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«Niente scandali: Nato e Ue sono affari di Trump»

Mauro Della Porta Raffo, «uno spettro si aggira per l’Europa»: il trumpismo?
«Volendo fare questo riferimento… Tuttavia, vorrei chiarire che Trump, forse in modo più radicale o violento, non è il primo presidente americano che critica l’Unione europea. Perfino Barack Obama, parlando dei leader dei suoi tempi, li aveva definiti scrocconi».
In quale occasione?
«Si riferiva al fatto che l’America doveva sostenere tutte le spese della Nato mentre gli europei davano le briciole. Sta succedendo la stessa cosa di quando, durante il primo mandato, Trump fu attaccato per il muro al confine con il Messico che, in realtà, già Bill Clinton aveva iniziato a costruire. Il trucco è far credere che tutto inizi adesso».

La conversazione con Mauro Della Porta Raffo, soprannominato Gran pignolo per il puntiglio con cui precisa le basi storiche e filosofiche del parlare e dello scrivere comuni, eccelso americanologo e presidente onorario della Fondazione Italia-Usa, comincia con una digressione estetico linguistica. «Gli europei sono arrabbiati per i modi di quel brutalone di Donald Trump», sintetizza.

Il brutalismo è di moda in architettura, e in politica?
«Dal 2024 qualcosa è cambiato. Il brutalismo deriva dal nome del materiale usato. Il primo fu Le Corbusier ad adottare il béton brut da cui viene il brutalismo che possiamo vedere nella Torre Velasca di Milano».
Le brutali critiche all’Ue contenute nel Piano di sicurezza nazionale della Casa Bianca ribadite al sito Politico sono indebite ingerenze negli affari nostri?
«Perché indebite? Trump parla di una situazione che riguarda gli Stati Uniti perché quasi solo gli americani sopportano i costi della Nato. Il suo scopo è mettere fine al fatto che, grazie all’impegno americano, molti possono tenere chiusi i cordoni della borsa».
Tutto qua?
«C’è anche una questione antropologica. Trump è un maverick, uno che ha cambiato pragmaticamente schieramenti, da posizioni democratiche fino a quelle attuali. E poi è un crank, un eccentrico che procede sulla base di intuizioni. Non sono caratteristiche facili da assorbire e omologare».
Dove sbaglia quando dice di non voler governare l’Europa, ma di volere un’Europa forte?
«Non sbaglia. Hanno sbagliato i governanti europei, sinistri e destri, degli ultimi decenni, che hanno sempre immaginato come perpetuo il fatto che gli Stati Uniti si accollavano ogni responsabilità».
«La cancellazione della civiltà» in vent’anni per mancanza di controllo dell’immigrazione è un’esagerazione?
«Nel 2050, in alcuni Paesi del Nordeuropa si prevedono popolazioni a maggioranza musulmana. Parlando dell’Italia non si è mai capito bene che la vera accoglienza non è far entrare chiunque e poi mandarlo per strada a chiedere l’elemosina o a prostituirsi, ma fare in modo che chi viene accettato venga anche assistito e instradato. In Svizzera, quando un immigrato supera un attento esame, lo mandano a studiare la lingua del cantone dove vivrà e poi gli insegnano un mestiere».
Come valuta l’idea del presidente della Repubblica Sergio Mattarella di Europa e Africa come «unico continente verticale» con un lago chiamato Mediterraneo?
«La differenza tra Europa, Africa e Arabia è enorme. Mi sembra che Mattarella si sia adattato al volemose bene del politicamente corretto, ma il continente verticale è una negazione della storia».
Bisogna preoccuparsi per l’annunciato disimpegno dell’amministrazione americana dalla Nato?
«Non credo. Ammettendo che gli Stati Uniti si disimpegnino, rimane il fatto tutt’altro che trascurabile che sono una potenza con enormi interessi di livello mondiale».
Un altro elemento di critica di Trump è la censura della libertà di parola.
«La stessa avanzata dal vicepresidente J.D. Vance, il vero intellettuale dell’amministrazione, a Monaco. Aveva criticato i governi europei che non difendono il free speech soprattutto quando i contenuti non sono allineati al pensiero unico».
I volenterosi Emmanuel Macron, Keir Starmer e Friedrich Merz alimentano «aspettative irrealistiche»?
«Dal punto di vista democratico questi leader non rappresentano nessuno. Macron ha ottenuto appena il 20% di consensi degli aventi diritto al voto. Una persona che nel suo Paese non rappresenta l’80% degli elettori come può dettare le linee politiche in Europa?».
Secondo lei alla riunione di due giorni fa qualcuno ha chiesto conto a Volodymyr Zelensky di come sono stati usati i finanziamenti ricevuti dai Paesi europei?
«Stanno tutti glissando su questo argomento. Forse non lo fa Giorgia Meloni perché su qualche punto ha eccepito. E poi questi leader la smettano di girare in aereo da una parte all’altra dell’Europa invece di telefonarsi. Devono avere poltrone troppo comode su quegli aerei».
Sono «leader deboli, che parlano e non producono mentre la guerra continua» come dice Trump?
«Mi sembra incontrovertibile. Trump è l’unico leader occidentale che cerca di arrivare alla pace».
Che giudizio dà del matriarcato che con Ursula von der Leyen, Roberta Metsola, Kaja Kallas e Christine Lagarde governa la Ue?
«Christine Lagarde sa come ci si veste e come ci si muove, le altre… Non c’era bisogno di tutta questa retorica per vedere le donne al comando. In passato abbiamo avuto Margaret Thatcher, Indira Ghandi e Sirimavo Bandanaraike che negli anni Cinquanta divenne primo ministro dello Sri Lanka senza bisogno di quote rosa».
Nei talk show e negli editoriali dei grandi giornali assistiamo al risveglio dell’europeismo.
«Nel 1951 il Trattato di Parigi ha creato la Ceca (Comunità europea carbone acciaio) e nel 1957 quello di Roma ha dato vita alla Cee (Comunità economica europea). Gli ampliamenti successivi non avevano senso se non per seguire la correttezza politica. So di dire una follia, ma dovremmo tornare a quei due primi accordi».
Invece Romano Prodi suggerisce di metterci dietro il carro franco-tedesco.
«Un carro fragile. Abbiamo detto che Macron non rappresenta nessuno nemmeno nel suo Paese… Quanto alla Gran Bretagna è curioso che conti così tanto ora che è fuori dall’Europa».
La Brexit poteva essere il campanello d’allarme per ridurre le forzature unionistiche e previlegiare un federalismo leggero?
«Non c’è al mondo uno Stato che si sia federato. Federazione si nasce, non si diventa».
Quindi non c’è speranza per gli Stati Uniti d’Europa?
«Non ci si deve nemmeno pensare. Lo sapeva bene Charles De Gaulle, un gigante rispetto ai pigmei di oggi, quando diceva che nemmeno il Regno Unito doveva entrare nella Cee».
È sbagliato l’irrigidimento di molti nostri intellettuali?
«È antistorico. Eppure sanno bene che certi fatti non accadono per la prima volta, anche se fa comodo farlo credere all’opinione pubblica meno informata. Dalla fine della Seconda guerra mondiale l’America si è sempre interessata dell’Europa e di influire sui suoi assetti politici, finanziando la Dc per decenni e altri partiti in altri Paesi. Così come Mosca finanziava i partiti comunisti».
Prima di Trump anche Mario Draghi ha sottolineato l’indebolimento dell’Europa e la sua scarsa autorevolezza nello scacchiere mondiale: perché ora ci si scandalizza?
«Non si sa per quale ragione Draghi ha l’allure che gli consente di proporre analisi che hanno eco solo sulla stampa del giorno dopo. Se le stesse cose le afferma quel brutalone di Trump, invece bisogna attaccarlo. Se certe cose vanno male è anche per colpa di chi ha avuto le mani in pasta per 50 anni come Draghi».
Il risolutore del problema non può essere chi l’ha provocato?
«O non è riuscito almeno a evitare che si presentasse».

 

La Verità, 11 dicembre 2025

Passata la piena, il giunco Garofani resta al suo posto

La piena è passata e il giunco Francesco Saverio Garofani può tirare un sospiro di sollievo. Da giorni tutto tace e il consigliere di fiducia del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sorveglia rinfrancato gli umori dei palazzi e i tam-tam dei media. Calma piatta, le ostilità si sono placate. L’ultima onda fastidiosa risale alle dichiarazioni del presidente del Senato Ignazio La Russa che, prima di rettificare – di poco – il tiro ha detto che un consulente del capo dello Stato non può restare al suo posto dopo che ha disegnato scenari politici comprendenti il cambio della legge elettorale, il verificarsi di provvidenziali scossoni, la nascita di una lista civica nazionale, tutto in funzione anti Meloni. A quel punto, la querelle si è brevemente rinfocolata e si è tornati pretestuosamente a parlare di attacco al Quirinale. Tra i cronisti e gli analisti del giornale unico nazionale l’aderenza ai fatti e il pragmatismo scarseggiano.

Da giorni però il silenzio sul caso politico più clamoroso dell’ultimo mese conforta Garofani. La piena sembra passata e, pur con una certa circospezione, può rialzare la testa. Càlati juncu ca passa la china (piegati giunco che passa la piena) recita un famoso detto popolare siciliano che il palermitano Mattarella conoscerà sicuramente. Chissà se l’avrà sussurrato al suo uomo di fiducia. Altrove, è vero, per esempio al ministero della Cultura, Pietro Tatafiore, portavoce di Alessandro Giuli, si è dimesso per molto meno dell’improvvida manifestazione di cui è stato protagonista il consigliere del Quirinale. Una mail ministeriale usata per segnalare la presenza dello stesso Giuli a un evento del candidato di centrodestra in Campania è bastata per lasciare l’incarico (né Giuli né Tatafiore sono siculi). Per le questioni che riguardano il Colle più alto di Roma, invece, ci pensa il bis-presidente a catalizzare i media, moraleggiando e strappando immancabili ovazioni che si tratti della commemorazione dei 75 anni del Cuamm di Padova o degli Stati generali della natalità a Roma.

Qualche decennio fa, le quotidiane esternazioni del sardo Francesco Cossiga erano vissute dai più come un’insopportabile camurria, sicilianamente parlando. Sta di fatto che, in quest’occasione, il famoso proverbio, citato pure da Franco Battiato in una sua canzone, potrebbe essere tornato utile. E makari, La Russa, siciliano pure lui, avrà provato a neutralizzarne certi effetti collaterali. Nell’uso comune il consiglio a piegarsi in attesa che cali l’ondata suggerisce di attendere tempi migliori, di resistere nelle crisi per poi riprendere l’iniziativa. Insomma, nel linguaggio di moda, sarebbe riassunto come un invito alla resilienza. Nel caso di Garofani, invece, sta funzionando come sostegno all’imbullonamento alla poltrona, che è quella di segretario del Consiglio supremo di difesa. Il quale, ora che le questioni militari stanno tornando all’ordine del giorno in tutta Europa, tornerà presto a riunirsi. Con quale faccia il giunco Garofani si siederà tra Mattarella, Giorgia Meloni e il ministro Guido Crosetto se non quella dell’arroganza del potere?

 

La Verità, 29 novembre 2025

Sorrentino usa la grazia per parlare di eutanasia

La grazia è un film toccato dalla grazia. Uscito come una fucilata dalla testa e dalla penna di Paolo Sorrentino. Un film che sa divertire e anche commuovere, inaspettatamente. Un film con personaggi ad alta definizione e dialoghi di elevata densità. Un film con momenti strazianti e struggenti. E con scene memorabili come la rovinosa caduta del vecchio presidente del Portogallo investito da un diluvio nel cortile del Quirinale durante la visita al suo omologo italiano. Certo, non è un film perfetto, con qualche eccesso, qualche passaggio pleonastico e qualche inevitabile ridondanza recitativa. Per esempio, in Toni Servillo che interpreta un presidente della Repubblica tra Sergio Mattarella e Giorgio Napolitano. E che, non a caso, in conferenza stampa sottolinea «l’importanza di un rilancio narrativo, il regalo di un personaggio totalmente nuovo, che ci ha evitato di adagiarci sul già fatto». Un film, infine, e questo è forse il suo pregio maggiore, che riesce a trattare in modo leggero un tema pesante come l’eutanasia, sul quale è difficile procedere per certezze assolute, tanto più per un artista come Sorrentino.
Mariano De Santis è un grande giurista ed ex magistrato, autore di un codice di procedura penale di 2046 pagine, divenuto presidente della Repubblica. È un uomo ancora innamorato della moglie Aurora, morta alla vigilia dell’elezione e, ora che sta per iniziare il semestre bianco durante il quale i suoi poteri si riducono, la nostalgia di lei non gli dà tregua in un Quirinale, sempre più «luogo di solitudine». Una solitudine acuita dal tradimento di quarant’anni addietro, con chi egli non ha mai saputo. Dopo di allora, anche se marito e moglie hanno continuato ad amarsi, De Santis è rimasto fermo a quel tradimento. Così, ora lo vediamo avvolto nelle sue malinconie e nell’indecisionismo dal quale tenta di smuoverlo la figlia Dorotea, una bravissima Anna Ferzetti, anche lei raffinata giurista. Le responsabilità incombono, soprattutto De Santis è invitato a firmare la legge sull’eutanasia. Per la quale, da Presidente democratico cristiano, non può non confrontarsi con il Papa; un Papa nero con lunghi rasta grigi, raccolti in una coda di cavallo, interpretato da Rufin Don Zeyenouin, che, dopo aver detto che le domande contano più delle risposte, come un contraddittorio Bergoglio, lo esorta a non firmare la legge. «Non sei mai stato capace di leggerezza», lo rimprovera la vulcanica amica storica (una formidabile Milvia Marigliano) confermando il soprannome di «cemento armato» che si porta dietro. «Sono l’uomo più noioso che conosco», dice lui di sé stesso. Tutto il colore e l’estrosità della vita erano nella moglie che non c’è più. Fortunatamente, la figlia gli impedisce di perdersi nelle malinconie e lo incalza con i faldoni delle istanze di grazia. Quella di una donna che ha ucciso il marito violento e torturatore («era un malato psichico terminale, l’ho liberato dalla sua schiavitù, la mia è stata una forma di eutanasia»), e quella presentata dai cittadini di Moncalieri per un professore amato dai suoi alunni che ha ucciso la moglie malata di Alzheimer. E soprattutto con il testo sull’eutanasia di fronte al quale è come paralizzato. «La domanda finale è solo una», stringe Dorotea, «di chi sono i nostri giorni?».
«Mi sono ispirato al Decalogo di Krzysztof Kiesloski, un autore che procede per dilemmi morali», spiega il regista nell’affollata conferenza stampa. «Lo spunto mi è venuto dalla cronaca quando ho saputo che Sergio Mattarella aveva concesso la grazia a un uomo che aveva ucciso la moglie malata di Alzheimer. I dilemmi morali sono un ottimo motore narrativo. Da lì, mi sono soffermato sul presidente della Repubblica e sul suo potere di concedere la grazia. Che, oltre a essere uno strumento giuridico, può essere anche un atteggiamento verso il mondo e la vita. Ho immaginato questo Presidente come una persona innamorata della moglie, ma poi anche della figlia e del diritto. Penso che la costante ricerca delle certezze porti a frequentare il dubbio come, secondo me, dovrebbero fare i politici fino a trasformarlo in una decisione etica e responsabile». Neanche Sorrentino, però, ha certezze granitiche: «La riflessione sull’eutanasia non è un’alternativa tra il bene e il male, ma più spesso è una domanda su quale sia il male minore. Tra la domanda semplice su di chi sono i nostri giorni e la risposta altrettanto semplice che dice che sono nostri, c’è il muro della vita».
Altro tema classico del cinema sorrentiniano, anche quest’opera si sofferma sullo scorrere del tempo e la trasmissione di valori tra generazioni. Fino a un certo punto della vita sono i genitori a insegnare, ma poi tocca ai figli condurre i genitori, riflette De Santis quando scioglie i dubbi sul testo della controversa legge: «I nostri giorni sono nostri». Insomma, il protagonista è un Mattarella che alla fine si avvicina molto a Napolitano, come confermerebbero le sue origini partenopee? Servillo: «Non c’è il riferimento a un unico personaggio che ha ricoperto il ruolo di Capo dello Stato. Abbiamo avuto innumerevoli presidenti democristiani, innumerevoli presidenti vedovi, innumerevoli presidenti uomini di legge, innumerevoli presidenti con una sola figlia e, infine, innumerevoli presidenti napoletani». Già. Ma un presidente democristiano sa che i nostri giorni non sono nostri perché non veniamo al mondo per nostro volere, ma ci troviamo fatti.
Alla fine, il produttore di Freemantle, Andrea Scrosati, regala una notizia: «Sorrentino mi ha fatto leggere questa sceneggiatura quattro anni fa, ma poi ha voluto realizzare Parthenope. Ora quello che ho visto sullo schermo è ancora meglio di quella sceneggiatura». Quando arriverà nelle sale, il 15 gennaio, il film potrebbe alimentare il dibattito sull’eutanasia? «Me lo auspico, ma non so se il cinema abbia ancora questo potere», ammette il regista. Di sicuro, quella data lo escluderebbe dalla corsa agli Oscar. Ma forse la conquista di un grande premio alla Mostra potrebbe suggerire di anticiparne l’uscita.

 

La Verità, 28 agosto 2025

Fenomenologia in 10 parole di Sinner, il prodigio

Sinner the winner. Un italiano in cima al mondo. Un marchio. Un brand da esportare, nel più globalizzato degli sport (si gioca in tutti i continenti, 11 mesi l’anno). Un ragazzo che unifica anche oltre gli steccati della politica. Il suo trionfo è stato salutato a tutte le latitudini, da Giorgia Meloni a Elly Schlein fino a Giuseppe Conte. Fa eccezione la solita tribù dei rosiconi e dei leoni da tastiera che gli imputano la cittadinanza monegasca, l’eccesso di spot pubblicitari, il patteggiamento per il caso Clostebol (imputabile ai suoi precedenti collaboratori, salomonicamente licenziati). E fa eccezione anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, di cui non sono pervenuti messaggi di congratulazioni. Un silenzio che fa rumore. Una piccola ripicca per il mancato bacio della pantofola al rientro dal successo agli Australian open nel gennaio scorso, quando i medici consigliarono al campione altoatesino qualche giorno di riposo. Per il resto, in schiacciante maggioranza, siamo orgogliosi di questo ragazzo di Sesto Pusteria, ricci rossi e gambe da stambecco, che incarna un particolare modo di essere. Una filosofia. Uno stile, forse. Ma nulla di stiloso o di costruito perché genuino e autentico. Nel cerimoniale postpartita, la principessa del Galles Kate Middleton ha rivelato a un emozionato Jannik che i suoi figli George e Charlotte giocano a tennis: «Sei un’ispirazione per loro». Per anni ci siamo sentiti fortunati ad assistere alle mirabilie dei Big three, Roger Federer, Rafa Nadal e Novak Djokovic. Ora possiamo non attardarci sul loro tramonto perché già possiamo godere della feroce e leale rivalità dei Big two, Jannik Sinner e Carlos Alcaraz. Anzi, possiamo goderne di più, visto uno dei due è italiano. In questa fenomenologia proviamo a raccontarlo in dieci parole chiave.

Accettare
Le battute d’arresto e le sconfitte. A cominciare da quella traumatica, lacerante, di un mese fa sul centrale del Roland Garros di Parigi. «Dopo quella sconfitta non mi sono lasciato andare», ha confidato domenica dopo il trionfo. «Sono riuscito a gestire il dispiacere e soprattutto il rimpianto. Intendiamoci, non è stato facile accettare quel risultato. Ma ho capito cosa avevo sbagliato, ho lavorato, non mi sono fermato». Pensieri agli antipodi di quelli degli studenti renitenti all’esame orale di maturità perché critici del sistema di valutazione dei voti.

Controllo
Niente euforia né vertigini da vittoria. «Non sono uno che piange per l’emozione», ha svelato. «A volte ho fatto fatica, mentalmente forse più in allenamento, perché in partita riesco a “staccare” la mente e a giocare. E credo che questo mi abbia aiutato molto».

Famiglia
Riferimento costante, citazione puntuale. E pazienza se per qualcuno è retorica. Presenza affidabile anche nei momenti difficili. «La settimana dopo Parigi è stata tranquilla, molto tranquilla. Sono andato a trovare i miei genitori, abbiamo fatto una grigliata, ho visto i miei amici, abbiamo giocato un po’ a ping pong, fatto cose normali (tra le quali portare il gatto dal veterinario con la Panda della mamma ndr). Proprio quello che mi serviva dopo un torneo stressante. A me piace sempre ritrovare serenità con le persone che mi conoscono davvero».

Lavoro
Una delle parole frequenti nel vocabolario sinneriano. Sinonimi: disciplina, applicazione, costanza. Non ci sono altri segreti, oltre ai doni di cui la natura, il Padreterno, lo ha dotato. Far fruttare il talento ricevuto. Moltiplicarlo, con la dedizione e l’impegno quotidiano.

Miglioramento
Altra parola ricorrente. Forse il suo vero mantra, sembra non pensare ad altro: dove e come posso migliorarmi. «A 23 anni non credo di essere al 100%, quindi ci sono tante cose, anche piccole, che fanno la differenza, lo 0,1%, ma sono quelle che contano. Sono alla ricerca proprio di quelle». Un’ossessione non ossessiva, ma costruttiva. Che lo aiuta ad affrontare con abnegazione il lavoro di ogni giorno.

Perfezione
Irraggiungibile, ma un traguardo cui tendere. «Il tennista perfetto», titolava ieri la Gazzetta dello sport il commento di Paolo Bertolucci. C’è uno spot pubblicitario che rende in modo scanzonato e autoironico questa attitudine. È quello di un marchio di caffè che si svolge nel backstage dello spot stesso, dove è lui a chiedere di provarlo, riprovarlo e riprovarlo ancora, fino all’esasperazione dell’intero staff. Si può sempre fare meglio.

Solidità
Forse, insieme al ritmo e alla potenza dei colpi, è la caratteristica principale del suo tennis. Non ha punti deboli, crepe nelle quali l’avversario possa infilarsi e far leva. Dritto e rovescio si equivalgono. Sotto la cura dei due coach, Simone Vagnozzi e Darren Cahill, negli ultimi due anni ha migliorato parecchio il servizio e il gioco a rete. Forse non dispone di un repertorio infinito come quello di Alcaraz, ma il suo standard è più autorevole e costante.

Storia
«Ho solo 23 anni, credo sia sbagliato parlare di storia. Aspettiamo a fare affermazioni del genere. Mi sento fortunato a essere italiano e penso che l’Italia si meriti tante cose belle. Sono contento di far parte di questa storia». Anche se non passa obbligatoriamente dalle ospitate al Festival di Sanremo o dall’essere un habitué del Quirinale.

Team
Praticamente la sua famiglia allargata. «Sono circondato da persone che mi vogliono bene, capaci di accettarmi per quello che sono e di farmi capire le cose che posso fare meglio». Nella squadra dev’esserci armonia, piena sintonia e condivisione del piano di lavoro. Darren Cahill, che prolungherà la sua collaborazione, ha un ruolo più paterno e di saggio consigliere, attento anche agli aspetti psicologici. Simone Vagnozzi è un confidente, un fratello maggiore, espertissimo sia dal punto di vista tattico che tecnico. Mix vincente (che verrà integrato).

Testa
Tra i tanti, il talento più spiccato. Solidità, controllo e predisposizione positiva che non hanno paragoni. È qui la genesi della resilienza di Jannik, la capacità di ribaltare le situazioni. Tutti ricordiamo i tre match point annullati a Djokovic nella semifinale di Coppa Davis del novembre 2023, una sorta di sliding door. Domenica, nel terzo set, sul 3 a 4, 30 pari, si giocava un punto decisivo. Poteva portare alla palla break che avrebbe potuto aprire la strada a Carlitos. Dopo la prima palla di servizio out, si è inventato un ace di seconda. A seguire un altro ace per aggiudicarsi il game. La testa s’impone nei momenti chiave.

 

La Verità, 15 luglio 2025

Il dissing Germano-Giuli e le questioni di grana

Altolà, un ministro non può attaccare un cittadino. Non può farlo sebbene quello stesso cittadino abbia usato espressioni insultanti nei confronti del ministro stesso. E lo abbia fatto pubblicamente, nella più istituzionale delle sedi, il Quirinale, davanti al Presidente delle Repubblica. È la morale discendente dalle ultime dichiarazioni di Elio Germano, il più militante e il più premiato – no, non c’è un nesso – degli attori italiani. L’ultimo capitolo del dissing tra l’artista insignito del David di Donatello, il sesto della carriera, per l’interpretazione dell’ex segretario comunista nel film Berlinguer – La grande ambizione, e il ministro della Cultura Alessandro Giuli registra l’ennesima dichiarazione di Germano: «È inquietante che un ministro attacchi un cittadino, facendone nome e cognome», ha scandito a un evento organizzato dal quotidiano Domani. Invece, dal canto suo, il cittadino gode di licenza d’insulto e d’insindacabile libertà di sfregio. Ha potuto constatarlo chi ha seguito qualche giorno fa la cerimonia per la consegna dei David svoltasi al Quirinale alla presenza del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, dove tutto è iniziato (7 statuette su 14 candidature per Vermiglio di Maura Delpero, zero premi su 15 nomination per Parthenope di Paolo Sorrentino, assente per un malessere).
Presentato da Geppi Cucciari come «l’unico ministro i cui interventi possono essere ascoltati al contrario, e a volte migliorano. Ora c’è il momento più atteso da Google translate, la parola al ministro», Giuli aveva parlato della «precarietà e della confusione del settore», sottolineando che «il disegno correttivo del tax credit aveva recepito le richieste di chi ha bisogno di chiarezza e trasparenza» e che «ora il settore deve essere riconfigurato». Subito dopo aveva preso la parola l’attore premiato nei panni di Berlinguer. «Fatico a seguire il ministro Giuli. Sentirci dire che le cose vanno bene è fastidioso», aveva premesso, sprezzante, Germano, prima di perdere il controllo. «Invece di piazzare i loro uomini nei posti chiave, come i clan, si preoccupassero di fare il bene della nostra comunità, mettendo le persone competenti nei posti giusti». Insomma, il ministro si comporta come un mafioso, mentre per far adeguatamente il suo mestiere dovrebbe promuovere le persone che piacciono a noi. In serata, su Rai 1, altra tirata sui «movimenti operaio, studentesco e femminista», la Costituzione e l’uguaglianza tra palestinesi e israeliani.

Era prevedibile che, a stretto giro, arrivasse la replica del ministro. «La sinistra pensava che la cultura fosse roba loro. Avevano intellettuali e li hanno persi, si sono poi affidati agli influencer, ora gli sono rimasti i comici», ha osservato Giuli a un convegno di Fdi. «C’è una minoranza rumorosa che si impadronisce perfino dei più alti luoghi delle istituzioni italiane, il Quirinale, per cianciare in solitudine, isolati. Mi riferisco a Elio Germano».

Già, forse non era necessario specificare nome e cognome. Fin dai tempi di La nostra vita, regia di Daniele Luchetti, premiato al Festival di Cannes 2010 come miglior attore, l’abitudine di Germano al proclama militante sul red carpet è cosa nota. Non c’è suo riconoscimento che non sia incorniciato in qualche predicozzo civile. Come quest’anno, è accaduto anche nel 2023, in sodalizio con Michele Riondino, entrambi premiati per le loro interpretazioni in Palazzina Laf (regia dello stesso Riondino). Dal Giovane favoloso in poi, il kolossal di Mario Martone del 2014 in cui Germano era Giacomo Leopardi e Riondino il fedele amico Antonio Ranieri, i due intrecciano interpretazioni e lotte politiche, recitazione e militanza. Anche ieri, intervistato da Repubblica, Riondino ha difeso il compagno, accusando l’«attivismo istituzionale contro un attore, rappresentante della cultura italiana». Germano, non il ministro.

Ciak e bandiere rosse. Primi piani e retorica comunista. Niente di nuovo davanti alle cineprese, verrebbe da dire. Il cinema va così da decenni, almeno in Italia. Sennonché qualcosa si vorrebbe cambiare. Ma ai circoli intellettuali che da sempre lo governano non sta bene. E, dunque, giù le mani dal nostro giocattolo. Questa compagnia di giro, questa cinematografia ideologizzata, è abituata da decenni ad avere tutto. Senza controlli né verifiche. I soliti registi, i soliti attori, spesso i soliti film, con i soliti finanziamenti pubblici che garantivano la produzione e l’uscita nelle sale. Che spesso e malvolentieri rimanevano desolatamente deserte. La coppia formata da Luchetti regista e Germano attore protagonista l’abbiamo ritrovata all’opera in Confidenza (anno 2024): 6 milioni e mezzo di budget, quasi tre di fondi ministeriali e 1,5 di incasso al botteghino. Con l’arrivo del «governo delle destre» questi automatismi si sono inceppati. Il bel mondo della settima arte è indispettito. Contrariato. Offeso. Come si può non lasciare mano libera al genio, alla poesia, al grande cinema? Se le sale chiudono è colpa del governo, dicono fingendo di crederci. Fino al prossimo premio. E al prossimo proclama.

 

La Verità, 13 maggio 2025

Benigni, giullare del Colle, sogna una Ue che non c’è

Una colossale operazione ideologica mimetizzata dietro un’abile dialettica. Dietro una cortina fumogena, una nebbia di retorica. È questo l’evento televisivo cui abbiamo assistito due sere fa in prima serata su Rai 1, «in diretta anche su Rai Radio 2 e Raiplay, questo è un colpo di Stato, abbiamo preso il potere, siamo dappertutto, anche sul forno a microonde», ha scherzato Roberto Benigni prima di riverire, come fa puntualmente, «il presidente della Repubblica Mattarella, perché so che ci sta guardando. Buonasera presidente e grazie». Un evento o un comizio; trasmesso persino in Eurovisione. Accade solo per il Festival di Sanremo, e subito si è capito perché, essendo che si parlava di Europa. Se ne distillava il panegirico, un miele di iperboli: «L’Europa è la più grande istituzione democratica da 5.000 anni a questa parte realizzata dall’uomo sul pianeta terra». Mancavano i fuochi d’artificio. Centoquaranta minuti senza interruzioni pubblicitarie, altra eccezione assoluta, per un ascolto di 4,9 milioni di telespettatori (e il 28% di share). Davvero non granché se si considera anche il colpo di fortuna che l’esibizione, tambureggiata per settimane, è arrivata nello stesso giorno della bagarre alla Camera sul Manifesto di Ventotene.
Un comizio antimeloniano, quello del premio Oscar, alla faccia di TeleMeloni. Del resto, il suo manager è Lucio Presta, agente di star della tv, del cinema e di Matteo Renzi, tra i più aspri oppositori personali del premier. Ed è anche l’artefice della doppia ospitata al Festival di Sanremo di due anni fa, quando Benigni declamò la Costituzione italiana davanti a Sergio Mattarella, per l’occasione presente all’Ariston. Infine, l’altro collaboratore dell’esibizione è Michele Ballerin, saggista europeista e federalista, titolare di un blog in materia sul Fatto quotidiano.
Abbiamo assistito a un comizio politico che è entrato nel merito dell’architettura dell’Unione europea, contestando il diritto di veto e l’obbligo dell’unanimità dei 27 Paesi membri che siedono nel Consiglio di Bruxelles. Persino Cipro, si è scandalizzato l’artista, può impedire, com’è accaduto, l’approvazione di qualche provvedimento. E per fortuna, caro Benigni: il diritto di veto è l’ultimo baluardo che impedisce all’Ue di trasformarsi in una democrazia illiberale. Senza l’obbligo dell’unanimità, considerato che il Parlamento di Strasburgo è un istituto consultivo, chissà Ursula von der Leyen o l’ex commissario Frans Timmermans, quello che ha finanziato con denaro dell’unione le formazioni dell’ecologismo estremo, cos’altro ci avrebbero imposto. Eppure, «io sono un europeista estremista», ci ha rassicurato l’artista militante dopo l’esaltazione del Manifesto di Ventotene, nuovo vangelo democratico che propugna l’abolizione della proprietà privata e inneggia alla rivoluzione socialista. Orfana del comunismo, la sinistra si è gettata anima e corpo nella nuova religione. Archiviato con qualche pendenza amministrativa il Serra pride (copyright Giorgio Gandola) e mentre se ne profila un discutibile bis griffato dal primo cittadino di Bologna Matteo Lepore, ecco la professione dello showman più intoccabile del Belpaese.
Benigni ha decantato le imprese di un terzetto di intellettuali (Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni) che, al confino nel 1941, ha coniato la propria utopia, debitrice dell’impianto federalista della Costituzione americana. Ha enfatizzato la figura di Jean Monnet, ispiratore di ciò che diverrà la Ceca (Comunità europea carbone e acciaio), ampliata qualche anno dopo nella Cee (Comunità economica europea) dai Paesi fondatori (Francia, Germania ovest, Belgio, Italia, Paesi bassi e Lussemburgo). Ha tessuto le lodi del Trattato di Schengen, dell’euro e dell’Erasmus per gli studenti, tratteggiando un Eden di cui i primi a non avvedersi sono i cittadini, ha dovuto ammettere. Riprendendo, però, immediatamente a pennellare «l’unica utopia ragionevole», patria di democrazia, pace e benessere. Tutto, non dimenticando di schizzare le destre e i nazionalismi.
Purtroppo, Il sogno di Benigni è un europeismo taroccato da gravi omissioni. Un Eden ideato da intellettuali e basato su trattati scritti a tavolino dalle élite. La realtà è invece un’Europa che censura le proprie radici greco-cristiane, rimarcate per anni da Benedetto XVI. Inascoltato. Non si tratta di una pignoleria filologica o filosofica, ma di una questione strutturale, ontologica verrebbe da dire. Un albero a cui si tagliano le radici sarà fragile, esposto al minimo refolo e resterà estraneo al terreno su cui stenta a crescere. È l’istantanea dell’Ue di oggi. La distanza tra i cittadini e i poteri di Bruxelles non è casualità, ma frutto inevitabile di una costruzione con fondamenta incerte. L’Europa dei popoli e comunitaria affonda le sue radici in una storia più ricca e profonda. È l’Europa delle grandi università (italiane, tedesche, francesi, britanniche, irlandesi), dei grandi ospedali nati dalla carità, delle cattedrali e degli ordini religiosi, degli scambi commerciali e delle banche nate in Toscana, do you remember Benigni? Di tutto questo non c’è stato cenno nella sua noiosa lezione (l’unica gag riuscita, ma avulsa, è stata sulla presunta liason tra Elon Musk e Giorgia Meloni: «Mi sbagliavo, non c’è niente, me l’ha detto lei: “lo giuro sulla mia Tesla”»).
Come non c’è stato cenno alle gravi distorsioni di una costruzione che, per disciplinare le masse e perpetrarsi, come un albero sradicato necessita di puntelli, ricorre a continue forzature e correzioni a colpi di emergenza (prima quella sanitaria, poi quella climatica, ora quella bellica). E magari, se occorre, esclude qualche candidato sgradito o fa rivotare quei Paesi dove il risultato elettorale si mostra distonico al volere dell’establishment.
Dispiace caro Benigni, l’occasione è smarrita. Il nostro sogno è un altro.

 

La Verità, 21 marzo 2025

«Su Almasri giusto puntare sulla sicurezza nazionale»

Era uno dei lothar dalemiani. Nicola Latorre, insieme a Claudio Velardi, Marco Minniti e Fabrizio Rondolino: tutti pelati («ci radevamo perché non avevamo capelli», parola di Velardi), in fuga dal lìder Maximo, teste d’uovo. Latorre più di tutti probabilmente, tanto che, dopo varie legislature a Palazzo Madama, la presidenza della commissione Difesa del Senato e la direzione dell’Agenzia industrie e difesa (fino a fine 2023), insegna Relazioni internazionali alla facoltà di Scienze politiche dell’università Guido Carli.
Professor Latorre, che cosa pensa del fatto che da quando il comandante della polizia giudiziaria libica Najeem Osama Almasri è stato espulso l’Italia è paralizzata?
«Penso che il dibattito su questa vicenda va avanti da troppi giorni e sta facendo perdere di vista una serie di altri fatti che stanno caratterizzando lo scenario geopolitico. Ritengo sia un errore tenere in scacco le attività del Parlamento non solo perché ci sono questioni urgenti relative all’attività legislativa, ma soprattutto per una serie di avvenimenti nello scenario mondiale che richiederebbero rigore nelle discussioni, all’opposto dei toni urlati e propagandistici che trasmettono un’immagine non adeguata del nostro Paese».
Prima di addentrarci, qual è la sua opinione generale su questa vicenda?
«Ritengo che il governo potesse chiudere la discussione sulla decisione presa, che personalmente condivido, motivandola con le esigenze di sicurezza nazionale. Se, insieme alle autorità che la regolano, il governo ha ritenuto di prendere questa decisione avrebbe dovuto esplicitarla subito chiaramente. Mantenere questo pericoloso criminale in condizioni di libertà o di restrizione nel nostro Paese avrebbe potuto produrre conseguenze per la sicurezza nazionale sia sul nostro territorio, ma anche per i cittadini e le aziende italiane che operano in Libia».
Avrebbero potuto esserci ripercussioni sui nostri connazionali, sulle attività dell’Eni o nuove ondate di migranti dalla Libia verso le nostre coste?
«Il nostro rapporto con la Libia ha grande rilevanza innanzitutto sulla sicurezza interna perché è noto che, come per quelli provenienti dall’area balcanica, i flussi migratori sono utilizzati per destabilizzare i Paesi. Inoltre, è noto che nell’area del Sahel, come dell’Afghanistan, è forte la presenza di cellule terroristiche organizzate. Infine, in Libia si gioca la partita per noi decisiva dell’approvvigionamento energetico».
Come giudica il comportamento dell’opposizione?
«L’opposizione ha utilizzato la propaganda per screditare il nostro Paese e attaccare il presidente del Consiglio. Ha misconosciuto le esigenze di sicurezza e l’obbligo di misurarsi con decisioni che, se da un punto di vista etico presentano elementi problematici, sul piano della responsabilità possono essere inevitabili».
Come mai solo il 18 gennaio, dopo che aveva girato l’Europa per 12 giorni, la Corte penale internazionale ha spiccato il mandato di arresto contro Almasri?
«È una circostanza che lascia aperti molti interrogativi. Sappiamo dal suo passaporto che questo personaggio poteva godere di molte protezioni internazionali».
Disponeva anche di un visto decennale per gli Stati Uniti.
«Incuriosisce la tempistica della vicenda. Il fatto che la Germania comunichi la presenza sul suo territorio di Almasri appena prima che lasci il Paese fa pensare che la vera preoccupazione delle autorità tedesche era di liberarsi di una patata bollente».
La presenza di Almasri in Europa diviene pubblica a Monaco di Baviera il giorno prima del suo ingresso in Italia.
«Non sono un sostenitore delle teorie dei complotti, credo sinceramente che si sia presa una decisione cinica e spregiudicata tesa a scaricare su altri Paesi la gestione di una polpetta avvelenata».
Che cosa suggerisce il fatto che, secondo il ministro della Giustizia Carlo Nordio, il primo mandato di arresto abbia richiesto una seconda versione dopo sei giorni?
«Non ho elementi né intenzione di pronunciarmi su questioni di tecnica giuridica. Tuttavia, emerge un percorso pasticciato, motivo in più per cui ritengo che la priorità della sicurezza nazionale è la motivazione giusta a supporto dell’espulsione di questa persona».
Giorgia Meloni avrebbe dovuto presentarsi in Parlamento come hanno reclamato le opposizioni?
«Decidere di presentarsi o no è prerogativa del premier. Quel che conta è che il governo abbia riferito nelle aule parlamentari».
Lo scontro tra magistratura e governo riguarda anche il fronte dei rimpatri degli irregolari.
«Qui, purtroppo, il fatto che preoccupa è la contraddittorietà dei comportamenti di diverse magistrature perché questa disomogeneità di comportamenti inficia la certezza del diritto».
Cosa pensa del fatto che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che è anche capo del Csm, non si sia pronunciato su questo contrasto istituzionale?
«Penso che Mattarella, insieme alla difesa della Costituzione si preoccupa sempre di tenere unito il Paese. Le sue dichiarazioni cercano di non alimentare conflitti che possono danneggiarlo».
Dovrebbe far riflettere gli esponenti dell’opposizione il fatto che il Memorandum firmato dall’ex ministro Marco Minniti con la Libia nel 2017 è stato adottato dall’Unione europea e confermato dai governi successivi?
«Certo. Non solo dovrebbe far riflettere le opposizioni, ma continuo a pensare che quel Memorandum contiene elementi che dovrebbero orientare la nostra strategia sull’immigrazione. Il problema è che, un minuto dopo l’approvazione, di quel Memorandum è stata contrastata l’attuazione».
Non resta che sperare nel cosiddetto Piano Mattei?
«Spero che non resterà solo un titolo, ma diventi il cuore della strategia di politica estera del nostro Paese. Questo significa investire energie e risorse finanziarie in quel piano. Auspico che un contributo importante arrivi anche dall’Unione europea».
Il nostro governo ha espulso Almasri perché sotto pressione di un ricatto?
«La decisione di espellere questo signore non è frutto di nessun ricatto, ma solo di una valutazione dell’interesse della sicurezza nazionale».
Ora si scopre che una denuncia presso la Cpi risale al 2019: verranno chiamati in causa anche i ministri dei governi Conte e Draghi?
«Mi auguro che questo tipo di denunce, di ieri e di oggi su decisioni assunte per ragioni di Stato, vengano tutte cestinate».
A livello internazionale chi può aver avuto interesse a far esplodere il caso Almasri in Italia?
«Non credo ci siano Paesi che avessero interesse a farlo detonare in Italia, ma che ce l’avevano a non farlo esplodere in casa loro. In particolare credo, sulla base di una mia sensazione, che la Germania si è preoccupata di non farlo esplodere nel pieno di una campagna elettorale nella quale il tema dell’immigrazione è cruciale. Bisogna considerare che, tra le tante protezioni internazionali di cui gode questo signore, c’è quella della Turchia e sappiamo quale influenza proprio in materia di immigrazione abbia la Turchia sulla Germania».
Possiamo ricordare anche Abdullah Öcalan, il capo del PKK curdo di cui la Germania non chiese l’estradizione benché inseguito da un mandato di cattura per terrorismo. Allora il premier era D’Alema.
«Già nel 1998 c’era un mandato di cattura internazionale nei confronti di Ocalan e doveva essere estradato in Germania dove però c’erano sia una grande comunità curda che una grandissima comunità turca e, dunque, la presenza di Öcalan avrebbe alimentato tensioni sociali di complessa gestione. Il governo tedesco ha sempre evitato di chiedere l’estradizione anche quando, ricercato, riuscì a entrare in Italia. La gestione di quel caso impegnò il nostro Paese, non fu mai estradato in Germania e non mi pare abbia scatenato un putiferio come quello a cui stiamo assistendo».
Alcune cancellerie europee di Paesi in difficoltà al loro interno potrebbero gradire un ridimensionamento del premier italiano ora che appare un possibile elemento di mediazione tra le sponde dell’Atlantico?
«Se fosse vero sarebbe un errore grave prestare il fianco a questo tentativo. Il tema della difesa dell’interesse nazionale è una priorità sulla quale mi auguro che tutte le forze politiche possano convergere. Quando Silvio Berlusconi fu oggetto delle risatine di scherno di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, da vicecapogruppo dei senatori Pd e quindi esponente dell’opposizione, feci una dichiarazione, ahimè poco gradita da parte dell’opposizione, che stigmatizzava quell’attacco, offensivo per il nostro Paese. L’ho sempre pensata così».
Come vanno interpretati i toni antiamericani e contro Elon Musk di Mattarella all’università di Marsiglia?
«Credo che il capo dello Stato abbia voluto porre un problema di fondo, denunciando i rischi provocati dal ruolo che sta assumendo Elon Musk non come imprenditore ma come decisore politico in relazione al funzionamento dei sistemi democratici. Guardi, provo a fare un pronostico: tra qualche mese il vero conflitto sarà tra Musk e Trump».
Parlando di minacce per la democrazia nessuno si preoccupava quando l’amministrazione americana voleva pilotare l’informazione dei social di Meta.
«È vero. Ma oggi Musk sta assumendo un protagonismo che travalica i suoi compiti di imprenditore le cui qualità non sono in discussione».
Mattarella è preoccupato per il ridimensionamento degli organismi sovranazionali come l’Oms che, in realtà, non sono puri come si vuol farci credere.
«Concordo. Funzionano male e devono essere riformati, a cominciare dal consiglio di sicurezza delle Nazioni unite. Tuttavia, boicottare gli organismi sovranazionali ci porterebbe in uno scenario di incertezza ancora peggiore».
Mattarella non si pronuncia sullo scontro istituzionale sui Paesi sicuri, all’estero critica i governi sovranisti: siamo a due indizi?
«Posso sbagliare, ma a mio avviso sarebbe un errore interpretare il discorso di Mattarella come un tentativo di contestare una parte politica e favorirne un’altra. Il nostro capo dello Stato lancia un warning sull’affermarsi di un modello di relazioni internazionali bipolare in cui il più forte può dominare, rispetto a un più salutare sistema multipolare».
Per chiudere, che bilancio fa della sua collaborazione con Massimo D’Alema?
«Gli anni di collaborazione con D’Alema sono stati molto importanti per la mia formazione e con lui ho imparato a pensare con la mia testa. Soprattutto negli ultimi anni non ho condiviso spesso le sue analisi, ma senza per questo mettere in discussione la mia stima e la mia amicizia nei suoi confronti».

 

La Verità, 8 febbraio 2025

«L’ideologia fa vomitare anche più della Senna»

Insieme a Federico Palmaroli, in arte @lefrasidiosho, firma del Tempo e di Porta a Porta, proviamo a impaginare l’album fotografico dell’estate.
Il primo scatto è l’intervista al Corriere della Sera di Marina Berlusconi che sui diritti civili si confessa vicina alla sinistra di buon senso. Un fulmine a ciel sereno?
«Credo che Marina Berlusconi raccolga un lascito degli ultimi anni del padre. Ricordiamo la sua vicinanza con Francesca Pascale e gli incontri con Vladimir Luxuria. La Pascale l’ha sensibilizzato e lui forse si è fatto trascinare. La figlia ne raccoglie l’eredità. Berlusconi è stato criticato per i suoi comportamenti verso le donne e oggi la sensibilità dei figli su questi temi può sorprendere. Ma forse ce lo racconta meglio di come lo ricordiamo».
Da qui alla cena di Marina e Pier Silvio con Antonio Tajani il passo è breve?
«Tra lo spostamento a destra o a sinistra di Forza Italia vedo più il secondo. Non mi stupirei di trovarla vicino al Pd, anche perché tutti si affollano in un unico campo largo, larghissimo. Certo, il partito fondato da Silvio Berlusconi in una coalizione di centrosinistra stride parecchio, ma il riposizionamento di Matteo Renzi su quell’asse fa riflettere».
Altro tassello: il dramma estivo è la separazione tra Paola Turci e Francesca Pascale?
«Davero. Fa impallidire le vicende dell’Ucraina e di Israele».
Ora che ha più tempo libero, Pascale sogna l’alleanza tra Forza Italia e Pd.
«Lo dicevamo, è da sempre focalizzata sui diritti civili, presente ai pride. Il povero Silvio era terrorizzato che svelasse pure la sua fede interista. Ricordando cosa dicevano nel Pd delle donne che circondavano il Berlusca dei tempi d’oro, non sarebbe male vederla candidata con la Schlein».
Che Massimo Cacciari invita a tenersi pronta perché Giorgia Meloni sarebbe agli sgoccioli.
«Su questo Cacciari ha l’attendibilità della veggente di Civitavecchia. O di Piero Fassino quando profetizzò: “Se Grillo vuol far politica fondi un partito, vediamo quanti voti prende”. Ecco, s’è visto…».
Anche Cacciari scambia un suo desiderio per realtà?
«Può darsi. Ma non credo riescano a mettere insieme tutte le anime della sinistra, compresa quella renziana, considerando che stanno raccogliendo le firme per abrogare il jobs act. Mi sembra un bel miraggio».
Però alla Partita del cuore Elly e Matteo stavano avvinghiati.
«Sicuramente hanno dimostrato di avere buona intesa in campo, estromettendo Giuseppe Conte, che per altro si defila di suo, dal tridente d’attacco. Quando Elly è andata a segno su assist di Matteo, il gol è stato annullato per fuorigioco. Diciamo che l’alleanza nasce viziata all’origine».
Sapevi che Renzi rimbalzava Obama al telefono?
«No, l’ho appreso dai giornali. Ricordo quella cena alla Casa Bianca, c’erano pure Bob Benigni e Bebe Vio. Si vedeva Michelle che illustrava le meraviglie dell’orto alla moglie di Renzi, magari le avrà proposto di portarsi ’na cassa de pomodori. Comunque, sembravano amiconi e Renzi aveva sottolineato più volte il legame fortissimo con Obama. Se vede che la realtà era n’antra».
Cosa ti ha destato Ilaria Salis che debutta al Parlamento europeo con Mimmo Lucano e Carola Rackete?
«Associarla all’estate me la fa andare di traverso, la assocerei di più all’inverno. Per carità, sono contento che Ilaria Salis non sia più in catene in Ungheria. Ma mi chiedo cosa sarebbe accaduto se il centrodestra avesse candidato un già condannato come lo era lei. Così come, vedendo l’inchiesta di Fanpage sui giovani di Fratelli d’Italia, mi chiedo cosa si scoprirebbe se si approfondissero le frequentazioni di Ilaria Salis».
In quella foto mancava Aboubakar Soumahoro?
«Dev’essere molto risentito con Nicola Fratoianni perché avrebbe dovuto candidare sua moglie o sua suocera. Le quali, per altro, non sono ancora state condannate».
Un altro neo-europarlamentare, il generale Roberto Vannacci, pensa di fondare un suo partito a destra della Lega.
«Sospendo il giudizio, ma se potessi dargli un consiglio, gli suggerirei di evitare certe esternazioni, tipo il video con la x della Decima Mas, che possono essere strumentalizzate dalla sinistra. Vannacci è una persona strutturata, si capisce da come replica alle tante obiezioni, e io stesso amo la beffa, ma la provocazione è già stata candidarlo e farlo eleggere. Continuando su questa linea si rischia di trasformarsi in macchiette».
A Piero Fassino concederesti il patteggiamento del furto del profumo con 500 euro?
«Certamente, perché qui non si parla della bravata di un ragazzotto, ma di un problema serio. Non posso pensare che Fassino, un parlamentare, faccia un furto per risparmiare qualche centinaio di euro. Non voglio parlare di cleptomania perché non sono un medico, ma fossi stato il titolare del duty free avrei evitato la denuncia. Il cazzeggio ovviamente è lecito, ma le conclusioni sul caso sono altre».
Altra foto storica: l’attentato a Donald Trump, vivo per una questione di millimetri.
«È un fatto che crea molti dubbi, visto che i cecchini appostati sul tetto erano stati avvertiti. Poteva essere il colpo definitivo su Joe Biden. Per me la sua uscita di scena è una botta micidiale pari a quella di Gigino DI Maio».
Perdi un filone fecondo?
«Eccome. Non che Trump non offra spunti, anzi. Ma com’è che l’America non riesce a produrre due candidati migliori di questi?».
Il ritiro di Biden ha oscurato l’attentato a Trump.
«Subito dopo l’endorsement di Elon Musk che ha promesso 45 milioni di dollari al mese a Trump, Biden ha cominciato a cercare qualcuno che gli sparasse a un orecchio. Adesso non è facile per The Donald rimodulare la campagna su Kamala Harris».
Qual è il segreto di Temptation islands, evento tv dell’estate?
«Premesso che non l’ho mai visto…».
Manco io.
«Nessuno sfugge ai confronti fra innamorati, gelosie, tradimenti, sospetti… A tutti i livelli di censo e istruzione le problematiche sentimentali sono quanto di più democratico ci sia al mondo».
Parlando ancora di tv cosa pensi di Matteo Salvini e Giorgia Meloni che litigano sui vertici Rai?
«Le bizze nel centrodestra ci sono sempre state. Salvini lo conosciamo, quando è al governo fa un po’ l’uomo delle istituzioni e un po’ il leader d’opposizione. Lo si vede anche sull’Ucraina. Però credo che alla fine prevalga il buon senso delle scelte condivise che è uno dei punti di forza del centrodestra».
L’evento globale invece sono le Olimpiadi. Per quale foto verranno ricordate? Sergio Mattarella e gli altri capi di Stato lasciati sotto l’acqua?
«Quella è stata una disattenzione grave».
L’avesse fatto Orbán?
«Sarebbe stata una mancanza di rispetto voluta, invece si è stemperato tutto con un sorriso. Forse il Trattato del Quirinale dev’essere perfezionato perché troppo al ribasso per l’Italia, al posto dell’ombrello prevedeva ’a pellicola pe conservà ’a lasagna».
La parodia dell’Ultima cena?
«Non mi sono scandalizzato tanto perché anch’io sono un iconoclasta cui piace giocare con le immagini sacre. Piuttosto, mi faceva rabbia che negassero fosse la rappresentazione dell’opera leonardesca. Ricordo anni fa quando una freccia accese il braciere a Barcellona e la grandezza di altre inaugurazioni delle Olimpiadi. Mi vien da dire Olimpiadi, ma forse il Papa parlerebbe di frociadi…».
E se la parodia fosse stata di un soggetto islamico?
«Memori di Charlie Hebdo hanno evitato d’incorrere in altri problemi».
Gli atleti che vomitano dopo aver nuotato nella Senna?
«È l’ideologia che provoca il vomito. Al di là della sindaco che ci ha fatto il bagno e adesso si starà cagando sotto in tutti i sensi, e dello stesso Macron che aveva promesso di farlo ma se n’è guardato bene, è evidente che la Senna non era adatta. Il mio Macron si rammarica: “Se Parigi avesse lu mere gli atleti non li avremmo fatti ammalere”. Per quanto scenografica basta guardare il colore dell’acqua per dire che la Senna non è bandiera blu».
La partecipazione al torneo di boxe femminile dell’atleta intersessuale algerina Imane Khelif?
«Altra questione delicata. Certo, il fatto che siano andate in finale due atlete dal sesso controverso come lei e Li Yu Ting forse fa capire che c’è un problema da affrontare».
Un problema enfatizzato dalla destra italiana e dalla guerra ibrida di Putin contro Macron?
«Anche da sinistra si è ricordato che Khelif era stata esclusa ai Mondiali 2023 e poi ammessa alle Olimpiadi. Poi, sarà pure nata donna, ma se i cromosomi ti danno una spinta in più… L’ha detto anche Anna Paola Concia che è una competizione non equa. Parliamo solo del fatto agonistico, non è un discorso sociale o di costume. Riconoscere che c’è qualcosa di strano non vuol dire essere omofobici, transfobici o intersessuofobici. È solo la difesa dell’equità nello sport».
Un altro momento topico è stato il pianto di Novak Djokovic dopo la conquista della medaglia d’oro?
«È un’immagine su cui non ho ironizzato perché vedere un campione che ha vinto tutto emozionarsi in quel modo ha commosso anche me. Dà il segno di ciò che rappresentano le Olimpiadi per un atleta. Djokovic è stato oggetto di tante critiche, perciò sono contento per lui».
Thomas Ceccon che dorme sul prato del parco?
«Indica la grande disorganizzazione di questo evento. Coloro che si sono lamentati del Villaggio olimpico, per l’assenza dell’aria condizionata, per i letti di cartone e il cibo scadente, persino dei vermi nel pesce, non sono camerati influenzati dalla fasciosfera, come si è letto. Sbandierano l’ecosostenibilità e la scelta green e poi fanno fare le gare di nuoto nel fiume inquinato?».
Quest’estate abbiamo imparato intersessuale e fasciosfera, qualche mese fa avevamo imparato eco-ansia, poi prima del voto che poteva premiare Marine Le Pen tra gli intellò francesi è spuntata la demo-ansia. Il vocabolario si arricchisce?
«Ormai ogni questione viene ideologizzata e si cerca di mettere un’etichetta a tutto, al punto da coniare un lessico militante. Aridatece petaloso».

 

La Verità, 10 agosto 2024

«L’emergenza perenne cancella ogni dissenso»

Una volta quelli come lui li chiamavano teste d’uovo. Basta leggere il suo La tirannia dell’emergenza (Liberilibri), condensato di filosofia, diritto, antropologia e scienze umane che illumina a giorno le cupezze contemporanee. Andrea Venanzoni è costituzionalista, consulente giuridico di importanti istituzioni pubbliche, ricercatore presso l’università Roma Tre, saggista, collaboratore di numerose testate giornalistiche tra le quali Il Foglio e Il Riformista.

Professore, perché ha scritto questo libro?

«Già qualche anno fa volevo occuparmi dei prefetti e dei sindaci che ricorrono spesso a ordinanze e atti speciali. Ma l’avvento della pandemia e dell’emergenza climatica sono diventati un movente ancora maggiore e ora la vera promozione di questo libro».

Le emergenze c’erano anche prima: con il Covid c’è stato un salto di qualità?

«Dal campo giuridico si è passati alla mobilitazione dell’intera società. Emblematico è che nel libro di Roberto Speranza frettolosamente ritirato, l’allora ministro della Sanità ringraziasse Mara Venier, Barbara D’Urso e le piattaforme social perché avevano contribuito a formare il “mantra di una nazione intera”. Una strategia che mi ha ricordato la Nazionalizzazione delle masse, dal titolo di un saggio di George L. Mosse, che analizzava i movimenti che portarono all’avvento del nazismo».

Poco rassicurante, siamo a questo?

«Prima con la pandemia e ora con l’isteria diffusa legata al cambiamento climatico siamo davanti a una pornografia della catastrofe che, oltre a non favorire un dibattito pubblico che avvicini una soluzione, finisce per terrorizzare la popolazione rendendola manovrabile. Per contro, abbatte anche la responsabilità dei diffidenti: se il mondo collasserà climaticamente nel 2025 come si legge, che possibilità c’è di porre rimedio all’apocalisse imminente?».

Facciamo un passo indietro e proviamo a definire l’emergenza?

«È la situazione di crisi che si afferma in un momento storico e cattura l’attenzione dell’opinione pubblica per la sua eccezionalità. Pur essendo difficilmente prevedibile o imprevedibile, richiede una risposta rapida».

Che può giustificare imposizione di regole e limitazione delle libertà individuali?

«Si tenta di prevenire il verificarsi dell’emergenza. Per questo si possono limitare in anticipo quei comportamenti che si ritengono rischiosi. Nel diritto ambientale si afferma per la prima volta il principio di precauzione, limitando azioni senza avere la certezza scientifica che provochino danni».

Per esempio?

«Quando si è verificato il disastro di Seveso tutte le attività industriali subirono restrizioni molto impattanti sull’attività d’impresa. Questa politica di limitazione ex ante è un grande freno all’innovazione. Poi ci sono le limitazioni quando l’evento si presenta, come avvenuto con la pandemia e le restrizioni di quasi tutte le libertà costituzionali, dalla libera circolazione fino al diritto all’istruzione gravemente limitato con la Dad».

Chi sarebbe il tiranno?

«Mentre la dittatura è legata al carisma di una persona, un magistrato nel diritto romano, nella tirannia prevale un sistema. Il burocrate è il vero trionfatore della tirannia dell’emergenza. Quando, nella fase acuta della pandemia sono cresciute certe forme di complottismo, il governo dell’emergenza è diventato sovranazionale: l’Oms diramava le direttive e gli Stati si adeguavano».

Il tiranno sono le élite o è più precisamente lo Stato?

«Lo Stato è un’organizzazione burocratica rappresentata da alti funzionari, governatori, ministri pro tempore… Un’emergenza può diventare laboratorio di ingegneria sociale. Sia durante la pandemia sia ora per il cambiamento climatico sentiamo ripetere che bisogna cambiare visione del mondo».

Il Grande reset?

«Evito questi termini che innescano l’accusa di complottismo. La risposta è più facile».

Cioè?

«L’emergenza è il paradiso del burocrate che finalmente può operare senza quelli che vede come intralci e che, in realtà, sono garanzie per il cittadino. I burocrati hanno codici espressivi analoghi in tutto il mondo. Sul loro treno, per scopi economici, possono salire parti di quelle che lei chiama élite».

L’emergenza senza intralci l’abbiamo vista all’epoca dei Dpcm e dei bollettini sanitari a reti unificate?

«Quei bollettini contribuivano a pacificare la coscienza collettiva della popolazione in quel momento tumulata dentro casa. Erano una sorta di liturgia, di mantra luttuoso quotidiano».

Che ha collettivizzato la morte?

«Lo Stato l’ha collettivizzato in un’accezione terrorizzante. Questa istituzionalizzazione della morte è diventata parte del dispositivo burocratico».

In che modo?

«Per esempio, con la burocratizzazione del lutto. Si è reso impossibile porgere l’ultimo saluto al morto per Covid, con conseguenze psicologiche serie in chi è ancora vivo».

Lei parla di «danza macabra»: siccome primum vivere, come dicono filosofi e giuristi, per scongiurare la morte si è pronti a sacrificare la libertà?

«Nel Medioevo la danza macabra era una raffigurazione artistica che moralizzava i costumi ricordando la fine. Oggi, nel cuore delle emergenze, la morte è ovunque. E ti viene detto che se non ti affidi alle cure dello Stato sei destinato a morire».

Si riferisce alla frase del premier Mario Draghi?

«In quella frase, “Non ti vaccini, ti ammali e muori”, è espunta ogni sfumatura intermedia».

La burocrazia promette guarigione e salvezza?

«Lo Stato e il burocrate si pongono in ultima istanza come la cura. Vien fatto credere che la salvezza, anzi, la salvazione in senso teologico, risieda tra le maglie del potere pubblico. Funziona come “hic sunt leones”, l’avvertimento delle vecchie mappe latine: oltre il confine ci sono pericolo e morte».

Questa tirannia è arrivata di colpo o è stata preparata?

«Il processo è risalente nel tempo. Le emergenze sono concatenate una con l’altra».

Quand’è iniziata la sequenza?

«Con il terrorismo politico degli anni Settanta. È proseguita con quello di matrice religiosa e jihadista degli anni Novanta e Duemila, poi con le prime emergenze sanitarie come l’Aviaria e con il cambiamento climatico che da anni procede con toni sempre più allarmistici. Sul piano amministrativo e burocratico queste emergenze si collegano le une con le altre».

Dalla pandemia all’emergenza climatica cambia il ruolo dell’uomo?

«Diventa lui stesso il virus in carne e ossa, la cellula infetta del mondo. L’ambientalismo estremo ha un sostrato concettuale malthusiano favorevole alla de-popolazione e vede nell’uomo un agente patogeno che danneggia l’ambiente. La mia impressione è che queste derive radicali stiano diventando maggioritarie. Un esempio concreto è la recente approvazione del regolamento europeo Nature restoration law, un oggettivo disastro per il mondo agricolo».

L’emergenza occupa l’intero orizzonte e omologa il linguaggio diventando intollerante al dissenso?

«L’emergenza è l’alibi per eliminare ogni possibilità di critica: dissenso equivale a tradimento. Da qui il ricorso a un linguaggio quasi bellico perché l’emergenza è come una guerra e in guerra si sta da una parte o dall’altra, non ci sono possibilità intermedie».

Però se non comandasse un’autorità superiore vincerebbero i terroristi, il virus e l’inquinamento globale.

«Concordo. Il problema non è l’emergenza in sé, che per sua natura è temporanea, ma la sua stabilizzazione. Per questo sottolineo che tendono a collegarsi tra loro. Il vero problema è l’assuefazione a vivere in perenne emergenza».

C’è anche un uso commerciale dell’emergenza sostenuta dai media e dai big dell’economica digitale?

«In alcuni casi i media hanno un interesse diretto. Alcuni editori e grandi marchi digitali operano nei settori delle energie rinnovabili o delle auto elettriche. Tendo a non ritenere casuale che certe testate utilizzino tutti i giorni termini come inferno e apocalisse. Inoltre, si fa anche da sponda al potere istituzionale».

L’emergenza aiuta la pedagogia dell’establishment verso le masse?

«Credo ci sia un insieme di fattori, non a caso si è molto parlato della creazione di una nuova normalità, un mondo pilotato dai migliori, demiurghi dell’epoca moderna».

Appartiene a questo contesto la difficoltà della sinistra a metabolizzare il nuovo scenario politico e le sue conseguenze?

«La sinistra ha un oggettivo problema quando non detiene direttamente il potere. Lo vediamo quando, pur sconfitta alle urne, cerca altri metodi per tornare al governo. Proprio per questo la destra deve guarire dal suo complesso di inferiorità e di ricerca di legittimazione».

Sul treno per Foggia l’élite che s’imbatte su un pezzo di mondo reale accusa il colpo?

«All’inizio mi ha fatto sorridere l’élite che intercetta il popolo come a un safari, di fronte a uno zoo umano. Poi, quando ho letto le repliche di alcuni intellettuali e del comitato di redazione di Repubblica con toni da collettivo maoista anni Settanta, mi è quasi venuto da empatizzare con Alain Elkann. Avrà anche vissuto fuori dal mondo, ma trovo più pericolosi quelli che rispolverano la lotta di classe. Il clima non è buono: oggi c’è chi per criticare Giorgia Meloni riesuma Toni Negri».

È giusto chiedersi come ha fatto Gian Paolo Serino su Dagospia come sia stato possibile che noi adulti abbiamo formato dei giovani «turisti della vita»?

«È giusto chiederselo pensando ai genitori che ricorrono al Tar quando i figli vengono bocciati o puniti perché autori di atti violenti. Una volta genitori e insegnanti erano presidi della formazione dei ragazzi. Di fronte alla disgregazione dell’autorità famigliare e scolastica e degli altri corpi intermedi rimane intatta solo quella dello Stato. Forse non è un caso».

Il termine negazionismo viene usato per equiparare il dissenso a proposito del clima e del Covid alla negazione dell’Olocausto o per gettare un anatema su chi dissente?

«È un’operazione oscena perché banalizza la tragedia dell’Olocausto. Accusando qualcuno di negazionismo lo uccido socialmente, rendendolo impresentabile, degradandolo alla stregua di nemico che non merita di essere riconosciuto come controparte».

Anche il Capo dello Stato Sergio Mattarella non gradisce la discussione su questi temi?

«L’intervento del Presidente della Repubblica, pur comprensibile in un’ottica di richiamo generale alla responsabilità, mi sembra abbia prestato il fianco al consolidamento di una narrazione a senso decisamente unico. Non a caso le sue parole sono state subito rilanciate da una precisa parte politica in ottica anti-governativa».

 

La Verità, 29 luglio 2023

«Dopo Adriano e Sanremo rompo i recinti dei salotti»

Francesco Baccini, Caterina Caselli, Adriano Celentano, Dario Fo, Mogol, Gianni Morandi, la Nazionale italiana cantanti, Shimon Peres e Yasser Arafat, Sanremo nel senso del Festival. In ordine alfabetico, all’inizio ci andrebbe l’Arena di Verona. Gianmarco Mazzi è tutto questo e tutti loro, e anche molto di più. Perché ci sono anche Riccardo Cocciante, Massimo Giletti, Zucchero Fornaciari… star con cui ha lavorato, nella sua precedente vita. E perché ora, Mazzi, veronese, da sempre uomo di destra, deputato di Fratelli d’Italia, è sottosegretario alla Cultura del governo Meloni.

Oggi compie 63 anni, come festeggerà?

«Sarò a Genova alla cerimonia della partenza per il giro del mondo dell’Amerigo Vespucci, la nave scuola della Marina militare che in 19 mesi toccherà cinque continenti e 28 Paesi».

È il giorno giusto per chiederle che cosa le sta più a cuore nella vita, che cosa o chi vorrebbe salvare se fosse costretto a scegliere una sola persona, una cosa, un ricordo…

«Non so se è il giorno giusto, forse no. Quando compio gli anni mi fermo a pensare al tempo che passa e divento mediamente cupo. Ma le voglio rispondere. Mi sta a cuore essere in pace con me stesso, sapendo di aver fatto le cose per bene, al massimo delle mie possibilità. Salverei Evelina, l’amore della vita e poi i tre gol di Paolo Rossi al Brasile nel 1982. L’Italia mai doma, sul tetto del mondo. Una metafora, una sensazione indescrivibile che ancora oggi mi commuove e incoraggia».

Lei è sottosegretario alla Cultura, organizzatore musicale o agente di artisti?

«Dal 2 novembre 2022, sottosegretario di Stato al ministero della Cultura».

Qualcuno ha osservato che i ruoli potrebbero confondersi.

«Sia la legge che la giornata di 24 ore mi consentono di fare solo e orgogliosamente il sottosegretario. L’agente di artisti e l’autore televisivo sono esperienze significative della mia vita precedente».

Com’era il rapporto con Celentano?

«Adriano è un geniale visionario, devi stargli vicino da amico fidato. Ama molto dialogare e mettersi in discussione. Con lui e Claudia (Mori ndr) mi diverto da matti. Sono cresciuto con loro».

Un episodio che vuole ricordare?

«Ricordo la volta che chiesi ad Adriano: “Se non fossi diventato Celentano che cosa avresti fatto?”. E lui: “Avrei potuto fare qualsiasi altro lavoro, anche l’imbianchino o l’idraulico, meglio”. Rimasi spiazzato, ma lui proseguì, “mi sarei dato da fare per diventare l’idraulico della città, pensa che bello, andare nelle case, risolvere i problemi alla gente”. Lo diceva festoso, credendoci sul serio. Questo è Adriano; appassionato a ciò che fa, dà sempre il meglio di sé. Non male come insegnamento».

Beppe Caschetto ha imparato da Bibi Ballandi, lei ha avuto dei maestri?

«Sì, gli artisti. Celentano, Mogol, Gianni Morandi, all’inizio Caterina Caselli. Potrei dire anche Caschetto, che è manager colto, dall’estro prezioso».

Qual è l’evento internazionale che ricorda con più emozione?

«Una partita della pace del 2000, allo stadio Olimpico di Roma. C’erano Shimon Peres e Yasser Arafat con il presidente Carlo Azeglio Ciampi. E poi Pelè, Sean Connery, Michael Schumacher. Tutti nella stessa sera.

A ripensarci una cosa da non credere. Nel giro di una settimana ero andato a Los Angeles e a Ramallah. Ne parlavo con Morandi pochi giorni fa, mi emoziono ancora al ricordo. Mentre la vivevo, mi sembrava quasi normale».

Ha organizzato anche parecchi Festival di Sanremo con Lucio Presta: chi era il gatto e chi la volpe?

«Io ero il direttore artistico, Lucio mi consigliava e mi guardava le spalle. A Sanremo bisogna essere astuti come serpenti per mantenersi puri come colombe. E noi ci aiutavamo».

Come si trova nel ruolo attuale, più politico e istituzionale?

«All’inizio male, adesso comincio a orientarmi. Devo contenere l’impulso di realizzare subito un’idea che mi viene in mente. Le tempistiche dell’emisfero pubblico sono molto più lente. Ogni giorno devo mediare con la mia indole».

Per i cento anni del Festival lirico dall’Arena di Verona su Rai 1 è andata in onda un’edizione speciale dell’Aida: soddisfatto dell’accoglienza o qualche critica di troppo?

«No, non mi sembra. Da due anni, con la sovrintendente dell’Arena Cecilia Gasdia, lavoravo alla realizzazione di una serata televisiva memorabile per il mondo dell’opera. Un qualcosa di mai visto prima. Con Sophia Loren, la Rai, le Frecce Tricolori, Alberto Angela, Luca Zingaretti, Milly Carlucci e grazie a Giuseppe Verdi, agli artisti e ai tecnici dell’Arena ce l’abbiamo fatta. E il mondo ha apprezzato».

«Italia loves Romagna» è stato un successo, ma qualcuno ha notato l’assenza dei contadini che hanno allagato le loro terre per preservare dall’alluvione la città di Ravenna suggerendo di assegnare a loro la medaglia della cultura e dell’arte. Cosa ne pensa?

«È un’idea buona, come altre. In realtà l’evento è nato per la raccolta fondi e come abbraccio affettuoso ai romagnoli. I contadini sono stati meravigliosi ma tutta quella gente, intendo la popolazione della Romagna, è stata protagonista di tali e tanti gesti di generosità che abbiamo scelto di non farne una classifica».

Secondo lei c’è davvero la prevalenza della cultura progressista o è un falso problema e gli intellettuali conservatori ci sono ma non sono illuminati dai media, questi sì orientati a sinistra?

«Le definizioni progressista e conservatore, in questo ambito, sono categorie fuorvianti. Da anni vedo una cultura dominante che non produce dibattito, ma solo pensiero convenzionale, fatto di quattro concetti, sempre i soliti, espressi con un vocabolario povero, di una ventina di parole. Mi annoia. La cultura deve essere libera e arricchire il confronto con idee diverse, anche in contrapposizione tra loro, senza pregiudizi. Così ognuno può farsi la sua, di idea. Poi il sistema culturale italiano più che a un big bang creativo fa pensare a un centro per l’impiego, dei soliti noti. Ma questo è un altro discorso».

Proprio a questo riguardo Pietrangelo Buttafuoco dice che il governo Meloni serve a rompere i recinti e a dare una «casa a chi casa finora non ne ha avuta una». Concorda?

«Buttafuoco ha ragione. In realtà una casa forse esiste, ma i recinti l’hanno sempre costretta oltre i bordi della periferia più estrema. Penso che in futuro anche gli abitanti di quella casa potranno esprimere la loro opinione non conformista e lo faranno con calma, senza la supponenza di chi li ha emarginati sino a oggi».

Le è piaciuta la partecipazione del presidente Sergio Mattarella all’ultimo Festival? E in generale ha apprezzato l’ultima edizione?

«Per la prima volta dopo 73 anni, il Presidente della Repubblica ha presenziato alla manifestazione più conosciuta e amata dagli italiani nel mondo. È stato giusto. Ha impreziosito un’edizione di grande successo, costruita con passione e cura da Amadeus. Sanremo è uno spettacolo di canzoni, ma anche una sceneggiatura in cinque puntate, quasi una fiction. Deve coinvolgere il pubblico per una settimana intera, anzi per un anno, e lo fa attraverso vari strumenti narrativi, sviluppando un’alternanza di stati emozionali diversi, a contrasto. Come dire, dalla provocazione dei primi giorni fino alla pacificazione, magari nell’ultima sera e nei giorni successivi. È un lavoro più complesso e raffinato di quello che può apparire».

Parlando di provocazioni non le pare che ultimamente si sia un po’ esagerato?

«Mah, esagerato… Alla fine Sanremo resta una festa in famiglia. Qualcuno che fa casino c’è sempre, ma famiglia si rimane».

Magari famiglia arcobaleno… Quest’anno sarà l’ultimo festival di Amadeus. Si sentirebbe di dare un suggerimento per gli anni a venire? Per esempio, affidarlo davvero a Mina, cosa ventilata in passato, ma mai presa sul serio?

«Lei è davvero convinto che Mina aspiri a quel ruolo?».

Da quel poco che so credo che se ci fosse un progetto che le lasciasse carta bianca ci penserebbe.

«Lo scopriremo solo vivendo».

Tra pochi giorni verranno presentati i nuovi palinsesti della Rai: si aspetta un cambio di passo rispetto ai precedenti?

«Vedo concentrazione e impegno da parte della nuova dirigenza. Sono professionisti di grande esperienza e livello, con una visione culturale ampia e sfaccettata. Diamo loro tempo e si faranno apprezzare».

È giusto a suo avviso che la Rai si prefigga di contribuire «alla promozione della natalità della genitorialità»?

«Molto giusto, sono valori importanti, per i cattolici fondamentali, che è importante salvaguardare, rappresentandoli alle nuove generazioni. Bisogna riflettere sulla vacuità dei social e sulla dilagante aggressività di modelli che vogliono imporsi, umiliando la tradizione. Tutto troppo frenetico. A volte sembra un mondo all’incontrario, porta a una sorta di dittatura delle minoranze. Penso che ci voglia più rispetto, da tutti per tutti».

È stato a lungo amministratore delegato della società Arena di Verona: che cosa si può fare per rendere economicamente autosufficienti i teatri italiani?

«Ci vuole pazienza, avvicinare il pubblico alla cultura con semplicità e spiegare serenamente agli operatori che per ricevere contributi pubblici bisogna meritarseli, dandosi da fare, mostrando dinamismo e intraprendenza, anche economica. Ci vuole capacità di attrarre gli investimenti di quei privati che amano l’arte. Per un ministero pubblico ci vuole responsabilità. La cultura non può essere un concetto astratto, buono per la propaganda, ma va collegata al concetto di impresa. Va considerata come industria culturale, un settore vivo che produca lavoro, stimoli interesse, affascini i giovani e cresca in autorevolezza».

C’è un progetto, un’idea, un’iniziativa che ha in serbo per i prossimi mesi e che vuole rivelare in anteprima?     

«Il mondo dello spettacolo aspetta dal 1967, oltre 55 anni, un codice nuovo, lo stiamo scrivendo con serietà, dialogando con i protagonisti del settore. Poi vorrei valorizzare una scoperta archeologica eccezionale fatta a Verona, una residenza alberghiera di epoca romana con caratteristiche uniche al mondo. Per convenzione e per darmi un tono la chiamo “piccola Pompei”. Ma se mi sente il ministro Gennaro Sangiuliano, si arrabbia. Pompei non si tocca».

 

La Verità, 1 luglio 2023