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Ci sono cast e paesaggio, ma poi spunta Bisio

Il contorno c’è, quello che difetta è il piatto forte. C’è l’Appennino, c’è il paesaggio con i rustici e le osterie. Ci sono gli arredi, il commissariato periferico e il mobilio con il sapore dei tempi della nonna. C’è abbastanza anche il cast, l’ispettrice tosta, il poliziotto informatico bonaccione e l’ultima arrivata, la più sveglia. Nella nuova serie, Uno sbirro in Appennino, quattro serate su Rai 1 (giovedì, ore 21,45, 4 milioni di spettatori, 23,7% di share), regia di Renato De Maria, produzione Picomedia, a zoppicare è proprio lo «sbirro», il Vasco Benassi interpretato da Claudio Bisio. Intanto, l’espressione scelta per identificare il commissario, utile forse a metabolizzare il fatto che al conduttore di Zelig le divise non sono «mai piaciute». È negli ambienti malavitosi che la si usa e chissà, forse questo gli ha permesso di sopportare la finzione. Tuttavia, Benassi è un commissario controvoglia, con il tic della parolaccia trattenuta, che dopo aver girato mezza Italia, è tornato a Bologna e poi, causa un errore in un’indagine, viene rispedito a Muntagò, il paese d’origine. Dovrebbe essere una punizione, ma rivedendo le colline eccolo riaprire i conti con il passato, chi l’avrebbe detto: amori incompiuti, come quello con Nicole (Valentina Lodovini), nel frattempo diventata sindaco di Bologna, e il fantasma che ogni tanto riappare di una sorella morta in circostanze mai chiarite. Poi ci sono i conflitti con i giovani, habitué della cannabis (figuriamoci se Bisio non si pronunciava per la legalizzazione). La fama di «miglior sbirro» della zona aiuta Vasco a controllare qualche insicurezza persistente e il resto lo fanno l’aiuto del fidato agente Fosco (Michele Savoia), dell’ispettrice Gaetana (Elisa D’Eusanio) e della giovane recluta Amaranta (Chiara Celotto), con la quale s’instaura un rapporto paterno e di confronto sui metodi investigativi. Quelli di Benassi sono piuttosto eccentrici, come si vede nell’indagine per la morte di un anziano che vive solo, accudito dalla bella badante bielorussa. È lei la colpevole, istigata dal movente dell’eredità o è il solito pregiudizio? Bisio ammicca, esibisce stupore, vaghezza e interrompe la celebrazione del funerale per spiegare le conclusioni dell’inchiesta. Ma per quanto faccia, sembra sempre sul palco di Zelig.
Negli ultimi anni abbiamo avuto Rocco Schiavone (Marco Giallini), Il commissario Ricciardi (Lino Guanciale) e I bastardi di Pizzofalcone (con Alessandro Gassmann) ma, come dimostrano gli ascolti delle repliche, siamo sempre orfani di Montalbano.

 

La Verità, 11 aprile 2026

Guerrieri, un principe del foro con poco equilibrio

Com’è empatico l’avvocato Guido Guerrieri interpretato da Alessandro Gassmann nella serie di Rai 1 diretta da Gian Luca Maria Tavarelli. Empatico e solo, però. Un personaggio screziato. Che ha le crisi di panico e si sposta sempre in bicicletta. Nonostante il cognome, è fragile e dolente, ma frequentatore di palestre di boxe. Con il cuore infranto dalla fine del matrimonio con Sara (Daniela Virgilio), ma cedevole al fascino delle donne che gli ronzano attorno. Insomma, un maschio alfa, però tenero, sensibile e altruista. Un uomo complesso e dalle mille sfaccettature quasi fosse uscito da un romanzo o da una sceneggiatura di Gianrico Carofiglio. Infatti.

Nella Bari vecchia – patria del romanziere, ex magistrato nonché parlamentare pd, dove il Comitato per il No al referendum ha appena riunito per una marcia antiriforma giudici, avvocati e personale giudiziario assortito – questo principe del foro di due metri dorme sul divano dell’ufficio perché non ha ancora smaltito l’abbandono della moglie di cui resta innamorato. Tuttavia, gli basta incrociare la misteriosa compagna (Catrinel Marlon) di un detenuto, suo assistito (Giordano De Plano), accusato di traffico internazionale di stupefacenti, per dimenticare le pene post divorzio e cambiare velocemente divano. In quello della dolce signora, di professione fisioterapista, la cura resa necessaria dall’aggressione di quattro ceffi fa miracolosamente sparire i dolori e si trasforma rapidamente in passione erotica. Poi, in sella alla fedele bici gialla, Guerrieri schiva le trappole della criminalità, si adopera per aiutare un giudice in odore di corruzione (Stefano Dionisi) di cui è confidente, slalomeggia tra visite in carcere dai propri clienti, drink in locali chic frontemare e sedute di boxe con i bicipiti in bella vista. Lo chiamano legal drama e, come va di moda da qualche tempo, la messa in onda è preceduta da un lungo trailer in anteprima. Tuttavia, qui, più che i trucchi dell’arte forense, incuriosiscono le acrobazie sentimentali del protagonista. Per tenere insieme tutto, Gassmann eccede in smorfie, motteggi e ammiccamenti senza mai risultare davvero credibile quanto lo era stato nel ruolo del Professore. La serie che si sviluppa in otto episodi s’intitola Guerrieri – La regola dell’equilibrio e raramente un titolo è parso così divergente dalla trama (Rai 1, ore 21.40, share del 22,7%, 3,9 milioni di telespettatori): il nostro avvocato ha un’indole tutt’altro che battagliera e, quanto all’equilibrio, risulta quanto mai precario.

 

La Verità, 11 marzo 2026

Il fumettone con buoni e cattivi di cui c’era bisogno

La tigre ruggisce, ma starei con i piedi ben piantati a terra. Dopo i primi due episodi di Sandokan, lunedì primo dicembre, con un inatteso boom di ascolti su Rai 1 (5,7 milioni di telespettatori, 33,9% di share), si sono lette recensioni inneggianti al ritorno della televisione e alla tv generalista resiliente. Sarà, ma già l’altra sera l’audience si è contratta a 4,4 milioni e il 27,6%, numeri sempre positivi, ma più normali. Cos’è successo di strabiliante? Una fiction con una trama nota, personaggi forti e facilmente identificabili, con scenari esotici (le coste della Calabria per rendere il Borneo e Singapore), un’atmosfera fiabesca e sconfinamenti nel fumetto, un robusto budget a disposizione di produttori di lungo corso (Lux Vide e Freemantle per Rai Fiction) conquista una grande fetta di pubblico: è il caso di esaltarsi? Siamo davanti a un racconto rassicurante di cui, forse, oggi si avverte il bisogno. A una serie meglio doppiata che recitata, nonostante il cast altisonante con Can Yaman nel ruolo della «tigre della Malesia», Alanah Bloor in quello della «perla di Labuan» e Alessandro Preziosi nei panni di Yanez de Gomera.

La trama viene romanzi dai Emilio Salgari. Sandokan è un pirata senza particolari ambizioni se non quella di proteggere la sua libertà e quella del «fratellino» Yanez fin quando, sull’isola di Labuan, sede del consolato britannico frequentato dall’ambiguo sultano del Brunei, s’imbatte in Marianna Guillonk, l’irrequieta figlia del console, corteggiata dal cacciatore di pirati e fumatore d’oppio, il capitano James Brooke (Ed Westwick). Grazie alla pratica della schiavitù, gli inglesi controllano anche la preziosa produzione di antimonio delle miniere e così Sandokan s’incarica anche di liberare gli uomini trattati come bestie dall’Impero britannico. Finché non arriverà a scoprire qualcosa di inatteso sul suo passato.

Insomma, da che parte stiano i buoni e i cattivi è ben chiaro: sarà questo il segreto di tanto successo? In un momento denso di nubi non si cercano troppe sfumature e complessità autoriali. L’analisi dei target conferma la visione intergenerazionale. C’è il pubblico stagionato che ricorda lo sceneggiato del 1976 ed è interessato a confrontare Can Yaman («sono dimagrito 10 chili, ho praticato equitazione, ho studiato il copione in inglese») con Kabir Bedi («mi fecero nuotare, cavalcare, tirare di scherma e correre, oltre che fissare intensamente la macchina da presa»). Ma c’è una anche quota di pubblico giovane, interessato ai muscoli e allo sguardo tenebroso dell’attore turco, fucina di gossip, come testimonia il tifo sui social di numerosi account femminili.

 

La Verità, 10 dicembre 2025

Cosa penserà la signora Coriandoli del poliamore…

Che ci volete fare, non resta che allargare le braccia. Se arruoli Rosa Chemical nel cast di Ballando con le stelle lo sapevi che prima o poi poteva capitare. Anzi, che doveva capitare. Perché, con una giuria che più arcobaleno di così è difficile, forse lo hai arruolato proprio con questo scopo. Portare nella prima serata di Rai 1, la ex rete «per famiglie», il triangolo amoroso. Detto con linguaggio moderno, «il poliamore». Sabato sera, erano appena passate le 23, il simpatico Manuel Franco Rocati (così all’anagrafe), assurto a gloria nazionale baciando in bocca Fedez nel famigerato Festival di Sanremo 2023, ha tenuto una piccola lectio sull’argomento. Il rapper ha rivelato di avere alle spalle «una relazione tossica» in cui «ci tiravamo i piatti, ci urlavamo contro» per cui, facendola breve, il triangolo è la soluzione migliore. «L’amore Chemical è il poliamore in cui si sceglie di avere delle relazioni fuori dalla coppia», ha scandito serafico. «Sono convinto che una persona per tutta la vita non ci basti, è stretta la relazione monogama. Ovviamente questo è soggettivo». Basta essere sinceri con la (o il) partner: «Prendersi dei momenti in cui, di comune accordo, ci si possa concedere libertà può solo far bene alla coppia», ha insistito rivolgendosi a Erica Martinelli, la perplessa insegnante di danza che lo accompagna nelle esibizioni del reality di Milly Carlucci. Finita la clip registrata nella palestra delle prove è arrivato il tango dei due concorrenti, inevitabilmente fagocitato, al momento della votazione, dallo spot in favore del triangolo. Seduta in platea, Ema Stokholma si è offerta «per un ménage à trois» come terzo lato della coppia (che ancora non si sa se lo è), Selvaggia Lucarelli ha detto il suo apprezzamento per l’idea anche se, un po’ ipocritamente, ha rivelato di non esser capace di «parlarne a voce alta». L’argomento è diventato virale sui social, ma in fondo lo stupore è minimo. Questa è la Rai, questa è la presunta TeleMeloni. Nella quale, nella rete principale e nell’orario di massimo ascolto, la giuria di un varietà popolare è composta per due quinti da componenti omosessuali, senza contare l’osservatore esterno, anche lui gay (sarà per questo che Ivan Zazzaroni, l’unico uomo eterosessuale della compagnia, sta in piedi anziché seduto?). Tuttavia, nessuna meraviglia per l’exploit di sabato. Già c’erano stati degli assaggi, potremmo chiamarli preliminari, quando Chemical aveva parlato del feticismo per i piedi. Poi la relazione tossica, infine quella poliamorosa. Chissà che cosa ne pensa la signora Coriandoli…

 

La Verità, 18 novembre 2025

Il Tg1 dà buca a Donald e Bibi per Renato Zero

Da qualche tempo, più di prima, gli ultimi dieci minuti di molti telegiornali sono dedicati a notizie leggere, moda, musica e cinema. Se ne capiscono le ragioni: la prima parte dei notiziari e un’infilata di tragedie, dai fronti bellici con relativi scenari di morte, alla cronaca nera e nerissima, perciò i servizi di alleggerimento sono sempre più indispensabili, per compensare. Poi c’è anche un altro motivo, le news frivole portano ascolti e, dunque, bisogna farsene una ragione. Che, tuttavia, a volte non regge. Solitamente, a quel punto del tg, inizia il mio zapping perché dell’ultimo tour di Damiano dei Maneskin, per dire, m’interessa il giusto. Lunedì sera, a due terzi del Tg1 è partito un servizio sui 50 anni della griffe Armani con tanto di elogi di Richard Gere e Glen Close, ma una volta migrato su La7 mi sono trovato in diretta con la Casa Bianca. «Entrano il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Mark Rubio», stava dicendo Enrico Mentana che, di seguito, elencava alcuni dei 20 punti dell’accordo di pace siglato da Donald Trump e Benjamin Netanyahu. I quali, di lì a poco, facevano il loro ingresso nella sala delle conferenze e con l’enfasi che conosciamo annunciavano di essere protagonisti di «una giornata storica» (parole del tycoon). Mantenendo i piedi per terra sono tornato sul Tg1 dove c’era Renato Zero che cantava mentre sul Tg5 si annunciava un servizio sulla Ruota della fortuna. Erano da poco passate le 20,25 e ho ripiegato nuovamente sul TgLa7. Un Trump trionfante e minaccioso ribadiva che se Hamas non avesse accettato il nuovo piano di pace avrebbe aiutato Israele a finire il lavoro. Un ulteriore controllo sul Tg1 mi permetteva di apprendere dell’esistenza di Bad Bunny, un rapper portoricano di successo. Mentana sforava scusandosi per aver sacrificato le altre notizie, ma l’annuncio proveniente dalla Casa Bianca doveva avere priorità. In contemporanea, anche 4 di sera su Rete 4 si era collegato con la sala delle conferenze per ascoltare Trump e Netanyahu, mentre su La7 partiva il consueto, interminabile, blocco pubblicitario che precede Otto e mezzo. Intanto, su Ra 1 iniziava Cinque minuti, ospite il ministro della Difesa Guido Crosetto, l’uomo giusto, ho pensato. Invece, si parlava della Flotilla e dei rischi connessi alla violazione del blocco navale. In un passaggio, il ministro auspicava l’arrivo in serata di buone notizie dall’incontro tra il presidente americano e il premier israeliano così da rendere ancor più superflua la missione «umanitaria» delle imbarcazioni nel Mediterraneo. Erano già arrivate quelle notizie, ma a Rai 1 ancora non lo sapevano.

 

La Verità, 1 ottobre 2025

Scotti batte subito De Martino, sarà gara lunga

C’è partita, c’è match, direbbero i commentatori sportivi. Al di là dei comunicati e dei complicati calcoli di share e ascolto medio, tra La Ruota della fortuna e la versione rinnovata di Affari tuoi la gara è all’ultimo telespettatore. Innanzitutto, i dati: nella sovrapposizione tra i due game show (dalle 20,49 alle 21,25 di lunedì) l’ha spuntata di un soffio il programma di Rai 1: 4.210.000 spettatori e il 22,35% di share per Stefano De Martino, 4.120.000 ascoltatori e il 21,87% per Gerry Scotti. Nel conteggio complessivo dei due programmi, invece, ha vinto di poco l’access di Canale 5: 4.514.000 persone e il 24,17% di share contro 4.222.000 telespettatori e il 22,6% del gioco in onda sull’ammiraglia Rai. La notizia c’è tutta: l’anno scorso Affari tuoi distaccava la concorrenza anche di 15 punti di share. Ora i rivali si sorpassano e controsorpassano. È una sfida senza esclusione di colpi se è vero che, rispetto alle medie di un anno fa, Affari tuoi ha perso quasi 10 punti di share, mentre La Ruota della fortuna ne ha ceduti 5 in rapporto alla settimana scorsa. Certamente, è presto, anzi, prestissimo per trarre conclusioni. La stagione è appena iniziata. Ma la sensazione è che il tormentone sull’access primetime ci accompagnerà a lungo. Intanto, perché il suo andamento può influire sugli ascolti della prima serata. E poi perché può accelerare o rallentare il ritorno in onda di Striscia la notizia, la cui ripresa è prevista per il mese di novembre.

Se, nel frattempo, si vuole azzardare una riflessione, certamente parziale, è il caso di dire che il primo risultato sembra dar ragione alla strategia attuata da Mediaset: lavorare tutta l’estate con un quiz in diretta, rodando il format – un gioco con una minima ambizione enigmistica tra i più longevi della televisione mondiale – e creando fidelizzazione del pubblico ai tormentoni di Gerry Scotti e alla presenza di Samira Lui. De Martino era atteso al varco dopo un paio di mesi di assenza. Una parte di pubblico si è accontentato di Techetechetè, un’altra parte si è dispersa, coagulandosi su Canale 5. Al ritorno, preparato da molti spot promozionali, il format è stato rinfrescato, con uno studio loft e la presenza evocata dall’ufficio del misterioso «Dottore». Il cui potere, però, sembra lievemente ridimensionato dal fatto che ignora il contenuto del pacco nero. Lo scopo è accrescere ulteriormente la suspence del gioco. Basterà a rendere più attrattivo l’one man show con De Martino rispetto al gioco di squadra di Scotti, Samira e della band di Canale 5?

 

La Verità, 4 settembre 2025

Il doppio gioco innescato dalla Ruota della fortuna

Usando l’estate per testare La ruota della fortuna, Mediaset ha creato una situazione da doppio gioco. Nella più classica formula di controprogrammazione, ha piazzato un quiz contro un altro quiz, un gioco contro un altro gioco. Una gara fra gemelli diversi, un confronto di specchi, ancora indiretto perché adesso Affari tuoi è in vacanza, che innesca il divertimento per i telespettatori con una sorta di «trova le differenze» da Settimana enigmistica. Gerry Scotti userà i mesi estivi («per andare in vacanza c’è sempre tempo») per mettere a punto la macchina del programma, creare familiarità nel pubblico con le diverse prove del gioco, e arrivare ben rodato alla sfida con il game di Stefano De Martino, forte delle sue medie del 30% di share, quasi un castello inattaccabile. Non a caso Gerry ha detto che, quando arriverà il momento, si accontenterà del 17-18%.

Il game show di Canale 5, importato nel 1989 da Mike Bongiorno dall’originale americano (Wheel of fortune), è proposto ora in versione deluxe, con una band per la sigla e gli intermezzi, la scalinata e Samira Lui, la sinuosa valletta strappata alla Rai e ribattezzata da Gerry «Nostra signora del tabellone» (tutte le sere, media oltre il 25% con più di 4 milioni di telespettatori). A differenza dell’one man show di Rai 1 che galvanizza il pubblico in studio e fa crescere il pathos fino all’apertura dell’ultimo pacco, qui si amministra uno show collettivo, costruito con l’apporto di diverse presenze nello studio. Sia il format che il conduttore sono brand gloriosi, provati da mille battaglie e hai visto mai che riescano a dimostrarsi performanti una volta ancora? Gerry Scotti ricorre spesso al dialetto milanese («ocio che arriva»; «daghe un basin») provando a creare tormentoni che strizzino l’occhio al pubblico settentrionale, anche in vista di una futura suddivisione dei target. E sottolinea la partecipazione di un concorrente appena diciottenne («A me fa particolarmente piacere che siano i ragazzi giovani a chiedere di venire a giocare con noi alla Ruota della fortuna») per mostrarsi competitivo con il conduttore concorrente più giovane e per smentire l’idea che il quiz sia un genere prediletto dal pubblico stagionato. Tuttavia, la differenza più significativa riguarda proprio il contenuto del gioco. Per mostrare che i pacchi sono «un giochino vicino all’azzardo», «un meccanismo privo di meccanismo», cos’è più efficace di mettergli a confronto un game con qualche piccola ambizione enigmistica?

 

La Verità, 26 luglio 2025

Benigni, giullare del Colle, sogna una Ue che non c’è

Una colossale operazione ideologica mimetizzata dietro un’abile dialettica. Dietro una cortina fumogena, una nebbia di retorica. È questo l’evento televisivo cui abbiamo assistito due sere fa in prima serata su Rai 1, «in diretta anche su Rai Radio 2 e Raiplay, questo è un colpo di Stato, abbiamo preso il potere, siamo dappertutto, anche sul forno a microonde», ha scherzato Roberto Benigni prima di riverire, come fa puntualmente, «il presidente della Repubblica Mattarella, perché so che ci sta guardando. Buonasera presidente e grazie». Un evento o un comizio; trasmesso persino in Eurovisione. Accade solo per il Festival di Sanremo, e subito si è capito perché, essendo che si parlava di Europa. Se ne distillava il panegirico, un miele di iperboli: «L’Europa è la più grande istituzione democratica da 5.000 anni a questa parte realizzata dall’uomo sul pianeta terra». Mancavano i fuochi d’artificio. Centoquaranta minuti senza interruzioni pubblicitarie, altra eccezione assoluta, per un ascolto di 4,9 milioni di telespettatori (e il 28% di share). Davvero non granché se si considera anche il colpo di fortuna che l’esibizione, tambureggiata per settimane, è arrivata nello stesso giorno della bagarre alla Camera sul Manifesto di Ventotene.
Un comizio antimeloniano, quello del premio Oscar, alla faccia di TeleMeloni. Del resto, il suo manager è Lucio Presta, agente di star della tv, del cinema e di Matteo Renzi, tra i più aspri oppositori personali del premier. Ed è anche l’artefice della doppia ospitata al Festival di Sanremo di due anni fa, quando Benigni declamò la Costituzione italiana davanti a Sergio Mattarella, per l’occasione presente all’Ariston. Infine, l’altro collaboratore dell’esibizione è Michele Ballerin, saggista europeista e federalista, titolare di un blog in materia sul Fatto quotidiano.
Abbiamo assistito a un comizio politico che è entrato nel merito dell’architettura dell’Unione europea, contestando il diritto di veto e l’obbligo dell’unanimità dei 27 Paesi membri che siedono nel Consiglio di Bruxelles. Persino Cipro, si è scandalizzato l’artista, può impedire, com’è accaduto, l’approvazione di qualche provvedimento. E per fortuna, caro Benigni: il diritto di veto è l’ultimo baluardo che impedisce all’Ue di trasformarsi in una democrazia illiberale. Senza l’obbligo dell’unanimità, considerato che il Parlamento di Strasburgo è un istituto consultivo, chissà Ursula von der Leyen o l’ex commissario Frans Timmermans, quello che ha finanziato con denaro dell’unione le formazioni dell’ecologismo estremo, cos’altro ci avrebbero imposto. Eppure, «io sono un europeista estremista», ci ha rassicurato l’artista militante dopo l’esaltazione del Manifesto di Ventotene, nuovo vangelo democratico che propugna l’abolizione della proprietà privata e inneggia alla rivoluzione socialista. Orfana del comunismo, la sinistra si è gettata anima e corpo nella nuova religione. Archiviato con qualche pendenza amministrativa il Serra pride (copyright Giorgio Gandola) e mentre se ne profila un discutibile bis griffato dal primo cittadino di Bologna Matteo Lepore, ecco la professione dello showman più intoccabile del Belpaese.
Benigni ha decantato le imprese di un terzetto di intellettuali (Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni) che, al confino nel 1941, ha coniato la propria utopia, debitrice dell’impianto federalista della Costituzione americana. Ha enfatizzato la figura di Jean Monnet, ispiratore di ciò che diverrà la Ceca (Comunità europea carbone e acciaio), ampliata qualche anno dopo nella Cee (Comunità economica europea) dai Paesi fondatori (Francia, Germania ovest, Belgio, Italia, Paesi bassi e Lussemburgo). Ha tessuto le lodi del Trattato di Schengen, dell’euro e dell’Erasmus per gli studenti, tratteggiando un Eden di cui i primi a non avvedersi sono i cittadini, ha dovuto ammettere. Riprendendo, però, immediatamente a pennellare «l’unica utopia ragionevole», patria di democrazia, pace e benessere. Tutto, non dimenticando di schizzare le destre e i nazionalismi.
Purtroppo, Il sogno di Benigni è un europeismo taroccato da gravi omissioni. Un Eden ideato da intellettuali e basato su trattati scritti a tavolino dalle élite. La realtà è invece un’Europa che censura le proprie radici greco-cristiane, rimarcate per anni da Benedetto XVI. Inascoltato. Non si tratta di una pignoleria filologica o filosofica, ma di una questione strutturale, ontologica verrebbe da dire. Un albero a cui si tagliano le radici sarà fragile, esposto al minimo refolo e resterà estraneo al terreno su cui stenta a crescere. È l’istantanea dell’Ue di oggi. La distanza tra i cittadini e i poteri di Bruxelles non è casualità, ma frutto inevitabile di una costruzione con fondamenta incerte. L’Europa dei popoli e comunitaria affonda le sue radici in una storia più ricca e profonda. È l’Europa delle grandi università (italiane, tedesche, francesi, britanniche, irlandesi), dei grandi ospedali nati dalla carità, delle cattedrali e degli ordini religiosi, degli scambi commerciali e delle banche nate in Toscana, do you remember Benigni? Di tutto questo non c’è stato cenno nella sua noiosa lezione (l’unica gag riuscita, ma avulsa, è stata sulla presunta liason tra Elon Musk e Giorgia Meloni: «Mi sbagliavo, non c’è niente, me l’ha detto lei: “lo giuro sulla mia Tesla”»).
Come non c’è stato cenno alle gravi distorsioni di una costruzione che, per disciplinare le masse e perpetrarsi, come un albero sradicato necessita di puntelli, ricorre a continue forzature e correzioni a colpi di emergenza (prima quella sanitaria, poi quella climatica, ora quella bellica). E magari, se occorre, esclude qualche candidato sgradito o fa rivotare quei Paesi dove il risultato elettorale si mostra distonico al volere dell’establishment.
Dispiace caro Benigni, l’occasione è smarrita. Il nostro sogno è un altro.

 

La Verità, 21 marzo 2025

Striscia sostiene che Affari tuoi pilota le vincite

«L’unica fortuna che si incontra ad Affari tuoi è quella di capitare nella puntata giusta». Si chiude così il servizio dell’inviata Rajae Bezzaz trasmesso ieri sera da Striscia la notizia sulle vincite del game show di Rai 1. Dopo un avvio di stagione scoppiettante con un bottino di 300.000 euro nelle prime puntate sembrava che il programma condotto da Stefano De Martino fosse avviato a superare la media dei premi a puntata delle annate precedenti che si aggira attorno ai 36.000 euro. Invece, dai calcoli fatti anche dagli autori del tg satirico di Canale 5, la media della stagione in corso è di 30.000. Ma c’è un particolare non esattamente trascurabile. Dalle due stagioni condotte da Amadeus il montepremi è sceso e non di poco essendo stato eliminato il pacco da 500.000. Ora il premio massimo è di 300.000 euro. Inevitabile che ci sia un ridimensionamento della media di vincite a puntata.
Antonio Ricci risale sullo storico cavallo di battaglia e Striscia la notizia torna a graffiare Affari tuoi, il game show di Rai 1 che quest’anno si è assestato attorno al 29% di share (6 milioni circa di telespettatori). Oltre alla strenua battaglia degli ascolti, al papà del tg satirico di Canale 5 sta da sempre cordialmente sulle scatole il fatto che il servizio pubblico televisivo distribuisca denaro con un mero gioco d’azzardo. Stavolta la prova trovata dai suoi autori è annunciata come «inoppugnabile». Aggettivo a prova di smentita. Insomma, secondo Ricci e i suoi autori ad Affari tuoi ci sarebbe il trucco e ci sarebbe pure l’inganno. Quello che Striscia contesta in particolare è l’esistenza di un tetto da non superare. Come può non essere «pilotato» un programma basato sulla fortuna se il budget viene ripetutamente rispettato negli anni?
Intervistato da Tintoria il 24 settembre scorso, Max Giusti, già conduttore del quiz di Rai 1, aveva rivelato che, ai tempi della sua conduzione, bisognava rientrare in un budget medio di vincite di 33.000 euro a puntata. Invece, in un’intervista proprio alla Verità del 23 novembre, il «Dottore», l’autore del programma Pasquale Romano, ha smentito l’esistenza di un budget perché essendo il gioco «basato solo sulla fortuna le variabili sono infinite» e ha quindi «un’aleatorietà che nessun gioco ha».
Non è così, sostiene Ricci con la sua squadra. Il gioco è «pilotato» perché deve rispettare un budget.  Andando a controllare le tendenze di lungo periodo Striscia ha scoperto «un vero e proprio “sistema” che distribuisce quotidianamente premi di diverso valore ma, alla fine, sempre rispettosi di una media prestabilita». Questo cosiddetto «sistema», secondo la documentazione acquisita dal tg del Biscione, non riguarda solo gli anni di conduzione di Max Giusti, ma pure quelli di altri conduttori. Per esempio, con Flavio Insinna, per quattro edizioni dal 2013 al 2017, la vincita media garantita è sempre stata attorno ai 36.000 euro a puntata. Euro più euro meno. La scoperta, sostengono gli autori di Striscia, è sorprendente perché smonta l’idea del gioco aleatorio, dipendente in toto dalle bizze della dea fortuna. Se dovendo mantenere il budget non tutti i concorrenti hanno la medesima probabilità di vittoria, allora si deduce che il gioco è gestito: questo l’assunto del tg che ha come sottotitolo «la voce della complottenza».
Forse, per fare bingo, gli autori di Striscia speravano di trovare una media vincite alta anche in questa annata targata De Martino. Non è così. La media è scesa di 6.000 euro rispetto alle stagioni di Insinna. Ma, per essere pienamente attendibile, il confronto va fatto con il periodo di Amadeus che aveva lo stesso montepremi. Sarà, verosimilmente, argomento della puntata di Striscia di stasera. Il tormentone è ripartito.

 

La Verità, 19 marzo 2025

Un Leopardi patinato per le copertine dei magazine

Gli eroi son tutti giovani e belli», cantava Francesco Guccini nella Locomotiva, lo è persino Giacomo Leopardi nella nuova «miniserie-evento» trasmessa da Rai 1, e pazienza per la realtà. Del resto, l’arte è arte e può permettersi la qualsiasi. Il pubblico, ancora in clima festaiolo sebbene si sia tornati a scuola, e quindi forse meno entusiasta di tuffarsi negli strilli da cortile dei talk show, ha mostrato di gradire. Il primo episodio di Leopardi – Poeta dell’infinito (ieri, il secondo e ultimo), regia di Sergio Rubini, coproduzione Rai Fiction con Ibc Movie, ha conquistato 4,1 milioni di telespettatori e il 24,1% di share. Risultato ragguardevole, e pazienza anche per questo. Lo scopo dell’operazione era «restituire un ritratto inedito ma storicamente coerente di Leopardi, formidabile talento»… Perciò, ecco qua, il poeta del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia è «restituito» dal volto fotoromanzesco di Leonardo Maltese, mentre al conte Monaldo, padre oppressore, dà corpo Alessio Boni. Ma non è certo per questa sola sua presenza che pare di essere in zona Meglio gioventù, perché, in realtà dallo stesso Maltese a Fausto Russo Alesi, che interpreta Pietro Giordani, ci troviamo anche in zona Rapito di Marco Bellocchio. L’operazione, infatti, è sofisticata e ben architettata, del resto il regista e sceneggiatore ha impegnato varie conferenze stampa a chiedere e chiedersi perché mai si debba raccontare un Leopardi brutto e storpio. Già, perché? Facciamolo patinato ed elegante questo «formidabile talento», perfetto per le copertine delle riviste che anche la promozione viene più facile. E viene ancora più facile sfumarne il tormento che ha ispirato studiosi e letterati, in un pessimismo generico e manieristico, ma soprattutto nel più prevedibile dei ribelli al tallone paterno. Alla faticosa emancipazione dal padre, con la complicità di Giordani, si aggiunge la delusione amorosa della passione non ricambiata per la nobildonna Fanny Targioni Tozzetti (Giusy Buscemi), nonostante l’impegno devoto dell’amico Antonio Ranieri (Cristiano Caccamo) che, post-mortem, ricostruisce con don Carmine (Alessandro Preziosi) l’intera parabola. Così descritta da Rubini: «La continua tensione del poeta verso la vita si manifesta attraverso una voglia di libertà, di amore e di bellezza, a costo di mettere in discussione ogni ordine costituito, dalla famiglia al conformismo dei suoi contemporanei». L’ordine costituito, la famiglia e il conformismo nemici… Eravamo già in pieno Sessantotto e non lo sapevamo. Sappiamo invece che la pazienza è esaurita.

 

La Verità, 9 gennaio 2024