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Chissà perché Dori Ghezzi non dice chi stima a destra

Dori Ghezzi è di sinistra e si è già esposta parecchio. C’è da capirla se dosa le parole, se misura le rivelazioni anche con qualche salutare reticenza. Essere la moglie vedova di un venerato poeta, di un cantautore anarchico e libertario com’era il suo Faber, dev’essere un compito piuttosto impegnativo. A volte anche gravoso, come in questi giorni, e sia detto senza alcuna ironia. Bisogna proteggere la memoria dell’ex compagno. Evitare che lo si spacci come un’icona della sinistra, come hanno fatto decine di pubblicazioni e centinaia di talk show mainstream, e guai a chi eccepisce. Tutelarne l’indipendenza impedendo che qualcuno lo arruoli e lo inscatoli nello schema dei migliori, cosa che lui per primo avrebbe aborrito. Fabrizio De André si proclamava «anarchico e libertario» e di sicuro avrebbe demolito quella forma di razzismo culturale che emana dal senso di superiorità di certi ambienti di sinistra, cantautori compresi, quando guardano dall’alto in basso chi non appartiene alla loro cerchia.

Ieri il Giornale ha pubblicato una lunga intervista nella quale Dori Ghezzi ha ricostruito i fatti accaduti durante il concerto in memoria di De André nella tenuta di famiglia in Sardegna. Ha ribadito le cose dette per smontare la contestazione di Matteo Salvini, presenza indesiderata per una insofferente ragazza in shorts jeans, e per rispondere alla nipote Alice, figlia di Cristiano, che aveva immaginato suo nonno cacciare il segretario leghista dal concerto stesso. Niente di tutto ciò, ha rimarcato Dori: «Fabrizio non mandava via nessuno. Se c’erano contestazioni politiche ai suoi concerti, le sedava e invitava tutti ad ascoltare e confrontarsi. Per lui la musica doveva unire». In buona sostanza, per tutelare l’irriducibilità del marito, Dori Ghezzi ha difeso Salvini, «che conosce a memoria tutte le canzoni di Fabrizio» e ha diritto ad assistere ai concerti, perché, ha sottolineato, «non ci sono selezioni, non ci sono esami di ammissione». Chissà come saranno state lette queste parole dai benpensanti che già le rinfacciano la disponibilità al dialogo con «uno come Salvini». Tanto più che, indifferente all’ulteriore scandalo, Dori si è spinta a rivelare che una volta lei e Faber stavano per votare uno di destra, per le sue doti, il capo della forestale… Poi non se ne fece nulla perché il Partito sardo d’azione riuscì a non farlo candidare. Il pepe dell’intervista, però, arriva nella coda quando la compagna di De André risponde alla domanda se, pur essendo di sinistra, c’è una figura di destra che stima? «Sì, ma non voglio parlare di questo. Non voglio fare nomi», ha chiuso lasciandoci con la curiosità. Chi sarà mai la personalità di destra che gode della stima della moglie dell’autore più irregolare e anarchico della canzone italiana? Un’altra donna di carisma? Il frequentatore dei concerti in memoria del marito? Qualcun altro che si muove più nell’ombra? C’è da capirla, si diceva. C’è da capire questa sua piccola reticenza pro-sopravvivenza. Avete presente quanti anatemi e scomuniche si è beccato Francesco De Gregori solo per aver detto che non si sente obbligato ad avere un’opinione su tutto e a schierarsi su Gaza o l’Ucraina durante i concerti. Bene, immaginatevi la disapprovazione dell’establishment, il disappunto dei salotti chic, le sopracciglia di Fabio Fazio e Lilli Gruber, il digrignare di Massimo Giannini e Andrea Scanzi se la sagoma del destrorso avesse fatto capolino nelle parole di Dori… No, molto meglio non farlo quel nome.

 

La Verità, 13 agosto 2026

Il cantastorie anarchico che piaceva anche a destra

Se n’è andato nella sua Pàvana, sull’Appennino tosco-emiliano dove trascorreva sempre più tempo ora che faticava a leggere e per scrivere doveva farsi aiutare: Francesco Guccini aveva 86 anni, una moglie, Raffaella Zuccari, una figlia, Teresa, e contava centinaia di concerti, decine di libri e canzoni, alcune miliari, svariati Premi Tenco. Se n’è andato nella casa dei nonni paterni, il buen retiro del guerriero o, forse, del maestro di ribellioni, lui che aveva il diploma magistrale (e si era fermato alle soglie della laurea, ma aveva accettato quella honoris causa in Scienze della formazione). Ha salutato malinconicamente dalla collina pistoiese dove da qualche anno riceveva le visite dei giornalisti che vi si spingevano per stimolarne le nostalgie e celebrarne l’aura da Che Guevara della poesia, senza il basco e il sigaro, ma con un pizzico di carisma generazionale. Sebbene avesse rinunciato da tempo a comporre canzoni e a esibirsi in pubblico scegliendo di dedicarsi ai racconti, ai romanzi e ai gialli (con Loriano Machiavelli), la sua morte è una grande perdita per l’intero mondo artistico italiano. A piangerlo sono non solo gli esponenti e i rappresentanti del milieu democratico. Appresa la notizia, la Camera gli ha tributato un lungo e spontaneo applauso. L’ex premier ulivista Romano Prodi ha confidato di aver perso «un amico»; il conduttore tv Fabio Fazio ha assicurato: «Si porta un pezzo delle nostre vite»; per il presidente della Cei, Matteo Zuppi, il cantautore modenese «era un narratore dell’anima»; la segretaria del Pd Elly Schlein ha sottolineato che «non ha mai smesso di stare dalla parte degli ultimi». Per volontà dell’artista i funerali si svolgeranno in forma privata, mentre la famiglia ha dato appuntamento a Bologna in settembre per una cerimonia commemorativa.
Dall’aspetto ieratico per la statura, la chioma e la barba nerissima, Guccini comunica fin da giovane impulsi di rivolta. Non è, però, un sentimento di derivazione borghese-studentesca. Figlio della cultura contadina e di un impiegato delle Poste internato in un lager nazista per aver rifiutato l’arruolamento nella Rsi, emana un istinto di ribellione anarchica, di socialismo ottocentesco e lotte partigiane. Dopo l’esperienza fallimentare da insegnante e la parentesi di giornalista alla Gazzetta di Modena che gli consente di intervistare Domenico Modugno, fresco vincitore del Festival di Sanremo, si aggrega alle band che animano la riviera romagnola. Superato l’apprendistato nelle balere con la giacca argentata catarifrangente, i testi delle sue prime canzoni cominciano a guardare indietro. Ha conosciuto Victor Sogliani e Alfio Cantarella, due dei futuri fondatori, con Maurizio Vandelli, dell’Équipe 84, per la quale scrive Auschwitz/Bang Bang (1966). Cantata da Caterina Caselli e dai Nomadi, è anche la controversa Dio è morto, testo ispirato da Allen Ginsberg e titolo da Frederich Nietzsche. Censurata dalla Rai, è trasmessa dalla Radio vaticana perché «se dio muore è per tre giorni e poi risorge». Scavallato il Sessantotto, «ma io non sono mai stato comunista», eccolo tornare alla «fiaccola dell’anarchia» che ispira La locomotiva (1972), tratta dalla storia del macchinista bolognese Pietro Rigosi che nel 1893 si lanciò contro il «treno di lusso» dove, nella sua mente infervorata di vendetta sociale, viaggiavano «i re e i tiranni». La scrive «in venti minuti. Eppure è lunghissima: tredici strofe. Ma ogni volta che ne finivo una, mi venivano in mente le rime di quella successiva. Una canzone nata fortunata». Tanto da essere tradotta anche all’estero e amata non solo a sinistra. Lui stesso ha raccontato senza scandalizzarsi che Gianni Alemanno proponeva in un locale di Roma letture dei testi delle sue canzoni. Per l’anticonformismo, la critica ai falsi intellettuali e il rifiuto degli orpelli Giorgia Meloni amava soprattutto Cirano, arrivando a invitarlo ad Atreju, ma ricevendone un cortese rifiuto.
L’uomo non era facile, consapevole della sua cultura, abituato alla deferenza, pronto a reagire alle critiche. Quando Riccardo Bertoncelli stronca per il troppo intimismo Stanze di vita quotidiana esortandolo al maggior impegno, reagisce con L’avvelenata, un testo intinto nel turpiloquio che di rado esegue nei suoi tour e qualche anno dopo confessa di non amare.
Anche a quelli del suo giro non risparmia stoccate. Più trascinante di Francesco De Gregori, più militante di Fabrizio De André, più ribelle di Antonello Venditti, in Via Paolo Fabbri 43, siamo nel 1976, punzecchia le «tre eroine della canzone italiana» («La piccola infelice – Lilly ndr -, si è incontrata con Alice ad un summit per il canto popolare, Marinella non c’era, fa la vita in balera…»). Più volentieri condivide il palco con i colleghi della Via Emilia, Luciano Ligabue, Zucchero Fornaciari e Lucio Dalla, ma anche con Roberto Vecchioni e Giorgio Gaber. È il decennio del femminismo e della contestazione e anche le storie private sono attraversate dalla lotta di classe. Quello portato da lui è «un eskimo innocente, dettato solo da povertà», mentre la sua prima moglie, di estrazione borghese, indossa «il paletot». L’amore per Roberta Baccilieri declina, ma l’Eskimo diventa simbolo di una stagione, divisa proletaria contro lo Stato, il 1978 è l’anno del sequestro Moro.
Il carisma del Maestro di Pàvana resta segnato dal decennio politico della «rivolta sociale», rispolverata oggi da Maurizio Landini. E da lui carezzata nelle ultime interviste, dispiaciuto perché non se ne vede traccia contro «la destra sempre più spudorata». Musicalmente, è identificato dagli anni che vanno da Dio è morto a Eskimo, con quei testi sterminati per declinare nel dettaglio l’estrinsecarsi dell’ideologia nella sua purezza. «Chi dice che destra e sinistra sono uguali di solito è di destra», ha detto un paio d’anni fa al giornalista di Rolling Stones che si era arrampicato sull’Appennino. Invece no, la sinistra è diversa, argomenta. Rispunta il complesso di superiorità dei buoni, la differenza di chi sta dalla parte giusta della storia. È il punto debole anche della produzione musicale di Guccini. Al quale sfugge spesso la distinzione tra i cantautori migliori e gli altri, cultura alta e bassa. Replicando a Jovanotti che aveva osservato che «Gloria di Umberto Tozzi non ha nulla da invidiare alla Locomotiva», obietta che «anche La locomotiva era una canzone semplice, una canzone popolare… ma dietro ci sono dei libri, ci sono letture, c’è un lavoro intellettuale… C’è tutto un mondo diverso che dietro Gloria non c’è». Probabilmente, uno come Giorgio Gaber non l’avrebbe detto.
Anche se c’è l’agnostico, non l’ateo, c’è l’uomo in ricerca, convinto dalla moglie e da Zuppi ad andare in visita a papa Francesco per non precludersi la possibilità di un dopo ora che è spiccato dalla «pedana di lancio», in fondo, Guccini rimaneva soprattutto un nostalgico delle rivoluzioni. Ma purtroppo, disse con rammarico al solito giornalista, «per il momento non ne vedo in arrivo. Al massimo ci sono solo evoluzioni».

 

La Verità, 7 agosto 2026

«Quanti inganni nella narrazione sulla cannabis»

Neurologo, scrittore, divulgatore scientifico, autore di bestseller come Panico – Una bugia del cervello che può rovinarci la vita (Mondadori, 2008), autorità riconosciuta in materia di funzionamento del cervello, Rosario Sorrentino ha appena pubblicato (con Francesca Weihs) Cannabis. Il grande inganno (Compagnia editoriale Aliberti). Il suo obiettivo è favorire la crescita serena dei giovani e la vita delle famiglie. «Voto e ho sempre votato Pd», dice, «ma devo riconoscere che sul contrasto alla diffusione degli stupefacenti la destra è più avanti».
Professor Sorrentino, qual è il grande inganno della cannabis?
«Raccontarla come una droga innocua, mentre, invece, può provocare danni irreversibili».
Perché lei e Francesca Weihs avete deciso di scrivere questo instant book?
«La miccia è stato un famoso podcast in cui Angelo Bonelli di Avs, che rispetto per la passione politica, faceva uno spot alla cannabis, invocandone la legalizzazione».
Lei è contrario?
«Non voglio che ci dividiamo in favorevoli e contrari. Forse tra vent’anni o più, quando nei giovani ci sarà la consapevolezza della pericolosità di questa droga, una consapevolezza che oggi manca, si potrà pensare di legalizzarla».
Intanto?
«Bisogna combattere la disinformazione perché può far sottovalutare il pericolo prodotto dall’uso di questa sostanza».
Perché definisce «priva di senso» la distinzione tra droghe leggere e pesanti che è un dogma a ogni latitudine?

«L’aggettivo qualificativo “leggera” è falso e pericoloso perché rispetto agli anni Settanta oggi la cannabis è molto più potente. E, sebbene non sia mai stata leggera, oggi, con alti contenuti di Thc (delta-9-tetraidrocannabinolo ndr), può innescare malattie psichiatriche, slatentizzare turbe profonde, produrre attacchi di panico, apatia, sindrome amotivazionale e altre patologie anche irreversibili».
Questo perché hashish e marijuana agiscono nel cervello soprattutto degli adolescenti?
«L’adolescenza è un’età meravigliosa, ma con un’alta esposizione al pericolo. Il cervello dei giovani e giovanissimi è un cantiere aperto dove si svolgono passaggi neurobiologici delicati che lo rendono molto vulnerabile. La cannabis, l’alcol, la mancanza di sonno e la dipendenza dai social sono un intervento a gamba tesa sul cervello, che è il direttore d’orchestra del nostro organismo».
Perché è sbagliata l’idea che consumare una «droga leggera» sia normale, un semplice rito di gruppo?
«Perché non siamo davanti a una sostanza innocua e innocente».
Chi sono «i cattivi maestri» delle «droghe leggere»?
«Tutti coloro che pensano di fare ideologia, demagogia e calcolo politico su questo argomento per conquistare consenso e apparire moderni, anche a costo di non raccontare tutta la verità sul caso».
Perché se gran parte della comunità scientifica concorda sugli effetti della cannabis, la narrazione prevalente la assolve quando non la promuove?
«Perché l’ideologia prevale sulla scienza, che è una Cenerentola inascoltata, mentre dovrebbe orientare le politiche sociali per segnalare i rischi che gli adolescenti corrono in maniera crescente».
C’è anche una generazione di genitori tra i cinquanta e i sessanta che si vanta di «fumare», di «farsi uno spinello, cosa vuoi che sia»…
«Vedo adolescenti che non diventano adulti e genitori che si atteggiano a ragazzi in una sorta di adolescenza comune e perpetua, arrivando ad assolvere la cannabis per assolvere sé stessi e la propria mancata vigilanza sui figli. A volte questi adulti condividono con i più giovani il presunto innocente spinello».
Lotta all’ansia, ricerca di rilassamento, conciliazione del sonno, riduzione dello stress, contrasto alla timidezza, aiuto a superare ostacoli: la cannabis è una forma di automedicazione emotiva?
«L’uso è molteplice. Viene assunta per motivi socializzanti, ricreativi, voluttuari o come una sorta di stampella biologica per mascherare le proprie vulnerabilità».
Quali sono i suoi effetti immediati e quelli mediati?
«Gli effetti della cannabis si fanno sentire dopo circa dieci minuti dall’assunzione e possono durare per tre o quattro ore. Possono essere euforizzanti, rilassanti, socializzanti, con un aumento dell’interattività e delle connessioni nei rapporti interpersonali. Ma, a volte, dietro questi effetti si nascondono le sorprese».
Quali?
«Fenomeni di depersonalizzazione e derealizzazione».
Cioè?
«Senso di distacco dalla realtà, dal proprio corpo. Attacchi di panico, fenomeni di allucinazione, episodi psicotici con sintomi neurovegetativi, tachicardia, sudorazione e, nei casi più eclatanti, richiesta di aiuto per correre al pronto soccorso».
E gli effetti a lungo termine?
«Disturbi del comportamento con manifestazioni impulsive, flessione del tono dell’umore, disturbi dell’attenzione, della concentrazione, dell’apprendimento, apatia e isolamento sociale».
Che cos’è la de-empatizzazione?
«Il progressivo distacco verso il contesto in cui si vive fino all’isolamento e, nei casi più gravi, una chiusura affettiva che riguarda sia i sentimenti che le emozioni».
Il ricorso alla cannabis e ai suoi derivati può rallentare la formazione della sfera razionale e prolungare l’adolescenza?
«Negli assuntori abituali non solo ritarda la formazione della corteccia prefrontale, la parte del cervello dove abitano la ragione, la razionalità e il senso del discernimento ma, in soggetti predisposti, la complica notevolmente producendo disturbi di difficile gestione. Favorendo ulteriori conflitti tra genitori e figli, dove il linguaggio dell’emozione e quello della ragione si confrontano in un dialogo tra sordi».
Come spiega che sempre più spesso adolescenti commettono crimini efferati senza provarne dispiacere o pentirsene come nel caso di Lamin Saidilly, il ventiduenne di origine gambiana che ha accoltellato senza motivo un passante e poi si è detto pronto a rifarlo perché si era divertito?
«Non solo nel nostro Paese esistono sacche di disagio mentale non diagnosticate e trascurate che possono esplodere per futili motivi e portare alcune persone a commettere atti orrendi. Insieme a condizioni ambientali sfavorevoli, alcune droghe determinano un assottigliamento della corteccia prefrontale, la parte del cervello che dovrebbe far sentire agli adolescenti quella voce interiore che dice: “Fermati, non lo puoi dire”, “Fermati, non lo puoi fare”. I giovani che ricorrono alle sostanze sono più propensi a seguire impulsi di varia natura, la rabbia, l’aggressività e, purtroppo, la violenza».
Le cause di origine neurologica si aggiungono alla mancata integrazione?
«Integrarsi in un ambiente vuol dire anche poter contare su quella sorveglianza del tessuto sociale che può aiutare a percepire i primi segnali di qualcosa di negativo e scomposto che sta montando».
Sorprende anche lei l’assenza di dispiacere e pentimento in alcuni giovani criminali?
«Certamente. Ricordiamoci che chi commette certi crimini spesso ha un bassissimo se non nullo senso di empatia, necessario per capire che le loro azioni mettono in grave pericolo la vita altrui. Tutti, nessuno escluso, stiamo subendo un processo generale di de-empatizzazione a causa del quale il valore della vita è sempre meno importante».
Siccome gli oppiacei hanno scopi terapeutici, allora ci stanno anche gli spinelli ricreativi?
«È un gigantesco equivoco. La cannabis terapeutica è prescritta da un medico che controlla tempi e dosaggi, quella ricreativa è quasi sempre incontrollata. Inoltre, nella prima si aumenta il Cbd (cannabidiolo ndr) e si riduce notevolmente il Thc che ha effetti psicotropi».
È solo un potente alibi per la fruizione ricreativa?
«E dietro l’alibi sanitario i furbi fanno affari. Poi c’è un altro mito da sfatare, quello della non dipendenza. Nel 30% dei casi chi consuma marijuana o hashish sviluppa un’addiction da queste sostanze».
Dipendenza chimica e psicologica?
«Tutte le principali droghe hanno una sorta di sosia nel cervello. Prendiamo la cannabis e la cocaina, le più diffuse. Una volta penetrata nel cervello, la cannabis sfratta l’endocannabinoide naturale, l’anandamide, sostituendosi a essa come un inquilino prepotente. La cocaina fa lo stesso con la dopamina. Il problema è che oggi subiamo il dominio assoluto della dopamina, la molecola più potente di cui siamo dotati, che gestisce il desiderio, il piacere, la motivazione e la gratificazione. Quando c’è dipendenza, questo strapotere agisce senza che la corteccia prefrontale riesca a frenare lo squilibrio chimico».
Lei che, come rivela nel libro, ha sempre votato Pd, che cosa pensa delle politiche della sinistra riguardo agli stupefacenti?
«Nelle mie chiacchierate con Goffredo Bettini, architetto del campo largo, ho sempre trovato grande attenzione e sensibilità per la salute mentale e il futuro dei giovani. È stato proprio Bettini a favorire il confronto, aspro ma civile, con Bonelli. Per me è una battaglia etica e di responsabilità».
L’attenzione di Bettini è un fatto nuovo perché finora il Pd è sempre stato molto permissivo.
«Ha ragione. Ma ora, con Bettini, vorremmo migliorare l’informazione sul tema e fare vera prevenzione».
Lei che cosa chiede alla politica?
«Sono un uomo di scienza e non un politico, e ho un’illusione: che su questo argomento destra e sinistra si uniscano e marcino insieme nell’interesse dei giovani, della famiglia e della società. Finora la cannabis è stata il pomo della discordia, ma mi auguro che finalmente si superino le divisioni tra detrattori e promotori per perseguire il bene comune».
Come valuta l’iniziativa del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano su questi temi?
«Mantovano ha avviato un lavoro egregio che ha finalmente acceso il faro sull’epidemia in atto. Su questo tema devo riconoscere che la destra è avanti a tutti».
Come spiegherebbe a un giovane che l’uso reiterato di hashish e marijuana è autodistruttivo?
«Il mio prossimo impegno è entrare nelle scuole. Bisogna creare incontri mensili con l’aiuto delle neuroscienze, coinvolgendo studenti, esperti, genitori e insegnanti. Questa battaglia si vince tutti insieme. Sia in ambulatorio che nelle scuole mostro che cos’è il cervello. Ai giovani che ho di fronte dico: questi siete voi e questo è ciò che avviene quando fumate uno spinello o tirate hashish. Anche se ne salverò uno soltanto la mia azione avrà avuto uno scopo».

 

 

La Verità, 9 luglio 2026

«Foa chiuso dalla Rai perché privo di affiliazioni»

Luca Ricolfi è presidente e responsabile scientifico della Fondazione David Hume, insegna Analisi dei dati all’università di Torino ed è stato collaboratore di Giù la maschera su Radio 1 ideato e condotto dall’ex presidente della Rai Marcello Foa.
Professore, che cosa pensa della chiusura del programma?
«Sono sconcertato, non ne capisco le ragioni. Ma l’aspetto più inquietante è il silenzio che è immediatamente calato sulla vicenda. Nessuna spiegazione da parte dei vertici aziendali, nessuna presa di posizione pubblica da parte del mondo politico. Come già accadde nel caso del professor Marco Bassani, punito dall’Università per un tweet politicamente scorretto, la solidarietà verso il censurato arriva solo per vie private, da colleghi o amici che, però, di prendere una posizione pubblica non se la sentono proprio. Possiamo leggere tutto questo come indice di vigliaccheria, conformismo, opportunismo. Ma come sociologo mi sembra di poter dire che la radice non è individuale – ognuno fa i conti con la dotazione di coraggio e indipendenza di cui dispone – ma sociale: negli ultimi 5-6 anni, complice il Covid e due guerre drammatiche, nelle nostre civilissime società democratiche si è instaurato un clima di intimidazione e di paura che ci rende tutti più prudenti, timorosi di assumere posizioni che qualcuno potrebbe giudicare inaccettabili, con conseguente emarginazione di chi le professa. Anche in una cena privata, siamo tutti più guardinghi di un tempo. E se ci invitano a firmare un appello, troviamo difficile sottrarci, perché il clima è intimidatorio e manicheo».

Lei è stato tra gli opinionisti fissi del programma: ha interrotto la collaborazione perché si era trovato male?

«Assolutamente no, mi ero trovato benissimo, il mio ritiro è stato dovuto soltanto a ragioni personali, di scarsa compatibilità con altri impegni.

Che cosa apprezzava di più e cosa di meno del programma?

«Due cose apprezzavo più di altre. La prima è che, pur avendo a disposizione un’ora di tempo, Foa non è mai caduto nella tentazione del <minestrone> di argomenti, come fanno tanti programmi. E sa come mai poteva reggere un’intera ora su un unico argomento? Perché dietro quell’ora c’era tantissimo lavoro dello staff – Nancy Squitieri, Mauro Convertito e altri – che permetteva al conduttore di approfondire il tema, anziché toccarlo superficialmente per poi passare ad altro. Senza contare il valore aggiunto della sondaggista Alessandra Ghisleri, una miniera di informazioni sugli atteggiamenti della popolazione. La seconda cosa che apprezzavo è la scelta dei temi, compresi i tre tabù di questi anni: Covid, Ucraina, Gaza (per non parlare dei tabù minori come Vannacci e l’annullamento delle elezioni in Romania. Ora che ci penso, forse è questo che è stato fatale al programma. Perché Giù la maschera non solo non evitava gli argomenti tabù, ma li affrontava senza la pretesa di indicare il punto di vista corretto».

Mentre collaborava, e anche dopo se ha continuato a seguirlo, immaginava che avrebbe potuto incontrare degli ostacoli?

«Non mi è mai venuto in mente, il programma era ok e Foa un ex presidente Rai».

Cosa pensa del fatto che i dirigenti della Rai non abbiano spiegato all’interessato il motivo della decisione?

«Non mi stupisce, a me sono capitate cose consimili: quando il tuo interlocutore non vuole darti retta, preferisce sparire piuttosto che dire dei no espliciti. È il classico mix italiano di maleducazione, sciatteria, superficialità. Però il caso di Foa va oltre, perché è stato presidente della Rai. Liquidarlo senza una parola è un gesto di arroganza che la dice lunga sui tempi che vive la tv pubblica. E pure sui tempi che viviamo in generale: succede anche all’università, quando un professore sta per andare in pensione – e quindi non conterà più nulla nei concorsi – spesso la deferenza si tramuta repentinamente in indifferenza».

Foa dice che il programma è stato chiuso perché troppo indipendente, concorda?

«Temo che la ragione sia più sottile: non è il suo programma ad essere troppo indipendente, è lui che è troppo libero. Può sembrare la stessa cosa, ma non lo è. Il problema di Foa è che non è organico né alla destra né alla sinistra, e quindi non ha la protezione che deriva dall’appartenenza. Penso che se avesse avuto una affiliazione, non importa se a destra o a sinistra, il suo programma sarebbe stato difeso con le unghie e con i denti».

Disturbava poteri e ambienti che non potevano tollerarlo?

«Non più di altri scrittori, studiosi o conduttori tv. Il nodo non sono le sue idee, ma la non affiliazione, la non organicità. Possiamo mettere la cosa anche in altro modo. Prendiamo il caso dell’Ucraina. Posizioni anti-occidentali, o ben lontane dalla fedeltà atlantica, sono state più volte espresse anche da persone di sinistra: Massimo Cacciari e Luciana Castellina, ad esempio. Ma nessuno li ha mai lapidati con l’accusa di putinismo, che invece implacabilmente colpisce tanti altri».

Perché?

«Ma è semplice: perché sono dei nostri, appartengono alla cerchia dei progressisti, la loro fede democratica è fuori discussione. Quindi possono dire quel che vogliono, nessuno li accuserà di alcunché. Se invece le stesse cose o cose consimili le dice, o permette che vengano dette, una persona di destra, o accusata di sovranismo, o semplicemente non schierata, scatta la demonizzazione. Che rimane relativamente sopportabile se quella persona ha una contro-appartenenza (ad esempio è iscritta alla Lega, o a Fratelli d’Italia), ma diventa un macigno se quella persona non ha una cerchia che la protegge. Detto brutalmente: nel clima attuale, essere liberi è molto più pericoloso che essere di destra».

Condivide la riflessione di Foa quando dice che poteva aspettarsi un trattamento di questo tipo da una Rai con una dirigenza di sinistra ma non da una Rai con una governance di destra?

«No, su questo la penso diversamente. Non credo che, sul piano culturale, la destra sia più liberale della sinistra. Semmai è meno organizzata, e ha meno truppe».

TeleMeloni, ammesso che ci sia visto che rinnova poco rispetto alle gestioni precedenti, fa notizia perché cancella un irregolare di destra?

«La notizia sarà già sparita dai radar quando questa intervista verrà stampata».

Hanno ragione quegli osservatori che si aspettavano un cambio di passo più netto nella gestione della tv pubblica?

«Direi di no. Quegli osservatori hanno confuso le loro speranze con la realtà».

A suo avviso, questa vicenda è sintomo di qualcosa di più generale?

«Sì, ma è qualcosa di generico e composito: l’arroganza del potere, il disprezzo per la cultura, forse anche il ricambio generazionale negli enti pubblici. Tutte cose di cui la trasmissione Giù la maschera non è l’unica vittima».

Nella gestione dei fondi ministeriali del cinema e nella direzione di alcuni enti culturali qualche segnale di novità si inizia a vedere. È ancora troppo poco?

«È ancora troppo poco, ma è comunque un inizio. Del resto fare peggio del centrosinistra era quasi impossibile».

Alcuni commentatori hanno apprezzato il discorso tenuto da Giorgia Meloni al Meeting di Rimini, qualcun altro ha osservato che il premier è più efficace quando parla di quando opera in concreto. Lei che cosa ne pensa?

«Penso che Giorgia Meloni sia altrettanto efficace quando parla davanti a un grande pubblico e quando agisce. Semmai il problema è che i media si occupano molto di quel che dice, pochissimo di quel che fa. Specie se quel che fa è poco spettacolarizzabile, come i primi passi del piano Mattei, o le innumerevoli micro-misure in campo economico-sociale».
Nel contesto di apparati e burocrazie anche internazionali controllati dalla sinistra, bisogna concedere a questo governo un margine di tempo maggiore perché possa essere incisivo?

«Sì, 5 anni non bastano. Ma il problema non sono solo gli apparati e le burocrazie internazionali controllate dalla sinistra, c’è anche il problema delle piccole guerre fra alleati di governo, lo stillicidio di polemiche minori senza che emerga in modo chiaro qual è il disegno del centrodestra, quali sono gli ostacoli da superare, quali sono gli obiettivi realistici».

Se dovesse dare un consiglio non richiesto a questo governo che cosa suggerirebbe?

«Di non nascondere o negare quel che ancora non è stato fatto, e di usare precisamente il non-fatto per chiedere un secondo mandato. Come fece a suo tempo – con successo – il premier riformista Tony Blair».

 

La Verità, 31 agosto 2025

La Mostra e l’inscalfibile egemonia della sinistra

E poi dicono che «la destra vuole prendersi il cinema» (Stefano Cappellini, Repubblica, 29 agosto). O, al contrario, parlando della solita egemonia culturale, che «non c’è nessun cambio di passo, nessuna svolta, nessun cambiamento reale». In una parola, «nessuna discontinuità» (Marcello Veneziani, La Verità, 6 settembre). A suo modo, la faccenda è semplice: in materia di cinema e di cultura, può succedere che, anche nelle riflessioni di commentatori abitualmente illuminati, la realtà sfochi a vantaggio delle opposte visioni e opinioni. Quella realtà che riappare, invece, in tutta la sua solidità e la sua testardaggine al momento dei verdetti delle giurie, nei palinsesti dei festival, nei comizi gratuiti e frequenti dei veneratissimi maestri.
Sabato sera l’81ª Mostra d’arte internazionale del cinema di Venezia ha licenziato un palmarès inequivocabile. Il Leone d’oro per il miglior film è andato a The Room Next Door (La stanza accanto) di Pedro Almodóvar, opera apprezzata da gran parte della critica, che afferma la necessità di una legge sull’eutanasia: «Porre fine alla propria vita è un diritto dell’essere umano. Chi deve fare le leggi deve tenerne conto», ha dettato il regista spagnolo ricevendo il premio. «Bisognerebbe però rispettare e non intervenire in queste decisioni», ha intimato a chi non condivide il suo dogma. Il Leone d’argento – Gran premio speciale della giuria è stato assegnato all’italiano Vermiglio di Maura Delpero, una pregevole storia ambientata alla fine della Seconda guerra mondiale in una famiglia montanara con un padre maschilista. Il Premio speciale della giuria, presieduta da Isabelle Huppert, l’ha conquistato l’estenuante e desolante April della regista georgiana Dea Kulumbegashvili che l’ha presentato come «un film femminista, sugli aborti clandestini». Premiato per Ecce Bombo, miglior restauro della sezione Classici, Nanni Moretti ha invece colto l’occasione, davanti al neoministro della Cultura Alessandro Giuli, per chiamare alla militanza registi e produttori che dovrebbero essere più «reattivi nei confronti della nuova pessima legge sul cinema». Cioè: la riforma sul tax credit che ha rivisto i criteri di assegnazione dei fondi pubblici, la migliore fatta dall’ex ministro Gennaro Sangiuliano, andrebbe cancellata per consentire al cinema schierato dalla solita parte di continuare a produrre, come con Dario Franceschini, opere che non arrivano in sala o spariscono dopo un weekend. Tutto questo, solo per stare alla serata finale conclusa dalla proiezione di L’orto americano di Pupi Avati, film di chiusura della manifestazione e, dunque, allarmante sintomo dell’incipiente controllo della destra sul cinema italiano.
Scorrendo invece a ritroso il cartellone della Mostra si scopre che era farcito di denunce di militanze di destra: sempre estrema, prevaricatrice, totalitaria. A cominciare dalle trame più intime ed esistenziali, come in Jouer avec le feu, il bel film francese di Delphine e Muriel Coulin (Coppa Volpi a Vincent Lindon) che racconta l’impotenza di un padre nel fermare la deriva nazista di uno dei due figli; o come in Familia di Francesco Costabile, ispirato alla vicenda reale di Luigi Celeste, anch’egli militante di estrema destra, che uccise il padre per proteggere la madre vittima di continue violenze. Per proseguire con storie politiche in senso stretto, come in film e documentari che stigmatizzano autocrati, leader sovranisti e dittatori: su tutti, 2073 dell’inglese Asif Kapadia, che compone una galleria di responsabili dell’apocalisse globale con Silvio Berlusconi, Vladimir Putin, Jair Bolsonaro, Viktor Orbán, Narendra Modi, Javier Milei e Giorgia Meloni. E per finire con il vero evento di questa edizione, ciliegina sulla Mostra: l’anteprima mondiale di M – Il figlio del secolo che si apre con un Mussolini che si rivolge ai posteri: «Mi avete amato, mi avete odiato, mi avete ridicolizzato. Avete scempiati i miei resti perché di quel folle amore avevate paura, anche da morto. Ma ditemi, cosa è servito? Guardatevi attorno: siamo ancora tra voi». Dello stesso tenore il comizio in sala stampa di Antonio Scurati alla presentazione della sua creatura: «Lo spettro del fascismo si aggira per l’Europa, ma non siamo noi a evocarlo, non è il mio romanzo, non è questa serie. Sono altre forze che hanno questa responsabilità».
Ecco. Questo è lo stato delle cose. Questo è l’assetto del «potere culturale preesistente e persistente» (Veneziani) per cui non si trova in giro, non solo in Italia, un regista o un autore cinematografico che si definisca «di destra». Nei giorni scorsi mi è parso sintomatico non esser riuscito a individuarne uno che potesse sostenere un’intervista distaccata e autorevole su «destra e cinema». Sarà perché non esistono due mondi più distanti tra loro di questi? Consiglio a tutti, da una parte e dall’altra, di mettersi il cuore in pace. La traversata da compiere si profila bella lunga. Ci vuol altro che la nomina di qualche direttore e di qualche manager per scalfire e ancor più per ribaltare la pluridecennale egemonia della sinistra.

 

La Verità, 9 settembre 2024

Alain, l’icona ribelle che spiazzava la rive gauche

Le ragazze erano tutte innamorate di lui. Il dolce emigrato meridionale di Rocco e i suoi fratelli. Lo sfrontato assassino di Delitto in pieno sole. L’affascinante principe Tancredi di Il Gattopardo (Palma d’oro a Cannes nel 1963). Il glaciale sicario di Frank Costello faccia d’angelo. L’inafferrabile gangster di Borsalino. Il tenebroso professore di La prima notte di quiete. Questo per stare ad alcuni ruoli incarnati a inizio carriera in film che, tra ieri e oggi, le televisioni di tutto il mondo stanno riproponendo.
Per Alain Fabien Maurice Marcel Delon, semplicemente Alain Delon, nato l’8 novembre 1935 a Sceaux, pochi chilometri da Parigi, sex symbol è definizione quanto mai restrittiva. Mostro sacro. Icona del cinema. Uomo dei sogni. Forse il più grande attore francese di sempre – ci sono pure Jean Gabin, suo idolo, Ives Montand, Jean Paul Belmondo, con cui recitò spesso, e Gérard Depardieu. Sicuramente il più popolare. Perché era come in quelle parti: dolce, sfrontato, affascinante, glaciale, inafferrabile, tenebroso. Aggettivi buoni pure per l’uomo affamato di vita, di donne, di avventure. E, pure, mai appagato, mai quieto. Al punto di cadere, più in là negli anni, nella malinconia, cui aveva dato volto interpretando il barone di Charlus in Un amore di Swann tratto da Marcel Proust. Un uomo coraggioso e, a suo modo, indomito. Anche nelle prese di posizione politiche che turbavano i benpensanti della rive gauche. Come quando, difendendo l’eurodeputato Nadine Morano sottoscrisse le parole di Charles De Gaulle: «È ridicolo polemizzare contro una persona che dice che “la Francia è un Paese di razza bianca”. Il Kenya è un Paese bianco? No, lì le persone sono nere. E allora? Qual è il problema?». Oppure quando, lo interrogarono sull’amicizia con Jean-Marie Le Pen e gli chiesero della vicinanza al Fronte national: «E se anche lo fossi? Uno può essere di estrema sinistra, ma non può essere di estrema destra? Il Fn in Francia rappresenta milioni di persone. Sono milioni di idioti? Uno ha il diritto di pensarla diversamente, ma non deve mancare il rispetto delle posizioni degli avversari».
La notizia della morte l’hanno data i figli a un’agenzia di stampa: «Alain Fabien, Anouchka, Anthony, oltre che il suo cane Loubo, hanno l’immensa pena di annunciare la dipartita di loro padre. Si è spento serenamente nella sua casa di Douchy, con accanto i suoi figli e i suoi familiari… La famiglia vi chiede di rispettare la propria intimità in questo momento di lutto estremamente doloroso». È significativo che tutti tre l’abbiano annunciato insieme, considerato che Anouchka si era opposta alla volontà di Anthony di predisporre l’eutanasia, sembra su indicazione del padre. «Non sarà Dio a decidere il momento della mia morte», aveva confessato anni fa a Paris Match. Chiuso e solitario, nella sua villa sul lago Lemano in Svizzera, aveva svelato il proposito del suicidio: «Ci penso spessissimo. Vivo davanti ai miei occhi la scena di quel momento. Il difficile è non farlo».
Tutto veniva dal passato di «bambino infelice», assicurava. Dopo la separazione dei genitori, la madre lo affida a una famiglia adottiva, ma trascorso qualche anno, è assegnato a un collegio di suore a Issy-les-Molinaux. Il dolore germina il temperamento ribelle. Cambia parecchie scuole, abbandona gli studi e si arruola paracadutista in un corpo militare destinato alla guerra in Indocina, dove trascorre cinque anni (di cui 11 mesi in prigione per indisciplina). Tornato in Francia, fa il cameriere, il facchino ai mercati di les Halles, il commesso, l’attore marginale. S’invaghisce di Brigitte Auber, anche lei giovane attrice, che gli presenta Jean-Claude Brialy, con il quale va al Festival di Cannes, dove il suo aspetto viene notato. Era già «un pericoloso veicolo di disordine, tradimenti e tentazione», scrivono di lui. Arrivano le prime proposte. Si trasferisce a Roma presso il fotografo Gian Paolo Barbieri. Nel 1958, sul set di L’amante pura, conosce Romy Schneider, il grande amore della sua vita. Con lei interpreta una mezza dozzina di pellicole di successo come La piscina e Delitto in pieno sole (dal Talento di Mr. Ripley di Patricia Highsmith). Nei primi Sessanta sono la coppia più bella e invidiata del cinema. Si rompe con l’avvento della modella Francine Barthelémy, che si spaccia per sua sorella, prende il nome di Nathalie Delon e sarà la madre di Anthony. A Romy, Alain annuncia l’addio con un biglietto: «Mi dispiace. So che ti avrei reso infelice. Parto per il Messico con Nathalie. Ti auguro ogni bene». Le avventure si susseguono. Ma quando recita una prima volta con Brigitte Bardot la scintilla non scocca. Lui è troppo preso da sé stesso, sostiene lei: «All’epoca non pensava che ai suoi occhi azzurri e alla sua faccina d’angelo». Nel 1968, sul set di Tre passi nel delirio, «avremmo potuto amarci… ma non successe niente». L’unione con Nathalie, invece, naufraga dopo quattro anni. Mireille Darc resiste al suo fianco più a lungo, ma l’elenco dei flirt è infinito: Dalida, Sidney Rome, Dalila Di Lazzaro, Anne Parillaud, la Nikita di Luc Besson, Catherine Pironi. Fino a quando si lega alla modella olandese Rosalie von Bremen, dalla quale ha Anouchka e Alain Fabien. Quando il Novecento tramonta, declina anche il suo protagonismo cinematografico. E, come per Paul Newman, anche per lui, fioccano i premi alla carriera, quasi una riparazione della critica internazionale, disposta a ripagare un interprete cui, in parte, hanno fatto velo le doti estetiche.
Nel 2019 è colpito da ictus. Nel gennaio 2023 si annuncia che soffre di un linfoma a evoluzione lenta. «Faccia d’angelo», lo si capisce, non si rassegna alla vecchiaia: «Invecchiare fa schifo. Non puoi farci niente, l’età si fa sentire. Non riconosci la faccia, perdi la vista», dichiara. «Lascerò questo mondo senza sentirlo. La vita non ha più nulla da offrirmi, ho visto tutto, ho sperimentato tutto. Ma soprattutto odio l’era attuale, mi fa male. Tutto è falso, tutto è stato sostituito, non c’è rispetto per la parola data, ora tutto ciò che conta sono soldi e ricchezza. So che lascerò questo mondo senza dispiacermi».
La prima notte di quiete è appena trascorsa.

 

La Verità, 19 agosto 2024

«Sinistra progressista? No, difende lo status quo»

Dopo aver scelto di starsene defilato e di calmare l’astinenza dalla politica con qualche video omeopatico inviato ai destinatari della sua newsletter, ora Claudio Velardi è tornato in prima linea per dirigere Il Riformista. Un marchio che è anche il biglietto da visita dell’ex Lothar dalemiano che, da tempo, ha scelto posizioni più moderate.
Che cosa ti ha fatto abbandonare la tranquillità del buen retiro?
«La crisi evidente nella quale si è trovato Il Riformista dopo l’abbandono di Matteo Renzi e quello successivo del direttore Alessandro Barbano. Quando l’editore Alfredo Romeo, che insieme a me lo fondò nel 2002, mi ha chiamato al suo capezzale non potevo che accettare. Come sappiamo, fare un giornale è la cosa più bella del mondo. Ti svegli la mattina e pensi: oggi come e a chi posso rompere le scatole?».
Ottima definizione del giornalismo. Perché ti senti sollevato a non essere francese e non dover votare domani?
«Perché mi sembra un voto pesantemente condizionato da visioni estreme della politica che oggi non condivido. Nell’età matura tendo a vedere le sfumature, non appartengo ad alcuna tifoseria e cerco soluzioni di buon senso».
Per venire al dilemma francese?
«Soluzioni di buon senso in Francia non ne vedo perché Emmanuel Macron ha scelto di radicalizzare lo scontro. Forse non poteva fare diversamente, ma la forzatura di queste elezioni anticipate non giova a far maturare l’opinione pubblica nella maniera giusta. Perciò, mi sentirei in grande difficoltà: trovo che la polarizzazione che si sta producendo in Francia e altrove sia una caricatura infantile del bipolarismo».
In che senso?
«Sono i bambini che non sanno andare al di là del sì o del no perché non conoscono le sfumature e la complessità. Da adulti non possiamo ridurre lo scontro delle idee a “o di qua o di là”».
Domenica scorsa avresti votato per Renaissance di Macron?
«Sì, sebbene veda i limiti di questo centrismo elitario. Il problema di Macron, e di tanti moderati non solo in Francia, è di pensare di essere il sale della terra».
La parola più gettonata da quando c’è lui è «pedagogia».
«Un’altra espressione che si è un po’ persa era “le spinte gentili”. Capisco che, davanti a scelte difficili, bisogna un po’ accompagnare per mano le persone, ma senza fare i maestrini. Perché in quel caso la gente si ribella».
Macron chiede di votare France insoumise di Jean Luc Mélenchon per impedire che vinca il Rassemblement national di Marine Le Pen e Jordan Bardella. Condivide?
«Non sono Macron, ma capisco che voglia garantirsi una gestione meno conflittuale possibile e quindi lavori perché non ci sia una maggioranza Le Pen, ma una situazione d’incertezza politica».
Questo gioverebbe al Paese?
«Nel sistema francese forse questo è il modo per cercare governabilità. Quanto giovi non lo so. Da un punto di vista più globale, quando scoppiano delle bolle e si manifestano eruttazioni sociali è bene che si misurino con il governo. Era il mio pensiero persino quando sono esplosi i 5 stelle, quanto di più lontano da me. È inutile creare barriere e trincee».
Anche se fermando i «barbari» si salva la democrazia?
«Sono motivazioni sbagliate. Se i “barbari” sono cresciuti, evidentemente la democrazia non ha dato risposte adeguate».
Democrazia è anche scegliere Rn?
«Certo che sì. La democrazia dev’essere in grado di assorbire le spinte antisistema. Altrimenti lo è solo quando i cittadini votano i buoni? Se la democrazia è in grado di assorbire la spinta antisistema deve contemplare la possibilità che governi. Anche perché quando queste forze si cimentano con le compatibilità di governo entrano di più nel gioco del sistema».
Anche la sinistra italiana, come quella radicale francese, coccola l’antisemitismo delle proteste giovanili e dei pride che respingono gli omosessuali ebrei.
«Nella sinistra italiana il fenomeno ha radici meno solide, è legato a mode politiche. Le organizzazioni che coinvolgono militanti Pro-Pal non sono del tutto consapevoli che portano dritti diritti all’antisemitismo».
Come spieghi che, invece, in Gran Bretagna dopo 14 anni di governo dei Tory hanno vinto i laburisti?
«Quando la sinistra riformista parla al centro dell’elettorato moderato, affronta i problemi dello sviluppo, non fa demagogia e non si rifugia nelle ideologie, vince».
Da noi si pensa di riprodurre il Fronte popolare. Cos’hai pensato vedendo la foto di Elly Schlein, Riccardo Magi, Nicola Fratoianni e Giuseppe Conte sul palco di Bologna?
«Ho pietosamente sorriso. Che cosa vuoi fare, vedendo che tra il radicale Magi e il democristiano Conte, c’era il comunista Maurizio Acerbo che saluta la folla a pugno chiuso, se non sorridere pietosamente?».
Anche pensando ai precedenti?
«Che sono illuminanti. Con le grandi ammucchiate si può vincere alle urne, ma il giorno dopo si straperde al governo. È già successo e succederebbe ancora».
Perché anche in Italia, come in Francia, le classi deboli si spostano a destra?
«Malgrado il racconto che fa di sé stessa, la sinistra è la forza che nell’ultimo secolo ha vinto. Nel senso che ha contribuito a realizzare nei paesi occidentali una serie di conquiste sociali sul fronte del lavoro, dell’assistenza sanitaria, delle pensioni e dei diritti civili…».
Ahimè.
«Ma l’esito di questa vittoria è che oggi difende la società esistente. Tutti coloro che ne sono esclusi, le sacche di emarginazione sociale, i nuovi poveri, gli immigrati delle periferie, i lavoratori non protetti e i rider, vanno a destra. Mentre i garantiti, dai professionisti ai docenti universitari fino ai pensionati, stanno a sinistra proprio perché difende gli equilibri attuali. C’è stata un’eterogenesi dei fini, un rovesciamento lessicale: oggi la sinistra difende lo status quo».
È un rovesciamento che subisce o capisce?
«Secondo me, fa finta di non capirlo. Concretamente, non potendo tutelare sia il pensionato che il rider, la sinistra sta con il pensionato perché gli interessi di quest’ultimo convergono su grande scala con i suoi».
Per questo alza lo sbarramento alle politiche di governo, tipo il premierato e l’autonomia differenziata?
«Si oppone a qualsiasi cosa mini lo status quo, compresa la riforma delle istituzioni che, in alcuni momenti di apertura e di espansione dopo vittorie elettorali, ha pensato di promuovere».
Vedi il programma di Achille Occhetto del 1994 e la proposta di Matteo Renzi.
«Oppure la bicamerale di Massimo D’Alema. Cioè, i rari momenti in cui la sinistra non si arrocca su posizioni conservatrici dell’esistente».
Adesso ci si prepara al referendum sull’autonomia differenziata. Sembra che i limiti riscontrati finora debbano bloccare qualsiasi iniziativa propulsiva.
«Penso che il referendum sia sbagliato perché non farebbe altro che accrescere la divisione culturale tra Nord e Sud, che è il fatto che più mi preoccupa. Inevitabilmente, la campagna sarebbe tra Nord produttivo e Sud assistito. Non farebbe bene a nessuno, soprattutto al Sud che, invece, secondo me deve far sentire il suo orgoglio, accettando la sfida dell’autonomia, rifiutando di essere etichettato come la parte del Paese che dipende dai fondi pubblici e non sa nemmeno utilizzarli bene. Questa sfida si raccoglie solo se si fa crescere una nuova classe dirigente che prende in mano la bandiera del Mezzogiorno per farlo crescere in autonomia».
Fuori dalle aule parlamentari, la strategia principale della sinistra è la delegittimazione dell’avversario, vedi l’inchiesta di Fanpage su Gioventù nazionale?
«La delegittimazione è l’involucro valoriale di questa strategia conservatrice. Quando chiami il tuo elettorato su posizioni conservatrici devi vestirle con un apparato simbolico molto forte. E cosa c’è di più forte del richiamo alla resistenza e all’antifascismo, i cosiddetti valori fondanti della Repubblica? Questa è l’operazione. Il conservatorismo strutturale e sociale di sinistra ha questa veste valoriale per far risultare nobile e imprescindibile la campagna intrapresa».
Per questo si susseguono gli
allarmi al fascismo e le abiure di Giorgia Meloni non bastano mai?
«Certo. Nel momento in cui si dicesse che la Meloni ha finalmente chiarito, crollerebbe il castello di carte e la sinistra si ritroverebbe a volto scoperto con il suo conservatorismo sociale e istituzionale».
Una sinistra che si propone come anti destra e boccia premierato, autonomia, persino il ponte sullo stretto, può definirsi progressista?
«È il contrario del progressismo che, per definizione, riguarda il cambiamento. Quando non vuoi nessun cambiamento non hai niente a che fare con il progressismo».
In conclusione, la sinistra sa perdere o, come la nostra Nazionale, anziché ammettere la sconfitta e ripartire da un bagno di umiltà, ripete che non si può lasciare campo libero alle destre come se il governo le spettasse per diritto divino?
«È la presunzione di considerarsi superiori agli altri sul piano dei principi e dei valori. O dici che perdi perché non sai giocare a calcio, oppure devi cercare altre ragioni. Se c’è sempre qualche nemico esterno che attenta alle ragioni del Bene puoi evitare la necessità di un ricalcolo e di fare i conti con i tuoi errori. E, anche se perdi, puoi raccontare al tuo popolo che la ragione è dalla tua parte».
Torniamo a Bertolt Brecht: «Il comitato centrale ha deciso: poiché il popolo non è d’accordo bisogna nominare un nuovo popolo»?
«Certo, le sindromi sono sempre le stesse».
Per finire, considerando lo stato di salute di Macron in Francia e di Renzi e Calenda in Italia, qual è la diagnosi sul riformismo europeo?
«Non vive tempi buoni perché nello statuto del riformismo c’è il cambiamento. Mentre ora viviamo un momento di “dissonanza evolutiva”, come viene chiamata».
Ovvero?
«La grande trasformazione tecnologica in atto ci sopravanza. Gli esseri umani non stanno al passo del cambiamento che loro stessi hanno prodotto. Questo genera resistenze conservatrici sia a destra che a sinistra. Perciò, il riformismo, che invece è cambiamento, è obiettivamente minoritario. Se, poi, agisce per via tecnocratica o pedagogica, diventa ancor più minoritario. La vera scommessa è far diventare il riformismo popolare ed empatico».
In Italia l’impresa è nelle mani di Luigi Marattin ed Enrico Costa che hanno promosso un’iniziativa per scalzare i vecchi leader del Terzo polo.
«Il problema è enorme e si esprime a livello internazionale. C’è bisogno di personalità che sappiano tracciare un sentiero. Stiamo a vedere se saranno loro due le figure giuste per iniziare a farlo».

 

La Verità, 6 luglio 2024

«Egemonia della destra? Non vedo idee all’altezza»

Politologo, docente universitario a Firenze, considerato l’ideologo della Nuova destra, catalogazione che rifiuta in quanto da oltre vent’anni ritiene obsoleta la dicotomia destra-sinistra, Marco Tarchi è impegnato nelle discussioni di tesi di laurea e nel tour per presentare Le tre età della fiamma. La destra in Italia da Giorgio Almirante a Giorgia Meloni (Solferino), l’ultimo libro scritto con Antonio Carioti. Eppure trova il tempo per rispondere, in più scambi di mail, alle domande della Verità per commentare l’evoluzione degli scenari europei e le polemiche inerenti la cultura di destra nel nostro Paese.

Alle ultime elezioni si è scoperto che, come dicono i sondaggisti, il governo dell’Unione europea è contendibile. Se lo aspettava?

«Dopo mesi di campagna in cui Meloni aveva promesso che il suo gruppo sarebbe stato decisivo nella scelta del nuovo, o vecchio, presidente della Commissione europea, c’era chi si aspettava di meglio. Invece, la prospettiva di una conferma della vecchia maggioranza popolari-socialisti-liberali resta in piedi. Io non ho mai creduto nel sorpasso».

Le sembra che la leadership interpretata da Emmanuel Macron e Olaf Scholz stia traendo adeguate conseguenze dalla sconfitta?

«No. Tirano a campare, fino a quando non saranno sbalzati di sella dai rispettivi elettorati nazionali. E dubito che l’attuale presidente francese, anche se subisse un altro pesante schiaffo il 7 luglio, rinuncerà alla carica. Anzi, sfrutterà la prevedibile ingovernabilità dell’Assemblea nazionale per far valere ancora di più le sue prerogative».

Finora Ppe, socialisti e liberali si stanno mostrando indifferenti all’esito elettorale. Questo orientamento aumenterà la distanza tra i cittadini e le istituzioni di Bruxelles e alimenterà sentimenti di rabbia nei raggruppamenti cresciuti e consolidati dal voto?

«Non c’è, né in Italia né in nessun altro paese dell’Unione, un vero interesse dell’opinione pubblica per le vicende politiche europee. Gli unici momenti in cui questa indifferenza cessa sono quelli in cui c’è da contestare qualcuna delle politiche decise a Bruxelles su agricoltura, commercio, limiti alle emissioni e via dicendo. L’Ue ha sempre scaldato solo i cuori di un ristretto nucleo di politici e intellettuali. Non certo delle popolazioni. E poco anche quelli dei partiti nazionali».

Sembra che Giorgia Meloni voglia far pesare lo spostamento a destra dei consensi. Fa bene ad alzare la voce contro i tentativi di procedere alle nomine senza tenerne conto?

«A quanto sembra, viste le reazioni di Tusk e Weber, sì. Ma in queste dichiarazioni si sottolinea il ruolo dell’Italia, “paese fondatore della comunità europea”, non quello dei conservatori che Meloni dirige, mostrando che, pure loro, tengono d’occhio più gli interessi dei rispettivi Stati che quelli dei “fratelli” d’oltre frontiera».

Il presidente Sergio Mattarella ha ribadito che bisogna tenere conto dell’Italia: non toccherebbe anche alle opposizioni, Pd compreso, fare squadra per sostenere la rilevanza del nostro Paese in Europa?

«Nell’attuale gioco, Meloni indossa contemporaneamente i due cappelli: presidente del Consiglio e leader di uno specifico gruppo. Stanti così le cose, e dati i toni dell’attuale politica bipolare, non c’è da stupirsi se le convergenze mancano. Ma, quando si è trattato di nomine ai vertici, è stato più o meno sempre così, e non solo da noi. Si è visto persino il clamoroso autogol di Salvini nel 2019, quando fece cadere il governo di cui faceva parte nel momento in cui era convinzione comune che il posto di commissario italiano sarebbe toccato a Giorgetti. E così lì ci andò Gentiloni».

Che ripercussioni avrebbe sugli equilibri del governo italiano la decisione di Giorgia Meloni di appoggiare la candidatura di Ursula von der Leyen?

«Darebbe un solido argomento polemico alla Lega, che già con la fortunata scelta di Vannacci si è candidata a fare concorrenza da destra a Fratelli d’Italia. La presidente uscente non è certo una delle figure più amate dall’elettorato meloniano. Forza Italia, viceversa, ne sarebbe soddisfatta, ma dubito che quel gesto diminuirebbe la potenziale conflittualità con il partito di maggioranza della coalizione».

Quanto sarà determinante l’esito delle imminenti elezioni francesi?

«Dipenderà, ovviamente, dal riscontro delle urne. E ho il sospetto che una, peraltro improbabile, maggioranza assoluta di seggi dell’alleanza Rassemblement national-Républicains di Ciotti, e una conseguente ascesa di Jordan Bardella alla carica di primo ministro non rallegrerebbe Meloni. Che tiene moltissimo a essere considerata il faro delle destre europee e che conduce una politica in molti punti divergente – soprattutto sul piano economico – da quella di Marine Le Pen e soci».

Quanto plausibili sono gli allarmi di alcuni analisti che vedono i fondamenti dell’attuale consorzio europeo messi in discussione dalla cosiddetta avanzata delle destre?

«Li considero in larga misura eccessivi. Per motivi diversi, sia i partiti facenti capo all’Ecr sia il partito – e il governo – di Orbán non hanno alcuna intenzione di mettere in discussione l’attuale struttura dell’Ue. Tutt’al più auspicano qualche modifica del suo funzionamento. Il caso Meloni insegna: una volta entrati nel salotto buono dell’Unione, ci si adegua alle sue buone maniere».

L’Europa è destinata a rimanere un’entità fredda e dirigista e culturalmente succube dei nuovi dogmi woke d’oltreoceano, o ci sono margini per recuperare un’identità propria nel rispetto dell’autonomia delle diverse nazioni?

«Di margini ne vedo pochi, perché fino a quando l’Ue resterà legata a doppio filo alle strategie degli Usa e della Nato – o, per meglio dire, dipendente dai loro voleri – non potrà mai ambire a tracciare una propria rotta politica, economica, culturale o geopolitica. E, stando così le cose, quand’anche qualche Stato nazionale riuscisse ad avere mani più libere al proprio interno, a cosa servirebbe?».

In Italia si sottolinea l’avvento di un nuovo bipolarismo, incarnato da Giorgia Meloni ed Elly Schlein: è davvero così?

«Per il momento le cose vanno in questa direzione, e in tempi di personalizzazione e mediatizzazione della lotta politica questo confronto/scontro diretto, molto gradito a entrambe le contendenti, ha buone probabilità di durare. Anche se, in un’epoca in cui la politica è sempre più condizionata da fattori estranei, economici e geopolitici, qualcosa di nuovo, sotto forma di crisi, può modificare in modo inatteso gli scenari».

È un dato di cui rallegrarsi o anche in questo caso la polarizzazione favorisce l’astensionismo?

«Di solito la polarizzazione ha un effetto mobilitante sulle opposte tifoserie – che però sono ridotte a questo ruolo».

Nel suo ultimo libro analizza le stagioni della destra italiana: pensa che un’abiura definitiva del fascismo metterebbe Giorgia Meloni al riparo dalle critiche e dalle diffidenze che la accompagnano?

«Nessuna abiura avrebbe questo effetto, e anzi verrebbe interpretata come un segnale di debolezza, oltre ad accompagnarsi a un’ondata di ulteriori sospetti e insinuazioni sulla sincerità di una scelta di quel genere. Sarebbe solo un modo per alienarsi quegli elettori che, pur senza coltivare nostalgie, si rifiutano di accettare la riduzione caricaturale di un fenomeno complesso della storia italiana all’immagine manichea che ne danno gli antifascisti di professione».

Come giudica il tentativo del governo di modificare il sistema culturale in Italia?

«Esiste, questo tentativo? Dov’è? Io, per il momento, vedo soltanto nomine ai vertici di questa o quella istituzione controllata dallo Stato. Ma nelle case editrici, nelle redazioni giornalistiche, nelle scuole, nelle università, nelle società di produzione cinematografica, nelle compagnie teatrali, nel mondo della musica e via elencando niente è cambiato. E niente potrà cambiare se non si costruirà, poco alla volta, una nuova atmosfera culturale. Che ha bisogno di idee capaci di attrarre consenso e di ingegni capaci di produrle e farle circolare, non di direttori o commissari straordinari di questo o quell’ente. Per adesso, le premesse di questa rivoluzione culturale non riesco a scorgerle all’orizzonte».

Con alcune nomine nelle istituzioni si è cominciato a parlare di nuova «egemonia culturale» della destra. Che cosa caratterizza precisamente quella che viene chiamata cultura di destra e la sua egemonia è un obiettivo da perseguire?

«La lotta per l’egemonia culturale, come lo stracitato (a ragione) Gramsci ha insegnato, è parte essenziale della lotta politica. Per sfidare quella esistente, di segno progressista, che è tuttora molto estesa, bisogna sforzarsi di mettere in circolazione idee capaci di entrare gradualmente a far parte del senso comune, cioè di attecchire nella mentalità collettiva. Un compito immane, anche se necessario».

Ancora prima, esiste un ceto intellettuale in grado di alimentare e promuovere una cultura così concepita?

«Questo è il punto. Decenni di egemonia intellettuale progressista hanno saturato gli ambienti culturali di cui dicevo, spesso anche grazie a politiche di nepotismo e clientelismo. E, salvo pochi casi, chi non aveva opinioni gradite è stato accuratamente tenuto fuori dai luoghi di riproduzione del potere culturale – a partire dalle università – anche se mostrava qualità notevoli. Questo fenomeno accade tuttora, per esempio nel reclutamento nei dottorati di ricerca o in taluni ambiti artistici. Se le cose non cambieranno, questo ceto intellettuale non avrà modo di formarsi. E sarà facile, agli avversari, metterne alla berlina l’assenza».

Qualcuno osserva che i nuovi dirigenti di queste istituzioni devono favorire il dialogo con gli intellettuali della sinistra, ma poi accade che un gruppo di scrittori contesta le regole di organizzazione della rappresentanza italiana alla Fiera di Francoforte. Qual è la sua opinione?
«Detesto la faziosità degli “intellettuali militanti”, avendone subìto gli effetti in più occasioni, e sono convinto che la disponibilità al dialogo sia uno dei requisiti fondamentali per chi fa cultura. Non sarà però facile convertire a questa pratica di civiltà chi è abituato a considerarsi moralmente superiore a chiunque abbia opinioni diverse e, soprattutto, teme di perdere posizioni di supremazia che riteneva definitivamente acquisite. Il caso dei non pochi scrittori che si sentono storici, profeti o coscienze dell’umanità perché stanno politicamente e ideologicamente “dalla parte giusta” è tipico».

 

La Verità, 29 giugno 2024

«La sinistra non ha più l’egemonia culturale»

Con un nonno partigiano e l’altro che ha fatto la marcia su Roma, Alessandro Giuli ricerca la conciliazione degli opposti. E, ora che siede alla presidenza della Fondazione MAXXI, opera affinché il dialogo tra destra e sinistra si realizzi. La summa di questo tentativo si trova in Gramsci è vivo, dotto pamphlet appena pubblicato da Rizzoli.
Che cosa tiene ancora in vita Antonio Gramsci?
«La lezione che ci ha offerto come testimone di una libertà conculcata da un regime e l’aver rotto lo schema pseudoscientifico del marxismo-leninismo, mettendo la cultura al centro del discorso rivoluzionario».
Più precisamente?
«Con Gramsci la rivoluzione, il progetto sbagliato della dittatura del proletariato, non avviene solo in base al mutamento dei rapporti socio-economici, ma attraverso la cultura. Non si lasciano tracce durevoli se non si passa per la cultura».
In che modo è ancora attuale il teorico dell’egemonia culturale e della conquista delle casematte del potere?
«Quello è uno schema invecchiato male perché tipico del partito-Stato dei Soviet. Oggi l’egemonia non si crea dall’alto, ma dalla società civile, con i romanzi, le sceneggiature, le pièce teatrali, l’accademia. Se sei bravo e fortunato ti ritrovi in una comunità di persone che rappresentano la sensibilità conservatrice, maggioritaria in Italia, come si vede quando si vota. Tuttavia, questo processo non si realizza per volontà di un partito, dev’essere uno schema condiviso, altrimenti è una distopia».
Come quella in cui abbiamo vissuto negli ultimi decenni, nei quali l’egemonia culturale aveva un colore diverso dal sentire della maggioranza?
«In questo mezzo secolo si è consolidata una divaricazione tra consenso e potere che neanche il lungo intermezzo berlusconiano è riuscito a scalfire se non nelle nomenclature. Abbiamo dovuto aspettare un ministro come Gennaro Sangiuliano per avere un titolare della cultura non frenato nel modificare l’esistente».
Perché un libro che racconta quasi due anni di presidenza della Fondazione MAXXI teorizza il dialogo come caratteristica della cultura di destra?
«Perché i monologhi sono noiosi. Ne abbiamo ascoltati per decenni e ora preferiamo mettere la nostra identità a disposizione della contesa delle idee. Tanto meglio se producendo anche buoni risultati».
Scrivi che «alla retorica irrazionale del barbaro alle porte, che nasce da un malriposto suprematismo e sfocia nel disprezzo antropologico, si può e si deve contrapporre la forza della persuasione e del confronto».
«Esatto. Spesso ci si aspettano dei quadrumani con il lanciafiamme nei luoghi delle istituzioni più alte come il MAXXI e poi ci si stupisce di trovarvi dei bipedi ragionanti».
Il dialogo rispettoso e costruttivo è un obiettivo ottimista?
«No, magari ha una venatura di strategia. Parto dal presupposto che una buona visione del mondo di chi viene da destra può e deve contenere anche schemi e formule di una sinistra che ha abdicato alla propria funzione. La destra vince nelle urne perché soddisfa un bisogno di sicurezza e di identificazione. Non mi interessa piacere a quelli che chiamiamo salotti della sinistra, le idee sono plurali per definizione».
Quindi, non c’è un bisogno di legittimazione?
«Dal Foglio in poi ho sempre lavorato senza cercare approvazioni. Oggi sono gli stessi intellettuali di sinistra a voler dialogare con il mondo che idealmente personifico».
Nel tuo saggio fai l’esempio di Roma che diventa comunità universale spostando i confini e includendo le province. Più che includere non sarebbe corretto dire che ingloba o annette?
«Una corrente di pensiero di sinistra ritiene addirittura che “includere” sia espressione aggressiva perché significa chiudere dentro. In realtà, significa racchiudere. La lezione di Roma è trasformare genti diverse in un’unica comunità».
Questa inclusione così di moda significa che si assorbe una diversità?
«Non c’è dubbio. Cicerone, che odiava Cesare, scriveva al suo amico Attico che Cesare aveva appena conquistato le Gallie e già aveva fatto senatori alcuni di loro. Nel momento in cui hai un’idea di diritto e di sacralità della vita puoi includere chiunque sottoscriva i tuoi canoni, a patto che lo faccia davvero. Noi i canoni li abbiamo».
Ma pochi li sottoscrivono?
«Quelli che non lo fanno vivono male nella nostra comunità. Accade anche a molti con il passaporto italiano, bianchi, biondi e con gli occhi azzurri che pure non meriterebbero la cittadinanza. Se sei fuori dai canoni della Costituzione, non rispetti la sacralità della vita e l’altro da te, compresa la sovranità che appartiene al popolo, sei fuori da questa comunità».
Chi non rispetta la Costituzione dovrebbe andare in galera, quanto al rispetto della sacralità della vita potremmo scrivere un’enciclopedia.
«Se fai l’infibulazione a una donna è evidente che non rispetti né la donna né la vita, ma se ti comporti da razzista e vuoi decidere chi è italiano e chi no, come il generale Vannacci, non rispetti la sacralità della vita e la Costituzione. Il che vale pure per l’ambiente, anche se vediamo molti estremismi e fanatismi, di cui parla l’articolo 9 della Costituzione insieme al rispetto del paesaggio e alla promozione della ricerca scientifica».
Vannacci ha fatto una considerazione inerente ai tratti somatici di Paola Egonu non rappresentativi dell’italianità, non ha detto chi può o non può essere italiano.
«Accetto questa definizione a patto di immaginare che fra 100 anni ci sia un pronipote nero di Vannacci che dica che il mio pronipote bianco non rappresenta l’ideal-tipo dell’italiano».
Fra 100 anni ne riparleremo. Cosa significa che la cultura può fare per la politica quello che la politica non riesce a fare per la cultura?
«Che la politica vive di confronti, che a volte sono conflitti, con pensieri spesso biodegradabili, mentre la cultura ragiona con una gittata più lunga e sorregge le leadership politiche che si succedono. Se creo MAXXI Med a Messina ci sarà un premier che un giorno se lo ritroverà e ne beneficerà come buon esempio di diplomazia culturale rivolta al Mediterraneo, mentre noi come persone fisiche saremo altrove. Questo a prescindere dal colore di chi sarà al governo».
Citi Emilio Isgrò che sostiene che nell’arte non c’è destra e sinistra perché l’arte è come il ciclismo e tutti pedaliamo allo stesso modo. Cosa vuol dire esattamente?
«Vuol dire che l’arte proviene da artisti che possono avere o no idee politiche personali, ma non è quella l’unità di misura dell’opera d’arte. Per questo la sinistra divora Céline e pensa che sia il più grande scrittore del Novecento».
È un obiettivo ingenuo, pur appellandosi a Norberto Bobbio, rigettare la polarizzazione degli intellettuali in rossi e neri?

«Ho goduto molto quando il ministro Sangiuliano in un’intervista alla Stampa di Torino, tempio del pensiero azionista, ha citato proprio Bobbio ritorcendo le sue categorie contro chi a sinistra ragiona ancora con il bianco e nero anziché con i colori».
Che cosa pensi di ciò che è accaduto in occasione delle scelte per la rappresentanza italiana alla Fiera del libro di Francoforte anche dopo l’invito di Mauro Mazza a Roberto Saviano?

«Premesso che è un perseguitato dalla camorra e che a mio parere dopo Gomorra Saviano non ha scritto nulla di altrettanto interessante, mi piacerebbe che fossero valorizzati altri scrittori come, per esempio, Sergio Claudio Perroni. Il quale, purtroppo, è morto, ma il suo peggior libro vale quanto il miglior libro di Saviano».
Altra obiezione al dialogo è l’espansione della cancel culture e della cultura woke, che partono dalla superiorità del presente sul passato e delle élite sul popolo?
«Il suprematismo antropologico e la violenza distruttiva della cancel culture sono un’abiezione. Ma se la si guarda da vicino, come per esempio ha fatto Piergiorgio Odifreddi nel suo libro in cui ha ridicolizzato la scwha, si capisce che la cancel culture morirà di autofagia, perché tutti i suoi protagonisti non fanno che trovare elementi inibitori da cancellare. Finché non cancelleranno anche loro stessi».
Ci vorranno decenni?
«La fase di rigetto della cancel culture inizia a coinvolgere anche la sinistra».
Perché sostieni che creare occasioni di dialogo sia un discorso di destra?
«Perché la sinistra vive con le cuffiette e ascolta solo la propria musica. Ma ora una destra matura e avanzata cambia spartito e fa scoprire anche alla sinistra una musica migliore».
Gli intellettuali di Capalbio o con l’attico a New York sono davvero meno ascoltati?
«All’intellettuale di Capalbio, dove ha appena vinto la destra, che sopravvive come categoria dello spirito, non vorrei contrapporre l’intellettuale di Coccia di morto. Anziché attaccare i radical-chic che si stanno estinguendo, dovremmo essere un po’ più chic noi, imparando le buone maniere».
A me pare che siano ancora riveriti, accolti come oracoli nelle televisioni e premiati all’estero, dove esibiscono sussiego e disprezzo per chi non si allinea. Questo zoccolo è ancora duro?
«È duro e spesso anche abbastanza qualificato e ben sostenuto dal sistema culturale. Ma questo lo sosteneva già Giuseppe Berto. Appena diventeremo tutti come Giuseppe Berto li annienteremo perché valgono la metà dei suoi coetanei. Ma la vera domanda è: diventeremo come Giuseppe Berto?».
Secondo te?
«È un compito più che una certezza. Penso che siamo pieni di Giuseppe Berto potenziali che stanno suggendo il latte della mamma e noi dovremo farli crescere».
Il primo anno di gestione della tv pubblica fa ben sperare?
«È stato un anno di transizione. Confido che la nuova dirigenza saprà dare il meglio di sé una volta che l’assetto sarà consolidato e talune incertezze, come quelle che abbiamo tutti, serviranno da lezione».
Nel mondo ideale ipotizzato da Daniel Salvatore Schiffer «l’intellettuale del ventunesimo secolo sarà prismatico o non sarà. Sarà artistico prima che politico, amante del dubbio e nemico del dogma, impegnato ma non militante, e qualsiasi sua adesione a una rivoluzione sarà sempre metafisica e mai ideologica, libera e non partigiana, critica e non fanatica». Chi può realizzare questa utopia?
«Un’idea del genere è talmente liberale che la può esprimere solo una destra illuminata».
Una visione realistica evidenzia il prevalere dell’intolleranza, soprattutto a sinistra.
«Parlando di coloro che vivono nella realtà senza consapevolezza Eraclito li definiva presenti assenti. Al contrario, gli intellettuali di destra sono stati assenti presenti. Ora è arrivato il momento di essere presenti presenti».

 

La Verità, 22 giugno 2024

 

Schiavone vorrebbe essere l’Eastwood dei poliziotti

È iniziata la quinta stagione della serie Rocco Schiavone tratta dai romanzi di Antonio Manzini, diretta da Simone Spada e interpretata da Marco Giallini. Il lancio di questi nuovi episodi si è avvalso del fatto che il personaggio del vicequestore trasferito per punizione ad Aosta sarebbe inviso «alla destra». Spesso attizzare una polemica è utile per incrementare l’attenzione e gli ascolti, ma quanto questa sia pretestuosa e creata ad arte lo dice la sua stessa genericità (Rai 2, mercoledì, ore 21,35, share dell’11,8%, 2,2 milioni di telespettatori). Schiavone non piace alla destra. «Ma che, davero?» direbbe il Neri Marcorè diretto da Uolter Veltroni in Quando. Alla destra, ormai entità metafisica come la Spectre, non piacerebbero le canne che il detective si rolla nell’ufficio con vista alpina e il frequente ricorso alla parolaccia nell’intercalare con i colleghi, molti dei quali di origine meridionale. Ognuno recita la propria parte in commedia, ha smorzato i toni lo stesso Giallini, ammettendo che trattandosi della Rai non è del tutto peregrina la critica alla sua etica borderline. Detto questo, se si guardano le serie delle varie piattaforme, «le canne cominciano a farsele in culla». E l’iperbolica osservazione non funga da attenuante.

Nell’episodio intitolato Il viaggio continua il cadavere di un uomo viene ritrovato sul Monte Bianco in territorio italiano, a pochi metri dal confine francese. Il vicequestore, però, si accorge che è stato spostato e così si vede costretto a collaborare nelle indagini con Isobel (Diane Fleuri) della polizia di Chamonix e sua alter ego al femminile. Come nei casi precedenti, sebbene questo citi spannometricamente l’incipit di The Bridge, serie mito del poliziesco nordico, l’intreccio giallo della storia risulta piuttosto secondario. Le attenzioni si concentrano in gran parte sul caratteraccio del protagonista, cinico e indolente, eppure convinto dal questore ad allenare l’improbabile squadra di poliziotti per l’annuale partita contro i magistrati. Sul lato sentimentale, invece, la storia con la giornalista locale (Valeria Solarino) non decolla perché, come gli dice il fantasma della moglie scomparsa con cui continua a dialogare, lui è gravato da troppi pesi. Purtroppo, non bastano la sigaretta esistenziale al posto del sigaro, lo sguardo sguincio e il loden a mo’ di poncho per fare di Schiavone il Clint Eastwood dei poliziotti. Indossato aperto a 3.000 metri sulle Clarks inzuppate, più che sintomo di «spaesamento», di solito è causa di bronco polmoniti. Sarà mica che il malinconico Schiavone è in realtà un superuomo?

 

La Verità, 7 aprile 2023