Cattelan cerca la felicità cazzeggiando

Tanti anni fa, forse troppi perché Alessandro Cattelan possa ricordarlo, c’era un gioco per bambini che si chiamava «Fuoco fuochino». Considerato il suo linguaggio pop ludico, è un gioco che all’eterno golden boy della tv italiana potrebbe piacere. Consisteva nel nascondere un oggetto e farlo trovare al rivale, guidandolo con espressioni come «acqua» «diluvio» «alto mare» quando si era distanti dal tesoro, o «fuochino» e «fuoco» se ci si stava avvicinando. In Una semplice domanda (Fremantle) su Netflix, Cattelan cerca la felicità ponendo una serie di domande e cercando risposte dialogando con persone che potremmo definire realizzate (Roberto Baggio, Paolo Sorrentino, Gianluca Vialli, Geppi Cucciari, Elio, Francesco Mandelli). L’idea non è male e il modo di realizzarla ha tratti divertenti perché la cifra di Cattelan è il cazzeggio e anche qui riesce a parlare di argomenti tosti buttandola sul ridere. A casa di Baggio (la sua malinconia), dopo essersi sottoposto a una breve seduta di meditazione buddista si fa confidare la difficoltà di ricominciare una vita dopo la fama, il successo e qualche rimpianto. La cornice sono migliaia di stampi di anatre da caccia di cui il Divin codino è collezionista. In un altro episodio Cattelan si chiede con aria compunta se «nei momenti bui possiamo davvero trovare la felicità in Dio?». E subito dopo, da ragazzo cresciuto a pane e tv, annuncia euforico: «Benvenuti a 4 religioni», un mini talent con rappresentanti dell’islam, dell’ebraismo, dell’induismo e un prete, che aggiudica il titolo di miglior religione. Dal canto suo, Sorrentino (la sua ironia) rivela che gli piace «la religione cattolica» perché è ben congegnata in quanto i divieti e le regole creano le premesse di una vita rassicurante. Poi certo, «credere in Dio è un’altra cosa». Già… Fuochino o annegamento imminente? Ma ecco «la prova Aldilà». C’è felicità nel dolore? chiede Cattelan a Vialli mentre giocano a golf, «grande metafora della vita». Da quando ha scoperto di avere il cancro, Vialli (la sua ritrovata ingenuità) ha realizzato che il tempo è molto più prezioso, che alle sue figlie vuole trasmettere ciò  che conta e che è arrivato il momento di «fare le cose che mi piacciono, lasciando perdere le stronzate». Annunciando di aver imparato la lezione, Cattelan si butta in piscina con cinque ragazze per fare la sirena con una monopinna di nylon. Fate voi… Poi, con Geppi Cucciari, si chiede se l’amore renda felici. Due le ipotesi considerate: un corso per fidanzati in vista del matrimonio in chiesa e una coppia di attori porno. Buttarla in ridere è anche un po’ buttarla in vacca?

 

La Verità, 23 marzo 2022

Storie e memoria dal gorgo della pandemia

Sotterrata dalla nuova infodemia bellica, giovedì 17 marzo è passata completamente sotto silenzio la Giornata nazionale in memoria delle vittime del Covid-19 istituita dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. A svegliarci dalla narcosi provvede ora Attraverso i muri: storie del tempo della pandemia, il docufilm realizzato da Andrea Broglia e Daniele Ferrero, e prodotto da Mneo – Archivio italiano della memoria e Puntodoc, in collaborazione con il dipartimento di storia dell’università di Bologna (master in comunicazione storica), lodevolmente trasmesso ieri in prima serata da Rete 4 e ora disponibile su Mediaset Infinity. Alcune parole chiave descrivono la notevole qualità di questo lavoro. Innanzitutto si tratta di storie, cioè di 190 testimonianze dirette, vissute in prima persona, di pazienti scampati alla morte, di figli o famigliari di persone decedute, di infermieri, medici, volontari, operatori delle onoranze funebri, sacerdoti… Niente virologi, con la puntuale eccezione di Andrea Crisanti, per la sperimentazione di Vo’ Euganeo. Tra i politici solo Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, e i sindaci di Vo’ e di Nembro. L’altra parola chiave di questo racconto è memoria. Non a caso a consegnarci questo documento di ciò che abbiamo vissuto è un’associazione culturale che «si fonda sul lavoro di produzione e archiviazione video». La dimenticanza è anch’essa un virus sempre in agguato. Nelle quasi due ore di racconto divise in quattro capitoli (Dispnea, Apnea, Comunità, Naufraghi) non c’è un briciolo di retorica, tipo quella dei medici «eroi», non ci sono eccessi sentimentali o insistenza su immagini abusate dell’iconografia pandemica. L’asciuttezza narrativa rende, appunto, memorabile la tragedia che ha colpito la popolazione e commuove chi ripensa a ciò che ha vissuto. I pazienti che hanno visto spegnersi un compagno di stanza e si sono risvegliati dopo due settimane di coma. I figli che, dopo aver accompagnato un padre o una madre in ospedale, per giorni non ne hanno avuto notizia. I medici che hanno dovuto decidere a chi dare e a chi togliere il casco ventilatorio polmonare o chi mandare in terapia intensiva e chi lasciare in pronto soccorso. I famigliari che non hanno potuto celebrare il lutto di un proprio caro. Gli infermieri che rientravano dopo turni interminabili con la paura di contagiare chi li aspettava a casa. La condivisione di chi ha saputo stringersi nel dramma, come accaduto in tante situazioni. Scrive Paul Claudel: «La sofferenza è un’aggressione che ci invita alla coscienza». Attraverso i muri è un documentario da vedere.

 

La Verità, 20 marzo 2022

Notizie alla rinfusa nel tg emozionale ma in trincea

I titoli sono scomparsi. Al loro posto c’è la copertina. Un fotoreporter che si aggira tra le macerie, una colonna di fumo che esce da un palazzo, i vigili del fuoco che intervengono… Non si capisce dove siamo, né chi sia l’autore del servizio, che però vediamo in faccia mentre si autoinquadra col telefonino. Benvenuti al Tg1, la testata più emozionale del bigoncio atlantista. Tocca al conduttore in studio rendere edotti i telespettatori del contesto delle immagini di apertura. Ma ora via alla sequenza delle notizie: una frase motivazionale del presidente Sergio Mattarella, l’uccisione dei cameraman di Fox News, Volodymir Zelensky che ammette che l’Ucraina non può entrare nella Nato, l’annuncio da Bruxelles del prossimo vertice dei capi di Stato occidentali, la repressione della giornalista che ha contestato l’informazione del telegiornale russo con relativo commento in studio del corrispondente da Mosca Sergio Paini (a proposito, news sul titolare dell’ufficio Marc Innaro, mentre tutte le altre testate hanno ripreso a trasmettere dalla capitale russa?).

È l’inizio di un’edizione delle 20,30 del telegiornale diretto da Monica Maggioni. Non c’è gerarchia delle notizie, non c’è ordine; come quello che per esempio darebbe la lettura dei titoli. Dopo dieci minuti di notizie alla rinfusa, tra servizi «dal fronte» di inviati-corrispondenti-fotoreporter-giornalisti arruolati per l’occasione, collegamenti dalle capitali europee o con qualche esperto al quale fare una sbrigativa e generica domanda, nonostante il conduttore si affanni a dare una logica alla «narrazione», il telespettatore disorientato ha pure bisogno di sedare il capogiro. Fortuna che si chiude soavemente, con una poesia o un brano musicale… È il tg con l’elmetto nella variante sentimentale del coro. Problemi non ce ne sono, la linea va seguita senza tentennamenti anche se rispetto alle idi di marzo del 2021, gli ascolti dell’edizione serale calano di 600.000 unità. La neodirettrice ha deciso di talkizzare il tg con l’atlantismo più agguerrito (rinforzando sorprendentemente l’ufficio londinese con Natalia Augias). Lo riprovano gli speciali Tg1 che occupano lo spazio di Unomattina. Nel talk, Maggioni anima lo show contornata da schermi, grafici e ospiti ai quali, con gestualità magniloquente e indaffarata dà alternativamente la parola. «Vediamo la linea ferroviaria che è stata bombardata e che rappresenta un po’ la via di comunicazione in Ucraina, non è vero Sergio?». Chissà, alla fine, forse la faccenda è tutta qui. Nella differenza tra la rappresentazione e l’essere.

 

La Verità, 17 marzo 2021

L’understatement del cronista giova all’evento

Telecronisti e commentatori che stanno sul pezzo e campioni che non se la tirano. Sarà questo il segreto della Champions League trasmessa da Prime video? Del resto, la piattaforma di Jeff Bezos ha acquistato i diritti per «la migliore partita del mercoledì». Dopo Inter-Liverpool e Atletico Madrid-Manchester United nel turno di andata, il primo match di ritorno degli ottavi era tra Real Madrid e Paris Saint-Germain. Due scuole calcistiche e due filosofie societarie a confronto. Le merengues composte da giocatori storici allenati da Carlo Ancelotti, richiamato a Madrid dal patron Florentino Pérez, e la squadra francese infarcita di fuoriclasse, allenata da Mauricio Pochettino, di proprietà dell’imprenditore qatariota Nasser Al-Khelaifi. Curiosamente, in campo, la squadra più blasonata, detentrice di 13 Champions League (comprendendo i trofei della vecchia Coppa dei campioni), era «più umile e più disposta al sacrificio», parole di Massimo Ambrosini, uno che qualche Champions l’ha vinta. Fino al sessantesimo del secondo tempo, le sorti del match e della qualificazione apparivano nettamente segnate in favore del Psg. In certi momenti, la supremazia tecnica della squadra con il trio delle meraviglie Messi-Neymar-Mbappé appariva schiacciante. Eppure, mai dare per morti i campioni nel loro stadio, ribadiva Sandro Piccinini in telecronaca. Anche sotto di un gol (di due nel punteggio comprensivo dell’andata) il tifo madridista continuava a sostenere Modric, Benzema e soci. Nonostante il piano inclinasse in una direzione precisa si aveva la percezione che il finale di partita non fosse ancora scritto. Sarà stata l’esperienza o semplicemente l’umiltà di seguire quello che stava accadendo, Piccinini e Ambrosini, coppia fissa di Prime video, trasmettevano la possibilità che qualcosa sarebbe potuto accadere. È il senso dell’evento, il saper rispettare la complessità del gioco. In materia di telecronache di calcio si assiste spesso a un eccesso di protagonismo dei commentatori. Il repertorio è vario: si va dalle disquisizioni tattiche ai consigli non richiesti agli allenatori fino al gossip con mini-biografie dei giocatori. Intanto le azioni si susseguono, spesso a dispetto del racconto. Nell’ultima mezz’ora la partita si è trasformata come la pelle di un camaleonte, regalando al pubblico la sensazione di aver assistito a un evento raro. Anche Clarence Seedorf, Julio Cesar e Luca Toni, ospiti a bordocampo di Giulia Mizzoni, trasmettevano il senso di un certo stupore. Se non si sa già tutto, spesso ci si diverte di più.

 

La Verità, 11 marzo 2022

L’onore di Accorsi si adagia sul paternalismo

Era inevitabile che, programmato su Rai 1, il remake di Your honor, la serie di Showtime interpretata da Bryan Cranston e tratta a sua volta dall’israeliana Kvodo, percorresse sentieri più dolci e frequentasse dilemmi meno radicali. Sono le conseguenze della trasposizione da un network americano a pagamento a una rete generalista italiana (Rai 1, lunedì, ore 21,35, share del 17,1%, 3,6 milioni di telespettatori).

Vittorio Pagani (Stefano Accorsi) è un apprezzato giudice, candidato alla presidenza del tribunale di Milano. Vedovo dopo il suicidio della moglie e padre del diciottenne Matteo (Matteo Oscar Giuggioli), ha conquistato fama e autorevolezza da pubblico ministero sgominando la pericolosa gang dei Silva. La sua vita cambia repentinamente quando, alla guida della vecchia auto della madre pur non avendo la patente, il figlio investe e uccide un motociclista che si scopre appartenere proprio a quei Silva. Costituirsi alla polizia significherebbe esporsi a sicura vendetta. Di slittamento in slittamento, inizia la discesa agli inferi di Pagani, nel quale il ruolo del padre e quello del giudice prendono a confliggere schizofrenicamente. Al punto che nell’opera di depistaggio delle indagini che si stringono attorno al ragazzo egli non esita a mettere a frutto le tecniche e le conoscenze acquisite come magistrato. «Se è vero che tuo figlio è tutta la tua vita, che cosa sei disposto a fare per salvare la sua?», si chiede Pagani nel monologo che apre la storia. Così, in una progressiva escalation, lo vediamo architettare una serie di manovre che contraddicono leggi e principi sui quali hai costruito l’impeccabile carriera. «A volte la paura può farti fare delle cose terribili», dice parlando di un imputato, ma in realtà di sé, al vecchio presidente del tribunale (Remo Girone). Il quale gli ribatte: «Eppure c’è chi nelle stesse condizioni si comporta diversamente. Oppure dovremmo dire che il bene non esiste?». «Esiste, ma non in assoluto», conclude Pagani.

Materia incandescente, dunque. Trattata in modo avvincente nella versione originale, in Vostro onore la storia si adagia di più sul sentimento. Mentre nei primi dieci minuti della serie americana si ascoltavano una ventina di parole ma la tensione era già a mille e a ogni scena il giudice si giocava, appunto, l’onore, in quella italiana vediamo il personaggio di Accorsi indossare raramente la toga. Era inevitabile che su Rai 1 il legal thriller sfumasse in family drama. Però così, pur restando di vivo interesse, la storia smarrisce un po’ della sua originalità.

La Verità, 9 marzo 2022

Noi, tra buoni sentimenti e cliché prevedibili

Scommessa ardita portare su Rai 1 la storia di This is Us, una delle serie di maggior successo degli ultimi anni, giunta sulla Nbc americana alla sesta e ultima stagione. Al centro della vicenda di Noi ci sono Pietro e Rebecca Peirò (Lino Guanciale e Aurora Ruffino), una coppia che vive a Torino la cui vita si fa impegnativa quando lei rimane incinta di tre gemelli. Il giorno del parto, uno di loro non ce la fa. Ma su consiglio del ginecologo (Massimo Wertmüller) che li assiste, decidono di adottare un neonato di colore soccorso da un vigile del fuoco che l’ha trovato abbandonato vicino all’ospedale. Così Pietro e Rebecca tornano a casa con i bambini destinati alle culle già pronte ad attenderli sotto il festone dei «Fantastici 3». La realtà, però, è diversa dalla favola. Sia perché Rebecca fatica comprensibilmente a superare il trauma della perdita di uno dei tre cresciuti nel pancione. Sia perché avverte come estraneo il bimbo che ne ha preso il posto e che, invece, ha diritto a essere rispettato in tutta la sua specificità. Ma le complicazioni sono solo all’inizio.

L’originalità della serie è nell’intreccio delle storie dei ragazzi che troviamo ultra trentenni, alla ricerca della propria identità. Un intreccio che si snoda attraverso ben calibrati flashback, avanti e indietro nei decenni, utili a cogliere le sfumature psicologiche del terzetto e dei loro genitori. I due gemelli, un attore in cerca di consacrazione e una cantante mancata con problemi di obesità, sono molto legati tra loro. Quello più razionale sembra però il figlio adottato, sposato, padre di due bambini e professionalmente realizzato. Tuttavia, anche per lui le cose si complicano quando scopre che al padre biologico, finalmente ritrovato, è stata diagnosticata una grave malattia.

Prodotta da Cattleya per Rai Fiction, la versione italiana segue in modo molto fedele la trama ideata dal creatore americano (Rai 1, domenica, ore 21,30, share del 18,7%, 3,9 milioni di telespettatori). Scritta da Sandro Petraglia, Flaminia Gressi e Michela Straniero e diretta da Luca Ribuoli, il suo pregio migliore è nella qualità dei dialoghi e nell’incalzare della storia, favorito dai frequenti cambi d’epoca e dal sovrapporsi delle vicende. Ma mentre nell’originale la trama si distende su numerose stagioni, qui la concentrazione drammatica risulta particolarmente elevata. Non a caso la commozione è sempre in agguato. Come pure lo è il rischio di perdere l’equilibrio tra buoni sentimenti e sconfinamento nei cliché prevedibili del momento.

 

La Verità, 8 marzo 2022

Gaffe e conformismo del palinsesto bellico unico

La copertina del Time con Vladimir Putin ritratto con baffetti alla Adolf Hitler sopra il titolo «The return of history» era perfetta per imbastire un dibattito con il corrispondente da Berlino, Rino Pellino. Figuratevi se Monica Maggioni se la faceva sfuggire. Peccato che si trattasse di un falso, l’ennesimo. Dopo rapide e concitate verifiche la direttrice del Tg1 ha dovuto chiedere scusa ai telespettatori dello Speciale di lunedì. Anch’esso, l’ennesimo. Per la Rai i primi giorni d’informazione sul conflitto russo-ucraino sono stati una débâcle. Esagerazioni, svarioni, gaffe clamorose. E ancora scuse. Come quelle di Lucia Annunziata e Antonio Di Bella, che han dovuto fare ammenda dopo il fuori onda che li ha beccati mentre descrivevano le ucraine residenti in Italia come «cameriere, badanti e amanti».
La fake war in onda su tutte le reti è frutto di diverse variabili. L’ideologia del pensiero unico democratico, innanzitutto. C’è una nuova bandiera sotto la quale schierarsi, una nuova emergenza planetaria, una nuova frontiera dove distillare parole d’ordine e dispiegare milizie. I tg sono monografici. Nei talk show il Covid è improvvisamente dimenticato e i virologi sono una categoria vintage, sostituiti dai consulenti diplomatici, gli analisti militari, gli esperti di geopolitica. Al posto dei bollettini sanitari imperversano le cartine dei Paesi baltici con i carri armati schierati. Invece dei servizi dalle terapie intensive vediamo aeroplani sfrecciare in formazione. C’è anche chi sdrammatizza, con effetti discutibili. Qualche sera fa ospite di Rete 4, si è visto l’ex generale e attuale presidente della Fondazione Icsa, Leonardo Tricarico, collegato dal salotto di casa con cagnolino in braccio. Ma generalmente, l’informazione televisiva è scesa in guerra, e l’Ucraina è il nuovo territorio di conquista di inviati e reporter. Ce ne sono sette del Tg1, quattro del Tg2 e uno del Tg3, e altri stanno arrivando in pullman da Roma al seguito di qualche cittadino ucraino che torna in patria. Nessuno però, nonostante il finanziamento del canone, è a Kiev e i collegamenti dalla capitale li fa Valerio Nicolosi, un giornalista di Micromega.

Insomma, ci si arrangia e il racconto è spesso approssimativo. Se la fonte principale è il web c’è poco da star tranquilli. In pochi giorni abbiamo visto videogiochi spacciati per combattimenti a Kiev, parate militari di due anni fa scambiate per minacciosi sorvoli russi nel cielo dell’Ucraina, esplosioni in Cina del 2015 presentate come bombardamenti notturni dell’aviazione di Putin. Come in una guerra di trincea, sminare le bufale è rischioso. Ne sa qualcosa la task force anti fake news della Rai, non a caso rimasta inoperosa per evitare un clamoroso autodafé. La seconda cattiva consigliera è la fretta che, come abbiamo visto, fa trascurare le verifiche. Altre cattive compagnie sono l’eccesso di enfasi e il protagonismo ipertrofico. Un giubbetto antiproiettile non si nega a nessuno. Ma alla drammatizzazione dei reporter non corrisponde ciò che mostrano le immagini. In assetto bellico per il Tg1 Emma Farnè racconta le code al bancomat a Severodonetsk, mentre Stefania Battistini, con un «Press» cubitale sull’elmetto, si sbraccia a pochi metri dai cittadini di Slovjansk che conversano tranquillamente. Al Tg2 si vedono militari con teleoperatori al seguito aggirarsi in mezzo alla folla che li ignora e continua a farsi i fatti propri. Il primato di enfasi è del telegiornale guidato da Maggioni, affetta da maratonite acuta. Già durante le elezioni per il Quirinale, la neo direttrice aveva manifestato sintomi di astinenza da video. Con l’esplosione della crisi ucraina e la deplorevole azione militare dell’autocrate russo, nulla l’ha frenata. Il palinsesto è liquido e Maggioni non perde occasione per protendersi a spiegare maternamente al telespettatore quello che, secondo lei, sta accadendo. Salvo perdersi il discorso di Joe Biden, il leader dello schieramento occidentale, che invece sarebbe stato utile ascoltare, se non altro  per confutarne le tesi.

Esercizio che, però, non sarebbe stato gradito. Mentre lo è il rimanere «allineati e coperti», come s’intimava durante il servizio di leva, appunto. L’altro giorno a Stasera Italia si son visti ospiti in contemporanea Giovanna Melandri, Marco Tronchetti Provera, Ferruccio De Bortoli e Giampiero Mughini. Se si alza il dito per eccepire si è annoverati come filoputiniani, antioccidentali. Anche i distinguo sono banditi. Un tempo erano i gauchiste i campioni del dubbio, del però e del nella misura in cui. Sulla guerra russo-ucraina di misura ce n’è solo una. Lo schema è lo stesso visto durante la pandemia. Porre domande significava essere no-vax. Ora condannare l’invasione dicendo al contempo che l’Occidente ha qualche responsabilità sulla situazione creatasi nello scacchiere est-europeo equivale a intendersela con il nemico. Ne sa qualcosa Marc Innaro, corrispondente Rai da Mosca da 15 anni, reo di aver citato l’allargamento della Nato verso i Paesi baltici come uno dei motivi della strategia di Putin. Una tesi che al Pd non sta bene. Della posizione di Innaro si discuterà in Commissione di vigilanza.

 

La Verità, 2 marzo 2022

Striscia e Lauro a caccia di santi per l’Eurovision

Allora, signori, è vero o non è vero? Ma certo che è vero. Anzi è Verissimo». In fondo non era difficile prevedere come Ezio Greggio avrebbe presentato l’esordio di Silvia Toffanin dietro il bancone di Striscia la notizia. Il linguaggio del programma di Canale 5 (lunedì, ore 20,40, share del 22,4%, 4,7 milioni di telespettatori) è semplice e diretto soprattutto negli sketch dallo studio e nei raccordi tra un servizio e l’altro: «Achille Lauro ha vinto il Festival di San Marino. Pur di partecipare all’Eurovision, prima si era affidato a San Remo, poi a San Marino. Eppure, visto il personaggio, quello giusto sarebbe stato San Patrignano». È il verbo della satira leggera, della gag facile, del linguaggio pop nel quale anche la conduttrice di Verissimo nonché compagna del gran capo, Pier Silvio Berlusconi, può esprimersi con freschezza e disinvoltura. Le parti più qualificanti del tg satirico, quasi un’ora di magazine, restano i servizi degli inviati, autori di campagne che, con parola in uso in altri tempi, potremmo definire «di controinformazione». Il malcostume si annida sia tra la gente comune che nei palazzi del potere. Rajae Bezzaz segue da tempo la pista di Marco Mattei, importatore e rivenditore di auto che però sparisce una volta incassati gli anticipi. Smascherato in seguito alle numerose proteste dei clienti truffati, il negoziante ha aggredito l’inviata fino a sputarle in volto. Ma a differenza dell’ondata di solidarietà in difesa della giornalista sportiva Greta Beccaglia, palpeggiata al termine di una partita di calcio, che ha coinvolto grandi firme e testate nazionali, per Bezzaz, curiosamente, nessuno si è speso. Ancora più dirompente risulta RaiScoglio24, rubrica fissa di Pinuccio, su nomi cognomi e magagne della tv di Stato. Il caso di lunedì riguardava il Festival della canzone di San Marino vinto da Achille Lauro. Essendo l’emittente partecipata al 50% dalla Rai (l’altro 50 è dell’Eras, Ente per la radiodiffusione sanmarinese), una pur piccola porzione di tasse dei cittadini che pagano il canone finisce nelle casse di San Marino Rtv. E già qui ci sarebbe da approfondire. Il peggio è che, uscito dalla porta dell’Ariston, quel simpatico paraguru di Lauro rientrerà all’Eurovision song contest, prossima esclusiva Rai, passando dalla finestra di San Marino.

Il tg di Antonio Ricci evita i toni da «signora mia» o quelli da indignati speciali. Ma ridendo e scherzando, si prende ugualmente qualche soddisfazione contro il conformismo imperante.

 

La Verità, 23 febbraio 2022

Nel ritratto di Torregiani manca quello dei terroristi

Una delle cose migliori del film è il titolo: Ero in guerra ma non lo sapevo. Identico a quello del libro scritto da Alberto Torregiani (con Stefano Rabozzi per A.car edizioni), rende l’idea della situazione in cui si trovava Pierluigi Torregiani, il gioielliere assassinato dai Proletari armati per il comunismo (Pac) davanti al suo negozio a Milano il 16 febbraio 1979. Irriducibile, un po’ arrogante, non disposto a piegarsi alle circostanze, il protagonista, interpretato dall’ottimo Francesco Montanari, va avanti per la sua strada, fatta di lavoro e famiglia. Il sindaco Carlo Tognoli lo ha anche premiato con l’Ambrogino d’oro per l’impegno nel sociale. Sulla sua complessa vita quotidiana si concentra il racconto, lasciando sullo sfondo l’escalation terroristica e le rapine ai negozianti attraverso le quali le formazioni violente si autofinanziano. «Vogliono far passare la delinquenza per politica e noi gli crediamo», dice Torregiani al commissario che lo invita a maggiore prudenza. Accorgendosi dei pericoli, le persone che gli sono vicine intuiscono i contorni della guerra. Il suo più stretto collaboratore si allontana per un periodo «finché le acque non si saranno calmate»; la moglie propone di andare via da Milano; il commissario lo pone di fronte all’alternativa: «O si fa aiutare o si fa ammazzare». Ma lui non deflette e accetta di malavoglia anche la scorta assegnata dalla questura. Parliamo di una bravissima persona che adotta i tre figli di una vedova conosciuta in ospedale e non sopravvissuta ad un tumore. Quanto a lui, pur scampato al cancro ai polmoni, continua a fumare: questo è il temperamento. È un orologiaio: se il meccanismo si guasta lo riaggiusta, se la molla si scarica, la ricarica. Scegliendo di tenere per sé le sue preoccupazioni, si isola anche da chi vuole aiutarlo.

Ad aggravare la sua situazione concorrono i giornali dell’epoca che lo descrivono come «un giustiziere» dopo che, durante una rapina in un ristorante dov’è a cena con la figlia e i collaboratori e nella quale muoiono due persone, lui tenta di reagire. Si scoprirà che la sua pistola non ha sparato un colpo, ma i Pac capeggiati da Cesare Battisti, hanno ormai preso la loro decisione.

Di tutto questo, però, nel film prodotto da Eliseo Multimedia di Luca Barbareschi e Rai Cinema, diretto da Fabio Resinaro, e mandato in onda nell’anniversario dell’agguato non c’è traccia (mercoledì, Rai 1, ore 21,30, share del 10,6%, 2,3 milioni di telespettatori). Forse, considerando quanto la vicenda dei responsabili di quegli omicidi ha agitato la vita del Paese in questi anni, sarebbe stata opportuna una ricostruzione più ampia della storia.

 

La Verità, 18 febbraio 2022

Le parole d’ordine del bon ton sanitario di Rai 3

Il galateo sanitariamente corretto è la nuova variante, o sfumatura, mediatica che la pandemia ci sta lasciando in eredità. Gli esempi pullulano nei commenti delle testate benpensanti, nei talk show dell’ortodossia virologica. È iniziato il riflusso del Covid 19, le ondate si ritirano, ma sul bagnasciuga rimangono sempre le conchiglie del perbenismo in camice bianco. Nei salotti di tendenza c’è sempre lo scrittore radical chic che presenta il suo libro o quello più spiccatamente engagé (a volte entrambi), il comico che ricorda il tour teatrale e la virostar con il memento paternalistico a «non abbassare la guardia» e la nostalgia per la mascherina, «il nostro burqa laico», «la nostra copertina di Linus»…

Il bon ton sanitario ha accenti suadenti e vellutati, ma di fronte ai non allineati il buonismo dei migliori smarrisce il proverbiale aplomb. Qualche sera fa a Le parole di Massimo Gramellini (Rai 3, sabato, ore 20,20, 1,4 milioni di telespettatori, 6,3% di share), con ospiti Daria Bignardi e Maria Amelia Monti si chiacchierava di libri, scuola e teatro, quando a un certo punto è comparsa in collegamento l’immunologa Antonella Viola. Già la sera prima, ospite di Otto e mezzo su La7, la dottoressa aveva accusato Giorgia Meloni, rea di non voler vaccinare sua figlia, di diffondere notizie false sull’efficacia dell’iniezione per i bambini. Ora, al cospetto del pubblico del sabato sera di Rai 3, Viola poteva accomunare all’anatema sanitario Matteo Salvini, a sua volta protagonista della stessa scelta riguardo ai suoi figli. Per la solita compagnia di giro il salto da La7 a Rai 3 è particolarmente breve. La parola suggerita per l’occasione dal conduttore era «Genitori», cosicché, oltre che colorazione politica, la reprimenda assumeva anche carattere pedagogico perché Meloni e Salvini erano accostati a quei genitori di Modena privati della patria potestà dal giudice perché pretendevano sangue no vax per il trapianto cui deve sottoporsi il loro bambino. Insomma, genitori degeneri. Subito dopo arrivava Roberto Saviano per il promo del programma che seguiva in palinsesto: purtroppo la compagnia di giro e Le parole d’ordine sono spesso tristemente prevedibili. Sorprendente sarebbe se Gramellini invitasse uno come Massimo Arcangeli, il linguista promotore dell’appello contro lo schwa, per altro sottoscritto da intellettuali come Angelo D’Orsi, Paolo Flores d’Arcais, Ascanio Celestini, per citarne alcuni fra i tanti. Ma chissà, forse in quel contesto, quelle per la difesa della grammatica italiana, risulterebbero parole di disordine.

 

La Verità, 15 febbraio 2022