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Una Rai in mezzo al guado scommette su De Martino

In difesa sul fronte dell’intrattenimento, stuzzicante nella fiction, incline all’azzardo nell’informazione. Potrebbe essere questa la sintesi della prossima stagione Rai, un’azienda ancora in mezzo al guado. Per descrivere la Rai come la si è percepita ieri alla presentazione dei palinsesti 2024-25 al Centro di produzione di Napoli, con tutto lo stato maggiore schierato, le immagini da realtà incompiuta si sprecano. Con molto dispiacere dei giornaloni e di quei docenti che insufflano presunti e facilmente smascherabili rapporti Ue sullo stato dell’informazione del servizio pubblico, lo schema di TeleMeloni risulta ampiamente obsoleto. E, per certi versi, se parlassimo di un progetto di alto profilo, potrebbe essere persino un male perché, almeno, avremmo a che fare con una fisionomia, una personalità definita. Invece no, sembra di stare davanti a un’entità ibrida, sensazione acuita dai toni retorici e lievemente enfatici del video autocelebrativo («ci teniamo sempre per mano e continuiamo a crescere insieme guardando al futuro») che introduce gli speech dei dirigenti. Sarà perché le nomine della governance, con l’atteso avvicendamento tra l’attuale amministratore delegato Roberto Sergio e il direttore generale Giampaolo Rossi, sono state posticipate a dopo l’estate («e la Rai avrebbe bisogno di avere quanto prima i nuovi vertici», parola di Rossi); o sarà perché la stessa riforma che ha ridisegnato per generi la struttura produttiva, cancellando la suddivisione verticale per reti, è tuttora molto perfettibile prima di ammetterne l’inadeguatezza, sarà per tutto questo, fatto sta che, malgrado i 308 nuovi titoli e i 256 talent della squadra, le scommesse prevalgono sulle certezze. Cioè, in termini calcistici, se andrà tutto bene, si potrebbe pareggiare. Non tanto con la concorrenza («giochiamo due campionati diversi per mission aziendale e target di pubblico», si è ripetuto) quanto con la Rai del passato.

Terminata la lunga filippica, eccoci al dunque. Nell’intrattenimento, il primo obiettivo è tamponare la voragine di Amadeus, mai citato in due ore e mezza di comunicazioni. Le contromisure sono note: per sostituirlo al Festival di Sanremo si è pedissequamente scelto l’usato sicuro di Carlo Conti, evitando di considerare il coinvolgimento di Mina nella direzione artistica che, pur certamente complesso, avrebbe garantito un forte rimbalzo non solo mediatico (l’evento slitta nella settimana dall’11 al 15 febbraio per non sovrapporsi alla Coppa Italia). Alla conduzione di Affari tuoi, invece, viene promosso Stefano De Martino, il volto su cui Viale Mazzini punta parecchie fiches, se è vero che, senza averlo testato per il pubblico di Rai 1, gli è stato proposto un contratto di quattro anni, si dice a 8 milioni, con un’opzione per Sanremo, dopo le due edizioni affidate a Conti. Restando nell’intrattenimento, oltre alle conferme di tutti i programmi di punta, c’è quella del momento di pausa di Fiorello: «Lo sento tutti i giorni», assicura Sergio, «quest’anno non vuole fare altra tv, ma confido che per il 2025 lo tireremo via dal divano». Sembrano comunque scongiurate le ipotesi di un suo passaggio al gruppo Discovery e ci si augura che l’ad non debba pentirsi di aver proclamato che «non vedo la Nove concorrente della Rai». Al posto di Viva Raidue!, nella stessa rete e fascia oraria ci sarà Binario 2, un buongiorno all’Italia dalla Stazione Tiburtina di Roma, condotto da Carolina Di Domenico e Andrea Perroni ai quali, considerato il predecessore, si manifesta sentita solidarietà. Chi, invece, non lascia, ma raddoppia è Mara Venier che aggiunge la conduzione di Le stagione dell’amore, un dating dedicato alla terza età (sabato pomeriggio su Rai 1), all’intoccabile Domenica in. In ottobre su Rai 2 Teo Mammuccari sarà un comico Spaesato a Roma e, in dicembre, nel preserale della stessa rete, Renzo Arbore festeggerà con Gegè Telesforo i 70 anni della Rai.

Non dovendo metabolizzare addii eccellenti, la fiction sembra il genere meglio definito. Oltre alla quarta e ultima stagione dell’Amica geniale, le novità sono due miniserie di Rai 1 rivolte al pubblico meno giovane: Mike, interpretato da Claudio Gioè, dedicato ai 100 anni dalla nascita di Mike Bongiorno, e Leopardi – il poeta dell’Infinito che segna il debutto alla regia di Sergio Rubini. Altri titoli: Brennero, un crime ambientato a Bolzano in cui la caccia a un serial killer richiede la collaborazione fra ceppi etnici differenti, Sempre al tuo fianco, sei serate con Ambra Angiolini nel ruolo di responsabile delle emergenze della Protezione civile e, su Rai 2, Stucky, con Giuseppe Battiston nei panni di un commissario di provincia tratto dai romanzi di Fulvio Ervas.

Più incerta appare la linea degli approfondimenti. Detto di Serena Bortone che approderà a Radio 2 con un programma pomeridiano per la quale, ha sottolineato Sergio, «non c’è stata alcuna censura, né prima né ora visto che ha rifiutato due nostre offerte, una su Rai 1 e una su Rai 3», dopo il ritorno di Roberto Saviano con quattro serate di Insider il lunedì sera sulla Terza rete, si registra quello in pianta stabile di Massimo Giletti con Lo stato delle cose, un programma che intreccia faccia a faccia, piazze e filmati. Altri ritorni: Giovanni Minoli, con una striscia di Mixerstoria al mattino su Rai 3,e Maria Latella, nella seconda serata del martedì dove, con Amore criminale di Veronica Pivetti, si rinuncia definitivamente alla competizione con gli altri talk. Competizione che invece si spera di riaprire su Rai 2 al giovedì, storica serata di Michele Santoro, con le inchieste dell’Altra Italia di Antonino Monteleone. Auguri.

 

La Verità, 20 luglio 2024

«La Rai è un calabrone, vola nonostante il peso»

Agostino Saccà, come vede la Rai da pochi metri di distanza uno che ci ha lavorato 35 anni?
«A rigore di fisica e di logica la Rai non dovrebbe volare. Invece, è come il calabrone, un volatile che ha un’apertura alare incoerente con il suo peso. Quello che la grava, soprattutto dall’esterno, è così tanto che dovrebbe spiaccicarsi al suolo».
Invece?
«È al 39% di ascolto in prima serata, contando anche i canali digitali. Se pensa che era al 45,8% 35 anni fa, poco dopo l’inizio dell’Auditel, assistiamo a un miracolo. Non c’è solo la concorrenza di Mediaset, ma anche quella di La7 e Sky, degli americani di Warner Bros Discovery, delle reti locali e di decine di canali satellitari. Senza dimenticare le piattaforme».
Siccome nella tv pubblica Agostino Saccà è stato tutto, ne parla con autorevolezza e passione. Dalla direzione generale di Willy De Luca passando per Biagio Agnes, dai professori a Pierluigi Celli, ha attraversato metà della sua storia settantennale. Giornalista in radio e al Tg3, vicedirettore di Rai 2, capo-staff di Letizia Moratti, due volte direttore di Rai 1, direttore generale e capo della fiction. Lo incontro a due passi da Viale Mazzini, negli uffici della Pepito che ha fondato nel 2007, sorta di laboratorio di idee dove nascono film, serie tv e documentari.
Cominciamo dall’addio di Amadeus, dal sorpasso di Mediaset o dalla presunta censura di Antonio Scurati?
«Dal sorpasso di Mediaset».
Prego.
«Intanto, nei primi quattro mesi del 2024, non c’è. In primetime la Rai, digitale compreso, è al 39% e Mediaset al 36%».
In daytime?
«Nemmeno. L’ha smentito anche il direttore generale Giampaolo Rossi che io ritengo, per cultura personale, conoscenza aziendale e capacità di dialogo la scelta migliore possibile oggi per il ruolo di amministratore delegato. La Rai fa il 37,8%, Mediaset il 37,2%. Se poi togliamo il digitale, dove Mediaset è più forte, sulle generaliste il primato Rai è schiacciante: Rai 1 è al 24,3 e Canale 5 al 16. Idem sui tg: il Tg1 fa il 25,4 e il Tg5 il 19,8».
C’è una narrazione falsata?
«A metà del 2023 Mediaset ha effettivamente superato Rai e ha mantenuto la posizione fino a fine anno. Ma dall’inizio del 2024 i dati sono questi».
Narrazione falsata?
«Soprattutto pigra».
L’amministratore delegato Roberto Sergio ha detto che c’è chi vuole distruggere la Rai: lo si trova nelle file dall’opposizione e nei giornali d’area?
«Oggi la Rai ha tanti nemici e pochi difensori. Nell’opposizione c’è chi è tentato di buttare l’acqua “sporca” col bambino per timore di un’egemonia del centrodestra nella tv pubblica. Questa tentazione può saldarsi con gli interessi degli editori che trarrebbero vantaggio da un suo ridimensionamento nel mercato pubblicitario. Ma oltre a conseguirli, con la direzione della pubblicità di Gian Paolo Tagliavia, la Rai sa vendere bene i suoi risultati. Grazie alla performance pubblicitaria, che a Sanremo si è espressa al meglio, ha ridotto di 90 milioni l’indebitamento».
Amadeus poteva essere trattenuto?
«No perché doveva portare all’incasso l’enorme successo di Sanremo. Ricordiamoci che è anche un grande autore. Lo dico perché l’ho portato al grande pubblico con In bocca al lupo su Rai 1 più di vent’anni fa e ho apprezzato sia le doti del conduttore che quelle autoriali che lo aiutano a migliorare i prodotti a cui lavora. A Warner Bros Discovery fornirà i format delle trasmissioni che potrà inventare, far comprare o anche produrre. Questo in Rai non era possibile».
Nella prossima stagione i poli televisivi aumentano: essendo ìmpari quella sulle risorse, sposterebbe la sfida sulle idee?
«Le idee sono fondamentali, ma senza soldi la tv generalista non si può fare. Quando devi massimizzare gli ascolti e difenderti da offerte ricche, perdi. Il canone di abbonamento della Rai è il più basso d’Europa, quattro volte inferiore a quello tedesco, più di tre volte di quello inglese, più della metà di quello francese. È stupefacente che il calabrone continui a volare».
Bisogna aumentare la tassa più invisa agli italiani?
«Il governo dovrebbe dare all’azienda risorse coerenti con la missione di servizio pubblico. Il canone andrebbe riportato a 90 euro e andrebbe ridotta la tassa di concessione di 90 milioni che le altre tv non pagano in questa misura. Se si teme il rifiuto di una parte dei cittadini c’è un’altra via».
Sentiamo.
«La Rai dispone di uno strumento efficace per la crescita del Paese e per la concorrenza alle piattaforme. Raiplay ha riavvicinato i giovani e, con 24 milioni di account, è un dispositivo strategico per preservare i codici espressivi nazionali e il modo di raccontare dei grandi artisti dell’immaginario italiano. Bisogna avere la forza di lanciare Raiplay, dicendo che servono 20 euro di canone da destinare al prodotto. Sarebbe una piccola grande rivoluzione culturale».
In questo scenario come valuta il ruolo di La7 di Urbano Cairo?
«È una televisione con professionisti di valore e i risultati lo confermano. La mia sensazione è che, forse, la sua narrazione si dimostri leggermente datata rispetto ai grandi cambiamenti geopolitici e culturali che si sono verificati negli ultimi tempi».
Come risponderebbe alla perdita di Amadeus?
«Se Mina accettasse di fare il direttore artistico di Sanremo sarebbe un grande ritorno. È figlia della Rai, ha fatto i varietà dell’epoca d’oro, è una grande conoscitrice di musica, aggiornata su tutte le nuove tendenze. Con Carlo Conti all’Ariston, sarebbe un colpo straordinario. Su Sanremo bisogna avere coraggio e fantasia».
Lei lo avrebbe fatto fare il monologo a Scurati?
«Io gliel’avrei fatto fare, anche se confliggeva con le norme che vogliono che il sabato precedente al voto sia di silenzio. Tuttavia, mi chiedo: se è agli atti che l’azienda l’aveva consentito a titolo gratuito, perché improvvisamente spuntano i soldi e successivamente la conduttrice attacca la Rai sui social e denuncia la censura?».
La politica ha sempre influenzato la tv pubblica: la situazione è peggiorata con la riforma Renzi che ne ha spostato il controllo dal Parlamento al governo?
«Il Parlamento e il governo sono gli azionisti, è inutile fare gli ipocriti. È così in tutta Europa. In alcuni casi le intrusioni sono leggende. È soprattutto la piccola politica a provarci, governo e Presidenza del consiglio di solito si fermano alle nomine apicali. Proprio il caso Scurati lo dimostra: Giorgia Meloni ha pubblicato il monologo sul suo account di Facebook che ha più seguaci degli ascoltatori del programma».
Buoni dirigenti dovrebbero saper gestire le situazioni.
«In Rai ci sono e un dato lo conferma. Un’impresa operante in un sistema competitivo che subisse interferenze continue non si manterrebbe quasi al 40% di share. La Rai sarebbe finita come l’Alitalia che è costata 8 miliardi di aiuti allo Stato. Ricordo che quando il governo Ciampi stanziò 200 miliardi di lire per aiutarla in un momento difficile, Letizia Moratti li rifiutò: “La Rai si salva da sola”, disse. E in due anni e mezzo abbattemmo 1500 miliardi di lire d’indebitamento, figlio della guerra contro Berlusconi e della realizzazione di Saxa Rubra. Non c’è in Italia un’azienda pubblica o privata, dall’Olivetti alla Fiat, che abbia rifiutato gli aiuti dello Stato come ha fatto la Rai».
Sono limiti strutturali a condizionarla?
«Dal punto di vista della gestione economica e finanziaria la Rai è più paralizzata di un ente locale. Per stanziare 2.000 euro serve una gara d’appalto. Alle riunioni del Cda partecipa un giudice della Corte dei conti con compiti di controllo, una prassi che non c’è in un nessun’altra azienda o amministrazione pubblica. Agendo in regime di concorrenza, andrebbero applicate le norme del diritto privato. Il governo dovrebbe presentare in Parlamento un articolo di poche righe per l’interpretazione corretta della natura e dell’azione della Rai».
Tornando alle questioni editoriali, la riforma per aree di genere è stata un errore?
«Non è sbagliato rendere autonome le produzioni per generi perché la Rai vive una condizione di multimedialità. Le reti producevano per sé stesse, mentre le aree per genere declinano i contenuti su più canali e più media, online compreso».
Ma non ci sono più i direttori di rete a dare identità al palinsesto e a rispondere se qualcosa non funziona.
«Giusto. Se si cancellano i responsabili delle reti si riduce il carattere identitario dell’offerta. È il responsabile di rete a sapere quello che gli serve. L’offerta di palinsesto dovrebbe definirsi nel rapporto dialettico tra i responsabili di rete e i direttori dei generi».
Dalla passione che ci mette sembra ancora un uomo di vertice della Rai.
«Amo e conosco i meriti di un’azienda che ha inventato il digitale e ha insegnato a parlare agli italiani. Ci sono arrivato quasi cinquant’anni fa, da ragazzo di Calabria…».
Anche lei come Giovanni Minoli invierà il curriculum alla Commissione di Vigilanza per entrare in Cda e magari presiederlo?
«Ogni stagione ha i suoi incarichi. Adesso mi diverto facendo il produttore».
Pepito le ha dato una seconda giovinezza?
«In un certo senso sì, perché continuo a fare il lavoro che mi ha sempre appassionato».
Che cosa le piace del mestiere di produttore cinematografico e audiovisivo?
«La meraviglia di partire da un’idea e farla diventare immagini, scene, costumi, facce. Lo stupore di prendere una storia vera come quella di Hammamet, o non vera ma realistica come quella di Favolacce, e farne due film definiti capolavori dai critici. Hammamet in Italia ha incassato quasi 7 milioni di euro, mentre Favolacce è stato venduto in 50 paesi, America compresa, e ha vinto l’Orso d’argento a Berlino».
Si producono troppi film d’autore e pochi per il grande pubblico?
«Si producono troppi film che non arrivano al pubblico. Ma credo che questo governo, di cui aspettiamo i decreti sul tax credit e i finanziamenti, stia lavorando bene contro la dispersione delle poche risorse. Le quali vanno concentrate su opere che, per scrittura, regia, cast e referenze del produttore, meritano l’attenzione del ministro della Cultura».
A che progetti sta lavorando?
«Stiamo scrivendo una sceneggiatura su Elvira Notari, la prima grande regista e autrice italiana che a Napoli, insieme con il marito, ha inventato tecniche di ripresa, fotografiche e di colorazione delle pellicole prima del colore. Un altro progetto con Rai Cinema riguarda la morte di Cavour, una morte misteriosa e sospetta che va raccontata».

 

La Verità, 27 aprile 2024

L’asso nella manica della Rai: Mina a Sanremo

Il succo è questo. Mentre i dirigenti Rai sono alle prese con le tessere da rimpiazzare nel puzzle dei palinsesti e Urbano Cairo conta i risparmi del salvadanaio di La7, nella provincia televisiva italiana atterrano gli americani. La concorrenza, vien da dire, si fa un tantino più vivace. È la legge del libero mercato. Ma oltre che di risorse, un fattore tutt’altro che marginale, è questione di prospettive. Di orizzonti. Di ampiezza del pensiero. Forse è il caso di rimboccarsi le maniche e farsi venire qualche idea, come sembra stia avvenendo dalle parti di Viale Mazzini. Finora, con le piattaforme over the top c’era poco da duellare. Anche con loro il confronto era ìmpari. Ma, in fondo, si rivolgevano a segmenti di pubblico minoritario. I ceti più abbienti, le classi medio alte. Adesso no, gli americani di Warner Bros. Discovery sbarcano nella televisione generalista. Perciò, è stato facile buttarla in politica. Lo smantellamento della Rai. L’estinzione del servizio pubblico. TeleMeloni fa scappare le star. Ecco Fiorello, Federica Sciarelli, Sigfrido Ranucci già incolonnati dai giornaloni dietro ad Amadeus, il cui approdo a Discovery è stato ufficialmente annunciato ieri (collaborerà alla realizzazione di nuovi formati per l’intrattenimento e condurrà un programma di access prime time, forse I soliti ignoti, e due di prime time: un’operazione da 100 milioni di dollari in quattro anni). E poi, rastrellando qua e là, Barbara D’Urso, Belen Rodriguez eccetera. Insomma, una pesca a strascico tra i volti noti più o meno irrequieti del villaggio provinciale. Non è finita. Il gruppo cui fanno capo Nove, Real Time, Eurosport e alcune altre reti, sta anche per aprire la nuova sede a Roma per lanciare il polo dell’informazione, acquisendo La7 o arruolando Enrico Mentana.

Allarmismo e toni apocalittici hanno riempito paginate e ramificato nell’infosfera. Con il solito retropensiero: il governo delle destre fa crollare persino gli equilibri dell’etere. Ma questa narrazione ha conquistato il record di smentite. Fiorello: «Nessuno mi ha chiamato, il mio contratto è solo con il divano». Warner Bros. Discovery: «Non c’è alcuna trattativa in corso da parte del gruppo per l’acquisizione del polo giornalistico di La7». Mentana: «Non vado da nessuna parte. Non ho difficoltà a dire che il mio contratto scade il 31 dicembre del 2024. Quindici giorni dopo compio 70 anni, cosa mi metto a fare?». Quanto all’apertura della nuova sede, nella capitale Discovery ha già i suoi uffici attivi e funzionanti. Infine, a proposito dell’acquisizione di altre star, la pesca a strascico non è nello stile del gruppo. Semmai si ragiona su un innesto o una nuova collaborazione a stagione. Così è stato in passato con Barbara Parodi, Maurizio Crozza, Roberto Saviano, Virginia Raffaele. E poi un anno fa con Fabio Fazio, l’arrivo che ha impresso la svolta alla strategia del gruppo perché gli ascolti di Che tempo che fa hanno dimostrato che sul pianeta della tv generalista c’è vita e hanno convinto i dirigenti a proseguire nella politica di espansione. Ma «non è la rivoluzione d’ottobre», è solo mercato, «e lo dobbiamo vivere laicamente», ha suggerito il solito Mentana in un’intervista alla Stampa nella quale ha scremato la schiuma militante dalle cronache del caso.

Tuttavia, soprattutto vista da Viale Mazzini, una questione di prospettiva e di rilancio della tv pubblica esiste eccome. A breve dovrebbe avvenire il passaggio di testimone tra l’amministratore delegato Roberto Sergio e il direttore generale Giampaolo Rossi, si vedrà se semplicemente con uno scambio di ruoli. Si parla di un ritorno di Marcello Ciannamea alla distribuzione e di un accorpamento dell’Intrattenimento day time e prime time in un’unica super direzione, con il recupero alla gestione del prodotto di Stefano Coletta (scelta perfetta se si vuol rendere ancor più arcobaleno il palinsesto serale). Al di là di tutto, rimane sul tappeto la necessità di un progetto editoriale di ampio respiro. Come il caso di Amadeus insegna, le star non se ne vanno principalmente per una questione economica, ma perché cercano nuovi stimoli, nuove prove nelle quali cimentarsi. Per contro, non potendo vincere la guerra sul terreno dei cachet, la Rai dovrebbe provare a farlo sul fronte delle idee, dell’identità e dell’immaginazione. Nel 1987 quando in un colpo solo Pippo Baudo, Raffaella Carrà ed Enrica Bonaccorti migrarono a Canale 5, l’allora direttore generale Biagio Agnes chiamò Adriano Celentano affidandogli le chiavi del sabato sera di Rai 1. Chi c’era ricorda come andò. La Rai riconquistò il centro della scena e riprese a dettare l’agenda pubblica. Ma per farlo occorre un disegno editoriale. Che non è appena riempire le caselle lasciate vuote dagli abbandoni. Il problema di che cosa fare del Festival di Sanremo ci sarebbe stato comunque, anche se Amadeus fosse rimasto in Rai. Un conduttore di format preserale si può trovare. Un direttore artistico dopo cinque edizioni di successo con le ricadute sugli introiti pubblicitari, le case discografiche e la fruizione del pubblico giovane, è un filo più complicato. Serve un’idea, un guizzo, un colpo di teatro. Serve sparigliare il copione di un Festival a misura di disc-jockey ed emittenza radiofonica. Serve qualcosa che somigli all’irruzione di Celentano di oltre trent’anni fa. Nel 2019 l’allora amministratore delegato Fabrizio Salini aveva avuto la pensata giusta: Mina direttore artistico del Festival. Purtroppo non se ne fece nulla. Quando la signora della canzone italiana si disse disponibile a patto di avere carta bianca sullo spartito della manifestazione, i dirigenti Rai si dileguarono. Ecco. Pensare in grande vuol dire avere il coraggio di lasciare totale libertà di movimento all’artista più contemporanea di cui disponiamo. Un’artista che continua a studiare, ad ascoltare musica. Che, come dimostrano le collaborazioni della sua produzione recente, è aggiornata su tutte le novità della scena non solo italiana. Un’artista la cui (non) presenza all’Ariston sarebbe anche un grande colpo mediatico. In Viale Mazzini l’idea sta facendosi strada. Auguriamoci, stavolta senza retromarce.

 

La Verità, 19 aprile 2024

I 70 anni della Rai celebrati con il manuale Cencelli

Ce l’ha messa tutta Massimo Giletti nello smoking da officiante delle grandi occasioni per gestire la celebrazione dei settant’anni anni della televisione italiana, una ricorrenza che, pur coinvolgendo Maria De Filippi ed Enrico Mentana, corrisponde all’età della Rai. Ce l’ha messa tutta, ma alla fine, anche per colpe non sue l’occasione è andata sprecata. Per il conduttore, la serata coincideva con il ritorno nella casa madre dopo gli anni a La7 e il distacco dalla rete di Urbano Cairo. Certi momenti troppo istituzionali sono sempre una trappola insidiosa. Innanzitutto, perché tra i tanti possibili cerimonieri, è difficile sceglierne uno senza far torto agli altri e forse anche per questo se n’è affidata la conduzione a un volto rientrante. In secondo luogo, perché la divisione degli spazi tra i vari protagonisti è sempre in agguato e può finire, com’è accaduto, per ingessare la cerimonia di LaTvfa70 in una faticosa spartizione democristiana (Rai 1, ore 21,35, share del 20%, 2,5 milioni di telespettatori). Così abbiamo assistito a una lunga e un po’ burocratica autocelebrazione nella quale per tutta la sera, da Amadeus a Piero Chiambretti, ha aleggiato l’interrogativo su chi condurrà il prossimo Sanremo. Una ricerca che, nonostante l’ironia di due tra i candidati convenuti, Antonella Clerici e Paolo Bonolis, rischia di sconfinare nello psicodramma. Ad accentuare l’enfasi ci si è messo anche il fatto che il protagonista della serata è stato Pippo Baudo che di Festival ne ha amministrati tredici. Sebbene in collegamento, il conduttore l’ha sollecitato a svelare particolari della lunga carriera, il più godibile dei quali è stato quello del gelido incontro con Bettino Craxi presidente del Consiglio, all’indomani del monologo di Beppe Grillo sul viaggio dei socialisti in Cina. Giletti ha gestito l’alternarsi di ospiti e intermezzi delle Teche Rai, nel tentativo di far emergere brani ed episodi dietro le quinte non arcinoti, tra brevi esibizioni e qualche talk piuttosto improvvisato, come quello che a tarda notte ha radunato Bruno Vespa, Enrico Mentana, Iva Zanicchi e Simona Ventura. Insomma, una serata costruita con il manuale Cencelli della tv, rimasta prigioniera di un approccio impiegatizio, privo di quell’orgoglio culturale che avrebbe potuto trasformarla in un grande evento capace di esibire tutto il meglio dello sconfinato repertorio. Al kolossal dell’amarcord è mancata anche la spontaneità delle sane rimpatriate, in occasione delle quali si gioca a vedere chi c’è, chi manca (Milly Carlucci, Mara Venier, Loretta Goggi) e chi, invece, ha voluto sdegnosamente rifiutarsi di esserci.

 

La Verità, 1 marzo 2024

Angelina vince Sanremo. Geolier 2° e Annalisa 3ª

L’Amadeus V va in archivio. A meno di ripensamenti agostani, l’anno prossimo si cambia. E si fanno già i nomi dei possibili successori: da Carlo Conti a Paolo Bonolis a Milly Carlucci fino al duo Laura Pausini-Paola Cortellesi. Intanto si è chiusa l’edizione dei record di ascolti, ottenuti senza baci gay, sermoni arcobaleno e predicozzi vari. Ecco un abbozzo di bilancio.

Amadeus: 5 Direttore artistico, selezionatore musicale, conduttore, spalla di Fiorello. Arrivato al suo quinto Festival, è riuscito a preservarlo dalla politica. Meglio tardi che mai. Buona l’idea di privilegiare alcune testimonianze. Poi c’è stata l’imbarazzante partecipazione di John Travolta con il sospetto di pubblicità occulta. «Mi occupo della parte artistica e non di quella contrattuale», ha rintuzzato, suffragando l’ipotesi che la promozione delle sneakers sia avvenuta a sua insaputa. Insaputa recidiva che, dopo il caso Instagram-Ferragni, ne ridimensiona il profilo di professionista. L’ultimo giorno lo spiazza anche il successo di Geolier, fischiato dall’Ariston il suo primo posto nella serata delle cover. Lui, con scelta discutibile, lo ha voluto in gara, addirittura modificando il regolamento. Spaesato.

Assenze: 9 Le assenze che hanno giovato. Quest’anno sono mancati coloro che ormai sembravano abbonati a Sanremo. Achille Lauro e i Måneskin, l’ex capo dell’Intrattenimento Stefano Coletta, i Ferragnez e i siparietti Lgbtq+. Non si sono sentiti monologhi politici. E non si sono visti i grandi capi Rai in prima fila. Non essendoci, hanno fatto il bene del Festival. Brillanti.

Fiorello: 8 Neanche i migliori sono infallibili. Sempre geniale, salvo nella gag del Ballo del Qua qua da lui ideata, spartiacque negativo di questa edizione. «La gag più terrificante della storia della tv italiana», ha ammesso con stile. Poi ha rivendicato l’errore, ribaltandolo: «Non stava succedendo niente. Abbiamo dato da mangiare al Codacons, ai giornalisti, agli avvocati». E ancora: «Anche Sinner ha steccato un po’ di palle nella finale degli Australian open, ma poi ha vinto. Una gag venuta male su cinque giorni ci può stare». Già. Ha ballato con Lorella Cuccarini, duettato con Gianni Morandi. In assenza di Lucio Presta, si è improvvisato agente. E per lui il ciclo di Amadeus finisce qui. Imperdibile a Viva Raidue! Viva Sanremo! la lettura dei messaggi dei nottambuli sintonizzati. O l’ascolto di qualche telefonata che l’ha preso in contropiede: «Ciuri vai a dormire, che domani hai una giornata impegnativa». Era mamma Rosaria. Ciclone.

Dirigenza Rai: 4 Alle conferenze stampa si esibiscono direttori, capi e capetti. Florilegio di tecnicismi per illustrare i vari record. Risposte sovrapposte e contraddittorie. Come sul caso Travolta. Amadeus dice che l’attore non ha concesso la liberatoria del Ballo del Qua qua a posteriori, Federica Lentini, vicedirettore Intrattenimento, sostiene che il divo ha firmato un contratto «solo per la diretta». La Rai sta valutando la causa legale contro Travolta per pubblicità occulta. Ma sarebbe bastato che l’autore addetto alla cura del divo avesse oscurato il logo delle scarpe e ci si sarebbe evitati tutto il can can. Invece, le insistite inquadrature fanno pensare che la causa sia solo di facciata. Pletorica.

Angelina Mango: 8,5 Vincitrice morale. Reduce da Amici, il suo primo e unico tour s’intitolava Voglia di vivere. Quanta, nei suoi 22 anni. E quanta voce. Piena di colori, come le sue mise. Si è sbranata il palco, collezionando standing ovation. Non ultima quella dopo aver interpretato La rondine, complessa ballata scritta e cantata dal padre. La noia è una cumbia latina e sudamericana perfetta per la sua energia. «Mi sono annoiata tanto da piccola. Lagonegro è un paese di 5.000 abitanti che non offre tanti stimoli e così ho avuto tanto tempo da dedicare alla musica e alla famiglia. A me la noia è servita». Selvaggia.

Giovanni Allevi: 9 Il suo ritorno davanti al pubblico dopo anni di assenza a causa di un mieloma è il momento più toccante di questo Festival. «Quando tutto crolla e resta in piedi solo l’essenziale, il giudizio che riceviamo dall’esterno non conta più. Io sono quel che sono, noi siamo quel che siamo. Eppure sento che in me c’è qualcosa che permane ed è ragionevole pensare che permarrà in eterno», ha detto con le sue movenze da folletto, liberando da una cuffia la chioma riccia e imbiancata: «È liberatorio essere sé stessi». Poi ha suonato più «con l’anima che con il corpo» un brano al pianoforte. Struggente.

Break pubblicitari: 5 Più frequenti degli anni scorsi (con incremento dell’introito) ma uguali agli anni scorsi per intonazione pride. Stonati soprattutto gli spot di make-up: lei che bacia lui che bacia lei che bacia me. Poi c’è il bombardamento di promo di serie e varietà d’imminente programmazione. Alla settantesima apparizione di Riccardo De Rinaldis Santorelli per Mameli, il ragazzo che sognò l’Italia, ci si augura che una pallottola di moschetto lo secchi per sempre. Esasperanti.

Teresa Mannino: 6 Era stata perfetta, fino all’unico monologo delle cinque serate. Già in conferenza stampa aveva punzecchiato Amadeus per l’idea di far estrarre a sorte ai giornalisti gli abbinamenti cantanti-presentatori: «Lo so che ti sei inventato questo giochino con loro per tenerteli buoni ed evitare che scrivano cose cattive. Invece, voi dovete scriverle lo stesso» (partita persa, i giornalisti gli danno del tu: «Una domanda per Ama…»). Poi aveva riempito l’Ariston con personalità e leggerezza, giocando con il pubblico in platea e presentando a dovere. Tutto bene, fino a quella tirata sulle «formiche tagliafoglie» e Protagora. Ironico e leggero quanto si vuole, ma altrettanto prevedibile nei contenuti. Occasione mancata.

Lorella Cuccarini: 7,5 La sua partecipazione come co-conduttrice deriva da quella come ospite dell’anno scorso, quando impressionò per dinamismo e sensualità ballando La notte vola. Quest’anno si è ripetuta, raccontandosi anche con gli abiti che ha sfoggiato. Spigliata e professionale nelle presentazioni. «Non mi sento ospite, qui a Sanremo. Mi sento a casa». Spumeggiante.

Annalisa: 8 Vincitrice annunciata, tranne per una parte della Sala stampa tifosissima di Mahmood. Dopo il boom di Mon amour, è entrata all’Ariston con i favori del pronostico. La marcetta Sinceramente, orecchiabile e ben costruita, ha preso subito tutti. Ottima prova anche nella serata delle cover con Sweet dreams degli Eurythmics. Reggicalze in bella vista, ha fatto la differenza anche con il look. Mainstream.

 

La Verità, 11 febbraio 2024

 

Post scriptum Con La noia, Angelina Mango vince il Festival di Sanremo numero 74: «Siete matti!». A consegnarle la vittoria finale sono il voto della Sala stampa e delle radio che ribaltano il televoto che, col 60% delle preferenze, aveva premiato Geolier, classificatosi secondo. Annalisa è terza con Sinceramente.

Amadeus cade in uno spot occulto? Un’alTravolta…

Travolta da Travolta. E dai trattori. L’abbinata Tra-tra stende la Rai. Sicuramente mette a dura prova lo stato maggiore del Festival di Sanremo, schierato per la consueta conferenza stampa di fine mattina. Una delle più complicate e nervose degli ultimi anni. Imbarazzo, contraddizioni, approssimazione. Il caso, non solo di giornata, dell’ospitata del divo hollywodiano è già deflagrato da qualche ora. Non sono chiari i termini del contratto con John Travolta, il cachet e la reazione dell’attore all’inguardabile Ballo del Qua qua che lo stesso Fiorello ha definito «la gag più terrificante della storia della televisione». Soprattutto, montano i sospetti di pubblicità occulta del marchio di sneakers indossate dal divo durante l’esibizione. Una circostanza che, anche presumendo la buona fede, rivela una lunga serie di coincidenze.

Dopo le necessarie scuse per la mezz’ora di ritardo, l’avvio della conferenza è in salita. Quando Roberta Lucca, direttore Marketing, illustra con troppi tecnicismi gli ascolti della seconda serata (10,3 milioni di spettatori con il 60,1% di share), Teresa Mannino chiede: «Siamo a Sanremo o dove? Perché, o ci prendiamo troppo sul serio oppure io sono fuori posto». Mentre online lievita il caso, in sala stampa i giornalisti estraggono le palline con i nomi dei presentatori da abbinare ai cantanti in gara. Finalmente, dopo tre domande bucoliche, si va al dunque. Quanto è stato pagato Travolta e come rispondete al rifiuto di firmare la liberatoria del Ballo del Qua qua?

L’arrampicata sugli specchi dei dirigenti, con reciproche contraddizioni, ha inizio.

Amadeus, direttore artistico e conduttore del Festival: «A John Travolta era stato spiegato tutto quello che sarebbe avvenuto sul palco prima via mail, poi gli autori glielo hanno detto di persona. Era d’accordo, non abbiamo teso nessun tranello. Far fare a un mostro sacro qualcosa che non ha mai fatto è una cosa che appartiene alla storia della comicità. Lo possono fare in pochi e Fiorello è il nostro più grande showman. Poi mentre veniva realizzata la gag può esserci stata un’espressione un po’ stupita, su qualcosa che pensavamo che Travolta accettasse e che magari non ha più gradito. Ma non è un problema del Festival. È stato lui a contattarmi dalla Francia, proponendosi di venire. È nato tutto in pochi giorni».

La Rai è stata costretta a eliminare il video del ballo con conseguente perdita economica.

Federica Lentini, vicedirettore Intrattenimento primetime, contraddicendo Amadeus: «Travolta ha firmato un contratto con una serie di diritti, solo per la diretta».

Teresa Mannino, comica e co-conduttrice della serata: «Dobbiamo ricordarci che siamo colonia americana. Siamo sudditi. Arriva Travolta e fa quello che vuole, Amadeus manco se ne accorge preso dai balletti e dalle foto di suo figlio. Noi siamo coloni, dobbiamo stare zitti come dobbiamo stare zitti su tutto il resto».

La parte più delicata dell’affaire riguarda, però, la pubblicità occulta delle scarpe U-Power, marchio di cui l’attore è testimonial. Il Tar del Lazio ha appena sancito che la multa di 175.000 euro per pubblicità occulta del social Instagram realizzata nel Festival 2023 da Chiara Ferragni e Amadeus è corretta.

Marcello Ciannamea, direttore Intrattenimento primetime: «Presenteremo ricorso. Da noi Travolta ha ricevuto solo un rimborso spese basso. Non abbiamo fatto nessun accordo commerciale. Forse è intervenuto lo sponsor».

Si parla di un milione di euro. Ma la U-Power, azienda con sede in Brianza, sponsor del Monza calcio di proprietà della famiglia Berlusconi, rimanda la palla alla Rai: «L’attore, come noto, è testimonial dell’azienda dall’estate del 2023. La partecipazione al Festival di Sanremo è frutto di un accordo tra la Rai e l’attore del quale U-Power non è in nessun modo parte in causa. In merito ai contenuti della performance, gli stessi sono un tema di esclusiva competenza della direzione artistica del Festival di Sanremo».

Durante l’esibizione di Travolta le sneakers sono state ripetutamente inquadrate, con il logo non oscurato come avviene di solito in questi casi. Il Codacons ha presentato un esposto ad Agcom e Antitrust affinché aprano un’indagine formale.

Lentini: «Travolta è arrivato in camerino all’ultimo momento ed è entrato sul palco. Nessuno ha notato le scarpe, la cui marca non ci è familiare. È stato commesso l’errore di non oscurare le scarpe, ma l’inquadramento sui piedi è avvenuto perché, ballando, quella è l’inquadratura. Non c’era nessuna volontà di fare quell’inquadratura particolare. C’è un assistente che accompagna gli ospiti sul palco, forse per un motivo di soggezione non ha ritenuto di coprire con lo scotch il logo».

Striscia la notizia rivela che sul sito del brand la comparsata di Travolta al Festival è stata annunciata una settimana fa. La U-Power è un marchio di scarpe anti-infortunistiche, ma adesso vuole lanciare un modello Urban, proprio quello indossato all’Ariston dal protagonista di Pulp Fiction. «Fra poco le vedrete a Sanremo», ha postato sui social l’azienda prima dell’entrata sul palco dell’attore. Selvaggia Lucarelli segnala che in prima fila all’Ariston sedeva Franco Uzzeni, uno dei dirigenti, con ai piedi le sneakers della casa.

L’ultima, clamorosa, coincidenza riguarda il «Don’t worry be happy» (Non preoccuparti, sii felice ndr) rivolto da Amadeus a Travolta durante l’esibizione. È il titolo di una canzone di Bobby McFerrin ma, fa notare un collega, è anche il claim di uno spot della U-Power.

Mannino al conduttore: «Tu sei proprio sfigato». E poi ai giornalisti: «Ma no… sono le uniche parole inglesi che conosce».

Amadeus cambia visibilmente umore e poco dopo sbotta: «Mi pare che stiamo creando un caso che non c’è. Sta andando tutto bene, bisogna trovare a tutti i costi queste stronzate per polemizzare. Non so neanche la marca delle scarpe, come potete immaginare che io faccia promozione a un paio di scarpe di Travolta? Non ha preso 400.000 euro per venire a fare quella cagata. Sapeva tutto della gag, se poi ci ha ripensato non è colpa mia. Don’t worry be happy l’ho preso dalla canzone. Mica mi scrivono i copioni parola per parola».

 

La Verità, 9 febbraio 2024

Senza Coletta e Presta è Fiorello il «regista» di Ama

Quest’anno al Festival di Sanremo numero 74, anno quinto dell’èra Amadeus, si è finalmente capita la vera ripartizione dei ruoli. Ci sono un professionista e un fuoriclasse, protagonisti di una simbiosi perfetta. Il professionista è Amedeo Umberto Rita Sebastiani, direttore artistico e conduttore della kermesse, praticamente il testimonial della Rai di oggi. Il fuoriclasse, invece, è Rosario Tindaro Fiorello, showman, intrattenitore, artista dello spettacolo. In questo Amadeus five, la linea di comando è diventata improvvisamente più snella e operativa. Un po’ come avviene in certe società di calcio quando si riducono i dirigenti e finalmente allenatore e direttore sportivo non hanno troppi capi a cui rendere conto. A Sanremo, sparito Stefano Coletta, direttore dell’Intrattenimento primetime con il vizietto di mettere il naso sulle scalette, e dileguato Lucio Presta, il manager che procurava ospiti importanti ma orientati, sono rimasti loro due. Il selezionatore di canzoni e presentatore, padrone del palco sul quale muove collaboratori, ospiti e cantanti. E il talento artistico che, in un certo senso, come abbiamo scritto, dopo la separazione da Presta, è diventato il vero agente di Amadeus e il suggeritore dell’evento. L’intesa assoluta tra i due si giova anche del mandato di piena libertà concesso loro dagli attuali vertici (un anno fa c’era ancora Carlo Fuortes).

Prendiamo ieri sera. Con le esibizioni di solo metà delle canzoni in gara si sono aperti alcuni spazi grazie a Dio non per monologhi e prediche, ma per alcuni ospiti importanti. Il toccante racconto della malattia di Giovanni Allevi e l’esibizione di John Travolta, in occasione dell’imminente settantesimo compleanno. Mentre la partecipazione del pianista era già definita da tempo essendo nata proprio dalla frequentazione con Amadeus, l’incertezza riguardava che cosa fare con il divo hollywoodiano. L’ultima volta che venne all’Ariston, Festival 2006, la star di Grease si trovò a massaggiare i piedi di Victoria Cabello. In precedenza, ospite di Stasera pago io di Fiorello, aveva già riproposto i passi di ballo del Tony Manero de La febbre del sabato sera e, in altre occasioni, quelli del Vincent Vega di Pulp fiction. Dunque, che fare? «Fiorello mi ha detto di avere l’idea giusta», ha risposto Amadeus a precisa domanda in conferenza stampa. «È qualcosa che ancora non so», ha buttato lì. Difficile che davvero non lo sapesse. Più realistico che, come abbiamo visto, l’idea fosse farina di Fiore.

Di lui il direttore artistico si fida ciecamente perché ogni sua gag, ogni sua apparizione contiene il guizzo che dà plusvalore alla manifestazione. L’altra sera, sul lungo mantello che indossava davanti all’Ariston si leggeva: «Ama pensati libero, è l’ultimo». Un colpetto a Chiara Ferragni e un incoraggiamento all’amico per alleggerirne il carico. Poco più tardi si è presentato a sorpresa in platea per violare il patto di non salire fino a sabato sera sul palco, dov’è rimasto improvvisamente immobile come un avatar disobbediente dell’intelligenza artificiale. Intanto, dall’Aristonello, il vero Fiorello disconosceva il replicante impazzito. Poi, in piena notte, a Viva Raidue! Viva Sanremo! ha improvvisato un match di tennis con Marco Mengoni e letto i whatsapp di tutti gli amici nottambuli sintonizzati a quell’ora.

Le doti da grande intrattenitore dello showman siciliano sono note da tempo. Quelle da manager capace di leggere il contesto e le situazioni con lucidità lo erano meno. Invece, il nuovo Fiorello è anche capace di dare la linea cazzeggiando. Alla conferenza stampa di apertura del Festival, a un certo punto ha confessato: «Quest’anno non sta succedendo niente, l’ospite di sabato sera potrebbe essere il Codacons». Ecco perché Amadeus ha spalancato le porte dell’Ariston al movimento dei trattori. Serve un’intramuscolare di realtà per non restare confinati nella gara canora, per quanto di qualità. Le polemiche sono il sale di Sanremo e se mancano quelle c’è caso che gli ascolti ne risentano. Non è stato così finora (10,6 milioni di spettatori e 65,1% di share all’esordio) e questo Festival sta per fortuna riuscendo a dimostrare che si possono battere i record anche senza strappare foto di viceministri o simulare effusioni gaie in fascia protetta.

Invece domenica sera, in collegamento con Che tempo che fa, Fiorello aveva detto: «Questo è l’ultimo Festival, poi noi apriremo un profilo su Onlyfans in coppia, anche per rispetto del pubblico che non ne può più di Ama». Pur dette con tono leggero, sono parole di qualcuno che riesce a intravedere la conclusione di un ciclo e il rischio del rigetto. No, non apriranno una pagina su Onlyfans, Ama & Fiore. Più facile che realizzino un varietà insieme. «È un desiderio che l’ad Roberto Sergio ha manifestato qualche tempo fa», ha confermato Amadeus. «Ci piacerebbe, è possibile. Non c’è ancora l’intenzione», ha precisato. Se son rose, fioriranno.

Spegnendo le sirene di La7 e del gruppo Discovery che, pare, avrebbero delle mire su Fiorello.

 

La Verità, 8 febbraio 2024

 

Post scriptum A Viva Raidue! Viva Sanremo! Fiorello ha ammesso che la gag del ballo del qua qua con Travolta «è stata terrificante».Onore all’autocritica dello showman che stavolta ha floppato. Al punto che l’attore americano si è rifiutato di firmare la liberatoria per la diffusione della scena. 

La sala stampa non ci sta e tira Ama dalla solita parte

Niente da fare. Non si rassegnano. Un Festival di Sanremo non militante non può esistere. Meno che mai se non orientato dalla solita parte. Giornalisti, cronisti, critici e guastatori non si danno pace. Com’è possibile? Neanche uno straccio di monologo, un predicozzo, qualcosa che arruffi le platee e il benpensantismo gauchiste. Nemmeno un collegamento con, chessò, un Roberto Saviano. O un manifesto Lgbtq+. O una bella intervista a Nichi Vendola. Niente? Ma che Festival è? Eppure Amadeus l’aveva anticipato chiaro e tondo: è meglio se la politica sta fuori dall’Ariston. Detto per inciso, peccato averci pensato solo al quinto anno (magari per favorire la permanenza di Roberto Sergio, sagace spalla di Fiorello, sulla poltrona di amministratore delegato Rai). Comunque sia, il messaggio non è passato e la sala stampa ribolle.

Ieri, il capolavoro, dal suo punto di vista, l’ha compiuto Enrico Lucci, guastatore di Striscia la notizia. Interrompendo la serie di domande rivolte a Marco Mengoni debuttante nel ruolo di co-conduttore, ha chiesto al megadirettore artistico con la sua aria faceta da Tenente Colombo: «Teniamo la politica fuori dal Festival, ok. Ma ti puoi definire antifascista?». «Certo», ha abbozzato Amadeus, cosa poteva rispondere? «Anch’io», si è subito accodato Mengoni. «E allora fateci un accenno di Bella Ciao», ha incalzato Enrichetto. Attimo d’imbarazzo. «Qualche anno fa ho tentato di invitare due interpreti de La casa di carta», ha provato a deviare il discorso il conduttore. Ma Lucci non si è accontentato. «Dài, accennatela insieme». Così, Amadeus e Mengoni hanno intonato: «Una mattina mi son svegliato…», mentre buona parte della sala stampa ha subito accompagnato con battito di mani a tempo. «Per la gioia della Meloni», ha commentato Lucci. Il quale, va detto, innesca queste micce per goliardia oltre che per militanza disincantata.

Da due giorni si parla della presenza di una rappresentanza del movimento dei trattori a una serata della kermesse. Verranno? E quando? In un primo momento, la Rai ha smentito trattative ufficiali con esponenti della protesta. «Porte aperte», ha ribadito Amadeus. L’ipotesi più probabile è che il passaggio avvenga nella serata di venerdì, quella dei duetti. «Ma in ogni caso non sarà un comizio», ha precisato. Del resto, «quest’anno non sta succedendo niente, l’ospite di sabato potrebbe essere il Codacons», aveva gigioneggiato Fiorello, abituato a dire la verità anche quando cazzeggia. Insomma, per rompere la calma piatta, il Festival si attacca al trattore. «È un problema serio e importante che riguarda non solo l’Italia», ha chiosato Amadeus. «Ho detto di sì e rimango di questa idea. La fase successiva è che qualcuno contatti la Rai ed esprima il desiderio di essere presente».

Però, dài. I trattori sono roba troppo popolare e così poco glamour. Perciò, non ci si rassegna. E si prova in tutti i modi a colorare l’evento alla solita maniera. «Visto che ci è piaciuta Bella ciao, restiamo in quel mood», è intervenuto un collega di Fanpage, «se venisse qualche ragazzo di Ultima generazione accetteresti anche loro?». Amadeus ha dondolato il nasone: «Lo spazio a Sanremo non è illimitato. Ci sono tanti argomenti che sarebbero da trattare. Mercoledì avremo Giovanni Allevi con la sua testimonianza sulla malattia, giovedì Stefano Massini e Paolo Jannacci ci parleranno delle morti sul lavoro. L’Ariston non può essere un palco dove portare tante manifestazioni di protesta. I trattori sono un fenomeno europeo. Non ne faccio una questione politica, ma di persone. La politica poi sposa delle cause. Io ho fatto l’agrario, mi hanno detto di andare a zappare, lo so fare e so anche guidare il trattore. E so che si tratta di persone in difficoltà. Non sono contro qualcuno».

Insomma, respinti con perdite i tifosi dell’Ariston arcobaleno. Il fatto che quest’anno in gara ci sono trenta cantanti non andrebbe sottovalutato. Bisogna andare di corsa e già stanotte abbiamo avuto un assaggio dell’orario in cui cala il sipario. Non c’è spazio per prediche, invettive, moralismi e performance che non siano quelle canore, dei grandi ospiti o, al massimo, per i promo delle fiction della casa madre. Nemmeno, in assenza di Lucio Presta, l’agente da cui Amadeus ha divorziato che nel 2023 fu il regista della partecipazione di Sergio Mattarella e Roberto Benigni alla serata per i 75 anni della Costituzione, si prevedono altre ospitate politicamente orientate.

I nostalgici dei monologhi dovrebbero cominciare a rassegnarsi. È vero: vasto programma. «Senti, Marco, visto che nei tuoi concerti alle canzoni alterni spesso dei monologhi, non è che anche qui…», gli ha chiesto il giornalista musicale del Corriere della Sera. «Amadeus ha già detto che i monologhi non ci saranno…», ha risposto, paziente, Mengoni. «Ci sarà un po’ di tutto… seguiremo il flow della serata». Ecco.

 

La Verità, 7 febbraio 2024

«Io scartato da Sanremo? Mai mandato canzoni»

Caro Edoardo Bennato, anche lei scartato a Sanremo?

«Non è una cosa che mi riguarda».

Il sito mowmag.com, rilanciato da Dagospia, l’ha inserita tra i grandi esclusi, insieme a Samuele Bersani, Manuel Agnelli e altri.

«Non ho mai proposto canzoni al Festival di Sanremo, né in tempi andati né adesso. Ho sentito qualche giorno fa Amadeus che ha allargato le braccia, dicendo che viviamo in una situazione in cui escono notizie senza capo né coda».

Per sciatteria o per una strategia con bersagli precisi? In altre parole, ce l’hanno con lei?

«Figuriamoci, le emergenze di oggi sono ben più serie, dalla sanità al crescente squilibrio tra Nord e Sud. Queste cose Totò le definiva “quisquilie, bazzecole, pinzillacchere”».

Restando alle quisquilie, è curioso che esca una notizia così destituita di fondamento.

«Questo non mi preoccupa. Ciò che conta è la stima che posso avere di me stesso e del lavoro che faccio».

A 76 anni, Edoardo Bennato è sempre bello carico. Come il suo rock e la sua voce che dimostrano una vitalità e un’energia da patto col diavolo. Se gli si scrive un messaggio chiedendogli come sta, risponde: «Si crea, si produce, si prega e si spera». E poi t’inonda di video, compreso quello della sua ultima canzone.

Come mai ha pubblicato un brano rock sul Natale che peraltro s’intitola A Natale?

«Per divertirmi, sperando di divertire anche gli altri. L’ha ascoltato?».

Certo. Parafrasando Adriano Celentano, il Natale è rock o lento?

«Personalmente, declino tutto nello schema del rock, che significa essere fuori dai luoghi comuni, dalle frasi fatte e dalle convenzioni».

Il brano finisce con l’invito via megafono ad «affrettarsi alle casse» e «rispettare la fila»: vince sempre il consumismo?

«È un finale che appartiene all’ironia e all’iconografia del rock».

Cita «chi finanzia la guerra per vivere in pace» e «chi noleggia i gommoni a chi è costretto a scappare», un testo molto attuale.

«Tutto quello che faccio lo è. Le mie canzoni riguardano le emergenze del presente».

E le contraddizioni dell’essere umano.

«I paradossi e le schizofrenie di noi come singoli e come collettività».

Le radio hanno trasmesso questo brano?

«Non mi sono posto il problema».

Scrivendolo, ma poi?

«Non me lo sono posto perché, come dicevo, mi limito a fare cose che divertano me e spero gli altri».

Se agli altri arrivano.

«Non dev’essere un mio problema».

Vabbè. Com’è andato il concerto che ha tenuto l’ultimo dell’anno a Matera?

«Il castello di Matera può contenere fino a 5.000 persone, bisognerebbe chiederlo a loro».

Intanto lo chiedo a lei, avrà avuto delle sensazioni…

«Quando salgo sul palco l’obiettivo è sempre dare buone vibrazioni e riceverne da chi mi ascolta».

Matera non è molto lontana da Crotone, dove la notte di Capodanno c’era Rai 1 con molti riflettori, invece del suo concerto non si è saputo molto.

«Questa è un’analisi che dovrebbe fare la stampa, non io».

Lei cantava «Nisida è un’isola e nessuno lo sa»: c’è qualcosa che non si deve sapere oggi?

«Forse è un meccanismo che è in atto da sempre, da che mondo è mondo».

Cioè?

«Come quelli che si affrontano, per esempio, nelle aule universitarie. Come è capitato il mese scorso alla Sapienza di Roma, dove si è parlato di problemi di geopolitica».

Ovvero?

«Quei temi che riguardano il nostro rapporto con il pianeta, il nostro futuro. Ma gran parte della gente comune è impegnata a sbarcare il lunario e a fronteggiare le difficoltà causate dalla crisi del sistema sanitario, quindi è difficile portare la sua attenzione su ciò che le viene nascosto».

Ci sono temi e persone che si vogliono tenere in ombra?

«Qualche tempo fa, quando dopo La Torre di babele e Buoni e cattivi, in cui parlavo dei problemi dell’umanità, mi si chiedeva quale argomento avrei trattato nel prossimo album, rispondevo che avrei affrontato le eterne domande: chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo».

Le grandi domande censurate?

«Quando rielaborai la favola di Peter Pan, intitolai l’album Sono solo canzonette: bisogna sempre essere ironici».

Senza coltivare ambizioni messianiche.

«Io non sono un vate, un profeta o uno che scruta la sfera di cristallo. Sono solo uno che ha avuto la fortuna di girare il mondo. Non avevo compiuto 13 anni che ero già in America e suonai in tv con i miei fratelli. Poi nei primi anni Settanta ho potuto partecipare al festival di Viña del Mar, in Cile. Negli anni Ottanta sono andato più volte a Cuba, poi in Gran Bretagna, in Scandinavia, in Africa. Il consiglio che posso dare ai ragazzi è di viaggiare, oltre che accumulare dati nelle aule universitarie. È l’unica possibilità di difesa».

Difesa da cosa?

«Dagli imbonitori, dai persuasori occulti, dai gatti e le volpi, dai grilli parlanti. Da tutta quella fauna collodiana che tenta d’indottrinarci e asservirci».

Si ritiene scomodo per qualcuno o per qualcosa?

«Anche se fosse, non lo confesserei nemmeno sotto tortura».

Lì, nella sua isola, nel suo pianeta, di che cosa si nutre, quali sono le sue risorse?

«In questo momento, la simbiosi con mia figlia Gaia che, oltre ad avere un nome che rimanda al pianeta Terra e a essere energetica dall’alto dei suoi 19 anni, mi stimola a essere ottimista e propositivo in tutti i miei discorsi, in tutti i miei atteggiamenti, in tutti i miei testi, in tutti i miei pensieri».

Lei è altrettanto stimolante per lei?

«Sì, è uno scambio reciproco».

Mentre parliamo arriva la foto della premiazione di Bennato ragazzino, «capitano della squadra vincitrice del campionato di calcio del circolo Canottieri di Bagnoli e capocannoniere».

Perché me l’ha mandata?

«Perché nello sport è sempre un numero a sancire il nostro valore, sia che si tratti di correre i 100 metri, di saltare in lungo o in alto, o nelle discipline del nuoto. E anche negli sport di squadra, dal calcio alla pallacanestro, un numero definisce il nostro valore rispetto agli altri. Lo sportivo è colui che stringe la mano all’avversario che l’ha superato e poi ricomincia ad allenarsi per superare l’avversario che l’ha superato. Lo sport non è solo un’arte nobile, ma anche educativa».

Tutto questo per dire?

«Che nell’arte è completamente diverso. Tutto deve passare per le forche caudine delle radio, della stampa e della tv. È una regola che sono stato costretto a imparare in nove anni di gavetta nelle case discografiche con Mare Maionchi, Lucio Battisti, Mogol e tanti altri. Alla fine riuscii a pubblicare l’album Non farti cadere le braccia che conteneva brani come Un giorno credi e Campi Flegrei».

E poi cosa accadde?

«Dopo qualche settimana il direttore della Ricordi mi disse che loro non erano finanziati dal ministero della Pubblica istruzione e dovevano far quadrare il bilancio. I programmisti della Rai gli avevano comunicato che la mia voce era radiofonicamente sgradevole per cui le emittenti non avrebbero trasmesso le mie canzoni. Fui licenziato».

A quel punto?

«Non mi sono fatto cadere le braccia, appunto. E son diventato musicista di strada con tamburello a pedale, armonica, chitarra e kazoo, alla maniera degli one man band che avevo visto a Londra. Mi piazzai davanti alla Rai, perché lì passavano gli addetti ai lavori. Infatti, incrociai il direttore di Ciao 2001 che m’iscrisse al festival indipendente di Civitanova Marche. Era il 1973, c’erano Claudio Rocchi, Claudio Lolli, Franco Battiato… Cantai dei pezzi punk come Ma che bella città, Salviamo il salvabile, Uno buono, che era uno sfottò al presidente della Repubblica di allora (Giovanni Leone ndr), Affacciati affacciati, dedicato al Papa (Paolo VI ndr). Ebbi un discreto successo e dopo poche settimane il direttore della Ricordi mi richiamò».

Vorrei carpirle altri segreti dal suo pianeta al riparo dagli imbonitori. Che cosa legge, quali sono le sue fonti?

«Il brano A Natale è punk. Il punk è un genere musicale provocatorio e insolente verso la società perbenista, affermatosi con i Ramones, i Sex Pistols e i Clash, che avevo inconsapevolmente anticipato. Ma, oggi come allora, tutto dipende da come viene promosso quello che fai».

Comandano la comunicazione e il marketing?

«Nostro malgrado».

Anche gli artisti sono burattini nelle mani di qualcun altro?

«Tutti corriamo il rischio di esserlo».

Poi però accade che le contraddizioni affiorino anche nell’impero della regina del marketing: che cosa pensa della vicenda di Chiara Ferragni?

«Non è importante, ho cose più importanti a cui pensare».

Non si vuole sbilanciare?

«La mia fortuna è aver girato il mondo».

L’abbiamo detto, le parlo del presente.

«A proposito del presente, e di come ora mi si presenti nel presente, vorrei puntualizzare che non ho mai avuto un manager o un agente e che quel ruolo l’hanno svolto i miei amici e compagni di cortile. Con loro nel 1980 inventammo per primi l’estate dei 15 stadi, uno ogni due giorni, tutti sold out. Il fatto di non avere un manager è sempre stata, ed è tuttora, un’anomalia mal sopportata dall’establishment musicale. Se ha visto il film su di lui, avrà visto che anche il leggendario Elvis Presley era diventato una marionetta nelle mani dell’agente, il colonnello Tom Parker».

Tornando ai giovani, che cosa pensa del loro impegno per l’emergenza climatica?

«Su questo tema ho scritto Io vorrei che per te».

Che dice cosa?

«Bisogna ascoltare la canzone».

Vogliamo ricordarla ai lettori senza costringerli a connettersi a Spotify?

«Dice: “Finché nel cielo c’è il sole/ finché nell’aria c’è il vento/ non resteremo mai al buio/ e nessun motore sarà spento”. E il ritornello: “Io vorrei che per te quell’isola che non c’è/ diventasse realtà/ non solo l’isola esclusiva di Peter Pan”».

Un auspicio utopistico.

«È il mio manifesto dell’ecologia. Così come Le ragazze fanno grandi sogni è il manifesto della femminilità».

Esprime un metodo un po’ diverso da quello scelto dagli attivisti di Ultima generazione che imbrattano monumenti, fermano il traffico e le funzioni religiose?

«Mi limito a fare canzoni ed è giusto così. C’è già tanta gente che ne parla…».

Pensavo potesse dire la sua anche su situazioni in cui ci imbattiamo da fruitori di opere d’arte, cittadini che usano l’auto e fedeli che vanno a messa.

«Su questi temi ho scritto Signore e signori».

Vabbé… Buon ascolto.

 

La Verità, 13 gennaio, 2024

 

 

Viva Rai2! si serializza con il controcanto di Fiorello

A una settimana dall’esordio della seconda stagione, quest’anno dal Foro Italico di Roma, si possono individuare alcune linee conduttrici di Viva Rai2!, il «mattin show» di Rosario Fiorello, Fabrizio Biggio e Mauro Casciari che, oltre a essere la cura ricostituente della rete, con le sue iniezioni di buonumore lo è anche per i telespettatori. Svegliarsi con la leggerezza del nostro miglior intrattenitore è un’ottima colazione, ma grazie a Raiplay, può essere una felice ricreazione fruibile anche nel resto della giornata.

Il programma è concepito come una serie a episodi con trame orizzontali e verticali, aperta dal riassunto delle puntate precedenti e da un’anteprima che precede l’alba e il varietà vero e proprio, in onda alle 7,15. L’affiatamento con le due spalle è un fatto assodato, ma il core business è la perenne ricerca del sorriso. «Parliamo di politica… La politica ci dà il buonumore». Le news tratte da giornali, siti e agenzie sono il pretesto per il controcanto di Fiorello che ribalta la versione ufficiale. «Quelli del Pd dicono: Elly non ci abbandonare… Ma Elly non ci abbandonare è anche lo slogan di Fratelli d’Italia». Del resto, «noi siamo TeleMeloni, altroché. Secondo voi perché siamo in onda? Perché sono amico della Meloni, con un altro governo mi davano Protestantesimo». Grazie all’amministratore delegato Roberto Sergio che «le ha sottratto l’agenda», sfodera «gli appunti di Giorgia». Contattare Max Tortora per organizzare scherzo telefonico a Putin, programmare i balletti di Luca Tommassini in prima serata per incrementare la natalità… È il contrappunto alla narrazione, i «se senza ma»…

Un’altra delle trame orizzontali è tirare la volata al Festival di Amadeus che dosa news e gag nel varietà dell’amico per tenere accesa la luce sull’Ariston. Stavolta annuncia la partecipazione di un nuovo talento alla finale Giovani del 19 dicembre, il pensionato Ruggiero Del Vecchio in versione rapper: Mi faccio il tatuaggio/ ti mostro il mio disagio/ in faccia sono grigio/ la macchina ti sfregio. L’ospite della puntata è Mahmood, altra evocazione sanremese, che intitolando una canzone Cocktail d’amore, come il brano di Cristiano Malgioglio del 1979, ne ha provocato le ire. Fiorello lo chiama in diretta e dopo quella tra Francesco Totti e Luciano Spalletti arriva un’altra riconciliazione. Ma non sono tutte rose e fiori. Papa Francesco ha detto che se ci sono figli capricciosi è perché i genitori sono capricciosi… «Infatti, il figlio di Renzi ha appena litigato con il figlio di Calenda».

 

La Verità, 14 novembre 2023