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Le Belve da salotto sono virali, ma graffiano meno

Anche per essere Belve da salotto bisogna saper fare le domande. Tutto bene, quindi, con Francesca Fagnani e il format Fremantle al costo di 320.000 euro a puntata? Fino a un certo punto, nonostante il boom di ascolti: Rai 2, martedì, ore 21,35, share del 12,6%, 2,2 milioni di telespettatori. Perché in questa edizione più che nelle precedenti affiora il quesito se prevalga la ciccia o il contorno. Intanto, si comincia il giorno prima della messa in onda, con le famose anticipazioni. Strano scopo per una belva quello di andare sui giornali, averne il plauso, diventare virali. E non a caso, ieri, un secondo dopo i dati Auditel, gli account della claque erano già in estasi. Il riconoscimento mediatico è ricercato scientemente con le affettuosità e le frequenti citazioni delle testate giuste. Tale apparato captante, vera «bestia» promozionale, era già attivissimo nelle scorse stagioni. Nella nuova, però, il salotto si è espanso con gli innesti delle Eterobasiche, un duo comico femminile, e un ulteriore momento espressivo di «libera arte». Contorno, appunto. Che serve ad allungare il brodo e spingere all’inizio del giorno seguente il programma successivo. E chissà come esulta Alessandro Cattelan. È la bulimia del format. L’ambizione a trasformarsi in varietà, in rotocalco, in newsmagazine. Del resto, il modello conclamato è Vanity Fair, interviste con outing incorporato in confezione patinata, scintillante, più glamour che si può.
La lunghezza della premessa la dice su quanto ci sia da scartare prima di giungere al contenuto del pacco vero e proprio. Il regalo. Che, per chi ama le vite segrete(?) dei vip e il retrobottega dello showbiz, spesso c’è. Ordunque. Martedì sera l’intervista più attesa era quella a Federico Leonardo Lucia, in arte Fedez, la prima dopo la rottura con Chiara Ferragni. Minoleggiando, la conduttrice non gli ha risparmiato gli argomenti scomodi. «Posso chiederle quando è davvero finito il vostro amore?». «Si parla di tradimenti». L’esposizione dei figli sui social eccetera. Fedez ha risposto, cazzeggiato, pianto, spesso accusando il sistema mediatico. Lui che, insieme alla moglie, ha fatto della comunicazione il suo asset e la sua filosofia. In fondo, è questa la formula del successo: la curiosità di chi fa le domande sposa la bramosia di parlar di sé ed essere al centro degli ospiti. Fagnani non si è risparmiata, pur senza graffiare troppo ed evitando qualche territorio accidentato. Tipo la travagliata esperienza sanremese della coppia. Sarebbe stato carino conoscere la versione del 50% dei Ferragnez. Lampeggiando gli occhioni e le chilometriche ciglia, la belva da salotto gli avrebbe di sicuro carpito qualcosa.

 

La Verità, 11 aprile 2024

Caso Fedez: TeleMeloni? Macché, comanda Coletta

Altro che TeleMeloni, in Rai funziona ancora alla grande TeleColetta. Comandano sempre i soliti noti. Una squadra di derivazione dem, con intense sfumature arcobaleno. Eppure la narrazione è di tutt’altro tipo. Per capirlo serve riavvolgere il nastro. La faccenda della censura a Fedez è andata proprio come dice l’ultima nota della Rai e «non ha nulla a che vedere con la politica, che non si è minimamente interessata al caso se non per strumentalizzare la vicenda, dopo il post di Fagnani». Lo ha confermato anche l’amministratore delegato della Rai Roberto Sergio: «Il problema non è riferito alla presenza retribuita o gratuita. La decisione è legata a una valutazione di opportunità riferita alle ultime sue presenze in Rai, sia per il 1° maggio che per l’ultimo Sanremo». Ciò nonostante la colpa è finita sul conto della nuova dirigenza, leggi governo delle destre. Si sa, «la politica» fa il suo gioco. E imputare a TeleMeloni lo stop all’invito a Belve di Rai 2 del rapper Federico Leonardo Lucia, tuttora ricoverato in ospedale dove è stato operato due volte in pochi giorni per curare un’emorragia da ulcera, è manovra fin troppo facile. Non a caso i dichiaratori di professione, da Matteo Orfini a Francesco Verducci del Pd fino a Dario Carotenuto, grillino in commissione di Vigilanza, ci si sono buttati a peso morto. Ma le cose non stanno così e qui si prova a ricostruire come e perché sia avvenuto il dirottamento delle responsabilità.

Si deve sapere che la dirigenza che sovrintende all’Intrattenimento del primetime della Rai, da cui dipende il programma di Francesca Fagnani, è la stessa identica che lo governava ai tempi di Carlo Fuortes. È vero, è stato cambiato il direttore: ora Marcello Ciannamea è subentrato al sempre potente Stefano Coletta, già direttore di Rai 3, poi di Rai 1, poi appunto dell’Intrattenimento della prima serata fino al maggio scorso. Quando, nonostante la lunga serie di flop da lui firmati (Parlami d’amore, Da grande, Il cantante mascherato per citarne alcuni) è stato promosso direttore della Distribuzione, ovvero l’organizzazione dei palinsesti. Un uomo forte, professionalmente parlando. Una figura storica dell’azienda, ora titolato di un ruolo che, a seconda di come lo si interpreta, può essere di grande potere. Alla presentazione dei palinsesti a Napoli del 7 luglio scorso, Coletta ha recitato la parte del leone e tutto è stato subito chiaro. Fatto mai accaduto finora, qualche giorno dopo il suo successore Ciannamea ha confermato in blocco tutti i vicedirettori: Giovanni Anversa, Claudio Fasulo e Federica Lentini, quest’ultima protagonista di un’ascesa professionale che l’ha portata rapidamente fino alla supervisione dell’ultimo Festival di Sanremo. Durante il quale i Ferragnez hanno imperversato: Chiara, con la sua ospitata, la promozione del profilo Instagram e della serie di Amazon a loro intitolata, che ha procurato una multa dell’AgCom di 170.000 euro; Fedez, con le esibizioni tutte virate contro esponenti del governo, il sottosegretario Galeazzo Bignami e il ministro Eugenia Roccella e, nella serata finale, con la simulazione di un atto sessuale con Rosa Chemical. Come si ricorderà, Coletta prese le distanze e sottolineò l’autonomia creativa dell’artista. Ma il mancato controllo sui contenuti delle performance del rapper è rimasto come una brutta macchia sul curriculum.

A metà maggio, con l’arrivo della nuova dirigenza, Coletta è stato spostato alla Distribuzione. Ma è tutt’altro che neutralizzato, anzi. Continua a muoversi con disinvoltura sulla scacchiera aziendale grazie al fatto che i suoi uomini e le sue donne sono rimaste dov’erano. Blog e siti lo sponsorizzano. Qualche giorno fa, a proposito dell’esordio stagionale di Belve, Giuseppe Candela del Fatto quotidiano online e Dagospia ha postato su X: «Vola #Belve al 10%, vola #StaseraceCattelan 8,5%. Serata firmata Stefano Coletta, va detto». Infine, ed è ciò che più conta per il funzionamento della connection, egli è fedelissimo ai suoi. A Serena Bortone, per esempio, promossa da Agorà della sua Rai 3 a Oggi è un altro giorno della sua Rai 1 e ora sistemata a Chesarà nel weekend di Rai 3. Al suo protegé Paolo Conticini, piazzato nelle fiction e alla conduzione di game e rubriche varie. E, come detto, ai suoi ex vicedirettori, che pare incontri di mattina per un caffè molto operativo, nel quale si valutano ospitate, si promuovono volti amici, si stoppano passaggi sgraditi. Oltre al semaforo rosso per Fedez a Belve, per esempio, l’altro giorno è stato alzato anche quello per Memo Remigi che avrebbe dovuto tornare in Rai, ospite di Domenica in, dopo la radiazione decisa per le molestie ai danni di Jessica Morlacchi proprio in Oggi è un altro giorno, il programma condotto da Bortone. Niente da fare anche per lui, la vendetta ha la memoria lunga e non ammette eccezioni.

Federica Lentini è inflessibile e controlla anche i budget dei programmi di Intrattenimento. Ma questo non spiega la sottolineatura del comunicato Rai che quella di Fedez a Belve sarebbe stata una «partecipazione retribuita». Tutti gli ospiti, infatti, percepiscono un cachet, motivo per cui il programma è prodotto esternamente da Freemantle. Più pertinente, invece, la precisazione che si tratta di «un programma di intrattenimento e non di una trasmissione giornalistica». È per questo che ricade sotto la giurisdizione di Ciannamea e dei suoi vicedirettori. Quelli di TeleColetta.

 

La Verità, 3 ottobre 2023

In prima serata le Belve di Fagnani graffiano di meno

L’ambizione, probabilmente. E anche le strategie di palinsesto. Solo che, a volte, le promozioni non si concretizzano e si viene rimandati. E le promozioni, di altro tipo, martellanti e pervasive, non bastano. Le Belve di Francesca Fagnani spostate in prima serata su Rai 2 non graffiano. Hanno le unghie spuntate. Anche perché a quell’ora non si può essere troppo selvatici.

C’era molta attesa per lo sbarco nel palinsesto nobile del programma di interviste condotto dalla giornalista già collaboratrice di Giovanni Minoli e Michele Santoro. Il lancio si era avvalso della massiccia potenza di fuoco delle maggiori testate cartacee e online. Per dire, nel giorno di programmazione Dagospia sfornava tre diverse anticipazioni. Partendo da lontano, il piano ordito da Stefano Coletta, direttore dell’Intrattenimento prime time, prevedeva la partecipazione di Fagnani al Festival di Sanremo come trampolino per la nuova collocazione. Invece, tanto rumore ha partorito un esito poco belluino: 4,5% di share e 839.000 telespettatori. Già l’anno scorso la stessa operazione non aveva funzionato per Drusilla Foer, applaudita all’Ariston, ma finita in penombra una volta incasellata nelle rubriche di Rai 2.

Fagnani è solo alla prima puntata e, oltre a innestare Ubaldo Pantani, con le sue esilaranti imitazioni, verosimilmente apporterà delle correzioni. Tuttavia, Belve appare più adatto alla seconda serata, orario di confidenze e confessioni. Anche perché, ormai, le interviste sono un genere inflazionato. Per reggere oltre due ore di programma bisogna farne parecchie. Chi ne guarda quattro di seguito, soprattutto se non particolarmente articolate e per giunta ampiamente anticipate da giornali e siti? Le domande-marchio sono la firma dell’intervistatore, ma all’ennesima richiesta di «una belvata di cui si è pentito» o di «chi vorrebbe riportare in vita per due minuti» lo sbadiglio è in agguato. Strappare rivelazioni per andare sui giornali è bersaglio centrato anche con la compiacenza delle redazioni. La difficile Anna Oxa ha svicolato, Wanda Nara ha ammiccato tra gossip e seduttività, Ignazio La Russa ha deposto i panni istituzionali e indossato l’ironia per evitare – non sempre riuscendoci – le trappole, su Naike Rivelli stendiamo un velo coprente. Per il resto, più per il contrappunto post risposta che per il ritmo dei quesiti, si vede che Fagnani ha studiato Minoli, maestro riconosciuto del Faccia a faccia. Lo spostamento in prima serata, con la necessità di ospiti di maggior impatto e costi più elevati, ha comportato un aumento di budget, ulteriormente incrementato dalla coproduzione esterna di Fremantle.

 

La Verità, 23 febbraio 2023

Fiorello: «Non risparmio nessuno, ma ficco poco»

È un Fiorello ecumenico, conciliante ma preciso, ovviamente divertente quello che è arrivato «come un ciclone» nella Sala degli Arazzi di Viale Mazzini per improvvisare la conferenza stampa di Viva Rai 2, da lunedì prossimo alle 7,15 sulla rete del titolo. Un Fiorello in ottima forma, pur con tutte le paturnie tipiche di un artista sensibile alla vigilia di un esordio impegnativo: sei mesi in onda all’alba su una rete generalista. Ad attenderlo nel palazzone di vetro con il cavallo simbolo, meta del tragitto in vespa e filmato in diretta dal Glass di Via Asiago, sede del programma, c’era tutto il vertice Rai pronto alla gara dell’elogio più sperticato. «Fiorello è un uomo del servizio pubblico che con questo programma regala a tutti gli italiani la possibilità d’iniziare la giornata con il buonumore» (Carlo Fuortes, amministratore delegato). «Fiorello è il numero uno europeo dell’intrattenimento perché ha capacità come nessuno di stupirsi delle piccole cose e trarne una grande creatività» (Stefano Coletta, direttore dell’Intrattenimento primetime). «Caro Fiorello, sappi che tutti i programmi del daytime sono aperti a qualsiasi incursione» (Simona Sala, direttrice Intrattenimento daytime). Un contesto tanto istituzionale e zuccheroso non poteva che innescare la modalità più conciliante dell’artista siciliano. Il quale ha subito smorzato potenziali polemiche: «Non c’è stato nessun dirottamento da Rai 1. Come si dice: quando si chiude una porta si apre un portone. Capisco che i giornalisti del Tg1 difendano il loro spazio. Poi c’è modo e modo di dire le cose. Ho trovato poco elegante quel comunicato, si poteva fare una telefonata. Io sono il migliore amico del Tg1… Anche se leggere la parola “sfregio” mi ha lasciato un po’ così».

L’idea di Rai 2 è stata immediata. In un primissimo momento, si era pensato addirittura a Rai 5. Poi però si è rimasti sulla rete generalista perché, rispetto all’Edicola Fiore di qualche anno fa su Sky, la differenza è proprio questa: vedere se il morning show imperniato sulle news attrae anche il pubblico della televisione generalista. E qui sono emersi i timori di Rosario perché, considerato il successo del rodaggio su Raiplay, «non vorrei che l’Aspettando… si rivelasse più divertente dell’aspettato… come quando senti le scarpe vecchie più comode di quelle nuove. E poi anche perché chiunque tocca Rai 2 muore. Però va bene così, a quell’ora fa l’1%, se faccio il 2 cresco del 100%, se arrivo al 4 divento ad della Rai e… chiamatemi Fiorellos». Se invece va male oggi in Rai non si sa chi chiamare perché il direttore non c’è più. «Questo fatto l’ho realizzato adesso. Una volta il direttore rispondeva, ma adesso chi risponde? Tu, per esempio, che fai?», ha scherzato rivolto al capo dell’Intrattenimento primetime Coletta, la cui presenza per un programma delle 7 del mattino poteva sembrare effettivamente pleonastica a fronte di quella contemporanea della collega del daytime.

Però, come detto, il clima era conciliante. Tanto più dopo la digressione sulla tragedia di Ischia, toccata anche durante la diretta su Instagram. «L’Italia va aggiustata, non rattoppata», ha detto quasi con un moto di ribellione. «Invece, dopo, diciamo sempre che si poteva evitare. È un discorso che riguarda destra, sinistra, tutti… C’è un po’ d’ipocrisia anche in noi, quando diciamo the show must go on. Io non so come si poteva evitare, sono solo un giullare». Sarà. Ma, con Aspettando Viva Rai 2, Rosario ha dato un po’ a tutti la linea del buon senso sui Mondiali del Qatar, sulla polemica riguardo la figlia di Giorgia Meloni offrendosi come «tato», su Enrico Letta che fa «numeri da Rai 2», su Ignazio La Russa che vorrebbe solo «canzoni del Ventennio». «Destra, sinistra, centro: non guardiamo in faccia nessuno. Ma sempre senza astio, la satira ficcante la fanno altri… Io ficco poco. Però una strada la troveremo…». La sfida è sempre innovare, trovare l’idea che ci porti più avanti. Come ha sempre fatto, cominciando da #Ilpiùgrandespettacolodopoilweekend, il primo show in onda di lunedì che stupì Bibi Ballandi, per proseguire con l’Edicola Fiore sulla pay tv, fino a Viva Raiplay, per lanciare la piattaforma omonima. Tutte idee di «questo signore di 62 anni», ha concluso Claudio Fasulo, vice dell’Intrattenimento serale. Già, Fiorello ha cinque più del solito Coletta: «E io che ti ho sempre trattato come un uomo d’esperienza… Dev’essere il peso dei libri», ha gigioneggiato poco dopo avergli troncato una citazione del Fanciullino: «E su Giovanni Pascoli, il microfono venne tolto…».

Con la sua squadra, dall’ottantenne Ruggero al tiktoker Gabriele Vagnato, dal corpo di ballo di Luca Tomassini al maestro Cremonesi, quelli che lui chiama la pancia del Paese, qualcosa s’inventerà anche stavolta, Rosario. Un programma virale, una scia tra reti, anche nella notte di Rai 1 con qualcosa di creato ad hoc per i nottambuli, poi in radio e nei social. Ospite della prima puntata, Amadeus: «Non ho nemmeno avuto bisogno d’invitarlo. Annuncerà i cantanti in gara al Festival. Io a Sanremo? Ma ci sono stato già tre volte di fila. È un record…».

 

La Verità, 29 novembre 2022

 

 

Di nuovo (neanche tanto) c’è il flop della D’Amico

Di nuovo c’è il flop clamoroso di Ilaria D’Amico. Un flop personale, purtroppo. Uno sprofondo di ascolti all’1,7% (299.000 telespettatori) che ha precipitato Rai 2 all’ultimo posto delle nove reti generaliste, quasi doppiata anche da X Factor su SkyUno. A ben guardare, il disastro è nuovo ma non nuovissimo perché già al debutto, settimana scorsa, Che c’è di nuovo aveva raggranellato appena 349.000 persone per uno share del 2,2%. Alla seconda puntata si è riusciti a far peggio e ora il disastro è difficilmente rimediabile anche con i buoni uffici del Corriere della Sera, sensibilizzato dalla doppia ospitata di Ferruccio De Bortoli alla prima puntata e di Paolo Mieli alla seconda. Vien da pensare che ci sia un problema di credibilità della conduttrice.

L’esordio di Che c’è di nuovo era stato preparato con cura, per sbarcare al giovedì, tradizionale giorno santoriano, e dare anche alla seconda rete un programma a metà fra il talk e il magazine, con servizi e reportage, commenti e brevi testimonianze. Insomma, un mix caro ad Alessandro Sortino, ex iena, già conduttore e autore dell’interessante ma sfortunato Nemo (poi Nemo, nessuno escluso con Enrico Lucci al timone). E dunque, c’erano un sacco di aspettative sul ritorno in video della signora Buffon, già volto di SkySport con ambizioni da conduttrice di talk d’attualità – e chissà se di vero upgrade si tratta.

Eppure. «Mi ero presa un anno sabbatico per la famiglia», aveva confidato. Ma quando «la Rai è arrivata  a gennaio con l’idea di riportarmi a essere un punto di riferimento dell’informazione» non ha saputo resistere. Trascurando il fatto che per riportarla a essere «punto di riferimento» bisognava che prima lo fosse stata, va detto che «a gennaio» la sezione Approfondimenti della Rai era diretta da Mario Orfeo, tifosissimo juventino e grande amico di Massimiliano Allegri e Gianluigi Buffon. E così, ora, Antonio Di Bella, che nel frattempo gli è succeduto, ha fatto buon viso…

Nella puntata d’esordio, per commentare i reportage dalla Russia e dall’Ucraina, inusualmente accovacciato sui gradini dello studio accanto alla signora, c’era De Bortoli: «Dimmi Ferruccio», «Cosa ne pensi, Ferruccio… Vedendo l’esercito ucraino contrattaccare non ti è venuta in mente l’offensiva dell’esercito del Vietnam?». «Non sono due eventi paragonabili», aveva risposto paziente l’ex direttore del Corriere. Poi erano sfilati Maurizio Landini, Guido Maria Brera, Kim Rossi Stuart. Attorno al tavolo c’erano Gerardo Greco, Stefano Zurlo, Valentina Petrini (anche lei ex Nemo) e Francesco Giubilei (presidente di Nazione futura). Un gran dispendio di energie e intelligenze, affidate alle sintesi di D’Amico.

Per la seconda uscita, invece, si è scelto un tema ­- la paura e le paure – per unificare la narrazione. Lunghi servizi sulla notte di Hallowen, un reportage di Daniele Piervincenzi sui ragazzi che bloccano il traffico per sensibilizzare sull’emergenza ambientale, un altro sul rave party di Modena. Spariti Zurlo e Greco, sui gradini si è sistemato Mieli – «Dimmi Paolo», «Cosa dici Paolo» -, Paolo Scaroni, deputy chairman di Rothschild, si è fatto intervistare sul tetto al gas e la crisi energetica, il sociologo Domenico De Masi ha risposto su reddito di cittadinanza e problemi connessi. Un altro parterre de roi messo nelle mani di Ilaria D’Amico.

Il Tg1 spinge Fiorello su Rai 2. Ma è vera vittoria?

Mentre ci si chiede se sia prevalente la responsabilità aziendale di Fiorello e dell’amministratore delegato della Rai Carlo Fuortes che, dopo la vibrata protesta dei giornalisti del Tg1 capeggiati dall’iperpresenzialista Monica Maggioni, hanno deciso di traslocare il nuovo programma su Rai 2 o se, piuttosto, in questa scelta covi un sanissimo istinto di vendetta sul telegiornalone che ha opposto resistenza, una cosa è certa: i vertici Rai hanno dimostrato la solita mancanza di visione e, soprattutto, di polso. Come si fa a trasmettere un programma di punta affidato all’artista italiano più popolare in una rete secondaria? Come si fa a cedere alle rimostranze miopi e corporative dei sindacalisti del tg? Trovare una risposta minimamente soddisfacente è davvero difficile. Sta di fatto che, nello scontro tra la Maggioni e Fiorello, ha vinto la signora. Tuttavia, sarà il tempo a dire se di vera vittoria si tratta.

Dopo l’inusitato braccio di ferro innescato dal Cdr del Tg1 contro la rassegna stampa comica condotta dall’artista siciliano, ieri l’ad di Viale Mazzini ha annunciato al Consiglio d’amministrazione che il programma andrà in onda su Rai 2 nella fascia tra le 7 e le 8,30 e s’intitolerà, appunto, Viva Rai2. L’esordio avverrà il 7 novembre su RaiPlay, il 5 dicembre sbarcherà sulla seconda rete e proseguirà fino a giugno per un totale di 135 puntate. «Ringrazio la Rai, soprattutto l’amministratore delegato Carlo Fuortes e Stefano Coletta (direttore dell’Intrattenimento del prime time ndr), per avermi dato la possibilità di tornare in Rai e di farlo su Rai 2», ha affermato lo showman. «È una scelta che mi rende felice, io amo le prime volte, anche se in realtà si tratta di un ritorno. Approdo al mattino presto di Rai 2 con un progetto a cui tengo molto, e che come fu con Viva Radio 2 e Viva RaiPlay, ha quel sapore gioioso di un nuovo inizio».

Anche se chi gli sta vicino lo dava dispiaciuto e contrariato, Fiorello, uno che andrebbe tutelato come patrimonio del divertimento, non si è perso d’animo per l’ostracismo architettato dalla signora del tg, preoccupata che l’avvento del nuovo programma palesasse la differenza di audience con la sua creatura. Dovunque era stato accolto con stupore il comunicato vergato dai membri del Cdr Roberto Chinzari, Leonardo Metalli e Virginia Lozito (uno dei quali fino a poco prima corteggiava lo showman perché lo facesse collaborare) in cui si lamentava «lo sfregio al nostro impegno quotidiano». Il varo della rassegna stampa rompeva il giocattolo: «Noi come Cdr della redazione del Tg1 sottolineiamo la battaglia fatta per ottenere quegli spazi e lo sforzo enorme compiuto da tutti noi sul mattino, impegnandoci su un lavoro di ripensamento e valorizzazione di quella fascia», si leggeva nel comunicato. Peccato che lo «sforzo enorme» e il «lavoro di ripensamento» non stavano portando i risultati sperati, tanto che, proprio in quella fascia oraria, la concorrenza di Canale 5 si aggiudicava regolarmente la gara dell’audience. Chissà, dev’esser stato per questo che i vertici aziendali avevano pensato alla striscia quotidiana affidata alla verve del comico siciliano. Ma nella ridotta di Saxa Rubra i giornalisti del Tg1 reagivano come i cittadini di Piombino davanti al rigassificatore.

«Come si può pensare di interrompere il flusso informativo con un programma satirico, generando confusione nel pubblico a casa?». Già, visto comparire Fiorello al posto dei mezzibusti del Tg1-Mattina, i telespettatori si sarebbero subito lamentati per l’interruzione del «flusso informativo» e la «confusione» ingenerata. Dopo l’esecrazione universale prodotta dalle loro stesse parole, i sindacalisti avevano tentato un’imbarazzante retromarcia con una lettera all’artista autore dello «sfregio» nella quale, dopo un untuoso «Caro Fiore», assicuravano che il Tg1 «nutre grande stima per il tuo lavoro e si diverte come tutti, da sempre, con le tue invenzioni televisive». La colpa dello scontro, ovviamente, era di chi aveva riportato la notizia. «Il Tg1 non è in guerra con nessuno, come scrivono i giornali, tantomeno con un artista del quale continuamente racconta le mirabili imprese televisive». Insomma, tutto falso, tutto inventato. A sorpresa, dimostrando poca compattezza e molto autolesionismo, i vertici aziendali – non si afferra bene perché comprendano in questa vicenda anche il direttore dell’Intrattenimento prime time – avevano nel frattempo già deciso lo spostamento su Rai 2. E così, tutti contenti per la vittoria, i sindacalisti del tg ammiraglio avevano rinfoderato la protesta e cancellato l’assemblea di redazione. «Ringrazio i giornalisti del Tg1 per le parole di stima nei miei confronti, contenute nella lettera pubblicata ieri, e auguro loro di trovare le risposte e le soluzioni per lavorare al meglio», ha concluso Fiorello spruzzando un po’ di veleno nella coda.

Ora non resta che attendere la partenza della sua rassegna stampa. A quell’ora Rai 2 fa ascolti da monoscopio, mentre Rai 1 galleggia tra il 10 e il 13% di share, sempre inferiore a quella di Canale 5. Chissà se quando debutterà Viva Rai2, al Tg1 resterà ancora il buon umore.

 

La Verità, 21 ottobre 2022

Pd, Lgbtq, agenti: ecco chi comanda davvero in Rai

In fondo la composizione dei palinsesti Rai è il grande gioco di società dell’establishment politico-mediatico romano. Dirigenti del servizio pubblico (vigilati dai commissari), agenti di spettacolo e artisti vari siedono attorno al grande tavolo della tv di Stato e piazzano le loro pedine, fanno le loro puntate, tirano i dadi. Niente di nuovo, è così tutti gli anni. Quest’anno con vista sulla stagione autunno-inverno 2022/2023 un po’ di più. Se manca una visione definita, un’idea forte di quale sia la mission del più grande broadcaster tv del Paese ai tempi del colera, i feudatari, i mandarini e i burattinai della Telerepubblica hanno gioco facile. Così i palinsesti diventano un grande puzzle con tasselli da colorare a piacimento, un Monopoli 2.0 con tante trattative per conquistare un posto al sole per sé o per i propri assistiti. E i telespettatori che pagano ancora il canone nella bolletta elettrica? Massì, se la faranno andare bene… Forse.

Rai 1 immobile

Il primo dato emergente spulciando i programmi dell’anno che verrà è la staticità della rete ammiraglia: i tutti i classici della prima serata sono confermati. Se di scelta si tratta, è evidente che sa di pigrizia soprattutto perché, in un contesto in continua evoluzione, la riproposta dei soliti format non potrà non appannare l’attrattiva della rete. Se proprio si vuole cercarla, l’unica novità è una bizzarria. Non a caso lo stesso Marco Giallini, protagonista di Rocco Schiavone, ha contestato il trasloco della serie da Rai 2, trattandosi di una fiction trasgressiva che mal si sposa con le preferenze del pubblico di Rai 1. L’altro elemento da segnalare, non in quanto novità, ma in quota consolidamento di potere, è il ruolo sempre più centrale di Amadeus che, oltre al Festival di Sanremo e ai Soliti ignoti, ritrova lo show in tre serate Arena ’60 ’70 ’80 ’90. Presenzialista quanto il Pippo Baudo anni Novanta, Ama è la punta di diamante della squadra di Lucio Presta, il superagente amico di Matteo Renzi, che annoverando tra i suoi artisti anche i confermatissimi Antonella Clerici a mezzogiorno, Eleonora Daniele al mattino e Marco Liorni nel preserale, controlla quasi tutta la programmazione di Rai 1.

Banksy della tv

Sugli altri due canali generalisti si concentra invece il lavoro mimetico di Beppe Caschetto. Cresciuto alla scuola dell’indimenticato Bibi Ballandi che, dalla regione Emilia Romagna, lo instradò nello showbiz «insegnandogli a volare bassi per schivare i sassi», Caschetto è probabilmente l’agente più potente della tv (ma qui parliamo solo di Rai). Come l’invisibile street artist, anche lui mette tutti davanti al fatto compiuto. I suoi però non sono graffiti mainstream, ma riempimento di caselle dei palinsesti attuato con mano di velluto. Ogni anno la sua rete si estende. Stavolta, alla già nutritissima rappresentanza in Rai (Fabio Fazio, Luciana Littizzetto, Geppi Cucciari, Massimo Gramellini, Enrico Brignano, Lucia Annunziata eccetera), ha aggiunto le new entry Alessia Marcuzzi, che condurrà il varietà generazionale Boomerissima, e Ilaria D’Amico, al timone di Che c’è di nuovo. Qualche tempo fa, invece, aveva strappato al rivale Presta, quello Stefano De Martino che, oltre a tornare con Bar Stella, sarà alla conduzione anche di un game show (Sing sing sing).

La rete gay friendly

Insieme con la riproposizione in seconda serata di Epcc, il late show di Alessando Cattelan, i programmi di Marcuzzi, D’Amico e De Martino saranno in controtendenza alla linea editoriale della nuova Rai 2 che godrà di un corposo incremento di budget (sarebbe interessante conoscerne l’entità a fronte delle nozze con le prugne secche cui furono costretti i precedenti direttori). La profonda trasformazione del secondo canale lo renderà molto gay friendly. Detto di Non sono una signora, show di drag queen, ovvero personaggi famosi che si addobberanno vistosamente da donne, il filone en travesti si avvale della conferma dell’Almanacco di Drusilla Foer, in onda dal 21 novembre, quando terminerà il quiz Una scatola al giorno condotto dal protettissimo Paolo Conticini, già vincitore a sorpresa della terza edizione del Cantante mascherato. Niente maschere, ma lo scambio di ruoli nei vari tipi di famiglie (tradizionali, allargate, arcobaleno…) animerà il pomeridiano Nei tuoi panni di Mia Ceran che prenderà il testimone da Pierluigi Diaco, conduttore di Bellama’, sorta di confronto tra boomer e influencer sui nuovi temi contemporanei. La svolta gaia di Rai 2 però non è opera di oscuri agenti, ma principalmente del neodirettore per l’intrattenimento Stefano Coletta che, non potendo arcobalenizzare Rai 1 ha concentrato i suoi sforzi sul secondo canale.

L’agente occulto

Com’è noto, dal 5 settembre Marco Damilano striscerà tutte le sere alle 20,35 su Rai 3 con Il cavallo e la torre. In automatico, ma poco convinta, è partita la protesta dell’Usigrai per la svalutazione della professionalità aziendale implicita nell’affidamento dello spazio a un esterno anziché a un giornalista Rai. In realtà, la vera contraddizione è la concorrenza fratricida che il nuovo programma farà a Tg2Post: due approfondimenti contemporanei su due reti generaliste evidenziano che lo scopo della nuova striscia è pilotare contenuti, oltre che dare una casella a Damilano. Sia lui che Giancarlo De Cataldo, in seconda serata su Rai 1 con Tempo e mistero, non hanno avuto bisogno dei buoni uffici di un agente professionista perché hanno quelli del Pd che, Michele Santoro dixit, «ha più sedi in Rai che nel resto del Paese».

Contentini e conflittini

Alcuni più evidenti, altri più felpati. Franco Di Mare, il direttore di Rai 3 appena andato in pensione continuerà a condurre il suo Frontiere, il sabato pomeriggio nella sua ex rete. Gratuitamente come da policy aziendale, e come capitò al pensionato Carlo Freccero che diresse Rai 2 gratuitamente per un anno, o no? Aldo Grasso, critico televisivo del Corriere della Sera di proprietà di Urbano Cairo, editore di La7, sarà consulente e autore di editoriali in Storie della tv, programma in onda su Rai 4 dal 18 ottobre. Walter Veltroni, editorialista e grande firma del solito Corriere del solito editore, dirigerà invece il documentario Ora tocca a noi: storia di Pio La Torre, in onda su Rai 3.

Buona visione.

 

La Verità, 30 giugno 2022

La caserma, un giocoso esperimento sociale

Dopo il successo del Collegio e, in attesa di Ti spedisco in convento (in primavera su Discovery+), sempre su Rai 2 è arrivata La Caserma, format prodotto da Blu Yazmine in cui 21 ragazzi tra i 18 e i 23 anni vengono introdotti alla vita militare (mercoledì, ore 21,30, share del 7,6%, 1,7 milioni di telespettatori). Si potrebbe osservare che questi docu-reality improntati alle regole e alla disciplina servono a vellicare soprattutto un certo sadismo degli spettatori più avanti con gli anni e a soddisfare il moralismo degli adulti affezionati al ritornello dei «miei tempi», facendo leva su un larvato conflitto generazionale. Tuttavia, è evidente che si tratta di un tipo di televisione che coglie una tendenza a recuperare quei luoghi collettivi che avevano per ragione sociale un’intenzione formativa. La scuola severa, la naja o il seminario erano, «ai tempi», istituzioni che venivano in appoggio alla famiglia, nucleo educativo di base. Nella società liquida, dove la stessa famiglia è in continua, e generalmente peggiorativa, evoluzione, anche quelle sono scomparse o ridotte a realtà di ultra nicchia. Qualcuno ne comincia a sentire la mancanza, tanto più in considerazione del fatto che il futuro della generazione Z sarà verosimilmente più complesso di quanto lo è stato per i loro genitori, a maggior ragione se, come si vede, crescono immersi nelle comodità.

Nella Caserma, tra i monti di Levico, la cura cui vengono sottoposti i partecipanti comincia con la privazione dei cellulari, il taglio dei capelli e l’eliminazione dei piercing, e prosegue con i primi rudimenti della vita militare: alzabandiera, addestramenti, spirito di squadra, autogestione di spazi individuali e comuni. Tutto alimentato dalla competizione tra i concorrenti e gli scaglioni di reclute, «arruolati» in tempi diversi. Per continuare a riavvicinare il pubblico giovane alla rete, nel format a metà tra corso di sopravvivenza ed esperimento sociale, il casting e il montaggio sono decisivi. Così, in ossequio alle mode e al marketing, tra i concorrenti troviamo i gemelli star di TikTok, il rapper ribelle, la ragazza lesbica, lo studente pakistano con q.i. sopra la media, l’influencer, l’insegnante di yoga e il reduce dal Collegio: non proprio ragazzi qualsiasi. Quanto agli istruttori, dietro la mimetica e l’aria burbera si celano padri o fratelli maggiori forse un tantino più compassionevoli di quanto ci si aspetterebbe. A conferma che, più che a un docu-reality, siamo di fronte a un game adventure che ambisce a coinvolgere un pubblico inter-generazionale.

 

La Verità, 5 febbraio 2021

Buttare la disabilità in politica? O anche no

Alla fine la cosa migliore di O anche no, il programma dedicato alla disabilità, ideato e condotto da Paola Severini, in onda la domenica mattina su Rai 2, sono le facce dei ragazzi e le loro storie. Le facce dei componenti della band I ladri di carrozzelle, interpreti di stacchi musicali colorati (Le mille bolle blu, Il cielo è sempre più blu), e quelle di camerieri e aiutanti di cucina della Trattoria degli Amici gestita in cooperativa dalla Comunità di Sant’Egidio di Roma. «Da vicino nessuno è normale», dice la sigla che è un invito ad andare oltre i luoghi comuni: «I siciliani sono tutti mafiosi, i genovesi sono tutti tirchi, i partiti sono tutti uguali: o anche no». Appunto. La nuova stagione è iniziata il 20 settembre e non è certo una passeggiata allestire mezz’ora di testimonianze con portatori di handicap e ragazzi down rispettando le indicazioni sanitarie, dal distanziamento all’assenza del pubblico fino all’uso della mascherina. Paola Severini sollecita gli interventi e interloquisce con ospiti e collaboratori come Mario Acampa, conduttore della Banda dei fuoriclasse, programma di Rai Gulp che durante il lockdown si è occupato di aiutare i ragazzi con handicap, impossibilitati a seguire la didattica a distanza. Un’altra collaboratrice è Rebecca Zoe De Luca, studentessa disabile, la prima allieva carrozzata del liceo Berchet di Milano, nonché collaboratrice di testate glamour. Racconta di un ragazzo autistico che siccome faceva le bolle di sapone e bagnava la terrazza della vicina di casa si è visto arrivare gli uomini della polizia che l’hanno richiamato all’ordine. La seconda storia è ambientata nella Trattoria degli amici dove lavorano persone con qualche disabilità, tra i quali un sommelier curiosamente astemio. «Noi vogliamo creare un luogo integrato», spiega uno dei responsabili del progetto, «perché le cose migliori si fanno insieme». Purtroppo, in alcuni momenti, un certo afflato si sovrappone alla spontaneità schietta e senza sovrastrutture dei veri protagonisti delle storie. Come si coglie da un certo abuso dei termini «inclusivo» e «inclusività». Forse tollerabile perché, in un ambiente così, difficilmente sono sinonimo di omologazione e appiattimento delle differenze. Un po’ più fastidioso è quando si tende a buttarla in politica e sul «clima d’odio» con la famosa narrazione. Come nel caso di Stefano Disegni a proposito della polizia e del bambino che faceva le bolle: «Basta con gli immigrati che ci tolgono il lavoro e ci portano pure le bolle di sapone?». «Sì, ma quello era un bambino autistico», ha fortunatamente precisato Paola Severini.

 

La Verità, 22 settembre 2020

Battisti, ancora tu… e la differenza che fa Mogol

Sarà la nostalgia. O forse sarà che la voglia d’iniziare la stagione con le risse dei talk show sul Covid, i banchi a rotelle e i negazionisti che già riempiono da mane a sera tutti i palinsesti scarseggia, fatto sta che l’altra sera mi sono sintonizzato su Rai 2 per guardare Io tu noi, Lucio, superdocumentario a 22 anni dalla morte di Lucio Battisti (ore, 21.15, share del 5,9%, 1,4 milioni di telespettatori). Proviamo a vedere e poi magari si cambia. Invece no: quando si comincia ad ascoltare Mi ritorni in mente, I giardini di marzo, Anna, Anche per te, Non è Francesca soprattutto dai filmati in bianco e nero, con la voce in semifalsetto di Lucio che esce da sotto il cespuglio di capelli, magari con Renzo Arbore che lo marca sornione con la giacca abbottonata, si resta lì, catalizzati.

Il doc era scritto e diretto da Giorgio Verdelli, già autore di Unici per Rai 2 e di Via con me su Paolo Conte passato alla Mostra di Venezia, e ogni tanto spuntava Sonia Bergamasco ad annodare i fili del discorso, tra un Battisti debitore della musica soul che in tanti accreditavano (Franco Mussida, Mario Lavezzi, Niccolò Fabi, Gianni Dall’Aglio), e un Lucio schivo, umile e lontano dalle mode ideologiche del tempo tanto da essere accusato di qualunquismo (sebbene pure i compagni lo cantassero di nascosto, una volta smesso l’eskimo). La narrazione dunque scorreva anche se ogni tanto gli interventi interrompevano le emozioni di Emozioni, ma alla fine si restava ancora stregati da quel timbro vocale e dai versi di Mogol e dalla freschezza di lui in studio con solo la chitarra acquistata a Porta portese a 5.000 lire, introvabile oggi anche con le milionate di euro dei talent e dell’industria discografica. Altro che l’artigianale Numero 1 con Lucio, Formula 3, Pfm, Edoardo Bennato, Dik Dik e gli altri, anche 4 o 5 canzoni in contemporanea nella top ten dell’epoca. Insomma, per farla breve, nella musica leggera italiana c’è stato un prima e un dopo Lucio Battisti, innovatore geniale soprattutto in abbinata con Mogol, autori di canzoni tutte belle e almeno venti capolavori indelebili nella nostra meglio gioventù. Si potrebbe allestire un gioco per vedere quali e quanti titoli restano fuori. Come si potrebbe vedere quali entrano della collaborazione con Pasquale Panella, per capire per bene i meriti di Giulio Rapetti in quella stagione. Il quale ha detto: «era uno studiava anche sette ore al giorno la musica degli altri, studiava i grandi, per diventarlo anche lui». E Arbore: «di Lucio trattengo il fatto che era un bravo ragazzo che amava la musica e non inseguiva altro». Paragoniamolo con i fenomeni di oggi. No, non è solo nostalgia.

 

La Verità, 12 settembre 2020