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«Perché i generali sono più realisti dei giornalisti»

Generale Fabio Mini sul nuovo numero di Limes lei ha scritto che l’espansione dell’Alleanza atlantica è la causa principale della guerra russo-ucraina. Che cosa glielo fa dire?

«Il fatto che dal 1997 con la Polonia, la Cecoslovacchia e l’Ungheria, passando per l’Estonia, la Lettonia e la Lituania nel 2004, fino al 2018 con la Macedonia, la Nato ha invitato nell’alleanza una serie di Paesi dell’Est europeo. È stata una strategia precisa che aveva un unico scopo».

Quale?

«Circondare la Russia per neutralizzarne l’influenza nel Centro Europa. Non era un obiettivo segreto, ma dichiarato».

Molti analisti sottolineano che in quel periodo ci sono state offerte di collaborazione della Nato alla Russia tanto che, per esempio, il G7 è diventato G8.

«Non so chi lo dica, ma è antistorico. Il dialogo è limitato al periodo iniziale dell’allargamento, dal 1991 al 1996. C’era reciproca volontà di collaborare, pur in presenza di una certa diffidenza che emergeva, per esempio, nelle riunioni in cui si parlava dell’Armenia o della Georgia. Dopo il 1997 la disponibilità al dialogo della Nato è stata solo un’etichetta diplomatica. Mentre a livello operativo e militare si agiva per favorire l’inserimento dei Paesi baltici nello scacchiere, apparentemente difensivo, che la Russia percepiva come offensivo».

Se si digita su Google Fabio Mini, compare la qualifica «scrittore». In effetti, Mini ha pubblicato diversi saggi per importanti editori in materia bellica e di strategia militare, discipline nelle quali è molto autorevole essendo stato generale di Corpo d’Armata dell’Esercito Italiano, Capo di Stato maggiore del comando Nato del Sud Europa e comandante della missione internazionale in Kosovo. Scrive per la rivista Limes e collabora con Il Fatto quotidiano.

Generale, come spiega che questa crisi prevista dall’intelligence americana e britannica non è stata scongiurata?

«Per fermarla bisognava assumere le posizioni esplicite che la politica stava dettando. Questa situazione era annunciata da quando è iniziata la crisi per la Georgia. Nel 2001 andai a Tbilisi per seguire le esercitazioni della Nato. Alloggiavo in un hotel in centro, al terzo piano; dal quarto al nono erano tutti occupati dai servizi segreti americani. Sette anni dopo è arrivata la crisi della Georgia».

Non ci si è fermati prima a causa della pandemia o di altri interessi?

«L’America voleva che si evitasse d’ingoiare il rospo passivamente, come avvenuto per la Georgia. La Russia non pensava che la Nato rimanesse unita e, a sua volta, la Nato non credeva che la Russia fosse davvero decisa a invadere. Fin dal primo giorno dell’amministrazione Biden la situazione si è aggravata. L’irrigidimento di una parte ha portato all’irrigidimento dell’altra».

A cosa mira l’aggressione di Putin all’Ucraina?

«Non a occupare tutta l’Ucraina».

Perché?

«Non è nelle condizioni di farlo. Lo scopo che ha scatenato l’invasione è tenere la Nato lontano dai propri confini. Perciò se occupa l’Ucraina la Nato ce l’ha in casa».

Vuole insediare un governo che gli obbedisca?

«L’occupazione militare è una cosa, insediare un governo fantoccio o a lui favorevole è un’altra. Forse ci ha già provato. Il vero obiettivo credo sia mettere in sicurezza un territorio che circonda l’Ucraina dal Donbass e Kharkiv, passando per la parte meridionale per arrivare possibilmente fino alla Moldavia, dove c’è una forte comunità russofona».

Il bombardamento dell’ospedale dei bambini di Mariupol segna una svolta nella strategia di Putin?

«No. Segna una svolta nella campagna d’informazione. Siamo di fronte a due propagande, una di fronte all’altra. Tre feriti dopo un bombardamento così come raccontato non l’ho mai visto».

Si parla di strage di bambini.

«Ho letto di tre feriti, altri dicono sei. Vedo un’intensificazione della guerra di propaganda e annunci. Se dietro ci sono la strage e un obiettivo intenzionale non lo so. Le immagini che ho visto mostrano un’esplosione in uno spiazzo, un grande cratere, molti vetri rotti e una barella davanti a una telecamera. Commento quello che vedo e da ciò che vedo, fortunatamente, questa strage non si è verificata».

Fino a qualche giorno fa si diceva che la colonna ferma di carri armati indicava l’attesa di nuovi eventi e lo spazio per un negoziato, ma al colloquio in Turchia il ministro degli Esteri russo Lavrov ha rigettato l’offerta di neutralità dell’Ucraina.

«Il colloquio in Turchia non erano negoziati. Lavrov era lì per parlare, non per negoziare. La novità di quel colloquio è che Lavrov ha legittimato i negoziati in Bielorussia, avallando una diplomazia militare che fino a quel momento non era scontata».

Perché su Limes sottolinea il ruolo del mondo liberal americano in questa crisi?

«Ci sono due politiche estere negli Stati Uniti che fanno capo a democratici e repubblicani. L’idealismo liberal, come lo chiama l’editorialista del Foreign Policy Stephen Walts, e il realismo repubblicano».

Perché l’idealismo liberal è così protagonista?

«È storia. Le guerre le hanno iniziate i presidenti democratici in nome di quel falso idealismo. Non c’è una guerra iniziata con un presidente realista».

Bush padre ha iniziato la guerra del Golfo.

«George Bush e il partito repubblicano furono influenzati dai neocon, speculari ai neodem. Fu un movimento molto ideologizzato sul piano culturale e religioso. La prima guerra del Golfo nacque in quel contesto».

La stima per Putin ribadita anche di recente da Donald Trump è una posizione indifendibile?

«Certo. Anche le azioni di Putin sono indifendibili. Tra mille opzioni ha scelto la peggiore. Ha visto la debolezza nell’amministrazione americana, nella Nato e nell’Unione europea e ha pensato di approfittarne. Parliamo di una guerra non iniziata il 24 febbraio. Agendo in modo provocatorio la Nato ha violato le norme stesse del Patto atlantico».

Qual è la violazione principale?

«Ha messo in pericolo la sicurezza dei Paesi aderenti. Spostare armi e dislocare truppe ai confini di un altro Paese è una provocazione che in altri tempi avrebbe portato alla guerra il giorno dopo. È proprio uno di quei casi che il Trattato atlantico e la Carta delle Nazioni unite volevano evitare».

Lo diceva anche Biden al Consiglio Atlantico del 1997: «Annettere alla Nato gli Stati baltici potrebbe provocare una risposta vigorosa e ostile da parte della Russia».

«Il Biden del 1997 non è il Biden di oggi».

Ora alimenta il conflitto per ragioni interne?

«Sì».

Cioè?

«Per gran parte della popolazione americana, Biden non sta mantenendo le promesse fatte in campagna elettorale. Il contrasto alla disoccupazione, la lotta al Covid, la sanità, le norme sui rifugiati. Alle elezioni di metà mandato un successo internazionale può rianimarlo. Altrimenti la sua presidenza finirebbe dopo due anni. Senza la maggioranza al congresso non potrebbe più governare. In gergo sarebbe una lame duck, un’anatra zoppa».

Come si sta comportando l’Unione europea?

«In maniera abbastanza sibillina, perché non ha la forza per imporre la propria volontà. Tuttavia, esistono una serie di ragioni pratiche e razionali che sconsiglierebbero di seguire la posizione degli Stati Uniti, di Zelensky e della Gran Bretagna».

Le risorse energetiche?

«Esatto. Un problema che ha portato a sanzioni meno drastiche di quelle che Gran Bretagna e Stati Uniti avrebbero voluto. Con intelligenza Biden ha detto che introdurre la no-fly zone in Ucraina vuol dire scatenare una guerra diretta tra Russia e America. Lo stesso discorso può valere per l’inasprimento delle sanzioni».

Perché l’Italia è fuori dai tavoli che contano?

«L’Italia non è influente perché si sa da che parte sta. Non conta chi sta zitto, ma chi alza il dito. Noi non l’abbiamo mai alzato e così ci danno per scontati».

Come giudica la decisione d’inviare armi al popolo ucraino?

«Inviare armi al popolo ucraino che si difende va benissimo. È doveroso. Invece, non manderei armi senza sapere bene a chi vanno e dove andranno a guerra finita. Se si contribuisce a un’ulteriore provocazione non è solidarietà all’Ucraina, ma una manifestazione di ostilità verso la Russia che può inasprire la situazione».

Non si mandano derrate alimentari o medicine, le armi sparano ma noi non combattiamo.

«Sono d’accordo, è pura ipocrisia».

Che cosa le fa dire che un conflitto tra la Nato e la Russia è ancora evitabile?

«Non è in atto l’occupazione militare di tutta l’Ucraina. Possono verificarsi degli eventi: se il negoziato non salta si può rimediare. Se le forze davvero in campo – il governo russo, quello ucraino e quello americano – si siedono allo stesso tavolo c’è ancora margine. Niente Nato, però».

Perché lei e il generale Mario Bertolini siete più disposti alla trattativa?

«Perché siamo testimoni di quello che succede nei Paesi dopo che l’intervento delle Nazioni unite è terminato. Negli ultimi 30 anni alla vittoria sul campo della Nato non è seguito un successo politico e umanitario. I Paesi usciti da quegli interventi – Iraq, Libano, Somalia, Afghanistan, Kosovo, Libia – erano più martoriati di prima».

Perché mentre voi militari siete trattativisti molti giornalisti sono convinti della necessità della prova di forza?

«Perché i giornalisti partono dall’invasione e non vanno a vedere cosa c’era prima. Se si punta lo sguardo adesso c’è un aggressore e un aggredito. Invece l’aggressione segue azioni di provocazione. Chiediamoci chi ha addestrato e inserito nelle file delle forze armate regolari formazioni di ex banditi».

Che ruolo può avere il Vaticano in questo scenario?

«Un grande ruolo perché la comunità russa è molto sensibile al sentimento religioso».

Anche se l’uscita del patriarca di Mosca Kirill si è rivelata controproducente?

«La Chiesa ortodossa non è una Chiesa unita. Zelensky ha lavorato per separare la comunità ortodossa ucraina da quella di Mosca. Quello che ha detto Kirill esprime come vedono il decadimento morale dell’Occidente».

Tornando al Vaticano, che margini d’intervento ci sono?

«Il Vaticano mantiene contatti con Mosca. Il Papa ha manifestato comprensione verso Putin e Putin si sforza di capire ciò che la comunità cattolica nella persona del Papa cerca di dirgli. Credo che la Russia prenderebbe in seria considerazione le dichiarazioni di condanna del Vaticano».

 

La Verità, 12 marzo 2022

«Nel ’43 Chiara Lubich era già una donna del 2000»

Purtroppo l’intervista si svolge al telefono e gli occhi di Cristiana Capotondi, che domani sera su Rai 1 saranno quelli di Chiara Lubich, si possono solo immaginare. A scegliere l’attrice di Notte prima degli esami e La mafia uccide solo d’estate per il ruolo della dolce ma determinata fondatrice dei Focolarini sono stati Luca Barbareschi e Saverio D’Ercole, rispettivamente capo e responsabile della fiction di Eliseo Multimedia che, con Rai Fiction, ha prodotto il film tv diretto da Giacomo Campiotti. In L’amore vince tutto, trasmesso nel centenario della sua nascita, vedremo la maestra elementare trentina rispondere alle interrogazioni del Sant’Uffizio per dar ragione della propria vocazione e del movimento che, sorto alla fine della Seconda guerra, si è diffuso in 180 Paesi e conta circa due milioni di aderenti.

Che cosa l’ha più colpita di Chiara Lubich?

«Sono due caratteristiche. La prima è che già nel 1943 è una donna del Duemila. Con pacifica forza d’animo si realizza non nella vita della casa, ma nella socialità, nella scuola, nell’aiuto agli altri. Un palcoscenico che travalica i confini abituali delle donne del tempo. La seconda caratteristica è la sua stessa visione della vita: invece che “non c’è rosa senza spina” dice che “non c’è spina senza rosa”. Per lei anche la sofferenza contiene un messaggio d’amore».

Sono caratteristiche che ne fanno una donna moderna.

«È dotata di grande pragmatismo. Ma pur rimanendo con i piedi per terra, la sua visione la porta a dar vita al movimento».

Anche se, in un passaggio del film, dice di non aver voluto fondare nulla.

«La spinta iniziale è fare del bene, semplicemente. Portare conforto nella città bombardata dagli alleati. Poco alla volta questo diventa un impegno stabile».

È il modo in cui la sua vocazione, la consacrazione a Dio, assume forza politica?

«Sì, è una persona per la quale il benessere interiore si è tradotto in un fatto collettivo. La novità di Chiara Lubich è che la realizzazione del suo sogno ha coinciso con il bene della collettività».

Questo può dire qualcosa al difficile momento che stiamo attraversando?

«La sua capacità di oltrepassare le singole confessioni religiose riuscendo a rivolgersi a buddisti, musulmani, ebrei e cristiani ortodossi è per me un messaggio di unità rivoluzionario. Impegnandosi tra le macerie della guerra Chiara Lubich ricostruì un reticolo sociale che ha alleviato la sofferenza di tanti. La pandemia ci colpisce tutti in modo orizzontale e indistinto. Sono felice di essere italiana e di vivere in un Paese che ha una buona assistenza sanitaria pubblica, ma questo è un accidente. Serve una nuova progettualità che ci aiuti a costruire un nuovo modello di società».

Cos’era la fratellanza universale di cui Lubich parlava spesso?

«È un’espressione tratta da un passo del vangelo di Giovanni. “Che tutti siamo uno” è il suo motto».

All’origine del movimento erano tutte donne, ma lei parlava di fratellanza: oggi crede che verrebbe subito corretta?

«Nella lingua italiana fratelli comprende anche sorelle».

C’è troppa preoccupazione formale nel linguaggio?

«Può capitare che alcune parole risultino meno gradevoli, ma non è questo il caso. La fratellanza universale di Chiara non era una scelta di genere, ma un sogno che abbracciava tutte le persone. Il movimento è nato da quattro amiche, ma si è subito aperto agli uomini che ne sono stati protagonisti».

Che esperienza è essere figlia di un padre cattolico e di una madre ebrea?

«Tra i miei genitori c’è una bellissima convivenza, sono rispettosi l’uno dell’altra. Personalmente, pur avendo frequentato la basilica di Santa Maria in Trastevere retta da monsignor Vincenzo Paglia, ho sviluppato una mia spiritualità. Sono molto contenta di quanto queste due culture hanno fatto per l’Occidente, ma ho un approccio relativista».

In che senso?

«Nel senso che accetto alcune posizioni interessanti, mentre su altre meno in sintonia con la modernità mantengo uno spirito critico».

Insiste sulla spiritualità. Non la convince la carnalità del cristianesimo, così tangibile anche a Natale?

«Perché non dovrebbe? La carne è la condizione necessaria dell’esistenza».

Si chiama Cristiana per caso?

«No, ho scoperto che è stata una scelta dibattuta. Proposta da mio padre come una sorta di provocazione, mia madre l’ha accolta perché il nome piaceva anche a lei. <Cristiana> mi ha stimolato a cercare un equilibrio. Ma in famiglia ci ridevamo su».

I suoi genitori hanno mai discussioni animate su questi temi?

«No, ci sono sempre ironia e leggerezza, insieme al rispetto reciproco. Di solito gli ebrei sono più rigidi nell’osservanza delle tradizioni. A casa mia è il contrario, mio padre sembra più ligio, mentre mia madre è meno ferrea».

Nei resoconti di questi giorni su Chiara Lubich si mettono in luce la sua semplicità e il suo ecumenismo lasciando tra parentesi la fede come motore di tutto?

«Non credo. Chiara Lubich voleva che il suo messaggio arrivasse a tutti, non solo a chi è credente e praticante. Lei partiva dalla fede cattolica, qualcun altro crede nelle Tavole della legge o che il Messia non è ancora arrivato. Ma metteva l’obiettivo della fratellanza universale davanti a tutto».

Come vive questi strani giorni di festa?

«È un tempo in cui bisogna accettare di stare in difesa, ma in difesa me la cavo bene».

A calcio in che ruolo gioca?

«Esterno destro di difesa».

Un mastino dagli occhi verdi? Da cosa dobbiamo difenderci?

«Dalla grande confusione in campo economico e sociale. Nel mio mestiere la vita sociale è fondamentale. Ma ora la fase difensiva si prolunga, poi verrà il momento del rilancio. Eppure già adesso i pensieri guardano oltre questa reclusione».

Cosa farà nella sua prima azione d’attacco?

«Tornerò a frequentare i luoghi della cultura, gli stadi, i cinema, i teatri. Mi fermerò a parlare con le persone senza paura di avvicinarmi. Recuperando quella leggerezza e quella mancanza di responsabilità che prima erano sinonimo di libertà».

Considerati i controlli e i distanziamenti adottati, cinema e teatri avrebbero già potuto riaprire?

«Se c’è un periodo storico in cui non mi passa per la testa l’idea di fare il ministro è questo. Istintivamente, mi piacerebbe che aprissero anche i musei».

Non c’è il pericolo che questi luoghi della cultura escano dalle abitudini degli italiani?

«Non credo perché ci mancano molto. Certo, la diffusione delle piattaforme ci fa temere per il cinema ciò che è accaduto all’industria discografica. Qualche giorno fa, il 28 dicembre, il cinema ha compiuto 125 anni. Pensiamo a quanto è cambiato in tutto questo tempo. Da pura visione d’immagini al bianco e nero, dall’arrivo del colore agli effetti speciali al digitale… Non rinunceremo mai a raccontare storie. La mancanza di questi mesi ci farà tornare ancora più vogliosi nei cinema».

Se nel frattempo non saranno destinati ad altre funzioni… erano rimasti aperti anche durante la guerra.

«Questa è una guerra diversa. Non mi permetto di giudicare le scelte della politica, sono certa siano dettate da logiche di sicurezza nazionale».

Come ha vissuto il periodo di lockdown?

«Con grande preoccupazione per ciò che accade e, anche se la mia famiglia non ne è stata toccata, con dolore per le tante persone che muoiono. La mia professione ha momenti più immersivi e altri meno che vanno gestiti. Mi piego a riflettere sulle cose, tentando di soddisfare le mie curiosità. Leggo molto e mi informo per fugare i miei dubbi».

Chiara Lubich era una donna senza paure, oggi ne siamo attanagliati: lei come la gestisce?

«Di solito si ha paura di fronte a una situazione inedita e di cui non conosciamo la soluzione, come succede ora. Ci sentiamo piccoli, sproporzionati, non all’altezza. In questi casi ci può aiutare una certa intraprendenza. Chiara Lubich era una donna intraprendente, io provo a esserlo. Anche se a 40 anni sono ancora in cammino».

Si vaccinerà quando sarà possibile?

«Farò quello che consiglierà il Comitato tecnico scientifico».

Il vaccino ha assunto una valenza messianica?

«È atteso per tornare alla vita normale. Credo sia giusto che si cerchi una sicurezza. Come diceva Frank Capra: “La vita è una cosa meravigliosa!”. Il vaccino ci fa intravedere la soluzione. Se la soluzione fosse camminare a piedi fino a Lourdes lo farebbero tutti».

Si scambia la salute per la salvezza?

«Finché c’è vita c’è speranza. L’esercizio della salvezza ha bisogno della salute. La salute è strumentale alla salvezza, ma non coincide con essa».

Che cosa l’ha aiutata in questo periodo?

«Leggere, confrontarmi, parlare con le persone care al telefono anche se è uno strumento che non amo».

Cos’ha letto?

«La lingua geniale di Andrea Marcolongo, i libri di Yuval Noah Harari, altri… Poi ho rivisto tutti i film di Mario Monicelli, di Ettore Scola, e quelli della mia tesi: “Il cinema italiano racconta il fascismo”».

In che cosa si è laureata?

«Scienza della comunicazione».

A quale nuovo progetto sta lavorando?

«Tornerò sul set in primavera, ma non posso anticipare nulla. Prima accompagnerò la Nazionale femminile nella partita contro Israele dalla quale capiremo se avremo accesso diretto agli Europei o dovremo passare dai playoff».

Da vicepresidente della Lega Pro e accompagnatrice della Nazionale femminile come guarda alla situazione del calcio italiano?

«La Lega Pro aveva un problema di sostenibilità economica anche prima dell’arrivo della pandemia. Ora la situazione si è aggravata perché non abbiamo la forza di confermare alcune sponsorizzazioni. Perciò siamo ancora più claudicanti. Il Covid ha privato il pubblico del tifo allo stadio e i dilettanti dell’attività sportiva di base. Questa mancanza ci fa comprendere ulteriormente l’importanza dello sport per la formazione dei giovani e per una socialità serena. E, infine, accelera l’urgenza di una riforma del sistema calcio».

Che audience si aspetta domani sera?

«Questo dovrebbe dirmelo lei».

 

La Verità, 2 gennaio 2021

«Perché mi piace marinare la scuola dell’attualità»

L’intervista è finita quando mi accorgo che Claudio Magris ha compiuto 81 anni venerdì santo, l’altro ieri per chi legge.

Come ha festeggiato, professore?

«Anche se non sono praticante non ho ceduto a libagioni. Quando, da giovane, comunicai a mio padre che non avrei più frequentato la Chiesa, lui, nemmeno praticante, mi rispose che si trattava di una scelta da ponderare bene. Perciò, sobrietà. Ho fatto un brindisi la sera prima con i miei figli che sono venuti a trovarmi. Venerdì, invece, ho allungato un po’ la passeggiata sul lungomare, quella sì. Ma non mi hanno arrestato». Le parole di Magris sono venate di ironia, di memorie visive e di un certo spirito asburgico fatto di austerità e rispetto. Sentimenti che attraversano la sua letteratura. Compreso l’ultimo libro, Tempo curvo a Krems (Garzanti), composto di cinque brevi racconti con protagonisti diversi, tutti un po’ avanti negli anni e inclini a un’esistenza riservata. Al telefono trattiamo le condizioni della nostra chiacchierata – «parliamo della Pasqua, non di politica» – e ci diamo appuntamento. Triestino molto affezionato a Torino dove si è laureato e ha a lungo insegnato letteratura tedesca, collaboratore da cinquant’anni del Corriere della Sera, in possesso di una cultura sterminata che, senza riuscirci, fa di tutto per dissimulare – «sono un tipo da birreria» – Magris è per Mario Vargas Llosa «uno dei più grandi scrittori del nostro tempo».

Come trascorre la clausura?

«Paradossalmente incalzato. Sto finendo un lavoro che devo consegnare alla Mondadori. Dovrebbe intitolarsi Vere e improbabili, come le tre storie che racconto. Una delle quali, protagonista una missionaria salesiana, richiedeva molte verifiche. Poi rispondo alle lettere, sto con mia moglie… Vivo quello che Giuseppe Ungaretti ha chiamato “il deserto di chi sopravvive”. Ho perso molte persone care e amici. Egoisticamente, mi dispiace più per me che per loro. Ci vorrebbe un tuffo in mare…».

Già in questa stagione?

«Quest’anno il clima è particolarmente mite. Da metà aprile a ottobre, quando il tempo lo consente mi immergo ogni giorno per una mezz’ora».

È un nuotatore?

«No, non è un’abitudine sportiva. Non m’interessano prestazione e velocità, ma l’abbandono. Nuoto a lungo, lentamente».

Le manca molto?

«Non credo ci sarebbero controindicazioni se uno nuota da solo… Capisco che non si possa perché poi lo imiterebbero altri. E io sono ligio alle regole. Però, senza il mare per me anche l’amore è impensabile… Vederlo, ascoltarlo, ma soprattutto essere dentro. È una confidenza che ho ereditato da mia mamma. Avrò avuto 4 anni, poco più, quando imparai a nuotare. Ero appeso alle sue spalle mentre s’inoltrava nell’acqua. Deve aver percepito che non avevo paura e mi lasciò scivolare dentro, tranquillamente…».

C’è qualcos’altro che le manca in questi strani giorni?

«Certi aiuti pratici che risolvono la mia disabilità digitale. Non un vezzo, una vera incapacità. Registro su cassette, un paio di persone ascoltano e trascrivono. Ci vediamo sotto casa per scambiarci il materiale come fosse una refurtiva. Mi aiutano anche i miei figli, ma non voglio pesare troppo su di loro».

Che cosa fanno i suoi figli?

«Il maggiore è nato qualche ora prima che morisse mio padre. La notte tra il 29 e il 30 maggio 1966 andavo da un reparto all’altro dell’ospedale… Ha studiato all’estero, insegnato in Belgio, in Francia, ora è tornato. Il secondo si è laureato in legge, si occupa di appalti, ma ama girare e produrre corti cinematografici. Lui ha sempre vissuto a Trieste. Il paradosso è che, mentre del primo, giramondo, sapevo tutto, del secondo, stanziale, non so niente. È un’omertà che serve a proteggerlo e proteggermi, sono un padre ansioso».

Siete molto complici?

«Un triumvirato. Viviamo in ganga, come si dice a Trieste».

Oltre al mare e agli aiutanti che cosa le manca ancora?

«Le passeggiate, la città, il caffè. Lo so, in interiore homine habitat veritas (nell’intimo dell’uomo risiede la verità ndr), però a me piace uscire, fermarmi anche per poco con un amico. Amo una certa coralità perché appartengo a una generazione fortunata. Sono nato nel 1939 e la guerra l’ho vissuta attraverso i racconti dei miei genitori e dei nonni. Dopo la laurea a Torino ho trovato facilmente lavoro, in un’epoca in cui le cose che so fare erano più apprezzate».

Il lavoro intellettuale e la conoscenza della letteratura.

«Sì, non ho mai temuto di restare disoccupato come accade ai ragazzi di adesso. Oggi, dopo che un docente e uno studente si sono incontrati in studio, al pomeriggio si scambiano email per precisare i contenuti. Al mio corso erano iscritti 500 studenti, Claudio Gorlier di letteratura anglosassone ne aveva duemila: pensi se dopo averli incontrati fosse stato necessario precisare il colloquio per iscritto. Siamo stati fortunati, nel rapporto con il tempo…».

In che senso?

«Il presente si allargava nelle memorie degli adulti. La guerra e il dopoguerra… tutto era vissuto in una specie di fraternità. Non voglio fare il vecchio che deplora, ma oggi subiamo la dittatura dell’attualità. Presente uguale attualità».

Invece?

«Non parlo della Prima guerra d’indipendenza e di Carlo Alberto. Ma la Prima guerra mondiale, quella sì apparteneva alla mia formazione grazie ai racconti degli adulti. Era un presente dilatato. Oggi se non hai letto Il Codice Da Vinci devi giustificarti. Innanzitutto, ci vuole una motivazione per fare, prima che per non fare una cosa. Secondariamente: posso avere la libertà di preferire un’opera di Fëdor Dostoevskij che ancora non ho letto? Si può non stare in fila con la marcia del progresso?».

Rivendica il diritto di non accodarsi…

«Credo che Robinson Crusoe possa darmi più di tante riflessioni sul coronavirus. Non c’è nulla di reattivo in questo. Come non c’è nel fatto che preferisco la musica leggera di qualche decennio fa all’hip hop. Credo si possa marinare la scuola dell’attualità. Anche se poi il politically correct vorrebbe riportarci all’ordine».

Come, per esempio?

«Gliene faccio due. Il primo: Leggere Lolita a Teheran, titolo di un libro molto coccolato. Premesso che Lolita è un grande romanzo, che nessun libro va bandito e che la condizione della donna in Iran grida vendetta, come titolo avrei preferito Leggere Madame Bovary a Teheran, per dire. Invece, bisogna sempre indossare il distintivo. Il timore di non essere à la page finisce per guastare anche la causa più giusta».

Il secondo esempio?

«Lo rubo a mio figlio. Avrei voluto vedere i contestatori di Benedetto XVI quando disapprovò il matrimonio omosessuale scagliare almeno qualche pomodoro contro le ambasciate dei paesi dove venivano decapitati gli omosessuali adulti e consenzienti».

Che cosa pensa dei balconi canterini e di slogan come andrà tutto bene?

«Distinguerei. Certi slogan dovrebbero essere rivisti. Anch’io tendo a essere ottimista con la volontà ma pessimista con la ragione. Tutto bene per chi sopravvive. I balconi invece li sento più vicini. Sono un segno di quella coralità che amo. Nell’atrio del mio palazzo c’è un cesto dove gli inquilini mettono i propri libri a disposizione di tutti. Sono contento. Certo, sarebbe ingenuo sopravvalutare questi gesti, ma riterrei sbagliato arricciare il naso. Qualche giorno fa mi è arrivato un testo di Bergoglio quand’era cardinale, un commento agli esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola. Tra i motti nelle prime pagine citava Il capitano della compagnia, un vecchio canto degli alpini. Non possiamo fare gli aristocratici».

Le piace papa Francesco?

«Ha un’idea avventurosa e coinvolgente di Dio e del cristianesimo. Trovo ingiusto accusarlo di non pronunciarsi in difesa della vita, perché quando ha detto che l’aborto equivale ad <assoldare un sicario>, ha usato una delle espressioni antiabortiste più forti».

Che impressione le ha fatto la preghiera nella piazza san Pietro deserta?

«Ha avuto la forza di una poesia. Ho pensato che il cristiano non può essere solo anche quando sembra che lo sia. La piazza vuota mi ha ricordato anche il “non praevalebunt” citato da Benedetto XVI in uno dei suoi libri. E di cui parlammo…».

Cosa le disse?

«Ero andato a presentare il secondo volume della sua trilogia su Gesù. In un colloquio mi disse che potrà accadere che anche per mille anni il cristianesimo sia testimoniato da sparuti gruppi di fedeli, nascosti in qualche paesino di montagna, per poi rinascere. Ecco, una Chiesa lontana dai trionfalismi… Benedetto XVI mi citò la frase di Gesù: “La vita eterna è che conoscano Te e Colui che hai mandato”».

Il tempo va messo in relazione alla verità più che allo scorrere di ore e giorni?

«Da qui deriva il senso della storia della Chiesa. Questa drammaticità ce l’aveva anche Woytjla, il Papa polacco nato e formatosi in Polonia, nel regime comunista. Che, a un certo punto, capì che il comunismo tramontava, mentre il dio mercato era deciso a eliminare il cristianesimo».

Che cosa pensa della Pasqua con le chiese chiuse?

«Penso sia una grande privazione anche l’impossibilità di accedere ai sacramenti. Il cristianesimo non è una religione. Oggi il primo dietologo che passa spaccia i suoi consigli per un credo, una religione, una verità. Ma l’opinione è il contrario della verità. Per fortuna non mi ha chiamato opinionista».

Sta parlando della testata per cui scrivo?

«Sì, un po’ ambiziosa. Ma anche del cristianesimo, Gilbert Keith Chesterton parla del materialismo del cristianesimo, di Cristo sudato nel Getsemani. È tutto nell’anagramma di sant’Agostino della domanda di Ponzio Pilato a Gesù “Quid est veritas?” (Cos’è la verità?) “Est vir qui adest” (È l’uomo qui presente). Lo citò anche Carlo I d’Inghilterra prima di essere decapitato».

L’intervista è finita. Ma stavolta è Magris a richiamare: «Volevo dirle che c’è qualcosa di manzonianamente provvidenziale nel fatto che Matteo Salvini quest’estate abbia fatto cadere il governo. Altrimenti ci sarebbe stato lui adesso…», butta lì, ironico. Ma non si era detto che non si parlava di politica?

 

La Verità, 12 aprile 2020

Perché desideriamo vedere e ascoltare i vecchi

La guerra. Tutto ruota attorno a lei. O almeno al dopoguerra. Chi l’ha vissuto e chi no. Fa la differenza, oggi. Eccome, se la fa. Parlando dei componenti della classe dirigente attuale, intervistato dalla Verità, Peppino Caldarola, uomo di sinistra (74 anni), ha detto che non hanno vissuto «la guerra e il dopoguerra, non hanno visto il colera a Napoli e Bari, erano bambini durante il sequestro Moro, ragazzi durante il terremoto dell’Aquila». Appartengono a «una classe dirigente che, non per colpa sua, non si è confrontata con nessuno dei drammi italiani contemporanei». E che perciò è impreparata sia culturalmente che psicologicamente. Riflettendo sui cinquantenni, la generazione a cui appartiene, Antonio Scurati ha scritto sul Corriere della Sera: «Sono arrivati del tutto impreparati all’appuntamento con la loro storia… Il loro apprendistato alla vita è stato un lungo apprendistato all’irrealtà televisiva. Avevano vent’anni quando hanno assistito dal salotto di casa alla prima guerra in diretta televisiva della storia umana, trenta quando sono stati bersagliati attraverso gli schermi televisivi dal terrore mediatico, quaranta quando l’odissea dei dannati della terra è approdata alle spiagge delle loro vacanze… Hanno la casa al mare e il cellulare di ultima generazione… hanno avuto più cani che figli e adesso rischiano la vita per portare il loro barboncino a pisciare». Un’autocritica spietata, se vogliamo. Ma onesta.

È fuori di dubbio che i quarantenni e cinquantenni l’abbiano avuta facile. Più per merito dei padri che per demerito loro. Hanno trovato un Paese ricostruito, florido, moderno. Una civiltà, l’Occidente, mediamente ricca e proiettata verso un futuro radioso. Non è colpa loro. Adesso però sono, siamo, spiazzati. Mentre i vecchi lo sono meno. Ora che il gioco si fa duro – che a tutte le latitudini siamo accomunati dallo stesso destino e raramente l’abbiamo avvertito così insidioso – i duri sono loro. Gli ottantenni. Fateci caso. Papa Francesco (83), ha compiuto il gesto che resterà nella mente e nella storia di questa pandemia. Da solo, in quella piazza deserta, eppure affollata dal mondo intero. Un mondo disarmato, fragilissimo, impotente, tremebondo. Lui, in piedi, a elevare un’invocazione al Padreterno. Poi, fatte le debite proporzioni, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella (79) che, riscattando alcune recenti latitanze, si è svegliato dal torpore per difendere il nostro Paese, e non le ha mandate a dire all’improvvida presidente della Bce Christine Lagarde esponendosi sul fronte europeo. Oppure il regista Pupi Avati (81), che ha preso carta e penna e ha scritto alla Rai per chiedere di ridimensionare il condizionamento del mondo pubblicitario e degli esami dell’auditel e stravolgere i palinsesti per favorire una crescita culturale anche delle giovani generazioni, programmando film classici, concerti, documentari e biografie dei nostri grandi artisti. Un’iniziativa che ha subito raccolto Renzo Arbore (82), un grandissimo vecchio della nostra tv. L’elenco potrebbe continuare con i tanti vecchi autorevoli che i giornali intervistano in questi giorni. Come Eugenio Borgna (89), per esempio, luminoso psichiatra che ha paragonato l’epidemia di oggi con l’esperienza che visse, tredicenne, nel 1943. Quando, inseguita dai tedeschi, la sua famiglia fu costretta a lasciare la casa paterna e avventurarsi nella notte, in montagna: «Fino a quel momento il sentiero dell’adolescenza mi appariva rettilineo. Improvvisamente, era divenuto buio e tortuoso. Non capivo cosa ci stesse opprimendo. I militari tedeschi erano un nemico oscuro. Tutto poteva concludersi da un momento all’altro. Oggi nulla sappiamo del coronavirus e nulla sapevamo allora di quel nemico comparso, scomparso, incombente. Anche allora, come oggi, fede e speranza si alleavano per offrirci la possibilità di un cammino più sereno».

La guerra. O almeno il dopoguerra. I nostri vecchi hanno parole meno ambigue, più dirette, più solide. Più capaci di confortare nella paura. Ci sono passati. Sanno cos’è. Quando, adolescente, sentivo i racconti di mio padre o di mio nonno sulla guerra, fremevo perché i miei occhi non erano rivolti al passato, ma al futuro. La guerra era una realtà distante. Una specie di leggenda nera, per tenerci tranquilli. Oggi siamo imprevedibilmente finiti dentro qualcosa che le assomiglia parecchio. Parliamo di nemico, di trincea, di prima linea, di ospedali da campo. Viviamo anche un’intransigente autarchia domestica. E molti di noi cercano conforto nella storia e nella migliore letteratura. Per vedere come abbiamo vissuto e come siamo usciti dalla peste. O dall’epidemia di spagnola, un secolo fa. In fondo, i vecchi, quelli della guerra e del dopoguerra, sono il pezzo di storia che abbiamo più vicino a noi. Vicino in tutti i sensi. Sono anche i più forti. E i più fragili. In questa guerra.

 

La Verità, 4 aprile 2020

«Il Muro è caduto, ma il comunismo è vivo»

Una storica dell’anima. Una narratrice delle persone semplici, capace di una tenerezza e di una pietas che non hanno nulla a che vedere con il buonismo patinato di moda. Svetlana Aleksievic, premio Nobel per la letteratura 2015, è stata protagonista dell’annuale appuntamento dell’università di Padova con un premio Nobel con una lezione intitolata: «Abbiamo paura della libertà». Bielorussa, perseguitata dal regime del presidente Aljaksandr Lukasenko, riparata a lungo in Europa e tornata a vivere a Minsk nel 2011, Aleksievic ha scritto grandi reportage sugli eventi più tragici della Russia, dalla guerra in Afghanistan al disastro di Chernobyl (Ragazzi di zinco e Preghiera per Chernobyl, dal quale è stata tratta la pluripremiata serie tv; entrambi riproposti dalle edizioni e/o). Citando i festeggiamenti per i trent’anni della caduta del Muro di Berlino, ha osservato che «abbiamo goduto di queste manifestazioni come in una sorta di grande luna park. Ma se oggi riguardiamo ai nostri anni Novanta ci accorgiamo che eravamo dei romantici perché ci illudevamo che la nostra vita si sarebbe trasformata in una festa della libertà. Poco alla volta ci siamo resi conto che la nostra era una rappresentazione naif di quello che stava accadendo. Per esempio, non sapevamo molto di ciò che avevano vissuto i dissidenti russi, perché conoscevamo solo il piano di creare l’uomo perfetto, l’homo sovieticus, un personaggio tragico. Sulle facciate delle baracche dei lager staliniani che avevo visitato campeggiava lo slogan imperativo: “Convogliamo con mano di ferro l’umanità verso la felicità”. Così, finalmente, stiamo prendendo coscienza che la strada della libertà è ancora tortuosa e tragica. Perché il comunismo continua a espandersi».

La libertà è uno dei suoi pilastri irrinunciabili della civiltà moderna: perché non è ancora una conquista sicura?

«Purtroppo il fascismo fa parte della nostra vita perché in democrazia è la maggioranza che governa. Così è ancora il fascismo a decidere».

Usa il termine fascismo come sinonimo di dittatura o come espressione di un sistema storicamente definito?

«Il premio Nobel Czeslaw Milosz ha dichiarato che presto il fascismo si mostrerà a tutti come un’operetta di cattivo gusto al confronto con il comunismo che penetra in maniera profonda nella natura umana. Il comunismo proclamava un sistema di vita uguale per tutti e perciò era considerato giusto. Quello che stiamo vivendo è un momento difficile perché tutti coloro che desiderano una vita nuova non pensano che quando il benessere si diffonderà anche loro saranno benestanti. Di solito si sottolinea come vivono bene gli altri senza riconoscere come viviamo bene noi».

Essendo più affascinante, il comunismo è più pericoloso?

«Il fascismo è più diretto, più semplice. Il comunismo propone delle idee affascinanti».

Perché ritiene che il comunismo sia in espansione?

«A Mosca e a San Pietroburgo è difficile trovare qualcuno davvero felice. Il comunismo non vuole morire e cercherà ancora a lungo di impossessarsi delle nostre menti. I russi di oggi rimpiangono quello che avevano i loro genitori e i loro nonni. Vorrebbero conservare la proprietà privata, ma anche una certa idea egualitaria. Il modello cinese esercita un certo fascino. Sto intervistando tante persone che rimpiangono il fatto che in passato erano tutti uguali, che si lavorava di meno e la vita era più semplice. Rimpiangono l’epoca di Leonid Breznev: se ricordi loro i lager e i gulag ti rispondono citando la vittoria della Seconda guerra mondiale».

Nei suoi libri ha raccontato la guerra e la catastrofe nucleare di Chernobyl, concentrandosi sulla descrizione del male.

«Voglio descrivere il male nella quotidianità delle guerre, nei piccoli conflitti che ci sono. Voglio capire perché viviamo così».

Che risposta si e data? Il male viene dalla superbia dell’uomo che si ritiene onnipotente grazie alla tecnologia o dall’ideologia?

«Il male proviene dall’ideologia. Lo abbiamo visto anche nel periodo di Boris Eltsin, presunto riformatore, vittima dell’alcolismo. Vladimir Putin ha creato un programma di recupero di ciò che è stato e ha trasformato a proprio vantaggio il pericolo del ritorno del comunismo. La difesa dagli attacchi alla Russia è stato il punto di partenza della sua ascesa. Il popolo taceva e lui ha cominciato a parlare. Disse che avrebbero cercato e ucciso i Ceceni, nemici della Russia, fin dentro i bagni».

Si definisce una storica dell’anima. Chi ha visto la serie tv Chernobyl ricorda la storia della vedova del vigile del fuoco Vasilij Ignatenko che nel libro è ancora più drammatica. Da che cosa le viene questa pietas?

«Sono cresciuta tra queste persone e le ho osservate. Mi sono sempre chiesta perché nessuno capisce queste sofferenze».

Nella sua letteratura le voci degli umili diventano protagoniste.

«Perché parlare sempre degli eroi e non delle persone semplici?».

Annota che il giorno dell’esplosione della centrale nucleare di Fukushima venne presentata la nuova versione dell’ipad: perché mette in relazione questi due eventi?

«La relazione è data dalle prospettive tecnologiche. Produciamo oggetti e sistemi che poi non sappiamo gestire. È come se la tecnica fosse già più alta di noi. Il nostro inchinarci davanti a ogni nuova versione di cellulare o tablet è una forma di follia collettiva».

È l’illusione dell’onnipotenza che deriva dalla tecnologia?

«Non solo, anche il fatto che va oltre le nostre possibilità di gestirla».

Gli scienziati nucleari di diversi paesi le hanno detto che le loro centrali «sono affidabilissime».

«Un funzionario russo ha sostenuto che se ne poteva installare una sulla Piazza Rossa. Uno giapponese mi ha risposto che quello delle centrali nucleari è un problema di noi russi. Poi c’è stato il disastro di Fukushima».

«Quanto uomo c’è nell’uomo?», si chiede Fëdor Dostoevskij. È ottimista a questo proposito?

«Non sono molto ottimista. Credo sia necessario un cambio di mentalità. Io vivo in un condominio nel quale ogni singolo membro di tutte le famiglie che lo abitano possiede un’auto. Che umanità possiamo vedere in questa situazione?».

Il suo pessimismo è determinato dalla corsa frenetica al benessere?

«Sì».

Versione originale

 

Clooney smaschera l’inghippo del comma 22

Non sarà una pietra miliare della serialità mondiale, questa Catch 22, miniserie originale Sky tratta dall’omonimo romanzo antimilitarista di Joseph Heller del 1961, pubblicato in Italia con il titolo Comma 22, ora ristampato da Bompiani. Non lo sarà se la si misura con i canoni abituali del drama, della comedy, del war games eccetera. In realtà, prodotta, diretta e interpretata da George Clooney e Grant Heslov, Catch 22 è un prodotto innovativo perché vince la scommessa del registro tragico e grottesco, non il più congeniale quando c’è da riflettere sulla drammaticità della guerra, in particolare sull’assurdità delle leggi che governavano il sistema militare americano durante il secondo conflitto mondiale (sei episodi su Sky Atlantic e Sky Cinema Uno, coprodotti con Paramount Television, Anonymous Content e Smokehouse Pictures).

Camerate, riunioni belliche, parate, missioni di volo: la trama narra la vita all’interno di una base militare dell’Air Force Usa nel sud Italia e le truppe nemiche sono solo evocate. Mentre il colonnello Cathcart (Kyle Chandler) aumenta progressivamente le missioni da eseguire prima del ritorno in patria, solo il bombardiere Yossarian (Christopher Abbott) ammette la paura e prova a farsi esonerare dichiarandosi pazzo. Pur con tutta la buona volontà, nemmeno il medico del reparto (Heslov) riesce ad aiutarlo, perché secondo il comma 22, chi è pazzo può chiedere di essere esentato, ma nel momento stesso in cui lo chiede dimostra di essere raziocinante perché solo un pazzo vorrebbe partecipare a quelle missioni. «Un bell’inghippo questo comma 22», si rassegna Yossarian. «Il migliore in assoluto», chiosa il medico intellettuale. Così, all’alternanza tra missioni mortali per i compagni e parate che mimetizzano la goffaggine dei comandanti, Yossarian oppone l’alternanza tra le morbidezze della moglie dello sciroccato tenente Scheisskopf (Clooney) e quelle dell’infermeria dove imboscarsi con ricoveri fasulli.

Girata nei toni seppia delle divise, accompagnata dal brioso jazz dell’epoca, sostenuta da un cast nel quale spiccano Hugh Laurie, bizzarro maggiore addetto alla logistica, e Giancarlo Giannini, opportunista padrone di un bordello, e ben a fuoco anche nei personaggi di contorno, Catch 22 indovina la chimica tra scabrosità dell’argomento e il tono leggero e sofisticato con cui lo tratta. Nessuna rivoluzione linguistica, né invenzioni registiche degne di nota, solo un prodotto ben confezionato e sempre in perfetto equilibrio. Non è poco.

 

La Verità, 23 maggio 2019