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Persino l’Eurovision ha un pregio: la stringatezza

No, l’Eurovision Song Contest (Esc), titolo 2.0 del vecchio Eurofestival, non è più la versione canora del novecentesco Giochi senza frontiere, ingenuo tentativo di unificare popoli e nazioni attraverso sfide e competizioni colorite con contorno di bandiere e folclore che riposa nella memoria dei boomer. Eppure, partendo dall’antenato sorto nel 1956, anche l’Esc ha una storia lunga oltre mezzo secolo. Ora è diventato un gigantesco luna park delle canzonette? Un kolossal del kitsch? Uno show dell’omologazione musicale in atto? Un format dell’ultrash canoro? Un po’ tutto questo: un’apprezzabile identità è ancora da trovare (martedì, Rai 1, 5,5 milioni di telespettatori, 27% di share). Nell’attesa, giusto per non perdere l’occasione di mettere la firma sul marchio, veicolo del gender più mainstream, il nostro principale quotidiano gli dedica ampi spazi mentre l’amministratore delegato della Rai Carlo Fuortes lo battezza con la retorica che non manca mai in queste occasioni: «Dalla musica arriva l’invito a un futuro insieme, in un momento delicato per l’Europa». Ne avremo ancora per altre due serate, la seconda semifinale stasera (quando toccherà al duo italiano Mamhood e Blanco, oltre all’immancabile Achille Lauro in rappresentanza di San Marino) e la finale di sabato. Non a caso mezza Rai si è trasferita a Torino già da diverse settimane per sostenere l’evento pilotato da Laura Pausini, Alessandro Cattelan e Mika, alla fine costretti dentro un copione risicatissimo e una scaletta tirannica per rispettare i tempi delle esibizioni. «Ciao Italia!» e «Ciao Torino!» sono parse le maggiori licenze concesse ai conduttori, per il resto impegnati ad abbracciarsi ripetutamente per smentire le voci di rivalità trapelate dal backstage. La loro performance rivolta all’eurovisione, per i telespettatori italiani si è trasformata nella radiocronaca di Gabriele Corsi, Cristiano Malgioglio e Carolina di Domenico, in perfetta sintonia con l’ultrash protagonista sul palco, trionfo di cattivo gusto, dalla maggior parte dei costumi ai bengala da capodanno al luna park. Fortunatamente l’esito del televoto ha selezionato per la finale le esibizioni migliori, a conferma del fatto che il pubblico ha le idee abbastanza chiare. E se Malgioglio è ormai un cadeau che tocca accettare nella sua interezza – indiscussa competenza musicale comprensiva di biografia amorosa multinazionale – al contrario il nostro Sanremo potrebbe considerare la lezione di stringatezza e ritmo del format continentale. In fondo, anche da chi è più ingenuo di noi si può sempre imparare qualcosa.

 

La Verità, 12 maggio 2022

L’onore di Accorsi si adagia sul paternalismo

Era inevitabile che, programmato su Rai 1, il remake di Your honor, la serie di Showtime interpretata da Bryan Cranston e tratta a sua volta dall’israeliana Kvodo, percorresse sentieri più dolci e frequentasse dilemmi meno radicali. Sono le conseguenze della trasposizione da un network americano a pagamento a una rete generalista italiana (Rai 1, lunedì, ore 21,35, share del 17,1%, 3,6 milioni di telespettatori).

Vittorio Pagani (Stefano Accorsi) è un apprezzato giudice, candidato alla presidenza del tribunale di Milano. Vedovo dopo il suicidio della moglie e padre del diciottenne Matteo (Matteo Oscar Giuggioli), ha conquistato fama e autorevolezza da pubblico ministero sgominando la pericolosa gang dei Silva. La sua vita cambia repentinamente quando, alla guida della vecchia auto della madre pur non avendo la patente, il figlio investe e uccide un motociclista che si scopre appartenere proprio a quei Silva. Costituirsi alla polizia significherebbe esporsi a sicura vendetta. Di slittamento in slittamento, inizia la discesa agli inferi di Pagani, nel quale il ruolo del padre e quello del giudice prendono a confliggere schizofrenicamente. Al punto che nell’opera di depistaggio delle indagini che si stringono attorno al ragazzo egli non esita a mettere a frutto le tecniche e le conoscenze acquisite come magistrato. «Se è vero che tuo figlio è tutta la tua vita, che cosa sei disposto a fare per salvare la sua?», si chiede Pagani nel monologo che apre la storia. Così, in una progressiva escalation, lo vediamo architettare una serie di manovre che contraddicono leggi e principi sui quali hai costruito l’impeccabile carriera. «A volte la paura può farti fare delle cose terribili», dice parlando di un imputato, ma in realtà di sé, al vecchio presidente del tribunale (Remo Girone). Il quale gli ribatte: «Eppure c’è chi nelle stesse condizioni si comporta diversamente. Oppure dovremmo dire che il bene non esiste?». «Esiste, ma non in assoluto», conclude Pagani.

Materia incandescente, dunque. Trattata in modo avvincente nella versione originale, in Vostro onore la storia si adagia di più sul sentimento. Mentre nei primi dieci minuti della serie americana si ascoltavano una ventina di parole ma la tensione era già a mille e a ogni scena il giudice si giocava, appunto, l’onore, in quella italiana vediamo il personaggio di Accorsi indossare raramente la toga. Era inevitabile che su Rai 1 il legal thriller sfumasse in family drama. Però così, pur restando di vivo interesse, la storia smarrisce un po’ della sua originalità.

La Verità, 9 marzo 2022

Gassmann prof moderno e una storia borderline

Dante Balestra vorrebbe essere il nostro John Keating. Ma tra Alessandro Gassmann e Robin Williams le differenze sono parecchie. Come tra Un professore e L’attimo fuggente. In realtà, la serie in onda su Rai 1 (giovedì, ore 21,40, share del 20,2%, 4,2 milioni di telespettatori) è un remake di Merlì, una produzione catalana arrivata a tre stagioni. Per la nostra rete ammiraglia è stato coinvolto Alessandro D’Alatri alla regia, l’«head writer» (senza pomposità, il capo degli sceneggiatori) è Sandro Petraglia, la società realizzatrice Banijay studios Italy. Dopo otto anni di lontananza, ora che la madre deve trasferirsi a Glasgow per lavoro, Dante torna a Roma per prendersi cura del figlio Simone. Affiora così il comprensibile rancore del ragazzo verso il padre inadempiente, nonché marito adultero. Per di più, il genitore finisce a insegnare filosofia proprio nella classe frequentata da Simone. Una situazione borderline. Non l’unica.

Balestra è un professore anticonformista che tiene lezioni all’aperto, affascina gli studenti con il suo carisma scapigliato e si prodiga per recuperare quelli più marginali. Di interrogazioni, invece, non si hanno notizie. L’unico che vi ricorre è l’odioso docente di latino, ridotto a macchietta. Purtroppo non è il solo luogo comune della sceneggiatura. Un altro è la lezione sull’amore platonico partendo dai graffiti sul muro della scuola, al fine di scongiurarne la riverniciatura. Un ulteriore è che, al primo incontro, il famigerato Dante si porta a letto la collega di matematica, prossima al matrimonio. E quando i due decidono d’interrompere la storia, non senza avvinghiarsi in sala insegnanti, sono fatalmente scoperti proprio dal figlio che non mancherà di presentare il conto. Tuttavia, lungi dal ravvedersi, Dante continua ad accendere relazioni alla frequenza di una per episodio. Placandosi, verosimilmente, solo nel rapporto con Anita (Claudia Pandolfi), confusa madre di Manuel con la quale anni addietro aveva condiviso una notte di ansie per i loro bambini, ora compagni di classe. Chi non riuscirà a placarsi, scoprendo la sua passione per Manuel, è proprio Simone. Chissà se al prof (fintamente) anticonformista basteranno le citazioni di Kant e Virginia Wolf per sciogliere l’intricato groviglio di sentimenti e inclinazioni. Ciò che è sicuro è che il progressismo educativo oggi di gran moda trova in Dante Balestra un esemplare credibile e ruffiano al punto giusto.

Infine, quanto lavoro per il gettonato Gassmann: poche settimane fa era un bastardo di Pizzofalcone, ora impersona un John Keating di Villa Borghese. Non sarà troppo anche per lui?

 

La Verità, 20 novembre 2021

La Rai di Fuortes premia il re dei varietà flop

Con la riforma per generi della Rai, ideata da Fabrizio Salini, e abbracciata dall’attuale amministratore delegato, Carlo Fuortes, il direttore di Rai 1, Stefano Coletta, dovrebbe insediarsi alla direzione della struttura per l’intrattenimento di prima serata. Insieme con quella della fiction, è la più ricca delle dieci aree in cui verrà organizzata la tv pubblica. La ratio della riforma è il contenimento dei costi, da attuare riportando le produzioni all’interno, invece di ricorrere alle troppe società esterne. Ma per raggiungere l’impegnativo obiettivo serve una buona squadra di autori, ben guidata dai dirigenti scelti allo scopo. Se poi, come dice Carlo Freccero, autorità riconosciuta in materia, perseguendo il risparmio, questa pianificazione comporta «un taglio alla possibile diversità del pensiero», poco importa.

Per capire se il pubblico della Rai avrà motivi di soddisfazione dall’imminente promozione di Coletta, già direttore della Terza rete e issato sulla Prima durante il governo giallorosso, è utile chiedersi come abbia gestito il sabato sera, giorno chiave dei programmi d’intrattenimento. Le medie di ascolto dal 2 gennaio al 6 novembre 2021, nell’orario 21.30-24.30, parlano di 2.929.000 telespettatori con il 16% di share, per Rai 1, e di 3.973.000 ascoltatori, con il 21,7%, per Canale 5. Una forbice di oltre un milione di spettatori e di 5,7 punti percentuali a vantaggio della rete Mediaset. Divario motivato dal fatto che, se si eccettuano cavalli di battaglia come Ballando con le stelle ereditati dalle precedenti direzioni, i nuovi esperimenti si sono rilevati tutti clamorosi fallimenti.

Per i sabati dello scorso febbraio, nelle settimane che dovevano accompagnare al Festival di Sanremo, la direzione di Rai 1 aveva pensato a una serie di serate evento con i big della canzone italiana, presentate da conduttori diversi. La realizzazione era stata affidata a Ballandi multimedia. Ma il 13 febbraio, vigilia di san Valentino, Parlami d’amore, il varietà presentato da Veronica Pivetti e dal molto sponsorizzato Paolo Conticini che doveva fare da prologo ad altre 4 serate, raggranellava appena il 10,2% (2,3 milioni di spettatori) a fronte del 28,2 di C’è posta per te di Canale 5. Per la seconda puntata, la prima della serie intitolata A grande richiesta, erano stati schierati Patty Pravo e Flavio Insinna. Ma il risultato era stato ancora più deludente: solo l’8,3% e 1,9 milioni di telespettatori (C’è posta per te si era inerpicato fino al 30,3%). A quel punto, per ammortizzare i costi ormai sostenuti (si parla di 750.000 euro a serata), le successive puntate con Ricchi e Poveri, Loredana Berté e Christian De Sica, erano state dirottate al martedì, tuttavia, senza che la colonnina dell’Auditel s’impennasse.

Per il debutto della nuova stagione, invece, il pezzo forte doveva essere l’atteso esordio nella rete ammiraglia della tv pubblica di Alessandro Cattelan, il golden boy reduce dalle trionfali annate su Sky di X-Factor. All’inizio Da grande era stato programmato per sabato 18 e sabato 25 settembre, con conseguente destinazione del budget (pare vicino al milione di euro). L’investimento era forte perché, nelle intenzioni del direttore di Rai 1, le due serate dovevano aiutare il conduttore a familiarizzare con la rete in vista della promozione sul prestigioso palco dell’Eurovision song contest del maggio prossimo. Così, una volta scoperto che Maria De Filippi aveva anticipato la partenza di Tu sí que vales proprio al 18 settembre, per evitare al giovane Cattelan l’ìmpari duello, era stato spostato alla domenica sera. Ma anche con la più morbida concorrenza di Scherzi a parte, Da grande era rimasto piccolo (share tra il l 12 e il 13%).

Dopo tali avvisaglie non restava che puntare sul collaudato e affidabile Ballando con le stelle. La prima puntata confermava le speranze ben riposte, strappando un sostanziale pareggio con il programma di Canale 5 (anche se il numero di ascoltatori era di poco inferiore). Purtroppo, però, il sabato successivo tra i concorrenti si registrava l’assenza di Mietta causa Covid e la conseguente polemica, mal gestita a livello di comunicazione, finiva per appannare l’immagine del talent di Milly Carlucci. Che, continuando a flettere, ora si trova a 3,6 punti percentuali di distacco da quello di Canale 5 (21,8 contro il 25,4%).

Difficile dire che cosa riserverà il futuro ai telespettatori della Rai, quando Coletta ne dirigerà l’intrattenimento di prima serata di tutte le reti. Qualcosa si può immaginare per l’immediato futuro del pubblico di Rai 1. Negli ultimi anni, il primo gennaio aveva riscosso notevole successo Danza con me di Roberto Bolle. Stavolta, però, il direttore aveva voglia d’innovare. Alla presentazione dei palinsesti di luglio, aveva quindi annunciato per i sabati di gennaio, a partire proprio da Capodanno, quattro puntate di Meraviglie di Alberto Angela. Sfortunatamente non aveva previsto il diniego del conduttore, restio a confrontarsi con C’è posta per te della solita De Filippi. Incapace di imporsi, come in passato aveva fatto Teresa De Santis, convincendo Angela al duello del sabato sera peraltro con esiti dignitosi, Coletta sta facendo marcia indietro per ripristinare la serata di gala di Bolle. Mentre per i restanti sabati di gennaio si sta lavorando a un’edizione Nip di Tale e quale show, condotto da Carlo Conti. Quanto a Meraviglie, verrà programmato durante la settimana.

Tutto bene, dunque? Mica tanto, confidano i beninformati in Viale Mazzini. Perché, mentre le altre reti subiscono drastici tagli, per il valzer del palinsesto di Rai 1 servirà un extrabudget che potrebbe sfiorare i 4 milioni (500.000 a puntata per Tale e quale show e 1,8 milioni per Danza con me).

 

La Verità, 10 novembre 2021

Leonardo, un polpettone di favole e cliché

Genio e tormenti. Talento e sofferenza. Raccontare la vita di Leonardo da Vinci, il più grande ingegno del Rinascimento, scienza e creatività massime, è impresa al limite dell’impossibile. La scorciatoia che la semplifica è affidarsi ai cliché, alle formule collaudate. In Leonardo, il polpettone da 30 milioni di euro che da martedì, per quattro serate, va in onda su Rai 1 (ore 21,35, share del 28,4%, 6,9 milioni di telespettatori) si è scelta la ricetta giallorosa con qualche spruzzata di arancione. Del resto, quando a una serie con grandi ambizioni internazionali (finora è stata venduta 120 Paesi) collaborano Rai, France Télévisions e Zdf (sceneggiatori Frank Spotnitz e Steve Thompson, registi Dan Percival e Alexis Sweet), una narrazione standardizzata sull’inclusività è l’inciampo più prevedibile nel quale si può incorrere. Stupisce, ma fino a un certo punto, che sul biopic di candelabri e turbamenti proibiti, ci sia la firma di Lux Vide, già produttrice dei Medici. Mentre stupisce meno che ad attivarla sia stata l’ex capo di Rai Fiction Eleonora Andreatta prima di traslocare a Netflix.

Or male. Per appassionare il grande pubblico internazionale alla storia di uno dei più grandi geni della storia dell’umanità si è deciso di far prevalere il linguaggio del giallo e del fogliettone sessuale sulla parte artistica, resa incentrando ogni episodio su un’opera del Maestro (Aidan Turner). Che subito incontriamo imputato di omicidio di tal Caterina da Cremona (Matilda De Angelis), qui coprotagonista, utile a tessere l’intreccio privato: il talento misterioso, l’inclinazione omosessuale, l’invidia dei compagni della bottega di Andrea del Verrocchio (Giancarlo Giannini), soprattutto lei, grande amore incompiuto. «Un’amante?», gli chiede l’inquisitore Stefano Giraldi (Freddie Highmore). La risposta di Leonardo è un capolavoro di ambiguità: «Fissate mai il cielo? Sapete: l’aria non ha colore, è invisibile. Eppure il cielo è colorato di blu. Un enigma come il cielo, questo era lei per me». Così, non possono che vincere solitudine e tormenti, rifiuti e incomprensioni. Tanto più se sullo sfortunato genio incombe dalla nascita la maledizione annunciata dall’uccellaccio posatosi sulla sua culla d’illegittimo neonato. Una spruzzata gotica fa sempre audience. «Una fiction non è un documentario», hanno ribadito i produttori mettendo le mani avanti alla presentazione. Concetto espresso ancora meglio da Giannini: «Noi attori raccontiamo delle favole». A volte anche troppo.

De Giovanni fa bingo su Rai 1 orfana di Montalbano

Il Montalbano napoletano ha le visioni. Il Montalbano partenopeo vede spiritelli ammonitori. Il Montalbano vesuviano è anche lui un estimatore delle belle donne. Solo che è più tormentato del commissario di Vigata (Porto Empedocle). Scopriremo strada facendo le ragioni di questi turbamenti e i motivi che lo inducono a limitarsi a spiare dalla finestra di fronte i ricami della timida ma intrigante dirimpettaia. Intanto scorrono le indagini de Il senso del dolore, primo episodio del Commissario Ricciardi, serie prodotta da Rai Fiction e Clemart srl e tratta dai romanzi omonimi di Maurizio de Giovanni, piazzata nella prima serata di Rai 1 per accontentare l’affezionato pubblico del giallo mediterraneo, orfano della formidabile creatura di Andrea Camilleri.

Ci vorranno parecchio tempo e numerose prove vinte per poter dire che Ricciardi is the new Montalbano, ma che il tentativo sia questo è fatto dichiarato ed esplicito (lunedì, ore 21,35, share del 24,1%, 5,9 milioni di telespettatori). Troppe le somiglianze nella lentezza delle investigazioni, nella composizione del cast, nei rapporti con il mellifluo vicequestore, con l’arguto medico legale e il prete melomane.

Nella vitale e coloratissima Napoli degli anni Trenta, Luigi Alfredo Ricciardi (Lino Guanciale), impermeabile d’ordinanza e ricciolo che sdrammatizza il temperamento introverso, è chiamato a indagare sull’omicidio della star della lirica amico del Duce, avvenuto durante la rappresentazione di Pagliacci al Regio Teatro san Carlo. Come da copione, l’arrogante tenore è inviso ai colleghi per i soprusi e la spudorata condotta di adultero incallito. Al punto che la bella e misteriosa moglie (Serena Iansiti) è la prima presunta colpevole. Ma con l’aiuto del fedele brigadiere (Antonio Milo) e le soffiate di un femminiello (Adriano Falivene), il corso delle indagini devia verso un dramma della gelosia più pop e ruffiano («Credo alla fame e all’amore», ripete Ricciardi, i motivi per cui «continuo a veder morire»).

Curato nelle scenografie e nei costumi, con le visioni dei fantasmi delle vittime di cui coglie l’ultimo pensiero, grazie alla regia ironica e volutamente eccessiva di Alessandro D’Alatri, Il commissario Ricciardi fonde elementi mistery nel copione del poliziesco a tinte mélo. Dopo il rodaggio dei Bastardi di Pizzofalcone su Rai 2, de Giovanni fa l’en plein sulla prima rete, dov’è attualmente in onda anche con Mina Settembre, quasi che la Rai sia a corto di alternative. Del resto, l’autore napoletano è prolifico almeno quanto Camilleri: auguriamoci non sia altrettanto militante.

 

La Verità, 27 gennaio 2021

Con Franceschini Sanremo è un rebus di Stato

Il fatto è che teatri e cinema dovrebbero essere aperti e funzionanti da un pezzo. Ovvio, rispettando protocolli e restrizioni. Seguendo contingentamento e distanziamento del pubblico. Regolando gli afflussi. Ma funzionando. Altrimenti sfugge la ragione per cui i supermercati siano aperti, le chiese, distanziate e sanificate, anche, e le scuole medie ed elementari pure, mentre per le superiori si auspica un rapido ritorno alla didattica in presenza. Perché i teatri e i cinema no, pur con il pubblico al 50%?

Nella confusione generale e normativa che complica la nostra quotidianità era inevitabile che anche il Festival di Sanremo si trasformasse in un affare di Stato. Del resto, per un motivo o per l’altro, lo è ogni anno. Figuriamoci nel bel mezzo di una crisi di governo e di una pandemia che miete centinaia di morti al giorno, come qualcuno, un po’ moralisticamente, ha fatto notare. Così è la nostra Italia. Anzi, l’Italietta delle canzonette. Il governo dimissionario si schiera contro il Festival. Amadeus, il conduttore ancora in carica, critica la decisione del ministro dei Beni culturali Dario Franceschini e minaccia di abbandonare la direzione artistica della kermesse. I vertici Rai di nomina governativa si barcamenano. Il direttore di Rai 1, Stefano Coletta spinge perché Sanremo si faccia rispettando le restrizioni: «Sarà uno show protocollato come evento televisivo e sarà realizzato in grandissima sicurezza, in accordo con la prefettura, l’Asl e le autorità preposte». Le case discografiche scrivono al ministro della Salute sottolineando la difficoltà dei loro artisti a esibirsi in un teatro deserto. Eventualità di fronte alla quale Amadeus minaccia il rinvio a tempi migliori. Roberto Speranza inoltra la preghiera delle major della discografia al Comitato tecnico scientifico. Il quale non si riunsice per pronunciarsi sull’inestricabile questione. I giornalisti filogovernativi (Selvaggia Lucarelli) dicono e che sarà mai: «Se ce l’ha fatta Floris senza pubblico ce l’ha può fare» anche Amadeus. Da brava concorrente della Rai, La7 fa il suo gioco: «Il ministro Dario Franceschini mette a tacere le polemiche…», oibò.

Ecco la bagarre che ci mancava, perché Sanremo è Sanremo. In realtà, al ministro è bastato un tweet per dimostrare di averci capito pochino: «Il Teatro Ariston di #Sanremo è un teatro come tutti gli altri e quindi, come ha chiarito ieri il ministro @robersperanza, il pubblico, pagante, gratuito o di figuranti, potrà tornare solo quando le norme lo consentiranno per tutti i teatri e cinema. Speriamo il prima possibile». Nell’attesa che questo «prima possibile» già tardivo arrivi, il nodo da sciogliere è quello dei figuranti: «attori» scelti, controllati e contrattualizzati dalla Rai, che andrebbero a comporre il pubblico di 800 persone che occuperebbe la platea dell’Ariston. Il quale, però, non è un teatro «come tutti gli altri», perché in occasione del Festival diventa un normale studio televisivo.

Il cinguettio del ministro Franceschini – lo stesso che ha promosso la realizzazione della «Netflix della cultura italiana» in partnership con la semiclandestina Chili Tv e non con la Rai – è smentito anche dalle Faq del sito di Palazzo Chigi. La presenza di pubblico è infatti ammessa negli studi tv, «in quanto alle trasmissioni televisive non si applica il divieto previsto per gli spettacoli, perché la presenza di pubblico in studio rappresenta soltanto un elemento “coreografico” o comunque strettamente funzionale alla trasmissione». Non si spiegherebbe altrimenti perché programmi come X Factor e il Maurizio Costanzo show, registrato per altro al teatro Parioli, abbiano potuto andare in onda con un pubblico di figuranti.

«Sanremo è un continuum dell’intrattenimento che siamo riusciti a organizzare quest’anno nonostante la pandemia», ha sottolineato il direttore di Rai 1. Non sfugge ai più che, tra sponsor, pubblicità, industria discografica, cachet delle star, autopromozione della rete e tutto il resto, movimentando alcune decine di milioni di euro, il caravanserraglio del Festival è la macchina da soldi della Rai. E anche del Comune di Sanremo: «La mancata realizzazione del Festival comporterebbe un minor introito alle casse tale da portare il comune al default», ha detto allarmato il sindaco Alberto Biancheri. E pazienza se alcuni sovrintendenti d’importanti teatri come La Scala o L’Opera di Roma lamentano il trattamento di favore di cui godrebbe il Festival della canzone italiana. Per la verità c’è anche chi spinge nella direzione opposta e chiede di superare l’ipocrisia dei figuranti, aprendo le porte dell’Ariston a un pubblico vero. Con la sua forza d’urto, Sanremo potrebbe funzionare da apripista. Per ritornare alla normalità, prima o poi, da qualche parte bisogna pur cominciare.

Il governo è ancora in carica «per il disbrigo dell’ordinaria amministrazione». Ma con il Covid, il Festival della canzone italiana è affare ordinario o straordinario? Servirà nominare una task force per saperlo?

 

La Verità, 29 gennaio 2021

La musica gira bene, peccato le soste retoriche

La parte migliore è proprio ciò che gira intorno. La musica, appunto. E la splendida scenografia di case colorate (dove sarà?) del Teatro 1 di Cinecittà world. E poi alcuni duetti e alcune partecipazioni scanzonate pur trattandosi di canzoni. Ma anche di qualche gag leggera dispensata con tonalità affettuose nel clima generalmente amichevole. Il peggio sta invece nei monologhi accorati, nelle omelie da pensiero uniforme, nella sottolineatura dell’importanza dei testi delle canzoni, a volte un tantino grondanti: «E poi e poi e poi sarà/ che quando sento di voler salvare il mondo/ poi succede che/ è lui che salva me» (Padroni di niente). Peccato, Fiorella Mannoia. Proprio ora che si era esposta in occasione della bigotta polemica contro Grease, giudicato omofobo e misogino: «Questo politicamente corretto sta diventando insopportabile», aveva twittato, condividendo le critiche del sindaco di Bergamo Giorgio Gori, ex direttore di Canale 5. Peccato, dunque, che La musica che gira intorno sia stata farcita di troppa retorica, sui drammi della pandemia rivisitati da Ambra Angiolini o sull’amore tra due donne interrotto dalla guerra («La lettera di Valerie» da V per vendetta) recitato con occhi lacrimanti da Sabrina Impacciatore (Rai 1, venerdì, ore 21,30, share del 17%, 4 milioni di telespettatori). In apertura non era mancato anche il ricordo della Shoah di Edoardo Leo, con la citazione del colonnello inglese Mervin Willett Gonin che ha raccontato il sorprendente arrivo dei rossetti nel campo di concentramento di Bergen Belsen: era l’introduzione a Credo negli esseri umani di Marco Mengoni. E avrebbe potuto bastare come momento di riflessione.

Il meglio è arrivato invece dalla musica. A cominciare proprio da Canzone di Lucio Dalla, interpretata da Antonello Venditti e Francesco De Gregori, come incipit della serata, partita in crescendo. Con la Mannoia, versatile padrona di casa nell’affiancarsi ai tanti ospiti, soprattutto maschili. Sulle ali della nostalgia il duetto con Claudio Baglioni (Il mondo, Io che non vivo…); aperto dalla leggerezza di Panariello quello con Andrea Bocelli, concluso dall’Hallelujah di Leonard Cohen; intenso nella gara di voci quello con Giorgia, pronta all’autoironia sull’abbigliamento da lockdown; serioso quello con Luciano Ligabue; giocoso quello con Gigi D’Alessio e Achille Lauro in Tu vuo’ fa’ l’americano e Eri piccola. Introdotti dalla gag di Alessandro Siani: «La musica gira intorno perché non trova parcheggio?». Già, sarebbe un peccato se, gira che ti rigira, finisse per trovarlo in zona sinistra da salotto.

 

La Verità, 17 gennaio 2021

Perché lo show di Beppe Fiorello è eccezionale

Coraggioso, Beppe Fiorello, a mettersi in gioco per due ore e mezza raccontando la storia della sua famiglia, di papà Nicola, di mamma Sarina, dei fratelli, del cugino spaccone, di Joe Conforte, concittadino di Augusta emigrato nel Nevada, dove aprì la prima casa chiusa legale. Coraggioso ed eclettico, riempie la scena variando tra memoria, dialoghi, retroscena, digressioni, canzoni. Nel lungo monologo calibrato sulla storia parallela e spesso intrecciata fra il padre e Domenico Modugno che compone Penso che un sogno così ci sono poche concessioni al mainstream (Rai 1, lunedì, ore 21,35, share del 12,3%, 2,8 milioni di telespettatori). È una storia tutta al maschile, per esempio, senza essere maschilista. È una storia patriarcale, senza essere mai irrispettosa dell’universo femminile, anzi. Semmai, com’è inevitabile, affiora qualche cedimento al sentimentalismo e all’autoreferenzialità. Un certo compiacimento meridionale, l’interminabile viaggio in auto per andare a trovare la nonna sulle note della Lontananza… Ma era nel contratto, trattandosi di un esterno di famiglia siciliana su repertorio di Modugno («siculo» d’adozione). «Stasera siamo qui: io, mio padre e tu», dice Beppe rivolto alla gigantografia. Dal dopoguerra, passando per il boom economico, si arriva alla fiction in cui interpreta l’artista di Polignano a Mare, cinquant’anni d’Italia visti con gli occhi del picciriddu che non parla mai, ma osserva la somiglianza di papà Nicola e dell’idolo Mimmo. E che ben presto – un po’ come Rosario in Volevo fare il ballerino – inizia a coltivare il «sogno inconfessabile» di diventare attore, cantante. Intanto, le biografie degli adulti continuano a sovrapporsi tra canzoni e aneddoti, successi e serenate. Quando Modugno vince Sanremo nel 1958 con Nel blu dipinto di blu, e le sue braccia spalancate diventano ovunque sinonimo di solarità e ottimismo, Nicola e Sarina si fidanzano e ce n’è abbastanza per vedere i segni del destino che seguiteranno a contrappuntare le vite dei Fiorello. A fine show compare, discreto, anche Rosario per duettare su Tu si’ ’na cosa grande, una delle perle del canzoniere che comprende Amara terra mia, Vecchio frac, Meraviglioso, Piove (Ciao ciao bambina)…

Coraggioso, Beppe Fiorello. Ma anche fortunato e attento a riconoscere nel padre e in un grande artista le tracce sulle quali provare a realizzare il sogno della giovinezza. Ora che è considerato una figura da ridimensionare, uno show come atto di gratitudine verso il padre è letteralmente un evento eccezionale.

 

La Verità, 13 gennaio 2021

Tra tanti, spicca l’augurio subliminale di Mina

Si è realizzato uno strano effetto di sovrapposizione, quasi uno scambio di ruoli, la sera del 31 dicembre guardando in sequenza su Rai 1 prima il Messaggio di Fine anno del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, poi l’anteprima dell’Anno che verrà con Amadeus, infine il lungo spot della campagna istituzionale di Tim con la voce di Mina. Sarà stato il non cenone al quale un po’ tutti eravamo intenti causa restrizioni da zona rossa, sarà stato l’anno che ci lasciavamo alle spalle, è evidente che il messaggio più gradito sia arrivato dal musical allestito in tre minuti e mezzo dal marchio della compagnia telefonica. Probabilmente per obblighi istituzionali, per stile della casa, per impacci conseguenti alla crisi ventilata, minacciata, possibile o incombente, il discorso del Capo dello Stato non è andato oltre un’accorata esortazione a comportarci bene. Il prologo del tradizionale varietà della notte di Capodanno ha invece confermato l’impostazione da caravanserraglio della rete: tutti dentro un calderone che mixa Gianni Morandi e Piero Pelù, Rita Pavone, Gigi D’Alessio e J-Ax, con qualche ballerina di contorno. In sintesi, «l’Italia dei capelli tinti», è stato autorevolmente scritto.

Schiacciato tra il messaggio presidenziale e il veglione in studio, alla fine il contenuto più augurale è arrivato dallo spot «Questa è Tim». Non tanto per l’abusato arcobaleno che soverchiava il titolo, quanto per il ballo di massa finale. Leggero, colorato, spensierato, sinonimo di libertà da riconquistare. È l’auspicio per il 2021 che, in modo subliminale, è rimbalzato da quei quattro minuti di musica, parole e danze. Così la campagna per i 100 anni d’innovazione, è diventata, per collocazione e contesto, il vero messaggio positivo ai telespettatori.

Lo spot si presenta con l’immagine di Torino, capitale della ricerca tecnologica da dove parte «una storia italiana», «la storia di un’idea e di chi trovò la strada per farne una realtà. Così da cent’anni un’infinita via fa volare milioni di ciao, di come stai. Se pure noi siamo lontani, ci fa sentire più vicini». Le parole sono l’adattamento del testo di This is me, dal musical The Greatest Showman. Le coreografie che Luca Tommassini ha tratto da altri grandi musical e da Pane, amore e… o Flashdance, le immagini montate con linguaggio contemporaneo dalla regia di Luca Josi, direttore della comunicazione strategica di Tim, e le note della voce di Mina, ci trasmettono quella leggerezza e quell’autostima di cui oggi più che mai abbiamo bisogno.

 

La Verità, 2 gennaio 2021