«Faccio case per l’uomo che cerca l’infinito»

Costruttore di chiese e cattedrali. Mario Botta, architetto che vive a Mendrisio, lontano dai riflettori che illuminano le archistar più in voga, ha costruito banche, biblioteche, sedi amministrative, scuole, musei e teatri, ristrutturazione della Scala compresa. Utilizza spesso mattoni in cotto, che danno un senso di ordine e calore, come per l’area ex Appiani a Treviso o per il palazzo del quotidiano La Provincia di Como. Ma, fosse per lui, progetterebbe solo «spazi dedicati al silenzio e alla preghiera». Ne ha scritto su Vita e pensiero e ora, fino a metà agosto, è in corso a Locarno la mostra «Spazio sacro».

Che cosa significa vestire il sacro in una società nella quale ne è stata decretata l’eclissi?

«Vestire il sacro è un’espressione che non mi piace, essendo il sacro una delle aspirazioni primordiali dell’uomo. Per questo preferisco il termine interpretare piuttosto che vestire. Non conosco epoche che non abbiano avuto bisogno del sacro. Un bisogno declinato in molteplici forme, dall’espressione dell’arte tutta fino alla ricerca del silenzio e della meditazione attorno al significato del vivere. L’architettura porta con sé l’idea del sacro. È un’espressione del bisogno dell’uomo d’interrogarsi su ciò che va oltre il finito e il reale».

E l’eclissi del sacro, la secolarizzazione?

«C’è una tendenza della società dei consumi a commercializzare anche ciò che va oltre la realtà, attraverso la comunicazione e lo spettacolo. Io credo invece che tutte le forme artistiche siano volte a testimoniare il bisogno d’infinito dell’uomo. Anche un grande scrittore svizzero che teorizzava il nulla come Friedrich Dürrenmatt, quando si staccava dalla letteratura per dedicarsi alla pittura o alla calcografia, esprimeva questa ricerca con immagini dell’apocalisse, di angeli, di crocifissioni. Credo che il sacro stia vivendo una rinascita enigmatica, mascherata da molti condizionamenti».

Dove vede questa rinascita?

«In molti atteggiamenti collettivi, perfino nelle mode, nei grandi assembramenti dei concerti per vivere emozioni al di là della ragione e del razionale, o nei silenzi attraverso i quali l’uomo interroga la natura…».

Perché l’architettura ha in sé l’idea stessa di sacro?

«Per una serie di motivi semplici. Il primo atto dell’architettura è posare una pietra sulla terra, non una pietra sulla pietra; trasformare quindi una condizione di natura in una condizione di cultura, qualcosa che parla dello spirito dell’uomo. Il secondo atto è disegnare un perimetro, ovvero separare un microcosmo dal macrocosmo dell’universo. Distinguere uno spazio dal tutto è un gesto che appartiene alla cultura dell’ecclesia».

Perché le sue chiese sono così essenziali e minimaliste da sembrare povere o spoglie?

«Mi piacerebbe fosse veramente così. Per trovare valori dello spirito oltre il finito dobbiamo tornare bambini, ritrovare una naïveté, una ingenuità che è spesso coperta dall’esasperazione dei consumi e dall’eccesso di segni. Credo che l’uomo abbia bisogno di molto meno e che l’architettura debba parlare in modo essenziale. Quelle che per qualcuno sono forme astratte, a me pare rispettino la percezione visiva del cervello. Secondo Luca Pacioli, religioso e matematico del XV° secolo, al nostro cervello basta la visione parziale di una forma geometrica per ricostruirla nella sua interezza. Il Medioevo aveva una spiritualità rigorosa e profonda. Il barocco ha aggiunto la retorica e la ridondanza; il presente l’edonismo».

Perché nelle sue chiese, a cominciare dalla prima di Mogno nel Canton Ticino, dietro l’altare c’è solo il crocifisso?

«Il crocifisso è la forma iconica che comunica il cristianesimo. C’è il martirio di Gesù Cristo e ci sono la teoria della fratellanza e la visione della pace. Non servono altri orpelli, oro e decoro che appartengono a epoche più lussuriose. La mia cultura è influenzata dal romanico e dalle sue forme primitive. Siamo figli, oltre che della storia, del Bauhaus e del Movimento moderno. Perciò l’arte povera e il minimalismo ci sono vicini più delle figure retoriche e celebrative del passato».

La chiesa di San Giovanni a Mogno nel Canton Ticino

La chiesa di San Giovanni a Mogno nel Canton Ticino progettata da Mario Botta

Alcune sue chiese possono sembrare degli auditorium.

«Spero proprio non sia così. La chiesa dovrebbe portare in sé, oltre ai ritmi della liturgia, anche la memoria di un grande passato: l’altare come ara o mensa, l’abside come immensità del mondo esterno. Abbiamo duemila anni di storia alle spalle. Il passato è una realtà viva del presente. Se pensiamo a Pablo Picasso, il più creativo degli artisti contemporanei, capiamo che non sarebbe stato così innovativo se non avesse rielaborato la cultura ancestrale dell’arte africana. Lo stesso dobbiamo dire delle opere di Paul Klee e del suo essere Bambino, oppure degli studi sul volto di Alberto Giacometti, o della Donna di Henry Moore. Ognuno ha in sé una cultura ancestrale che reinterpreta con un proprio linguaggio».

Che cosa pensa dell’idea di alcuni politici di eliminare i monumenti dell’epoca fascista? Come giudica l’architettura del Ventennio?

«È un’architettura significativa non solo per la storia politica e sociale; possiede infatti un linguaggio architettonico fortemente identitario, che merita di essere conservato».

Quanto conta la luce nella sua architettura?

«La luce è la vera generatrice dello spazio. Se la escludiamo lo spazio scompare. Non è un’entità fisica, ma una realtà immateriale che si configura come materia e colore. Uno strumento che l’architetto utilizza per dare forma allo spazio».

E quanto conta il rapporto con il territorio?

«Il territorio è una componente fondamentale dell’opera costruita: non può esistere un fatto architettonico unicamente autoreferenziale. Con l’architettura modelliamo la crosta terrestre. L’architettura non è uno strumento per costruire in un luogo, ma per costruire quel luogo. Una bella architettura esiste perché in dialogo con il contesto, in un rapporto di dare e avere reciproco che s’instaura tra il manufatto e il paesaggio».

Da cosa trae ispirazione un architetto?

«Soprattutto dal territorio che gli è dato. Le Corbusier diceva che la lettura del contesto è il primo atto critico dell’architetto, è l’inizio del pensiero che porta al progetto».

Le Corbusier è il suo principale punto di riferimento. Gli altri?

«Le Corbusier è certamente quello che sento più vicino anche geograficamente oltre che culturalmente. È anche lui figlio di questi laghi e di queste montagne. Considero un mio grande maestro anche Louis Khan, un architetto e un pensatore messianico».

Messianico?

«Nel senso che si esprimeva come un profeta. Per esempio quando gli chiesero di definire cos’è la scuola rispose che erano “due uomini che si parlano sotto un albero”. Ci sono l’idea della comunicazione e della protezione rappresentata dall’albero. Il prossimo ottobre l’Accademia di architettura di Mendrisio allestirà una grande mostra su Kahn e Venezia».

Molte chiese edificate negli anni Settanta sembravano capannoni industriali. Qual è la sua idea di modernità?

«Dopo il sodalizio tra il teologo Romano Guardini e l’architetto Rudolf Schwarz – che negli anni Trenta-Cinquanta rigenerò l’architettura ecclesiale e il movimento del Bauhaus e fu ripreso in Italia dagli architetti razionalisti – il Sessantotto ha immaginato che le attività di culto potessero svolgersi all’interno di fabbriche, garage, o capannoni, senza tener conto della loro specificità né degli esempi indicati da Scarpa, Le Corbusier, Kahn e Aalto. Abbiamo assistito a un vero imbarbarimento al quale i conservatori hanno contrapposto un ritorno alle tipologie del passato. Ma questa è una partita persa perché l’architettura non può far altro che essere l’espressione del proprio tempo».

Come definirebbe lo stato di salute attuale dei costruttori di cattedrali?

«Direi che stiamo arrancando alla ricerca di forme contemporanee. Credo dovremmo avere l’umiltà di riprendere gli insegnamenti delle avanguardie artistiche. Non è facile rispondere a questa domanda: come disegnare una chiesa dopo Picasso o Marcel Duchamp? Il senso etico ed estetico è cambiato, non possiamo far finta che non ci siano stati gli stravolgimenti delle avanguardie».

C’è un ritorno al monumentale pur restando nell’essenziale?

«Il ritorno del monumentale era il titolo di un convegno indetto dal cardinale Jean-Marie Lustiger quando ho progettato la cattedrale di Evry, presso Parigi. Quel convegno sancì l’errore del Sessantotto. La funzione definisce il luogo: lo stadio per il gioco, il teatro per la recitazione, la chiesa per la preghiera».

Come si pensa a un campanile nelle città di grattacieli?

«Sarebbe un controsenso. Un campanile a Milano City sarebbe ridicolo. Il campanile nacque nelle grandi pianure per comunicare un’emergenza. Oggi un’orografia ricca e opulenta mette in crisi l’idea stessa del campanile. Non deve più spiccare sull’architettura della chiesa, ma dare un segnale diverso, una comunicazione sonora».

Dove le piacerebbe edificare adesso?

«Su queste montagne e vallate. Ognuno è portato a vivere i propri giorni dov’è nato, dove ha conosciuto i propri progenitori, dove hanno vissuto i popoli estinti; realtà che appartengono alla nostra quotidianità anche se non sempre ne abbiamo consapevolezza. Il traguardo è lavorare nel posto delle origini, là dove agisce con continuità il territorio della memoria».

Lei ha progettato scuole, edifici pubblici, teatri, ha lavorato alla ristrutturazione della Scala: che cosa preferisce costruire oggi?

«Se potessi scegliere costruirei solo luoghi di culto. Purtroppo l’architetto non può scegliere, ma è scelto. Nei luoghi di culto si concentra l’essenzialità del costruire. I teatri, per esempio, sono più complessi perché nel tempo funzioni e spazi sono mutati per creare illusioni e adeguarsi alle nuove forme di comunicazione. Il luogo di culto – chiesa, sinagoga o moschea – è più stabile e mantiene un costante rapporto, mediato dalla liturgia, tra fedeli e celebrante».

 

La Verità, 10 giugno 2018

 

 

 

«La nascita del governo? Come il Grande fratello»

Incontro Piero Chiambretti nel giorno del suo sessantaduesimo compleanno. Festa, regali… e bilanci non solo professionali. La nuova stagione di Matrix su Canale 5, pensata come una serie intitolata «La repubblica delle donne» e divisa in otto episodi sta andando più che bene. Ma Piero è ugualmente tonico e barricadero: «A fare le cose bene o male ci si mette lo stesso tempo, la differenza si vede in onda. Ogni puntata è come un’operazione a cuore aperto. Certo, non salviamo vite, ma le nostre scemenze le scriviamo come fossero per un film da Oscar», dice mentre gli cade l’occhio sulla biografia di David Lynch poggiata sulla scrivania. Dunque, tempo di bilanci tutti d’un fiato: «Mi sentivo già vecchio a 25 anni perché non ne avevo più 18. Quando Gianni Boncompagni diceva ≤guarda che ne ho ancora 79≥ si sentiva giovane. Fortuna che i compleanni arrivano una volta l’anno perché, con il telefonino e i social, se rispondi a tutti l’anno te lo sei giocato. Pablo Picasso diceva che ≤ci vuole molto tempo per diventare bambini≥. Io dico che, per vivere a lungo, bisogna invecchiare. Il che ha dei vantaggi: invecchiando vedi meno governi pasticcioni, meno politici impreparati, meno spread alle stelle, meno vittorie in Champions delle spagnole e meno tv trash».

Ha fatto la scaletta dell’intervista?

«Dimenticavo: meno presidenti della Repubblica accusati di alto tradimento».

Lei era confidente di Francesco Cossiga.

«Ero un suo servizio segreto deviato».

Non vorrà parlare di politica… Facciamo una sintesi di ’sto casino?

«Guardi, in questi giorni ho avvertito una sensazione di precarietà come poche volte. Premetto che sono un italiano sbagliato perché credo nel Paese ma sono anni che non voto. Alla cabina elettorale preferisco la cabina balneare».

A un certo punto sembravano coincidere.

«Anziché a nuotare saremmo andati a votare. Nell’incertezza noi ci siamo portati avanti con una puntata sulla Vita smeralda che partiva da Sapore di mare, il film con Jerry Calà e Isabella Ferrari che ci ha offerto la metafora del Paese che affoga. Lì Paolo Savona era perfetto. Un mio amico che lavora nell’alta finanza dice che siamo tecnicamente falliti. Quanto alla nascita del governo, sembrava una puntata del Grande fratello: chi entrava e chi usciva, chi elogiava in diretta e accoltellava nel backstage. Forse si poteva nominare subito premier Simone Coccia, il compagno dell’onorevole Stefania Pezzopane».

Il Grande fratello ha scatenato polemiche e Lele Mora ha detto che ci sono tre faide: quella del lungo, quella del corto e quella del pacioccone. Idee?

«C’è una certa competizione tra i gruppi di lavoro che producono più ore nei palinsesti. Oppure possono essere persone vicine a Piersilvio Berlusconi».

E la fisiognomica?

«Il corto potrei essere io, ma non c’entro con le faide perché sono un cane sciolto».

La statura è la seconda cosa che condivide con Silvio Berlusconi.

«Mi manca la prima: essere un grande imprenditore internazionale, dalla grande verve e con un contratto a tempo indeterminato con la vita».

Sbagliato: la prima è che entrambi avete iniziato sulle navi da crociera.

 

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«Ciò che Matteo R. può imparare da Matteo S.»

Ha avuto un infarto che, dice, «mi ha cambiato la vita e mi ha fatto ricalcolare le priorità». Da quando, settembre 2017, si è ritrovato una notte in terapia intensiva, Claudio Amendola, 55 anni, figlio d’arte e marito di Francesca Neri, prova a dosarsi. Ma essendo persona generosa, non sempre riesce a frenarsi, anche quando si tratta di pronunciarsi sulle cose della politica. Così succede che una volta gli diano del leghista, un’altra uno come Paolo Mieli lo invita a presentare il suo libro (La storia del comunismo in 50 ritratti) con questa motivazione: «Ho sfogliato i giornali dell’ultimo anno e le uniche due persone che abbiano parlato di comunismo e di valori con intelligenza, tenendo presente i sentimenti, sono state Claudio Amendola e Moni Ovadia». Amendola è di estrema sinistra e ha lavorato molto a Mediaset, apprezza l’abilità di Matteo Salvini, fa il testimonial di un marchio di scommesse sportive. Qui però partiamo da Hotel Gagarin, il film opera prima di Simone Spada, con Luca Argentero, Giuseppe Battiston e un poetico Phlippe Leroy. Una sorta di apologo lieve e incantato che mette di buonumore.

 La frase chiave è una citazione di Lev Tolstoi fatta dal personaggio di Battiston: «Se vuoi essere felice, comincia». A lei cosa dice questa frase?

«È una nota di positività, nel film come nella vita. Se non ci si alza dal divano e si apre la finestra, la felicità non entrerà mai. È un invito a riconoscere che dipende in gran parte da noi».

Di solito la colpa della nostra infelicità è della società, della politica. Viviamo di alibi?

«Continuamente. Per fortuna ci sono anche esempi di responsabilità. Io ho tre figli: la primogenita Alessia, mamma e doppiatrice affermata, e Rocco, il terzo, che studia all’università. In mezzo c’è Giulia, che ha 28 anni, ha fatto l’Accademia di moda e costume e, lavorando con me, avrebbe avuto la strada spianata. Ma siccome è un po’ hippie, preferisce girare l’Italia in camper e vendere sulle bancarelle i prodotti che confeziona con la macchina per cucire. Non mi ha chiesto niente, ora sta diventando un’imprenditrice online. E si ribella quando le sue amiche lamentano che non c’è futuro. Lo racconto senza sminuire la situazione del nostro Paese; solo per chiedermi: cos’è la felicità?».

Hotel Gagarin è una favola sognante: cosa le è piaciuto della sceneggiatura?

«Sapevo dall’inizio che avrei fatto questo film perché conosco e stimo Simone Spada. Ma leggendo il copione mi sono commosso e divertito. C’è la commedia, mai volgare. C’è il bonario rimprovero di Battiston davanti ai poveri veri… C’è l’incontro tra due popoli diversi. Se avessimo girato sulle montagne d’Abruzzo non avremmo trovato quei volti simili a quelli dei nostri contadini del dopoguerra. Abbiamo imparato la storia del popolo armeno, un mondo parallelo vittima di genocidi e dell’influenza sovietica».

Cosa c’è di vero nel fatto che è stanco di recitare e che preferisce dirigere?

«Non sono stanco a prescindere, dipende dai ruoli. Trovo che la regia mi completi e mi dia grande soddisfazione perché mi piace dirigere gli attori, conoscendo bene ciò che passa nella loro testa. A volte i registi non comprendono come siamo fatti, un mix di orgoglio e presunzione che spesso cozza con limiti e vergogne».

Madre attrice e padre doppiatore, il cinema è un sogno o una questione di famiglia?

«Tutt’e due. Ci sono sia il mondo dorato che la tradizione di famiglia. Ma è soprattutto un mestiere, qualcosa di artigianale, un lavoro di squadra».

Un ricordo di suo padre?

«Quando recitavamo insieme temeva non ricordassi le battute e non riusciva a non ripeterle sottovoce. In quel labiale c’era tutta la sua protezione e il suo incoraggiamento».

A quale ruolo è più affezionato?

«Ho interpretato tanti personaggi, il Samurai di Suburra, ho recitato ne La regina Margot, in Ultrà e La scorta di Ricky Tognazzi, in Mery per sempre di Marco Risi… Ma forse i ruoli che mi sono più rimasti sono il terrorista di La mia generazione e l’ispettore di Domenica, due film di Wilma Labate. Mi trovo a mio agio nelle figure dolenti e sconfitte più che con gli eroi vittoriosi».

È stato tra i primi a passare dalla tv al cinema e dal cinema alla tv smontando lo snobismo di coloro che dividevano la recitazione in serie A e serie B.

«Mi faceva ridere lo snobismo di qualche anno fa, quando mi rimproveravano I Cesaroni. E mi fa sorridere ora la corsa per entrare nei cast delle serie giuste. Ho fatto tante ore di volo in tv, imparando dai macchinisti e dai tecnici. Se dopo quasi 40 anni ancora lavoro vuol dire che la scuola è stata buona».

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«Perché l’asse Lega-M5s può durare a lungo»

Buongiorno Carlo Freccero: per l’Italia è una buona giornata quella che vede la nascita del governo pentaleghista?

«L’esatta meteorologia di questa giornata la si conoscerà tra un po’ di tempo. Oggi e ancora presto».

La facevo più ottimista.

«Sono molto ottimista perché fino a poco tempo fa le domande della politica riguardavano l’austerità. Ovvero, cosa tagliare nella spesa pubblica per rispettare il fiscal compact. Oggi la domanda è: si può cancellare il debito pubblico?».

Roba da far imbiancare i capelli ai tecnocrati europei.

«In verità non si tratterebbe di una cancellazione vera e propria. Ma, come ha spiegato l’economista Claudio Borghi, di una sottrazione del debito incardinato nella Bce dal rapporto tra Pil e debito pubblico».

Allo stato delle cose questa cancellazione non è ufficialmente nel contratto, almeno non nella stesura finale.

«No, certo, ma è un tema all’ordine del giorno. Noi pensiamo ai soldi come a qualcosa di concreto mentre sono semplici iscrizioni contabili. Basta riconoscere il fatto che il debito mondiale non è ripagabile perché non esiste sul pianeta un corrispettivo di ricchezza sufficiente».

Tornando in Italia, adesso il braccio di ferro è sui ministri, principalmente su Paolo Savona per la casella dell’Economia.

«La scelta di Savona rappresenta un’opportunità di lavoro su questi temi. Per il pensiero politicamente corretto le decisioni non competerebbero al popolo, ma alle élites e agli esperti. E la scienza per eccellenza sarebbe l’economia, anzi: il neoliberismo. In realtà, l’economia non è una scienza, come dimostrano le crisi prodotte dal neoliberismo stesso. Perciò occorre lavorare per trovare altre soluzioni».

Il capo dello stato Sergio Mattarella ha chiuso un occhio sul curriculum di Giuseppe Conte per poter alzare disco rosso su Savona?

«Credo che i servizi segreti avessero già fornito a Mattarella tutte le informazioni necessarie sul conto di Conte».

Riformulo la domanda: al Quirinale fa gioco un premier debole?

«Il premier è un amministratore delegato o direttore generale che deve attuare l’ordine del giorno che il consiglio dei ministri elaborerà ogni settimana».

È Matteo Salvini l’uomo forte di questo governo?

 

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«Il mercato dell’arte contemporanea è folle»

Le opere di Giovanni Frangi ti restano dentro. Ti fanno rimuginare a distanza di giorni. Fino al 17 giugno sono esposte a Villa Carlotta di Tremezzo, in faccia al lago di Como che le irrora e le cangia di luce e riflessi. Quadri, sculture, installazioni nello splendido parco. Frangi è un esploratore della natura. Della natura e del paesaggio che sono fuori di noi, ma che risuonano in noi. Noi stessi siamo natura. Foreste tropicali, cieli notturni, fiumi nel verde: che riverbero hanno, che emozione generano nell’essere? Sono opere che nascono dallo sguardo del cuore. Uno sguardo appreso da Giovanni Testori, che era suo zio. Anzi, è suo zio, visto che ne parla al presente. Diplomato all’Accademia di Brera, milanese di cinquantotto anni, artista contemporaneo completo, pittore, scultore, incisore, Frangi ha esposto nelle gallerie di tutto il mondo.

Com’è nata la collaborazione con Villa Carlotta?

«Con 220.000 visitatori l’anno, la Villa è una delle mete lombarde più frequentate da turisti e amanti dell’arte italiani e internazionali che vengono per ammirare opere di Antonio Canova, di Francesco Hayez e di altri autori dell’Ottocento. Da quest’anno l’Ente morale che la gestisce ha deciso d’inaugurare un rapporto nuovo con l’arte contemporanea e mi ha contattato».

Hanno scelto in base al fatto che le sue creazioni prendono vita nel rapporto con la natura?

«Credo di sì. Ho sempre cercato un ambito preciso nel quale lavorare, una forma precisa per rafforzare la mia identità. Sono partito dal paesaggio, le case, le aree industriali, le tangenziali. Negli anni la natura è diventata l’elemento nel quale mi trovo più a mio agio».

La ispira il luogo dove deve situare le opere oppure prima le crea e poi cerca gli spazi?

«I luoghi espositivi suggeriscono differenti modalità espressive. Qui ho tentato di costruire un rapporto tra il parco e le stanze della Villa. Ai margini della foresta delle felci che sembra una jungla giurassica ho adagiato due tronchi rossi, come fossero reperti. Oppure ho creato un serpente di stoffa colorata che abbraccia la douglasia, un gigantesco tronco disteso nel giardino. All’interno ho collocato i quadri su strutture autoportanti e mobili come quinte teatrali, in modo che i cambiamenti della luce nella giornata potessero modificarne la percezione».

Quanto è importante il colore nella sua arte?

«È un elemento fondamentale. Partendo da fotografie di posti che ho visto, realizzo una trasformazione cromatica della natura. Come nel ciclo chiamato Selvatico: una foresta tropicale reinterpretata con il rosso e il blu. L’immagine originale è reinventata con l’uso arbitrario del colore. Così, in qualche modo, nasce una nuova realtà. L’arte è creazione di qualcosa che prima non esisteva. Ciò che sorprende l’artista mentre lavora è proprio il risultato inaspettato. Questa imprevedibilità è un elemento quasi magico».

È ciò che si chiama ispirazione?

«L’ispirazione è anche frutto di una pratica artigianale. Un artigiano ha bisogno di ripetere più volte la stessa azione per essere sicuro di compiere quel gesto nel modo giusto. Per raggiungere questo stato di grazia occorre che il motore sia rodato».

Ha iniziato a dipingere da bambino: una vocazione innata?

«Ho iniziato presto a disegnare perché mi ero accorto che mi divertiva. Il piacere esecutivo è stato fondamentale. Quando qualche anno fa ho visto che Vincent Van Gogh corredava di disegni le lettere che spediva a suo fratello mi è tornato alla mente che da piccolo disegnavo con le matite Caran d’Ache e che per stendere il colore le bagnavo con la lingua. Provavo piacere vedendo che due colori funzionavano uno con l’altro».

Perché all’inizio dipingeva finestre, sedie, tavoli?

«Erano il tentativo di dare una mia rappresentazione del mondo in una chiave matissiana. Nel 1986 quei dipinti composero la prima personale a Milano curata da Achille Bonito Oliva. L’anno scorso alcuni di quei quadri sono stati riproposti a Palazzo Fabroni, per Pistoia capitale della cultura, insieme a lavori più recenti con i quali funzionavano bene».

Quest’anno sono 25 anni dalla morte di Testori. Per lei è stato un maestro, un testimone o un ispiratore?

«È una presenza fondamentale nella mia formazione. Con me e mio fratello Giuseppe ha sempre avuto un rapporto fraterno. È un uomo che ha portato la sua espressività al limite estremo. Questa drammaticità nei confronti dell’esistenza lo rende tuttora da scoprire, imprevedibile grazie alla sua complessità».

C’è un episodio, un fatto particolare, che la accompagna del suo rapporto con Testori?

«Nel 1988 ero presente alla prima di In exitu a Firenze, il dramma della morte di un drogato ambientato alla Stazione Centrale di Milano con Testori in scena a fianco del grande Franco Branciaroli. Dopo venti minuti il pubblico ha cominciato a gridare “basta, basta coi froci” e più di metà sala se ne stava andando mentre l’altra metà applaudiva… Io ero evidentemente tra questi, ma c’era un’atmosfera di grande stress. Pensavo che smettessero, invece alla fine mio zio era entusiasta. Lo scandalo lo esaltava e quella fu una serata mitica».

Nell’opera e nella lingua di Testori è centrale la carne. Lei hai scelto la via della materia. In che cosa l’ha influenzata dal punto di vista artistico?

«Nello sguardo sulle cose, nella capacità di sorprendersi. Nell’essere una persona sicura, ma anche, allo stesso tempo, una persona attratta da qualcosa che non è suo: questa è la dote della giovinezza. Aveva una grande saggezza, ma anche uno sguardo infantile. Il grande scultore francese Constantin Brâncusi diceva: “Quando non siamo più bambini siamo quasi morti”».

In che senso nelle sue immagini «entra qualcosa di infinito»?

«Urpflanze, il titolo di questa esposizione, è un termine usato nel Viaggio in Italia da Goethe per identificare la pianta originaria, quella da cui tutte discendono. È qualcosa che ci pervade, non una realtà esterna che guardiamo da spettatori. L’infinito entra nel particolare della natura. È lì che lo riconosco. Nei miei lavori cerco di rendere questa percezione. Che non è un’esperienza astratta, ma avviene attraverso un rapporto fisico, un contatto corporeo».

Come lavora un artista che dipinge, scolpisce, incide e usa materiali come la gomma piuma?

«La tecnica è fondamentale. Da qualche anno lavoro su tele con una base cromatica precisa. Cerco strade nuove, sperimentazioni nella scultura e nelle incisioni. Se rifai ciò che già conosci ti annoi. La bellezza di questo lavoro sta nella curiosità, nel mettersi alla prova, nel cercare l’inedito. Spesso sono i luoghi espositivi a suggerire prove diverse».

Cosa pensa della moda delle mostre? Sono diventate un fenomeno popolare, senza vera passione per l’arte?

«Il rischio della moda e del conformismo legata solo ad alcuni nomi è reale. L’abbiamo visto per la mostra di Caravaggio a Milano. C’era una coda continua, in pratica era impossibile entrare.  Ma è sbagliato pensare che l’arte sia per pochi».

Lo storico dell’arte Tomaso Montanari sostiene che ci sia un eccesso di offerta.

«Il pericolo delle mostre blockbuster esiste. È diventa una mania. La vastità dell’offerta penalizza la qualità. Tuttavia, non mi piace nemmeno lo snobismo di chi ritiene che l’arte sia un fatto di élite, che necessiti di una propedeutica. L’equilibrio tra pop e élite è difficile. Da artista faccio una selezione, non riesco a vedere tutto, anche se vorrei».

Quali sono le mostre che ha maggiormente apprezzato di recente?

«Mi è piaciuta Post Zang Tumb Tuuum allestita alla Fondazione Prada sull’arte del Ventennio. Andando controcorrente rispetto al pensiero anglosassone che ritiene la white cube, lo spazio bianco e neutro, il luogo migliore per fruire le opere, il curatore Germano Celant ha ricostruito le situazioni espositive in cui vennero proposte all’epoca. Così si sono potuti apprezzare Mario Sironi, Giorgio De Chirico, Umberto Boccioni uno accanto all’altro con il sapore di quando si sono visti per la prima volta. Anche la mostra di Damien Hirst dell’anno scorso è stata straordinaria. Hirst è un artista che si reinventa sempre e ha riportato a Venezia la narrazione nell’arte. In una mostra ci racconta una storia. Quando l’arte raggiunge questa capacità di comunicazione riesce a farsi comprendere anche dai bambini, oltre che dagli addetti ai lavori».

Le è mai capitato di raggiungere questo livello di comunicazione?

«Forse con Nobu at Elba a Villa Panza di Varese, dove ho realizzato un’installazione pittorica per una superficie di 40 metri in cui ricostruivo con l’ausilio di un’illuminazione variabile l’impressione di trovarsi di notte davanti a un fiume. Il messaggio era molto semplice. Ognuno di noi si emoziona all’arrivo della notte ai bordi di un fiume, ma non sempre si riesce a raggiungere quell’immediatezza».

Perché spesso l’arte contemporanea risulta incomprensibile? A volte sembra essere arte della provocazione?

«La provocazione è da sempre stata nel Dna dell’arte. Forse è la sua ragion d’essere. l codici devono essere sempre trasgrediti. La vera arte riguarda la sfera più profonda della nostra vita, le paure con cui dobbiamo confrontarci».

E che dire delle quotazioni esorbitanti? L’arte contemporanea è solo per miliardari?

«Penso solo che sia il sintomo di un meccanismo impazzito, un mercato completamente drogato con dei congegni perfetti. Ci sono artisti che non hanno quarant’anni che costano cifre assurde. Una speculazione, una gara senza senso che confonde i valori, gli equilibri della storia. Un’opera di Mario Sironi o di Filippo De Pisis costa 50 volte meno di un disegno di Marlene Dumas o di William Kentridge. Le sembra possibile?».

La Verità, 20 maggio 2018 

«Così la leucemia (e la fede) mi hanno cambiato»

Il re del gossip. Se ce n’è uno in Italia, è lui: Alfonso Signorini. Un giornalista curioso, superinformato, arguto, leggero, tagliente, giocoso, malizioso, manovriero, influente. Ma «il Signorini», dal titolo di un suo libro di qualche anno fa, è anche molto altro. Opinionista, conduttore radiofonico e televisivo, regista di opere liriche, musicologo, biografo di Maria Callas, romanziere, già insegnante di greco e latino grazie a una laurea in Lettere classiche. Sta per partire per Tbilisi dove firmerà la regia del Simon Boccanegra. Eccoci nel suo ufficio di direttore di Chi, in Mondadori, tappezzato di copertine, manifesti, libri, gadget, targhe di premi giornalistici.

Come si diventa Signorini cominciando dalla Provincia di Como?

«Bella domanda. Sono partito da lì. Mia madre era casalinga e mio padre impiegato, nessuno che potesse facilitarmi. Ma avevo il pallino della musica. Studiavo, suonavo e leggevo le recensioni. La mattina andavo in piazza Cavour e salivo tutti i piani del palazzo dei giornali, Il Giorno, La Stampa, La Notte… Qualche volta scrivevo delle brevi, ma non c’era futuro. Allora, mi proposi come corrispondente alla Provincia. Mandavo brevi critiche sui concerti della Scala e dei festival. 7.000 lire a pezzo».

Qualche anno dopo la troviamo direttore di due settimanali di grande tiratura, Chi e Tv Sorrisi e canzoni. In più conducevi un programma quotidiano su Radio Monte Carlo, in tv aveva Verissimo, Kalispéra!, il Grande Fratello e trovava il tempo per scrivere libri…

«Un periodo da overbooking. Mi bastano poche ore di sonno e durante la notte lavoro bene. Peraltro, in quel periodo, mia madre si era ammalata. La sera, fuori di qui, andavo a Mediaset per registrare Verissimo, mangiavo qualcosa e andavo ad assisterla in ospedale. Al mattino facevo una doccia e preparavo il programma di Radio Monte Carlo. Per fortuna mi avevano montato lo studio in casa e potevo condurlo da lì. Poi venivo in redazione…».

Tra La Provincia di Como e l’overbooking c’era stato l’insegnamento?

«Sette anni. Lettere alle medie e italiano, latino e greco al liceo dei gesuiti. Il Leone XIII è stata una scuola di vita. Una volta al mese il cardinale Carlo Maria Martini teneva una riflessione agli insegnanti. Ho continuato a confrontarmi con lui anche dopo, sulle questioni professionali e sulla mia vita privata. Sono andato a trovarlo a Gerusalemme e ho mantenuto una corrispondenza con lui».

Com’è passato da professore a giornalista?

«Insegnavo e facevo il corrispondente della Provincia. Ma la vena del gossip era innata. Da ragazzo origliavo le telefonate di mia sorella ai fidanzati. Da professore il primo tema che commissionavo era: parlami della tua famiglia. Così venivo a sapere tante cose della borghesia radical chic milanese. Tra queste, scoprii che un mio alunno era figlio di Pierluigi Ronchetti, vicedirettore di Gigi Vesigna a Tv Sorrisi e canzoni. Lo faccio o non lo faccio, mi chiedevo. Siccome il ragazzo se la cavava alla grande e non aveva bisogno di aiuto, ruppi gli indugi, chiesi di parlare con i genitori e proposi al padre una rubrica di musica classica. Due settimane dopo era in pagina».

Poi che cosa accadde?

«Erano gli anni dei primi Pavarotti and Friends e siccome ero amico di Luciano, Vesigna m’incaricò di seguirlo. Qualche anno dopo, fondò un nuovo settimanale e mi propose di diventare giornalista a tempo pieno. Mia madre piangeva, mio padre mi sconsigliava, io trascorsi la notte di don Abbondio. Il giornale andò malissimo e dopo un anno chiuse, ma io avevo trovato la strada».

A chi è professionalmente più grato? Piero Chiambretti, Silvio Berlusconi, Piersilvio Berlusconi, Gigi Vesigna…

«Per il giornalismo cartaceo devo molto a Silvana Giacobini, direttore di Chi quand’ero inviato speciale. Una donna tenace e talentuosa. Poi sono grato a Carlo Rossella, che mi ripescò dopo che avevo sbattuto la porta in Mondadori».

Cos’era accaduto?

«Pippo Baudo tornava in tivù dopo qualche anno e mi aveva chiesto di fare l’autore di Novecento su Rai 3. Dovevo aiutarlo per la prima serata e per la striscia quotidiana con Giancarlo Magalli. Era inevitabile lasciare il giornale. “Se esci da quella porta non rientrerai più”, minacciò la Giacobini. “Ricordati che sei Signorini di Chi”. “Sono Signorini e basta”, ribattei. Non potevo rifiutare l’invito di Baudo, anche economicamente vantaggioso».

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«La globalizzazione trasforma l’arte in moda»

Aurelio Picca arriva alla stazione ferroviaria di Velletri con la sua Lexus Sc 430, un coupé color genziana 4.300 di cilindrata. In Italia ce l’avrà solo lui. Andiamo a casa, nella collina verde di ulivi che abbracciano le ampie vetrate: salotti, living, studio hi tech, librerie, grandi dipinti. Picca è eccesso pieno di stile, esagerazione sopraffina, estetica, vitalismo assoluto, sorgente di una scrittura tumultuosa e selvaggia, sempre all’inseguimento di qualcosa che appaghi la fame di vita che non lo abbandona. Un sosia di Curzio Malaparte di un metro e 85, un sessantenne che cita Tyrone Power. Tutte le volte che lo vedo, da quando collaborava al giornale dove lavoravo, gli dico che dovrebbe fare il cinema. È un dandy potente, ma sofferto. Uno che s’incasina la vita, uscendone sempre alla grande. Col cuore. Ha da poco pubblicato Arsenale di Roma distrutta (Einaudi), autobiografia con libere invenzioni tra i Sessanta e gli Ottanta.

Perché questo libro, dopo la Roma di Romanzo criminale e Suburra, dei film di Claudio Caligari e Fabrizio Mainetti?

«Quei film non li ho visti. Conosco un po’ Caligari, ma mi è sembrato scarno e poco vitale, per quanto lui sia autentico. La mia Roma ce l’ho in corpo da tanto. Quando ho scritto un post su Facebook, Paolo Repetti di Stile libero mi ha chiamato: “Aurelio, ho sentito i brividi. Ce la fai a tenere questa scrittura per 200.000 battute?”. Pure per 700.000… Pensavo di avere delle immagini nuove. Ho vissuto gli anni della ferocia e della trasformazione, quando hanno fatto diventare città una Roma che non lo era».

E cos’era?

«Un agglomerato di villaggi, di barrios. Ogni quartiere con storia e ostilità proprie, la Garbatella contro Trastevere, Testaccio contro i Parioli. Quella era la forza. Ognuno con la sua lingua. Ti spostavi di un chilometro e cambiava l’inflessione. Poi si dimentica sempre che Roma ha il mare di Ostia. E Ostia di Sergio Citti, che per Laura Betti era la vera mente barbarica più di Pasolini, è un grande film».

Roma maschio e femmina, santa e mignotta, cinica e selvaggia. Sintesi di contrari e contrasti: tutti dentro l’arsenale del titolo?

«L’arsenale è un gigantesco magazzino che in realtà viene dalle navi militari di Venezia. L’ho usato anche in un vecchio poemetto. Mi piaceva questo luogo abbandonato, ma pieno di energie. Come tante rovine abbandonate e carbonizzate, che invece sono pietre preziose adagiate: il passato, la ferocia, le lotte, la mitologia».

Ci sono anche eroi tragici come Giorgio Chinaglia e Nino Benvenuti.

«E Carlos Monzon, il primo criminale moderno arrivato a Roma. Quando mise al tappeto Benvenuti alla dodicesima ripresa ero lì, in quel palazzetto vociante, che sembrava un’astronave poggiata sull’Eur. Le donne urlavano “Nino, Nino”. Avevano già capito che non ce l’avrebbe fatta. Monzon l’aveva lavorato col sinistro tutto l’incontro; per poi sparare il destro, definitivo come una pistolettata. Una tragedia».

E Chinaglia?

«Tra romanisti e laziali è sempre odio e amore. I romanisti lo dicono: un avversario potente come Chinaglia non l’abbiamo più trovato. Segnava e andava sotto la curva puntando il dito a mo’ di pistola: eccomi qua, vi ho bucato. Anche lui è stato un eroe tragico, morto male in America. Come Monzon, finito in galera perché aveva ucciso la moglie. E una sera, tornando in carcere, ha trovato la morte in un sorpasso azzardato. Roma ti esalta e ti distrugge, puoi essere re solo per un giorno».

Tranne Francesco Totti, che è l’ottavo?

«Totti appartiene a un’altra Roma. Il re della mia epoca era Bruno Giordano… Quando ho visto Roberto Fico camminare circondato da una folla di compagni e uomini della scorta ho pensato già alla fine. Troppa gloria concentrata non dura».

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«La letteratura non è Calvino e Baricco»

Colpisce il tono di voce. Pacato, quasi dimesso. E poi lo sguardo affabile, tra i capelli e la barba bianca. Antonio Moresco, settant’anni, mantovano di nascita e milanese d’adozione, mi accoglie nel sottotetto che gli fa da studio in Porta Romana. Un posto semplice, scaffali di libri e una scrivania con vista alberata, dove si ritira, eremita della parola. Uno tra i più irriducibili e incendiari scrittori italiani, autore di romanzi estremi che hanno diviso la critica tra bluff assoluto e superamento di Dostoevskij, nonché di saggi contro l’intero sistema editoriale, ha una voce e una gentilezza inusuali. Zero sussiego e zero narcisismo. Questo tono calmo fonde anni di seminario, dislessia, ripetute bocciature scolastiche, militanza nell’estrema sinistra al confine con la lotta armata, lavori come facchino e operaio d’altoforno, 15 anni di rifiuti prima dell’esordio, quarantacinquenne.

L’ultimo libro, L’adorazione e la lotta (Mondadori), è un atto d’amore per la letteratura e un atto d’accusa per la casta degli intellettuali?

«È un atto d’amore per la letteratura come la intendo io più che per la sua idea corrente».

Che sarebbe?

«Un’idea al ribasso. Che non contempla quel carattere d’invenzione, di rottura e di profezia che ha sempre accompagnato la letteratura e che è ciò che me la fa amare. Di conseguenza, il mio è anche un atto di lotta nei confronti di chi, in particolare dalla seconda metà del Novecento, vuol portare giù le cose, teorizzando che è impossibile volare alto».

I suoi scritti sono stati a lungo respinti. La denuncia nei confronti dei «gruppi d’intellettuali canonizzatori, schematizzati e ideologici» è una rivalsa?

«È un’esperienza che ho vissuto sulla mia pelle. Non ci sono arrivato con il cervello, ma con altre parti del corpo. Questo dovrebbe aggiungere e non togliere verità a un’affermazione».

Che cosa accade in uno scrittore quando patisce tanti rifiuti?

«È stata una via crucis di 15 anni. Ma la mia dedizione alla letteratura era così forte che, pur soffrendo, resistevo; come uno che prende un sacco di cazzotti, ma non va per terra. Non mi passava nemmeno per la testa di gettare la spugna. I verdetti dei sacerdoti canonizzatori hanno rafforzato la mia vocazione».

La sua predilezione è per i classici e per certi libri rimossi. Qual è il criterio, se ce n’è uno?

«Le preferenze sono istintive, ma gli scrittori e i poeti che amo sono persone che fronteggiano il mondo e il male del mondo. Leopardi, Cervantes, Tolstoi, Dostoevskij, Balzac, Melville, Kafka, Celine non hanno paura di prendere di petto le cose che contano. Sono autori sonnambulici, perché attingono anche a risorse sotterranee, che permettono loro di vedere la parte in ombra, il buio».

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«Senza borghesia, la letteratura è piatta»

Dall’ottavo piano della sua casa in Piazza Loreto a Milano, Ferruccio Parazzoli scruta il paesaggio della letteratura contemporanea. «Un panorama piatto, omologato, che esprime una narrativa dai tetti in giù, per citare Honoré de Balzac». Ci ha scritto una serie di interventi sulla rivista Vita e pensiero che, raccolti ora in Apologia del rischio dell’omonima editrice, sono andati a comporre una riflessione sistematica sullo stato delle cose. 83 anni, occhi e pensiero guizzanti, grazie alla sua esperienza di scrittore e direttore editoriale, Parazzoli è la memoria storica della letteratura non solo italiana. Ha diretto gli Oscar Mondadori, è stato consulente del Saggiatore e di altri marchi. È entrato nella cinquina del Premio Strega (l’anno in cui vinse Primo Levi) e del Campiello. Autore innervato nella metropoli, ha sempre rifiutato l’etichetta di scrittore cattolico, seguendo solo il corso dell’ispirazione. Ha frequentato i grandi della seconda metà del Novecento, da Mario Soldati a Pier Paolo Pasolini, da Guido Piovene a Giovanni Testori, fino al cardinale Carlo Maria Martini.

Si attende una sua densa autobiografia.

«Qualche nota l’ho già stesa, ma credo interessi nessuno. Scrivo per me stesso».

La sua esperienza arricchirebbe lettori, scrittori, editori; non pubblicarla sarebbe un’omissione.

«Ci penserò».

Tanto più che i suoi libri non si trovano.

«Bisogna andare in biblioteca o su Amazon. Ogni settimana in libreria arriva un’ondata che sommerge quella precedente. I libri stanno un po’ sul banco delle novità, si spostano negli scaffali, spariscono».

A eccezione di quelli di successo.

«Quelli dei giornalisti che fanno gli scrittori».

Pier Paolo Pasolini. Per Parazzoli aveva capito che un fallimento vale più di tante mezze figure

Pier Paolo Pasolini. Per Parazzoli aveva capito che un fallimento vale più di tante piccole glorie

Di cui lei è stanco. Libri intrisi di minimalismo e di «inquietudini da tinello», scrive.

«Sono stanco della quotidianità povera di sentimenti e di ricerca. È una chiacchiera continua. Sociale, sentimentale. L’amante che se n’è andato… Qualche volta spunta una scheggia di drammaticità, ma sempre legata alla cronaca».

Come Pier Paolo Pasolini che scrive ad Alberto Moravia, anche lei non ha più voglia di giocare?

«Vorrei che il gioco fosse serio come una roulette russa. Senza appello, senza risparmio, e che si fosse disposti al rischio. La roulette russa accetta la sfida per arrivare al proiettile d’argento, quello che una volta si chiamava capolavoro. Finora la pistola ha fatto clic. Pasolini l’aveva capito: cercare il capolavoro significa avere la forza di affrontare il fallimento. Che può valere più di mille piccole glorie».

Anche la roulette russa è un gioco, come la scopa o la canasta in cui si attardano i nostri scrittori.

«Però è vera, non è un gioco di società. Come il Monopoli in cui si finge di conquistare il mondo».

La nostra letteratura non ha urgenze vere?

«Sembra non averne. Dominano certi rimpianti ombelicali, mal di pancia passeggeri. Ma non è colpa degli scrittori. La colpa, semmai, è adeguarsi alla società in cui viviamo».

Per rompere questa routine lei invita a fare la prova del metro: me la spiega?

«Quando scrissi Mm rossa ebbe un certo successo. Avevo visto sventrare la città per costruire la linea 1 del metro. Il metro è diverso dal tram o dall’autobus perché sei nel sottosuolo e fuori c’è il buio. Allora non sei distratto dagli alberi e i negozi. E nei volti del tuo prossimo puoi vedere la serenità, la stanchezza, il sonno, la preoccupazione… Se poi, per un guasto il treno si ferma, cadono le maschere e affiorano le domande profonde. Queste facce sono mille storie, mille personaggi».

Una delle cause dell’appiattimento della nostra letteratura è che la cronaca ha sostituito la tragedia?

«Nella tragedia si chiede che Dio faccia giustizia. Fin dagli dei greci è così. Oggi la cronaca è imperante: cronaca politica, nera, di costume, sociale, sindacale».

Perché è un fatto negativo?

«La cronaca è la defecazione della società, ciò che la società espelle. È l’oggi che non dura niente. Domani i giornali raccontano già un’altra storia. Viviamo in una società che scavalca continuamente sé stessa. Come diceva Rossella O’ Hara di Via col vento, domani è un altro giorno».

Quanta responsabilità ha la televisione?

«Tanta. Capisco quei poveracci che devono coprire 24 ore al giorno… Le conseguenze si vedono principalmente nell’impoverimento del linguaggio. Se tu sei uno come quelli dei talk show, un vip o un mezzo vip, parli come loro. Il linguaggio medio influenza quello della letteratura, che invece è tutta un’altra cosa. Da Lilli Gruber c’è sempre uno scrittore. Gran parte dei libri di successo sono di giornalisti e opinionisti. Siccome dicono cose che sappiamo già, ci sentiamo intelligenti. Invece, il vero scrittore è colui che mette in crisi il lettore, gli pone delle domande».

Che cos’è la narrativa unidimensionale?

«La narrativa senza verticalità. Che non è solo ricerca del trascendente, ma anche capacità di calarsi nel profondo. Come facevano Fëdor Dostoevskij o Arthur Rimbaud».

Scrive che «nel nichilismo esistenziale c’è l’estrema ricerca del senso della vita».

«Si risale quando si tocca il fondo. Dostoevskij è sceso nel sottosuolo come giocatore, malato, adultero. Poi è nato l’autore dei Fratelli Karamazov e dei Demoni. Se non si accetta il rischio, che può essere scandalo e fallimento, tutto è artificiale».

Invece il nichilismo debole?

«È diverso da quello esistenziale e da quello forte di Nietzsche. È il nichilismo di massa di quest’epoca rassegnata, sprofondata, convinta che non ci sia più nulla per cui lottare, in cui credere e sperare».

Qual è la causa?

«Una è la distruzione delle classi sociali. Sarò criticato per questo. La classe operaia è andata in paradiso, ma anche la borghesia è scomparsa. La borghesia dettava e manteneva vivo il pensiero della società. Oggi c’è attenzione solo per i poveri e i ricchi».

Ci sono anche i «ceti medi riflessivi»…

«I ceti medi riflessivi non sono la borghesia. Sono un’espressione sociale. La borghesia aveva un’identità culturale, fatta di contenuti etici e anche ideologici, perché no, che esprimevano un modo di essere e di vivere».

La narrativa piatta può essere anche una questione generazionale? La sua generazione ha vissuto la guerra, quella dopo ha vissuto le ideologie. Gli scrittori che vanno in classifica oggi sono figli della televisione e della tecnologia.

«Non abbiamo più né la guerra né le ideologie. Certo, in Siria c’è la guerra. Ma per noi, qui, è una notizia del telegiornale, una rappresentazione cui, fortunatamente assistiamo mentre continuiamo a mangiare la minestra. La guerra del Novecento era un rullo che ti scuoteva nel profondo. Finita la guerra uscirono i più grandi romanzi».

Adesso sono morte anche le ideologie.

«Continuano a ripeterlo, ballando sui cadaveri. Ma se ogni passione è spenta la politica si riduce a tecnica del compromesso. Sono vissuto in un tempo in cui chi credeva in Dio non poteva barattarlo con niente. E i marxisti non indietreggiavano. Era quello che Camus chiama il “qualcosa per cui vale la pena di…”».

La letteratura che funzione aveva?

«Gli scrittori erano opinion leader, non i conduttori dei talk show. Soldati, Piovene, Testori, Pasolini, Parise, Moravia scrivevano sulla grande stampa. Tracciavano la rotta. Quando uscivano i loro libri non ci si chiedeva se avrebbero venduto o no. E vendevano. Un borghese mediamente colto non poteva ignorare Le furie, Ragazzi di vita… La società liquida è indifferente e gli scrittori sono voci lontane».

Giovanni testori. Negli anni Settanta sulla grande stampa scrivevano intellettuali come lui

Giovanni Testori. Negli anni ’70 sui quotidiani scriveva gente come lui, non conduttori tv

Niente eccezioni: Aldo Busi, Walter Siti, qualcun altro?

«Magari ci sono, non posso escluderlo. Aldo Busi è stato uno scrittore di rivolta quando pubblicò Seminario sulla gioventù. Ci ha provato, poi ha continuato a rappresentare sé stesso. Anche Walter Siti mi pare omologato. Temo che lo siano tutti, in modo più o meno sciatto».

Dobbiamo sperare nei cosiddetti scrittori cattolici?

«Per fortuna non esistono. Come non esistono gli scrittori marxisti. La letteratura cattolica ci fu in Francia con Peguy, Bernanos, Claudel. In Italia c’è stato un brutto adeguamento. Chi sono i nostri scrittori cattolici? Pomilio? Testori? Mah. Non si può fare propaganda della propria religione».

La Chiesa ha qualche responsabilità se la letteratura è a una dimensione?

«La Chiesa ha sempre privilegiato l’arte figurativa alla letteratura. L’influenza degli scrittori sulla società turbava le gerarchie perché non erano controllabili. Lo si è visto con il modernismo. Così si è creato un muro tra Chiesa e pensiero laico che in pochi, tra cui il cardinal Martini, hanno provato a sgretolare».

Il suo La nudità e la spada fu uno dei primi, ora c’è la moda dei romanzi ucronici sulle sorti del cristianesimo: di che cosa è indice?

«Esiste ancora un limitato campo di pensiero cristiano nella società laica. Questo pensiero è inquieto riguardo al futuro della Chiesa. Alcuni ritengono che sia troppo istituzionale, troppo basata sulle gerarchie. Personalmente credo il contrario: che la Chiesa si sia retta proprio su questa solidità istituzionale».

Il sociologo Sabino Acquaviva diceva che la Chiesa ha perso il senso del mistero: concorda?

«L’idea del mistero si è persa, vogliamo capire e possedere tutto. Si dice che deve andare incontro, ma se per andar incontro perde tutti i suoi bagagli rischia di arrivare nuda. Tranne il Papa, nessuno parla più della dottrina cristiana».

Ma quello di Francesco non è un magistero troppo orizzontale?

«Non voglio giudicare. Forse abbiamo perso l’idea del Papa come vicario di Cristo in terra. A volte Bergoglio trasmette più la sua umanità che il suo ruolo. Ho capito che Cristo era uomo. Però diceva chiaro chi era lui. Tanto che l’hanno messo in croce».

La Verità, 1 aprile 2018

«Oggi a scuola i ragazzi sono gli ultimi»

Il suo aneddoto sulla pelle dell’orso siberiano mostrata agli alunni sbalorditi e alle loro mamme in fregola protezionista ha fatto il boom di visualizzazioni ed è arrivato su Radio Deejay e Radio 24. Franco Nembrini è un insegnante, un educatore che ne ha viste tante, preside della scuola media La Traccia di Calcinate, nella bergamasca, dov’è nato 62 anni fa a Trescore Balneario, quarto di 10 figli. È una presenza fissa di Tv2000, l’emittente della Conferenza episcopale italiana, dove, dopo le serate sulla Divina commedia e Pinocchio, ora dialoga sulla «bellezza dell’educare» con Francesca Mancini nel programma Siamo noi. Da una decina d’anni non guarda la televisione perché è sempre in giro a parlare di Dante e di educazione. A causa della restless legs syndrome, la sindrome delle gambe senza riposo, dorme un’ora per notte perché, da disteso, patisce forti dolori. È la persona giusta da interrogare sul bullismo nelle classi e non solo.

Dunque: gemellata a un liceo della Siberia, alla scuola di Calcinate arriva la pelle di un orso gigantesco. Nembrini decide di mostrarla ai ragazzini, stesa su enorme tavolone ma, mancando poco all’uscita, ci sono già le mamme davanti al cancello. I bambini sono catalizzati e il preside sta per parlare quando piomba la direttrice: le mamme non vogliono si dica che l’orso è stato ammazzato, altrimenti avvertono il Wwf e gli ambientalisti. A quel punto, Nembrini s’inventa la storia che, siccome in Siberia fa un freddo cane, l’orso è morto di polmonite. Finita la scena, convoca i professori e ordina che la mattina seguente chiedano agli alunni com’è morto l’orso. Risposta unanime, senza eccezioni: è stato ammazzato.

L’aneddoto suggerisce due domande. La prima: quanto il perbenismo è nemico di un sano rapporto con la realtà?

«Quando raccontai la prima volta la storia dell’orso siberiano volevo dire proprio questo. L’eccesso di protezione e di buonismo che vuole evitare ai ragazzi la conoscenza del dolore e della morte mina il rapporto con la realtà. In una classe una bambina chiedeva continuamente alla maestra quando il nonno sarebbe tornato dal suo viaggio. Dai e dai, la maestra convoca i genitori: non ce la siamo sentita di dirle che è morto, per non provocarle dolore. Ecco, è il modo giusto per crescere i ragazzi dentro una bolla irreale, senza malattie e sofferenze. Facendone persone fragili e incapaci di fronteggiare il sacrificio».

La seconda domanda. Le madri davanti alla scuola istruiscono gli insegnanti e i padri a bordo campo istruiscono gli allenatori: chi sono i genitori del Terzo millennio?

«È una questione di orizzonte: se non hai il mondo intero davanti, il bambino diventa, lui, il tuo mondo, e tu diventi contemporaneamente il suo maestro, il suo allenatore, il suo psicologo, il suo amico. Se un genitore sa di avere un compito nella vita, non ha tempo di stare addosso a suo figlio. Questo appiccicamento è massimo con i figli unici. Mio padre e mia madre con 10 figli non hanno mai pensato di rompere le scatole a maestri, professori, allenatori. Mia madre andava a messa tutte le mattine alle 5. Una volta tornò in lacrime perché il prete aveva parlato dell’alluvione del Polesine. Ci svegliò, ci fece dire il rosario e ci invitò a cercare nel nostro cassetto il vestito più bello da regalare ai bambini del Polesine. Pur senza essere mai uscita da Trescore Balneario, aveva davanti il mondo».

Sembra una scena da Albero degli zoccoli, del bergamasco Ermanno Olmi.

«È vero che sono circostanze diverse e non ripetibili, ma i valori fondamentali della vita di cui oggi abbiamo bisogno, lì si vedono con chiarezza».

Un tempo se un professore dava una nota sul diario a casa arrivava la seconda razione. Perché oggi i genitori sono diventati sindacalisti dei figli?

«Per il motivo di cui sopra: difendi tuo figlio da chiunque lo critichi. Se ho il mio scopo nella vita, lascio che faccia il suo sport in pace; se invece da lui dipende anche la mia felicità, non tollererò che lo tengano in panchina. La nostra generazione, che ha provato a cambiare il mondo senza riuscirci, ora riversa sui ragazzi le sue frustrazioni e i suoi istinti di rivalsa».

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