superstiti non s’illudano di tornare presto al governo, con qualche scorciatoia. I terreni vanno arati e coltivati con pazienza per vedere se quello che c’è sotto può riprendere a dare frutto. La sinistra italiana non ha saputo tutelare le classi subalterne».

È un fenomeno globale?

«Certamente. Un conto è organizzare un movimento di lavoratori in un pianeta che al tempo di Carlo Marx aveva 1,5 miliardi di abitanti, un altro è farlo ora che ne ha sette. Le braccia che si offrono vantaggiose ai datori di lavoro si sono moltiplicate. Questo rende difficile tutelare la retribuzione e la dignità dei lavoratori. Non solo nei mestieri umili e manuali, ma anche in quelli qualificati come il nostro, che oggi è proletarizzato».

La sinistra ha abbandonato la battaglia contro le diseguaglianze.

«Per decenni si è pensato che la risposta alla difficoltà dell’economia fosse lasciare briglia sciolta agli imprenditori, liberalizzando i contratti e rendendo più flessibili gli orari. Oggi l’Italia è uno dei Paesi europei con più negozi aperti 7 giorni su 7. In Germania il sabato e la domenica sono chiusi, ma l’economia va molto meglio».

Hai parlato di ansia di legittimazione…

«Per arrivare a governare, i partiti di sinistra si sono alleati con le famiglie capitaliste in nome di una presunta maggiore competitività delle aziende. Riducendo i salari e le garanzie dei lavoratori si sarebbero aumentati i margini e l’economia ne avrebbe tratto vantaggio. È stata una gigantesca illusione».

Dicevi che ha smesso di occuparsi dei ceti subalterni.

«Nella seconda metà degli anni Novanta i dirigenti del partito che per la prima volta conoscevano i rappresentanti dell’alta finanza subirono una sorta d’infatuazione. Ricordo il compiacimento con cui Massimo D’Alema raccontava l’incontro con l’inavvicinabile Enrico Cuccia, immaginando alleanze quasi fosse il portavoce dell’intera borghesia, mentre era l’espressione di un’oligarchia molto ristretta che badava più al controllo delle aziende che al loro futuro».

Tu eri vicino a Romano Prodi.

«Simpatizzavo per lui perché, da democristiano scafato con un passato all’Iri, non aveva la sindrome del parvenu. Ma intratteneva rapporti da pari a pari con i big del capitale».

Eri vicino anche a De Benedetti e Agnelli.

«Sono frequentazioni nate dal lavoro. Per i giovani giornalisti entrare nelle loro stanze era un traguardo. Di alcuni protagonisti dell’establishment sono diventato amico, pur conservando la diversità della mia storia rispetto alla quale sono curiosi, come io della loro».

Senza la legittimazione dei poteri forti la sinistra non sarebbe mai entrata nella stanza dei bottoni.

«Dopo aver governato Bologna, Firenze, Milano, Roma e le regioni era legittimo che persone di buona capacità amministrativa aspirassero a governare il Paese. Questo implica sempre un momento di rassicurazione dei poteri forti. Persino Luigi Di Maio è andato alla City di Londra prima del 4 marzo. E ora Matteo Salvini ha incontrato Tony Blair. Negli anni Novanta in questo sforzo di rassicurazione c’è stato un eccesso di zelo».

Intanto i ceti medi e piccoli hanno cominciato a sentirsi più difesi dai movimenti populisti.

«Lo sperano, vedremo come andrà. In Italia tra il 1919 e il 1922 è già successo che le masse dei lavoratori sconfitte si siano spostate nel campo del fascismo. Allora passò l’idea che l’unico modo di difendere gli interessi dei più deboli fosse puntare sulla nazione, grande proletaria. Oggi questa illusione ritorna con lo slogan “prima gli italiani” che Salvini ha preso da Casa Pound».

E da Donald Trump. Enrico Lucci dice che «una persona che arriva dal Ghana non può avere gli stessi diritti di un italiano che aspetta da 15 anni una casa popolare».

«È solo una frase d’effetto perché una persona in attesa da 15 anni per la casa non viene mai scavalcata da chi è appena arrivato dal Ghana. In Rai c’è la corsa ad allinearsi. Ho trovato esilaranti i proclami di Carlo Freccero che, testuale, ha detto di esser diventato sovranista».

Freccero è fuori dalla Rai e è su queste posizioni da ben prima del 4 marzo.

«Lo so, è vicino a Grillo. Adesso arriva Lucci. Sono riposizionamenti consueti».

Per un apolide è normale essere globalista?

«Lo è. Da ebreo sono geloso delle mie tradizioni e della mia identità».

Ma non credi nella heimat, la piccola patria.

«Di heimat ne ho più d’una. Un intellettuale viennese come Karl Kraus diceva che sangue e suolo insieme fanno solo venire il tetano».

Il globalismo della Silicon Valley cosa fa venire?

«Chi vuole condizionare il nostro modo di pensare fa paura. Dietro l’elezione di Trump c’è lo strapotere di Twitter e di Facebook».

Il primo ad avvantaggiarsene fu Obama.

«Certo. È difficile farne a meno. I social vanno usati, ma la razionalità è un’altra cosa. La storia del mio Rolex la conosci?».

A grandi linee.

«A luglio, dopo l’iniziativa di don Ciotti, mi faccio fare una foto da mio figlio con la maglietta rossa sul terrazzo di Milano. Subito sui social cominciano a parlare di una villa a Portofino o a Capalbio. Mentre l’unica casa che possiedo è una cascina nel Monferrato di cui ho appena finito di pagare il mutuo. Poi si puntano sul Rolex. Lo vedi questo? In acciaio, roba del ’92. Ma il radical chic non può difendere i migranti».

Ciò che più spaventa della new technology è l’omologazione. Il Pd è diventato un partito radicale di massa come preconizzava Augusto Del Noce?

«Credo che il Pd si sia battuto troppo poco per i diritti civili, a cominciare dal mancato voto di fiducia sullo Ius soli. Avrebbe dovuto essere un partito più femminista e più deciso nella battaglia contro l’omofobia. Su questo abbiamo opinioni diverse».

Non mi pare siano queste le emergenze del Paese. In Gran Bretagna Jeremy Corbyn sta allargando i consensi, perché da noi Leu ha preso il 3%?

«Credo per la scarsa credibilità del gruppo dirigente, composto da persone che, quasi tutte, avevano attraversato la fase della ricerca dell’accordo con l’establishment. Saranno altri a prendere il loro posto».

Chi saranno i nuovi leader?

«Spero vengano dal sindacalismo, dalle categorie dei lavori umili, dal volontariato, le attività di aiuto alle persone. E da coloro che, dopo aver realizzato che la ricetta di “prima gli italiani” ci avrà fatto diventare più cattivi e più poveri, sappiano trasferire in politica le loro energie».

Cosa pensi della candidatura di Nicola Zingaretti?

«Mi sembra una persona con un percorso politico rispettabile. Ma temo insufficiente a rappresentare la novità che la sinistra aspetta».

Che cosa hanno evidenziato gli applausi e i fischi ai funerali di Stato di Genova?

«Uno stato d’animo in parte reale e in parte costruito. In quelle manifestazioni ha trovato riscontro la falsa operazione di addebitare al Pd il crollo del ponte. Poi si è scoperto che nel 2008 anche Salvini aveva votato per la concessione».

Il giorno dopo però ha ammesso l’errore, altri non l’hanno fatto. Com’è stata raccontata dai media questa vicenda?

«I grandi giornali si sono dimostrati reticenti perché, in tempi di penuria di pubblicità, sono stati condizionati dagli investimenti degli azionisti di Autostrade per l’Italia. Abbiamo avuto un’altra prova che, per molti anni, direttori di testate e protagonisti dell’informazione sono stati confidenti di grandi capitalisti e nello stesso tempo consiglieri dei dirigenti della sinistra».

Tra i protagonisti dell’informazione ci sei anche tu. Come mai pochi giorni fa hai ammesso che servono biografie diverse dalla tua per rifondare la sinistra?

«È evidente: i leader devono avere uno stile di vita e un rapporto con le classi subalterne diverso da quello che ho io. Noi radical chic possiamo impegnarci per contrastare l’incattivirsi che abbiamo intorno. Se la Rai vorrà continuare a farmi lavorare sarò ben lieto. Ma altri devono rappresentare politicamente le esigenze di una maggiore giustizia sociale».

Ti aspettavi che qualcuno raccogliesse pubblicamente la tua provocazione?

«In molti mi hanno chiamato o scritto dicendomi che ho toccato il nostro punto dolente. Ma riconoscere che siamo inadatti a rappresentare la sinistra del futuro per me non è una pulsione masochistica. È un’ovvietà».

 

 La Verità, 9 settembre 2018

«Salvini e Di Maio studino Odoacre e Weimar»

L’estate di Paolo Mieli è stata movimentata quasi come quella italiana. Presentazioni di libri, interventi da Cortina d’Ampezzo a Castiglioncello, gli editoriali sul Corriere della Sera sul complottismo leghista e sul paragone con i «barbari» capeggiati da Matteo Salvini e Luigi Di Maio. L’autunno prevede la ripresa della tournée di Era d’ottobre, lo spettacolo già condensato in La storia del comunismo in 50 ritratti (Centauria), sorta di album corredato dalle illustrazioni di Ivan Canu.

L’autunno italiano sarà caldo, caldissimo o rovente?

«Rovente. I giornali non ne hanno parlato, ma da quanto mi risulta, quest’estate molti capitali si sono spostati all’estero».

Le riforme economiche promesse da Lega e M5s sono realizzabili?

«La soluzione può essere un’applicazione a tappe del programma. Questo consentirebbe al ministro dell’Economia, Giovanni Tria, di presentarsi alla comunità internazionale con una patente di affidabilità. Se la patente dell’autista non è vidimata, gli investitori scelgono un altro autobus».

Negli ambienti della finanza c’è diffidenza verso l’esperimento italiano?

«È una diffidenza originata dall’esito elettorale prorompente delle forze governative, comprovata dalla crisi delle opposizioni. La comunità internazionale giudica difficilmente compatibili i programmi economici di Lega e 5 stelle. E giudica problematico anche quello di una sola delle formazioni di governo. La soluzione è accontentarsi di una riforma parziale, per andare a votare più avanti. Colpisce il carattere interlocutorio dell’analisi di Fitch. Che in pratica dice: se con la finanziaria scegliete la gradualità perché non puntate a elezioni anticipate possiamo concedervi un’apertura di credito».

Quindi era complottismo quello di chi paventava gli attacchi dei poteri forti?

«Il complottismo, rilanciato dalla Rete, è uno degli atteggiamenti più gravi che accomuna Lega e M5s. Quando le democrazie sono indebolite vi ricorrono sia forze politiche che personalità insospettabili. In un’intervista al Corriere della Sera l’arcivescovo di Pescara, Tommaso Valentinetti, identificava nelle “forze oscure” i mandanti delle accuse di Carlo Maria Viganò a papa Francesco: “La grossa finanza, i grossi petrolieri, chi vuole continuare a sfruttare senza scrupoli la terra”. Il complottismo surroga la pochezza di argomenti».

Sui migranti quello di Salvini è muscolarismo razzista, propaganda o la prova che stiamo uscendo dall’Europa?

«Penso che il fenomeno dell’immigrazione abbia proporzioni tali da non poter essere risolto dal provvedimento di un’estate. Ciò detto, qualsiasi persona di buon senso considera un problema reale quello posto in modi diversi prima dagli ultimi due ministri dell’Interno.  L’Europa ha capito che i migranti, ovunque approdino, vanno divisi in tutto il territorio. Nelle sue comunicazioni Salvini commette un esecrabile eccesso al giorno. Ma chiunque giustamente lo condanna, subito dopo deve indicare una soluzione alternativa».

Condivide l’allarme sulle somiglianze con l’epoca prefascista?

«Le analogie non riguardano i leader, i loro carismi e i loro metodi. Bensì il distacco consumato tra élites e popolo. Come ha sottolineato l’ex rettore della Bocconi, Guido Tabellini, il nostro presente si avvicina a ciò che accadde nella Repubblica di Weimar, nella quale l’incapacità delle élite di dare risposte le trasformò in calamita del risentimento generale. In Italia oggi questo processo è ancor più incredibile perché da noi qualcosa di simile è già accaduto 25 anni fa».

Il fenomeno dell’immigrazione si affronta con la politica o con il sentimento?

«Personalmente credo che al primo posto ci sia la pietà nei confronti dell’essere umano. Per il bene comune serve un politico che sappia veicolare questo primato nelle istituzioni. Salvini finora non ci è riuscito. Chiunque ha questa sensibilità deve avere idee concrete e vincenti anche nell’azione diplomatica».

Era necessaria l’inchiesta della magistratura sull’operato del ministro dell’Interno per la nave Diciotti?

«Non ho studi giuridici per valutare il merito, ma a naso direi di no. Avrei aspettato la chiusura della vicenda, considerando che, senza torturare i migranti, un politico deve trovare il modo per mettere l’Europa di fronte alle proprie responsabilità. Infine, non capisco perché analoga iniziativa non sia stata presa anche per la Aquarius».

Questa emergenza dalle proporzioni bibliche si poteva prevedere?

«All’inizio degli anni Ottanta, Marco Pannella impostò una grande campagna sulla fame nel mondo per evitare ciò che ora è davanti a noi. Anche un politico avveduto come Flaminio Piccoli si associò. Ma l’iniziativa si fermò troppo presto».

Che cos’ha evidenziato il crollo del ponte di Genova nei rapporti di forza della politica italiana?

«Per la prima volta nella storia repubblicana due leader di governo sono stati accolti dalla folla plaudente e gli esponenti dell’opposizione sono stati fischiati, come fossero correi del crollo. Questo fatto sarà ricordato nei libri di storia».

Significa che la formula «governo del cambiamento» ha fondamenti solidi?

«Le elezioni del 4 marzo sono state il big bang di una nuova storia. Difficilmente torneranno i partiti tradizionali con le loro alchimie. Chi ha governato in modo alternativo nella Seconda repubblica faticherà ad allearsi con Lega e 5 stelle. Lo si è capito a quei funerali».

Si è scoperto un sistema di potere basato su rapporti discutibili tra le istituzioni e la famiglia Benetton.

«Dire che anche la Lega ha votato per la riduzione dei controlli sui viadotti e ha preso finanziamenti da Autostrade per l’Italia non scalfisce la percezione profonda della complicità tra partiti tradizionali e grande imprenditoria. Il radicamento di questa percezione dev’essere ancora compreso. Tanto più considerando il fatto che, a differenza di Berlusconi che era favorito dalle sue televisioni e dalle dichiarazioni di Raimondo Vianello e Iva Zanicchi, Lega e M5s non godono del favore dei grandi media».

Dove ci si chiede se respingere o normalizzare i barbari, mentre nessuno contempla l’opzione prospettata dal poeta greco Konstantinos Kavafis: «Era una soluzione quella gente».

«Il paragone con il generale barbaro Odoacre si basa sul fatto che il Senato romano lo legittimò a proseguire il regime di Romolo Augustolo, giudicato esaurito. Nel governo c’è una componente formata dal ministro dell’Economia, Tria, e degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, che fa capo al presidente Sergio Mattarella. Prima di attaccare Salvini e Di Maio le opposizioni dovrebbero considerare lo spazio di manovra che questa componente consente loro».

Si continuano ad analizzare Lega e M5s, nati dopo la caduta del muro di Berlino, con chiavi interpretative del Novecento. È sbagliato dire che la discriminante dei prossimi decenni sarà l’alternativa sovranismo-globalismo al posto di destra-sinistra?

«Credo che prima o poi si tornerà alla contrapposizione destra-sinistra. Anche Forza Italia e Pd sono nati dopo la caduta del muro di Berlino. Piuttosto, dal governo Monti, per sette anni Lega e M5s sono rimasti all’opposizione senza mescolarsi ad alcuna forma di governo. Questo mentre gli altri oppositori trovavano posti nei Cda e nei tg e si aveva l’impressione che i governi, anziché dalle elezioni, fossero decisi da un sinedrio. Se si vuole avere la loro stessa forza si deve prevedere una strategia di lungo periodo».

Sovranismo e europeismo?

«Potrebbe essere così, ma nutro qualche dubbio. Alle europee potrebbero esserci più sovranismi e più europeismi. Probabilmente il confronto tra due forze populiste, entrambe a loro modo sovraniste».

Renzi sta lavorando a un programma televisivo: il Pd ha adeguatamente approfondito le ragioni della storica sconfitta elettorale?

«No, ma per riflettere su questo ci vuole tempo. Bisogna capire il rapporto tra la propria sconfitta e quella degli altri socialisti europei, che magari viene da lontano e Renzi era riuscito a rallentare. Dev’essere un’analisi disinteressata, non fatta allo scopo di ripresentarsi dopo sei mesi. Finora si sono rinfacciati le colpe l’un l’altro, invece hanno perso tutti».

La sinistra perde perché ha tradito la sua missione originale?

«Se la causa fosse questa, Leu avrebbe preso il 10%. C’erano Sergio Cofferati, Pierluigi Bersani, Massimo D’Alema, Laura Boldrini… Il Corbyn italiano doveva essere tra loro. Più ancora che aver difeso gli oppressi e sventolato bandiere rosse, è il non appartenere al sistema a essere premiato».

Il suo ultimo libro è un congedo dal comunismo o un contributo all’analisi della crisi delle sinistre?

«È un congedo. Anche se, qua e là, prospetto qualche considerazione. I comunisti storici, che hanno prodotto tragedie, affrontavano la politica in modo diretto. Nel 1936, per cementare un’alleanza sociale tra compagni e camerati contro il capitalismo, Palmiro Togliatti fece l’“appello ai militanti in camicia nera”. È solo uno dei tanti esempi. Se si pensa che questo è il governo più a destra della storia repubblicana è lecito aspettarsi che il Pd dica qualcosa di chiaro a proposito del suo rapporto con il M5s».

Distingue tra comunismo delle intenzioni e delle applicazioni, il quale ovunque ha prodotto stragi. È diventato anticomunista?

«Nell’evoluzione del comunismo riconosco parti della mia storia giovanile. E mi chiedo: se le cose stavano così com’è possibile che non me ne sia accorto. È una domanda che mi brucia».

Come le è venuto in mente di cimentarsi da attore?

«Sto molto sui libri o negli studi televisivi. Più che l’interpretazione, m’interessa vedere in faccia le persone e ascoltare le loro riflessioni dopo lo spettacolo. È un contatto che mi arricchisce molto».

 

La Verità, 3 settembre 2018

 

 

«Vivo al Lido, ma niente Mostra: ora dipingo»

Ripropongo la mia intervista a Catherine Spaak (pubblicata dalla Verità nel settembre 2017) perché, pur dissonante nel coro generale degli osanna, ne fa ugualmente trasparire l’intelligenza e lo spirito indomito.

«Eravamo in barca…». Catherine Spaak arriva al bar del Lido di Venezia scortata da una barboncina. Camicia e bermuda, capelli raccolti, abbronzatura da esposizione senza creme protettive. Il fascino resiste.

In barca con suo marito?

«Sì, è pilota di porto, ma ha una barca sua».

Cosa fanno i piloti di porto?

«Salgono a bordo delle navi da trasporto e da crociera e le guidano insieme ai comandanti fino all’ormeggio».

Sulle grandi navi in laguna…

«Dice che non danneggiano l’ambiente: sotto, nei canali, c’è la melma».

Da quanto vive al Lido?

«Da due anni. Prima mio marito stava a Trapani».

E vi siete sposati sposati a Erice.

«Mio marito ha avuto un incidente a una spalla ed è rimasto fermo per un po’. Quando è rientrato ha potuto scegliere la nuova destinazione e ha scelto Venezia, che piaceva anche a me».

È più giovane di 18 anni: pesa la differenza d’età?

«Le cose che facevo con facilità a 40 o 50 anni ora mi costano. Andare in bicicletta, per esempio. Le cene e la mondanità invece non mi sono mai piaciute».

Capisco. La differenza di età rispetto al marito?

«Non credo sia rilevante».

Perché ha molte energie?

«Mi posso accontentare».

O perché crede nell’amore?

«Qualcuno ci riesce, ma penso che vivere senza amare sia una condanna».

Tra Emmanuel Macron e sua moglie ci sono 24 anni di differenza.

«Non m’interessa. Ho perso il vizio di giudicare: è troppo faticoso».

Sbaglio se dico che bisogna avere tante risorse per non farsi scoraggiare dagli amori finiti e risposarsi la quarta volta?

«A Maurizio Costanzo non farebbe questa domanda».

Magari sì.

«Ne dubito, è una domanda che si fa alle donne. Ci sono donne che hanno avuto mille uomini, ma essendosi sposate una sola volta sono stimate. Lo so, i matrimoni fanno effetto; io credo possa essere una brava donna anche chi è arrivata al quarto».

L’ultima volta che il grande pubblico l’ha registrata è stata all’Isola dei famosi

«Che cosa significa registrata?».

Cosa non ha funzionato all’Isola?

«Accadevano cose diverse da quelle prestabilite e me ne sono andata».

Per esempio?

«Non ne parlo volentieri, sono state scritte cose pessime. L’Honduras è violento. All’ingresso degli alberghi c’erano cartelli che invitavano a lasciare le pistole in macchina. A causa di un tornado siamo rimasti in hotel una settimana. Mi è capitato di vedere un servizio in tv sui soldati dell’esercito che, siccome si annoiavano, sparavano alle gambe dei cani per esercitarsi».

Ne fu turbata.

«Era parte di una situazione per me insostenibile».

In televisione iniziò come conduttrice di Forum su Canale 5, ma dopo due anni smise…

«Come giornalista sì, ma durò di più…».

Perché finì?

«Non ne voglio parlare».

Ad Harem invece si è divertita molto.

«Per 15 anni. Autori e direttori di Rai 3 mi hanno lasciato piena libertà. Credo che anche il pubblico si sia divertito».

L’ospite più divertente?

«È difficile, tre persone a settimana per 15 anni… Una è Kuki Gallmann, l’ambientalista autrice di Sognavo l’Africa. E Paola Borboni, piena di vita».

La sua dote era la malizia?

«La capacità di ascoltare. I giornalisti hanno paura del silenzio. In tv, poi, vanno nel panico. Ero intuitiva, accettavo il silenzio, prima che la persona parlasse».

L’ospite che la mise in difficoltà?

«Nessuno».

Perché fu chiuso il programma?

«Dopo Angelo Guglielmi altri cinque direttori l’avevano confermato. Quando arrivò Paolo Ruffini decise che si era detto tutto sulle donne».

Nessuna trattativa?

«Avevo dei progetti, ma non ebbero seguito».

Prima della tv il cinema e un po’ di musica: ha sempre voluto fare l’attrice?

«Volevo fare la ballerina classica, avevo studiato, ma sono diventata troppo alta. Il contatto con il cinema è stato casuale».

Sentiamo.

«Un’amica che doveva fare un provino per un cortometraggio mi chiese di accompagnarla. Il regista disse: “Lei è esattamente la tipologia di persona che cerco”. Solo che ero io. Quello fu il mio inizio, anche se mio padre era un importante sceneggiatore e in casa venivano molti uomini di cinema».

Che rapporti aveva con i suoi?

«Non buoni. Me ne sono andata a 18 anni dopo il primo film, Dolci inganni, di Alberto Lattuada».

Come la pescò Lattuada?

«Aveva già collaborato con mio padre a un film intitolato La spiaggia. Veniva a trovarci e diceva che prima o poi avrei fatto l’attrice. Quando chiese se poteva farmi un provino a Roma non pensavo di fare l’attrice».

Da bambina firmava autografi ai compagni di classe.

«Era un gioco».

Suo padre le concesse il provino, non era cattivo…

«Lo vedevo poco. A 9 anni sono entrata in collegio e ne sono uscita a 14 per andare a scuola a Parigi. A 16 o 17 ho iniziato a lavorare. Erano rapporti sempre un po’ conflittuali».

Poi risolti?

«Quando si è giovani è difficile comprendere certe cose, ma alla mia età mi sento serena. Non vivo nel passato».

In quegli anni al cinema era spesso oggetto del desiderio di persone adulte.

«Fanno ridere queste parole se si guardano quei film. Interpretavo ruoli di ragazza libera, consapevole. O personaggi letterari come la Cecilia de La noia di Alberto Moravia. Donne autonome».

Proto femministe.

«Non c’era il divorzio, le donne erano sottomesse, tanto più in un mondo maschilista come il cinema. Sul set c’erano 60 uomini e tre donne. La sarta, la segretaria di edizione e l’attrice protagonista; quattro con la parrucchiera. Anche uomini di talento e di cultura erano misogini».

Il suo fascino etereo incrinò il dominio delle maggiorate.

«Era anche un fatto generazionale. Io e alcune colleghe come Stefania Sandrelli eravamo diverse da Sofia Loren a Gina Lollobrigida, con tutto il rispetto. La seduzione divenne più mentale che fisica».

Il suo modello?

«Ammiravo Audrey Hepburn. Quando la cito gli uomini storcono la bocca».

Cosa pensa dello scandalo delle molestie sessuali?

«Che doveva capitare. È la solita storia: tutti lo sanno e nessuno lo dice. Io ne parlai molti anni fa, ma molte colleghe dissero che a loro non era mai successo. Forse era solo troppo presto».

Il movimento metoo?

«Ci sono tante sfaccettature, anche donne che approfittano di certe situazioni o che hanno delle responsabilità. Tuttavia, penso che la maggior parte abbia aderito perché ha subito situazioni spiacevoli. Il femminicidio è il risultato di un comportamento maschile sbagliato».

Catherine Deneuve ha difeso la libertà degli uomini di importunare.

«Poi si è scusata. Catherine Deneuve è Catherine Deneuve. Posso solo dire che non sono d’accordo».

Se gli uomini superano il limite non basta ribellarsi?

«Bisogna proteggere le donne molestate e violentate. Ci vuole un’educazione diversa di quella che si dà ai maschi, non solo in Italia. Qualche anno fa se una donna andava in commissariato le ridevano in faccia. Servono leggi severe per gli uomini che si comportano in modo sbagliato».

Lei ha subito molestie?

«Tempo fa, niente di grave, atteggiamenti inadeguati».

Che idea si è fatta della vicenda di Asia Argento?

«Nello studio di Bruno Vespa l’ho difesa dicendo che è assurdo stabilire un lasso di tempo oltre il quale una denuncia non è valida».

Gli ultimi fatti insegnano che lo schema uomini violenti e donne vittime è da rivedere?

«Bisogna sapere bene come sono andate le cose prima di giudicare. Io non lo so».

È ancora interessata alle discipline orientali?

«Pratico la meditazione buddista secondo la tecnica Vipassana».

Cosa le trasmette?

«Mi aiuta a interrogarmi sulle questioni fondamentali della vita. Anche la scuola dovrebbe educare al silenzio. Viviamo in un mondo di rumore, saltando da un posto all’altro. La tecnologia ha grande responsabilità, vedo ragazzi che non vivono senza essere connessi e non sanno stare soli con sé stessi».

Le manca il tempo in cui era «la voglia matta» di Ugo Tognazzi?

«Per carità».

Quando cantava L’esercito del surf?

«Per carità».

E quando ospitava Giulio Andreotti ad Harem?

«Nooo. Non vorrei avere né 30 né 40 né 50 anni oggi, sarei in difficoltà. Ero così anche a vent’anni».

Così come, un filo snob?

«L’hanno detto in tanti».

Si definisca.

«Non saprei… Sto bene con me stessa».

L’hanno mai invitata alla Mostra del cinema, a due passi da qui?

«Due anni fa hanno proiettato L’uomo dei cinque palloni di Marco Ferreri con Marcello Mastroianni. Mi hanno invitata, ma ho declinato. Non ho voglia di presenziare…».

Se le chiedessero di consegnare un premio?

«Mah… Vivo lontano dal cinema e dal teatro. Anche se l’anno scorso ho recitato un testo scritto da me su Colette. L’abbiamo portato in tournée e replicato diverse settimane al Parioli di Roma».

Perché smise di fare cinema?

«Trovavo banali le parti che mi proponevano. Tutto si è affievolito molto serenamente».

Ci va ancora?

«Da normale spettatrice, anche a teatro. Vado alle mostre, alla Biennale… E dipingo; la pittura mi ha preso molto».

Quando vedremo i suoi quadri?

«A fine anno».

Ci può anticipare qualcosa?

«Devo incontrare un gallerista interessato a quello che faccio, ne parlerò al momento opportuno».

Niente notizie, le piace più intervistare che farsi intervistare.

«Ora nemmeno più quello. Quando ho cominciato a scrivere sospettavano che scrivesse qualcun altro; quando facevo le interviste che le preparasse qualcun altro; ora diranno che i quadri chissà chi li ha dipinti. Ha presente quando si diceva che gli attori di cinema non potevano recitare a teatro? Però questi giudizi non mi hanno impedito di fare quello che ho fatto e che faccio».

Il suo film della vita?

«È difficile… Adoro Momenti di gloria».

Bellissimo.

«Anche E. T. e Jules e Jim. Poi leggo molto, due o tre libri al mese».

L’ultimo?

«La treccia di Laetitia Colombani».

Vive al Lido e va spesso a Roma…

«Ogni tanto, Roma non mi piace più, sto meglio qui. Anche d’inverno».

 

La Verità, 2 settembre 2017

«Da Capanna alla D’Urso rimango un pezzo da 90»

Michele Cucuzza, perso di vista per dissolvenza. Quando lo abbiamo visto rispuntare su Italia 1, alla postazione social di 90 Special condotto da Nicola Savino, abbiamo detto in coro: «Già, Michele Cucuzza! Ma che fine aveva fatto?». Un conduttore tv, un volto Rai, un giornalista autorevole, protagonista di una dissolvenza, come si dice nel gergo cinematografico, era un inedito. La singolarità è proprio nel divorzio consensuale dalla Rai. Una figura giuridica e mediatica introvabile nel villaggetto globale italiano, dove si danno la rottura rumorosa, le dimissioni di protesta, la cacciata più o meno esplicita, l’uscita polemica. Cucuzza no, si è dissolto in sordina. «Per la verità la mia non è neanche una vera uscita», racconta seduto in un bar di Roma, zona Prati. «Continuo a collaborare con la Rai, in particolare con Radio 1 dove, con Tiziana Di Simone, conduciamo Caffè Europa, il programma settimanale del sabato mattina. Adesso, appena finisco di parlare con te vado a Saxa Rubra a registrare». Lui è così, uno semplice, che non si fa problemi. C’è un masso sulla strada? Corregge agilmente il passo e prosegue senza farci caso.

La tua forza è l’amore per il giornalismo in tutte le sue declinazioni?

«La molla è questa. In tv i direttori cambiano e cercano di rinnovare. Magari scelgono, giustamente, qualcuno più giovane. Io mi sono dato da fare, mi sono occupato delle mie due figlie, Carlotta e Matilde, e ho scritto un paio di libri…».

Che libri sono?

«Libri da giornalista. Uno s’intitola Il male curabile (Rizzoli), ed è un’indagine fatta con Mauro Ferrari, il matematico che dirige il Methodist Hospital Research Institute di Houston, dove combatte il cancro con l’applicazione delle nanotecnologie. Il secondo è Gramigna. Volevo solo una vita normale (Piemme), la storia di Luigi Di Cicco, un ragazzo in fuga dalla camorra che ora vive a Civitavecchia e da cui Sebastiano Rizzo ha tratto un film».

Oltre ai libri?

«Collaboro con Il Corriere dell’Umbria, diretto da Franco Bechis, e continuo a fare tv. Antonio Azzalini, ex vicedirettore di Rai 1, che ora dirige Telenorba, mi ha proposto di condurre Buon pomeriggio con Mary De Gennaro, un programma leggero, con ospiti, musica, lifestyle. Infine, ho scoperto di avere estimatori anche a Mediaset. Poco meno di un anno fa il responsabile delle risorse umane, Sergio Restelli, mi ha chiesto di entrare nel cast del programma di Savino».

Che rapporto professionale hai con la Rai?

«Dal 1998, una volta staccato dal Tg2, non sono più un dipendente. Quando ho iniziato a condurre La vita in diretta sono diventato un collaboratore esterno».

Scelta di vita professionale o di vita e basta?

«Una non scelta. Dopo La vita in diretta ho fatto Unomattina. Poi Mauro Mazza, il direttore di Rai 1 di allora, è passato ad altro incarico e le cose sono cambiate. Ora mi fa piacere che tanta gente sui social mi chieda dove può vedermi. Telenorba è la più grande tv regionale italiana, ha anche un accordo con una tv siciliana. Così, io catanese, vado in onda anche nella mia terra».

Qual è la tua maggiore soddisfazione professionale?

«Sono contento di aver modulato il giornalismo nei diversi linguaggi, la scrittura, la televisione, la radio…».

Quale servizio ti ha dato più adrenalina?

«Al Tg2 lavoravo nella redazione esteri. Dopo l’occupazione del Kuwait, quando si pensava che Saddam Hussein avrebbe invaso anche l’Arabia, ho seguito la preparazione della guerra alla quale partecipava anche la spedizione italiana. Poi ho coperto i funerali di Lady Diana e di Madre Teresa, due celebrazioni apparentemente molto lontane tra loro. Madre Teresa era l’ultima degli ultimi, che aveva fatto del soccorso ai diseredati la sua missione. Diana era una principessa che negli ultimi anni si era impegnata nelle campagne contro le mine e per i bambini colpiti dall’Hiv».

Difficile fare servizi così a Telenorba.

«Mica vero. Nel maggio 2017, per esempio, ho avuto l’opportunità d’intervistare Silvio Berlusconi che non avevo mai intervistato prima…

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«In Rai la famiglia normale è trasgressiva»

Una serie su una famiglia normale. Su una grande e chiassosa famiglia in cui nonni, figli e nipoti si vogliono bene. Una serie in cui una ragazza che resta incinta decide di tenere il bambino sebbene il rapporto con il padre naufraghi. Una serie senza tonalità arcobaleno e amori omosessuali. Una serie scritta con linguaggio contemporaneo, come si dice; con la chat delle mamme della scuola che si fa gli affari degli altri; con la difficoltà a gestire relazioni complicate, la perdita del lavoro dopo i cinquanta, un figlio affetto dalla sindrome di Asperger, persino con una onlus che lavora per i bambini nati con il labbro leporino. Non sembrerebbe, ma una serie così (media tra il 14 e il 15% di share) esiste, anche se, con l’eccezione dell’Osservatore romano, le grandi firme della stampa l’hanno quasi ignorata. Forse perché Rai 1 l’ha mandata in onda con scarsa promozione tra partite dei mondiali e isole delle tentazioni, nella stagione in cui, di solito, si vedono solo repliche. Lunedì prossimo verrà trasmesso l’epilogo di Tutto può succedere, ultimo episodio della terza stagione, realizzata per Rai Fiction da Cattleya (la stessa di Gomorra). Il regista è Lucio Pellegrini (con Alessandro Casale), autore di film di successo (E allora mambo e Tandem con Luca e Paolo, La vita facile, con Stefano Accorsi e Pierfrancesco Favino), oltre che del Miracolo di Sky (ideata da Niccolò Ammaniti e co-diretta con Francesco Munzi).

La tavolata di «Tutto può succedere», dove le grane dei Ferraro si ricompongono

La tavolata di «Tutto può succedere», dove le grane dei Ferraro si ricompongono

Allora, Pellegrini: ci sarà una quarta stagione di Tutto può succedere?

«No e spiace anche a noi. Ma già all’inizio erano state programmate tre stagioni. La storia si conclude, ma è stata una bella avventura per tutti».

Proviamo a raccontarla: come e da chi è nata l’idea?

«Cattleya ha proposto di fare l’adattamento di Parenthood, la storica serie americana a sua volta tratta dal film diretto da Ron Howard. Nella prima stagione siamo rimasti più aderenti alla storia e abbiamo fatto un casting molto preciso degli attori. Poi abbiamo scelto strade più autonome, cercando di mantenere una certa fedeltà alle caratteristiche di freschezza e di verità dell’originale».

Com’è stato il rapporto con la Rai?

«Molto buono. Tinni Andreatta, responsabile della fiction, era entusiasta del progetto. L’obiettivo era rinnovare il genere family, importantissimo per la Rai fin dai tempi della Famiglia Benvenuti. Qualche problema c’è stato all’inizio e quest’anno per la programmazione. Ma sono scelte che dipendono da logiche di palinsesto».

In che senso?

«La Rai ha voluto controprogrammare i mondiali di calcio. Non il massimo».

È passata come una replica.

«Lo so. Era pronta da poco, forse poteva partire un mese prima. Su Raiplay la settimana precedente alla messa in onda ha avuto 2,5 milioni di visualizzazioni».

Pubblico di giovani?

«Penso di sì, anche se non abbiamo la composizione del target. Quello della visione in tv aveva un livello d’istruzione più alto e più giovane della media di Rai 1».

Altre serie più politicamente corrette, come Romanzo famigliare, hanno avuto collocazioni più strategiche.

«Anche quelle tradizionali, però, come Don Matteo, occupano il centro della stagione. Da quando È arrivata la felicità è stata interrotta causa bassi ascolti si è pensato che il genere family non tirasse più. E ci si è concentrati sul giallo o sul noir».

Com’è nato il titolo?

«Da un confronto interno a Cattleya. Non c’era una parola italiana che traducesse il titolo americano. Alla fine questo è piaciuto a tutti».

In Siamo soli Vasco Rossi canta: «Tutto può succedere; ora qui, siamo soli, siamo soli». Invece, mentre nella vostra sigla i Negramaro cantano: «Finché sei qui, tutto può succedere», si vede la tavolata della famiglia: una risposta al nichilismo?

«La canzone è stata scritta da Giuliano Sangiorgi. Il qui è quella tavolata, ma anche un luogo personale, intimo. In questi anni il pranzo di famiglia l’abbiamo visto spesso al cinema e in tv. Abbiamo provato a ripensarlo. La tavolata è il luogo del caos sentimentale organizzato. Ho messo l’operatore in mezzo alla scena perché volevo che il telespettatore si sedesse anche lui a quel tavolo».

Esistono famiglie con quattro fratelli che si confrontano e consigliano?

«Penso di sì. Magari è un gradino sopra le righe, perché si tratta di un film di finzione. Però abbiamo cercato di elaborare la realtà. Anche in famiglie più piccole si vivono queste dinamiche».

La famiglia è il luogo della resilienza, dove si trasformano le esperienze di sofferenza in qualcosa di positivo?

«Può essere questo. Quando il clan si ritrova tutto si ricompone, riacquista una forma e una profondità che prima sembrava non avere. Basta uno scambio, una goliardia, un po’ di calore. Poi per sopravvivere e ripartire, ognuno rielabora i fatti con la propria sensibilità e secondo la propria età».

Tra i quattro fratelli lei sembra simpatizzare per il personaggio di Alessandro Tiberi.

«Tanti simpatizzano per Carlo, l’adulto bambino del gruppo. Tiberi è un attore talentuoso. Ma tutti lo sono, Maya Sansa, Pietro Sermonti… Ogni personaggio ha qualcosa che mi piace».

La definizione dei tipi umani è il suo marchio di fabbrica?

«Lo spero. Mi piace creare con gli attori i profili e i temperamenti. Sul set si è creato un bel amalgama tra gli attori più esperti e i ragazzi esordienti come Roberto Nocchi, Benedetta Porcaroli, la stessa Matilda De Angelis, che al tempo della prima serie aveva girato solo Veloce come il vento, che però non era ancora uscito».

Chi ha scritto i dialoghi?

«Abbiamo avuto molti bravi sceneggiatori, da Michele Pellegrini che non è mio parente, a Federica Pontremoli a Filippo Gravino».

C’è una scena a cui è più affezionato?

«Ci siamo commossi girando quella in cui Giorgio Colangeli dice a Maya Sansa, che ha appena combinato uno dei suoi casini con un uomo, di essere orgogliosa anche dei suoi errori».

Altra cosa: non è una serie politicamente corretta. Non ci sono amori omosessuali e dibattiti sulle unioni civili.

«Nella prima stagione abbiamo sfiorato questo tema, ma senza la preoccupazione di apparire al passo con i tempi. Il confronto con la diversità è comunque presente con Massimiliano, il figlio di Alessandro e Cristina, un ragazzo affetto dalla sindrome di Asperger, molto difficile da gestire in casa, interpretato benissimo da Roberto Nocchi, un ragazzo normalissimo».

Anche il razzismo e l’integrazione sono presenti nella famiglia di Carlo, compagno di una ragazza di colore. Il loro figlio è vittima di bullismo a scuola, ma il modo di raccontarlo non è retorico.

«Il fatto di non essere politicamente corretti forse ci costa un po’ di pubblico, ma fin dall’inizio non abbiamo mai voluto fare la lezioncina. Tutti noi viviamo queste situazioni e le affrontiamo giorno per giorno senza bisogno di salire in cattedra».

La fiction Rai in genere è molto politicamente corretta?

«È mamma Rai: c’è tutto e il contrario di tutto. Ma c’è margine di discussione».

Da 1 a 10 quanto si riconosce in questa serie?

«Sicuramente molto, non so dare una cifra. Adesso ho intrapreso nuove strade».

Appunto: nel Miracolo quanto si riconosce?

«Mi è molto piaciuto affrontare nuove tonalità visive e nuove situazioni di genere. Grazie a Niccolò Ammaniti, che è un amico, ho potuto contribuire a un progetto molto impegnativo e gratificante, di cui siamo orgogliosi anche per il riscontro che sta avendo all’estero».

Vita e pensiero, la rivista dell’Università cattolica, ha scritto che è più una serie mistery che di fede: concorda?

«Sì, è un racconto che ha grande rispetto per il sacro. Ma è una serie di genere, che cerca di esplorare in chiave mistery un fatto umanamente inspiegabile. Più che indagare se quel fatto sia vero o no, la storia riguarda le conseguenze di quel fatto su alcune persone».

Lucetta Scaraffia ha scritto che chi resta colpito non prega la Madonna, ma il mistero che la statuetta evoca.

«È così. Abbiamo lavorato su quale impatto può avere in una realtà profana un evento inspiegabile».

Il fatto che i protagonisti siano eccentrici, persone nelle quali è difficile riconoscersi, è un punto debole?

«Qui non c’è la ricerca dell’identificazione, ma una provocazione a mettersi in quella situazione: che cosa faresti tu? Lo spettatore può anche sentirsi superiore ai protagonisti e ipotizzare di agire diversamente da loro. Favoriamo un distacco critico usando diversi registri narrativi, dal mistery al grottesco, dall’horror al noir».

State già lavorando alla seconda stagione?

«Non è ancora deciso se e quando si farà. Sky vorrebbe farla, vedremo in che tempi».

La sua è un’estate di lavoro?

«Di vacanza e scrittura. Dopo qualche anno ho deciso di prendermi un po’ di tempo per decidere bene cosa fare in futuro».

 

La Verità, 1 agosto 2018