«Io scartato da Sanremo? Mai mandato canzoni»

Caro Edoardo Bennato, anche lei scartato a Sanremo?

«Non è una cosa che mi riguarda».

Il sito mowmag.com, rilanciato da Dagospia, l’ha inserita tra i grandi esclusi, insieme a Samuele Bersani, Manuel Agnelli e altri.

«Non ho mai proposto canzoni al Festival di Sanremo, né in tempi andati né adesso. Ho sentito qualche giorno fa Amadeus che ha allargato le braccia, dicendo che viviamo in una situazione in cui escono notizie senza capo né coda».

Per sciatteria o per una strategia con bersagli precisi? In altre parole, ce l’hanno con lei?

«Figuriamoci, le emergenze di oggi sono ben più serie, dalla sanità al crescente squilibrio tra Nord e Sud. Queste cose Totò le definiva “quisquilie, bazzecole, pinzillacchere”».

Restando alle quisquilie, è curioso che esca una notizia così destituita di fondamento.

«Questo non mi preoccupa. Ciò che conta è la stima che posso avere di me stesso e del lavoro che faccio».

A 76 anni, Edoardo Bennato è sempre bello carico. Come il suo rock e la sua voce che dimostrano una vitalità e un’energia da patto col diavolo. Se gli si scrive un messaggio chiedendogli come sta, risponde: «Si crea, si produce, si prega e si spera». E poi t’inonda di video, compreso quello della sua ultima canzone.

Come mai ha pubblicato un brano rock sul Natale che peraltro s’intitola A Natale?

«Per divertirmi, sperando di divertire anche gli altri. L’ha ascoltato?».

Certo. Parafrasando Adriano Celentano, il Natale è rock o lento?

«Personalmente, declino tutto nello schema del rock, che significa essere fuori dai luoghi comuni, dalle frasi fatte e dalle convenzioni».

Il brano finisce con l’invito via megafono ad «affrettarsi alle casse» e «rispettare la fila»: vince sempre il consumismo?

«È un finale che appartiene all’ironia e all’iconografia del rock».

Cita «chi finanzia la guerra per vivere in pace» e «chi noleggia i gommoni a chi è costretto a scappare», un testo molto attuale.

«Tutto quello che faccio lo è. Le mie canzoni riguardano le emergenze del presente».

E le contraddizioni dell’essere umano.

«I paradossi e le schizofrenie di noi come singoli e come collettività».

Le radio hanno trasmesso questo brano?

«Non mi sono posto il problema».

Scrivendolo, ma poi?

«Non me lo sono posto perché, come dicevo, mi limito a fare cose che divertano me e spero gli altri».

Se agli altri arrivano.

«Non dev’essere un mio problema».

Vabbè. Com’è andato il concerto che ha tenuto l’ultimo dell’anno a Matera?

«Il castello di Matera può contenere fino a 5.000 persone, bisognerebbe chiederlo a loro».

Intanto lo chiedo a lei, avrà avuto delle sensazioni…

«Quando salgo sul palco l’obiettivo è sempre dare buone vibrazioni e riceverne da chi mi ascolta».

Matera non è molto lontana da Crotone, dove la notte di Capodanno c’era Rai 1 con molti riflettori, invece del suo concerto non si è saputo molto.

«Questa è un’analisi che dovrebbe fare la stampa, non io».

Lei cantava «Nisida è un’isola e nessuno lo sa»: c’è qualcosa che non si deve sapere oggi?

«Forse è un meccanismo che è in atto da sempre, da che mondo è mondo».

Cioè?

«Come quelli che si affrontano, per esempio, nelle aule universitarie. Come è capitato il mese scorso alla Sapienza di Roma, dove si è parlato di problemi di geopolitica».

Ovvero?

«Quei temi che riguardano il nostro rapporto con il pianeta, il nostro futuro. Ma gran parte della gente comune è impegnata a sbarcare il lunario e a fronteggiare le difficoltà causate dalla crisi del sistema sanitario, quindi è difficile portare la sua attenzione su ciò che le viene nascosto».

Ci sono temi e persone che si vogliono tenere in ombra?

«Qualche tempo fa, quando dopo La Torre di babele e Buoni e cattivi, in cui parlavo dei problemi dell’umanità, mi si chiedeva quale argomento avrei trattato nel prossimo album, rispondevo che avrei affrontato le eterne domande: chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo».

Le grandi domande censurate?

«Quando rielaborai la favola di Peter Pan, intitolai l’album Sono solo canzonette: bisogna sempre essere ironici».

Senza coltivare ambizioni messianiche.

«Io non sono un vate, un profeta o uno che scruta la sfera di cristallo. Sono solo uno che ha avuto la fortuna di girare il mondo. Non avevo compiuto 13 anni che ero già in America e suonai in tv con i miei fratelli. Poi nei primi anni Settanta ho potuto partecipare al festival di Viña del Mar, in Cile. Negli anni Ottanta sono andato più volte a Cuba, poi in Gran Bretagna, in Scandinavia, in Africa. Il consiglio che posso dare ai ragazzi è di viaggiare, oltre che accumulare dati nelle aule universitarie. È l’unica possibilità di difesa».

Difesa da cosa?

«Dagli imbonitori, dai persuasori occulti, dai gatti e le volpi, dai grilli parlanti. Da tutta quella fauna collodiana che tenta d’indottrinarci e asservirci».

Si ritiene scomodo per qualcuno o per qualcosa?

«Anche se fosse, non lo confesserei nemmeno sotto tortura».

Lì, nella sua isola, nel suo pianeta, di che cosa si nutre, quali sono le sue risorse?

«In questo momento, la simbiosi con mia figlia Gaia che, oltre ad avere un nome che rimanda al pianeta Terra e a essere energetica dall’alto dei suoi 19 anni, mi stimola a essere ottimista e propositivo in tutti i miei discorsi, in tutti i miei atteggiamenti, in tutti i miei testi, in tutti i miei pensieri».

Lei è altrettanto stimolante per lei?

«Sì, è uno scambio reciproco».

Mentre parliamo arriva la foto della premiazione di Bennato ragazzino, «capitano della squadra vincitrice del campionato di calcio del circolo Canottieri di Bagnoli e capocannoniere».

Perché me l’ha mandata?

«Perché nello sport è sempre un numero a sancire il nostro valore, sia che si tratti di correre i 100 metri, di saltare in lungo o in alto, o nelle discipline del nuoto. E anche negli sport di squadra, dal calcio alla pallacanestro, un numero definisce il nostro valore rispetto agli altri. Lo sportivo è colui che stringe la mano all’avversario che l’ha superato e poi ricomincia ad allenarsi per superare l’avversario che l’ha superato. Lo sport non è solo un’arte nobile, ma anche educativa».

Tutto questo per dire?

«Che nell’arte è completamente diverso. Tutto deve passare per le forche caudine delle radio, della stampa e della tv. È una regola che sono stato costretto a imparare in nove anni di gavetta nelle case discografiche con Mare Maionchi, Lucio Battisti, Mogol e tanti altri. Alla fine riuscii a pubblicare l’album Non farti cadere le braccia che conteneva brani come Un giorno credi e Campi Flegrei».

E poi cosa accadde?

«Dopo qualche settimana il direttore della Ricordi mi disse che loro non erano finanziati dal ministero della Pubblica istruzione e dovevano far quadrare il bilancio. I programmisti della Rai gli avevano comunicato che la mia voce era radiofonicamente sgradevole per cui le emittenti non avrebbero trasmesso le mie canzoni. Fui licenziato».

A quel punto?

«Non mi sono fatto cadere le braccia, appunto. E son diventato musicista di strada con tamburello a pedale, armonica, chitarra e kazoo, alla maniera degli one man band che avevo visto a Londra. Mi piazzai davanti alla Rai, perché lì passavano gli addetti ai lavori. Infatti, incrociai il direttore di Ciao 2001 che m’iscrisse al festival indipendente di Civitanova Marche. Era il 1973, c’erano Claudio Rocchi, Claudio Lolli, Franco Battiato… Cantai dei pezzi punk come Ma che bella città, Salviamo il salvabile, Uno buono, che era uno sfottò al presidente della Repubblica di allora (Giovanni Leone ndr), Affacciati affacciati, dedicato al Papa (Paolo VI ndr). Ebbi un discreto successo e dopo poche settimane il direttore della Ricordi mi richiamò».

Vorrei carpirle altri segreti dal suo pianeta al riparo dagli imbonitori. Che cosa legge, quali sono le sue fonti?

«Il brano A Natale è punk. Il punk è un genere musicale provocatorio e insolente verso la società perbenista, affermatosi con i Ramones, i Sex Pistols e i Clash, che avevo inconsapevolmente anticipato. Ma, oggi come allora, tutto dipende da come viene promosso quello che fai».

Comandano la comunicazione e il marketing?

«Nostro malgrado».

Anche gli artisti sono burattini nelle mani di qualcun altro?

«Tutti corriamo il rischio di esserlo».

Poi però accade che le contraddizioni affiorino anche nell’impero della regina del marketing: che cosa pensa della vicenda di Chiara Ferragni?

«Non è importante, ho cose più importanti a cui pensare».

Non si vuole sbilanciare?

«La mia fortuna è aver girato il mondo».

L’abbiamo detto, le parlo del presente.

«A proposito del presente, e di come ora mi si presenti nel presente, vorrei puntualizzare che non ho mai avuto un manager o un agente e che quel ruolo l’hanno svolto i miei amici e compagni di cortile. Con loro nel 1980 inventammo per primi l’estate dei 15 stadi, uno ogni due giorni, tutti sold out. Il fatto di non avere un manager è sempre stata, ed è tuttora, un’anomalia mal sopportata dall’establishment musicale. Se ha visto il film su di lui, avrà visto che anche il leggendario Elvis Presley era diventato una marionetta nelle mani dell’agente, il colonnello Tom Parker».

Tornando ai giovani, che cosa pensa del loro impegno per l’emergenza climatica?

«Su questo tema ho scritto Io vorrei che per te».

Che dice cosa?

«Bisogna ascoltare la canzone».

Vogliamo ricordarla ai lettori senza costringerli a connettersi a Spotify?

«Dice: “Finché nel cielo c’è il sole/ finché nell’aria c’è il vento/ non resteremo mai al buio/ e nessun motore sarà spento”. E il ritornello: “Io vorrei che per te quell’isola che non c’è/ diventasse realtà/ non solo l’isola esclusiva di Peter Pan”».

Un auspicio utopistico.

«È il mio manifesto dell’ecologia. Così come Le ragazze fanno grandi sogni è il manifesto della femminilità».

Esprime un metodo un po’ diverso da quello scelto dagli attivisti di Ultima generazione che imbrattano monumenti, fermano il traffico e le funzioni religiose?

«Mi limito a fare canzoni ed è giusto così. C’è già tanta gente che ne parla…».

Pensavo potesse dire la sua anche su situazioni in cui ci imbattiamo da fruitori di opere d’arte, cittadini che usano l’auto e fedeli che vanno a messa.

«Su questi temi ho scritto Signore e signori».

Vabbé… Buon ascolto.

 

La Verità, 13 gennaio, 2024

 

 

«Tra le reti generaliste Rai è davanti a Mediaset»

Dopo lungo corteggiamento, Roberto Sergio, dal maggio scorso amministratore delegato della Rai, mi ha chiesto di preparare una decina di domande: «poi vediamo come fare!». Una volta pronte, mi ha invitato a mandarle via mail e, sebbene abbia ripetutamente proposto un confronto telefonico, ciò non è stato possibile. Quello che segue è lo scambio di domande e risposte, avvenuto in due riprese, con il massimo dirigente della tv pubblica.

Dottor Roberto Sergio, qual è il suo bilancio dei primi nove mesi alla guida della Rai?

«Molto positivo. Assieme al direttore generale Giampaolo Rossi e con il forte supporto del Consiglio di amministrazione abbiamo portato l’azienda a una chiusura 2023 con una riduzione dell’indebitamento finanziario netto da 650 a 560 milioni, meno 90 milioni, e un pareggio di bilancio con uno stanziamento importante per favorire il ricambio generazionale in logica digitale».

La Rai ha perso leadership nella vita del Paese? I programmi che creano dibattito vanno in onda su altre televisioni?

«La Rai è e continuerà a essere leader nella vita del Paese e continuerà a contribuire alla costruzione dell’identità nazionale, consentendo ai cittadini di riconoscersi dentro una memoria che appartiene a tutti. Non mi pare affatto che Report, Presa Diretta, Far West, Agorà fino ad Avanti popolo non creino dibattito, anzi, direi il contrario».

Tuttavia, sembra che l’agenda sia dettata da programmi di altre televisioni. Per esempio, dopo il ritorno in tv di Beppe Grillo di qualche settimana fa, domenica papa Francesco sarà ospite di Che tempo che fa sul Nove. State pensando a qualche volto, a qualche giornalista che possa ridare leadership al servizio pubblico?

«La leadership del servizio pubblico non è in discussione tantomeno ora. Papa Francesco lo scorso 28 maggio per la prima volta ha visitato uno studio televisivo, partecipando a una trasmissione Rai. Lo scorso primo novembre il direttore del Tg1 ha realizzato una lunghissima intervista con il Pontefice».

Avete un po’ subito la perdita di alcuni volti importanti e rappresentativi come Fabio Fazio o Bianca Berlinguer? Si poteva contrattaccare come fece Biagio Agnes quando chiamò Celentano per rispondere al passaggio di Pippo Baudo e Raffaella Carrà a Canale 5?

«Erano altri tempi e Biagio Agnes un gigante. Comunque, Monica Maggioni, Francesco Giorgino, Geppi Cucciari e il ritorno di Renzo Arbore e Pippo Baudo oltre ai possibili arrivi di Piero Chiambretti e Massimo Giletti mi paiono una risposta della Rai interessante».

A quanto si legge Massimo Giletti è già rientrato: c’è un progetto che lo vedrà nuovamente protagonista?

«Stiamo lavorando. Le idee non mancano».

(Qui avrei voluto chiedere: Ci può anticipare quella più interessante?)

Pino Insegno al Mercante in fiera e Nunzia De Girolamo con Avanti popolo sono due tentativi di «riequilibrio» non riusciti?

«Nel primo caso la fretta e un posizionamento sbagliato non hanno reso giustizia a un artista con 40 anni di lavoro e importanti successi realizzati. Il format di Avanti popolo aveva necessità di tempo per affermarsi in una giornata, il martedì, difficilissima, e con Nunzia, bravissima conduttrice come si è visto a Ciao maschio ed Estate in diretta, pronta a reinterpretarsi in una veste nuova. In entrambi i casi una pretestuosa e preventiva campagna stampa e politica ha sicuramente contribuito a rendere più difficile il loro lavoro».

I palinsesti autunnali sono stati preparati in poco tempo, quali sono le idee di punta di quelli dell’inverno-primavera 2024?

«In considerazione dei positivi risultati di ascolto, assieme al direttore generale Rossi abbiamo ritenuto di andare, in gran parte, in continuità con gli attuali e in aggiunta la programmazione dedicata ai 70 anni della Tv, celebrati a partire dal 3 gennaio».

In realtà, nel 2023 si è registrato il sorpasso nell’ascolto medio giornaliero di Mediaset sulla Rai.

«Lei dice? Bisognerebbe fare un ragionamento molto articolato e complesso. Posso solo dirle che se si considerano le generaliste Rai mantiene la leadership. Non andrebbe mai dimenticato che la Rai ha meno canali del maggiore competitor e soprattutto canali che non sono commerciali, ma di servizio pubblico».

(Qui avrei voluto sottolineare che da tempo «la Rai ha meno canali del maggiore competitor», ma finora il sorpasso non si era verificato. Inoltre, non si può trincerarsi dietro la funzione di servizio pubblico e contemporaneamente chiedere l’innalzamento del tetto di raccolta pubblicitaria come l’azienda si accinge a fare)

Fiorello è il più grande intrattenitore italiano, uno che andrebbe tutelato dall’Unesco come patrimonio del buonumore, ma la sua cifra è la leggerezza: in questo clima serve anche qualcuno che mostri capacità di indirizzare l’agenda anche con altri linguaggi?

«Fiorello, come amo dire, è unico e irripetibile ed è difficile parlare di personaggi in grado di reggere il passo con altri tipi di linguaggi. Questa prossima stagione il compito sarà affidato a titoli di fiction e documentari di altissimo livello e siamo certi di importanti risultati di ascolto».

Ne ha in mente qualcuno in particolare?

«I titoli sono tanti, così come le produzioni che offriremo, tutte di altissimo livello».

Come tutti gli anni la Rai riguadagnerà centralità con il Festival di Sanremo. Amadeus ha detto che la politica non deve entrare all’Ariston: visti i trascorsi, è da considerare un avvertimento o un pentimento?

«Io non posso rispondere del passato. Nel caso del festival 2024 la politica non è e non deve essere all’ordine del giorno. Poi, ogni cantante, ospite, co-conduttore ha la propria storia e la propria identità».

(Lei che cosa si aspetta dal prossimo Festival?)

Cosa c’è di concreto nei contatti con Piero Chiambretti e Barbara D’Urso?

«Con Chiambretti c’è una trattativa in corso, che mi auguro si chiuda presto. Con la D’Urso nulla, non la conosco».

Cosa c’è di vero nell’accusa che viene fatta alla cosiddetta TeleMeloni di aver progettato una fiction filofascista?

«Innanzitutto, non esiste TeleMeloni, esiste la Rai Radio Televisione Italiana che quest’anno celebra i 100 anni della radio e del servizio pubblico e mai come ora è pluralista e rappresentativa delle identità culturali, politiche e di genere del nostro Paese. Non so quale fiction filofascista possa avere progettato Maria Pia Ammirati, direttrice Fiction dall’11 novembre 2020».

Quanto è sicuro che il faccia a faccia tra Giorgia Meloni e Elly Schlein andrà in onda sulle reti Rai?

«Non lo sappiamo, e comunque sarebbe logico che fosse ospitato dalla rete ammiraglia Rai».

Chi potrebbe condurlo?

«E se fosse una giornalista? Quando sarà il momento prenderemo la miglior decisione possibile».

(Quindi la vostra candidata è Monica Maggioni?)

Nel mondo dell’informazione in generale nota una certa ipersensibilità derivante dal fatto che si vorrebbe che la Rai suonasse sempre il solito spartito?

«Nel mondo della disinformazione, vorrà dire. Chi afferma che la Rai perde ascolti, che i tg e in particolare il Tg1 va male, che io e Rossi siamo ai ferri corti, dice il falso. Nel tentativo, fallito, di delegittimare gli attuali vertici che hanno l’obiettivo di ridare lustro, immagine e orgoglio alla Rai. E soprattutto di rendere l’azienda libera e plurale con quel riequilibrio reso necessario da una visione passata miope e di parte».

 

La Verità, 12 gennaio 2024

 

«Racconto la donna che inventò le cure palliative»

A volte le strade più tortuose sono le più feconde. Come quella di Emmanuel Exitu, bolognese, classe 1971, trapiantato a Roma, copywriter e documentarista. Solo cinquantenne si è scoperto scrittore, pubblicando Di cosa è fatta la speranza (Bompiani), romanzo biografico su Cicely Saunders, infermiera, assistente sociale e medico. Donna tenace che nella seconda metà del Novecento ha deciso di prendersi cura di chi è spacciato, riuscendo a valorizzare la medicina palliativa e a creare gli hospice per malati terminali.

Un libro straordinario. Ma intervistandola mi appello alle sue doti di copywriter più che a quelle di scrittore.

«Proverò ad andare subito al sodo».

Da dove spunta Emmanuel Exitu?

«Non lo so neanch’io».

Mi fa un suo breve identikit?

«Ho frequentato la scuola per odontotecnico, ma non volevo farlo. Ho superato il test di medicina, ma mi sono iscritto a filosofia, gettando i miei nello sconforto. Infine, mi sono laureato in poetica e retorica con una tesi su In Exitu di Giovanni Testori».

La fonte di nome e cognome?

«Emmanuel è il nome di battesimo».

«Dio con noi».

«All’università mi dicevano: Emmanuel come Kant? No, come Dio».

Genitori credenti.

«I miei fratelli si chiamano Samuel e Sara, nomi biblici anche i loro».

Ed Exitu?

«Cognome d’arte. Mi ero iscritto a filosofia con la fissa di capire perché le parole producessero significato».

Cos’è successo?

«Siccome, ero un filo problematico, alcuni amici mi fecero leggere In exitu di Testori. Era il monologo di un drogato che vuole andare a morire nella Stazione centrale di Milano. Un monologo che mischiava varie lingue e, non essendo io un lettore forte, all’inizio ci mettevo un quarto d’ora per decifrare una pagina. Quando ci ho fatto l’orecchio, l’ho riletto tre volte di seguito fino a sentirmi rigenerato da quel libro».

E cos’è cambiato?

«Intanto, il cognome. Per il resto, improvvisavo perché non sapevo cosa volessi fare da grande. A un certo punto, grazie ai miei studi sulle tecniche del racconto, mi hanno assunto alla Lux Vide, dove ho seguito la produzione di una dozzina di film. Poi ne ho scritto uno mio, La stella dei Re, sui Re Magi, che fu prodotto da Edwige Fenech e trasmesso in prima serata su Rai 1, con successo. Sono tuttora grato a Edwige Fenech».

E poi?

«Sono entrato in un’agenzia di digital design ma, giusto per non adagiarsi, sono partito per l’Uganda. Pur da cattolico, ho sempre avuto una questione aperta con la speranza, pensavo che la vita finisse lì dove la vedi. Negli slum di Kampala ho incontrato Rose Busingye».

Chi è?

«Una specie di madre Teresa nera che si occupava di donne malate di Aids. Ne è nato Greater, un documentario che Spike Lee ha premiato al Babelgum film festival. Poi, con i soldi del premio, ho fatto un altro documentario con Mario Melazzini, malato di Sla (Sclerosi laterale amiotrofica ndr)».

Sempre situazioni estreme?

«Non avendo la speranza valeva la pena guardare a chi ce l’aveva».

Quando si è scoperto scrittore?

«Leggere Vegliate con me (Edb), un libretto di discorsi di Cicely Saunders, è stato un colpo di fulmine».

Cosa l’ha affascinata?

«Cicely era una gran rompicoglioni, una testa dura. Dentro la paura per la morte è andata a vedere che cosa si poteva fare».

Sembra che sia stata lei a trovarla, non il contrario.

«Se un libro funziona è perché quello che l’ha scritto è stato trovato dalla storia. All’inizio volevo farne un film come quello sui Re Magi. Sulla facciata del King’s College di Londra, dove sono andato per le ricerche, c’erano le gigantografie dei grandi britannici, compresa Cicely Saunders».

Una sconosciuta…

«Fuori dai circuiti del fine vita, sì. Quando mi accorsi che nel 2018 sarebbe stato il centenario della sua nascita pensai di essere bruciato. Invece, nessuno ne parlò, neanche in Inghilterra. Così, ho scritto il trattamento del film per poi rendermi conto che nessun produttore avrebbe finanziato uno come me. Allora ho pensato al romanzo. Ma avevo il plot e non la scrittura, la mia voce».

Non male come scoperta.

«Per due anni ho scritto e buttato. Finché l’ho trovata. Da quel momento è cominciata la vera fatica. Scrivere dopo che sei stato trovato dalla storia è qualcosa che ti sbudella, che ti scombussola. Per un periodo ho seguito una terapia».

Il lettore apprezza la scrittura disinvolta.

«Frutto di molto lavoro. Succede che in quattro ore scrivi tre frasi e ne sei entusiasta. Vai a mangiare, torni, rileggi e butti tutto. I maestri della letteratura avvertono di questa maledizione. Ero all’inferno, ma sapevo che era la strada giusta».

Ha mai avuto a che fare con malati terminali?

«Marco Maltoni, un palliativista che ha due hospice in Romagna, mi ha introdotto in questo mondo».

La storia di Cicely Saunders, i cui protocolli sono stati riconosciuti dall’Oms, è riassumibile in questa frase: «La speranza è un posto dove puoi morire scoppiando di vita»?

«La speranza è qualcosa che ti sorprende. Non è qualcosa che si possiede, ma una scoperta continua, che toglie il fiato».

Per Charles Péguy è la virtù bambina.

«La speranza fa casino. Invece che stare al suo posto è sempre in movimento, scappa da tutte le parti».

Come un cucciolo di elefante in corsia o il coro di pazienti del St. Christopher’s hospice fondato da Cicely nel 1967?

«Il fatto interessante dei reparti di cure palliative di cui si parla poco ma che fanno tanto, è che uniscono persone diverse. Chi ha fede e chi non ce l’ha. Nella zona del fine vita cadono certezze e sistemi di pensiero ma, come dice Cicely, si apre la possibilità di “condividere il comune terreno della nostra vulnerabile umanità”. Quindi, se un credente e un non credente si incontrano in questo territorio, allora si incontrano e si aiutano davvero. Per me, che sono un“malcattolico”, è sorprendente trovare persone che non hanno la fede, ma mi aiutano con il loro modo di guardare la vita».

Chi non ha fede tende a rimuovere lo scandalo della morte?

«Anche chi ce l’ha».

I non credenti sono portati ad abbreviare il tempo del fine vita?

«Non è quello che ho visto io. Le racconto due storie. Nel suo hospice di Milano, Augusto Caraceni, un amico di Maltoni, riceve la visita di una persona:“Sono un malato terminale, mi dica perché non devo andare in Svizzera”. Senza raccontargli favole, Caraceni gli propone il percorso delle cure palliative, la possibilità di alleviare la sofferenza. “Grazie dottore, mi ha salvato la vita. Mi ha dato una speranza…”. Un altro paziente: “Faccio qualcosa, poi vado in Svizzera…”. “Ok, ma perché non usa di questi giorni per cercare e stare con i suoi figli?”. Alla fine, quella persona ha scelto di rimanere con loro. C’era un’alternativa profondamente umana».

Per i medici la morte è una sconfitta e la malattia terminale un’esperienza d’impotenza?

«La morte fa parte della vita, invece viviamo immersi in una cultura che la rimuove. Quando è morto mio nonno, al quale ero affezionatissimo, non me l’hanno fatto vedere. Eravamo negli anni Ottanta, meglio non mostrare il cadavere a un ragazzino. Ero incazzato nero».

Che differenza c’è tra terapia e cura?

«Quando intervistavo Melazzini per il documentario parlavo di malattia inguaribile… A un certo punto, lui che è un medico e un montanaro incazzoso, mi ha detto: “Di inguaribile io ho solo la mia voglia di vivere”. Se non posso più guarirti, posso prendermi cura di te».

Per i nostri sistemi sanitari sono energie sprecate.

«Qualche giorno fa a Padova Luciano Violante ha provato a tracciare un terreno d’impegno comune: “Il tema del sostegno alla vita deve diventare un valore assoluto”, ha detto. “L’etica della vita deve prendere le mosse dalla dignità in sé della vita, anche a prescindere da valutazioni di ordine religioso”. Difendere la centralità della vita vuol dire superare le gabbie del relativismo».

Non crede che nelle situazioni estreme la carità possa aiutare?

«Lo credo. Se ti appoggi ai valori, i valori si piegano. C’è una zona nella quale non bastano. Cito Violante perché è l’esempio di una persona che sta cercando, con la forza intellettuale che lo contraddistingue, il terreno comune “della nostra vulnerabile umanità”».

Ha seguito il caso di Indi Gregory?

«In queste faccende bisogna essere precisi. Indi sarebbe morta in breve tempo. In Inghilterra la sua vicenda non era una notizia, lo era il fatto che gli Italiani si agitavano per lei».

Com’è possibile che il Paese di Cicely Saunders sia così spietato con i malati inguaribili?

«È un sistema agghiacciante: se un paziente non può guarire deve morire perché è un costo. Tuttavia, pur non essendo un medico, non credo che al Bambin Gesù sarebbe sopravvissuta a lungo».

Avrebbe avuto un tempo di vita maggiore.

«Stiamo parlando di una faccenda potentemente umana. Sfruttarla politicamente non mi è piaciuto».

Fortunatamente qualcuno ne ha parlato.

«Sarebbe stato giusto dare il tempo a quella bambina e ai suoi genitori, inevitabilmente scioccati, di entrare nell’idea della morte della propria figlia. Farsi carico del dolore di tutta la famiglia è una cura palliativa».

Una comunità di giudici, medici, psicologi e funzionari che decide quando un malato deve morire togliendogli i sostegni vitali fa pensare a una distopia.

«Non voglio negare questa deriva. Ma lo dico in modo provocatorio, non me ne frega un cavolo di fermarla. Il mio interesse è incontrare le persone sul terreno della comune vulnerabile umanità. Quando faceva i colloqui per le assunzioni, Cicely tagliava chi aveva le risposte pronte della fede entusiasta o dell’ateismo entusiasta. “Ho bisogno di gente che si faccia delle domande”, diceva. Quindi la soluzione è l’alleanza terapeutica tra il medico e il paziente nella quale si decide insieme».

C’è una medicina come servizio all’uomo e ai deboli e una medicina come pretesa di controllo?

«Se rispettano la loro natura, scienza e fede, ognuna seguendo il proprio percorso, non possono non andare all’interiorità della persona, del malato. Davanti alla soglia finale non si può barare. È questo che può rompere il meccanismo della rimozione. I granellini della condivisione di cui parlavo prima fermeranno la deriva».

Intanto, la comunicazione è orientata verso prospettive eutanasiche.

«La comunicazione non è tutto il mondo, ma una piccola parte».

Determinante, però: nemmeno Londra ha ricordato il centenario di Cicely Saunders.

«Quando entravo in libreria, su questi temi trovavo solo un certo tipo di proposte. Al massimo, qualche pippone religioso che non risponde alla reale drammaticità delle situazioni. Così, mi sono messo a cercare un’altra storia».

 

La Verità, 6 gennaio 2023

«Se lo Stato non aiuta la natalità tocca alle aziende»

Produce burro e formaggi di alta qualità che, dall’alto vicentino, esporta in tutto il mondo. Ma è un antistatalista, un creatore di welfare alternativo, un imprenditore visionario. Avvocato, un passato da musicista al fianco della madre concertista con tournée europee, l’ultima trovata di Roberto Brazzale è l’assunzione di un gruppetto di ex compagni di scuola sessantenni. Se non è andare controcorrente questo…

Roberto Brazzale, stamattina ha bevuto il caffè con i suoi ex compagni di scuola?

«Con quelli presenti, sì. Erano solo due perché alcuni fanno il ponte e altri sono in giro per lavoro».

Sono diventati suoi dipendenti a sessant’anni?

«All’incirca, fra i 50 e i 60 e oltre. Noi non guardiamo la carta d’identità».

Trae una riflessione generazionale da questa vicenda?

«Siamo un po’ sorpresi dal clamore che ha avuto questa notizia. Ci sembra un fatto normale, ma evidentemente non è così. Forse abbiamo toccato un nervo scoperto».

Quale?

«Credo che molte persone di quest’età abbiano ancora tanta voglia di realizzarsi nel lavoro, a fronte di uno Stato preoccupato solo di trovare risorse per farle uscire dalla vita attiva. È vero che c’è chi sente il bisogno del pensionamento per mille motivi, ma altri sono ancora pieni di energia».

La sorprende di più la motivazione dei sessantenni o l’insipienza dei trentenni?

«Non si devono contrapporre le generazioni. Quasi il 50% dei nostri dipendenti ha meno di 35 anni e siamo felicissimi di loro. Il punto è che si può essere giovani anche a sessant’anni e oltre: la carta d’identità è spesso una convenzione. Mi sono trovato di fronte a degli amici, ex compagni di scuola, veri fuoriclasse che, grazie alla passione e all’esperienza sanno dare il meglio ora che non sono più giovanissimi».

In che ruoli sono stati assunti?

«Ruoli amministrativi, logistici e soprattutto commerciali di contatto con la clientela o il consumatore. Lavorano in perfetta simbiosi con i ventenni».

Dal suo osservatorio come giudica l’inverno demografico italiano?

«È la crisi più terribile che stiamo vivendo: tutto è contro la procreazione. I primi a esserne colpiti sono i giovani che lavorano. Deve tornare a essere bello fare figli. È un piccolo segnale il fatto che alcuni sessantenni possano continuare a lavorare, contribuendo ad alleggerire i giovani dal peso fiscale e contributivo che complica la realizzazione dei loro progetti di vita. L’allungamento dei congedi parentali può essere la chiave di volta di questa crisi».

Come funziona?

«Copiamo dai Paesi più civili. Ho davanti l’esempio della Repubblica ceca dove abbiamo 500 dipendenti che lavorano al Gran Moravia. Lì, papà o mamma, a scelta, possono restare a casa fino a quattro anni con il posto di lavoro garantito e una remunerazione del 30%. E, dopo la prima infanzia, gli asili sono perfettamente efficienti. Purtroppo, in Italia assistiamo a una serie di tentativi che, nonostante le buone intenzioni, non colgono il bersaglio. Oggi non arriviamo a 390.000 nati a fronte di quasi 700.000 morti all’anno. Se si aggiungono i 100.000 che emigrano, è come se scomparisse una città come Bologna».

Però ci sono gli immigrati.

«Sono fondamentali da decenni, ma non rimediano al male interno alla nostra società provocato dal crollo delle nascite e dalla riduzione dei giovani. Due fattori che stravolgono intimamente società e cultura del nostro Paese, facendogli perdere slancio, fiducia e bellezza».

Quanti stranieri ha nella sua azienda?

«Abbiamo oltre mille dipendenti sparsi nel mondo. In Italia sono più di 500 dei quali oltre il 25% stranieri. La loro presenza è fondamentale».

Crea problemi di tipo amministrativo o burocratico?

«Nessun problema. Sono veramente bravi, senza di loro le nostre attività si fermerebbero».

Il sociologo Luca Ricolfi afferma che le giovani coppie non procreano perché l’arrivo di un figlio compromette il piano di vita che si sono date, molto più basato sul tempo libero rispetto a qualche decennio fa.

«In molti Paesi occidentali i giovani vivono allo stesso modo, eppure fanno figli. Da noi ci sono stipendi netti troppo bassi, il reddito pro-capite non cresce da più di vent’anni. E soprattutto non c’è una valorizzazione della procreazione che dovrebbe essere il momento aureo della vita dei singoli. Fare figli è una corsa a ostacoli, economici, amministrativi, culturali».

Per lei la denatalità dipende dalla mancanza di sostegni economici e di una legislazione finalizzata?

«Non solo. Bisogna dare tempo ai genitori per seguire i figli. Meno del 50% delle donne italiane lavorano, a fronte del 70% negli altri Paesi europei, perché lasciano il lavoro per poter essere mamme. Serve un diverso atteggiamento nel mondo del lavoro e una ridefinizione delle priorità dello Stato. Garantire i congedi triennali con una remunerazione del 30% potrebbe costare molto meno di 10 miliardi all’anno, l’1% della spesa pubblica, il 3% delle pensioni. Ma lo Stato non li trova e magari poi li spende con il Pnrr che è spesa  a debito, il cui peso graverà proprio sui giovani».

È contrario al Pnrr?

«Ovvio. 250 miliardi di spesa pubblica extra: ne avevamo bisogno? In Italia la spesa pubblica è già il 60% del Pil, e il debito vero ben oltre il 150%. Lo Stato deve ridursi non espandersi, imprese e famiglie devono essere sollevate dal peso che le soffoca. Ormai nessun politico difende più i singoli dall’ipertrofia dello Stato».

Il Pnrr permetterà di realizzare opere necessarie allo sviluppo del Paese.

«Gli Stati che funzionano le fanno attingendo al bilancio ordinario, non a extra debito. Un euro speso dallo Stato è un euro tolto ai cittadini. Come si può pensare che lo Stato spenda meglio di una famiglia o di un’impresa?».

Nella sua azienda assume sessantenni, estende il baby bonus, allunga il congedo per maternità…

«Attraverso il congedo parentale aziendale aggiuntivo, i nostri dipendenti, uomini o donne, possono rimanere a casa fino a un anno in più al 30% dello stipendio. Abbiamo creato un gruppo di imprenditori che si chiama “Benvenuta cicogna”, una mailing list per scambiarci informazioni e anche Confindustria giovani Vicenza ha messo al centro della propria azione la maternità sul lavoro. Non possiamo aspettare lo Stato, invitiamo a considerare misure simili chi non l’ha ancora fatto».

È uno strano welfare aziendale, il suo.

«L’azienda è una comunità di persone. Oggi categorie come i sessantenni o le donne che hanno paura della gravidanza sono considerate neglette nel mondo del lavoro. Noi proviamo a porre rimedio a ciò che non funziona nella nostra società, anche prendendo esempi dalle esperienze che facciamo in giro per il mondo».

I sindacati cosa dicono?

«Le nostre misure, per esempio le attenzioni per le mamme, sono apprezzate e condivise. La protezione della maternità è quasi una forma di controcultura perché, per sciatteria, la cultura prevalente mortifica la procreazione».

È contento del momento d’oro dei formaggi italiani, in vetta alle classifiche di gradimento mondiali?

«Il momento d’oro dei formaggi italiani dura da sempre e durerà per sempre perché 8,1 miliardi di persone a cui torna l’appetito ogni 4 ore amano i nostri prodotti. C’è solo da darsi da fare per rispondere a questa enorme domanda sopperendo alla carenza di territorio di cui soffriamo. Dunque, pensando al made in Italy come valore aggiunto creato dagli italiani e dalla loro formidabile capacità di trasformazione, attraverso l’espansione internazionale delle catene di approvvigionamento».

È più urgente la riforma del premierato o quella dell’autonomia?

«La più urgente è riprendere a fare figli. Rispetto a questo, quelle riforme sono irrilevanti. Poi, non si capisce bene quale autonomia lo Stato voglia davvero concedere. La sensazione è che il centralismo statalista, la radice dei nostri mali, non verrà intaccato».

Che cosa si aspetta dalle elezioni europee?

«L’Unione europea ha bisogno di ripensare molte delle sue decisioni più recenti e di farlo in fretta».

Sa già per chi voterà?

«Dipende dai candidati e dai programmi, ci sono ancora molte cose da capire».

Se dovesse dare un consiglio a Giorgia Meloni quale sarebbe?

«Subito il congedo parentale triennale a carico del sistema previdenziale. E maternità e procreazione in cima alle priorità, in modo rivoluzionario».

L’ultima volta che ci siamo visti, parlando del suo andare controcorrente, mi ha raccontato di quell’automobilista che mentre guida in autostrada nella nebbia sente alla radio l’allarme per un pazzo che va contromano e commenta: «Macché uno, saranno almeno cento…». È ancora incolume o ha fatto qualche incidente?

«Nessun incidente. Appena esco dall’Italia mi accorgo di pensare in modo normale, comune. Mio nonno diceva: “Mai paura, basta ’ver ’e idee ciare”».

Dice di pensare in modo condiviso nei Paesi europei, ma poi la Ue promuove le auto elettriche, l’efficientamento delle abitazioni e penalizza le aziende che non si adeguano ai dogmi green.

«L’Unione europea è una brutta copia centralista degli Stati nazionali, replica i loro difetti e ne aggiunge di propri. Era meglio un’Europa comunitaria, che eliminava barriere e allargava mercati e libertà».

Per questo le chiedevo quali aspettative ha dalle prossime elezioni.

«I Paesi sono espressione della cultura dei popoli. Si pretenderebbe di unificare Paesi con culture molto diverse, antitetiche. L’Italia non è solo quella che ha fatto nascere il Recovery plan è anche l’unico Paese che ha chiesto tutti i fondi a debito del Pnrr. Siamo i più furbi o i peggio amministrati? Stando ai risultati, la seconda. La Ue per tenersi in piedi ha finito per assecondare le peggiori politiche nazionali, come la monetizzazione dei deficit. Di facciata si sottoscrivono patti che si sa già non verranno rispettati. E presuntuosi burocrati pretendono di pianificare la vita di singoli e imprese. La capitale a cui guardare oggi non è né Bruxelles né Roma ma, sorprendentemente, Buenos Aires».

Addirittura? L’Argentina del premier con la motosega?

«Lasci stare il folklore. Certi principi di buon governo e libertà non si sentivano pronunciare dai tempi di Margaret Thatcher. Riusciranno a metterli in pratica? Difficile, ma finalmente il pensiero unico statalista viene messo in discussione da un governo liberamente eletto. Peccato ciò accada solo fuori dalla Penisola e dal Vecchio continente».

 

La Verità, 30 dicembre 2023

«La messa moderna danneggia la fede»

Autore di romanzi, racconti, poesie, libretti per opera e saggi su arte e letteratura, reportage e argomenti religiosi, storici e politici, nato a Francoforte sul Meno dove risiede e da dove parte per i suoi viaggi, molti dei quali diretti nell’amata Italia, Martin Mosebach è uno tra gli scrittori tedeschi più importanti dell’epoca contemporanea. Insignito di numerosi riconoscimenti e premi, tra cui quello della Fondazione Konrad-Adenauer-Stiftung del 2013, oltre al saggio sui 21 martiri copti con prefazione del cardinal Robert Sarah, ha pubblicato per Cantagalli di Siena, sempre nella collana «Speamanniana» diretta da Leonardo Allodi, L’eresia dell’informe – La liturgia romana e il suo nemico, di cui è appena uscita una nuova edizione.

Perché ha deciso di ampliare il suo saggio in difesa della messa antica?
«La battaglia per salvare l’antico rito romano è entrata in una nuova fase. Quando il libro è apparso per la prima volta in Germania (2001), vivevano ancora molti fedeli che dalla loro giovinezza conservavano precisi ricordi del rito tradizionale e che hanno accolto la sua perdita con profondo dolore. Nel frattempo è sorta una nuova generazione che si è impegnata a favore della tradizione come rimedio contro la banalità che si è introdotta nella Chiesa latina a partire dalla riforma della messa. Che più che una riforma è stata una rivoluzione».

In che cosa consiste sinteticamente l’eresia dell’informe?

«Nell’errore che il contenuto della fede possa rimanere invariato quando se ne modifichi la forma dell’espressione. È ormai evidente che la fede della Chiesa attraverso la nuova forma della messa è stata gravemente danneggiata».

Nel cristianesimo la liturgia è rituale perché Cristo è il Dio incarnato?

«La Chiesa non intende la liturgia come opera degli uomini, ma come agire di Dio, che s’incarna sempre di nuovo sugli altari come sacrificio per la salvezza. Questa realtà può essere percepita come credibile soltanto se la soggettività dei partecipanti è per quanto possibile invisibile. La sottomissione al rituale rende chiaro a ciascuno che attraverso di esso non si vogliono realizzare individui, ma renderli strumenti per l’azione di Dio».

Qual è il nemico della liturgia romana?

«L’idolatria della soggettività. Il capovolgimento della fede nel Cristo storico in un mito astorico e non dogmatico. L’indisponibilità alla bellezza, che Platone chiama apeirokalia, e l’amore per la deformità. Il disconoscimento del fatto che la tradizione non è un fardello per la Chiesa, ma la sua natura».

Che differenza c’è tra la «riforma» introdotta alla fine del Concilio vaticano II e i mutamenti che pure ci sono stati nel corso dei secoli nella liturgia?

«Naturalmente nei secoli si sono avute molte modificazioni della liturgia, non può essere altrimenti. Si osservi soltanto la differenza fra una basilica romana, una cattedrale gotica e una chiesa barocca. Tuttavia più importante è ciò che è rimasto sempre uguale: l’orientamento del celebrante insieme alla comunità verso il Signore che ritorna da Oriente, la lingua del culto e la teologia del sacrificio. Le modificazioni avvenute in modo organico non hanno modificato nulla nella loro evoluzione e si sono compiute in modo anonimo senza che vi sia stato distintamente un autore definibile come tale, un riformatore esterno che a un certo punto è intervenuto d’autorità. La celebrazione della messa da papa Gregorio Magno fino al 1968 aveva in comune assai più di quanto non avesse di divergente».

Si può dire che nell’ultimo mezzo secolo abbiamo assistito alla de-sacralizzazione, protestantizzazione e democratizzazione del rito?

«Forse questo non era l’intento dei “riformatori”, tuttavia il risultato è questo. In un paese come la Germania, con tanti protestanti quanti cattolici, sulle questioni di fede non c’è più alcuna differenza fra le confessioni».

Da cardinale, Joseph Ratzinger scriveva che «nella liturgia l’uomo non guarda a sé, bensì a Dio; verso di Lui è diretto lo sguardo. In essa l’uomo non deve tanto educarsi, quanto contemplare la gloria di Dio»: è questo che è andato perduto?

«Per le orecchie del normale cattolico contemporaneo queste parole di Ratzinger sembrano provenire da un tempo assai lontano. Già solo il concetto di “gloria di Dio” può far scrollare la testa dal momento che i teologi hanno abituato i fedeli rimasti a parlare a un “Dio all’altezza degli occhi”».

Negli anni al posto della centralità di Cristo è diventata protagonista la figura del sacerdote e, parallelamente, la partecipazione attiva dei fedeli?

«Con il rovesciamento a-storico dell’orientamento del celebrante è divenuto impossibile l’allineamento alla croce. In molti altari oggi non si trova più nessun crocifisso, ma un microfono che fa rimbombare la voce del sacerdote fino all’ultimo angolo, così nessuno si dimentica di lui. Nelle celebrazioni tradizionali il sacerdote scompare, in quanto persona».

Oggi si giudica la riuscita di una celebrazione in base ai momenti di accoglienza, di commiato e di creatività degli organizzatori?

«Oggi ogni comunità deve avere un proprio comitato liturgico, nel quale i laici possono immaginare nuovi abbellimenti della liturgia, nuovi programmi musicali e nuove preghiere che pretendono un’autorità che non compete a loro».

Chi crede che il lascito principale di Cristo siano il suo insegnamento e la parola dei vangeli tende a privilegiare gli elementi comunitari della liturgia?

«Si è eclissata la coscienza che la liturgia sia actio di Dio. Che in essa non si tratta di insegnamenti, ma della testimonianza dell’azione salvifica di Dio. La catechesi deve avvenire fuori della liturgia, cosa che per altro non si fa più. La Chiesa, almeno in Germania, ha abbandonato l’insegnamento sistematico del catechismo. Gran parte dei fedeli che oggi frequentano la messa conoscono il Credo in modo vago».

Non crede che una certa semplificazione e maggior immediatezza della liturgia abbia favorito l’avvicinarsi di tanti giovani?

«La speranza dei “rivoluzionari della messa” era di favorire l’accesso delle masse alla liturgia. Questa speranza è però naufragata. L’abbandono della pratica religiosa è iniziato con la riforma dopo il Concilio vaticano II perché, in fondo, la messa aveva perso il suo magnetismo».

I nostalgici della messa tridentina peccano di estetismo?

«Questo è un rimprovero particolarmente maligno perché accusa i sostenitori della messa antica di non essere attaccati a questioni di fede, ma a una sorta di esibizione da operetta. Così si cerca di sviare il fatto che, per larghi strati di fedeli, proprio la nuova formula ha danneggiato il depositum fidei».

Che cosa le fa dire che Benedetto XVI avrebbe inaugurato la stagione della «riforma della riforma» introdotta da Paolo VI nel 1969?

«Benedetto XVI aveva compreso, già da cardinale, che la rivoluzione della messa aveva provocato un grave danno alla fede. Per sua natura, tuttavia, rifuggiva dalle rotture violente. Egli voleva sanare il danno con prudenza, sperando che attraverso una reintroduzione della preghiera tradizionale dell’offertorio e anche un ritorno della celebrazione rivolta a Oriente, la rottura fosse meno brutale. Come Papa comprese che la resistenza a tali correzioni sarebbe stata insuperabile e così ha stabilito la coesistenza tra antica e nuova messa, nella speranza che una nuova coscienza liturgica sarebbe sorta. Purtroppo, la sua inattesa abdicazione ha compromesso questo tentativo».

Nel luglio 2021 promulgando il motu proprio Traditionis custodes papa Francesco ha ristretto ulteriormente le possibilità di celebrare la messa con il rito antico esprimendo una preoccupazione pastorale per evitare irrigidimenti di piccole comunità.

«Bisogna riconoscere che queste preoccupazioni c’erano poiché, attraverso il precedente motu proprio di Benedetto XVI, il Summorum pontificum, la pace liturgica era stata stabilita: le comunità legate al rito antico convivevano con quelle che praticano il rito della riforma. La perpetuazione della liturgia tradizionale mostrava che la Chiesa nel suo credo non era cambiata. Tuttavia, il fatto che nuove generazioni stessero riscoprendo il rito antico deve aver alimentato le preoccupazioni che hanno portato al nuovo motu proprio di Bergoglio».

L’eresia dell’informe deriva dal prevalere del conforme, cioè il pericolo da cui metteva in guardia San Paolo al capitolo 12 della lettera ai Romani?

«L’esortazione dell’apostolo Paolo nella lettera ai Romani: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo” tocca nel cuore la nostra situazione. Di fatto l’antico rito con la sua accentuazione della gerarchia, del soprannaturale e del sovratemporale costituisce il più importante ed efficace atto di resistenza contro il “mondo” di cui parla Paolo. È il rifiuto deciso di rassegnarsi alle misure dell’anti-cultura contemporanea».
Cosa pensa della dichiarazione Fiducia supplicans firmata dal prefetto dell’ex Sant’Uffizio Victor Manuel Fernandez e approvata da Francesco, con la quale si consente la benedizione alle coppie omosessuali, che ha fatto esultare gran parte dei vescovi tedeschi, ma ha contemporaneamente alimentato venti di scisma nella Chiesa?
«Fiducia supplicans segue la cattiva prassi già utilizzata nei documenti del Vaticano II, per esempio la Dichiarazione sulla libertà religiosa, di mescolare rottura e tradizione pur dichiarando che la dottrina tramandata della Chiesa rimane intatta. Sono furbizie gesuitiche che Blaise Pascal ha ben descritto in Le provinciali. Certe pseudo sottigliezze, come l’invenzione di differenti classi di benedizioni dietro le quali il prefetto dell’ex Sant’Uffizio si trincera, vengono cancellate dalla prassi e nessuno riuscirà a impedirle. I vescovi tedeschi, in prevalenza vedono il documento come un piegarsi del Vaticano alle loro istanze e si sentono confermati. Il pericolo dello scisma – che, in fondo, per la separazione degli spiriti, sarebbe quasi un bene – con questa soluzione tiepida non è scongiurato. Certi scaltri tatticismi creano danni soprattutto all’autorità della cattedra della Santa Sede».

 

La Verità, 23 dicembre 2023

«Con me anche gli islamici rispetteranno le leggi»

Nei formidabili Settanta Monfalcone era la Stalingrado d’Italia, ora è uno dei comuni a più alta densità islamica. Circa 7.000 cittadini di religione musulmana su un totale di 30.000 residenti. Stando alle parole di Paolo Mieli ospite di Quarta Repubblica di Nicola Porro, Anna Maria Cisint «è una Vincenzo De Luca moltiplicata per mille». In questi giorni, la sindaca leghista è accusata di impedire ai musulmani di pregare mentre la comunità islamica ha convocato una manifestazione nazionale a Monfalcone per il 23 dicembre, antivigilia di Natale.
Anna Maria Cisint, come devo chiamarla?
«Sindaco».
È primo cittadino dal 2016…
«Mi pare fosse il 5 novembre quando ho vinto la prima volta. Pier Luigi Bersani disse in tv di non aver dormito tutta la notte perché aveva perso Monfalcone. Nel 2022 sono stata rieletta al primo turno con quasi il 73%».
… perché ha aspettato il secondo mandato per mettere su questo casino?
«Non è un casino, è rispetto della legge».
Perché è diventato attuale adesso?
«I dirigenti dell’ufficio urbanistico e la polizia locale hanno appurato che le moschee non erano a norma».
Prima lo erano?
«No, perché il piano regolatore, che non ho fatto io, stabiliva che quei locali erano destinati a commercio e attività direzionali. Non si può dire che non lo si sapeva. Poi, ultimamente, si sono aggiunti due fatti: la forte crescita dei musulmani a Monfalcone e l’invito online delle associazioni ad andare a pregare nelle moschee».
Sono moschee, parcheggi, hangar, centri culturali?
«Quelle in questione erano moschee di fatto, finti centri culturali».
Che cosa la preoccupa?
«Sono preoccupata perché ho una responsabilità istituzionale nei confronti dei cittadini. Abbiamo fatto tutte le verifiche per dire che in quelle moschee c’era una presenza massiccia di islamici che andavano a pregare. Perciò si poneva sia un problema di legalità che di sicurezza pubblica».
In che senso?
«La legalità garantisce pari diritti e doveri per tutti. Un garage non può diventare una discoteca. Un vecchietto che ha costruito una tettoia e deve pagare il condono edilizio può chiedermi perché tollero che quei centri commerciali siano diventati luoghi di culto. Poi c’è il problema logistico, uscite di sicurezza, sistemi antincendio. Ma non solo…».
Vede pericoli di reclutamento terroristico?
«Dopo il 7 ottobre alcuni ragazzi bengalesi si sono arrampicati sul campanile e hanno gridato “Allah akbar. A morte Israele”. Qui nessuno ha condannato l’azione di Hamas. In quelle moschee non si prega in italiano e non si parla italiano, perciò non sappiamo che cosa predicano gli imam. Pochi giorni fa è stato espulso da Milano un terrorista protetto da oltre un anno dai capi di una moschea. Non alimento paure, sono solo preoccupata per la sottovalutazione di questi fenomeni e voglio capire se c’è un processo di radicalizzazione».
Ha segnali che lo fanno pensare?
«Le ho appena citato i ragazzi che si sono arrampicati sul campanile. Poi ci sono altri fatti. Prima di tutto l’aumento delle coperture integrali delle bambine, anche nelle scuole. Le preparano a diventare schiave. Ci sono già le spose bambine. Pochi giorni fa abbiamo risposto alla richiesta di soccorso di una ragazzina di 15 anni picchiata dai genitori che volevano mandarla a sposarsi in Bangladesh e contrastavano la sua volontà di frequentare un amichetto. Ci ha chiamato e l’abbiamo portata in un luogo protetto. La stessa cosa è successa due anni fa con una tredicenne che vive tuttora in luogo protetto. Abbiamo salvato due potenziali Saman (Abbas, la diciottenne pakistana uccisa perché si opponeva al matrimonio con il cugino voluto dai genitori ndr)».
Questi fatti li vede solo lei?
«Li vedono tutti. Anche la sinistra e la comunità musulmana che, nominalmente, mi danno ragione, ma non fanno nulla per fermarli».
Perché a Monfalcone gli immigrati sono in gran parte bengalesi?
«Perché c’è Fincantieri. Dal 2005 è stata fatta una modifica produttiva delocalizzando al contrario e portando la manodopera più povera a Monfalcone».
E sono arrivati soprattutto bengalesi?
«Sì. Va detto che in Italia è facile ottenere i ricongiungimenti. Se un bengalese ha il permesso di soggiorno grazie a un contratto di un anno e guadagna meno di 13.000 euro, può ricongiungere ben due persone. La conseguenza è che il welfare comunale è quasi tutto a beneficio degli immigrati».
Perché?
«Con i ricongiungimenti, dopo un anno sono in tre. Quando arriva la moglie la famiglia inizia a crescere, ma lavora uno solo. Così gli aiuti per la casa, la scuola, la mensa, i trasporti sono assorbiti da loro. I beneficiari del bonus bebè sono stati al 98% bengalesi».
Perché gli italiani non fanno figli?
«Perché loro ne fanno tanti. Su 7.000 bengalesi lavorano 1.700, di cui solo 7 sono donne, per loro la donna è una schiava».
E lei non vuole farli pregare.
«È una fake news. È sconvolgente che gli organi d’informazione che dicono di combatterle siano quelli che le promuovono. Mai detto che non possono pregare, ma che la legge va rispettata da tutti».
Trovare un altro luogo di culto per gli islamici?
«Il piano regolatore fatto dalle giunte di sinistra non lo prevede perché la città ne ha già e io non ho intenzione di modificarlo. Monfalcone non è un’isola alla fine del mondo».
I preti si sono schierati dalla parte dei musulmani?
«Altra cosa scritta da Repubblica che non mi risulta. Hanno fatto delle riflessioni condivisibili sulla libertà di culto».
A Monfalcone però sembra difficile praticarla.
«Ripeto: a Monfalcone c’è un piano regolatore. Non è colpa del comune se sono in 7.000. Rinvio la palla nel loro campo. Se andassi in un Paese islamico dubito che si preoccuperebbero di costruire la chiesa cattolica».
Mi dice una persona importante per la sua formazione?
«Mio padre, soprattutto. Operaio che ha costruito navi nelle aziende del territorio, morto di amianto dopo decenni di lavoro senza protezioni adeguate. Mi ha insegnato cosa significa avere la spina dorsale e mantenere la rotta in mezzo alle difficoltà».
Perché ha deciso di candidarsi e com’è diventata sindaco?
«Per 29 anni sono stata dirigente comunale, poi ho deciso di mettere la mia competenza amministrativa a servizio della comunità, prima all’opposizione e ora al governo della città».
Il suo modello è l’ex sceriffo di Treviso Giancarlo Gentilini?
«La devo deludere, le persone intelligenti governano inserite nei contesti in cui si trovano. A Monfalcone è imprescindibile la presenza di Fincantieri dove ci sono 8.000 persone che lavorano provenendo da fuori. È inutile parlare di modelli».
Il suo primo provvedimento qual è stato?
«Contrastare il degrado ereditato, c’era spazzatura ovunque, e recuperare vivibilità. Poi, essendomi insediata a novembre, organizzare il Natale secondo la nostra storia. Chi c’era prima aveva eliminato il presepio perché riteneva fosse un affronto a qualcuno. Adesso nella sala del comune c’è una mostra con 19 presepi realizzati da artisti locali e nella piazza principale troneggia il simbolo della nostra tradizione».
Nel 2018 ha fissato un tetto del 45% per bambini stranieri negli asili. Quanti ne sono rimasti esclusi e che asili hanno frequentato?
«In questi anni ho fatto costruire quattro scuole. Quando sono arrivata c’era una lista d’attesa per l’infanzia di 90 bambini. Come detto, gli stranieri sono molto prolifici. Era una situazione inaccettabile sia per loro, perché ghettizzati, sia per gli italofoni, perché perdono pezzi di programma. Il tetto è servito e serve a stabilire condizioni di equilibrio. Altrimenti un bambino italofono può trovarsi in una classe con 20 bengalesi che non vogliono scrivere la parola cane perché il cane è un animale impuro. Per i bengalesi abbiamo messo a disposizione gli scuolabus e hanno frequentato gli asili sul territorio dove, per altro, non c’erano bambini sufficienti a formare le classi».
La sinistra propone ogni settimana lo ius soli e lo ius culturae mentre lei mette delle soglie d’ingresso agli studenti stranieri: si stupisce che la contestino?
«La sinistra sta sempre dalla parte sbagliata. Tutti gli anni a fine gennaio si spertica per ricordare la Shoah, ma quando Hamas aggredisce barbaramente Israele strizza l’occhio alla Palestina. Dice di battersi per le donne e poi tace sulle situazioni che le ho illustrato. Per la sinistra e i suoi giornali la legge va rispettatat solo se si allinea alle loro idee».
Michele Serra ha proposto di identificarla.
«Sono a disposizione. Se verrà lo porterò a vedere i presepi vicino al Municipio».
Gorizia è terra di confine e di commistione fra culture diverse, l’integrazione è possibile?
«Effettivamente le etnie sono diverse. Con quella rumena, che è la seconda per importanza, non abbiamo mezzo problema. L’integrazione è un contratto biunivoco: con le comunità che pretendono di mantenere la loro cultura creando un’altra città nella città l’integrazione non si realizza».
Il tetto per i bambini stranieri, i vincoli urbanistici per pregare… i suoi provvedimenti sono tutti per frenare le altre etnie?
«Siamo in Italia. Ci sono una storia e una cultura da salvaguardare. Nessuno ha chiesto a nessuno di arrivare. È giusto chiedere rispetto del nostro Paese e delle nostre leggi».
Mi dice un suo provvedimento per promuovere positivamente la nostra etnia?
«Monfalcone era uno spogliatoio di Fincantieri e noi abbiamo messo al centro il rispetto della città. I provvedimenti sono innumerevoli, dal recupero del Natale con una serie di eventi fino alla valorizzazione della storia con le mostre sul Carso e le sue trincee».
Si candiderà alle Europee?
«Sono lusingata del fatto che il mio partito diretto molto bene da Matteo Salvini mi tenga in considerazione. Se potrò dare una mano alla Lega che ha le idee giuste per l’Italia e l’Europa lo farò. Ma sono orgogliosa di fare il sindaco di una delle città più difficili d’Italia, perciò la mia scelta sarebbe rimanere qua. Vedremo».
Si farà la manifestazione del 23 dicembre indetta dalla comunità islamica?
«Le manifestazioni sono libere, perciò penso che si farà. Ma la trovo una provocazione nei confronti dei cittadini che vogliono trascorrere un Natale tranquillo e dei commercianti che sperano negli incassi di quei giorni. Chiamare a raccolta 5.000 musulmani obbligando alla chiusura del centro storico mostra il volto di una comunità che se non riesce a fare ciò che vuole pone problemi. Martedì si riunirà il Comitato di pubblica sicurezza composto da prefettura e questura. Se vogliono parlare e confrontarsi, sono a disposizione».

 

La Verità, 16 dicembre 2023

«Il comunismo è morto e la proprietà privata quasi»

Discepolo e biografo del giurista e politologo Bruno Leoni e fondatore dell’istituto a lui intitolato, Carlo Lottieri è uno dei maggiori filosofi italiani. Teorico del pensiero liberista e liberale, è tra i più raffinati critici dell’intervento dello Stato in economia e delle sinergie tra burocrazie pubbliche e grandi corporation del mondo digitale che vediamo in azione, di emergenza in emergenza, dall’avvento della pandemia a oggi. L’ultimo suo libro, pubblicato da LiberiLibri, s’intitola La proprietà sotto attacco.

Professore, perché oggi la proprietà è sotto attacco?

«Alcune ragioni sono ideologiche e altre, invece, discendono dal rapporto tra politici ed elettori. Nelle democrazie contemporanee, infatti, quanti governano “comprano” voti distribuendo favori, ma per farlo devono calpestare il diritto e in particolare il diritto di proprietà».

Lo è più di ieri?

«Non c’è dubbio. Durante il ventesimo secolo tassazione e spesa pubblica sono cresciute grosso modo di 5 volte. Oltre a ciò, abbiamo una fitta regolazione in virtù della quale anche ciò che formalmente resta nelle nostre mani, in realtà, non è più sotto il nostro controllo. Come nel caso di un’abitazione che non posso affittare per un solo giorno…».

Quali sono le cause che hanno portato a questa situazione?

«Dobbiamo tenere presente che l’interesse dei politici e dei loro complici è che noi si sia spogliati di ogni cosa e di conseguenza bisognosi di tutto. Una società di gente senza nulla è più governabile. Per giunta, le classi dirigenti sono dominate dalla presunzione di chi si ritiene chiamato ad amministrare l’intera società, e per farlo deve svuotare ogni titolo di proprietà».

Pierre-Joseph Proudhon considerava la proprietà privata un furto, un danno per la collettività. Ma il marxismo, che ha predicato la collettivizzazione dei mezzi di produzione, con la caduta del muro di Berlino ha esaurito la sua spinta propulsiva. O no?

«Il marxismo ortodosso è ormai marginale, ma molti suoi temi restano influenti: a partire dall’idea che il capitalismo sarebbe il male assoluto e che nei rapporti di mercato il borghese sfrutterebbe il proletario. La legislazione contemporanea, su lavoro, affitti e via dicendo, poggia su queste tesi».

La proprietà oggi è in crisi perché è in auge l’idea che se qualcuno guadagna, qualcun altro deve perdere?

«In parte è così, dato che molti ignorano che negli scambi volontari tutti ci guadagnano. Oltre a questo, va detto che i favoreggiatori intellettuali della classe politica hanno diffuso la convinzione che avere qualcosa o conoscere la realtà significherebbe disporre di “potere” sugli altri. Di conseguenza, il vero dominio di chi ci aggredisce viene legittimato».

È per questo che l’imprenditore, il capitalista, genericamente il benestante viene guardato con sospetto?

«L’odio per il libero mercato è una costante della cultura egemone degli ultimi due secoli: a destra e a sinistra. Va anche aggiunto che oggi la maggior parte dei capitalisti chiede privilegi. Il sospetto è dunque più che giustificato».

Perché lei considera la proprietà un diritto inalienabile? Qual è il suo fondamento?

«La proprietà è innanzi tutto la proprietà altrui, che non posso violare. Se riconosco la dignità del prossimo, non posso alzare la mano su di lui. L’altro mi trascende e questo altro è incarnato: ha una storia e possiede beni. Entrare in casa sua senza autorizzazione è una violenza inaccettabile. Tutto ciò, però, è incompatibile con il potere sovrano, che ci considera pedine a sua disposizione».

Non è comunque indispensabile una regolazione della proprietà a tutela dei ceti più deboli? Diversamente non vige la legge della giungla, la legge del più forte?

«L’arbitrario potere nelle mani dei legislatori è esattamente la legge del più forte. Per giunta, in un regime statalista quanti hanno di più sono in grado di influenzare a loro favore il ceto politico ed espropriare chi ha poco… Basti pensare alla “transizione verde”, che è un regalo fatto a gruppi finanziari senza scrupoli. Invece, la migliore tutela dei più deboli è una granitica difesa della proprietà e quindi anche della libertà di contratto».

Il welfare a cosa serve, allora?

«Creato dal cancelliere Otto von Bismarck e poi rafforzato da logiche socialdemocratiche, il welfare è lo strumento che politici e gruppi parassitari sono riusciti a escogitare per contrabbandare come aiuto ai deboli quello che, nei fatti, è solo uno strumento di dominio e controllo sociale. In Italia, basti pensare agli innumerevoli scandali nella previdenza di Stato, ma anche ai molti business legati ad assistenza e immigrazione, dovremmo averlo capito».

Tassazione e redistribuzione sono funzionali a questo?

«Servono a consegnare il potere a pochi. E come già avveniva con Giuda (Giovanni 12,6) quanti hanno la cassa tendono a essere disonesti e a usarla a proprio vantaggio».

Oggi il pericolo maggiore per la libertà della persona deriva dalla saldatura tra potere politico ed economia, tra Washington e Wall Street?

«L’espansione dello Stato ha corrotto tutto e soprattutto le imprese. Realizzare profitti servendo i consumatori non è facile; ottenere aiuti da amici legislatori e banchieri centrali, invece, può essere un gioco da ragazzi. Per questo la cultura ispirata dal grande business è tanto conformista».

Che funzione hanno in questo scenario le corporation dell’economia digitale?

«Da un lato dispongono di enormi risorse e dall’altro possono condizionare pesantemente l’opinione pubblica. Lo scandalo dei Twitter files la dice lunga in merito al fatto che oggi proprio quelle realtà saldano potere, interessi e ideologie».

Perché secondo lei la pandemia è stata la prova generale del nuovo ordine mondiale?

«Qualche anno fa era inimmaginabile che qualcuno potesse imporci di non uscire dopo le 10 di sera, che avremmo subito trattamenti sanitari obbligatori e non ci saremmo potuti spostare da Peschiera a Desenzano. Il potere ora sa quanto la società sia fragile e com’è facile dominarci secondo logiche cinesi».

Anche la nuova emergenza climatica riduce l’autonomia dell’individuo basata sulla proprietà?

«Il dogmatismo para-religioso di chi pretende di disporre di una conoscenza assoluta in tema di clima sta permettendo di commissariare l’intera umanità. Passando di emergenza in emergenza i nostri diritti stanno svanendo nel nulla».

Dalla proprietà immobiliare a quella dei mezzi di trasporto, su che poteri fa leva il controllo dei comportamenti dei cittadini che appare sempre più pervasivo?

«Una regolazione tanto minuziosa – così che la camera deve essere alta almeno 270 cm, mentre il bagno 240 cm… – ci educa alla passività: a quel punto siamo pronti a farci derubare da chi decide le priorità e, ad esempio, stabilisce che ridurre la CO2 è più importante che contrastare i terremoti, oppure che è meglio combattere l’inquinamento invece che la povertà».

Un tempo queste istanze avverse alla proprietà sembravano prerogativa dei movimenti di sinistra, dal socialismo ottocentesco alla Fabian society. Oggi chi sono i soggetti propugnatori di questi comportamenti?

«Il progressismo unisce gli ideologi dell’anticapitalismo, gli ecologisti, i tecnocrati alla Klaus Schwab e i grandi interessi finanziari – basti leggere i “codici etici” di Black rock -. È la sinistra arcobaleno delle aree Ztl».

Si va verso una trasformazione della proprietà individuale dei beni a una condivisione sempre maggiore di servizi?

«Ci dicono che invece di possedere una casa o una vettura potremo usarle. In questo modo, però, qualcuno stabilirà chi avrà quel diritto e chi no. Saranno gli interpreti di questo nuovo potere a possedere tutto e a gestire la nostra vita».

Va letto in questa cornice anche l’ostruzionismo verso gli affitti brevi?

«In una società caratterizza da stili di vita che portano a spostarsi sempre di più avremmo bisogno di una micro-imprenditorialità duttile e innovativa. Ma se le abitazioni diventano una possibilità per “fare impresa”, il progetto di una società integralmente amministrata incontra difficoltà. L’avversione agli affitti brevi esprime questo odio per la libertà del proprietario».

Come cambieranno le nostre città in questa prospettiva?

«Il rischio è che vi accedano solo i più ricchi, che avranno le risorse per comprare costose auto elettriche e abitazioni in classe A. Per giunta le città sono sempre meno luoghi di mercato, e sempre più centri di potere e burocrazia».

È un cambiamento che in alcune metropoli è già tristemente visibile?

«Senza dubbio. Il progressismo sta conducendo una guerra ai poveri che è sotto gli occhi di tutti. Le norme urbanistiche penalizzano chi vorrebbe trasformare in un loft un seminterrato, senza però dover spendere capitali e produrre montagne di carta».

Intravede qualche rallentamento in atto in questo processo di attacco alla proprietà e di controllo sui cittadini?

«No. I giovani sono educati a considerare un male tutto ciò che è privato, mentre il pubblico, cioè il potere di pochi, sarebbe al servizio della collettività. Chi comanda sta dotandosi di servitori ubbidienti».

Quanto la preoccupa che anche la Chiesa rischi di allinearsi su questi temi all’ecologismo politicamente corretto?

«Specialmente con questo pontefice, la Chiesa pare desiderare i facili applausi di chi è sempre allineato. Così, però, si finisce per avallare il peggior luogocomunismo. Lo s’è visto durante la pandemia e lo si vede ora che ci stanno predisponendo un’altra emergenza, quella climatica».

Invece, non le sembra che qualche segnale di ravvedimento stia giungendo dallo svolgimento più problematico dei lavori della Cop28, dove si sta iniziando a considerare il ruolo dell’energia nucleare?

«Queste kermesse prefigurano una sorta di “governance” globale sulla base di assunti pericolosi: dirigisti e statalisti. Fortunatamente gli interessi degli uomini di potere talora sono divergenti e quindi c’è la speranza che il progressismo occidentale non vinca la resistenza di quanti, specie in quello che era il Terzo mondo, sono indisposti a sacrificare le prospettive di vita dei loro concittadini. Purtroppo, difficilmente avremo in tempi ragionevoli un vero mercato dell’energia».

In Europa una possibile novità potrebbe venire dal mancato successo della cosiddetta maggioranza Ursula alle prossime elezioni europee a vantaggio di coalizioni alternative? Si sente di fare delle previsioni?

«Le politiche elitarie e liberticide dell’Unione europea e della Bce suscitano reazioni, interpretate soprattutto dalle forze di destra. Senza una seria svolta culturale, però, non succederà proprio nulla».

 

La Verità, 9 dicembre 2023

 

 

 

 

 

«L’Expo lo fanno in Arabia, qui c’è il patriarcato»

Il quarto libro di Federico Palmaroli, in arte #lepiubellefrasidiosho, s’intitola «Er pugno se fa co la destra o co la sinistra?» (Rizzoli). A chiederlo in copertina è un’amletica Elly Schlein, segretaria del Partito democratico. Sottotitolo: splendori (e miserie) di un anno italiano.

Insomma, lei proprio non lo vuole capire.

«Che cosa?».

Che in Italia c’è il patriarcato.

«Ero convinto di no, ma pian piano ci sto arrivando».

Alla buon’ora.

«Ero rimasto alla resilienza».

Non avrà qualcosa contro la resilienza?

«Io ho qualche problema solo con l’alcol» (ride).

Dopo quello con Giorgia Meloni, questo con la Schelin è il secondo libro consecutivo con una donna in copertina: è ora di finirla.

«Mi rendo conto. Ma questo dovrebbe dimostrare che non c’è il patriarcato. Oppure è la conferma che c’è? Ditemelo voi quello che devo fa’».

Si vede anche dalla pubblicità che in Italia comandano sempre gli uomini.

«I miei amici sposati dicono che in casa decide sempre la moglie».

Balle. Negli spot gli uomini scelgono l’anticalcare per la lavatrice, la merendina della colazione, il patriarcato è inarrestabile.

«La famiglia si è evoluta, in parte si è disgregata e i separati sono la maggioranza. Così gli uomini devono occuparsi di tutto. C’è l’interscambio di ruoli e pure l’indipendenza della donna».

È qui che la volevo. Le piace Elodie militante contro l’oggettificazione della donna?

«Non voglio certo fare il bacchettone. Ma se vuole battersi contro l’oggettificazione della donna, l’esibizione di Elodie ne è un gran bell’esempio. Ha duettato anche con trapper che cantano proprio quello che si vorrebbe condannare».

Con Elly Schlein in copertina la inviterà anche Fabio Fazio?

«Sicuramente. Forse mi ha già chiamato, ma non ho sentito lo squillo».

Perché ha scelto la vignetta in cui chiede se «er pugno se fa co la destra o co la sinistra»?

«Nei precedenti libri c’erano Giuseppe Conte, Mario Draghi e Giorgia Meloni, tutti premier, diversi ogni anno a dimostrazione di quanto poco durano i governi. Ora non mi sembrava il caso di rimettere la Meloni. Perciò ho scelto la Schlein, primo segretario pd donna».

Ma la domanda della vignetta?

«Per ricordare che, come retaggio, la Schlein non viene dal mondo operaio e ha qualche difficoltà a ricordare le basi di un partito di sinistra. Non a caso, i circoli non avevano scelto lei».

E anche per segnalare che è più interessata alla forma che alla sostanza?

«Che sia molto interessata all’estetica l’abbiamo visto con la faccenda dell’armocromista».

Il fatto di non essere una segretaria di apparato le sta giovando?

«Teoricamente potrebbe essere un vantaggio e portare nuove idee. In realtà, usando le sue parole, possiamo dire che non l’abbiamo ancora vista arrivare».

Non sta riuscendo ad aprire il partito alla società civile?

«Stando ai sondaggi, non mi sembra che abbia catturato quell’elettorato che la sinistra ha perso. Mentre Fdi continua a crescere e la luna di miele con il premier non è ancora finita, secondo i sondaggi il Pd è in discesa. Non fa presa sull’area che vuole riconquistare».

Che cosa pensa del casting in vista delle europee? Si parla di Chiara Valerio, Patrick Zaki…

«Persone che hanno una storia delicata alle spalle e che meritano rispetto come Zaki vengono usate come ariete per le elezioni».

Poi c’è la corte serrata, finora respinta, a Roberto Saviano.

«Da Saviano me l’aspetterei di più perché si contrappone sempre al governo. Però, insomma… Come quando hanno messo in giro la voce che mi sarei candidato anch’io con Fdi… Il motivo per cui personalmente non ci penso è lo stesso per cui critico questo tipo di candidature».

Candidare scrittori e intellettuali vuol dire essere sempre in modalità armocromista?

«Nel senso della prevalenza dell’immagine sulla sostanza? Un po’ sì. Magari funzionano come calamita di voti, hanno un loro seguito…».

Gli elettori abboccano ancora?

«È un meccanismo che c’è sempre stato. La notorietà e la visibilità possono pagare anche alle urne. Io contesto l’opportunità delle scelte individuali, soprattutto se si è consapevoli di finire in un territorio estraneo».

La rivelazione di avere l’armocromista è la gaffe più clamorosa dell’anno o ce ne sono state di peggiori?

«È stata un’imprudenza. La gaffe è concedere un’intervista a Vogue, rivolgendosi a un pubblico lontano dal proprio mondo di riferimento. Non sono tra quelli che credono che i comunisti debbano vestirsi da straccioni. Ma penso che la lacuna maggiore sia la mancanza di memoria, non ricordarsi delle cose dette. L’accusa sballata al governo Meloni di aver voluto il mercato libero delle bollette, mentre è un provvedimento deciso dal governo Draghi e votato dal Pd su invito dell’Europa, mi disturba più dell’armocromista».

Anche stare al telefono mezz’ora con due comici russi credendo di parlare con diplomatici africani non è male come infortunio.

«Altroché. Alla Meloni non è certo arrivata la chiamata sul cellulare con scritto “Sospetto Spam”. Avrà dato per scontato che sia stata filtrata prima dall’apparato della sicurezza. Però, certo, è un infortunio».

Il premier è troppo vittimista nel rapporto con i media?

«Vedo riflettori con lenti molto più sensibili rispetto a prima. Si aspetta solo che qualcuno sbagli, e il minimo errore ha un’eco enorme. Con Draghi c’era un altro ossequio, non questa attenzione su come venivano condotte le conferenze stampa, per dire… Sul centrodestra c’è più pressione e quindi anche maggiore suscettibilità».

Giorgia Meloni ha gestito bene la vicenda di Giambruno o, come dice Nichi Vendola, doveva esprimere solidarietà alle colleghe che il suo ex compagno ha importunato?

«Sono state pronunciate frasi infelici, certamente. Ma non credo fossero il preludio di chissà quali azioni malvagie. Il ruolo determina il clamore. Scusarsi lei? Non sappiamo nemmeno le dinamiche interne, magari erano battute che facevano parte del cameratismo della redazione… Per chiedere scusa bisogna conoscere le dinamiche relazionali, al di là del fatto che potessero essere espressioni fuori luogo».

Quanto a gaffe, anche il cognato Francesco Lollobrigida non si risparmia.

«In Italia l’etica non gode di buona salute. Era immaginabile quello che sarebbe successo: “Lollo, la prossima volta vacci col Falcon”».

Invece, dopo la scelta di Riad per l’Expo 2030, in una sua vignetta il sindaco Roberto Gualtieri è a colloquio con Bergoglio.

«Il Papa lo ha convocato per comunicargli di aver ricevuto un’offerta irrinunciabile per fare anche il prossimo Giubileo a Riad».

A proposito di Francesco, la Provvidenza sotto forma di una bronchite, gli ha evitato un viaggetto fino a Dubai per la Cop28.

«Fosse andato avrebbe potuto definire i dettagli del Giubileo arabo».

Ma secondo lei Roma non farà l’Expo a causa della spazzatura, dei cinghiali o di un altro motivo?

«Forse perché da noi c’è il patriarcato. Sarà per questo che l’hanno spuntata gli arabi…».

Il più furbo di tutti è Luca Casarini, l’ex leader delle Tute bianche che fa accoglienza con i soldi dei vescovi?

«Se confermate, sono situazioni che lasciano stupefatti. Tanto più dopo il caso di Soumahoro… fai il paladino dell’accoglienza e poi i migranti stanno in situazioni penose. Una cosa “troppo regalata”, come si dice a Roma. A sinistra nessuno si è sentito in dovere di condannare l’assalto alla sede di Pro Vita, un’associazione lontana dal mio sentire. Quando accadde per la Cgil la condanna fu bipartisan».

Speriamo che il caso Casarini non sia simile al caso Soumahoro.

«Non credo che i cattolici siano felici di vedere i loro soldi finire in mano a Casarini».

È contento che ci sia un grande ritorno di politici?

«Rientrano Nichi Vendola, Gianni Alemanno e Alessandro Di Battista. Spero che ci pensi anche Luigi Di Maio. Era il mio prediletto, la mia guest star».

Che cosa si potrebbe fare per convincere al gran (ri)passo anche gli incerti come Roberto Formigoni e Michele Santoro?

«Forse garantire loro di essere protagonisti delle mie vignette».

Basterà?

«Temo di no, ma potrebbe essere un piccolo incentivo».

Il generale Roberto Vannacci ha scritto anche cose buone?

«Non ho letto il suo libro, ma al di là di quello che ha scritto, se si rimane nella legalità ognuno dev’essere libero di esprimere ciò che pensa. Basta doversi allineare a un unico pensiero».

Se persino Mussolini ha fatto cose buone come si dice ironicamente, anche Vannacci…

«Al di là delle sue esagerazioni, mi disturba che ci sia un controllo delle opinioni per cui si cammina come elefanti in cristalleria. O la pensi come la maggioranza oppure, anche se fai un ragionamento strutturato e senza slogan, ma personale, passi per un estremista e vieni additato. Come sul cambiamento climatico, partono subito le accuse di negazionismo».

Ce la farà Giorgia a ribbartare l’eggemonia de sinistra?

«Non sono per l’egemonia né di sinistra né di destra, ma per l’integrazione e il dialogo. Se è vero che, in passato, in tanti ambiti è stata di sinistra, sarebbe un bene se si riequilibrasse un po’, portando competenze di segno diverso. Non è solo una questione di numeri, come se fossero quote rosa, posti assegnati per rappresentanza, ma di contenuti».

Intanto con Lorella Cuccarini co-conduttrice la destra si è già presa mezzo Festival di Sanremo.

«Beh sì… Ma poi chi la conosce ’sta Cuccarini? Vedrà che sarà un’amica della Meloni».

Dopo la Schlein, al Nazareno vede meglio Maurizio Landini, Filippo Gentiloni o Dario Franceschini?

«Stimo personalmente Gentiloni che, per altro, apprezzava la mia satira senza offendersi. Ma penso anche al beneficio politico del Pd perché lo ritengo una persona per bene».

E il fatto che le darebbe molte soddisfazioni non guasta…

«Me ne ha già date tante, è stato il mio primo amore vignettistico».

 

 

La Verità, 2 dicembre 2023

«Le chiese in lockdown mi hanno spinto in Africa»

Il 27 aprile 2020, piena era Covid, con un video di quattro minuti contestò la decisione dell’allora governo Conte di mantenere le chiese chiuse. Poi, nell’ottobre successivo, si dimise da vescovo di Ascoli Piceno e si ritirò in un monastero in Marocco: «In un momento difficile come questo in cui regna confusione e nella società c’è tanta paura, sento profondamente il bisogno di dedicarmi alla preghiera». Giovanni D’Ercole, già vescovo ausiliare a L’Aquila e poi pastore ad Ascoli Piceno, è un volto familiare non solo per i cattolici, ma per tanti altri essendo stato per 24 anni conduttore del programma di Rai 2 Prossimo tuo diventato poi Sulla via di Damasco. A tre anni da quella scelta ha accettato di rispondere alle domande della Verità.

Qual è il motivo del suo trasferimento nel monastero Nôtre Dame de l’Atlas a Midelt?

«Con la pandemia del Covid-19 perdurava la chiusura delle chiese senza la possibilità dei sacramenti. Come pastore non accettavo che si considerassero le chiese luogo del contagio più dei supermercati. Da qui quel video».

Come venne accolto?

«Mi dissero che rompevo la comunione tra noi vescovi non seguendo le indicazioni del governo».

Da chi le fu fatto osservare?

«Alcuni lasciarono capire che anche il Papa lo pensava. Così, per coerenza e per non creare inutili dissidi, decisi di dimettermi e il 29 ottobre 2020 lo feci».

Vedeva una gerarchia troppo acquiescente allo Stato?

«Si erano accettate le direttive del governo e, non volendo fare polemiche, ho scelto di ritirarmi in monastero. Tanta gente si sentiva abbandonata e l’ho portata in preghiera con me. Poi ho cominciato a sostenere spiritualmente diversi sacerdoti, ed è nato il gruppo “Verità e riconciliazione” il cui scopo è dalla sofferenza del Covid far nascere la speranza. Recentemente molti di “Verità e riconciliazione” hanno inviato una lettera ai giornali cattolici perché si faccia verità sui vaccini per cui tante persone si sono allontanate dalla Chiesa. Anche voi della Verità ne avete parlato».

Ha visto che in Italia la Commissione d’inchiesta sulla pandemia stenta a decollare?

«Ricercare la verità fa bene a tutti, anche perché c’è gente che soffre le conseguenze dei vaccini. Il comitato “Ascoltami” raccoglie più di 4.000 persone con gravi postumi dal siero e chiede aiuto. Al loro grido ha risposto un gruppetto di sacerdoti denominatosi “Chiesa in ascolto” per dare a chi soffre un segno di vicinanza della Chiesa. Anch’io ho aderito: parlando con malati a distanza avverto tanta paura e bisogno di ascolto».

Che risposte avete avuto?

«Ho visto tanta rabbia calmarsi quando ci si rende conto che qualcuno ascolta, almeno nella Chiesa».

Tre anni fa divenne in anticipo vescovo emerito di Ascoli Piceno: una scelta che poteva ricordare le dimissioni di Benedetto XVI nel 2013?

«Ho scelto di ritirarmi in preghiera; stando in monastero mi è stato proposto di restare in Marocco a sostegno dei sacerdoti e ringrazio l’arcivescovo di Rabat, il cardinale Cristóbal López Romero, che mi ha accolto. Da quasi tre anni sono al servizio della comunità cristiana composta da 40.000 fedeli in un popolo di 35 milioni di abitanti. Una Chiesa, secondo le parole del cardinale, “insignificante ma significativa”, in gran parte composta da giovani subsahariani».

Come si svolge la vita di preghiera?

«Dalle 3,45 alle 20,30 la giornata scorre tra silenzio, preghiera, lavoro, studio, con la Messa cuore di tutto. Spesso i tempi delle nostre preghiere coincidono con quelli delle preghiere islamiche, annunciate dal muezzin e quasi ogni giorno, al mattino, gli operai tutti musulmani preparano una colazione che chiamiamo “la seconda eucaristia”, un segno che unisce i monaci alla gente».

Il suo monastero ha accolto i superstiti dei trappisti di Tibhirine uccisi in Algeria nel 1996. In che modo ne proseguite l’eredità?

«Padre Jean Pierre Shoumacher, l’ultimo sopravvissuto, è morto il 21 novembre 2021 a Midelt dove si vive il carisma di Tibhirine che unisce alla vita dei trappisti il dialogo con l’islam».

Dopo quel martirio com’è possibile il dialogo in un Paese quasi totalmente musulmano?

«Non si meravigli se le dico che è possibile e anzi persino fruttuoso: è l’incontro di gente che prega e quindi tra credenti. A contatto con quest’islam ho riscoperto la mia fede cristiana, seguendo le orme di Charles de Foucauld e del suo discepolo padre Albert Peyriguère, sepolto in questo monastero».

Ammette che si tratta di un’esperienza singolare, considerato tutto quello che accade in Israele e la sequela di morti di innocenti in Europa?

«Tutto si complica quando si alimentano preconcetti e pregiudizi: il dialogo è invece possibile e papa Francesco sta facendo di tutto per implementarlo. Il dialogo è rispettare e accettare le differenze in cerca di ciò che ci unisce senza accentuare i contrasti. Il vero atout è conservare la propria identità e viverla in modo serio e visibile. Mi permetta di dirle che ascolto spesso musulmani affermare che noi cristiani europei ci vergogniamo della nostra fede. Ed io non so come fare per aiutare a capire che svendere la nostra fede per andare incontro ai musulmani è un grosso errore. Non bisogna aver paura, la violenza, quando c’è, è al di fuori della religione».

C’è chi dice che invece la violenza sia insita nel Corano. Lei non crede che l’islam abbia ambizioni di conquista del mondo occidentale?

«Che i musulmani possano avere questa intenzione è possibile, è il proselitismo, ma il problema è che noi europei abbiamo abdicato alla nostra fede, diventando non più credenti e quindi assai fragili».

La nostra arrendevolezza facilita l’espansione dell’islam?

«Sicuramente, soprattutto se non viviamo più da cristiani perché il confronto deve essere tra “credenti”».

La invito a riflettere su alcuni fatti che sfuggono a questa lettura. In Francia nel 2016 padre Jacques Hamel è stato sgozzato a Rouen da due estremisti islamici, nell’agosto del 2021 padre Olivier Maire è stato ucciso in Vandea dall’uomo che un anno prima aveva appiccato l’incendio nella cattedrale di Nantes.

«Stiamo parlando dell’estremismo. È vero: esiste e le prime vittime sono gli stessi musulmani moderati. L’estremismo è una mina vagante, che riguarda una minima parte dell’islam. Per combatterlo si vive la fede cristiana “senza se e senza ma” e ci si allea strategicamente con quei musulmani che come noi credono in un Dio misericordioso. Ma una domanda va fatta: come si stanno accogliendo gli immigrati in gran parte islamici? La violenza potrebbe nascere proprio da come li trattiamo».

Molti segnali indicano che le seconde e le terze generazioni non vogliono integrarsi e vivono in zone metropolitane dove vigono leggi alternative a quelle dei Paesi ospitanti.

«È tutto vero: paghiamo il prezzo della politica dell’immigrazione che non ha puntato seriamente all’integrazione. Come cristiani poi non siamo spesso un esempio di Chiesa viva, e allora molti giovani musulmani sono sedotti dalla laicizzazione dilagante e dalla violenza come conseguenza di tanti fattori».

In Europa ammette che l’integrazione è fallita anche chi, come Angela Merkel, ci ha provato e creduto a lungo.

«Può essere, ma mi permetta di aggiungere che nessuno finora ha preso sul serio l’integrazione come valorizzazione delle differenze. Domina sempre la paura e la disistima verso il “diverso”.  Don Tonino Bello sognava la “convivialità” e non lo scontro fra le culture».

Da lì come vede l’ondata migratoria verso l’Europa?

«È un’invasione inarrestabile di popoli sfruttati nell’epoca coloniale e oggi con il miraggio dell’eden europeo».

Miraggio è la parola corretta perché indica una realtà che appare, ma non si realizza.

«Si realizza nel senso che chi arriva in Europa è disposto a tutto perché ha capito, a differenza di molti giovani italiani, che bisogna faticare per costruirsi una situazione dignitosa. E ci riescono perché ne sono certi».

Per ora le conseguenze sono soprattutto delinquenza e criminalità.

«Il fenomeno della delinquenza non potrebbe essere utile politicamente a qualcuno?».

Che ruolo ha la Chiesa cattolica nella convivenza tra le diverse religioni?

«Papa Francesco invita al dialogo senza abdicare alla propria identità. Guai a diluire il vangelo perché chi debole si fa, finirà per perdere nel confronto«.

Perché le esortazioni alla pace di papa Francesco sono poco considerate?

«Molti ammirano papa Francesco per il suo desiderio di includere, ma mi capita di sentire gente che non lo vuole ascoltare. Allora dico loro: leggete quel che Francesco scrive nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium: “La gioia del vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù”. La pace, diceva Giovanni Paolo II, nasce solo da cuori pacificati e Cristo è la nostra pace».

Lei è anche un uomo di comunicazione: papa Francesco è ascoltato quanto merita o il moltiplicarsi degli interventi sull’attualità rischia di ridurne l’autorevolezza?

«Una regola basilare della comunicazione è che quanto più si parla, meno si è ascoltati. E questo riguarda tutti».

Ha apprezzato l’esortazione apostolica Laudate Deum?

« A mio avviso tutto è utile e interessante, ma oggi si deve andare all’essenziale perché nello sconquasso generale si ha urgente sete di verità: di Dio, come Francesco aveva annunciato attraverso il Giubileo straordinario della misericordia del 2015-2016».

Ha visto nella Laudate Deum un appiattimento sui temi dell’ambientalismo? 

«Conservo sempre nel cuore quello che Francesco ha più volte ripetuto e cioè che la Chiesa non è una Ong che fa solo promozione umana».

Come ha vissuto il Sinodo sulla sinodalità?

«Il cardinale arcivescovo di Rabat è tornato entusiasta soprattutto per il clima di preghiera che l’ha guidato, mentre un vescovo africano era perplesso per le aperture che si stanno facendo».

Che cosa pensa della decisione di papa Francesco di sollevare dall’incarico il vescovo americano Joseph Strickland a causa delle sue posizioni tradizionaliste?

«Il Papa è il Papa e quello che fa ho imparato a non giudicarlo».

Da decenni c’è il calo di partecipazione ai sacramenti e la crisi delle vocazioni. Perché i giovani di oggi dovrebbero essere attratti dalla Chiesa se propone le stesse cose che propone il mondo?

«Ha ragione, ma c’è una grande novità all’orizzonte: è Gesù e i giovani oggi ne hanno sete. Non tradiamo le loro attese».

Le manca la vita attiva di pastore e pensa di tornare in Italia?

«Vivo intensamente la giornata con ampi spazi di preghiera e di ascolto della gente. Ringrazio Dio per tutto e farò in futuro quello che Lui vuole».

 

La Verità, 25 novembre 2023

 

«Nella casa del Grande fratello ho imparato tanto»

Caro Giampiero Mughini, è un’altra vita iniziare la giornata con la lettura dei suoi cinque quotidiani?

«Tutt’altra, indispensabile vita».

Che sensazione è ritrovare le proprie abitudini?

«La sensazione di essere restituito alla vita che è mia da parecchi anni, solo interrotta da una sfida che sono felice di aver accettato».

Dentro la casa del Grande fratello le sono mancati di più i giornali, i suoi due cani, la stanza dei libri, sua moglie?

«L’orologio al polso, il mio complesso stereo… embè, tantissime cose. Pur tuttavia era una prova che andava affrontata».

Un mese di reclusione senza giornali e cellulare è un piccolo reset?

«Un grande reset. Negli ultimi giorni la mia mente era come disabitata».

All’uscita ha trovato la solita Italia?

«Eh… l’Italia si è fatta nei millenni, non cambia in un mese».

Lei ha la prospettiva dell’eternità.

«Chi vivrà vedrà. Tra tutti i Paesi europei il nostro è quello che sta più vicino al burrone».

È sempre un’Italia noiosa o qualcosa l’ha colpita?

«In 48 ore non mi faccio un’idea definitiva, sto ancora rimuginando l’esperienza del ritrovamento della vita di cui dicevamo».

È uscito in tempo per godersi Jannik Sinner?

«Sono uscito in tempo per vedere la finale. Novak Djokovic rimane sopra di due se non tre gradini, ma a 22 anni Jannik ha il diritto di aspettarsi tutto».

Sinner come Alex Schwazer: possiamo identificarci in questi eroi altoatesini? Lo chiedo all’uomo di lettere catanese.

«Gustav Thoeni si diceva fierissimo di gareggiare per l’Italia. Sinner sembra che all’inizio a stento parlasse l’italiano, ma le cose sono andate così».

Niente fisime a riconoscerci in loro.

«È giusto così, sono nati all’interno della Repubblica italiana e per loro avviene ciò che avvenne per Italo Svevo ai tempi in cui Trieste apparteneva all’impero austroungarico».

Sono atleti che incarnano valori di talento e regolatezza unici.

«Alex non ha mai avuto alcun dubbio a indossare la divisa azzurra. Ogni mattina lo vedevo allenarsi sul tapis roulant in uno spettacolo di eleganza, potenza e dedizione. Se gareggiasse domani mattina in qualsiasi competizione internazionale sarebbe sempre tra i primi tre».

Un fatto che ha scioccato l’Italia in questi giorni è il crimine di Filippo Turetta.

«Non gradisco che qualcuno mi indichi, in quanto uomo, il bisogno di essere educato a non usare la violenza nei confronti delle donne».

Si riferisce al ministro Antonio Tajani?

«Sono rimasto di stucco nell’apprendere che, da uomo, si ritiene corresponsabile di quel delinquente da quattro soldi che non è un uomo ma, appunto, un delinquente».

Concorda con chi dice che la colpa di questo atroce atto è del patriarcato e della cultura dello stupro?

«Stupidaggini. I responsabili di questi fatti sono le decine e decine di assassini di donne, i quali sono persone non degne di essere al mondo».

Altri fatti. Cosa pensa di Elly Schlein che evita il confronto con l’avversario politico ad Atreju?

«Penso malissimo. L’avversario è parola grossa, preferirei parlare del diverso da sé. Avversario è colui che in guerra ti spara addosso. Tutte le altre situazioni si risolvono nella stretta di mano».

Fausto Bertinotti era più coraggioso?

«Tra il mio amico Fausto e la Schlein corrono molte miglia di distanza».

Ha visto il successo di C’è ancora domani di Paola Cortellesi?

«Me ne hanno parlato tutti e non vedo l’ora di andare a vederlo».

Il governo…

«C’era un governo in Italia, sì è vero, purtroppo me ne accorgo raramente. Solo che quando guardo l’opposizione resto delusissimo».

Dicevo, il governo che supera a sorpresa gli esami delle agenzie di rating la colpisce?

«Ai miei occhi, non tanto a sorpresa».

Perché?

«Mi sembra che il nostro capo, e sottolineo capo, queste parole indicano la funzione ricoperta dalla persona, abbia dimostrato di essere una donna in gambissima».

Riprendiamo da dove ha lasciato il suo ritratto Pierluigi Battista sul Foglio

«Il più bell’articolo mai scritto su di me».

L’ho molto invidiato. Come le è stato possibile resistere tanto a lungo nella «prigione trasparente del Grande fratello»?

«L’espressione prigione è inesatta. Si trattava di resistere a una sfida professionale che si è mostrata in effetti impervia. E che, pur tuttavia, sono felicissimo di aver affrontato e dalla quale ho imparato tanto».

La cosa più importante?

«Che nel retrobottega di questa trasmissione si annida e opera uno stuolo di autori fra i migliori d’Italia».

Un apprendimento professionale?

«Ho fatto molta televisione. Ma ho imparato che questa trasmissione, che non aveva in me uno spettatore assiduo, è nelle mani di un gruppo di autori di primissimo livello, non inferiore a nessunissima blasonata trasmissione della tv privata e pubblica».

Leggo ancora Battista: «Segregato dentro un arredamento dozzinale, privato dei libri e dei giornali che gli sono nutrimento quotidiano, con coinquilini che a stento sembrano usciti dalla scuola dell’obbligo»?

«Dunque, i miei coinquilini erano delizianti come persone perché, scuola dell’obbligo a parte, erano attentissimi e generosi nei confronti di quel che io sono».

Una fenditura, un salto acrobatico, dal loro punto di vista?

«Crede che quando partecipo a trasmissioni blasonate il livello di chi mi sta attorno sia molto superiore? Qualche volta sì, non sempre».

Mughini al Grande fratello che esperienza è stata? In percentuale: un confronto generazionale, un modo per mettersi alla prova, una prestazione a fronte di un robusto introito?

«Quando hai pagato le tasse e i contributi rimane giusto di che vivere decentemente. Quindi l’introito conta per lo 0% perché il tempo passato in casa lo potevo impiegare a fare lavori ai quali ho rinunciato per stare lì. Quello che è decisivo è che potrò scrivere nel mio curriculum di esser stato al Grande fratello e, se mi permette, di aver fatto un figurone. Ed è un po’ più difficile che non partecipare a certe trasmissioni di Rai 3 dove la noia si taglia a fette».

La Rai 3 di sempre o quella della cosiddetta TeleMeloni?

«Quella storica. Non so cosa sia la Rai 3 di TeleMeloni, guardo poco la tv. Una cosa le posso dire: neppure sotto tortura scriverei un articolo sul suo compagno pur di andare contro la Meloni».

Mughini al Grande fratello è stato un confronto generazionale o altro?

«Ci sono tutte le componenti. Avere di fronte ragazzi e ragazze di 23 o 24 anni, nell’età in cui stanno per irrompere nella vita vera, è un fatto straordinario, ma io ho sempre le antenne tese nel rapporto con gli altri. Un rapporto che si divide in un 5% nel dire qualcosa che mi riguarda e in un 95% nell’ascoltare qualcosa che li riguarda».

Il suo alto e profondo snobismo dov’era finito?

«Premesso che quello snobismo in parte è verità e in parte leggenda, lo conservavo tutto. Se qualcuno trovasse una parola da me usata per fare il piacione son pronto a dargli 100.000 euro».

Allo scadere del mese, tanti saluti: durata prestabilita?

«Assolutamente prestabilita».

È durato come un gatto in tangenziale?

«Sono durato quello che dovevo durare. Oltre sarebbe stato innaturale».

Subito dopo l’ingresso la scivolata su Matteo Salvini stava per interrompere precocemente l’esperimento.

«Non ricordo».

In occasione di un dialogo con Samira Lui, che non si è ben capito come mai sia stata eliminata…

«Anch’io sono rimasto di stucco. Mi sembrava che in ogni senso doveva restare, non ho capito il pubblico cosa volesse nell’eliminarla. È lo stesso pubblico che ora non sente il dovere di liberare Ciro Petrone, quel giovane concorrente napoletano che non ce la fa più».

A Samira chiese se una ragazza di colore ha problemi in Italia e le scappò un epiteto su Matteo Salvini.

«Riferendosi a Paolo Egonu Salvini aveva detto che non ha “fattezze italiane”, un’espressione che non ha più senso nel terzo millennio. Quanto a Paola Egonu, il rimbombo delle sue schiacciate lo sento da casa mia».

Cosa intendeva dicendo che usciva «per vigliaccheria»?

«È così. Anche i miei compagni di avventura sono premuti da un gioco feroce. Ma loro, che sono ragazzi, se lo possono permettere, mentre io a fine dicembre devo consegnare un libro al mio editore».

Di cui ci può anticipare qualcosa?

«Sino al giorno in cui vengono pubblicati dei miei libri non parlo con nessuno, forse neppure con la mia compagna».

Pier Silvio Berlusconi ha fatto bene a volere un Grande fratello con le storie al posto del trash?

«Ha fatto benissimo ed è stato premiato perché la trasmissione sta andando non certo meno bene delle scorse edizioni. E non c’è dubbio che i ragazzi scelti quest’anno siano atti ai salotti buoni dell’ascolto televisivo. Ammesso che, in fatto di ascolto televisivo, esistano salotti buoni e meno buoni».

I reality esistono senza eccessi e volgarità?

«È una domanda impegnativa. A partire dalla mia esperienza mi sembra che questa diciassettesima edizione stia percorrendo il suo cammino senza volgarità. Tanto che, a quanto mi risulta, Pier Silvio Berlusconi, al quale rivolgo il mio saluto, ne è contentissimo».

Dalla lettera di commiato che gli ha dedicato su Dagospia sembra che tra i concorrenti Alex Schwazer sia quello che le mancherà di più.

«Non facciamo una graduatoria, mi mancherà enormemente lo spettacolo del suo allenamento al mattino. Che un tale atleta non possa presentarsi nelle piste olimpiche del 2024 è un crimine contro l’umanità».

Uno dei pochi che aveva una storia sulle spalle, anzi nelle gambe?

«Certo, per motivi di età era tra i pochi ad avere una storia sulle spalle, insieme con Beatrice Luzzi che ha compiuto gli anni nella casa e che pronostico come possibile vincitrice».

Mughini al Grande fratello: «Scandalo nella Repubblica delle lettere»?

«Forse meno di quanto dica Pigi Battista. È passato il tempo nel quale era di moda insultarmi».

Lo scandalo è causato dalla rottura dei recinti di cultura alta e bassa?

«Con quei recinti mi ci pulisco le ciabatte».

Dopo Ballando con le stelle e Grande fratello non c’è due senza tre: andrà all’Isola dei famosi?

«No, quel cimento è al di sopra delle mie forze perché vi si disputa una lotta contro la natura che non saprei vincere. Me l’hanno già proposto tre volte, ma ho declinato».

Qualcos’altro arriverà?

«Il mondo è ricco di sorprese».

 

La Verità, 21 novembre 2023