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Striscia sostiene che Affari tuoi pilota le vincite

«L’unica fortuna che si incontra ad Affari tuoi è quella di capitare nella puntata giusta». Si chiude così il servizio dell’inviata Rajae Bezzaz trasmesso ieri sera da Striscia la notizia sulle vincite del game show di Rai 1. Dopo un avvio di stagione scoppiettante con un bottino di 300.000 euro nelle prime puntate sembrava che il programma condotto da Stefano De Martino fosse avviato a superare la media dei premi a puntata delle annate precedenti che si aggira attorno ai 36.000 euro. Invece, dai calcoli fatti anche dagli autori del tg satirico di Canale 5, la media della stagione in corso è di 30.000. Ma c’è un particolare non esattamente trascurabile. Dalle due stagioni condotte da Amadeus il montepremi è sceso e non di poco essendo stato eliminato il pacco da 500.000. Ora il premio massimo è di 300.000 euro. Inevitabile che ci sia un ridimensionamento della media di vincite a puntata.
Antonio Ricci risale sullo storico cavallo di battaglia e Striscia la notizia torna a graffiare Affari tuoi, il game show di Rai 1 che quest’anno si è assestato attorno al 29% di share (6 milioni circa di telespettatori). Oltre alla strenua battaglia degli ascolti, al papà del tg satirico di Canale 5 sta da sempre cordialmente sulle scatole il fatto che il servizio pubblico televisivo distribuisca denaro con un mero gioco d’azzardo. Stavolta la prova trovata dai suoi autori è annunciata come «inoppugnabile». Aggettivo a prova di smentita. Insomma, secondo Ricci e i suoi autori ad Affari tuoi ci sarebbe il trucco e ci sarebbe pure l’inganno. Quello che Striscia contesta in particolare è l’esistenza di un tetto da non superare. Come può non essere «pilotato» un programma basato sulla fortuna se il budget viene ripetutamente rispettato negli anni?
Intervistato da Tintoria il 24 settembre scorso, Max Giusti, già conduttore del quiz di Rai 1, aveva rivelato che, ai tempi della sua conduzione, bisognava rientrare in un budget medio di vincite di 33.000 euro a puntata. Invece, in un’intervista proprio alla Verità del 23 novembre, il «Dottore», l’autore del programma Pasquale Romano, ha smentito l’esistenza di un budget perché essendo il gioco «basato solo sulla fortuna le variabili sono infinite» e ha quindi «un’aleatorietà che nessun gioco ha».
Non è così, sostiene Ricci con la sua squadra. Il gioco è «pilotato» perché deve rispettare un budget.  Andando a controllare le tendenze di lungo periodo Striscia ha scoperto «un vero e proprio “sistema” che distribuisce quotidianamente premi di diverso valore ma, alla fine, sempre rispettosi di una media prestabilita». Questo cosiddetto «sistema», secondo la documentazione acquisita dal tg del Biscione, non riguarda solo gli anni di conduzione di Max Giusti, ma pure quelli di altri conduttori. Per esempio, con Flavio Insinna, per quattro edizioni dal 2013 al 2017, la vincita media garantita è sempre stata attorno ai 36.000 euro a puntata. Euro più euro meno. La scoperta, sostengono gli autori di Striscia, è sorprendente perché smonta l’idea del gioco aleatorio, dipendente in toto dalle bizze della dea fortuna. Se dovendo mantenere il budget non tutti i concorrenti hanno la medesima probabilità di vittoria, allora si deduce che il gioco è gestito: questo l’assunto del tg che ha come sottotitolo «la voce della complottenza».
Forse, per fare bingo, gli autori di Striscia speravano di trovare una media vincite alta anche in questa annata targata De Martino. Non è così. La media è scesa di 6.000 euro rispetto alle stagioni di Insinna. Ma, per essere pienamente attendibile, il confronto va fatto con il periodo di Amadeus che aveva lo stesso montepremi. Sarà, verosimilmente, argomento della puntata di Striscia di stasera. Il tormentone è ripartito.

 

La Verità, 19 marzo 2025

Un Leopardi patinato per le copertine dei magazine

Gli eroi son tutti giovani e belli», cantava Francesco Guccini nella Locomotiva, lo è persino Giacomo Leopardi nella nuova «miniserie-evento» trasmessa da Rai 1, e pazienza per la realtà. Del resto, l’arte è arte e può permettersi la qualsiasi. Il pubblico, ancora in clima festaiolo sebbene si sia tornati a scuola, e quindi forse meno entusiasta di tuffarsi negli strilli da cortile dei talk show, ha mostrato di gradire. Il primo episodio di Leopardi – Poeta dell’infinito (ieri, il secondo e ultimo), regia di Sergio Rubini, coproduzione Rai Fiction con Ibc Movie, ha conquistato 4,1 milioni di telespettatori e il 24,1% di share. Risultato ragguardevole, e pazienza anche per questo. Lo scopo dell’operazione era «restituire un ritratto inedito ma storicamente coerente di Leopardi, formidabile talento»… Perciò, ecco qua, il poeta del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia è «restituito» dal volto fotoromanzesco di Leonardo Maltese, mentre al conte Monaldo, padre oppressore, dà corpo Alessio Boni. Ma non è certo per questa sola sua presenza che pare di essere in zona Meglio gioventù, perché, in realtà dallo stesso Maltese a Fausto Russo Alesi, che interpreta Pietro Giordani, ci troviamo anche in zona Rapito di Marco Bellocchio. L’operazione, infatti, è sofisticata e ben architettata, del resto il regista e sceneggiatore ha impegnato varie conferenze stampa a chiedere e chiedersi perché mai si debba raccontare un Leopardi brutto e storpio. Già, perché? Facciamolo patinato ed elegante questo «formidabile talento», perfetto per le copertine delle riviste che anche la promozione viene più facile. E viene ancora più facile sfumarne il tormento che ha ispirato studiosi e letterati, in un pessimismo generico e manieristico, ma soprattutto nel più prevedibile dei ribelli al tallone paterno. Alla faticosa emancipazione dal padre, con la complicità di Giordani, si aggiunge la delusione amorosa della passione non ricambiata per la nobildonna Fanny Targioni Tozzetti (Giusy Buscemi), nonostante l’impegno devoto dell’amico Antonio Ranieri (Cristiano Caccamo) che, post-mortem, ricostruisce con don Carmine (Alessandro Preziosi) l’intera parabola. Così descritta da Rubini: «La continua tensione del poeta verso la vita si manifesta attraverso una voglia di libertà, di amore e di bellezza, a costo di mettere in discussione ogni ordine costituito, dalla famiglia al conformismo dei suoi contemporanei». L’ordine costituito, la famiglia e il conformismo nemici… Eravamo già in pieno Sessantotto e non lo sapevamo. Sappiamo invece che la pazienza è esaurita.

 

La Verità, 9 gennaio 2024

«Ero l’Infame ora sono il Dottore, ma resto cattivo»

Il Dottore è il regista occulto di Affari tuoi. L’uomo misterioso. Laureato in filosofia con una tesi su Emmanuel Lévinas, Pasquale Romano è nato televisivamente in Mediaset, allora Fininvest, come autore di Alberto Castagna. Per la Rai ha ideato programmi di successo come I raccomandati e, con la Toro produzioni fondata con Marco Tombolini nel 2010, The Voice. Dal 2020 è tornato in Endemol shine Italy, gruppo Banijay, che produce Affari tuoi. Le prime 66 puntate del gioco di Rai 1 di questa stagione hanno una media del 25,48% di share con 5,1 milioni di telespettatori (più 3,56% e 652.000 spettatori rispetto alle prime 66 puntate della scorsa stagione).
Da quanti anni è «il Dottore»?
«Firmo Affari tuoi da quando è nato, nel 2003, con Paolo Bonolis. Per il quale ero “l’Infame”, poi mi sono emancipato».
Il Corriere della Sera l’ha promossa «Notaio».
«Sì, c’è un po’ di confusione attorno alla mia figura. Qualcuno si chiede se dietro il telefono ci sia davvero qualcuno. Il notaio esiste, ma fa il suo lavoro, isolato in una stanza. Qualche sera fa, quando non si aprivano i pacchi blu, Stefano De Martino lo ha evocato chiedendogli se si fosse ricordato di metterli».
Da «l’Infame» al «Dottore» è diventato più buonista?
«“Il Dottore” è stato coniato da Flavio Insinna che trovava “l’Infame” molto bonolisiano. Così, mi sono un po’ riscattato, senza per questo risultare meno cinico agli occhi del pubblico».
Lei è solo l’antagonista del concorrente o anche l’autore del programma?
«Nel 2003 ho adattato per l’Italia il format olandese Deal or no deal e tuttora, oltre a giocare, lo curo come autore».
Che ruolo ha avuto nella scelta di Stefano De Martino?
«È stata una scelta della Rai condivisa con Endemol. Ho capito subito che aveva le caratteristiche giuste per Affari tuoi. Ha grandi potenzialità, capacità di ascolto e si diverte a giocare. Condurlo non è così facile perché serve una certa attitudine teatrale nei momenti di vuoto, può succedere che dopo tre pacchi la tensione cali e bisogna saper riempire la scena. Tra noi c’è una bella sintonia perché parliamo lo stesso linguaggio essendo entrambi vesuviani. Siamo esplosivi».
Lei è di Saviano e lui di Torre del Greco.
«Questo poteva essere un elemento di chiusura. Invece Stefano, con i suoi 35 anni, è un ragazzo curioso, che ha voglia di aprirsi a nuovi mondi e di guardare al futuro».
E io che credevo che l’avesse imposto Arianna Meloni.
«Ma no, manco la conosceva, Arianna Meloni… Etichettarlo senza vedere le sue doti serve a penalizzarlo ingiustamente».
Vi aspettavate questo successo?
«Sostituire Amadeus che aveva rivitalizzato il gioco era un’incognita. Quando abbiamo iniziato a provare mi ha colpito il fatto che Stefano era già dentro il meccanismo. È entrato con umiltà nel programma, cucendoselo addosso e mettendoci la sua creatività. Il pubblico lo ha scoperto poco a poco».
Lei gioca, fa le offerte e poi?
«Curo l’accompagnamento musicale. Ho un mixer con molti brani, colonne sonore e versi di animali che commentano i vari momenti di esultanza, di tensione, di attesa… Sottolineo le azioni dei concorrenti. Qualche nota di La mer di Charles Trenet per raccontare la professoressa di francese della Liguria o la sigla di Beautiful per il concorrente del Veneto che Stefano ha ribattezzato così. Serve a caratterizzarli e renderli unici. La forza del programma è far vivere questi concorrenti che inseguono un sogno e quando, dopo 20 o 30 puntate, hanno il loro momento di gloria lo spettatore li conosce già e si immedesima in loro».
Chi ha avuto l’idea del telefono con la rotella?
«C’era nelle vecchie edizioni, poi Amadeus adottò lo smartphone e volle cambiare i pacchi. La prima cosa che Stefano ha chiesto è stata rimettere il vecchio telefono e i vecchi pacchi. Il telefono rosso se l’è comprato a Londra, al mercatino di Piccadilly. Fra un po’ di anni se vorrà tenerselo bisognerà trovarne un altro».
Un millennial che ammicca ai boomer di Rai 1?
«Il telefono vintage che squilla ci lega a una memoria anche materiale e allo stesso tempo è più immediato».
«Ve lo dico fra una manciata di secondi» è farina di quale sacco?
«Sempre di Stefano. Così come il tormentone: “Adesso sono… affari tuoi”».
La sua conduzione è più festosa di quella di Amadeus?
«È sicuramente più fisica. Amadeus stava più vicino al concorrente, De Martino si muove e occupa di più lo spazio. È un’interpretazione più votata al sorriso. Questo non significa che non cavalchi la tensione, ma ha un’intonazione più da commedia».
Com’è stata la sua formazione artistica?
«Ho cominciato in Fininvest ai tempi di Alberto Castagna, che era mio cognato. Poi ho lavorato sia per Rai che per Mediaset. Il rapporto più lungo è con Endemol shine per la quale ho ideato e seguito diversi format. Dopo l’esperienza della Toro, ho ripreso con I raccomandati, Ora o mai più, I migliori anni in prima serata, poi I soliti ignoti e Affari tuoi. Gli studi di filosofia mi aiutano a costruire i programmi partendo da delle domande».
Per esempio?
«Mi chiedo perché un programma ha un seguito popolare e un altro no. Pensando più allo spettatore che a me, tento di rendere semplice il discorso, riducendolo a un racconto essenziale, senza sovraccaricarlo».
Anche lei, come De Martino, è arboriano e costanziano?
«Certo, vedevo la tv di Arbore e il Costanzo show. Soprattutto mi ha sempre affascinato quello che c’era dietro».
De Martino era un ballerino, poi è diventato conduttore nella Rai 2 di Carlo Freccero?
«Sì, il suo battesimo è stato a Made in Sud su Rai 2. So che è molto legato a Freccero».
Che effetto le fa vedere Amadeus e Flavio Insinna fuori dalla Rai?
«Rispetto le scelte professionali, ognuno segue percorsi propri. Conservo ottimi rapporti sia con Flavio che con Amadeus, li guardo e faccio un po’ il tifo per loro. Oltre la Rai ci sono altre esperienze».
Il suo successo è dovuto al fatto di essere invisibile?
«Nel nostro racconto ci sono archetipi precisi. Il concorrente è l’eroe, il conduttore è il compagno di viaggio che lo aiuta nell’impresa, l’antagonista nascosto aggiunge mistero alla storia. È l’avversario da abbattere, un’entità poco rappresentabile, come il male. Ogni sera mettiamo in scena questo “dramma” che può risolversi in festa, in sconfitta o in qualcosa di cui accontentarsi. Il fascino del gioco è nell’incognita di una vincita che può essere di 300.000 o zero euro».
È difficile decodificare le sue mosse, gioca al gatto col topo?
«Più che altro mi preoccupo del racconto, in vista di un finale che possa essere avvincente. A volte propongo il cambio del pacco per rendere più enigmatica la partita. Devo evitare di essere ripetitivo e prevedibile. Se offrissi tanto perché il concorrente ha tanto nel pacco e poco se ha poco il meccanismo verrebbe subito smascherato».
Alterna sadismo e bontà?
«Il gioco segue un’unica linea, è l’interpretazione del concorrente che lo fa diventare sadico o buono».
Ma lei conosce il contenuto del pacco e può essere sornione.
«Io devo rispettare le potenzialità di vincita del concorrente. Se ci sono pacchi importanti non mi posso sottrarre. So quello che c’è nel pacco, ma provo a giocare come se non lo sapessi perché questo mi rende imprevedibile. Altrimenti il concorrente capirebbe subito l’entità del suo tesoro».
Quindi bluffa parecchio?
«Certo».
Si è mai fatto influenzare dall’antipatia o dalla simpatia del concorrente?
«No, significherebbe favorire uno o l’altro. Qualcuno è televisivamente più efficace, ma questo non influenza le mie mosse perché bisogna mantenere un andamento equo del gioco. Se un concorrente disputa una bella partita è giusto che aspiri a vincere di più, se rimangono tanti pacchi rossi».
Lei sa molto della vita dei concorrenti, c’è un criterio con cui selezionate i partecipanti?
«Abbiamo un sistema molto rigoroso. Chiamano il call center, vengono fatti i provini e scelti in base alle caratteristiche personali, alla reattività in scena, alla capacità dialettica, alla presenza del parente in studio…».
Appartengono tutti al ceto medio e popolare.
«Li scegliamo tra coloro che si propongono. È gente comune, qualcuno più bisognoso e qualcuno meno, tutti hanno un sogno da realizzare. C’è chi ha il mutuo da pagare, chi si vuole sposare, chi metter su casa o aiutare qualcun altro».
Sa anche quali sono i numeri fortunati dei concorrenti così da abbinarli ai pacchi più ricchi?
«Ma no. I pacchi sono sorteggiati dal notaio in una stanza appartata. La redazione allerta i concorrenti a non dare elementi. Nemmeno io voglio sapere il loro numero preferito, è più divertente scoprirlo durante la partita».
Avete un tetto nel budget di cui tenere conto?
«Non c’è una cifra rigida perché è un gioco imprevedibile. Nel primo mese di registrazioni sono rimasti alla fine pacchi grossi e quando c’è stata una vincita da 300.000 euro si è iniziato a malignare. Ma bisogna basarsi sulla lunga serialità. Noi speriamo di non dare troppi soldi. Ogni gioco a premi è così. Ad Affari tuoi c’è ancora meno controllo perché, essendo basato solo sulla fortuna le variabili sono infinite, ha un’aleatorietà che nessun gioco ha».
Lei crede alle superstizioni sui numeri?
«No, tutti i numeri sono uguali. Però il racconto usa anche il valore magico dei numeri. Adesso meno, ma fino a qualche tempo fa si giocava molto al Lotto. La magia dei numeri è nella nostra cultura. Anche la cabala dimostra che assegnare un valore magico ai numeri è un’abitudine antica».
Ma i numeri sono ottusi.
«Certo. Il fatto che alcuni concorrenti attribuiscano ad alcuni un valore magico alimenta il racconto. A volte ci prendono altre no».
Che cosa pensa delle polemiche sulle maggiori vincite di quest’anno?
«Nel primo mese la fortuna ha fatto vincere 300.000 euro a un concorrente, mentre nell’anno e mezzo di Amadeus era capitato solo una volta. Questo ha causato molte malignità. Ma ripeto: il gioco è imprevedibile e va giudicato sul lungo periodo. Inoltre, non c’è alcun nesso fra l’entità del premio vinto e gli ascolti. Nell’ultima settimana l’audience più alta è stata registrata quando sono stati vinti 5.000 euro. Un altro ascolto oltre il 27% di share si è verificato quando si è andati alla regione fortunata».
Quanto durerà Affari tuoi?
«Per ora pensiamo ad arrivare a fine stagione. Siamo sintonizzati sull’hic et nunc».

La Verità, 23 novembre 2024

Copione friabile, Brennero è un’occasione persa

L’idea era parecchio interessante e prometteva bene. Finalmente una storia non ambientata a Roma, Napoli o Milano. Finalmente un thriller poliziesco dalle atmosfere nordiche, geograficamente marginale come evocato fin dal titolo, Brennero, otto episodi in quattro serate per Rai 1 dirette da Davide Marengo e Giuseppe Bonito, nel contesto della difficile convivenza tra popolazione italiana e cittadini di lingua tedesca, nell’Alto Adige in passato scosso dalle spinte irredentiste (lunedì, ore 21,40, share del 17,2%, 2,8 milioni di telespettatori). Dopo tre anni di inattività, rispunta con un nuovo omicidio l’ombra sinistra del Mostro di Bolzano, un serial killer che uccide solo cittadini di madre lingua tedesca, favoriti da presunti privilegi non riconosciuti a quelli di ceppo italiano. Il focus è sulla complessa integrazione etnica ma, da quanto s’intuisce dopo due episodi, con una prospettiva capovolta. Mentre, storicamente, l’irredentismo, culminato nella Notte dei fuochi, era opera di terroristi di lingua tedesca che nel giugno 1961 fecero saltare decine di tralicci dell’alta tensione con l’intento di favorire l’unificazione del Tirolo sotto l’Austria, in Brennero a sentirsi discriminato e a scegliere la via della violenza sembra essere un italiano.

La collaborazione tra cittadini di lingua diversa diventa invece indispensabile tra gli investigatori incaricati, la Pm interpretata da Elena Radonicich e l’ispettore impersonato da Matteo Martari. Oltre a superare le reciproche diffidenze, entrambi devono fare i conti con le rispettive ferite che affondano proprio nella mancata soluzione della lunga serie di omicidi rimasta senza colpevole. Hanno fallito sia il padre della Pm, ex capo della Procura ora in pensione, sia lo stesso ispettore, fermato da un grave incidente nel quale lui ha perso una gamba e la sua compagna e collega la vita. Tutti validi motivi, ora, per unire le forze superando le barriere etnico-linguistiche e fare squadra per stanare il Mostro.

Al di là del rovesciamento della prospettiva storica e di una certa, immancabile, preoccupazione pedagogica in ossequio al mainstream (una delle vittime è un omosessuale bullizzato nella caserma dei vigili del fuoco), le buone premesse di ambientazione si perdono in una sceneggiatura friabile e dagli snodi incerti (l’assegnazione dell’incarico alla figlia dell’ex procuratore e la sua ingenuità all’inizio delle indagini). Grave lacuna. Soprattutto in assenza di interpreti di grande impatto, per avvincere il telespettatore la struttura narrativa dovrebbe essere solida e incalzante.

 

La Verità, 18 settembre 2024

De Martino bravo ragazzo dribbla le critiche e vince

Occhi puntati e puntuti su Stefano De Martino, debuttante ad Affari tuoi (Rai 1, ore 20,35, tutti i giorni). Raccoglie un’eredità pesante. Non è abbastanza testato nella conduzione di strisce quotidiane. È giovane. L’ha voluto lì Arianna Meloni, è stato scritto e smentito. Ma ormai, di questi tempi, per la qualunque #hastataArianna. E quindi, accoglienza tiepida se non ostile da parte della stampa qualificata. Poi però, delle dicerie e dei retroscena più o meno inventati, il pubblico mostra bellamente di fregarsene e premia l’esordiente che, pure, qualche misura deve ancora prenderla e non potrebbe essere diversamente. La media degli ascolti è nettamente superiore a quella di Amadeus, predecessore e transfuga, che un anno fa aveva resuscitato il format di Endemol Shine Italy (gruppo Banijay), portandolo nel corso della stagione a picchi notevoli, della cui scia gode ora lo stesso De Martino.
Per il resto, trova le differenze. Dalle giacche glitterate siamo passati alla camicia bianca con cravattino. Dallo smartphone per il ping pong con il Dottore, al telefono classico con l’analogica cornetta. Dalla conduzione narrativa in stile comedy a quella più «empatica» (pardon!) e galvanizzante, con partecipazione attiva del pubblico. Neanche a dirlo, l’ex ballerino di Amici promosso conduttore da Carlo Freccero, ha tutto il diritto di essere sé stesso, tanto più che per la prima volta si cimenta con un programma in solitaria. Nei precedenti Bar Stella e Stasera tutto è possibile c’era sempre una banda di complici con cui triangolare e a cui lasciare ampi spazi. Qui lo show e il ritmo li fa lui. E forse a questo serve il dinamismo girovago all’interno dello studio. Bisogna alimentare e tener viva l’adrenalina della suspense fino al climax finale nel crescendo di quasi un’ora (forse troppo; ma le ragioni dell’audience e degli sponsor continuano a prevalere su quelle del pubblico che preferirebbe anticipare l’inizio del prime time). E allora De Martino e i suoi autori sembrano aver scelto lo spartito linguistico del calcio, nazionalpopolare per eccellenza. Il pubblico dello studio tifa sonoramente e accompagna gli spacchettamenti. «E andiamo!», commenta lui quando sono favorevoli ai concorrenti. Oppure: «Bella partita, partita sudata». Da buon napoletano, non disdegna di aggiungere ogni tanto il pepe di qualche bluff al momento dell’apertura. Tutto sommato, è una conduzione abbastanza tradizionale. Man mano che, con il passare del tempo, il debuttante si sentirà più padrone della scena diventerà più creativa.

 

La Verità, 13 settembre 2024

Nella Sicilia dell’Ottocento più leonesse che leoni

Bisognava sfrondare parecchio la lussureggiante trama dei Leoni di Sicilia di Stefania Auci per trasformarlo (dopo il passaggio in streaming su Disney+) in una serie per il grande pubblico di Rai 1 (otto episodi in quattro serate, la prima ha conquistato uno share del 15,2%, con 2,5 milioni di telespettatori). Il regista Paolo Genovese ha semplificato il racconto centrandolo sui due fratelli Florio, la famiglia siciliana che, dopo il terremoto del 1802 a Bagnara calabra, migra a Palermo diventando in un decennio la più potente dell’isola. Il dispotico Paolo (Vinicio Marchioni) impone il cambiamento radicale al mite fratello Ignazio (Paolo Briguglia) e a Giuseppina, la propria recalcitrante moglie (Ester Pantano), che l’ha sposato solo per obbedienza. Il progetto è aprire una grande drogheria, ma il terzetto trova ad accoglierli una città inospitale e l’ostilità dei commercianti locali. Poco alla volta, però, investendo sul ricercatissimo cortice, un estratto efficace nel contrasto all’epidemia di febbre che affligge la popolazione, i fratelli cominciano a imporsi suscitando le invidie dei potenti. Sono pur sempre dei mercanti e i signori dell’aristocrazia, sebbene in declino, non mancano di sottolinearne le umili origini. Anche Giuseppina non aiuta a rasserenare il clima, cercando aiuto per abortire il secondogenito in arrivo, salvo ripensarci all’ultimo, prima di perderlo in seguito a un litigio con Paolo. Il quale, colpito da tubercolosi, poco dopo muore, lasciando alla cura del fratello minore sia il negozio che la crescita dell’unico figlio Vincenzo (Michele Riondino). Ma soprattutto lascia via libera al sentimento, finora tenuto a freno, che lega la moglie e il fratello stesso. Intanto, frequentando un commerciante inglese (Guy Oliver Watts), Vincenzo dà corpo alle sue ambizioni. Respinto dalla madre di una contessina proprio a causa della mancanza di blasone, Vincenzo incontra la misteriosa Giulia (Miriam Leone). La saga dei Florio deve ancora fare i conti con il destino.

Ricostruita con i colori caldi dell’epoca, una cura minuziosa dei costumi e delle scenografie e accompagnata da una colonna sonora di musica contemporanea (dai Muse a Laura Pausini), la versione dei Leoni di Sicilia di Genovese e degli sceneggiatori Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo concede allo spirito indipendente delle figure femminili il primo piano rispetto al conflitto di classe tra aristocrazia terriera e ceti popolari dei mercanti, dando a tutta la storia una sfumatura protofemminista.

 

La Verità, 12 settembre 2024

 

Gli Europei di Rai 1 sono grigi e abborracciati

C’era un clima euforico l’altra sera a Notti europee, subito dopo la qualificazione agli ottavi di finale della Nazionale (Rai 1, ore 23, share del 32,9%, 3,2 milioni di telespettatori). Il gol del pareggio all’ultimo secondo con la Croazia, oltre a mandarci a Berlino e a ridare, per poco, il sorriso a Luciano Spalletti, ha allungato la vita a tutto il codazzo di opinionisti, commentatori, rubrichisti e ospiti di talk show da settimane indefessamente impegnati a spargere rosolio buonista sulle imprese degli Azzurri. Che lo meritino davvero è tutto un altro discorso, checché ne dica il nostro commissario tecnico («è un passaggio del turno meritato»), e basta ricordare il bugiardissimo risultato di Spagna-Italia per tornare subito con i piedi per terra. Ma tant’è; due esclusioni consecutive agli ultimi Mondiali non sono bastate a insegnarci che nel calcio non si governa per diritto divino. Il tiro a giro di Mattia Zaccagni aveva scongiurato la sciagura nazionale e, dunque, lasciamoci andare alla festa, incoraggiava Paola Ferrari, e abbandoniamoci alle emozioni. Gli dava manforte il solitamente ridanciano Marco Mazzocchi, che quanto a ottimismo ingiustificato è secondo solo a Marco Lollobrigida, con il «cheese» sempre in bocca, come se sostasse davanti all’obiettivo di un fotografo. La squadra schierata da Rai Sport è questa e non possiamo far altro che scriverlo. Le telecronache di Alberto Rimedio e Antonio Di Gennaro sono il paradigma del grigiore ministeriale e della povertà linguistica. Per compensare i quali la coppia composta da Paola Ferrari e Marco Mazzocchi vorrebbe iniettare un po’ di leggerezza. Missione fallita perché domina un tono abborracciato da retrobottega del bistrot, gravato dalle battute di Eraldo Pecci e dalla mancanza di affiatamento di tutta la compagnia, una strana dozzina tra conduttori, ospiti vari e la postazione a bordocampo. A rovinare definitivamente il clima festaiolo pensa Tony Damascelli con le sue pagelle che salvano solo Gigio Donnarumma e i due centrali, e riscuotono il consenso di Lele Adani e di Andrea Stramaccioni che di calcio ne capiscono. Ma con loro, già abituati al pubblico delle piattaforme, si va più sul tecnico. Mentre, nonostante Giusy Meloni, immancabile addetta ai social, il post-partita di Rai 1 è rimasto il bar sport di provincia del secolo scorso. Alla fine anche il telecalcio si sta polarizzando: quelli che conoscono il gioco moderno sono realisti e critici, quelli che si preoccupano soprattutto dell’audience sono di bocca buona, basta che la Nazionale avanzi. E i telespettatori porteranno pazienza. O no?

 

La Verità, 26 giugno 2024

In tv poliziotte e donne alfa arrestano gli stereotipi

Con il pensionamento di Salvo Montalbano e il successo conclamato di Lolita Lobosco, in casa Zingaretti-Ranieri gli stereotipi sono definitivamente debellati. Del resto, Luca&Luisa, anche in società nella Zocotoco, sono da sempre una coppia avanti. Già qualche anno fa, in uno spot gastronomico avevano dato la linea a tutti. Interno del loro living molto contemporaneo: «Quanto manca?», s’informa morbida lei mentre apparecchia. «È pronto… Spaghettoni o mezze maniche?», chiede complice e spadellante lui. Dall’advertising pubblicitario pullulante di mammi e cuochi, di papà che fanno il bucato e di genitori 1 che si fanno cazziare da mocciosi sgamati, il rovesciamento dei ruoli è tracimato nelle fiction e nelle serie tv. L’imperativo è: morte al patriarcato, ça va sans dire. E nei palinsesti non solo di Rai 1 proliferano vicequestori, commissari, ispettori, avvocati e anatomopatologi, tutte rigorosamente donne, in prima linea a sgominare bande criminali, arrestare malavitosi, incastrare furfanti inafferrabili. Negli anni vi si sono cimentate da Claudia Pandolfi ad Ambra Angiolini, da Miriam Leone a Carolina Crescentini, solo per citarne alcune. In pratica, nella rappresentazione vincente di questi tempi l’intero apparato inquirente del Belpaese è in mano alle nuove eroine della legalità. Certo, sopravvivono anche poliziotti di sesso maschile. Ma o sono in crisi esistenziale, come il Rocco Schiavone di Marco Giallini che, tra una canna e un’indagine nel gelo di Aosta affrontato con il loden, parla con il fantasma della moglie scomparsa; oppure come l’intraprendente Giuseppe Lojacono (Alessandro Gassman), sono solo uno dei poliziotti del corale Bastardi di Pizzofalcone (tratto dai romanzi di Maurizio De Giovanni).

Formula giallorosa

Intuitive, lungimiranti e perspicaci, le nuove poliziotte risolvono casi, sbrogliano matasse, trovano la chiave di volta. Come avviene, per esempio, in Blanca, la fortunata serie imperniata sulla consulente del commissariato San Teodoro di Genova interpretata da Maria Chiara Giannetta che, a causa della cecità, è dotata di un udito particolarmente sensibile, indispensabile nella decodifica di voci e rumori.
La formula è sempre giallorosa: indagini e risvolti privati teneri. Funziona in modo particolare in Le indagini di Lolita Lobosco, lo show spruzzato di seduzione portata dalla protagonista in una Bari altrettanto ammaliante. Nella nostra fiction cartolinosa, il paesaggio dialoga con le passioni. Anche se poi accade che il vicequestore «Lolì» sia costretta a irruzioni pericolose in tacchi a spillo e a estrarre la pistola dalla borsa firmata. Succede. Si bada più al concreto tra i Sassi di Matera, dove si muove sbrigativo il sostituto procuratore Imma Tataranni (Vanessa Scalera), pronta a mettere sotto inchiesta anche Gianni Morandi se l’indagine lo richiede. Che non si guardi in faccia a nessuno lo sanno bene il marito (Massimiliano Gallo) e collaboratori, tutti un po’ macchiette, come sono spesso gli uomini in queste storie.

Empowerment femminile

In Studio Battaglia, le intrepide protagoniste (Barbora Bobulova, Lunetta Savino e Miriam Dalmazio) delle cause di divorzio non disdegnano di trescare in proprio, con corollario di mariti subalterni o cornificati. È l’empowerment femminile, bellezza. Ambientato nella Milano cosmopolita dei grattacieli, il legal drama è un adattamento della britannica The Split. La wonderwomanmania è una tendenza planetaria. Il personaggio di Pedra Delicado, creata dalla penna della spagnola Alicia Giménez-Bartlett, è protagonista di Petra, la detective di Paola Cortellesi che indaga a Genova, spalleggiata da un ispettore più tradizionale (Andrea Pennacchi) con il quale discute di diritti e temi connessi. In lavorazione la terza stagione per Sky Cinema. Acquistata direttamente da Belgio e Francia produttori è, invece, Morgane – detective geniale, protagonista una donna delle pulizie che, grazie al suo quoziente intellettivo, diventa consulente della polizia giudiziaria, per fortuna senza tirarsela con moralismi a buon mercato.
La lista potrebbe continuare, ma la tendenza è tutt’altro che nuova. Anzi, viene da lontanissimo. A metà anni Sessanta, sul «programma nazionale» quando le serie si chiamavano ancora sceneggiati, fu Laura Storm (Lauretta Masiero), giornalista-investigatrice che ricorreva al judo e al karate per risolvere le sue inchieste, a inaugurare il genere. Era una trovata eccentrica, niente di più. Saltando avanti di vent’anni, si possono citare Miss Marple, partorita da Agata Christie, e La Signora in giallo di Angela Landsbury. Ma allora non c’erano intenti ideologici o, peggio, educativi.

Nichilismo nordico

Ciò che colpisce oggi è la concentrazione temporale di amazzoni e virago della legalità che farcisce soprattutto la nostra serialità. Se si sconfina sulle piattaforme, la faccenda assume toni diversi. Su Sky Atlantic abbiamo appena visto Night country, la quarta stagione di True detective ambientata nella notte polare dell’Alaska, dove la coppia tutta femminile e non binaria composta da Liz Danvers (Jodie Foster) e Angie Navarro (Kali Reis) indaga sulla strage in una stazione di ricerca artica, dovendo combinare nozioni meteorologiche e leggende locali in un mix che manda in tilt il corpo di polizia e la mente del telespettatore. Andando a ritroso e dirigendosi verso Nord, tra detective e profiler in gonnella c’è l’imbarazzo della scelta. Tuttavia, da quelle parti, le atmosfere si incupiscono e il crime prevale sui toni sentimentali. Ma, nel nichilismo imperante, si stemperano anche le ambizioni pedagogiche. Forse perché, lassù, gli stereotipi sono sconfitti da tempo (anche se in percentuale ci sono più femminicidi che da noi), sta di fatto che anche al Circolo polare i commissariati sono diretti da donne forti e le indagini affidate a detective sensitive. Come avveniva in The Bridge – La serie originale (così chiamata per distinguerla dai numerosi remake), ambientata tra Svezia e Danimarca, protagonista la detective della polizia di Malmö Saga Norén (Sofia Helin). In assoluto, la più misteriosa e intrigante di tutte (ora visibile su Prime video), non a caso iniziatrice del fortunato e corposissimo filone nordico (Marcella, Deadwind, Happy Valley, Omicidio a Eastwon con Kate Winslet), agli antipodi del nostro, tutto sole, buona cucina e donne alfa. Esattamente la formula che aiuta Lolita Lobosco nell’anelato ribaltamento dei ruoli. Tra qualche giorno su Sky Atlantic partità la seconda stagione di Il Re, la serie in cui Luca Zingaretti dirige il carcere di San Michele con metodi che innescano le indagini della puntigliosa pm impersonata da Anna Bonaiuto. Un bel contrappasso per l’interprete dell’indimenticato Commissario Montalbano.

 

La Verità, 24 marzo 2024

L’agiografia laica di Hack è un santino didascalico

Con un titolo sognante, Margherita delle stelle, è andato in onda su Rai 1 il film tv su Margherita Hack, «la più grande astrofisica italiana del Novecento». Coprodotto con Rai Fiction, dalla Minerva production di Santo Versace, diretto da Giulio Base, interpretato da Cristiana Capotondi (già nei panni di Chiara Lubich), il biopic tratto da Sette vite come i gatti (scritto con Federico Taddia, autore principe in Rai), racconta la vita della protagonista dalla sua infanzia, maschiaccio tra bimbe vezzose, cresciuta ai valori liberali del padre Roberto (Cesare Bocci) di origine svizzera, vegetariano, disoccupato perché rifiutò la tessera fascista e poi dirigente della Società teosofica italiana.
Dopo un fugace approccio al cattolicesimo, la giovane si appassiona all’atletica leggera, s’impone nel salto in lungo e in alto e conquista una certa popolarità fino a leggere il giuramento al raduno dei Littoriali di Firenze. È una ragazza che sa quello che vuole, con la risposta sempre pronta e quella certa sicumera che accompagna i primi della classe. Il distacco dal regime avviene all’indomani delle leggi razziali che causano l’espulsione di una professoressa ebrea del liceo. Seguiamo Margherita negli studi alla facoltà di Fisica, nell’amicizia con Betty, nell’amore con Aldo De Rosa (Flavio Parenti), già compagno di giochi infantili, ritrovato dopo anni, poi marito fedele con il quale condivide la passione per le stelle e l’astronomia. All’università la vocazione s’impone e gli studi scorrono rapidi e soddisfacenti. Inizia la carriera accademica, arrivano il trasferimento all’Osservatorio di Merate, i convegni e le pubblicazioni internazionali fino alla consacrazione all’Osservatorio di Trieste, prima donna a dirigerlo. Il marito la accompagna nei viaggi e nelle attività, fin troppo collaborativo. Cattolico, ottiene il matrimonio religioso, ma quando lei riflette sull’origine dell’universo e sulle domande conseguenti, inibendone la risposta – «non dirmi che è Dio» – lui si limita a prendere appunti per scrivere un libro.
Albert Einstein diceva che «chi non ammette l’insondabile mistero non può essere neanche scienziato» (Scoppiò cinquant’anni fa la «rivoluzione» di Einstein; conversazione con Francesco Severi, Corriere della Sera, 20 aprile 1955). Ma, orgogliosamente atea, femminista, attivista dei diritti civili, favorevole all’eutanasia e vegetariana, Margherita Hack è figura pienamente rappresentativa del pantheon contemporaneo. C’è da accontentarsi che la sua commemorazione si sia limitata a questo didascalico film tv.

 

La Verità, 7 marzo 2024

In «Cinque minuti» Vespa verga l’editoriale del Tg1

Qualcuno si aspettava che quella inaugurata lunedì da Bruno Vespa su Rai 1 sarebbe stata una striscia d’opposizione? Che i Cinque minuti che vengono dopo il Tg1 diventassero uno spazio di contestazione dell’azione di governo? A leggere i primi commenti delusi sulla nuova rubrica sembra che fossero queste le aspettative. Almeno di chi pensa che quello spicchio dell’arancia vada gustato separatamente, come se non fosse impaginato subito dopo il telegiornalone, il media più ufficiale del bigoncio. Difficile potesse essere un controcanto, un contrappunto, uno spazio di controinformazione, qualsiasi cosa che fosse contro. Con il suo Porta a Porta, Vespa è già titolare della Terza camera dello Stato e questo interstizio tra le news e il game che lo segue («Buon Amadeus») è un poggiolo o, se volete, una cabina armadio della camera.

Sigla con la canzone di Maurizio Arcieri dei New Dada, per dar l’idea di non prendersi troppo sul serio, studio molto illuminato, padrone di casa e ospite seduti su due sgabelli e posizionati frontalmente attorno a un tavolo, su poche immagini visibili in un vidiwall che sta di fronte ai telespettatori, s’innesta la prima domanda all’invitato: nella puntata d’esordio, come da tradizione, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la seconda sera il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi sulla tragedia di Cutro e le sue dichiarazioni (share del 23,6 e del 22,5% con 5,2 e 4,7 milioni di telespettatori). È uno spazio d’informazione istituzionale che affronta il principale fatto della giornata e che, incastonato al termine del tg ne è, in realtà, il vero editoriale. Per questo avrebbe potuto anche intitolarsi «Il Punto», ma sarebbe stato meno originale. Invece con quella sigla Vespa ha voluto esprimere anche una lieve insofferenza per l’esiguità dello spazio che non consente troppa elaborazione dei contenuti. Bisogna andare al sodo, per non sovrapporsi alla striscia di Rai 3 e non togliere pubblico al Tg2 in fase di avvio. I vincoli ci sono e, dunque, è sbagliato fermarsi a gustare solo quello spicchio. Gli approfondimenti giornalistici, brevi o lunghi che siano nei palinsesti Rai guardano principalmente in un’altra direzione e, dunque, questi Cinque minuti hanno un loro perché. Vespa non è Enzo Biagi e il paragone con Il Fatto mostra quanto i tempi siano cambiati. L’inclinazione moderata del conduttore è nota. Il moderatismo è anche un modo di fare il giornalista senza indossare i panni del missionario. L’Italia spaccata dell’èra berlusconiana è andata in archivio.

 

La Verità, 2 marzo 2023