Dopo lo scoiattolo, la volpe di Palazzo. E Pierfurby…

L’inizio delle elezioni per la presidenza della Repubblica un pregio sicuramente ce l’ha: si parla un po’ meno di Omicron, vaccini e green pass. E sebbene resista l’eccezione di Matteo Bassetti che discetta anche sul Quirinale, sfumano in secondo o terzo piano le sagome delle virostar. Un po’ di ossigeno, finalmente. Ha scritto Federico Rampini su Facebook, avendo viaggiato durante le vacanze di Natale «ho notato che il livello di ossessione monotematica dei media italiani… non ha eguali nel resto del mondo». L’infodemia ci avvolge e sovrasta. Aiutooo.

Detto del merito dell’avvento quirinalesco, bisogna ahinoi rilevarne anche il difetto. Riciccia l’ex democristiano nei panni di vecchia volpe del palazzo. Nella nebbia, nel mare delle schede bianche, nel surplace dei partiti, si bussa ai politici di lungo corso per avere lumi e trovare qualche indizio tattico o strategico su cosa accadrà nella partita del Colle. Accendi la tv a qualsiasi ora e su qualsiasi canale e ne trovi sempre uno. Il più presente è Clemente Mastella, anche se per la prima volta dopo alcuni lustri non è un grande elettore. Però accompagna la moglie, la senatrice Sandra Lonardo. Nella sua carriera, il sindaco di Benevento ne ha viste parecchie e quindi eccolo a Quarta Repubblica di Nicola Porro, ad Agorà, all’Aria che tira… Nella Prima repubblica i partiti contavano eccome, i governi tecnici non erano la norma come nel Terzo millennio e l’elezione del Capo dello Stato, Mastella dixit, era «un po’ carsica». Nelle discussioni da bar della politica l’ex dc dà profondità storica all’analisi e garantisce spessore alla chiacchiera. Anche Paolo Cirino Pomicino, altra eminenza grigia del fu scudocrociato si accomoda volentieri negli studi tv esibendo la nota ironia. In altri casi le vecchie volpi si va a stanarle nei loro studi privati. Così Vincenzo Scotti e persino Gerardo Bianco sono compulsati come oracoli. Anche se poi, alla fine, più di tanto non si sbilanciano: potrebbe andare così, ma potrebbe andare anche colà. Perché l’elezione del presidente rimane anche oggi «un po’ carsica» e di grandi geologi in giro non se vedono, tanto più se cominciano a interferire i mercati e le diplomazie internazionali. Il colpo vero lo farà chi riuscirà a scovare il sindaco di Nusco, il novantatreenne Ciriaco De Mita. Però, intanto, tra un ex dc e l’altro, pian piano si delinea all’orizzonte il profilo di Pier Ferdinando Casini. Dopo il tramonto dell’operazione scoiattolo sta a vedere che spunta la strategia della vecchia volpe. Casini non è Pier Furby? Aiutooo…

 

La Verità, 26 gennaio 2022

Bello, ma sprecato, lo speciale di O anche no!

C’è una crepa in ogni cosa e da lì entra la luce»: parole di Leonard Cohen. Un programma tv che inizia con questa citazione ha già vinto anche se gli ascolti non lo premiamo, com’è accaduto allo speciale di O anche no!  intitolato «La carrozzina e il Presidente», dedicato al presidente americano eletto per quattro volte alla Casa Bianca (venerdì, Rai2, ore 23,50, share dell’1,1%). Del resto, se un programma sulla disabilità è attorniato da filmoni e varietà, l’esito è scontato. O anche no! andrebbe protetto come una riserva indiana. E quindi adeguatamente collocato. A farlo capire basta la riproposizione del discorso del 2 ottobre 1932 di Franklin Delano Roosevelt sulla cura per le persone malate e la necessità di un sistema sanitario democratico: di strettissima attualità. Mentre in tante sedi si parla con sospetto sussiego di resilienza, può aiutare dare un’occhiata a che cosa sia realmente.

Paola Severini Melograni interpella Manuela Roosevelt, nipote e presidente a sua volta della fondazione intitolata alla moglie Eleanor. Suo zio è un uomo forte, volitivo, che «diventa un attore», riducendo al minimo l’esposizione della sua menomazione per non ingenerare forme di pietismo. «Vincere la malattia, non avere paura della paura», chiosa la conduttrice. Sulla scia di F.D. Roosevelt gli Stati uniti furono il primo paese ad abbattere le barriere architettoniche, partendo dalla Casa Bianca e il Parlamento per allargarsi all’aereo presidenziale. Roosevelt fonda anche Warm Springs, un centro di riabilitazione per persone portatrici di handicap, ribattezzato la Piccola casa bianca. In Italia, la battaglia contro le barriere architettoniche nei palazzi della politica vide in prima linea l’ex parlamentare socialista Franco Piro, a sua volta affetto da poliomielite e autore, con Lia Gheza Fabbri, del libro che dà il titolo allo speciale.

Oggi che ci si prepara a scegliere il nuovo Capo dello Stato, com’è raccontato il «corpo del capo»? C’è una deferenza particolare e fino a che punto si può ironizzare sui nostri politici? Qual è il confine tra satira e dileggio? Stefano Disegni evita di focalizzarsi sui difetti fisici, indipendenti dalla volontà del soggetto, per concentrarsi sugli aspetti politici: Enrico Letta è ritratto con tante linee che si sovrappongono a evidenziarne l’identità confusa; Giorgia Meloni è proposta con sopracciglia marcate per sottolinearne lo spirito combattivo. Tra tutte, le facce migliori sono quelle dei Ladri di carrozzelle, i ragazzi della house band, interpreti sorridenti di gioiose cover pop e rock. Senza pose studiate.

 

La Verità, 23 gennaio 2022

Da trent’anni il Tg5 è alternativa di leggerezza

Davvero una simpatica situazione». Ci vollero tutta l’autoironia e la prontezza di Enrico Mentana per sdrammatizzare il doppio infortunio all’esordio del Tg5, la sera del 13 gennaio 1992. Il primo servizio in scaletta su un omicidio a Genova non partì e nemmeno il secondo su un duplice delitto a Firenze. Il direttore-conduttore sollevò la cornetta… Era così atteso il debutto del telegiornale di Canale 5 che in sala di regia erano tutti paralizzati dall’emozione, incluso Lamberto Sposini che sovrintendeva in redazione. La squadra dei fondatori comprendeva anche Emilio Carelli, Cesara Buonamici e Clemente Mimun, gli ultimi due unici superstiti e attuali vicedirettore e direttore della testata.

Mentana, 37 anni, era un enfant prodige di Mamma Rai. Contattato da Gianni Letta, era approdato alla Fininvest nell’autunno del 1991 per competere con il Tg1. Anche Sposini e Mimun avevano alle spalle una formazione nella tv pubblica. La legge Mammì aveva permesso, ma anche imposto, che le reti commerciali trasmettessero un proprio notiziario e, dopo vari tentativi guidati da Emilio Fede, Canale 5 decise di fare le cose in grande. L’avvento del nuovo telegiornale rinverdiva la sfida al monopolio Rai e aggiornava l’epopea d’inizio anni Ottanta scolpita nel famoso «corri a casa in tutta fretta c’è un Biscione che ti aspetta». Con il Tg5 le tv commerciali completavano il passaggio all’età adulta. Per l’informazione fu un evento storico. Il nuovo telegiornale dava più spazio alla cronaca, praticamente ignorata da quelli ufficiali, più attenzione alla quotidianità della gente comune, riducendo al minimo indispensabile la politica, finora somministrata «come una medicina serale», aprendo a contenuti più leggeri.

Che però non fosse un esordio in discesa, come magari auspicava Silvio Berlusconi, e come, in un certo senso, il piccolo inconveniente della prima sera aveva preconizzato, lo si capì un mese dopo, con la deflagrazione di Tangentopoli (17 febbraio 1992). Paolo Brosio piantò la tenda davanti alla fermata del tram di Palazzo di giustizia. Era un’altra Italia. Alcuni dei protagonisti di quella stagione non ci sono più, altri hanno cambiato vita, altri ancora solo testata. Una costante, però, è rimasta invariata: il Tg5 come una grande possibilità. Come alternativa alle narrazioni ufficiali, intrise di politica quando non d’ideologie affini al momentaneo padrone del vapore. Come spazio d’informazione sintonizzato sull’italiano medio. Senza troppe pose e all’insegna di una certa leggerezza. Qualche volta pure troppa.

 

La Verità, 13 gennaio 2022

Pif svela il lato comico di Battiato, ma non basta

Quando è arrivata Centro di gravità permanente, la canzone più attesa insieme a La cura, ho finalmente capito: Uacci uari uari / Uacci uari uari… Per tutta la serata omaggio al suo autore e interprete scomparso nel maggio scorso, Pierfrancesco Diliberto, alias Pif, conduttore e incursore di Caro Battiato (Rai 3, ore 21,30, share dell’11%, quasi 2,3 milioni di telespettatori) ci aveva raccontato una persona inedita. Un Maestro, come molti lo chiamavano. Uno studioso di musica e di esoterismo. Un uomo aperto al trascendente. Tutto vero e già noto. La parte poco conosciuta era il Franco Battiato che si divertiva e amava divertire. Che raccontava barzellette a raffica. Alcune un filo ermetiche, altre meravigliose come quella riproposta dal suo manager, Franz Cantini. Battiato barzellettiere è obiettivamente qualcosa di sorprendente. Diverso dal profilo dell’intellettuale enigmatico e irraggiungibile, perso nelle visioni della mistica sufi, al quale probabilmente ha pagato pedaggio lo stesso Pif che, prigioniero della regola autoimposta di non parlare con i suoi miti, ha mancato l’occasione d’incontrarlo. Peggio per lui. Ma peggio anche per noi che per tutta la sera abbiamo dovuto sintonizzarci sul rimpianto dell’opportunità mancata, espresso in una lunga lettera al Maestro, alla maniera di Caro Marziano. Davvero troppo autoreferenziale. Anche perché il suo meglio televisivo, Pif l’ha dato in Il testimone: telecamerina in spalla e curiosità in testa. Lo si è visto anche l’altra sera, quando, appunto, ha fatto raccontare ai tanti amici e collaboratori episodi e tratti meno conosciuti di Battiato. Così Gianni Morandi: un periodo suonava ininterrottamente la chitarra, poi si buttava sul violino per ore e ore, poi sul pianoforte, «adesso sto studiando il biliardo», infine la pittura: «Battiato era una cosa a parte, poi ci sono tutti gli altri». E Jovanotti: dove lo trovi uno che ti allarga gli orizzonti con «alberghi a Tunisi» e «studenti di Damasco», oggi siamo tutti chiusi nelle nostre stanze dell’eco… Proprio Morandi (Mesopotamia) e Jovanotti (L’era del cinghiale bianco), insieme ad Alice (La cura) e Max Gazzé (Un’altra vita), sono stati protagonisti delle interpretazioni del concerto (registrato il 21 settembre all’Arena di Verona) più degne di nota. Quasi quanto le barzellette, le telefonate all’alba agli amici («Giù dalle brande», lui che il militare l’aveva svicolato), il suo essere alla mano, l’autoironia ad accompagnare la ricerca e le idiosincrasie. Uacci uari uari / Uacci uari uari

 

La Verità, 7 gennaio 2022

Muccino controlla la saga famigliare di egoismi

Ma basta con questa farsa della famiglia perfetta. Ci siamo odiati tutta la vita, ma non lo vedi come siamo ridotti? Non c’è nessuno felice qui, Alba. Né io, né te, né i nostri figli…». Pietro Ristuccia, il capostipite della famiglia romana che da cameriere è diventato imprenditore, titolare del «San Pietro», uno dei ristoranti più rinomati della Capitale, parla alla moglie al termine della serata organizzata per il suo settantesimo compleanno e fornisce la chiave di lettura di A casa tutti bene. La serie, otto episodi in onda su Sky tratti dall’omonimo film campione d’incassi nel 2018. Come nel film, anche qui la regia è di Gabriele Muccino, mentre la sceneggiatura è firmata anche da Barbara Petronio, Andrea Nobile, Gabriele Galli, Camilla Buizza.

Dunque, i festeggiamenti del burbero capofamiglia (Francesco Acquaroli) sono l’occasione per riunire figli, compagne e compagni, sorelle, cognati e nipoti. Ad accogliere tutti c’è Alba (Laura Morante), preoccupata di smussare gli angoli del marito e conciliare le varie incompatibilità. Impresa ardua. Dietro i brindisi di facciata ogni componente custodisce un segreto, un progetto, un’idea per costruire il proprio futuro e farsi strada. Il figlio maggiore (Francesco Scianna) studia investimenti nel turismo in Sardegna. La figlia più piccola (Silvia D’Amico) è turbata dal precario rapporto con il marito (Antonio Folletto), spesso lontano per presunti motivi di lavoro. Dopo tanto tempo ricompare anche il secondogenito (Simone Liberati), gravato dall’incerta carriera di scrittore e dal matrimonio in crisi. Poi c’è l’altro ramo famigliare, quello dei Mariani, ancora più disfunzionale del ceppo principale, tra l’Alzheimer di Sandro (Valerio Aprea) e la dipendenza dal poker di Riccardo (Alessio Moneta).

Sono tutte solitudini che restano incollate al ménage famigliare per abitudine e interessi, nella speranza di cavarne un guadagno, una sistemazione. «Tutti chiedono», si lamenta ancora il patriarca: per un tornaconto, per la ricerca di un miglioramento, per svoltare. In sintesi, per trovare la felicità ognuno a modo proprio. Anche a costo di tradimenti, ipocrisie, manovre inconfessabili. Se le famiglie non hanno basi solide si trasformano in covi di egoismi impazziti. Il family drama è il terreno sul quale Muccino si muove meglio, mostrando di padroneggiare tempi, linguaggi, dialoghi e recitazione del cast, indovinato soprattutto nelle figure principali. Al di là della sigla cantata da Jovanotti, l’accompagnamento musicale risulta efficace nello svelare la gamma di sentimenti dei protagonisti.

 

La Verità, 23 dicembre 2021

I Ferragnez sono la nuova fiera delle vanità

Il 2020 è stato per tutta la popolazione mondiale un anno difficile». Sembra l’incipit di un intervento del segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, di una meditazione di papa Francesco o dell’ultimo discorso di fine anno di Sergio Mattarella. Invece è Chiara Ferragni che, spalancando gli occhioni, declina una spiega motivazionale dell’Ambrogino d’oro ricevuto con Fedez nel dicembre scorso. Un attimo prima l’avevamo vista sul sedile posteriore del Suv con autista nel quale aveva sistemato mezza dozzina di trolley contenenti lo stretto necessario per la vacanza in una villa di lusso sul lago di Como. Benvenuti su The Ferragnez, la docuserie di Prime Video, visibili 5 episodi su 8, di cui già si sospira in attesa della seconda stagione. Il titolo in inglese rilancia il marchio globale della coppia a evidente traino femminile (e smalti maschili) come piace alla nuova columnist dell’Osservatore romano Michela Murgia. Mescolando realtà e finzione, la docuserie risulta perfetta nell’universo di Instagram dove la merce in vendita è il gusto dell’influencer. Come ha scritto Paolo Landi sul Foglio il lavoro di Chiara Ferragni «coincide con la sua vita». Però c’è un problema che si potrebbe definire di natura esistenziale. Già. Quanto lei è soave e appagata dall’adorazione del codazzo di sorelle, cognati e assistenti, tanto Federico Leonardo Lucia è insicuro, conflittuale e desideroso di maggior privacy. Così il dislivello da Buccinasco al Bosco verticale richiede buone bombole di ossigeno e adeguate pause di compensazione. Come quelle che la coppia si prende, insieme o separati, nelle sedute dallo psicoterapeuta che fungono da traccia orizzontale della storia. Peccato che l’analista non riesca a mimetizzare il tifo per lei e il paternalismo per lui. Ma colmare il divario e pareggiare il glamour non è cosa facile…

The Ferragnez is the new vanity fair. Le giornate sono farcite di fitting da Donatella Versace, baby shower per la seconda figlia in arrivo, shooting fotografici, meeting con il numerologo per saggiarne le previsioni di successo dell’esibizione sanremese. E simulazioni per gli uomini dei dolori del parto sopportato dalle compagne. Qui il termine inglese non c’è, forse perché su questo The Ferragnez sono fin troppo in anticipo. Comunque, sono le preoccupazioni e le occupazioni della coppia che smuove le borse e catalizza i media, il modello vincente dell’Occidente contemporaneo. Un’imprenditrice digitale innovativa e un rapper con ambizioni da guru. Tutto vero, scintillante e fiabesco. Ma se si scava dietro l’apparenza striscia una vena di malessere. Sinceri auguri alla coppia e ai suoi followers.

 

La Verità, 12 dicembre 2021

 

Lunga vita alle interviste dell’anima di Tv2000

Due volti uno di fronte all’altro, e basta. I due volti sono quelli di Monica Mondo, intervistatrice e conduttrice di Soul (tutti i sabati e le domeniche su Tv2000 alle 20,50, canale 28 del digitale e 157 della piattaforma Sky), e quello dell’intervistato. Una scrittrice, un regista, il ministro generale dei Frati minori, un giornalista, uno psichiatra… Soul è un «programma senza». Senza contorni, contesti, pose e concessioni alle mode. Soul è un «programma con». Con curiosità e capacità di ascolto, base di partenza per un dialogo vero che si svolge nel ping-pong di domanda e risposta. Le puntate, ora arrivate alla ragguardevole cifra di 500, sono incontri dell’anima, appunto. Essenziali come la scenografia, uno sfondo blu privo di orpelli. La formula ricorda il «Faccia a faccia» del Mixer di Giovanni Minoli, ma interpretata in modo più pacato e meno ansiogeno. Al centro c’è l’altro, il «tu» dell’altro. Per renderlo interessante, occorre saper fare le domande, anche quelle scomode. E saper rispettare chi si ha di fronte, pur provando a illuminarne le zone d’ombra.

Monica Mondo non insegue necessariamente i protagonisti della stretta attualità, ma persone che abbiano qualcosa da dire, in qualche caso da testimoniare. Se intervista Massimo Fusarelli, ministro generale dell’ordine dei Frati minori, e si parla del prossimo giubileo per l’ottavo centenario di San Francesco, coglie l’opportunità di precisare che «era cristiano, perché qualche volta sembra che vada bene per tutte le stagioni e per tutte le fedi». «E per tutte le mode… mentre era discepolo di Gesù Cristo», sottolinea Fra’ Fusarelli. «E anche le letture laiche, pensiamo all’ecologia e alla pace, colgono una parte di Francesco. A noi spetta ricordare che il codice per conoscerlo è il Vangelo», precisa il religioso. Se intervista il giornalista e scrittore Federico Rampini, autore di Fermare Pechino (Mondadori), la conduttrice riesce a fargli dire che il ceppo Han, il gruppo etnico largamente maggioritario in Cina, «è razzista». Che i tre figli cinesi che ha adottato con sua moglie ha dovuto lasciarli nel luogo in cui vivevano perché a Pechino sarebbero stati trattati «come animali». E, infine, che se volesse tornare in Cina difficilmente gli sarebbe concesso il visto.

Storie vere, si diceva. Venticinque minuti con l’aiuto di un quaderno nel quale è appuntata la scaletta delle domande, sempre rivista in diretta per cogliere uno spunto o una rivelazione, seguendo lo stimolo della curiosità. Altri spazi simili in televisione non vengono in mente, perciò lunga vita a Soul di Monica Mondo.

 

La Verità, 30 novembre 2021

Zerocalcare nel vicolo nichilista dei millennials

E che sarà mai? Abbiamo visto Federico Leonardo Lucia in arte(?) Fedez, dai centri sociali assurgere al Bosco verticale via X Factor, Roberto Saviano pubblicare nelle case editrici di Silvio Berlusconi passando per Gomorra, Paolo Pietrangeli, pace all’anima sua, firmare regie su Canale 5 con la benedizione di Contessa, figuratevi se ci formalizziamo perché Michele Rech, tradotto Zerocalcare, s’incista sul pennone di Netflix strappando lungo i bordi. Dal Forte Prenestino de Roma alla piattaforma di Santa Clara in California è un attimo, anche se potrebbe sembrare uno strappo proprio nel cuore della coerenza. La quale è notoriamente un residuato ottocentesco. Se non riesci a passare alla storia puoi sempre passare alla cassa. Il successo spiana gli antagonismi e la globalizzazione ha argomenti convincenti anche per l’universo punk. Perciò è inutile moralisteggiare e impuntarsi sul romanesco biascicato dopo che Gomorra, ben sottotitolata, ha conquistato i mercati di mezzo mondo. O su altre polemiche di contorno a Strappare lungo i bordi, la miniserie animata scritta, diretta, disegnata e doppiata da Zerocalcare, in vetta alla classifica di Netflix e trend topic sui soliti social.

Il fatto è che l’operazione è riuscita e quasi tutto funziona, il fumetto, il linguaggio, i personaggi, il quartiere di Rebibbia, le tante citazioni, il dialetto stretto e il flusso di coscienza inarrestabile. Perfetto nel rendere la timidezza dell’adolescente, le giornate perse a inviare curriculum, le notti a chattare, le paranoie esistenziali, i divani come discariche, Netflics che non offre più niente perché s’è già visto tutto, il terrore di ogni responsabilità, l’inconcludenza con la tipa, il tempo inesorabile, l’apatia, gli altri che si sistemano e tu no. Perché sei un sociopatico, «un cane misantropo» per il quale la casa è «la mia cattedrale di solitudine». Oppure perché «sei cintura nera de come se schiva la vita», come sentenzia Armadillo, la coscienza di Zero (doppiato da Valerio Mastandrea), professore inappellabile di cinismo e dissacrazione.

Minimalismo e autoreferenzialità trionfano, purtroppo. E schiere di ragazzi ritrovano l’estraneità universale, l’incapacità di reagire, l’assenza di uno straccio di risposta, rese con formule originali, slang fulminante, situazionismo della sconfitta. Anche il mondo adulto che non frequenta graphic novel e centri sociali può realizzare l’ignavia che paralizza intere generazioni più del Covid, abbandonandole in un vicolo di nichilismo. Dal quale difficilmente la complicità tra «fili d’erba dello stesso prato» basterà a farla evadere. È più facile per un antagonista passare per la cruna di Netflix…

 

La Verità, 28 novembre 2021

Gassmann prof moderno e una storia borderline

Dante Balestra vorrebbe essere il nostro John Keating. Ma tra Alessandro Gassmann e Robin Williams le differenze sono parecchie. Come tra Un professore e L’attimo fuggente. In realtà, la serie in onda su Rai 1 (giovedì, ore 21,40, share del 20,2%, 4,2 milioni di telespettatori) è un remake di Merlì, una produzione catalana arrivata a tre stagioni. Per la nostra rete ammiraglia è stato coinvolto Alessandro D’Alatri alla regia, l’«head writer» (senza pomposità, il capo degli sceneggiatori) è Sandro Petraglia, la società realizzatrice Banijay studios Italy. Dopo otto anni di lontananza, ora che la madre deve trasferirsi a Glasgow per lavoro, Dante torna a Roma per prendersi cura del figlio Simone. Affiora così il comprensibile rancore del ragazzo verso il padre inadempiente, nonché marito adultero. Per di più, il genitore finisce a insegnare filosofia proprio nella classe frequentata da Simone. Una situazione borderline. Non l’unica.

Balestra è un professore anticonformista che tiene lezioni all’aperto, affascina gli studenti con il suo carisma scapigliato e si prodiga per recuperare quelli più marginali. Di interrogazioni, invece, non si hanno notizie. L’unico che vi ricorre è l’odioso docente di latino, ridotto a macchietta. Purtroppo non è il solo luogo comune della sceneggiatura. Un altro è la lezione sull’amore platonico partendo dai graffiti sul muro della scuola, al fine di scongiurarne la riverniciatura. Un ulteriore è che, al primo incontro, il famigerato Dante si porta a letto la collega di matematica, prossima al matrimonio. E quando i due decidono d’interrompere la storia, non senza avvinghiarsi in sala insegnanti, sono fatalmente scoperti proprio dal figlio che non mancherà di presentare il conto. Tuttavia, lungi dal ravvedersi, Dante continua ad accendere relazioni alla frequenza di una per episodio. Placandosi, verosimilmente, solo nel rapporto con Anita (Claudia Pandolfi), confusa madre di Manuel con la quale anni addietro aveva condiviso una notte di ansie per i loro bambini, ora compagni di classe. Chi non riuscirà a placarsi, scoprendo la sua passione per Manuel, è proprio Simone. Chissà se al prof (fintamente) anticonformista basteranno le citazioni di Kant e Virginia Wolf per sciogliere l’intricato groviglio di sentimenti e inclinazioni. Ciò che è sicuro è che il progressismo educativo oggi di gran moda trova in Dante Balestra un esemplare credibile e ruffiano al punto giusto.

Infine, quanto lavoro per il gettonato Gassmann: poche settimane fa era un bastardo di Pizzofalcone, ora impersona un John Keating di Villa Borghese. Non sarà troppo anche per lui?

 

La Verità, 20 novembre 2021

Gomorra, western epico senza redenzione

Dopo due anni e mezzo di pausa, ammortizzati in parte dall’Immortale, il film spin off che ha mostrato Ciro Di Marzio ancora vivo lontano da Napoli, arriva dunque la quinta stagione di Gomorra (Sky e Now tv) . L’ultimo episodio della quarta risale al maggio 2019, la pandemia era di là da venire e nel frattempo il mondo è cambiato parecchio. È il principale motivo dello scetticismo con il quale ci si può accostare alla saga molto liberamente ispirata al libro di Roberto Saviano. Che cosa ci si poteva inventare per dare corpo ad altri 10 episodi dopo i 48 che hanno permesso a Gomorra di essere venduta in 190 Paesi e piazzarsi al quinto posto della classifica del New York Times tra le produzioni non americane? Ci si è inventati molto. Al punto che dopo un paio di puntate si è di nuovo catalizzati da quel microcosmo senza redenzione e senza forze dell’ordine, fatto di bassifondi acquitrinosi, tuguri e moto che sfrecciano accanto alle auto per freddarne i passeggeri. Il merito è della sceneggiatura solidissima (Leonardo Fasoli e Maddalena Ravagli i capi progetto), della regia dei direttori artistici Marco d’Amore (6 episodi) e Claudio Cupellini (4), e della recitazione del cast, a cominciare da Salvatore Esposito. Tutti insieme in grado di dar vita a un grande gangster movie con elementi di western epico, tragedia greca e riferimenti biblici. I dieci episodi corrono verso il duello finale ora che l’Immortale è tornato dalla Lettonia, dopo che Gennaro Savastano ha provato, invano, a seppellirlo vivo. Troppo blande le misure di sicurezza per impedirgli la facile fuga, e proprio questo è uno dei punti deboli della trama. «Ricordati che quando io sono per strada tu sei sempre secondo. Devi pregare Dio che non esca mai di qua», è la minaccia di Ciro a Genny. E ora che il momento è arrivato lui è solo e impaurito. Nemmeno la moglie Azzurra (Ivana Lotito) è più disposta ad aiutarlo dopo che l’ha abbandonata. Ci sono i vecchi clan che insidiano le piazze dello spaccio di cui liberarsi. Ma c’è soprattutto da prepararsi alla «resa dei conti». Perché il ritorno di Ciro ridà speranza e ricompatta i perdenti della prima faida come Sangue Blu (Arturo Muselli). Nelle strade di Secondigliano si consumano tradimenti e spietate esecuzioni, mentre i due antagonisti tessono nuove alleanze, servendosi di capibastone emergenti come il memorabile ’O Munaciello (Carmine Paternoster). La già nota e riuscita confezione – gli arredi delle case dei boss, i giubbotti, le pistolettate sorde e soprattutto le musiche dei Mokadelic – perfezionano il magnetismo nel quale si è assorbiti.

 

La Verità, 21 novembre 2021