«Porto a Francoforte l’Italia ignorata finora»

«La cultura che unisce». È questo il contributo che Mauro Mazza vuole dare con il suo mandato di Commissario straordinario dell’Italia ospite d’onore della prossima Fiera di del libro di Francoforte (dal 15 al 20 ottobre), il più prestigioso appuntamento internazionale di letteratura e imprenditoria editoriale. Dopo anni, forse decenni, di proposta orientata dalla solita parte, con la nomina di Mazza, voluta nel giugno scorso dal ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, le cose cambiano. Ci si apre al confronto e a una rappresentanza più larga e articolata. È la svolta del nuovo commissario, giornalista e scrittore di lungo corso, già direttore del Tg2, di Rai 1 e di Rai sport, autore di saggi, romanzi e brevi recensioni su Instagram. Che, in questa intervista con La Verità, si pronuncia sullo stato della cultura oggi in Italia.
Definiti il titolo, «Radici nel futuro», e gli ambasciatori, Susanna Tamaro, Stefano Zecchi e Carlo Rovelli, quali sono le prossime tappe di avvicinamento a Francoforte?
«Ieri sono stato all’inaugurazione della Fiera di Varsavia che, come altri appuntamenti, per esempio quello di Tunisi qualche settimana fa, ha l’Italia ospite d’onore. Il 28 maggio presenteremo 100 autori per altrettanti appuntamenti. Un’alternanza di incontri degli scrittori con il pubblico e alcuni assolo che riserviamo a tre autori rappresentativi come Dacia Maraini, Claudio Magris e Alessandro Baricco. Il mio obiettivo è caratterizzare il programma con la pratica del confronto».
Come ci si prepara a essere monitorati dalla cultura mondiale?
«Quando, nel 2018, grazie all’accordo tra la Fiera e l’allora ministro della Cultura Dario Franceschini, si stabilì che quest’anno il nostro sarebbe stato il Paese ospite, si immaginava di rappresentare un’altra Italia».
Invece?
«Non è che portiamo in Fiera il governo Meloni, ma ci impegniamo a proporre, accanto alle culture che sarebbero comunque state presenti, altre opzioni, altre voci, altri mondi. Che, posso dirlo con certezza, se ci fosse stata l’Italia politica di ieri, non si sarebbero visti. Il nostro lavoro è aggiungere, non sottrarre».
C’è continuità o discontinuità con l’ultima volta che, 36 anni fa, il nostro Paese è stato ospite d’onore:?
«Al recente Salone del libro di Torino ci siamo confrontati sulle due epoche con Stefano Rolando, mio omologo nel 1988. Quello di allora era un altro mondo, con un’altra Italia e un’altra Germania; che, anzi, erano due. Il nostro ministro degli Esteri era Giulio Andreotti, per dire. Quest’anno torneranno Maraini e Magris che ci rappresentavano anche allora, ma per fortuna ci saranno anche scrittori che 36 anni fa non erano ancora nati. “Radici nel futuro” significa anche questo».
Un evento, un’idea su cui punti?
«Puntiamo sulla cultura che unisce. Unisce attraverso confronti, laddove la politica è condizionata da pregiudizi e dal rifiuto di un vero dialogo. La cultura unisce in Europa, laddove l’Ue è troppo condizionata da interessi nazionali che si contrappongono. La cultura unisce Europa e Russia, laddove le armi dettano legge purtroppo ben più delle comuni radici culturali che da sempre legano i due popoli».
Un’anticipazione concreta?
«Ci chiederemo se questa Europa che ha scientemente tagliato le proprie radici giudaico-cristiane abbia fatto una scelta saggia o miope e suicida. Lo faremo con l’aiuto di testimoni molto autorevoli delle culture cattolica ed ebraica».
Nomi?
«Ancora non li posso anticipare. Ma al di là dei protagonisti, ormai definiti, vorrei farti un esempio di quanto quella rinuncia si propaghi nel presente».
Prego.
«In queste settimane sto leggendo i libri finalisti al premio Strega. Finora ne ho letti nove su 12 e mi colpisce che in tutti questi romanzi non spunti mai un accenno all’anima e al divino. Un’invocazione, un grido. O una bestemmia, una denuncia della distrazione di Dio. Niente. Eppure si parla di morti, di nascite, di amori, di amicizie di ogni tipo, di natura. Ma mai ci si rivolge al trascendente, a qualcosa che superi la dimensione terrena e materiale della vita. Dio, se c’è, non c’entra; non mi riguarda. Domina l’ateismo pratico: l’uomo, la vita, e anche la letteratura, sono ridotti alla dimensione orizzontale».
Una proposta moderata italiana è mancata finora a Francoforte perché manca anche nella nostra cultura?
«Un vero pluralismo nella cultura italiana non c’è da 100 anni. Dai tempi di riviste come La Voce di Giuseppe Prezzolini che lavorava con Giovanni Papini, Antonio Gramsci, Piero Gobetti, Giovanni Amendola e tanti altri. Dopo il fascismo, la Dc ha fatto la spartizione con il Pci: a noi la politica a voi la cultura. Infine, anche Silvio Berlusconi non si è preoccupato di comprendere la cultura nella sua rivoluzione liberale. Non ha alterato i cataloghi Mondadori e Einaudi nemmeno di un titolo».
Ma ai tempi delle elezioni del 1996 ingaggiò Lucio Colletti, Saverio Vertone, Giorgio Rebuffa, Piero Melograni e Marcello Pera.
«Tutti nomi importanti e anche culturalmente lontani dal centrodestra. Però, a distanza di tempo, a eccezione del presidente Pera, mi chiedo quale traccia abbiano lasciato con quella loro esperienza oltre la conquista degli scranni parlamentari».
Il governo attuale e il ministro Sangiuliano lavorano per avvicendare l’egemonia culturale di sinistra?
«Il ministro Sangiuliano sta tentando meritoriamente di realizzare un vero pluralismo in cui nessuno si senta escluso, ma tutti abbiano lo spazio e le tribune per esprimersi».
Riequilibrio è la parola usata da Giorgia Meloni a proposito della Rai che invece è stata ribattezzata TeleMeloni. Cosa ne pensa uno che ci ha lavorato per 26 anni?
«Parlo da telespettatore che viene invitato a dire la sua in qualche talk show. Non mi è mai capitato di trovarmi in un programma in cui fossero maggioritarie posizioni di centrodestra. E parlo di tutte le reti, indifferentemente. Sia a Mediaset che in Rai può capitare di far parte di un panel in cui siano rappresentate le diverse opzioni. Mentre capita spesso in Rai, che dovrebbe essere TeleMeloni, di essere in netta minoranza. Per non parlare di La7 dove… che te lo dico a fa’».
Quindi TeleMeloni?
«Può essere che il Tg1, che è il giornale più autorevole e sempre storicamente favorevole al governo in carica, abbia un sommario ispirato a questo suo Dna. Ma ricordiamoci che una volta i direttori del Tg1 non cambiavano con le elezioni politiche, ma con i congressi democristiani, a seconda della corrente vincitrice».
Cosa pensi dell’esodo di alcuni professionisti importanti dalla Rai?
«Penso che sta nascendo un terzo polo con cui tutti gli editori televisivi dovranno misurarsi. E che questo esodo, chiamiamolo così, ha poco a che vedere con una presunta epurazione politica. Ma somiglia piuttosto a quello che accadde negli anni Ottanta quando Berlusconi a suon di miliardi strappò alla Rai i vari Mike Bongiorno, Raimondo Vianello, Raffaella Carrà e Pippo Baudo».
Solo che allora Biagio Agnes chiamò Adriano Celentano.
«E rivolto a Berlusconi disse: chillo ha da murì».
Concordi con chi pensa che finora il nuovo corso Rai non abbia prodotto volti e formati significativi?
«La stagione che finisce è stata transitoria e di rodaggio perché gli incarichi apicali saranno rinnovati nelle prossime settimane, mentre il Cda è rimasto lo stesso di prima. Per Viale Mazzini è stato un anno zero. La prossima stagione sarà quella della verità».
Se i lamenti sono stati così alti durante l’anno zero, cosa succederà nell’anno uno?
«Spero che la Rai, patrimonio nazionale, faccia scelte produttive efficaci. Al di là delle convenienze politiche è un bene pubblico che va tutelato. Sono sicuro che un uomo di cultura e di televisione come Giampaolo Rossi farà molto bene».
C’è una difficoltà a costruire una proposta culturale moderata apprezzabile dal grande pubblico? E qual è la causa di questa difficoltà?
«Per la cultura moderata non c’è mai stata l’opportunità concreta di manifestarsi. Questa è la difficoltà. Tuttavia, non va nemmeno coltivata l’illusione che, qualora ci fosse la pari opportunità, esplodano geni che finora non hanno potuto esprimersi. È una semina in profondità che darà frutti, forse, fra qualche anno. Ma se non si semina, di sicuro non li darà mai».
Se a sinistra si esagera in amichettismo, che è un modo magari antipatico di fare rete, a destra si pecca di individualismo?
«Il far parte per sé stessi è il vizio connaturato all’intellettuale di destra. Il risvolto positivo è non appartenere a consorterie, mentre quello negativo è non saper fare squadra».
Perché, parlando di case editrici, in quell’area ci sono tanti piccoli marchi, ma non c’è l’Einaudi o la Feltrinelli di destra?
«Perché dal dopoguerra la cultura è orientata a sinistra».
Si potrebbero realizzare fusioni e creare marchi più competitivi?
«Torniamo all’individualismo di cui sopra. Per pensare in grande ci vogliono grandi finanziatori e grandi idee».
Mancano più i primi o le seconde?
«Nell’ambito culturale che un tempo si definiva anticonformista tanta buona volontà è rimasta e buone idee circolano. Quanto ai finanziatori, bisogna aspettare che il quadro d’assieme si consolidi, a suon di elezioni».
È vero che la classe politica di destra pecca di vittimismo come dicono i grandi giornali?
«È una strana classe giornalistica quella che lamenta che la Meloni scelga i suoi interlocutori e disdegni le conferenze stampa. È lo stesso gruppo di giornalisti che si sperticava per il premier Mario Draghi al quale non ricordo siano state poste domande scomode. Noto, invece, che certi giornalisti si lanciano in ruoli di supplenza dei politici di opposizione che, a loro detta, non farebbero bene il loro mestiere».
È una reazione a quella che si ritiene l’usurpazione di un potere detenuto dalle solite élite?
«Proprio la Rai è l’emblema di questo meccanismo. Lo disse Giuliano Amato negli anni Novanta quando dichiarò che la sinistra italiana la concepiva come cosa sua, e perciò inattaccabile, intoccabile, intangibile. È la stessa logica che, spesso, porta a rigettare il responso elettorale di due anni fa e a reagire opponendosi a tutte le azioni figlie di quel risultato».
Mi dici un’idea guida non come commissario italiano a Francoforte, ma come Mauro Mazza?
«Mi viene in mente una frase di Pietro Nenni: “Fai quel che devi, accada quel che può”».

 

La Verità, 25 maggio 2024

«Il fascismo? Roba passata, basta chiedere abiure»

Un pensiero terzo nell’epoca della polarizzazione. Un pensiero laterale rispetto al pensiero unico, pigro e conforme. È quello che sgorga da Controstoria dell’Italia (Bompiani editore) di Giampiero Mughini, sottotitolo: Dalla morte di Mussolini all’era Berlusconi. Mughini attinge al Muggheneim (il titolo del penultimo saggio) di libri, riviste e arredi di design della casa-museo, e alla memoria di una vita vissuta senza adagiarsi in luoghi comuni. Lo scopo è «mettere una targa di carta a rammemorare quella storia (della guerra civile ndr), nonché quella successiva della Repubblica italiana, in tutte le loro complessità e ambivalenze».
Mughini, conosciamo la controinformazione, perché c’è bisogno di una controstoria d’Italia?
«Perché le nuvole di banalità che ci avvolgono vanno alla grande. Banalità che convincono i beoti di assurdità scambiate per senso comune. Invece, abbiamo bisogno di cercare verità nuove, inedite, anche aspre, se occorre. Ritrovare vicende e situazioni che ci erano passate di mente e non contentarci delle certezze in cui credevamo 20 o 30 anni fa».
Che cosa non ti piace dell’ufficialità e del conformismo odierni?
«C’è un nuovo conformismo che è più duro di quello vecchio. Mentre abbiamo bisogno di entrare nell’universo del Terzo millennio. Un’epoca diversa da quelle che abbiamo vissuto finora e che e ci impegnerà non poco per campare».
Controstoria dell’Italia lo definiresti un libro montanelliano?
«Indro mi perdoni, ma è un riferimento che accolgo con onore».
In una controstoria serve la giusta distanza anche riguardo ai fascisti, raccontati senza risparmiare critiche, ma con il rispetto che si deve all’avversario politico?
«La giusta distanza serve sempre. Il rispetto dell’avversario fa parte del mestiere di vivere. Egli non è un tipetto che fa schifo dall’inizio alla fine e da dover distruggere. La pensa diversamente da te. Ha dei meriti che tu non gli riconosci e tu hai dei meriti che lui non ti riconosce. La vita è imparare, con il senso dell’ironia».
È il rispetto che avevi nei confronti di tuo padre?
«Mio padre mi avrà detto venti frasi in tutta la sua vita e ogni volta ha lasciato il segno. Era una brava persona e questo è ciò che più conta. Quando, poco più che ventenne, dirigevo Giovane critica a Catania e non avevo i soldi per stamparla, ci mise i suoi. E quando poi ci fu da dividere l’eredità con i miei fratelli, tolse la quota che aveva anticipato».
Contesti che il fascismo non abbia prodotto una cultura.
«Basta citare il Futurismo. La cultura non è un cumulo di truppe armate contro altre truppe armate, è l’intelligenza delle sfumature».
Farne tabula rasa dipende dal complesso di superiorità di coloro che stanno seduti sempre dalla parte giusta della storia?
«Si sta dalla parte giusta della storia come se fosse sempre quella. E come se invece non cambiasse continuamente. I fascisti avevano ragione quando replicavano a coloro che sputavano per strada contro i reduci delle trincee. Mica si erano divertiti quelli che erano stati nelle trincee».
Rivisiti la figura di Alessandro Pavolini, addirittura capo del Partito fascista repubblicano e fondatore delle Brigate nere. È il paradigma di coloro «che ci credono fino in fondo»?

«Di coloro che si giocano tutto nel crederci fino in fondo. Ciò nonostante, Pavolini non era un mostro, bensì un italiano del suo tempo, un fascista convinto, protagonista di un tempo atroce. Amico fraterno di Galeazzo Ciano, dopo il tradimento del 25 luglio 1943 è colui che ne pretende la fucilazione. Chi scrive la storia per bene, Pavolini lo deve mettere in piedi. Così come chi scrive la storia per bene, dei 15 fucilati a Dongo deve dire che un regolare processo ne avrebbe condannato uno solo. L’Italia deve riconoscere che le cose sono andate così e soprattutto non avere la libidine di rinfocolare fascismo e antifascismo. Che non esistono più. Sono quattro ragazzotti per strada, ma noi sappiamo cos’è stato dei ragazzotti per strada».
Pavolini è l’emblema del fanatismo ideologico, primo nemico anche oggi?
«Certamente. Quel fanatismo che alimenta i terroristi islamici delle Torri gemelle. E di tutti quelli che non riescono a immaginare se non la distruzione degli avversari ideologici. Come accaduto anche nella stagione del terrorismo italiano».
Scrivi che il cancello di Villa Belmonte a Giulino di Mezzegra, dove Mussolini e Claretta Petacci furono uccisi da Walter Audisio, il partigiano «Valerio», è «il luogo fisico più carico di tragedia che io abbia mai tastato in vita mia».
«Su quel cancello si chiude una storia tragica. Quattro colpi di fucile contro un uomo anziano e una donna. L’Italia di quell’epoca finisce nel modo peggiore».
Altri posti tragici dove sei stato?
«A Piazzale Loreto, dove qualche giorno prima erano stati massacrati dei partigiani. E dove, per vendetta, appiccano quelli per le gambe… ivi compresa una donna. Un atto spaventoso».
Sei mai stato a vedere un campo di concentramento nazista?
«No. E ho l’impressione che non ne caverei il tutto, che non si possa attingere completamente a quell’orrore. Veramente spaventoso».
Parlando criticamente anche di te stesso e di un tuo intervento in occasione di un 25 aprile di molti anni fa usi il vocabolo «incultura» a riguardo della faciloneria con cui si argomenta di fascismo e antifascismo. Che cosa pensi della polemica per il mancato intervento a Rai 3 di Antonio Scurati?
«Lì non ci sono parole, in effetti. Era stato chiamato a fare un discorso, che per altro non aveva niente di speciale o originale, ma che non mi pare si potesse censurare. Era un discorso sacrosanto. Certo, un governo che ha quel colore lì non ama sentirselo dire in faccia. È stata una pagina micragnosa».
Sebbene sia documentato che i biglietti del treno e dell’hotel per la trasferta di Scurati fossero già stati pagati?
«Forse c’è stata una retromarcia voluta da qualcuno. Ho l’impressione che nel gruppo al potere ci sia una differenza notevole tra il capo del governo e i suoi attendenti».
Cosa pensi dell’insistenza con cui si richiedono abiure al premier?
«È semplicemente ridicolo. Quelli hanno avuto una loro storia. Giorgia Meloni ha avuto una sua giovinezza, in cui si diceva fascista. Ma è del tutto evidente che con la storia di un secolo fa non ha niente a che fare. Cosa stai a chiedere?».
Perché non avviene altrettanto quando a Palazzo Chigi si trova o si trovasse un post-comunista?
«Onestamente, ora la cosa è impossibile. Ma probabilmente avremmo la stessa tiritera».
Dici?
«
Penso di sì. La gente è abbarbicata alle cose in cui ha creduto e non fa un passetto per mutare la sua camminata».
Il tuo amore per il design e il desiderio di possederne i pezzi più succulenti e quello per i libri e le loro prime edizioni è una debolezza che fa prevalere l’avere sull’essere? Voglio dire, il capitolo sulla guerra civile riguarda l’identità della persona, quello sulla bellezza italiana sembra riguardare il possesso.
«Assolutamente no. Tra avere e essere non c’è differenza. Avere un libro e leggersi proprio quel particolare libro, in quella edizione, è un’esperienza che riguarda pienamente l’essere».
Perché quello su Silvio Berlusconi è stato il capitolo più faticoso da scrivere?
«E di gran lunga. Perché nutrivo una simpatia personale in quanto lui era di una squisitezza umana straordinaria. Tuttavia, certo, ne ha combinate tante, tantissime. Come si fa a dare un giudizio univoco su un tale personaggio. Anche in questo caso, l’odio contro di lui è stato di un’intensità pazzesca. Ora, io non sono stato berlusconiano un solo giorno della mia vita. Però non potevo non ammirare il costruttore, l’imprenditore che aveva delle squisitezze umane. Vicino a dove abitavo a Roma, c’era una famosa sezione del Partito comunista che poi cadde in disgrazia. Bene, lui volle venire a vederla, ci volle entrare, rendersi conto… L’uomo era questo».
Invece il capitolo più macerante è stato quello sugli anni di piombo?
«Direi quello degli italiani che si ammazzavano negli ultimi mesi della guerra civile. Non c’è cosa più brutta. Ci si ammazzava fra italiani. Sono cose spaventose rispetto alle quali, oggi, l’Italia, anziché ricucire, intinge la conflittualità e spasima di riproporre quelle zuffe».
È la perenne contrapposizione dell’antifascismo.
«Sì, lasciamola nel passato».
In un documentario sulla storia di Lotta continua in cui eri intervistato anche tu, Erri De Luca dice che gli Anni di piombo sono stati anche anni di rame.
«Non ho nostalgia per quel decennio, quando anche i ragazzi si ammazzavano per strada. Parlo di quei tre ammazzati dinanzi alla sezione fascista. E tutta la discussione su Acca Larenzia vien fatta sul braccio alzato e non sui morti ammazzati in quel modo».
Scrivi che avresti detto «presente» anche tu.
«Non col braccio teso, s’intende. Dinanzi a quei tre ventenni stroncati, dentro di me l’avrei detto».
C’è troppa indulgenza verso i giovani che manifestano per la Palestina?

«I giovani raramente hanno avuto ragione. In questo caso non mi pare ne abbiano molta. Il loro atteggiamento nei confronti di questa tragedia è molto modesto. Non hanno battuto ciglio per bambini e donne morte il 7 ottobre. Io invece, naturalmente figurati se non ho tenerezza per i bambini palestinesi che crollano a mucchi, il 7 ottobre non riesco a dimenticarlo».
Se ti si chiedesse di scrivere un nuovo capitolo della controstoria a cosa lo dedicheresti?
«Alle fesserie che si raccontano. La lotta politica in Italia si fa su un uomo del potere ha fatto fermare un treno perché aveva premura. Queste sarebbero le battaglie… Penso che raramente l’Italia sia giunta a un tale livello di bassezza».
Per chiudere, Giampiero, un tuo pensiero su Massimiliano Allegri.
«L’idea di 100.000 tifosi che vogliono dare lezione di calcio a uno che ha vinto e stravinto con la Juventus mi suona come una buffonata. Capisco che, dopo una vittoria meritata, alla fine di un’annata così, abbia avuto questo scatto di nervi. Sono totalmente dalla sua parte. Questo è stato il suo ultimo anno alla Juventus, ma vorrei conoscere un altro allenatore che abbia portato a casa un bottino di questa fatta tra scudetti e coppe varie».

 

La Verità, 18 maggio 2024

«Se si dimentica la famiglia la selezione sarà spietata»

Una militante della moderazione, ma pur sempre una militante. Non più giovanissima, Paola Binetti conserva l’innocenza degli ideali e, sebbene nel settembre 2022, dopo quattro legislature, non sia stata rieletta (nella sua circoscrizione la lista di Noi moderati non superò il 3%), la si trova al lavoro nell’ufficio della Camera dell’Udc: «Continuo a occuparmi dei temi che ho sempre seguito. Per me, la politica è servizio alla ricerca di soluzioni ai bisogni della gente». Neuropsichiatra, saggista, esperta in materia di bioetica, qualche giorno fa nella sala capitolare del Senato, «strapiena», è stato presentato il suo Elogio della moderazione. Nella moderna dialettica politica (Cantagalli), appena uscito.

Professoressa Binetti, come definirebbe la moderazione?
«È un atteggiamento che deriva dalla convinzione nei propri valori, dal desiderio di condividerli con gli altri e dalla ricerca dei toni che favoriscano questa condivisione al fine della realizzazione di un progetto. La politica non è solo idee, ma anche concretezza e collaborazione per raggiungere dei risultati».
L’invito alla moderazione è un auspicio, una mozione d’ordine, un programma di governo o un’utopia?
«È una conditio sine qua non se si vogliono davvero realizzare riforme solide».
Che seguito può avere questo invito in una società ad altissimo tasso ideologico come la nostra?
«Può anche cadere nel vuoto. Ma se ciò avvenisse si allargherebbe la distanza già enorme tra il Paese e la classe politica».
È una battaglia donchisciottesca?
«Diciamo che conserva il valore dell’utopia e, in una certa misura, della speranza. Credo ancora che si possano cambiare le cose».
Gran parte della comunicazione, tipo i talk show, inclina dalla parte opposta.
«Questo dimostra le responsabilità del mondo dell’informazione. Alla presentazione del libro al Senato alcuni dei relatori hanno raccontato che quando vengono invitati ai talk show sono esortati a non essere troppo buoni perché l’audience si regge sulla conflittualità».
Un altro avversario della moderazione sono i social media, il posto in cui il conflitto diventa odio.
«L’esercizio dell’odio è un sasso che rotola e diventa valanga. Si basa su un’informazione lacunosa e una cultura fatta di slogan. Bisognerebbe rileggere una volta in più ciò che si è scritto prima di postarlo».
Walter Veltroni ha scritto un pamphlet intitolato Odiare l’odio, come per stabilire una gerarchia dell’odio sano e tollerabile.
«Senza la virtù del perdono è difficile praticare la moderazione e andare per primi incontro all’altro. Guardiamo ciò che accade tra Palestina e Israele: vige un’idea di giustizia rivolta a sé stessi e che sa solo pretendere».
Chi sono i moderati in Italia?
«Non necessariamente il gruppo di Noi moderati di Maurizio Lupi. Più ci si avvicina al centro e più, teoricamente, ci si avvicina alla moderazione. Questo luogo lo individuo, storicamente, nell’Udc. È un modo di fare politica che permette di dialogare con gli altri in base alle proposte e ai valori che si presentano. Coloro che si oppongono per principio, come talvolta fanno le opposizioni, sono per definizione non moderati».
Qualche indicazione in positivo?
«In Forza Italia ci sono tanti moderati. All’interno di Fratelli d’Italia, un tempo identificati come destra-destra, anche. Nel Pd c’è una componente a disagio di fronte a certe scelte attuali. Sostanzialmente, l’Italia è un Paese moderato perché attento a temi fondamentali come il lavoro, la scuola e la salute, che tutti vogliamo migliorare».
Ma con l’introduzione del sistema maggioritario per favorire l’alternanza si penalizza la rappresentanza.
«Alla presentazione del libro, Giancarlo Giorgetti ha detto che è nel governo come ministro perché i voti li prende Salvini. A volte è l’elettore a privilegiare chi buca lo schermo, ma poi, per governare, servono persone moderate».
Il tentativo di ricreare il centro di Matteo Renzi e Carlo Calenda è una delusione dalla quale è difficile riprendersi?
«È stata una grande delusione perché è apparso chiaro che le differenze principali sono legate alla personalità di entrambi: uno stile di vita con poca moderazione e una gran voglia di affermazione personale oltre la proclamazione di alcuni principi condivisi».
Nella lotta alle diseguaglianze si è proclamata l’abolizione della povertà mentre in realtà si è penalizzato il lavoro?
«Innanzitutto, penso che in questo contesto di consumismo esasperato dobbiamo recuperare tutti una certa sobrietà. Per esempio, apprezzo la legge europea che invita a riparare i cellulari, evitando l’obsolescenza programmata e la frenesia di avere quello di ultima generazione. Poi è corretto sanare le situazioni di povertà vera, sapendo che “i poveri li avrete sempre con voi”. La povertà si può lenire, non abolire del tutto».
Un approccio ideologico ci ha illuso che fosse possibile?
«Era il tallone d’Achille del reddito di cittadinanza. Equiparando le politiche del lavoro alle misure di contrasto alla povertà ai giovani conveniva accedere al sussidio invece di andare a lavorare».
Com’è possibile che la politica per la famiglia «nucleo fondativo della nostra società» sia il terreno della collaborazione tra conservatori e progressisti se una certa cultura lavora per smembrarla?
«Ha ragione. Crescono le famiglie cosiddette mononucleari e le coppie che scelgono di non sposarsi. Ma la verità è che la vita si allunga e si allungano le stagioni in cui dipendiamo dagli altri. La composizione della popolazione è illustrata dalla piramide rovesciata, più vecchi e meno giovani. In assenza del welfare famigliare chi si prenderà cura degli anziani? Serviranno eserciti di badanti. Per fortuna è stata approvata la legge 33/2023 che prende atto di questa emergenza. La riscoperta della famiglia sarà obbligatoria, altrimenti i costi sociali ricadranno tutti sullo Stato».
Serve una politica più efficace per incrementare la natalità?
«Assolutamente. E non solo perché non nascono più bambini e si devono tramandare cultura, storia e identità. La scienza ha aggiunto anni alla vita e condizioni migliori per i malati. Disabilità e cronicità saranno le nuove povertà. Ma l’assenza della famiglia produrrà costi insostenibili per lo Stato e creerà una selezione spietata».
Può esserci dialogo se per la sinistra la teoria gender, definita «il pericolo più brutto» da Francesco, è il cardine dei diritti civili?
«Il primo dato intangibile è il rispetto della persona qualsiasi sia il suo orientamento sessuale. Le discriminazioni non vanno tollerate. Ma ciò non significa che si possano negare i valori fondativi della convivenza civile costruita negli anni. La famiglia e la vita sono alla base di tutte le società».
Ma il presidente francese Emmanuel Macron e l’Unione europea operano in direzione opposta.
«L’errore più grave è stato non inserire nella Costituzione europea il richiamo alle nostre radici elleniche e cristiane. Fu la Francia a opporsi maggiormente. Esiste una frontiera che chiamiamo valori non negoziabili. Sono pochi, ma ci sono e ci impegniamo a difenderli, senza colpevolizzare le donne che abortiscono. A loro che, per vari motivi, fanno scelte diverse, vanno tutta la nostra empatia e solidarietà. Ma non possiamo negare che quell’embrione, se lo si lascia in pace, in nove mesi diventa un bambino. Non a caso l’intestazione della legge 194 è “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”».
Quanto può favorire il dialogo per la costruzione del bene comune la continua richiesta di abiura del fascismo a esponenti del governo?
«Si abiura a un giuramento, ma la generazione che governa è tutta post-fascista e non ha mai prestato alcun giuramento».
Perché quando un post-comunista va al governo nessuno gli chiede l’abiura del comunismo?
«Perché avremmo una nuova guerra civile. Non chiedo a nessuno di abiurare un credo di un secolo fa, mi basta la sua vita, quello che è ora».
Il tratto distintivo di questa cultura è essere anti?
«Noi tentiamo di essere proattivi, cercando di capire di cosa hanno bisogno le persone accanto a noi».
Perché i diritti su cui si insiste oggi, eutanasia, suicidio assistito, aborto, sono imperniati sulla morte?
«Ci vuole coraggio a vivere perché la vita è bellissima, ma non è sempre facile. Sono felice che nel 2010 sia stata approvata la legge 38 per l’accesso alle cure palliative delle persone che soffrono fino all’ultimo momento della vita. L’accompagnamento alla vita gli uni degli altri è lo scopo di una società realmente solidale».
Crede anche lei che esista un’élite culturale che si ritiene superiore e pregiudichi il dialogo alla pari?
«Sì, c’è qualcuno che si ritiene più uguale degli altri come ne La fattoria degli animali di George Orwell. La forza che ci spinge a migliorare è il riconoscimento delle nostre fragilità».
Ha ragione Matteo Salvini quando dice che nelle opposizioni prevale la politica dei No: No-Tav, No-Tap, No-Ponte eccetera?
«Assolutamente. È un’opposizione sterile, non animata da proposte positive. Il bambino di tre anni si afferma attraverso il no. I manuali di psicologia evolutiva lo chiamano “l’alba del principio d’identità”».
Come spiega che oggi su questi temi molti vescovi anziché partire dalla dottrina sociale della Chiesa parlano del salario minimo e contrastano gli accordi con Paesi terzi per l’accoglienza ai migranti?
«È difficile anche per i vescovi distinguere tra missione spirituale e scelte personali e politiche. Oltre la dottrina sociale, la carità ci guida a perseguire e difendere ciò che conta davvero. Nell’ultimo capitolo della Dignitas infinita si suggeriscono i comportamenti relativi alle contraddizioni contemporanee, dall’immigrazione al gender, dall’utero in affitto alla violenza digitale. I cattolici, e i loro pastori in primis, dovrebbero tener conto di tutte queste situazioni, non limitarsi ad alcune».
Il centro come aggregazione politica è una chimera?
«Se lo si intende come partito, sì. Se lo si intende come luogo del confronto, può essere il punto di sintesi della democrazia. Non è l’inciucio, non è il governo di larghe intese. Vediamoci in centro a prendere un caffè. È il posto della mediazione, della ricerca e della condivisione del bene comune».

 

La Verità, 4 maggio 2024

«La Rai è un calabrone, vola nonostante il peso»

Agostino Saccà, come vede la Rai da pochi metri di distanza uno che ci ha lavorato 35 anni?
«A rigore di fisica e di logica la Rai non dovrebbe volare. Invece, è come il calabrone, un volatile che ha un’apertura alare incoerente con il suo peso. Quello che la grava, soprattutto dall’esterno, è così tanto che dovrebbe spiaccicarsi al suolo».
Invece?
«È al 39% di ascolto in prima serata, contando anche i canali digitali. Se pensa che era al 45,8% 35 anni fa, poco dopo l’inizio dell’Auditel, assistiamo a un miracolo. Non c’è solo la concorrenza di Mediaset, ma anche quella di La7 e Sky, degli americani di Warner Bros Discovery, delle reti locali e di decine di canali satellitari. Senza dimenticare le piattaforme».
Siccome nella tv pubblica Agostino Saccà è stato tutto, ne parla con autorevolezza e passione. Dalla direzione generale di Willy De Luca passando per Biagio Agnes, dai professori a Pierluigi Celli, ha attraversato metà della sua storia settantennale. Giornalista in radio e al Tg3, vicedirettore di Rai 2, capo-staff di Letizia Moratti, due volte direttore di Rai 1, direttore generale e capo della fiction. Lo incontro a due passi da Viale Mazzini, negli uffici della Pepito che ha fondato nel 2007, sorta di laboratorio di idee dove nascono film, serie tv e documentari.
Cominciamo dall’addio di Amadeus, dal sorpasso di Mediaset o dalla presunta censura di Antonio Scurati?
«Dal sorpasso di Mediaset».
Prego.
«Intanto, nei primi quattro mesi del 2024, non c’è. In primetime la Rai, digitale compreso, è al 39% e Mediaset al 36%».
In daytime?
«Nemmeno. L’ha smentito anche il direttore generale Giampaolo Rossi che io ritengo, per cultura personale, conoscenza aziendale e capacità di dialogo la scelta migliore possibile oggi per il ruolo di amministratore delegato. La Rai fa il 37,8%, Mediaset il 37,2%. Se poi togliamo il digitale, dove Mediaset è più forte, sulle generaliste il primato Rai è schiacciante: Rai 1 è al 24,3 e Canale 5 al 16. Idem sui tg: il Tg1 fa il 25,4 e il Tg5 il 19,8».
C’è una narrazione falsata?
«A metà del 2023 Mediaset ha effettivamente superato Rai e ha mantenuto la posizione fino a fine anno. Ma dall’inizio del 2024 i dati sono questi».
Narrazione falsata?
«Soprattutto pigra».
L’amministratore delegato Roberto Sergio ha detto che c’è chi vuole distruggere la Rai: lo si trova nelle file dall’opposizione e nei giornali d’area?
«Oggi la Rai ha tanti nemici e pochi difensori. Nell’opposizione c’è chi è tentato di buttare l’acqua “sporca” col bambino per timore di un’egemonia del centrodestra nella tv pubblica. Questa tentazione può saldarsi con gli interessi degli editori che trarrebbero vantaggio da un suo ridimensionamento nel mercato pubblicitario. Ma oltre a conseguirli, con la direzione della pubblicità di Gian Paolo Tagliavia, la Rai sa vendere bene i suoi risultati. Grazie alla performance pubblicitaria, che a Sanremo si è espressa al meglio, ha ridotto di 90 milioni l’indebitamento».
Amadeus poteva essere trattenuto?
«No perché doveva portare all’incasso l’enorme successo di Sanremo. Ricordiamoci che è anche un grande autore. Lo dico perché l’ho portato al grande pubblico con In bocca al lupo su Rai 1 più di vent’anni fa e ho apprezzato sia le doti del conduttore che quelle autoriali che lo aiutano a migliorare i prodotti a cui lavora. A Warner Bros Discovery fornirà i format delle trasmissioni che potrà inventare, far comprare o anche produrre. Questo in Rai non era possibile».
Nella prossima stagione i poli televisivi aumentano: essendo ìmpari quella sulle risorse, sposterebbe la sfida sulle idee?
«Le idee sono fondamentali, ma senza soldi la tv generalista non si può fare. Quando devi massimizzare gli ascolti e difenderti da offerte ricche, perdi. Il canone di abbonamento della Rai è il più basso d’Europa, quattro volte inferiore a quello tedesco, più di tre volte di quello inglese, più della metà di quello francese. È stupefacente che il calabrone continui a volare».
Bisogna aumentare la tassa più invisa agli italiani?
«Il governo dovrebbe dare all’azienda risorse coerenti con la missione di servizio pubblico. Il canone andrebbe riportato a 90 euro e andrebbe ridotta la tassa di concessione di 90 milioni che le altre tv non pagano in questa misura. Se si teme il rifiuto di una parte dei cittadini c’è un’altra via».
Sentiamo.
«La Rai dispone di uno strumento efficace per la crescita del Paese e per la concorrenza alle piattaforme. Raiplay ha riavvicinato i giovani e, con 24 milioni di account, è un dispositivo strategico per preservare i codici espressivi nazionali e il modo di raccontare dei grandi artisti dell’immaginario italiano. Bisogna avere la forza di lanciare Raiplay, dicendo che servono 20 euro di canone da destinare al prodotto. Sarebbe una piccola grande rivoluzione culturale».
In questo scenario come valuta il ruolo di La7 di Urbano Cairo?
«È una televisione con professionisti di valore e i risultati lo confermano. La mia sensazione è che, forse, la sua narrazione si dimostri leggermente datata rispetto ai grandi cambiamenti geopolitici e culturali che si sono verificati negli ultimi tempi».
Come risponderebbe alla perdita di Amadeus?
«Se Mina accettasse di fare il direttore artistico di Sanremo sarebbe un grande ritorno. È figlia della Rai, ha fatto i varietà dell’epoca d’oro, è una grande conoscitrice di musica, aggiornata su tutte le nuove tendenze. Con Carlo Conti all’Ariston, sarebbe un colpo straordinario. Su Sanremo bisogna avere coraggio e fantasia».
Lei lo avrebbe fatto fare il monologo a Scurati?
«Io gliel’avrei fatto fare, anche se confliggeva con le norme che vogliono che il sabato precedente al voto sia di silenzio. Tuttavia, mi chiedo: se è agli atti che l’azienda l’aveva consentito a titolo gratuito, perché improvvisamente spuntano i soldi e successivamente la conduttrice attacca la Rai sui social e denuncia la censura?».
La politica ha sempre influenzato la tv pubblica: la situazione è peggiorata con la riforma Renzi che ne ha spostato il controllo dal Parlamento al governo?
«Il Parlamento e il governo sono gli azionisti, è inutile fare gli ipocriti. È così in tutta Europa. In alcuni casi le intrusioni sono leggende. È soprattutto la piccola politica a provarci, governo e Presidenza del consiglio di solito si fermano alle nomine apicali. Proprio il caso Scurati lo dimostra: Giorgia Meloni ha pubblicato il monologo sul suo account di Facebook che ha più seguaci degli ascoltatori del programma».
Buoni dirigenti dovrebbero saper gestire le situazioni.
«In Rai ci sono e un dato lo conferma. Un’impresa operante in un sistema competitivo che subisse interferenze continue non si manterrebbe quasi al 40% di share. La Rai sarebbe finita come l’Alitalia che è costata 8 miliardi di aiuti allo Stato. Ricordo che quando il governo Ciampi stanziò 200 miliardi di lire per aiutarla in un momento difficile, Letizia Moratti li rifiutò: “La Rai si salva da sola”, disse. E in due anni e mezzo abbattemmo 1500 miliardi di lire d’indebitamento, figlio della guerra contro Berlusconi e della realizzazione di Saxa Rubra. Non c’è in Italia un’azienda pubblica o privata, dall’Olivetti alla Fiat, che abbia rifiutato gli aiuti dello Stato come ha fatto la Rai».
Sono limiti strutturali a condizionarla?
«Dal punto di vista della gestione economica e finanziaria la Rai è più paralizzata di un ente locale. Per stanziare 2.000 euro serve una gara d’appalto. Alle riunioni del Cda partecipa un giudice della Corte dei conti con compiti di controllo, una prassi che non c’è in un nessun’altra azienda o amministrazione pubblica. Agendo in regime di concorrenza, andrebbero applicate le norme del diritto privato. Il governo dovrebbe presentare in Parlamento un articolo di poche righe per l’interpretazione corretta della natura e dell’azione della Rai».
Tornando alle questioni editoriali, la riforma per aree di genere è stata un errore?
«Non è sbagliato rendere autonome le produzioni per generi perché la Rai vive una condizione di multimedialità. Le reti producevano per sé stesse, mentre le aree per genere declinano i contenuti su più canali e più media, online compreso».
Ma non ci sono più i direttori di rete a dare identità al palinsesto e a rispondere se qualcosa non funziona.
«Giusto. Se si cancellano i responsabili delle reti si riduce il carattere identitario dell’offerta. È il responsabile di rete a sapere quello che gli serve. L’offerta di palinsesto dovrebbe definirsi nel rapporto dialettico tra i responsabili di rete e i direttori dei generi».
Dalla passione che ci mette sembra ancora un uomo di vertice della Rai.
«Amo e conosco i meriti di un’azienda che ha inventato il digitale e ha insegnato a parlare agli italiani. Ci sono arrivato quasi cinquant’anni fa, da ragazzo di Calabria…».
Anche lei come Giovanni Minoli invierà il curriculum alla Commissione di Vigilanza per entrare in Cda e magari presiederlo?
«Ogni stagione ha i suoi incarichi. Adesso mi diverto facendo il produttore».
Pepito le ha dato una seconda giovinezza?
«In un certo senso sì, perché continuo a fare il lavoro che mi ha sempre appassionato».
Che cosa le piace del mestiere di produttore cinematografico e audiovisivo?
«La meraviglia di partire da un’idea e farla diventare immagini, scene, costumi, facce. Lo stupore di prendere una storia vera come quella di Hammamet, o non vera ma realistica come quella di Favolacce, e farne due film definiti capolavori dai critici. Hammamet in Italia ha incassato quasi 7 milioni di euro, mentre Favolacce è stato venduto in 50 paesi, America compresa, e ha vinto l’Orso d’argento a Berlino».
Si producono troppi film d’autore e pochi per il grande pubblico?
«Si producono troppi film che non arrivano al pubblico. Ma credo che questo governo, di cui aspettiamo i decreti sul tax credit e i finanziamenti, stia lavorando bene contro la dispersione delle poche risorse. Le quali vanno concentrate su opere che, per scrittura, regia, cast e referenze del produttore, meritano l’attenzione del ministro della Cultura».
A che progetti sta lavorando?
«Stiamo scrivendo una sceneggiatura su Elvira Notari, la prima grande regista e autrice italiana che a Napoli, insieme con il marito, ha inventato tecniche di ripresa, fotografiche e di colorazione delle pellicole prima del colore. Un altro progetto con Rai Cinema riguarda la morte di Cavour, una morte misteriosa e sospetta che va raccontata».

 

La Verità, 27 aprile 2024

«L’Ia peggio del Truman show. Modifica il cervello»

Fissata in agenda qualche settimana fa, l’intervista a Mauro Crippa, gran capo dell’informazione Mediaset e autore, con Giuseppe Girgenti (docente di Storia della filosofia antica all’università Vita-Salute San Raffaele di Milano), di Umano poco umano. Esercizi spirituali contro l’intelligenza artificiale (Piemme), è slittata più volte a causa di impegni e imprevisti. Nel frattempo, nel mondo della televisione, sono accaduti alcuni fatti su cui sarebbe interessante conoscere il suo pensiero. Ma, dato che i temi di questo fortunato saggio che oppone nove esercizi spirituali alle mirabilie dell’intelligenza generativa sono più stimolanti, l’addio di Amadeus alla Rai, la nascita del terzo polo tv americano e le avance di Mediaset a Bruno Vespa saranno «argomento di un’altra intervista», dice lui. Bene, dico io: la prendo come una promessa.
Filosofo e saggista, non sei solo un manager che taglia teste, strappa giornalisti ai concorrenti e dice che «voler bene è una debolezza»?
«Non condivido la premessa, ma la prendo come una provocazione. In realtà, sono molto attaccato al giornalismo e ai giornalisti. Oggi più che mai».
Siamo in pericolo?
«Il nostro futuro non è più solo materia da convegni. Oggi, se qualcosa di non umano può scrivere un articolo migliore, lo farà. Con l’intelligenza artificiale già succede. Non solo può scrivere meglio, ma anche a costi inferiori. Il gruppo editoriale tedesco Axel Springer sostituisce i giornalisti con sistemi di Ia. Negli Stati Uniti alcune emittenti radio sono completamente gestite da dj sintetici. Questi editori dicono: deleghiamo alcuni compiti all’Ia così i giornalisti si concentrano sulla parte nobile del mestiere. Sciocchezze. La raccolta dati è la parte più importante del giornalismo perché fornisce le basi della notizia. Se è un robot a raccogliere i dati, l’articolo è suo e non di chi lo mette in bella».
Questo saggio è la tua tesi di laurea integrata dal relatore?
«No, con umiltà mi sono avvicinato alla filosofia e devo molto a Giuseppe Girgenti, uno che nel classico ci vive letteralmente».
Il vostro timore non è che l’Ia conquisti tutti gli spazi dell’attività umana, ma che il nostro cervello si artificializzi.
«Con la tecnologia alcune abilità scompaiono altre sopraggiungono. Per esempio, non sappiamo più andare a cavallo. Ma, Nietzsche a parte, con un cavallo normalmente non si parla. L’Ia invece è una rivoluzione parlante. Ho capito quanto sia pericolosa la sera che mi sono ritrovato ad arrabbiarmi con Alexa».
È stata la scintilla che ti ha illuminato?
«In quel momento, Alexa non mi stava solo dando delle informazioni, ma seguiva un filo di conversazione coinvolgente che suscitava qualche emozione».
Perché la nostra artificializzazione è più grave dell’imbonimento prodotto dalla televisione?
«La televisione ha un potere di condizionamento limitato e comunque concorre a formare la pubblica opinione sulla base di un lavoro giornalistico. Con il digitale abbiamo invece un rapporto uno a uno, interattivo e immersivo. Siamo bombardati in maniera intensa, individuale e particolare. Nelle cosiddette eco chambers troviamo ciò che vorremmo trovare. L’infosfera lo sa e ci induce a seguire le nostre attitudini peggiori. Ora che si avvicinano le elezioni americane si tornerà a parlare di inquinamento della democrazia. Nell’infosfera scompare la differenza ontologica tra verità e menzogna, tra fake e non fake. Ma se io sbaglio in televisione qualcuno mi telefona e può farlo 24 ore al giorno, provate a cercare Mark Zuckerberg».
Ti iscriviamo di diritto tra gli apocalittici o si può dire che l’Ia ha fatto anche cose buone?
«Iscrivimi pure, sono in compagnia di alcuni dei fondatori dell’Ia. Certo che ha fatto anche cose buone, ma per ognuna bisogna cercare gli effetti collaterali. “There is no such thing as free lunch” (Non esiste un pranzo gratis ndr), recita un detto inglese. Salvare un solo essere umano con un’applicazione medica sarebbe già un grande traguardo. Ma accanto ai successi dell’Ia nella diagnostica e nella ricerca di nuovi farmaci, registriamo anche la tendenziale riduzione della figura del medico quasi alla stregua di un operatore informatico».
Poi c’è il controllo delle nostre azioni. Una sera parlavo di un brano di Madonna di cui non ricordavo il titolo, così ho digitato sul cellulare «Madonna» e, come prima canzone, Google ha immediatamente associato il suo nome a Frozen, il titolo che mi mancava.
«Dovremmo studiare a memoria Il capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff, un testo che ci fa capire quanto siamo sorvegliati e “apprezzati” dai padroni della rete anche riguardo ai nostri comportamenti futuri».
Le camere dell’eco dei social sono l’amara scoperta di una democrazia finta?
«L’agorà antica era una palestra di opinioni diverse e di combattimenti feroci sulle idee. I parlamenti democratici vengono da lì. Le community sono casse di risonanza totalitarie che alimentano un pregiudizio fino a farlo diventare articolo di fede».
Con algoritmi e social pilotati viviamo in un grande Truman show?
«Il Truman show è una distopia superata. Oggi le tecnologie entrano in noi, addirittura nel nostro cervello attraverso i chip creati dalla Neuralink di Elon Musk. Che si stiano perdendo i confini dell’umano lo denunciano con forza i cattolici. “L’uomo non diventi cibo per algoritmi!”, ha detto papa Francesco in occasione della Giornata mondiale delle comunicazioni sociali».
Perché «intelligenza» e «artificiale» sono un ossimoro?
«Perché stridono come un’unghia sulla lavagna. L’intelligenza umana è una dotazione viva, con una componente emotiva. L’uomo ha un’esperienza originaria, mamma e papà lo hanno nutrito ed educato, forgiando il suo essere con esperienze inimmaginabili in una macchina».
La quale non ha coscienza, cioè non sa di sapere.
«La macchina ha potenza ma, direbbe Nietzsche, non ha volontà di potenza. Se anche i suoi creatori non sanno cosa aspettarsi da lei, figuriamoci se possiamo stare tranquilli».
La nuova frontiera è l’intelligenza generativa: c’è la pretesa di sostituire l’uomo e anche il Creatore?
«Generativa significa che può autoalimentarsi e autoespandersi. Non so dire se questo arrivi a usurpare il ruolo di Dio. Quanto all’uomo, se esiste una macchina più veloce, intelligente e onnisciente di noi, siamo destinati a delegarle simboli e forme di linguaggio, cioè la parte più alta e peculiare delle nostre abilità. Una volta che questo processo si compie rivelandosi efficace, è difficile tornare indietro».
Possiamo esemplificare?
«Se per selezionare del personale in una rosa di mille candidati un algoritmo la screma fino a 30, perché dovrei tornare ai colloqui di tutti gli iscritti? L’Ia è comoda ed economica, ma così le conferisco il potere di selezionare gli esseri umani. Nei sistemi militari avanzati la si usa per stanare il nemico, ma non mi pare che stiano diminuendo le vittime tra i civili».
Tra le cose buone ci sono i progressi in campo medico, perché bisogna fare attenzione?
«La circolazione dei dati in rete si scontra con i diritti alla riservatezza. Se con la medicina predittiva si sa che fra un paio d’anni avrò una malattia potenzialmente letale o invalidante, chi mi darà un lavoro o mi concederà un mutuo per la casa?».
È casuale che i regimi nazista e stalinista avessero medici tra i loro capi?

«Nella storia mondiale la gestione della salute ha spesso avuto elementi totalitari. I grandi sistemi sanitari sono stati inventati dal nazismo, dal fascismo e dai regimi comunisti. Non è un caso che la più feroce dittatura francese derivata dalla rivoluzione del 1789 agisse tramite il Comitato di salute pubblica».
È giusto essere vigili anche rispetto ai piani globali dell’Oms?
«Mi aspettavo questa domanda. Le preoccupazioni di intellettuali e filosofi come Massimo Cacciari possono essere criminalizzate, tuttavia è vero che nelle vaccinazioni di massa si avverte una concezione totalitaria della salute. Se, paradossalmente, ci fosse chi vuole ammalarsi, cosa facciamo, lo mandiamo al confino?».
Si torna alla sorveglianza e al controllo di azioni e intenzioni?
«La domanda è: quale società immaginiamo? Se dobbiamo essere tutti belli, sani e in perfetta forma è utile ricordare che l’intelligenza umana non porta a questo. Ma porta alla vita, che è anche disordine, malattia e, infine, morte».
Perché alla pornografia della rete che rende il sesso sempre più virtuale opponete la lezione di Ulisse?
«Le sirene sono come gli algoritmi che assecondano e amplificano le tendenze già presenti nel fruitore. È una seduzione fatta di assecondamento e amplificazione di ciò che l’utente vuole. È un meccanismo tossicomanico. Ci innamoreremo di intelligenze aliene, e siccome gli algoritmi sanno cosa vogliamo non ce ne libereremo più».
Pensando alla diffusione della ludopatia, proponete la proibizione anche di piattaforme di gaming, videogiochi e social?
«Sono di fresca pubblicazione i dati sull’esplosione della ludopatia tra i giovanissimi generata da attività online. Un media come la televisione è giustamente sottoposto a una griglia di controlli, regole e divieti. Perché non può essere regolamentato anche l’uso della rete, un mezzo infinitamente più aggressivo e selvaggio?».
Mentre insegnanti e padri perdono autorevolezza, l’Ia sale in cattedra con tutorial e nuove professioni?
«L’autorità si basa sulla gestione della conoscenza e sull’utilizzo di mezzi coercitivi per fare rispettare le regole. Oggi i ragazzi sono educati dagli influencer, i loro maestri virtuali. La percezione dei giovani è quella di un mondo orizzontale, senza regole e senza qualcuno in carne e ossa da seguire. Le grandi esperienze pedagogiche del Novecento, oggi in buona parte rimosse, gravitavano attorno a grandi maestri, sacerdoti e non, che stavano personalmente con i loro allievi».
L’ultimo esercizio spirituale è prepararsi alla morte?
«Sulla morte e il superamento dell’estremo stop l’Ia dispiega tutta la sua forza. È stato possibile creare una canzone dei Beatles da poche note gracchianti, farne un successo planetario e mostrare i Fab Four suonare ancora insieme, a mio avviso con un effetto grottesco».
Ora con i defunti si parla.
«E non con monosillabi, ma si conversa e si dialoga. Tecnicamente, si realizzano campionature vocali ricombinate dall’Ia con livelli di definizione via via crescente».
E questo non è un grande Truman show?
«È peggio, è il post-umano. Infatti, noi siamo umani in quanto moriamo. Se non moriamo più, non siamo più umani».

 

La Verità, 20 aprile 2024

«Doris? Un cattolico con la speranza che manca al Pd»

Ennio Doris, un outsider sottovalutato. Forse anche a causa del suo temperamento tutt’altro che megalomane. A fargli giustizia arriva ora nei cinema un biopic incentrato sulla clamorosa restituzione nel 2008 di 120 milioni di euro a 11.000 risparmiatori che avevano investito nella Lehman Brothers. Tratto dall’autobiografia C’è anche domani (Sperling & Kupfer, 2014), prodotto da Movie Magic International, distribuito da Medusa, diretto da Giacomo Campiotti, interpretato da Massimo Ghini e Lucrezia Lante della Rovere, il film sarà nelle sale come evento speciale il 15, 16 e 17 aprile, prima di andare in onda in autunno sulle reti Mediaset.
Massimo Ghini, conosceva Ennio Doris prima di interpretarlo?
Ne conoscevo l’immagine pubblica, diffusa dallo spot della «banca costruita intorno a te» mentre lui traccia un cerchio per terra. Mi ha stupito che mi abbiano chiesto di essere lui: è stato come intraprendere un viaggio nella vita di un uomo particolare. Alla convention con 20.000 persone organizzata da Mediolanum a Torino ho letto un brano di una lettera nella quale sosteneva che chi lavora nella finanza, oltre a occuparsi di soldi, ha una responsabilità verso gli altri.
Cosa le è piaciuto di quest’uomo?
Il fatto che, pur essendo tra i più ricchi d’Italia, sia rimasto un uomo semplice, con uno spirito cattolico e un senso della famiglia molto forti. Conosco diverse persone molto facoltose e posso dire che un comportamento così non è nelle loro consuetudini. Sempre a quella convention ho detto che la parola chiave del mio confronto con Doris è «sorpresa». Come si fa a non essere sorpresi da un uomo che il sabato sera aveva l’abitudine di tornare in elicottero al suo paese d’origine per giocare a carte con gli amici?
Per impersonarlo non ha potuto far leva sulla somiglianza.
Era un omone alto e mi hanno sconsigliato di ricorrere alla cadenza veneta, così mi sono immedesimato nel suo temperamento. Alla fine, il complimento più bello è stato quello della moglie Lina: Massimo, mi hai emozionato perché hai saputo riproporre l’atteggiamento e la grinta che aveva Ennio quando faceva le cose.
Come definirebbe Ennio Doris?
Un uomo non ipocrita e generoso. Non ipocrita perché non fingeva di essere buono, ma era dotato di una generosità innata. Correggeva chi lo chiamava «dottore» perché era ragioniere. Ricordava di essere cresciuto in mezzo alle vacche e che suo padre era mediatore nei mercati agricoli.
Un visionario con i piedi per terra?
A differenza del grande amico Berlusconi, ha sviluppato il suo talento nella finanza portandosi dietro la cultura dalla quale proveniva.
Ha cambiato il modo di gestire le banche stando dalla parte dei risparmiatori?
Questo è un fatto bellissimo. Oggi la finanza è raccontata in modo negativo, non ci sono molti a spendersi per aiutare chi è in difficoltà. Non stiamo parlando di Padre Pio, ma di un uomo che, ricordandosi delle sue radici, ha fatto funzionare la banca e, contemporaneamente, tutelato i risparmiatori.
Era il banchiere di Silvio Berlusconi, non un bel biglietto da visita per un uomo di sinistra come lei.
All’inizio anch’io lo pensavo. Ora posso dire, e me ne assumo la responsabilità, che Berlusconi ha imparato da Doris. Quell’uomo gli insegnava a fare i soldi. Non a caso, tutto ciò che Berlusconi ha toccato è diventato suo, mentre la banca di Doris è rimasta di Doris. Berlusconi si è dimostrato intelligente rispettandone la genialità e lasciandolo lavorare.
Cosa pensa del fatto che quando ci fu il crollo di Lehman Brothers rimborsò di tasca propria i risparmiatori che avevano investito in quei titoli?
Non voglio fare paragoni con altre grandi famiglie, gli Agnelli tanto per dire. Questa vicenda mi ha lasciato a bocca aperta e penso che anche il pubblico rimarrà stupito quando la scoprirà dal film. Il figlio Massimo mi ha detto che è già nota, ma io credo non abbastanza. 11.400 investitori e le loro famiglie salvati da questa decisione. Dove si trova un uomo che dice «pago io»? Alla fine, Berlusconi gli è andato dietro, ma all’inizio, sia l’Abi (Associazione bancaria italiana ndr) che lui dicevano che era un pazzo. Ma Doris era deciso: ho i soldi e lo faccio anche da solo.
Il primo caso di restituzione spontanea di denaro ai risparmiatori fu un’azione di sinistra?
No, io ci vedo un’anima cattolica. Il fatto che ci siano uomini che devono essere salvati non ha bisogno di catalogazioni di destra o sinistra. Doris aveva questa formazione veneta, fortemente cattolica, e l’ha tirata fuori. Lo dico con piacere.
Che cosa le ispira il titolo del film tratto dall’autobiografia C’è anche domani?
D’istinto può ricordare il film di Paola Cortellesi, perciò il nostro s’intitola Ennio Doris – C’è anche domani.
Il libro di Doris è del 2014.
Infatti. È un titolo che dice che non serve indugiare sulle cose andate male, c’è sempre la possibilità di rimettersi in careggiata. Non è un pensiero di natura finanziaria, ma un’idea positiva di futuro.
Un’idea di speranza?
I nostri genitori hanno fatto le guerre, noi viviamo un momento di confusione che non aiuta a preparare il futuro dei nostri figli. Dobbiamo insegnare loro che il futuro si costruisce giorno per giorno.
La sinistra sa infondere questa speranza?
In questo momento no, non riesce a darla. Dobbiamo costruire un progetto comprensibile alle masse e alle persone comuni. Le continue divisioni interne sono una delle maggiori imbecillità del secolo.
Pur essendo di sinistra lei ha fatto cinema e televisione popolare. Cosa pensa del fatto che il cinema d’autore, finanziato dai fondi ministeriali, ha trovato raramente il favore del pubblico?
Se ho qualcosa di cui vantarmi è di aver fatto sia cinema popolare che impegnato. Il nostro mestiere serve a raccontare con professionalità storie che possono essere comiche o drammatiche. L’idea che dovremmo privilegiare i film d’autore perché siamo di sinistra mi sembra una stupidaggine. Ho recitato per registi internazionali e mi sono sempre rifiutato di pensare come alcuni colleghi, che se un film non sfonda è perché non è stato capito. Forse sei tu che non ti sei fatto capire.
Un pregio e un difetto del cinema italiano?
Il difetto è dividere sulla lavagnetta i buoni e i cattivi, i bravi e i non bravi. Ricordo che quando entrai negli uffici della Titanus, la prima casa di produzione italiana, c’erano le locandine dei musicarelli, dei film di Totò, di Luchino Visconti e Michelangelo Antonioni. Non a caso ora il governo sta introducendo nuovi criteri di sostegno al cinema.
Il cinema italiano è romanocentrico?
È un’accusa esilarante. È come se dicessimo che il cinema americano è «losangelescentrico». I film di Paolo Sorrentino sono napoletani. Matteo Garrone ha raccontato i migranti africani, Mediterraneo ha vinto l’Oscar con una storia di guerra, Roberto Benigni è toscano.
C’è amichettismo anche nel cinema, il solito giro di attori e di registi?
Questa è una critica che serve ai giornali. Il cinema è nato a Roma, ma i registi e gli sceneggiatori sono romagnoli, milanesi, siciliani. Poi, siccome di soldi non ce ne sono e i produttori cercano di risparmiare, i film si fanno prevalentemente a Roma.
Quando vediamo i cast di Pupi Avati ci stupiamo perché recupera attori fuori dal giro?
Vogliamo dire, con tutto il bene che gli voglio, che Avati è «bolognesecentrico»? In America ci sono due poli produttivi, New York e Los Angeles, fine. Il criterio è uno solo: un film è bello o brutto, è interessante o no. Queste polemiche sono nate dalle film commission e dalla relativa distribuzione dei fondi. La prima film commission la proposi nel 1995 a Francesco Rutelli quand’ero consigliere comunale a Roma. Adesso ogni regione ha la sua film commission.
Prima consigliere comunale, ora membro della segreteria Pd del Lazio: mai pensato di impegnarsi seriamente in politica?
Me l’hanno chiesto, ma ho cercato di non rovinarmi la vita. Vivo il mio impegno come un volontariato perché mio padre è stato partigiano, combattente e internato a Mauthausen. Così, ho pensato di dare una mano anch’io.
Da romano come giudica l’amministrazione del sindaco Roberto Gualtieri?
Diciamo che potrebbe essere migliore.
Se dovesse dare un consiglio affettuoso a Elly Schlein cosa le direbbe?
Che abbiamo bisogno di persone che parlino al cuore della gente. Allora lei dovrebbe preoccuparsi meno del giudizio del salotto di Capalbio e di più di ciò che pensa chi vive nelle periferie.

 

Panorama, 10 aprile 2024

«In Zamora racconto come si vince la timidezza»

Una storia sana, sorridente e di superamento del limite. Una storia ambientata nella Milano prima di quel Sessantotto che ingrigì lo slancio del boom e del beat, la leggerezza della lambretta e della minigonna, la positività di Il mondo di Jimmy Fontana. C’è tutto questo in Zamora (dal nome di un leggendario portiere spagnolo ndr), film tratto dal romanzo di Roberto Perrone, giornalista e scrittore morto prematuramente poco più di un anno fa al quale è affettuosamente dedicato. Prodotto da Pepito, diretto dall’eclettico Neri Marcorè qui all’esordio da regista, con un cast indovinato, è uno di quei film che ha nel passaparola la migliore promozione.
Marcorè, finora nei suoi profili si leggeva «attore e imitatore», bisogna aggiornarli con una terza voce?
«Direi di sì, il debutto alla regia è un dato di fatto».
È stata la storia che ha trovato lei o il contrario?

«È stata la storia che, attraverso vari passaggi, mi ha indotto al debutto. Pensavo fosse adatta al mio modo di raccontare, peraltro tutto da sperimentare».
Aveva già deciso di dedicarsi alla regia?
«Da alcuni anni, ma l’idea si è concretizzata quando ho proposto il romanzo di Roberto Perrone al produttore Agostino Saccà».
Paola Cortellesi, Claudio Bisio, Claudia Gerini e ora lei, tanti attori e attrici che passano dietro la camera da presa sono una coincidenza?
«Credo sia un legittimo prolungamento dell’esperienza acquisita da interpreti. A un certo punto viene la curiosità di misurarsi con la direzione di altri colleghi e colleghe, di gestire una macchina complessa e affascinante come quella del set».
È la voglia di provare un’esperienza diversa, la ricerca di una nuova carriera, un senso di maggior sicurezza nell’auto-dirigersi?
«Innanzitutto, è un desiderio fine a sé stesso. Poi il futuro dipende dal presente. E considerato che per me è stata un’esperienza anche umanamente molto positiva vorrò ripeterla. Mi invogliano a farlo il gradimento che riscontro alle proiezioni e la gente che mi chiama per dirmi che apprezza tantissimo il film. Dopo questo risultato l’idea di farne un altro è naturale. Anche se non mi pongo tempi e scadenze».
Conosceva i libri di Perrone o lui personalmente?
«Ho conosciuto prima Zamora, che ho letto vent’anni fa. Poi ho conosciuto lui e siamo diventati amici. Infine, ho letto tutto di lui, mi piaceva molto come scriveva».
Che rapporto avevate?
«Parlavamo di libri, di cucina, di sport… Quando ci siamo ci siamo incontrati, anche se non ci vedevamo spessissimo, abbiamo cominciato a chiacchierare e a condividere le cose della vita».
Gli sarebbe piaciuto il suo adattamento? E alla moglie è piaciuto?
«Perrone aveva letto la sceneggiatura e si era commosso, perciò avrebbe apprezzato il film che ne è diretta conseguenza. La moglie e i figli l’hanno visto a un’anteprima a Milano ed erano molto contenti».
A lei che cosa è piaciuto di Zamora?
«Parla dell’inadeguatezza che attanaglia la vita del protagonista. E siccome, in qualche momento capita di sentirsi inadeguati, è una storia che in qualche modo ci riguarda tutti».
Chi è Walter Vismara?
«Un giovane uomo che proprio a causa di questa inadeguatezza preferisce non gettarsi nella mischia. Ma è la vita stessa che lo chiama a buttarsi. Capita a tutti di imbatterci in situazioni che non avevamo previsto e alle quali dobbiamo adeguarci attraverso scelte e comportamenti che non immaginavamo».
È l’antesignano dei nerd di oggi, uno sfigato che si riscatta, uno che capisce che non vuole avere rimpianti?
«Non è affatto uno sfigato, perché ha la sua zona di conforto dalla quale non vorrebbe uscire per evitare sorprese. È un calcolatore, come il suo mestiere induce a pensare».
Il calcolatore da contabile che si porta sottobraccio gli dà sicurezza?
«È un simbolo di questo suo atteggiamento».
Con la timidezza come la mettiamo?
«Fa parte del suo carattere. È sia causa che effetto dell’inadeguatezza che non lo aiuta nelle relazioni sociali».
Lei è timido, Marcorè?
«
Lo sono stato molto, da ragazzo. C’è molto di me adolescente in quel personaggio».
Avrebbe potuto interpretarlo lei?
«Se fosse stato un progetto di vent’anni fa, sì. A distanza di tempo ho preferito ritagliarmi un altro ruolo e dedicarmi alla regia».
Neri è un nome originale o un diminutivo?
«È così all’anagrafe. Era il nome di un amico di mio padre quand’era piccolo».
Le imitazioni aiutano a superare la timidezza?

«Sì, soprattutto nei primi anni di gioventù sono state un aiuto. L’importante è non restarci troppo dentro».
Come si arriva da Porto Sant’Elpidio, un paese di 25.000 abitanti delle Marche, a dirigere un film di successo?
«Un passo alla volta, dandosi il tempo di crescere e cercando sempre nuovi obiettivi, facendosi guidare dalla curiosità e senza troppi timori di sbagliare».
Che è anche un tratto del carattere delle persone timide?
«Potrebbe esserlo. Ma anche le persone timide sanno essere molto determinate. Anzi, a volte quelle che sembrano molto sicure fanno sempre la stessa cosa, proprio per paura di sbagliare».
Ha avuto dei maestri?
«Nelle diverse forme espressive se ne trovano tanti. A volte anche di cattivi, utili a capire dove non andare. Parlando di cinema un maestro è stato sicuramente Pupi Avati».
Ha recitato in tre suoi film e in uno di Walter Veltroni con il quale ha collaborato all’inizio del Pd: in questa regia c’è più Avati o più Veltroni?
«C’è Neri Marcorè. Non mi sono ispirato a nessuno, ho cercato di trovare il mio linguaggio, la mia sensibilità, il mio gusto per le cose. Imparo da tutti, senza voler emulare nessuno».
È un film che rischia la nostalgia, i promettenti anni Sessanta?
«Non direi. Si racconta una storia ambientata in quegli anni che possono generare nostalgia in chi li ha vissuti, ma non punta sulla nostalgia».
Nel cast c’è la ricerca dei caratteri: com’è arrivato ad Alberto Paradossi?
«Con un provino nel quale mi ha conquistato».
Cavazzoni, il suo personaggio, è ispirato a Ricky Albertosi anche se una delle sue imitazioni più riuscite era quella di Dino Zoff?
«È ispirato a quei campioni del passato che avevano un certo spessore umano. Se dovessi citare un riferimento farei il nome di Enzo Bearzot, espressione di un modo di essere sportivi al Nord, quando ancora non c’era il divismo».
Anche Cavazzoni ha bisogno di una seconda chance?
«L’amicizia con Vismara è una possibilità per ritrovare dignità e risalire la china».
Tutto raccontato anche con la musica di Umberto Bindi e Jimmy Fontana.
«La musica degli anni Sessanta ha fatto sognare, commuovere, innamorare, gioire. Credo che la colonna sonora integrata da Pacifico sia molto evocativa».
Avendo imitato a lungo Zoff, di portieri se ne intende?
«È una coincidenza. Più che altro trovo interessante il ruolo di una figura isolata in uno sport di squadra».
A differenza degli altri giocatori non ha possibilità di recupero?
«È il ruolo di maggior responsabilità della squadra. Non a caso ci si chiede se portieri si nasce o si diventa».
Vismara decide di diventarlo quando trova uno che gli dà fiducia e lo stima più di sé stesso?
«C’è bisogno di trovare o dentro di sé o nell’affetto degli altri qualcuno che ti induca a prendere in mano la tua vita senza restarne fuori».
Come mai ha scelto una storia senza risvolti ideologici per debuttare?
«Mi attraeva raccontare questo personaggio nel quale rivedevo me stesso adolescente. E anche il passaggio dalla provincia alla città come quello che ho vissuto con il mio lavoro».
Qui al centro c’è il calcio, ma lei ama il tennis e lo pratica?
«Sì».
Jannik Sinner le piace più come tennista o come persona?
«Tutti e due. Perché devo scegliere? Le due cose si integrano. È un bravo tennista perché ha una forte mentalità. È forte di testa e anche sul campo».
Che cosa dice all’Italia di oggi un campione così?
«Che si possono raggiungere risultati eccellenti attraverso l’umiltà e l’ambizione, due doti non in contraddizione».
E che cosa dice l’Italia vintage di Zamora a quella di questi anni Venti?
«Due cose. La prima, che essere brave persone porta a essere gratificati nella vita. E la seconda, che non bisogna avere fretta, ma lasciare che siano i tempi commisurati alla nostra natura a guidare le svolte».
È un film che sfiora la carineria?
«Credo ci siano tutti gli ingredienti, personaggi meno gradevoli e altri impacciati che possono risultare teneri. È un racconto che propone uno spaccato di persone nel quale ci si può ritrovare. Non mi pare prevalga la descrizione di un quadro rosa. È una commedia che fa anche molto ridere. La gente esce dal cinema col sorriso».
Il cavalier Tosetto, imprenditore brianzolo e patron della squadra di calcio aziendale è un antesignano di Silvio Berlusconi?
«Bisognerebbe chiederlo a Perrone. Personalmente non mi sono ispirato a lui né nella scrittura né nella direzione sul set. Possono esserci somiglianze anche con altri imprenditori entrati nel mondo del calcio».
Come mai il film non è in programmazione proprio a Porto Sant’Elpidio?
«Questo andrebbe chiesto all’esercente del cinema. Comunque, è proiettato nelle sale del comune confinante».
L’industria cinematografica italiana si sta davvero fermando?
«Non lo so, purtroppo. In un momento in cui ci si aspetta il successo da un certo tipo di film poi si ha la sorpresa di trovare altre opere vincenti al botteghino. In questi ultimi mesi vedo che c’è meno lavoro. Non so da cosa dipenda, ma è un dato di fatto».
Fa bene il ministro Gennaro Sangiuliano a rivedere i criteri dei finanziamenti al cinema che spesso negli ultimi anni hanno sostenuto opere che in sala non trovavano il pubblico?
«Da una parte penso che l’ideologia politica non dovrebbe influenzare la creatività artistica. Dall’altra che sicuramente serve un criterio più attento nel selezionare le opere che meritano di essere sostenute. Ma azzerare le agevolazioni non credo sia una mossa vincente perché il cinema è un’industria. E, se ci si crede, genera guadagni economici oltre che culturali».

 

La Verità, 13 aprile 2024

«In università posizioni totalitarie e anti ebraiche»

Rispetto della realtà in tutti i suoi fattori. È la dote principale in cui ci si imbatte dialogando con Luciano Violante, ex magistrato, già presidente della Camera e attualmente a capo della Fondazione Leonardo – Civiltà delle macchine. Confrontarsi con lui sui fatti che agitano le università italiane, cominciando da quella di Torino, la città dove risiede quando non è a Roma, vuol dire avvicinarsi alla dimensione dell’oggettività.
Vorrei cominciare dalla fotografia della riunione del Senato accademico di Torino. Mentre i docenti sono concentrati sui loro dispositivi, alle loro spalle studenti con bandiere palestinesi e striscioni chiedono lo stop all’apartheid e di sospendere gli accordi con le università israeliane. Qual è il suo commento?
«È un commento negativo. Da quella foto emerge una sorta di dimissione del Senato accademico dalle sue proprie funzioni. Un abbandono delle proprie responsabilità che suscita imbarazzo e fa male all’università».
Secondo lei il ricorso a parole come genocidio e apartheid nelle manifestazioni studentesche è frutto di superficialità o di eccesso di ideologia?
«Mi permetta un passo indietro. Le ragazze e i ragazzi protagonisti di queste contestazioni sono appena usciti dell’adolescenza e hanno bisogno di impegno ideale, di mobilitarsi per un’idea; ma hanno scelto un’idea e un impegno sbagliati».
Che cosa intende?
«Tutte le giovani generazioni hanno, ed è bene lo abbiano, un obiettivo ideale che ordina il loro impegno civile. Può essere l’ambiente, la pace, il miglior funzionamento dell’insegnamento scolastico. I giovani che vediamo in questi mesi però hanno sbagliato sia nel merito che nel metodo. Nel merito, perché quelli che contestavano erano accordi che riguardavano le università, non il governo Netanyahu. Nel metodo, perché da un approccio filo palestinese sono scivolati all’intolleranza anti ebraica. Il popolo israeliano non è il governo israeliano».
Al termine della riunione, il Senato accademico ha votato, dice in autonomia, la mozione che interrompe le collaborazioni proposte dal ministero degli Esteri.
«Se l’avessero fatto in autonomia l’avrebbero deciso prima. Le istituzioni, il Senato accademico è un’istituzione, non devono mai agire condizionate dalla pressione aggressiva di un avversario. Soprattutto se si è professori universitari e si devono trasmettere dei valori civili».
Dall’osservatorio di presidente della Fondazione Leonardo condivide la volontà dei docenti della Normale di Pisa di selezionare le ricerche cosiddette dual use, interrompendo quelle a fine bellico?
«Ci sono tre questioni distinte. Innanzitutto, la dual use può essere o accidentale o programmata. Accidentale è l’automobile costruita per trasporto di persone e cose, usata invece come autobomba. Programmata è la fabbricazione di un elicottero che, può salvare vite in mare, e con alcuni accorgimenti  può invece compiere azioni di guerra. La seconda questione riguarda le ricerche oggetto dell’accordo che riguardavano l’agricoltura di precisione, l’utilizzo e il governo delle acque, l’elettronica quantistica; nessuna fornitura diretta o indiretta di armi».
E la terza questione?
«L’ho già accennata. L’azione dei ragazzi che voleva essere filo palestinese, in realtà è scivolata nell’anti ebraismo. “Fuori Israele dall’università” lo dicevano i fascisti delle leggi razziali. Premesso questo, credo che l’università dovrebbe indicare obiettivi accettabili, seri e raggiungibili per fare progredire il Paese nel quale opera piuttosto che limitarsi a rispondere sì o no a degli appelli».
Nelle prese di posizione di alcuni atenei, da Torino a Pisa, dalla Bicocca di Milano alla Sapienza di Roma, vede un corpo docente cedevole nei confronti degli studenti o troppo partigiano nell’interpretazione della crisi mediorientale?
«Vedo atteggiamenti diversi. Giovanna Iannantuoni, rettrice della Bicocca, e Antonella Polimeni, rettrice della Sapienza, hanno adottato comportamenti di grande rigore».
A Torino, all’inizio, l’unica a opporsi al boicottaggio è stata la preside di Matematica.
«La professoressa Susanna Terracini».
Invece Francesco Ramella, preside di Scienze politiche, ha respinto l’accusa di arrendevolezza agli studenti precisando che il confronto con loro è utile, dimenticando però di dire qual è stato l’esito di quel confronto.
«Perché non c’è stato confronto, ma un’imposizione».
Sul Corriere della Sera Angelo Panebianco
, che in passato ha subito forti contestazioni da parte di gruppi studenteschi, ha messo in guardia dal pericolo che le nostre università siano guidate da dei Don Abbondio.
«La maggior parte delle università si è comportata seriamente. Coloro che hanno temuto di scontentare gli studenti hanno tradito il proprio ruolo professionale. Angelo Panebianco è uno studioso di particolare autorevolezza».
Altri sottolineano che già a fine ottobre un appello che parlava di genocidio del popolo palestinese ha raccolto 4000 firme di docenti.
«Purtroppo non è un abuso anche se non è ancora una verità. Un cospicuo numero di giuristi inglesi sostiene pubblicamente in questi giorni che si tratti di genocidio. Anche il Tribunale internazionale dell’Aia sta riflettendo sul caso. È un abbattimento di massa di persone, case, scuole, ospedali. Con errori gravi che hanno colpito innocenti e migliaia di bambini. La situazione è insostenibile. Anche il ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant, ha chiesto nuove elezioni e il presidente americano, Joe Biden, ha chiesto di ripristinare gli aiuti umanitari a Gaza».
Boicottando le collaborazioni con le università si penalizza il governo Netanyahu o si danneggiano gli israeliani?
«Si danneggiano le università, quindi i cittadini. Si danneggiano gli israeliani coetanei dei manifestanti italiani».
Come considerare il fatto che nelle nostre università ci sono dipartimenti e studiosi che collaborano con colleghi della Cina, della Russia, della Corea del Nord e dell’Iran?
«Se dovessimo adottare il criterio della mozione approvata a Torino dovremmo interrompere le collaborazioni con un terzo del mondo».
Questi spazi di confronto in nome dell’indipendenza della scienza possono favorire forme di diplomazia anche in altri campi?
«Assolutamente sì. Parlare con l’avversario è indispensabile per  il progresso civile. Non farlo o impedire di farlo è una forma di primitivismo politico. Come quella che abbiamo visto quando furono vietate le lezioni di Paolo Nori su Fëdor Dostoevskij alla Bicocca di Milano».
La causa del clima attuale è l’antisemitismo, l’orientamento filopalestinese della sinistra radicale o la contestazione della politica estera del governo?
«Soprattutto c’è la distruzione di una parte del popolo palestinese, contestata persino da Biden. Allo stesso modo, un fatto che stupisce è che dopo il 7 ottobre non si sono tenute manifestazioni significative a favore di Israele. Le donne sono state rapite, violentate, fatte oggetto di una serie di abusi inaccettabili. Com’è avvenuto anche per i prigionieri. Ci si aspettava una reazione che non c’è stata».
Alla Giornata della donna indetta da Non una di meno, l’una di meno, letteralmente, è stata una donna respinta perché voleva che il corteo ricordasse anche le donne uccise e violentate dai terroristi di Hamas?
«Non conosco l’episodio specifico, ma se è avvenuto è la riprova che si parte dall’essere filo palestinesi e si arriva a essere anti ebraici».
Come definirebbe l’impedimento a parlare nelle università ai giornalisti David Parenzo di La7 e Maurizio Molinari, direttore di Repubblica?
«Sono fatti inaccettabili, che fanno parte di scenari che non vorremmo mai più vedere. Impedire a una persona di parlare, in primis a un avversario politico, è uno degli aspetti caratteristici del totalitarismo».
È curioso che questo divieto sia imposto da gruppi come Cambiare rotta che si professano paladini della democrazia?
«Queste posizioni sono, inconsapevolmente spero,  totalitarie. Personalmente, pur pensandola diversamente da lui, in questo guazzabuglio ho apprezzato l’iniziativa del professor Tomaso Montanari, rettore dell’università per stranieri di Siena, che ha deciso di chiudere i corsi sia per il giorno di fine Ramadan quanto, in memoria delle vittime del 7 ottobre, per lo Yom Kippur».
In tema di circolazione delle idee c’è affinità, come qualcuno osserva, fra l’intolleranza attuale e il clima del Sessantotto?
«Non vedo questo parallelismo. Certe forme di intolleranza possono ricordarlo, ma il Sessantotto contestava le strutture delle società e dei poteri pubblici all’interno di una teoria politica. generale, mentre la protesta attuale è più limitata».
O c’è affinità con il clima degli Anni di piombo? Allora si parlava di pochi cattivi maestri, oggi appelli per interrompere le collaborazioni con le università israeliane vengono sottoscritti da migliaia di docenti.
«Gli Anni di piombo hanno visto i morti per strada, più di 500.  Con tutto il rispetto, credo che quei docenti sbagliano perché non penalizzano il governo Netanyahu, ma le università israeliane e gli studenti israeliani».
Questo clima è un prodotto interno dei nostri atenei o lo importiamo dall’estero?
«Si sta manifestando anche nei college e nelle università americane. Ma torno al punto di partenza: questa generazione appena post adolescenziale ha bisogno di obiettivi sani. E siamo noi adulti a doverli suggerire, altrimenti scelgono quelli sbagliati».
Quindi anche lei vede forti responsabilità del corpo insegnante?
«Io parlo di responsabilità della nostra generazione».
L’intolleranza è frutto di indottrinamento?
«Vedo piuttosto autodidatti dilettanti che rimasticano vecchi luoghi comuni dell’intolleranza e che proprio per questo possono essere pericolosi, loro malgrado».
Un tempo le università erano laboratorio critico del sistema, oggi i college americani sono il posto dove si forgia il politicamente corretto, quasi una nuova forma di maccartismo?
«Negli Stati Uniti non sembra esserci una élite capace di proporre obiettivi validi. L’America attraversa una fase di declino: cultura woke e cancel culture sono frutto di ignoranza. E l’ignoranza è terribile, come documenta, per esempio, la sospensione di quella professoressa che aveva mostrato il David di Donatello in una scuola americana».
Che reazione le ha suscitato l’università di Trento che ha scelto di declinare i documenti amministrativi con il femminile sovraesteso?
«Suvvia, lasciamo perdere».

 

La Verità, 6 aprile 2024

«Il successo? Con Striscia, l’emozione con la pittura»

Quarant’anni di carriera e non tirarsela. Anzi, trattandosi di Dario Ballantini, figura storica di Striscia la notizia, il tg satirico di Canale 5, quarant’anni di carriere. Al plurale.
Dario Ballantini, uno e trino?
«Quasi quaterno».
Cosa mi sono perso?
«Nelle mie attività ci sono sempre io. La pittura pesca nel mio inconscio, in televisione sono truccato da qualcun altro, in teatro anche. Il Ballantini normale rimane un po’ nascosto».
Vedremo di scoprirlo. Le piace l’aggettivo poliedrico che ricorre nei profili e nelle recensioni?
«Sì. Ho sempre convissuto con diversi aspetti e modi espressivi. È un buon modo per non annoiarsi».
Televisione, teatro, pittura e scultura: si può fare una graduatoria emotiva?
«L’emozione di un quadro quando è finito è inarrivabile. Se davvero mi soddisfa quello che ho fatto, sono il primo spettatore a meravigliarsi. Non nascondo che mi appaghi pure il successo di un’imitazione. Anche quando Dario scompare e rimane quello lì sono il primo a stupirmi. Diciamo che, essendo cresciuto in una città piena di artisti, la pittura smuove qualcosa di ancestrale. E rimane più a lungo, rispetto alla televisione che è sempre più usa e getta».
La tv è più effimera?
«Si consuma su sé stessa. Si ripete, cancella e rifà. Un’opera compiuta ha un altro tipo di profondità».
Quarant’anni di carriera, lei ora ne ha 59: tutto cominciò a scuola?
«Al liceo sperimentale di Livorno scelsi il ramo artistico perché volevo già diventare pittore. Poi ho condiviso con i miei compagni questo sogno che un insegnante, un pittore espressionista autodidatta, incoraggiò».
Un insegnante particolarmente significativo?
«In quel liceo molti insegnanti sperimentavano un modo moderno di proporsi e dialogare, tipo il professore dell’Attimo fuggente. Proprio lì sono nati i primi spettacolini di cabaret, le prime imitazioni, la passione per Lucio Dalla».
Cosa comporta essere cresciuto in una famiglia di pittori, attori, cantanti?
«A dir la verità, era una famiglia di artisti mancati. Mio padre aveva smesso di dipingere, mio nonno anche, mio zio tenore aveva perso la voce. Mi sono ribellato a queste carriere incompiute, buttandomi subito con determinazione. Così adesso ho una lunga carriera, ma lunga è stata anche la gavetta».
In quale campo?
«Il successo è arrivato con Valentino che ha imposto l’idea delle imitazioni in strada, riprese con la telecamera a spalla. Era il 1998. Poi il pubblico si è accorto della mia pittura attraverso l’esposizione televisiva. Avevo già partecipato ad altri eventi, ma non era successo niente. La prima mostra importante fu a Verona, dove Giancarlo Vigorelli recensì i miei lavori».
Suo padre era un pittore neorealista, suo zio un post-macchiaiolo, lei come si definirebbe?
«Qualcuno ha parlato di esistenzialismo cosmico, nel solco del neo neo espressionismo».
Due volte neo?
«Sì, perché il neo espressionismo è precedente».
Ho letto da qualche parte che la accostano a Egon Schiele o è una bufala?
«Non è una bufala, la mia è una pittura un po’ nordica. In Italia l’espressionismo non ha avuto grande successo. Dai primi anni Ottanta ho iniziato a dipingere figure sofferenti che ricordavano le anatomie di Schiele».
Chi sono gli artisti che l’hanno influenzato?
«Sono appassionato di tanti pittori: Mario Sironi, Ennio Calabria, Fernando Farulli, tutti espressionisti. Poi Livorno è la città di Amedeo Modigliani. Chi ama un’arte che viene dalle viscere non può non fare i conti con lui».
Una pittura della psiche, dell’identità interiore?
«Un esercizio che non ha fine. L’interiorità è talmente un abisso imperscrutabile da essere una grande avventura».
Quello che ritrae è un uomo incompiuto, tormentato?
«Tormentatissimo».
Da che cosa?
«Mi pare che perdiamo tempo per cogliere perché siamo al mondo. Se non c’è un senso è un guaio. Se invece c’è, mi sembra che non si cerchi abbastanza. Secondo me, i miei quadri raccontano questo».
Una pittura con un grido dentro?
«Sì».
L’urlo è il titolo di una serie di opere di Edvard Munch che però, forse, esprimono più disperazione.
«Non è proprio la stessa cosa. Alzo la voce anch’io, ma internamente. Quella non è più il tipo di disperazione che avevo nei primi anni».
È venuto prima l’attore, il pittore o l’imitatore?
«Di poco, il disegnatore. Già da bambino avevo Ia passione per i fumetti della Marvel, ne avevo disegnato uno a otto anni. A parte il fatto che l’ho perso, la cosa interessante e che il protagonista era un supereroe che si mascherava».
Una cosa profetica?
«Una piccola rivelazione».
Poi si presentò con un suo compagno di classe a Corrado. Tra quel provino e Striscia la notizia cosa c’è in mezzo?
«Anni e anni di gavetta. Concorsi, spettacoli, esibizioni ovunque. Anche nei night club».
Era sicuro di sfondare o assalito dai dubbi?
«Ero abbastanza convinto e determinato. Sono un perfezionista e capivo che le cose erano fatte bene, anche se forse i tempi non erano maturi».
Le sue sono imitazioni, caricature o prove d’attore?
«Sono un’evoluzione dello stile di Alighiero Noschese. Però hanno una componente dinamica, l’idea di farle in strada. Il movimento, l’affiancarsi a qualcuno, dà una nuova percezione. Non è l’imitazione eseguita in studio, statica, c’è l’imprevisto, il dialogo mentre si cammina».
Senza tradire l’anima dell’imitato ne enfatizza un aspetto?
«Tiro fuori quello che loro hanno già dentro. Non li stravolgo».
Una vita di trucco e parrucco?
«Ore di preparazione. Partecipo attivamente perché sono stato truccatore anch’io. Poi ho conosciuto le professioniste che adesso si occupano di me e partecipo senza annoiarmi».
Valentino, il suo personaggio icona è anche il più riuscito?
«È stato quello che ha funzionato di più nell’immaginario. Quindi anche il più riuscito, insieme ad altri».
Quello venuto meno bene?
«Angelino Alfano».
Le vittime sono sempre idee sue?
«Per Striscia la notizia sono anche suggerite da Antonio Ricci, bisogna stare sull’attualità ed essere funzionali al racconto. Quelle che porto in teatro, e scelgo personalmente, non hanno l’urgenza dell’attualità».
Sono i mostri sacri?
«Sono le mie passioni: Lucio Dalla, Zucchero, Petrolini».
Quello che la diverte di più?
«A Striscia, in questo momento, Ignazio La Russa».
Molto aderente.
«Lo proposi già nel 1995 in chiave grottesca, usciva dalle fiamme».
Come le è venuto in mente papa Francesco in vespa?
«Nacque poco dopo l’elezione. Fu un’idea di Ricci che un po’ mi mise in crisi perché mi sembrava un azzardo. Poi, siccome già nei primi tempi se ne andava in giro a piedi, si decise di dargli un mezzo giovanile. Ora la vespa è un accessorio irrinunciabile».
Di Giuseppe Conte cosa l’ha colpito?
«Nel timbro della voce e nel modo di parlare forbito ho visto i tratti del gagà. Ho pescato dal personaggio di Enrico Montesano che a sua volta si riferiva al Totò di Signori si nasce. È una maschera precisa, la voce impostata e l’espressione forbita la rendono molto buffa».
I politici se la prendono?
«Mah… Sono così affetti da protagonismo televisivo che secondo me sono contenti».
Imitazione uguale consacrazione?
«Non sono io a far loro un danno. Semmai se lo fanno da soli».
Sempre andato d’amore e d’accordo con Ricci?
«Per la verità sì. È un rapporto di lunga durata. Nell’89 feci un concorso per giovani talenti che si chiamava Star ’90 e Ricci era presidente di giuria. Io vinsi e lui fu colpito da alcune imitazioni desuete di Dario Fo, Enzo Jannacci e Gino Paoli. Scoprii che c’era un filo comune tra Livorno e quella parte della Liguria».
Paoli e Jannacci erano un mondo che Ricci conosceva bene.
«Ha capito che ero un soggetto un po’ strano. Mi trovava grezzo e un po’ inquietante. Ma mi ha tenuto lì, sperando che ci fosse l’esplosione, che arrivò molti anni dopo».
Un attore comico esistenzialista?
«Dipingendo ritratti tento d’impadronirmi delle anime altrui. E anche per le imitazioni scavo dentro i personaggi».
Ricci accetta il suo esistenzialismo?
«Ha sempre detto che il mio essere macerato produce cose. Si figuri che lui preferisce i miei quadri in bianco e nero, che sono ancora più enigmatici».
Quali sono «le conseguenze di 40 anni nei panni di altri»?
«Le racconto nello spettacolo a teatro. In contesti internazionali è capitato che mi scambiassero per il personaggio vero. Per esempio, al Festival di Cannes sono stato annunciato in Eurovisione come monsieur Nanni Moretti, invece ero io».
E cos’è successo?
«Si sono molto arrabbiati, non hanno accettato la presa in giro delle nostre incursioni».
Altre conseguenze?
«Un anno sono stato per 300 giorni vestito da Valentino. Praticamente ho fatto la vita di un altro. Ora accade di meno».
Dario Ballantini è come i soggetti dei suoi quadri?
«Sono quasi degli autoritratti. Forse ho messo anche troppa carne al fuoco, perciò sfuggo alle identificazioni».
Il quarto Ballantini è poliedrico ed eclettico?
«A Jannacci, quando andava in ospedale dicevano “vai a cantare che è meglio”, quando cantava “vai in ospedale”. Il pubblico non è abituato all’eclettismo. Invece, io penso si possano avere più risorse artistiche. In qualche modo, il mio percorso inizia a dimostrarlo».

 

La Verità, 30 marzo 2024

«Conte è il vero uomo misterioso del villaggio»

Pur essendo romano, Giancarlo Perna possiede rigore austroungarico e umorismo anglosassone. È da questa centrifuga, speziata con studi in legge, che scaturisce il suo giornalismo, di cui i temuti ritratti sono fulgido esempio. Cronista all’Ansa, Perna viene assunto al Giornale da Indro Montanelli, scrive per l’Europeo e Panorama e nel 1990 pubblica per Leonardo il testo sacro Scalfari. Una vita per il potere. Qualche anno dopo, con Vittorio Feltri e Maurizio Belpietro sulla tolda di Via Gaetano Negri, i suoi bozzetti atterrano promettenti come un Tiramisù e inquietanti come un ordigno nella sonnacchiosa redazione «interni» della domenica pomeriggio. L’indomani, sono i pezzi più letti. E più radiografati dai potenti che, abituati all’ossequio, se possono replicano querelando. Ora che l’editore Luni ha dato alle stampe Facce da casta – Luci e ombre del potere, settanta profili da Gianni Agnelli a Gustavo Zagrebelsky, pubblicati tra il 2006 e il 2022, nella casa romana di Perna tentiamo un aggiornamento dell’italica nomenclatura.
Partiamo dalla «casta», parola che fece deflagrare l’antipolitica.
«Il titolo, già usato dalla Verità, è piaciuto a Matteo Luteriani, l’editore che ha proposto di ripubblicare questi ritratti».
La usi senza calcare sull’antagonismo?
«Casta descrive il distacco tra politici ed elettori, ma personalmente non ho ostilità preconcette. Nel politico vedo anche il povero cristo che si barcamena per governare bene il Paese».
Se dovessi aggiornare la galleria, ora che governano «le destre», da chi inizieresti?
«Da Guido Crosetto. Mi ha colpito la sua gestione del caso Vannacci perché ha espresso un giudizio di condanna ancor prima di leggere il libro del generale. Penso che Antonio Martino, anche lui liberale e ministro della Difesa, avrebbe agito diversamente. Farei un ritratto del liberale Crosetto che stavolta si è mostrato intollerante».
Hai letto il libro di Vannacci?
«Ne conosco i contenuti. Ma il punto è un altro: il fastidio verso l’autore del politico che mette le mani avanti per prevenire le critiche da sinistra. Una tattica che a volte adotta anche il governo».
Rifaresti il profilo di Giorgia Meloni per la quale simpatizzavi già quand’era al 4%?
«Dovrei integrarlo con l’impegno per accreditarsi nelle cancellerie europee».
È più efficace nelle missioni all’estero che nelle mosse interne?
«Si è concentrata sulla politica estera perché fuori Italia c’erano più pregiudizi. Noi conosciamo la sua storia di brava ragazza, un po’ secchiona… La stampa estera, magari imbeccata, ha enfatizzato le origini fasciste, la ducetta… E lei si è presentata spigliata, parlando le lingue. Ma siamo sempre nella tattica. Voglio vedere quando dovrà dire no alle armi in Ucraina o definire il Piano Mattei, quello sarà il momento della verità».
Il Wall Street Journal l’ha messa in prima pagina nascosta nella giacca.
«Meritava la risonanza. La premier ha trasformato in una riuscitissima gag dadaista la critica malevola del sempre imbronciato Bonelli».
Il ministro Gennaro Sangiuliano ti ispira?

«È ben intenzionato e munito di buona retorica. Sì, un po’ Napoli caput mundi».
Matteo Salvini è in ribasso, in caduta o tiene botta?
«Ha contro la vecchia Lega di Leoni e Bossi che è rimasta padana. Lui l’ha trasformata in un partito nazionale, rifondandola. Scelta irreversibile, anche se deve mediare con i feudi regionali. Chi vuole sostituirlo deve restare nel copione».
Antonio Tajani ha sempre avuto bisogno di un re, ora lo è lui in Forza Italia?
«Tajani è il Mosè di Berlusconi, il suo fantasma lo assiste. L’unico rischio del suo moderatismo è che qualche alleato lo sconfessi».
Archiviata la convivenza con il coro di donne c’è più chiarezza?
«Il coro di donne non c’è più e Tajani, anche per l’importanza della politica estera, è praticamente il portavoce del governo».
Il ritratto di Mosè l’hai fatto, perché no quello di Berlusconi?
«Con il can-can che l’ha sempre assediato era impossibile dire qualcosa di originale in quattro cartelle».
Un telegramma a Schlein?
«Una brava ragazza, con idee prive di riscontro pratico».
Un segretario del Pd che concede la prima intervista a Vogue Italia parte male?
«Ma lei non sente la tradizione. È come i ragazzi che si dicono le cose più intime al cellulare. Elly Schlein introduce le esternazioni con “mi meraviglia che…”, “è gravissimo che…”, sperando che i concetti che seguono confermino il tenore apocalittico della premessa. Magari questo le porterà dei consensi perché, in fondo, è una persona semplice».
Alessandro Zan ti ispira?
«Non saprei che cosa dire. Siamo sull’orlo di una guerra e si parla dei diritti. È vero, c’è il grande tema del fine vita. Tutti vorremmo morire senza soffrire e qualcuno vorrebbe morire prima. Ma non si può fare una legge per ogni desiderio».
Che cos’è il Pd oggi?

«Da dieci anni è un’accozzaglia di persone acculturate che non parlano dello sviluppo del Paese e di come ridurre il debito pubblico. Con le direttive di Bruxelles i nostri politici sono sempre più irrilevanti. Anche Cinque stelle e radicali parlano d’altro. Quel mondo pensante fino a 30 anni fa ora o è ammassato come il Pd, o è smembrato in particelle inutili».
Se il Pd perde le Europee torneranno i cacicchi o i padri storici?
«I padri storici no. Massimo D’Alema si è sistemato, Veltroni ha promesso di non tornare. Forse rispunteranno gli ex Dc come Gentiloni e Franceschini che, a differenza degli ex Pci, non dovevano buttare via niente».
Giuseppe Conte sta svelando l’anima progressista?
«Mi pare più in corsa di Renzi e Calenda. Il grillismo dei soldi che arrivano senza lavorare è una dimensione italiana. Dovremo farci i conti. Guarda i marchi americani, poche fabbriche producono ricchezza per tanti che non lavorano. Conte è il capofila di questa mentalità, il suo ritratto lo rifarei volentieri».
È bravo a riciclarsi?
«È il personaggio misterioso del villaggio. Spuntato dal nulla si è insediato al vertice, è rimasto in piedi, non se n’è voluto andare e pensa di potere far qualcosa».
Dopo la scomparsa di Eugenio Scalfari c’è la caccia al nuovo grande vecchio?
«I grandi vecchi, tipo Sabino Cassese o Gustavo Zagrebelsky, li si ascolta con un orecchio solo».
Giuliano Amato, da riserva della Repubblica a oracolo di Repubblica?
«L’ho seguito per 40 anni e gli ho sentito dire di tutto. Lo apprezzo per il fatto che si è fatto da solo». Pierluigi Bersani è come un santone orientale?
«Lo apprezzavo da ministro economico più che ora da ospite televisivo. Quand’era in auge era divertente, dall’opposizione digrigna».
Corrado Augias tiene un corso di laurea su La7: richiamato in prima linea come i poliziotti pensionati troppo presto?
«Non credo abbia grande influenza, ma ha più garbo e si fa ascoltare più di certi giovani rampanti e aggressivi».
Noti anche tu un certo livore psicosomatico come fosse in atto un’usurpazione?
«È niente rispetto a quello che abbiamo visto quando Berlusconi ha mandato all’aria il tentativo del Pci di riciclarsi come partito occidentale. La sinistra l’ha vissuta come l’occupazione da parte di selvaggi di un potere che ha provato a riprendersi con l’aiuto di pezzi dello Stato come la magistratura».
Sei sicuro che Urbano Cairo non completerà l’imitazione di Berlusconi entrando in politica?
«Penso di sì, perché rischierebbe di essere un’imitazione al ribasso».
Nel libro inventi un Sergio Mattarella che striglia Piercamillo Davigo per il suo efferato giustizialismo. Appunto un’invenzione?
«Mattarella parla molto, ma poco di situazioni delicate. È stato silente anche quando gli scandali della magistratura sono venuti finalmente al pettine, comprese le pratiche di dossieraggio che abbiamo da poco scoperto».
Sbaglio se dico che ti diverti di più con gli ex Dc come Franceschini, Casini, Gianni Letta e Prodi?
«Non sbagli. L’ex Dc ha un’aria parrocchiale mi risparmia dall’estrarre gli artigli perché spesso appare già come un ecce homo in attesa di giudizio».
Consiglieresti a Formigoni di candidarsi alle Europee?
«A causa della vanità, Formigoni è stato punito per la riforma della sanità lombarda per la quale meritava elogi. Gli consiglierei di starsene in pace, si è mostrato troppo sensibile alle seduzioni del potere».
Perché Carlo Calenda rimane sempre solo?
«Perché ha una vocazione alla solitudine. Butta il seme, ma non ha la pazienza di vedere se matura. Vuole dimostrare a Renzi di essere più rapido di lui nel fare e disfare».
Tocca a Renzi.
«Carriera politica finita in quanto inaffidabile: non si sa mai se dice il vero o mente. Il suo nuovo mestiere è suggerire ad altri strategie che non può più esercitare. Gli do atto di aver combattuto a testa alta magistrati prevenuti contro di lui e la sua famiglia».
Su Mario Draghi avevi previsto i tappeti rossi. Perché la grande stampa lo venera quasi senza eccezioni?
«Perché è molto stimato dal mondo europeo e americano cui la grande stampa si riferisce».
Altra profezia su Emmanuel Macron: «Ogni volta che si impanca è per affermare un principio che ha violato o violerà». Com’è puntualmente accaduto sulla guerra in Ucraina.
«Macron ha il vantaggio di non dover essere rieletto e di non aspettarsi più niente dalla politica. Perciò, adesso pensa alla sua immagine, scriverà un libro o diventerà consulente di qualche agenzia americana».
Il giornalismo è vivo o morto?
«L’informazione è vivissima, mentre il giornalismo scritto è morto perché scrivere e complicato. Il lettore deve capire quello che scrivi e ci sono altri modi per diventare popolari. Basta partecipare ai talk show ripetendo delle formule ed è fatta».
Una lettura a cui sei fedele?
«Leggo La Verità, giornale molto ideologico. Poi pilucco quello che m’interessa, ma vedo troppi pregiudizi ed etichette».
Per Roberto Saviano è iniziato il declino?
«Temo di sì. Come una falena è sempre addosso all’unica luce della criminalità organizzata. Non si confronta con l’evoluzione della contemporaneità».
Lilli Gruber che descrivevi ossessionata dal nazifascismo è cambiata?
«
Da quel che intravedo mi pare di no».
Marco Travaglio, con Davigo in disgrazia?
«Fino a metà dei suoi articoli mi diverto, quando diventano il verbale dei reati li abbandono».
Il caso Vittorio Sgarbi?
«Ha saputo defilarsi quasi subito. Mi chiedo chi glielo faccia fare di vivere così pericolosamente, trovandosi tanti nemici e tante accuse che gli fanno perdere tempo e denaro».
Domanda finale da palla di vetro: come vedi l’Italia fra qualche anno?
«Mi astengo dal vederla perché ci sono molte premesse di una prossima guerra europea».
La Verità, 23 marzo 2024