L’onore di Accorsi si adagia sul paternalismo

Era inevitabile che, programmato su Rai 1, il remake di Your honor, la serie di Showtime interpretata da Bryan Cranston e tratta a sua volta dall’israeliana Kvodo, percorresse sentieri più dolci e frequentasse dilemmi meno radicali. Sono le conseguenze della trasposizione da un network americano a pagamento a una rete generalista italiana (Rai 1, lunedì, ore 21,35, share del 17,1%, 3,6 milioni di telespettatori).

Vittorio Pagani (Stefano Accorsi) è un apprezzato giudice, candidato alla presidenza del tribunale di Milano. Vedovo dopo il suicidio della moglie e padre del diciottenne Matteo (Matteo Oscar Giuggioli), ha conquistato fama e autorevolezza da pubblico ministero sgominando la pericolosa gang dei Silva. La sua vita cambia repentinamente quando, alla guida della vecchia auto della madre pur non avendo la patente, il figlio investe e uccide un motociclista che si scopre appartenere proprio a quei Silva. Costituirsi alla polizia significherebbe esporsi a sicura vendetta. Di slittamento in slittamento, inizia la discesa agli inferi di Pagani, nel quale il ruolo del padre e quello del giudice prendono a confliggere schizofrenicamente. Al punto che nell’opera di depistaggio delle indagini che si stringono attorno al ragazzo egli non esita a mettere a frutto le tecniche e le conoscenze acquisite come magistrato. «Se è vero che tuo figlio è tutta la tua vita, che cosa sei disposto a fare per salvare la sua?», si chiede Pagani nel monologo che apre la storia. Così, in una progressiva escalation, lo vediamo architettare una serie di manovre che contraddicono leggi e principi sui quali hai costruito l’impeccabile carriera. «A volte la paura può farti fare delle cose terribili», dice parlando di un imputato, ma in realtà di sé, al vecchio presidente del tribunale (Remo Girone). Il quale gli ribatte: «Eppure c’è chi nelle stesse condizioni si comporta diversamente. Oppure dovremmo dire che il bene non esiste?». «Esiste, ma non in assoluto», conclude Pagani.

Materia incandescente, dunque. Trattata in modo avvincente nella versione originale, in Vostro onore la storia si adagia di più sul sentimento. Mentre nei primi dieci minuti della serie americana si ascoltavano una ventina di parole ma la tensione era già a mille e a ogni scena il giudice si giocava, appunto, l’onore, in quella italiana vediamo il personaggio di Accorsi indossare raramente la toga. Era inevitabile che su Rai 1 il legal thriller sfumasse in family drama. Però così, pur restando di vivo interesse, la storia smarrisce un po’ della sua originalità.

La Verità, 9 marzo 2022

Noi, tra buoni sentimenti e cliché prevedibili

Scommessa ardita portare su Rai 1 la storia di This is Us, una delle serie di maggior successo degli ultimi anni, giunta sulla Nbc americana alla sesta e ultima stagione. Al centro della vicenda di Noi ci sono Pietro e Rebecca Peirò (Lino Guanciale e Aurora Ruffino), una coppia che vive a Torino la cui vita si fa impegnativa quando lei rimane incinta di tre gemelli. Il giorno del parto, uno di loro non ce la fa. Ma su consiglio del ginecologo (Massimo Wertmüller) che li assiste, decidono di adottare un neonato di colore soccorso da un vigile del fuoco che l’ha trovato abbandonato vicino all’ospedale. Così Pietro e Rebecca tornano a casa con i bambini destinati alle culle già pronte ad attenderli sotto il festone dei «Fantastici 3». La realtà, però, è diversa dalla favola. Sia perché Rebecca fatica comprensibilmente a superare il trauma della perdita di uno dei tre cresciuti nel pancione. Sia perché avverte come estraneo il bimbo che ne ha preso il posto e che, invece, ha diritto a essere rispettato in tutta la sua specificità. Ma le complicazioni sono solo all’inizio.

L’originalità della serie è nell’intreccio delle storie dei ragazzi che troviamo ultra trentenni, alla ricerca della propria identità. Un intreccio che si snoda attraverso ben calibrati flashback, avanti e indietro nei decenni, utili a cogliere le sfumature psicologiche del terzetto e dei loro genitori. I due gemelli, un attore in cerca di consacrazione e una cantante mancata con problemi di obesità, sono molto legati tra loro. Quello più razionale sembra però il figlio adottato, sposato, padre di due bambini e professionalmente realizzato. Tuttavia, anche per lui le cose si complicano quando scopre che al padre biologico, finalmente ritrovato, è stata diagnosticata una grave malattia.

Prodotta da Cattleya per Rai Fiction, la versione italiana segue in modo molto fedele la trama ideata dal creatore americano (Rai 1, domenica, ore 21,30, share del 18,7%, 3,9 milioni di telespettatori). Scritta da Sandro Petraglia, Flaminia Gressi e Michela Straniero e diretta da Luca Ribuoli, il suo pregio migliore è nella qualità dei dialoghi e nell’incalzare della storia, favorito dai frequenti cambi d’epoca e dal sovrapporsi delle vicende. Ma mentre nell’originale la trama si distende su numerose stagioni, qui la concentrazione drammatica risulta particolarmente elevata. Non a caso la commozione è sempre in agguato. Come pure lo è il rischio di perdere l’equilibrio tra buoni sentimenti e sconfinamento nei cliché prevedibili del momento.

 

La Verità, 8 marzo 2022

Gaffe e conformismo del palinsesto bellico unico

La copertina del Time con Vladimir Putin ritratto con baffetti alla Adolf Hitler sopra il titolo «The return of history» era perfetta per imbastire un dibattito con il corrispondente da Berlino, Rino Pellino. Figuratevi se Monica Maggioni se la faceva sfuggire. Peccato che si trattasse di un falso, l’ennesimo. Dopo rapide e concitate verifiche la direttrice del Tg1 ha dovuto chiedere scusa ai telespettatori dello Speciale di lunedì. Anch’esso, l’ennesimo. Per la Rai i primi giorni d’informazione sul conflitto russo-ucraino sono stati una débâcle. Esagerazioni, svarioni, gaffe clamorose. E ancora scuse. Come quelle di Lucia Annunziata e Antonio Di Bella, che han dovuto fare ammenda dopo il fuori onda che li ha beccati mentre descrivevano le ucraine residenti in Italia come «cameriere, badanti e amanti».
La fake war in onda su tutte le reti è frutto di diverse variabili. L’ideologia del pensiero unico democratico, innanzitutto. C’è una nuova bandiera sotto la quale schierarsi, una nuova emergenza planetaria, una nuova frontiera dove distillare parole d’ordine e dispiegare milizie. I tg sono monografici. Nei talk show il Covid è improvvisamente dimenticato e i virologi sono una categoria vintage, sostituiti dai consulenti diplomatici, gli analisti militari, gli esperti di geopolitica. Al posto dei bollettini sanitari imperversano le cartine dei Paesi baltici con i carri armati schierati. Invece dei servizi dalle terapie intensive vediamo aeroplani sfrecciare in formazione. C’è anche chi sdrammatizza, con effetti discutibili. Qualche sera fa ospite di Rete 4, si è visto l’ex generale e attuale presidente della Fondazione Icsa, Leonardo Tricarico, collegato dal salotto di casa con cagnolino in braccio. Ma generalmente, l’informazione televisiva è scesa in guerra, e l’Ucraina è il nuovo territorio di conquista di inviati e reporter. Ce ne sono sette del Tg1, quattro del Tg2 e uno del Tg3, e altri stanno arrivando in pullman da Roma al seguito di qualche cittadino ucraino che torna in patria. Nessuno però, nonostante il finanziamento del canone, è a Kiev e i collegamenti dalla capitale li fa Valerio Nicolosi, un giornalista di Micromega.

Insomma, ci si arrangia e il racconto è spesso approssimativo. Se la fonte principale è il web c’è poco da star tranquilli. In pochi giorni abbiamo visto videogiochi spacciati per combattimenti a Kiev, parate militari di due anni fa scambiate per minacciosi sorvoli russi nel cielo dell’Ucraina, esplosioni in Cina del 2015 presentate come bombardamenti notturni dell’aviazione di Putin. Come in una guerra di trincea, sminare le bufale è rischioso. Ne sa qualcosa la task force anti fake news della Rai, non a caso rimasta inoperosa per evitare un clamoroso autodafé. La seconda cattiva consigliera è la fretta che, come abbiamo visto, fa trascurare le verifiche. Altre cattive compagnie sono l’eccesso di enfasi e il protagonismo ipertrofico. Un giubbetto antiproiettile non si nega a nessuno. Ma alla drammatizzazione dei reporter non corrisponde ciò che mostrano le immagini. In assetto bellico per il Tg1 Emma Farnè racconta le code al bancomat a Severodonetsk, mentre Stefania Battistini, con un «Press» cubitale sull’elmetto, si sbraccia a pochi metri dai cittadini di Slovjansk che conversano tranquillamente. Al Tg2 si vedono militari con teleoperatori al seguito aggirarsi in mezzo alla folla che li ignora e continua a farsi i fatti propri. Il primato di enfasi è del telegiornale guidato da Maggioni, affetta da maratonite acuta. Già durante le elezioni per il Quirinale, la neo direttrice aveva manifestato sintomi di astinenza da video. Con l’esplosione della crisi ucraina e la deplorevole azione militare dell’autocrate russo, nulla l’ha frenata. Il palinsesto è liquido e Maggioni non perde occasione per protendersi a spiegare maternamente al telespettatore quello che, secondo lei, sta accadendo. Salvo perdersi il discorso di Joe Biden, il leader dello schieramento occidentale, che invece sarebbe stato utile ascoltare, se non altro  per confutarne le tesi.

Esercizio che, però, non sarebbe stato gradito. Mentre lo è il rimanere «allineati e coperti», come s’intimava durante il servizio di leva, appunto. L’altro giorno a Stasera Italia si son visti ospiti in contemporanea Giovanna Melandri, Marco Tronchetti Provera, Ferruccio De Bortoli e Giampiero Mughini. Se si alza il dito per eccepire si è annoverati come filoputiniani, antioccidentali. Anche i distinguo sono banditi. Un tempo erano i gauchiste i campioni del dubbio, del però e del nella misura in cui. Sulla guerra russo-ucraina di misura ce n’è solo una. Lo schema è lo stesso visto durante la pandemia. Porre domande significava essere no-vax. Ora condannare l’invasione dicendo al contempo che l’Occidente ha qualche responsabilità sulla situazione creatasi nello scacchiere est-europeo equivale a intendersela con il nemico. Ne sa qualcosa Marc Innaro, corrispondente Rai da Mosca da 15 anni, reo di aver citato l’allargamento della Nato verso i Paesi baltici come uno dei motivi della strategia di Putin. Una tesi che al Pd non sta bene. Della posizione di Innaro si discuterà in Commissione di vigilanza.

 

La Verità, 2 marzo 2022

Striscia e Lauro a caccia di santi per l’Eurovision

Allora, signori, è vero o non è vero? Ma certo che è vero. Anzi è Verissimo». In fondo non era difficile prevedere come Ezio Greggio avrebbe presentato l’esordio di Silvia Toffanin dietro il bancone di Striscia la notizia. Il linguaggio del programma di Canale 5 (lunedì, ore 20,40, share del 22,4%, 4,7 milioni di telespettatori) è semplice e diretto soprattutto negli sketch dallo studio e nei raccordi tra un servizio e l’altro: «Achille Lauro ha vinto il Festival di San Marino. Pur di partecipare all’Eurovision, prima si era affidato a San Remo, poi a San Marino. Eppure, visto il personaggio, quello giusto sarebbe stato San Patrignano». È il verbo della satira leggera, della gag facile, del linguaggio pop nel quale anche la conduttrice di Verissimo nonché compagna del gran capo, Pier Silvio Berlusconi, può esprimersi con freschezza e disinvoltura. Le parti più qualificanti del tg satirico, quasi un’ora di magazine, restano i servizi degli inviati, autori di campagne che, con parola in uso in altri tempi, potremmo definire «di controinformazione». Il malcostume si annida sia tra la gente comune che nei palazzi del potere. Rajae Bezzaz segue da tempo la pista di Marco Mattei, importatore e rivenditore di auto che però sparisce una volta incassati gli anticipi. Smascherato in seguito alle numerose proteste dei clienti truffati, il negoziante ha aggredito l’inviata fino a sputarle in volto. Ma a differenza dell’ondata di solidarietà in difesa della giornalista sportiva Greta Beccaglia, palpeggiata al termine di una partita di calcio, che ha coinvolto grandi firme e testate nazionali, per Bezzaz, curiosamente, nessuno si è speso. Ancora più dirompente risulta RaiScoglio24, rubrica fissa di Pinuccio, su nomi cognomi e magagne della tv di Stato. Il caso di lunedì riguardava il Festival della canzone di San Marino vinto da Achille Lauro. Essendo l’emittente partecipata al 50% dalla Rai (l’altro 50 è dell’Eras, Ente per la radiodiffusione sanmarinese), una pur piccola porzione di tasse dei cittadini che pagano il canone finisce nelle casse di San Marino Rtv. E già qui ci sarebbe da approfondire. Il peggio è che, uscito dalla porta dell’Ariston, quel simpatico paraguru di Lauro rientrerà all’Eurovision song contest, prossima esclusiva Rai, passando dalla finestra di San Marino.

Il tg di Antonio Ricci evita i toni da «signora mia» o quelli da indignati speciali. Ma ridendo e scherzando, si prende ugualmente qualche soddisfazione contro il conformismo imperante.

 

La Verità, 23 febbraio 2022

Nel ritratto di Torregiani manca quello dei terroristi

Una delle cose migliori del film è il titolo: Ero in guerra ma non lo sapevo. Identico a quello del libro scritto da Alberto Torregiani (con Stefano Rabozzi per A.car edizioni), rende l’idea della situazione in cui si trovava Pierluigi Torregiani, il gioielliere assassinato dai Proletari armati per il comunismo (Pac) davanti al suo negozio a Milano il 16 febbraio 1979. Irriducibile, un po’ arrogante, non disposto a piegarsi alle circostanze, il protagonista, interpretato dall’ottimo Francesco Montanari, va avanti per la sua strada, fatta di lavoro e famiglia. Il sindaco Carlo Tognoli lo ha anche premiato con l’Ambrogino d’oro per l’impegno nel sociale. Sulla sua complessa vita quotidiana si concentra il racconto, lasciando sullo sfondo l’escalation terroristica e le rapine ai negozianti attraverso le quali le formazioni violente si autofinanziano. «Vogliono far passare la delinquenza per politica e noi gli crediamo», dice Torregiani al commissario che lo invita a maggiore prudenza. Accorgendosi dei pericoli, le persone che gli sono vicine intuiscono i contorni della guerra. Il suo più stretto collaboratore si allontana per un periodo «finché le acque non si saranno calmate»; la moglie propone di andare via da Milano; il commissario lo pone di fronte all’alternativa: «O si fa aiutare o si fa ammazzare». Ma lui non deflette e accetta di malavoglia anche la scorta assegnata dalla questura. Parliamo di una bravissima persona che adotta i tre figli di una vedova conosciuta in ospedale e non sopravvissuta ad un tumore. Quanto a lui, pur scampato al cancro ai polmoni, continua a fumare: questo è il temperamento. È un orologiaio: se il meccanismo si guasta lo riaggiusta, se la molla si scarica, la ricarica. Scegliendo di tenere per sé le sue preoccupazioni, si isola anche da chi vuole aiutarlo.

Ad aggravare la sua situazione concorrono i giornali dell’epoca che lo descrivono come «un giustiziere» dopo che, durante una rapina in un ristorante dov’è a cena con la figlia e i collaboratori e nella quale muoiono due persone, lui tenta di reagire. Si scoprirà che la sua pistola non ha sparato un colpo, ma i Pac capeggiati da Cesare Battisti, hanno ormai preso la loro decisione.

Di tutto questo, però, nel film prodotto da Eliseo Multimedia di Luca Barbareschi e Rai Cinema, diretto da Fabio Resinaro, e mandato in onda nell’anniversario dell’agguato non c’è traccia (mercoledì, Rai 1, ore 21,30, share del 10,6%, 2,3 milioni di telespettatori). Forse, considerando quanto la vicenda dei responsabili di quegli omicidi ha agitato la vita del Paese in questi anni, sarebbe stata opportuna una ricostruzione più ampia della storia.

 

La Verità, 18 febbraio 2022

Le parole d’ordine del bon ton sanitario di Rai 3

Il galateo sanitariamente corretto è la nuova variante, o sfumatura, mediatica che la pandemia ci sta lasciando in eredità. Gli esempi pullulano nei commenti delle testate benpensanti, nei talk show dell’ortodossia virologica. È iniziato il riflusso del Covid 19, le ondate si ritirano, ma sul bagnasciuga rimangono sempre le conchiglie del perbenismo in camice bianco. Nei salotti di tendenza c’è sempre lo scrittore radical chic che presenta il suo libro o quello più spiccatamente engagé (a volte entrambi), il comico che ricorda il tour teatrale e la virostar con il memento paternalistico a «non abbassare la guardia» e la nostalgia per la mascherina, «il nostro burqa laico», «la nostra copertina di Linus»…

Il bon ton sanitario ha accenti suadenti e vellutati, ma di fronte ai non allineati il buonismo dei migliori smarrisce il proverbiale aplomb. Qualche sera fa a Le parole di Massimo Gramellini (Rai 3, sabato, ore 20,20, 1,4 milioni di telespettatori, 6,3% di share), con ospiti Daria Bignardi e Maria Amelia Monti si chiacchierava di libri, scuola e teatro, quando a un certo punto è comparsa in collegamento l’immunologa Antonella Viola. Già la sera prima, ospite di Otto e mezzo su La7, la dottoressa aveva accusato Giorgia Meloni, rea di non voler vaccinare sua figlia, di diffondere notizie false sull’efficacia dell’iniezione per i bambini. Ora, al cospetto del pubblico del sabato sera di Rai 3, Viola poteva accomunare all’anatema sanitario Matteo Salvini, a sua volta protagonista della stessa scelta riguardo ai suoi figli. Per la solita compagnia di giro il salto da La7 a Rai 3 è particolarmente breve. La parola suggerita per l’occasione dal conduttore era «Genitori», cosicché, oltre che colorazione politica, la reprimenda assumeva anche carattere pedagogico perché Meloni e Salvini erano accostati a quei genitori di Modena privati della patria potestà dal giudice perché pretendevano sangue no vax per il trapianto cui deve sottoporsi il loro bambino. Insomma, genitori degeneri. Subito dopo arrivava Roberto Saviano per il promo del programma che seguiva in palinsesto: purtroppo la compagnia di giro e Le parole d’ordine sono spesso tristemente prevedibili. Sorprendente sarebbe se Gramellini invitasse uno come Massimo Arcangeli, il linguista promotore dell’appello contro lo schwa, per altro sottoscritto da intellettuali come Angelo D’Orsi, Paolo Flores d’Arcais, Ascanio Celestini, per citarne alcuni fra i tanti. Ma chissà, forse in quel contesto, quelle per la difesa della grammatica italiana, risulterebbero parole di disordine.

 

La Verità, 15 febbraio 2022

Dopo lo scoiattolo, la volpe di Palazzo. E Pierfurby…

L’inizio delle elezioni per la presidenza della Repubblica un pregio sicuramente ce l’ha: si parla un po’ meno di Omicron, vaccini e green pass. E sebbene resista l’eccezione di Matteo Bassetti che discetta anche sul Quirinale, sfumano in secondo o terzo piano le sagome delle virostar. Un po’ di ossigeno, finalmente. Ha scritto Federico Rampini su Facebook, avendo viaggiato durante le vacanze di Natale «ho notato che il livello di ossessione monotematica dei media italiani… non ha eguali nel resto del mondo». L’infodemia ci avvolge e sovrasta. Aiutooo.

Detto del merito dell’avvento quirinalesco, bisogna ahinoi rilevarne anche il difetto. Riciccia l’ex democristiano nei panni di vecchia volpe del palazzo. Nella nebbia, nel mare delle schede bianche, nel surplace dei partiti, si bussa ai politici di lungo corso per avere lumi e trovare qualche indizio tattico o strategico su cosa accadrà nella partita del Colle. Accendi la tv a qualsiasi ora e su qualsiasi canale e ne trovi sempre uno. Il più presente è Clemente Mastella, anche se per la prima volta dopo alcuni lustri non è un grande elettore. Però accompagna la moglie, la senatrice Sandra Lonardo. Nella sua carriera, il sindaco di Benevento ne ha viste parecchie e quindi eccolo a Quarta Repubblica di Nicola Porro, ad Agorà, all’Aria che tira… Nella Prima repubblica i partiti contavano eccome, i governi tecnici non erano la norma come nel Terzo millennio e l’elezione del Capo dello Stato, Mastella dixit, era «un po’ carsica». Nelle discussioni da bar della politica l’ex dc dà profondità storica all’analisi e garantisce spessore alla chiacchiera. Anche Paolo Cirino Pomicino, altra eminenza grigia del fu scudocrociato si accomoda volentieri negli studi tv esibendo la nota ironia. In altri casi le vecchie volpi si va a stanarle nei loro studi privati. Così Vincenzo Scotti e persino Gerardo Bianco sono compulsati come oracoli. Anche se poi, alla fine, più di tanto non si sbilanciano: potrebbe andare così, ma potrebbe andare anche colà. Perché l’elezione del presidente rimane anche oggi «un po’ carsica» e di grandi geologi in giro non se vedono, tanto più se cominciano a interferire i mercati e le diplomazie internazionali. Il colpo vero lo farà chi riuscirà a scovare il sindaco di Nusco, il novantatreenne Ciriaco De Mita. Però, intanto, tra un ex dc e l’altro, pian piano si delinea all’orizzonte il profilo di Pier Ferdinando Casini. Dopo il tramonto dell’operazione scoiattolo sta a vedere che spunta la strategia della vecchia volpe. Casini non è Pier Furby? Aiutooo…

 

La Verità, 26 gennaio 2022

Bello, ma sprecato, lo speciale di O anche no!

C’è una crepa in ogni cosa e da lì entra la luce»: parole di Leonard Cohen. Un programma tv che inizia con questa citazione ha già vinto anche se gli ascolti non lo premiamo, com’è accaduto allo speciale di O anche no!  intitolato «La carrozzina e il Presidente», dedicato al presidente americano eletto per quattro volte alla Casa Bianca (venerdì, Rai2, ore 23,50, share dell’1,1%). Del resto, se un programma sulla disabilità è attorniato da filmoni e varietà, l’esito è scontato. O anche no! andrebbe protetto come una riserva indiana. E quindi adeguatamente collocato. A farlo capire basta la riproposizione del discorso del 2 ottobre 1932 di Franklin Delano Roosevelt sulla cura per le persone malate e la necessità di un sistema sanitario democratico: di strettissima attualità. Mentre in tante sedi si parla con sospetto sussiego di resilienza, può aiutare dare un’occhiata a che cosa sia realmente.

Paola Severini Melograni interpella Manuela Roosevelt, nipote e presidente a sua volta della fondazione intitolata alla moglie Eleanor. Suo zio è un uomo forte, volitivo, che «diventa un attore», riducendo al minimo l’esposizione della sua menomazione per non ingenerare forme di pietismo. «Vincere la malattia, non avere paura della paura», chiosa la conduttrice. Sulla scia di F.D. Roosevelt gli Stati uniti furono il primo paese ad abbattere le barriere architettoniche, partendo dalla Casa Bianca e il Parlamento per allargarsi all’aereo presidenziale. Roosevelt fonda anche Warm Springs, un centro di riabilitazione per persone portatrici di handicap, ribattezzato la Piccola casa bianca. In Italia, la battaglia contro le barriere architettoniche nei palazzi della politica vide in prima linea l’ex parlamentare socialista Franco Piro, a sua volta affetto da poliomielite e autore, con Lia Gheza Fabbri, del libro che dà il titolo allo speciale.

Oggi che ci si prepara a scegliere il nuovo Capo dello Stato, com’è raccontato il «corpo del capo»? C’è una deferenza particolare e fino a che punto si può ironizzare sui nostri politici? Qual è il confine tra satira e dileggio? Stefano Disegni evita di focalizzarsi sui difetti fisici, indipendenti dalla volontà del soggetto, per concentrarsi sugli aspetti politici: Enrico Letta è ritratto con tante linee che si sovrappongono a evidenziarne l’identità confusa; Giorgia Meloni è proposta con sopracciglia marcate per sottolinearne lo spirito combattivo. Tra tutte, le facce migliori sono quelle dei Ladri di carrozzelle, i ragazzi della house band, interpreti sorridenti di gioiose cover pop e rock. Senza pose studiate.

 

La Verità, 23 gennaio 2022

Da trent’anni il Tg5 è alternativa di leggerezza

Davvero una simpatica situazione». Ci vollero tutta l’autoironia e la prontezza di Enrico Mentana per sdrammatizzare il doppio infortunio all’esordio del Tg5, la sera del 13 gennaio 1992. Il primo servizio in scaletta su un omicidio a Genova non partì e nemmeno il secondo su un duplice delitto a Firenze. Il direttore-conduttore sollevò la cornetta… Era così atteso il debutto del telegiornale di Canale 5 che in sala di regia erano tutti paralizzati dall’emozione, incluso Lamberto Sposini che sovrintendeva in redazione. La squadra dei fondatori comprendeva anche Emilio Carelli, Cesara Buonamici e Clemente Mimun, gli ultimi due unici superstiti e attuali vicedirettore e direttore della testata.

Mentana, 37 anni, era un enfant prodige di Mamma Rai. Contattato da Gianni Letta, era approdato alla Fininvest nell’autunno del 1991 per competere con il Tg1. Anche Sposini e Mimun avevano alle spalle una formazione nella tv pubblica. La legge Mammì aveva permesso, ma anche imposto, che le reti commerciali trasmettessero un proprio notiziario e, dopo vari tentativi guidati da Emilio Fede, Canale 5 decise di fare le cose in grande. L’avvento del nuovo telegiornale rinverdiva la sfida al monopolio Rai e aggiornava l’epopea d’inizio anni Ottanta scolpita nel famoso «corri a casa in tutta fretta c’è un Biscione che ti aspetta». Con il Tg5 le tv commerciali completavano il passaggio all’età adulta. Per l’informazione fu un evento storico. Il nuovo telegiornale dava più spazio alla cronaca, praticamente ignorata da quelli ufficiali, più attenzione alla quotidianità della gente comune, riducendo al minimo indispensabile la politica, finora somministrata «come una medicina serale», aprendo a contenuti più leggeri.

Che però non fosse un esordio in discesa, come magari auspicava Silvio Berlusconi, e come, in un certo senso, il piccolo inconveniente della prima sera aveva preconizzato, lo si capì un mese dopo, con la deflagrazione di Tangentopoli (17 febbraio 1992). Paolo Brosio piantò la tenda davanti alla fermata del tram di Palazzo di giustizia. Era un’altra Italia. Alcuni dei protagonisti di quella stagione non ci sono più, altri hanno cambiato vita, altri ancora solo testata. Una costante, però, è rimasta invariata: il Tg5 come una grande possibilità. Come alternativa alle narrazioni ufficiali, intrise di politica quando non d’ideologie affini al momentaneo padrone del vapore. Come spazio d’informazione sintonizzato sull’italiano medio. Senza troppe pose e all’insegna di una certa leggerezza. Qualche volta pure troppa.

 

La Verità, 13 gennaio 2022

Pif svela il lato comico di Battiato, ma non basta

Quando è arrivata Centro di gravità permanente, la canzone più attesa insieme a La cura, ho finalmente capito: Uacci uari uari / Uacci uari uari… Per tutta la serata omaggio al suo autore e interprete scomparso nel maggio scorso, Pierfrancesco Diliberto, alias Pif, conduttore e incursore di Caro Battiato (Rai 3, ore 21,30, share dell’11%, quasi 2,3 milioni di telespettatori) ci aveva raccontato una persona inedita. Un Maestro, come molti lo chiamavano. Uno studioso di musica e di esoterismo. Un uomo aperto al trascendente. Tutto vero e già noto. La parte poco conosciuta era il Franco Battiato che si divertiva e amava divertire. Che raccontava barzellette a raffica. Alcune un filo ermetiche, altre meravigliose come quella riproposta dal suo manager, Franz Cantini. Battiato barzellettiere è obiettivamente qualcosa di sorprendente. Diverso dal profilo dell’intellettuale enigmatico e irraggiungibile, perso nelle visioni della mistica sufi, al quale probabilmente ha pagato pedaggio lo stesso Pif che, prigioniero della regola autoimposta di non parlare con i suoi miti, ha mancato l’occasione d’incontrarlo. Peggio per lui. Ma peggio anche per noi che per tutta la sera abbiamo dovuto sintonizzarci sul rimpianto dell’opportunità mancata, espresso in una lunga lettera al Maestro, alla maniera di Caro Marziano. Davvero troppo autoreferenziale. Anche perché il suo meglio televisivo, Pif l’ha dato in Il testimone: telecamerina in spalla e curiosità in testa. Lo si è visto anche l’altra sera, quando, appunto, ha fatto raccontare ai tanti amici e collaboratori episodi e tratti meno conosciuti di Battiato. Così Gianni Morandi: un periodo suonava ininterrottamente la chitarra, poi si buttava sul violino per ore e ore, poi sul pianoforte, «adesso sto studiando il biliardo», infine la pittura: «Battiato era una cosa a parte, poi ci sono tutti gli altri». E Jovanotti: dove lo trovi uno che ti allarga gli orizzonti con «alberghi a Tunisi» e «studenti di Damasco», oggi siamo tutti chiusi nelle nostre stanze dell’eco… Proprio Morandi (Mesopotamia) e Jovanotti (L’era del cinghiale bianco), insieme ad Alice (La cura) e Max Gazzé (Un’altra vita), sono stati protagonisti delle interpretazioni del concerto (registrato il 21 settembre all’Arena di Verona) più degne di nota. Quasi quanto le barzellette, le telefonate all’alba agli amici («Giù dalle brande», lui che il militare l’aveva svicolato), il suo essere alla mano, l’autoironia ad accompagnare la ricerca e le idiosincrasie. Uacci uari uari / Uacci uari uari

 

La Verità, 7 gennaio 2022