Troppa farcitura rende indigesto l’almanacco

Poco o tanto le rivisitazioni sono sempre delle operazioni intellettuali. Alcune più azzeccate di altre. Da qualche giorno su Rai 2 va in onda Drusilla e l’almanacco del giorno dopo (ore 19,50, share tra il 4 e il 5%), nuova edizione di una storica rubrica di Rai 1 condotta da Paola Perissi e Ilaria Moscato, due delle annunciatrici più apprezzate della nostra televisione. Il fatto che nel titolo della nuova versione compaia il nome della conduttrice, Drusilla Foer, personaggio di complessa definizione – non trans, non drag queen, ma attore en travesti inventato e portato sulle scene da Gianluca Gori (presente tra i numerosi autori del programma) – fa intuire la differenza tra i due almanacchi. Quello trasmesso per 18 anni a partire dal 1976 era una rubrica che assemblava aneddoti storici, brevi biografie del santo del giorno, proverbi e tradizioni cucendo il passato e il presente per chi voleva avere una memoria storica utile. Nella versione drusilliana questa intenzione è conservata, come lo sono la sigla musicale (Chanson balladée, ispirata a una melodia francese trecentesca) e la grafica con caratteri antichi. Per il resto, tutto è diverso, dallo studio ai costi, ma soprattutto il linguaggio improntato alla leggerezza e alla fluidità, che sono la cifra della conduttrice già apprezzata all’ultimo Festival di Sanremo.

In genere le rivisitazioni consistono nel fatto che, mentre l’edizione originale di qualcosa, un programma, un quiz, una rubrica, inizia senza ambizioni particolari, è proprio la sua nuova edizione a trasformarlo in un format, in un modello che rende inevitabile il confronto. In questo caso siamo passati da una rubrica condotta da un’annunciatrice a uno show… en travesti di durata doppia, farcito di ospiti, finte telefonate, auguri di compleanno, inserti di varietà con accompagnamento al pianoforte, insegnanti di yoga, duetti con Topo Gigio, declamazioni poetiche, esperti di piante selvatiche, finti lamenti contro l’improvvisazione dell’editore, angolo della posta, digressioni di costume, consigli vari… Proprio la promozione da rubrica a show, con inevitabile allungamento dei tempi, sembra il virus che debilita il nuovo almanacco, troppo farcito come certi panini le cui salse traboccano quando provi ad addentarli. Una tantum ci può stare, tutti i giorni può influire sul colesterolo. Fate voi se affidare l’agenda televisiva quotidiana di una rete del servizio pubblico a una pur «eleganzissima» figura cross-dressing – oggi si chiamano così – sia un’operazione poco o tanto intellettuale.

 

La Verità, 12 giugno 2022

Quella guerra di piombo nella nebbia della verità

Nella Sicilia di fine anni Cinquanta il problema non può essere il traffico, ma la parola mafia nessuno l’ha ancora pronunciata. La scriva lei per primo, suggerisce «il principe» al direttore del giornale (Claudio Santamaria) dopo avergli indicato il sindaco (Salvo Lima) e l’assessore ai Lavori pubblici (Vito Ciancimino) tra gli ospiti della sontuosa festa in corso nel suo palazzo. In quella Palermo ci si muove a piedi e solo per raggiungere Corleone si sale in auto, una Topolino per il fotografo, una Millecento per il direttore. Invece le cosche sono già attive e controllate dal potente primario dell’ospedale (Fabrizio Ferracane), mentre il secondo quotidiano cittadino, sull’orlo della chiusura, è infiltrato dal Pci. Contrariamente alle aspettative dell’editore, però, il nuovo direttore non intende licenziare colleghi, ma la redazione si dimezza ugualmente appena egli mette le regole del giornalismo davanti a quelle della contiguità politica. Cosicché il neodirettore è costretto ad affidarsi alla curiosità di un ragazzo al primo servizio sul campo per tentare di capire qualcosa della strana scomparsa di un sindacalista. Lo stesso giorno, con l’entrata in vigore della legge Merlin, chiude il bordello frequentato dai cronisti a fine giornata di lavoro. L’agguato nel quale incorrono è molto più che un semplice segnale che la loro nuova intraprendenza non è gradita. In realtà, quelli che sembrano episodi isolati sono collegati e svelano l’affacciarsi di una nuova criminalità, più cinica e spietata, capeggiata da Luciano Liggio.

Lenta e misteriosa eppure magnetica e seducente, L’Ora. Inchiostro contro piombo racconta la stagione del giornalismo antimafia più autentico e lontano dalla retorica ridondante anche in tempi d’importanti commemorazioni (Canale 5, mercoledì, ore 21,40, share del 12,2%, 1,9 milioni di telespettatori). Liberamente ispirato a Nostra Signora della Necessità (Einaudi) di Giuseppe Sottile, diretto da Piero Messina, Ciro D’Emilio e Stefano Lorenzi e sceneggiato da Ezio Abbate, Claudio Fava e Riccardo Degni, in questo family drama la «famiglia» è la redazione del giornale, per quanto i suoi componenti vivono un’avventura totalizzante. Una serie diversa dalle tante intrise di colpi di scena e stilemi nichilisti, nella quale le cadenze jazz e le ambientazioni dark riflettono l’omertà del crimine e le notti dei cronisti. Portando il telespettatore nella guerra di piombo tra mafia e giornalismo: «Qui da noi», rivela il solito principe, «la verità è come la nebbia, più ti avvicini e più non vedi niente».

 

La Verità, 10 giugno 2022

La squadra che colorò di terra rossa gli anni ’70

È una notevole sorpresa che 46 anni dopo emergano tante curiosità e aneddoti e retroscena dalla memoria dell’unica Coppa Davis vinta nella Santiago del Cile del dittatore Augusto Pinochet. È noto che fu disputata superando le feroci polemiche della vigilia, ottenendo la liberazione di alcuni prigionieri politici, discutendo se danneggiava di più il dittatore il blocco delle esportazioni Fiat o della trasferta della nazionale di tennis. Chi c’era allora ricorda anche il Pci, già partito della fermezza e deciso a imporre il diktat dei migliori anche nel tempio della racchetta, sostenuto perfino da Domenico Modugno che canta contro la frenesia per l’insalatiera e Paolo Bertolucci che, solitamente serafico, si preoccupa: se ci si mette pure lui è finita. Alcune vicende si ricordano, ma Una squadra, la docuserie ideata scritta e diretta da Domenico Procacci, prodotta da Fandango, Sky e Luce Cinecittà (in onda sulla non visibilissima Sky Documentaries) è ugualmente un piccolo grande capolavoro. Una sceneggiatura naturale che l’intero nostro cinema stenta a produrre in anni di sforzi e impegno. Un film ricco di pregi. Il primo è raccontare un’epoca, i controversi Settanta, nella visuale parallela dello sport. È un’alternativa di sentimenti, di priorità e di traguardi rispetto alla memoria ufficiale quella che snocciolano i protagonisti, ottimi narratori, più generosi per indole e abitudine Adriano Panatta e Paolo Bertolucci di Corrado Barazzutti, Tonino Zugarelli e Nicola Pietrangeli, ma tutti ben disposti a ricordare e svelare particolari inediti dell’epopea. Ma è anche una strabiliante differenza cromatica a emergere dagli spezzoni degli archivi, nelle tinte degli anni di piombo, del bianco e nero dei telegiornali prima dell’avvento della tv a colori nel febbraio 1977, appena un mese dopo quella storica impresa. Così, nella ricostruzione dei filmati, il rosso della terra di quelle vittorie (e sconfitte) esplode nella sua brillantezza, diffondendo un sentore di alterità e ribellione al grigiore dell’ideologia imperante. La trasferta nel Sudafrica dell’apartheid per la semifinale persa del 1974 – allora, curiosamente nessuno protestò – con la scoperta che la camera dell’hotel non aveva la televisione perché non c’era in tutto il Paese, per evitare che i neri s’informassero e continuassero a restare segregati. O la storia di un’altra amara sconfitta nella finale in Cecoslovacchia del 1980, disputata tra le manifestazioni e i pugni chiusi e con arbitri che favorirono la squadra della nazione ospitante.

Chi ha avuto vent’anni in quel decennio deve evitare la trappola della nostalgia e del confronto con i sogni e le promesse di allora, di com’è andata e di come siamo oggi, anche tennisticamente parlando. Un altro dei pregi della serie è rammentarci che quella nazionale era composta dal numero 4, 7, 12 e 24 del mondo (nell’ordine, Panatta, Barazzutti, Bertolucci, Zugarelli): classifiche che neppure oggi, in una delle nostre migliori stagioni, possiamo vantare. E che, sempre loro, in cinque anni arrivarono quattro volte a disputarsi la famosa insalatiera.

Nessun Eden però, nessun idillio o magica armonia avvolge lo spogliatoio, attraversato invece da rivalità, mutismi, attriti. Anche di Panatta con Pietrangeli, il campione dal quale eredita il testimone, e che la prima volta che lo vede giocare gli fa: «A regazzì, guarda che la palla corta l’ho inventata io». Battibeccheranno diverse altre volte sebbene Pietrangeli venga accolto come un salvatore dopo la gestione di Orlando Sirola che, come condizione per convocarlo, chiede a Panatta di tagliarsi i capelli. Figurarsi: niente Davis. Sei sicuro?, gli chiede suo padre. «Sì, gioco a tennis con i capelli o con la racchetta?». «E quindi, niente Davis?». «No, niente… Mio padre era uno che faceva le pause e pesava le parole. Dopo un po’ disse: “E se te lo chiedo io?”. Se me lo chiedi tu, va bene».

In realtà, il quartetto è composto da «una doppia coppia». «Io e Corrado, finito di allenarci, andavamo a casa, in famiglia» (Zugarelli), «Si erano sposati a ventun anni, peggio per loro» (Panatta). Erano stili e filosofie di vita opposte. Dopo un torneo di esibizione in Argentina, si deve tornare in Italia. Corrado sceglie un volo di linea, Panatta e Bertolucci passano da Parigi a salutare delle amiche e scialacquano il lauto premio per i biglietti del Concorde che però parte da Rio de Janeiro, giusto il tempo di rinforzare l’abbronzatura a Copacabana. Paolo e Adriano vivono insieme come Sandra e Raimondo, uno è lo chef l’altro rassetta. Invece, sul campo Paolo prepara il punto e Adriano lo chiude, prendendosi gli elogi del pubblico meno competente. Quando Panatta eccede con il suo egocentrismo, Bertolucci gli oppone un distacco che lo manda in tilt. Come durante una finale a Buenos Aires contro Guillermo Vilas, in uno stadio tutto per l’argentino, quando Paolo, l’unico che può sostenerlo, si becca gli insulti dell’amico che lo coglie distratto.

La sceneggiatura naturale è la storia dei viveur campioni. Criticato dal pubblico per quanto avrebbe potuto dare se si fosse concentrato sullo sport, Adriano prende il centro del film. Una sera è al cinema seduto vicino a Loredana Bertè in minigonna inguinale e ginocchia piantate sullo schienale della poltrona davanti. Si accendono le luci dopo il primo tempo e dalla galleria si alza una voce: «A Panà, e grazie ar cazzo che non vinci mai». Invece, si sposa e comincia a vincere. Agli Internazionali di Roma batte il solito Vilas («Salvare al primo turno 11 match point per l’avversario e poi vincere il torneo non so se capiterà ancora»), mentre tra un set e l’altro Gianni Minà lo interroga su tattica e stato emotivo. A seguire conquista Parigi dopo aver sconfitto Bjorn Borg. La mattina della finale, però, in spogliatoio non si trovano le scarpe. Mancano poche ore all’inizio del match e in Francia non vendono le Superga. Telefonata all’amico di Roma, apertura del negozio, corsa a Fiumicino, consegna delle scarpe al caposcalo che le passa a un pilota in partenza… Alla fine, dopo un’altra sbruffonata, Panatta sconfigge Harold Solomon e sale al numero 4 della classifica mondiale. «Il giorno dopo», confida, «avevo una strana malinconia, perché l’appagamento dura poco e si pensa subito a un nuovo traguardo». Nel dicembre di quell’anno si va a Santiago del Cile… Panatta convince Bertolucci a indossare le magliette rosse per mandare un segnale. Vincono e tornano in Italia, ma dopo le feroci polemiche l’accoglienza è tiepida. Ricorda Barazzutti: «Sembrava avessimo sparato al gatto invece di aver vinto una Coppa Davis».

 

La Verità, 18 maggio 2022

«Macché spie, il rischio è demonizzare il dissenso»

Non indossando l’elmetto, Corrado Formigli si attira le critiche e le ironie dei media più atlantisti, ma il suo Piazzapulita su La7 è uno dei talk più problematici del panorama televisivo nostrano. Ospita voci diverse e innesta il dibattito in studio con immagini e reportage dal fronte, «40 o 50 minuti ogni puntata», sottolinea: «è il nostro marchio di fabbrica».

Come vanno gli ascolti dall’inizio della guerra?

«Fino a prima dell’invasione dell’Ucraina la nostra media era del 5,7% di share. Dal 24 febbraio a oggi si è assestata sul 6,3%, per noi un risultato eccellente».

Questa crescita ha un motivo preciso?

«Intanto, la mia passione personale per il tema. Fin dai tempi dei programmi di Michele Santoro ho sempre fatto l’inviato di guerra. Per Piazzapulita ho realizzato reportage su Kobane, in Siria, su Falluja e Mosul, in Iraq… Poi, ma non certo in secondo luogo, la passione, l’esperienza e le capacità di Gabriele Micalizzi, Alessio Lasta e Luciana Colluccello sono stati un altro nostro punto di forza. Siamo l’unico talk che propone reportage sul campo».

Però la guerra non si vede moltissimo.

«Non è proprio così, raramente si sono visti tanti cadaveri per le strade e missili schiantarsi sugli edifici. A Kramatorsk un pezzo di missile ha sfiorato la macchina sulla quale viaggiava Luciana Colluccello. È una guerra che si combatte con ordigni lanciati a distanza. Stare in prima linea con la fanteria vorrebbe dire rischiare la vita. Ma il nostro primo problema è un altro».

Quale?

«Evitare le fake news. I canali Telegram mostrano il conflitto girato dai soldati e bisogna sminare la propaganda per far affiorare i fatti. L’esempio dell’immagine della donna con il ventre marchiato da una svastica è significativo. Micalizzi aveva trovato quella foto a Mariupol, perciò si è pensato fosse opera del battaglione Azov. Qualche giorno dopo la stessa immagine è ricomparsa vicino a Kiev, collegata alle torture di Bucha, quindi gli autori potevano essere russi. Alla fine, non sappiamo chi ha commesso quella violenza, ma solo che quella donna è stata uccisa e mutilata».

Come scegliete gli ospiti delle puntate?

«Distinguiamo tra competenza e battaglia delle idee. In tema di diplomazia, di geopolitica o di strategia militare cerchiamo ospiti che abbiano esperienza sul campo. Alberto Negri è uno dei più importanti inviati di guerra degli ultimi 30 anni, il generale Vincenzo Camporini è stato capo di Stato maggiore della Difesa, Riccardo Sessa è stato ambasciatore in Cina e in Iran, per citarne alcuni. Sul piano delle idee, quando Michele Santoro e Paolo Mieli si confrontano esprimono visioni diverse, ma il loro dibattito è utile al telespettatore, oggi senza bussola».

Le capita di pagare qualche ospite?

«La stragrande maggioranza viene a titolo gratuito, altri te li assicuri in esclusiva per un certo tempo. È come un patto di fedeltà che anche il pubblico apprezza. Ma si tratta sempre di cifre modeste, corrisposte in cambio di una competenza e di un tempo che ti danno».

Sono mai stati contestati dal pubblico o da qualche esponente politico?

«La reazione più violenta l’ho registrata riguardo al professor Alessandro Orsini. Il giorno dopo, il mio telefono era intasato da commenti alla sua partecipazione provenienti da alti livelli della politica, della cultura e del mondo universitario. Perché fai parlare Orsini? Non sai chi è? Erano supposizioni ipotetiche, mai circostanziate».

Una volta invitato qualcuno ha mai avuto la sensazione che potesse trattarsi di un agente segreto?

«Macché. Orsini no di certo, lo conosco da diversi anni. Ma secondo lei un agente sotto copertura usa i talk show per fare propaganda? Perché accada ci vorrebbero un conduttore imbecille, un pubblico privo di capacità di discernimento e che gli altri ospiti fossero sotto anestetico».

Qualche telespettatore le ha contestato l’invito a Steve Bannon.

«L’ho trovato surreale. Stiamo parlando dell’ex capo stratega del presidente americano Donald Trump. Io non scelgo tra buoni e cattivi. Se fosse utile a comprendere ciò che c’è nella mente di Vladimir Putin inviterei pure il diavolo».

C’è qualcuno che vorrebbe intervistare e non le è ancora riuscito?

«Dmitrij Peskov, portavoce del Cremlino, ci ha già detto no due volte, mentre ho apprezzato l’intervista che gli ha fatto Christiane Amanpour sulla Cnn. Un altro che sto cercando di invitare è Dmitrij Muratov, premio Nobel per la pace e direttore della Novaja Gazeta, il giornale dove scriveva Anna Politkovskaja».

L’amministratore delegato della Rai Carlo Fuortes ha detto alla commissione di Vigilanza che i talk show non sono più adatti a una corretta informazione: cosa ne pensa?

«Penso che quelli fatti bene lo siano e quelli fatti male non lo siano. Trovo che usare la parola talk show in generale come metro di ogni nequizia sia sbagliato».

Che opinione ha dell’interesse del Copasir e della Vigilanza riguardo ai meccanismi dell’informazione?

«Per conto mio la Vigilanza andrebbe abolita. In tutto l’Occidente è un unicum che una commissione di politici indichi i criteri di fattura di un programma televisivo, di invito degli ospiti e se vadano pagati o meno. La ritengo una realtà di sapore sovietico».

In guerra si demonizza il nemico, nell’informazione si demonizza o ridicolizza il dissenso?

«Il rischio lo vedo molto forte. Non sto dicendo che chi dissente non abbia spazio perché ne ha. Il problema è ciò che avviene dopo: l’attacco concentrico dei soliti politici che guardano troppo la tv anziché fare cose più utili e del plotoncino dei social che si erge a tribunale dei talk. Quando questo attacco viene amplificato dai giornali si crea un clima avvelenato».

Piazzapulita mette di fronte bellicisti e pacifisti: può dire quali si dimostrano più intolleranti verso le posizioni altrui?

«Mi sono stupito quando Nathalie Tocci, direttrice dell’Istituto Affari internazionali, con la quale avevo un accordo di partecipazione a quattro puntate, ha criticato su un giornale il fatto che avessi invitato il professor Carlo Rovelli, un grande intellettuale nonché uno dei maggiori fisici mondiali, su posizioni pacifiste».

Il Foglio ha scritto che Urbano Cairo appare un editore bifronte: governativo e bellicista con il Corriere della Sera, problematico o polifonico con La7. Cosa ne pensa?

«Se un editore è polifonico tanto di cappello, Cairo non ha bisogno che Il Foglio gli insegni il mestiere. L’articolo al quale si riferisce mi descriveva come putiniano dopo una puntata con Roberto Saviano e la figlia di Anna Politkovskaja. È il solito tentativo di etichettare qualcuno come serve a chi scrive. Quell’articolo citava un sondaggio sulla popolarità di Putin all’82% tra gli italiani, mentre si trattava di un rilevamento del suo gradimento presso i russi fatto dal Levada Center, un istituto di ricerche non governativo, di cui ho intervistato il direttore, Denis Volkov. Rifiuto la riduzione in burletta dei talk show. Non capisco perché invitare una sera Santoro è un crimine, ma delle sei puntate in cui ho mostrato la distruzione di Mariupol nessuno ha scritto una riga. Quelli che sostenevano il potere del telecomando e sminuivano la capacità della televisione di orientare i consensi ai tempi di Berlusconi premier oggi fanno esattamente il contrario».

Oltre a riproporre Santoro ha scoperto Orsini e la professoressa Donatella Di Cesare, invitato Bannon, ospitato il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio…

«Orsini l’ho lanciato perché ne avevo colto la forza dirompente, ma l’ho lasciato ad altri perché non amo costruire il programma su un solo ospite. Come detto, si citano solo gli ospiti che servono a costruire lo schema senza ricordare gli altri, Paolo Mieli, Mario Calabresi, Stefano Cappellini, Maurizio Molinari, la lista è lunga. Se invito Evgeniy Popov, deputato russo e, insieme con Vladimir Solovev, uno degli anchorman più influenti, mi serve per far capire come funziona la propaganda russa. Non conosco altre vie per capire cosa c’è nella testa di Putin se non parlare con le persone che gli sono vicine. Credo che il pubblico italiano comprenda questa operazione».

Che cosa pensa di #Cartabianca e della pressione cui è sottoposta Bianca Berlinguer?

«Penso che un editore abbia il diritto di cambiare o spostare nel palinsesto un programma sulla base di una sua valutazione. Vale sia nel pubblico che nel privato. Ma se il cambiamento, come mi pare stia avvenendo per #Cartabianca di Bianca Berlinguer, segue l’attacco proveniente da una parte politica, da un esponente del governo, da qualche componente della Vigilanza, a quel punto l’odore di censura è molto forte».

L’ha convinta Enrico Letta che ha intervistato giovedì sera?

«Ho colto la sua posizione gelida nei confronti di Giuseppe Conte, il quale pone un problema di unità della maggioranza. E, in secondo luogo, mi pare abbia iniziato un percorso di riallineamento alla nuova strategia del premier Draghi, meno schiacciata su Washington».

Per tornare alla domanda?

«Credo che Letta colga la nuova posizione più macroniana di Draghi con un certo sollievo perché agevola il rapporto con un pezzo importante della base del partito, contraria all’invio di armi in Ucraina».

Che cosa pensa della conversione atlantica del Pd?

«Credo che si fosse allineato a Draghi anche a scapito del necessario dibattito interno. Ha conquistato nuovi consensi ma spostandosi verso il centro, trascura temi come lo ius soli e i diritti civili che, personalmente, condivido».

Qual è la sua lettura della visita del premier alla Casa Bianca?

«Penso sia un uomo capace di comprendere la posta in gioco. Parla con Emmanuel Macron, Olaf Scholz e Ursula von der Leyen. Credo abbia tentato di far capire che il negoziato è una condizione vitale per la sopravvivenza dell’Europa».

Alcuni osservatori vedono nelle sue mosse l’ambizione alla carica di segretario generale della Nato.

«Secondo me vuole rimanere abbastanza a lungo dov’è».

Si candiderà?

«No. Nel 2023 potrà coagularsi una coalizione di forze e Draghi potrebbe essere candidato a guidarla».

Così la politica continuerà a delegare la guida del Paese?

«Se Giorgia Meloni otterrà una grande maggioranza deciderà il centrodestra, se invece si concretizzerà una situazione più complessa Draghi sarà ancora un’opzione. L’alternativa è tra Meloni e Draghi, non vedo terze possibilità».

 

La Verità, 14 maggio 2022

L’unico dilemma risolto è da che parte stia Carofiglio

Su Rai 3, la rete diretta da Franco Di Mare, dove stanno per essere accantonate Bianca Berlinguer, Luisella Costamagna e, in autunno, accolto Marco Damilano, si è affacciato Dilemmi di Gianrico Carofiglio, ex magistrato e senatore del Pd nonché scrittore di successo e frequentatore di talk show, qui alla prima esperienza da conduttore. Dico subito che Dilemmi è un programma ben congegnato, che si propone come il tentativo di riqualificare la formula dell’approfondimento riportando il confronto su «temi cruciali» nell’alveo del dibattito civile. Le regole vengono esplicitate dal conduttore all’inizio della puntata: vietato attaccare la persona, vietato manipolarne gli argomenti, obbligo di portare le prove dei propri. Inoltre, i contendenti hanno un tempo fisso a disposizione. Fin qui tutto bene, dunque. Niente furbizie o toni della voce che si alzano, come vediamo quotidianamente a tutte le ore e su tutte le reti. I nodi arrivano quando si analizza la cornice in cui la discussione è racchiusa. Perché, dietro questa parvenza di oggettività, Dilemmi è un programma furbo e, in questo senso, molto ideologico (lunedì, ore 23,20, share del 5,4%, 713.000 telespettatori).

Lunedì sera si discuteva del dilemma del fine vita. Prima dell’ingresso dei due ospiti, Marco Cappato e suor Anna Monia Alfieri, il tema è stato introdotto da Carofiglio con un monologo aperto con queste parole: «Vivere come si vuole significa forse anche poter morire come si vuole, ovvero essere padroni del proprio destino». Un’espressione che ha chiarito subito la scelta di campo del conduttore, perché «essere padroni del proprio destino» vuol dire eliminare la possibilità che il destino non sia in nostre mani, come per esempio può far pensare il fatto che non siamo noi a decidere se quando e come venire al mondo. La parte verso la quale inclina il presunto arbitro imparziale si è ulteriormente esplicitata nei suoi frequenti interventi di contrappunto al discorso di suor Alfieri, a fronte dell’assenza di intermezzi durante la comunicazione, peraltro efficace, di Cappato. Infine, per fugare eventuali dubbi residui sul tipo di soluzione prospettata al dilemma, è arrivato l’elogio del suicidio di Lella Costa, costruito con citazioni da Romain Gary, Sergej Esenin e Vladimir Majakovskij, tutti morti suicidi. Presentato come un talk asettico, in realtà Dilemmi è un talk-panino, con il dibattito incartato tra due lezioncine. Un programma emblema del meccanismo dell’establishment culturale che, dietro una parvenza di oggettività, spaccia come migliore il pensiero della sinistra dei diritti in auge.

 

La Verità, 11 maggio 2022

Persino l’Eurovision ha un pregio: la stringatezza

No, l’Eurovision Song Contest (Esc), titolo 2.0 del vecchio Eurofestival, non è più la versione canora del novecentesco Giochi senza frontiere, ingenuo tentativo di unificare popoli e nazioni attraverso sfide e competizioni colorite con contorno di bandiere e folclore che riposa nella memoria dei boomer. Eppure, partendo dall’antenato sorto nel 1956, anche l’Esc ha una storia lunga oltre mezzo secolo. Ora è diventato un gigantesco luna park delle canzonette? Un kolossal del kitsch? Uno show dell’omologazione musicale in atto? Un format dell’ultrash canoro? Un po’ tutto questo: un’apprezzabile identità è ancora da trovare (martedì, Rai 1, 5,5 milioni di telespettatori, 27% di share). Nell’attesa, giusto per non perdere l’occasione di mettere la firma sul marchio, veicolo del gender più mainstream, il nostro principale quotidiano gli dedica ampi spazi mentre l’amministratore delegato della Rai Carlo Fuortes lo battezza con la retorica che non manca mai in queste occasioni: «Dalla musica arriva l’invito a un futuro insieme, in un momento delicato per l’Europa». Ne avremo ancora per altre due serate, la seconda semifinale stasera (quando toccherà al duo italiano Mamhood e Blanco, oltre all’immancabile Achille Lauro in rappresentanza di San Marino) e la finale di sabato. Non a caso mezza Rai si è trasferita a Torino già da diverse settimane per sostenere l’evento pilotato da Laura Pausini, Alessandro Cattelan e Mika, alla fine costretti dentro un copione risicatissimo e una scaletta tirannica per rispettare i tempi delle esibizioni. «Ciao Italia!» e «Ciao Torino!» sono parse le maggiori licenze concesse ai conduttori, per il resto impegnati ad abbracciarsi ripetutamente per smentire le voci di rivalità trapelate dal backstage. La loro performance rivolta all’eurovisione, per i telespettatori italiani si è trasformata nella radiocronaca di Gabriele Corsi, Cristiano Malgioglio e Carolina di Domenico, in perfetta sintonia con l’ultrash protagonista sul palco, trionfo di cattivo gusto, dalla maggior parte dei costumi ai bengala da capodanno al luna park. Fortunatamente l’esito del televoto ha selezionato per la finale le esibizioni migliori, a conferma del fatto che il pubblico ha le idee abbastanza chiare. E se Malgioglio è ormai un cadeau che tocca accettare nella sua interezza – indiscussa competenza musicale comprensiva di biografia amorosa multinazionale – al contrario il nostro Sanremo potrebbe considerare la lezione di stringatezza e ritmo del format continentale. In fondo, anche da chi è più ingenuo di noi si può sempre imparare qualcosa.

 

La Verità, 12 maggio 2022

Piroette dei neoatlantisti e coerenza di Santoro

Adesso la polemica si è spostata sulla comunicazione. Dopo quella su Rete 4, rea secondo i vertici del Pd e di Italia viva, di aver ospitato nel programma Zona bianca di Giuseppe Brindisi, le riprovevoli esternazioni del ministro degli Esteri russo SergeJ Lavrov, è esplosa la querelle sulle emittenti che hanno veicolato Pace proibita, la serata organizzata e condotta da Michele Santoro. L’imperdonabile colpa dell’ex conduttore di Annozero è aver concesso, tra le altre, all’emittente Byoblu di Claudio Messora di riprendere e diffondere la serata che si è svolta al Teatro Ghione di Roma lunedì 2 maggio. La scomunica è arrivata via social dal sacerdote dell’ortodossia atlantista Gianni Riotta che, nel suo indefesso impegno a puntare il mirino della proscrizione contro coloro che non si allineano al diktat guerrafondaio, ha accusato sia Messora che Santoro di «fosco approccio all’informazione» e di «deformazione della cronaca e della realtà». Per lo stesso motivo, con un narcisistico «sono triste», l’ex habitué di studi santoriani Andrea Scanzi ha preso le distanze dalla serata.

Personalmente ho seguito l’evento su TeleNorba24 (tasto 510 della piattaforma Sky), unica emittente di un certo rilievo a raccogliere la proposta di trasmissione gratuita di Santoro, invece declinata dalla stessa Sky, da La7 e da Rainews24. Quando l’idea non soddisfa il padrone del vapore, anche la missione del servizio pubblico e dell’informazione della società civile mostrano la corda. È perciò risultato alquanto straniante rintracciare faticosamente sul telecomando un evento al quale, oltre agli abituali compagni di cordata come Vauro Senesi, Sabina Guzzanti, Carlo Freccero e Gianni Dragoni («l’America totalizza il 38% delle spese mondiali in armamenti»), si sono aggiunti, tra gli altri, Tomaso Montanari, Moni Ovadia, Elio Germano e il direttore di Avvenire Marco Tarquinio, autore di un intervento concluso con un lapidario «Guerra più guerra non fa pace».

Per certi versi, il clima semiclandestino ricordava quello di Raiperunanotte, con la sfilata di interventi di contestazione al sistema dell’informazione. In realtà, guardando ai contenuti, l’analogia è maggiore con la storica puntata dell’aprile 1999 di Moby Dick, trasmessa su Italia 1 dal ponte Brankov di Belgrado per contestare i raid della Nato sui Balcani. Visto da qui, Santoro è rimasto coerente con quell’idea. Destano invece notevole stupore coloro che, dopo averlo a lungo osannato in funzione antiberlusconiana, passati dall’altra parte della barricata, oggi non si fanno scrupoli a trattarlo da rossobruno.

 

La Verità, 4 maggio 2022

Per Mentana è giusto ignorare sondaggi pacifisti

C’era un bel pezzo di storia della televisione italiana l’altra sera sul palco del Teatro Parioli di Roma dove il Maurizio Costanzo Show tornava per celebrare i 40 anni dalla sua prima messa in onda (Canale 5, mercoledì ore 23,55, share del 10,7%, 750.000 spettatori). Innanzitutto il conduttore stesso, che Michele Santoro, seduto al suo fianco, ha definito «la televisione con la t maiuscola». E poi un nutrito parterre de rois composto da Mara Venier, Carlo Conti ed Enrico Mentana, fino alla quota fluida, rappresentata da Drusilla Foer ed Eva Robin’s, oltre a Enrico Papi, Giuseppe Cruciani e Francesco Vaia dell’Istituto Spallanzani di Roma. Sullo schermo dietro gli ospiti scorreva il messaggio dell’amministratore delegato di Mediaset: «Celebrare i 40 anni del Costanzo Show è per me e per tutta Mediaset un grandissimo onore…». E, dunque, il clima dava la stura alle rievocazioni, a cominciare dalla storica staffetta antimafia Rai-Fininvest (non ancora Mediaset) del 26 settembre 1991, protagonisti proprio Santoro e Costanzo, fino alla discesa in campo di Silvio Berlusconi e la possibilità di fare informazione libera nelle sue reti. Già su questo argomento c’era stata qualche scintilla tra Mentana e Santoro. Ma i toni si sono infiammati appena il direttore del Tg La7 ha affermato che «non si può dire che Putin ha scatenato la guerra contro l’Ucraina e poi allo stesso tempo che Zelensky se l’è cercata». Santoro: «Già, non si può. Non si può proprio. Sentiamo solo un’unica grande fanfara, sul Covid come sulla guerra. E allora, mandiamo pure più armi e facciamo più morti! Macron ha detto che con Putin bisogna discutere perché è una persona intelligente. Se l’avessi detto io al Tg1 sarei diventato una vittima destinata alla fucilazione. Ho sentito definire Putin come un animale…». Mentana: «Perché, è un vegetale? Non vedo Mosca invasa dagli ucraini». Santoro: «La marcia Perugia Assisi con 25.000 persone è stata raccontata come una scampagnata di boy scout, mentre era un popolo che testimoniava che c’è un nemico più grande di Putin che si chiama guerra». Mentana: «La guerra l’ha scatenata una persona precisa». Cruciani: «Le posizioni pacifiste sono rappresentate nella televisione italiana ben più che altrove». Santoro: «Facciamo un sondaggio e chiediamo agli italiani se sono soddisfatti dell’informazione che hanno». Mentana: «Allora facciamo un sondaggio anche su cosa pensano della pena di morte…». Già, e se pensano male, sulla pena di morte come sulla guerra, qualcuno più illuminato indicherà loro dov’è il bene. Dev’essere per questo che i sondaggi dai quali emerge che sono contrari a mandare le armi in Ucraina sono serenamente ignorati.

 

La Verità, 29 aprile 2022

Zelensky, gioco di specchi tra fiction e realtà

Detto francamente, non credo che, senza tutto ciò che sta accadendo in Ucraina, avrei guardato Servitore del popolo, la serie che racconta l’involontaria elezione a presidente di un professore di storia imbranato, ma dotato di un istintivo spirito anticasta. Com’è noto è la storia di Volodymyr Zelensky, narrata in tre stagioni trasmesse dal 2015 a 1+1, la rete del magnate nonché suo sponsor elettorale, Ihor Kolomoisky. Quello che nella sit com si è raccontato quasi per gioco si è totalmente avverato. Rimasto a lungo in sonno su Netflix, dall’inizio dell’invasione russa Servitore del popolo è diventato un prodotto premium per i media vaccinati ai dubbi pacifisti così che, da lunedì, La7 ce lo propone in prima serata, confezionato con l’introduzione di Andrea Purgatori e il commento entusiasta di Paolo Mieli («film storico»). Per i telespettatori comuni, forse quelli in prevalenza contrari all’aumento delle spese militari nei sondaggi, la fiction-che-non-lo-è-più risulta invece meno seduttiva: lo share è del 3,4%, per 820.000 spettatori medi.

Il video di uno studente mentre sclera parlando di corruzione e di elettori rassegnati a votare il meno peggio divenuto virale su YouTube proietta l’anonimo professore di liceo Vasiliy Petrovic Goloborodko in un gioco più grande di lui nel quale ci pensa il primo ministro a teleguidarlo. Prima maltrattato e vessato da famigliari e colleghi ora la sua esistenza è una passeggiata soave tanto che la banca gli estingue il mutuo senza che batta ciglio. Mentre la storia sovrappone scolasticamente il professore e il presidente e il boom politico del comico ci rammenta Beppe Grillo, alcuni analisti azzardano il paragone con Ronald Reagan. In realtà, il fatto che Zelensky abbia interpretato in anticipo il suo futuro e tratto ispirazione dallo show per diventare ciò che è oggi è tutt’altro che secondario. Come non lo è il fatto che il partito con il quale si candidò nel 2019 si chiamava come la serie, e che chi l’ha scritta, con lui e sua moglie, Olena Zelenska, sia tuttora tra i suoi collaboratori e ghostwriter. Parlando di tv e politica, non è la tragedia causata dall’aggressione di Vladimir Putin a rendere significativa la visione della sit com. Quanto il gioco di specchi e l’identificazione tra fiction, realtà e politica che contiene. Come in un vecchio capitolo di Black mirror. Quanto alla tragedia dell’invasione, con le sue conseguenze di dolore e morte, sarebbe rimasta identica anche se il presidente ucraino fosse stato un politico di professione o un uomo della casta.

 

La Verità, 6 aprile 2022

Il fascino distopico del Re del carcere di frontiera

È una storia senza cornice quella che si racconta in Il Re, la nuova serie Sky Original interpretata da Luca Zingaretti, diretta da Giuseppe Gagliardi e prodotta da Lorenzo Mieli per The Apartment con Wildside e la collaborazione di Zocotoco. Siamo dentro il carcere di San Michele, un istituto di frontiera sebbene sul mare, dove vengono rinchiusi i peggiori criminali. Più sono pericolosi e più Bruno Testori, il direttore, li accoglie volentieri. Dentro c’è di tutto, spacciatori, uxoricidi, criminali comuni, islamici, nigeriani, trans… L’uccisione del comandante delle guardie (Giorgio Colangeli), migliore amico di Testori, mette in pericolo lo strano equilibrio su cui si regge la vita del carcere. Qualche giorno dopo viene trovato impiccato anche il detenuto più influente, un ergastolano alleato del direttore. Inevitabile l’apertura di un’inchiesta affidata al pubblico ministero Laura Lombardo (Anna Bonaiuto) che inizia subito a sospettare l’esistenza di «un sistema». Troppe cose non tornano: la vita tutto sommato comoda di alcuni galeotti, l’omertà delle guardie negli interrogatori, il comportamento poco collaborativo del direttore. Ostacolare il lavoro della giustizia è un reato, lo avverte il magistrato. Della vostra giustizia che identifica la persona con il male che ha compiuto senza conoscerne la storia e le motivazioni non so che farmene, è la risposta. La verità è che «il re» governa il suo regno con metodi a loro volta fuori dalla legge. Gestisce il racket dello spaccio, ricatta i detenuti per averne informazioni, muove i fili delle guardie carcerarie promuovendo inaspettatamente l’unica donna (Isabella Ragonese), vigila su tutto ciò che avviene nelle celle con un sofisticato sistema di telecamere e cimici. Il pericolo maggiore sembra nascondersi nel gruppo di detenuti di stretta osservanza musulmana. L’idea del controllo diventa ancora più ossessiva dopo l’uccisione dell’amico. Ma il prezzo è la crisi del rapporto con la moglie (Barbora Bobulova), funzionaria dei servizi segreti, compensata solo dall’empatia che invece scorre con la figlia (Alida Baldari Calabria).

Cupa, claustrofobica e violenta, Il Re è una serie che si snoda in un luogo e in un tempo sospesi, priva di riferimenti storici o geografici esterni. La dimensione di onnipotenza, una sorta di prigione psicologica nella quale vive il direttore del carcere interpretato da Zingaretti, lontanissimo dal personaggio rassicurante di Salvo Montalbano, ne fa quasi una serie distopica.

 

La Verità, 27 marzo 2022