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Mondiali di calcio? Per la Rai un’occasione sprecata

Martedì mi ero fatto un bel programmino mondiale. Su Rai 1 erano previste Portogallo-Svizzera alle 20, interessante per vedere i lusitani senza Cristiano Ronaldo, e Spagna-Marocco alle 16, dal risultato non scontato, con i nordafricani pieni di calciatori di qualità, da Hakimi (Paris Saint-Germain) a Mazraoui (Bayern Monaco), da Amrabat (Fiorentina) a Zyech che apprezzo dai tempi dell’Aiax. Il programmino era semplice: siccome nel pomeriggio ero impegnato, avevo pensato di registrare entrambe le partite rinviando a fine giornata la scelta, evitando d’imbattermi in notiziari sia televisivi che online (cosa tutt’altro che semplice, basta pensare alla funzione di Google Discover). Arrivato a sera inizio a guardare in diretta il Portogallo ma, dopo un paio di smorfie del Cr7 panchinaro e di gol nella porta elvetica, mi oriento sul match tra le nazioni divise dallo stretto di Gibilterra che, considerati i contenziosi storici pregressi, forse non sarebbe stata solo una sfida di calcio. Sul campo, però, non sembra esserci acrimonia, la partita è godibile e il telecronista Dario Di Gennaro trova pure modo di avvertire d’emblée i telespettatori che il «16 dicembre Walter Veltroni racconterà Pio La Torre su Rai 3». Tornando al matc, la Spagna di Luis Enrique «fa la partita» ruminando il suo tiki taka con gli enfant prodige Gavi e Pedri, il Marocco se ne sta rintanato, replicando con blitz affidati a Zyech e Boufal. Alla fine dei tempi regolamentari siamo ancora «a reti inviolate» e si va ai supplementari.

Il vantaggio di guardare una partita registrata è che si possono annullare le pause come l’intervallo, le sostituzioni e gli infortuni, applicando una sorta di tempo effettivo. Pigiando il tasto di avanzamento, però, mi accorgo che la registrazione si avvicina pericolosamente alla fine e nella mia testa si affollano i calcoli tra il tempo mancante al completamento dei supplementari e quello registrato ancora residuo. Tra recuperi e interruzioni realizzo che se «si ricorrerà alla lotteria dei rigori» il segmento rimasto è disperatamente insufficiente. Mentre il nervosismo sale, l’immagine si blocca su Sarabia che «stampa sul palo» la più ghiotta delle occasioni. Dopo 2 ore e 55 di registrazione, su Rai 1 parte L’Eredità: il risultato è che, non so bene perché, i rigori posso solo sognarmeli. Non resta che tornare alla programmazione in diretta per provare a recuperare il finale di partita. Ma al Circolo dei mondiali una giornalista esperta di ciclismo con braccialetto arcobaleno – i diritti, i diritti -, un’ex olimpionica di salto in alto che recita da zia stralunata e una madamina torinese sdilinquita per le sorti della povera Juventus sono ai saluti. Pubblicità, promo di Bruno Vespa e  si va sul cazzeggio della Bobotv. Maltratto il telecomando digitando il 5058 di Raisport (sulla piattaforma Sky) dove volteggia una coppia di pattinatori, ma non c’è tempo di ammirare le gambe di lei che, al primo salto atterra male. Anzi, vista la superficie, «agghiaccia», senza bisogno di aggettivi. Su Sky Sport il rullo informa della vittoria del Marocco ai calci di rigore. Ma pure Alessandro Bonan non dispone di filmati, esclusiva Rai. La quale li usa con parsimonia e, chissà se per motivi ideologici, ha scelto di non dedicare ai mondiali qatarioti né una rete né spazio adeguato. Non resta che riparare nervosamente su Youtube…

 

La Verità, 8 dicembre 2022

Fiorello: «Non risparmio nessuno, ma ficco poco»

È un Fiorello ecumenico, conciliante ma preciso, ovviamente divertente quello che è arrivato «come un ciclone» nella Sala degli Arazzi di Viale Mazzini per improvvisare la conferenza stampa di Viva Rai 2, da lunedì prossimo alle 7,15 sulla rete del titolo. Un Fiorello in ottima forma, pur con tutte le paturnie tipiche di un artista sensibile alla vigilia di un esordio impegnativo: sei mesi in onda all’alba su una rete generalista. Ad attenderlo nel palazzone di vetro con il cavallo simbolo, meta del tragitto in vespa e filmato in diretta dal Glass di Via Asiago, sede del programma, c’era tutto il vertice Rai pronto alla gara dell’elogio più sperticato. «Fiorello è un uomo del servizio pubblico che con questo programma regala a tutti gli italiani la possibilità d’iniziare la giornata con il buonumore» (Carlo Fuortes, amministratore delegato). «Fiorello è il numero uno europeo dell’intrattenimento perché ha capacità come nessuno di stupirsi delle piccole cose e trarne una grande creatività» (Stefano Coletta, direttore dell’Intrattenimento primetime). «Caro Fiorello, sappi che tutti i programmi del daytime sono aperti a qualsiasi incursione» (Simona Sala, direttrice Intrattenimento daytime). Un contesto tanto istituzionale e zuccheroso non poteva che innescare la modalità più conciliante dell’artista siciliano. Il quale ha subito smorzato potenziali polemiche: «Non c’è stato nessun dirottamento da Rai 1. Come si dice: quando si chiude una porta si apre un portone. Capisco che i giornalisti del Tg1 difendano il loro spazio. Poi c’è modo e modo di dire le cose. Ho trovato poco elegante quel comunicato, si poteva fare una telefonata. Io sono il migliore amico del Tg1… Anche se leggere la parola “sfregio” mi ha lasciato un po’ così».

L’idea di Rai 2 è stata immediata. In un primissimo momento, si era pensato addirittura a Rai 5. Poi però si è rimasti sulla rete generalista perché, rispetto all’Edicola Fiore di qualche anno fa su Sky, la differenza è proprio questa: vedere se il morning show imperniato sulle news attrae anche il pubblico della televisione generalista. E qui sono emersi i timori di Rosario perché, considerato il successo del rodaggio su Raiplay, «non vorrei che l’Aspettando… si rivelasse più divertente dell’aspettato… come quando senti le scarpe vecchie più comode di quelle nuove. E poi anche perché chiunque tocca Rai 2 muore. Però va bene così, a quell’ora fa l’1%, se faccio il 2 cresco del 100%, se arrivo al 4 divento ad della Rai e… chiamatemi Fiorellos». Se invece va male oggi in Rai non si sa chi chiamare perché il direttore non c’è più. «Questo fatto l’ho realizzato adesso. Una volta il direttore rispondeva, ma adesso chi risponde? Tu, per esempio, che fai?», ha scherzato rivolto al capo dell’Intrattenimento primetime Coletta, la cui presenza per un programma delle 7 del mattino poteva sembrare effettivamente pleonastica a fronte di quella contemporanea della collega del daytime.

Però, come detto, il clima era conciliante. Tanto più dopo la digressione sulla tragedia di Ischia, toccata anche durante la diretta su Instagram. «L’Italia va aggiustata, non rattoppata», ha detto quasi con un moto di ribellione. «Invece, dopo, diciamo sempre che si poteva evitare. È un discorso che riguarda destra, sinistra, tutti… C’è un po’ d’ipocrisia anche in noi, quando diciamo the show must go on. Io non so come si poteva evitare, sono solo un giullare». Sarà. Ma, con Aspettando Viva Rai 2, Rosario ha dato un po’ a tutti la linea del buon senso sui Mondiali del Qatar, sulla polemica riguardo la figlia di Giorgia Meloni offrendosi come «tato», su Enrico Letta che fa «numeri da Rai 2», su Ignazio La Russa che vorrebbe solo «canzoni del Ventennio». «Destra, sinistra, centro: non guardiamo in faccia nessuno. Ma sempre senza astio, la satira ficcante la fanno altri… Io ficco poco. Però una strada la troveremo…». La sfida è sempre innovare, trovare l’idea che ci porti più avanti. Come ha sempre fatto, cominciando da #Ilpiùgrandespettacolodopoilweekend, il primo show in onda di lunedì che stupì Bibi Ballandi, per proseguire con l’Edicola Fiore sulla pay tv, fino a Viva Raiplay, per lanciare la piattaforma omonima. Tutte idee di «questo signore di 62 anni», ha concluso Claudio Fasulo, vice dell’Intrattenimento serale. Già, Fiorello ha cinque più del solito Coletta: «E io che ti ho sempre trattato come un uomo d’esperienza… Dev’essere il peso dei libri», ha gigioneggiato poco dopo avergli troncato una citazione del Fanciullino: «E su Giovanni Pascoli, il microfono venne tolto…».

Con la sua squadra, dall’ottantenne Ruggero al tiktoker Gabriele Vagnato, dal corpo di ballo di Luca Tomassini al maestro Cremonesi, quelli che lui chiama la pancia del Paese, qualcosa s’inventerà anche stavolta, Rosario. Un programma virale, una scia tra reti, anche nella notte di Rai 1 con qualcosa di creato ad hoc per i nottambuli, poi in radio e nei social. Ospite della prima puntata, Amadeus: «Non ho nemmeno avuto bisogno d’invitarlo. Annuncerà i cantanti in gara al Festival. Io a Sanremo? Ma ci sono stato già tre volte di fila. È un record…».

 

La Verità, 29 novembre 2022

 

 

Pd, Lgbtq, agenti: ecco chi comanda davvero in Rai

In fondo la composizione dei palinsesti Rai è il grande gioco di società dell’establishment politico-mediatico romano. Dirigenti del servizio pubblico (vigilati dai commissari), agenti di spettacolo e artisti vari siedono attorno al grande tavolo della tv di Stato e piazzano le loro pedine, fanno le loro puntate, tirano i dadi. Niente di nuovo, è così tutti gli anni. Quest’anno con vista sulla stagione autunno-inverno 2022/2023 un po’ di più. Se manca una visione definita, un’idea forte di quale sia la mission del più grande broadcaster tv del Paese ai tempi del colera, i feudatari, i mandarini e i burattinai della Telerepubblica hanno gioco facile. Così i palinsesti diventano un grande puzzle con tasselli da colorare a piacimento, un Monopoli 2.0 con tante trattative per conquistare un posto al sole per sé o per i propri assistiti. E i telespettatori che pagano ancora il canone nella bolletta elettrica? Massì, se la faranno andare bene… Forse.

Rai 1 immobile

Il primo dato emergente spulciando i programmi dell’anno che verrà è la staticità della rete ammiraglia: i tutti i classici della prima serata sono confermati. Se di scelta si tratta, è evidente che sa di pigrizia soprattutto perché, in un contesto in continua evoluzione, la riproposta dei soliti format non potrà non appannare l’attrattiva della rete. Se proprio si vuole cercarla, l’unica novità è una bizzarria. Non a caso lo stesso Marco Giallini, protagonista di Rocco Schiavone, ha contestato il trasloco della serie da Rai 2, trattandosi di una fiction trasgressiva che mal si sposa con le preferenze del pubblico di Rai 1. L’altro elemento da segnalare, non in quanto novità, ma in quota consolidamento di potere, è il ruolo sempre più centrale di Amadeus che, oltre al Festival di Sanremo e ai Soliti ignoti, ritrova lo show in tre serate Arena ’60 ’70 ’80 ’90. Presenzialista quanto il Pippo Baudo anni Novanta, Ama è la punta di diamante della squadra di Lucio Presta, il superagente amico di Matteo Renzi, che annoverando tra i suoi artisti anche i confermatissimi Antonella Clerici a mezzogiorno, Eleonora Daniele al mattino e Marco Liorni nel preserale, controlla quasi tutta la programmazione di Rai 1.

Banksy della tv

Sugli altri due canali generalisti si concentra invece il lavoro mimetico di Beppe Caschetto. Cresciuto alla scuola dell’indimenticato Bibi Ballandi che, dalla regione Emilia Romagna, lo instradò nello showbiz «insegnandogli a volare bassi per schivare i sassi», Caschetto è probabilmente l’agente più potente della tv (ma qui parliamo solo di Rai). Come l’invisibile street artist, anche lui mette tutti davanti al fatto compiuto. I suoi però non sono graffiti mainstream, ma riempimento di caselle dei palinsesti attuato con mano di velluto. Ogni anno la sua rete si estende. Stavolta, alla già nutritissima rappresentanza in Rai (Fabio Fazio, Luciana Littizzetto, Geppi Cucciari, Massimo Gramellini, Enrico Brignano, Lucia Annunziata eccetera), ha aggiunto le new entry Alessia Marcuzzi, che condurrà il varietà generazionale Boomerissima, e Ilaria D’Amico, al timone di Che c’è di nuovo. Qualche tempo fa, invece, aveva strappato al rivale Presta, quello Stefano De Martino che, oltre a tornare con Bar Stella, sarà alla conduzione anche di un game show (Sing sing sing).

La rete gay friendly

Insieme con la riproposizione in seconda serata di Epcc, il late show di Alessando Cattelan, i programmi di Marcuzzi, D’Amico e De Martino saranno in controtendenza alla linea editoriale della nuova Rai 2 che godrà di un corposo incremento di budget (sarebbe interessante conoscerne l’entità a fronte delle nozze con le prugne secche cui furono costretti i precedenti direttori). La profonda trasformazione del secondo canale lo renderà molto gay friendly. Detto di Non sono una signora, show di drag queen, ovvero personaggi famosi che si addobberanno vistosamente da donne, il filone en travesti si avvale della conferma dell’Almanacco di Drusilla Foer, in onda dal 21 novembre, quando terminerà il quiz Una scatola al giorno condotto dal protettissimo Paolo Conticini, già vincitore a sorpresa della terza edizione del Cantante mascherato. Niente maschere, ma lo scambio di ruoli nei vari tipi di famiglie (tradizionali, allargate, arcobaleno…) animerà il pomeridiano Nei tuoi panni di Mia Ceran che prenderà il testimone da Pierluigi Diaco, conduttore di Bellama’, sorta di confronto tra boomer e influencer sui nuovi temi contemporanei. La svolta gaia di Rai 2 però non è opera di oscuri agenti, ma principalmente del neodirettore per l’intrattenimento Stefano Coletta che, non potendo arcobalenizzare Rai 1 ha concentrato i suoi sforzi sul secondo canale.

L’agente occulto

Com’è noto, dal 5 settembre Marco Damilano striscerà tutte le sere alle 20,35 su Rai 3 con Il cavallo e la torre. In automatico, ma poco convinta, è partita la protesta dell’Usigrai per la svalutazione della professionalità aziendale implicita nell’affidamento dello spazio a un esterno anziché a un giornalista Rai. In realtà, la vera contraddizione è la concorrenza fratricida che il nuovo programma farà a Tg2Post: due approfondimenti contemporanei su due reti generaliste evidenziano che lo scopo della nuova striscia è pilotare contenuti, oltre che dare una casella a Damilano. Sia lui che Giancarlo De Cataldo, in seconda serata su Rai 1 con Tempo e mistero, non hanno avuto bisogno dei buoni uffici di un agente professionista perché hanno quelli del Pd che, Michele Santoro dixit, «ha più sedi in Rai che nel resto del Paese».

Contentini e conflittini

Alcuni più evidenti, altri più felpati. Franco Di Mare, il direttore di Rai 3 appena andato in pensione continuerà a condurre il suo Frontiere, il sabato pomeriggio nella sua ex rete. Gratuitamente come da policy aziendale, e come capitò al pensionato Carlo Freccero che diresse Rai 2 gratuitamente per un anno, o no? Aldo Grasso, critico televisivo del Corriere della Sera di proprietà di Urbano Cairo, editore di La7, sarà consulente e autore di editoriali in Storie della tv, programma in onda su Rai 4 dal 18 ottobre. Walter Veltroni, editorialista e grande firma del solito Corriere del solito editore, dirigerà invece il documentario Ora tocca a noi: storia di Pio La Torre, in onda su Rai 3.

Buona visione.

 

La Verità, 30 giugno 2022

La rivincita pop di D’Alessio arruola tutti i big

È stata una garbata rivincita la festa che Gigi D’Alessio ha offerto l’altra sera su Rai 1 per i trent’anni di carriera. Un grande concerto con ospiti di primissimo piano, tutti coinvolti e grati dell’invito del cantautore napoletano. S’intitolava Gigi uno come te trent’anni insieme la serata speciale trasmessa dalla piazza del Plebiscito gremita di un pubblico che ha accompagnato tutte le canzoni degli interpreti che si sono susseguiti e non a caso il protagonista ha chiesto al regista d’inquadrare più la piazza del palco (nella folla il cartello di una ragazza: «Sposami»), «perché siete il coro più bello del mondo» (venerdì, ore 21,30, share del 24,5%, 3,5 milioni di telespettatori). Una festa con dentro il sapore della rivincita, come annunciato dal brano di apertura: «Non mollare mai/ Manda avanti il cuore che domani vincerai/ Non ho mai dimenticato/ Le porte in faccia ricevute/ La risposta era la solita per me/ Ci faremo noi sentire, le faremo poi sapere/ Ma il telefono non mi squillava mai». La rivincita era quella piazza piena, la prima serata della rete ammiraglia, la partecipazione dei maggiori big della musica e dell’intrattenimento italico. A cominciare da Eros Ramazzotti (medley con Un’emozione per sempre, Più bella cosa…), per proseguire con una Fiorella Mannoia in gran forma e il duetto sulla sempre commovente Quello che le donne non dicono di Enrico Ruggeri, con Amadeus, immancabile in ogni show di Rai 1, per un altro medley con brani anni Novanta e poi via via tutti gli altri, Luchè, Vanessa Incontrada, Stefano De Martino, Achille Lauro, Vincenzo Salemme, il figlio Lda che si esibisce con il padre al pianoforte. Un trionfo di napoletanità non piagnucolosa, anzi, internazionalissima nel tributo a Renato Carosone (Tu vuo’ fa l’americano, Torero, O’ Sarracino), apice della serata, con Rosario Fiorello, apparso a sorpresa. Anche nelle parole dello showman siciliano è strisciato il sapore della rivincita: «Ieri, mentre provavamo, dentro il Palazzo Reale qui di fronte c’era il G7 dei ministri della Cultura d’Europa, era riunito il Gotha della cultura. Invece qui c’erano l’ex re dei matrimoni e l’ex re del karaoke… chiamavamo il nostro ministro: Franceschini… Dario… I suoi colleghi chiedevano lumi… E lui: no, non li conosco…». Un duetto concluso da un capolavoro crossover, specialità di Fiorello: Come suena el corazòn di D’Alessio interpretata sulle note di The Wall di David Gilmour per un’inedita band Gigi Floyd. Una bella serata, la rivincita di un cantautore considerato troppo pop per godere degli elogi della critica ufficiale.

 

La Verità, 19 giugno 2022

Persino l’Eurovision ha un pregio: la stringatezza

No, l’Eurovision Song Contest (Esc), titolo 2.0 del vecchio Eurofestival, non è più la versione canora del novecentesco Giochi senza frontiere, ingenuo tentativo di unificare popoli e nazioni attraverso sfide e competizioni colorite con contorno di bandiere e folclore che riposa nella memoria dei boomer. Eppure, partendo dall’antenato sorto nel 1956, anche l’Esc ha una storia lunga oltre mezzo secolo. Ora è diventato un gigantesco luna park delle canzonette? Un kolossal del kitsch? Uno show dell’omologazione musicale in atto? Un format dell’ultrash canoro? Un po’ tutto questo: un’apprezzabile identità è ancora da trovare (martedì, Rai 1, 5,5 milioni di telespettatori, 27% di share). Nell’attesa, giusto per non perdere l’occasione di mettere la firma sul marchio, veicolo del gender più mainstream, il nostro principale quotidiano gli dedica ampi spazi mentre l’amministratore delegato della Rai Carlo Fuortes lo battezza con la retorica che non manca mai in queste occasioni: «Dalla musica arriva l’invito a un futuro insieme, in un momento delicato per l’Europa». Ne avremo ancora per altre due serate, la seconda semifinale stasera (quando toccherà al duo italiano Mamhood e Blanco, oltre all’immancabile Achille Lauro in rappresentanza di San Marino) e la finale di sabato. Non a caso mezza Rai si è trasferita a Torino già da diverse settimane per sostenere l’evento pilotato da Laura Pausini, Alessandro Cattelan e Mika, alla fine costretti dentro un copione risicatissimo e una scaletta tirannica per rispettare i tempi delle esibizioni. «Ciao Italia!» e «Ciao Torino!» sono parse le maggiori licenze concesse ai conduttori, per il resto impegnati ad abbracciarsi ripetutamente per smentire le voci di rivalità trapelate dal backstage. La loro performance rivolta all’eurovisione, per i telespettatori italiani si è trasformata nella radiocronaca di Gabriele Corsi, Cristiano Malgioglio e Carolina di Domenico, in perfetta sintonia con l’ultrash protagonista sul palco, trionfo di cattivo gusto, dalla maggior parte dei costumi ai bengala da capodanno al luna park. Fortunatamente l’esito del televoto ha selezionato per la finale le esibizioni migliori, a conferma del fatto che il pubblico ha le idee abbastanza chiare. E se Malgioglio è ormai un cadeau che tocca accettare nella sua interezza – indiscussa competenza musicale comprensiva di biografia amorosa multinazionale – al contrario il nostro Sanremo potrebbe considerare la lezione di stringatezza e ritmo del format continentale. In fondo, anche da chi è più ingenuo di noi si può sempre imparare qualcosa.

 

La Verità, 12 maggio 2022

L’onore di Accorsi si adagia sul paternalismo

Era inevitabile che, programmato su Rai 1, il remake di Your honor, la serie di Showtime interpretata da Bryan Cranston e tratta a sua volta dall’israeliana Kvodo, percorresse sentieri più dolci e frequentasse dilemmi meno radicali. Sono le conseguenze della trasposizione da un network americano a pagamento a una rete generalista italiana (Rai 1, lunedì, ore 21,35, share del 17,1%, 3,6 milioni di telespettatori).

Vittorio Pagani (Stefano Accorsi) è un apprezzato giudice, candidato alla presidenza del tribunale di Milano. Vedovo dopo il suicidio della moglie e padre del diciottenne Matteo (Matteo Oscar Giuggioli), ha conquistato fama e autorevolezza da pubblico ministero sgominando la pericolosa gang dei Silva. La sua vita cambia repentinamente quando, alla guida della vecchia auto della madre pur non avendo la patente, il figlio investe e uccide un motociclista che si scopre appartenere proprio a quei Silva. Costituirsi alla polizia significherebbe esporsi a sicura vendetta. Di slittamento in slittamento, inizia la discesa agli inferi di Pagani, nel quale il ruolo del padre e quello del giudice prendono a confliggere schizofrenicamente. Al punto che nell’opera di depistaggio delle indagini che si stringono attorno al ragazzo egli non esita a mettere a frutto le tecniche e le conoscenze acquisite come magistrato. «Se è vero che tuo figlio è tutta la tua vita, che cosa sei disposto a fare per salvare la sua?», si chiede Pagani nel monologo che apre la storia. Così, in una progressiva escalation, lo vediamo architettare una serie di manovre che contraddicono leggi e principi sui quali hai costruito l’impeccabile carriera. «A volte la paura può farti fare delle cose terribili», dice parlando di un imputato, ma in realtà di sé, al vecchio presidente del tribunale (Remo Girone). Il quale gli ribatte: «Eppure c’è chi nelle stesse condizioni si comporta diversamente. Oppure dovremmo dire che il bene non esiste?». «Esiste, ma non in assoluto», conclude Pagani.

Materia incandescente, dunque. Trattata in modo avvincente nella versione originale, in Vostro onore la storia si adagia di più sul sentimento. Mentre nei primi dieci minuti della serie americana si ascoltavano una ventina di parole ma la tensione era già a mille e a ogni scena il giudice si giocava, appunto, l’onore, in quella italiana vediamo il personaggio di Accorsi indossare raramente la toga. Era inevitabile che su Rai 1 il legal thriller sfumasse in family drama. Però così, pur restando di vivo interesse, la storia smarrisce un po’ della sua originalità.

La Verità, 9 marzo 2022

Gassmann prof moderno e una storia borderline

Dante Balestra vorrebbe essere il nostro John Keating. Ma tra Alessandro Gassmann e Robin Williams le differenze sono parecchie. Come tra Un professore e L’attimo fuggente. In realtà, la serie in onda su Rai 1 (giovedì, ore 21,40, share del 20,2%, 4,2 milioni di telespettatori) è un remake di Merlì, una produzione catalana arrivata a tre stagioni. Per la nostra rete ammiraglia è stato coinvolto Alessandro D’Alatri alla regia, l’«head writer» (senza pomposità, il capo degli sceneggiatori) è Sandro Petraglia, la società realizzatrice Banijay studios Italy. Dopo otto anni di lontananza, ora che la madre deve trasferirsi a Glasgow per lavoro, Dante torna a Roma per prendersi cura del figlio Simone. Affiora così il comprensibile rancore del ragazzo verso il padre inadempiente, nonché marito adultero. Per di più, il genitore finisce a insegnare filosofia proprio nella classe frequentata da Simone. Una situazione borderline. Non l’unica.

Balestra è un professore anticonformista che tiene lezioni all’aperto, affascina gli studenti con il suo carisma scapigliato e si prodiga per recuperare quelli più marginali. Di interrogazioni, invece, non si hanno notizie. L’unico che vi ricorre è l’odioso docente di latino, ridotto a macchietta. Purtroppo non è il solo luogo comune della sceneggiatura. Un altro è la lezione sull’amore platonico partendo dai graffiti sul muro della scuola, al fine di scongiurarne la riverniciatura. Un ulteriore è che, al primo incontro, il famigerato Dante si porta a letto la collega di matematica, prossima al matrimonio. E quando i due decidono d’interrompere la storia, non senza avvinghiarsi in sala insegnanti, sono fatalmente scoperti proprio dal figlio che non mancherà di presentare il conto. Tuttavia, lungi dal ravvedersi, Dante continua ad accendere relazioni alla frequenza di una per episodio. Placandosi, verosimilmente, solo nel rapporto con Anita (Claudia Pandolfi), confusa madre di Manuel con la quale anni addietro aveva condiviso una notte di ansie per i loro bambini, ora compagni di classe. Chi non riuscirà a placarsi, scoprendo la sua passione per Manuel, è proprio Simone. Chissà se al prof (fintamente) anticonformista basteranno le citazioni di Kant e Virginia Wolf per sciogliere l’intricato groviglio di sentimenti e inclinazioni. Ciò che è sicuro è che il progressismo educativo oggi di gran moda trova in Dante Balestra un esemplare credibile e ruffiano al punto giusto.

Infine, quanto lavoro per il gettonato Gassmann: poche settimane fa era un bastardo di Pizzofalcone, ora impersona un John Keating di Villa Borghese. Non sarà troppo anche per lui?

 

La Verità, 20 novembre 2021

La Rai di Fuortes premia il re dei varietà flop

Con la riforma per generi della Rai, ideata da Fabrizio Salini, e abbracciata dall’attuale amministratore delegato, Carlo Fuortes, il direttore di Rai 1, Stefano Coletta, dovrebbe insediarsi alla direzione della struttura per l’intrattenimento di prima serata. Insieme con quella della fiction, è la più ricca delle dieci aree in cui verrà organizzata la tv pubblica. La ratio della riforma è il contenimento dei costi, da attuare riportando le produzioni all’interno, invece di ricorrere alle troppe società esterne. Ma per raggiungere l’impegnativo obiettivo serve una buona squadra di autori, ben guidata dai dirigenti scelti allo scopo. Se poi, come dice Carlo Freccero, autorità riconosciuta in materia, perseguendo il risparmio, questa pianificazione comporta «un taglio alla possibile diversità del pensiero», poco importa.

Per capire se il pubblico della Rai avrà motivi di soddisfazione dall’imminente promozione di Coletta, già direttore della Terza rete e issato sulla Prima durante il governo giallorosso, è utile chiedersi come abbia gestito il sabato sera, giorno chiave dei programmi d’intrattenimento. Le medie di ascolto dal 2 gennaio al 6 novembre 2021, nell’orario 21.30-24.30, parlano di 2.929.000 telespettatori con il 16% di share, per Rai 1, e di 3.973.000 ascoltatori, con il 21,7%, per Canale 5. Una forbice di oltre un milione di spettatori e di 5,7 punti percentuali a vantaggio della rete Mediaset. Divario motivato dal fatto che, se si eccettuano cavalli di battaglia come Ballando con le stelle ereditati dalle precedenti direzioni, i nuovi esperimenti si sono rilevati tutti clamorosi fallimenti.

Per i sabati dello scorso febbraio, nelle settimane che dovevano accompagnare al Festival di Sanremo, la direzione di Rai 1 aveva pensato a una serie di serate evento con i big della canzone italiana, presentate da conduttori diversi. La realizzazione era stata affidata a Ballandi multimedia. Ma il 13 febbraio, vigilia di san Valentino, Parlami d’amore, il varietà presentato da Veronica Pivetti e dal molto sponsorizzato Paolo Conticini che doveva fare da prologo ad altre 4 serate, raggranellava appena il 10,2% (2,3 milioni di spettatori) a fronte del 28,2 di C’è posta per te di Canale 5. Per la seconda puntata, la prima della serie intitolata A grande richiesta, erano stati schierati Patty Pravo e Flavio Insinna. Ma il risultato era stato ancora più deludente: solo l’8,3% e 1,9 milioni di telespettatori (C’è posta per te si era inerpicato fino al 30,3%). A quel punto, per ammortizzare i costi ormai sostenuti (si parla di 750.000 euro a serata), le successive puntate con Ricchi e Poveri, Loredana Berté e Christian De Sica, erano state dirottate al martedì, tuttavia, senza che la colonnina dell’Auditel s’impennasse.

Per il debutto della nuova stagione, invece, il pezzo forte doveva essere l’atteso esordio nella rete ammiraglia della tv pubblica di Alessandro Cattelan, il golden boy reduce dalle trionfali annate su Sky di X-Factor. All’inizio Da grande era stato programmato per sabato 18 e sabato 25 settembre, con conseguente destinazione del budget (pare vicino al milione di euro). L’investimento era forte perché, nelle intenzioni del direttore di Rai 1, le due serate dovevano aiutare il conduttore a familiarizzare con la rete in vista della promozione sul prestigioso palco dell’Eurovision song contest del maggio prossimo. Così, una volta scoperto che Maria De Filippi aveva anticipato la partenza di Tu sí que vales proprio al 18 settembre, per evitare al giovane Cattelan l’ìmpari duello, era stato spostato alla domenica sera. Ma anche con la più morbida concorrenza di Scherzi a parte, Da grande era rimasto piccolo (share tra il l 12 e il 13%).

Dopo tali avvisaglie non restava che puntare sul collaudato e affidabile Ballando con le stelle. La prima puntata confermava le speranze ben riposte, strappando un sostanziale pareggio con il programma di Canale 5 (anche se il numero di ascoltatori era di poco inferiore). Purtroppo, però, il sabato successivo tra i concorrenti si registrava l’assenza di Mietta causa Covid e la conseguente polemica, mal gestita a livello di comunicazione, finiva per appannare l’immagine del talent di Milly Carlucci. Che, continuando a flettere, ora si trova a 3,6 punti percentuali di distacco da quello di Canale 5 (21,8 contro il 25,4%).

Difficile dire che cosa riserverà il futuro ai telespettatori della Rai, quando Coletta ne dirigerà l’intrattenimento di prima serata di tutte le reti. Qualcosa si può immaginare per l’immediato futuro del pubblico di Rai 1. Negli ultimi anni, il primo gennaio aveva riscosso notevole successo Danza con me di Roberto Bolle. Stavolta, però, il direttore aveva voglia d’innovare. Alla presentazione dei palinsesti di luglio, aveva quindi annunciato per i sabati di gennaio, a partire proprio da Capodanno, quattro puntate di Meraviglie di Alberto Angela. Sfortunatamente non aveva previsto il diniego del conduttore, restio a confrontarsi con C’è posta per te della solita De Filippi. Incapace di imporsi, come in passato aveva fatto Teresa De Santis, convincendo Angela al duello del sabato sera peraltro con esiti dignitosi, Coletta sta facendo marcia indietro per ripristinare la serata di gala di Bolle. Mentre per i restanti sabati di gennaio si sta lavorando a un’edizione Nip di Tale e quale show, condotto da Carlo Conti. Quanto a Meraviglie, verrà programmato durante la settimana.

Tutto bene, dunque? Mica tanto, confidano i beninformati in Viale Mazzini. Perché, mentre le altre reti subiscono drastici tagli, per il valzer del palinsesto di Rai 1 servirà un extrabudget che potrebbe sfiorare i 4 milioni (500.000 a puntata per Tale e quale show e 1,8 milioni per Danza con me).

 

La Verità, 10 novembre 2021

Leonardo, un polpettone di favole e cliché

Genio e tormenti. Talento e sofferenza. Raccontare la vita di Leonardo da Vinci, il più grande ingegno del Rinascimento, scienza e creatività massime, è impresa al limite dell’impossibile. La scorciatoia che la semplifica è affidarsi ai cliché, alle formule collaudate. In Leonardo, il polpettone da 30 milioni di euro che da martedì, per quattro serate, va in onda su Rai 1 (ore 21,35, share del 28,4%, 6,9 milioni di telespettatori) si è scelta la ricetta giallorosa con qualche spruzzata di arancione. Del resto, quando a una serie con grandi ambizioni internazionali (finora è stata venduta 120 Paesi) collaborano Rai, France Télévisions e Zdf (sceneggiatori Frank Spotnitz e Steve Thompson, registi Dan Percival e Alexis Sweet), una narrazione standardizzata sull’inclusività è l’inciampo più prevedibile nel quale si può incorrere. Stupisce, ma fino a un certo punto, che sul biopic di candelabri e turbamenti proibiti, ci sia la firma di Lux Vide, già produttrice dei Medici. Mentre stupisce meno che ad attivarla sia stata l’ex capo di Rai Fiction Eleonora Andreatta prima di traslocare a Netflix.

Or male. Per appassionare il grande pubblico internazionale alla storia di uno dei più grandi geni della storia dell’umanità si è deciso di far prevalere il linguaggio del giallo e del fogliettone sessuale sulla parte artistica, resa incentrando ogni episodio su un’opera del Maestro (Aidan Turner). Che subito incontriamo imputato di omicidio di tal Caterina da Cremona (Matilda De Angelis), qui coprotagonista, utile a tessere l’intreccio privato: il talento misterioso, l’inclinazione omosessuale, l’invidia dei compagni della bottega di Andrea del Verrocchio (Giancarlo Giannini), soprattutto lei, grande amore incompiuto. «Un’amante?», gli chiede l’inquisitore Stefano Giraldi (Freddie Highmore). La risposta di Leonardo è un capolavoro di ambiguità: «Fissate mai il cielo? Sapete: l’aria non ha colore, è invisibile. Eppure il cielo è colorato di blu. Un enigma come il cielo, questo era lei per me». Così, non possono che vincere solitudine e tormenti, rifiuti e incomprensioni. Tanto più se sullo sfortunato genio incombe dalla nascita la maledizione annunciata dall’uccellaccio posatosi sulla sua culla d’illegittimo neonato. Una spruzzata gotica fa sempre audience. «Una fiction non è un documentario», hanno ribadito i produttori mettendo le mani avanti alla presentazione. Concetto espresso ancora meglio da Giannini: «Noi attori raccontiamo delle favole». A volte anche troppo.

De Giovanni fa bingo su Rai 1 orfana di Montalbano

Il Montalbano napoletano ha le visioni. Il Montalbano partenopeo vede spiritelli ammonitori. Il Montalbano vesuviano è anche lui un estimatore delle belle donne. Solo che è più tormentato del commissario di Vigata (Porto Empedocle). Scopriremo strada facendo le ragioni di questi turbamenti e i motivi che lo inducono a limitarsi a spiare dalla finestra di fronte i ricami della timida ma intrigante dirimpettaia. Intanto scorrono le indagini de Il senso del dolore, primo episodio del Commissario Ricciardi, serie prodotta da Rai Fiction e Clemart srl e tratta dai romanzi omonimi di Maurizio de Giovanni, piazzata nella prima serata di Rai 1 per accontentare l’affezionato pubblico del giallo mediterraneo, orfano della formidabile creatura di Andrea Camilleri.

Ci vorranno parecchio tempo e numerose prove vinte per poter dire che Ricciardi is the new Montalbano, ma che il tentativo sia questo è fatto dichiarato ed esplicito (lunedì, ore 21,35, share del 24,1%, 5,9 milioni di telespettatori). Troppe le somiglianze nella lentezza delle investigazioni, nella composizione del cast, nei rapporti con il mellifluo vicequestore, con l’arguto medico legale e il prete melomane.

Nella vitale e coloratissima Napoli degli anni Trenta, Luigi Alfredo Ricciardi (Lino Guanciale), impermeabile d’ordinanza e ricciolo che sdrammatizza il temperamento introverso, è chiamato a indagare sull’omicidio della star della lirica amico del Duce, avvenuto durante la rappresentazione di Pagliacci al Regio Teatro san Carlo. Come da copione, l’arrogante tenore è inviso ai colleghi per i soprusi e la spudorata condotta di adultero incallito. Al punto che la bella e misteriosa moglie (Serena Iansiti) è la prima presunta colpevole. Ma con l’aiuto del fedele brigadiere (Antonio Milo) e le soffiate di un femminiello (Adriano Falivene), il corso delle indagini devia verso un dramma della gelosia più pop e ruffiano («Credo alla fame e all’amore», ripete Ricciardi, i motivi per cui «continuo a veder morire»).

Curato nelle scenografie e nei costumi, con le visioni dei fantasmi delle vittime di cui coglie l’ultimo pensiero, grazie alla regia ironica e volutamente eccessiva di Alessandro D’Alatri, Il commissario Ricciardi fonde elementi mistery nel copione del poliziesco a tinte mélo. Dopo il rodaggio dei Bastardi di Pizzofalcone su Rai 2, de Giovanni fa l’en plein sulla prima rete, dov’è attualmente in onda anche con Mina Settembre, quasi che la Rai sia a corto di alternative. Del resto, l’autore napoletano è prolifico almeno quanto Camilleri: auguriamoci non sia altrettanto militante.

 

La Verità, 27 gennaio 2021