«Chiudere le scuole per il Ramadan è un atto grave»

L’islamizzazione dell’Europa. Non siamo più di fronte ai sintomi di una tendenza, ma a un processo in pieno svolgimento. Lo pensa Magdi Cristiano Allam, autore di Un miracolo per l’Italia (Casa della civiltà) e uno degli osservatori più puntuali del fenomeno.
Magdi Cristiano Allam, perché quest’anno si parla del Ramadan più che in passato?
«Perché è cresciuta l’islamizzazione dell’Europa. Già negli anni scorsi la fine del Ramadan è diventata un evento. Spesso a quel pranzo hanno partecipato rappresentanti della Chiesa cattolica e dello Stato, vescovi, sindaci e prefetti. Ciò ha costituito una legittimazione dell’islam in un contesto in cui, giuridicamente, l’islam non è una religione riconosciuta dallo Stato italiano».
Perché?
«Perché quando, con Silvio Berlusconi premier, questo riconoscimento poteva avvenire, i rappresentanti delle comunità islamiche non riuscirono a concordare né una delegazione unitaria né un testo condiviso. L’articolo 8 della Costituzione sancisce che le religioni abbiano pari libertà a condizione che il loro ordinamento non contrasti con le leggi dello Stato. Come invece avviene con la sharia che nega la sacralità della vita di tutti, la pari dignità tra uomo e donna e la libertà di scelta individuale a partire da quella religiosa».
Come valuta il fatto che per l’inizio del Ramadan, il 10 marzo, si sono visti servizi nei programmi di grande ascolto della Rai?
«Anche questo è frutto di un processo che ha subito una forte accelerazione a causa del diffuso odio antiebraico che prende pretesto da quanto sta accadendo a Gaza dopo la strage perpetrata dai terroristi islamici il 7 ottobre. Nel mondo occidentale la maggioranza dell’opinione pubblica è schierata contro quello che, impropriamente, viene definito “genocidio” del popolo palestinese».
Lei dice «impropriamente», ma molti pensano che sia ciò che avviene.
«È una mistificazione gravissima della realtà: il genocidio sottintende una strategia che pianifica l’annientamento di un popolo. L’obiettivo di Israele non è l’eliminazione dei palestinesi, ma la sconfitta di Hamas. Che, purtroppo, usa i civili come scudi umani e le strutture civili come basi militari».
Perché nelle nostre università si è radicata l’intolleranza?
«Il problema delle università in Italia non sono gli studenti, ma i docenti. A fine ottobre un appello contro il genocidio del popolo palestinese ha raccolto 4.000 firme di professori universitari. È un documento che mistifica la realtà storica. A partire dal concepire la Palestina non come un’entità geografica – com’è stata dall’anno 135 quando l’imperatore Adriano, dopo la strage di 580.000 ebrei, decise di sostituire il nome Giudea con Palestina – ma come un vero Stato, ciò che storicamente non è mai stata. I docenti indottrinano gli studenti con queste distorsioni. Nelle università c’è una situazione peggiore di quella degli anni Ottanta quando i fermenti del terrorismo erano limitati a gruppi circoscritti e ai loro “cattivi maestri”. Oggi l’intolleranza antiebraica è prevalente».
È curioso che a David Parenzo e al direttore di Repubblica Maurizio Molinari sia stato impedito di parlare da studenti di quella sinistra sedicente democratica che è la loro area di ferimento?
«Il giorno in cui l’Europa dovesse essere assoggettata a un potere islamico assecondato dalla sinistra globalista e relativista, tutti gli ebrei, a prescindere che propugnino la formula “due popoli, due Stati”, verranno discriminati e perseguitati. Parenzo e Molinari sono favorevoli allo Stato palestinese, ma additandoli come sionisti è stato impedito loro di parlare. È un clima che ricorda quello che precedette le leggi razziali».
Un clima ammantato d’ideologia.
«Che criminalizza Israele, come abbiamo visto con il Tribunale internazionale all’Aia. E vediamo con le esternazioni del segretario generale dell’Onu, António Guterres, e del Commissario per la politica estera europea, Josep Borrell».
In alcune città sono comparse insegne con «Happy Ramadan», ma si sostituisce Buon Natale con Buone feste.
«Queste luminarie a Francoforte, Parigi e Londra dimostrano che l’Europa è sempre più scristianizzata e sempre più islamizzata. Aggiungo che nelle scuole italiane, nel nome della laicità, si impedisce la benedizione pasquale, è successo a Genova, e i dirigenti concedono aule per la preghiera islamica».
Mentre nei suoi social il Pd milanese augura «Ramadan kareem» (che il Ramadam sia generoso), nelle scuole si tolgono i crocifissi.
«Nel 2004, invitato dal presidente Marcello Pera, l’allora cardinale Joseph Ratzinger tenne una lectio magistralis al Senato. In un passaggio disse che l’Occidente odia sé stesso perché è più incline ad assecondare il prossimo che a salvaguardare la propria storia. E fece il caso di come, quando si oltraggia l’islam tutti condannano e si indignano, mentre quando si oltraggia il cristianesimo tutti dicono che va tutelata la libertà di espressione».
Cosa pensa del fatto che un istituto scolastico dell’hinterland milanese chiuderà l’ultimo giorno del Ramadan perché ha studenti al 40% di origine musulmana?

«È un atto gravissimo, fossero state anche percentuali opposte. Il dirigente scolastico che ha preso questa decisione dimentica che siamo in Italia e che le festività nazionali le decide lo Stato sulla base della storia dell’Italia e della storia della cristianità».
Perché propone che lo Stato vieti il digiuno del Ramadan ai bambini musulmani?
«Perché ha il dovere di tutelare la salute soprattutto dei minorenni. La criticità nel digiuno islamico è nel divieto di bere. Non farlo per 12 ore consecutive crea problemi alla salute dei bambini. Si secca la gola, ci si disidrata, si hanno degli stordimenti. Lo certificano le denunce delle maestre e dei dirigenti scolastici».
L’islam impone il digiuno a bambini così piccoli?
«In realtà, li esenta fino alla pubertà, 13 o 14 anni».
Allora perché c’è questo allarme fin dalla scuola elementare?
«Per un eccesso di zelo le famiglie musulmane esigono che anche i bambini di 6 o 7 anni digiunino».
Sono fondamentalisti?
«Certo. Se fossero scaltri, i sedicenti imam sparsi per l’Italia impedirebbero questo digiuno infantile. Però mi auguro che lo Stato intervenga prima».
Come?
«Il ministro dell’Istruzione potrebbe diramare una direttiva dichiarando che i bambini fino alla pubertà o alla maggiore età non possono essere costretti a praticare il digiuno. Lo Stato dovrebbe farlo sulla base delle sue leggi, non sulla base della sharia islamica».
Non sarebbe un’ingerenza su una devozione religiosa?
«
No, perché il ministro non farebbe riferimento all’islam, ma alle leggi italiane suffragate da un parere sanitario che documenta che al di sotto di una certa età non si può stare 12 ore consecutive senza bere».

 

 

La Verità, 19 marzo 2024

«Le case green riducono il Pil e non risolvono nulla»

La svolta verde avanza. E sembra non ci sia modo di fermarla, come dimostra la recente approvazione al Parlamento europeo della normativa sulle case green. Ugo Spezia, ingegnere nucleare di lungo corso, esperto di fonti energetiche, già dirigente Sogin (Società gestione impianti nucleari) e membro della Giunta esecutiva del Foratom (Forum atomico europeo), organismo consultivo del medesimo Parlamento europeo, non si accontenta del fatto che l’ultima versione appaia più morbida delle precedenti. «È una decisione che va rivista radicalmente», afferma, «perché è un’operazione antieconomica per il Pil dei Paesi membri e per i bilanci delle famiglie e delle imprese».

Ingegner Ugo Spezia, che cosa pensa della direttiva sulle case green con cui l’Unione europea punta ad azzerare le emissioni di gas serra entro il 2050?

«È l’ennesima imposizione finalizzata, in teoria, a contrastare i cambiamenti climatici. Ma è scientificamente dimostrato che i cambiamenti climatici non dipendono dalle emissioni di Co2. Anzi, è vero il contrario: l’aumento della temperatura media globale – che peraltro, resta tutto da dimostrare -determina l’aumento della temperatura media degli oceani, che a sua volta causa la liberazione in atmosfera di parte della Co2 disciolta negli oceani. Quindi è l’aumento di temperatura a generare la Co2, non il contrario. Ma c’è un’altra considerazione che dovrebbe indurre alla razionalità anche chi di scienza capisce poco. L’Europa è attualmente responsabile del 7% delle emissioni di Co2 a livello mondiale e le emissioni del resto del mondo stanno aumentando del 7% all’anno. Quindi, anche se l’Europa azzerasse oggi le proprie emissioni, entro un anno questa riduzione sarebbe annullata da quelle del resto del mondo. Alla luce di queste cifre, le pare che la politica climatica dell’Unione europea abbia senso?».

Questo lo devono dire le persone competenti come lei e lo giudicheranno gli elettori. È realistico l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas del 16% dal 2030 e del 22% dal 2035?

«Premesso che, come detto, non servirebbe a niente, l’obiettivo è realisticamente raggiungibile. Bisogna vedere a quale prezzo. La riduzione delle emissioni ha costi elevatissimi che vengono fatti pagare alle famiglie e alle imprese. Se l’economia europea continua a essere depressa come dal 2008 a oggi, quegli obiettivi rischiamo di raggiungerli senza fare nulla: sarebbe sufficiente la chiusura, ormai dietro l’angolo, delle industrie ad alta intensità energetica, le quali, dati i costi dell’energia, già oggi non sono più in grado di reggere la concorrenza internazionale».

Non male come paradosso. In Italia circa 5 milioni di edifici dovranno essere ristrutturati. Cosa pensa del fatto che, mentre non sono previsti incentivi pubblici, la spesa media prevista è di 60.000 euro per unità abitativa?

«E dove sono i 250 miliardi che servono? È evidente che le famiglie italiane non saranno in grado di fare fronte a un impegno tanto gravoso senza un sostegno pubblico. In realtà, servirà molto di più di quanto preventivato. Le ristrutturazioni “coatte”, così come hanno dimostrato le vicende del “superbonus edilizio”, scontano prezzi di mercato gonfiati. Grazie allo “sconto in fattura” i valori a preventivo sono raddoppiati, tanto paga Pantalone… L’improvviso incremento della domanda ha fatto salire alle stelle i prezzi dei materiali, che peraltro non si trovavano più. Con il risultato che la maggior parte degli interventi di ristrutturazione è costata più del doppio dei prezzi di mercato ed è tuttora incompiuta. Le stesse imprese edilizie, dopo l’abbuffata del superbonus, oggi sono in crisi per mancanza di commesse. Vogliamo ripetere quell’esperienza nefasta, pagata ancora una volta dai cittadini italiani?».

La nuova normativa stabilisce che dal 2040 saranno bandite le caldaie a gas. Decisione corretta?

«È la fotocopia di una legge che è stata introdotta qualche anno fa in Germania e che ha causato una sollevazione popolare contro il governo e la “coalizione semaforo” di maggioranza. Anche grazie a questa politica avventurista, i partiti che la compongono perderanno le prossime elezioni e chi subentrerà dovrà per forza rimuovere una scelta tanto sconsiderata. Scelta che, nel frattempo, i tedeschi sono riusciti a esportare anche in Europa. Pensi che in Germania è vietato l’uso del carbone, del gasolio, dei termo-camini a legna e delle stufe a pellet. Vietando anche il gas, i tedeschi sono costretti a scaldarsi con le stufe elettriche e con le pompe di calore, anch’esse elettriche, scontando un prezzo dell’energia che, grazie alla recente chiusura delle centrali nucleari, è praticamente raddoppiato e costringe la Germania a importare energia elettrica di origine nucleare dalla Francia. Grazie a queste scelte oggi l’economia tedesca è in recessione. Non è certo un esempio da seguire».

È un obiettivo realistico che gli edifici privati di nuova fabbricazione abbiano zero emissioni dal 2030 e dal 2028 quelli pubblici?

«Per gli edifici di nuova costruzione è un obiettivo realistico, ma solo scontando un notevole aumento dei costi di costruzione e, conseguentemente, un incremento ancora maggiore dei prezzi di mercato dei fabbricati. Chi pagherà?».

Come valuta il fatto che i nuovi fabbricati dovranno funzionare con fonti a basso dispendio energetico con l’installazione di pannelli solari?

«Ancora una volta, è questione di costi. Un impianto solare di notte non funziona e funziona pochissimo anche di giorno quando il cielo è coperto. I dati di esercizio dimostrano che un impianto solare, anche quando è posizionato in modo ottimale, funziona solo per il 15% del tempo. Il resto dell’energia deve essere prodotto in altro modo. Servono dunque impianti sostitutivi di altro tipo. Questo è il motivo per il quale l’investimento nel fotovoltaico e nell’eolico, che sono fonti aleatorie, non è sostitutivo ma aggiuntivo all’investimento in impianti convenzionali».

La tecnologia fotovoltaica presenta punti deboli o comporta effetti collaterali?

«Scontata l’intermittenza e le diseconomie, nessuno finora ha mai detto come saranno smaltiti i pannelli fotovoltaici quando giungeranno a fine vita. Tenga presente che già dopo dieci anni di funzionamento la loro efficienza energetica si riduce del 50% e che il materiale semiconduttore di cui sono fatti contiene quantitativi non trascurabili di arsenico».

Che cosa sono le cosiddette «comunità energetiche» che dovrebbero trarne vantaggio?

«Sono associazioni, promosse da una direttiva europea del 2018 e da una legge nazionale del 2019, di enti locali, aziende, attività produttive e commerciali e privati cittadini che si consorziano per dotarsi di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili. Una finalità apparentemente nobile che nasconde una verità moto diversa. Siccome le fonti rinnovabili sono lautamente incentivate dallo Stato – altrimenti costerebbero troppo e non le utilizzerebbe nessuno – e siccome gli incentivi pagati dallo Stato sono posti a carico di tutti i consumatori elettrici e costituiscono circa un quarto del costo delle bollette elettriche, il risultato di questa “nobile” iniziativa è che i “nobili” membri della comunità energetica non pagano il vero prezzo dell’energia elettrica che producono. Prezzo che invece è addebitato per intero alla collettività, attraverso gli oneri di sistema».

A trarne vantaggio saranno soprattutto le aziende produttrici di questa tecnologia?

«Che si trovano in Cina e che hanno già oggi difficoltà a garantire le forniture di componenti. Ma bisogna essere giusti: anche i furbetti di cui dicevo prima hanno il loro tornaconto personale…».

C’è il rischio che la casa green si riveli una forzatura come quella dell’imposizione dell’auto elettrica?

«Non è un rischio: è una certezza. Non credo che la direttiva europea sarà attuata. Al prossimo rinnovo del Parlamento europeo certe scelte dovranno essere riviste. E spero che anche il governo italiano faccia sentire la propria voce, senza i timori reverenziali, leggasi spread, cui i precedenti governi ci hanno abituato».

È troppo malizioso pensare che siccome l’economia della Germania è in difficoltà l’incentivo che deriverà all’industria del fotovoltaico possa favorirne la ripresa?

«Sarebbe una mossa intelligente, ma anche la Germania importa le tecnologie fotovoltaiche».

È una conquista di cui accontentarsi il fatto che, rispetto alla precedente, questa nuova direttiva consente un margine di due anni ai singoli Stati per adeguarsi e presentare un proprio piano per raggiungere gli obiettivi?

«Certamente no. La direttiva deve essere comunque rivista radicalmente».

Esistono altre fonti sicure per l’approvvigionamento energetico del nostro sistema edilizio? Quali sono e perché non vengono verificate?

«Gli edifici a uso abitativo, specie quelli delle grandi città, hanno solo due modi per soddisfare il loro fabbisogno energetico: l’elettricità proveniente dalla rete, non quella fotovoltaica che costa troppo e non sarà mai sufficiente, e il gas. Quest’ultimo ha consentito di sostituire, nell’ultimo secolo, prima la legna, poi il carbone e infine il gasolio, decisamente più inquinanti. Ha assolto in tal modo anche una funzione di salvaguardia ambientale. In un Paese come l’Italia, che paga da molto tempo l’energia elettrica più cara del mondo, visto che è fatta per circa il 50% con il gas e per il 15% con fotovoltaico ed eolico incentivati, non è possibile adottare la soluzione francese. I Francesi hanno risolto il problema grazie all’elettricità nucleare. Nelle case francesi sono elettrici sia i sistemi di riscaldamento che i sistemi di cottura, che costano poco sia dal punto di vista impiantistico che nei consumi. Noi italiani invece siamo strangolati da un lato dal prezzo del gas, tutto di importazione, e dall’altro dal prezzo dell’elettricità, prodotta in modo sconsiderato. La risposta alla sua domanda è, dunque, banale: è necessario produrre elettricità nucleare e sostituire con essa il gas negli usi domestici».

Complessivamente, che cosa pensa della svolta green voluta dall’Europa?

«È una scelta di carattere ideologico, imposta dai Verdi grazie alla loro posizione di ago della bilancia nelle coalizioni di governo di molti paesi. Ma è anche una scelta antieconomica che ha effetti drammatici sul Pil dei Paesi europei e, in particolare, sui bilanci delle famiglie e delle imprese».

 

 

La Verità, 16 marzo 2024

«Cara Egonu, Vannacci non dice nulla d’offensivo»

Buongiorno Sylvie Lubamba, l’ha chiamata il generale Roberto Vannacci?

«Non ancora».

Ma vi siete scambiati i contatti.

«È appena una settimana che ci siamo conosciuti».

Spera davvero di fargli da portavoce?

«Perché no? Sebbene i media stiano cercando di trasformare un incontro tra due persone affini in un flirt».

Invece lei vorrebbe entrare nel suo staff?

«Mi piacerebbe. Le persone vanno conosciute prima di giudicarle e Vannacci l’ho ascoltato tre ore senza perdere la concentrazione, il che depone a favore della sua ascesa politica. Di solito, quando vado a un incontro pubblico, dopo un quarto d’ora la mia mente viaggia altrove e mi metto a rispondere ai messaggi arretrati. Con Vannacci non è successo».

Miracoloso, il generale.

«Mi succede anche con Vittorio Sgarbi e Morgan. Li ascolterei per ore. La comunicazione è importante, saper catturare l’attenzione dei presenti è una dote che hanno pochi politici. Li manderei tutti a scuola di comunicazione da Sgarbi, Vannacci e Morgan».

È andata alla presentazione del Mondo al contrario che immagino non abbia letto, ma l’autore l’ha conquistata?

«Ho letto solo alcuni stralci e anticipazioni. Mi aveva colpito il passaggio su Paola Egonu che è italiana pur non avendone i tratti somatici. Come me».

Ci è andata per metterla in fuori gioco dopo che lo ha denunciato per istigazione all’odio?

«Proprio per metterla “fuori gioco”, non so se ci sono riuscita. Paola potrebbe essere mia figlia, perciò la invito amorevolmente a leggere meglio e a comprendere il significato della frase».

Cioè che nei suoi tratti non si riconoscono origini italiane.

«Noi apparteniamo alla razza negroide, non siamo caucasici. È talmente palese che non c’è da offendersi».

Razza negroide si può dire?

«Sì, o razza africana».

Negroidi deriva da negro che è vietato.

«Ma è italiano corretto».

Clint Eastwood lo usa nei suoi film.

«È un attore che non seguo».

Troppo vecchio?

(ride) «In Italia, il conformismo ci impedisce di parlare di negri. Ma il mio invito alla Egonu è a non farsi strumentalizzare perché è tutt’altro che stupida. So che le sensibilità sono diverse. Noi negri ci siamo sempre sentiti dire che non siamo uguali, perciò certe parole feriscono. Lei si è sentita offesa da quella frase e ha denunciato il generale, ma il giudice ha archiviato la denuncia».

Vannacci è stato contestato anche perché ha raccontato che da bambino toccava la mano di un coetaneo nero per capire se la sua pelle era diversa.

«È successo anche a me alle elementari, dov’ero l’unica negra. Mi toccavano la manina o il braccio. Invece, alle medie e alle superiori il sedere o il seno».

E non reagiva?

«Certo che sì. Come fanno le femminucce: “Ma che fai, cosa stai facendo?”».

Non andava dai professori?

«Non ero una spiona, me la vedevo da sola. Anche perché era una cosa talmente fugace…».

Da Vannacci è andata per farsi un po’ di pubblicità?

«Forse sì. Il mio intento era conoscerlo e confrontarmi con lui. Immaginavo che la mia presenza non sarebbe passato inosservata, anche perché, come a scuola, ero l’unica negra».

Anche al concorso di Miss Italia lo era.

«Ho fatto da apripista. Quattro anni dopo vinse Denny Méndez che ho ritrovato in seguito nel reality La Talpa condotto da Paola Perego su Italia 1».

Ha ragione David Parenzo a dire che è una «simpaticissima svalvolata»?

«Sì, però scriviamolo molto virgolettato. Non ho mai creato problemi al mio prossimo né alle carriere delle persone che frequento nell’ambiente della politica, della finanza. E anche dell’esercito, adesso».

Che cosa le piace del generale?

«Il suo eloquio, ha un lessico e una grammatica impeccabili. E come affronta i dibattiti, botta e risposta. Non tutto è condivisibile, ma bisogna riconoscergli un eloquio sofisticato e aulico».

Però. Credevo subisse il fascino della divisa e dei concetti virili.

«Ci stavo arrivando. È affascinante. Questo insieme di cose lo rende un uomo estremamente attraente».

Auspica che si candidi alle Europee?

«Auspico che faccia la scelta che lo porti a crescere come uomo di potere. Per me ha tutte le caratteristiche per entrare in politica meglio di tanti che già ci sono».

Se si candiderà andrà a votare altrimenti no?

«Non avevo intenzione di farlo, ma se si candidasse lo voterei e, dopo tanti anni, farei il mio dovere di cittadina italiana».

Di solito va alle presentazioni di libri?

«A volte, ma la mia presenza alla presentazione di quello di Ilary Blasi non ha destato questo scalpore. E nemmeno a quello di Gerry Scotti o di Rita dalla Chiesa». (ride sonoramente)

Per presenziare da Vannacci ha pagato 30 euro per l’ingresso?

«No, ero ospite».

Di chi?

«Di Mirko Gargiulo, il fotografo titolare dello showroom molto raffinato dove si è svolto l’evento».

Che cosa le piace e che cosa non le piace dei politici italiani?

«Della maggior parte non mi piace proprio l’incapacità di catturare l’attenzione. Meno male che abbiamo un premier che non è così».

Invece, una cosa che le piace?

«Il fatto che ricoprono ruoli di potere, uno status che mi ha sempre affascinata. Poi bisogna conoscere le singole persone, come in passato mi è accaduto».

Mi svela qualche frequentazione importante?

«Mi sarebbe piaciuto averne. Il rapporto di amicizia non è mai sfociato in rapporto professionale, forse per una forma di pregiudizio».

Di tipo razziale?

«No. Se una persona ha qualche piccolo muro, appena mi conosce cade subito. Un freno può sussistere perché sono una donna intraprendente e allegra e magari si preferisce una collaboratrice più sobria e meno appariscente. È un peccato… Ha visto cos’è accaduto a Luca Morisi, il portavoce e social media manager di Matteo Salvini. Era bravo e capace, io l’avrei tenuto. Ognuno nella vita privata può fare quello che vuole».

I politici temono che la sua presenza li metta in ombra?

«A Markette su La7 Piero Chiambretti mi chiedeva sempre: “Signora Lubamba lei è scura e oscura?”. Forse aveva ragione».

Attualmente cosa sta facendo?

«Lavoro in radio da quattro anni. Sono innamorata della radio, ma il primo amore rimane la tv».

Che radio è e che programma conduce?

«Il programma s’intitola Spaghetti e gossip e va in onda tutti i venerdì dalle 20 alle 22, su TOradio».

Un partner con cui vorrebbe lavorare?

«Non nego che mi piacerebbe tornare a creare la sinergia indimenticabile che c’era con Chiambretti. Quando vado al supermercato o in tram mi chiedono spesso quando si riformerà la coppia».

Poi ha lavorato con Mario Giordano a Lucignolo.

«Stavo benissimo anche con lui. Facevo l’inviata d’assalto, la provocatrice senza pietà, ruolo perfetto per me». (ride di gusto)

La tv oggi si fa con gli agenti, lei ce l’ha?

«Ho l’ufficio stampa, non sempre basta».

Con la giustizia italiana è tutto a posto?

«Sono passati dieci anni dall’arresto e sette dalla scarcerazione. Tutto abbondantemente superato».

Tutto iniziò per delle carte di credito false?

«Dobbiamo parlarne ancora?».

Come ricorda il momento di quando, detenuta a Rebibbia, durante la Messa in Cena domini, papa Francesco le lavò i piedi?

«Era giovedì santo, 2 aprile 2015, una data indimenticabile per me. Sebbene siano passati nove anni sono ancora incredula di aver avuto un contatto così intimo con uno degli uomini più potenti del mondo come papa Francesco. Gli ho dedicato un capitolo nel mio libro (Lubamba. La mia libertà oltre lo sbaglio e le sbarre ndr)».

Cosa scrive in questo capitolo?

«Racconto le emozioni e lo scambio di sguardi tra me e lui, anche perché non c’è stato un dialogo. Era una funzione religiosa, terminata la quale il Papa è andato via. Però nel suo sguardo ho percepito l’incoraggiamento di un papà che dice alla figlia di non rinunciare ai suoi progetti e che si può ricominciare. In fondo, la Pasqua è il giorno in cui tutto si azzera e ricomincia».

Che esperienza è stata il carcere?

«Faticosa e molto brutta. Ma sopportabile. Ho scelto la via del perdono e non del rancore. Ho seguito lo studio biblico, dedicandomi anche alla preghiera e seguendo gli insegnamenti suggeriti dalla Bibbia. Quando sono finita a Rebibbia mi ero rassegnata a dimenticare il mondo dello spettacolo. Invece, la visita del Papa mi ha spinto a rimettermi in gioco. Ho scritto il libro e l’ho presentato in tutta Italia».

Hanno tolto anche a lei il reddito di cittadinanza?

«Dal primo gennaio 2024».

Va avanti bene lo stesso?

«Diciamo di sì. Era una boccata d’aria».

Adesso ha l’orgoglio di essere indipendente?

«Avevo i requisiti per chiederlo».

Ma ora è contenta di farcela da sola?

«Il reddito mi permetteva anche di dare una mano alla mia numerosa famiglia. Ho fatto dieci puntate ospite di Barbara D’Urso a spiegare tutto, perché mi attaccavano…».

Cosa pensa del fatto che a Barbara d’Urso non è stato rinnovato il contratto a Mediaset?

«In passato è successo anche ad Antonella Clerici, ad Alessia Marcuzzi, a Nicola Savino… Il mondo dello spettacolo è tanto bello quanto precario. Un giorno ci sei, il giorno dopo no».

Cos’ha fatto per la Giornata della donna?

«Ho partecipato al convegno alla Camera dei deputati sulla sindrome Pandas (Pediatric autoimmune neuropsychiatric disorders associated with streptococcus infections ndr), una malattia rara autoimmune. Si è parlato dell’esperienza di Nicole Minardi, con parecchie personalità ed esperti».

Il patriarcato è ancora difficile da sconfiggere?

«La strada è lunga».

Come si manifesta?

«È intrinseco nell’educazione famigliare. Nel mio Paese di origine è ancora peggio. Si parla di genitore 1 e genitore 2, una cosa assurda. Il genitore 1 è sempre il padre e moglie e figli devono obbedire».

Se si continuasse a scrivere padre e madre sarebbe tutto più semplice?

«Forse. Le quote rosa in politica e magistratura qualcosa stanno facendo. Ma un giorno sì e uno no viene uccisa una donna».

In molti casi i femminicidi avvengono quando la donna decide di lasciare il compagno che non lo accetta e ricorre alla violenza. Questo è un uomo forte o debole?

«È un padrone fragile».

E della mascolinità tossica cosa pensa?

«Cos’è? In Italia, a Firenze e a Milano, tutta questa mascolinità opprimente non l’ho subita. Forse sono stata fortunata».

A cena con Matteo Salvini o Giuseppe Conte?

«Con Conte che non conosco, ma so che quando insegnava all’università di Firenze era molto amato dalle sue alunne».

Con Massimo Giletti o Marco Travaglio?

«Con Travaglio perché è un altro che cattura l’attenzione e quando lo vedo nei talk show mi soffermo».

Un compagno vero se lo troverà o resterà una simpaticissima svalvolata?

«Auspico di trovare un compagno fisso con il quale formare un giorno una famiglia».

 

La Verità, 9 marzo 2024

«Il neofemminismo? Arma per imporre il gender»

Idee chiare e concetti scolpiti senza troppi se e ma. Per capirci, la bio nel risvolto di copertina di Presidenta Anche no! – Resistere al fascino del neo femminismo (Il Timone), il suo primo libro, recita: «È sposata, felicemente e indissolubilmente». Raffaella Frullone, classe 1981, bergamasca con sangue campano, lavora per Tv2000 e InBlu2000 e collabora con il mensile Il Timone.

Si sta preparando a festeggiare l’8 marzo?

«Certo, quest’anno ho pure scritto un libro sul tema. È il mio contributo alla causa. Anzi, il mio contro contributo».

Contro contributo?
«Vorrei gettare un sasso oltre il pensiero unico che avvolge l’8 marzo».

Niente mimose?

«Sono una donna all’antica e se qualcuno mi regala dei fiori li accetto volentieri. Ma non parteciperò al rito collettivo di associazioni come Non una di meno che, come sempre, proclameranno lo sciopero produttivo e riproduttivo. In più, quest’anno ci sarà un nuovo bersaglio».

Quale?

«Il patriarcato. Tutto nasce da ciò che è accaduto dopo l’omicidio della povera Giulia Cecchettin. È stato un crescendo di manifestazioni. Il patriarcato è il principale male del mondo, più ancora di Vladimir Putin e del riscaldamento globale».

Non c’entrava?

«Secondo me Filippo Turetta, l’ex fidanzato, è l’esatto contrario di ciò che s’intende per virilità, forza e coraggio. È un esempio di uomo devirilizzato, tanto da lasciarsi andare alle sue passioni, senza dominarle».

Non parteciperà alle manifestazioni dell’8 marzo, ma almeno ammetterà che esiste una disparità retributiva fra i sessi?

«A dire il vero, non mi pare ci siano contratti che declinino gli stipendi in base al sesso. Mi baso su dati oggettivi. Gli uomini scelgono maggiormente percorsi cosiddetti Stem, ovvero legati alle discipline scientifiche, matematiche e ingegneristiche, le più pagate, e meno scelte dalle donne. Un altro dato oggettivo è che se una donna ha più figli lavora di più in casa, mentre un uomo con più figli lavora di più fuori per mantenere la famiglia. Non vedo disparità di genere nei trattamenti economici».

Perché la parità passa dal linguaggio?

«Perché modificando il linguaggio si cerca di modificare la realtà. Non si dice più “aborto”, ma “interruzione della gravidanza”, non si dice “utero in affitto”, ma “gestazione per altri”».

Facciamo un passo indietro: perché oggi si parla di parità di genere e non di sesso?

«Perché si vuole distinguere il sesso biologico con cui nasciamo, dall’identità di genere, cioè la percezione che ciascuno ha di sé e che dipende da fattori culturali. Ma se si introduce questa distinzione poi si è costretti a chiedersi quanti sono i generi».

Quand’è stata la prima volta che si è imbattuta nella parola gender?

«Era il Duemila, frequentavo il primo anno di Lingue a Bergamo e scoprii che il corso di letteratura inglese era tutto sul gender. Non avevo mai sentito questo termine prima di allora, ma di colpo presero a spiegarci che la nostra identità era un prodotto della cultura e che bisognava superare il maschile e il femminile. Dopo qualche anno il gender era ovunque».

C’è un momento di svolta preciso in cui è diventato prioritario anche a livello internazionale?

«Dopo la caduta del Muro di Berlino, le conferenze dell’Onu del Cairo e di Pechino lo misero al centro dell’agenda mondiale. E il gender equality divenne un concetto cardine».

Cosa si prefiggevano quelle conferenze?

«Una serie di rivoluzioni, politiche, socioeconomiche, demografiche, ambientali ed educative per creare un nuova etica mondiale».

Perché a un certo punto è iniziata la battaglia per la desinenza in «a»?

«Spesso chi utilizza “ministra”, “assessora” o “sindaca” lo fa in buona fede, pensando di non discriminare e di dire una cosa corretta. Per lo stesso motivo si toglie l’articolo davanti al cognome femminile. Ma questo è solo un tassello del mosaico».

In che senso?

«In Italia le prime battaglie per la desinenza sono iniziate negli anni Ottanta sulla scorta del testo Il sessismo nella lingua italiana di Alma Sabatini. Attraverso le modifiche della lingua si portavano avanti le battaglie femministe per l’aborto e il divorzio».

Poi la desinenza femminile non bastava più perché rispondeva a una logica binaria dei sessi?

«Era riduttiva e bisognava superare il binarismo. Con la percezione, i generi hanno iniziato a essere parecchi».

Almeno 58 secondo Facebook, così è arrivato l’asterisco.

«A forza d’inventare generi, per chi non s’identificava in quelli definiti, hanno messo il +. A quel punto è diventato necessario l’asterisco. Per identificarsi in qualcosa che, a sua volta, non è identificabile».

E soprattutto impronunciabile.

«Così è arrivata la scwha».

Anch’essa foneticamente complicata.

«Un suono nel mezzo di tutte le vocali, scritta come una “e” rovesciata».

Un altro salto di qualità è quando il Cambridge Dictionary decide di allargare il significato di woman?

«Nel 2022 ha integrato la definizione di donna con le persone transgender. Prima era “essere umano adulto di sesso femminile”, poi si è aggiunto “adulto che vive e si identifica come femmina anche se può aver avuto un altro sesso alla nascita”. La Bibbia della lingua inglese tentava d’imporsi sulla scienza e l’evidenza, cambiando ciò che la natura crea. Ma a questo punto si apre una serie di scenari».

Tipo?

«Tipo un uomo che, con bombardamenti ormonali e interventi chirurgici appare donna, vince il concorso di Miss Olanda. O, ancora più grave, atleti maschi, cosiddetti trans, che gareggiano nelle gare femminili».

Ora, però, nei Paesi anglosassoni c’è una frenata alla deriva transgender per gli adolescenti: in Italia?

«In diverse strutture sanitarie si somministrano i bloccanti della pubertà, illudendo ragazzi e ragazze di poter cambiare sesso. E illudendoli che assumendo questi farmaci smetteranno di soffrire a causa della propria identità sessuata. È curioso che quando si tratta d’importare novità dall’America e dall’Inghilterra siamo sempre pronti. Ma ora che ci sono ragazzi che denunciano i danni subiti con questi trattamenti, come mutilazioni e capacità riproduttiva compromessa, procediamo imperterriti».

La causa di queste situazioni?

«Non si vuole guardare alla vera natura del dolore di questi ragazzi che è psicologica ed esistenziale».

È un fenomeno certificato?

«Ci sono pochi studi sia all’estero che in Italia».

Il fenomeno della «carriera alias» nelle scuole è documentato?

«Anche qui è difficile avere dei numeri. Centinaia di istituti utilizzano la “carriera alias” che consente a un ragazzo minorenne di essere chiamato con il cosiddetto nome d’elezione secondo il genere da lui prescelto. È curioso che se arriva in ritardo a scuola, quello stesso minore deve presentare la giustificazione della mamma. Questa concessione, oltre a essere un abuso amministrativo è un messaggio pericoloso perché si dice a un ragazzo che soffre per la sua sessualità che il suo corpo e il suo nome sono sbagliati. Ma nessuno nasce in un corpo sbagliato».

Tornando alle donne, lei scrive che il modello vincente di questi decenni è quello promosso da Cosmopolitan. Chi è la «Cosmo girl»?

«Cosmopolitan è un colosso editoriale tradotto in 35 lingue e rivoluzionato da Helen Gurley Brown, il suo storico direttore, che negli anni Ottanta depurò la rivista dai temi famigliari e legati al matrimonio, introducendo le linee guida della donna moderna. Per affermarle non si doveva esitare a inventare esperti e storie inesistenti. La nuova donna doveva essere indipendente, emancipata, sessualmente disinibita e svincolata da qualsiasi legame. In pratica, una single perfettamente rispondente all’oggetto delle fantasie maschili».

Il modello Cosmopolitan, di Sex and the city, Vanity Fair e decine di serie tv, ha creato il neofemminismo: in cosa differisce dal femminismo storico?

«Il filo rosso che collega le due stagioni sono le istanze legate ai diritti riproduttivi, aborto, fecondazione assistita, utero in affitto. La vera differenza è che prima si lottava per l’aborto e il divorzio perché non c’erano. Oggi c’è un’ipersensibilità attorno a queste presunte conquiste sebbene nessuno le discuta».

Non hanno ragione le neofemministe a temere che venga ridiscussa la legge 194?

«Mi piacerebbe che ce l’avessero, ma non c’è nessuno che intende metterla in discussione, purtroppo. Per conto mio andrebbe abolita».

Allora, se nessuno vuole ridiscuterla, perché lo temono?

«Perché l’aborto è un dogma intoccabile. Se solo si prova a dire qualcosa che non sia di totale appoggio si scatena il putiferio. Come accadde quando, nel giugno del 2022, la Corte suprema americana decise di affidare ai singoli Stati l’applicazione della legge sull’aborto. I titoli dei nostri giornali adottarono toni apocalittici».

Cosa pensa dell’uomo rappresentato nella comunicazione pubblicitaria?

«Mentre negli spot imperversa il mammo, nei media in generale l’uomo è sommerso di accuse di sessismo e mascolinità tossica, causa di tutti i mali. Proviamo a immaginare cosa accadrebbe se qualcuno parlasse di femminilità tossica. L’uomo che sparecchia la tavola esiste da un pezzo, perciò queste rappresentazioni arrivano a saldi finiti. Non viviamo più in famiglie in cui il padre rientra la sera e si siede a tavola, disinteressandosi completamente di ciò che è successo in casa».

Cosa pensa del caso Chiara Ferragni?

«Carrie Gress, una filosofa americana, dice che il femminismo è “un brand ideologico di grande successo”. Chiara Ferragni si è messa a servizio della causa neo femminista come si è visto un anno fa sul palco di Sanremo: diritti riproduttivi, donna che si autodetermina, “pensati libera”. Parliamo di un’imprenditrice con decine di milioni di seguaci e un fatturato da capogiro. Non mi pare fosse oppressa. Oggi attraversa un momento di crisi nella vita privata e famigliare che, per altro, sono sempre state sotto i riflettori secondo una rigorosa logica di marketing. Chissà se ora che qualche nodo è venuto al pettine starà riflettendo sull’efficacia di quel modello».

Che spazio vede per una diversa femminilità nei media?

«Dobbiamo constatare una discrepanza tra la realtà e la sua rappresentazione. Non credo che una femminilità più pacata sia minoritaria, anzi. Moltissime donne credono nella famiglia, si sacrificano per i propri cari, dipendono da un uomo senza troppe frustrazioni. Piuttosto, questo tipo di donna non buca e non viene rappresentata perché i media sono in gran parte in mano a un ceto professionale che sposa la formula Cosmopolitan».

 

 La Verità, 2 marzo 2024

 

«Sound of freedom è vero perciò riempie i cinema»

A volte anche i film hanno strane storie. Percorsi tortuosi e risultati inattesi. Come nel caso di Sound of freedom – Il canto della libertà, pellicola diretta da Alejandro Monteverde e interpretata da Jim Caviezel (Gesù in The Passion di Mel Gibson), Mira Sorvino, Bill Camp e Eduardo Verástegui (qui anche produttore, con Gibson). È un film che racconta la storia vera di Tim Ballard, un agente che lascia il Dipartimento di sicurezza americano per fondare un’organizzazione no profit (Operation underground railroad) e combattere la tratta dei bambini, gestita da una rete di pedofili tra America latina e Stati Uniti. La pellicola è stata subito accusata dalla pubblicistica mainstream di seguire tesi cospirazioniste care alla Qanon. Mentre, in realtà, è stato girato nel 2015 quando Qanon non esisteva.

Dopo le anteprime sold out in Italia, Sound of freedom è stato prenotato dai principali circuiti di sale cinematografiche. Chi ne conosce la storia è poco stupito dall’impatto del film perché già in America aveva battuto blockbuster come Indiana Jones e Mission impossible, incassando 180 milioni di dollari (250 in totale) con un budget di 15. Federica Picchi Roncali, per esempio, fondatrice della Dominus production che lo distribuisce, non è sorpresa. Anzi, ci ha creduto da quando l’ha visto la prima volta, parecchio tempo fa. Perché, alla fine, la storia strana dei film la fanno le persone.

Signora Picchi Roncali, com’è arrivata a Sound of freedom – Il canto della libertà?

«Sono un distributore cinematografico e ho acquistato i diritti».

Gliel’ha segnalato qualcuno?

«Già cinque anni fa me ne avevano parlato. Questo film è pronto da tempo, prodotto dalla 20th Century fox, poi acquisita dalla Disney, che l’ha tenuto a lungo nel cassetto. L’avevo trovato subito interessante, ma dubitavo di essere abbastanza coraggiosa per distribuirlo».

Perché?

«Sono molto sensibile a tutto ciò che riguarda i bambini. Ma poi mi sono accorta che era un film delicato, che non indugia su scene di violenza. Una storia vera raccontata con lo stile del poliziesco e del thriller».

Perché un film viene richiesto dalle grandi catene di esercenti solo dopo le anteprime?

«Perché abbiamo avuto la media spettatori più alta per copie distribuite. E, di solito, gli esercenti danno la precedenza alle major».

Ricominciamo da capo, signora: mi fa il suo identikit?

«Sono una persona di alti ideali. Cerco di agire con la mente, ma in realtà mi trascina il cuore. Perseguo questi ideali occupandomi di messaggi valoriali rivolti soprattutto ai giovani».

Per questo è passata dall’alta finanza al cinema?

«Sì. Dopo la laurea in Bocconi ho collaborato con la Georgetown university di Washington dc e mi sono occupata di consulenze strategiche. Poi sono entrata in JP Morgan a Londra dedicandomi ai mercati in via di sviluppo, infine alla Standard bank, una banca d’affari leader in Sudafrica».

Poi cos’è successo?

«Viaggiando nei Paesi in via di sviluppo mi sono resa conto che la ricchezza di una nazione non sono le materie prime o le riserve auree, di cui quei Paesi sono ricchissimi, ma la cultura che si tramanda ai più giovani».

A quel punto?

«Mentre questa consapevolezza maturava, è avvenuta la morte improvvisa dei miei genitori. Prima mio padre di infarto, poi mia madre di tumore. Avevo trent’anni ed ero molto legata a loro. Ho realizzato che la vita è un battito di ciglia. E che siamo quello che lasciamo. Nei mesi in cui ho assistito mia madre ho trascorso molto tempo a guardare la tv con lei e mi sono accorta della banalità dei contenuti. Ai giovani non proponiamo ideali in cui credere. Questa constatazione mi ha spinto a cambiare e a creare una realtà che potesse portare all’attenzione di tutti storie vere e di bellezza».

La Dominus distribuisce solo film americani?

«Non necessariamente. Il criterio è che si tratti di storie vere, con un contenuto positivo. I protagonisti sono i più diversi, dal generale di Cristiada al cantante di Una canzone per mio padre fino all’insegnante e agli studenti universitari di God’s not dead».

Perché ha scelto un nome latino in un mercato anglofono?

«Il nome completo è Dominus production, quindi un accostamento di latino e inglese perché il mercato è trainato dall’America. Il latino è una lingua ricchissima che ha permesso la comunicazione internazionale. E che, allo stesso tempo, è un segno delle nostre radici che ci permettono di dialogare con chiunque».

Come si regge una società che distribuisce un film all’anno?

«A volte anche due o tre. Noi offriamo un prodotto molto apprezzato da un pubblico che ci segue da anni. È composto da fan della Dominus, una base che negli anni si è molto allargata. Questo pubblico è, in un certo senso, il nostro asso nella manica. Quando propongo un titolo, eventi e anteprime sono sempre sold out. Cinetel è lì a documentare che ho la più alta percentuale di spettatori per sala. In questo modo risparmio anche sulla promozione perché sono gli spettatori stessi a farla con il passaparola».

Un circolo anche economicamente virtuoso?

«Entro certi limiti. In passato, grandi distributori hanno chiesto il mio supporto, ma ho rifiutato offerte economicamente importanti perché il prodotto non era adatto al pubblico che ci segue. Se il criterio fosse solo economico mi sarebbe convenuto rimanere in banca d’affari».

Come sceglie i film?

«Li vedo, spesso dopo le segnalazioni di persone di cui mi fido. Ho una rete di produttori anche in America che ogni due mesi mi mandano le loro produzioni. Se credo che un film sia buono lo condivido con mio marito, che fa altro, ma il cui giudizio per me conta molto».

Come si può spiegare che il nono incasso annuale negli Stati uniti non abbia trovato un distributore più potente della Dominus?

«I distributori potenti c’erano, ma i produttori mi hanno scelto per la mia storia».

Mel Gibson?

«Dopo anni di ferma nei cassetti della Disney la Angel studios e Eduardo Verástegui sono riusciti a liberarlo per la distribuzione. Verástegui mi ha scelto perché mi conosce come distributrice di storie vere che hanno un target numeroso. Il problema è che di solito questi film erano visti nelle assemblee e nelle parrocchie, circuiti invisibili che non venivano conteggiati ufficialmente. Una delle mie battaglie è stata far capire alle associazioni e agli spettatori l’importanza di vedere un film in sala senza aspettare l’arrivo in dvd, ufficializzando la propria presenza».

Li proiettate in circuiti di sale particolari?

«Abbiamo accordi con parecchie multisala del circuito Uci cinema, di Giometti e Lucisano e di molte altre sale importanti. Per questo film, dopo le anteprime abbiamo avuto richieste anche dal circuito The Space».

Sound of freedom fa centro per la storia o per il valore artistico?

«Per entrambi i motivi. Jim Caviezel è straordinario e Alejandro Monteverde si sta facendo conoscere per le sue doti di regista. È un action movie molto accattivante per il pubblico giovane. Il contenuto è importante, ma lo stile del thriller riesce a ponderare la delicatezza del tema con un racconto molto attrattivo».

È un film complottista?

«Assolutamente no, è una storia vera. Rappresenta una serie di operazioni che alla fine si vedono anche nelle riprese reali della polizia colombiana».

Molte recensioni dicono che è un film controverso, strano, rivolto a un target particolare.

«Gli incassi lo smentiscono. È un film che attira preadolescenti, adolescenti, adulti».

Il protagonista della storia, Tim Ballard, l’ex poliziotto che ha fondato l’organizzazione che combatte il racket dei pedofili è stato accusato a sua volta di molestie?

«Sa come funzionano le accuse di molestie in America… Questa accusa non entra nel merito del film e non riguarda le operazioni di Ballard narrate nel film. Finché non ci sono condanne vale la presunzione d’innocenza».

Negli anni scorsi ha distribuito Unplanned, God’s not dead e Cristiada che sono catalogati come film religiosi o di destra. È così?

«A vedere Unplanned sono venuti anche gruppi di femministe che alla fine mi hanno abbracciato e ringraziato. Quando porto un film in sala non punto il dito contro nessuno. Apprezzo le posizioni di tutti e il percorso di ognuno. Le storie vere sono testimonianze e aiutano a riflettere tutti su alcuni accadimenti di cui la società o non parla, come nel caso della tratta dei minori di Sounds of freedom, o lo fa in modo superficiale, come nel caso di Unplanned. Le storie vere servono per mettere in comune un’esperienza, un principio di realtà, come diceva Pier Paolo Pasolini, sul quale tutti possiamo interrogarci e confrontarci da punti di partenza differenti».

Il suo è un cinema militante alternativo a quello mainstream?

«Non scelgo i film perché sono militanti, ma perché mettono in luce aspetti poco trattati. Non cambio la vita a nessuno, promuovo opere che permettono di riflettere».

C’è il pericolo di auto-ghettizzarsi?

«I dati dimostrano che non è così, il pubblico è in crescita. Ne è una riprova il fatto che le major mi chiedono di far loro da consulente. Da quando ho iniziato le platee si sono allargate e variegate. Vado a presentare i film nelle scuole, nelle carceri, nelle comunità di recupero».

Cosa pensa del fatto che tanti film italiani, magari finanziati, rimangono in sala pochi giorni?

«È un problema enorme. Io non ho mai preso un centesimo. Ci sono meccanismi che non rispondono alla logica delle presenze in sala, ma a logiche che stanno in piedi in modo artificiale».

Che film ha visto in sala negli ultimi mesi?

«Lavoro così tanto che non sono riuscita ad andare al cinema».

Mi dica il suo film della vita allora, quello che ha amato di più?

«Shooting dogs, un film bellissimo che parla di un produttore della Bbc durante il genocidio nel Ruanda. Se fossi stata già nel cinema avrei fatto di tutto per distribuirlo io».

La domanda era rivolta alla spettatrice non all’imprenditrice. Ha visto Io capitano, Perfect days, Foglie al vento?

«No. Ho gusti precisi, non le dirò quali per non far torto a nessuno».

Qual è il prossimo progetto?

«Ho in calendario un film da distribuire e uno in produzione. Sarebbe il primo».

Ce ne può anticipare il cast?

«È ancora presto. Sarà una storia italiana che parla del rapporto tra l’uomo e la natura, di un ostacolo da affrontare e del suo superamento».

 

La Verità, 24 febbraio 2024

«Certe serie tv e certi rap influenzano i ragazzi»

Nicola Gratteri è il magistrato più esposto d’Italia. Dopo decenni in prima linea contro la ’ndrangheta a Locri, Reggio Calabria e Catanzaro, dal 20 ottobre è procuratore capo di Napoli. Ha accettato di rispondere alle domande della Verità sulla sua vita, il nuovo incarico e l’influenza dell’industria dell’audiovisivo sulle giovani generazioni.

Dottor Gratteri, quando e perché ha scelto di fare il magistrato?

«È una decisione che ho maturato nel tempo. Quando frequentavo le scuole medie, mi infastidivano gli atteggiamenti dei figli dei boss che facevano i prepotenti. Erano bulli con le spalle coperte, la loro arroganza mi indignava. Non sapevo che ci fossero magistrati, gli unici uomini che per me rappresentavano lo Stato erano i carabinieri, di cui nel mio paese c’era e c’è una caserma. L’idea di fare il magistrato mi è venuta dopo, quando ho capito l’importanza di quel ruolo e della possibilità di fare qualcosa in più per combattere un fenomeno che oggi è diventato dilagante».

Chi erano i suoi genitori?

«Due persone esemplari: oneste e coerenti. Mi hanno insegnato molte cose sull’essenzialità della vita, sulla correttezza. Mi hanno insegnato anche ad amare la terra, a coltivarla, facendomi capire che solo i sacrifici rendono liberi. Mio padre faceva il camionista, poi ha gestito un piccolo negozio di generi alimentari. Mia madre era casalinga ed esigente, rigorosa e amorevole, ma senza tradire troppo le emozioni».

Da ragazzo chi erano i suoi idoli?

«Amavo la musica, ma non penso di avere avuto qualche cantante come idolo. I miei idoli erano tutti all’interno della mia famiglia. Due zii sacerdoti, uno zio avvocato, i miei genitori. Mio zio Antonio, canonico, uomo di grande generosità e umanità. Lo zio Nino, avvocato civilista, comunista, uomo di grande etica, cultura e umanità. Mio zio Francesco, uno dei due sacerdoti, mi ha sempre affascinato per la sua sconfinata cultura. Negli anni Settanta, quando faceva il parroco a Gioiosa Ionica, nella Locride, denunciò apertamente i legami della ’ndrangheta con certa politica e certa imprenditoria, evidenziando l’importanza delle relazioni esterne che da sempre costituiscono l’ossatura del potere mafioso».

Vivere in caserma è una scelta obbligata?

«È una scelta obbligata, non sarebbe facile garantire le stesse condizioni di sicurezza in un contesto diverso da quello in cui attualmente vivo. Mi trovo bene. D’altronde vi passo solo poche ore, dormo poco».

Come descriverebbe 35 anni sotto scorta?

«Una missione vissuta con la consapevolezza di fare qualcosa di utile per la mia terra e per la società in cui viviamo. Un viaggio che continua grazie anche alla dedizione e al sacrificio di tanti agenti che mi proteggono dal 1989».

Quanto le pesa aver condizionato la vita dei suoi famigliari?

«Mia moglie è stata minacciata quando ancora eravamo fidanzati. Hanno sparato alcuni colpi di pistola contro la sua abitazione, dicendole, al telefono, che stava per sposare un uomo morto. Non si è tirata indietro. I figli invece hanno scelto strade diverse dalla mia e ci hanno dato molte soddisfazioni, senza mai lamentarsi. Sono due validissimi professionisti».

 Che accoglienza ha avuto a Napoli? È presto per un primo bilancio?

«Mi trovo benissimo. Ho trovato un ottimo ambiente di lavoro. All’inizio sono stato accolto con qualche scetticismo da alcuni settori della stessa magistratura e dell’avvocatura, ma oggi ritengo di aver instaurato con tutti un buon dialogo. Ho provveduto a riorganizzare l’ufficio, distribuendo gli incarichi e ho cominciato a studiare i vari fenomeni che interessano il territorio. È presto per fare un bilancio, ma sapendo di poter contare su colleghi professionalmente molto validi e su una polizia giudiziaria di altissimo livello, sono certo che faremo un buon lavoro. C’è tanto da fare».

Perché la ’ndrangheta è la più potente delle mafie?

«Le ragioni sono tante, ma ritengo che sia riuscita a crescere nel silenzio, essendo stata a lungo considerata una mafia stracciona, rispetto alle altre, ma soprattutto a Cosa nostra. È cresciuta di importanza per aver gestito enormi traffici di droga, quando lo Stato era particolarmente coinvolto nella lotta alla mafia siciliana dopo la fase stragista. Grazie alla sua struttura familistica, ha avuto poche defezioni e ha acquisito un prestigio internazionale, facendosi apprezzare da altre organizzazioni criminali per la sua solvibilità e per la sua forte coesione interna».

È più credibile perché è più sofisticata?

«Ha sempre avuto lo sguardo presbite, la capacità di guardare oltre il presente. Oggi è molto sofisticata, ci sono clan riconducibili a questa organizzazione che hanno capito l’importanza dell’innovazione tecnologica e informatica. Alcune inchieste hanno accertato la presenza di hacker in Calabria in grado di minare criptovalute, di investire enormi capitali su piattaforme clandestine di trading e usare tecnologia sofisticatissima per comunicare in modo sempre più sicuro, al riparo dalle intercettazioni che sono comunque necessarie ed essenziali in un mondo sempre più interconnesso».

Che cosa rappresenta l’impegno delle istituzioni a Caivano?

«Una testimonianza forte per cercare di cambiare le cose, di liberare i territori dalla paura e dal bisogno. Non bastano però le parole, sono necessari fatti concreti. Bisogna sostenere tutte quelle iniziative che cercano di raccontare in maniera diversa il territorio. Che resistono, che lottano quotidianamente per cambiare le cose, oltre a migliorare le condizioni socio-economiche e culturali di questo territorio».

Perché va nelle scuole a parlare ai giovani?

«I giovani hanno bisogno di testimonianze, di esempi coerenti. Da oltre trent’anni uso le mie ferie per andare a parlare con loro, ma anche con chi è meno giovane e non è insensibile alle tematiche di cui mi occupo».

Perché dice loro che fare il mafioso non conviene?

«Ad arricchirsi è solo l’élite delle mafie. Gli altri sono utili idioti, portatori di acqua al pozzo del capo. Vengono assunti con l’obbligo di non mettere mai in discussione gli ordini che ricevono. Non devono pensare, devono solo obbedire. Guadagnano meno di un bravo artigiano e rischiano di finire in carcere o al camposanto. Penso basti a far capire che quella del mafioso è una scelta di vita poco conveniente».

Che cosa pensa della cinematografia che narra la vita dei boss, da Al Capone a El Chapo?

«Spesso è una narrazione che sfocia nell’epica, facendo diventare eroi dei criminali che non sono mai stati dalla parte dei deboli contro i forti e dei poveri contro i ricchi, come amano far credere. Certe serie televisive esprimono una mitologia della camorra che si prende tutta la scena, senza un barlume di positività a farle da contraltare».

Serie come Gomorra e Suburra hanno creato una mitologia della violenza?

«Bisognerebbe andare oltre il conflitto tra il male e il peggio».

I giovani hanno assunto questi modelli?

«Certe narrazioni diventano modellizzanti, soprattutto quando gli audiovisivi sono l’unico mezzo di conoscenza dei fenomeni criminali, come quelli che incidono sui nostri territori. Le serie televisive finiscono per influenzare le conoscenze di chi non ha mai letto un libro o investito il proprio tempo per aiutare il prossimo».

Non dobbiamo fidarci della loro capacità di distinguere il bene dal male?

«Il male è seduttivo, molto più del bene. Bisognerebbe avere un concetto etico della scrittura. Non si può scrivere e far finta di non vedere. Vale per la scrittura in generale quello che Pippo Fava sosteneva del giornalismo. “Ritengo che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana” scriveva nell’ottobre del 1981, qualche anno prima di essere ucciso dalla mafia, “il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente in allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo”».

Cosa pensa del fatto che nelle loro canzoni i rapper napoletani inneggino ai camorristi che ostentano Suv e orologi d’oro?

«È una narrazione molto discutibile, quando penso a Napoli mi vengono in mente Pino Daniele, i fratelli Bennato, James Senese, Enzo Avitabile. Molti sostengono che quella dei trapper sia una voce di protesta, ma quando assumono atteggiamenti misogini o si fanno riprendere con un kalashnikov in mano non mi sembrano molto credibili o educativi».

Che idea si è fatto del fenomeno Geolier che ha spopolato al Festival di Sanremo?

«Preferiscono non rispondere».

Che cosa può dire un magistrato che conosce la criminalità giovanile a chi ha compiti educativi nella società di oggi?

«L’istruzione taglia l’erba sotto i piedi dei mafiosi, e la cultura brucia il terreno su cui la malapianta cresce. Famiglia e scuola sono fondamentali nella formazione e nell’educazione dei giovani. È risaputo: la mafia teme più la scuola che la giustizia. La magistratura, le forze dell’ordine possono fare molto, ma se non contrastiamo le mafie anche sul piano culturale, i clan si rigenerano. Come ho più volte ripetuto, gli arresti sono importanti, ma non risolvono il problema. Ci sarà sempre chi andrà a coprire i vuoti. Cambieranno le facce, i nomi, ma non i numeri e la sostanza. L’etica non va insegnata, va praticata, testimoniata e trasmessa. Solo con la coerenza si può coltivare nei giovani il senso di una responsabilità capace di lottare per una società migliore. Ma poi bisogna anche risolvere i mali sociali, ridare speranza ai giovani che cercano un’occupazione, dare risposte a un territorio per lungo tempo abbandonato e lasciato nelle mani di chi non aveva alcun interesse a cambiarlo. Tutti devono assumersi la propria responsabilità».

Lei non divenne ministro della Giustizia del governo Renzi per il diniego del capo dello Stato Giorgio Napolitano. Poi è arrivata la riforma Cartabia e ora si attende quella di Carlo Nordio. Se fosse ministro quale sarebbe il suo primo provvedimento?

«Non sono ministro e ne sono felice perché faccio il magistrato, un lavoro che ancora oggi mi appassiona. Avevo detto sì a Renzi perché mi aveva promesso carta bianca e in testa allora avevo tante idee per migliorare il settore della giustizia, delle carceri. Ho già detto che uno dei primi provvedimenti da adottare è quello di abolire la riforma Cartabia e di convocare attorno a un tavolo tutte quelle persone che possono realmente contribuire a dare forma e sostanza a una riforma utile e necessaria. Non stiamo andando nella direzione auspicata».

È credente?

«Sono cresciuto in una casa con due sacerdoti. Mi hanno insegnato l’importanza dell’onestà, dell’altruismo e della generosità».

 

La Verità, 17 febbraio 2024

«Sono nottambulo, ma Sanremo dura troppo»

Gigi Marzullo è anche un filosofo. In queste notti in cui Sottovoce è andato in onda all’alba, dopo le serate festivaliere e la splendida appendice fiorellesca, si rivolgeva così al suo pubblico: «La felicità, a volte, è proprio nell’attesa».

Marzullo, lei è un medico che voleva fare lo psichiatra e invece conduce programmi su Rai 1, di solito dopo la mezzanotte: che cosa ci sfugge?

«C’è sempre qualcosa che sfugge… A 17 anni volevo fare il medico chirurgo e mi sono iscritto alla facoltà di medicina all’università di Pisa dopo aver conseguito la maturità classica al liceo Pietro Colletta di Avellino. Ho superato bene i primi esami, ma pio, a vent’anni volevo cambiare vita e diventare un attore. Mi sono trasferito all’università di Napoli, sempre alla facoltà di medicina, e ho iniziato a informarmi per iscrivermi al Centro sperimentale di cinematografia o all’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico. Arrivato al bivio, esame di anatomia o esame al Centro sperimentale, la paura ha vinto sul coraggio e ho scelto quello di anatomia proseguendo medicina, per poi laurearmi superati i 40 anni. Intanto, sono arrivati Radio Irpinia, Tele Avellino, Mattino di Napoli e la Rai Radiotelevisione Italiana. Tutto questo fino ai miei primi 70 anni».

Si è sposato dopo una lunga convivenza con Antonella De Iuliis, celebrante Ciriaco De Mita, sindaco di Nusco. Adriano Galliani testimone però è un’altra cosa che sfugge.

«L’amicizia è come l’amore. Quando ci si imbatte in questi sentimenti si può solo prendere atto di quello che la vita regala».

Quando l’ha conosciuto?

«Più di vent’anni fa al ristorante Garibaldi a Milano. Lo invitai a Sottovoce. Ma in quel momento il Milan non era in un buon periodo e mi rispose che se avesse vinto lo scudetto mi avrebbe concesso l’intervista. Manco a farlo apposta il Milan vinse e da lì è nata la nostra amicizia. Un’amicizia vera».

Anche calcistica?

«No, io tifo Avellino. È la mia prima squadra. Poi ho simpatia per le squadre di cui Galliani è amministratore delegato, prima il Milan, ora il Monza».

Ha superato quarant’anni di lavoro in Rai: ci regala un ricordo, un episodio?

«Ricordo con piacere il primo giorno a via Asiago, il primo contratto come annunciatore in radio, poi il primo contratto da consulente a viale Mazzini. Tra i ricordi spesso mi torna in mente l’incontro professionale con Fanny Ardant a Bari, un mio mito da sempre».

La persona che le ha insegnato di più?

«Ho appreso da tutti. Da Brando Giordani, da Carlo Fuscagni, da un vecchio dirigente che si chiamava Paolo De Andreis, dall’ex direttore di Rai 1, Nadio Delai. Fu Fuscagni a dirmi di aprire la notte di Rai 1. Giordani aveva grande umanità. Un giorno mi vide solo a Viale Mazzini e mi disse: se non hai di meglio da fare t’invito a casa mia, vengono un po’ di amici. Era l’ultimo dell’anno, ci andai. E poi Biagio Agnes, che mi ha assunto».

Era di Avellino come lei e De Mita.

«Di Serino, un paese della provincia. Poi Flavio Cattaneo che, da direttore generale, mi invitò a creare una struttura di rubriche culturali».

Anche Fabio Fazio vanta 40 anni di carriera Rai. Però da quando è andato sul Nove lei non partecipa più al Tavolo. Mentre Amadeus e Fiorello hanno presentato lì il Festival.

«In 40 anni da operaio Rai sono stato sempre in sintonia con l’azienda che è il posto dove finora ho passato più ore della mia vita. La partecipazione a Che tempo che fa è stata un’esperienza esaltante e costruttiva sotto il profilo umano e professionale. Tutto nella vita va, viene e a volte ritorna».

Può tornare anche la partecipazione al programma di Fazio?

«Mi riferivo ai possibili ritorni nella vita in genere. Che tempo che fa? Sono un operaio della Rai e faccio quello che mi dice la Rai».

Esiste o no TeleMeloni?

«Esiste la Rai».

Conduce Cinematografo. Qual è il suo rapporto con il cinema?

«Ho ideato e condotto Cinematografo perché la mia passione per il cinema è profonda, intensa e speciale. La mia adolescenza l’ho trascorsa a vedere tanti film all’Eliseo, il Partenio, il Giordano e l’Umberto di Avellino, spesso al primo spettacolo, da solo. Il cinema mi regala e mi ha regalato in tanti anni sogni, dubbi, speranze, certezze. E qualche piccolo smacco: una volta mi presentai per vedere Zabriskie point che era vietato ai 14 anni. Ma, per pochi giorni, non li avevo ancora compiuti e non mi fecero entrare, con mio gran dispiacere».

Che film ha visto quest’anno?

«Ogni settimana ne vedo molti, per piacere e per lavoro. Ultimamente ho visto C’è ancora domani, Foglie al vento, Io, noi e Gaber».

Io capitano di Matteo Garrone e Perfect Days di Wim Wenders?

«Io capitano non ancora avuto tempo di vederlo. Perfect Days lo vedrò di sicuro».

Quale film ha amato di più?

«Amo le storie d’amore: La prima notte di quiete, Innamorarsi con Meryl Streep e Robert De Niro, Una giornata particolare con Sophia Loren e Marcello Mastroianni. Le storie d’amore con un lieto fine mi regalano serenità».

Conduce anche un programma sui libri. Cosa legge e chi sono i suoi autori?

«Per piacere e per lavoro leggo molto. Libri che raccontano la vita degli altri, libri di filosofia, romanzi sentimentali. I miei autori vanno da Roberto Gervaso a Maurizio De Giovanni».

Più di 5000 interviste a Mezzanotte e dintorni e Sottovoce che quest’estate compirà trent’anni. La più difficile?

«Ogni intervista è un incontro che mi arricchisce e mi aiuta a capire qualcosa anche di me. Non ci sono interviste facili o difficili, ci sono interviste che possono interessare di più o di meno. Per me un’intervista è un momento di crescita umana e professionale».

Quella che le ha dato più soddisfazione?

«Oltre l’incontro con Fanny Ardant, gli incontri con Alberto Sordi, Sophia Loren, Woody Allen e Richard Gere».

Quella che vorrebbe fare e non ci è ancora riuscito?

«All’attuale presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Ho letto il suo libro autobiografico e ne sono rimasto molto colpito».

Sempre in onda a notte fonda: ci sta bene?

«Sono contento della possibilità che un po’ di anni fa ho avuto di aprire la notte della prima rete Rai. Un’occasione che mi ha regalato emozioni personali e professionali».

Domanda marzulliana: che cos’è per lei la notte?

«Sono più notturno che diurno. A volte la notte mi regala serenità, altre volte inquietudine. Tra la luna e il sole scelgo sicuramente la luna. Ho un fisico più adatto alla notte e meno alle ore mattutine».

Mai desiderato un programma in prima serata?

«A volte ci ho pensato. Ma comunque non lascerei mai la notte».

Le sue preferenze televisive?

«A casa ho una tv in ogni stanza, bagno compreso. In camera da letto ne ho due perché la domenica, per esempio, su una guardo le fiction e sull’altra le partite. Guardo un po’ tutto. I telegiornali e poi da Porta a Porta a Linea notte. Anche qualche film su Cine 34. Quelli con Maurizio Merli, Corrado Pani, i polizieschi degli anni Settanta tipo Roma violenta, Italia a mano armata».

Ultime serie viste?

«La Storia di Francesca Archibugi tratta dal libro di Elsa Morante. Ho visto tutto Il commissario Ricciardi con Lino Guanciale, dove c’è la Napoli di De Giovanni».

Adesso fa anche un programma alla radio.

«Il Marzulliere su Isoradio. Un’ora a settimana di canzoni, libri, persone e chiacchiere in libertà»

Da ragazzo preferiva Mina o Ornella Vanoni?

«Ho conosciuto e incontrato con la complicità delle telecamere Ornella Vanoni; solo per questo dico Ornella Vanoni».

Adriano Celentano o Lucio Battisti?

«Ho conosciuto Adriano Celentano e apprezzo Lucio Battisti, ma non l’ho mai incontrato. Per questo dico Celentano».

Cantautori o gruppi rock?

«Per la mia storia e per la mia età dico cantautori, senza disprezzare i gruppi rock che a volte seguo con interesse e curiosità».

Frequenta i social network?

«Non li frequento, forse per pigrizia. Penso che ognuno possa scegliere cosa fare nella e della propria vita, senza mai invadere la libertà degli altri».

Al venerdì, nel fine settimana, torna ancora ad Avellino?

«Avellino è le mie radici, la mia educazione, la mia formazione. Quando posso ritorno dove tutto è partito. È lì che c’è la casa nella quale ho trascorso i primi anni di vita e dove conservo i ricordi e gli incontri più importanti».

La canzone più amata della storia del Festival di Sanremo?

«La canzone più amata è Dio come ti amo di Domenico Modugno e Gigliola Cinquetti».

Che cosa le è piaciuto di più e che cosa di meno di questa edizione?

«Il Festival di Sanremo rappresenta il nostro Paese. È una festa che aggrega giovani, meno giovani, donne, uomini e bambini. Uno spettacolo per tutti. Seguo da sempre Sanremo, mio papà alla fine dell’edizione comprava sempre tutti i dischi. Il momento che ho apprezzato di più di quest’anno è il toccante racconto e la breve esibizione di Giovanni Allevi. Quanto al lato negativo, forse farei durare di meno le serate».

Ha mai pensato di condurlo?

«Quando lo vedo, compreso quest’anno, ci penso. È ovvio che condurrei Sanremo come sono io e come so fare. Sicuramente sarebbe un Festival un po’ antico, ma l’antico può essere moderno. Solo la vecchiaia non può diventare gioventù».

Qual è la sua più grande ossessione?

«La morte. La trovo una grande ingiustizia. Scherzando ma non troppo, a volte dico che nasciamo già con il cancro e il cancro è sapere di dover morire. La vita è un intervallo tra la nascita e la morte».

È un pensiero che fatica a rimuovere?

«Ci penso sempre, purtroppo a 70 anni ancora di più. Mia madre mi diceva: <Perché ci pensi sempre? Dovrò morire prima io>».

Un’ossessione più leggera?

«Il cibo. Anche se mangio sempre le stesse cose, gelati, pasta e verdura. Non amo il salato».

Un hobby, un’abitudine personale, uno spazio solo suo?

«Mi piace passeggiare da solo. In mezzo alla gente, anche nel centro di Roma, magari per fare shopping o guardare i negozi. E poi mi piace oziare».

Dove?

«Posso stare anche diverse ore seduto in un bar. A guardare la gente».

 

La Verità, 10 febbraio 2024

 

«I nostri 37 anni di amore con Ale in semi coma»

Trentasette anni di vita, di tante vite, spesi per una semi-vita. È quello che è accaduto alla famiglia Guarnieri per assistere Alessandro, morto per una crisi respiratoria sabato scorso a 54 anni. Ne aveva 17 il 15 settembre 1987 quando entrò in coma a causa di un incidente stradale. Guidava la moto del fratello, un amico sul sedile posteriore, quando un camion sbucò senza rispettare lo stop. Per trentasette anni è sopravvissuto in stato semi-vegetativo. Il paziente più longevo d’Europa. Non parlava. Non si alimentava autonomamente. Non controllava le funzioni corporee. Genitori, fratelli e amici lo hanno accudito un giorno alla volta per 13.283 giorni. Il quotidiano diventa eroico e l’eroico diventa quotidiano in silenzio. Ora il fratello Andrea, libero professionista nel campo delle politiche del lavoro, due anni più vecchio di lui, e il padre Giampaolo, ottantasettenne, mi ricevono nella casa in pieno centro a Padova.

Che cosa vi ha sostenuto in tutti questi anni?

Giampaolo Guarnieri: «La speranza di un miracolo. Forse il Signore non ci ha considerato degni. Oppure aveva piani diversi che adesso non conosciamo».

Andrea Guarnieri: «In un certo senso, si può dire che l’amore per lui di mia mamma, di mio papà, di mia nonna, di mio fratello Stefano, delle nostre mogli e dei nipoti, oltre a quello di tutte le persone che sono state vicine ad Alessandro in questi lunghi anni è stato qualcosa di miracoloso».

Giampaolo: «Si immagini che, alla prima udienza in tribunale, l’avvocato dello Stato disse che la colpa dell’incidente era di mio figlio perché a 17 anni non poteva portare un passeggero sulla moto».

Era un avvocato dello Stato perché il camion coinvolto era dell’esercito?

Giampaolo: «Della divisione Julia. Quando sentii quel discorso, urlai: “Se continua a dire queste cose la prendo a calci in culo”. Il giudice sospese l’udienza. Siamo ancora in causa per ottenere il risarcimento. Finora abbiamo chiesto i danni morali, per le lesioni e lo stato semi-vegetativo di tutti questi anni. Adesso li chiederemo per la morte derivata dall’incidente».

Andrea: «Pensi che non ci hanno mandato neanche un telegramma di scuse. E che non si è mai arrivati alla condanna penale perché ci fu l’amnistia».

Come ricordate quel giorno?

Giampaolo: «Avevo fatto tardi al lavoro e, impaziente, Alessandro era salito sulla moto di Andrea per provarla. Il camion non si era fermato all’incrocio. Mi chiamarono dall’ospedale. Dopo l’operazione dissero che Alessandro non sarebbe sopravvissuto più di 72 ore. Ci proposero di donare gli organi. Un paio d’anni prima, qui a Padova, il professor Vincenzo Gallucci aveva fatto il primo trapianto di cuore…».

Andrea: «Alessandro aveva un ematoma subdurale, un’emorragia nel cervello, le prime ore sono state le più critiche. Non prendemmo nemmeno in considerazione la donazione degli organi».

Poi che cosa accadde?

Andrea: «Alessandro rimase un mese in rianimazione. Pian piano cominciavamo a prendere coscienza della situazione. Lo trasferimmo all’ospedale di Innsbruck per traumatizzati cranici, dov’era stato ricoverato anche lo sciatore Leonardo David, finito in coma per una caduta in discesa libera. Lo operarono una seconda volta. Poi lo portammo al Montecatone di Imola, un istituto all’avanguardia per questo tipo di malati. Mia madre stava lì tutta la settimana. Mio padre li raggiungeva il sabato, con me e Stefano».

Che cure gli prestavano?

Andrea: «Faceva molta fisioterapia e riabilitazione per aiutare il cervello a recuperare le funzioni vitali. Poi continuammo la rieducazione all’ospedale di Abano. Attività in acqua, esercizi di logopedia. Infine, decidemmo di portarlo a casa. Era passato un anno».

Una volta a casa?

Andrea: «Ci accorgemmo di tutte le implicazioni che aveva una situazione che non avevamo mai affrontato. La nostra vita si adeguò. La professoressa Cecilia Morosini, una grande neuro-riabilitatrice chiamata “la signora dei risvegli”, studiò un nuovo programma che prevedeva l’ausilio di molte persone, anche cinque contemporaneamente per un esercizio al tappeto. In totale, lo aiutavano 15 persone al giorno, alcuni volontari, altri professionisti. Poi passammo all’assistenza di una persona specializzata che vivesse con noi e lui».

Alessandro aveva qualche consapevolezza della sua condizione, reagiva in qualche maniera?

Andrea: «Rideva alle nostre battute, manifestava preoccupazione se si avvicinava un medico o qualcuno di estraneo. Riusciva a entrare in comunione con le persone che lo assistevano. Sapeva trasmettere i suoi sentimenti».

Com’era la vostra giornata?

Andrea: «Quando stava “meglio”, al mattino faceva una colazione omogeneizzata con mia madre. Poi la fisioterapia fino all’ora di pranzo. Al pomeriggio riposava, merenda e ancora fisioterapia. Durante la notte mia madre si alzava per cambiargli la posizione e per qualsiasi altro bisogno».

Quando iniziò a stare meno bene?

Andrea: «Dal 2014 siamo dovuti ricorrere all’alimentazione per via nasogastrica a causa delle sue difficoltà respiratorie, ma nonostante questa limitazione aveva una qualità della vita accettabile. Purtroppo il Covid l’ha indebolito molto entrambe le volte per quanto sia stato curato con attenzione. Questo ci ha costretto a limitare la fisioterapia e anche l’unica ora a settimana che ci garantiva il servizio pubblico è venuta meno. Per il resto in questi 37 anni tutti i fisioterapisti li abbiamo pagati noi».

Voi fratelli che ruolo avevate?

Andrea: «Io e Stefano abbiamo molto aiutato finché siamo rimasti in casa. Quando ci siamo sposati lo scenario è cambiato. In due abbiamo avuto sette figli, ma non abbiamo mai smesso di dedicare tutto il nostro tempo libero a lui. Soprattutto quando nostra madre non era più al 100%. Tutte le decisioni le abbiamo condivise. Questo approccio ha garantito una sopravvivenza straordinaria ad Alessandro, visto che di solito questi malati sopravvivono sei o sette anni».

Pregavate perché avvenisse un miracolo?

Giampaolo: «Continuo a farlo anche adesso sia per mia moglie che per lui. Perché le loro anime siano accolte in paradiso e sono convinto che è così, anche se qualche volta dubito. Chi non dubita mai?».

Andrea: «Di miracolo ha parlato anche il dottor Fabio Della Valle del reparto di medicina interna quando, in seguito a una crisi respiratoria, dopo Natale è stato dimesso: per noi è un miracolo che possa tornare a casa».

Vostra madre si è assunta la parte maggiore dell’assistenza.

Andrea: «Gli ha dedicato la vita. Sperava di accompagnarlo fino alla fine. Ma a un certo punto ha capito che le possibilità si affievolivano perché stava invecchiando».

Che rapporto avete avuto con il sistema sanitario?

Andrea: «Non c’è stata un’assistenza adeguata. Al di là dei medici di base che sono sempre stati presenti, non c’è un vero servizio per questi malati. Ci siamo arrangiati. Quando per qualche crisi venivano a prenderlo con il 118 dovevamo raccontare tutto da capo perché non c’era un diario clinico condiviso. Tante volte, di fronte a un aggravamento, abbiamo firmato per portarlo a casa, perché conoscevamo la situazione meglio del personale. Riportarlo nel suo ambiente lo aiutava a stabilizzarsi».

Faccio una sintesi che potrebbe fare chi è favorevole al suicidio assistito o all’eutanasia: le vostre vite sono state determinate dalla sua non vita?

Andrea: «Non è l’espressione esatta, la sua non era una non vita. Aveva delle reazioni, si relazionava con le persone e l’ambiente. In secondo luogo, non si può scegliere per un’altra persona. Avevamo il dovere di curarlo al meglio perché abbiamo dei valori diversi. Il padre di Eluana Englaro decise di sospendere l’alimentazione. Come si può decidere per gli altri? Se Alessandro avesse fatto un testamento biologico, l’avremmo rispettato. Ma un ragazzo di 17 anni come può pensare alla fine della sua vita?».

Giampaolo: «Siccome noi cattolici crediamo nel libero arbitrio, per conto mio ognuno può scegliere se sopravvivere in un certo modo o volere il suicidio  assistito. Dio ci ha dato la libertà di scegliere e non colpevolizzo chi sceglie. Critico quel padre che ha voluto la morte della figlia».

Andrea: «Il punto è che, se da un lato c’è il libero arbitrio, dall’altro ci dev’essere un sistema che garantisce i livelli adeguati di assistenza. Ma non è così. Per avere un materasso antidecubito di ricambio abbiamo atteso tre mesi, dopo 72 ore dal suo decesso sono venuti a ritirarlo. Non tutte le famiglie possono sostenere autonomamente una situazione così per 37 anni. Se sei lasciato solo, è più facile decidere di farla finita. Perché ti senti un peso per i tuoi familiari. Anche vite come quella di Alessandro hanno un valore e un significato profondo».

Guardando indietro rifareste tutto quello che avete fatto?

Andrea: «Assolutamente sì. È stata una scelta basata sul rispetto per la vita e sull’amore per un fratello che non aveva nessuna colpa. Non potevamo fare diversamente, Alessandro c’era. Certo, se oggi a 56 anni dovessi scegliere per me forse sceglierei di non affrontare tutta questa fatica, soprattutto perché non c’è un sistema di cure adeguate a questi casi».

Giampaolo: «Ma sarebbe una scelta un po’ egoistica».

Andrea: «È vero. Qui abbiamo l’esempio di Alex Zanardi che ha saputo reinventarsi con enorme coraggio».

Qual è il vostro pensiero sulla proposta di legge sul fine vita del governatore del Veneto Luca Zaia che si è discussa nei giorni scorsi?

Andrea: «Vorremmo che ci fosse vera libertà di scelta. Che non si scegliesse il suicidio assistito perché i livelli di cura non sono garantiti. Il sistema deve garantire assistenza 24 ore al giorno anche a domicilio. Allora le alternative sarebbero davvero confrontabili. Finché l’assistenza non è pensata così c’è il rischio che vinca la cultura dello scarto. È necessario espandere e rendere accessibili a tutti le cure palliative. All’università di Verona c’è un Master su questa materia».

Senza Alessandro, com’è la nuova vita?

Andrea: «La prima reazione è un senso di vuoto. Subito dopo cresce la consapevolezza di essere uscito arricchito da questa storia. Amare le persone che incontriamo al di là di quello che apparentemente possono darti, gratuitamente e senza aspettarsi nulla. È la scelta migliore per noi stessi».

Giampaolo: «Mi sento più solo, ma ho l’aiuto degli altri miei figli. Qui, sulla carrozzina non posso muovermi come vorrei. Certe volte mi sembra di non essere vivo e, dopo la perdita di Alessandro, mi vien voglia che il Signore mi prenda, anche se ho paura della morte. Anzi, non della morte: di “sora morte corporale”».

 

La Verità, 3 febbraio 2024

«L’algoritmo ci sfrutta, ma ci crediamo potenti»

Ho letto d’un fiato La dittatura degli algoritmi – Dalla lotta di classe alla class action (Krill Books) di Paolo Landi, consulente di comunicazione per imprese e studioso di new media. Ma più procedevo nella lettura più ne ero turbato e, contemporaneamente, cresceva la tentazione di scendere da questo mondo iperconnesso e ipersorvegliato.

Noi utilizzatori dei social network viviamo in un gigantesco «Truman show»?

«Non so se vorrei scendere dal sistema in cui siamo sprofondati perché la vita è troppo bella e, più che scendere da qualcosa, preferisco salirci e capire dove sto andando».

È proprio questo capire a produrre spavento?

«Quando si capiscono certe cose si possono avere risposte sgradevoli».

Nell’ultimo capitolo parla di «un capitalismo che evolve verso un’unità del mondo sempre più fittizia, dove la rappresentazione del reale si sovrappone al reale stesso»: è la descrizione del «Truman show»?

«Far sembrare le nostre vite in un certo modo anche se non sono in quel modo è uno dei dogmi dell’èra digitale. Non è un caso se si parla di avatar, di nickname, di virtuale, di metaverso. Noi siamo le persone reali e poi siamo quelli che ci rappresentiamo sui social. Non sempre queste due persone coincidono, ma i social sono così pervasivi che l’autorappresentazione virtuale vince su ciò che siamo realmente».

Gli algoritmi sono il dispositivo di questa distopia dolce?

«Come in Truman show la realtà parallela diventa la realtà vera. Viviamo in una dimensione di cui non conosciamo i dati. Nell’èra analogica era più facile capire chi deteneva il potere, oggi è più difficile perché è un potere quasi astratto e tanto raffinato da farci credere di esser noi a comandare e a determinare le sorti della vita e del mondo. In realtà, continuiamo a essere strumenti».

«Cibo per gli algoritmi» ci ha ammonito papa Francesco qualche giorno fa.

«Sarebbe bello non esserlo, ma purtroppo è difficile sottrarsi perché i social arrivano ovunque e sono usati da una massa in continuo aumento».

Nella sua riflessione usa i testi di Karl Marx come termine di paragone perché il capitalismo industriale è divenuto capitalismo digitale?

«Non mi atteggio a filosofo, ma resto un comunicatore che si appassiona alla rivoluzione digitale perché oggi sembra che il mondo sia fatto solo di comunicazione. C’è un esempio che rende la trasformazione da un capitalismo all’altro. Gli ultimi della scala sociale, quelli che Marx chiamerebbe sottoproletari, sono i runner che ci portano la pizza a casa. Il capitalismo digitale fa credere loro di essere imprenditori perché gestiscono il loro tempo, possono guadagnare di più se rispondono a più chiamate e vanno più veloci. È un cerchio perfetto: dallo sfruttato che sapeva di esserlo perché conosceva il padrone allo sfruttato di oggi che crede di essere lui il padrone».

Come cambia il concetto di merce?

«Se guardiamo a Chiara Ferragni capiamo il nuovo modo di concepire la merce. Chiara Ferragni lavora sempre senza lavorare mai. Chi la paga non è proprietario delle sue braccia né del suo tempo, lei è imprenditrice e operaia allo stesso tempo. È merce, ma esaltando al massimo la sua individualità».

Da questo deriva anche la dematerializzazione dell’economia?

«Il paradigma finanziario prende il sopravvento e l’economia perde di materialità, come la perdono l’impresa e la fabbrica. Assistiamo a una specie di terziarizzazione del mondo. Gli italiani non vogliono più fare determinati lavori perché si sentono almeno potenzialmente ricchi. I criteri che prima stabilivano il censo, sui social sfumano fino a sparire. Il parrucchiere e l’avvocato, la dogsitter e il funzionario di banca sembrano uguali e la scala sociale si ridisegna».

I giovani non vogliono più fare l’ingegnere o il medico perché bisogna studiare troppo?

«La Silicon Valley ci ha abituato a pensare la ricchezza come frutto di un’idea. Si diventa ricchi non perché si lavora duramente o si studia, ma perché si ha un’idea. Come Mark Zuckerberg, Jeff Bezos e Elon Musk. Le corporation sono nate da un’idea avuta in età giovanile. Il sistema basato su sacrificio e costruzione quotidiana è obsoleto. Dire guadagnati da vivere “con il sudore della fronte” oggi suona ridicolo».

Scrive che «la rivoluzione digitale è il sovvertimento delle regole che proietta il nostro secolo nella speranza o nell’illusione di un mondo nuovo». Quale delle due?

«Punto sulla speranza perché credo che la fase pionieristica che stiamo vivendo ci alleni a essere uomini nuovi che utilizzano strumenti inventati da noi. Penso che il progresso lavori in direzione del miglioramento della vita dell’uomo. Tuttavia, certe volte mi vengono dei dubbi e un po’ di paura».

Siamo immersi in un’avvolgente illusione?

«A volte lo penso, ma non perdo la speranza».

Possiamo dire che il caso Chiara Ferragni è emblematico di questa incertezza?

«È sicuramente emblematico dell’epoca in cui viviamo, ma soprattutto prefigura il nostro futuro. Chiara Ferragni è stata una pioniera perché ha capito prima di tutti che lei stessa era il brand e non c’era bisogno di altre sovrastrutture attorno a questo brand. Lei rappresenta il livello più alto di retribuzione e ricchezza, i runner il livello più basso degli imprenditori di sé stessi. Ci fanno credere di essere artefici del nostro destino solo perché non timbriamo il cartellino, mentre dipendiamo da chi manovra queste tecnologie e siamo più sfruttati degli operai delle fabbriche fordiste».

Che cos’è il «comunismo distopico» di Chiara Ferragni?

«Paradossalmente, il suo turboliberismo individualista coincide con il comunismo di Marx. Il prevalere dell’uomo sullo sfruttamento realizza la liberazione dall’alienazione del lavoro che Marx aveva immaginato».

Che cosa ha sbagliato nelle campagne del pandoro Balocco, delle uova di Dolci preziosi e della bambola Trudi?

«Secondo me, niente. Le responsabilità sono delle imprese che l’hanno ingaggiata. Lei ha fatto il suo mestiere e credo non debba rendere conto a nessuno se fa beneficenza o no. Forse un errore è stato devolvere un milione di euro dopo le accuse perché è sembrata una excusatio non petita».

Si è prestata a una campagna ingannevole?

«Penso che la Balocco abbia molta responsabilità. Accade spesso che si destini in anticipo la cifra della beneficenza, perché spesso queste campagne producono poco. Se invece si sono venduti molti pandori, allora si poteva conguagliare la cifra anticipata. Ma su questo Chiara Ferragni non c’entra».

Ha prestato sé stessa per una campagna fasulla?

«Al massimo avrebbe potuto dire alla Balocco di devolvere 100 euro in più del cachet riconosciuto a lei. Vedo più la responsabilità dell’azienda di quella della testimonial».

La procura di Milano parla di «unico disegno criminoso».

«Mi sembra un’esagerazione. Vedremo».

Il governo ha deciso di regolamentare la beneficenza.

«Ha fatto bene».

Alcuni seguaci di Chiara Ferragni sono passati alla class action?

«Naturalmente c’è un’onda emotiva, ma non credo scalfirà l’immagine che si è costruita nel tempo e che mi sembra abbastanza solida».

Com’è visto chi si arricchisce con dei selfie e dei sorrisi da chi non arriva a fine mese?

«Bella domanda. Purtroppo, l’economia che ci aspetta emarginerà ancora di più i poveri. Il divario digitale è questo».

Come convivono ricchezza virtuale e povertà reale?

«Convivono perché siamo in una fase di passaggio tra fabbrica fordista e mondo digitale. Il mio libro è un tentativo di svelare l’inganno di far credere ai poveri di non esserlo mentre continuano a esserlo profondamente».

Il frazionamento in community e minoranze è funzionale al capitalismo globalizzato?

«Sia il capitalismo digitale che quello analogico si basano su “divide et impera”. Perciò si rilancia il corporativismo, donne contro uomini, neri contro bianchi, gay contro etero. È un capitalismo molto individualizzato, che ci spinge a essere sempre più soli».

Perché la sinistra ha sposato formule e linguaggi delle corporation digitali?

«È un grande equivoco. Il tema delle disuguaglianze è solo in parte un problema di linguaggio. A noi europei sofisticati risulta ingenua la riduzione linguistica del problema delle ingiustizie sociali e della parità di genere che arriva dall’America».

Abbiamo scoperto le echo chamber, le camere dell’eco: le piattaforme giocano al gatto col topo con gli utenti?

«I social sembrano il massimo della democrazia, in realtà separazioni e divisioni si consolidano nei social. Veniamo canalizzati nelle echo chamber, bolle nelle quali interagiamo con chi la pensa come noi e ha gusti simili ai nostri».

È una libertà condizionata.

«Non ci rendiamo conto che i social sono prodotti commerciali. E che le piattaforme dove postiamo un parere sono come un marchio di scarpe o una bevanda. Fatichiamo a comprendere che quando scriviamo su X stiamo arricchendo chi lo possiede perché non siamo abituati all’astrattezza del prodotto».

I social sono un luogo di conformismo e omologazione?

«Totalmente».

Il capitalismo digitale preferisce individui soli, isolati, perché sono consumatori più manovrabili?

«Il capitalismo tradizionale aveva creato i sindacati. Oggi nessuno lotterebbe per un diritto pensando che potrebbe servire a chi verrà dopo di lui. L’individualismo è così radicalizzato che si preferisce licenziarsi piuttosto che unirsi agli altri e lottare per dei diritti come si faceva un tempo. Siamo nell’epoca della solitudine».

Il single è più orientato al consumo di un padre di famiglia?

«È più orientato all’edonismo che alla responsabilità».

La disillusione della fiaba digitale è iniziata?

«Le masse sono ancora preda della fiaba. Una parte delle élite comincia a essere consapevole dell’illusione e dell’inganno».

Cominciano a essere più interessanti, più liberi e indipendenti coloro che non frequentano i social?

«Chi sta completamente fuori guadagna in libertà, ma perde stimoli e opportunità. Si è contemporanei se si vive il proprio tempo in ogni suo aspetto. Uno dei miei più grandi amici non frequenta i social e non guarda la tv. Quelli che stanno fuori sono nascosti, non si sa chi sono».

Hanno già fatto la class action dai social?

«Non c’è ancora class action dai social, ci sono disamoramenti temporanei. Ormai, i social network fanno parte della nostra vita».

 

La Verità, 27 gennaio 2024

 

«Il Papa vuole essere pop come un influencer»

Atti impuri. Argomento scabroso, teologicamente incandescente e attualissimo. Ha a che fare con la dottrina della sessualità e del matrimonio. Con il ruolo della donna e i rapporti nelle coppie dello stesso sesso. Con gli abusi e le violenze dei preti e la pedofilia: ferite apertissime nella Chiesa. Se ne occupa in Atti impuri, appunto, per Laterza, la storica e femminista Lucetta Scaraffia, con approccio distaccato e chirurgico.

Da che cosa nasce questo saggio?

«Dalla scoperta che l’unico dei Dieci comandamenti che ha cambiato formulazione è il sesto, ed è quello che riguarda il comportamento sessuale. Ha smesso di essere “Non commettere adulterio” ed è diventato “Non commettere atti impuri”. Il cambiamento è avvenuto nel Cinquecento e solo nel 1992 è tornato alla formulazione originale».

Qual è lo scopo del libro?

«Trovare le radici dell’atteggiamento della Chiesa di fronte agli abusi sessuali. La Chiesa ha dimostrato una grande difficoltà a risarcire le vittime. Anzi, ancor prima, ad accettare che esistano. Il suo sguardo è concentrato sul colpevole, che diventa peccatore in quanto ha trasgredito il sesto comandamento».

Perché preferisce la formulazione: «Non commettere adulterio»?

«Perché allude a una rete di rapporti sociali. Allude alla rottura di un legame di fiducia all’interno di una famiglia e di una comunità».

Non rischia di essere ripetitiva del nono comandamento: «Non desiderare la donna d’altri»?

«Certo. Però l’adulterio è un fatto, una realtà che avviene e danneggia i rapporti sociali. Quello trattato nel nono comandamento è un peccato di intenzione e di desiderio».

Che ha una radice nel vangelo di Matteo: «Chi guarda una donna per desiderarla ha già commesso adulterio in cuor suo».

«Perché, in realtà, i desideri tendono a realizzarsi».

La formulazione è cambiata quando è insorta la variegata casistica di trasgressioni che riguardano la sessualità e il rispetto del corpo «tempio di Dio»?

«La formulazione diventa “Non commettere atti impuri” quando l’attenzione si sposta solo sull’individuo che compie l’atto e la sessualità trasgressiva comincia a essere concepita come impurità. Quindi, il colpevole peccatore deve tornare puro. Non conta nulla la persona con cui ha commesso l’atto».

Un cambiamento di prospettiva importante.

«Fino all’epoca moderna la Chiesa controllava anche l’ordine pubblico, garantendo che nelle comunità non prevalesse la violenza. In quest’ottica i peccati più gravi erano l’ira, la superbia e l’invidia perché innescavano azioni di sopraffazione. Invece, con la nascita degli Stati nazionali, sono le istituzioni statali ad assumere il compito di garantire l’ordine pubblico. A quel punto la Chiesa si preoccupa di consolidare il suo unico ambito di supremazia, che è quello del comportamento sessuale e delle relazioni private».

«Non commettere atti impuri» equipara l’adulterio, la contraccezione, la masturbazione, l’omosessualità, la pedofilia, la prostituzione. Come si poteva formulare un comandamento per ognuno di questi peccati?

«Il problema è che vengono messi sullo stesso piano peccati che non diventano violenza verso altri, come la masturbazione e la prostituzione, e azioni come l’abuso e lo stupro nelle quali ci sono delle vittime».

L’errore è aver inglobato lo stupro e gli abusi, la violenza sul partner non consenziente?

«La Chiesa non mostra attenzione alla questione del consenso che oggi è diventata centrale nel giudicare le trasgressioni sessuali».

La Chiesa si preoccupa della conversione del cuore. Gli effetti sulla vittima e la riparazione delle conseguenze delle azioni del peccatore sono il terreno della carità e dell’azione pastorale?

«L’unico comandamento che Gesù ha lasciato è “Amatevi l’un l’altro come io ho amato voi”. Questo è l’unico comandamento della tradizione cristiana. La conversione del cuore deve comprendere anche la carità e la responsabilità verso gli altri. È fondamentale per un cristiano. Questa definizione del peccato deriva da una concezione maschile della sessualità».

Perché?

«Perché per gli uomini esiste una forma di piacere anche in un rapporto di abuso e stupro, mentre per le donne no. Il sesto comandamento e il diritto canonico considerano la vittima come complice, anche se non volontaria, della trasgressione. Perché è un piacere impuro al di fuori del legame matrimoniale, l’unico accettato dalla morale cristiana».

Non riesco a vedere in che modo la Chiesa consideri complice nel piacere il non consenziente.

«La vittima non viene considerata tale. È solo una persona coinvolta nella trasgressione del sesto comandamento».

Queste debolezze attraversano parti consistenti del clero e fanno dire ad alcuni teologi e vescovi che la soluzione potrebbe essere l’abolizione del celibato dei preti e il sacerdozio femminile. Lei cosa ne pensa?

«Penso che non è una soluzione magica. Sappiamo che gli abusi avvengono anche nelle famiglie e con uomini sposati. Però nel matrimonio c’è una donna che controlla l’uomo e sta attenta a quello che combina».

Quindi è favorevole?

«Forse sì. Sarebbero meno soli, e questo è importante. Ma anche la fine del celibato avrebbe risvolti negativi. Sarebbe una soluzione a doppio taglio».

Per esempio?

«Gli interessi della famiglia potrebbero distoglierlo dalla cura dei fedeli, sia dal punto di vista finanziario che emotivo. Poi il comportamento magari trasgressivo dei famigliari potrebbe nuocere alla sua autorevolezza nei confronti dei fedeli… Lei si immagina un prete con figli drogati o bulli?».

La sessualità è il terreno nel quale i Papi sperimentano maggiore solitudine, come confermò Paolo VI ad Alberto Cavallari il 3 ottobre 1965: «Si studia tanto, sa… Ma poi tocca a me decidere. E nel decidere siamo soli…». Perché?

«Perché da quando è iniziata la rivoluzione sessuale nei primi decenni del Novecento la Chiesa si è trovata a vivere dentro una tendenza storica che promuoveva una morale opposta a quella che aveva sempre insegnato, cioè  in una situazione fortemente contraria al nuovo spirito del tempo».

È la stessa solitudine di cui ha parlato papa Francesco intervistato da Fabio Fazio a proposito dell’autorizzazione concessa alla benedizione delle coppie omosessuali contenuta nella Fiducia supplicans?

«Quella è tutta un’altra cosa. In realtà, la decisione di benedire le coppie omosessuali è stata fatta per rispondere alla una tendenza storica in atto di riconoscimento degli omosessuali. Quindi, il Papa non è solo e diverso dalla mentalità comune, ma si adegua al fluire del pensiero corrente. Caso mai è solo rispetto a gran parte della Chiesa che non approva quella decisione. È un tipo di solitudine completamente diversa».

Che cosa pensa della decisione del presidente del Dicastero per la dottrina della fede Víctor Manuel Fernández?

«Penso che non ce n’era alcun bisogno perché, in realtà, le cose sono rimaste come prima. Cioè, è sempre stato possibile per un sacerdote benedire i singoli individui, senza domandare loro se sono buoni o cattivi. Il problema riguarda le coppie, ed è stato specificato che non possono essere benedette in quando coppie omosessuali».

Cosa pensa del fatto che papa Francesco ha detto che chi critica questa dichiarazione non conosce a fondo la materia?

«Penso che l’abbia detto per difendersi dalle polemiche, ma non è vero. È un modo per impedire di criticare una dichiarazione che è nulla perché nella sostanza non fa che ribadire un’azione che già si può compiere».

Nei giorni scorsi Francesco ha detto che «il sesso è un dono di Dio»: è un passo avanti?

«No. L’aveva già detto Giovanni Paolo II nella sua teologia del corpo e nel libro Amore e responsabilità».

Lei si sofferma sulla controversa formulazione del sesto comandamento, ma papa Wojtyla l’ha riportata all’origine. Si tendono un po’ a rimuovere le innovazioni del suo pontificato, ma con lui e Benedetto XVI la Chiesa si è ravveduta, o no?

«Ravveduta non è la parola giusta. È tornata su alcuni punti rifacendosi alle origini della dottrina cristiana. Chi ha riportato alla formulazione originaria il sesto comandamento è stato l’allora cardinale Ratzinger, nel nuovo catechismo. Ed è stato sempre Ratzinger, cioè Benedetto XVI, nella lettera pastorale ai cattolici d’Irlanda del 2010, a dire che gli abusi erano stati perpetrati “contro” le vittime e non “con” le vittime, come prevedeva la formulazione precedente».

Che cosa rappresenta questo papato dopo quelli di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI?

«A me sembra che ci siano stati cambiamenti importanti come l’attenzione alla terra e all’ecologia che ha aperto una sfera nuova di impegno dei cattolici. Però, per il resto, mi pare che abbia generato molta confusione».

Ambientalismo, teoria gender, migranti: la Chiesa è troppo allineata al pensiero unico?

«Più che altro è silente rispetto ai numerosi punti in cui il  pensiero unico si allontana dalla dottrina cristiana, perché parlare la renderebbe impopolare. E il Papa ha scelto la popolarità».

Qualche giorno fa ha detto che si comporta come un influencer. L’influencer influenza scelte e comportamenti dei seguaci come fa anche un’autorità morale, o no?

«L’influencer deve cavalcare la mentalità corrente, non può mai schierarsi contro la mentalità corrente. È questo il problema».

Nel frattempo, le chiese si svuotano?

«La ricerca della popolarità di Francesco, le interviste infinite, il suo avvicinarsi al pensiero del mondo: tutto ciò non è servito ad attirare persone al cristianesimo».

È un Papa molto apprezzato da chi non è credente.

«Che rimane tale. Perché i non credenti non vedono la grande differenza tra quello che dice e quello che fa, prestano attenzione solo alle parole».

Qual è questa differenza?

«Ha sempre detto che le donne sono importanti e che bisogna ascoltarle. Ma non ha mai fatto nulla di reale per cambiare il loro ruolo nella Chiesa. Ne ha messa qualcuna qua e là, realizzando una cosmesi superficiale. Non ha mai affrontato seriamente il tema degli abusi contro le suore da parte di sacerdoti e religiosi, che sono numerosi e gravi, e comportano spesso come conseguenza l’aborto».

Da storica quale futuro intravede per questa Chiesa?

«La Chiesa deve ridefinire sé stessa rispetto al mondo contemporaneo. È un’operazione che aveva avviato papa Ratzinger, che era un grande studioso del rapporto fra Chiesa e modernità nella sua accezione più alta. Penso che valga quello che ha profetizzato lui: rimarranno pochi cattolici, ma di grande qualità».

Il piccolo gregge?

«Da cui ricominciare».

 

La Verità, 20 gennaio 2024