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Buttare la disabilità in politica? O anche no

Alla fine la cosa migliore di O anche no, il programma dedicato alla disabilità, ideato e condotto da Paola Severini, in onda la domenica mattina su Rai 2, sono le facce dei ragazzi e le loro storie. Le facce dei componenti della band I ladri di carrozzelle, interpreti di stacchi musicali colorati (Le mille bolle blu, Il cielo è sempre più blu), e quelle di camerieri e aiutanti di cucina della Trattoria degli Amici gestita in cooperativa dalla Comunità di Sant’Egidio di Roma. «Da vicino nessuno è normale», dice la sigla che è un invito ad andare oltre i luoghi comuni: «I siciliani sono tutti mafiosi, i genovesi sono tutti tirchi, i partiti sono tutti uguali: o anche no». Appunto. La nuova stagione è iniziata il 20 settembre e non è certo una passeggiata allestire mezz’ora di testimonianze con portatori di handicap e ragazzi down rispettando le indicazioni sanitarie, dal distanziamento all’assenza del pubblico fino all’uso della mascherina. Paola Severini sollecita gli interventi e interloquisce con ospiti e collaboratori come Mario Acampa, conduttore della Banda dei fuoriclasse, programma di Rai Gulp che durante il lockdown si è occupato di aiutare i ragazzi con handicap, impossibilitati a seguire la didattica a distanza. Un’altra collaboratrice è Rebecca Zoe De Luca, studentessa disabile, la prima allieva carrozzata del liceo Berchet di Milano, nonché collaboratrice di testate glamour. Racconta di un ragazzo autistico che siccome faceva le bolle di sapone e bagnava la terrazza della vicina di casa si è visto arrivare gli uomini della polizia che l’hanno richiamato all’ordine. La seconda storia è ambientata nella Trattoria degli amici dove lavorano persone con qualche disabilità, tra i quali un sommelier curiosamente astemio. «Noi vogliamo creare un luogo integrato», spiega uno dei responsabili del progetto, «perché le cose migliori si fanno insieme». Purtroppo, in alcuni momenti, un certo afflato si sovrappone alla spontaneità schietta e senza sovrastrutture dei veri protagonisti delle storie. Come si coglie da un certo abuso dei termini «inclusivo» e «inclusività». Forse tollerabile perché, in un ambiente così, difficilmente sono sinonimo di omologazione e appiattimento delle differenze. Un po’ più fastidioso è quando si tende a buttarla in politica e sul «clima d’odio» con la famosa narrazione. Come nel caso di Stefano Disegni a proposito della polizia e del bambino che faceva le bolle: «Basta con gli immigrati che ci tolgono il lavoro e ci portano pure le bolle di sapone?». «Sì, ma quello era un bambino autistico», ha fortunatamente precisato Paola Severini.

 

La Verità, 22 settembre 2020

Battisti, ancora tu… e la differenza che fa Mogol

Sarà la nostalgia. O forse sarà che la voglia d’iniziare la stagione con le risse dei talk show sul Covid, i banchi a rotelle e i negazionisti che già riempiono da mane a sera tutti i palinsesti scarseggia, fatto sta che l’altra sera mi sono sintonizzato su Rai 2 per guardare Io tu noi, Lucio, superdocumentario a 22 anni dalla morte di Lucio Battisti (ore, 21.15, share del 5,9%, 1,4 milioni di telespettatori). Proviamo a vedere e poi magari si cambia. Invece no: quando si comincia ad ascoltare Mi ritorni in mente, I giardini di marzo, Anna, Anche per te, Non è Francesca soprattutto dai filmati in bianco e nero, con la voce in semifalsetto di Lucio che esce da sotto il cespuglio di capelli, magari con Renzo Arbore che lo marca sornione con la giacca abbottonata, si resta lì, catalizzati.

Il doc era scritto e diretto da Giorgio Verdelli, già autore di Unici per Rai 2 e di Via con me su Paolo Conte passato alla Mostra di Venezia, e ogni tanto spuntava Sonia Bergamasco ad annodare i fili del discorso, tra un Battisti debitore della musica soul che in tanti accreditavano (Franco Mussida, Mario Lavezzi, Niccolò Fabi, Gianni Dall’Aglio), e un Lucio schivo, umile e lontano dalle mode ideologiche del tempo tanto da essere accusato di qualunquismo (sebbene pure i compagni lo cantassero di nascosto, una volta smesso l’eskimo). La narrazione dunque scorreva anche se ogni tanto gli interventi interrompevano le emozioni di Emozioni, ma alla fine si restava ancora stregati da quel timbro vocale e dai versi di Mogol e dalla freschezza di lui in studio con solo la chitarra acquistata a Porta portese a 5.000 lire, introvabile oggi anche con le milionate di euro dei talent e dell’industria discografica. Altro che l’artigianale Numero 1 con Lucio, Formula 3, Pfm, Edoardo Bennato, Dik Dik e gli altri, anche 4 o 5 canzoni in contemporanea nella top ten dell’epoca. Insomma, per farla breve, nella musica leggera italiana c’è stato un prima e un dopo Lucio Battisti, innovatore geniale soprattutto in abbinata con Mogol, autori di canzoni tutte belle e almeno venti capolavori indelebili nella nostra meglio gioventù. Si potrebbe allestire un gioco per vedere quali e quanti titoli restano fuori. Come si potrebbe vedere quali entrano della collaborazione con Pasquale Panella, per capire per bene i meriti di Giulio Rapetti in quella stagione. Il quale ha detto: «era uno studiava anche sette ore al giorno la musica degli altri, studiava i grandi, per diventarlo anche lui». E Arbore: «di Lucio trattengo il fatto che era un bravo ragazzo che amava la musica e non inseguiva altro». Paragoniamolo con i fenomeni di oggi. No, non è solo nostalgia.

 

La Verità, 12 settembre 2020

Freccero lascia una rete tonica al successore

Più che un commiato, un arrivederci. Qualche giorno fa Carlo Freccero ha lasciato Rai 2 dopo un anno di direzione, iniziata all’insegna della rivincita sull’«editto bulgaro». Tra i primi progetti ipotizzati c’era il ritorno di Daniele Luttazzi dopo la chiusura, 18 anni prima, di Satyricon e le successive, fugaci e polemiche, riapparizioni. Non se n’è fatto nulla, nonostante l’impegno. Anche l’idea di una linea di controinformazione basata su blog e opinionisti alternativi non è decollata. Mentre il suggerimento di una striscia d’informazione post tg come quella che vantano La7 e Mediaset ha trovato un’attuazione troppo dimessa e priva di appeal.
L’anno di post-dottorato, anzi, di servizio civile gratuito causa legge Madia, era un tempo troppo limitato per riformare e rilanciare una rete generalista nell’era delle over the top (le piattaforme che forniscono contenuti attraverso la rete). Freccero è partito con una serie di eventi dedicati ad Adriano Celentano, Roberto Benigni, Beppe Grillo, la serata per Fabrizio De André, quella per Freddie Mercury in occasione del successo di Bohemian Rapsody, la riproposta di Ultimo tango a Parigi con sé stesso nel ruolo di critico e le serate omaggio a Gianni Boncompagni e Gianfranco Funari di Renzo Arbore e Enrico Lucci. L’obiettivo, raggiunto, era ricostruire, attraverso grandi biografie, la memoria storica di un pubblico generalista non nazionalpopolare. Poco alla volta, però, con l’introduzione delle strutture divise in macro aree che limitano l’autonomia delle reti, quello che sembrava un mandato per ridare identità a Rai 2, si è trasformato nella missione a riavvicinare il target giovanile. Superato non senza difficoltà lo spacchettamento di Nemo, nessuno escluso in Popolo sovrano e Realiti, con due diversi gruppi autoriali, Freccero si è concentrato su alcuni progetti ad hoc: la quarta stagione del Collegio, ambientata nel 1982, con la voce narrante di Simona Ventura, #Ragazzicontro, il docureality condotto da Daniele Piervincenzi, diario di un gruppo di adolescenti con tutte le loro aspirazioni e fragilità, e la serie Volevo fare la rockstar ambientata in Friuli, protagonisti alcuni anti eroi quotidiani, segnati da nevrosi e incertezze più che dai sentimenti perbenisti della borghesia. Se si aggiungono le nuove edizioni di The Voice of Italy e Pechino express, si può dire che la missione è compiuta: +0.41% dalle 21.30 alle 23.30 nel 2019 rispetto al 2018, e segni positivi anche nei target dei teenagers e dei giovani. Un bilancio forse meno strabiliante del previsto, ma solido e pronto a essere sfruttato da chi verrà dopo Freccero. Che aspettiamo presto impegnato in una nuova avventura.

La Verità, 4 dicembre 2019

Veronesi, Haber… Eravamo quattro amici a Cinecittà

Il cinema va in tv. Meglio, il backstage del cinema. Il dietrolequinte, scritto in una parola, perché, con Maledetti amici miei, diventa un genere, un’affabulazione, un disvelamento (Rai2, giovedì, ore 21,30, share del 4.37%). Niente di epocale, beninteso. Aneddoti, raccontini, piccoli retroscena, qualcuno più divertente di altri. La compagnia è ben assortita: Giovanni Veronesi, regista e burattinaio del gruppo, Sergio Rubini, l’Al Pacino italiano anche se, ahinoi, più corretto, Rocco Papaleo, attore e musicante autoironico assai, Alessandro Haber, capro espiatorio e vittima designata. Ospiti fissi, Max Tortora e Margherita Buy, mentre Paolo Conte regala a tutte le puntate una sigla diversa tratta dal suo repertorio. L’alchimia è notevole, ognuno dei quattro ha una tempra e una tempera, perché si conoscono e si frequentano da decenni e il segreto è proprio questo: mettono in scena loro stessi, singolarmente e insieme, interagendo, come si dice. Prendendosi per i fondelli, stuzzicandosi, alzandosi la palla per la gag vincente.

In uno studio sui tetti di un’ipotetica periferia postindustriale i tre attori e il regista improvvisano episodi che animano la vita quotidiana dei set, attraversati da manie, fobie, paturnie personali. La premessa che fa da cornice all’operazione che è una grande citazione di Amici miei (e di Quelli della notte) con burle e goliardate annesse, passa dalle parole di Rubini: «Noi siamo l’avamposto della tv generalista, siamo gli ultimi televisivi, quelli che la tv non l’hanno mai fatta». Ma ora, con loro, Cinecittà arriva in tv. Attraverso questa scena tutta autoriferita: autobiografica, autoironica, autoreferenziale. Con un filo di malinconia-nostalgia di sessantenni alla ricerca del tempo perduto, narratori di litigi, di interpretazioni rocambolesche e di autisti stralunati. Una psicopatologia del cinema italiano svelata in prima persona. Nella quale la Buy, «maestra d’ansia» («mettere ansia ai figli fin da piccoli va bene perché così non vanno da nessuna parte e restano con voi»), potrebbe vincere l’oscar come protagonista femminile, e Carlo Verdone, con le sue turbe ipocondriache, quello da protagonista maschile. Non a caso si scopre che il loro romanticissimo bacio in Maledetto il giorno che ti ho incontrato è, in realtà, frutto di una prova di forza dello stesso Verdone al culmine di 37 esasperanti ciak. Godibile, spassoso, burlesco, ma perfetto per la seconda serata. Anche perché così si potrebbe eliminare il gioco del turpiloquio libero una volta scaduta l’ora della fascia protetta: una banalità.

 

La Verità, 5 ottobre 2019

Con la Ventura The Voice è un gioco scanzonato

La sesta edizione di The Voice of Italy (Rai 2, ore 21,20, share dell’11.15%) è segnata da un doppio ritorno in Rai. Quello, ribadito e sottolineato, di Simona Ventura dopo anni di nomadismo televisivo, da Sky a Mediaset, passando per Agon Channel; e quello, meno enfatizzato, di Morgan, dopo la famosa intervista sul consumo di stupefacenti che ne provocò l’allontanamento. Insieme, peraltro, Morgan e Simona erano stati al tavolo di X Factor, prima «sul 2», dov’era nato, poi su Sky dov’era traslocato e felicemente rinnovato. Corsi e ricorsi, dunque. Gli altri coach di Tvoi, come si dice con acronimo da social media, sono invece al loro debutto. Gué Pequeno in quota rap, Gigi D’Alessio anima neomelodica, ed Elettra Lamborghini, ereditiera da reality: una giuria piuttosto eterogenea e divergente quanto a esperienze, successi e preferenze musicali. Non sarà facile trovare l’intesa in diretta al momento delle decisioni. Per ora il montaggio è in grado di fare miracoli ma, inoltrandosi nello show e nella conflittualità della gara, sarà fondamentale che tra i quattro giurati e con la conduttrice si crei la giusta alchimia.

Dopo una sola puntata è evidente la differenza di autorevolezza e disinvoltura tra i due veterani e i debuttanti, quasi si assistesse a due show diversi. Le vecchie volpi Ventura e Morgan hanno esperienza e carisma utili a rivitalizzare un format forse un tantino elementare rispetto alla sofisticazione a cui ci ha abituato X Factor. Supersimo gioca con sé stessa e il ritorno a casa. Marco Castoldi, forse per sfatare la fama di artista ingovernabile conquistata in altri analoghi contesti, appare più propenso del solito a valorizzare il buono di ogni concorrente con suggestioni pertinenti e mai banali. A Gué Pequeno e Gigi D’Alessio, ancora guardinghi e inclini a giocare di rimessa, bisogna dare il tempo di entrare nella parte. Più disinvolta, nella sua prorompenza trash, è parsa Elettra Lamborghini: la corsa verso una concorrente controllando preventivamente pericolose epifanie erotiche è già cult. Proprio la rottura del vetro invisibile tra il palco e i giudici, con frequenti coinvolgimenti dei coach nelle esibizioni dei candidati (Morgan ha duettato al basso con una di loro), mostra la volontà di insistere sul carattere giocoso dello show. Ma come questo abbia a che fare con l’ambizione d’individuare un nuovo talento musicale da consegnare al mercato italiano, traguardo finora mancato dalle precedenti edizioni di The Voice, è tutto da dimostrare.

La Verità, 25 aprile 2019

Lucci va in bianco con il soprarighismo di Funari

Pian piano sta delineandosi un nuovo format: blob e teche più inserti attuali, l’evoluzione strutturata e postuma di C’è più il nome della star di turno. Una versione adulta di Techetechetè di Rai 1. L’altra sera ne abbiamo visto la versione più avanzata in Lucci incontra Funari, sorta di celebration in cui Enrico Lucci omaggiava, ricordava e risvegliava dall’oblio Gianfranco Funari con l’aiuto di una serie di ospiti (lunedì, ore 21,25, share del 2.47%). Il risultato, per quanto mi riguarda, è un certo spaesamento, una certa perplessità. Mi piaceva così tanto il Lucci che tendeva agguati ai politici, sorprendeva Gianfranco Fini o Fausto Bertinotti, incontrava Luciano Gaucci, aspettava al varco gli invitati alle cene di Matteo Renzi, si fiondava alle convention dei Giovani imprenditori o raccontava le nuove beauty farm per cani, che vederlo di bianco vestito mi ha lasciato un po’ così. È vero, l’incontro con l’anima di Funari era situato in Paradiso, ma questo equivale a privarlo dell’artiglio degli sguardi, della smorfia scettica, dello sfottò romanesco. Nelle interviste Lucci cita sempre l’inventore di Aboccaperta, il trash talk che ha fatto la storia della televisione («dal 2 al 33% di share su Rai 2», si vantava). È una delle sue fonti ispirative, dei suoi riferimenti, il papà inventore (con Sandro Curzi) della gggente. Però no, non mi ha convinto fino in fondo la celebration, sebbene contenesse due perle. La prima, la fulminante e credibilissima parodia di Corrado Guzzanti del Funari nell’aldilà. La seconda, l’intervista testamento che gli fece Lucci, che evidenzia la differenza tra il Lucci vero e quello di riporto.

Rivisitato, tra gli altri, da Francesco Rutelli, Antonio Di Pietro, Roberto D’Agostino, Emilio Fede, Salvatore Ciraolo, e l’ultima moglie Morena Zapparoli, ora si può azzardare che, con la parlata, la mimica, il gusto della provocazione trash e la tendenza all’antipolitica, Funari anticipò il telepoulismo. In realtà, più che essere un telepopulista, lo faceva, ci faceva, come dimostrò il pretenzioso Apocalypse show-Vietato Funari mega show con velleità intellettuali. Dietro il gergo c’era la certezza di saperla più lunga di tutti, e di spiegarla a tutti. Dietro la mortadella c’erano i gemelli d’oro al polso. Più che gli eccessi sottolineati da Maurizio Costanzo, dominava il soprarighismo senza cedimenti.

Perplessità, dunque. Il format della memoria e della nostalgia, per ricostruire un archivio collettivo di sentimenti com’è nelle intenzioni del direttore-autore Carlo Freccero è una buona idea e può funzionare. Ma, forse, meglio con altri protagonisti e interpreti.

 

La Verità, 27 febbraio 2019

C’è Celentano smaschera sia C’è Grillo che Adrian

Il flop dei telepredicatori. La serata no dei guru. La caduta dei venerati showman. Beppe Grillo e Adriano Celentano, in onda in contemporanea e in concorrenza, sono sprofondati entrambi. Uno su Rai 2, l’altro su Canale 5: 4.34% di share (poco sopra il milione di telespettatori) per C’è Grillo, 11.88% (poco più di 3 milioni) per la prima parte di Adrian (la seconda cala di un milione e un punto di share). Fine di un’epoca, svolta storica, cambio di stagione? Una cosa è certa: di fronte alla comune e già complicata quotidianità, apocalissi, sciagure planetarie, catastrofismi, utopie e distopie varie non sono più di moda. Non lo sono i loro profeti, soprattutto se, come in questo caso, si esprimono con linguaggi datati e formule anacronistiche.

L’altra sera, facendo zapping da un canale all’altro sembrava di essere improvvisamente tornati indietro di un ventennio. Sulla rete diretta da Carlo Freccero c’era il comico genovese pre fondazione M5s che sghignazzava su Una storia italiana, opuscolo elettorale di Silvio Berlusconi, anno domini 2001. O, addirittura, con un altro tuffo nella macchina del tempo, sfotteva, sardonico, il viaggio di Bettino Craxi in Cina con corte al seguito. Preistoria, rivista oggi: inevitabili i bassi ascolti. Su Canale 5, tra un amplesso e l’altro, un orologiaio supereroe combatteva a colpi di arti marziali i poteri forti di una dittatura di stampo orwelliano. Solo che, anziché essere nel 1984, ci si doveva credere nel 2068: brutta storia se un fumetto fantascientifico risulta vecchio o persino vintage come sta accadendo ad Adrian. Insomma, due show stanchi e che denunciano l’età. È il malinconico destino che accomuna i due telepredicatori: il fatto di essere degli ex.

Solo che le similitudini finiscono qui. Perché tra il format realizzato con immagini d’archivio da Rai 2 e lo show celentaniano più atteso della storia della televisione italiana le differenze sono tante e sostanziose. C’è Grillo, per esempio, è costato 30.000 euro in tutto. E solo perché il suo protagonista ha rivendicato lo sfruttamento dei diritti d’immagine delle esibizioni realizzate in Rai. In secondo luogo, il risultato di audience è stato solo di poco inferiore alla media di rete, attorno al 6% di share. Malgrado ciò, pochi minuti dopo la pubblicazione dei dati di ascolto, il folcloristico dem Michele Anzaldi, ha chiesto la testa del direttore di Rai 2, twittando: «Freccero senza vergogna aveva giustificato la serata dicendo che serviva a far crescere ascolti, invece ha trascinato la sua rete in fondo alla classifica Auditel: ora si dimette?». A corto di argomenti, gli uomini del Pd non sanno più a cosa attaccarsi. E un’audience appena inferiore alle attese diventa pretesto per chiedere le dimissioni di un dirigente. Nell’autunno del 2016 non si ricordano analoghe richieste di dimissioni per il direttore di Rai 1 dopo la messa in onda di Dieci cose, il programma ideato e realizzato da Walter Veltroni che si fermò all’11% (2,3 milioni di telespettatori), uno dei minimi storici dell’ammiraglia Rai. Dal canto suo Freccero ha respinto al mittente le critiche e le richieste di dimissioni, attribuendo la défaillance alla presenza di Luigi Di Maio su Rete 4, ospite di Quarta Repubblica di Nicola Porro: «Il Di Maio politico ha battuto il Grillo non politico. Questo la dice lunga sulla mia indipendenza e su quanta differenza c’è tra il mio lavoro e il lavoro politico del M5s. Se fossimo “pappa e ciccia” avrei chiesto a Di Maio di non fare concorrenza a Grillo». Fine della querelle.

Più grave risulta l’involontario effetto rétro dello show di Celentano. A parte i costi sanremesi delle serate – si parla di 20 milioni – le rinunce a catena dei partner (Teo Teocoli, Michelle Hunziker, Ambra Angiolini) e le prese di distanza di Milo Manara, qui il Molleggiato e il Clan hanno proprio perso la scommessa con il tempo. La faccenda dispiace maggiormente pensando al fatto che il protagonista di show come Francamente me ne infischio e Rockpolitik era sempre stato un grande anticipatore, un perfetto interprete dello zeitgeist. Ora sta tentando di raddrizzare la baracca, provando a giocare sul fatto di aver consapevolmente «sabotato gli ascolti di Canale 5» e accettando di cantare (sempre struggente Pregherò). Ma che tutta l’impostazione sia datata lo confermano anche gli sgangherati monologhi di Natalino Balasso e soprattutto di Giovanni Storti, che ha paragonato i pullman degli sgomberi dei migranti dei giorni scorsi ai treni delle deportazioni degli ebrei ad opera dei nazisti.

Paradossalmente, proprio il confronto con C’è Celentano, trasmesso da Rai 2 a inizio gennaio – stesso format di C’è Grillo ma con il protagonista di Adrian – smaschera le debolezze dei due show paralleli. Le canzoni e i duetti del Molleggiato riviste quella sera (14.38% di share, quasi 3 milioni di spettatori) conservavano freschezza e attualità di momenti rappresentativi di una storia. Qualità che le gag del comico genovese, identificate con un’èra politica archiviata, e il cartoon del Molleggiato, troppo ambizioso e in realtà datato, non possono avere.

 

La Verità, 30 gennaio 2019

Freccero: «Massì, sono un direttore controcorrente»

Carlo Freccero – Il ritorno». Potrebbe intitolarsi così il film ora in prima visione sugli schermi di Mazzini. Un sequel 16 anni e mezzo dopo l’editto bulgaro, 18 aprile 2002. Per qualcuno, infatti, il sottotitolo è «Il controeditto». Per altri «La rivincita». Un fantasy; un giallo. O, visti i colpi di scena, un thriller. Mentre la rivoluzione di Rai 2 avanza, Freccero colleziona nemici. Ogni giorno un casino. Quotidiani e riviste lo dipingono censore, venditore di fumo, cialtrone. Lui si diverte come un bambino. «Eccole dieci euro», dice alla segretaria.

Come sta andando la rivincita?

All’inizio il risentimento è stato la motivazione per accettare di lavorare gratis. Inconsciamente ho adottato il pensiero di Enzo Tortora quando tornò a Portobello: «Dov’eravamo rimasti?». E l’idea di richiamare Daniele Luttazzi può avere un sapore di rivincita. Ma poi, un po’ alla volta, la televisione ha preso il sopravvento sui miei sentimenti. Perché, lei lo sa: noi siamo parlati dalla televisione…

La stanza da direttore è la stessa di 16 anni fa?

La stessa, ma rifatta.

Altra èra.

Totalmente. Oggi la sfida è dare identità a una rete generalista complementare a Rai 1 nell’epoca dell’over the top, le piattaforme multinazionali digitali.

In parole povere?

La tv generalista deve imparare a rispettare i tempi sociali dello spettatore. Fino a qualche anno fa c’era solo lei; oggi, nell’epoca dei tempi liquidi, il pubblico sceglie la tv generalista solo in prima serata. Questo va tenuto presente quando si fa il palinsesto. Io mi concentrerò sulla fascia dalle 19 a mezzanotte.

Rivincita senza vendette?

Certo. Fu Celentano a farmi lavorare a Rockpolitik, quando ero in punizione. Ma non covo risentimento. Non c’è il conte di Montecristo. Questo ritorno è un dottorato post universitario.

È un ritorno contro? Controeditto, controprogrammazione, controinformazione.

Controeditto un po’ sì. Disturbavo troppo e sia Berlusconi che Renzi non mi hanno mai preso in considerazione. Nel Cda Rai mi hanno eletto i 5 stelle e Sinistra ecologia.

Mentre il Pd l’ha mandato sul satellite.

I Ds per l’esattezza, segretario Piero Fassino, responsabile della comunicazione Carlo Rognoni.

La segretaria ricompare con una Coca zero. È dovuta uscire dal palazzone di Viale Mazzini per comprarla al bar.

«Ne vuole un po’?», chiede Freccero.

No, grazie.

(Agitandosi) Forza, forza con le domande!

È un’altra èra anche politicamente. Che rapporti ha con i 5 stelle?

Un rapporto di amicizia con Alessandro Di Battista e Gianluigi Paragone, che ho difeso quando conduceva La Gabbia.

Che cosa vi siete detti in trattoria con Di Battista?

Ho fatto apposta a farmi vedere con lui per festeggiare il suo ritorno in Italia.

Molti sono scandalizzati perché anche questo governo aveva giurato: fuori i partiti dalla Rai.

Naturalmente sono io che parlo di televisione, mentre lui mi parla del Paese.

Ha mai incontrato Matteo Salvini?

No. Mi piacerebbe incontrare lui e anche Steve Bannon. Comprenderli è necessario.

Perché?

Sono sull’onda del successo. Questo è il grande insegnamento che ho tratto dalla tv commerciale. Tutto ciò che ha successo va preso in considerazione. È l’umiltà l’insegnamento. Non possiamo pensare che il nostro io valga più di quello degli altri. Se una cosa è popolare bisogna rispettarla.

Ha più sentito Berlusconi?

Mai dal 2 maggio 1992 quando mi licenziò. Mi piacerebbe molto rivederlo e litigare con lui.

Perché la licenziò?

La mia Italia 1 disturbava il Caf, Craxi Andreotti Forlani.

Segnali dal suo mondo?

Conservo ottimi rapporti professionali. Scrivo sulla rivista Link che ritengo la migliore rivista in assoluto di televisione.

Quanto durerà questo governo?

Mi auguro tanto perché è senz’altro migliore di quello precedente.

Nonostante le frequenti gaffe mediatiche?

Le gaffe mediatiche sono meno rilevanti della crisi economica creata da chi c’era prima.

Come sono i suoi rapporti con i vertici aziendali?

Ottimi. Con l’ad Fabrizio Salini c’è una vecchia sintonia. Ancora oggi lo ringrazio per l’aiuto che mi diede al Festival della Fiction di Roma quand’era capo della Fox. Organizzammo un master class con Alicia Witt, la sceneggiatrice di Walking dead. Con il presidente Marcello Foa mi unisce l’attenzione critica verso l’informazione.

L’accusano di fare controprogrammazione e Salini sarebbe preoccupato.

La controprogrammazione è una regola che fa parte del lavoro televisivo quando si tiene presente lo scenario competitivo. Non è un dispetto contro qualcuno.

Rai 1 ha cancellato la conferenza stampa di Superbrain, lo show di Paola Perego, contro il quale ha programmato la serie The Good Doctor.

Con Lucio Presta ho sempre avuto un rapporto tempestoso. Però lo ammiro perché l’amore per sua moglie è così struggente che vorrebbe che tutte le reti si spegnessero in concomitanza dello show di lei. È come il protagonista di Adele H di Francois Truffaut, travolto dall’amour fou. Mi commuove e lo apprezzo.

Fa anche controinformazione.

È necessaria, detesto il pensiero unico politicamente corretto che nasconde le notizie sgradite. In questi anni la Rai ha perso il primato dell’informazione. Basta vedere che La7 ha Otto e mezzo e Rete 4 ha Stasera Italia. La Rai nulla. Deve coprire questa lacuna. Per me la conduttrice ideale dell’approfondimento dopo il Tg2 serale è una come Federica Sciarelli.

Ma ha già Chi l’ha visto?

Infatti, è un pio desiderio.

Ha dato dell’imbecille a una giornalista della Stampa.

Chiedo scusa per l’imbecille, ma bisogna ammettere che certi articoli sono molto fantasiosi. Ho trasceso usando il mio impatto mediatico per ridare centralità a Rai 2. Mai come adesso si avverte il conformismo dei media. Non a caso le vendite dei giornali precipitano.

Come si spiega che quasi tutta la stampa la attacca?

(Sorride) Chi mi attacca mi fa un favore. Vuol dire che sono davvero disturbante. Squadrato, come diceva Celentano.

Alla prima uscita si è fatto una valanga di nemici.

Ci sono stati tre tipi di reazione alla mia presentazione del palinsesto.

Addirittura.

La prima, sotto forma di depistaggio. Allontanare l’attenzione dai programmi più problematici e concentrarla su quelli più popolari come I fatti vostri e Quelli che dopo il tg. Per Repubblica il mio unico problema era mettere a tacere queste voci dissenzienti. Un po’ come censurare Stanlio e Ollio.

La seconda?

Rovesciare la focaccia. Cosa si oppone a un direttore di rete che si propone l’obiettivo di abolire la censura? Di essere un noto censore, incaricato dalla maggioranza di tacitare l’opposizione e la libertà di espressione.

E la terza reazione?

L’abbiamo vista all’opera a proposito dell’Ottavo blog: demonizzazione delle fonti. Ho letto sulla Stampa che i blog da me citati avrebbero molti scheletri nell’armadio. Non sono in grado di dibattere sullo specifico. Non m’interessa l’attendibilità di chi presenta l’informazione, ma l’attendibilità dell’informazione stessa. Saddam Hussein era il più cattivo di tutti, ma ahimè sulle armi di distruzione di massa era l’unico a dire il vero. Assad è stato prima buono poi cattivo. Ricevuto in pompa magna dal presidente Napolitano come baluardo dei valori occidentali contro l’integralismo islamico, si è trasformato in breve tempo in un mostro che non esita a gasare il suo popolo per impedirne la libertà di espressione. Potrei continuare.

Meglio di no.

Il giornalismo dovrebbe sempre tener presente la corrispondenza tra la notizia e la realtà dei fatti. La verità non guarda in faccia buoni e cattivi, ma ha a che fare con l’oggettività, non con presunte considerazioni morali.

Ha fatto incazzare anche gli juventini con quella battuta sull’occupazione dei Var.

(Ride) Quella battuta mi è piaciuta da pazzi. Io ho fatto L’Appello del martedì e considero il calcio materia di scherzo. Invece ho capito che è roba serissima. Infatti: il rigore contro la Sampdoria non c’era, mentre c’erano quelli non dati al Torino nel derby. Gli juventini sono belli, ricchi e famosi; sopportino qualche malignità. Sopportatela! Il potere esige il buffone di corte. Noi che non siamo juventini siamo una moltitudine di buffoni.

Magalli non la adora.

Invece mi è simpatico. È il più grande battutista rimasto della vecchia tv. Era amico di Gianni Boncompagni, di Luciano Salce e di tutti i grandi autori comici, per cui lui può dire quello che vuole e io lo esalto.

Chiudendo I fatti vostri?

No, dev’essere solo ridotto nei costi. Michele Guardì è uno degli uomini più ricchi d’Italia. Non può pretendere la Siae, faccia un sacrificio…

Quante cose può fare in un anno?

Pensi quante ne ho fatte in un mese… Il piano editoriale, lo speciale su Celentano, ho inventato un programma di approfondimento. Il 18 febbraio Enrico Lucci incontrerà Gianfranco Funari in Paradiso. Poi Bernardo Bertolucci sarà vendicato dei magistrati oscurantisti. Il 4 febbraio, per i 30 anni di Crêuza de mä, darò il concerto di Fabrizio De André con la presentazione di Dori Ghezzi. Il 25 febbraio ripartirà Made in sud con Stefano De Martino. Ho ridotto Ncis per riproporre le serie italiane. Arbore farà una serata dedicata a Gianni Boncompagni. Night tabloid diventerà Povera patria con la sigla di Battiato preceduta da una comica imitatrice. Poi c’è la trasformazione di Nemo con il ritorno alla conduzione di Alessandro Sortino. Ho messo a punto The Voice con Simona Ventura che partirà il 16 aprile e dove spero di avere in giuria Asia Argento e Morgan.

Non verranno mai.

Lo spero, è un sogno. Non si può sognare? (alzando il tono)

È vero che ha bocciato la seconda stagione del Supplente prodotto da Carlo Degli Esposti?

Vero, non mi piace. Mi aspetto proposte più interessanti e geniali, come Degli Esposti sa essere.

Resterà solo un anno o spera in una proroga?

Niente proroghe. Già arrivare a fine novembre 2019 sarà una fatica enorme. Chissà se questo entusiasmo creativo durerà fino allora.

È una specie di servizio civile gratuito?

Esatto. Come quello che faccio in carcere.

Cosa fa in carcere?

Tengo un corso di televisione nel carcere di Marassi sulle serie americane per la facoltà di Scienze dell’informazione. Ho cominciato lunedì scorso con The Wire. Naturalmente, con tutti questi impegni gratuiti, spero che il 2 giugno il presidente Sergio Mattarella mi conferisca il cavalierato.

Per avvicinarsi a Berlusconi?

Purtroppo non sono diventato come Urbano Cairo. Lui sì che è riuscito a imitarlo quasi in tutto.

Gli manca la discesa in campo.

Sì, ma avverrà in tempi relativamente brevi. Alle prossime elezioni politiche, quando saranno.

Lo suppone o lo sa?

Lo suppongo. Per la carenza di leader, per la tv che fa e per la voglia di rifare il percorso berlusconiano. Manca solo la politica.

Quanti detenuti seguono il suo corso?

Una trentina. Ma non parliamone troppo perché non vorrei che Presta, i giornalisti mainstream e i concorrenti delle altre reti convincessero la direttrice Maria Milano a tenermi dentro.

Tornare qui è chiudere un cerchio?

Certo, si chiude una stagione. Ma magari poi se ne apre un’altra… Devo dire che la vecchiaia dà una grande libertà. E anche la capacità di non avere paura di rischiare.

Per esempio richiamando Luttazzi? Qualche dettaglio?

L’ho sentito tre o quattro volte al telefono e lo incontrerò in Spagna in febbraio.

Probabilità di rivederlo davvero?

Dipende da lui, da quello che vuol fare.

Attaccare Salvini e Di Maio?

Molto probabile.

Glielo lasceranno fare?

Io vado via a novembre, lui dovrebbe iniziare a ottobre. Per due mesi…

Copiava le battute dai comici americani.

Vuol dire che sapeva copiare bene, altri copiano i format e molte volte male. Copiare una battuta è diffondere intelligenza.

Altri ritorni a Rai 2, magari Santoro?

Vorrei tanto incontrare lui, Piero Chiambretti e anche altri. Ma in un mese non sono riuscito a far tutto.

Ha detto che farà tornare la satira perché è finita l’èra di Berlusconi e Renzi. Perché li accomuna?

Perché appartengono allo stesso discorso politico. Siamo nell’epoca dei gilet jaunes non in quella degli azzimati e dei millennials, di Publitalia e della Leopolda. Siamo una moltitudine di gilet jaunes alla ricerca di un nuovo discorso economico e politico.

Condivide il pensiero di Alain de Benoist secondo il quale all’asse orizzontale destra-sinistra si è sostituita una prospettiva verticale élite-popolo?

Bene. Allora… I gilet jaunes sono nati per opporsi al potere. Già nel dopoguerra in Francia ci fu una strana mescolanza tra pensiero di destra e frange di sinistra contro il parassitismo delle classi rentiers (che vivono di rendita ndr). Ha ragione de Benoist, oggi il conflitto è verticale. Perché questo cambiamento? Molto semplice: perché il mondo del lavoro combatte il mondo della finanza, produzione contro speculazione. Il fronte della resistenza oggi va dal padrùn delle brache bianche al proletariato e sottoproletariato. È un fronte unico contro il vampirismo della finanza.

Dice che Trump si poteva prevedere, ma è un bene o un male con quei muri?

Si poteva prevedere perché la Clinton era ancora peggio di Trump.

 

Panorama, 16 gennaio 2019

 

Il compleanno di Celentano, un evento

La rivoluzione di Rai 2 muove i primi passi. Sabato sera è andato in onda C’è Celentano, un lungo speciale in occasione dell’ottantunesimo compleanno del Molleggiato concluso con un affettuoso: «Auguri Adriano! Rai 2 ti vuole bene». Risultato? Boom di ascolti: quasi 3 milioni di telespettatori (14.38% di share) e seconda rete più vista dietro Rai 1. Sembra una magia, ma sono numeri sorprendenti fino a un certo punto. Quando c’è un grande autore a capo di una rete tv la differenza si vede. Carlo Freccero è un autore politico nel senso più completo del termine, un uomo che padroneggia la natura profonda, verrebbe da dire quasi ontologica, della televisione generalista, cuore pulsante della vita collettiva. Solo lei lo può essere, più delle piattaforme streaming, delle tv satellitari e delle multinazionali che cavalcano la rivoluzione digitale: tutte, a loro volta figlie della globalizzazione (che ha pure i suoi pregi, non va dimenticato).

C’era il compleanno di Celentano e c’è il tanto atteso Adrian, cartone sulla rampa di lancio di Canale 5: quale occasione migliore per riaffermare che il Molleggiato è patrimonio della tv pubblica, che lì è nato e lì ha giocato le sue carte migliori. Celentano è una creatura nata in Rai e, da arcitaliano, è anche uno dei maggiori protagonisti dell’immaginario storico del Paese.

Solamente saccheggiando le Teche Rai, gli autori Paolo Luciani, Cristina Torelli, Roberto Torelli e Cristiana Turchetti hanno realizzato oltre due ore e mezza di un omaggio travolgente e tenero ad un tempo, contrappuntato di saluti e ricordi d’autore di personalità di grande prestigio artistico: da Giancarlo Giannini a Renzo Arbore, da Carlo Verdone a Dario Argento, da Achille Bonito Oliva a Rita Pavone solo per citarne alcuni fra i tantissimi. È stato un gigantesco blob, un flusso d’immagini traboccante del talento visionario, selvaggio, dirompente ed eversivo del festeggiato, partito sulle note di Prisencolinensinanciusol, «il primo rap della storia», e proseguito con Ventiquattromila baci al Festival di Sanremo, quando il Molleggiato sembrava ancora un Jerry Lewis prestato al rock. Mentre era, in realtà, uno che aveva capito che anche cantare «fuori tempo e essere squadrato», nel senso di fuori quadro, poteva divertire il pubblico. Una meravigliosa antologia di grandi momenti di televisione, musica e cinema da Fantastico 8 a Francamente me ne infischio, da Yuppi Du a Rockpolitick, da Un mondo in mi settima a Una carezza in un pugno, divisi in tre grandi capitoli (La celentanità, Adriano e l’amore, Adriano e il mondo). Momenti che sono la nostra storia. Pagine che parlano di noi.

La Verità, 7 gennaio 2019

Carlo Freccero e il cigno nero dell’informazione

Rivoluzione a Rai 2. La nuova rete di Carlo Freccero sarà molto diversa da quella attuale: nazionale, «sovranista», centrata sull’informazione. Poi intrattenimento e satira, con il possibile ritorno di Daniele Luttazzi. Infine, la fiction, qualche programma chiuso e qualcuno che comincia ad aver paura. Battagliero e spiazzante, alla prima uscita da (bis)direttore di Rai 2, nel giorno dell’anniversario della nascita della televisione (3 gennaio 1954), Freccero mette un’anteprima davanti alla conferenza: la presentazione di Eva Crosetta, conduttrice di Sulle vie di Damasco, la rubrica religiosa rinnovata con don Ivan Maffeis d’intesa con la Cei. Il programma vero, invece, è una raffica di fuochi d’artificio, annunci e conti da saldare. Mentre tutti attendono l’incipit su Simona Ventura alla conduzione di The Voice of Italy, la vera notizia è la creazione di una striscia di approfondimento quotidiana subito dopo il tg della sera: «Ce l’hanno sia La7 che Mediaset su Rete 4 e non ce l’ha la Rai. È una lacuna enorme, da colmare prima possibile, tanto più con l’avvicinarsi delle elezioni europee».

Seduto in prima fila c’è il direttore del Tg2 Gennaro Sangiuliano: «Fra noi c’è grande sintonia, lavoriamo entrambi sul politicamente scorretto. Le risorse della striscia vanno cercate nel tg. Sarà l’ad Fabrizio Salini a benedire questa iniziativa perché un programma così è di tutta la Rai. È nel dna del servizio pubblico. Un tempo c’era Enzo Biagi, ultimamente ha prevalso il conformismo, speriamo sia finito». A chi ha scritto che controprogrammerà Rai 1, il direttore di Rai 2 replica che certi articoli lo hanno «divertito. Se Salini è Don Chisciotte io sono il suo Sancho Panza». E per fugare i dubbi cita le prime righe del piano editoriale: «Il mio obiettivo è conferire identità a una rete complementare dell’ammiraglia Rai nell’epoca delle over the top (le piattaforme multinazionali dello streaming ndr)». Quindi non una rete sovranista a 5 stelle opposta alla Rai 1 filoleghista… «Io faccio televisione, punto e basta», si spazientisce: «Rai 2 è generalista quindi una rete necessariamente nazionale, che esalta l’identità, in opposizione alle piattaforme multinazionali». Perciò bisogna recuperare la memoria storica, cominciando già da domani sera con C’è Celentano, uno speciale per ricordare che il Molleggiato è nato in Rai, e la centralità dell’informazione in chiave pluralista. Dal 7 gennaio, per preparare il terreno all’approfondimento, il tg verrà allungato di 20 minuti al posto di Quelli che… dopo il tg di Luca Bizzarri, Paolo Kessissoglu e Mia Ceran, confermati la domenica e ripagati forse in seconda serata (basterà a Beppe Caschetto?). Al posto di Night Tabloid, «titolo demenziale», Annalisa Bruschi e Alessandro Giuli condurranno Povera patria, approfondimento di economia e politica nel tentativo di capire perché i governi nazionali devono sottostare alle regole europee e che conseguenze hanno i trattati e il vincolo del 3%. Nemo si sdoppierà in due programmi. Uno, ancora senza titolo e affidato ad Alessandro Sortino, vedrà due politici confrontarsi con l’aiuto di reportage, mentre Realiti sciò racconterà con lo stile affettuoso e crudele di Enrico Lucci l’Italia che cerca di costruirsi un’identità con i selfie e i social.

Sul terreno dell’intrattenimento spuntano invece i problemi: budget e scadenza del mandato. Tra 11 mesi Freccero lascerà e deve sparare le cartucce senza poter firmare contratti di esclusiva, ma solo a programma. Vale per la Ventura («la number one dei talent, anche se è diventata una zia generosa con tutti») prenotata per The Voice, per il quale però non c’è uno studio disponibile fino a metà marzo e ricorrere a uno studio esterno vuol dire raddoppiare i costi. E vale per Costantino della Gherardesca. Quindi si rendono necessarie delle scelte, concentrando le risorse dalle 19 alle 24. Detto fatto e I fatti vostri, «programmi da Rai 1», hanno sorte segnata. Come pure Ncis, «poliziesco fortemente identitario di una certa America». Nel daytime tanto sport e repliche di serie d’autore come Rocco Schiavone e L’ispettore Coliandro. Restando nella serialità, da marzo ecco The Good Doctor, «prodotto perfetto per Rai 2, la cui prima stagione è stata inspiegabilmente trasmessa da Rai 1». Altri progetti: un grande e sentito omaggio a Gianni Boncompagni realizzato da Renzo Arbore, Il Collegio ambientato durante il fascismo e il sogno del ritorno di Daniele Luttazzi: «La satira è essenziale, Berlusconi e Renzi non ci sono più…». Infine, il sogno minore è un programma per la terza serata intitolato L’ottavo blog, incentrato sull’informazione proveniente da siti come L’intellettuale dissidente e L’Antidiplomatico, e dai blog di Enzo Pennetta e Federico Dezzani. «Saranno loro i saggisti del futuro», giura Freccero. E chiude: «Io canto il cigno nero, per far risaltare il conformismo di quelli bianchi…».

 

La Verità, 4 gennaio 2019