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La dissonanza di Ferretti: «Sono grato a Berlusconi»

Le premesse sono obbligatorie: «Noi siamo scomodi, cantavamo Spara Juri (Juri Andropov ndr) e oggi non potremmo ricantarla», dice Giovanni Lindo Ferretti, storico front man dei Cccp – Fedeli alla linea, oggi con basette e baffi austroungarici. E poi, parlando della mostra-evento del prossimo autunno (dal 12 ottobre nei Chiostri di San Pietro a Reggio Emilia, per i 40 anni del primo ep Ortodossia): «Sarà bella come la storia dei Cccp, quindi potrà stare sulle palle a molti. Noi abbiamo sempre travalicato i confini della destra e della sinistra».

Il giorno dopo la morte di Silvio Berlusconi, il «gruppo punk filosovietico» tuttora mito di schiere di fan si ritrova a Palazzo Masdoni di Reggio Emilia, ex sede Pci, per annunciare la pubblicazione del catalogo e dare appuntamento a un gala «Punkettone di parole e immagini» (il 21 ottobre, sempre a Reggio Emilia). I Cccp che si rivedono nella vecchia sede comunista fanno gongolare il sindaco Luca Vecchi. Però è impossibile sfuggire alla coincidenza temporale con la scomparsa dell’inventore della tv commerciale e del centrodestra. E allora, sollecitato dal parallelismo tra i quarantennali del punk e del berlusconismo, Giovanni Lindo Ferretti gela gli entusiasmi: «Forse Berlusconi è morto per darci una mano», premette. «Personalmente, devo riconoscere che nell’ultimo anno le uniche parole significative che ho sentito da politici sulla guerra in Ucraina le ha dette lui. So bene che così accontento una parte e scontento un’altra. Ma fosse per me la registrazione di quelle frasi rubate la metterei nella mostra», provoca il fondatore, con Massimo Zamboni, della band. «Difficile negare che con il vertice di Pratica di mare con la Merkel e Bush, Berlusconi ci abbia dato vent’anni di pace e benessere in Europa…».

Nessuno replica e così si può parlare della mostra-evento i cui ideatori sono soprattutto Zamboni e Annarella Giudici, quest’ultima quasi come «un’esecutrice testamentaria dei Cccp… Io e Danilo Fatur non avremmo voluto essere qui», prosegue Giovanni Lindo. «Quando me ne hanno parlato ho detto: “Aspettate che io muoia e sarete più liberi”. Ma lei ha sistemato tutto e l’idea di allestirla nei Chiostri di San Pietro ha finito per convincermi». Un grande appuntamento con la storia di questo «gruppo teatrale primitivo che abusava della musica» e che, come primo atto dell’esibizione, tirava un filo spinato tra il palco e il pubblico: «Noi dovevamo salvarci la vita mica scalare le classifiche», spiega Ferretti in una frase qual era la temperie dell’epoca.

Quarant’anni dopo non si parla di reunion, sia perché non si sono mai sciolti, sia perché rifare i Cccp ora sarebbe problematico oltre che caricaturale. «Io sono la donna della famiglia e in una famiglia a un certo punto ognuno va per la propria strada», osserva Annarella Giudici. «Poi a Natale e Pasqua ci si ritrova come per allestire questa mostra». Che partirà dall’incontro di due ragazzi di Reggio Emilia a un festival nella Berlino d’inizio anni Ottanta che si chiamava «Geniali dilettanti». «La somma delle ambivalenze è sempre stata la nostra caratteristica», sottolinea Zamboni. Le formule statiche non hanno mai appartenuto ai Cccp e ora gli sconfinamenti di Ferretti fanno meno obiezione ai suoi compagni che ai giornalisti specializzati. «Conferma che gli antifascisti di seconda e terza generazione la fanno sorridere come disse in un’intervista?», gli chiedono. «C’è una disciplina di gruppo e la mia voce non è così libera come quando sono da solo. Ma è giusto così. Mio fratello a 14 anni si è iscritto di nascosto alla Fgci in questo palazzo. Ma tra il Pci della mia adolescenza che io venero e la sinistra di oggi c’è una cesura enorme. Da figlio di una famiglia cattolica, reazionaria e antifascista, vedere certi antifascisti contemporanei mi fa incazzare. Togliatti ha decretato la fine della guerra civile parecchi decenni fa».

 

La Verità, 14 giugno 2023

«Zelensky a Sanremo puro atto di propaganda»

Carlo Freccero, cosa significa il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ospite del Festival di Sanremo?

«Significa che siamo di fronte a un atto di propaganda».

Cioè?

«È sempre stato necessario far accettare al popolo un’azione impopolare come la guerra, le cui vittime sono sempre i popoli. Indipendentemente dagli schieramenti, guerra significa morte. Di solito non si scherza a un funerale».

Nel caso del popolo italiano, in maggioranza contrario all’invio di armi all’Ucraina nonostante l’informazione spinga in questa direzione, la propaganda fallisce?

«È interessante osservare il comportamento del pubblico su due argomenti. Sui vaccini ha assecondato la linea governativa, mentre sulla guerra dissente apertamente. Questo avviene per due motivi. Il primo è la paura di un conflitto nucleare che suscita una reazione di rifiuto dettata dall’istinto di sopravvivenza. Il secondo motivo è che nel nostro Paese c’è povertà e noi abbiamo già destinato molti soldi all’Ucraina. La guerra sta provocando disagi all’economia e alla nostra vita quotidiana».

Questo potrebbe essere egoismo?

«La guerra è la forma di egoismo più atroce. Ormai non si parla solo dell’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito di Vladimir Putin, ma di equilibri internazionali e dello scontro fra America e Russia. La maggioranza degli italiani non vive come Joe Biden alla Casa bianca, ma in case fredde e con spese che si  moltiplicano».

L’errore di questa ospitata è il contesto o il contenuto?

«Entrambi. Innanzitutto perché sollecitare l’invio di più armi significa elevare la tensione e aumentare il pericolo. La Russia ha già fatto presente che se si alzerà l’asticella sarà costretta a usare armi pesanti. Anche le persone che ritengono necessaria la partecipazione alla guerra non ne condividono la spettacolarizzazione a Sanremo. La metafora dell’Orologio dell’apocalisse segna 90 secondi alla fine del mondo».

Spieghi.

«L’Orologio dell’apocalisse è il Bollettino degli scienziati atomici ideato nel 1947 da un gruppo di studiosi della California, idonei a esprimere un giudizio sul pericolo nucleare. Oggi l’Orologio indica una distanza di soli 90 secondi alla mezzanotte. Neanche durante la Guerra fredda eravamo così vicini al disastro irrimediabile».

Zelensky all’Ariston è la spettacolarizzazione della guerra?

«Mentre non c’è spazio per la trattativa e per la diplomazia, tutto è affidato all’azione delle armi e l’Ucraina è diventata un cimitero a cielo aperto».

Proprio questo giustifica l’invito al suo presidente?

«È tutto più complesso. Questa guerra è un esempio di reductio ad Hitlerum di Putin analoga a quella condotta contro Saddam Hussein e Gheddafi. Ricordiamo le armi di distruzione di massa di Saddam simboleggiate dalla fialetta agitata da Colin Powell nell’assemblea delle Nazioni unite. Tutti sanno che quelle armi non esistevano, però nell’immaginario Saddam è rimasto un crudele dittatore».

I morti ucraini esistono.

«A questo proposito vorrei ricordare la frase sfuggita nel 2014 a Victoria Nuland, all’epoca segretario di Stato aggiunto, quando le fu fatto presente che l’Europa non poteva tollerare un colpo di Stato nazista in Ucraina: “Che l’Unione europea si fotta”, disse. Da quel colpo di Stato, la guerra dell’Ucraina contro le popolazioni russofone del Donbass non si è mai interrotta. Tutti conoscono la strage di Odessa, oggi derubricata da Wikipedia a incendio incidentale. Prima dell’intervento di Putin anche i giornali mainstream riportavano correttamente le provocazioni ucraine, ma appena iniziata l’invasione l’informazione è stata colta da amnesia sugli otto anni precedenti».

Zelensky è intervenuto al Festival di Cannes, alla Mostra del cinema di Venezia e ai Golden Globes: dov’è lo scandalo?

«Nel frattempo la guerra si è trasformata in pericolo nucleare e Sanremo viene usato per allargare il conflitto. Zelensky chiederà altre armi, invece bisogna dire basta».

Dire basta significa pace senza giustizia?

«Questo è argomento delle diplomazie».

Il presidente ucraino è un ex attore comico e un ottimo comunicatore.

«Non un comunicatore, ma un attore che cura molto le sue apparizioni. Il fatto interessante è che mescolare guerra con spettacolo è, in qualche modo, in continuità con la propaganda pandemica».

In che senso?

«I virologi chiedevano di vaccinarsi contro il Covid sulle note di Jingle bells. Ora Zelensky ex attore arriva al palco del Festival di Sanremo a chiedere armi. Da tempo Sanremo sembra occuparsi, più che di musica, di look transgender presunti trasgressivi. Anche a questo riguardo Zelensky è idoneo perché sono noti i suoi balletti con tacchi a spillo, nudo e lingua fuori, in perfetto stile Måneskin».

Non li ho visti.

«Li trova su Telegram».

Pierferdinando Casini ha ironizzato sulla necessità di far intervenire anche Putin per la par condicio…

«Promuovere la propaganda e l’allargamento della guerra su un palcoscenico ultra popolare come l’Ariston va contro la maggioranza dell’opinione pubblica italiana. La democrazia non conta più nulla? Infine, la cultura della guerra, se non ricordo male, è contro la nostra Costituzione».

Il Cda Rai ha convocato il direttore dell’Intrattenimento Stefano Coletta per spiegare l’invito: cosa si aspetta?

«Oltre a Coletta, sarebbe interessante ascoltare Bruno Vespa che si è prestato a fare il Beppe Caschetto di Zelensky».

 

La Verità, 31 gennaio 2023

«Il vero rivoluzionario fu il generale Dalla Chiesa»

A differenza di altre opere sugli anni di piombo viste di recente, compresa I ragazzi che volevano fare la rivoluzione, trasmessa ieri sera da Rai 3, Il nostro generale è «un film», come preferisce chiamarlo Sergio Castellitto, che ti rimane appiccicato addosso. Merito del regista Lucio Pellegrini (e Andrea Jublin), degli sceneggiatori e di tutto il cast nel quale, oltre al protagonista che incarna Carlo Alberto dalla Chiesa, spiccano Teresa Saponangelo (la moglie) e Antonio Folletto (il carabiniere dei Nuclei speciali antiterrorismo). Gli ultimi quattro episodi andranno in onda su Rai 1 lunedì e martedì, ma sono già disponibili su Raiplay.

Sergio Castellitto, quanto conosceva Carlo Alberto dalla Chiesa prima d’interpretarlo?

«Lo conoscevo bene, da cittadino di quegli anni terribili. Ero un attore giovane, allievo dell’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico a Roma, e nutrivo ammirazione per lui. Perciò, ora, trovandomi a interpretarlo, non ho avuto problemi di conflitto. Nutro ammirazione anche ora per i suoi figli, per il modo in cui hanno difeso, testimoniato e protetto la figura del padre fino a oggi, e per il pudore con cui non hanno mai ceduto al vittimismo che avrebbe potuto prenderli».

Come definirebbe il generale Dalla Chiesa?

«Una persona di stampo quasi ottocentesco, ma che ha saputo essere contemporanea al suo secolo. Trovo significativo il successo che il film ha avuto finora, perché per la prima volta una serie tv racconta che il piombo era quello delle P38, ma anche la pesantezza che avevamo nell’anima».

Perché trova significativa la risposta del pubblico?

«Ho avuto la sensazione di una collettività interessata a ritrovarsi attorno a questo grumo di memoria, quasi un’emotività nazionale, non dico patriottica, oggi parola rischiosa. Nell’approfondire la memoria di quel decennio può esserci la ricerca di un’identità. Forse l’abbiamo rimosso, ma abbiamo vissuto un clima da guerra civile. Ricordo che una mattina, nel breve tragitto per l’Accademia la polizia mi fermò per tre volte, chiedendomi i documenti».

Forse abbiamo rimosso quel clima e anche Dalla Chiesa lo ricordiamo solo per due o tre cose, l’iscrizione alla P2, il secondo matrimonio con Emanuela Setti Carraro e l’agguato della mafia?

«Questa è la narrazione prevalente, non la mia. La vicenda della P2 è stata banalizzata, dimenticando il contesto in cui gli proposero l’iscrizione, quando s’ignorava ciò che sarebbe diventata. In quel momento, Dalla Chiesa era solo e isolato anche nell’Arma dei carabinieri perché i suoi successi ingelosivano. Quanto al fatto di essersi risposato, dopo aver sempre amato teneramente la prima moglie e aver incontrato un altro amore in un momento ancora di solitudine, questo me lo rende ancora più umano e vicino. A proposito della morte tragica, lo ricordo come il generale, non come il prefetto di Palermo. Con il cappello, l’uniforme e un linguaggio che può sembrare retorico quando parla del dovere di difendere la democrazia».

Può essere retorico pensare che un ufficiale dei carabinieri sia un grande servitore dello Stato?

«Non ne sono convinto. Quando un poliziotto, un finanziere o anche un politico sbaglia lo si definisce corrotto. Quando sbaglia un carabiniere si usa la parola infedele. Questa è la differenza. Nell’Arma la fedeltà non è alle regole, ma ai principi che stanno sopra le regole e che lo guidano nei momenti di svolta».

Quando gli chiedono di tornare a Palermo per combattere la mafia?

«Tutti i nuovi incarichi li accetta per senso del dovere, perché non poteva non farlo, per continuare a guardare in faccia i figli. Ricordiamoci che ha vissuto e fatto vivere la sua famiglia in una sorta di reclusione, nelle caserme. La figlia Simona si è sposata in un garage, il funerale della moglie si celebrò in un hangar. Quando va a trovare Patrizio Peci, in carcere, gli dice: “Ho vissuto tutta la mia vita in guerra”».

Guerra è la parola più pronunciata.

«Perché lo è stata. Una guerra che ha segnato non solo gli schieramenti politici di quei giovani, ma i tragitti esistenziali fatti di rimorsi, di pentimenti, di ferite non rimarginabili. Una generazione di italiani è diventata orfana».

Il racconto si snoda nella contrapposizione speculare tra due gruppi di giovani, «i monaci della rivoluzione» e «i monaci di Dalla Chiesa».

«Certo. Teniamo presente che l’idea d’insurrezione armata può essere molto seducente per una generazione che pensava di avere ragione. La lotta contro l’ingiustizia sociale può esprimersi con metodi pacifisti o con la violenza, come avvenne. Anche Dalla Chiesa è stato a sua volta un innovatore. Ha inventato un metodo investigativo, ha capito che serviva una specializzazione professionale, ha dato la giusta importanza alla psicologia, ha riconosciuto dignità all’avversario».

A Peci che gli chiede perché ha fatto il carabiniere, il napoletano Trucido risponde: «Per gli stessi motivi per cui tu volevi fare la rivoluzione, un mondo più giusto dove la gente non deve avere paura dei prepotenti».

«Sono due giovani che si confrontano su un tema che li investe in modo totalizzante. Però, si deve scegliere da che parte stare».

Quando Peci gli dice: «Sei un proletario che ha sbagliato divisa», viene in mente la poesia di Pier Paolo Pasolini su Valle Giulia che vedeva i proletari tra i poliziotti mentre i rivoltosi erano figli di papà?

«Solo uno illuminato come lui poteva accorgersi lucidamente di chi fossero quei giovani, cogliendone le storie esistenziali, oltre l’ideologia e la sociologia. A questo riguardo bisogna ripetere che proprio il generale si è dimostrato un rivoluzionario».

In che senso?

«Facendo il proprio dovere ha pescato i ragazzi del Nucleo speciale secondo i suoi criteri fino a creare con loro una seconda famiglia. Era il loro capo, il capo dell’Antiterrorismo, ma in un certo senso anche un loro padre. E spesso i livelli di coinvolgimento si mischiavano».

Risponde a questa impostazione anche raccontare la storia con gli occhi di un uomo dei Nuclei speciali?

«Direi di sì. È un  punto di vista diverso dal solito. Ci sono i terroristi, le vittime e i sopravvissuti che portano la memoria del dolore che, altrimenti, rischia di essere archiviato. È importante dopo quasi mezzo secolo parlare di quei fatti con distacco, ma senza perdere l’odore delle ferite. Questa storia ricade inconsciamente anche sul carattere dei miei figli perché hanno un padre che ha vissuto quegli anni. I nostri libri di storia si fermano alla Seconda guerra mondiale mentre i decenni successivi restano ancora prigionieri delle polemiche. Soprattutto il decennio dei Settanta, che sono stati anni ciechi; appunto, di piombo».

Nella docu-serie su Lotta continua trasmessa da Rai 3 Erri De Luca dice che i loro, che pure portarono all’assassinio del commissario Luigi Calabresi, erano «anni di rame».

«Il rame si ossida e diventa scuro, assumendo presto il colore del piombo».

Cosa vuol dire che anche in una guerra come quella bisognava avere rispetto dell’avversario?

«Dalla Chiesa parla di rispetto perché dice che i terroristi si comportano anche loro come dei soldati. Anche in termini strategici, rispettare l’avversario vuol dire capirlo meglio e avere così più possibilità di batterlo».

Pur condannando violenza e terrorismo resta la possibilità di una redenzione per chi li ha praticati?

«Alcuni di quei brigatisti hanno fatto un percorso oltre il pentimento. Una volta mi colpì molto Franco Bonisoli, un membro della direzione delle Br che, intervistato da Sergio Zavoli, manifestò tutta la sofferenza e il tragico rammarico per gli atti compiuti, testimoniando la possibilità reale di un cambiamento».

Dopo Giovanni Boccaccio nel Dante di Pupi Avati e Dalla Chiesa cosa dobbiamo aspettarci?

«In questo periodo sono a teatro con Zorro, un monologo scritto vent’anni fa da Margaret Mazzantini, ma attualissimo. È la storia di un uomo che perde tutto e diventa un clochard: la dignità ce la dà la regola della società civile o un atteggiamento interiore? Personalmente, a volte trovo umilissimi contadini pieni di una dignità invidiabile al confronto di grandi intellettuali con i quali non dividerei un pasto».

Dalla Chiesa appare una persona che ha saputo stare in prima linea in un momento tragico ed essere ottimo padre e marito. Oggi è più difficile combinare dimensione pubblica e privata?

«Penso sia più difficile a causa della disintegrazione procurata dalla virtualità apparentemente democratica che ci fa costruire o demolire tutto in un cinguettio di poche battute. Credo che quel nucleo che si chiama famiglia, quell’aggregato di affetti, amore, sangue e anche conflitti sia una necessità fondante. Per me è così. Essendo artisti abbiamo l’opportunità di accedere a codici e strumenti come la fantasia e l’immaginazione, e questo ci aiuta. Lo dico senza fare nessun parallelo con Rita, Simona e Nando che hanno saputo rimanere sentinelle della memoria del padre».

L’ultima volta che ci siamo parlati era critico sulla gestione delle norme per la pandemia. Oggi lo è di meno?

«Spero non si ricominci a chiudere tutto. Paradossalmente, potrebbe aiutarci a evitarlo il meccanismo dei media secondo il quale, appena c’è qualcosa di più importante, come oggi sono le accise e il caro bollette, anche i problemi di salute passano in secondo piano».

Vorrebbe una revisione critica maggiore degli anni che abbiamo vissuto?

«Più onesta e più critica. Io sono iper-vaccinato, ma non approvo l’atteggiamento punitivo al quale ho assistito verso chi non voleva sottoporsi ai protocolli. Uno Stato che punisce chi non sta dentro una regola sanitaria non mi appartiene. Sì, vorrei una revisione maggiore. Una delle notizie che mi ha stupito di recente è che lo Stato paga un milione di euro al mese a chi deve mantenere nei magazzini le mascherine rivelatesi fuori norma. Siamo precipitati dentro un girone kafkiano».

Che cosa le piace e che cosa no dell’Italia di oggi?

«Mi piace il fatto che, alla fine, gli italiani trovano sempre da qualche parte risorse per avere fiducia nel futuro».

 

La Verità, 14 gennaio 2023

«Con questa campagna elettorale, meglio ballare»

Cara Luisella Costamagna, ci presenta il suo curriculum da ballerina?
«Ho fatto danza classica da bambina, come tanti».
Tanti?
«A sei anni mi piaceva avere il tutù e le scarpette a punta. Non coltivavo particolari ambizioni. Adesso ballo quando mi capita».
Per esempio?
«In vacanza, a una festa, corsi veri non ne ho mai fatti. Appena un paio di lezioni di tango, qualcun’altra di danza afro, quando andava di moda».
In gioventù?
«Mi piacevano i musical, il tip tap, Ballando sotto la pioggia, Gene Kelly più di Fred Astaire. Anche Blues brothers».
Un ricordo di lei ballerina?
«Ero in vacanza con i miei genitori e il villaggio organizzò una serata di rock acrobatico, ma a me capitò un partner mingherlino. Così mi toccò fare l’uomo e reggere le sue capriole. Ridevano tutti».
Balere, sagre paesane, discoteche o night?
«Vivevo in un paesino della provincia torinese di 1.300 anime e al sabato sera o la domenica pomeriggio si andava in discoteca. Adesso, a una festa di amici o in un hotel se c’è musica mi viene spontaneo ballare».
È la prima volta che Milly Carlucci le chiede di partecipare a Ballando con le stelle su Rai 1?
«Me lo chiese già qualche anno fa, ma dissi di no perché i tempi non mi sembravano maturi».
Perché ora lo sono?
«Ci siamo risentite in primavera e considerando che il ballo mi diverte, non ho trovato un solo motivo per non partecipare. Peraltro, dopo Agorà, non avevo impegni…».
Suo marito cos’ha detto?
«All’inizio era perplesso, ma poi si è convinto».
Giornalista televisiva e della carta stampata, autrice di libri-inchiesta sul sesso visto dagli uomini, Luisella Costamagna si è affermata nei programmi di Michele Santoro a partire da Moby Dick su Italia 1, anno 1996. Dopo la collaborazione con Maurizio Costanzo, ha firmato come autrice Annozero e Servizio pubblico, sempre di Santoro, per poi approdare alla conduzione in proprio su Sky e La7, fino alle ultime due edizioni di Agorà su Rai 3. Mentre parliamo la si sente svapare.
Sta fumando?
«Sì, fumo le sigarette elettroniche, recuperare il fiato sarà faticoso. Due anni di Agorà fiaccano fisicamente, prima andavo a nuotare, ora ho smesso. Sono sempre stata sportiva, ho giocato a calcio da centravanti. Da diversi anni ho scoperto le immersioni e ho preso il brevetto».
Un maschiaccio.
«Avevo due fratelli maschi, ma ho sempre rivendicato la mia femminilità».
Parliamo di Ballando, cosa pensa delle polemiche per l’arruolamento di Enrico Montesano?
«Penso che abbia ragione Milly Carlucci, Montesano è un grande uomo di spettacolo. Non condivido una sola parola di quello che dice sul Covid, ma non se ne parlerà perché Ballando è un varietà e non un programma d’informazione».
Lorenzo Biagiarelli è fidanzato della giurata Selvaggia Lucarelli: conflitto d’interessi?
«Confesso la mia ignoranza sia su di lui che sulle polemiche collegate».
Alex Di Giorgio per la prima volta ballerà con un partner gay.
(Sospira) «E che problema c’è?».
Discorso lungo. L’Espresso ha scritto che, partecipando a Ballando, corrompe la missione del giornalismo duro e puro.
(Ride) «Ho scoperto di avere dei nuovi tutori. Se ballo, come se faccio le immersioni, sono meno credibile come giornalista? Penso che quelli che mi attaccano cerchino visibilità attraverso di me. L’Espresso ha scritto che sono “una giornalista di razza” che è stata “salutata con imbarazzante leggerezza” dopo due stagioni di Agorà. Mi domando perché non l’hanno scritto quando è successo e lo fanno solo adesso, attaccandomi in nome di una categoria che non difendo».
Il ballo corrompe il giornalismo?
«Appunto, no. Sono due mondi diversi. Faccio la giornalista da trent’anni, penso di aver già dimostrato se sono capace di farlo o no».
Non trova curioso che chi critica la sua partecipazione a Ballando difenda a spada tratta la premier finlandese?
«È un problema loro. Una donna premier è libera di ballare a una festa come io lo sono di partecipare a un talent in cui si balla».
Ma lei è in quota riciclati con Gabriel Garko, in quota giornalisti con Giampiero Mughini o nella rivincita delle bionde con Paola Barale e Marta Flavi?
«Nei cast di Ballando c’è sempre stata la quota giornalisti. È un programma nel quale si fa del ballo sportivo con dei maestri e mi fido della credibilità che Milly gli ha dato negli anni. Nel cast ci sono concorrenti noti e popolari come Iva Zanicchi e Gabriel Garko che è un attore, non un riciclato. Altri sono più smarcati come Ema Stokholma e Paola Barale. Quello che mi compete è come provare a fare bella figura».
E la rivincita delle bionde?
«Anche delle brune, degli uomini e delle donne… Il ballo è interprofessionale, intergenerazionale, internazionale…».
Adesso è chiaro perché, giubilata da Agorà, non ha posato da martire: aveva voglia di far tardi la sera per andare a ballare.
«Su Agorà non voglio fare polemica. Dopo due anni di sveglia alle 4 del mattino, di non vita, di 2 ore di diretta al giorno e risultati eccellenti, mi sarei aspettata qualcosa di più e di meglio di un gelido “si accomodi”. Non fare una terza stagione ci stava pure, ma il nulla mi è sembrato un po’ ingeneroso».
Non le hanno detto niente?
«Non mi hanno proposto un’alternativa. Sono in contatto con Antonio Di Bella, (nuovo responsabile del genere Approfondimenti ndr): fino a dicembre c’è Ballando, vediamo se poi maturerà qualcosa».
Come gliel’hanno spiegato?
«Mario Orfeo mi ha comunicato che non avrei più fatto Agorà poco prima di essere rimosso anche lui dalla direzione degli Approfondimenti. Che abbia fatto bene il mio lavoro è nei fatti».
Non sarà perché è considerata in quota 5 stelle?
«Sono in tv dal 1996, quando i 5 stelle nemmeno erano nell’anticamera del pensiero di Beppe Grillo. In quante quote dovrei essere stata da allora?».
Cartabianca Carlo Calenda l’ha accusata di essere aggressiva.
«Ho fatto solo delle domande. Visto che parlava dell’incoerenza di altri politici ho citato una sua frase in cui si esprimeva in termini non entusiastici su Matteo Renzi. Poi gli ho chiesto se Mario Draghi è d’accordo sull’idea del Terzo polo di mantenerlo a Palazzo Chigi oppure se è un’iniziativa a sua insaputa. Forse alcuni politici non sono più abituati a ricevere delle domande».
I giornalisti potrebbero fare qualcosa di più per elevare questa campagna elettorale?
«Secondo me, sì. Per esempio, fare le domande ai politici. Proprio quello di Calenda è un caso emblematico, anche di un giornalismo acquiescente. Un altro problema di questo Paese è la memoria. Certe dichiarazioni o certe posizioni assunte non vengono tenute a mente quanto dovrebbero».
Per esempio, bisognerebbe chiedere più conto della gestione della pandemia?
«Infatti, il Covid sembra debellato. È un errore non parlarne soprattutto in prospettiva, perché purtroppo non è finito e bisogna continuare con la campagna vaccinale. Ho un figlio che tra pochi giorni tornerà a scuola e vorrei sapere perché certi interventi sui trasporti o sui sistemi di areazione non sono stati fatti».
Sarebbero interessanti anche risposte sulla mancata adozione degli antinfiammatori di cui l’Istituto Mario Negri ha documentato l’efficacia?
«Di fronte a un virus sconosciuto si è proceduto politicamente e scientificamente per approssimazione. Inevitabile siano stati commessi errori perché si facevano i conti con un virus nuovo. Ciò che preoccupa è che non se ne parli».
Come giudica che non si parli delle scelte economiche del governo Draghi e dell’invio di armi all’Ucraina?
«Negli ultimi mesi della mia conduzione di Agorà era un tema cruciale, mentre in campagna elettorale è scomparso. Un altro tema rimosso che riguarda milioni di italiani è quello delle pensioni, a fine anno scadrà quota 102: come la sostituiamo? Con una campagna elettorale così, meglio ballare…».
È proprio convinta.
«C’è solo lo scontro tra rosso e nero. Non si parla dei temi cruciali, ma dell’allarme per la democrazia».
Lei non lo vede?
«Non vedo derive autoritarie alle porte. Penso che il vero pericolo per la democrazia siano i troppi governi non scelti dagli elettori. E questo a causa del fatto che da anni, prima il Porcellum ora il Rosatellum, abbiamo leggi fatte per non far vincere gli avversari più che per garantire una maggiore e migliore rappresentanza degli italiani».
Le piacciono di più i manifesti rossoneri di Letta o le barzellette su TikTok di Berlusconi?
«Né gli uni né le altre. Sono radicalizzazioni inevitabili nelle campagne elettorali. Preferirei che i giornalisti facessero le domande e si parlasse di temi concreti».
Anche a lei sembra che Giorgia Meloni abbia un problema con le donne?
«No, anzi».
Sono le donne che hanno un problema con lei?
«No, domanderei ai suoi colleghi perché lei sia l’unica donna leader di partito e candidata premier. Perché gli altri sono così in ritardo? Rinfacciare a lei un problema con le donne lo trovo surreale».
Elly Schlein ha detto che non se ne fa niente di una donna premier non femminista.
«Condivido quello che ha detto Hillary Clinton: “La prima donna premier è sempre una rottura col passato, ma sicuramente è una buona cosa. Dopodiché sarà giudicata per quello che fa”. Nel frattempo registro che nel Regno unito siamo alla terza premier donna».
Andrà a votare?
«Sono sempre andata, votare è un diritto-dovere. Mi preoccupa lo scollamento che percepiscono gli italiani, il 40% tra indecisi e astenuti è un campanello d’allarme su cui riflettere».
La causa è un difetto di rappresentanza o la nascita di troppi governi creativi?
«Vedo varie motivazioni di questa distanza. Siamo usciti da una fase di grave preoccupazione sanitaria e siamo piombati in un’emergenza economica ed energetica. Il costo delle bollette è un problema serio e stringente e gli italiani vorrebbero delle risposte sul gas, sulle pensioni e sulla pandemia, invece si parla di TikTok».
Tornerà a scrivere sui giornali, magari sul nascente Nuovo mondo di Michele Santoro?
«Anche se prenderò sul serio Ballando con le stelle, continuerò a fare la giornalista, partecipando ai talk show e scrivendo. Conducendo Agorà in Rai avevo interrotto le collaborazioni perché tenevo a presentarmi in modo imparziale. Ora le riprenderò. Santoro non lo sento da tanto; nelle posizioni che ha espresso ultimamente, dopo un periodo di smarrimento, ho ritrovato il Michele che conosco».

 

 La Verità, 10 settembre 2022 

 

«Non so se ce la farà, ma la Meloni… ora o mai più»

Un politologo vecchia maniera. Un analista mai coinvolto nell’effimero mediatico. Marco Tarchi, docente alla facoltà di Scienze politiche di Firenze, studioso del populismo, già considerato ideologo della nuova destra ma ora persuaso che la dicotomia destra-sinistra sia superata, non usa il cellulare, non è presente nei social media, non guarda i talk show. Preserva così il suo sguardo di studioso.

Professore, è iniziata una tra le più anomale campagne elettorali della storia repubblicana. C’è chi la paragona a quella del 1948 quando era in gioco la nostra collocazione internazionale e la scelta tra Dc e Pci. Lei cosa vede nelle urne del 25 settembre?

«Nessun esito sconvolgente. I binari delle politiche degli Stati occidentali oggi sono tracciati da istituzioni ed organismi sovranazionali – Unione europea e Nato in primis – e dagli Stati Uniti d’America, e nel contempo condizionati dai grandi poteri economici, quelli che si celano dietro la generica espressione “i mercati”. All’interno di questi confini, i margini di manovra sono stretti. Chiunque vinca un’elezione, prima di tutto cerca di ingraziarsi o rassicurare questi soggetti. Se vincerà il centrodestra, che ha rapporti assai peggiori del centrosinistra con i piani superiori dell’establishment, si normalizzerà immediatamente e, al di là di qualche concessione cosmetica alla retorica, metterà nel cassetto le parole d’ordine della campagna elettorale».

Prima di inoltrarci, che giudizio dà sulla crisi aperta in modo così inusuale?

«Se non ci fosse stata la guerra russo-ucraina, la rottura forse ci sarebbe stata prima. La coalizione era troppo eterogenea e nessuno dei suoi componenti voleva arrivare alle elezioni con la corresponsabilità in scelte economiche del governo Draghi, legge finanziaria in primis, che non avrebbero certo riscosso l’entusiasmo popolare».

La campagna elettorale è senza esclusione di colpi. Che cosa la colpisce nella lettura dei giornali e nei dibattiti televisivi?

«Da tutto ciò che è politica in tv mi astengo da anni. Mi piange il cuore nel vedere ridotto a simili livelli di banalità e volgarità un campo al cui studio ho dedicato gran parte della mia vita. E in ogni caso, per capire la politica vera non serve ascoltare quello che i suoi esponenti dicono, men che meno quando sono davanti a una platea. Bisogna guardare a quello che fanno».

Quali saranno i temi decisivi per convincere gli italiani?

«Quelli più concreti, che toccano il potere d’acquisto, l’inflazione, il carico fiscale, i servizi essenziali, le pensioni, la crescita continua dei flussi migratori, l’insicurezza – che per molti non è una sensazione, ma una realtà».

Le pare di vedere che le forze politiche siano attente a questi temi?

«Almeno a parole, sì. Credo che anche chi oggi si dedica all’Ucraina, alla rivoluzione green e alla onnipresente tematica dei diritti – che sposta in secondo piano i lavoratori – presto cambierà registro».

Più di altre, questa campagna si gioca sullo sbarramento all’avversario anziché sui contenuti?

«Ho un’età e una memoria che mi consentono di ricordare molte altre campagne impostate su questo spartito: dagli anni Settanta dell’ipotizzato, sperato e temuto sorpasso del Pci sulla Dc, agli anni Novanta, in cui tutto ruotava attorno al pericolo comunista, esorcizzato da Berlusconi, e al ritorno del fascismo paventato dai progressisti. C’è poco di nuovo sotto il sole».

Si sente più forte l’altolà alle destre o lo stop alla sinistra?

«Il primo, almeno nei media».

Tornando ai media, si riparla del pericolo fascista. Si legge di nubi nere, di onde nere…

«Chi evoca fantasmi, o spaventapasseri, di un passato che – è chiaro a tutti, fuorché a pattuglie sparute di fanatici di opposto segno – non può tornare, dà l’impressione di avere poche idee sul come affrontare e migliorare il presente. Gli ambienti più riflessivi della sinistra lo hanno capito; in altri prevale il richiamo della foresta. Che serve solo a radunare i già convinti».

Stando ai giornali più autorevoli, ai grandi imprenditori, agli analisti di moda, sembra che a Washington e a Bruxelles non abbiano altro pensiero che scongiurare la vittoria di Giorgia Meloni in Italia.

«Sicuramente da quelle parti l’ipotesi un po’ di fastidio lo provoca. Ma sia gli Usa che l’Ue sanno di disporre di strumenti sufficienti a placare le velleità di un eventuale governo Meloni, qualora volesse provare a giocare un ruolo simile a quello dell’Ungheria o della Polonia. E la foga con cui Fratelli d’Italia ha sbandierato il suo atlantismo da febbraio in poi dimostra che le contromisure sono state prese in tempo».

Quanto peserà lo schieramento sulla guerra in Ucraina?

«Poco e nulla. Sul tema, chi voleva schierarsi lo ha fatto da tempo».

A leggere certi giornali, adesso sembra che il governo Draghi sia caduto per volere di Matteo Salvini che avrebbe agito per conto del Cremlino.
«È curioso, e significativo, come il complottismo, che viene sempre addebitato in esclusiva all’estrema destra, stia diventando, da alcuni anni, il pane quotidiano dei progressisti. Dall’elezione di Donald Trump in poi, il fantasma russo viene evocato ogni volta che un evento politico non va come si sperava. Siamo quasi alla paranoia. Sarebbe interessante sapere se spontanea o organizzata».

La preferenza pacifista degli italiani sarà ascoltata da qualcuno?

«I pacifisti veri non credo siano molti. Ben più numerosi sono quelli che temono da una parte gli effetti economici della guerra e dall’altra le conseguenze boomerang delle sanzioni. E su questo ultimo punto i problemi veri esploderanno a elezioni fatte. Di sicuro, è uno dei motivi per cui Mattarella ha voluto affrettare i tempi. Dopo il prossimo “autunno freddo” il livello delle proteste, e della disponibilità al voto di protesta, potrebbe aumentare fortemente».

Cosa pensa dell’aut aut lanciato da Enrico Letta: o noi o la Meloni; accompagnato dalla sottolineatura che si vince con le idee?

«È un modo per dire “solo noi e loro siamo di prima categoria; i voti per altre liste sono sprecati”. Un ritornello non troppo originale. Le idee? La politica italiana le diserta da vari decenni».

Perché sconfinano nell’ideologia più che nei fatti?

«Di ideologia se ne respira molta, camuffata però con il vocabolario ipocrita dei diritti, in nome dei quali il progressismo ha affermato da decenni, e sta consolidando, la sua egemonia culturale. Non parlo dei soli ceti intellettuali, ma di cultura diffusa, modi di pensare, stili di vita, abitudini. In questo senso, un vero spartiacque ideale ci sarebbe: progressismo contro conservatorismo. Non so però se sarà interpretato seriamente, soprattutto dal centrodestra, dove di infiltrazioni progressiste ce ne sono a iosa. Per esempio in Forza Italia, anche se le recenti scissioni ne hanno un po’ attenuato il peso».

Se vincesse il centrosinistra dovremmo aspettarci ddl Zan, cannabis libera, adozioni per le coppie gay e legge patrimoniale?

«I primi tre provvedimenti mi sembrano ipotesi plausibili. La patrimoniale no. A sostenere elettoralmente il Pd sono, come è noto e comprovato dagli studi, le fasce medio-alte, e anche molto alte, della popolazione, che non gradirebbero certamente una simile scelta. Le altre, invece, vanno nella direzione del modello di società che i progressisti vorrebbero imporre e, di fatto, stanno già imponendo, in cui il rifiuto delle identità definite – etniche, sessuali, culturali, nazionali – è l’asse portante. L’obiettivo di fondo è l’omologazione del corpo sociale, salvo che in ambito economico, dove le gerarchie sarebbero preservate. Non differenziandosi, in questo modo, dai conservatori».

Il centrodestra sembra aver imparato la lezione proveniente dalla sconfitta di Verona. Pensa che l’accordo trovato sul criterio di scelta del premier in base al partito che avrà i maggiori consensi e anche di suddivisione dei collegi uninominali reggerà?

«Sarebbe stato difficile negare a Fratelli d’Italia una quota maggiore di collegi, che comunque è minore di quella che, sulla base dei sondaggi, gli sarebbe spettata. E ancora più arduo mettersi fin d’ora di traverso a una candidatura al ruolo di Presidente del consiglio a chi guida la formazione di gran lunga maggiore all’interno della coalizione. Ma dietro l’unità di facciata, gelosie e antipatie permangono. Aver concesso ai centristi uno spazio esagerato rispetto al loro esiguo peso elettorale espone a ricatti e fastidi futuri. Uno scenario già visto e di cui prevedo repliche più o meno frequenti».

Giorgia Meloni ha davvero buone possibilità di salire a Palazzo Chigi?

«Un dato mi pare certo: o adesso, che è sulla cresta dell’onda, o mai più. O riesce ad uscire dalla trappola, che gli alleati le tenderanno più degli avversari, del “rischio di scarsa legittimazione sulla scena internazionale”, o si preclude occasioni future. Rinunciando, darebbe un segnale di debolezza che mal si concilia con l’immagine aggressiva e intransigente che tanto tiene a darsi».

In caso di vittoria le consiglierebbe di indicare un politico con maggiore esperienza internazionale? Uno come Giulio Tremonti, per esempio?

«Si parla molto anche di Guido Crosetto, la cui nomina potrebbe apparire un successo di Giorgia Meloni ma, per ciò che ho appena detto, rischierebbe di essere di fatto un azzoppamento. Nei momenti cruciali, in politica, occorre spregiudicatezza e faccia tosta per riuscire. Quelle doti che Salvini ha dimostrato di non possedere quando si è fatto imporre da Giorgetti e governatori la disastrosa svolta del Papeete».

Questo centrodestra dato per favorito ha le carte giuste per fronteggiare i poteri forti interni e internazionali?

«Se non pensasse di averle, farebbe meglio a rinunciare a proclamare grandi cambiamenti in caso di successo e a imbastire sottobanco trattative per riedizioni rivedute e corrette dell’esperienza-Draghi come, mi pare, alcuni suoi esponenti, soprattutto leghisti, che oggi si lamentano della caduta dell’esecutivo tecnico, preferirebbero. Ammesso che non stia già muovendosi in questa direzione – leggo di campagne acquisti di Fdi fra manager di alto livello buoni per tutte le stagioni – lo scontro con quei poteri dovrà provare a sostenerlo».

 

La Verità, 30 luglio 2022

«I nostri diplomatici me li infilo nel taschino»

Proverbi, sintassi incerta e istinto arcitaliano.

Senatore Antonio Razzi, ha voglia di fare un’intervista da vero irregolare?

«Ma io sono abbastanza regolare».

Però è un po’ fuori dagli schemi.

«A seconda…».

Quante vite ha, senatore?

«Sette come i gatti».

La sua preferita?

«Non riesco a fermarmi. Si dice che chi si ferma è perduto e io non voglio perdermi».

Com’è nata l’idea della mostra fotografica «Super Razzi!» all’«Asino che vola» di Roma?

«L’ha avuta Dejan Cetnikovic, un conduttore di Radio Rock che ogni tanto fa cantare i politici davanti al Senato. Ha chiamato Claudio Donati, un suo amico artista con i capelli lunghi, proponendogli di farmi delle fotografie. Lui mi ha prestato giacche e foulard e io mi sono prestato a queste foto».

Ce n’è una in cui è vestito da Dracula.

«Aveva un mantello di velluto… una cosa caratteristica. Ma io non sono Dracula, non è nel mio stile».

Quella con cilindro e candelabri lo è?

«Sì, non dico essere stravagante ma quasi. Come diceva il marchese del Grillo: io sono io e voi che volete? Il Signore dice che si vive una sola volta. Voi quante volte avete vissuto? Perciò, vivi e lascia vivere».

Il marchese del Grillo concludeva in modo diverso.

«Sì, ma io adatto. Io sono io e voi potete ridere, ma non importa. Quelli che se la ridono sotto i baffi perché sono intelligenti… Invece, ne dovete mangiare di sale per fare quello che ho fatto io. Amico mio, io ho dovuto camminare sopra i carboni bollenti. Per arrivare dove sono arrivato ci vuole ’a capa. Uno che ha fatto due legislature alla Camera e una al Senato non è così ciuccio».

In un’altra foto indossa un colbacco, sarà mica putiniano?

«È solo un modo di vestire. Non è che uno che porta il colbacco dev’essere russo. Lo possiamo portare tutti in caso di freddo, è un copricapo che nasce lì».

La sua prima vita è quella di emigrante?

«Sono partito a 17 anni dal paesello per andare a Emmenbrücke vicino a Lucerna, in Svizzera. I genitori volevano far stare bene i figli. Avevo una valigia piena di formaggi, salumi e bottiglie d’olio. Neanche due lire in tasca. Appena arrivato ho chiesto un prestito di 20 franchi svizzeri che ho restituito con la prima paga. Ho fatto l’operaio tessile per una vita, è normale che sbaglio i congiuntivi. Lavoravo alla Viscosuisse notte e giorno, la domenica, sempre».

Come ha fatto a diventare deputato dell’Italia dei valori di Antonio Di Pietro?

«L’avevo invitato a una festa abruzzese in Svizzera. Lui ha visto tutta questa gente e mi ha chiesto se potevo rappresentarlo. Ho fondato un circolo a Lucerna e poi lui mi ha nominato responsabile estero dell’Italia dei valori. Siccome nel 2006 mancavano due persone per formare la lista europea alla Camera, mi ci sono messo senza fare campagna elettorale. Alla fine sono stato eletto ed è stata una sorpresa non solo mia».

Le manca la politica attiva?

«Se dicessi di no sarei un bugiardo. Certo che mi manca, vedo questa gente che non lavorano, vado al Senato e non c’è nessuno, in quattro anni se hanno fatto un anno di lavoro è tanto. La scorsa legislatura i 5 stelle dicevano che bisognava lavorare anche il venerdì e il sabato. Volevano aprire il Parlamento come una scatola di tonno e ora se lo sono magnato tutto, un altro po’ e se magnavano pure la scatola».

Senza politica, ma molto attivo.

«Mia moglie mi dice sempre: “Se c’è un terremoto non ti becca in casa”. Sto sempre fuori, a qualche manifestazione. “Non potresti stare a casa a leggere i giornali e guardare la tv?”».

Invece è andato in Ucraina in missione umanitaria.

«Con un’associazione diplomatica di Malta. Avevamo due pullman pieni di generi alimentari, ognuno con 70 posti a sedere».

A cosa servivano?

«Per riportare in Italia donne, bambini e anziani che volevano venire via dalla guerra e hanno parenti qui. Io però non ho potuto entrare perché sono nella blacklist di Zelensky».

Perché?

«Nel 2018 ero andato a Donetsk per fare il controllo sul referendum. Quelli che sono stati lì sono tutti nella blacklist. Vedi lei se questa è democrazia. È come se dicessi a uno che se va a casa di altri non può più venire da me».

Quindi, non è entrato in Ucraina?

«I miei amici sì, io sono rimasto a Siret in Romania, oltre il confine. Li ho aspettati e siamo ripartiti».

È favorevole all’invio delle armi in Ucraina e alle sanzioni alla Russia o a quello che dice il Papa?

«Sto con quello che dice il Papa, parole sante. Se mandi le armi servono a uccidere la gente. Sono favorevole a non mandarle».

Qualche giorno fa ha detto che in questa guerra non ci sono buoni e cattivi assoluti.

«Di solito le guerre sono come una coppia che si separa: la colpa è di tutti e due. Perché la diplomazia ha fallito, dal 2014 non ha fatto niente. Se c’erano ancora politici come Andreotti o Kissinger non c’era questa guerra. Oppure Trump, che non ne ha mai fatta una. Le guerre servono per il business, non per aiutare i popoli. Si vede che c’è qualcuno che con la guerra si fa ricco».

Prima dell’Ucraina era stato in Corea del Nord, com’era andata laggiù?

«Queste missioni servono per la distensione tra Paesi e noi italiani in Corea siamo ben visti. Lì quando vedono made in Italy sono contenti. I nostri frigoriferi servono per conservare le mele. Ci sono i parchi giochi con le giostre fatte dagli italiani. Mi hanno portato, ma io non ci vado neanche se mi pagano sulle montagne russe».

Approva i tentativi di Matteo Salvini di andare a Mosca?

«Guarda… credo che se non ci si prova a parlare non fa mai giorno. Se Salvini ci vuole andare va bene, ma credo che ci dovrebbe andare il ministro degli Esteri. Il governo lo rappresenta il ministro che si deve rimboccare le maniche, ma non so se è all’altezza. Poi ridono di Razzi, ma io me li metto tutti nel taschino… Parlare con il leader siriano Bashar al-Assad o con quello coreano Kim Jong-un non è da tutti».

È una diplomazia dilettantesca?

«Ci vuole una certa ufficialità. Io conosco parlamentari sia ucraini che russi. Ci ho parlato la settimana scorsa con Oleg, un russo che sta nella Duma».

E con quelli ucraini?

«Non funzionava whatsapp e ho smesso. Oleg mi aveva detto che in 4 o 5 giorni finisce tutto e io gli ho detto: qui sono 110 giorni. Non posso fare niente perché non ho nessun mandato, non rappresento nemmeno mia moglie che è spagnola e l’ho conosciuta in Svizzera, figurati se rappresento l’Italia. Se mi danno un mandato ci vado anche domani».

Adesso sta a Roma o in Abruzzo?

«A Roma, ma sto tornando a Pescara per organizzare lo sposalizio di mio figlio».

Ha più rivisto il suo quasi conterraneo Di Pietro?

«L’ho incontrato al Senato alcune volte, e qualcuno mi ha chiesto: “Ma non la saluta?”. Non mi salutava quando stavo con lui, figurati adesso. Ma io lo devo ringraziare perché mi ha messo in lista per primo».

E Domenico Scilipoti, il collega con il quale salvò il governo Berlusconi nel 2010?

«È difficile incontrarlo. Fa delle conferenze, è laureato. Io non sono dottore, parlo di lavoro e basta».

Quindi la politica le manca?

«Sì, perché specialmente nella politica estera mi sento un leone confronto a questi. Avevo appuntamento anche con Maduro in Venezuela dove ci sono 130.000 pensionati italiani. Ho un fratello che vive lì e mi dice che cambiano l’euro come vuole lui, Maduro. Gli italiani hanno fatto ponti e strade in Venezuela, non puoi trattarli male. Ma non sono riuscito ad andare perché non sono stato ricandidato ed è finita così».

Perché non l’hanno ricandidata?

«Paolo Romani, il capogruppo del Senato di allora, non mi ha difeso. Quando c’era da comporre le liste non mi ha detto niente. Berlusconi stava male ed è sparita la mia candidatura. Ci vuole rispetto, almeno avvisami, uomo avvisato mezzo salvato. Invece l’ho saputo dalla stampa… Potevano dirmi: dopo tre legislature può riposarsi, ci sono tanti in lista d’attesa…».

Oltre alla politica le manca qualche politico?

«Sicuramente Berlusconi. Li conosco tutti, ma come lui non ce n’è nessuno. È un grande statista, non guarda in faccia se sei ricco o povero. È l’unico che mi ha abbracciato e mi ha detto benvenuto nella mia famiglia, io che sono un emigrato, un operaio. Poteva diventare presidente della Repubblica, ma hanno sbagliato strategia perché sono dei principianti. Pensi a quello che ha fatto con il Milan. Adesso in tre anni ha portato il Monza in serie A».

Segue il calcio?

«Sono della Juventus, il presidente lo sa. Non è che posso cambiare squadra, non mi vendo l’ideologia che avevo da bambino, dai tempi di Charles, Sivori e Boniperti».

Qualche nuova passione?

«Mi piace lo sport in generale, le moto. Pratico il padel e il tennis. Per il padel ci vogliono i riflessi».

Frequenta i social network?

«Sì, ho una brava studentessa di Scienze politiche a Tor Vergata, si chiama Marica: lei cura i social e io le insegno come si fa la politica. Ci aiutiamo come tra padre e figlia».

Un’altra sua vita è da ospite televisivo.

«Ballando con le stelle mi ha fatto ringiovanire dieci anni. Il ballo era la mia passione da ragazzo. In Svizzera se volevi conquistare le ragazze o sapevi ballare o nessuna veniva».

Sarà ancora giurato a Il più bello d’Italia?

«Sì, anche alla Venere d’Italia. L’anno scorso ad Amalfi abbiamo fatto un video su TikTok con Marica e ballato tutti insieme: “Senatore, lei è uno dei nostri”».

Sta bene in mezzo ai giovani?

«Altroché. Queste belle ragazze possono essere mie nipoti. Ne ho una di 17 anni, figlia di Mirko che vive a Saragozza con la moglie, e uno di 21, figlio di Gionata, al quale è nata un’altra bambina».

Qual è il figlio che si sposa?

«Gionata, anche lui sta in Svizzera. Finalmente a 42 anni ha deciso di sposarsi con Raffaella, una ragazza abruzzese. E noi siamo felici, insieme al matrimonio faremo anche il battesimo della bambina».

È vero che ha invitato anche Berlusconi?

«Se venisse mi farebbe il regalo più bello della vita. Ho dato l’invito a Gianni Letta, mi ha detto che ci pensa lui. Lo aspetto a braccia aperte, come lui mi ha abbracciato quella volta…».

Mi tolga una curiosità, perché l’ha chiamato Gionata?

«Appena sposati io e mia moglie stavamo guardando un film della Bibbia e il figlio del re si chiamava così. All’unanimità abbiamo scelto quel nome, ma senza la enne finale. Anche l’infermiere dell’ospedale disse che era un bel nome. Certo, dovevamo mettergli un nome brutto?».

 

La Verità, 18 giugno 2022

«A Peschiera erano alpini di seconda generazione?»

Giovedì scorso era il compleanno di Federico Palmaroli, in arte Le più belle frasi di Osho, 540.000 seguaci su Twitter e 1,2 milioni su Facebook, collaborazioni con Porta a Porta e Il Tempo.

Come ha festeggiato?

«Con gli amici. Poi, confidando nella clemenza del tempo, sono partito per un weekend in Puglia».

Esprima un desiderio per il compleanno

«La pace nel mondo, come Miss Italia. Scherzi a parte, la pace è davvero auspicabile, per ovvie ragioni. Per me lo è anche perché tornerebbe finalmente in primo piano la politica vera. Con il governo Draghi, per chi fa satira è un periodo difficile. C’è poco dibattito, mancano gli scontri che sono il sale della satira».

E il Parlamento, chi l’ha visto?

«Draghi è diventato pallone d’oro di voto di fiducia… Il Parlamento di questi tempi ha un ruolo abbastanza marginale».

Mentre fuori si registra una certa vivacità, nascono partiti inediti come Forza Africa a Peschiera del Garda e Forza Russia sui giornali.

«La faccenda di Peschiera ha messo in luce le contraddizioni dei buonisti. Lo dico da umorista… Qualcuno potrebbe arrivare a dire che gli autori dei palpeggiamenti erano alpini di seconda generazione. Sui giornali il sensazionalismo riservato agli alpini di Rimini è scomparso nei confronti dei nordafricani di Peschiera».

Per le molestie al raduno di Rimini si è chiesto lo scioglimento del corpo degli alpini, per quelle sul treno Verona-Milano sono iniziati i distinguo.

«Mentre sono entrambi esecrabili. Non mi accontento di dire che quella degli alpini era goliardia. Erano comportamenti fastidiosi. Allo stesso modo condanno i fatti di Peschiera, con eccessi che manifestano un degrado radicato e alimentato dai tam tam dei social network».

Perché sui palpeggiamenti alle ragazze sul treno la voce delle femministe è stata così flebile?

«Dipende sempre da chi sono i violenti e chi sono le vittime. I ragazzi marocchini e nigeriani hanno minacciato: “Le donne bianche non salgono su questo treno”. A parti rovesciate avremmo sentito strillare e letto paginate per giorni e giorni».

Qualcuno ha incolpato i controllori che non hanno fatto rispettare l’uso delle mascherine.

«Pur di sgravare i veri responsabili… Mi sono meravigliato che non si sia scritto che sono state le ragazze a provocare… Se per caso si accenna alle conseguenze dell’immigrazione incontrollata apriti cielo. Il vero problema è che gli italiani non si sono integrati in Italia».

Accadrà quello che è successo nelle banlieue francesi?

«La tendenza mi sembra quella. Se non si inverte la crisi demografica, nel medio e lungo periodo la maggior parte della popolazione giovane sarà di origine africana».

Ci sono già adesso territori off limits alle forze dell’ordine?

«Questo riguarda anche certe realtà criminali italiane. La delinquenza portata dagli immigrati irregolari dovrebbe essere affrontata con la prevenzione prima che con la repressione».

Qual è la sua opinione sul ministro degli Interni Luciana Lamorgese?

«La definirei goffa. Ricorda quando durante l’audizione in Parlamento dell’ottobre scorso disse che l’agente infiltrato nella manifestazione no-vax a Roma stava verificando “la forza ondulatoria” di un blindato? Sull’immigrazione, a differenza di Salvini che ha sempre richiamato l’Europa alle sue responsabilità, l’attuale ministro mi sembra latitante».

Come nella gestione dei rave party?

«Più che un ministro tecnico sembra un ministro techno. Qualche abitante di Peschiera del Garda aveva avvertito la polizia del pericolo, ma non si è fatto niente. Lo stesso è successo l’anno scorso per il rave nel Viterbese. Grazie alle loro informazioni le questure potrebbero prevenire».

Secondo i grandi giornali sta nascendo anche Forza Russia.

«Premetto che per me la Russia è l’aggressore e l’Ucraina è il paese aggredito. Questo è un fatto incontrovertibile anche analizzando le responsabilità pregresse. Ma come da vaccinato non approvavo la campagna contro i no-vax, così ora contesto il tentativo di soffocamento di chi ha una opinione diversa sulla guerra. Anche se quella lista di cosiddetti filoputiniani non fosse stata fornita dai servizi segreti la sua pubblicazione è ugualmente grave. Non vedo come atleti, ballerini e artisti russi esclusi da competizioni, teatri e rassegne varie c’entrino con ciò che sta accadendo».

Il capo di Forza Russia sarebbe Michele Santoro tornato in prima linea?

«Lo vedrei bene il ritorno di Santoro in tv…. non con Anno Zero, stavolta con Anno Zeta».

Lei crede che in Italia esista una «complessa e variegata rete» che fa propaganda per Putin?

«Non vedo questo pericolo. Ci sono voci contrarie, sui social anche alcune becere. Ma sebbene Volodymyr Zelensky possa risultare una figura controversa, l’opinione pubblica mi sembra in maggioranza schierata dalla parte dell’Ucraina. Non mi sembra ci sia il pericolo di rovesciare i ruoli di carnefice e vittima».

Eppure quella lista additava persone che osavano criticare l’operato del governo come se fosse un reato.

«Per me non c’è alcuna necessità di compilare liste. Come sui temi politici l’opposizione è benvenuta anche sulla guerra e le questioni internazionali».

In questo momento Forza Ucraina è il partito che godrebbe di maggiori consensi?

«Certo. Dopo la vittoria pilotata della band ucraina all’Eurovision mi aspettavo che anche la nazionale di calcio si qualificasse per i Mondiali».

L’ha sorpresa la sconfitta con il Galles?

«Un po’. Ma far vincere i Mondiali di calcio all’Ucraina sarebbe stato un tantinello più difficile che farle vincere l’Eurovision».

Forza Ucraina è più in salute di Forza Italia?

«Sicuramente sì, ma attenzione al Cavaliere… Ha portato il Monza in serie A, potrebbe essere una nuova escalation».

Le sanzioni contro la Russia rischiano di essere un boomerang?

«Sono uno strumento da sempre utilizzato in queste situazioni. Se non si va in guerra, bisogna trovare altre forme di pressione. I danni principali rischiamo di pagarli noi, lo stiamo già vedendo. Le aspettative e i progetti di rinascita post-pandemia sono da rivedere».

Dipendiamo dalla Russia per il gas, ma sono cresciuti il costo della benzina e quello della pasta.

«Sono gli effetti collaterali. Draghi l’aveva anticipato quando aveva chiesto se preferiamo l’aria condizionata o la fine della guerra, ma il collegamento è risultato incerto. Non so se ci siano altre strade percorribili oltre alle sanzioni. Quello che è sicuro è che ci siamo autosanzionati. Non potremo più comprare la pasta? Poco male, tanto tra un po’ non avremo neanche più il gas per cuocerla».

Matteo Salvini è sempre pronto a partire per Mosca?

«Ma poi fa sempre marcia indietro. Non credo che un suo viaggio sarebbe risolutivo, gli consiglierei di rispettare le gerarchie. Nemmeno il Papa, che avrebbe sicuramente un’altra influenza, va a Mosca. E come umorista un po’ mi dispiace».

Perché?

«Sarebbe una grande fonte d’ispirazione. Il Papa e Putin: una prateria. Anche se ci andasse Salvini sarebbe una vena d’oro».

Luigi Di Maio che scrive bozze di negoziati di pace mostra che siamo naif?

«Affiora la nostra inclinazione alla macchietta. Come quando mostrando la sua biografia disse, compiaciuto, che il suo collega il ministro Sergej Lavrov avrebbe voluto farla tradurre in russo. È evidente che lo stava cojonando».

Andrà a votare per il referendum indossando la mascherina?

«Andrò senza indossarla, visto che non è più obbligatoria. Sono sempre stato disciplinato, perciò ora me la levo. Anche perché ho fatto da poco il Covid. Se un Paese tra i più prudenti al mondo dice che non è obbligatoria, me la evito. Tanto non penso che ai seggi domenica ci saranno tutti ’sti assembramenti».

Il vaiolo delle scimmie è già stato scongiurato?

«Da cittadino sono contento. Da vignettista mi rode un po’ perché sarebbe stato un filone interessante. Altro che bonus psicologo, con l’arrivo di un’altra catastrofe metà dei fondi del Pnrr servirebbero per un  trattamento sanitario collettivo».

Dopo il reddito di cittadinanza e il bonus psicologo speriamo nel reddito minimo?

«Vediamo se e come verrà applicato».

È più contento per il caricabatterie universale o per lo stop alle auto a benzina e diesel nel 2035?

«Il caricabatteria universale in sé è una cosa giusta. Ma nel momento in cui si aspettano tante risposte dall’Europa su questioni più drammatiche e stringenti mi ha fatto sorridere l’enfasi con cui anche Enrico Letta ha accolto il provvedimento. Lo stop alla benzina nel 2035? Spero de morì prima. Le auto elettriche costano un fottio, serviranno incentivi giganteschi e organizzare le città per le ricariche. Nutro qualche dubbio che saremo pronti».

Ringhio Gattuso si è fatto addomesticare da Walter Veltroni?

«È diventato un micetto. Magari lo avevamo interpretato male finora e presto lo vedremo su qualche carro del gay pride. Ma non credo».

Stanno peggio nel centrosinistra o nel centrodestra?

«Il centrosinistra mi sembra messo male rispetto al proprio elettorato. Concentrandosi sui diritti civili finisce per trascurare altre battaglie storiche della sinistra. Il centrodestra rischia di gestire male i consensi di cui sulla carta dispone per governare. Sbaglia spesso candidati, si presenta diviso in alcuni capoluoghi. È un’alleanza che si basa su fondamenta di plastilina. Insomma, chi ha il pane non ha i denti».

Litigano più Meloni e Salvini o Letta e Conte?

«In apparenza Salvini e Meloni. Le discussioni del centrodestra sono sotto gli occhi di tutti, ma non è detto che siano le più accese. Nel centrosinistra ci sono trame e dissidi sotterranei. Conte rivendica un ruolo nei 5stelle e spera di riacchiappare una fetta di elettorato. Non sono sicuro che ci riuscirà».

Il campo largo si è già ristretto?

«Più si va avanti più emergeranno questioni che sembravano superate».

Che fine ha fatto Nicola Zingaretti?

«Credo stia ancora cercando di recuperare i 14 milioni di euro sborsati dalla Regione per le mascherine fantasma. Magari ora, a emergenza finita, le consegnano».

Da Virginia Raggi a Roberto Gualtieri quanto è cambiata Roma?

«Ah perché c’è un nuovo sindaco?».

Dove lo vede Draghi tra un anno?

«Ritirato a vita privata perché secondo me si è rotto le scatole dei partiti. Dopo la guerra civile per la campagna vaccinale e la guerra militare per la campagna di Ucraina lo vedo a rifiatare a Città della Pieve. Non credo che voglia fare il segretario generale della Nato, anche se forse la richiesta di adesione da parte della finlandese Sanna Marin, potrebbe fargli cambiare idea…».

 

La Verità, 11 giugno 2022

«Processo all’Azov e Donbass chiavi della pace»

Ricalcolo. Come i navigatori quando si sbaglia strada, anche opinionisti e analisti di geopolitica sono costretti ad aggiornare il percorso. La mappa della guerra evolve inesausta e le cartografie con le sagome di carri armati e missili si arricchiscono ogni giorno di nuovi elementi. Di conseguenza pure il nostro scenario politico diventa scacchiere di fantasiose alleanze. Ne parliamo con Antonio Padellaro, giornalista politico di lungo corso, già al Corriere della Sera, L’Espresso, L’Unità, fondatore e direttore del Fatto quotidiano, spesso ospite di Piazzapulita su La7.

Quando sembra che si apra lo spiraglio per un dialogo subito ci si deve ricredere?

«Sicuramente sotto traccia persistono tentativi di negoziato per un cessate il fuoco, per aprire corridoi umanitari o marittimi al fine di sbloccare le forniture di grano. Ma per iniziare a parlare di pace a mio avviso servono due condizioni. La prima: che Vladimir Putin conquisti militarmente il Donbass entro il primo luglio. La seconda: il riconoscimento della denazificazione, con l’avvio del processo nel quale alcuni elementi del battaglione Azov confesseranno le loro colpe. Una volta che queste due condizioni si saranno realizzate, forse il signor Putin acconsentirà all’idea di cercare un accordo».

L’importanza per Putin del consolidamento del Donbass è evidente, perché è importante anche la vicenda del battaglione Azov?

«Perché dal processo, al quale potranno assistere gli osservatori occidentali, capiremo se il problema dei nazisti era una sua invenzione e se quelle milizie impedivano a Volodymyr Zelensky di trattare. L’impressione è che l’Ucraina non sia un monolite che combatte come un sol uomo per l’indipendenza, ma che convivano varie fazioni. Tolta di mezzo quella più intransigente, si può aprire qualche spiraglio. La resa del battaglione Azov serve a Putin, ma forse anche a Zelensky».

Le condizioni di Mosca andranno bene anche a Kiev e all’Occidente?

«Credo che vedremo due parti in commedia. Innanzitutto l’Europa, rappresentata da Francia, Germania, Italia e Spagna, non vedrà l’ora che l’Ucraina le accetti, malgrado sia stato aggredita. La seconda parte riguarda l’atteggiamento americano, che nessuno può prevedere. Biden potrebbe accodarsi alla posizione più morbida dell’Ue, oppure potrebbe spingere perché Zelensky vada avanti. Una buona merce di scambio potrebbe essere un ingresso veloce dell’Ucraina nell’Unione europea. Nel poker c’è un momento in cui tutti i giocatori dicono “parola”, e al giro successivo ognuno fa la propria puntata. Poi c’è un altro elemento che può avere un peso sui negoziati».

Quale?

«La ricostruzione dell’Ucraina è il più gigantesco affare internazionale dal dopoguerra a oggi. Quali Paesi saranno coinvolti e a che condizioni?».

Appena ipotizzato un colloquio tra Zelensky e Putin sono rispuntate le armi pesanti: quelle che invierà Joe Biden smentiscono l’idea della Nato alleanza difensiva?

«Mentre la Russia vuole chiudere la partita militare, la Nato, l’America e l’Ucraina tendono a rallentarla. Ora sembra che il pallino ce l’abbia in mano Putin. Questo nuovo invio di armi serve a evitare che realizzi il suo piano militare entro il primo luglio. Se così fosse, avrebbe meno forza per imporre le sue condizioni».

È ricomparsa anche Angela Merkel.

«Già, chi l’ha vista? Quello della Merkel è un mistero».

In che senso?

«In patria è accusata di aver favorito la stabilizzazione del regime putiniano, trasformando la Germania in un partner importante della Russia. Come l’Italia, la Germania dipende dal gas di Mosca. Al termine del suo mandato il cancelliere Gerhard Schroeder è entrato nel vertice di Gazprom. Sebbene la Merkel sia stata la migliore amica di Putin in Europa, quel genio di Matteo Renzi l’aveva proposta come mediatrice della crisi».

Con queste premesse, ora l’ex cancelliera denuncia l’aggressione della Russia.

«Senza togliere nulla al suo spessore politico, arriva con 100 giorni di ritardo».

Anche questa una fotografia degli impacci della diplomazia occidentale?

«L’esempio più clamoroso è il vertice del G7 di fine ottobre a Roma, quello delle monetine lanciate nella Fontana di Trevi. Nei documenti finali c’era un cenno molto generico alla situazione ucraina. Com’è stato possibile che nessuno tra i grandi della terra, che anche ora mentre si sparano addosso si telefonano con una certa frequenza, abbia ravvisato la gravità della situazione».

Cosa vuol dire?

«Osservo che tre mesi prima che scoppiasse l’ira di Dio un importante vertice tra i capi dei Paesi più importanti del pianeta non ha dato la sveglia. Se non è dolo, è colpa».

Rispetto ai primi giorni del conflitto è scemata la retorica sulla resistenza ucraina e si parla meno di esercito russo allo sbando?

«Dobbiamo stare ai racconti degli inviati dei giornali e delle televisioni, che però sono al seguito delle truppe ucraine o russe. È probabile che Putin pensasse di chiudere la partita in poco tempo. Ma da qui a dire che, essendo passati 100 giorni, ha perso la guerra, ne passa. Lo stesso discorso vale per Zelensky che oggi, forse a causa di ciò che avviene sul terreno militare, appare più morbido».

Come giudica il comportamento altalenante del presidente americano?

«Finora abbiamo visto tre Biden. Il primo è quello che offre a Zelensky un elicottero per mettersi in salvo e si sente rispondere che non gli servono passaggi, ma armi. Il secondo comincia a credere nella vittoria di Kiev e nella defenestrazione di Putin, salvo farsi correggere da fonti della Casa Bianca. Il terzo Biden forse ha capito che Zelensky non può vincere e si può frenare l’avanzata russa con armi più pesanti per cercare un compromesso più favorevole all’Ucraina».

I nostri media mainstream sono un po’ meno monolitici rispetto all’inizio del conflitto?

«Hanno meno certezze sulla vittoria dell’Ucraina e sul crollo del regime di Mosca. Nei nostri media pesa l’inquinamento del discorso pubblico avvenuto nelle prime settimane con l’accusa di filoputinismo a coloro che non sono subito saliti sul carro armato. Abbiamo visto le liste di proscrizione e la bullizzazione di chi si azzardava a porre domande. Il professor Alessandro Orsini descritto come quinta colonna della propaganda russa è una vergogna che parla da sola».

Introducendo l’etica nell’interpretazione bellica si è affermato il primato dei buoni?

«Il primo passo è stato equiparare Putin a Hitler. Fortunatamente il Papa ha detto che forse “la Nato ha abbaiato” ai confini della Russia. A lui non si può dire che è filoputiniano. Del resto, ha detto ciò che hanno provato a dire anche alcuni analisti americani, ovvero che alcune azioni della Nato hanno favorito la sensazione di accerchiamento del Cremlino. Questo non giustifica l’aggressione, ma smonta il paragone tra Putin e Hitler».

Come giudica l’azione del governo italiano?

«Come canta Lucio Battisti, andiamo a fari spenti nella notte. Verrà un momento di riflessione per valutare se è il caso di fermarci o di continuare ad armare Zelensky?».

Il 21 giugno in Parlamento?

«Ci auguriamo di capire di più. Dire che dev’essere Zelensky a stabilire quali debbano essere le condizioni della pace è un’arma a doppio taglio. È vero che l’Ucraina è uno Stato sovrano, ma è altrettanto vero che non possiamo essere a rimorchio di decisioni altrui. Dobbiamo definire una condotta e forse anche uno stop al sostegno militare, considerando le conseguenze economiche della guerra».

Salvini ha portato legna al fuoco del fronte bellicista?

«Non c’è dubbio. Impressiona che il segretario di un partito di governo avvii un’iniziativa diplomatica per incontrare ministri, politici e magari lo stesso Putin senza avvisare il premier. Lo stesso giudizio vale per il piano abbozzato da Luigi Di Maio: vuoi concordarlo con il governo di cui sei ministro degli Esteri? Questa improvvisazione toglie credibilità a un Paese che potrebbe avere un ruolo di mediazione».

Gli schieramenti attuali sull’Ucraina alimentano la suggestione di un governo Letta-Meloni.

«In tutta sincerità, mi sembra una barzelletta, un film di fantascienza. L’atlantismo di Enrico Letta e quello di Giorgia Meloni sono molto diversi. Mentre il Pd ha come riferimento Biden, Obama e i democratici americani, Fdi, proveniente dall’estrema destra, punta a trasformarsi in un partito conservatore e in grado di dare garanzie per governare l’Italia. Mi sembra lunare che il prossimo Parlamento, drasticamente ridotto in termini numerici, finisca per esprimere una maggioranza tanto stravagante. L’ipotesi più plausibile sarà un altro giro di valzer con Draghi e molti nuovi ballerini. Sarebbe sempre inquietante, ma meno incomprensibile».

Come giudica il fatto che anche la banca americana Goldman Sachs scongiuri un cambio di governo e un successo del centrodestra?

«È evidente che Draghi sia il garante del nostro gigantesco debito pubblico. E che sia il garante dell’applicazione del Pnrr, portato a casa da Giuseppe Conte, non dimentichiamolo. Tuttavia, Draghi appare un po’ logorato dalla gestione della pandemia e della guerra. Forse è il caso di chiederlo a lui se nella prossima legislatura vorrà restare a palazzo Chigi. Magari vorrà andare a fare il nonno o subentrare a Ursula von der Leyen o a Jens Stoltenberg, alla Nato. A quel punto chi garantirà i nostri soldi?».

Navighiamo nell’incertezza.

«Ci siamo abbastanza abituati. Ma senza fare le cassandre, qualche interrogativo in più sulle conseguenze economiche di questa guerra dovremmo porcelo. Sempre sperando che in autunno il Covid non torni a mordere. Crediamo nel ritorno alla normalità, pensiamo ai festeggiamenti delle nostre squadre e ai pullman scoperti per le strade di Milano e Roma…».

A proposito, visto il botta e risposta con Stefano Disegni, più facile una cena tra un laziale e un romanista o l’alleanza tra Letta e Meloni?

«Una cena tra un laziale e un romanista è possibile come lo sono stati gli incontri tra Letta e Meloni. Una fusione tra Roma e Lazio, quella è impossibile: ci sono i tifosi e gli elettori. Se, più che improbabile, Letta e Meloni riuscissero ad accordarsi, chi glielo racconta agli elettori di Fdi e del Pd?».

 

La Verità, 4 giugno 2022

I chierici dell’atlantismo danno il pass al dissenso

Il fastidio, il disappunto, l’insofferenza, l’irritazione, la contrarietà: scegliete voi il sostantivo che più vi aggrada, la sostanza non cambia. La postura psicologica, l’atteggiamento mentale e il senso di superiorità con cui i sacerdoti della cultura, intellettuali autorevolissimi, titolari di cattedre accademiche e giornalistiche, analizzano il dibattito in corso sulla guerra in Ucraina è sempre la medesima. Man mano che le posizioni pacifiste conquistano consensi il disappunto dei benpensanti si fa gradualmente più intollerante. Gli esempi virtuosi sono Enrico Mentana, che si onora «di non invitare chi sostiene o giustifica l’invasione russa in Ucraina», e Bruno Vespa, che «ha sempre tenuto la barra dritta», lo elogia Aldo Grasso sul Corriere della Sera. Tutti gli altri conduttori di talk, rimandati al tribunale dell’ortodossia teleatlantica. «C’è chi insegue il prof. Orsini e chi intervista il presidente Zelensky e queste sono differenze sostanziali», rincara il critico televisivo del principale quotidiano nazionale. Dietro la difesa del contraddittorio c’è «un senso di abbandono e di incombente catastrofe», si allarma. Perciò è più che mai urgente «porre un confine tra la libertà di opinione e il circo con le ballerine russe». Cioè, chi dissente non è quasi mai attendibile, è impresentabile, inadatto (unfit) al vero dibattito democratico.

In alcuni casi, come nella campagna che Il Foglio persegue da giorni, l’insofferenza verso gli «altrimenti pensanti», come si chiamavano i dissidenti nell’era dell’Unione sovietica, si carica di moral suasion nei confronti del troppo liberale Urbano Cairo. Suvvia, è così bravo come editore del Corriere della Sera, «che a sfogliarlo ogni mattina si sente di nuovo il profumo della classe dirigente», cosa aspetta a mettere in riga i feudatari di La7 «descamisada»? La strategia della persuasione non disdegna i toni del bullismo verso gli irregolari. Nelle redazioni dei giornali seri, almanacca Giuliano Ferrara, «non esplodono i narcisismi comici di professori della serie B promossi nella serie A della Grande Storia per il loro quarto d’ora di fama». Però, «l’editore dovrebbe riflettere», consiglia il fondatore del Foglio, perché «siccome da nessuna parte spuntano le bischerate putiniane e i negazionismi tipici dei talk show di fattura nazionale italiana», qui è in gioco «la tenuta mentale e morale di un mezzo di comunicazione di larga udienza e influenza». In buona sostanza, se non si fa pulizia di questi impresentabili «anarcosituazionisti», faremo presto a mollare La7 al suo destino di televisione inaffidabile.

È la demonizzazione del dissenso, prosecuzione dell’arte della guerra nel campo dell’informazione. «In termini psicoanalitici si tratta di una proiezione inconscia dell’aggressività degli spettatori», spiega Massimo Recalcati. «È in piccolo quello che accadde con la guerra. Esiste una torbida attrazione umana per lo scontro, la violenza, il conflitto, la lotta a morte, la contrapposizione bellica. L’aspetto preoccupante», prosegue il cattedratico sulla Stampa, «è che sempre più la nostra televisione si presta ad alimentare questa logica primitiva facendo molto spesso scivolare dietro le quinte i contenuti del dibattito». Detto in modo più diretto, la televisione è diventata un territorio per spiriti primordiali e istinti belluini. E tutto in nome dell’audience, qualcosa di riprovevole e deprecabile. Quasi quanto i sondaggi che evidenziano in modo corale la contrarietà degli italiani all’invio di armi in Ucraina. Si manifesti con gli ascolti tv o nei rilevamenti degli istituti di ricerca, l’orientamento dell’opinione pubblica resta un fatto superfluo.

Sospettati d’intelligenza con il nemico, da settimane i conduttori dei talk show sono costretti a giustificare il proprio lavoro e gli editori devono spiegare ad autorità politiche esterne come la commissione di Vigilanza sulla Rai e quella di controllo sui Servizi segreti (Copasir) perché nelle loro televisioni si invitano Tizio o Caio. È inquietante ciò che sta accadendo a #Cartabianca di Bianca Berlinguer dopo che l’idea d’invitare il professor Alessandro Orsini ha scatenato il fuoco di fila di numerosi esponenti di un partito che si chiama democratico. Siamo alla «morte dei talk», scrive in un lungo articolo su The Post International Carlo Freccero: «Oggi si processa il concetto stesso di dissidio e conflittualità».

«Penso che il talk show per l’approfondimento giornalistico per un’azienda che fa servizio pubblico non sia l’ideale», ha scandito l’amministratore della Rai Carlo Fuortes davanti alla Vigilanza. «È un format più adatto all’intrattenimento, ai temi leggeri, non a quelli importanti». Per i temi importanti, gli esperti devono essere approvati da codici deontologici e super-organismi. Difendere il criterio del conflitto delle interpretazioni, per esempio invitare ospiti filorussi e anti-Nato, per Recalcati equivale a «invitare a un dibattito sulla pedofilia un pedofilo praticante», o «sulla Shoah uno storico negazionista». Siamo davvero arrivati a questo? Davvero il pubblico televisivo non ha sufficiente maturità per valutare e pesare le diverse posizioni? L’allarme diffuso durante la pandemia contro la partecipazione ai talk show di no-vax ha impedito all’Italia di essere uno dei Paesi con la più alta percentuale di vaccinati al mondo?

La pax culturale e la tregua del buon senso richiedono l’allineamento dei disturbatori. Accantonata quando bisognava schierarsi con l’Ucraina o con la Russia, improvvisamente rispunta la complessità. I se e i ma riaffiorano per fare la radiografia al dissenso. I custodi dell’atlantismo vogliono distribuire il pass di quello accettabile. Allo scopo, potrebbero creare una nuova commissione da aggiungere a quella di Vigilanza. E chiamarla Sorveglianza ed esclusione. Ovviamente, in nome della democrazia.

 

La Verità, 17 maggio 2022