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Saviano, Lauro, Morandi e il puzzle dell’Ariston

Adesso le caselle sono tutte piene, i tasselli sono tutti occupati. L’ultimo ancora vuoto era quello sotto l’insegna Impegno civile. Ma con l’annuncio di ieri di Amadeus, il cartellone è completato: «A trent’anni dalla strage di Capaci, ricorderemo questo evento con Roberto Saviano, sono felice e onorato della sua presenza». Parole scolpite e ribadite per i distratti, senza lesinare l’enfasi: «Saviano a Sanremo, accadrà nella sera di giovedì», fruscio in sottofondo di mani che si sfregano.

La fantasia è quella che è. Mancando Roberto Benigni e non riuscendo a convincere Greta Thunberg, non restava che la spalla di Fabio Fazio. Ciò che conta è il tabellone finito, il puzzle terminato. Il Festival di Sanremo è un grande gioco di società, con tante caselle da colorare una per una. Si canta, si balla, si esibiscono lustrini e pailettes, si gioca e si trasgredisce sui generi non solo musicali, ma alla fine i conti devono tornare anche in assenza di Tim, il main sponsor che grazie alla creatività di Luca Josi, direttore brand strategy, e alla versatilità di Mina, aveva punteggiato con leggerezza le ultime edizioni.

E devono tornare pure gli ascolti – ne sapremo qualcosa già stamattina – per sfatare la maledizione che un anno fa, dopo le accuse di flop all’edizione in corso senza pubblico, il talismano Fiorello inviò ai futuri conduttori del 2022: «Dovrà essere un festival pieno di gente, ma deve andare malissimo. Ma male, male, male. Ve lo auguro con tutto il cuore», sbottò allora lo showman. Grazie a Dio presente anche quest’anno in quota Unodinoi (insieme a lui anche Sabrina Ferilli).

Dunque, eccoci con la pila dei manuali di marketing sulla scrivania della direzione artistica per comporre il mosaico e rastrellare ogni piccola zolla ai quattro angoli dell’Auditel. Non c’è neanche bisogno di un filo conduttore, ci penseranno i telespettatori e i dottori della critica a cercarlo… In realtà, non è nemmeno indispensabile che lo trovino. Alla nutrita squadra di autori basta assemblare, accumulare, coprire tutti gli spazi. La tv generalista nella sua massima espressione è questo. Che cosa tiene insieme Achille Lauro, il primo a uscire sul palco ieri sera per inaugurare la gara, e Matteo Berrettini reduce dagli Australian open di tennis? Che cosa accomuna i Måneskin vincitori del Festival di un anno fa e Ornella Muti che, ancora sensuale e in totale controllo, ha affiancato Amadeus sul palco? Il marketing. Le quote. La rappresentanza delle community. Di rado una dichiarazione apparentemente innocua è stata densa di contenuti come quella fatta lunedì da Stefano Coletta, ancora direttore di Rai 1 fino a fine febbraio quando, nonostante i demeriti, assumerà l’incarico di capo dell’Area intrattenimento: «Sarà davvero il Festival di tutti, ancora più degli altri anni», ha chiosato.

Tanti pubblici fanno il grande pubblico, il corpaccione unico e strabordante del popolo di Sanremo. Perciò, si inseguono scientificamente le diverse comunità in cerca di riconoscimento e legittimazione. Mettendosi così anche al riparo da possibili e fastidiose proteste delle varie minoranze, più o meno presumibilmente trascurate. Accontentare tutti è il verbo del settantaduesimo Festival di Sanremo. Siamo o no nell’era della (quasi) unità nazionale?

Dopo la casella dedicata all’Impegno civile riempita da Saviano a trent’anni dalla strage di Capaci (che per la verità cadrebbero il 23 maggio, ma non cavilliamo), la seconda quota è intitolata alla Fluidità. Detto dei Måneskin e di Achille Lauro, proprio la sera del monologo dell’ombroso autore di Gomorra, insieme ad Amadeus, toccherà alla garrula Drusilla Foer fare gli onori del palco. Vederli uno accanto all’altra, pur così lontani per immagine e sensibilità, sarà l’apoteosi del mainstream. Sanremo mixa e metabolizza tutto nel suo calderone, carrozzone, caleidoscopio. La coppia composta da Blanco e Mahmood, già favorita della critica, occupa il riquadro intitolato Integrazione. Nella quale è iscritta anche Lorena Cesarini, l’attrice nata a Dakar, cresciuta a Roma, consacrata dalla serie Suburra e co-conduttrice stasera, quando gli ospiti saranno Laura Pausini, in quota Perché Sanremo è Sanremo, e Checco Zalone, si spera titolare della casella Comicità scorretta. Corposissima la sezione intestata alla Fiction della casa, rappresentata da un’overdose di volti della rete, da Nino Frassica a Raoul Bova, da Claudio Gioè a Maria Chiara Giannetta, partner del direttore artistico nella serata di venerdì. Quanto ai concorrenti, ce n’è per tutti i palati, rapper, melodici, pop, cantautori. Con un’avvertenza: giusta l’attenzione alla Generazione Z (nati dal 1997 al 2012) con concorrenti come Rkomi e Sangiovanni. Ma senza trascurare il pubblico più stagionato che un anno fa si dimostrò tiepido. Non è un caso che per soddisfare le preferenze dei Telemorenti (Dagospia) siano stati richiamati in servizio Gianni Morandi, Massimo Ranieri e Iva Zanicchi.
Signore e signori, ecco a voi il Festival tuttifrutti. Nella stagione della maggioranza macedonia, tenuta insieme con sommo sforzo da Draghi, il Sanremo buono per (quasi) tutti i pubblici è servito.

 

La Verità, 2 febbraio 2022

Perché il successo dei Maneskin sa di déjà vu

Ancora due parole per l’archiviazione del settantunesimo Festival di Sanremo. Un’archiviazione controcorrente perché, purtroppo, il verdetto finale l’ha consegnato a una sensazione di vecchio e già visto. La vittoria dei Maneskin, infatti, non è niente di nuovo. È la vittoria di X Factor, del talent show più di tendenza dell’ultimo decennio. Lo conferma il duetto con il loro coach, Manuel Agnelli, nella serata delle cover. E lo conferma il secondo posto finale conquistato da Francesca Michielin e Fedez. È la vittoria della community del talent di Sky. È la conferma della vampirizzazione della tv generalista da parte delle piattaforme (notata l’invasione dei marchi dello streaming nei break pubblicitari?). Tutto già visto, magari in modo più semplice e meno sofisticato. Ricordate quando nel 2009 vinse Marco Carta? Un quotidiano titolò: Amici vince il Festival di Sanremo. L’anno dopo ci fu il bis con Valerio Scanu. Anche allora pesò l’influenza dei televotanti, determinanti nelle giurie come stavolta: quella demoscopica, quella della sala stampa e, appunto, quella del pubblico che vota via sms. Non a caso, come si è ripetutamente vantato il direttore di Rai 1 Stefano Coletta, nell’audience di questo Festival è cresciuto il pubblico giovane. Mentre è calato quello più stagionato. Niente di nuovo, dunque. La prova del nove è data da Zitti e buoni, un brano esplicitamente rock, un genere musicale straniero all’Ariston nazionalpopolare. E il successo dei Maneskin è proprio questo: la consacrazione nazionalpopolare, la legittimazione mainstream, della generazione dell’asterisco. Né maschi né femmine. La fluidità al potere. A ben guardare roba vecchia, roba omologata anche questa. Sono passati quasi cinquant’anni da quando David Bowie, Alice Cooper e poi Renato Zero scuotevano il perbenismo dominante. Era un’altra èra: internet e i cellulari appartenevano alla fantascienza. Già Marilyn Manson un paio di decenni dopo è stato un fenomeno di riporto, un rimbalzo plastificato. Figuriamoci Achille Lauro, santificato a furor di social network, il posto dove si coagulato il verdetto di questo festival. La differenza è che quella di cinquant’anni fa era vera trasgressione e rivolta dei costumi. Oggi la generazione asterisco è fashion, mainstream, politicamente corretto, conformismo puro. Tutto déjà vu.

Incerto Amadeus se accettare l’invito del direttore generale Rai Fabrizio Salini a triplicare, sul 2022 si staglia la sagoma di Alessandro Cattelan, per anni conduttore di X Factor e neo acquisto di Viale Mazzini. Il cerchio si chiude.

Blindato e autoreferenziale il Festival non ce l’ha fatta

È un Festival di Sanremo che non ce l’ha fatta quello che si è appena concluso. Non ce l’ha fatta, nonostante le buone intenzioni, a buttare il cuore oltre i protocolli. Non ce l’ha fatta a parlare al Paese. A regalargli qualche ora di spensieratezza, come si era prefissato (anche nella quarta serata gli ascolti si sono fermati a 8 milioni di telespettatori, 44,7% di share, 1,5 milioni in meno del 2020, 54,3%). Aveva davanti una parete verticale, il Festivalone, ma ha finito per retrocedere nel fortino della musica & gag, mentre là fuori tutto continuava come e peggio di prima, con i colori delle regioni che si scurivano e i segretari di partito che si dimettevano. Forse era troppo chiedere che una kermesse canora, «l’ultima festa patronale di questo gran paesone» (Marcello Veneziani), riuscisse ad alleviare il clima dell’Italia degli anni Venti. Le restrizioni hanno debilitato conduttori e artisti, consegnandoci un Festival convalescente. E tuttavia ci vuole un pizzico di pietà, uno spicchio di cuore, per giudicare sforzi e impegno di Amadeus, di Fiorello e dei tanti, forse troppi autori. Lo stesso pizzico di pietà che ci vorrebbe per accompagnare questa Italia piegata dalla crisi pandemica e, di conseguenza, ripiegata su sé stessa, di cui Sanremo è stato lo specchio fedele. Allora, forse, bisogna superare certi livori moralistici e dare il giusto merito ai conduttori del Festival dell’amicizia, Ama e Fiore.

Fosse stato per Amadeus, capace di pilotare la nave in porto metabolizzando anche gli inconvenienti tecnici (voto: 7), avrebbe fatto accomodare in platea 500 tra medici e infermieri per mantenere il contatto con la realtà prima ancora che con il pubblico. Non potendo avere le grandi star, tutte in ritirata, ha provato a portare sul palco le storie dell’attualità. Come quella di Alex Schwazer, il marciatore altoatesino vincitore di un’Olimpiade, squalificato per doping e ora sulla strada della riabilitazione. Poche parole, zero fronzoli, molta determinazione (7): caratteristiche comuni alle altre storie di rivincita sulle malattie (resilienza è vocabolo in odore di manierismo), raccontate dal giocatore di powerchair football, Donato Grande, e dall’attrice affetta da sclerosi multipla, Antonella Ferrari (8). E poi la storia dell’«incontro fortunatissimo» di Elodie con il pianista Mauro Tre che l’ha aiutata a ripartire, superando l’obbligo di «essere sempre all’altezza», consegnandoci una soubrette con un grande avvenire davanti (9 per tutto l’insieme). O Zlatan Ibrahimovic e l’amico Sinisa Mihajlovic sopravvissuto alla leucemia, pronti a cantare (meglio di qualche concorrente) Io vagabondo dei Nomadi. Proprio Ibrahimovic è stato protagonista del momento verità che per un attimo ha rotto la gabbia autoreferenziale in cui il Festival si è progressivamente infilato: l’ingorgo autostradale superato con il rocambolesco motostop trovato sotto la stella del tifo milanista. Il mio nome è Ibra, Zlatan Ibrahimovic (9 anche per l’autoironia). È sembrata una scena da film, era la realtà che irrompeva nella bolla dell’Ariston.

Se non ci si misura con lei, la realtà ruspante e fatta di imprevisto, restano il ripiegamento ombelicale e il birignao colto duro a morire. E qui di pietà ce n’è meno. Come classificare il cast musicale e i testi delle canzoni (4), intrisi di sentimentalismo e psicologismo, emblema di quell’Italia ripiegata? Nemmeno la serata delle cover è riuscita a rimediare, inaugurata dal narcisismo ridondante dei Negramaro di Giuliano Sangiorgi (5) che hanno farcito di archi, echi e fiati una storia scarna e scabra come quella di 4/3/1943.

Il Festival non ce l’ha fatta per le palate di autocompiacimento diffuso, patologia di troppi modesti showman prestati alla musica, sopravvalutati e mostrificati dal fashion, unghie smaltate, pizzi, tuniche, rossetti e mascara a tonnellate per tutti (viene quasi da rimpiangere Studio uno e Canzonissima: asta, orchestra e fascio di luce). A proposito, tolti Francesco Renga ed Ermal Meta, tutti cantavano in falsetto. Emblema e capofila è Achille Lauro (5 per l’impegno): intruglio granguignolesco di piume, lacrime e baci gay già beatificato a furor di social. Non ho l’età di Gigliola Cinquetti e Io che amo solo te di Sergio Endrigo sono poesia a confronto di tanto ciarpame.

Ma tant’è. Trionfano manierismo, monologhismo e autofiction da «io sono io». Ci è caduta, ahinoi, anche Barbara Palombelli con un’esortazione da quote rosa con invito alle donne «che tengono il Paese» e alle ragazze «a studiare fino alle lacrime»: perché «non andremo mai bene, non saremo mai perfette» e ci diranno che siamo così e siamo cosà (6 di stima). Almeno lei «l’empowerment femminile» l’ha davvero portato sul palco. A differenza della supermodella Vittoria Ceretti che, non pervenuta, lo ha solo annunciato via intervista (5). Se la costruzione ideologica non buca il video, l’apparato erudito separa dalla realtà, come ha confermato lo stridio dell’arrampicata del direttore di Rai 1 Stefano Coletta per giustificare «il declivio degli ascolti» (3). Infine, un pensiero per Fiorello che, avendo dato l’anima come Amadeus, stramerita quel pizzico di pietà. È il miglior showman del bigoncio, il mattatore alla Walter Chiari che dobbiamo preservare. Ma è anche colui che rappresenta meglio il momento perché ha patito più di tutti le poltroncine vuote e l’assenza di applausi a scena aperta (7,5, frutto della media tra genialità, musical e ripiegamento). Ha citato, imitato e duettato, grazie a Dio sdrammatizzando, con Achille Lauro (e con tutti). Ha cazzeggiato e improvvisato, riproponendo però la formula dell’anno scorso. Solo che nel frattempo là fuori era tutto drammaticamente cambiato. E il copione collaudato – i due amici, le storie, la leggerezza – non poteva bastare per interpretare la nuova Italia che ci è implosa tra le mani.

 

La Verità, 7 marzo 2021

«Sanremo irripetibile, Fiore dovrà essere al top»

Il Fantastico di Adriano Celentano, il concerto di Madonna a Torino, quello dei Pink Floyd in piazza San Marco a Venezia, il Pavarotti & Friends, la grande giornata a Bologna con Giovanni Paolo II per il Giubileo, i Festival di Sanremo condotti da Mike Bongiorno e Piero Chiambretti, Raimondo Vianello, Fabio Fazio e Raffaella Carrà: dietro tutti questi eventi c’è un uomo di televisione, dirigente e autore insieme, che risponde al nome di Mario Maffucci, già capostruttura e vicedirettore di Rai 1. Ha 81 anni, due figli, una moglie e vive a Roma, zona Parioli. Ha appena fatto il vaccino contro il Covid e ora è al telefono: «È proprio sicuro che abbia qualcosa d’interessante da dire?».

Che Sanremo si aspetta quest’anno?

«Sarà un Festival diverso dagli altri perché senza il pubblico, una presenza dalla quale gli artisti traggono energia».

Questa assenza peserà di più sui cantanti, i conduttori o gli ospiti?

«Credo che sugli ospiti peserà meno perché hanno il confronto con Amadeus e Fiorello. Cantanti e conduttori avranno maggiori difficoltà. Soprattutto Fiorello, che sarà costretto a dare il massimo, mentre l’anno scorso ha dato il minimo».

In che senso?

«Ha fatto una grande prova d’autore, improvvisando tutto. Un grande artista come lui se lo può permettere. Così, ha preso spunto da quello che succedeva, dalle emozioni del pubblico. Stavolta questo confronto non potrà averlo».

Mancherà una fonte importante.

«Che stimola a inventare. Tra Fiorello e Amadeus c’è grande feeling, ma la sfida è più impegnativa».

Era proprio impossibile stabilire dei protocolli, farli rispettare e avere qualche centinaio di spettatori in sala?

«Sarebbe stato possibile, ma ingiusto nei confronti degli altri teatri che restano chiusi».

Altri programmi Rai hanno il pubblico e l’Ariston sarebbe stato usato come uno studio televisivo.

«Ma l’Ariston è un teatro aperto al pubblico».

Che consiglio darebbe ad Amadeus e Fiorello prima di cominciare?

«Di essere consapevoli di avere un’occasione unica per intrattenere tutto il Paese condizionato dalla pandemia».

È l’approccio del dirigente della tv generalista che creava grandi eventi.

«Il Festival di Sanremo è un evento, in un certo senso unico al mondo. Nasce come manifestazione popolare, senza pretese artistiche. Poco alla volta diventa una fabbrica di musica e intrattenimento. La tv l’ha manipolato, protetto e fatto crescere, trasformandolo in qualcosa di più di una sfilata di belle canzoni».

La convince il fatto che la moglie di Amadeus, Giovanna Civitillo, condurrà il Prefestival?

«Perché no? È un programma marginale, è in grado di farlo, non mi sembra un fatto da biasimare».

Nemmeno sul piano dell’eleganza?

«No, non direi».

Avrebbe potuto essere una buona idea Mina direttore artistico?

«Straordinaria. Ci rendiamo conto di che cos’è stata e che cos’è Mina dal punto di vista musicale?».

Non è decollata per mancanza di coraggio?

«Secondo me si sarebbe tirata indietro».

A quanto si sa, non si sono mai fatti avanti i vertici Rai.

«Da anni Rai 1 attribuisce la direzione artistica al conduttore secondo un canone per cui egli è il playmaker del Festival. Con Mina ci vorrebbe qualcuno felice di averla come direttore artistico. Quelli del presentatore, del direttore artistico e del selezionatore delle canzoni sono ruoli che si potrebbero spacchettare. In questa situazione credo che Mina sia difficile che arrivi».

Agenti e società di produzione esterne hanno troppo peso in Rai?

«Quello che oggi chiamiamo agente, nel vocabolario di qualche anno era l’impresario di artisti. I vari Lucio Presta e Beppe Caschetto hanno fatto la fortuna di tanti spettacoli. La cronaca televisiva attribuisce a Pippo Baudo o ad Amadeus la capacità di portare sul palco le star, ma dobbiamo sapere che dietro di loro c’è il lavoro di qualcuno che ha la forza di coinvolgerle».

Ha visto che due componenti del Cda Rai hanno chiesto di verificare se la lista degli ospiti rispetta la policy aziendale?

«Ho visto, aspettiamo le verifiche. È giusto mantenere un certo equilibrio e controllare la misura dei diversi contributi. Ma allo stesso tempo non dobbiamo perdere di vista il gol finale che è il divertimento del pubblico. Poi certo, l’en plein del cast di un singolo agente non lo approvo».

Anche ai suoi tempi contavano molto gli agenti?

«Ai miei tempi spuntava il potere dei nuovi impresari. Ma c’era un’azienda in grado di stare sul mercato con una forte attrattiva».

Uno dei migliori era Bibi Ballandi?

«Portava il suo contributo senza mai esagerare».

Perché secondo lei quest’anno su Rai 1 funzionano le fiction mentre sono sottotono gli spettacoli di intrattenimento?

«Non c’è voglia e forse non ci sono le condizioni per sperimentare con coraggio. Per essere sicuri dei risultati ci si affida ai format collaudati. Ma così non s’inventa niente e, con la ripetizione, i programmi si usurano e perdono smalto. I successi sono frutto di un dosaggio di componenti tra le quali c’è una percentuale di rischio. Non si può pretendere che il direttore di rete sperimenti se non è aiutato da un gruppo di dirigenti pronti a farlo».

Da Domenica in a Fantastico, da Scommettiamo che… a Beato tra le donne, qual era il segreto dei suoi?

«Sono molto grato a Baudo perché mi ha insegnato l’abc dello spettacolo, facendomi crescere alla scuola del teatro leggero. Il massimo divertimento l’ho provato con Renzo Arbore: leggerezza, autoironia, spettacoli inventati dall’inizio alla fine, spesso le prove erano ancora più divertenti di ciò che andava in onda. Poi c’è stata l’avventura con Adriano Celentano».

Quel famoso Fantastico.

«Il segreto era l’imprevedibilità, non a caso ebbe enorme rilievo sui media. Nacque dopo che Berlusconi ci aveva strappato Baudo, la Carrà ed Enrica Bonaccorti. Lo scopo era indebolire la Rai nella prospettiva della riforma del sistema televisivo che sarebbe sfociato nella legge Mammì».

Una vittoria in contropiede?

«Esatto. Sopravvissi a quella prova grazie all’appoggio di Biagio Agnes ed Emmanuele Milano (storico direttore generale Rai e direttore di Rai 1, ndr)».

Grandi dirigenti, grandi autori: oggi?

«Conosco alcuni direttori di rete come Franco Di Mare e Ludovico Di Meo, ottimi professionisti. Mentre non conosco Stefano Coletta, direttore di Rai 1. Ma non so se abbiano dietro una squadra così forte. Gli autori bisogna cercarli nel teatro leggero, nella musica, nel cinema, come avvenne per Sergio Bardotti, Giorgio Calabrese… In quel Fantastico debuttò Umberto Contarello, che poi è diventato lo sceneggiatore di Paolo Sorrentino».

Come definirebbe Celentano?

«L’artista con il quale nulla era prevedibile. L’unico modo per lavorare con lui era discutere ogni cosa che gli veniva in mente, sapendo che l’avrebbe realizzata».

Luciano Pavarotti?

«Artista immenso, uomo formidabile. A lui è legato uno dei maggiori rimpianti della mia carriera».

Cioè?

«Averlo trascinato nel secondo Festival di Fabio Fazio facendogli fare il notaio. Entrava, diceva qualcosa sui cantanti, usciva. Come si fa a ingaggiare Pavarotti senza farlo cantare?».

Me lo dica lei.

«Era già tutto definito: avrebbe dovuto fare un duetto con Nilla Pizzi su Grazie dei fior. Immagini cosa sarebbe stato… Ma, ad accordo concluso, Nicoletta Mantovani si oppose perché riteneva che, se Luciano avesse cantato durante il Festival, avrebbe tolto interesse al Pavarotti & Friends in calendario due mesi dopo. E Luciano accettò il volere della moglie».

Lavorò anche con il Trio: Marchesini, Lopez, Solenghi.

«Fu una stagione straordinaria che culminò nei Promessi sposi. Era appena finita la miniserie diretta da Salvatore Nocita e noi ne proponemmo la parodia. Qualcuno alzò il sopracciglio, ma proprio affiancare la satira alla tradizione era la forza di una tv libera e moderna com’era quella Rai».

Trasmettevate i concerti di Madonna, il Pavarotti & Friends, la serata per il Giubileo con Giovanni Paolo II e Bob Dylan. Oggi quella formula sarebbe riproponibile?

«Non credo, dipende da come si propone la televisione: se sei un broadcast con l’ambizione di essere partner di grandi eventi internazionali il mercato risponde. Non dimentichiamo il concerto di Frank Sinatra al Palatrussardi di Milano. E quello dei Pink Floyd che chiesero la collaborazione di Rai 1 per suonare a San Marco, trasmesso in mondovisione».

E ricordato per le conseguenze tremende sulla città di Venezia.

«Che non era preparata a gestire un evento di risonanza mondiale».

Eventi del genere oggi sono irripetibili?

«Allora la Rai era punto di riferimento delle tv pubbliche europee e c’era una disponibilità diversa degli sponsor. Ricordiamoci che parliamo di manifestazioni con grandi budget, che potemmo realizzare perché c’era un lavoro di squadra e anche la collaborazione con la Sacis (la concessionaria di pubblicità della Rai ndr)».

Ha commesso qualche errore o fatto scelte di cui si è pentito?

«Forse ero impreparato ad alcune conseguenze. Se dovessi rifare il concerto dei Pink Floyd mi porrei per primo il problema della sicurezza. Per quello di Madonna a Torino tutto filò liscio, anche grazie a un produttore come Davide Zard».

Che cosa guarda oggi in tv?

«M’inquietano i talk show politici, perché mi sembra che il pubblico non sia protetto e che, più che l’approfondimento vero, vi prevalga la propaganda. Se un politico fa un’affermazione, le redazioni non sono attrezzate per verificare in tempo reale se corrisponde al vero o no».

Ce n’è qualcuno che si salva?

«Apprezzo la scelta di Piazzapulita di ricorrere alle riflessioni di Stefano Massini anziché alle gag del solito comico. Lo trovo più in sintonia con il momento che viviamo».

Guarda anche la fiction?

«Purtroppo quella italiana non è a livello delle serie internazionali. Con l’eccezione di Montalbano, la nostra è una fiction provinciale».

Quali serie le sono piaciute ultimamente?

«Baghdad central, Homeland, La casa di carta».

Tra i comici chi le piace di più?

«Maurizio Crozza».

Ha conservato amicizie nel mondo della televisione?

«Ho conservato rapporti professionali. Mi manca Luciano Rispoli che mi fece da battistrada e con il quale avevo un rapporto di stima e amicizia».

 

La Verità, 27 febbraio 2021

 

Con Franceschini Sanremo è un rebus di Stato

Il fatto è che teatri e cinema dovrebbero essere aperti e funzionanti da un pezzo. Ovvio, rispettando protocolli e restrizioni. Seguendo contingentamento e distanziamento del pubblico. Regolando gli afflussi. Ma funzionando. Altrimenti sfugge la ragione per cui i supermercati siano aperti, le chiese, distanziate e sanificate, anche, e le scuole medie ed elementari pure, mentre per le superiori si auspica un rapido ritorno alla didattica in presenza. Perché i teatri e i cinema no, pur con il pubblico al 50%?

Nella confusione generale e normativa che complica la nostra quotidianità era inevitabile che anche il Festival di Sanremo si trasformasse in un affare di Stato. Del resto, per un motivo o per l’altro, lo è ogni anno. Figuriamoci nel bel mezzo di una crisi di governo e di una pandemia che miete centinaia di morti al giorno, come qualcuno, un po’ moralisticamente, ha fatto notare. Così è la nostra Italia. Anzi, l’Italietta delle canzonette. Il governo dimissionario si schiera contro il Festival. Amadeus, il conduttore ancora in carica, critica la decisione del ministro dei Beni culturali Dario Franceschini e minaccia di abbandonare la direzione artistica della kermesse. I vertici Rai di nomina governativa si barcamenano. Il direttore di Rai 1, Stefano Coletta spinge perché Sanremo si faccia rispettando le restrizioni: «Sarà uno show protocollato come evento televisivo e sarà realizzato in grandissima sicurezza, in accordo con la prefettura, l’Asl e le autorità preposte». Le case discografiche scrivono al ministro della Salute sottolineando la difficoltà dei loro artisti a esibirsi in un teatro deserto. Eventualità di fronte alla quale Amadeus minaccia il rinvio a tempi migliori. Roberto Speranza inoltra la preghiera delle major della discografia al Comitato tecnico scientifico. Il quale non si riunsice per pronunciarsi sull’inestricabile questione. I giornalisti filogovernativi (Selvaggia Lucarelli) dicono e che sarà mai: «Se ce l’ha fatta Floris senza pubblico ce l’ha può fare» anche Amadeus. Da brava concorrente della Rai, La7 fa il suo gioco: «Il ministro Dario Franceschini mette a tacere le polemiche…», oibò.

Ecco la bagarre che ci mancava, perché Sanremo è Sanremo. In realtà, al ministro è bastato un tweet per dimostrare di averci capito pochino: «Il Teatro Ariston di #Sanremo è un teatro come tutti gli altri e quindi, come ha chiarito ieri il ministro @robersperanza, il pubblico, pagante, gratuito o di figuranti, potrà tornare solo quando le norme lo consentiranno per tutti i teatri e cinema. Speriamo il prima possibile». Nell’attesa che questo «prima possibile» già tardivo arrivi, il nodo da sciogliere è quello dei figuranti: «attori» scelti, controllati e contrattualizzati dalla Rai, che andrebbero a comporre il pubblico di 800 persone che occuperebbe la platea dell’Ariston. Il quale, però, non è un teatro «come tutti gli altri», perché in occasione del Festival diventa un normale studio televisivo.

Il cinguettio del ministro Franceschini – lo stesso che ha promosso la realizzazione della «Netflix della cultura italiana» in partnership con la semiclandestina Chili Tv e non con la Rai – è smentito anche dalle Faq del sito di Palazzo Chigi. La presenza di pubblico è infatti ammessa negli studi tv, «in quanto alle trasmissioni televisive non si applica il divieto previsto per gli spettacoli, perché la presenza di pubblico in studio rappresenta soltanto un elemento “coreografico” o comunque strettamente funzionale alla trasmissione». Non si spiegherebbe altrimenti perché programmi come X Factor e il Maurizio Costanzo show, registrato per altro al teatro Parioli, abbiano potuto andare in onda con un pubblico di figuranti.

«Sanremo è un continuum dell’intrattenimento che siamo riusciti a organizzare quest’anno nonostante la pandemia», ha sottolineato il direttore di Rai 1. Non sfugge ai più che, tra sponsor, pubblicità, industria discografica, cachet delle star, autopromozione della rete e tutto il resto, movimentando alcune decine di milioni di euro, il caravanserraglio del Festival è la macchina da soldi della Rai. E anche del Comune di Sanremo: «La mancata realizzazione del Festival comporterebbe un minor introito alle casse tale da portare il comune al default», ha detto allarmato il sindaco Alberto Biancheri. E pazienza se alcuni sovrintendenti d’importanti teatri come La Scala o L’Opera di Roma lamentano il trattamento di favore di cui godrebbe il Festival della canzone italiana. Per la verità c’è anche chi spinge nella direzione opposta e chiede di superare l’ipocrisia dei figuranti, aprendo le porte dell’Ariston a un pubblico vero. Con la sua forza d’urto, Sanremo potrebbe funzionare da apripista. Per ritornare alla normalità, prima o poi, da qualche parte bisogna pur cominciare.

Il governo è ancora in carica «per il disbrigo dell’ordinaria amministrazione». Ma con il Covid, il Festival della canzone italiana è affare ordinario o straordinario? Servirà nominare una task force per saperlo?

 

La Verità, 29 gennaio 2021

Tra tanti, spicca l’augurio subliminale di Mina

Si è realizzato uno strano effetto di sovrapposizione, quasi uno scambio di ruoli, la sera del 31 dicembre guardando in sequenza su Rai 1 prima il Messaggio di Fine anno del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, poi l’anteprima dell’Anno che verrà con Amadeus, infine il lungo spot della campagna istituzionale di Tim con la voce di Mina. Sarà stato il non cenone al quale un po’ tutti eravamo intenti causa restrizioni da zona rossa, sarà stato l’anno che ci lasciavamo alle spalle, è evidente che il messaggio più gradito sia arrivato dal musical allestito in tre minuti e mezzo dal marchio della compagnia telefonica. Probabilmente per obblighi istituzionali, per stile della casa, per impacci conseguenti alla crisi ventilata, minacciata, possibile o incombente, il discorso del Capo dello Stato non è andato oltre un’accorata esortazione a comportarci bene. Il prologo del tradizionale varietà della notte di Capodanno ha invece confermato l’impostazione da caravanserraglio della rete: tutti dentro un calderone che mixa Gianni Morandi e Piero Pelù, Rita Pavone, Gigi D’Alessio e J-Ax, con qualche ballerina di contorno. In sintesi, «l’Italia dei capelli tinti», è stato autorevolmente scritto.

Schiacciato tra il messaggio presidenziale e il veglione in studio, alla fine il contenuto più augurale è arrivato dallo spot «Questa è Tim». Non tanto per l’abusato arcobaleno che soverchiava il titolo, quanto per il ballo di massa finale. Leggero, colorato, spensierato, sinonimo di libertà da riconquistare. È l’auspicio per il 2021 che, in modo subliminale, è rimbalzato da quei quattro minuti di musica, parole e danze. Così la campagna per i 100 anni d’innovazione, è diventata, per collocazione e contesto, il vero messaggio positivo ai telespettatori.

Lo spot si presenta con l’immagine di Torino, capitale della ricerca tecnologica da dove parte «una storia italiana», «la storia di un’idea e di chi trovò la strada per farne una realtà. Così da cent’anni un’infinita via fa volare milioni di ciao, di come stai. Se pure noi siamo lontani, ci fa sentire più vicini». Le parole sono l’adattamento del testo di This is me, dal musical The Greatest Showman. Le coreografie che Luca Tommassini ha tratto da altri grandi musical e da Pane, amore e… o Flashdance, le immagini montate con linguaggio contemporaneo dalla regia di Luca Josi, direttore della comunicazione strategica di Tim, e le note della voce di Mina, ci trasmettono quella leggerezza e quell’autostima di cui oggi più che mai abbiamo bisogno.

 

La Verità, 2 gennaio 2021

L’eredità di Sanremo? Il gender fluid è «avanti»

A bocce ferme… Oddio, non fraintendete, non fate i soliti maschilisti («Qui c’è del boccismo», direbbe Fiorello). Insomma, a riflettori spenti, che cos’ha lasciato in eredità la settantesima edizione del Festival di Sanremo? Oltre alla vittoria di Diodato, alla reunion dei Ricchi e Poveri, alla disunion di Bugo e Morgan, alla resilienza di Paolo Palumbo e all’amicizia tra Fiore & Ama (auguri per Sanremo 2021, podologo permettendo); oltre a tutto questo, qual è il vero messaggio, il testimone consegnato ai posteri dal Festivalone appena concluso? Pensiamoci bene. Più ancora della lotta alla violenza contro le donne, con tanto di monologhi e schieramenti di star (nessuno che abbia ripescato Donne di Zucchero, Festival 1985), qual è stato il vero lascito, strisciante, ma ribadito in svariate forme e situazioni più o meno artistiche e poco subliminali? Qual è il pensiero unico tracimato dall’Ariston? L’avanguardia è gender fluid, ecco il messaggio, e dite se non è vero. Gli outfit di Achille Lauro, il sermone di Roberto Benigni con la password biblica all’amore omosex, le fierezze di Tiziano Ferro… Uniamo i puntini. La bisessualità, anzi, la polisessualità, l’amore tra uomo e uomo, tra donna e donna, che però non disdegnano la contemporanea e tradizionalissima eterosessualità: tutto questo è il futuro, il progresso, persino l’ecosostenibilità, considerato che c’è chi comincia a suggerire la rinuncia a far figli come arma anti inquinamento. L’uscita dalla vetusta sessualità binaria (c’è del «binarismo»?) è contemporanea, moderna, disinibita, persino ecologica. Libera: ecco la parola (ma «liberismo» non va bene). Quello che va bene è assecondare gusti e inclinazioni. Nessuno può dettarci come esprimere le nostre passioni. Siamo nel Terzo millennio. Questa è la nuova frontiera del costume e del lifestyle. Ancora ci si scandalizza? Tiziano Ferro monologheggia: «Non sono sbagliato. Nessuno lo è». Parliamone senza manicheismi. Ma considerata l’aria che tira e il protagonismo della minoranza omo e bisex, non vorremmo si ribaltasse l’emisfero e, per compiacere mode e modernità, la maggioranza etero diventasse improvvisamente noioso simbolo rétro.

Tornando alle canzonette, nessuno scandalo, pura registrazione dei fatti. Meglio, fatterelli. Il gender fluid è stato il tema ricorrente della kermesse, testimonial ufficiale Achille Lauro fin dalla prima apparizione con body glitterato («glitteratismo»?). Dopo, molto altro. Al punto che vien da dubitare sia stato tutto studiato, programmato, scritto. O forse no, la polisessualità ormai è talmente naturale da venir fuori spontanea. Operazione studiata, ideologia o tendenza inarrestabile, non si sa cosa sia più preoccupante. Ecco i fatterelli. La precisazione di Tiziano Ferro dopo aver cantato «per la prima volta» al maschile Almeno tu nell’universo e la sua rima con «tu che sei diverso», canzone che Bruno Lauzi aveva destinato a una donna (Mia Martini, Sanremo 1989, èra di amori tradizionali). La lectio biblica di Benigni, il teologo di Sanremo, sul Cantico dei cantici gay friendly che ha fatto esultare una buona fetta del popolo dei social, intere redazioni di riviste patinate, backstage e passerelle del fashion, schiere di millennials queer e di critici snob per la demolizione della famiglia tradizionale consumata nell’orario di massimo ascolto. La tendenza era stata magistralmente anticipata da Dagospia che già la prima sera aveva appaiato le foto di Elettra Lamborghini e Achille Lauro in pigiama nude look sberluccicanti, con la fulminante didascalia Genitore 1 Genitore 2. Antimoralisti in visibilio. Poi dicono che la musica passa in secondo piano. A un festival della canzone, oltre che indossare capi firmati o citare look storici, bisognerebbe anche saper cantare, o no? Andiamo avanti. Ecco altri ammiccamenti e baci, compreso quello per la pace tra Fiorello e Ferro, con tanti saluti al marito di quest’ultimo e giuliva corsa nel retropalco. Altre apparizioni, nessuna esclusa, dell’interprete di Me ne frego nei suoi variopintissimi travestimenti da Ziggy Stardust, diva del cinema muto, Elisabetta Tudor regina d’Inghilterra e d’Irlanda. Una sfilata coreografica, una galleria d’invenzioni sceniche inneggianti al transessualismo e alla contestazione della famigerata sessualità tradizionale, sottolineata con altri baci e strusciamenti a Edoardo Manozzi (in arte Boss Doms), il truccatissimo chitarrista accompagnatore.

Impegnandosi, si potrebbe anche tollerare tutto questo fluidismo. Siamo nel Terzo millennio, appunto. La stonatura è negli osanna esagerati, anche quelli di Fiore, il mattatore di questo Festival, che ha voluto puntualmente farsi fotografare al fianco di Lauro. Perché «lui è avanti» («avantismo»?) e «ha riportato a Sanremo le performance che una volta erano di Anna Oxa, Patty Pravo, Renato Zero». Allargando il campo, si potrebbero citare anche Alice Cooper, David Bowie, Ozzy Osbourne, Marylin Manson e chissà quanti se ne dimenticano. Ma tant’è. «Se qualcuno lo fischia, vuol dire che è indietro», ha tagliato corto il talismano dell’Ariston nell’unica sentenza venutagli un po’ così, in un eccesso pedagogico forse sfuggitogli per stanchezza. Evitando i fischi, magari, ci permettiamo di dissentire e di non iscriverci a questo «avantismo». Anche perché, senza amore tradizionale, la stessa specie umana non farebbe molta strada, così per dire. E di difendere la libertà di continuare a baciare una persona dell’altro sesso senza doverci sentire «un passo indietro».

 

La Verità, 10 febbraio 2020

Fiore talismano Ama medioman Bugo-Morgan 0

Grazie al cielo il 70° Festival di Sanremo è finito. Però, vabbè: era l’unico programma desardinizzato della Rai. Dopo le gaffe da preambolo, il Festival di Ama & Fiore è partito subito bene e, di serata in serata, è andato migliorando pure negli ascolti, infrangendo record e paragonandosi ai risultati baudeschi del 1997, èra prepiattaforme. 13 milioni di telespettatori medi nelle prime parti, 56% lo share delle seconde. Oltre che nella presenza di Fiorello, il segreto è nella durata delle serate fino all’albeggiare. Non a caso, lo share lievita svoltando la mezzanotte, quando la concorrenza è a nanna. Intanto si è già cominciato a immaginare chi potrebbe condurre e dirigere il carrozzone nel 2021. Fabrizio Salini permettendo, Ama & Fiore si sono guadagnati il bis sul campo. Tra i loro meriti, aver tenuto la politica abbastanza lontana dal teatro Ariston, salvo qualche eccezione. Altra tendenza, la difficoltà crescente nel linguaggio: lentamente il politicamente corretto sta accerchiando anche «l’unica festa patronale di questo gran paesone» (Marcello Veneziani). Tracciamo un bilancio con voti decrescenti del Festival 2020 anche se, mentre scriviamo, ancora non si sa chi l’ha vinto. Anche su questo Fiorello aveva avuto l’idea giusta: «Chiudiamola qui», ha detto venerdì sera dopo l’inusitato forfait di Bugo, «proclamiamo una sera prima il vincitore e ce ne andiamo tutti a casa». Magari!

Fiorello La formula era su misura per lui: battitore libero, ad Amadeus la burocrazia della gara. Mattatore, showman a 360 gradi, funambolo, improvvisatore di monologhi (contagioso quello sui sessantenni e i problemi di minzione). Dispensatore di buonumore anche nel climax della scomparsa di Bugo («Allora, allora – con fare risolutivo – non ho capito niente di quello che è successo»), calamita di eccellenze come il numero uno del tennis, Novak Djokovic. Tutto questo si sapeva, come pure se ne conosceva la permalosità. L’istinto di razza si è visto nel tormentone anti accuse di sessismo. «Qui c’è del fiorismo», ha detto dopo aver apprezzato l’omaggio floreale ricevuto nei panni di Maria De Filippi. E poi «del cantismo», «del bacismo», «del machismo»… Genialissimo fuori copione indirizzato ai maestrini della sala stampa. Talismano. 10

Paolo Palumbo Avanguardia empatica. Aziona con gli occhi un sintetizzatore che emette «una voce da casello autostradale». Eppure le sue rime scaldano l’Ariston come poche altre. Il messaggio più positivo del Festival arriva da questo ragazzo di 22 anni malato di Sla: «Quando vi dicono che i vostri sogni non si possono realizzare, continuate dritti per la vostra strada seguendo il cuore, perché i limiti sono dentro di noi».  Resiliente. 9

Ricchi e Poveri Il vintage che vince. La reunion ha portato in vetrina una vecchia storia di corna e gelosie. Ma soprattutto ha innescato la festa in platea. Tutti in piedi a cantare La prima cosa bella, Che sarà, Se m’innamoro, Sarà perché ti amo, Mamma Maria. Da giovani ci si sarebbe vergognati a farlo. Come si cambia, canterebbe Fiorella Mannoia. Spensierati. 8

Amadeus Professionista. Muro di gomma. Perfetto medioman. Pian piano si è risollevato dalle gaffe di partenza. Sapeva che, stando a ruota dell’amico, poteva solo crescere. Ha subito ironie, sberleffi, gavettoni, alti e bassi. Ma lui non è permaloso, altrimenti… Sanremo è una giostra, impossibile non prendere qualche colpo. Non si è perso d’animo nemmeno quando Bugo si è dileguato. Il bravo ragazzo italiano che va a baciare mamma e papà in platea che fa simpatia a tutti. Punti deboli? La scelta delle canzoni, francamente non eccelse e troppo farcite di rap, e l’estenuante lunghezza delle serate. Sempre in piedi. 7,5

Antonella Clerici Tra tante dive bellissime (si può dire?) è parsa la più signorile. L’Ariston è casa sua e la conduzione il suo mestiere, commozione in conferenza stampa a parte. Si è portata due boys perché l’aiutassero a scendere le scale ornata in abiti coloratissimi e strascicatissimi. Dal librone del Festival ha letto i segreti del successo di Ama: le gaffe, gli orari antelucani… Se lo poteva permettere; anche lei, come lui, è della scuderia Lucio Presta. Disinvolta. 7,5

Vincenzo Mollica Comunque vada sarà un successo, diceva Piero Chiambretti. Si potrebbe applicare alle cronache sempre positive dell’inviato principe della Rai sugli eventi di spettacolo. Lezioni di stile e garbo. Il Festival gli ha tributato l’omaggio dei grandi, con i video di Stefania Sandrelli, Vasco Rossi, Roberto Benigni. I dirigenti erano lì a fianco ma, non si sono intromessi. Commozione, affetto, compostezza. Perché Mollica è Mollica. Storico. 7,5

Francesco Gabbani Ha vinto alla prima partecipazione Sanremo giovani nel 2016, poi tra i big nel 2017 battendo Fiorella Mannoia. La sua Viceversa parla di opposti che si aiutano e di condivisione. È una bella canzone, positiva, ben interpretata dal più teatrale fra i concorrenti. Outsider. 7

Tiziano Ferro Quando devi cantare Perdere l’amore e Almeno tu nell’universo hai vinto a tavolino. Con la sua propensione al soprarighismo, l’interprete di Sere nere è riuscito a pareggiare. Capriccioso causa collocazione nel palinsesto delle serate, enfatico nelle esibizioni. Come quando ha voluto specificare, tra le lacrime, che Bruno Lauzi aveva scritto per una donna Almeno tu nell’universo perché l’imprescindibile rima con «tu che sei diverso» non poteva essere volta al femminile, ma lui era felice di essere il primo uomo a cantarla, mantenendo la coniugazione al maschile. Egoriferito. 5

La saga di Deejay Neanche un tweet da Jovanotti sul Festival dei suoi amici. Lorenzo Cherubini all’Ariston non s’è visto: era in Perù. Claudio Cecchetto, invece, non è stato invitato. Dicono che in Rai non amino «i pacchetti» e con Amadeus, Fiorello, Nicola Savino, il Festival era già monopolizzato dall’emittente del gruppo Gedi. Speriamo il dissapore non finisca come al Fatto quotidiano. Era indispensabile imbarcare tutti nel carrozzone? Festival dell’amicizia incrinata? Primedonne. 5

Mannoia, Nannini, Pausini & Co Dopo il monologo di Rula Jebreal serviva ancora la comparsata delle sette cantanti sette per annunciare la campagna «Una, nessuna centomila» e il megaconcertone di Campovolo del poco prossimo 19 settembre? In piena overdose femminile e femminista, tra monologhi e denunce sparse, in mezzo alle tante interpretazioni di cover del passato e pur con l’ospitata dello stesso Zucchero, forse qualcuna poteva ripescare dalla storia festivaliera la sua Donne, meglio di tante parole… Pleonastiche. 4,5

Promo Rai Martellanti. Ridondanti. Sparati sempre in grappolo ad allungare i già incombenti break pubblicitari. La tv di Stato approfitta della vetrina per esporre tutto il meglio della programmazione in arrivo. Il meglio? C’è persino Mario Tozzi con Sapiens su Rai 3… Al centocinquantesimo sussurro tra le due amiche geniali cominci a sperare che si strozzino tra loro. Alla duecentesima telefonata di Catarella in siciliano stretto vorresti lanciare l’hashtag #Catarellaimparalitaliano. Asfissianti. 4,5

Roberto Benigni Il teologo di Sanremo. Il Cantico dei cantici apocrifo, presentato come «il libro più bello, più santo, più importante della Bibbia» (sono 15 pagine) con tanto di consulenti professori, poeti, biblisti, cardinali è stato forse il momento peggiore di tutta la kermesse. Il bello (o il brutto) è che se ne sono accorti in pochi. Un trailer molto arbitrario dell’amore omosessuale patrocinato dalle sacre scritture… Manipolatorio. 4

Junior Cally Rapper sardina. Per farci digerire i fiumi di polemiche pre Festival il suo brano avrebbe dovuto essere almeno un minuetto mozartiano. Invece arruola sei autori per martellare di «No, grazie» Matteo Salvini, Matteo Renzi, gli odiatori del web e gli yes men. Sai che novità. Rapper dell’establishment. Omologato. 4

Regia e dirigenti Rai Selfie continuo. Ogni inquadratura una zoommata di saliva. Al neodirettore di Rai 1 Stefano Coletta, al direttore generale Fabrizio Salini e a Giovanna Civitillo, moglie di Amadeus. Non si sono schiodati un minuto dalla prima fila per tutta la settimana. Compiaciuti. 4

Achille Lauro Idolo di Vanity Fair. Sotto la cappa nera con intarsi dorati sfoggia la tutina di strass effetto nude look che dovrebbe simboleggiare la rinuncia francescana ai lussi mondani. Peccato sia firmata Gucci alla modica cifra di 5.700 euro. La sera dei duetti eccolo invece con trucco pesante, abito di raso verde smeraldo e parrucca ramata: citazione di Ziggy Stardust, uno dei tanti travestimenti di David Bowie, simbolo di «una mascolinità non tossica». Minchia! si può dire? Fischiato all’ennesimo travestimento da diva del muto. Marylin Manson de noantri. Contraffatto. 3

Morgan e Bugo Dio li fa ma si accoppiano da soli. S’era capito già alla prima sera che l’ex leader dei Bluevertigo, occhi e bocca pittati, e il suo lugubre socio erano un binomio ad alta tensione. Morgan ha iniziato subito a scalpitare, inviando diffide dell’avvocato per le poche sessioni di prove. Per la serata delle cover in duetto, dopo le defezioni di Raffaella Carrà, Sergio Cammariere, Vittorio Sgarbi, Fast animals and the slow kids, i due soci… erano già un duetto (?). In compenso, per storpiare Canzone per te di Sergio Endrigo, l’ex giudice di X Factor si è fatto in tre, cantando, suonando il pianoforte e dirigendo l’orchestra. Bugo, invece, gorgheggiava per conto suo. Fino al colpo di scena finale con abbandono del palco. Autolesionisti. 0

 

La Verità, 9 febbraio 2020