«Ho voltato pagina, non torno in Rai»

Anche Milena Gabanelli rallenta per l’estate. Ma, dall’epicentro della sua attività multitasking – due pezzi a settimana per il Corriere della Sera, altrettanti video per il sito di Dataroom, le ospitate su La7 – può rispondere alle domande della Verità e riflettere sulla sua nuova vita fuori dalla Rai.

Poco più di sei mesi di Dataroom: facciamo un bilancio? Più riscontri cartacei o dai video?

«Sono riscontri diversi perché seguono strade differenti: quelli su cartaceo più tradizionali e istituzionali (magari ti telefona un ministro), i video hanno un pubblico più giovane e non si bruciano nella giornata di pubblicazione. Ce ne sono alcuni che diventano virali dopo un mese perché vengono intercettati dalle infinite vie del Web. I numeri in sei mesi? Un centinaio di video, accompagnati da altrettanti articoli di approfondimento».

Il video con più visualizzazioni?

«La storia dell’acquisto del Milan e dei soldi che il cinese non aveva. La domanda di chi fossero quei 700 milioni è sempre aperta e appetitosa».

Altri riscontri?

«Si sta alimentando il dialogo con quel mondo che si informa solo nelle piazze virtuali. Un’utenza molto difficile, diffidente, piena di pregiudizi e poco disponibile al confronto, anche perché quasi nessuno ha voglia di esporre le proprie viscere a chi sembra non ascoltarti nemmeno. Ti chiedi: ma perché devo replicare a uno che dopo averti smontato il pezzo con considerazioni basate sul nulla, ti manda “a darla via per strada”? Bisogna essere un po’ masochisti, no? Però il verminaio può solo proliferare se non si fa la fatica di entrarci e confrontarsi. Rispetto a qualche mese fa vedo che è un po’ cambiato il tono; sanno che rispondo e quindi interloquiscono in modo meno violento e io preferisco dialogare con chi non la pensa come me».

Da quante persone è composta la redazione di Dataroom?

«Da due giornalisti e due grafici, però si interagisce anche con tutti i colleghi del Corriere».

In base a quali criteri sceglie gli argomenti?

«Scelgo temi che possono essere rappresentati attraverso l’oggettività dei numeri, in modo da comprenderne le ricadute e le possibili soluzioni. Faccio un esempio: di quanto aumentano ogni anno gli acquisti online? Parallelamente di quanto è aumentato il traffico pesante in città per le consegne della merce acquistata su internet? La maggior parte di questi furgoni sono classe euro 3. In conclusione: ogni volta che acquisti online un prodotto venduto anche nel negozio sotto casa, contribuisci ad aumentare l’inquinamento».

Anche questo è giornalismo di servizio.

«Il giornalismo è per sua natura di servizio, altrimenti è solo servo».

Da servizio pubblico, sarebbe stato perfetto in Rai.

«Sarebbe, ma così non è stato».

Parlando di Rai, qualche giorno prima che fossero nominati i consiglieri di amministrazione, ha scritto un pezzo pieno di numeri in cui ha sottolineato il ritardo dell’informazione online: un vuoto lasciato dal rifiuto dell’ad Mario Orfeo di accogliere il suo progetto di Rai.it.

«Il rifiuto fu del Consiglio d’amministrazione prima dell’arrivo di Orfeo, che lo subordinò alla riforma complessiva del piano news. E quando lo scorso giugno arrivò Orfeo ha preferito non porre più la questione. Alla fine non hanno fatto né la riforma né il sito di news online. Credo sia l’unica tv pubblica al mondo a non averlo».

Quel pezzo poteva essere letto come una ripicca o come una candidatura a futura memoria: né l’uno né l’altro?

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«I grandi media non capiscono il governo»

La generosità non è la prima dote che viene in mente quando si pensa a un grande giornalista. Invece, Enrico Mentana è uno generoso. Non solo perché non si risparmia nelle lunghe maratone televisive, ma perché ora si è messo in testa di restituire «almeno in parte la fortuna che ho avuto nel fare questo mestiere», creando un giornale online di giovani e per giovani (ma non solo). Poi è generoso anche nelle interviste.

Essere multitasking va bene, ma oltre al tg, le maratone, Bersaglio mobile, le ospitate, Facebook e la radio, ti mancava anche un giornale online?

«Personalmente non mi manca, ma penso che il giornale online diventerà come il film che si vede in casa. Fin quando esisteranno giornali, il futuro sarà questo».

A che punto è la selezione?

«Finora sono arrivati circa 8.000 profili».

Dirai stop a?

«10.000. L’idea è del 7 luglio, la pubblicazione dell’indirizzo mail del 17, ai primi di agosto chiudo. Una quindicina di giorni sono sufficienti per inviare un curriculum».

Ne resteranno?

«Vorrei fare 20 praticanti. Stiamo parlando di un prodotto no profit. Se dovesse produrre utili verrebbero reinvestiti nell’assunzione di nuovi giovani».

La raccolta pubblicitaria la farà la società di Cairo?

«Questa è l’unica parte che risponderà alla logica del profitto. Se sarà Cairo sarò contento perché ha le strutture per farlo bene. Però si sono fatti avanti anche altri».

Nome della testata?

«Quando l’avrò lo scriverò su Facebook, dopo averlo depositato».

Tempi di lancio?

«Al momento opportuno i tecnici detteranno tempi e modi. Io sono solo il give back della situazione, colui che vuole restituire almeno in parte la fortuna che ha avuto nel fare questo mestiere».

Di sicuro c’è solo che si fa?

«Cosa lo potrebbe impedire? Nell’era del mobile, questa dovrebbe essere la prima testata digitale rivolta ai giovani. Finora ci si è impegnati in varie direzioni per far assumere i figli, propri».

Tempo d’impegno personale?

«Non potrò essere il direttore, a meno che Cairo non me lo conceda. Ne sarò l’editore, ma non mi posso certo sdoppiare».

Qualcuno ipotizza che vuoi fare il direttore editoriale di La7.

«Che vantaggio ne trarrei? Per certi colleghi la strada rettilinea non è mai quella giusta».

Cairo come la sta prendendo?

«Presidia le sue Colonne d’Ercole e il rapporto con i dipendenti. Io stesso lo sono a tempo indeterminato».

L’ha precisato anche lui.

«So bene che non posso fare come mi pare. C’incontreremo per definire le modalità di nascita e sviluppo di questa creatura, per evitare che finisca per ledere i legittimi interessi dell’editore».

Farai concorrenza al Corriere.it e le energie spese per questo progetto potevano concentrarsi nello sviluppo di La7.it.

«Non sono convinto che lo spin off sul Web di un prodotto giornalistico che sta su altri media possa alzare l’asticella all’infinito. Per i contenuti forti il sito di un giornale deve aspettare l’uscita in edicola, una testata nativa digitale no. Se improvvisamente l’editore di Repubblica decidesse di assumere 30 ragazzi per il sito potrei illudermi di aver sollecitato un mercato che invece mi sembra statico e privo d’iniziative».

Come valuti il comportamento dei grandi media verso il nuovo governo?

 

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«Mi chiamano spesso, ma non torno in tv»

Una persa di vista che vive a mezz’ora di autostrada sembra la storia della Lettera rubata di Edgar Allan Poe, mimetizzata in bella vista insieme ad altre simili e, dunque, praticamente invisibile. Una persa di vista in Italia, ma molto visibile all’estero, in Francia soprattutto. Insomma, una persa di vista atipica. L’appuntamento con Sabrina Salerno è all’Hotel Villa Condulmer di Mogliano Veneto, provincia di Treviso. Venti milioni di dischi venduti, un’immagine da icona sexy tuttora molto credibile di cui godono gli oltre 800.000 fan che la seguono su Facebook e Instagram, oltre che nei palazzetti e negli stadi dove si esibisce.

Eccoci nel parco di questa residenza del 1600, con barchesse, golf, piscina, maneggio, io che faccio domande, lei che risponde con il celebre strabismo di venere e non solo.

La prima curiosità riguarda il fatto che vive qui: dietro c’è una storia o sbaglio?

«Non sbaglia. La prima volta ci sono venuta nel 1993 per registrare un album. C’era una sala d’incisione tra le migliori d’Europa. Anche Vasco ha registrato qui parecchi dischi. Io ci ho conosciuto il mio futuro marito, Enrico Monti, proprietario della Villa e manager musicale. Dopo pochi mesi mi sono trasferita. Adesso lo studio non c’è più, la Villa sì: è la mia oasi».

Pentita di questa scelta periferica?

«Certo che no. L’unica cosa che mi manca è l’odore del mare. Sono nata a Genova e avevo una casa sulla Ruta di Camogli, che ho impulsivamente venduto».

Il suo scopritore, Claudio Cecchetto, è originario di queste zone…

«Di Ceggia, qui vicino».

Vista da qui, qual è la maggiore soddisfazione della sua carriera?

«Non lo so, non guardo al passato».

C’è qualcosa di cui va più fiera?

«Del periodo teatrale, mi ha dato tanto a livello artistico e umano».

Ha interpretato la Fata Morgana nei Cavalieri della tavola rotonda

«E Uomini sull’orlo di una crisi di nervi. Poi il musical Emozioni con Ambra Angiolini e Vladimir Luxuria per la regia di Sergio Japino. Un bel periodo».

Ora è spesso in tournée, più in Francia, Polonia e Spagna che in Italia: perché?

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«La mia idea sul problema dei migranti»

Alla veneranda età di 82 anni – li compirà il 17 agosto – Giulio Rapetti continua a essere una fucina di idee. Idee vive, perché nate dalla voglia di vivere. Non a caso l’autobiografia di Mogol s’intitola Il mio mestiere è vivere la vita (Rizzoli, 2016), un verso di Una donna per amico scritta con Lucio Battisti nel 1978. Il suo Cet (Centro europeo Toscolano) sforna artisti e insegnanti di musica. Il Progetto per l’Africa, presentato a Bruxelles grazie al presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, è disponibile per essere adottato dalle istituzioni. L’attività creativa prosegue. Più maestro di Mogol in Italia chi c’è? L’autore di canzoni come Una lacrima sul viso, Ventinove settembre, Emozioni, I giardini di marzo, Non è Francesca, Impressioni di settembre, La canzone del sole, L’emozione non ha voce, tanto per citarne qualcuna, come dev’essere considerato? Eppure, un maestro meno venerato di lui non c’è. Chissà se a causa del fatto che non è mai stato allineato con il pensiero unico dominante.

Ha visto, Mogol: con il governo pentaleghista stanno tornando di moda gli appelli?

«Ho visto, ma non sono stupito. Fa parte del gioco della politica. Ognuno ha la propria inclinazione. La dialettica e gli appelli ci saranno sempre. Come semplice cittadino dico che bisogna lasciar lavorare i governanti».

Da una rivista come Rolling Stone si aspettava una copertina come quella contro Matteo Salvini?

«Una rivista di musica che si occupa di politica è qualcosa che faccio fatica a capire. Mi riporta ai modi e ai metodi del Sessantotto. Sono sempre stato convinto che non si possano mischiare musica e politica. Quando si fa questo miscuglio vengono fuori le peggiori canzoni. Ha presente Contessa?».

Come no. In quegli anni lei e Battisti eravate fascisti.

«Ci avevano dato questa etichetta. Non c’era spazio per la vita, ma solo per la politica e le barricate. Se uno non era falce e martello era automaticamente fascista. E siccome noi parlavamo del privato eravamo fascisti. Anzi, se possibile ancora peggio: qualunquisti. Per i rivoluzionari le canzoni che riguardavano la vita normale erano uno spreco di tempo e di energie. Però oggi nessuno ricorda le canzoni di protesta mentre quelle che abbiamo scritto Lucio e io le ricordano tutti».

Perché secondo lei c’è questo fuoco di sbarramento nei confronti del nuovo governo?

«Quando c’è un cambiamento il fuoco di sbarramento c’è sempre. Il bilancio del governo Pd non è stato positivo. Ora ai partiti tradizionali è subentrata questa nuova alleanza, ma credo che un paio di mesi siano troppo pochi per valutarne l’operato».

C’è un pregiudizio verso Lega e M5s?

«A volte su un argomento non importa che cosa si dice, ma chi lo dice. Se dopo due mesi si è già deciso che è tutto sbagliato, vuol dire che lo si era già deciso prima. Penso che dovremmo giudicare a distanza se certe riforme sono positive o no. Per esempio, c’era una certa ostilità verso il Decreto dignità di Luigi Di Maio. La Confindustria e gli imprenditori erano critici».

Lei che cosa ne pensa?

«Penso che certe norme si possano aggiustare. Settori come l’agricoltura e il turismo hanno bisogno di contratti stagionali. L’Italia non può vivere senza il turismo. Però mi pare che il governo sia stato disposto a discutere. Questo è un fatto positivo…».

Invece?

«C’è chi vorrebbe rimettere sostituirsi al popolo anche se il popolo ha votato da poco».

Cosa pensa della chiusura dei porti alle navi dei migranti?

 

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«Non amo questo calcio, insegno lealtà ai bambini»

Dopo aver squillato lungamente a vuoto, finalmente al cellulare di Paolo Pulici risponde la moglie: «Paolo è a pesca, non so quando tornerà… Ah, lei è un giornalista? Di solito scappa… Però, se vuol riprovare…». Se già è difficile avvicinarlo a Trezzo sull’Adda dove insegna calcio ai bambini della Tritium, figurarsi ora che è in vacanza. A differenza di Ciccio Graziani che è spesso in tv con le sue giacche sgargianti, l’ex gemello del gol non è mai stato un grande estroverso. Già ai tempi in cui gonfiava le reti evitava la vetrina e ai giornalisti rispondeva a monosillabi. Eppure era uno dei leader dello spogliatoio, incarnazione dell’orgoglio granata che alla vigilia di un derby gli fece dire: «Noi siamo il Toro e loro no».  Nel 1976, insieme con Luciano Castellini, Eraldo Pecci, Renato Zaccarelli, Claudio e Patrizio Sala, conquistò lo scudetto proprio davanti alla Juve. Puliciclone, lo chiamavano. Un bomber d’altri tempi: quelli di Gigi Riva, Roberto Boninsegna, Roberto Bettega, Pierino Prati e Giorgione Chinaglia. E un calcio d’altri tempi: quelli delle partite alla radio, in attesa di un tempo di una in tv, differita alle 19. Preistoria. Smessi gli scarpini, Puliciclone iniziò ad allenare al Piacenza, ma si ritirò presto per dedicarsi ai pulcini. Tutti gli anni in giugno si trasferisce con sua moglie all’Elba. «Sono 40 anni che veniamo vicino a Porto Azzurro. Ce ne stiamo tranquilli, mi stacco quasi completamente dal pallone e ritrovo i miei amici».

Lombardi o locali?

«In prevalenza elbani. Andiamo a pescare, ma non sempre nello stesso posto, perché non è che i pesci stiano lì ad aspettarci. Poi la sera mangiamo il pesce in compagnia».

Pesca d’altura?

«A volte. Qualche tonnetto, qualche pesce spadino… oppure con la pesca a traina, dentici, spigole, orate».

Il pesce è ciò che ama di più del mare?

«Mi piace anche il silenzio, il sole. Quando si è in barca l’unico rumore è quello del vento. Nessuno parla o chiacchiera per niente. In un mondo in cui tutti urlano, ci godiamo il silenzio in mezzo al mare».

Che cosa fa quando non va a pesca?

«Lunghe passeggiate con mia moglie. Abbiamo la fortuna di stare dove si vedono i delfini o qualche balenottera, uno spettacolo che appaga».

Paolo Pulici quand'era Puliciclone e oggi

Paolo Pulici quand’era chiamato Puliciclone e oggi

Amava il silenzio anche quando era Puliciclone?

«Ho sempre preferito il silenzio dentro di me al caos dello stadio. Cercavo la concentrazione, mi isolavo. L’urlo dei tifosi però mi faceva sentire la vicinanza della porta».

Sta seguendo i Mondiali?

«Poco. Preferisco starmene fuori con gli amici. Al massimo vediamo la partita della sera, giusto per mantenerci informati».

Li ha seguiti poco perché manca l’Italia?

«No. Non è una cosa che mi attira più di tanto».

Il resto del calcio le piace?

«Non molto. Oggi è tutto impostato sulla stella, sui giocatori che si credono fenomeni. Io l’ho sempre vissuto come un gioco di squadra. Il gol era la finalizzazione del lavoro di tutti. Se ho in mente di fare il mio lavoro, non mi rotolo per terra e appena l’arbitro fischia mi alzo e corro più di prima. Mi sembra che oggi si faccia tutto per i soldi, non per far contenti i compagni e i tifosi. Contano molto i diritti televisivi, così ci sono partite tutti i giorni e a tutte le ore».

Anche Arrigo Sacchi dice che ci siamo dimenticati che il calcio è uno sport di squadra.

«Nel calcio è già stato inventato tutto: basta imparare da quelli che l’hanno fatto prima e metterlo in pratica nel miglior modo possibile».

I diritti televisivi però consentono alle squadre di vivere.

«Le squadre vivono perché i tifosi comprano le partite, non solo per gli sponsor. Noi giocatori senza tifosi siamo nessuno. Più tifosi abbiamo più vuol dire che siamo bravi. I diritti tv dovrebbero essere distribuiti in modo paritario, non in base alla posizione di classifica. Una partita tra la prima è l’ultima è fatta sempre da due squadre. Se ne manca una non c’è la partita».

Guarda i programmi di calcio in tv?

«Quasi niente. Ho smesso anche di partecipare perché non era facile riuscire a dire ciò che pensavo. C’erano troppe diplomazie. Così ho fatto questa scelta. Quando guardo le partite tolgo il volume per pensare quello che vedo io».

Bruno Pizzul dice che a volte preferisce seguirle alla radio.

«In tv vedi quello che ti vogliono far vedere, alla radio il commento segue la palla. Vengono nominati i calciatori che la toccano. È una cronaca con meno fronzoli, più vicina al calcio vecchia maniera».

Il suo gemello Ciccio Graziani è una presenza assidua nei talk show.

«Ognuno è libro di fare ciò che vuole, si vede che è a suo agio. Ormai lo sanno tutti che ho fatto un’altra scelta e non provano più a invitarmi».

Che rapporti ha mantenuto con gli ex compagni?

«Ottimi con tutti, ci stimiamo e rispettiamo. Anche se non ci si frequenta molto, quando ci rivediamo per le iniziative dei tifosi è come se fossimo stati insieme fino a ieri. Se vado a Torino trovo Zaccarelli, Sala e Roberto Salvadori, a Riccione c’è Pecci. Castellini vive sopra Como e lo vedo di più».

Perché la maglia del Toro è così importante?

«È stata la prima squadra vera che ho avuto dopo il Legnano, quando ancora lavoravo… Se giochi 15 anni nella stessa squadra hai un attaccamento diverso. Riva non ha mai voluto cambiare squadra. Io ho finito la carriera nella Fiorentina perché qualcuno non mi voleva più. Poi il Toro è la squadra di Torino, in città ci sono più torinisti che juventini. Nei derby ce la mettevamo tutta per far contenta la città».

Anche Gigi Riva aveva cominciato nel Legnano.

«Ho esordito in prima squadra contro il suo Cagliari. Trovarsi avversario uno come lui è stato uno stimolo per cominciare bene la carriera».

Come mai ha deciso d’insegnare il calcio ai bambini?

«Ho fatto quello che hanno fatto con me. Quello che mi avevano insegnato volevo metterlo a disposizione degli altri. Poi c’è chi impara e chi no, dipende dai bimbi. Quando finiamo l’allenamento e vedo che sono contenti per me è una grande soddisfazione».

L’idea di stare con i bambini quando le venne?

«Devo ringraziare Titta Rota che voleva farmi giocare ancora nel Piacenza, in C2. Ma non mi sembrava giusto prendere lo stipendio per il nome. Così ho lasciato spazio ai più giovani e ho cominciato a dargli una mano, cercando d’imparare a fare l’allenatore. Ci sono rimasto quattro anni. Poi, dopo un episodio spiacevole, un litigio con i genitori di un giocatore per una questione di soldi, ho scelto di dedicarmi ai bambini».

Qual è la cosa più importante che vuole trasmettere loro?

«La lealtà e il rispetto dei compagni e degli avversari. E poi l’abc del calcio. In prima elementare non posso chiedere di scrivere un tema. Prima devo insegnare le lettere dell’alfabeto e i pensierini. Oggi nel calcio non si insegnano più lo stop, il controllo della palla, il passaggio di piatto, il passaggio rasoterra, il colpo di testa tenendo gli occhi aperti… Si parla solo di diagonali, sovrapposizioni, raddoppi di marcatura, cose che vengono dopo…».

Bruno Pizzul dice che imbottiamo i bambini di tattica e giri di campo, così ci sono le scuole calcio ma non i campioni, perché i ragazzini si stancano presto.

«I giri di campo però servono. Oberdan Ussello, un allenatore cui devo molto, diceva: “Ricordati che il pallone non suda, ma tu per prenderlo sì”. È stato lui a insegnarmi a usare tutt’e due i piedi. Madre natura ce ne ha dati due e quello d’appoggio è più forte e potente perché regge il peso del corpo quando tiri e quando salti per colpire di testa. Io sono nato destro, ma tanti credevano fossi mancino».

Cosa pensa dei genitori che assistono alle partite dei figli?

«È il problema maggiore. Molti pensano che loro figlio debba per forza essere un fenomeno, per guadagnare e diventare famoso. Questa smania li porta a litigare a bordo campo, a insultare gli arbitri o l’allenatore perché fa giocare troppo poco il loro ragazzo. In realtà, a certi livelli, tutti dovrebbero giocare più o meno lo stesso tempo. Quando sono piccoli, il primo obiettivo dev’essere il divertimento. I miei, se per caso piove e dico che quel giorno non si fa allenamento, mi picchiano».

C’è qualcuno dei bambini della Tritium che è arrivato in serie A?

«Negli anni, tra Atalanta, Milan e Inter, una ventina, ma preferisco non dirlo. Per me è un traguardo vederli nella nostra prima squadra, in eccellenza. Poi, se qualcuno diventa professionista è perché è stato bravo lui ed è uno stimolo per tutti. Io non prometto a nessuno di arrivare in serie A, ma di diventare un buon calciatore. Li incoraggio e se fanno un bel gol dico: “Hai segnato come Gigi Riva o come Ronaldo”. Come dicevano a me, indicandomi Valentino Mazzola o Julio Libonatti».

Che calcio guarda in tv?

«Seguo un po’ il Toro, anche perché i tifosi sono malati e chiedono sempre le mie opinioni. Poi guardo il calcio inglese e tedesco dove ci sono meno sceneggiate. È un calcio più schietto, che punta allo scopo, fare gol e vincere. Una volta il tiki taka si chiamava melina. Ora si parla continuamente di possesso palla, si cerca il fallo per far trascorrere il tempo e appena ti toccano ci si butta a terra con le mani sulla faccia. Un pessimo esempio per i bambini».

Qualche modello positivo c’è?

«Diciamo che tendo a non parlare troppo, ma a mostrare come si fa. Con l’esempio imparano prima ed è una doppia soddisfazione. Le parole le usiamo tra noi adulti».

Le hanno mai chiesto di tornare ad allenare a livelli più alti?

«Sì, ma ho sempre rifiutato».

 

La Verità, 9 luglio 2018

 

«Io ex mago dei sondaggi: oggi sono inutili»

Cambiare vita restando nello stesso posto. Resettare il server e ricominciare da capo, rimanendo nel cuore di Milano, a due passi dal Duomo. Non dev’essere stato facile. Un cambio professionale ed esistenziale. Una rivoluzione, anzi, una palingenesi; ma composta e ordinata. Gianni Pilo, «il sondaggista di fiducia». «L’uomo dei numeri». «Il consigliere fidato». «Lo stratega della discesa in campo». «Il mago della statistica» che con la sua Diakron azzeccò sia la vittoria di Silvio Berlusconi nel 1994, che quella successiva di Romano Prodi, nel 1996. Una creatura del primo berlusconismo. Deputato di Forza Italia per due legislature, fino al 2001. Poi più nulla, o quasi. Riflettori spenti. Telefono silente, giornalisti spariti. «Ho preso la mia agendina con 3000 numeri e l’ho buttata. Dovevo cercarmi un nuovo lavoro, in un nuovo ambiente». Oggi Pilo è un signore di 63 anni con bretelle americane e retroaccento sardo, che ha messo tra il presente e la prima vita alcuni gradi di separazione.

È stato difficile ricominciare senza cambiare città o Paese?

«Milano rispetta e aiuta chi lavora: è stato facile far capire che volevo essere dimenticato».

Smettere di occuparsi di politica rimanendo nella capitale del berlusconismo. 

«La passione era forte. Ci sono voluti alcuni anni per smettere di pensare a quel mondo. Tuttavia, rivisto con gli occhi di oggi non è stato così faticoso. Non c’è nulla di più fastidioso di un ex che si sente indispensabile, e io non mi sentivo indispensabile».

A distanza di tempo le sembra meno doloroso?

«Avrei fatto meglio a restare un tecnico che si occupava di politica. Oggi è una figura accettata, ci sono stati Steve Bannon e Gianroberto Casaleggio, tanto per fare dei nomi. Ma ero molto inesperto e quando si “candidiamoci tutti” accettai. Dal 1996 al 2001 siamo stati all’opposizione, un’esperienza dura per chi aveva sognato la rivoluzione liberale. Non ero fatto per la politica politicante».

C’è stato un momento che ha causato il distacco?

«Più che un episodio preciso è stato un lento allontanarsi. Forse la più grande delusione fu il mancato riconoscimento del mio contributo nel successo di Giorgio Guazzaloca a Bologna nel 1999. L’avevo incoraggiato io a candidarsi. Era una grande figura, un gigantesco politico locale che sconfisse per la prima volta la sinistra nella sua roccaforte. Fu un’esperienza esaltante. Mi amareggiò il fatto che non venne riconosciuto il mio ruolo».

Che bilancio ne trasse?

«Pensai che era giusto fermarsi. Cercare posti di sottogoverno come parziale risarcimento o magari cambiare casacca per continuare non fa parte della mia indole. Nel 2001 non ho chiesto di ricandidarmi e nessuno lo ha chiesto a me».

Il successo di Guazzaloca fu la caduta del muro di Bologna. Oggi che sono cadute molte altre città e regioni rosse che cosa pensa?

«Sono stato uno dei primi a vedere le crepe in quel sistema… Ma, senza autocompiacimenti, il punto oggi è capire dove questa crisi porterà. Non è scontato: i vincitori di oggi non devono farsi illusioni».

Lei fu il primo statistico prestato alla politica?

«Non credo che i politici della Prima repubblica non disponessero di dati statistici. Probabilmente i sondaggi restavano nei cassetti dei capi di partito. La mia attività ha avuto una notorietà inaspettata».

Con l’arrivo di Berlusconi e la nascita della Seconda repubblica però ci fu un cambiamento radicale.

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«La casta dei chierici che negano Dio»

Un filosofo al telefono. Un filosofo che vola alto, ma si rende accessibile. Il colloquio con Sergio Givone, docente di Estetica all’Università degli Studi di Firenze, è la metafora di qualcosa o qualcuno, lontano, che azzera le distanze e si fa prossimo. 74 anni, cattolico, studioso del nichilismo e di Fëdor Dostoevskij, allievo di Luigi Pareyson e scrittore, Givone ha appena pubblicato da Solferino Quant’è vero Dio (sottotitolo: Perché non possiamo fare a meno della religione), un saggio nel quale sostiene che la religione è necessaria e che, poco alla volta, il mondo contemporaneo, intellettuali a parte, se ne sta accorgendo. Il titolo del libro un po’ inganna perché, pur tratto da un’espressione comune, nasconde riflessioni elevate.

Fin troppo, professore?

«È altissimo l’argomento: parliamo di Dio, dell’essenza della religione. Ma spero che sia anche basso, nel senso che ci riguarda tutti perché riguarda la vita dell’uomo. Se le altezze restano astratte sono inutili».

Da qualche parte ho letto che avrebbe voluto diventare scrittore: com’è finito a fare il filosofo?

«Qualche romanzo l’ho scritto… Sono arrivato alla filosofia passando dalla letteratura, greca in particolare. Al liceo di Vercelli ebbi la fortuna di avere come professore Dario Del Corno, poi tra i maggiori grecisti del secondo Novecento. Fu lui a mostrarmi come i grandi problemi della filosofia fossero immersi nella grande letteratura. Fare lo scrittore doveva servire ad affrontare i temi della vita. Sono diventato filosofo non per occuparmi di dispute astratte, ma delle problematiche dell’esistenza».

Oggi gli scrittori sono star della comunicazione.

«In qualche caso. Personalmente, non cercavo una via più gratificante per incontrare il pubblico, ma le risposte alla domanda su “che senso ha ciò che ci sta capitando?”. Ero convinto che questo senso si potesse rintracciare nelle storie vissute e narrate. Così, mi sono lasciato guidare dalla letteratura come luogo altamente problematico».

Com’era quella di Dostoevskij?

«È sempre stato qualcuno con cui dialogare. Dostoevskij ripeteva di non essere filosofo, ma tutta la filosofia russa successiva prende le mosse dal suo pensiero».

A cominciare dalla sua Leggenda dell’Inquisitore e poi dal Racconto dell’Anticristo di Vladimir Solov’ëv, con quel dialogo tra l’imperatore e lo starets.

«E non solo quello. Tutta l’opera di Nikolaj Berdjaev e di Solov’ëv deriva da Dostoevskij».

Il titolo del suo ultimo libro, Quant’è vero Dio, cita un’espressione che si usava come rafforzativo di un’affermazione o di una minaccia di una sanzione verso un figlio disobbediente.

«I nostri genitori volevano responsabilizzare il nostro agire. Ma quell’espressione significa anche che Dio o è in rapporto stretto con la verità oppure non è. Se non è tutt’uno con la verità, Dio è un fantasma, un’invenzione per placare l’angoscia della morte. Se invece è tutt’uno con la verità, la vita diventa seria».

Proprio Dostoevskij però diceva che tra Gesù Cristo e la verità avrebbe scelto Gesù Cristo.

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«Veneriamo la tecnologia come una religione»

L’anagrafe conta fino a un certo punto. Paolo Giordano ha 35 anni ed è il più giovane vincitore del Premio Strega. Lo conquistò nel 2008, a 25 anni, con La solitudine dei numeri primi, il suo primo romanzo, che quell’anno vendette oltre un milione di copie e divenne un film con la regia di Saverio Costanzo. In Divorare il cielo (Einaudi) torna a raccontare una storia di formazione di un gruppo di ragazzi, ultratrentenni come lui, che passano dalla fede religiosa al credo ecologista alla rivoluzione digitale. L’anagrafe conta fino a un certo punto: «Dovrei sentirmi più vicino ai millennials», riflette. «Invece, mi rendo conto di essere più affine al sistema di pensiero dei miei genitori». Lo incontro in un locale di Torino.

Divorare il cielo è un romanzo sul bisogno di credere in qualcosa?

«È un romanzo sulla difficoltà di scegliere in che cosa credere. E sulla forte instabilità che ha una forma di credo oggi. Non solo per un fatto antropologico, ma anche per la complessità del mondo contemporaneo. Credo sia una difficoltà di molti».

È un romanzo sulle ideologie o sul desiderio di dare un significato all’esistenza che accomuna tutti?

«Sono refrattario a tutto ciò che ha a che fare con le ideologie, perciò mi sembra impossibile definirlo un romanzo ideologico. Sicuramente c’è un tratto anagrafico comune a persone che vivono a cavallo del millennio. Il che non vorrebbe dir niente se non fosse per il cambiamento radicale che è avvenuto. Veniamo da un secolo d’ideologie dominanti e siamo entrati in un nuovo secolo, dominato dalla polverizzazione o dall’atomizzazione. Delle ideologie non ho alcuna nostalgia, dell’attitudine a credere un po’ sì».

Secondo lei i millennials come cercano il senso della vita?

«Non è facile capirlo. Ho 35 anni e dovrei essere vicino ai millennials, invece, come struttura di pensiero, mi sembra di essere più affine ai miei genitori. Sono curioso di vedere come recepiranno il libro i più giovani, quando li incontrerò nelle scuole. Forse vediamo più differenze di quelle che in realtà ci sono».

Trenta o quarant’anni fa c’erano la Chiesa, i partiti, lo sport. Ora, mentre questi riferimenti appaiono più lontani, si affermano nuovi maestri e nuovi luoghi. Il cambiamento è stato in meglio?

«Non vorrei che il libro fosse inteso come una dichiarazione sui padri e sulle madri. La mia riflessione è sul bisogno di maestri più che sul fatto che quelli che ci sono hanno fallito oppure no. Il mondo ha accelerato, tenergli dietro è difficile per chiunque».

Però glielo chiedo: padre e madri hanno fallito o no?

«Forse non tutto è passato da una generazione all’altra. Lo dico anche a proposito di come ci si oppone a un sistema, di come si coltiva il proprio pensiero all’interno di un solco. I personaggi del libro sono un po’ tutti gettati nel mondo».

Non mettere radici profonde genera instabilità.

«Un progresso così rapido e complesso come quello di questi decenni ha fatto invecchiare rapidamente certi ancoraggi, mettendoci di fronte a tante opportunità anche morali, per cui oggi tutto risulta più difficile. I protagonisti del libro a un certo punto si danno regole precise. Il rispetto della natura diventa il comandamento massimo, per il quale sono disposti al sacrificio. Ma quando emerge un desiderio nuovo come quello di un figlio, che la natura da sola non appaga, si allontanano dal solco. Le generazioni più giovani vivono dentro questa discontinuità, questa incertezza. Io stesso la vivo».

Il mondo collegato alla rivoluzione digitale è la nuova religione dei millennials, un credo fatto di like, visibilità e narcisismo in tutte le sue varianti?

«Sono d’accordo sul fatto che un certo tipo di tecnologie siano oggi oggetto di venerazione. Se dovessi scegliere una fede dominante, direi proprio quella, con tutto il corollario di personalità carismatiche che ruotano lì attorno. Steve Jobs su tutti. Nel romanzo avevo idea di approdare lì fin dall’inizio, ma per arrivarci con senso sono dovuto partire da lontano. Nel momento in cui i ragazzi scappano e trovano l’ennesimo nascondiglio, in Germania, la loro attenzione si rivolge proprio al Web, ad Amazon… Inoltre, non è un caso che la prima frattura fra Bern e Cesare (il giovane e l’adulto della storia ndr) avvenga per l’acquisto di un computer».

È casuale che i protagonisti abbiano genitori distanti non solo geograficamente?

«Non è casuale. Anche se la narratrice viene dal quadro più borghese e solido possibile. Una costante dei miei libri è il tentativo di definire che cosa sia famiglia. Temo si stia tentando di definirla in un recinto molto stretto, mentre io la vedo come una realtà diramata ed estendibile».

Non è più il luogo dell’educazione e della testimonianza?

«Lo è, ma non necessariamente nella struttura tradizionale, che si dimostra non al passo con i tempi».

Il passo dei tempi ci sta dando un uomo più felice?

«Forse no. Ma di sicuro ci chiede una forte versatilità e adattabilità. Il cambiamento è molto più epocale e rapido di quanto ci accorgiamo. Quand’ero studente, 15 0 20 anni fa, i figli di separati erano anomalie. Tra i genitori dei ragazzi di oggi ci sono famiglie ricomposte, monogenitoriali, sovrabbondanza di padri e madri. Alla politica e al buon senso comune sta decidere se trattarle come errori o rendere più elastici i bordi delle definizioni. La rigidità con cui il sistema si oppone o le esclude genera solo stati di sofferenza».

I rapporti tra i ragazzi vengono messi alla prova dal desiderio di essere padri e madri. Perché anche questo oggi è complicato?

«Perché il futuro spaventa di più. L’incertezza è anche economica. C’è un senso di precarietà diffuso che aumenta il grado di responsabilità».

Per avere un figlio ricorrono alla fecondazione eterologa, imbattendosi in ambienti e medici ambigui.

«In Italia, fino a pochi anni fa, sulla fecondazione assistita c’era un vuoto legislativo che veniva colmato da persone animate dalle loro convinzioni o da obiettivi più ambigui; più spesso da una strana commistione delle due cose. Se la politica non pensa a regolamentare certe esigenze reali, chi le avverte e agisce di conseguenza rischia di passare per criminale. Come accadeva ai tempi dell’aborto clandestino».

Cosa pensa del ricorso alla gestazione per altri?

«Non ho una linea tra ciò che è accettabile e ciò che non lo è. Per me l’unico criterio discriminante è la sofferenza delle persone».

Oggi facciamo nascere figli in tutti i modi oppure li sopprimiamo se indesiderati. Questo ventaglio di opzioni in contraddizione tra loro è vero progresso o sintomo di egoismo?

«Non lo so. Ho un atteggiamento iper laico su questi argomenti. Penso che il punto sia la grande impreparazione di tutti noi riguardo alle tante possibilità che abbiamo. Riportare il dibattito indietro, a livello politico e ideologico, è assurdo. Credo che dobbiamo educare il nostro senso critico per saper entrare nelle situazioni reali».

Dopo l’esperienza religiosa, i ragazzi del romanzo diventano ecologisti insurrezionalisti. Ha tratto ispirazione dai movimenti NoTav che hanno base a Torino? È un credo credibile?

«Se il romanzo fosse stato ambientato in Piemonte, sì, quei ragazzi avrebbero partecipato alle azioni NoTav. Le cause ecologiste sono territorializzate. In Puglia ci si batte contro l’abbattimento degli ulivi. Io non prendo parte, non l’ho mai fatto, sono sempre diviso. M’interessava capire dove un giovane oggi può investire le sue energie di protesta».

Protesta che sconfina nella violenza e nel terrorismo. A tratti viene in mente Pastorale americana.

«È un libro scritto negli anni dell’ultima ondata di terrorismo. C’è la genesi di un terrorista, di un integralista».

Pur di credere in qualcosa si può diventare terroristi: la società contemporanea non ha spazi che rispondano alla ricerca di senso?

«In modo significativo, non saprei. Ci sono tanti palliativi».

Tipo?

«Lo yoga in palestra, le diete bio, le vacanze ecosostenibili, le grandi camminate in montagna. Anche l’idea di mettere al mondo dei figli può diventare una forma di appagamento spirituale. Oppure, l’ambizione di costruire un piccolo mondo immune dalle regole del mercato. Avendo sgretolato i grandi sistemi spirituali, la ricerca di un credo si distribuisce e si frammenta».

Che giudizio dà dei media?

«Sono un disastro. Hanno abdicato alla responsabilità di fare da guida. Famiglia, fecondazione, ambientalismo sono questioni capitali: visto che la politica latita, mi aspetterei dai media una funzione di supplenza, un lavoro che aiutasse a creare consapevolezza e discernimento. Non vedo niente del genere».

La letteratura che ruolo può avere?

«Può provare a dissodare le coscienze. Può far sorgere domande scomode. Se una cosa non ti tocca personalmente è facile tirare la riga della moralità: di qua sì, di là no. La letteratura aiuta ad attraversare questa linea, a spostarla o a toglierla del tutto».

C’è chi ritiene che le serie tv siano la letteratura del futuro: concorda?

«Le serie mi piacciono, ma non le amo. Non sottoscrivo l’identificazione tra serie e romanzi. La narrazione televisiva sfrutta il romanzesco e i romanzi devono fare i conti con la serialità, ma la struttura è diversa. Le possibilità di profondità che il romanzo consente sono inavvicinabili anche dalle serie più riuscite. Credo che l’impegno di leggere un romanzo, se lo è davvero, offra un premio molto maggiore».

Tornando a Divorare il cielo, il suo bisogno di credere ha trovato casa?

«Se la domanda secca è se credo in Dio, la risposta è sì. Ma…».

La domanda è se ha trovato qualcosa che risponda alla sua ricerca di felicità?

«Diciamo che ci sto lavorando».

 

La Verità, 24 giugno 2018

 

«Le partite? Preferisco seguirle alla radio»

Qualche sera fa un milione di telespettatori ha rivisto su La7 Italia Francia, finale mondiale del 2006, con la sua telecronaca. Era il giorno dell’inaugurazione di Russia 2018, esclusiva Mediaset. Quale occasione migliore per colmare un triplo sentimento orfano? Gli italiani senza Nazionale, La7 senza partite, i telespettatori senza la voce di Bruno Pizzul. Il quale, com’è noto, non è mai riuscito a commentare in diretta la vittoria italiana di un mondiale. L’ha fatto, in replica, per Germania 2006, quand’era già in pensione dalla Rai.

Da un anno Pizzul è tornato a Cormons, Gorizia: terra di confine, di buoni vini e di allenatori. Quando arrivo alla sua villetta con vista sul Collio, la troupe di Telecapodistria, storica emittente slovena, si sta congedando al termine dell’intervista. Come si fa tra colleghi ci diamo del tu.

Ti sei riascoltato su La7?

«No, non sapevo che avrebbero ritrasmesso Italia Francia. Non mi riascoltavo neanche quando lavoravo».

Da quanto sei tornato quassù?

«Da un anno. Avevo sempre in animo di tornare, anche se il cordone ombelicale non si era mai reciso. Una volta al mese ci venivamo anche prima».

Nonostante la provincia, hai sempre una vita movimentata…

«Ho tanti amici ai quali è difficile dire di no. L’altra mattina mia moglie borbottava: ≤Esiste la Provvidenza… perché sei nato uomo. Se fossi nato donna, con i sì che dici a tutti si potrebbe pensar male…≥».

La vita di provincia più tranquilla è un’idea da sfatare?

«È tranquilla, ma vivace. Ogni paese ha la sagra, il torneo di calcio, tante manifestazioni. Poi c’è il Collio».

Patria del vino.

«I vignaioli della mia generazione lavoravano le viti e poi aspettavano i triestini in gita. Adesso hanno capito che, oltre che farlo bene, il vino bisogna promuoverlo con le tecniche del marketing moderno. Il Collio si è riempito di tedeschi e inglesi come il Chianti in Toscana».

Viva la provincia, ma le trasferte continuano. Nell’ultima hai ricevuto il Premio Ischia per il giornalismo sportivo.

«Un premio che mi ha lusingato. Quando mi hanno chiamato pensavo fosse come calciatore, perché da giovane ho giocato nell’Ischia».

Come accadde?

«Al Catania, serie B, mi ero infortunato a un ginocchio. Così mi mandarono in prestito a Ischia, dove c’era un’équipe specializzata per la riabilitazione. Anche senza infortunio non sarei diventato un campione».

Come mai un ragazzo di Cormons finisce al Catania?

«Mi vendette la Pro Gorizia. I calciatori friulani andavano di moda. Un anno in Serie A c’erano sei calciatori di San Lorenzo Isontino, neanche mille abitanti. Al Catania invece eravamo 6 o 7 friulani: in spogliatoio si parlava furlàn. Il cronista sportivo della Sicilia brontolava: “Va bene che ci hanno sempre invaso… turchi, arabi, normanni. Ma minchia! Ci mancavano i friulani…”.  Era Candido Cannavò».

Perché il Friuli è stato laboratorio di calciatori?

«Abbiamo sopportato le invasioni. Siamo figli di contadini, alti, robusti, abituati ai sacrifici, disponibili agli allenamenti».

E terra di allenatori? Nereo Rocco, Enzo Bearzot, Cesare Maldini, Fabio Capello, Dino Zoff…

«Gigi Delneri, Edy Reja… Rocco parlava di razza Piave. Anche se precisava: “Mi son de Francesco Giuseppe”. Nel dopoguerra c’era tanta povertà. È la fame che ti fa fare bene le cose. Il calcio è stato un riscatto. Oggi con la pancia piena e i telefonini in mano ci si impigrisce. I giocatori più forti sono meridionali».

Quanto è scomodo fare questo mestiere senza la patente?

«Abbastanza. Però, non sono un caso isolato. Non ce l’avevano Indro Montanelli, Maurizio Mosca, Adriano De Zan. È un fatto di pigrizia e di circostanze. A 18 anni, quando hai la fregola della macchina, ero a Catania e non ce la facevano usare. A Ischia non serviva. E nemmeno da militare. A un certo punto è diventato un vezzo. A Milano ero il più puntuale perché con la bicicletta non patisci il traffico».

Parlando di puntualità, alla prima telecronaca, Juventus Bologna, finale di Coppa Italia a Como, arrivasti un quarto d’ora in ritardo.

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«Non bastano i campioni, punto sulla Spagna»

Buongiorno mister Sacchi: rimane convinto che la Spagna vincerà il mondiale anche dopo l’esonero del commissario tecnico Julien Lopetegui accordatosi con il Real Madrid?

«Questo potrebbe essere un problema, anche se il calcio spagnolo ha uno stile e quindi, partendo da questo, è più facile trovare le soluzioni».

Lei come si sarebbe comportato al suo posto?

«Quando ho firmato un contratto o dato la parola, l’ho sempre mantenuta».

Parlare dei Mondiali di Russia con Arrigo Sacchi, storico allenatore del Milan e della Nazionale, è come addentrarsi in un altro pianeta. Niente tifo e partigianerie, solo cultura sportiva, valori, meritocrazia. E, soprattutto, cultura della bellezza. Sacchi sarà la punta di diamante della squadra di talent dei canali Mediaset per commentare i match di Russia 2018.

Anche a Mosca vinceranno il collettivo e l’equilibrio?

«A parte qualcuna che possiede uno stile, le squadre sono molto vicine nei valori tecnici. Di solito vincono quelle che riescono a essere più squadra. Come avvenne nel 2014 quando la Germania strapazzò il Brasile che aveva i giocatori più titolati e costosi».

Alla Spagna e alla Germania manca la stella. Lionel Messi, Cristiano Ronaldo e Neymar non riusciranno a fare la differenza?

«Riescono a farla nelle squadre di club che, tuttavia, non sono basate solo su di loro, ma sono sinergiche. Il giocatore di qualità si giova della qualità del collettivo: quanto più è bravo, tanto più si avvantaggia della qualità della squadra. In Italia ci scordiamo spesso che il calcio è uno sport di squadra».

Saranno mondiali affascinanti anche senza l’Italia?

«Direi che l’Italia ha raramente esercitato fascino. È stata prevalentemente una Nazionale concreta, solo qualche volta è riuscita a unire il bel gioco al risultato. In Russia si giocherà in condizioni climatiche migliori rispetto ad altri mondiali e quindi i giocatori potranno esprimersi meglio».

Inettitudine di Giampiero Ventura a parte, la causa dell’assenza dell’Italia è remota o prossima?

«Remota. Non solo calcisticamente, stentiamo a rinnovarci e a mettere al centro i valori».

Di che valori parla?

«Del merito, per esempio. Della bellezza, dell’armonia, del coraggio e dello spettacolo che contribuiscono ad aumentare la didattica e a mettere al centro il gioco e le idee. La tragedia è quando non si hanno né gioco né idee».

L’Italia non ha nemmeno grandi campioni: perché?

«Perché investe sempre meno nei settori giovanili. Il Real Madrid e il Barcellona investono da sole nei vivai più di tutta la Serie A. Il secondo motivo è che, in prevalenza, pensiamo a vincere comunque, a prescindere dal modo. Cominciando da noi allenatori, proseguendo con la stampa specializzata e finendo con i tifosi, commentiamo il risultato e non come lo si raggiunge. In Spagna una partita brutta resta brutta, da noi chi vince senza meritare ha dimostrato di essere cinico. Io non so nemmeno cosa voglia dire».

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