Tag Archivio per: Letta

«Sono impaziente, però dico sempre la verità»

È il Signornò della politica italiana. Mai che qualcosa gli vada bene, che gli si senta promuovere qualcuno o qualcosa. Nei talk sbuffa, manifesta insofferenza, tutti lo temono. In questa intervista con Panorama, Massimo Cacciari parla dei 100 giorni del governo Meloni, dello sprofondo del Pd, della Chiesa post-Ratzinger e dei giovani di Ultima generazione, bocciati anche loro come le sardine.

Professor Cacciari, è una mia impressione o è più critico con il Pd che con Giorgia Meloni?

È una sua impressione. Sul Pd ho critiche radicali, con la Meloni una distanza culturale complessiva, il che non significa che non sappia apprezzare il valore storico di una donna per la prima volta presidente del consiglio in Italia, e il valore della persona per avercela fatta.

Siamo arrivati a 100 giorni di governo, sta per finire la luna di miele con gli italiani?

Le lune di miele finiscono per legge di natura. La durata del governo dipenderà da come saprà affrontare i nodi della crisi, ben oltre la stessa finanziaria.

Le sembra che si pratichino troppe correzioni di rotta?

Rispetto alle promesse elettorali. Nella sostanza si procede sul «binario Draghi» – e si sapeva bene che non poteva essere diversamente. Su quei binari mi sembra si proceda con l’accelerato.

Sapersi correggere è anche una dimostrazione di forza?

Certamente sì. Ma, le ripeto, si è corretto ben poco. Sulle accise? Ma, appunto, ogni persona ragionevole sapeva già distinguere promesse da possibilità reali. Le vere questioni riguardano come «garantire« un debito che si aggrava di giorno in giorno, e come realizzare il Pnrr.

Perché c’è poca attenzione anche da parte delle opposizioni al Pnrr?

Perché neppure loro avrebbero saputo come portarlo avanti. Soprattutto per il Sud, dove andrebbero investite il 40% delle risorse messe a disposizione.

Pandemia, guerra in Ucraina, inquinamento e riscaldamento globale: si passa da un’emergenza all’altra?

È lo «stato dell’emergenza». Questa è la questione davvero epocale. Che mette in crisi i funzionamenti elementari dello Stato democratico. Tutto sembra avvenire, come per la pandemia, per cause «naturali» – e allora è necessario siano gli «scienziati» o i «competenti» a decidere, e che le decisioni siano rapidissime -così ogni confronto e discussione si trasformano in «perdita di tempo». La verità è che occorre reinventare la nostra democrazia. Meglio però far finta di nulla e sopravvivere, come fa la nostra politica.

Gli Stati nazionali decidono sempre meno?

Sopravvivono. Contano ancora, eccome, perché nessun organismo sovra-nazionale funziona davvero, a partire dall’Onu. Ma sulle questioni globali e di fronte allo strapotere delle multinazionali e degli scambi finanziari sono, singolarmente presi, del tutto impotenti. La nostra chance è sempre quella: l’unità politica europea. Unità che si allontana sempre più.

Perché ha stupito quando ha detto che questo governo ha meno bisogno di ingraziarsi la Chiesa perché su questioni come la famiglia e l’aborto c’è già una sintonia di fondo?

Perché è ovvio sia così; sulla carta, almeno. Poi, questo governo, se vuole mantenere buoni rapporti col Vaticano, dovrà radicalmente cambiare tono su altre questioni, a partire dalla tragedia degli immigrati.

Anche sull’inverno demografico c’è intesa?

Certo. La Chiesa non può che essere per una famiglia «che generi». E così penso dovremmo essere tutti consapevoli che una civiltà che non genera più è destinata a scomparire, a prescindere dalla nostra fede o dalle nostre filosofie.

Perché le sue affermazioni spiazzano i suoi interlocutori e anche lei si irrita di fronte a certe domande?

Perché ho questo grave difetto: l’impazienza. Me ne scuso con i miei interlocutori. Per quanto riguarda le mie idee, penso che spiazzino soltanto gli ipocriti: spesso non faccio che affermare come stanno le cose puramente e semplicemente.

In un’altra occasione ha detto che Giorgia Meloni è un’esponente di destra ma non è la Le Pen, sempre spiazzando i suoi interlocutori.

La destra francese ha caratteri propri che vengono da molto lontano. Non ha da «farsi perdonare» regimi fascisti perché non ce l’ha fatta a formarli – in compenso ha pienamente collaborato coi nazisti, come i repubblichini nostrani. Ma per certi versi – integralismo, nazionalismo, anti-semitismo – è stata anche peggio di quella italiana. Io credo che Giorgia Meloni mostri di aver pienamente superato tutta questa ideologia, a differenza della Le Pen.

C’è discrepanza tra i sondaggi su Giorgia Meloni, per ciò che valgono, e l’atteggiamento prevalente dei media?

Forse. Ma i sondaggi valgono ancora meno dei media che ormai, forse con l’eccezione della tv, non formano in alcun modo l’opinione pubblica. Gli italiani da vent’anni vanno cercando qua e là un’offerta politica decente. Assaggiano Renzi, poi i 5 Stelle, poi Salvini, ora la Meloni. I voti, fuorché residui zoccoli duri, come per il Pd il quadrilatero emiliano, sono mobili qual piuma al vento.

Ha avuto qualche contraccolpo a livello di visibilità e nei rapporti personali per le posizioni critiche assunte nel pieno della pandemia?

Di visibilità e popolarità, glielo assicuro, non me ne importa nulla. Ho criticato la gestione politica della pandemia, e non certo i vaccini. E credo che i fatti mi abbiano dato ampia ragione. Ora per fortuna abbiamo svoltato, e non ha più senso parlarne.

Studiosi e intellettuali come Giorgio Agamben e Carlo Rovelli ora sono visti con diffidenza, mal tollerati?

Agamben è il filosofo italiano più conosciuto al mondo. Non ha certo bisogno della tolleranza dei media italici.

La crisi della sinistra italiana è tutta figlia di quella europea o ci mette anche del suo?

Ci mette del suo, perché la sua è una storia del tutto particolare. Non si tratta della storia di una socialdemocrazia, come più o meno in tutti gli altri Paesi europei, ma di quella di forze diverse e per un lungo periodo anche divise; non solo Pci e Psi, ma anche sinistra Dc. Comporle non era difficile, era semplicemente impossibile. Il Pd poteva nascere soltanto da un nuovo progetto, e cioè dal riconoscimento da parte di tutti i soci della conclusione delle loro rispettive esperienze. È mancata ogni analisi storica e critica, e di conseguenza ci si è arrangiati a sopravvivere sull’eredità. Ciò ha condotto a una crescente subalternità, prima culturale e poi anche pratica, alle potenze economiche e politiche che guidano i processi di globalizzazione.

Dopo la sconfitta elettorale Enrico Letta ha detto: non siamo riusciti a connetterci con chi non ce la fa. Secondo lei come può avvenire questa riconnessione?

Come si può credere a un segretario che esce con simili battute dopo una generazione che se le sente dire da tutti coloro che hanno ragionato sull’involuzione del suo partito?

Guardando al cammino intrapreso per il congresso le sembra che il Pd sia sulla buona strada?

Faccia un congresso aperto, serio, con tutto il gruppo dirigente dimissionario, con un programma che preveda un partito a struttura federale, che punta a un nuovo rapporto col territorio. Faccia tutto quello che non si sta facendo.

Per chi voterà tra i quattro candidati?

Non andrò a votare. Avrei votato Gianni Cuperlo se si fosse impegnato in questi anni in una battaglia interna dura e esplicita, formando una sua corrente.

A che cosa si deve il fatto che quasi tutti gli ultimi segretari del Pd o hanno lasciato la politica o hanno lasciato il Pd: Veltroni, Renzi, Martina, Epifani, Bersani.

In alcuni casi ai raggiunti limiti di età. Renzi non ha lasciato nulla, anzi, credo che ne sentiremo parlare ancora a lungo. Veltroni ha sbagliato tutto lo sbagliabile, lasciamo perdere. Martina mi sembrava in gamba. Ha forse i limiti caratteriali di un Cuperlo, non ama battersi.

Aprire al ritorno di D’Alema e Bersani è una buona mossa?

Non torna nessuno, mi creda.

Che cosa perde la Chiesa con la morte di Joseph Ratzinger?

La grande speranza della nuova evangelizzazione d’Europa e quella ancora più grande di una pace tra cristianesimo d’Oriente, russo, e d’Occidente.

Che cosa pensa delle proteste dei ragazzi di Ultima generazione?

Ci sono sempre stati movimenti giovanili. Emergono e affondano come le sardine… primavere senza estate. Le forme stesse della comunicazione inducono tale precarietà. Non sta a me dare consigli – odiosissimo mestiere – ma direi loro: organizzate gruppi di discussione, di studio, date vita all’interno di scuole e università a iniziative autonome. Senza pensiero critico non ci si oppone al politichese regnante.

Conserva qualche elemento di speranza o è totalmente scettico sul futuro dell’Italia?

Disperare è impossibile. Anche il suicida, diceva Giacomo Leopardi, spera qualcosa; magari di distruggere la vita di chi gli sopravvive.

Approva il presidenzialismo?

Non sono mai stato contrario al presidenzialismo in sé. Sono contrario a riforme spot, ora le Regioni, domani il Parlamento, dopodomani il presidenzialismo. Una riforma istituzionale è di sistema o non è. Mi dicano che cosa col presidenzialismo deve mutare per Parlamento, Regioni e autonomie, e poi discutiamo.

Può essere un modo per irrobustire il processo decisionale e resistere alla globalizzazione degli stati di emergenza?

Potrebbe esserlo, sì. Ma alle condizioni che ho detto.

Ha mai pensato di tornare in politica?

Forse nell’aldilà, ormai.

 

Panorama, 25 gennaio 2023

«Il Pd? Un missile che perde i suoi tre stadi»

Claudio Velardi ha preso le distanze: dalla politica e da Roma. Privilegia la famiglia, la sua fondazione Ottimisti & Razionali e la vita sana a Napoli. Ogni tanto però, l’ex Lothar di Massimo D’Alema, ora più vicino al mondo renziano, lancia un sasso dal suo blog Buchineri.org confermando la proverbiale lucidità analitica. Per esempio, nel post d’inizio 2023 si chiede: «Moriremo meloniani?».

Corre questo rischio, Velardi?

Il rischio c’è, perché, al momento, nello scenario italiano, Giorgia Meloni mi sembra la persona più ragionevole, saggia e misurata. In un contesto più generale, questo rischio non c’è perché sono globalista, mercatista, iper-laico.

Come mai le opposizioni, il Pd soprattutto, chiedono alla Meloni di avere quelle soluzioni che in tanti anni governo loro non hanno trovato?

È un atteggiamento tipico di quando si passa dal governo all’opposizione. Nel caso del Pd si nota di più perché è un partito di iper-governo. Non è stato per poco nella stanza dei bottoni. Detto questo, da molto tempo sono pregiudizialmente dalla parte del governo, di qualsiasi governo.

Perché?

Perché chi si mette in animo di governare il nostro Paese è un pazzo. Fare opposizione è più facile. Si possono dire un sacco di fregnacce, che poi, una volta al governo, non si potranno realizzare. Basta pensare al video della Meloni contro le accise nei carburanti. Governare è il mestiere più difficile del mondo, basta pensare alle riunioni di condominio.

La legge di bilancio fatta in un mese e con l’obbligo di abbattere i costi delle bollette è così brutta?

Assolutamente no, è stata un percorso obbligato dalla crisi energetica. Poi contiene qualche contentino alle categorie di riferimento, ma questo avviene in tutte le manovre.

C’è anche qualche provvedimento che apprezza?

Certo. Trovo positivi i ritocchi al reddito di cittadinanza e l’allentamento della politica dei sussidi a pioggia.

Lo spoil system va fatto o no?

Metterlo in dubbio è una sciocchezza. Chi va al governo ha diritto a scegliere persone di cui fidarsi alle quali far realizzare ciò che ha in testa. In questa polemica si combinano due fattori. Il primo è che la casta della pubblica amministrazione si ribella per principio allo spoil system; il secondo è che questo apparato è in gran parte di area Pd. Matteo Renzi portò a Palazzo Chigi Antonella Manzione, la capa dei vigili urbani di Firenze, che naturalmente non aveva i requisiti formali per quel posto. La battaglia contro la burocrazia e il deep state è il primo banco di prova di ogni governo.

Ha ragione il ministro della Difesa Guido Crosetto quando dice che di burocrazia si può morire?

Non c’è dubbio. Lui imbraccerebbe il machete, Renzi preferiva il lanciafiamme.

Luca Ricolfi ha scritto che, contestando il governo anche quando riprende idee care alla sinistra, tipo il perseguimento del merito, il Pd finisce per contraddire sé stesso.

Quando, tra i primi, il ministro Luigi Berlinguer parlò di merito fu massacrato dai sindacati. Nel Pd credo siano scioccati dalla perdita del potere. E siccome intuiscono che non sarà un fatto temporaneo, perdono anche di lucidità. Invece, il saggio dice che quando si perde, conviene non agitarsi troppo per non peggiorare la situazione e procurare piacere all’avversario.

Che cosa prevede per il congresso Pd?

Difficile farne. Il Pd è come un missile a tre stadi. Il primo stadio è la testa, costituita dal mega-apparato, le burocrazie, gli amministratori locali, i professionisti della politica. È la struttura di potere del partito, indifferente ai posizionamenti, in possesso di una buona cultura democratica e di un formale ossequio dello Stato e delle sue procedure, almeno fino a quando non si toccano i suoi interessi.

Il secondo stadio del missile?

È la pancia del partito. Cioè i militanti, sempre da galvanizzare con discorsi de sinistra, non perché ci credano, perché sanno che spesso vincono spostandosi a destra e digerendo Lamberto Dini, Romano Prodi e Matteo Renzi che pure li prendeva a schiaffi. Ma sono in perenne attesa della rivincita, votati a una causa storicamente sconfitta. Per capirci: nelle sezioni i ritratti di Lenin stanno a fianco di quelli di Enrico Berlinguer e Aldo Moro.

Il terzo stadio?

Sono gli elettori, il popolo ingenuo e speranzoso, che fiuta ciò che accade fuori e aspetta il leader messianico. È la componente che porta i voti che sono il carburante.

Come si può far ripartire il missile?

Sincronizzando testa, pancia e cuore. Mica facile. Con la testa si conquista il centro del potere, con la pancia si muovono le truppe e con il cuore ci si mette in sintonia con il mondo reale. Volendo essere generosi, si può dire che Bonaccini è la testa, la Schlein la pancia e Gianni Cuperlo forse l’unico a tenere insieme i tre elementi. Se fossi del Pd sceglierei lui.

Dario Franceschini sta con Elly Schlein.

È un uomo di apparato che prova a congiungersi alla pancia. Il suo è il calcolo cinico di un professionista della politica.

Ha detto che una come Elly Schlein arriva ogni dieci anni.

E meno male.

La parodia di Enrico Letta proposta da Maurizio Crozza dice: «Noi della direzione abbiamo molto sentito parlare di questo esterno… Come se davvero esistesse qualcosa fuori da noi…».

La testa del Pd è una gigantesca rete di apparati. Perdere il contatto con la vita reale è un dramma reale.

Infatti il numero degli iscritti precipita.

Gli iscritti crollano perché iscriversi non dà nessun potere in più. Se ti iscrivi sei carne da macello di un capocorrente e nei momenti cruciali sei scavalcato da quelli che votano nelle primarie.

Stefano Bonaccini è seguito dall’agenzia Jump Communication di Marco Agnoletto, la stessa che cura la comunicazione di Che tempo che fa, Elly Schlein dall’agenzia Social changes che ha gestito le campagne di Barack Obama.

Rispondo da comunicatore. Quando si fa politica la comunicazione deve svolgere solo una funzione di servizio perché i soggetti della politica sono i leader non i comunicatori. Quando un politico si affida a un comunicatore è già a rischio. Lo diceva Abramo Lincoln: «Potete ingannare tutti per qualche tempo e qualcuno per sempre, ma non potete ingannare tutti per sempre».

La convince di più l’azione del cosiddetto Terzo polo?

Secondo me hanno troppa fretta. Sul piano delle proposte li trovo coerenti. Calenda ha presentato un programma di pochi punti. Renzi quando interviene in Parlamento mostra un’intelligenza superiore alla media. Alcuni dirigenti stanno crescendo, come Luigi Marattin. Ripeto: non devono avere fretta. Invece Calenda ha dato sei mesi di vita al governo e Renzi ha dato appuntamento al 2024, non si sa in base a cosa. Io dico: calma e gesso, facciamo governare la Meloni perché è questo che vogliono gli italiani.

Perché dalla fine della Dc nessuno è in grado d’interpretare la maggioranza silenziosa?

Probabilmente, i cosiddetti moderati lo sono un po’ meno perché, a causa delle difficoltà di questi anni, hanno cominciato a incazzarsi.

I ceti medi sono un po’ meno medi?

Le difficoltà di natura sociale li hanno avvicinati alle forze populiste. Ora, dopo l’ondata di rabbia con i 5 stelle e dintorni, vedo più ricerca di condivisione, più ripensamento. Tendenze che il Terzo polo e Forza Italia dovrebbero riuscire a interpretare.

Renzi e Calenda sono attrezzati a farlo?

Una leadership bicefala non dà troppe certezze. Da inguaribile romantico auspico un passo indietro di entrambi. Calenda potrebbe recuperare il suo profilo di amministratore, Renzi ha doti da leader che prescindono dalla necessità di governare. Facendo un passo indietro potrebbero favorire nuove leadership. Altrimenti, quanto resisterà la fedeltà dell’elettorato di riferimento?

Che impressione le ha fatto la foto di Giuseppe Conte in un hotel di lusso a Cortina d’Ampezzo dopo quella nella mensa dei poveri?

Non me ne frega niente, faccia quello che vuole. Conte continua a fare il populista, ma saranno i cittadini dello Zen di Palermo a mandarlo a casa quando vedranno che non riuscirà a difendere il loro reddito di cittadinanza. La gente normale capirà di essere stata turlupinata.

Cosa prevede per le elezioni nel Lazio e in Lombardia?

Al netto di un possibile ma difficile exploit di Alessio D’Amato nel Lazio, vincerà il centrodestra.

E lei aspetterà ancora l’Araba fenice della politica italiana o si ritirerà a vita privata come il suo amico Fabrizio Rondolino?

Non proprio come Rondolino. Continuerò ad aspettare l’Araba fenice, ma dando alla politica un’importanza sempre minore. Mi diverto di più a studiare le tendenze in atto nel mondo, che sono più positive di quanto ci raccontiamo.

 

Panorama, 18 gennaio 2023

«Le battaglie della sinistra ora le fa la destra»

Ogni suo libro è una piccola «bibbia». Un testo definitivo della materia di cui si occupa. Presidente e responsabile scientifico della Fondazione Hume, Luca Ricolfi è docente di Analisi dei dati all’università di Torino. Probabilmente proprio il fatto che il suo punto di vista siano i dati – i numeri, i fatti – e non l’ideologia, ne fanno uno degli intellettuali più indipendenti e autorevoli del panorama scientifico italiano. Leggere La mutazione. Come le idee di sinistra sono migrate a destra, appena uscito da Rizzoli e già tra i più venduti su Amazon, è come puntare il phon contro uno specchio appannato.

Professore, il vizio della sinistra ufficiale sta nell’ambizione originale del partito democratico di «rappresentare la parte migliore dell’Italia»?

Sì, anche se non è l’unico. C’è anche, fin dai tempi del partito comunista, l’incapacità di analizzare la realtà in modo scientifico, e quindi spregiudicato. Di qui la tendenza a chiedersi, di qualsiasi proposizione empirica, non se sia vera o falsa, ma se sia utile o dannosa alla causa. La conseguenza è stata una sorta di cecità progressiva, nel doppio senso della parola: crescente e progressista. Con un esito finale: la totale incapacità di guardare la realtà con lenti non ideologiche.

Cosa nasconde la convinzione che la destra parli alla pancia del Paese?

Uno strano modo di pensare: se abbiamo ragione, e il popolo non ci capisce, allora vuol dire che il popolo non usa la ragione.

Spesso i politici progressisti denunciano la crescita del populismo: come va interpretato l’uso di questo termine?

Le rispondo con la definizione della parola «populista» proposta da Jean Michel Naulot: «Populista: aggettivo usato dalla sinistra per designare il popolo quando questo comincia a sfuggirle». Una definizione interessante anche perché risale al 1996, quando pochi vedevano il problema del divorzio fra la sinistra ufficiale e i ceti popolari.

La sinistra ufficiale si accorgeva dello scambio delle basi sociali in atto fra i due schieramenti?

Alcuni studiosi avevano segnalato il problema all’inizio degli anni Novanta, quando in fabbrica fece la sua prima comparsa la doppia tessera: operai iscritti alla Cgil & militanti della Lega. Poi ci sono stati diversi studi che hanno mostrato che la base del Pci-Pds-Ds stava diventando sempre più borghese. Infine, le analisi dei flussi elettorali hanno evidenziato il paradosso della Ztl che vota a sinistra e delle periferie che votano a destra.

A quel punto la sinistra ha scelto consapevolmente l’establishment?

Ha preferito non vedere. Sapevano, ma non volevano prendere atto. Sempre per il motivo che dicevo poco fa: l’incapacità di guardare la realtà con un atteggiamento scientifico, ossia il primato dell’utile sul vero.

Il fatto che Giorgia Meloni nel primo discorso in Parlamento si sia presentata come underdog che rappresenta gli sfavoriti è la certificazione di questo scambio?

In un certo senso sì, anche se il termine underdog, di solito, designa gli sfavoriti in una competizione elettorale, cosa che Giorgia Meloni e il suo partito sono stati in passato, non certo nell’ultimo anno. Io piuttosto noterei una cosa: la novità di Giorgia Meloni non è solo che è la prima donna premier, ma che è il primo premier di umili origini. Tutti i premier della seconda Repubblica, oltre a essere maschi, erano di origine sociale elevata, talora elevatissima o nobiliare. Per trovare un premier di origini modeste dobbiamo risalire al 1988, quando venne eletto Ciriaco De Mita, nato a Nusco, un piccolo comune montano dell’avellinese, con un padre sarto e portalettere, e una madre casalinga. Credo che il carisma di Giorgia Meloni – oltre che alla sua bravura, alla sua integrità e alla sua passione – sia dovuto all’ampiezza dei segmenti sociali per i quali può risultare naturale specchiarsi in lei.

Quali segmenti ha in mente?

Le donne, ovviamente, ma anche gli strati popolari, ossia le persone che non possono contare su una famiglia di origine ricca, benestante, protettiva.

Persa la rappresentanza dei deboli, la sinistra si è concentrata sui diritti delle minoranze Lgbt+ che coinvolgono i ceti medio alti. Perché, al contempo, è così intransigente nella difesa degli immigrati?

Proprio perché ha abbandonato i ceti popolari. La difesa degli immigrati è una sorta di polizza di assicurazione contro la perdita della propria identità. Grazie agli immigrati, la sinistra può ancora pensare sé stessa come paladina degli ultimi. E grazie alla difesa delle rivendicazioni Lgbt+ può pensarsi come campionessa di inclusione.

Perché la sinistra liberal appare tendenzialmente individualista, mentre la destra mantiene una tiepida dimensione comunitaria?

Perché la sinistra liberal, ovvero la sinistra ufficiale, crede che l’aumento senza limiti dei diritti individuali sia l’essenza del progresso, mentre la destra – e una parte del mondo femminile – vede il lato oscuro del progresso, a partire dalla distruzione dei legami comunitari e familiari.

Perché oggi la sinistra ufficiale parla più di inclusione che di eguaglianza?

Lo spiegò Alessandro Pizzorno una trentina di anni fa: parlare di inclusione rende più facile conferire un valore morale alla scelta di essere di sinistra, e assegnare un disvalore all’essere di destra: noi buoni vogliamo includere, voi cattivi volete escludere…

Il giudizio di Enrico Letta sul risultato elettorale del Pd è che «non è riuscito a connettersi con chi non ce la fa»: quanto tempo gli servirà per tornare a farlo?

Non è un problema di connessione con chi non ce la fa, è un problema di comprensione della realtà.

Prima che completi il processo di revisione, può perdere ancora consensi? E a vantaggio del Terzo polo o del M5s?

I consensi li sta già perdendo. Secondo i dati che ho potuto analizzare, l’emorragia è bilaterale, ma un po’ più grave verso i 5 stelle che verso il Terzo polo.

Il catechismo politicamente corretto rende la nostra società più illiberale?

Sì, nella nostra società vengono predicate tolleranza e inclusione, ma il dissenso verso il politicamente corretto non è tollerato.

Come mai gli intellettuali, che fino agli anni Settanta erano contro la censura e per la libertà di espressione, oggi sono in gran parte schierati a difesa dell’establishment?

Perché ne fanno parte, specie nelle istituzioni culturali e nel mondo dei media. Difendendo l’establishment difendono sé stessi.

In Italia la battaglia sul politicamente corretto si è applicata al ddl Zan: perché nonostante il parere contrario di giuristi, femministe e intellettuali progressisti il Pd ne ha fatto un simbolo intoccabile?

Per il solito motivo, l’incapacità di accettare la realtà quando va contro l’utile di partito. In questo caso: l’incapacità di ammettere il fatto che il ddl Zan limita la libertà di espressione.

Perché l’introduzione del merito tra le competenze del ministero della Pubblica istruzione ha destato scandalo?

Un po’ per il mero fatto che ne ha parlato la destra, un po’ perché nella mentalità della sinistra c’è l’idea che premiare il merito di qualcuno significa umiliare il non-merito di qualcun altro. È questa mentalità che, negli ultimi 50 anni, ha distrutto la scuola e l’università.

Nel Novecento l’istruzione era considerata uno strumento di elevazione sociale, oggi non è più così?

No, la trasmissione del patrimonio culturale, cara ad Antonio Gramsci e a Palmiro Togliatti, non interessa più.

Sta passando a destra anche l’idea di emancipazione dei deboli attraverso la cultura?

Più che a destra, sta passando nel partito di Giorgia Meloni, secondo cui «eguaglianza e merito sono fratelli».

In questo contesto, che cosa può significare la nascita del primo governo di destra in Italia?

La fine dell’egemonia culturale assoluta della sinistra.

Se dovesse dare un solo consiglio non richiesto alla premier cosa le suggerirebbe?

Dica che vuole, finalmente, che venga applicato l’articolo 34 della Costituzione, e vari un grande piano di borse di studio per «i capaci e meritevoli» privi di mezzi.

 

Panorama, 9 novembre 2022

 

 

Trombato, il pd Romano trova un seggio a Mediaset

Qualche sera fa, a sorpresa, nello studio di Diritto e rovescio di Paolo Del Debbio, tra i vari ospiti invitati a parlare di caro bollette e crisi energetica, è comparso anche Andrea Romano, ex deputato Pd. Il talk show di Rete 4 ha da sempre una linea editoriale sbarazzina, come dimostra il fatto che tutte le puntate si aprono con brevi incursioni del conduttore in qualche mercato di provincia. Del Debbio intervista venditori ambulanti, titolari di bancarelle, anche semplici clienti, magari mostrando come l’altra sera, alcuni cartoncini con su scritto «bollette», «tasse», «pensioni», «reddito di cittadinanza». È il cosiddetto bagno di realtà, quello che farebbe bene a tanti politici e opinionisti che affollano i cosiddetti programmi di approfondimento. Un’operazione fallita alle elezioni anche dal Pd che, come ammesso dallo stesso Enrico Letta, «non è riuscito a connettersi con chi non ce la fa». E nemmeno il buon Andrea Romano ci è riuscito, non rieletto alla Camera nel collegio di Livorno, superato da Chiara Tenerini di Forza Italia. È la seconda sorpresa che riguarda l’ex deputato dem, già presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla Moby Prince (che a Livorno qualcosa vuol dire) e membro di quella di Vigilanza sulla Rai, all’interno della quale si era distinto per l’ostilità alle partecipazioni del professor Alessandro Orsini a Cartabianca. Bisogna sapere che Romano è anche professore di Storia contemporanea a Tor Vergata e conosce bene il russo avendo vissuto a Mosca per motivi di studio: tutte competenze che lo rendono fortemente contrario al regime putiniano. Al punto che, dopo la polemica sulle liste di proscrizione pubblicata dal Corriere della Sera, il 30 giugno scorso ne ha presentata una tutta sua che mescolava nello stesso calderone di presunti filorussi Corrado Augias e Oliver Stone, Franco Cardini e Toni Capuozzo e che ha messo in imbarazzo persino il partito di appartenenza. L’ultimo dettaglio biografico dell’ex parlamentare è che nel dicembre 2020 ha sposato Sara Manfuso, influencer e presidente dell’associazione «Io così» contro la violenza alle donne. Qualche giorno fa Manfuso è uscita dal Grande Fratello Vip dove aveva sostenuto di aver subito una molestia da Giovanni Ciacci, notoriamente omosessuale. L’esclusione ha fatto purtroppo decadere la possibilità di una visita a Cinecittà, ipotizzata dall’affettuoso marito. Niente comparsata al Gieffe, dunque, per Romano. Ma c’è da giurare che su Rete 4 lo vedremo spesso perché, con tutti questi titoli, è riuscito a strappare un buon contratto come ospite-opinionista.

 

La Verità, 23 ottobre 2022

«Il Cav non resterà defilato Il futuro? Poche luci»

L’ultimo berlusconiano rimasto. Si definisce così, Piero Sansonetti, direttore del Riformista, giornalista di sinistra di mille battaglie. Garantista, pacifista e frequente ospite dei talk show di Rete 4.

Sansonetti, la rapidità dell’incarico a Giorgia Meloni e l’unità manifestata dalla delegazione di centrodestra al Quirinale sono buoni segnali?

«Non credo che la rapidità sia sinonimo di efficienza. L’unico governo possibile è con questa maggioranza. Quanto sarà forte e duraturo è un altro discorso. Non sono molto ottimista».

La linea essenziale della premier incaricata comincia a pagare? Silvio Berlusconi ha rispettato il protocollo senza prendersi la scena.

«Rimanere senza governo adesso non è possibile. Ma penso che Berlusconi possa restare in seconda fila dieci minuti, un quarto d’ora al massimo. È uno che pensa spesso qualcosa che gli altri non vorrebbero pensasse».

In seconda fila può fare il padre nobile?

«Vediamo».

Quindi, non si può mai stare tranquilli?

«No, perché la politica è una cosa complicata. Non è che bastano due numeri o un algoritmo per risolvere le crisi. Neanche la vittoria elettorale elimina la battaglia politica».

Quale battaglia?

«Quella fra le due destre. Come ci sono tante sinistre, ci sono anche due destre. Quella liberale di Berlusconi e quella radicale di Meloni. Che su tante cose non vanno d’accordo».

Per esempio?

«Meloni è statalista, Berlusconi è liberista. Sulla guerra non c’è bisogno di sottolineare quanto siano divisi. Come pure sulla giustizia. Non tanto per la scelta del ministro, quanto per il fatto che Berlusconi è garantista e Meloni no. Il garantismo è più complicato del rispetto delle regole. È una filosofia che Berlusconi ha e la Meloni non ha».

Dopo anni di governi tecnici o del presidente, stavolta c’è una maggioranza solida.

«È solida in Parlamento, non nel Paese. I voti raccolti dal centrodestra sono meno della metà di quelli espressi. Naturalmente, dal punto di vista politico, non cambia nulla perché ha vinto in maniera netta le elezioni in base alla legge vigente. Dopodiché ha preso 12 milioni di voti, ma ce ne sono altri 13 milioni andati altrove. Quindi c’è un’Italia abbastanza spaccata e il governo che sembrava lanciato su un’autostrada si fa lo stesso, ma dovrà arrancare su un vicolo di campagna».

Si stava celebrando il ritorno della politica.

«Che invece è faccenda complessa. Ci vogliono pensiero politico, cultura politica, tradizione politica. Bisogna conoscere tattiche, strategie, compromessi».

Sta dicendo che i componenti di questo governo sono ignoranti?

«Ricordo Palmiro Togliatti, Aldo Moro, Amintore Fanfani, Bettino Craxi: vogliamo fare un paragone o lasciamo stare? In Italia negli ultimi trent’anni ho conosciuto solo due statisti, che non ho mai votato perciò posso dirlo: sono Romano Prodi e Silvio Berlusconi».

Stavamo celebrando anche la rivoluzione femminile a Palazzo Chigi.

«Questo lo apprezzo, chiunque la incarni. È un fatto positivo, di rottura del senso comune e dei pregiudizi».

È uno smacco per la sinistra che la prima donna premier sia di destra?

«La sinistra non s’è mai posta questo problema. Non tanto di promuovere le donne che lo meritano, quanto di avere un metodo di selezione che non sia maschilista».

L’egocentrismo di Berlusconi è una mina vagante nella coalizione?

«Dobbiamo partire dal fatto che la destra in Italia non è mai esistita. Sì, ci sono stati Luigi Einaudi e Giovanni Malagodi, che erano due personaggi abbastanza isolati. La destra l’ha fondata Berlusconi, come si può prescindere da lui?».

Gli elettori cominciano a farlo, cambiando i rapporti di forza.

«È così, però la politica si fa con il pensiero e le idee».

A un certo punto bisogna cedere il testimone?

«Se si vuole liberare la destra da Berlusconi, bisogna inventarne una nuova. Dubito fortemente che sappiano inventarla Meloni e Salvini? E anche sui numeri, senza Forza Italia non possono governare, quindi non si può prescindere».

Le inquietudini di Berlusconi vanno lette alla voce psicodramma o alla voce tattica?

«Alla voce mancanza di programma comune. Sulla guerra la Meloni è atlantista, mentre il resto della coalizione non lo è altrettanto. Poi ci sono differenze sulle tasse e sulla giustizia. Se si fa un governo di coalizione si tratta, ma se Meloni non vuole trattare rischia di andare a sbattere. La Dc trattava con gli alleati anche quando aveva il 40 per cento».

I criteri però erano chiari: autorevolezza, competenza, alto profilo. Invece ci si stava incagliando sul ministero di Licia Ronzulli.

«Non vedo molti che spiccano sul livello della Ronzulli. Anzi, vedo che chi spicca non può entrare, come Vittorio Sgarbi che poteva essere un ottimo ministro, forse l’unico conosciuto in Europa».

Ha informazioni su chi ha fatto uscire gli audio di Berlusconi su Zelensky?

«Credo che non si saprà mai. Forse qualcuno a cui Berlusconi ha fatto qualche sgarbo».

Non sarà stato lui stesso?

«Questo non credo. Sicuramente metteva in conto che, parlando a 50 persone, quelle parole potevano uscire. Lo stesso dicasi per il foglio con gli appunti sulla Meloni. Berlusconi può essere tutto, ma è difficile che abbia paura delle sue opinioni».

Certo che no. Sta di fatto che l’alleanza, e vedremo il governo, è sottoposta a uno stress test bipolare: un giorno il Cavaliere è filoputiniano un altro è euroatlantico?

«Non c’è dubbio. E con questi contraccolpi bisogna affrontare la più grave crisi economica dal dopoguerra. Capisce perché non sono ottimista?».

Berlusconi non si rassegna a vedere un altro, anzi, un’altra a Palazzo Chigi?

«Non credo lo disturbi la Meloni premier. Credo sia convinto che oggi in Italia non esista una destra non berlusconiana. E lo penso anch’io».

Non gli elettori, però.

«Ogni elettore pensa con la testa sua e vota per la sua opinione. Qui parliamo sempre di numeri modesti, nessuno ha il 40 per cento del 90 per cento degli elettori come aveva la Dc. Il Pci da solo prendeva 13 milioni di voti».

Tuttavia, rispetto alle elezioni degli ultimi anni, a cominciare da quelle del 2013 quando centrodestra, centrosinistra e 5 stelle pareggiarono, stavolta c’è una maggioranza chiara.

«Però con meno voti di quelli che prese ognuno di quegli schieramenti. Quello che io non capisco è cosa vuole esattamente Meloni. Nel 1994 Berlusconi voleva smantellare il cattocomunismo e favorire la rivoluzione liberale. Così superò Achille Occhetto che rappresentava la conservazione. Oggi non mi pare sia così. Meloni è stata scelta perché è rimasta all’opposizione tanti anni, ma Draghi non è la conservazione. Infine, Liz Truss non è Margaret Thatcher e la nuova destra europea non si vede. Meloni dovrebbe far tesoro del caso Truss».

Di fronte alle turbolenze Meloni ha fatto bene a tirare dritto?

«E che doveva fare? È stata molto prudente all’inizio, poi si è un po’ irrigidita, sbagliando».

Quando?

«Nell’elezione dei presidenti delle camere. Capisco l’intenzione di volersi dimostrare forti, ma lasciando una presidenza all’opposizione avrebbe mandato un segnale di distensione. Ha compiuto un doppio gesto di sfida scegliendo Ignazio La Russa, il più simpatico dei fascisti, e Lorenzo Fontana, un clericale sconosciuto. Inoltre, non è che l’alternativa alla Ronzulli fosse Winston Churchill. I compromessi si fanno».

La sua forza non è proprio il rifiuto di compromessi?

«Sul piano dell’immagine sì. A volte ha dei riflessi un po’ fascisti. Uso questa parola perché so che non si offendono come non mi offendo io quando mi dicono comunista».

La riforma della giustizia è più facile con Carlo Nordio o con Maria Elisabetta Casellati?

«Dal punto di vista della persona credo con Nordio. Sul piano della politica con la Casellati, perché Forza Italia è l’unico partito garantista che c’è in Italia».

Si è appena fatta la riforma Cartabia, la giustizia è una priorità di questo momento?

«È evidente che la priorità è frenare la povertà e impedire una recessione travolgente, perché la recessione ci sarà comunque. La riforma della giustizia non è un’emergenza, ma è la più importante e urgente riforma dello Stato perché in questi anni la magistratura ha assunto un potere non democratico devastante».

Che voto darebbe alla squadra di governo, stando ai nomi che si conoscono?

«Darei un cinque. Ripeto, non ho capito il no alla Ronzulli e a Sgarbi. Molti dei ministri che sono stati indicati sono persone non note e quindi somiglia un po’ a un governo 5 stelle».

Parliamo della sinistra: c’è ancora in Italia?

«In tutta Europa le maggioranze tra destra e sinistra si giocano su 2 o 3 milioni di voti. In Italia la crisi della sinistra è molto grave a causa dell’irruzione dei 5 stelle, un movimento qualunquista che non c’entra con la sinistra, ma che le ha rubato casa».

Il sorpasso sul Pd è imminente?

«Può darsi che lo sia nei sondaggi, ma a mio avviso il M5s è destinato a morire. Oltre ai voti del reddito di cittadinanza non ha nient’altro».

A sinistra la via maestra per affrontare la povertà è l’assistenzialismo?

«No, il lavoro e il welfare. Fra assistenzialismo e diritti sociali c’è un abisso».

Qual è il suo giudizio sulla segreteria di Enrico Letta?

«In campagna elettorale è stato molto debole. Da democristiano non ha capito che stava guidando un partito di sinistra. La sua sola proposta di sinistra, la cosiddetta patrimonialetta, una tassa sui redditi sopra i 5 milioni per favorire iniziative in favore dei giovani, l’ha subito ritirata. Dopo la sconfitta, invece l’ho visto più sicuro. Credo che il Pd debba ricordarsi di essere un partito socialdemocratico».

Il momento di maggior sincerità è stata un’ammissione d’impotenza quando Letta ha detto: «Non siamo riusciti a connetterci con chi non ce la fa»?

«Non è stata un’ammissione d’impotenza. Nel numero dei voti raccolti il Pd non ha subito un tracollo, anzi. Ha perso ben prima, quando ha deciso di non essere più un partito socialista, ma dopo la fine della Dc ha cercato di legittimarsi rappresentando la borghesia. Non funziona. Può funzionare nella raccolta del potere, ma non per un partito politico che ha all’origine un’idea socialista».

Quanto tempo ci vorrà perché ristabilisca quella connessione?

«Il non essere al governo lo aiuterà molto, il caso Meloni insegna. Aiuta tutti i partiti, in particolare aiuterà un partito di sinistra».

Che mesi ci aspettano?

«Di guerra, in senso reale e metaforico. Per il momento non riesco a vedere luci».

 

La Verità, 22 ottobre 2022

Se Dio, patria e famiglia di Lilli sono orfani di Mazzini

Appuntisce lo sguardo e tende il labbro Lilli Gruber quando rivolge la domanda con la quale chiude la conversazione con alcuni dei suoi ospiti di questi giorni: «Lei si riconosce nello slogan Dio, patria e famiglia?». Chissà, forse ha in mente il manifesto esibito a una manifestazione da Monica Cirinnà in cui commentava la triade con un elegante «che vita di merda». Oppure pensa alla sentenza di Enrico Letta, secondo il quale la formula cela un inevitabile «ritorno al patriarcato». Il più delle volte, però, la conduttrice di Otto e mezzo su La7, non ottiene piena soddisfazione. Purtroppo, verrebbe da aggiungere. Qualche giorno fa, per esempio, Letizia Moratti è stata colta di sorpresa perché fino a quel momento si era discusso di Europa ed economia, ma tant’è. L’ex sindaco di Milano e attuale vicepresidente della Lombardia non è una habitué dei talk show per cui ha improvvisato una risposta insapore. Del tipo: credo nella famiglia e nel nostro Paese (Dio non pervenuto), ma la società evolve e si trasforma (che è un’espressione che si porta sempre, qualsiasi cosa voglia dire). Mercoledì sera, invece, è toccato a Romano Prodi rispondere al quesito. Collegato da Bologna, dopo aver confermato il suo voto a Pierferdinando Casini perché si fa più festa in cielo per una pecorella smarrita che torna all’ovile che per tante fedeli, l’ex premier e commissario europeo ha borbottato che lo slogan non lo infastidisce. Come cattolico crede in Dio, ha una famiglia tradizionale ed è solito difendere l’Italia. Il problema è un altro. Quale, presidente? «Il problema è se lo slogan ci riporta indietro a certe culture del passato». Ah, ecco! Prodi si era appena detto lusingato perché Lina Palmerini l’aveva chiamato professore, che non è una diminuzione… Tanto più ci si aspetterebbe che non si appiattisse sulla vulgata gauchiste. Quali sono le pericolose culture del passato alle quali rimanda la triade più gettonata del momento? Mica si parlerà per caso del Ventennio di cui «gli italiani dovrebbero vergognarsi»? Nel corso del programma il fantasma non è stato scoperto, ma è più di una vaga sensazione che sia sempre ben accovacciato e camuffato sotto il tavolo dove fa gli onori di casa la soave Dietlinde. Perciò corre l’obbligo di dare una notizia a lei e agli adoranti telespettatori. La triade Dio, patria e famiglia è stata coniata da Giuseppe Mazzini in un testo fondante del Risorgimento intitolato Doveri dell’uomo (1860), scritto in polemica con i rivoluzionari francesi che insistevano solo sui diritti. Da allora è passato un secolo e mezzo, ma certe situazioni sembrano immutabili.

 

La Verità, 23 settembre 2022

«Letta ha favorito Meloni, l’astensione aiuta lo stallo»

Pietrangelo Buttafuoco, ha voglia di fare la pagella della campagna elettorale?

«Volentieri».

Cominciamo definendola.

«Secondo me è stata una campagna da fiato sospeso. Perché da un lato c’è stata una forte tensione perché sotto sotto può cambiare tutto, al punto da smentire Il Gattopardo. Dall’altro c’è stata la paura che potesse accadere qualcosa».

Qualcosa di pericoloso?

«La nostra è pur sempre una storia di misteri irrisolti. Da Enrico Mattei ad Aldo Moro fino al libro nero degli anni Settanta. È stato un tempo sospeso e ora non vediamo l’ora che arrivi domani sera».

Certi poteri consolidati non si rassegnano alla possibilità di un cambiamento?

«Il vero bipolarismo in Italia è tra lo status quo e la maggioranza silenziosa che non ha mai avuto rappresentanza politica. È il famoso 65% degli italiani, individuato a suo tempo da Pinuccio Tatarella, che non è di sinistra, ma non ha mai trovato espressione compiuta».

E che stavolta più che in passato ingrasserà il partito degli astensionisti?

«La campagna elettorale è stata costruita sulla paura: se votate in un certo modo finirà tutto male. Lo diciamo noi migliori, ma lo dicono anche l’Europa e il mondo perché quelli lì sono brutti, sporchi e cattivi».

È stata la narrazione di fondo.

«Nascondendo l’ingombrante dettaglio che se ci troviamo in questa situazione è perché al timone ci sono stati loro».

Qual è l’episodio o lo slogan che le è rimasto più impresso?

«Makkox, il vignettista di Propaganda live, ha detto che “l’ignoranza è il concime della destra”. È una frase dal sen fuggita che svela il vero sentimento degli ottimati di fronte agli italiani alle vongole».

Il noto complesso di superiorità?

«Ora più marcato perché lo zoccolo duro della Ztl e dei garantiti ha costruito una muraglia per proteggersi dai deplorevoli. In Italia arriviamo in ritardo di qualche anno rispetto alla famosa invettiva di Hillary Clinton».

Chi è stato il più efficace?

«Senza dubbio Giuseppe Conte perché dal grande svantaggio da cui partiva è riuscito a toccare tre corde sensibili: la povertà, la ghiotta occasione e la pace. Con il reddito di cittadinanza ha evidenziato il dato oggettivo che la povertà esiste. La ghiotta occasione è quella dei bonus, con i quali i 5 stelle sono identificati. Infine, la contraddizione della guerra: è difficile spiegare agli italiani che si danno 700 milioni agli Ucraini e solo 5 ai Marchigiani».

Si conferma che il M5s è efficace sul piano dei principi, ma rimane poco affidabile quando c’è da governare?

«Però stavolta hanno il vantaggio che il reddito di cittadinanza l’hanno dato e i bonus anche. La guerra è arrivata dopo e si propongono come elemento di disturbo. Il ritorno dei 5 stelle sorprende perché sono riusciti anche a neutralizzare la scissione pilotata di Luigi Di Maio».

Chi il meno brillante?

«Proprio il povero Di Maio. L’unica nota squillante è stato ritrovarsi in volo tra le braccia dei pizzaioli di Napoli come Patrick Swayze in Dirty dancing. A pensarci bene però la campagna più efficace è un’altra».

Quale?

«Quella di Fratelli d’Italia affidata a Enrico Letta».

Ha fatto autogol?

«Ha fatto una campagna per far vincere Fdi».

Di proposito, per non confrontarsi con il momento drammatico?

«No. È una beffa del destino».

Cioè?

«Nelle tecniche di combattimento orientale come il karate non è la tua forza che ti fa vincere, ma la potenza dell’avversario sfruttata a tuo vantaggio».

È la mossa vincente di Giorgia Meloni?

«Sì. Letta ha offerto l’immagine della sinistra più insopportabile agli occhi degli italiani. Ha presente la parodia che fa Maurizio Crozza della Cirinnà?».

È l’eterogenesi dei fini?

«Siamo sul filo del paradosso. Noi pensiamo che il mito del cane della Cirinnà sia una gag, invece mostra l’abitudine a garantire i privilegiati. Nel Pd i diritti coincidono con i privilegi e si dimenticano le garanzie sociali che derivano dalle emergenze incombenti. Oggi, se sei senza casa, ti rivolgi ai leghisti, a Fdi o ai 5 stelle. Se invece hai bisogno della colonnina per ricaricare il monopattino vai dalla Cirinnà».

Tornando alla campagna di Letta?

«Gli do 10 come spin doctor di Fdi».

E come segretario del Pd?

«Respinto».

Infatti si parla già di successione indicando Elly Schlein.

«Devono sincerarsi che non possieda un canuzzo dotato di cuccia e relativo contante».

Letta ha polarizzato lo scontro, o noi o loro, con i manifesti rossoneri.

«È un lapsus speculare a quello di Makkox. Anche i preti che frequentano non sono mai vicini al prossimo. Il nuovo riferimento è il cardinal Matteo Zuppi che scrive una lettera alla Costituzione. Ma prenditi il vangelo…».

Letta ha coinvolto Berlino e Bruxelles.

«Per fargli dire che se arrivano le destre non avremo più la tutela dell’Unione europea, che è il vero reddito di cittadinanza».

Carlo Calenda e Matteo Renzi?

«Mi ricordano l’esperimento dell’Italia dei carini, della principessa Alessandra Borghese e Luca Cordero di Montezemolo».

Sfonderanno?

«Non credo. Tutti i benestanti che conosco votano Calenda. Fa fine e non impegna. Voti i soviet, ma lo mascheri con una patina di moda. Alle ministre di Forza Italia non è parso vero di liberarsi della cattiva immagine per presentarsi in società. In tv ho visto Massimo Mallegni, un senatore di Forza Italia, più ostile verso il centrodestra dell’esponente del Pd. Col suo entusiasmo ha svelato il disegno: farsi eleggere qui per poi andare di là. Calenda e Renzi sono i Bel Ami, offrono la possibilità a chi è stato sotto l’ombrello berlusconiano di darsi una rinfrescata nel mondo nuovo. Ma questo vale solo per la nomenklatura, perché l’elettorato col cavolo che li segue».

Draghi li ha mollati ma sperano sempre nello stallo e nel ricorso al commissario?

«Sembra quando da bambini si litigava e si diceva: adesso torno con mio fratello più grande. Draghi non ha mai detto: “Non in mio nome”. In Italia ci si lascia sempre la porta aperta. Dimentichiamo che è italiano e gesuita. E la disciplina seguita dai gesuiti è solo una: la dissimulazione».

Il no pronunciato nell’ultima conferenza stampa non l’ha convinto?

«Un no convincente sarebbe stato: “Prego gli autori della campagna elettorale in mio nome di astenersi”».

Che voto dà a Silvio Berlusconi su TikTok?

«Dieci a prescindere. Non solo su TikTok, anche nella guerra alle mosche. Mentre merita un 5, anzi, un 2 nelle interviste scritte. Ma non si offenderà perché è noto che non è lui a rispondere».

È l’ago europeista e liberale del centrodestra?

«È molto più di questo, è il grande romanzo italiano della letteratura universale».

Però un milione di alberi, la flat tax, la pensione a mille euro per tutti…

«Sono i suoi giochi pirotecnici, sempre efficaci, perché scavano nell’immaginario degli italiani. Meno tasse per tutti diventa subito meno Totti per Ilary».

O più giga per tutti. È un po’ grottesco?

«Berlusconi resta nell’immaginario al pari di Garibaldi, di Totò, di Padre Pio. I ragazzini lo conoscono e riconoscono mentre gli altri del pantheon della politica spariranno. Difficilmente ricorderemo Giuseppe Saragat, Sandro Pertini o Oscar Luigi Scalfaro. In lui si compendia la tradizione italiana, da Carlo Goldoni a Gioachino Rossini. È il nostro Balzac».

Questo è il suo prossimo romanzo?

«Magari, immagino un musical».

È parso anche a lei che Matteo Salvini abbia rincorso?

«È un movimentista, è fuori luogo immaginarlo in grisaglia, non sa e non vuole annodarsi la cravatta».

Il dietrofront su Putin?

«Di necessità si fa virtù. Ciò che noi italianucci potremmo dire oggi riguardo alla storia è poca cosa».

Meloni ha catalizzato la campagna come l’orso del tiro al bersaglio? Prima il pericolo fascista, poi la colpa di essere una donna non femminista…

«È stata come Dioniso preda delle Menadi. Solo che la sanguinaria eucarestia cui si sottopone Dioniso si svela sempre nell’esatto contrario: le Menadi se ne vanno e Dioniso resta».

Voto alle star dello showbiz, da Elodie a Paolo Virzì…

«10. Sempre per conto di Fratelli d’Italia».

Voto a Laura Pausini che non ha cantato Bella ciao.

«La novella Arturo Toscanini che si rifiutò di eseguire Giovinezza».

Il nuovo bersaglio è Pino Insegno?

«Purtroppo i democratici non sanno evitare d’insultare chi la pensa in modo diverso da loro».

Voto ai grandi giornali?

«Sempre 10 per conto di Fdi. Certi titoli della Stampa… La campagna di Repubblica contro Giorgia Meloni, altro non è che un monumento a cavallo. Ma nemmeno il Corriere della Sera scherza. I moderati sono i cosiddetti terzisti, speculari al Terzo polo, come gli indipendenti di sinistra lo erano ai tempi del Pci. È il famoso amico del giaguaro».

Voto al filone editoriale elettorale su Mussolini?

«Nel centenario della marcia gli antifascistissimi Aldo Cazzullo, Antonio Scurati e Sergio Rizzo scalano le classifiche dei libri grazie al Duce e pare di vederli in scena 100 anni fa. Arrivano a Roma per dire al re: Maestà, vi portiamo l’Italia delle classifiche dei libri. È solo marketing».

Vincerà il partito degli astenuti?

«Ne sono terrorizzato. È il vero bastone armato dello status quo».

Chi non vota favorisce il mantenimento della situazione attuale?

«L’elettore di centrodestra è il più distratto. Se deve andare a un battesimo ci va, non fa tutte e due le cose perché confida che ci pensino gli altri».

Voto a Michele Santoro che ha denunciato la non rappresentanza della maggioranza contraria all’invio delle armi in Ucraina?

«Nessuno ha ampia rappresentanza politica. Io, per esempio, mi ritrovo in quella maggioranza che non ha mai avuto voce, non ha giornali, non ha tribuna. Quella degli esuli in patria, per dirla con Marco Tarchi. Quand’è così, si va dove si vede il cambiamento. Altrimenti togliamo le elezioni e continuiamo con il meccanismo in voga dal 2008. Quello che s’identifica nei tecnici alla Carlo Cottarelli, presunti super partes, che invece sono sempre della famiglia dem. Si cambia nome, ma la mobilia resta la stessa. La fureria d’Italia si appoggia ai soliti caporali. Quando li vedo mi chiedo se starebbero bene in orbace e camicia nera, con il fazzoletto garibaldino, con la grisaglia democristiana e mi rispondo che sì, starebbero bene con tutto perché sono il partito unico del potere».

Voto a Draghi, premiato in America da Henry Kissinger.

«Senza che risulti offesa, in quella scena ho visto più Alberto Sordi, eterno Americano a Roma, che un nuovo Cristoforo Colombo».

 

 

La Verità, 24 settembre 2022

 

 

«Il Pd è una setta, pensa già al suo congresso»

Indisciplinato, ingenuo, inquieto. Si descrive così Tommaso Cerno, senatore uscente del Pd. Friulano, giornalista, già direttore dell’Espresso, presidenzialista convinto, è l’unico gay dichiarato in Parlamento. Ma al momento del voto di fiducia sul ddl Zan si è astenuto.

Come mai il suo nome non è comparso nella bagarre delle candidature?

«Tre mesi fa avevo chiesto a Enrico Letta di non considerarmi perché sapevo che non l’avrebbero fatto».

Motivo?

«Pago il mio quattro in condotta. Ciò che io chiamo libertà di pensiero per loro è incapacità di stare in comunità. Avrei potuto crederci se non avessero candidato Luigi Di Maio».

Con lui si sono smentiti?

«Era uno che diceva “mai con il partito di Bibbiano”.  Eliminata la condotta, potevano bocciarmi in filosofia, dove però ne so più di loro».

Come definirebbe il suo rapporto con il Pd ?

«Quello di un uomo ingenuo che credeva di essere saggio».

Spieghi.

«Pensavo di entrare in un luogo dove parlare della sinistra fosse la cosa più importante. Invece ho scoperto che si può parlare solo come vogliono loro. È così nelle sette».

Per lei è stata una prigione mentale?

«Più un deserto mentale. Mi sono sentito abbandonato mentre la carovana prendeva la sua direzione. Mesi senza ricevere una telefonata. Il senso di esclusione è ciò che mi ha fatto più male».

Pietra sopra definitiva?

«Certo. Ma continuerò a parlare più di prima della mia idea di sinistra con la scrittura e la voce di cittadino e giornalista».

Come giudica la composizione delle liste?

«È lo specchio dell’identità politica di Enrico Letta e della sua segreteria».

Ovvero?

«Ricordavo che il Pd era fatto di primarie, di gazebo, di dibattiti di piazza. Poi è arrivato Nicola Zingaretti che almeno si è portato dietro un congresso. Ora c’è il primo segretario eletto con un applauso, come al televoto. La selezione di queste elezioni si è svolta sul suo telefonino».

Letta ha ceduto alla voglia di vendetta contro i renziani?

«La cosa incredibile è che non se n’è reso conto. Letta è fuggito in Francia ed è tornato come se un congresso del Pd si fosse aperto nel 2014 e il suo compito fosse quello di chiuderlo. Peccato perché ha avuto l’occasione di rifondare la più grande e variegata sinistra che i cocci della Seconda Repubblica gli avevano messo davanti».

La vendetta è l’esclusione di Luca Lotti?

«Lotti è il diversivo. Serviva un nome forte da far sembrare il capro espiatorio. La realtà è che l’accordo con Carlo Calenda è saltato per il timore di avere uno sfidante moderato alle primarie che seguiranno il voto».

Al prossimo congresso?

«Certo. È lo stesso motivo per cui è saltato Giuseppe Conte. La prospettiva è interna al Pd perché sanno già che le elezioni sono perse. Ma questo è un tradimento delle famiglie italiane. Se togli Lotti, devi spiegarmi perché candidi Elly Schlein».

Perché?

«Per depotenziare Stefano Bonaccini, sempre in vista del congresso. L’altra donna che poteva guidare il Pd è Debora Serracchiani. Letta ha escluso Lotti e ha trasformato nel suo alter ego l’ex vicesegretaria di Matteo Renzi. Sono logiche politiche democristiane che ammiro, ma che umanamente non condivido».

Anche Monica Cirinnà è stata punita con un collegio a rischio.

«Più che Monica Cirinnà è stato punito il suo cane e mi spiace perché le bestie non hanno colpa. Le racconto un aneddoto».

Prego.

«Io sono l’unico gay dichiarato in Senato. Bene: non ho mai ricevuto una telefonata per chiedermi cosa pensassi del ddl Zan. Da finocchio in Parlamento…».

Già questo termine è un’autoesclusione.

«Lo uso perché non ho bisogno di nascondermi dietro alle parole per essere orgogliosamente me stesso».

Non si sarà astenuto sulla fiducia per ripicca?

«Il ddl Zan contiene l’85% di cose necessarie al Paese, a cominciare dalla parte contro l’odio. In Italia la legge Mancino tutela le minoranze, cita i mafiosi e le persone di colore, ma non i gay. È quasi un’istigazione di Stato a delinquere».

Insomma. Il restante 15%?

«Il 10% sono idee di sinistra culturalmente discutibili, che la destra non voleva. Infine, c’è un 5% di errore madornale sulla libertà di parola che un giornalista non avrebbe mai potuto approvare».

Infatti lei non l’ha fatto.

«Il Pd e Letta sapevano benissimo che con una piccola modifica sarebbe passato. Invece decisero che Zan era Mosè e che la legge che il Dio dei gay gli aveva consegnato era immodificabile. Il vero motivo era avere un’idea da spendere in campagna elettorale. Di fronte a questo gioco, ho provato a dire “ma” e sono subito diventato un conservatore di destra. Questi comportamenti sono delle sette, non dei partiti».

Cosa vuol dire candidare sia Andrea Crisanti che Roberto Speranza?

«Certificare due errori. Il primo è ammettere che sul Covid si è fatta una politica casuale. Se candidi il responsabile delle politiche del governo e l’uomo che lo ha più criticato vuoi la moglie ubriaca e la botte piena».

Oppure applichi il «ma anche» veltroniano?

«Io vedo il tentativo d’infondere nel corpo elettorale la sensazione di essere in pericolo, mentre pensavo che si volesse rassicurarlo».

Il secondo errore?

«Presentarsi guardando indietro, dicendo che il Covid può ancora cambiare la nostra vita».

Rimettere la pandemia al centro, vedi il «Destra no vax» di Repubblica, giova alla sinistra?

«Visto dal Nordest il titolo di Repubblica è un falso. In Friuli con Massimiliano Fedriga e in Veneto con Luca Zaia le zone gialle sono arrivate prima che altrove. La Lega di governo è stata più speranzosa di Speranza».

Come giudica la gestione della pandemia di Speranza?

«Per sistemare i guai di Speranza il prossimo governo avrà bisogno del ministro Carità. Speranza non ha capito che il diritto alla salute s’inserisce nel diritto alla vita. Non possono servire tre anni per trovare equilibrio tra salute ed economia. L’esasperazione del contrasto al virus me l’aspetto da un medico non da un politico».

Una volta il Pd candidava i magistrati oggi i virologi.

«Candidare Crisanti contro l’emergenza salute non è molto diverso da candidare Cicciolina per affermare l’autogestione del corpo. Anziché tracciare la sua strada, la politica ricorre agli specialisti. È l’ammizzione di un’inadeguatezza. Per risolvere la quadruplicazione della bolletta elettrica bisognerebbe candidare Elon Musk».

Perché firmò con Dario Parrini, presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, un ddl che introduceva il presidenzialismo?

«Perché la sinistra aveva perso le elezioni e si poteva davvero pensare di favorire un processo che permettesse ai cittadini di scegliere “tra noi e loro”, come dice ora Letta. I cittadini devono poter scegliere su tutto, non solo su un pezzetto. È quello che voleva fare Berlusconi quando mise il nome sul simbolo. Oggi se vince Salvini governa Conte, se Salvini si dimette governa ancora Conte, se cade Conte spunta Draghi».

Pur di attaccare Berlusconi, che forse è stato improvvido, il Pd nasconde quel progetto di legge?

«Berlusconi ha detto quello che ha sempre detto. Se un Paese sceglie il presidenzialismo l’eletto col sistema precedente decade. Se la riforma istituzionale diventa una trovata elettorale avremo sempre una legge fatta per sconfiggere qualcuno. Salvo poi essere smentiti come avvenne con il Rosatellum che doveva fermare i 5 stelle, che invece stravinsero. Democrazia è far decidere ai cittadini da chi vogliono essere governati».

Che cosa pensa degli accordi e disaccordi nel centrosinistra?

«Letta poteva andare da solo e provare a essere davvero il primo partito italiano. Avrebbe potuto dire ai cespugli: voi fate quello che volete, io faccio “la grande alleanza delle due P”, palazzo e piazza, con quello che resta del popolo viola, dei girotondi, del Vaffa di Grillo. Oppure poteva fare il contrario: mettere dentro tutti, da Conte a Calenda. Entrambe le strade avevano pro e contro. Il peggio è la via di mezzo, qualcuno sì e qualcuno no, perché il messaggio è confuso».

La comunicazione è efficace?

«Siamo passati da smacchiare il giaguaro ad avere gli occhi della tigre. Il fatto è che sono entrambi animali in via d’estinzione».

L’agenda Draghi è scomparsa?

«Non è mai esistita. Era la sintesi minima di un governo di emergenza nazionale nato per spendere dei soldi, quelli del Pnrr. In questo Draghi è bravo. Quando l’emergenza è diventata mondiale e i soldi bisognava trovarli, il governo è caduto».

I diritti civili, lo ius scholae, la dote per i diciottenni finanziata dalla patrimoniale sono idee vincenti?

«Sono temi su cui la sinistra dibatte da anni. Lo ius scholae è il minimo sindacale. Il ddl Zan andava bene vent’anni fa. Oggi ci sono necessità più avanzate del matrimonio egualitario. Sembrano gli esami di riparazione di una sinistra superata».

La sinistra avanzata non sarà quella del politically correct?

«La sinistra è morta allontanandosi dai poveri e dalle parolacce. Negli anni Settanta era la destra a indossare la cravatta e il doppiopetto. La sinistra era per la libertà d’espressione e chiamava la realtà col linguaggio del popolo. È la sinistra che ha sporcato i giornali, le vignette, il linguaggio… Pensare di parlare con stecca e squadra mi fa venire i brividi».

Francesco Piccolo su Repubblica ha scritto che il Pd è vittima del fuoco amico: perché secondo lei?

«Non esiste il fuoco amico, esiste la franchezza amica. Io non so se la destra stia decidendo le candidature col bastone o cantando. Credo che la sinistra abbia bisogno di qualcuno che le dice come stanno le cose. La capacità di autocritica è sempre stato un grande patrimonio della sinistra».

Chi crede davvero alle ingerenze di Medvedev sul voto italiano?

«Solo chi non capisce che la vera ingerenza arriva per posta e si chiama bolletta. Il resto sono tweet ininfluenti».

Come andrà a finire?

«Penso che gli italiani non abbiano ancora scelto. Che Giorgia Meloni sia l’unica realtà nuova è un fatto oggettivo. Tutti gli altri, da Berlusconi a Letta, da Salvini a Conte e perfino a Calenda, li abbiamo già visti governare. Gli italiani devono decidere se provarla o no, senza troppi fantasmi».

La sinistra come digerirebbe la Meloni prima donna premier?

«Con invidia. Ci riuscirebbe la destra senza quote multicolore».

Lei tornerà al giornalismo?

«Essere un libero pensatore in Parlamento non è gratificante. Ma i giornali e i libri sono anch’essi dei parlamenti dove continuerò a esprimermi con l’abituale franchezza. Sperando che i miei amici la prendano come un contributo costruttivo».

 

La Verità, 20 agosto 2022

 

 

 

 

 

 

 

«Non so se ce la farà, ma la Meloni… ora o mai più»

Un politologo vecchia maniera. Un analista mai coinvolto nell’effimero mediatico. Marco Tarchi, docente alla facoltà di Scienze politiche di Firenze, studioso del populismo, già considerato ideologo della nuova destra ma ora persuaso che la dicotomia destra-sinistra sia superata, non usa il cellulare, non è presente nei social media, non guarda i talk show. Preserva così il suo sguardo di studioso.

Professore, è iniziata una tra le più anomale campagne elettorali della storia repubblicana. C’è chi la paragona a quella del 1948 quando era in gioco la nostra collocazione internazionale e la scelta tra Dc e Pci. Lei cosa vede nelle urne del 25 settembre?

«Nessun esito sconvolgente. I binari delle politiche degli Stati occidentali oggi sono tracciati da istituzioni ed organismi sovranazionali – Unione europea e Nato in primis – e dagli Stati Uniti d’America, e nel contempo condizionati dai grandi poteri economici, quelli che si celano dietro la generica espressione “i mercati”. All’interno di questi confini, i margini di manovra sono stretti. Chiunque vinca un’elezione, prima di tutto cerca di ingraziarsi o rassicurare questi soggetti. Se vincerà il centrodestra, che ha rapporti assai peggiori del centrosinistra con i piani superiori dell’establishment, si normalizzerà immediatamente e, al di là di qualche concessione cosmetica alla retorica, metterà nel cassetto le parole d’ordine della campagna elettorale».

Prima di inoltrarci, che giudizio dà sulla crisi aperta in modo così inusuale?

«Se non ci fosse stata la guerra russo-ucraina, la rottura forse ci sarebbe stata prima. La coalizione era troppo eterogenea e nessuno dei suoi componenti voleva arrivare alle elezioni con la corresponsabilità in scelte economiche del governo Draghi, legge finanziaria in primis, che non avrebbero certo riscosso l’entusiasmo popolare».

La campagna elettorale è senza esclusione di colpi. Che cosa la colpisce nella lettura dei giornali e nei dibattiti televisivi?

«Da tutto ciò che è politica in tv mi astengo da anni. Mi piange il cuore nel vedere ridotto a simili livelli di banalità e volgarità un campo al cui studio ho dedicato gran parte della mia vita. E in ogni caso, per capire la politica vera non serve ascoltare quello che i suoi esponenti dicono, men che meno quando sono davanti a una platea. Bisogna guardare a quello che fanno».

Quali saranno i temi decisivi per convincere gli italiani?

«Quelli più concreti, che toccano il potere d’acquisto, l’inflazione, il carico fiscale, i servizi essenziali, le pensioni, la crescita continua dei flussi migratori, l’insicurezza – che per molti non è una sensazione, ma una realtà».

Le pare di vedere che le forze politiche siano attente a questi temi?

«Almeno a parole, sì. Credo che anche chi oggi si dedica all’Ucraina, alla rivoluzione green e alla onnipresente tematica dei diritti – che sposta in secondo piano i lavoratori – presto cambierà registro».

Più di altre, questa campagna si gioca sullo sbarramento all’avversario anziché sui contenuti?

«Ho un’età e una memoria che mi consentono di ricordare molte altre campagne impostate su questo spartito: dagli anni Settanta dell’ipotizzato, sperato e temuto sorpasso del Pci sulla Dc, agli anni Novanta, in cui tutto ruotava attorno al pericolo comunista, esorcizzato da Berlusconi, e al ritorno del fascismo paventato dai progressisti. C’è poco di nuovo sotto il sole».

Si sente più forte l’altolà alle destre o lo stop alla sinistra?

«Il primo, almeno nei media».

Tornando ai media, si riparla del pericolo fascista. Si legge di nubi nere, di onde nere…

«Chi evoca fantasmi, o spaventapasseri, di un passato che – è chiaro a tutti, fuorché a pattuglie sparute di fanatici di opposto segno – non può tornare, dà l’impressione di avere poche idee sul come affrontare e migliorare il presente. Gli ambienti più riflessivi della sinistra lo hanno capito; in altri prevale il richiamo della foresta. Che serve solo a radunare i già convinti».

Stando ai giornali più autorevoli, ai grandi imprenditori, agli analisti di moda, sembra che a Washington e a Bruxelles non abbiano altro pensiero che scongiurare la vittoria di Giorgia Meloni in Italia.

«Sicuramente da quelle parti l’ipotesi un po’ di fastidio lo provoca. Ma sia gli Usa che l’Ue sanno di disporre di strumenti sufficienti a placare le velleità di un eventuale governo Meloni, qualora volesse provare a giocare un ruolo simile a quello dell’Ungheria o della Polonia. E la foga con cui Fratelli d’Italia ha sbandierato il suo atlantismo da febbraio in poi dimostra che le contromisure sono state prese in tempo».

Quanto peserà lo schieramento sulla guerra in Ucraina?

«Poco e nulla. Sul tema, chi voleva schierarsi lo ha fatto da tempo».

A leggere certi giornali, adesso sembra che il governo Draghi sia caduto per volere di Matteo Salvini che avrebbe agito per conto del Cremlino.
«È curioso, e significativo, come il complottismo, che viene sempre addebitato in esclusiva all’estrema destra, stia diventando, da alcuni anni, il pane quotidiano dei progressisti. Dall’elezione di Donald Trump in poi, il fantasma russo viene evocato ogni volta che un evento politico non va come si sperava. Siamo quasi alla paranoia. Sarebbe interessante sapere se spontanea o organizzata».

La preferenza pacifista degli italiani sarà ascoltata da qualcuno?

«I pacifisti veri non credo siano molti. Ben più numerosi sono quelli che temono da una parte gli effetti economici della guerra e dall’altra le conseguenze boomerang delle sanzioni. E su questo ultimo punto i problemi veri esploderanno a elezioni fatte. Di sicuro, è uno dei motivi per cui Mattarella ha voluto affrettare i tempi. Dopo il prossimo “autunno freddo” il livello delle proteste, e della disponibilità al voto di protesta, potrebbe aumentare fortemente».

Cosa pensa dell’aut aut lanciato da Enrico Letta: o noi o la Meloni; accompagnato dalla sottolineatura che si vince con le idee?

«È un modo per dire “solo noi e loro siamo di prima categoria; i voti per altre liste sono sprecati”. Un ritornello non troppo originale. Le idee? La politica italiana le diserta da vari decenni».

Perché sconfinano nell’ideologia più che nei fatti?

«Di ideologia se ne respira molta, camuffata però con il vocabolario ipocrita dei diritti, in nome dei quali il progressismo ha affermato da decenni, e sta consolidando, la sua egemonia culturale. Non parlo dei soli ceti intellettuali, ma di cultura diffusa, modi di pensare, stili di vita, abitudini. In questo senso, un vero spartiacque ideale ci sarebbe: progressismo contro conservatorismo. Non so però se sarà interpretato seriamente, soprattutto dal centrodestra, dove di infiltrazioni progressiste ce ne sono a iosa. Per esempio in Forza Italia, anche se le recenti scissioni ne hanno un po’ attenuato il peso».

Se vincesse il centrosinistra dovremmo aspettarci ddl Zan, cannabis libera, adozioni per le coppie gay e legge patrimoniale?

«I primi tre provvedimenti mi sembrano ipotesi plausibili. La patrimoniale no. A sostenere elettoralmente il Pd sono, come è noto e comprovato dagli studi, le fasce medio-alte, e anche molto alte, della popolazione, che non gradirebbero certamente una simile scelta. Le altre, invece, vanno nella direzione del modello di società che i progressisti vorrebbero imporre e, di fatto, stanno già imponendo, in cui il rifiuto delle identità definite – etniche, sessuali, culturali, nazionali – è l’asse portante. L’obiettivo di fondo è l’omologazione del corpo sociale, salvo che in ambito economico, dove le gerarchie sarebbero preservate. Non differenziandosi, in questo modo, dai conservatori».

Il centrodestra sembra aver imparato la lezione proveniente dalla sconfitta di Verona. Pensa che l’accordo trovato sul criterio di scelta del premier in base al partito che avrà i maggiori consensi e anche di suddivisione dei collegi uninominali reggerà?

«Sarebbe stato difficile negare a Fratelli d’Italia una quota maggiore di collegi, che comunque è minore di quella che, sulla base dei sondaggi, gli sarebbe spettata. E ancora più arduo mettersi fin d’ora di traverso a una candidatura al ruolo di Presidente del consiglio a chi guida la formazione di gran lunga maggiore all’interno della coalizione. Ma dietro l’unità di facciata, gelosie e antipatie permangono. Aver concesso ai centristi uno spazio esagerato rispetto al loro esiguo peso elettorale espone a ricatti e fastidi futuri. Uno scenario già visto e di cui prevedo repliche più o meno frequenti».

Giorgia Meloni ha davvero buone possibilità di salire a Palazzo Chigi?

«Un dato mi pare certo: o adesso, che è sulla cresta dell’onda, o mai più. O riesce ad uscire dalla trappola, che gli alleati le tenderanno più degli avversari, del “rischio di scarsa legittimazione sulla scena internazionale”, o si preclude occasioni future. Rinunciando, darebbe un segnale di debolezza che mal si concilia con l’immagine aggressiva e intransigente che tanto tiene a darsi».

In caso di vittoria le consiglierebbe di indicare un politico con maggiore esperienza internazionale? Uno come Giulio Tremonti, per esempio?

«Si parla molto anche di Guido Crosetto, la cui nomina potrebbe apparire un successo di Giorgia Meloni ma, per ciò che ho appena detto, rischierebbe di essere di fatto un azzoppamento. Nei momenti cruciali, in politica, occorre spregiudicatezza e faccia tosta per riuscire. Quelle doti che Salvini ha dimostrato di non possedere quando si è fatto imporre da Giorgetti e governatori la disastrosa svolta del Papeete».

Questo centrodestra dato per favorito ha le carte giuste per fronteggiare i poteri forti interni e internazionali?

«Se non pensasse di averle, farebbe meglio a rinunciare a proclamare grandi cambiamenti in caso di successo e a imbastire sottobanco trattative per riedizioni rivedute e corrette dell’esperienza-Draghi come, mi pare, alcuni suoi esponenti, soprattutto leghisti, che oggi si lamentano della caduta dell’esecutivo tecnico, preferirebbero. Ammesso che non stia già muovendosi in questa direzione – leggo di campagne acquisti di Fdi fra manager di alto livello buoni per tutte le stagioni – lo scontro con quei poteri dovrà provare a sostenerlo».

 

La Verità, 30 luglio 2022

Guida semiseria alle prime elezioni col fantasma

Le premesse sono chiare: andrà tutto male. O bene, dipende dai punti di vista. Quella che è appena cominciata è la campagna elettorale più anomala della storia repubblicana. Una campagna con alcune prime volte e parecchi déjà vu. Vediamo una a una le variabili che incombono nei prossimi due mesi di calendario con vista sul 25 settembre, cominciando dagli elementi inediti.

Campagna tropicale Non era mai accaduto che la caccia all’elettore si svolgesse con il solleone. Siccome le disgrazie non vengono mai da sole, ad alzare la temperatura di un confronto già febbrile di suo in qualsiasi stagione dell’anno, stavolta si aggiungono anche le temperature record dell’estate più torrida dell’era moderna. Troveremo militanti che ci vogliono convincere a scegliere la parte giusta in spiaggia, nei rifugi di montagna, nei traghetti per le isole. Troveremo volantini e santini elettorali nel b&b e nei chioschi dei pedalò. Conquisterà il voto chi offrirà la granita migliore.

Pd b&b Bellicista e banchiere. Tra le prime volte della campagna in corso c’è l’inedito posizionamento del partito scarrozzato da Enrico Letta, il segretario più innovativo di sempre. Il Pd infatti è tutto cambiato. Irriconoscibile? Ma no, è finalmente libero dalle zavorre della tradizione. Basta con le pedanterie del pacifismo, meglio un bel elmetto e una mimetica griffata Ispi. Idem per la difesa dei lavoratori e dei ceti deboli, che appartengono all’archeosinistra. Ai tempi del Covid si portano di più banche e banchieri. Quella per SuperMario non è una sbandata, una cotta passeggera. Il feeling tra i dem e le banche viene da lontano, ricordate Carlo Padoan presidente di Unicredit? Con Draghi è solo salito a Palazzo Chigi. Per restarci? Sarebbe lui il perfetto candidato premier del campo-largo-meno-5stelle. Se no, a spoglio ultimato partirà la processione verso Città della Pieve per convincerlo a tornare in sella. L’Umbria è regione di santuari…

Con il fantasma E qui ecco un altro inedito: le elezioni fantasy. Un banchiere si aggira per la campagna. SuperMario c’è o non c’è? Gioca con noi o si nasconde? Lo si nota di più se si candida ma resta in disparte, o se non si candida e lo si deve supplicare molto? Dai Mario salvaci tu. Nell’attesa ci si può sempre rinfrescare con l’Agenda Draghi. Cioè il draghismo senza Draghi. Che, se non è efficace proprio come un condizionatore, almeno ci illude quanto un ventilatore.

Passiamo ora alle variabili note e già attive o in procinto di esserlo.

Allarme democratico Il tasto on è già stato premuto. Il fascismo è alle porte. L’onda nera. Le «nubi nere» all’orizzonte. I nazisti e il passato che non passa. Lo scrivono anche i giornali stranieri che di sicuro hanno fonti attendibili e al di sopra delle parti. Per non parlare dei giornaloni italiani. Del resto Giorgia ha un cognome con la stessa iniziale di Mussolini. L’abiura non ha mai convinto. «Il fascismo male assoluto»: Gianfranco Fini sì, era un vero compagno. Invece Giorgia M. figlia del secolo ci riporta in braccio ai militanti di Forza nuova, le SS del Terzo millennio. Mica come quei bravi ragazzi del battaglione Azov.

Papa straniero Caccia al. È un gioco di società dei fogli di riferimento, vediamo chi ha l’idea giusta. Nomi a caso del passato: Nanni Moretti, Roberto Saviano, Liliana Segre… Adesso si parla di Maurizio Landini e di Luigi De Magistris. Ma il più cool è sicuramente Beppe Sala, con il suo «modello Milano». Città di single e aperitivi. Le famiglie sono così esigenti, signora mia, meglio se stanno in periferia. Beppe potrebbe essere l’uomo giusto del grande rassemblement che accelera la svolta green e promuove l’agenda Lgbt sdoganando le adozioni per le coppie gay. Monopattini e calze arcobaleno. Indossando dei bermuda viene anche meglio. E la guerriglia tra nordafricani in Stazione centrale? Ma quella è già pevifevia, noi vinciamo nel centvo stovico.

Liti a destra Puntuale come a ogni tornata elettorale, va in scena la rissa sulle liste e sul candidato premier. Non ci s’inventa campioni di autolesionismo da un giorno all’altro. La premiata ditta Giorgia-Matteo-Silvio non si smentisce mai. Se poi ci si aggiunge anche Antonio (grisaglia) Tajani… L’ultimo ballottaggio a Verona fa da memento. E come dimenticare la non candidatura di Guido Bertolaso a Roma? Però per il 25 settembre si può fare di meglio. Il premier lo deciderà, con regola cristallina, il partito della coalizione che prenderà più voti? O, per impapocchiare tutto, lo decideranno i parlamentari eletti? E se lo decidessero i referenti europei di Fdi, Lega e FI? E i governatori di centrodestra, perché no? Perdere da favoriti è un’arte sopraffina.

Endorsement inattesi Giuliano Ferrara ha annunciato il suo voto per il Nazareno. Il Pd del ddl Zan, dei matrimoni gay, dell’utero in affitto, della cannabis legalizzata. È quel Giuliano Ferrara che nel 2008 si scatenò in difesa della vita inventando una visionarissima Lista pazza contro l’aborto? Pare di sì. Come si cambia quando c’è di mezzo la comune passione a stelle e strisce. Francesca Pascale invece ha annunciato che lascerà l’Italia se vinceranno i sovranisti. Chiara Ferragni e Gegia resteranno?

Inchieste della magistratura Ancora non pervenute. Ma date tempo. Perché in questi casi la tempistica è fondamentale. Per influire a dovere nelle urne, i provvedimenti devono smuovere un’onda emotiva. E, com’è noto, le emozioni durano lo spazio di un coito. Perciò vedrete che alla vigilia arriverà sicuramente qualcosa di sugoso. Tipo un’indagine per cessione di droga contro Luca Morisi. Do you remember?

Macchina mediatica Ai posti di comando. Lucia Annunziata ha rinunciato alla trasferta in Ucraina per montare la guardia democratica. Marco Damilano sta raggiungendo in anticipo la postazione della striscia quotidiana su Rai 3. Con grande abnegazione ci si riducono le ferie per garantire il servizio al momento del bisogno. Nella grande stampa tornano a martellare i veterani di tante battaglie. È vero, i giornali ormai non li legge più nessuno. Ma ci sono i tg e le maratone, le feste dell’Unità (senza il giornale) e i PremiStrega, i 100.000 volontari e le LucianeLittizzetto. Sommati, fanno la realtà parallela, praticamente una distopia. La bolla dei pesci rossi. Fatta di appelli di sindaci e interviste a Gianrico Carofiglio, di MonicheMaggioni e immancabili patti della Repubblica (non il giornale, o forse sì), di palingenetici piani green, transizioni ecologiche e climate change. E di cinghiali. Ma perché rovinare la narrazione con la dura realtà? L’unico dettaglio da sistemare potrebbe essere l’esito del voto. Ma, eventualmente, a impapocchiarlo ci penserà Sergione nostro, come al solito. Fulminante il post di GianniKuperlo su Twitter appena (auto)giubilato il Migliore: «Siamo pronti per perdere le elezioni e governare lo stesso».

Varie ed eventuali Inutile dilungarsi, già ci stanno deliziando. Allarme dei mercati, spread in rapida risalita, agenzie di rating, prelati e vescovi post-ulivisti, centri e centrini con la schiena dritta, ma la scoliosi del patto di desistenza inclinata a sinistra…

Andrà tutto bene o tutto male. Buona campagna a tutti.

 

La Verità, 26 luglio 2022