Maggioni trasforma il Tg1 in Telecorona d’Inghilterra

Una classe di liceali romani ospiti del Tg1. È successo lunedì sera per la prima volta nella storia di un tiggì nazionale. Gli studenti, una trentina quasi tutti in camicia bianca, erano schierati al centro dello studio fresco di restyling e implementazione tecnologica. L’ospitata era la degna conclusione del pomeriggio del primo giorno di scuola trascorso nella redazione del notiziario. Abbandonato il tavolone per spostarsi tra i ragazzi, la conduttrice dell’edizione serale Elisa Anzaldo – quella che di peccati la Meloni «ne ha tanti altri» – li intratteneva sul ritorno tra i banchi senza mascherine e distanziamenti dopo due anni di restrizioni e, perché no, sull’impressione avuta dalla visita alla macchina così complessa ma ben oliata del telegiornalone.

Le novità della metamorfosi del Tg1 by Monica Maggioni sono parecchie, ma si può partire da questo episodio per raccontarne l’evoluzione. Il primo tg nazionale non è più solo un notiziario che punta a informare i telespettatori su ciò che è accaduto nella giornata. Vuole fare di più, accompagnare il pubblico che dev’essere per forza smarrito e stressato, diventando un contenitore, uno strumento, un vademecum per orientarsi nella giungla quotidiana. Insomma, un tg pedagogico. C’è all’ordine del giorno il tetto al prezzo del gas per contenere i costi delle bollette ma la Germania non ne vuole sapere? Si coinvolge il capo della redazione economia per illustrare la faccenda. L’Ucraina contrattacca sul fronte orientale e inizia a riconquistare i territori presi dai russi? Si chiama l’esperto di strategie militari per tratteggiare gli scenari futuri del conflitto. Il pubblico deve essere aiutato a capire e, dunque, si va di spiegoni. Uno dopo l’altro. Il tg pedagogico deve istruire i cittadini e renderli edotti, come se fossero candide vergini prive di fonti alternative.

L’eccesso di paternalismo, anzi di maternalismo dell’iperpresenzialista Maggioni è stato chiaro fin dall’insediamento. Le elezioni per il Quirinale, lo scoppio della guerra in Ucraina, la crisi di governo in luglio: ogni occasione è buona per allestire edizioni straordinarie inevitabilmente condotte da lei medesima. Perché raccontare la quotidianità dal punto di vista dei cittadini che pagano il canone e vorrebbero ascoltare le notizie di giornata, possibilmente in modo attendibile? Molto meglio prendere un fatto dell’agenda politica o economica o diplomatica e gonfiarlo fino a farne il perno della narrazione. La chiamano eventizzazione del tg. L’esempio più eclatante lo abbiamo avuto nelle prime settimane dell’invasione dell’Ucraina: aboliti i titoli e cancellata la scaletta, il Tg1 era diventato monografico, le altre notizie rase al suolo come l’ospedale di Mariupol.

Venerdì 8 settembre era stato programmato il varo della nuova grafica, loghi e sigla, e del nuovo studio multiplayer. Unendo quello degli speciali a quello delle edizioni quotidiane la scenografia è raddoppiata ed è attrezzata da nuovi ledwall touch screen, due tavoli, uno per il conduttore, e un altro dove possono accomodarsi altri colleghi. Costo dell’operazione, sembra solo 200.000 euro. L’8 settembre però è stato anche il giorno della morte di Elisabetta II regina d’Inghilterra. L’inaugurazione del nuovo studio poteva avvenire in un giorno migliore? Abito nero e braccia a compasso sul tavolone scintillante, Monica Maggioni era la regina dello Speciale. Collegata da Londra c’era Natalia Augias che, sorprendentemente, dal marzo scorso affianca il corrispondente Marco Varvello, nell’occasione presente in studio. Sempre un filo sopra le righe, Maggioni sollecitava gli interventi, chiamava in causa gli esperti, tra i quali il giornalista William Ward, peraltro protagonista di una gaffe che ha raggelato tutti, quando, pensando di non essere sentito, si è rivolto a qualcuno chiedendo: «Ma chi è la presentatrice?». Alla fine, tanto sforzo è valso un’audience di 2,3 milioni di telespettatori per un normalissimo 13,7% di share (senza tutta questa enfasi lo Speciale Tg5 si è difeso conquistando 1,8 milioni di spettatori con oltre il 10,7% di share). Ma il fatto andava cavalcato lo stesso. Oltre a rispedire all’istante Varvello a Buckingham Palace per seguire l’insediamento di Carlo III, Maggioni ha inviato Perla Dipoppa, Giuseppe Rizzo e la prediletta Giorgia Cardinaletti a coprire l’evento. Ora, sebbene in questi giorni succeda anche qualcos’altro, i notiziari traboccano dei servizi dei due corrispondenti, più quelli dei tre inviati. Sui costi di tanto spiegamento di forze finora nessuno è riuscito a eccepire. Ma alla vigilia delle elezioni chi può mettere dei paletti a una direttrice che vanta un filo diretto con Palazzo Chigi ed è stata presidente della Rai? L’interrogativo tratteggia scenari vagamente distopici. Ma tant’è, da qui al 19 settembre, giorno dei funerali di Stato di Elisabetta II, i tg e il daytime di Rai 1 saranno monarchici che neanche la Bbc. Resta da vedere se almeno i riscontri Auditel saranno di conforto.

Nel frattempo il valzer degli anchorman delle edizioni principali prosegue. Rimossi Francesco Giorgino (passato alla struttura della Direzione informativa), Emma D’Aquino (ora conduce Ribelli su Rai 3) e Laura Chimenti che si sono rifiutati di condurre la Rassegna stampa delle 6,30 del mattino, all’edizione delle 20 sono rimasti in tre: Alessio Zucchini, la Anzaldo e l’emergente Cardinaletti. Alle 13,30 invece sono in cinque: Roberto Chinzari, Sonia Sarno, Maria Soave, Valentina Bisti e la retrocessa Chimenti. In totale, nelle due edizioni principali, sei donne e due uomini.

 

La Verità, 14 settembre 2022

Gli Anelli del potere forgiati nell’ideologia woke

Desta relativa sorpresa il fatto che la serie kolossal Il Signore degli Anelli – Gli Anelli del potere, di cui Prime video ha finora rilasciato due episodi, sia improntata all’ideologia woke che innerva l’immaginario produttivo delle piattaforme mondiali. Il megaboss Jeff Bezos è un grande appassionato dell’opera di John Ronald Reuel Tolkien e con il lancio del prequel della trilogia cinematografica firmata Peter Jackson realizza un sogno personale, oltre che un evento planetario. Dopo il primo giorno di programmazione è stato annunciato il debutto da record con 25 milioni di telespettatori nei 240 Paesi coinvolti. Ma subito dopo Amazon ha bloccato per 72 ore la pubblicazione delle recensioni nella speranza di raffreddare la rivolta dei tanti tolkeniani delusi dalla trasposizione infedele. L’intenzione dei critici più o meno improvvisati è influenzare con precoci stroncature l’accoglienza dell’atteso show. L’azione di review bombing, frequente in merito a opere di culto, ha lo scopo di boicottare il lancio del nuovo prodotto. Tuttavia, tralasciando le strategie delle community di fan, non occorre essere seguaci del britannico Tolkien o critici ipersensibili per accorgersi dei personaggi aggiunti dagli showrunner J. D. Payne e Patrick McKay solo per soddisfare il correttismo in voga particolarmente nei Paesi anglosassoni. Il male turbava i popoli della Terra di mezzo, umani, elfi e nani anche in «un tempo in cui il mondo era talmente giovane che non esisteva ancora il levar del sole». E così l’antefatto può dipanarsi…

Purtroppo, con l’innesto dell’elfo Arondir (Ismael Cruz Córdova) e della pingue principessa Disa (Sophia Nomvete), interpretati da attori di colore, Gli Anelli del potere si distanzia dal testo originale per assumere improbabili caratteri multietnici. Non serve attendere troppi episodi per cogliere quel manierismo inclusivo che condiziona il giudizio complessivo sull’operazione, altrimenti realizzata con grandi mezzi e una maestosità delle scenografie che meriterebbero la visione su mega schermi. Invece le cinque stagioni previste, con rilascio di un episodio settimanale, sono destinate alla tv o a dispositivi ancora più piccoli che ne penalizzano oggettivamente la fruizione. Per avere ulteriore conferma dell’interpretazione patinata della storia occorre invece verificare se anche nel seguito del racconto i personaggi più limpidi e attrattivi – la bionda e soave guerriera elfica Galadriel, la curiosa ragazzina Nori e la madre guaritrice Bronwyn – tutti di sesso femminile, resteranno tali.

 

La Verità, 7 settembre 2022

Damilano cerca il Paese reale, speriamo lo trovi

Ci sarà sicuramente occasione di tornare a parlare di Il cavallo e la torre, il nuovo programma di Marco Damilano in onda tutte le sere alle 20,40 su Rai 3 (share del 7,7%, 1,3 milioni di telespettatori). Il debutto della striscia regalata, anzi profumatamente remunerata (1.000 euro a puntata) dai dirigenti del servizio pubblico all’ex direttore dell’Espresso, è test insufficiente per dare giudizi definitivi. La decisione di anticipare la partenza di una settimana per lanciare la volata lunga sulle prossime elezioni fa sì che manchi il confronto con Otto e mezzo, quando i riscontri di audience saranno verosimilmente diversi.

Tuttavia, una prima idea la si può abbozzare, riconoscendo debiti e fonti alle quali si rifà il neoconduttore. Innanzitutto il titolo, preso dall’autobiografia di Vittorio Foa, considerato un padre fondatore della Repubblica. Il cavallo poi, oltre a essere il pezzo più spiazzante del gioco degli scacchi, è anche il simbolo, in verità piuttosto logoro, della Rai, e non a caso domina la scenografia dello studio. La cartolina di Andrea Barbato e Il Fatto di Enzo Biagi sono invece gli evidenti antenati televisivi del nuovo programma, esempi di un’informazione formalmente asciutta, ma ugualmente orientata. Damilano ha individuato nelle tre p – politica, poteri, persone – i cardini del suo racconto che inizia da Pescopennataro, un paesino di 233 anime della provincia di Isernia, nel Molise, dove la scultura di un’Italia divisa in due dalla linea Gustav voluta da Hitler nella Seconda guerra mondiale ha alti valori simbolici.

Come si vedono da lì le prossime elezioni? Come vengono recepite le promesse dei partiti? La coppia di anziani del paese che declama con solennità le proprie generalità ha sempre votato a sinistra, ma stavolta… I pochi giovani rimasti sono incerti. Invece l’artigiano con ambizioni da scultore non si recherà ai seggi perché sono finite le idee, chi incarna i valori della Costituzione? È lo spunto per evidenziare la distanza tra gli slogan delle forze politiche e i tanti indecisi, circa 16 milioni, ai quali, sostiene il conduttore, i partiti non si rivolgono. La provocazione non è banale: il Paese reale non è fatto solo di Milano e Roma, di Netflix e monopattini. C’è una quotidianità distante che i leader, tutti, non riescono a intercettare. Vedremo se Damilano, un po’ impacciato all’esordio nel ruolo istituzionale del conduttore, diverso da quello di ospite di altri conduttori amici, saprà mantenere vivo questo tipo di narrazione senza cedere alla retorica della parte giusta della storia.

 

La Verità, 31 agosto 2022

La nuova Diesse fa fare il triathlon ai telespettatori

Il colore dominante del nuovo studio della Domenica sportiva è il grigio. Grigi gli sfondi, grigio il pavimento, in bianco e nero anche le immagini alle spalle dei sei tra conduttori e talent, tre uomini e tre donne in ossequio alla parità di genere che sta a cuore alla neodirettrice di Rai Sport Alessandra De Stefano (Rai 2, ore 22,45, share del 7,9%, 646.000 telespettatori). Il tavolo a mezzaluna invece è candido mentre i contrappunti grafici sono azzurri. Insomma, non proprio una sferzata di adrenalina. Il mandato degli autori dev’essere proporre un programma pacato sugli avvenimenti sportivi del week end, con contributi competenti e testimonianze di ex campioni. Purtroppo però se, soprattutto nella prima parte, come accaduto l’altra sera, le parole e le argomentazioni condite di amarcord prevalgono sulle immagini degli eventi di giornata, l’effetto soporifero è in agguato.

Al centro dello studio siedono i due conduttori Alberto Rimedio e Lia Capizzi, il primo esperto di calcio e telecronista della Nazionale, la seconda ex Sky Sport, molto preparata su nuoto, basket e atletica leggera. Al loro fianco ci sono mister volley Lorenzo Bernardi, la nostra più famosa calciatrice Carolina Morace, l’ex principino bianconero Claudio Marchisio e Ana Quiles, corrispondente sportiva di Mediaset Spagna. Con buona pace di tutte queste presenze, il primo blocco è dedicato al Gran premio di Formula Uno, per commentare il quale Mattia Binotto si collega dall’aeroporto di Bologna dov’è appena atterrato. Un piccolo colpo giornalistico della Diesse e un messaggio di signorilità del capo team Ferrari nel giorno in cui il Cavallino rampante abbandona i sogni di rimonta nel Mondiale piloti. Alle 22,50 però scade l’embargo sulle immagini, esclusiva Dazn, dei posticipi serali e il buon Binotto resta pazientemente in stand-by per mostrare i gol del pareggio fra Lecce ed Empoli (Fiorentina-Napoli è finita 0-0), in realtà ulteriormente posticipabili nello spazio dedicato al calcio in onda dopo le 23,30.

Oltre che per la rete che lo trasmette, il programma è generalista anche per le tante discipline di cui si occupa. Tuttavia, senza un sommario definito e con rimbalzi da uno sport all’altro, il rischio macedonia con conseguenti capogiri nella testa dei telespettatori incombe. Ha proprio ragione Lia Capizzi a scegliere «fede» tra le parole di giornata. Fede nella maglia azzurra, fede nuziale della Fede nazionale, fresca di matrimonio… Si può aggiungere anche atto di fede del pubblico nel fatto che, prima o poi, arriveranno anche le immagini degli eventi sportivi preferiti.

 

La Verità, 30 agosto 2022

Con Marco e Selvaggia il quiz può dare alla testa

Sarà stato il caldo, la voglia di fuggire dalla bolla politica o, più volgarmente, i danè, come si dice in milanese, forse scopriremo alla fine la causa di questo nuovo e nefasto cimento televisivo di Marco Travaglio, accoppiato a Selvaggia Lucarelli. Al di là della motivazione, meteorologica, psico-professionale o economica – scarterei realisticamente la terza – da venerdì possiamo deliziarci con Cartacanta – Il quiz, programmino di una quarantina di minuti nella seconda serata di Nove, per ora depositario del trascurabile share del 2,5% (250.000 telespettatori). Dire a quale genere appartenga suddetto, scanzonato, programmino è compito arduo essendo lo stesso un frullato di linguaggi, fiction, varietà, informazione… Cominciando dal primo, la finzione è palese nel fatto che i due giornalisti si danno del lei, malcelando la familiarità insita nella lunga colleganza al Fatto quotidiano e tracimante nelle frequenti allusioni private durante le quali scappa puntualmente il «tu». I due si dividono i compiti di presentatore, Travaglio in piedi dietro un leggio, e di «notaia», Lucarelli seduta a una monumentale scrivania. Il quiz ammannito ai due malcapitati concorrenti, bersaglio del sarcasmo del conduttore, si compone di nove quesiti sull’attualità che richiedono risposte da individuare tra quelle proposte dagli autori. Un giochino enigmistico senza pretese, ma con il prevedibile compito di schizzare un po’ di veleno contro la casta e sbertucciare tra il serio e il faceto qualche presunto avversario del travaglismo. Quando gli argomenti latitano, si colma la lacuna con domande sulle fulgide biografie di Marco e Selvaggia. Davvero.

Ritto e legnosissimo, Travaglio mikebongiorneggia volutamente alzando il braccio destro mentre allunga le vocali («Cartacantaaaa», «Risposta sbagliataaaa», «Ahiahi, mi è caduto sul…»), legge flemmaticamente le domande e altrettanto flemmaticamente si muove nello studio vintage, dispensando il suo narcisismo dal turibolo dell’ego. La prima e l’ultima a restarne inebriata è la «notaia», a sua volta complice e destinataria degli ammiccamenti a sfondo erotico del compare e forse coinvolta proprio per stimolarne i lambiccamenti.

Chi l’abbia fatto fare ai due rimane comunque l’unica domanda irrisolvibile del prescindibilissimo quiz. Esclusa la motivazione economica, si può ipotizzarne la causa nel bisogno di una vacanza dai talk dell’estate post-draghiana. O, più probabilmente, nel caldo. Che, com’è noto, quand’è eccessivo, può dare alla testa.

 

La Verità, 24 luglio 2022

Viva Wimbledon. Ma c’è telecronaca e telecronaca

Bisogna riconoscere a Sky Sport la capacità di fare del torneo di Wimbledon l’evento sportivo dell’estate. Operazione che, detto per inciso, non è riuscita alla Rai con i Mondiali di nuoto nei quali gli atleti italiani hanno battuto tutti i record di medaglie. Esempio: uno speciale sulla rinascita di Gregorio Paltrinieri non era fattibile? Si dirà, Sky ha tanti canali, la Rai uno solo (che per giunta, non si capisce perché, inibisce la funzione registrazione). Venerdì pomeriggio prima di trovare la semifinale del Settebello di pallanuoto è toccato fare zapping tra Rai sport, che trasmetteva la semifinale femminile dal trampolino di 3 metri (scomparsa dopo la terza serie di tuffi in favore della Nazionale femminile di calcio, nuovo totem mainstream) e Rai 2 (occupata dal Tour de France) fino a scovarla sorprendentemente su Rai 3, per fortuna ancora sullo zero a zero.

Si diceva dell’evento di Wimbledon. Quest’anno Sky ha introdotto lo studio volante (Eleonora Cottarelli) per dare ordine alla giornata, inviando all’All England Lawn Tennis and Croquet Club Stefano Meloccaro e Paolo Lorenzi per presentare i match, proporre profili e raccontare i tanti dietro le quinte. Poi ci sono le telecronache: Paolo Bertolucci con Elena Pero commentano le partite dei big sul centrale, Luca Boschetto, di solito con Laura Golarsa, racconta i match degli italiani, Fabio Tavelli aiuta a coprire la vasta offerta.

Ci sono le telecronache competenti e tattiche che spiegano gli errori nell’esecuzione dei colpi, utili anche al giocatore di club che voglia migliorarsi, e che si chiedono cosa deve fare il giocatore più debole per contrastare l’avversario. Gli esempi sono Piero Nicolodi e Diego Nargiso e soprattutto Pero-Bertolucci. È significativo che gli ex campioni scelgano un profilo basso (in qualche caso è basso anche il tono di voce). Ci sono le telecronache enfatiche, che invece alzano sia il profilo che la voce per esaltare la spettacolarità dei colpi. Infine, ci sono le telecronache inutilmente enciclopediche, che sfoderano valanghe di cifre, precedenti, classifiche, risultati di match in contemporanea di altri tornei… È tipico di chi vuole esibire conoscenze e si piace e compiace di quello che fa eccedendo nelle informazioni, creando un sottofondo poco ascoltabile che non sempre aiuta a capire l’evoluzione della partita. Anziché fare da contrappunto al fatto agonistico lo si copre di nozioni e pettegolezzi come accaduto durante la cronaca di Sinner-Isner quando, preso dalla foga, Boschetto è riuscito a dire che sono due cognomi «quasi acronimi». Neanche Sky Sport è perfetta.

 

La Verità, 3 luglio 2022

Pd, Lgbtq, agenti: ecco chi comanda davvero in Rai

In fondo la composizione dei palinsesti Rai è il grande gioco di società dell’establishment politico-mediatico romano. Dirigenti del servizio pubblico (vigilati dai commissari), agenti di spettacolo e artisti vari siedono attorno al grande tavolo della tv di Stato e piazzano le loro pedine, fanno le loro puntate, tirano i dadi. Niente di nuovo, è così tutti gli anni. Quest’anno con vista sulla stagione autunno-inverno 2022/2023 un po’ di più. Se manca una visione definita, un’idea forte di quale sia la mission del più grande broadcaster tv del Paese ai tempi del colera, i feudatari, i mandarini e i burattinai della Telerepubblica hanno gioco facile. Così i palinsesti diventano un grande puzzle con tasselli da colorare a piacimento, un Monopoli 2.0 con tante trattative per conquistare un posto al sole per sé o per i propri assistiti. E i telespettatori che pagano ancora il canone nella bolletta elettrica? Massì, se la faranno andare bene… Forse.

Rai 1 immobile

Il primo dato emergente spulciando i programmi dell’anno che verrà è la staticità della rete ammiraglia: i tutti i classici della prima serata sono confermati. Se di scelta si tratta, è evidente che sa di pigrizia soprattutto perché, in un contesto in continua evoluzione, la riproposta dei soliti format non potrà non appannare l’attrattiva della rete. Se proprio si vuole cercarla, l’unica novità è una bizzarria. Non a caso lo stesso Marco Giallini, protagonista di Rocco Schiavone, ha contestato il trasloco della serie da Rai 2, trattandosi di una fiction trasgressiva che mal si sposa con le preferenze del pubblico di Rai 1. L’altro elemento da segnalare, non in quanto novità, ma in quota consolidamento di potere, è il ruolo sempre più centrale di Amadeus che, oltre al Festival di Sanremo e ai Soliti ignoti, ritrova lo show in tre serate Arena ’60 ’70 ’80 ’90. Presenzialista quanto il Pippo Baudo anni Novanta, Ama è la punta di diamante della squadra di Lucio Presta, il superagente amico di Matteo Renzi, che annoverando tra i suoi artisti anche i confermatissimi Antonella Clerici a mezzogiorno, Eleonora Daniele al mattino e Marco Liorni nel preserale, controlla quasi tutta la programmazione di Rai 1.

Banksy della tv

Sugli altri due canali generalisti si concentra invece il lavoro mimetico di Beppe Caschetto. Cresciuto alla scuola dell’indimenticato Bibi Ballandi che, dalla regione Emilia Romagna, lo instradò nello showbiz «insegnandogli a volare bassi per schivare i sassi», Caschetto è probabilmente l’agente più potente della tv (ma qui parliamo solo di Rai). Come l’invisibile street artist, anche lui mette tutti davanti al fatto compiuto. I suoi però non sono graffiti mainstream, ma riempimento di caselle dei palinsesti attuato con mano di velluto. Ogni anno la sua rete si estende. Stavolta, alla già nutritissima rappresentanza in Rai (Fabio Fazio, Luciana Littizzetto, Geppi Cucciari, Massimo Gramellini, Enrico Brignano, Lucia Annunziata eccetera), ha aggiunto le new entry Alessia Marcuzzi, che condurrà il varietà generazionale Boomerissima, e Ilaria D’Amico, al timone di Che c’è di nuovo. Qualche tempo fa, invece, aveva strappato al rivale Presta, quello Stefano De Martino che, oltre a tornare con Bar Stella, sarà alla conduzione anche di un game show (Sing sing sing).

La rete gay friendly

Insieme con la riproposizione in seconda serata di Epcc, il late show di Alessando Cattelan, i programmi di Marcuzzi, D’Amico e De Martino saranno in controtendenza alla linea editoriale della nuova Rai 2 che godrà di un corposo incremento di budget (sarebbe interessante conoscerne l’entità a fronte delle nozze con le prugne secche cui furono costretti i precedenti direttori). La profonda trasformazione del secondo canale lo renderà molto gay friendly. Detto di Non sono una signora, show di drag queen, ovvero personaggi famosi che si addobberanno vistosamente da donne, il filone en travesti si avvale della conferma dell’Almanacco di Drusilla Foer, in onda dal 21 novembre, quando terminerà il quiz Una scatola al giorno condotto dal protettissimo Paolo Conticini, già vincitore a sorpresa della terza edizione del Cantante mascherato. Niente maschere, ma lo scambio di ruoli nei vari tipi di famiglie (tradizionali, allargate, arcobaleno…) animerà il pomeridiano Nei tuoi panni di Mia Ceran che prenderà il testimone da Pierluigi Diaco, conduttore di Bellama’, sorta di confronto tra boomer e influencer sui nuovi temi contemporanei. La svolta gaia di Rai 2 però non è opera di oscuri agenti, ma principalmente del neodirettore per l’intrattenimento Stefano Coletta che, non potendo arcobalenizzare Rai 1 ha concentrato i suoi sforzi sul secondo canale.

L’agente occulto

Com’è noto, dal 5 settembre Marco Damilano striscerà tutte le sere alle 20,35 su Rai 3 con Il cavallo e la torre. In automatico, ma poco convinta, è partita la protesta dell’Usigrai per la svalutazione della professionalità aziendale implicita nell’affidamento dello spazio a un esterno anziché a un giornalista Rai. In realtà, la vera contraddizione è la concorrenza fratricida che il nuovo programma farà a Tg2Post: due approfondimenti contemporanei su due reti generaliste evidenziano che lo scopo della nuova striscia è pilotare contenuti, oltre che dare una casella a Damilano. Sia lui che Giancarlo De Cataldo, in seconda serata su Rai 1 con Tempo e mistero, non hanno avuto bisogno dei buoni uffici di un agente professionista perché hanno quelli del Pd che, Michele Santoro dixit, «ha più sedi in Rai che nel resto del Paese».

Contentini e conflittini

Alcuni più evidenti, altri più felpati. Franco Di Mare, il direttore di Rai 3 appena andato in pensione continuerà a condurre il suo Frontiere, il sabato pomeriggio nella sua ex rete. Gratuitamente come da policy aziendale, e come capitò al pensionato Carlo Freccero che diresse Rai 2 gratuitamente per un anno, o no? Aldo Grasso, critico televisivo del Corriere della Sera di proprietà di Urbano Cairo, editore di La7, sarà consulente e autore di editoriali in Storie della tv, programma in onda su Rai 4 dal 18 ottobre. Walter Veltroni, editorialista e grande firma del solito Corriere del solito editore, dirigerà invece il documentario Ora tocca a noi: storia di Pio La Torre, in onda su Rai 3.

Buona visione.

 

La Verità, 30 giugno 2022

Il Corriere della Sera vuole chiudere Cartabianca

Anche i grandi critici televisivi hanno le loro piccole (o grandi) fissazioni. Un po’ come certi docenti universitari hanno le loro piccole (o grandi) predilezioni. Se poi sono la stessa persona la faccenda è ancora più bizzarra. Prendete Aldo Grasso, titolare della lettissima rubrica «A fil di rete» sul Corriere della Sera. Che non ami Cartabianca è risaputo. Ma ieri, dopo un insistente lavoro ai fianchi, il principe dei critici ha rotto gli indugi e ne ha chiesto la chiusura definitiva. «È finita Cartabianca e, in tutta sincerità, spero non torni più». Inequivocabile. Tassativo. Inelegante, anche. È noto che in questa stagione il talk show di Rai 3 condotto da Bianca Berlinguer ha attraversato momenti difficili, finendo nel mirino dei censori del Pd (Valeria Fedeli, Andrea Romano eccetera) e di svariati altri commissari vigilanti. Il casus belli è stata la partecipazione del professor Alessandro Orsini, disallineato al verbo draghiano sulla guerra in Ucraina (in precedenza altri ostacoli erano stati accatastati a causa della collaborazione con Mauro Corona). Ne è scaturita una polemica durata settimane che, sebbene camuffata sotto l’esigenza di adeguare i talk show a dei toni più decorosi, aveva in realtà come obiettivo la normalizzazione dell’unico spazio che ospita opinioni dissonanti. A ben guardare è proprio il dissenso a fare obiezione al critico del Corriere: «Ogni volta che il reale appare nella sua drammaticità, dobbiamo registrare come i talk inquinino il dibattito pubblico, creino <mostri>, diffondano menzogne e malafede, favoriscano l’indistinguibilità. Per questo, l’ospite più ricercato è quello considerato <scomodo>, l’intellettuale dai toni wagneriani, costantemente in dissenso». Insomma, meglio la noia, il calo degli ascolti, preoccupazione che appartiene alle «logiche volgari del mezzo» e alle tv commerciali, e il monopensiero piuttosto che «la contrapposizione, il tafferuglio, il parapiglia»: elementi che giustificano la richiesta di soppressione del programma.

Ovviamente la replica di Berlinguer non poteva farsi attendere: «Vi sembra normale che il critico televisivo del gruppo editoriale al quale appartiene la trasmissione mia diretta concorrente, DiMartedì, si auguri la chiusura d’autorità di Cartabianca?», ha scritto la conduttrice sulla sua pagina Facebook. «E dico <d’autorità> dal momento che gli ascolti ci hanno costantemente premiato». Oltre l’ineleganza, Berlinguer adombra il conflitto d’interessi. E si chiede: «Chi altri dovrebbe giudicare se non quegli stessi cittadini che pagano il canone e gestiscono il telecomando, della qualità e del gradimento di una trasmissione? O a decidere del destino di un programma… devono essere, in singolare sintonia, il critico televisivo del gruppo editoriale concorrente e una parte della classe politica?».

Per dissimulare una presunta ossessione per la conduttrice ed ex direttrice del Tg3 Grasso scrive che «per me Bianca Berlinguer potrebbe anche presentare Sanremo». In realtà, nel pieno della polemica di qualche settimana fa, intervistato dal Foglio – altra testata convinta della necessità di spianare le residue asperità dell’informazione tv – aveva detto: «Bianca Berlinguer segue uno schema fisso: vede uno strambo nelle trasmissioni altrui e subito lo paga. Corona, Scanzi e adesso Orsini».

Fortunatamente i palinsesti Rai della prossima stagione sono già stati decisi. In ogni caso non c’è da preoccuparsi: di solito gli interventi censori ottengono l’effetto opposto a quello che si prefiggono.

 

La Verità, 25 giugno 2022

La rivincita pop di D’Alessio arruola tutti i big

È stata una garbata rivincita la festa che Gigi D’Alessio ha offerto l’altra sera su Rai 1 per i trent’anni di carriera. Un grande concerto con ospiti di primissimo piano, tutti coinvolti e grati dell’invito del cantautore napoletano. S’intitolava Gigi uno come te trent’anni insieme la serata speciale trasmessa dalla piazza del Plebiscito gremita di un pubblico che ha accompagnato tutte le canzoni degli interpreti che si sono susseguiti e non a caso il protagonista ha chiesto al regista d’inquadrare più la piazza del palco (nella folla il cartello di una ragazza: «Sposami»), «perché siete il coro più bello del mondo» (venerdì, ore 21,30, share del 24,5%, 3,5 milioni di telespettatori). Una festa con dentro il sapore della rivincita, come annunciato dal brano di apertura: «Non mollare mai/ Manda avanti il cuore che domani vincerai/ Non ho mai dimenticato/ Le porte in faccia ricevute/ La risposta era la solita per me/ Ci faremo noi sentire, le faremo poi sapere/ Ma il telefono non mi squillava mai». La rivincita era quella piazza piena, la prima serata della rete ammiraglia, la partecipazione dei maggiori big della musica e dell’intrattenimento italico. A cominciare da Eros Ramazzotti (medley con Un’emozione per sempre, Più bella cosa…), per proseguire con una Fiorella Mannoia in gran forma e il duetto sulla sempre commovente Quello che le donne non dicono di Enrico Ruggeri, con Amadeus, immancabile in ogni show di Rai 1, per un altro medley con brani anni Novanta e poi via via tutti gli altri, Luchè, Vanessa Incontrada, Stefano De Martino, Achille Lauro, Vincenzo Salemme, il figlio Lda che si esibisce con il padre al pianoforte. Un trionfo di napoletanità non piagnucolosa, anzi, internazionalissima nel tributo a Renato Carosone (Tu vuo’ fa l’americano, Torero, O’ Sarracino), apice della serata, con Rosario Fiorello, apparso a sorpresa. Anche nelle parole dello showman siciliano è strisciato il sapore della rivincita: «Ieri, mentre provavamo, dentro il Palazzo Reale qui di fronte c’era il G7 dei ministri della Cultura d’Europa, era riunito il Gotha della cultura. Invece qui c’erano l’ex re dei matrimoni e l’ex re del karaoke… chiamavamo il nostro ministro: Franceschini… Dario… I suoi colleghi chiedevano lumi… E lui: no, non li conosco…». Un duetto concluso da un capolavoro crossover, specialità di Fiorello: Come suena el corazòn di D’Alessio interpretata sulle note di The Wall di David Gilmour per un’inedita band Gigi Floyd. Una bella serata, la rivincita di un cantautore considerato troppo pop per godere degli elogi della critica ufficiale.

 

La Verità, 19 giugno 2022

Calciomercato – L’originale enoteca con uso di cucina

Ormai anche i tifosi iniziano a svegliarsi. Archiviato lo scudetto del Milan e la coda della Nations League, competizione di dubbia necessità e sovente causa d’infortuni, siamo entrati a tutti gli effetti nell’estate del calciomercato. Saranno due mesi d’attesa della ripresa del campionato, quest’anno già a metà agosto per far spazio ai Mondiali qatarioti ai quali, com’è noto, assisteremo da spettatori (dis)interessati. Due mesi di attese di notizie di acquisti e vendite di calciatori da un club all’altro. Si diceva dei tifosi più smaliziati rispetto alla narrazione (pardon) dei troppi specialisti della materia. Il web pullula di nuovi e vecchi siti imperniati su trasferimenti imminenti, incombenti, prossimi, sicuri o molto presunti di allenatori, campioni, seconde e terze file. Un’estate fa, per dire, qualcuno vedeva Pep Guardiola già sulla panchina della Juventus. Esiste un gergo sempre più codificato che svela quanto la notizia sia consistente o un totale miraggio. Sono formule che i lettori hanno imparato a decodificare. Per esempio, il nome del calciatore preceduto dal sostantivo «idea» («Idea Suarez», «Idea De Paul») significa che siamo alla pura invenzione. Stesso grado di concretezza quando l’identità del giocatore è preceduta dal sostantivo «suggestione». Anche «Piace» («Piace Koulibaly», «Piace Lewandoski») descrive un’incursione nell’anticamera delle ipotesi, remote o remotissime. I quotidiani, soprattutto quelli specializzati, devono pur vendere in assenza di eventi, perciò il segreto è creare il tormentone anche dal nulla, sicuri che dirigenti e manager non perderanno tempo a smentire notizie fantomatiche. Lo stesso si deve dire per i tanti talk show che pullulano nei palinsesti tv, tra i quali il più attendibile è Calciomercato – L’originale (tutte le sere su Sky Sport), condotto da Alessandro Bonan con la complicità di Gianluca Di Marzio e Valerio Spinella (alias Fayna) e la partecipazione di vari ospiti. Detto che Di Marzio è il più informato e concreto tra i calciomercatisti in circolazione e che Fayna alimenta il gossip con video e social, il programma di Sky è un talk sportivo con uso di cazzeggio come certe enoteche «con uso di cucina». Tuttavia, anche L’originale ha le sue pause, i suoi rallentamenti, le sue maniere patinate. Graffiate da qualche imprevisto, come l’irruzione di Silvio Baldini, mister del Palermo neopromosso in B, proclamatosi fieramente estraneo all’ipocrisia che regna nel calcio. Cosicché, giocando su normalità e follia, Bonan gli ha dedicato Je so’ pazzo di Pino Daniele… Sempre per cazzeggiare, ovviamente. E ingannare l’attesa della notizia.

 

La Verità, 15 giugno 2022