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«Farò pentire chi mi ha invitato al Festival»

Gelido. Caustico. Tagliente. Rassicurante come una katana. Consolatorio come un’incudine. Affettuoso come una lastra di ghiaccio. Per la sua comicità si usano aggettivi come irriverente, dissacrante, scorretta. Ma alla prova degli spettacoli risultano cliché stantii. Lui rifiuta persino l’etichetta di comico. Chi non lo conosce lo cerchi su YouTube. Frasi brevi, secche come fucilate, in un crescendo di paradossi. Zero concessioni al mainstream. Angelo Duro, palermitano quarantenne, ex Iena, scoperto a un’esibizione da Davide Parenti, reduce da due stagioni sold out a teatro, è più eversivo di Checco Zalone, più insolente di Pio e Amedeo, meno gigione di Saverio Raimondo. Lo stand up comedian che non c’era e di cui, in questi tempi gne gne, c’è grande bisogno. Domani sera sarà ospite del Festival di Sanremo di Amadeus.

Insomma, sapeva che sarebbe successo, che era inevitabile che la invitassero?
«Certo. Prima o poi i linguaggi cambiano. Io sono la cosa più moderna che esista. I numeri che faccio in teatro ne sono la prova. Sto facendo sold out dappertutto. Mi sono costruito un pubblico che, come me, non vuole sentire cose moraliste. Io parlo di tutto. Non mi pongo limiti. Mi piace turbare la gente. Così poi do un po’ di lavoro agli psicologi. E devo dire che loro mi ringraziano sempre».
La prende come una consacrazione o non gliene frega un cazzo?
«Me ne frega del punto di vista rivoluzionario. Sanremo è sempre stato un luogo politico e del linguaggio che deve andare bene per tutti. Io non parlo di politica. Troppo facile come argomento. E non ho un linguaggio adatto a tutti. Attenzione, io lo ritengo adatto a tutti, sono loro che non sono pronti. Ma sono certo, che col tempo, si apriranno e tireranno fuori quei blocchi culturali che hanno dentro. Io sono come Dio nel Giudizio universale di Michelangelo che tende la mano ad Adamo aspettando che sia lui ad alzare l’indice ed aprirsi al creato».
Questa opportunità è tutto merito dei teatri pieni o anche un po’ del buon rapporto con Fiorello che qualcosa può segnalare ad Amadeus?
«Merito dei teatri pieni che hanno avvicinato sempre più gente a scoprirmi e conoscermi. Tipo Fiorello. Lui è un entusiasta ed è un vero talento anche a capire le cose prima di tutti. Ed è una persona sincera. Se gli piace una cosa, e ne riconosce l’autenticità, la promuove e la difende. È stato lui che ha spinto Amadeus ad invitarmi al Festival. Sono proprio contento di sapere che da mercoledì rovinerò la loro trentennale amicizia».
Nel post su Facebook dice che questo invito è la conferma che è «riuscito a cambiare il sistema». L’autostima non le manca…
«Ho cambiato il sistema del punto di vista del linguaggio. Ripeto, uno come me a Sanremo rappresenta un vero cambiamento. In peggio, ovviamente. Questa cosa fa crescere ancora di più la mia autostima. Il cambiamento è linguistico. Questo Paese fa fatica a parlare di argomenti senza dover per forza mettere dentro la morale. Io sono immorale. E ci tengo».
Ha scritto anche che dopo «anni di soldi estorti» con la sua presenza su Rai 1 «c’è un motivo valido per aver pagato il canone».
«E già… Guardatevi in giro. Non vedete che la gente è sempre più stupida? A chi volete dare la colpa? Al clima? Allo smog? No. La colpa è della tv che con i suoi programmi d’intrattenimento e d’informazione ha ridotto le persone cretine. Non è giusto. Poverine».
In questi casi per incoraggiamento si dice «in bocca al lupo». Lei risponde «viva il lupo»? O preferisce che le si dica «merda»?
«Non me ne frega di questi riti. Non sono superstizioso. Io non credo a nulla».
Ricominciamo dall’inizio. Angelo Duro è il suo vero nome o un nome d’arte? Sembra un ossimoro, tipo Angelo Nero o Angelo Incazzato.
«Mi chiamo così. Credo che i miei non abbiamo neppure pensato alla contraddizione di questo nome. Ma mi è sempre piaciuto. E mi rappresenta a pieno. È un nome unico. Sempre meglio chi chiamarsi Mario Rossi».
Perché nei suoi spettacoli è sempre incazzato duro?
«Non sono incazzato. Io racconto delle storie. Non sono incazzato senza un senso. Racconto cosa mi è successo, cosa ho pensato e come ho reagito quando mi è successo. È una causa e un effetto».
Come e quando è nata la sua comicità?
«Io non sono un comico. L’ho detto tante volte. E comunque la comicità non nasce. La comicità ce l’abbiamo tutti. È quell’esatto momento in cui di fronte a una grande paura dici a te stesso, o a chi ti sta vicino, una cosa per sdrammatizzare. Questa è la comicità. Per cui, per quanto mi riguarda, tutti siamo comici. Poi ci sono quelli che di fronte a paure e tragedie non osano sdrammatizzare perché ne hanno fatto un fattore morale. Poverini. E rimangono schiacciati dalle paure e dai loro traumi. Io non faccio altro che questo. Esorcizzo ogni paura o pericolo che esista nella vita. Certo, mettici che poi a farlo sono il più bravo di tutti. Ma questo è un dettaglio».
C’è stato un momento in cui le si è accesa l’idea o anche lei faceva ridere già a scuola?
«No. Perché, lo ripeto, non sono un comico. Io mi sono sempre limitato a dire quello che vedo di una cosa. È la gente che ride. Mica io. Cazzi loro».
Cosa le ha fatto decidere di fare dell’arroganza e del cinismo un genere comico?
«I soldi. Io, ripeto, non sono un comico. Sono un imprenditore».
C’è qualche modello a cui si è vagamente ispirato?
«No. Non sono un comico. Non ricordo se l’avevo già detto».
Anche la sua agenzia «Dasoloproduzioni» è drastica: niente film finanziati coi soldi pubblici, niente piattaforme che fanno serie per cerebrolesi, solo i suoi spettacoli: i testi li scrive tutti da solo?
«Io racconto di me. Le mie esperienze. Le cose che vedo. Le cose che sento. Non ci sono testi».
Può anticiparci cosa farà all’Ariston? Sarà un pezzo inedito?
«Chi dice che ci andrò? E se ci andrò chi dice che parlerò?».
Come fa a far ridere stando anche alcuni minuti in silenzio.
«Loro ridono perché hanno empatizzato con me. Sanno chi sono. Cosa penso. Per loro sono un amico. Una persona di famiglia della quale conosci tutti i connotati, pregi e difetti. Nel mio caso soprattutto i difetti. Quindi non mi serve fare altro. Perché io sono entrato nella loro testa. Conoscono il mio carattere. E sanno che da un momento all’altro potrei dire una cosa che fa crollare tutto. Questo disagio viene scaricato con una risata. Che, come le dicevo, serve ad alleggerire la tensione che creo».
Teme che mercoledì all’Ariston qualcuno in platea possa irritarsi per le sue provocazioni?
«No. Non lo temo. Lo spero».
Negli anni scorsi guardava il Festival?
«È successo. Tutti nella vita facciamo degli sbagli».
Cosa pensa di Chiara Ferragni e del mondo degli influencer?
«Non sono argomenti che tratto».
Dopo Perché mi stai guardando? e Da vivo, i suoi precedenti show, il prossimo spettacolo s’intitolerà Sono cambiato. Sbaglio se temo che sarà ancora più caustico?
«Chi può saperlo. L’unico modo per scoprirlo è stare lì. Adesso vi saluto che c’ho da fare».

 

La Verità, 7 febbraio 2023

Achille Lauro è il volto identitario del Festival

Achille Lauro non poteva mancare nemmeno stavolta, e fanno cinque edizioni consecutive. Tre da concorrente e due come superospite. È lui il volto identitario del Festival di Sanremo anni Venti. Una vetrina modaiola di fluidità e gender in varie gradazioni che ha sostituito la kermesse patronale, il luna park tuttifrutti di un tempo. Adesso il frutto principale è questa salsa queer. Sanremo segue il costume, ma qualche volta lo anticipa e lo influenza a suon di musica e polemiche, ugole e predicozzi, canzonette e politica. È così fin dal Ragazzo della via Gluck e Chi non lavora non fa l’amore (Adriano Celentano, 1966 e 1970), e da Una vita spericolata (Vasco Rossi, 1983), per citare le prime. Da La terra dei cachi (Elio e le storie tese, 1996) e Non è l’inferno (Emma Marrone, 2012), per avvicinarci al presente. Sanremo era Sanremo. Condito di superospiti internazionali, da Josè Feliciano, anche in gara, a Madonna, da Michail Gorbaciov a Mike Tyson e John Travolta, che per brevi comparsate procuravano salassi alle casse della Rai e overdosi di polemiche sull’uso del denaro pubblico. Il concorso era trasmesso in Eurovisione e c’era chi diceva che tutto il mondo ce lo invidiava. Domenico Modugno, Claudio Villa, Gianni Morandi, Celentano, Laura Pausini vendevano alla grande anche all’estero, e senza il complesso di essere italiani. Anzi, magari proprio per quello. Oggi no. Oggi, nell’èra della globalizzazione, sebbene declinante, i generi musicali perlopiù li importiamo. Comunque, Sanremo era quella roba lì. Epperò negli ultimi anni abbiamo assistito a una curiosa metamorfosi. Con innesti crescenti di progressismo, il nazionalpopolare è mutato in mainstream. Ben più di una correzione linguistica, un passaggio culturale. Dalla prospettiva nazionale a quella globale, dalla tradizione del Belpaese al pensiero unico sul vassoio dell’intrattenimento di tendenza. Il nuovo linguaggio deriva dalla frammentazione dei generi? L’Ariston si adegua e offre la vetrina.

Dicevamo di Achille Lauro, nome d’arte(?) di Lauro De Marinis. Quando si è presentato in gara, le sue dimenticabilissime canzoni navigavano nelle retrovie della classifica, puro pretesto per le messinscene, le mise transex, gli scandaletti di polistirolo pour épater le bourgeois. La sua ultima esibizione aveva simulato un battesimo. Roba farlocca. Tanto che, stuzzicato da Fiorello che l’anno prima, con una corona di spine sul capo, aveva duettato con lui, l’Osservatore Romano aveva dispensato delusione: «Volendo essere a tutti i costi trasgressivo, il cantante si è rifatto all’immaginario cattolico. Niente di nuovo. Non c’è stato nella storia un messaggio più trasgressivo di quello del Vangelo. Da questo punto di vista difficilmente dimenticheremo la recita del Padre Nostro, in ginocchio, di un grande artista rock come David Bowie. Non ci sono più i trasgressori di una volta».

Insomma, in quel lembo di Liguria si fatica a pensare in grande. A osare veramente. Ci hanno provato Rula Jebreal con un monologo in difesa delle donne violentate e Roberto Saviano ha voluto ricordare il trentennale dell’uccisione di Giovanni Falcone con tre mesi di anticipo. Nel 2020, con una libera interpretazione del Cantico dei cantici, definito il libro «più bello, più santo, più importante della Bibbia», Roberto Benigni ha sdoganato tutte le forme di amore, quella «dell’uomo con la sua donna, la donna con la sua donna, l’uomo con il suo uomo». Perché, alla fine, si casca sempre lì, nella moltiplicazione dei sessi e nell’amore non binario, come si dice.

Sotto la supervisione di Stefano Coletta, prima come direttore di Rai 1, poi come responsabile della sezione Intrattenimento della tv pubblica, Sanremo si è travestito da festival queer, disseminato di baci gay, unghie smaltate e trucco pesante per entrambe i sessi (e speriamo che la comunità Lgbtq non insorga). Se prendiamo i vincitori delle edizioni frequentate da Lauro, due volte ha vinto Mamhood (nel 2022 con Blanco) e una i Måneskin, poi tornati come ospiti l’anno scorso. E il vecchio luna park è sembrato un Gay pride per famiglie. Arcobaleno, naturalmente.

Erano gli anni dei governi guidati da Matteo Renzi, Paolo Gentiloni, Giuseppe Conte e Mario Draghi, con il Pd a dare sempre la linea (tranne la breve parentesi gialloverde). Erano gli anni del dibattito sul ddl Zan, di genitore 1 e genitore 2, dell’asterisco e dello schwa proposti, e spesso adottati, nei documenti pubblici… Non che siano stati definitivamente archiviati. Tuttavia, dalle parti di Palazzo Chigi l’aria è cambiata. Invece in Rai ancora no. Basta guardare i programmi d’intrattenimento, certe rubriche pomeridiane di Rai 1 e Rai 2, le giurie degli show della rete ammiraglia… Finora l’avvento di Giorgia Meloni e del governo «delle destre» non ha fatto girare il vento nemmeno tra i fiori e le pailettes della kermesse canzonettara. Al suo fianco, il conduttore e direttore artistico ha voluto, sì, il rassicurante Gianni Morandi, amato sia dalle nonne che dai giovanissimi («Da grande voglio essere come lui», confidò Blanco sul palco di un anno fa). Ma fedele al mainstream modaiolo, ha chiamato l’«imprenditrice digitale» Chiara Ferragni e la pallavolista non binaria Paola Egonu (e chissà perché nessuno invita mai Miriam Sylla, anche lei di colore e pure capitana dell’Italvolley femminile).

Intanto Madame ha dovuto cambiare il titolo della canzone in Il bene nel male (al posto di Puttana), prima di essere indagata per una storia di vaccini falsi e piegarsi al volere comune: senza polemiche la colonnina dell’Auditel non s’impenna. Dopo aver detto che non ci sarebbero stati ospiti perché già tanti erano i cantanti in gara, man mano che ci si avvicinava al giorno d’inizio, Amadeus ha annunciato Black Eyed Peas, Piero Pelù, Francesco Renga, Nek… E, sempre in modalità allineamento, si è parlato di Volodymyr Zelensky in videocollegamento nella serata finale.

Di sicuro c’è che i cantanti in gara saranno 28, ventidue big più sei giovani, così le serate termineranno quando albeggia, tutta salute per lo share. A naso, il cast del 73° Sanremo, dal 7 all’11 febbraio, è tranquillo. C’è la quota star da stadio con Marco Mengoni e Giorgia, il trash dei Cugini di campagna, la nutrita fetta anni Novanta con Anna Oxa e i Modà, senza dimenticare le reunion di Articolo 31 e Paola e Chiara. Ci sono «i figli di» Leo Gassmann e Lda (di Gigi D’Alessio), i big da classifica Lazza, Elodie e la già citata Madame, la quota di musica indie con Colapesce Dimartino e Coma Cose, che bissano la partecipazione dell’anno scorso, come Tananai che, giunto ultimo, può migliorare ma non è detto. Non s’intravedono troppe trasgressioni fasulle. Però occhio a Rosa Chemical che somiglia non poco ad Achille Lauro, speriamo solo nell’aspetto. Nell’incertezza, si è pensato bene di convocare anche l’originale. Hai visto mai che se ne sentisse la mancanza.

 

Il Timone, febbraio 2023

Fiorello fuoriclasse, Zoro e Damilano cartellino rosso

Il peggio e il meglio di un anno vissuto televisivamente. Senza troppe fisime e sicuramente con tante lacune.

 Fiorello 10 (Rai 2)

Fuoriclasse. Animale da show. Direttore che fa orchestra. Vedi l’invenzione di Ruggero «pancia del Paese», la reinvenzione di Fabrizio Biggio, ex solito idiota, il coinvolgimento di Manuela Moreno del Tg2 Post. Gli altri, tutti pronti a passare dal Glass di Via Asiago (con qualche disagio dei residenti). Il capolavoro è la viralità: cura ricostituente per l’intera Rai, partendo da Raiplay e Rai 2 (portata dall’1 al 14%) e sconfinando nei tg, su Rai 1, su Radio Rai. Benefattore.

Alberto Angela 9 (Rai 1)

Master in divulgazione. Si tratti dei tesori di Milano o delle meraviglie di Mont Saint-Michel e di Lisbona, il figlio d’arte incarna lo spirito della tv generalista. La bellezza è attorno a noi, ci circonda e ci precede. Per accorgersene basta lo stupore, la dote dei bambini, e non ci sono target che tengano. Narratore rigenerante, saliscendi sulle scale del racconto alto e basso. Antistress.

Tutto chiede salvezza 8 (Netflix)

Può una serie ambientata nel reparto psichiatrico di un ospedale avvincere come un thriller? Sì, se al centro ci sono le nostre domande fondamentali e le nostre fragilità. E se ci sono buona scrittura e ottima regia, Qualcuno volò sul nido del cuculo insegna. La base è l’autobiografico diario della settimana di Trattamento sanitario obbligatorio di Daniele Mencarelli, la resa cinematografica di Francesco Bruni, uno che ha sempre lavorato con i giovani. Profonda.

Una squadra 8 (Sky)

Docu-serie rivelazione dell’anno, 46 anni dopo la vittoria della Coppa Davis a Santiago del Cile, squaderna aneddoti e retroscena in quantità industriale, alternati a curiosi brani d’archivio. Protagonisti Adriano Panatta, Paolo Bertolucci, Corrado Barazzutti, Tonino Zugarelli: attori naturali loro e sceneggiatura naturale la loro storia. Gli anni Settanta non erano solo di piombo ma anche di terra: rossa come la famosa maglietta dei doppisti. Epica.

Amadeus a Sanremo 7 (Rai 1)

Premio alla professionalità, nell’ultimo Festival ha saputo emanciparsi da Fiorello senza pagare in ascolti e qualità. Il Sanremo tuttifrutti con Achille Lauro, Roberto Saviano e Checco Zalone era perfetto per il governo di quasi unità nazionale. Quando si ha un ventaglio così largo il successo di ascolti è garantito. Da rivedere l’orchestra affidata a «direttori» come Francesca Michielin e il feeling con qualche donna fiera, come Sabrina Ferilli. Medioman.

Fuori dal coro 7 (Rete 4)

Il mio giudizio è sicuramente viziato, ma credo che negli Stati Uniti un conduttore eccentrico come Mario Giordano sarebbe studiato dagli altri media. Invece il perbenismo ci fa alzare il sopracciglio. Meglio il giochino di Bianca Berlinguer con Mauro Corona? O la passerella gauchiste chez Giovanni Floris? Basterebbe l’inchiesta sulle case occupate dagli abusivi per conferirgli uno dei tanti premi di giornalismo che vanno sempre ai soliti. Spettinato.

L’Ora 7 (Canale 5)

Lenta ma seducente, era una serie diversa e forse per questo meritava più coraggio nella promozione. Ispirata da Nostra signora della Necessità (Einaudi) di Giuseppe Sottile, racconta, tra atmosfere dark e cadenze jazz, la lotta senza retorica dei giornalisti del quotidiano palermitano contro le cosche, prima che venisse scritta la parola mafia. Sarà il direttore di quel foglio a stamparla la prima volta. Notturna.

Playlist 7 (Netflix)

La storia di Spotify diventa un gioco di ruolo. Ogni episodio zooma su un protagonista dell’avventura che ha sconvolto il mondo della musica. Quello centrale è il nerd informatico e ultra intransigente che ha l’idea geniale e l’intuizione di contornarsi delle persone giuste. Compreso il tecnico ancora più bravo di lui e l’imprenditore visionario con lieve disturbo della personalità. Un’ascesa entusiasmante, fino a svelare anche tradimenti e cinismi, rovescio della medaglia del successo. Appassionante.

Quarta Repubblica 7 (Canale 5)

Nicola Porro ha il passo della riflessione a lunga gittata. Le interviste one to one (Paolo Scaroni, monsignor Massimo Camisasca…) sono vero approfondimento. La parte di talk non contempla risse e litigi sebbene coinvolga interlocutori molto bipartisan. Qualche volta si apprezzerebbe un pizzico di velocità in più. Comunque, avercene. Equilibrato.

Marco Cattaneo 6 (Dazn)

Uno dei pochi giornalisti sportivi che non se la tira nonostante la competenza. Il suo Sunday night square dopo il posticipo domenicale è un talk senza la gigioneria e l’autoreferenzialità che inquinano alcuni programmi gemelli. Con Massimo Ambrosini e Marco Parolo equilibrio e autorevolezza sono garantiti. Un po’ dimesso lo studio, si potrebbe osare di più. Asciutto.

Amadeus dovunque 5 (Rai 1)

Più di Pippo Baudo e di Carlo Conti nei loro momenti di massimo splendore. Entra nelle nostre case tutte le sere all’ora di cena con I soliti ignoti. Conduce lo show dell’ultimo dell’anno, le serate di revival all’Arena di Verona oltre, inevitabilmente, Sanremo Giovani. Talmente presente da rischiare di diventare un oggetto di arredamento. Ubiquo.

 Lilli Gruber 5 (La7)

Il voto è la media tra l’autorevolezza di ospiti come Massimo Cacciari e Lucio Caracciolo e la faziosità monocorde della conduttrice. Che spesso sconfina in una sorta di punteggiatura, di balbuzie parossistica: ma Salvini… e Salvini… oggi Salvini… ha sentito Salvini… intercalata da: e la Meloni… oggi la Meloni… Il resto, a eccezione della partnership con i colleghi del Fatto quotidiano, è contorno. Rosicante.

Lotta continua 4 (Raiplay e Rai 3)

Tratta da I ragazzi che volevano fare la rivoluzione (Mondadori) di Aldo Cazzullo, la docu-serie è una ricostruzione molto indulgente del periodo che precedette gli anni di piombo e che Erri De Luca chiama «anni di rame». In realtà, l’assassinio del commissario Luigi Calabresi (17 maggio 1972) inaugurò la stagione del terrorismo. Tra le tante voci interpellate solo quella di Giampiero Mughini è ragionevolmente critica. La meglio gioventù siamo noi. Autoassolutoria.

Servitore del popolo 4 (La7)

La serie sulla biografia di Volodymyr Zelensky doveva essere l’evento dell’anno… Sembrava interessante il gioco di specchi tra fiction, realtà e politica tanto che il suo partito si chiama come la serie, ignorata a lungo su Netflix prima di essere proposta dalla rete di Urbano Cairo. Forse si poteva prevedere che, essendo la realtà più cruda della finzione, sarebbe presto scivolata nel dimenticatoio. Pleonastica.

Alessandro Cattelan 4 (Rai 2)

Dopo il flop di Da grande su Rai 1 è arrivato il mezzo flop di Stasera c’è Cattelan su Rai 2. Il programma è uguale a Epcc, visto su Sky: interviste a molti amici, giochini, giovanilismo a cascata. Il punto è proprio questo: non aver capito la differenza tra una pay tv digitale e la tv generalista. Doveva essere il David Letterman italiano. Doveva… Un po’ meglio la serie Netflix Una semplice domanda. Eterna promessa.

Il Circolo dei mondiali 4 (Rai 1)

Salottino arcobaleno à côté dei Mondiali di calcio qatarioti. Ci sono la direttrice di Rai Sport specializzata in ciclismo, le vecchie glorie olimpioniche di salto in alto e ginnastica artistica, un giornalista che compulsa i social e una band per gli stacchetti. In collegamento un inviato e un ex calciatore con la barba dovrebbero parlare della partita appena finita tra una gag e l’altra. Braccialetti dei diritti in bella vista. Che noia.

Cristiano Malgioglio 3 (Rai 2)

Difficilmente un titolo è stato più smentito di Mi casa es tu casa. Primo perché Malgioglio parla soprattutto di sé. Poi perché, come certificano gli ascolti, non c’è casa più lontana della sua da quelle degli italiani. Momento cult: Leonardo Pieraccioni che lo bacchetta: «Me l’avevano detto: guarda che lui fa il programma per sé… Ma io ti metto le mani addosso se nun me fai parla’…». Dopo Heather Parisi e Ilona Staller, lo scoop è l’intervista a Mara Venier in una pausa di Domenica in: almeno è costata poco. Carnevalesco.

Marco Damilano e Diego Bianchi senza voto (Rai 3 e La7)

Esempio da manuale di cosa succede quando l’ideologia entra nel giornalismo e l’informazione diventa militante. La nostra tv è piena di conduttori, anchorman e intrattenitori auto-investiti della missione di riparare il mondo e insegnare agli altri a starci. Ma più Propaganda live di così… Inqualificabili dopo l’invenzione di Soumahoro salvatore della sinistra. Anzi, squalificabili (dal video).

 

La Verità, 30 dicembre 2022

 

Il talento di Fiorello riporta alla goliardia del liceo

La cosa difficile sarà tenere il livello della puntata d’esordio. Qui, ogni mattina all’alba tocca ricominciare da zero e appellarsi al talento di Rosario Tindaro Fiorello. Che è enorme. L’idea di fondo è riproporre la goliardia di certe classi affiatate, capaci di cazzeggiare su tutto: non i fatti della scuola, ma le notizie del giorno. E, al di là di qualche puntata più o meno smagliante, Fiorello tornerà a essere il compagno che fa divertire…

Già nei primi minuti di Viva Rai2 ci sono tre o quattro gag che la Rai di solito ci mette 15 giorni. Dopo la finta assenza, troviamo Fiore a letto con Amadeus che, fra il detto e il suggerito, getta un paio di sassolini nell’attualità: «Sì, parlavi delle primarie del Pd e piangevi… E poi volevi pagare una caramella con la carta di credito. Io ti avevo detto che non si poteva fare… E tu piangevi. Ciuri! Non ho chiuso occhio tutta la notte». La sigla è by Lorenzo Jovanotti: «Viva Rai 2, c’è Fiore con il buonumore». Poi, dentro il Glass box, ecco la presentazione della classe, Fabrizio Biggio e Mauro Casciari, poi Carolyn Smith («Complimenti per Ballando con le stelle! Sai cosa mi piace? L’atmosfera fra voi… un’atmosfera, amichevole. Sembra di stare a casa dei Soumahoro, con la moglie, la suocera…»), il pensionato Ruggiero Del Vecchio, «lo spoiler delle vostre vite». Apre l’agenda vera di Giorgia Meloni – «non posso dire come l’ho avuta» – e legge gli appunti. «Rimuovere Coletta e Fuortes» è un piccolo capolavoro, prestandosi a svariate interpretazioni.

Chiama Matteo Renzi. «No, in questo momento si parla solo della Meloni. Tu stai con Calenda, ok. Qual è la battuta che devo dire? Che siete i Jalisse della politica. Ma non fanno niente da 26 anni. Come voi…».

Fuori dal Glass, Lillo fa la caricatura degli ambientalisti puri e duri, ma non sanno l’inglese e scrivono Save the Heart con l’acca nel posto sbagliato. Rispunta Amadeus per annunciare Francesca Fagnani, co-conduttrice per una sera, in quota mainstream, com’è, del resto tutto il cast del Festival. Ma può non esserlo?

A mo’ di presa in giro dei fanatici dei social e dei critici improvvisati, scorrono in basso sullo schermo i finti messaggi: «Comunque a me Fiorello piaceva di più quando faceva Stasera pago io». E via con la lista dei successi del passato, per concludere con «a me piaceva di più quando non faceva niente». La chiusura è una riflessione ad alta voce dello stesso Fiore: «Avrei voglia di dire arrivederci tra una settimana». Già, sarà dura tenere il livello…

 

La Verità, 6 dicembre 2022

 

La rivincita pop di D’Alessio arruola tutti i big

È stata una garbata rivincita la festa che Gigi D’Alessio ha offerto l’altra sera su Rai 1 per i trent’anni di carriera. Un grande concerto con ospiti di primissimo piano, tutti coinvolti e grati dell’invito del cantautore napoletano. S’intitolava Gigi uno come te trent’anni insieme la serata speciale trasmessa dalla piazza del Plebiscito gremita di un pubblico che ha accompagnato tutte le canzoni degli interpreti che si sono susseguiti e non a caso il protagonista ha chiesto al regista d’inquadrare più la piazza del palco (nella folla il cartello di una ragazza: «Sposami»), «perché siete il coro più bello del mondo» (venerdì, ore 21,30, share del 24,5%, 3,5 milioni di telespettatori). Una festa con dentro il sapore della rivincita, come annunciato dal brano di apertura: «Non mollare mai/ Manda avanti il cuore che domani vincerai/ Non ho mai dimenticato/ Le porte in faccia ricevute/ La risposta era la solita per me/ Ci faremo noi sentire, le faremo poi sapere/ Ma il telefono non mi squillava mai». La rivincita era quella piazza piena, la prima serata della rete ammiraglia, la partecipazione dei maggiori big della musica e dell’intrattenimento italico. A cominciare da Eros Ramazzotti (medley con Un’emozione per sempre, Più bella cosa…), per proseguire con una Fiorella Mannoia in gran forma e il duetto sulla sempre commovente Quello che le donne non dicono di Enrico Ruggeri, con Amadeus, immancabile in ogni show di Rai 1, per un altro medley con brani anni Novanta e poi via via tutti gli altri, Luchè, Vanessa Incontrada, Stefano De Martino, Achille Lauro, Vincenzo Salemme, il figlio Lda che si esibisce con il padre al pianoforte. Un trionfo di napoletanità non piagnucolosa, anzi, internazionalissima nel tributo a Renato Carosone (Tu vuo’ fa l’americano, Torero, O’ Sarracino), apice della serata, con Rosario Fiorello, apparso a sorpresa. Anche nelle parole dello showman siciliano è strisciato il sapore della rivincita: «Ieri, mentre provavamo, dentro il Palazzo Reale qui di fronte c’era il G7 dei ministri della Cultura d’Europa, era riunito il Gotha della cultura. Invece qui c’erano l’ex re dei matrimoni e l’ex re del karaoke… chiamavamo il nostro ministro: Franceschini… Dario… I suoi colleghi chiedevano lumi… E lui: no, non li conosco…». Un duetto concluso da un capolavoro crossover, specialità di Fiorello: Come suena el corazòn di D’Alessio interpretata sulle note di The Wall di David Gilmour per un’inedita band Gigi Floyd. Una bella serata, la rivincita di un cantautore considerato troppo pop per godere degli elogi della critica ufficiale.

 

La Verità, 19 giugno 2022

Finito il Festival dei record, anche di pianti e gender

Il senso di liberazione è forte. Dopo la settimana di reclusione con vista sul Quirinale, finalmente ci siamo messi alle spalle anche la galera dell’Ariston; fiorita e scintillante quanto quella del Colle era rituale e polverosa, ma pur sempre galera. Le due liturgie vanno abbinate, non solo per la telefonata tra il bis-presidente e il tris-conduttore. Ma soprattutto perché, per i telespettatori anarchici, individualisti e viziati dal ventaglio di scelte, hanno entrambi il carattere dell’obbligo e, dunque, della tortura. Ora ci si butterà sulle Olimpiadi invernali, ma qui di obblighi non ce ne sono.

Intanto, mentre l’amministratore delegato Rai Carlo Fuortes, il «dottor Carlo» di Sabrina Ferilli, minaccia «una statua equestre di Amadeus» in Viale Mazzini e si conciona di una sua edizione quater, proviamo ad archiviare il ter.

Per il conduttore e direttore artistico quello appena concluso con ottimi ascolti (64,9% di share e 13,3 milioni di telespettatori per la serata finale) è un triplo capolavoro (voto: 7,5). Nell’era della (quasi) unità nazionale, come da mission annunciata, il Sanremo tuttifrutti ha accontentato (quasi) tutti, anche se, come vedremo, soprattutto alcuni. Amadeus si è consacrato, emancipandosi da Fiorello, dimostrando che il suo lavoro sta in piedi da solo. C’era un filo di scetticismo, dopo la prima serata. Invece, azzeccando gli ospiti delle successive, gli ascolti sono rimasti in quota e lo spettacolo pure. Ultima, ma altrettanto importante quadratura è quella musicale: un mix di generi, gender e generazioni che ha soddisfatto tutti i gusti. Mescolando mondo rap e canzone melodica ha completato l’opera di ringiovanimento del pubblico già iniziata da Claudio Baglioni. Un punto in meno nella valutazione si deve alla scelta delle partner femminili, non tutte azzeccate, e al lassismo consentito ai direttori d’orchestra. Oltre a legittimare la presunzione dei millennial, concedere il podio a Francesca Michielin (4) ha mostrato che per dirigere l’orchestra del Festival della canzone italiana non serve il diploma del conservatorio. Una lacuna non certo compensata dai look eccentrici di alcuni più assidui colleghi, ma quanto lei sprovvisti dei titoli necessari. Caso da risolvere.

Chi non ha bisogno di esibire pass di autenticità è Fiorello (7,5 per la presenza risicata), improvvisatore sopraffino («da sex symbol a ex symbol il passo è breve») e resiliente, con il medley di ballate tristi trasformate in samba tropicali. Tutto il contrario del meticoloso Checco Zalone (8), in grado di lanciarsi a tutta velocità, sul ciglio tra volgarità e raffinatezza a colpi di calembour, rime e parodie fulminanti, ma più cerchiobottiste di un tempo.

Nell’assemblaggio dei brani in gara la formazione da dejaay di Amadeus ha pagato. Il carisma di Gianni Morandi (7,5) è stato riconosciuto anche dai giovanissimi (Blanco: «Da grande voglio essere come lui»): chiusura del cerchio di mondi che sembravano non toccarsi. Invece energia, freschezza, eleganza hanno bucato il muro di separazione tra le generazioni. L’energia del Gianni nazionale, con o senza Jovanotti, la schiettezza  dell’ultra ottantenne Iva Zanicchi, il controllo espressivo di Elisa hanno finito per evidenziare le paturnie gender e le pennellate di smalto di Achille Lauro, Michele Bravi, Måneskin, Rappresentante di lista e di tutto il carrozzone fluido in trasferta all’Ariston (4 per il déjà vu). Terreno sul quale la distanza generazionale è tornata profonda.

Il Festival contrappuntato di gaiezza ha confermato i vincitori ampiamente annunciati (5) alla vigilia dalla critica (5), monoliticamente schierata. Blanco sarà anche una delle voci migliori della scena musicale contemporanea, ma la tonalità di Mahmood incarna il vittimismo lamentoso, per altro condensato nel ritornello della canzone: «Nudo con i brividi/ A volte non so esprimermi/ E vorrei amarti ma sbaglio sempre». Non a caso lo stesso impaccio espressivo ritorna in Ti amo non lo so dire di Noemi, l’altro brano firmato da Mahmood. Sull’emisfero opposto si trovano le due canzoni migliori del Festival (7 a entrambi) che sembrano dialogare tra loro, Forse sei tu di Elisa e Sei tu di Fabrizio Moro («La distanza fra un uomo che ha vinto ed un uomo sconfitto/ Sei tu/ Che attraversi il mio ossigeno quando mi tocchi/ Sei tu»), giustamente premiate come miglior arrangiamento e miglior testo della kermesse. Complessivamente, sulla modestia di gran parte degli interpreti in gara, è svettata l’esibizione di Cesare Cremonini (9) che ha inondato l’Ariston di canzoni ispirate e vitalità sorridente. Simile a quella trasmessa la sera dopo da Jovanotti (8), nella doppia veste – qualcuno ha cavillato – di partner di Morandi e di superospite. Anzi, di «superamico» capace di far sedere a disegnare l’ex compare di Radio Deejay, mentre lui recitava Bello mondo di Mariangela Gualtieri, riportandoci per un attimo sui banchi di scuola.

Si è dovuto invece aspettare la serata finale per avere sul palco una donna sia bella che intelligente: Sabrina Ferilli (8,5), testimonial della categoria Unodinoi per tanti motivi. L’ironia, la leggerezza, la veracità luminosa, il non metterla giù dura, grazie a Dio, scegliendo l’informalità di quel «vieni, sediamoci qui» sul gradino dell’Ariston, come sul muretto dell’adolescenza. Soprattutto per il suo geniale anti-monologo. Avrebbe potuto toccare tanti temi, le donne, il femminismo, il potere degli uomini, il riscaldamento globale, la disparità salariale… «Ma perché la presenza mia deve per forza essere legata a un problema grosso? Ci sono tante cose da cambiare, ma sto nella mia linea, ho scelto la strada della leggerezza». Applausi. Senza di lei, avremmo dovuto accontentarci di presenze femminili per un motivo o per l’altro, problematiche. La vallettosa Ornella Muti (5); la piagnucolosa Lorena Cesarini (4), che dopo aver detto al settimanale Oggi che «parlare di odio razziale per un paio di post mi sembra una montatura», l’ha messa puntualmente in scena; la più charmante, ironica e colta Drusilla Foer (7,5 per «unicità» al posto di «diversità») che ha il solo difetto di essere un uomo… E per le donne, come qualcuno ha notato, non è una buona notizia.

Se le premesse sono queste, forse una conduttrice donna arriverà insieme a una presidentessa della Repubblica…

 

La Verità, 7 febbraio 2022

 

Ormai le provocazioni di Lauro annoiano

Sarà dura senza Ciuri. Sarà dura restare così in alto senza il fuoriclasse Rosario Fiorello. Ieri Amadeus e i dirigenti Rai gongolavano per gli ascolti della prima serata: 10,8 milioni di telespettatori e il 54,84% di share medio fra prima e seconda parte (l’incremento rispetto alla prima serata del 2021 è del 30,4%). È stata premiata la leggerezza. È stata premiata la scelta musicale. È stata premiata l’amicizia, ma perché no, anche l’arte, il genio, la scienza infusa, il mix di tutte queste cose, hanno detto in coro il conduttore e direttore artistico, il direttore di Rai 1, Stefano Coletta, l’ad Rai Carlo Fuortes. Un trionfo, insomma, un’apoteosi. Più pragmaticamente, forse, è stata premiata la buona professionalità che tutti riconoscono ad Amadeus e alla sua squadra. E magari anche le partecipazioni ben dosate degli ospti. In particolare la presenza all’Ariston di Fiorello, oltre che quella dei Måneskin, accolti come rockstar dei due mondi. Il picco di audience (16,5 milioni di telespettatori) è stato registrato non a caso alle 21,46, durante l’esibizione di Rosario con Ama.

Sarà dura tenere queste percentuali in assenza del talento dell’intrattenimento più eclettico di cui disponiamo. Ieri sera ha provato Checco Zalone, altro fuoriclasse, a sgangherare certe compostezze con la sua comicità irriverente. Mentre Laura Pausini ha assolto al compito di soddisfare il pubblico più tradizionale e romantico del Festival. Stasera toccherà a Roberto Saviano riempire il palco, ricordando Giovanni Falcone, ucciso a Capaci il 23 maggio 1992, ci auguriamo senza eccedere in prediche. La serata di venerdì tracimerà invece di ospiti per i duetti dedicati alle cover e quindi, verosimilmente, Fiorello se ne resterà tranquillo in poltrona «con il plaid e la tisana di tiglio». Fino a sabato quando, se lo augura anche Amadeus, ricomparirà per il gran finale.

Intanto, tiene banco la polemica puntualmente innescata da Lauro De Marinis, in arte(?) Achille Lauro. Il vescovo di Sanremo, monsignor Antonio Suetta, non ha digerito la sua esibizione «che ha deriso e profanato i segni sacri della fede cattolica evocando il gesto del Battesimo in un contesto insulso e dissacrante». Il prelato ha sottolineato «che non ci si può dichiarare cattolici credenti e poi avvallare ed organizzare simili esibizioni». Più diplomatico il messaggio postato su Twitter dal cardinal Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio della cultura: «II Battesimo è il più bello e magnifico dei doni di Dio. Lo chiamiamo dono, grazia, unzione, illuminazione, veste d’immortalità, lavacro di rigenerazione, sigillo, e tutto ciò che vi è di più prezioso». Chiamato in causa, Amadeus ha replicato che «in quanto cattolico e credente non si è sentito turbato. Lauro è un artista libero di esprimersi secondo il linguaggio dell’attualità. Se non ne teniamo conto rischiamo di allontanare i giovani dal Festival oltre che dalla Chiesa». Senza peccare d’ingenuità bisogna ammettere che quel paraguru del De Marinis è riuscito ancora una volta a occultare con la messa in scena la pochezza canora. Le sue canzoni si guardano, perché se si ascoltassero ci si accorgerebbe di testi che recitano: «L’amore è un’overdose/ 150 dosi/ Oh sì sì/ Fanculo è Rollin’ Stone/ Ah ah ah». Eppure negli ultimi quattro Festival nessuno è presente quanto lui, tre volte da concorrente e una da superospite. Parlando qualche giorno fa con il Corriere della Sera ha paragonato le sue partecipazioni ad altrettanti sacramenti, la prima volta è stata una specie di Battesimo, la seconda come l’Eucarestia, quest’anno è arrivata la Cresima… Ergersi a (presunti) dissacratori è sempre una furbata perché il sacro tira. Il vero problema è che di sacramenti ce ne sono altri tre, ma sarebbe preferibile andare dritti all’Estrema unzione.

Per il resto, bisogna rilevare che la casella più gonfia della kermesse è quella della fluidità, sempre se non si vuol parlare apertamente di Ariston gaio. Qualcuno, per esempio, l’ha paragonato a una sorta di gay pride. Senza arrivare a tanto, sicuramente la gaiezza è uno dei fili conduttori più smaltati dell’edizione numero 72, ancor più delle scorse. Esibizione dei Måneskin a parte, dei quali continua a sfuggire il confine tra il contributo alla causa del rock e quello all’universo glamour, hanno stupito durante l’interpretazione di Brividi le simulazioni piuttosto esplicite di Mahmood e Blanco, già scelti dalla critica come candidati al successo finale e casualmente balzati in vetta alla classifica della prima serata. A completare la recita in chiave omosex è arrivato anche il bacio tra Amadeus e il direttore di rete Stefano Coletta. Effusione che oltre a citare l’analogo bacio portafortuna tra lo stesso Fiorello e l’allora direttore di Rai 1 Fabrizio Del Noce, era densa di sottotesti. Stasera la madrina della serata sarà Drusilla Foer. Sarà dura senza Ciuri…

Buona visione a tutti, bambini compresi.

 

La Verità, 3 febbraio 2022

Saviano, Lauro, Morandi e il puzzle dell’Ariston

Adesso le caselle sono tutte piene, i tasselli sono tutti occupati. L’ultimo ancora vuoto era quello sotto l’insegna Impegno civile. Ma con l’annuncio di ieri di Amadeus, il cartellone è completato: «A trent’anni dalla strage di Capaci, ricorderemo questo evento con Roberto Saviano, sono felice e onorato della sua presenza». Parole scolpite e ribadite per i distratti, senza lesinare l’enfasi: «Saviano a Sanremo, accadrà nella sera di giovedì», fruscio in sottofondo di mani che si sfregano.

La fantasia è quella che è. Mancando Roberto Benigni e non riuscendo a convincere Greta Thunberg, non restava che la spalla di Fabio Fazio. Ciò che conta è il tabellone finito, il puzzle terminato. Il Festival di Sanremo è un grande gioco di società, con tante caselle da colorare una per una. Si canta, si balla, si esibiscono lustrini e pailettes, si gioca e si trasgredisce sui generi non solo musicali, ma alla fine i conti devono tornare anche in assenza di Tim, il main sponsor che grazie alla creatività di Luca Josi, direttore brand strategy, e alla versatilità di Mina, aveva punteggiato con leggerezza le ultime edizioni.

E devono tornare pure gli ascolti – ne sapremo qualcosa già stamattina – per sfatare la maledizione che un anno fa, dopo le accuse di flop all’edizione in corso senza pubblico, il talismano Fiorello inviò ai futuri conduttori del 2022: «Dovrà essere un festival pieno di gente, ma deve andare malissimo. Ma male, male, male. Ve lo auguro con tutto il cuore», sbottò allora lo showman. Grazie a Dio presente anche quest’anno in quota Unodinoi (insieme a lui anche Sabrina Ferilli).

Dunque, eccoci con la pila dei manuali di marketing sulla scrivania della direzione artistica per comporre il mosaico e rastrellare ogni piccola zolla ai quattro angoli dell’Auditel. Non c’è neanche bisogno di un filo conduttore, ci penseranno i telespettatori e i dottori della critica a cercarlo… In realtà, non è nemmeno indispensabile che lo trovino. Alla nutrita squadra di autori basta assemblare, accumulare, coprire tutti gli spazi. La tv generalista nella sua massima espressione è questo. Che cosa tiene insieme Achille Lauro, il primo a uscire sul palco ieri sera per inaugurare la gara, e Matteo Berrettini reduce dagli Australian open di tennis? Che cosa accomuna i Måneskin vincitori del Festival di un anno fa e Ornella Muti che, ancora sensuale e in totale controllo, ha affiancato Amadeus sul palco? Il marketing. Le quote. La rappresentanza delle community. Di rado una dichiarazione apparentemente innocua è stata densa di contenuti come quella fatta lunedì da Stefano Coletta, ancora direttore di Rai 1 fino a fine febbraio quando, nonostante i demeriti, assumerà l’incarico di capo dell’Area intrattenimento: «Sarà davvero il Festival di tutti, ancora più degli altri anni», ha chiosato.

Tanti pubblici fanno il grande pubblico, il corpaccione unico e strabordante del popolo di Sanremo. Perciò, si inseguono scientificamente le diverse comunità in cerca di riconoscimento e legittimazione. Mettendosi così anche al riparo da possibili e fastidiose proteste delle varie minoranze, più o meno presumibilmente trascurate. Accontentare tutti è il verbo del settantaduesimo Festival di Sanremo. Siamo o no nell’era della (quasi) unità nazionale?

Dopo la casella dedicata all’Impegno civile riempita da Saviano a trent’anni dalla strage di Capaci (che per la verità cadrebbero il 23 maggio, ma non cavilliamo), la seconda quota è intitolata alla Fluidità. Detto dei Måneskin e di Achille Lauro, proprio la sera del monologo dell’ombroso autore di Gomorra, insieme ad Amadeus, toccherà alla garrula Drusilla Foer fare gli onori del palco. Vederli uno accanto all’altra, pur così lontani per immagine e sensibilità, sarà l’apoteosi del mainstream. Sanremo mixa e metabolizza tutto nel suo calderone, carrozzone, caleidoscopio. La coppia composta da Blanco e Mahmood, già favorita della critica, occupa il riquadro intitolato Integrazione. Nella quale è iscritta anche Lorena Cesarini, l’attrice nata a Dakar, cresciuta a Roma, consacrata dalla serie Suburra e co-conduttrice stasera, quando gli ospiti saranno Laura Pausini, in quota Perché Sanremo è Sanremo, e Checco Zalone, si spera titolare della casella Comicità scorretta. Corposissima la sezione intestata alla Fiction della casa, rappresentata da un’overdose di volti della rete, da Nino Frassica a Raoul Bova, da Claudio Gioè a Maria Chiara Giannetta, partner del direttore artistico nella serata di venerdì. Quanto ai concorrenti, ce n’è per tutti i palati, rapper, melodici, pop, cantautori. Con un’avvertenza: giusta l’attenzione alla Generazione Z (nati dal 1997 al 2012) con concorrenti come Rkomi e Sangiovanni. Ma senza trascurare il pubblico più stagionato che un anno fa si dimostrò tiepido. Non è un caso che per soddisfare le preferenze dei Telemorenti (Dagospia) siano stati richiamati in servizio Gianni Morandi, Massimo Ranieri e Iva Zanicchi.
Signore e signori, ecco a voi il Festival tuttifrutti. Nella stagione della maggioranza macedonia, tenuta insieme con sommo sforzo da Draghi, il Sanremo buono per (quasi) tutti i pubblici è servito.

 

La Verità, 2 febbraio 2022

Perché il successo dei Maneskin sa di déjà vu

Ancora due parole per l’archiviazione del settantunesimo Festival di Sanremo. Un’archiviazione controcorrente perché, purtroppo, il verdetto finale l’ha consegnato a una sensazione di vecchio e già visto. La vittoria dei Maneskin, infatti, non è niente di nuovo. È la vittoria di X Factor, del talent show più di tendenza dell’ultimo decennio. Lo conferma il duetto con il loro coach, Manuel Agnelli, nella serata delle cover. E lo conferma il secondo posto finale conquistato da Francesca Michielin e Fedez. È la vittoria della community del talent di Sky. È la conferma della vampirizzazione della tv generalista da parte delle piattaforme (notata l’invasione dei marchi dello streaming nei break pubblicitari?). Tutto già visto, magari in modo più semplice e meno sofisticato. Ricordate quando nel 2009 vinse Marco Carta? Un quotidiano titolò: Amici vince il Festival di Sanremo. L’anno dopo ci fu il bis con Valerio Scanu. Anche allora pesò l’influenza dei televotanti, determinanti nelle giurie come stavolta: quella demoscopica, quella della sala stampa e, appunto, quella del pubblico che vota via sms. Non a caso, come si è ripetutamente vantato il direttore di Rai 1 Stefano Coletta, nell’audience di questo Festival è cresciuto il pubblico giovane. Mentre è calato quello più stagionato. Niente di nuovo, dunque. La prova del nove è data da Zitti e buoni, un brano esplicitamente rock, un genere musicale straniero all’Ariston nazionalpopolare. E il successo dei Maneskin è proprio questo: la consacrazione nazionalpopolare, la legittimazione mainstream, della generazione dell’asterisco. Né maschi né femmine. La fluidità al potere. A ben guardare roba vecchia, roba omologata anche questa. Sono passati quasi cinquant’anni da quando David Bowie, Alice Cooper e poi Renato Zero scuotevano il perbenismo dominante. Era un’altra èra: internet e i cellulari appartenevano alla fantascienza. Già Marilyn Manson un paio di decenni dopo è stato un fenomeno di riporto, un rimbalzo plastificato. Figuriamoci Achille Lauro, santificato a furor di social network, il posto dove si coagulato il verdetto di questo festival. La differenza è che quella di cinquant’anni fa era vera trasgressione e rivolta dei costumi. Oggi la generazione asterisco è fashion, mainstream, politicamente corretto, conformismo puro. Tutto déjà vu.

Incerto Amadeus se accettare l’invito del direttore generale Rai Fabrizio Salini a triplicare, sul 2022 si staglia la sagoma di Alessandro Cattelan, per anni conduttore di X Factor e neo acquisto di Viale Mazzini. Il cerchio si chiude.

Blindato e autoreferenziale il Festival non ce l’ha fatta

È un Festival di Sanremo che non ce l’ha fatta quello che si è appena concluso. Non ce l’ha fatta, nonostante le buone intenzioni, a buttare il cuore oltre i protocolli. Non ce l’ha fatta a parlare al Paese. A regalargli qualche ora di spensieratezza, come si era prefissato (anche nella quarta serata gli ascolti si sono fermati a 8 milioni di telespettatori, 44,7% di share, 1,5 milioni in meno del 2020, 54,3%). Aveva davanti una parete verticale, il Festivalone, ma ha finito per retrocedere nel fortino della musica & gag, mentre là fuori tutto continuava come e peggio di prima, con i colori delle regioni che si scurivano e i segretari di partito che si dimettevano. Forse era troppo chiedere che una kermesse canora, «l’ultima festa patronale di questo gran paesone» (Marcello Veneziani), riuscisse ad alleviare il clima dell’Italia degli anni Venti. Le restrizioni hanno debilitato conduttori e artisti, consegnandoci un Festival convalescente. E tuttavia ci vuole un pizzico di pietà, uno spicchio di cuore, per giudicare sforzi e impegno di Amadeus, di Fiorello e dei tanti, forse troppi autori. Lo stesso pizzico di pietà che ci vorrebbe per accompagnare questa Italia piegata dalla crisi pandemica e, di conseguenza, ripiegata su sé stessa, di cui Sanremo è stato lo specchio fedele. Allora, forse, bisogna superare certi livori moralistici e dare il giusto merito ai conduttori del Festival dell’amicizia, Ama e Fiore.

Fosse stato per Amadeus, capace di pilotare la nave in porto metabolizzando anche gli inconvenienti tecnici (voto: 7), avrebbe fatto accomodare in platea 500 tra medici e infermieri per mantenere il contatto con la realtà prima ancora che con il pubblico. Non potendo avere le grandi star, tutte in ritirata, ha provato a portare sul palco le storie dell’attualità. Come quella di Alex Schwazer, il marciatore altoatesino vincitore di un’Olimpiade, squalificato per doping e ora sulla strada della riabilitazione. Poche parole, zero fronzoli, molta determinazione (7): caratteristiche comuni alle altre storie di rivincita sulle malattie (resilienza è vocabolo in odore di manierismo), raccontate dal giocatore di powerchair football, Donato Grande, e dall’attrice affetta da sclerosi multipla, Antonella Ferrari (8). E poi la storia dell’«incontro fortunatissimo» di Elodie con il pianista Mauro Tre che l’ha aiutata a ripartire, superando l’obbligo di «essere sempre all’altezza», consegnandoci una soubrette con un grande avvenire davanti (9 per tutto l’insieme). O Zlatan Ibrahimovic e l’amico Sinisa Mihajlovic sopravvissuto alla leucemia, pronti a cantare (meglio di qualche concorrente) Io vagabondo dei Nomadi. Proprio Ibrahimovic è stato protagonista del momento verità che per un attimo ha rotto la gabbia autoreferenziale in cui il Festival si è progressivamente infilato: l’ingorgo autostradale superato con il rocambolesco motostop trovato sotto la stella del tifo milanista. Il mio nome è Ibra, Zlatan Ibrahimovic (9 anche per l’autoironia). È sembrata una scena da film, era la realtà che irrompeva nella bolla dell’Ariston.

Se non ci si misura con lei, la realtà ruspante e fatta di imprevisto, restano il ripiegamento ombelicale e il birignao colto duro a morire. E qui di pietà ce n’è meno. Come classificare il cast musicale e i testi delle canzoni (4), intrisi di sentimentalismo e psicologismo, emblema di quell’Italia ripiegata? Nemmeno la serata delle cover è riuscita a rimediare, inaugurata dal narcisismo ridondante dei Negramaro di Giuliano Sangiorgi (5) che hanno farcito di archi, echi e fiati una storia scarna e scabra come quella di 4/3/1943.

Il Festival non ce l’ha fatta per le palate di autocompiacimento diffuso, patologia di troppi modesti showman prestati alla musica, sopravvalutati e mostrificati dal fashion, unghie smaltate, pizzi, tuniche, rossetti e mascara a tonnellate per tutti (viene quasi da rimpiangere Studio uno e Canzonissima: asta, orchestra e fascio di luce). A proposito, tolti Francesco Renga ed Ermal Meta, tutti cantavano in falsetto. Emblema e capofila è Achille Lauro (5 per l’impegno): intruglio granguignolesco di piume, lacrime e baci gay già beatificato a furor di social. Non ho l’età di Gigliola Cinquetti e Io che amo solo te di Sergio Endrigo sono poesia a confronto di tanto ciarpame.

Ma tant’è. Trionfano manierismo, monologhismo e autofiction da «io sono io». Ci è caduta, ahinoi, anche Barbara Palombelli con un’esortazione da quote rosa con invito alle donne «che tengono il Paese» e alle ragazze «a studiare fino alle lacrime»: perché «non andremo mai bene, non saremo mai perfette» e ci diranno che siamo così e siamo cosà (6 di stima). Almeno lei «l’empowerment femminile» l’ha davvero portato sul palco. A differenza della supermodella Vittoria Ceretti che, non pervenuta, lo ha solo annunciato via intervista (5). Se la costruzione ideologica non buca il video, l’apparato erudito separa dalla realtà, come ha confermato lo stridio dell’arrampicata del direttore di Rai 1 Stefano Coletta per giustificare «il declivio degli ascolti» (3). Infine, un pensiero per Fiorello che, avendo dato l’anima come Amadeus, stramerita quel pizzico di pietà. È il miglior showman del bigoncio, il mattatore alla Walter Chiari che dobbiamo preservare. Ma è anche colui che rappresenta meglio il momento perché ha patito più di tutti le poltroncine vuote e l’assenza di applausi a scena aperta (7,5, frutto della media tra genialità, musical e ripiegamento). Ha citato, imitato e duettato, grazie a Dio sdrammatizzando, con Achille Lauro (e con tutti). Ha cazzeggiato e improvvisato, riproponendo però la formula dell’anno scorso. Solo che nel frattempo là fuori era tutto drammaticamente cambiato. E il copione collaudato – i due amici, le storie, la leggerezza – non poteva bastare per interpretare la nuova Italia che ci è implosa tra le mani.

 

La Verità, 7 marzo 2021