Di nuovo (neanche tanto) c’è il flop della D’Amico

Di nuovo c’è il flop clamoroso di Ilaria D’Amico. Un flop personale, purtroppo. Uno sprofondo di ascolti all’1,7% (299.000 telespettatori) che ha precipitato Rai 2 all’ultimo posto delle nove reti generaliste, quasi doppiata anche da X Factor su SkyUno. A ben guardare, il disastro è nuovo ma non nuovissimo perché già al debutto, settimana scorsa, Che c’è di nuovo aveva raggranellato appena 349.000 persone per uno share del 2,2%. Alla seconda puntata si è riusciti a far peggio e ora il disastro è difficilmente rimediabile anche con i buoni uffici del Corriere della Sera, sensibilizzato dalla doppia ospitata di Ferruccio De Bortoli alla prima puntata e di Paolo Mieli alla seconda. Vien da pensare che ci sia un problema di credibilità della conduttrice.

L’esordio di Che c’è di nuovo era stato preparato con cura, per sbarcare al giovedì, tradizionale giorno santoriano, e dare anche alla seconda rete un programma a metà fra il talk e il magazine, con servizi e reportage, commenti e brevi testimonianze. Insomma, un mix caro ad Alessandro Sortino, ex iena, già conduttore e autore dell’interessante ma sfortunato Nemo (poi Nemo, nessuno escluso con Enrico Lucci al timone). E dunque, c’erano un sacco di aspettative sul ritorno in video della signora Buffon, già volto di SkySport con ambizioni da conduttrice di talk d’attualità – e chissà se di vero upgrade si tratta.

Eppure. «Mi ero presa un anno sabbatico per la famiglia», aveva confidato. Ma quando «la Rai è arrivata  a gennaio con l’idea di riportarmi a essere un punto di riferimento dell’informazione» non ha saputo resistere. Trascurando il fatto che per riportarla a essere «punto di riferimento» bisognava che prima lo fosse stata, va detto che «a gennaio» la sezione Approfondimenti della Rai era diretta da Mario Orfeo, tifosissimo juventino e grande amico di Massimiliano Allegri e Gianluigi Buffon. E così, ora, Antonio Di Bella, che nel frattempo gli è succeduto, ha fatto buon viso…

Nella puntata d’esordio, per commentare i reportage dalla Russia e dall’Ucraina, inusualmente accovacciato sui gradini dello studio accanto alla signora, c’era De Bortoli: «Dimmi Ferruccio», «Cosa ne pensi, Ferruccio… Vedendo l’esercito ucraino contrattaccare non ti è venuta in mente l’offensiva dell’esercito del Vietnam?». «Non sono due eventi paragonabili», aveva risposto paziente l’ex direttore del Corriere. Poi erano sfilati Maurizio Landini, Guido Maria Brera, Kim Rossi Stuart. Attorno al tavolo c’erano Gerardo Greco, Stefano Zurlo, Valentina Petrini (anche lei ex Nemo) e Francesco Giubilei (presidente di Nazione futura). Un gran dispendio di energie e intelligenze, affidate alle sintesi di D’Amico.

Per la seconda uscita, invece, si è scelto un tema ­- la paura e le paure – per unificare la narrazione. Lunghi servizi sulla notte di Hallowen, un reportage di Daniele Piervincenzi sui ragazzi che bloccano il traffico per sensibilizzare sull’emergenza ambientale, un altro sul rave party di Modena. Spariti Zurlo e Greco, sui gradini si è sistemato Mieli – «Dimmi Paolo», «Cosa dici Paolo» -, Paolo Scaroni, deputy chairman di Rothschild, si è fatto intervistare sul tetto al gas e la crisi energetica, il sociologo Domenico De Masi ha risposto su reddito di cittadinanza e problemi connessi. Un altro parterre de roi messo nelle mani di Ilaria D’Amico.

Quel reparto psichiatrico che commuove e diverte

Certe storie nascono sotto una buona stella e così gira tutto bene. È il caso di Tutto chiede salvezza, una serie ambientata in un ospedale psichiatrico in cui si ride e ci si commuove in modo molto naturale. Prodotta da Picomedia per Netflix, sceneggiata e diretta da Francesco Bruni e tratta dall’omonimo romanzo di Daniele Mencarelli, vincitore del Premio Strega giovani nel 2020 e qui collaboratore alla sceneggiatura, è uno show che si vede d’un fiato grazie alla qualità della scrittura, della recitazione e all’equilibrio tra parti drammatiche e momenti leggeri.

Siamo nel reparto psichiatrico di un ospedale alla periferia di Roma dove il protagonista, Daniele (Federico Cesari) come l’autore del libro autobiografico, si risveglia a sorpresa per un Tso (Trattamento sanitario obbligatorio) deciso dai suoi genitori dopo che, in preda agli effetti di una delle tante notti di sballo, ha aggredito il padre. Inevitabile è la reazione di rifiuto e la rivendicazione di una differenza dagli altri eccentrici ospiti della camerata: un ex maestro elementare dal passato oscuro (Andrea Pennacchi), un vitalissimo ragazzo gay (Vincenzo Crea), un malato in preda a una crisi mistica (Vincenzo Nemolato), un giovane violento (Lorenzo Renzi), un altro ragazzo in stato vegetativo (Alessandro Pacioni). A tenerne a bada le crisi improvvise ci provano un burbero infermiere (Ricky Memphis), un medico severo (Filippo Nigro) e un altro, più empatico (Raffaella Lebboroni). Nel reparto femminile arriva, invece, un’ex compagna di scuola (Fotinì Peluso) di Daniele, anche lei ricoverata in Tso, che avrà una parte importante nello sviluppo della storia, aggiunta al romanzo originale. Ma la padronanza di tempi e linguaggi di Bruni, tra i più affermati sceneggiatori del cinema italiano nonché autore degli adattamenti televisivi del Commissario Montalbano, consentono di mantenere l’equilibrio della trama e la forza della sua drammaticità. Combattendo con l’insonnia e i flashback della dissoluzione, pian piano il rifiuto di Daniele si trasforma in accettazione e condivisione, fino al riconoscimento del legame misterioso con gli altri ospiti. Da quella stanza di ospedale piena di miserie e di vita che ricorda vagamente la sana follia di Qualcuno volò sul nido del cuculo, sale una domanda di «salvezza» che abbraccia le vite sgangherate di tutti, medici compresi.

La serie che si snoda in sette episodi, uno per ogni giorno di ricovero, è attualmente al terzo posto tra le più viste di Netflix. Un successo che potrebbe preludere alla realizzazione di una seconda stagione.

 

La Verità, 25 ottobre 2022

Trombato, il pd Romano trova un seggio a Mediaset

Qualche sera fa, a sorpresa, nello studio di Diritto e rovescio di Paolo Del Debbio, tra i vari ospiti invitati a parlare di caro bollette e crisi energetica, è comparso anche Andrea Romano, ex deputato Pd. Il talk show di Rete 4 ha da sempre una linea editoriale sbarazzina, come dimostra il fatto che tutte le puntate si aprono con brevi incursioni del conduttore in qualche mercato di provincia. Del Debbio intervista venditori ambulanti, titolari di bancarelle, anche semplici clienti, magari mostrando come l’altra sera, alcuni cartoncini con su scritto «bollette», «tasse», «pensioni», «reddito di cittadinanza». È il cosiddetto bagno di realtà, quello che farebbe bene a tanti politici e opinionisti che affollano i cosiddetti programmi di approfondimento. Un’operazione fallita alle elezioni anche dal Pd che, come ammesso dallo stesso Enrico Letta, «non è riuscito a connettersi con chi non ce la fa». E nemmeno il buon Andrea Romano ci è riuscito, non rieletto alla Camera nel collegio di Livorno, superato da Chiara Tenerini di Forza Italia. È la seconda sorpresa che riguarda l’ex deputato dem, già presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla Moby Prince (che a Livorno qualcosa vuol dire) e membro di quella di Vigilanza sulla Rai, all’interno della quale si era distinto per l’ostilità alle partecipazioni del professor Alessandro Orsini a Cartabianca. Bisogna sapere che Romano è anche professore di Storia contemporanea a Tor Vergata e conosce bene il russo avendo vissuto a Mosca per motivi di studio: tutte competenze che lo rendono fortemente contrario al regime putiniano. Al punto che, dopo la polemica sulle liste di proscrizione pubblicata dal Corriere della Sera, il 30 giugno scorso ne ha presentata una tutta sua che mescolava nello stesso calderone di presunti filorussi Corrado Augias e Oliver Stone, Franco Cardini e Toni Capuozzo e che ha messo in imbarazzo persino il partito di appartenenza. L’ultimo dettaglio biografico dell’ex parlamentare è che nel dicembre 2020 ha sposato Sara Manfuso, influencer e presidente dell’associazione «Io così» contro la violenza alle donne. Qualche giorno fa Manfuso è uscita dal Grande Fratello Vip dove aveva sostenuto di aver subito una molestia da Giovanni Ciacci, notoriamente omosessuale. L’esclusione ha fatto purtroppo decadere la possibilità di una visita a Cinecittà, ipotizzata dall’affettuoso marito. Niente comparsata al Gieffe, dunque, per Romano. Ma c’è da giurare che su Rete 4 lo vedremo spesso perché, con tutti questi titoli, è riuscito a strappare un buon contratto come ospite-opinionista.

 

La Verità, 23 ottobre 2022

La barca di Sopravvissuti salpa con troppe falle

Per metabolizzare la morte della figlia Arianna, l’armatore Armando Leone decide di regalarsi una traversata oceanica sulla barca a vela più bella, oltre che una nuova compagna più giovane di lui di una trentina d’anni. La barca porta il nome della ragazza scomparsa e il lupo di mare ha la pelata, la barba e il giaccone d’ordinanza. È così che vanno le cose nei cantieri nautici di Genova e a Rai Fiction, anche se, come in questo caso, Sopravvissuti è una coproduzione europea che si avvale, insieme con la regia di Carmine Elia, anche della scrittura di un gruppo di allievi del Master della Scuola di giornalismo radiotelevisivo di Perugia (Rai 1, ore 21,40, share del 19,6%, 3,6 milioni di telespettatori). A bordo dell’Arianna salgono il capocantiere (Lino Guanciale) che ha organizzato la spedizione, un medico con la sua compagna, un operaio anche lui fresco di perdita del giovane figlio, una giornalista e un ex detenuto. Per animare le stories di bordo e far lievitare visualizzazioni e like di beneficenza non possono mancare l’attrice (Barbora Bobulova), il suo compagno e il loro problematicissimo figlio (ma al primo selfie si scoprirà che i problemi risiedono altrove).

Bando ai preamboli, finalmente si parte. Ma qualcosa va subito storto e l’imbarcazione viene sorpresa da una tempesta poco dopo essere salpata. Per un anno non se ne hanno più notizie, fino a quando, altra clamorosa sorpresa, il relitto dell’Arianna ricompare al largo delle acque del Venezuela con soli sei superstiti a  bordo. Inizia così il riavvicinamento tra i sopravvissuti di mare e i sopravvissuti di terra, sia questi che quelli custodi di segreti poco confessabili. Se chi è rimasto a casa sembra aver elaborato il (presunto) lutto piuttosto rapidamente, il vero mistero è che cosa sia davvero accaduto a bordo del relitto una volta placata la furia delle acque. E se i superstiti della barca appaiono concordi nel descrivere l’apocalisse, la mascolina ispettrice Anita, madre del medico non sopravvissuto, vuol vederci chiaro. Partono così le indagini sul campo, cioè la psiche più o meno scossa di chi è tornato dalla spedizione. Ma tra i marosi del Mediterraneo, i violini che ne esaltano l’omerica tragicità e un Lino Guanciale che sembra Tom Hanks di Cast Away, anche a causa di qualche falla nella sceneggiatura il thriller psicologico non decolla. Ora che si consulta il meteo per una biciclettata in campagna, gli esperti lupi di mare di Genova non potevano controllare gli strumenti nautici prima di farsi sorprendere dallo tsunami fuori dal porto di casa?

 

La Verità, 5 ottobre 2022

 

Se Dio, patria e famiglia di Lilli sono orfani di Mazzini

Appuntisce lo sguardo e tende il labbro Lilli Gruber quando rivolge la domanda con la quale chiude la conversazione con alcuni dei suoi ospiti di questi giorni: «Lei si riconosce nello slogan Dio, patria e famiglia?». Chissà, forse ha in mente il manifesto esibito a una manifestazione da Monica Cirinnà in cui commentava la triade con un elegante «che vita di merda». Oppure pensa alla sentenza di Enrico Letta, secondo il quale la formula cela un inevitabile «ritorno al patriarcato». Il più delle volte, però, la conduttrice di Otto e mezzo su La7, non ottiene piena soddisfazione. Purtroppo, verrebbe da aggiungere. Qualche giorno fa, per esempio, Letizia Moratti è stata colta di sorpresa perché fino a quel momento si era discusso di Europa ed economia, ma tant’è. L’ex sindaco di Milano e attuale vicepresidente della Lombardia non è una habitué dei talk show per cui ha improvvisato una risposta insapore. Del tipo: credo nella famiglia e nel nostro Paese (Dio non pervenuto), ma la società evolve e si trasforma (che è un’espressione che si porta sempre, qualsiasi cosa voglia dire). Mercoledì sera, invece, è toccato a Romano Prodi rispondere al quesito. Collegato da Bologna, dopo aver confermato il suo voto a Pierferdinando Casini perché si fa più festa in cielo per una pecorella smarrita che torna all’ovile che per tante fedeli, l’ex premier e commissario europeo ha borbottato che lo slogan non lo infastidisce. Come cattolico crede in Dio, ha una famiglia tradizionale ed è solito difendere l’Italia. Il problema è un altro. Quale, presidente? «Il problema è se lo slogan ci riporta indietro a certe culture del passato». Ah, ecco! Prodi si era appena detto lusingato perché Lina Palmerini l’aveva chiamato professore, che non è una diminuzione… Tanto più ci si aspetterebbe che non si appiattisse sulla vulgata gauchiste. Quali sono le pericolose culture del passato alle quali rimanda la triade più gettonata del momento? Mica si parlerà per caso del Ventennio di cui «gli italiani dovrebbero vergognarsi»? Nel corso del programma il fantasma non è stato scoperto, ma è più di una vaga sensazione che sia sempre ben accovacciato e camuffato sotto il tavolo dove fa gli onori di casa la soave Dietlinde. Perciò corre l’obbligo di dare una notizia a lei e agli adoranti telespettatori. La triade Dio, patria e famiglia è stata coniata da Giuseppe Mazzini in un testo fondante del Risorgimento intitolato Doveri dell’uomo (1860), scritto in polemica con i rivoluzionari francesi che insistevano solo sui diritti. Da allora è passato un secolo e mezzo, ma certe situazioni sembrano immutabili.

 

La Verità, 23 settembre 2022

E l’overdose di Telecorona finì per cancellare il Tg

Improvvisamente, tutti sudditi di Sua Maestà. Era dall’8 settembre, giorno della morte della regina Elisabetta II d’Inghilterra, che il Tg1 si preparava. Ma quello a cui abbiamo assistito ieri è stato un piccolo contrappasso: lo speciale Elisabetta II, l’addio, immancabilmente condotto da Monica Maggioni, ha fagocitato il Tg1, ridotto a tre minuti di titoli telegrafici con i quali la povera Laura Chimenti ha sintetizzato i fatti di giornata. È stata la prevedibile conclusione di un martellamento di dieci giorni di tg della sera e di mezzodì farciti di servizi di corrispondenti e inviati, con le altre notizie ridotte in pillole. Per non essere fraintesi va detto che ieri l’evento c’era tutto. Alle solenni esequie della regina del Commonwealth partecipavano oltre 200 presidenti (esclusi i rappresentanti della Federazione russa, non invitati) e 500 dignitari provenienti da tutto il mondo. La tradizione, la solennità, la scenografia trasudavano di un’austerità e di un rispetto dell’autorità di altri tempi. E difatti, oltre allo Speciale Tg1, anche il TgLa7 con Enrico Mentana (Dario Fabbri ed Enrica Roddolo del Corriere della Sera) e Canale 5 con Silvia Toffanin (Cesara Buonamici e Francesco Rutelli) hanno trasmesso in diretta il lungo addio. Quelli che stonano sono l’enfasi, la retorica e l’afflato condito da centinaia di aggettivi. Alle 14 Mentana ha ceduto la linea al telegiornale per dare le notizie di giornata, mentre sulla Rai 1 del presunto servizio pubblico si è andati avanti imperterriti con Telecorona. Bisognava seguire la cerimonia minuto per minuto senza perdere un battito di ciglia di Carlo III di Windsor e della consorte Camilla Shand, di Harry e William e delle loro mogli. O privarsi di un’inquadratura del percorso del feretro dopo la liturgia nell’Abbazia di Westminster, prima a piedi per le vie di Londra e poi in auto fino al Castello di Windsor, illustrato persino su Google maps. Così la cronaca in stile Downton Abbey si è dipanata per tutto il giorno. «In un’epoca in cui succedono milioni di cose in un istante», si è accorata Maggioni, «ci sono 4,5 miliardi di persone a guardare il rito lento e solenne di saluto alla regina». A sostenere l’imperversante direttrice c’erano i corrispondenti Marco Varvello e Natalia Augias, la scrittrice Simonetta Agnello Hornby, il docente di Letteratura inglese alla Sapienza Andrea Peghinelli. Tutti hanno sottolineato le ali di folla sul percorso del corteo funebre perché «il popolo era affezionato alla regina, la narrazione dei populisti che divide il popolo dall’élite è sbagliata». Siamo tutti sudditi di Sua Maestà.

 

La Verità, 20 settembre 2022

Maggioni trasforma il Tg1 in Telecorona d’Inghilterra

Una classe di liceali romani ospiti del Tg1. È successo lunedì sera per la prima volta nella storia di un tiggì nazionale. Gli studenti, una trentina quasi tutti in camicia bianca, erano schierati al centro dello studio fresco di restyling e implementazione tecnologica. L’ospitata era la degna conclusione del pomeriggio del primo giorno di scuola trascorso nella redazione del notiziario. Abbandonato il tavolone per spostarsi tra i ragazzi, la conduttrice dell’edizione serale Elisa Anzaldo – quella che di peccati la Meloni «ne ha tanti altri» – li intratteneva sul ritorno tra i banchi senza mascherine e distanziamenti dopo due anni di restrizioni e, perché no, sull’impressione avuta dalla visita alla macchina così complessa ma ben oliata del telegiornalone.

Le novità della metamorfosi del Tg1 by Monica Maggioni sono parecchie, ma si può partire da questo episodio per raccontarne l’evoluzione. Il primo tg nazionale non è più solo un notiziario che punta a informare i telespettatori su ciò che è accaduto nella giornata. Vuole fare di più, accompagnare il pubblico che dev’essere per forza smarrito e stressato, diventando un contenitore, uno strumento, un vademecum per orientarsi nella giungla quotidiana. Insomma, un tg pedagogico. C’è all’ordine del giorno il tetto al prezzo del gas per contenere i costi delle bollette ma la Germania non ne vuole sapere? Si coinvolge il capo della redazione economia per illustrare la faccenda. L’Ucraina contrattacca sul fronte orientale e inizia a riconquistare i territori presi dai russi? Si chiama l’esperto di strategie militari per tratteggiare gli scenari futuri del conflitto. Il pubblico deve essere aiutato a capire e, dunque, si va di spiegoni. Uno dopo l’altro. Il tg pedagogico deve istruire i cittadini e renderli edotti, come se fossero candide vergini prive di fonti alternative.

L’eccesso di paternalismo, anzi di maternalismo dell’iperpresenzialista Maggioni è stato chiaro fin dall’insediamento. Le elezioni per il Quirinale, lo scoppio della guerra in Ucraina, la crisi di governo in luglio: ogni occasione è buona per allestire edizioni straordinarie inevitabilmente condotte da lei medesima. Perché raccontare la quotidianità dal punto di vista dei cittadini che pagano il canone e vorrebbero ascoltare le notizie di giornata, possibilmente in modo attendibile? Molto meglio prendere un fatto dell’agenda politica o economica o diplomatica e gonfiarlo fino a farne il perno della narrazione. La chiamano eventizzazione del tg. L’esempio più eclatante lo abbiamo avuto nelle prime settimane dell’invasione dell’Ucraina: aboliti i titoli e cancellata la scaletta, il Tg1 era diventato monografico, le altre notizie rase al suolo come l’ospedale di Mariupol.

Venerdì 8 settembre era stato programmato il varo della nuova grafica, loghi e sigla, e del nuovo studio multiplayer. Unendo quello degli speciali a quello delle edizioni quotidiane la scenografia è raddoppiata ed è attrezzata da nuovi ledwall touch screen, due tavoli, uno per il conduttore, e un altro dove possono accomodarsi altri colleghi. Costo dell’operazione, sembra solo 200.000 euro. L’8 settembre però è stato anche il giorno della morte di Elisabetta II regina d’Inghilterra. L’inaugurazione del nuovo studio poteva avvenire in un giorno migliore? Abito nero e braccia a compasso sul tavolone scintillante, Monica Maggioni era la regina dello Speciale. Collegata da Londra c’era Natalia Augias che, sorprendentemente, dal marzo scorso affianca il corrispondente Marco Varvello, nell’occasione presente in studio. Sempre un filo sopra le righe, Maggioni sollecitava gli interventi, chiamava in causa gli esperti, tra i quali il giornalista William Ward, peraltro protagonista di una gaffe che ha raggelato tutti, quando, pensando di non essere sentito, si è rivolto a qualcuno chiedendo: «Ma chi è la presentatrice?». Alla fine, tanto sforzo è valso un’audience di 2,3 milioni di telespettatori per un normalissimo 13,7% di share (senza tutta questa enfasi lo Speciale Tg5 si è difeso conquistando 1,8 milioni di spettatori con oltre il 10,7% di share). Ma il fatto andava cavalcato lo stesso. Oltre a rispedire all’istante Varvello a Buckingham Palace per seguire l’insediamento di Carlo III, Maggioni ha inviato Perla Dipoppa, Giuseppe Rizzo e la prediletta Giorgia Cardinaletti a coprire l’evento. Ora, sebbene in questi giorni succeda anche qualcos’altro, i notiziari traboccano dei servizi dei due corrispondenti, più quelli dei tre inviati. Sui costi di tanto spiegamento di forze finora nessuno è riuscito a eccepire. Ma alla vigilia delle elezioni chi può mettere dei paletti a una direttrice che vanta un filo diretto con Palazzo Chigi ed è stata presidente della Rai? L’interrogativo tratteggia scenari vagamente distopici. Ma tant’è, da qui al 19 settembre, giorno dei funerali di Stato di Elisabetta II, i tg e il daytime di Rai 1 saranno monarchici che neanche la Bbc. Resta da vedere se almeno i riscontri Auditel saranno di conforto.

Nel frattempo il valzer degli anchorman delle edizioni principali prosegue. Rimossi Francesco Giorgino (passato alla struttura della Direzione informativa), Emma D’Aquino (ora conduce Ribelli su Rai 3) e Laura Chimenti che si sono rifiutati di condurre la Rassegna stampa delle 6,30 del mattino, all’edizione delle 20 sono rimasti in tre: Alessio Zucchini, la Anzaldo e l’emergente Cardinaletti. Alle 13,30 invece sono in cinque: Roberto Chinzari, Sonia Sarno, Maria Soave, Valentina Bisti e la retrocessa Chimenti. In totale, nelle due edizioni principali, sei donne e due uomini.

 

La Verità, 14 settembre 2022

Gli Anelli del potere forgiati nell’ideologia woke

Desta relativa sorpresa il fatto che la serie kolossal Il Signore degli Anelli – Gli Anelli del potere, di cui Prime video ha finora rilasciato due episodi, sia improntata all’ideologia woke che innerva l’immaginario produttivo delle piattaforme mondiali. Il megaboss Jeff Bezos è un grande appassionato dell’opera di John Ronald Reuel Tolkien e con il lancio del prequel della trilogia cinematografica firmata Peter Jackson realizza un sogno personale, oltre che un evento planetario. Dopo il primo giorno di programmazione è stato annunciato il debutto da record con 25 milioni di telespettatori nei 240 Paesi coinvolti. Ma subito dopo Amazon ha bloccato per 72 ore la pubblicazione delle recensioni nella speranza di raffreddare la rivolta dei tanti tolkeniani delusi dalla trasposizione infedele. L’intenzione dei critici più o meno improvvisati è influenzare con precoci stroncature l’accoglienza dell’atteso show. L’azione di review bombing, frequente in merito a opere di culto, ha lo scopo di boicottare il lancio del nuovo prodotto. Tuttavia, tralasciando le strategie delle community di fan, non occorre essere seguaci del britannico Tolkien o critici ipersensibili per accorgersi dei personaggi aggiunti dagli showrunner J. D. Payne e Patrick McKay solo per soddisfare il correttismo in voga particolarmente nei Paesi anglosassoni. Il male turbava i popoli della Terra di mezzo, umani, elfi e nani anche in «un tempo in cui il mondo era talmente giovane che non esisteva ancora il levar del sole». E così l’antefatto può dipanarsi…

Purtroppo, con l’innesto dell’elfo Arondir (Ismael Cruz Córdova) e della pingue principessa Disa (Sophia Nomvete), interpretati da attori di colore, Gli Anelli del potere si distanzia dal testo originale per assumere improbabili caratteri multietnici. Non serve attendere troppi episodi per cogliere quel manierismo inclusivo che condiziona il giudizio complessivo sull’operazione, altrimenti realizzata con grandi mezzi e una maestosità delle scenografie che meriterebbero la visione su mega schermi. Invece le cinque stagioni previste, con rilascio di un episodio settimanale, sono destinate alla tv o a dispositivi ancora più piccoli che ne penalizzano oggettivamente la fruizione. Per avere ulteriore conferma dell’interpretazione patinata della storia occorre invece verificare se anche nel seguito del racconto i personaggi più limpidi e attrattivi – la bionda e soave guerriera elfica Galadriel, la curiosa ragazzina Nori e la madre guaritrice Bronwyn – tutti di sesso femminile, resteranno tali.

 

La Verità, 7 settembre 2022

Damilano cerca il Paese reale, speriamo lo trovi

Ci sarà sicuramente occasione di tornare a parlare di Il cavallo e la torre, il nuovo programma di Marco Damilano in onda tutte le sere alle 20,40 su Rai 3 (share del 7,7%, 1,3 milioni di telespettatori). Il debutto della striscia regalata, anzi profumatamente remunerata (1.000 euro a puntata) dai dirigenti del servizio pubblico all’ex direttore dell’Espresso, è test insufficiente per dare giudizi definitivi. La decisione di anticipare la partenza di una settimana per lanciare la volata lunga sulle prossime elezioni fa sì che manchi il confronto con Otto e mezzo, quando i riscontri di audience saranno verosimilmente diversi.

Tuttavia, una prima idea la si può abbozzare, riconoscendo debiti e fonti alle quali si rifà il neoconduttore. Innanzitutto il titolo, preso dall’autobiografia di Vittorio Foa, considerato un padre fondatore della Repubblica. Il cavallo poi, oltre a essere il pezzo più spiazzante del gioco degli scacchi, è anche il simbolo, in verità piuttosto logoro, della Rai, e non a caso domina la scenografia dello studio. La cartolina di Andrea Barbato e Il Fatto di Enzo Biagi sono invece gli evidenti antenati televisivi del nuovo programma, esempi di un’informazione formalmente asciutta, ma ugualmente orientata. Damilano ha individuato nelle tre p – politica, poteri, persone – i cardini del suo racconto che inizia da Pescopennataro, un paesino di 233 anime della provincia di Isernia, nel Molise, dove la scultura di un’Italia divisa in due dalla linea Gustav voluta da Hitler nella Seconda guerra mondiale ha alti valori simbolici.

Come si vedono da lì le prossime elezioni? Come vengono recepite le promesse dei partiti? La coppia di anziani del paese che declama con solennità le proprie generalità ha sempre votato a sinistra, ma stavolta… I pochi giovani rimasti sono incerti. Invece l’artigiano con ambizioni da scultore non si recherà ai seggi perché sono finite le idee, chi incarna i valori della Costituzione? È lo spunto per evidenziare la distanza tra gli slogan delle forze politiche e i tanti indecisi, circa 16 milioni, ai quali, sostiene il conduttore, i partiti non si rivolgono. La provocazione non è banale: il Paese reale non è fatto solo di Milano e Roma, di Netflix e monopattini. C’è una quotidianità distante che i leader, tutti, non riescono a intercettare. Vedremo se Damilano, un po’ impacciato all’esordio nel ruolo istituzionale del conduttore, diverso da quello di ospite di altri conduttori amici, saprà mantenere vivo questo tipo di narrazione senza cedere alla retorica della parte giusta della storia.

 

La Verità, 31 agosto 2022

La nuova Diesse fa fare il triathlon ai telespettatori

Il colore dominante del nuovo studio della Domenica sportiva è il grigio. Grigi gli sfondi, grigio il pavimento, in bianco e nero anche le immagini alle spalle dei sei tra conduttori e talent, tre uomini e tre donne in ossequio alla parità di genere che sta a cuore alla neodirettrice di Rai Sport Alessandra De Stefano (Rai 2, ore 22,45, share del 7,9%, 646.000 telespettatori). Il tavolo a mezzaluna invece è candido mentre i contrappunti grafici sono azzurri. Insomma, non proprio una sferzata di adrenalina. Il mandato degli autori dev’essere proporre un programma pacato sugli avvenimenti sportivi del week end, con contributi competenti e testimonianze di ex campioni. Purtroppo però se, soprattutto nella prima parte, come accaduto l’altra sera, le parole e le argomentazioni condite di amarcord prevalgono sulle immagini degli eventi di giornata, l’effetto soporifero è in agguato.

Al centro dello studio siedono i due conduttori Alberto Rimedio e Lia Capizzi, il primo esperto di calcio e telecronista della Nazionale, la seconda ex Sky Sport, molto preparata su nuoto, basket e atletica leggera. Al loro fianco ci sono mister volley Lorenzo Bernardi, la nostra più famosa calciatrice Carolina Morace, l’ex principino bianconero Claudio Marchisio e Ana Quiles, corrispondente sportiva di Mediaset Spagna. Con buona pace di tutte queste presenze, il primo blocco è dedicato al Gran premio di Formula Uno, per commentare il quale Mattia Binotto si collega dall’aeroporto di Bologna dov’è appena atterrato. Un piccolo colpo giornalistico della Diesse e un messaggio di signorilità del capo team Ferrari nel giorno in cui il Cavallino rampante abbandona i sogni di rimonta nel Mondiale piloti. Alle 22,50 però scade l’embargo sulle immagini, esclusiva Dazn, dei posticipi serali e il buon Binotto resta pazientemente in stand-by per mostrare i gol del pareggio fra Lecce ed Empoli (Fiorentina-Napoli è finita 0-0), in realtà ulteriormente posticipabili nello spazio dedicato al calcio in onda dopo le 23,30.

Oltre che per la rete che lo trasmette, il programma è generalista anche per le tante discipline di cui si occupa. Tuttavia, senza un sommario definito e con rimbalzi da uno sport all’altro, il rischio macedonia con conseguenti capogiri nella testa dei telespettatori incombe. Ha proprio ragione Lia Capizzi a scegliere «fede» tra le parole di giornata. Fede nella maglia azzurra, fede nuziale della Fede nazionale, fresca di matrimonio… Si può aggiungere anche atto di fede del pubblico nel fatto che, prima o poi, arriveranno anche le immagini degli eventi sportivi preferiti.

 

La Verità, 30 agosto 2022