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Pier Silvio loda Giorgia e non chiude a Vannacci

È un Pier Silvio in buona forma quello che mercoledì sera negli studi di Cologno Monzese ha tenuto banco per tre ore illustrando il progetto di tv europea perseguito da MediaForEurope (Mfe), il boom di audience a ruota della Ruota della fortuna, le nuove proposte per la stagione 2026-2027 e non si è risparmiato nelle risposte a tutto campo anche su Roberto Vannacci, Donald Trump e Giorgia Meloni. Rispetto ad altre uscite, sembra subire meno la fascinazione politica, ma qualcosa dice lo stesso. «Gli attacchi di Trump mi hanno infastidito. Stimo il primo ministro, meglio di come si è comportata Giorgia Meloni sarebbe difficile. Ha mostrato equilibrio nel preservare l’alleanza, ma senza mollare il punto. Sono orgoglioso di essere italiano e da italiano devo essere con lei e sono con lei». Il passaggio sul fenomeno Vannacci sembra invece correggere l’aut aut posto di recente dalla sorella Marina tra Forza Italia e il generale. Se alla fine rientrasse nella coalizione, come dovrebbe comportarsi il partito di Antonio Tajani che è venuto qui a Cologno per confrontarsi con voi? «Non ho la presunzione di dire né al governo né a Forza Italia come devono agire nei confronti del generale. È un bravo comunicatore, ma un conto è la propaganda, un altro scrivere un programma politico. Vedremo se quello di Vannacci sarà coerente e compatibile con quello del centrodestra e di Forza Italia». Forse il portavoce di Marina Berlusconi, Manrico Lucchi, presente in sala, avrà preso nota.
Dunque, Berlusconi jr è in forma nonostante l’incidente automobilistico subito alla vigilia del terzo anniversario della morte del padre, al quale si è comunque presentato tonico («volevo fosse una festa con tutti i dipendenti») come stasera. E allora, via a raccontare la nuova tv europea che dall’Italia si allarga alla Germania, dove ora Mfe possiede il 75% di Prosiebensat1, e comprende Austria e Svizzera, oltre al Portogallo, che si aggiunge alla Spagna, dove c’è da sempre. In quest’anno sono successe molte cose. «Non c’era La Ruota della fortuna che ha cambiato un po’ le sorti della tv italiana», rivendica «con orgoglio. E non eravamo ancora sbarcati né in Germania né in Portogallo, per realizzare un agglomerato di tv europea che si poggia sulla tv generalista». Si vede che è una visione che lo motiva perché era già nelle ambizioni di Silvio Berlusconi, quando alla spagnola Telecinco abbinò la francese La Cinq. «Ci lavoriamo come pazzi da settembre», dice Pier Silvio. «Però, a un certo punto, ho capito che dovevamo ripartire da quello che siamo, editori televisivi, investendo sul prodotto, in controtendenza con i broadcaster che disinvestono». Serve un’evoluzione basata su «integrazioni e sinergie…». L’ad di Mfe ripete la parola «coraggio» per fronteggiare le multinazionali digitali con «la creazione di nuovi contenuti davvero crossmediali». I dati consentono buone dosi di ottimismo perché positivi sia in termini di audience che di fatturato. E in anticipo sulle previsioni nel conseguimento degli obiettivi (nel 2025, rispetto al 2020, + 149% di ricavi, + 117% nell’utile netto e + 140% nell’impiego di personale). «Non siamo un fast-food internazionale. Anche sul digitale dobbiamo far vivere i nostri contenuti, creando un’unica digital platform europea», annuncia, facendosi aiutare da slide che evidenziano la presenza di quattro marchi del gruppo (Verissimo, Grande Fratello, Amici e Zelig) nella top 5 dei social network italiani (il quinto è X-Factor). In uno scenario che comprende le guerre, la  variabile Trump e la concorrenza digitale, «la battaglia è tostissima. Ma noi siamo forti perché unici, siamo grandi perché europei», sottolinea Pier Silvio. Evidenziando, in realtà, una dicotomia tra prospettiva continentale e dimensione locale non facilissima da comporre.
Dopo la parte visionaria, tocca a Federico di Chio, direttore generale Marketing strategico, la comunicazione dei risultati della stagione trascorsa e dell’offerta della prossima. I numeri sorridono al Biscione. In prima serata (20.30-22.30) sul totale individui, fino al 10 giugno, cioè prima dell’inizio dei Mondiali di calcio, Mediaset conquista il 38,9% mentre la Rai si ferma al 36,9. Se invece si arriva fino al 4 luglio, Mediaset sale al 39,2% e la Rai si assesta al 37. Cioè, a sorpresa, con i Mondiali, il vantaggio del Biscione aumenta (forse diminuirà ora che i match diventano più interessanti). Ovviamente, il divario è maggiore nel target commerciale 15-64 anni. Su tutto, si stende l’influenza magica della Ruota della fortuna, «vincente tre sere su quattro su Affari tuoi». Nell’ultima stagione tra le 20.30 e le 22.30 lo share di Canale 5 è passato dal 14,3 al 21,3%, 7 punti in più che corrispondono a «un incremento del 50%», rimarca di Chio. Per la nuova stagione, oltre alle conferme dei marchi classici targati Maria De Filippi, al Grande Fratello vip, a un’edizione rinnovata dell’Isola dei famosi condotta da Selvaggia Lucarelli, Canale 5 punterà su alcuni eventi. Si comincia con Una storia importante con Eros Ramazzotti, poi Dive (con le grandi interpreti della canzone italiana), uno show con Gigi D’Alessio per celebrare la canzone napoletana, Un paese mille canzoni diretto dai Pooh e i concerti di Irama, Achille Lauro, Emma e Giorgia. Nella fiction, oltre ai ritorni delle serie con Sabrina Ferilli e Vanessa Incontrada, spicca Il mio nome è Carlo, tv movie sulla vita di Carlo Acutis, programmato il 12 ottobre, nel ventennale della morte. In seconda serata tornerà Risiko di Federico Rampini e spunterà un approfondimento politico di Bianca Berlinguer che, invece, su Rete 4 si sposterà al mercoledì. «È una decisione mia», fa sapere Pier Silvio. «Credo abbia senso che si smarchi da un prodotto concorrente che guarda dalla stessa parte. Andrà in onda al mercoledì e al martedì Milo Infante, che condurrà anche Ore 11», dice a conferma delle indiscrezioni dei giorni scorsi. La novità è il raddoppio dell’access primetime, con Paolo Del Debbio dal lunedì al giovedì e Realpolitik dal venerdì alla domenica. «Non è una bocciatura di Tommaso Labate, il 4% di media lo considero un buon risultato», chiarisce Mauro Crippa, direttore generale dell’Informazione del gruppo. Tutte le altre prime serate della rete all news restano confermate.
Espressa la soddisfazione per l’acquisizione delle Atp finals di tennis di Torino, negato qualsiasi veto alla collaborazione di Barbara D’Urso con la Rai, esternata l’apertura ad Amadeus, «se c’è un progetto editoriale», ora che Urbano Cairo ha detto che i rinnovi contrattuali non sono automatici, va registrata quella verso Enrico Mentana: «Per lui nutro stima, affetto e gratitudine in quanto fondatore del Tg5, perciò porte aperte», butta lì Berlusconi jr, e se son rose… Si chiude sull’agognato anticipo della prima serata: «Se la Rai, che è servizio pubblico, accorcia l’access, noi che siamo tv commerciale, la seguiremo. Un paio di stagioni fa noi avevamo ridotto il nostro, ma dalla Rai non abbiamo visto nessuna reazione. Perciò, adesso stiamo a guardare». E buona estate a tutti.

 

La Verità, 10 luglio 2026

La Rai si rifà il look e rimescola l’informazione

Per la presentazione dell’offerta televisiva 2026/2027 la Rai cambia look. Innanzitutto, conia un nuovo claim, «Rai c’è», un po’ generico e molto generalista, ma utile per diffondere orgoglio a 360 gradi. E poi cambia il volto di copertina, affidando a Incoronata Boccia, nuovo direttore dell’Ufficio stampa, la conduzione della convention dei palinsesti dal Teatro delle Muse di Ancona. Oltre l’immagine, però, s’intravede qualche novità anche nella sostanza e nella consapevolezza del ruolo di servizio pubblico in uno scenario in continua e rapida evoluzione. La «Rai c’è» come broadcaster che produce più ore di televisione in Europa, pur con un budget tra i più bassi. C’è come editore che aumenta il numero di ore d’informazione e approfondimento, passando da 400 nel 2023 a 700 nel 2025. Come azienda che licenzia il primo bilancio in attivo dopo otto anni. E che, pur senza presidente da due anni (Simona Agnes è ancora in stand-by, surrogata da Antonio Marano, consigliere anziano), in presenza di un direttore generale in bilico come Roberto Sergio, ha varato il nuovo piano industriale e avviato una ristrutturazione logistica e immobiliare (glissiamo sulle dimissioni della Commissione di vigilanza innescate dall’opposizione). Infine, «c’è come vero e proprio hub industriale che tiene in piedi intere filiere produttive dell’audiovisivo», sottolinea l’amministratore delegato Giampaolo Rossi. Che evidenzia un certo rammarico perché «siamo una realtà più stimata all’estero che in Italia. Tuttavia, a differenza di altri competitor pubblici e privati, siamo determinati a non subire, ma a interpretare e gestire il cambiamento in atto».
È un quadro forse un filo ottimistico quello dell’ad della Tv pubblica soprattutto se si pensa che, sebbene non si siano visti martiri tra coloro che hanno lasciato la Rai in questi anni e TeleMeloni sia una fake che gode di buona stampa, ancora non si riconosce un lavoro editoriale che evidenzi volti e programmi memorabili, nel segno di una discontinuità con il passato. Rossi, però, derubrica l’osservazione a polemica, appellandosi al ricambio in atto: «Nei nostri palinsesti c’è un tasso d’innovazione dei volti che non ha eguali». Che, però, finora non ha prodotto personalità carismatiche come ce n’erano con altre direzioni, da Michele Santoro a Gad Lerner, da Giovanni Minoli a Renzo Arbore, giusto per fare qualche nome. Di conseguenza, risulta difficile individuare un marchio di fabbrica di questa governance che vada oltre certe cancellazioni. Fortuna che quella di Via dei matti n 0, contestata dalla Verità, è scongiurata: nel 2027 Stefano Bollani e Valentina Cenni riprendono il loro posto su su Rai 3. Buon segno. A proposito di ritorni, si rivedranno i racconti noir di Carlo Lucarelli, mentre una cauta apertura si registra alla possibilità di quello di Amadeus: «La Rai è un’azienda aperta. Non ha chiusure di nessun tipo», premette il numero uno di Viale Mazzini. «La possibilità di un ritorno di Amadeus è legata all’esistenza di un’idea editoriale. Se ci sarà, se ne discuterà con i direttori di riferimento».

Nell’attesa, vediamo le novità della prossima stagione.

Nuova informazione
Nei programmi di approfondimento si registra qualche cambiamento. In attesa di completare il casting per la successione di Federica Sciarelli a Chi l’ha visto?, su Rai 2 Salvo Sottile prende il posto di Milo Infante, passato a Mediaset, nella conduzione di Ore 14, edizione serale compresa, mentre Roberto Inciocchi, «che gode di un gradimento bipartisan», sottolinea Paolo Corsini, direttore degli Approfondimenti, debutta il mercoledì sera con un talk intitolato Patù. Al suo posto su Rai 3, in una versione extralarge di Agorà, si sposta Annalisa Bruchi, mentre Antonino Monteleone viene confermato al timone di Filorosso. L’idea è costruire una linea d’informazione equilibrata, non programmaticamente schierata a sinistra, premiando conduttori giovani e che si stanno costruendo una credibilità. Peccato che la riforma dei generi che ha cancellato le reti renda tutto sfumato e un po’ dispersivo.

Fiction e serie tv
Da 177 giorni – Il rapimento di Farouk, sul sequestro del piccolo Farouk Kassam avvenuto in Sardegna nel 1992, a La famiglia Panini – L’avventura delle figurine, sulla storia della famiglia creatrice delle storica collezione che ha segnato l’infanzia di intere generazione, da Livatino – Il giudice e i suoi assassini, miniserie sulla vita di Rosario Livatino diretta da Michele Placido a Una finestra vista lago, tratta dai romanzi di Andrea Vitali, fino al tv movie su Giovannino Guareschi Non muoio neanche si mi ammazzano, sono dodici i nuovi titoli della prossima stagione. Tre, invece, i sequel: Doc nelle tue mani con Luca Argentero, Libera 2 con Lunetta Savino e I casi di Teresa Battaglia, con Elena Sofia Ricci.

Eventi
L’autunno di Rai 1 sarà impreziosito da alcuni speciali. Si comincia il 4 ottobre con quello su San Francesco aperto dal Cantico delle creature rivisitato da Roberto Benigni, una produzione Paramount+ con un’introduzione dell’artista esclusiva per la Rai. In novembre, Meravigliosamente, due show con Sal Da Vinci, e la serata contro la violenza sulle donne di Una Nessuna Centomila, con Fiorella Mannoia e Carlo Conti dall’Arena di Verona. Infine, nella primavera 2027, Latin Grammy celebra, megashow sulla musica latina di cui la Rai si è aggiudicata i diritti mondiali.

Nuovi canali
Con Italiana, debutta una rete tematica dedicata al territorio e alle tradizioni artistiche e gastronomiche garbatamente «sovranista». Rivolta alla generazione Alpha è invece V/BE, la nuova multipiattaforma per ragazzi e ragazze tra i 10 e i 14 anni.

 

La Verità, 4 luglio 2026

Amadeus lascia Discovery, c’è aria di Mediaset

Era nell’etere. Amadeus lascia Warner Bros. Discovery con due anni d’anticipo sulla scadenza del contratto. Il suo fedele amico e consigliere Rosario Fiorello l’aveva fatto capire più volte. La storia con la Nove era giunta al capolinea. E risoluzione consensuale è stata. «Con Amadeus abbiamo condiviso un percorso importante, affrontato con impegno, dedizione e professionalità», dichiara Alessandro Araimo, amministratore delegato di Warner Bros. Discovery Southern Europe. «Oltre al valore del lavoro fatto insieme, resta un rapporto, anche personale, basato sulla stima e il rispetto reciproco». «Sono stati due anni intensi, ringrazio Alessandro Araimo per la stima, assolutamente reciproca e faccio un grosso in bocca al lupo a tutto il gruppo Warner Bros. Discovery per i progetti futuri», risponde il conduttore.
Tuttavia, oltre la cordialità ufficiale, i flop hanno lasciato il segno da una parte e dall’altra. Nelle casse della multinazionale americana, dove il conduttore era sbarcato a suon di milioni, dieci in quattro anni. E anche nell’autostima del professionista televisivo. «Non sono un pifferaio magico», aveva riconosciuto lui dopo gli ascolti deludenti di Chissà chi è e della nuova Corrida, segnando la differenza da Maurizio Crozza e Fabio Fazio che avevano trascinato sul canale Nove da La7 e dalla Rai i loro seguaci. Amara presa di coscienza. Salvo pochi casi, favoriti da posizionamenti politico-culturali più o meno espliciti, la differenza in televisione la fa l’editore. O, detto diversamente, il contenitore. Nemmeno Pippo Baudo – che era lui – funzionò a Mediaset allora Fininvest.
Ora, alla vigilia della presentazione dei palinsesti 2026/27, ci si chiede dove potrà riapparire l’ex conduttore di cinque Festival di Sanremo consecutivi. Interrogato pochi giorni fa, Giampaolo Rossi, numero uno di Viale Mazzini ha chiuso alla possibilità di un ritorno in Rai: «Ha deciso di andarsene, abbiamo fatto altre scelte». Più percorribile risulta la strada che porta a Cologno Monzese. Nell’ultima stagione Amadeus è stato spesso ospite di prime serate di Canale 5, per esempio come giudice speciale di Amici di Maria De Filippi. E proprio l’influenza di Maria potrebbe avere un peso nella trattativa. Nonostante la presenza di big come Gerry Scotti e Paolo Bonolis, la tv del Biscione appare una destinazione affine a un conduttore che ha nel proprio bagaglio la gestione di grandi show musicali.
Sono passati poco più di due anni da quando, respingendo gli ultimi tentativi di trattenerlo in Rai, Amedeo Umberto Rita Sebastiani aveva annunciato: «È tempo di nuove sfide professionali e personali. È tempo di nuovi sogni». Sfide perse e sogni infranti. Ma ora si ricomincia.

 

La Verità, 27 giugno 2026

La7 e Mediaset «credono» alla fake di TeleMeloni

Poi dice che uno si butta sullo sport e le serie tv. Che altro ci sarà da guardare in televisione, ora che è stato sollevato il lenzuolo dalla programmazione della prossima stagione di Rai, La7 e Mediaset. Et voilà, novità tendenti allo zero. Fantasia latitante. Salvo rare e apprezzabili eccezioni, perché davvero proprio non si poteva fare diversamente, formule e format sono stati in gran parte confermati. La televisione che verrà sarà deprimente come quella che se n’è appena andata. Il telespettatore che si nasconde in noi è sconfortato. Dovrebbe guardare talk show vocianti con esponenti politici di terza fila mischiati a tuttologi ed esperti che surfano dall’emergenza sanitaria a quella bellica fino a quella climatica? Dovrebbe sintonizzarsi su programmi di approfondimento che in realtà sono ciclostilati di propaganda antigovernativa a prescindere? Oppure varietà ridanciani e cheap con il solito giro di ospiti, anch’essi, a loro volta conduttori o ex conduttori di programmi della medesima scuderia di agenti, quando non della medesima rete tv, in tournée promozionale? O forse il telespettatore medio dovrebbe essere soddisfatto dei morbosi contenitori di cronaca nera che riempiono i pomeriggi delle reti ammiraglie? O magari delle rubriche di gossip e infotainment sugli amorazzi transeunti dei divetti dello showbiz. O dei reality epidermici utili a promuovere mezze figure o a riciclare personaggetti in caduta libera, eppure inflazionatissimi e sovraespostissimi nei primetime delle tv commerciali? ChiareFerragne, DiletteLeotte, AndreiPennacchi, Elodie e Mahmood, StefaniMassini, StefaniFresi, RobertiBurioni, PiniInsegni, GiulieDeLellis, Luchi&Paoli, MassimiGiannini, GeppeCucciare, PaoliConticini, SareManfuso, OscarFarinetti… ci vorrebbe un altro Rino Gaetano in grado di aggiornare con un nuovo capitolo il catalogo della sua strepitosa Nuntereggae più. In assenza, si mette mano al telecomando e si cerca la via di fuga. Appunto, sport e serie tv. In acronimo: S&St. Stop, con rare eccezioni. Gli altri acronimi, Ts&R (Talk show e Reality), oppure VI&G (Varietà, Infotainment e Gossip), hanno ampiamente stancato.
Insomma, personalissima abitudine, la tv generalista non si guarda più, salvo eccezioni.
Ma andiamo con ordine.

Altro che TeleMeloni

Il 27 giugno scorso, un venerdì nel quale i giornaloni rifrangevano i lustrini dei Bezos convolati a nozze sul Canal grande, la Rai ha presentato la sua collezione autunno-inverno 2025/2026. Ci si aspettava l’epocale annuncio di un programma affidato alla reietta Barbara D’Urso. Era la notizia tanto attesa. Invece, nisba. Delusione serpeggiante fra gli addetti al pissi pissi. Barbaria (copy Dagospia) avrà forse qualche ospitata. O magari gareggerà a Ballando con le stelle. Per il resto, spulciando le cronache, si scopre Whoopi Goldberg guest star della soap Un posto al sole, Kevin Spacey bentornato protagonista di una sit com su Raiplay e l’immancabile serata evento pedagogica di Roberto Benigni che, magari con Sergio Mattarella in prima fila, ci racconterà San Pietro. Detto che l’innesto più o meno estemporaneo di tre attori non fa linea editoriale, va aggiunto che, oltre alle conferme di prammatica (Carlo Conti, Antonella Clerici, Milly Carlucci, Stefano De Martino, Marco Liorni e Francesca Fagnani), si registrano soprattutto alcune defezioni. Non che si perda chissacché con la fine di Citofonare Rai2 della coppia Paola Perego Simona Ventura – quest’ultima passa a Mediaset per condurre Il Grande fratello dei Nip. O con lo spegnimento di Epcc dell’eterno giovane Alessandro Cattelan, anche lui in rotta verso Cologno Monzese. Di buono c’è che Viale Mazzini non ha le porte girevoli e ai segnali di pentimento di Amadeus e Flavio Insinna, transfughi un anno fa da TeleMeloni, ha opposto un netto «la Rai non è un albergo». Purtroppo, e paradossalmente, segnali di vero telemelonismo non se ne sono visti. Almeno ci si sarebbe potuti dividere; si sarebbe litigato, discusso, polemizzato. Niente. Un grigiore avvilente. Con la discussa eccezione di Affari tuoi («un game al limite del gioco d’azzardo», secondo Pier Silvio Berlusconi) ci si chiede se nella Rai di questi anni si sia imposto un titolo, un volto, un format che abbia lasciato un segno degno di nota nelle abitudini dei telespettatori? Deserto. Unica possibile àncora di salvezza, Rosario Fiorello e la sua squadra.

Propaganda d’opposizione

L’inesistenza di qualcosa che possa davvero chiamarsi TeleMeloni risulta doppiamente divertente perché gli altri editori si sono strutturati per contrastare quella che si è rivelata una colossale fake news. Secondo tradizione, La7 ha presentato la nuova stagione all’Hotel Four Season di Milano. Anche qui, tante conferme e minuscole novità. Il presidente Urbano Cairo ha sottolineato il carattere indipendente della rete e rivendicato la plausibilità di una quota di canone per il servizio pubblico al quale assolve. Richiesta che è apparsa un filo sopra le righe. Se fino a qualche anno fa, quando il tg di Enrico Mentana e le sue maratone influenzavano effettivamente il palinsesto tale provocazione poteva risultare ragionevole, oggi che con i vari Otto e mezzo, La torre di Babele, DiMartedì, Piazzapulita e Propaganda Live, la linea editoriale è spiccatamente militante, questa richiesta suona velleitaria. Chissà se le paturnie trapelate ai vertici del tg siano dovute all’avvolgente contesto propagandistico del canale. Per dire, Federico Rampini, l’unico conduttore che non ha issato l’antimelonismo sul frontespizio delle sue inchieste, si sposterà su Canale 5. A La7, infatti, per non lasciare spazio a dubbi, oltre alle conferme di tutta la linea – salvo il quiz preserale In Famiglia di Flavio Insinna, cancellato – le novità del prossimo anno saranno l’innesto di Roberto Saviano con sei ritratti di personaggi della criminalità, le Lezioni di mafie di Nicola Gratteri e una serata speciale sulla storia della P2 affidata all’attore Fabrizio Gifuni, ispirato dall’ex pm di Mani pulite Gherardo Colombo. Un pizzico di telemagistratura non guasta mai.

Ravvedimenti e alternative

Anche le reti Mediaset hanno scartato verso sinistra per compensare la presunta correzione a destra di Viale Mazzini. È un processo iniziato un paio di anni fa, con gli innesti di Bianca Berlinguer e di Myrta Merlino. La quale, sostituita da Gianluigi Nuzzi a Pomeriggio 5, si prenderà un anno sabbatico in attesa di nuove idee. Si sa come vanno queste cose: salvo i conduttori pifferai che si portano il pubblico da casa, raramente una tessera s’incastra felicemente nel nuovo mosaico. E comunque, «il retequattrismo non esiste», ha assicurato Mauro Crippa, responsabile dell’informazione della casa. Forse no, perché da Nicola Porro, al quale verrà affidato anche il preserale Dieci minuti dopo il Tg4, alla striscia di Paolo Del Debbio alle inchieste sul campo di Mario Giordano ci sono parecchie sfumature di differenza. In ogni caso, partendo dalla chiusura di certi inguardabili reality («i programmi più brutti che abbia mai visto», Berlusconi jr. dixit) e arrivando al Risiko del già citato Rampini su Canale 5, al programma di retroscena politici di Tommaso Labate fino al ritorno in video di Toni Capuozzo con dei ritratti dei grandi del Novecento, si nota un certo, salutare ravvedimento. Insomma, qualche eccezione in attesa di conferma forse s’intravede.
Nel frattempo, ci si può consolare con il torneo di Wimbledon su Sky, il finale di stagione della strepitosa MobLand su Paramount+ prodotta da Guy Ritchie e la terza pluririnviata stagione di Teheran su Apple Tv+. Qui si va sul sicuro.

La Verità, 11 luglio 2025

«Ero l’Infame ora sono il Dottore, ma resto cattivo»

Il Dottore è il regista occulto di Affari tuoi. L’uomo misterioso. Laureato in filosofia con una tesi su Emmanuel Lévinas, Pasquale Romano è nato televisivamente in Mediaset, allora Fininvest, come autore di Alberto Castagna. Per la Rai ha ideato programmi di successo come I raccomandati e, con la Toro produzioni fondata con Marco Tombolini nel 2010, The Voice. Dal 2020 è tornato in Endemol shine Italy, gruppo Banijay, che produce Affari tuoi. Le prime 66 puntate del gioco di Rai 1 di questa stagione hanno una media del 25,48% di share con 5,1 milioni di telespettatori (più 3,56% e 652.000 spettatori rispetto alle prime 66 puntate della scorsa stagione).
Da quanti anni è «il Dottore»?
«Firmo Affari tuoi da quando è nato, nel 2003, con Paolo Bonolis. Per il quale ero “l’Infame”, poi mi sono emancipato».
Il Corriere della Sera l’ha promossa «Notaio».
«Sì, c’è un po’ di confusione attorno alla mia figura. Qualcuno si chiede se dietro il telefono ci sia davvero qualcuno. Il notaio esiste, ma fa il suo lavoro, isolato in una stanza. Qualche sera fa, quando non si aprivano i pacchi blu, Stefano De Martino lo ha evocato chiedendogli se si fosse ricordato di metterli».
Da «l’Infame» al «Dottore» è diventato più buonista?
«“Il Dottore” è stato coniato da Flavio Insinna che trovava “l’Infame” molto bonolisiano. Così, mi sono un po’ riscattato, senza per questo risultare meno cinico agli occhi del pubblico».
Lei è solo l’antagonista del concorrente o anche l’autore del programma?
«Nel 2003 ho adattato per l’Italia il format olandese Deal or no deal e tuttora, oltre a giocare, lo curo come autore».
Che ruolo ha avuto nella scelta di Stefano De Martino?
«È stata una scelta della Rai condivisa con Endemol. Ho capito subito che aveva le caratteristiche giuste per Affari tuoi. Ha grandi potenzialità, capacità di ascolto e si diverte a giocare. Condurlo non è così facile perché serve una certa attitudine teatrale nei momenti di vuoto, può succedere che dopo tre pacchi la tensione cali e bisogna saper riempire la scena. Tra noi c’è una bella sintonia perché parliamo lo stesso linguaggio essendo entrambi vesuviani. Siamo esplosivi».
Lei è di Saviano e lui di Torre del Greco.
«Questo poteva essere un elemento di chiusura. Invece Stefano, con i suoi 35 anni, è un ragazzo curioso, che ha voglia di aprirsi a nuovi mondi e di guardare al futuro».
E io che credevo che l’avesse imposto Arianna Meloni.
«Ma no, manco la conosceva, Arianna Meloni… Etichettarlo senza vedere le sue doti serve a penalizzarlo ingiustamente».
Vi aspettavate questo successo?
«Sostituire Amadeus che aveva rivitalizzato il gioco era un’incognita. Quando abbiamo iniziato a provare mi ha colpito il fatto che Stefano era già dentro il meccanismo. È entrato con umiltà nel programma, cucendoselo addosso e mettendoci la sua creatività. Il pubblico lo ha scoperto poco a poco».
Lei gioca, fa le offerte e poi?
«Curo l’accompagnamento musicale. Ho un mixer con molti brani, colonne sonore e versi di animali che commentano i vari momenti di esultanza, di tensione, di attesa… Sottolineo le azioni dei concorrenti. Qualche nota di La mer di Charles Trenet per raccontare la professoressa di francese della Liguria o la sigla di Beautiful per il concorrente del Veneto che Stefano ha ribattezzato così. Serve a caratterizzarli e renderli unici. La forza del programma è far vivere questi concorrenti che inseguono un sogno e quando, dopo 20 o 30 puntate, hanno il loro momento di gloria lo spettatore li conosce già e si immedesima in loro».
Chi ha avuto l’idea del telefono con la rotella?
«C’era nelle vecchie edizioni, poi Amadeus adottò lo smartphone e volle cambiare i pacchi. La prima cosa che Stefano ha chiesto è stata rimettere il vecchio telefono e i vecchi pacchi. Il telefono rosso se l’è comprato a Londra, al mercatino di Piccadilly. Fra un po’ di anni se vorrà tenerselo bisognerà trovarne un altro».
Un millennial che ammicca ai boomer di Rai 1?
«Il telefono vintage che squilla ci lega a una memoria anche materiale e allo stesso tempo è più immediato».
«Ve lo dico fra una manciata di secondi» è farina di quale sacco?
«Sempre di Stefano. Così come il tormentone: “Adesso sono… affari tuoi”».
La sua conduzione è più festosa di quella di Amadeus?
«È sicuramente più fisica. Amadeus stava più vicino al concorrente, De Martino si muove e occupa di più lo spazio. È un’interpretazione più votata al sorriso. Questo non significa che non cavalchi la tensione, ma ha un’intonazione più da commedia».
Com’è stata la sua formazione artistica?
«Ho cominciato in Fininvest ai tempi di Alberto Castagna, che era mio cognato. Poi ho lavorato sia per Rai che per Mediaset. Il rapporto più lungo è con Endemol shine per la quale ho ideato e seguito diversi format. Dopo l’esperienza della Toro, ho ripreso con I raccomandati, Ora o mai più, I migliori anni in prima serata, poi I soliti ignoti e Affari tuoi. Gli studi di filosofia mi aiutano a costruire i programmi partendo da delle domande».
Per esempio?
«Mi chiedo perché un programma ha un seguito popolare e un altro no. Pensando più allo spettatore che a me, tento di rendere semplice il discorso, riducendolo a un racconto essenziale, senza sovraccaricarlo».
Anche lei, come De Martino, è arboriano e costanziano?
«Certo, vedevo la tv di Arbore e il Costanzo show. Soprattutto mi ha sempre affascinato quello che c’era dietro».
De Martino era un ballerino, poi è diventato conduttore nella Rai 2 di Carlo Freccero?
«Sì, il suo battesimo è stato a Made in Sud su Rai 2. So che è molto legato a Freccero».
Che effetto le fa vedere Amadeus e Flavio Insinna fuori dalla Rai?
«Rispetto le scelte professionali, ognuno segue percorsi propri. Conservo ottimi rapporti sia con Flavio che con Amadeus, li guardo e faccio un po’ il tifo per loro. Oltre la Rai ci sono altre esperienze».
Il suo successo è dovuto al fatto di essere invisibile?
«Nel nostro racconto ci sono archetipi precisi. Il concorrente è l’eroe, il conduttore è il compagno di viaggio che lo aiuta nell’impresa, l’antagonista nascosto aggiunge mistero alla storia. È l’avversario da abbattere, un’entità poco rappresentabile, come il male. Ogni sera mettiamo in scena questo “dramma” che può risolversi in festa, in sconfitta o in qualcosa di cui accontentarsi. Il fascino del gioco è nell’incognita di una vincita che può essere di 300.000 o zero euro».
È difficile decodificare le sue mosse, gioca al gatto col topo?
«Più che altro mi preoccupo del racconto, in vista di un finale che possa essere avvincente. A volte propongo il cambio del pacco per rendere più enigmatica la partita. Devo evitare di essere ripetitivo e prevedibile. Se offrissi tanto perché il concorrente ha tanto nel pacco e poco se ha poco il meccanismo verrebbe subito smascherato».
Alterna sadismo e bontà?
«Il gioco segue un’unica linea, è l’interpretazione del concorrente che lo fa diventare sadico o buono».
Ma lei conosce il contenuto del pacco e può essere sornione.
«Io devo rispettare le potenzialità di vincita del concorrente. Se ci sono pacchi importanti non mi posso sottrarre. So quello che c’è nel pacco, ma provo a giocare come se non lo sapessi perché questo mi rende imprevedibile. Altrimenti il concorrente capirebbe subito l’entità del suo tesoro».
Quindi bluffa parecchio?
«Certo».
Si è mai fatto influenzare dall’antipatia o dalla simpatia del concorrente?
«No, significherebbe favorire uno o l’altro. Qualcuno è televisivamente più efficace, ma questo non influenza le mie mosse perché bisogna mantenere un andamento equo del gioco. Se un concorrente disputa una bella partita è giusto che aspiri a vincere di più, se rimangono tanti pacchi rossi».
Lei sa molto della vita dei concorrenti, c’è un criterio con cui selezionate i partecipanti?
«Abbiamo un sistema molto rigoroso. Chiamano il call center, vengono fatti i provini e scelti in base alle caratteristiche personali, alla reattività in scena, alla capacità dialettica, alla presenza del parente in studio…».
Appartengono tutti al ceto medio e popolare.
«Li scegliamo tra coloro che si propongono. È gente comune, qualcuno più bisognoso e qualcuno meno, tutti hanno un sogno da realizzare. C’è chi ha il mutuo da pagare, chi si vuole sposare, chi metter su casa o aiutare qualcun altro».
Sa anche quali sono i numeri fortunati dei concorrenti così da abbinarli ai pacchi più ricchi?
«Ma no. I pacchi sono sorteggiati dal notaio in una stanza appartata. La redazione allerta i concorrenti a non dare elementi. Nemmeno io voglio sapere il loro numero preferito, è più divertente scoprirlo durante la partita».
Avete un tetto nel budget di cui tenere conto?
«Non c’è una cifra rigida perché è un gioco imprevedibile. Nel primo mese di registrazioni sono rimasti alla fine pacchi grossi e quando c’è stata una vincita da 300.000 euro si è iniziato a malignare. Ma bisogna basarsi sulla lunga serialità. Noi speriamo di non dare troppi soldi. Ogni gioco a premi è così. Ad Affari tuoi c’è ancora meno controllo perché, essendo basato solo sulla fortuna le variabili sono infinite, ha un’aleatorietà che nessun gioco ha».
Lei crede alle superstizioni sui numeri?
«No, tutti i numeri sono uguali. Però il racconto usa anche il valore magico dei numeri. Adesso meno, ma fino a qualche tempo fa si giocava molto al Lotto. La magia dei numeri è nella nostra cultura. Anche la cabala dimostra che assegnare un valore magico ai numeri è un’abitudine antica».
Ma i numeri sono ottusi.
«Certo. Il fatto che alcuni concorrenti attribuiscano ad alcuni un valore magico alimenta il racconto. A volte ci prendono altre no».
Che cosa pensa delle polemiche sulle maggiori vincite di quest’anno?
«Nel primo mese la fortuna ha fatto vincere 300.000 euro a un concorrente, mentre nell’anno e mezzo di Amadeus era capitato solo una volta. Questo ha causato molte malignità. Ma ripeto: il gioco è imprevedibile e va giudicato sul lungo periodo. Inoltre, non c’è alcun nesso fra l’entità del premio vinto e gli ascolti. Nell’ultima settimana l’audience più alta è stata registrata quando sono stati vinti 5.000 euro. Un altro ascolto oltre il 27% di share si è verificato quando si è andati alla regione fortunata».
Quanto durerà Affari tuoi?
«Per ora pensiamo ad arrivare a fine stagione. Siamo sintonizzati sull’hic et nunc».

La Verità, 23 novembre 2024

Amadeus, Insinna e quelle integrazioni difficili

Il primo verdetto è arrivato: più che elevare lui il Nove a tv generalista è la rete ad aver normalizzato Amadeus. Almeno, stando alla sospensione anticipata di Chissà chi è il prossimo 21 dicembre. Onore al realismo dell’ex direttore artistico di Sanremo: inutile incaponirsi, aveva ammesso un mese fa intervistato da Rtl 102,5. Come si era ipotizzato, il format dei Soliti ignoti si è appiattito sui livelli di Cash or trash che, infatti, lo rimpiazzerà con le sue repliche. Si è assestata, invece, tra il 6 e il 7% (attorno al milione di telespettatori), La Corrida, nella serata affollata del mercoledì. Per la primavera Amadeus prepara uno show e un programma per l’access primetime. Che riflessione trarre dalla battuta d’arresto del suo primo tentativo? «Non sono un pifferaio magico», aveva concesso lui sempre in quell’intervista, e l’ ammissione illumina altre situazioni. Perché, tranne poche eccezioni, nessun conduttore lo è. Le eccezioni, come già detto, sono Maurizio Crozza e Fabio Fazio, conduttori orientati, che si rivolgono a una community consolidata che si identifica nella loro tv. Per il resto, i diversi pubblici, o target, vanno rispettati. Cambiare rete per un conduttore è un po’ come cambiare testata per un giornalista: assai improbabile che chi ti leggeva su un quotidiano continui a farlo in un altro, tanto più se di orientamento diverso. A conferma ci sono i dati modestissimi di Famiglie d’Italia, il preserale di Flavio Insinna su La7. Doveva fare da traino al tg, invece è lui quello da rivitalizzare. Il pubblico del canale di proprietà di Urbano Cairo, una rete all talk show schierati, come può recepire il più mammone dei conduttori di varietà? Altre controprove: la fatica ad avvicinare il 5% di share di Massimo Giletti su Rai 3. E, riavvolgendo un po’ il nastro, la difficile tenuta di Bianca Berlinguer su Rete 4. Pochi cambi di rete riescono col buco. Perché, anche in tv, certe integrazioni forzate stentano. E fanno pensare ai rimpatri.

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Scintille tra Marco e Lilli. Gustoso scambio di battute a Otto e mezzo tra Marco Travaglio e Dietlinde Gruber sul patriarcato: «Anche tu sei nella lista con Cacciari e Bocchino», lo ha stigmatizzato la padrona di casa. «In quale lista mi avete messo stavolta? Mi pare che si fa una certa confusione tra paternalismo, patriarcato e maschilismo», ha replicato Travaglio. Lilli: «La differenza è molto chiara». Marco: «Comunque, saremo ancora liberi di dire quello che pensiamo, siamo invitati qua per questo». Lilli: «Perché, vi sembra di non essere liberi?». Marco: «Ho sentito parlare di liste…».

 

La Verità, 22 novembre 2024

I fantasmi che ballano alla Corrida di Amadeus

La Corrida di Amadeus in onda in diretta sul Nove (mercoledì, ore 21,30, share del 6%, 1,1 milioni di telespettatori) è un people show con due fantasmi sullo sfondo. Il primo è quello della Rai, ovviamente. Perché, sintonizzandosi sulla rete di Discovery si è portati inevitabilmente a chiedersi perché un programma così debba andare in onda nella cornice un po’ stretta di un canale al tasto 9, appunto, del digitale terrestre (e 149 della piattaforma Sky). Il secondo fantasma è quello di Corrado Mantoni, indimenticato inventore, addirittura in radio, dell’antenato dei talent show quando il sottotitolo, ripetutamente citato da Amadeus, era «dilettanti allo sbaraglio». La sagoma sorniona di Corrado, infatti, affiora alla mente dei non più giovanissimi ogni qualvolta la telecamera inquadra lo stupore, la perplessità, la compassione e la benevolenza del conduttore durante le esibizioni. La maggioranza delle quali è vocata alle sonore stroncature della platea ribollente. Se ne salvano giusto tre o quattro che approdano allo spareggio per decretare il vincitore, promosso alla puntatona finale del 25 dicembre. È proprio la somma di incoscienza e sfrontatezza dei concorrenti a dissolvere per un po’ quei due fantasmi, in realtà difficili da tenere a bada. Collaborano allo scopo il maestro Leonardo De Amicis, disposto a ogni improvvisazione per tenere in carreggiata gli ospiti, e «il capopolo», l’altra sera un vivace Frank Matano, chiamato a recuperare i concorrenti stroncati dal pubblico. Un people show è per definizione nazionalpopolare, ma la facciatosta è indispensabile e quasi tutti i dilettanti sono di origine meridionale. La siciliana Maria Carmela Luisa Pappalardo, per esempio, non sa cantare, ma si prende la scena ballando sfrenata e dedicando i suoi strani libri al cast. Per di più incorre nella gaffe di citare una Corrida cui ha partecipato condotta da Carlo Conti in Rai, rianimandone il fantasma. Che rispunta con un concorrente di professione claquer in un’azienda «che tu conosci molto bene, ci hai lavorato per anni», ammicca il sosia di Piero Pelù prima di concludere: «Qui di soldi non ne scuciono». Chissà se nella testa di Amadeus cresce il dubbio di aver sbagliato a lasciare la Rai per passare in una rete con un palinsesto bipolare, diviso tra i programmi-community di Fabio Fazio e Maurizio Crozza e l’intrattenimento pop.

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Giletti risale Invitando Imane Khelif, la pugile iperandrogina che ha gareggiato nel torneo femminile di boxe a Parigi, e indagando sui patronati della Cgil all’estero, lunedì scorso Lo stato delle cose di Massimo Giletti è arrivato al 4,7% di share con 762.000 spettatori.

 

La Verità, 16 novembre 2024

Con Lo stato delle cose Giletti gioca d’anticipo

Porte girevoli in televisione. Per un Amadeus che se ne va lamentando l’assenza di affetto di matrigna Rai c’è un Massimo Giletti che vi fa ritorno sottolineando di averla sempre considerata «casa mia», e questo vabbè. Più significativo un altro accenno: «Adesso dietro la telecamera 2 c’è un signore che si chiama Anthony (inquadratura), ma quando feci il mio primo programma, dietro quella telecamera c’era suo padre. Questa è la bellezza di tornare in Rai». Il nuovo inizio di Giletti nella tv pubblica, dopo la parentesi a La7 e i primi approcci con alcuni speciali, è nel lunedì sera di Rai 3, non la domenica contro Fabio Fazio né il martedì, già saturo di talk show. E forse non è solo una scelta di ripiego perché, piazzato a inizio settimana, può costringere la concorrenza ad agire di rimessa.
Anche il titolo, Lo stato delle cose, nasconde l’ambizione di fornire notizie e nozioni affinché il pubblico si faccia la propria opinione. Un’ambizione che sfiora l’equidistanza e l’«oggettività» (virgolette obbligatorie), proposte attraverso faccia a faccia con gli ospiti e confronti fra posizioni diverse (lunedì, ore 21,25, share del 5,4%, 840.000 telespettatori). L’incipit è affidato all’intervista a Matteo Renzi sul futuro dell’alleanza di centrosinistra. Sarà campo largo o campo santo? E come risponde a Giuseppe Conte che l’ha definito una tigre di carta, come Mao Tse Tung descrisse gli avversari della rivoluzione? Giletti ha il pregio di porre le domande che porrebbe ai politici la gente comune. E un altro pregio ha mostrato, l’altra sera, interrompendo il dialogo con il senatore di Rignano per non perdere di vista l’attualità e aggiornare sulla situazione al confine con il Libano con l’inviato Daniele Piervincenzi. Vivace anche lo scambio fra il generale Roberto Vannacci e l’«attivista» Francesca Pascale, esageratamente aggressiva con l’eurodeputato («Non si deve permettere questi sorrisini…»; «Io sorrido quanto mi pare»): entrambi molto ipotetici fondatori di nuovi partiti. Quando è entrato in studio Michael Cohen, grande accusatore di Donald Trump nel caso dell’ex pornostar Stormy Daniels, ci si è chiesti se Giletti si stia spostando a sinistra. Per ora, ricordando che siamo comunque su Rai 3, non sembra che il suo approfondimento sia un’altra fumeria d’oppio o l’ennesima palestra antigovernativa. Vedremo.

Post scriptum Lunedì sera, dopo un accenno di ripresa nel fine settimana, sul Nove Chissà chi è di Amadues è riprecipitato al 2,8% (590.000 spettatori). Il motivo? Forse l’edizione straordinaria del Tg1 dedicata alle notizie provenienti dal Medio Oriente. Forse.

 

La Verità, 2 ottobre 2024

Amadeus trascinerà il Nove o il Nove livellerà lui?

C’è parecchia euforia negli studi di Via Belli a Milano, da dove va in onda Chissà chi è per l’esordio sul Nove di Amadeus transfuga dalla Rai, una mamma non abbastanza affettuosa (parole sue) per trattenerlo a parità di super offerta. Qui, invece, nel clima galvanizzante della nuova rete, il pubblico scatta in piedi per applaudire il conduttore e le concorrenti del gioco. E appena spunta la prima «identità», un dj men che adolescente, per metterlo alla prova «facciamo entrare la consolle, perché qui al Nove abbiamo tutto». Euforia e ottimismo. Purtroppo, le cose non sono andate come il conduttore e la dirigenza di Warner Bros. Discovery speravano. Il 5,2% di share e 926.000 telespettatori (8,8% e 1,6 milioni in simulcast, la visione contemporanea su tutte le reti Discovery) sono un risultato poco confortante. Certo, si dirà, bisogna dare tempo al format e allo stesso Amadeus di creare la cosiddetta fidelizzazione in una rete non abituata a un conduttore molto generalista. Tuttavia, nonostante la preferenza della piattaforma per i target commerciali, i dubbi rimangono. Suffragati anche dal risultato modesto di Suzuki music party, presentato come evento d’inizio stagione con un cast «larghissimo» (da Emis Killa a Ornella Vanoni, da Lazza  a Fiorella Mannoia) promosso anche dall’incursione di Ilenia Pastorelli («sbrigamose che dopo ariva er bello»), co-conduttrice della seratona registrata il 17 settembre all’Allianz cloud di Milano che, forse penalizzato dalla contemporaneità del derby milanese, ha raccolto appena il 4,6% di share e 628.000 spettatori (7,1% e 968.000 in simulcast).

Chissà chi è è il programma gemello dei Soliti ignoti, sempre prodotto da Endemol Shine Italy (gruppo Banijay) e riproposto con piccole variazioni rispetto all’originale, come il maggiore coinvolgimento del «parente misterioso», nell’intento di aumentare la suspense del gioco. Proprio su questo terreno, il format paga una minor immediatezza rispetto ad Affari tuoi – che per altro Stefano De Martino sta rinnovando (vedi l’ingresso del sosia di Fazio) – più diretto nel crescendo che porta al climax finale.

In conclusione, vista l’esiguità del test, si può solo abbozzare una timida domanda. Considerato il palinsesto del Nove, in cui le presenze significative sono Maurizio Crozza e Fabio Fazio (entrambi sostenuti dalle loro community), sarà il conduttore reduce dal trionfante quinquennio di Festival di Sanremo a trascinare verso l’alto il resto della rete (magari allestendo una sorta di Controfestival), o al contrario, saranno programmi come Cash or trash a standardizzarlo su un livello di più contenuta rilevanza?

 

La Verità, 25 settembre 2024

De Martino bravo ragazzo dribbla le critiche e vince

Occhi puntati e puntuti su Stefano De Martino, debuttante ad Affari tuoi (Rai 1, ore 20,35, tutti i giorni). Raccoglie un’eredità pesante. Non è abbastanza testato nella conduzione di strisce quotidiane. È giovane. L’ha voluto lì Arianna Meloni, è stato scritto e smentito. Ma ormai, di questi tempi, per la qualunque #hastataArianna. E quindi, accoglienza tiepida se non ostile da parte della stampa qualificata. Poi però, delle dicerie e dei retroscena più o meno inventati, il pubblico mostra bellamente di fregarsene e premia l’esordiente che, pure, qualche misura deve ancora prenderla e non potrebbe essere diversamente. La media degli ascolti è nettamente superiore a quella di Amadeus, predecessore e transfuga, che un anno fa aveva resuscitato il format di Endemol Shine Italy (gruppo Banijay), portandolo nel corso della stagione a picchi notevoli, della cui scia gode ora lo stesso De Martino.
Per il resto, trova le differenze. Dalle giacche glitterate siamo passati alla camicia bianca con cravattino. Dallo smartphone per il ping pong con il Dottore, al telefono classico con l’analogica cornetta. Dalla conduzione narrativa in stile comedy a quella più «empatica» (pardon!) e galvanizzante, con partecipazione attiva del pubblico. Neanche a dirlo, l’ex ballerino di Amici promosso conduttore da Carlo Freccero, ha tutto il diritto di essere sé stesso, tanto più che per la prima volta si cimenta con un programma in solitaria. Nei precedenti Bar Stella e Stasera tutto è possibile c’era sempre una banda di complici con cui triangolare e a cui lasciare ampi spazi. Qui lo show e il ritmo li fa lui. E forse a questo serve il dinamismo girovago all’interno dello studio. Bisogna alimentare e tener viva l’adrenalina della suspense fino al climax finale nel crescendo di quasi un’ora (forse troppo; ma le ragioni dell’audience e degli sponsor continuano a prevalere su quelle del pubblico che preferirebbe anticipare l’inizio del prime time). E allora De Martino e i suoi autori sembrano aver scelto lo spartito linguistico del calcio, nazionalpopolare per eccellenza. Il pubblico dello studio tifa sonoramente e accompagna gli spacchettamenti. «E andiamo!», commenta lui quando sono favorevoli ai concorrenti. Oppure: «Bella partita, partita sudata». Da buon napoletano, non disdegna di aggiungere ogni tanto il pepe di qualche bluff al momento dell’apertura. Tutto sommato, è una conduzione abbastanza tradizionale. Man mano che, con il passare del tempo, il debuttante si sentirà più padrone della scena diventerà più creativa.

 

La Verità, 13 settembre 2024