Tag Archivio per: Rai

«Io di nuovo in Rai? Nulla di vero, solite chiacchiere»

La più guardata dagli italiani e la più invidiata dalle italiane. Per la dolcezza, l’energia e la carica di sensualità che sprigiona. Il grande pubblico se n’è accorto all’ultimo Festival di Sanremo, quando è scesa dalla scalinata dell’Ariston cantando e ballando La notte vola. Poi l’abbiamo intravista ai funerali di Maurizio Costanzo e ora la seguiamo come una dei prof di Amici di Maria De Filippi. Lorella Cuccarini ha 57 anni, quattro figli e una serenità non comune.

Questo è il suo terzo anno come insegnate, ora di canto oltre che di ballo, del talent show di Canale 5: che aspettative ha?

«Non ho aspettative personali, la nostra missione è accompagnare i ragazzi a fare le scelte giuste e difenderli quando serve. Anche se lanciamo i guanti di sfida agli altri prof, noi insegnanti restiamo dietro le quinte».

Che cosa la guida nel rapporto con i ragazzi?

«Metto a loro disposizione il bagaglio di esperienza maturato in 37 anni di professione. E anche il buon senso acquisito come madre di giovani che hanno più o meno l’età dei concorrenti».

Che cosa serve per coltivare il talento?

«Impegno, lavoro, sudore. Essere spavaldi sul palco e umili fuori».

Si dice che i talent show siano una scorciatoia che evita la gavetta: cosa ne pensa confrontandoli con la sua formazione?

«Il momento storico in cui sono uscita io era molto diverso, i talent show non esistevano. C’erano i talent scout che andavano a caccia di giovani. Io ho avuto un percorso ancora diverso perché, grazie a Pippo Baudo, ho potuto approdare a Fantastico, facendo un salto nel buio. Da un giorno all’altro sono stata catapultata nel varietà più importante con l’esperienza di una ballerina di fila. Se guardiamo ai talent, i ragazzi possiedono già un loro bagaglio e poi hanno parecchi mesi per crescere ed emergere».

Quindi, non concorda con quella critica?

«No. I talent sono una strada che offre delle opportunità ai giovani che altrimenti farebbero molta fatica. La Rete è un’altra possibilità».

Nel mondo dello spettacolo il merito è rispettato?

«Domanda da un miliardo di dollari».

Rispondiamo con 100 euro.

«Nel nostro caso sì. Il percorso a imbuto di Amici impone i concorrenti che valgono. A volte alcuni ragazzi capiscono che non è ancora arrivato il momento giusto. Perciò, devono aspettare per emergere dopo».

In generale nel mondo dello spettacolo la meritocrazia vale o no?

«Bisogna capire i contesti. A volte vediamo delle meteore che conquistano velocemente la popolarità in tanti modi. Io sono una boomer e mi sfuggono alcuni meccanismi della contemporaneità. Tra popolarità e successo vero c’è una bella differenza».

Ripartiamo dalla sua apparizione sanremese: è la disciplina che la fa essere ancora sensuale?

«La disciplina e anche la serenità. Cioè, essere arrivata a un punto della vita in cui prendo con leggerezza quello che succede».

Ha superato anche momenti in cui questa leggerezza è stata messa in discussione?

«Soprattutto quando ero più giovane e avevo una certa ansia da prestazione. Pensi di non fare mai abbastanza… Poi, finalmente, arriva il momento in cui non devi dimostrare niente e puoi vivere la tua stagione con leggerezza».

Qualche anno fa ha subito anche un intervento alla tiroide.

«Quello è stato un periodo impegnativo. A quel problema fisico si era aggiunta la perdita di mia madre, la persona più importante nella mia vita. È stata anche una fase d’impasse professionale. Quando si mette tutto in discussione, di leggerezza ce n’è poca».

L’altro grande segreto è l’unità della sua famiglia?

«Credo sia l’elemento fondamentale».

È raro nel vostro ambiente un rapporto duraturo come quello che ha con suo marito, il produttore Silvio Testi.

«Il giorno del matrimonio eravamo in tre. Siamo entrambi cattolici e praticanti e quando abbiamo scelto di sposarci non eravamo soli. Credo che questo faccia un po’ la differenza nel momento in cui abbiamo scelto di camminare insieme. Le promesse che reciti davanti al sacerdote hanno un loro peso specifico».

Ora non siete più in tre.

«In sette, con i nostri figli».

Come riesce a gestire il ruolo di madre di quattro figli e una professione tanto impegnativa?

«Come tutte le donne del mondo, non mi pare di essere dotata di superpoteri. Oppure li hanno tutte le madri che lavorano».

Nel vostro ambiente, la durata del rapporto coniugale non è così scontato.

«Non solo nel nostro, purtroppo. Gestire la famiglia e lavorare, anche questo costa disciplina. È faticoso, ma è bellissimo».

Il fatto che non vi siate vaccinati è stata una scelta?

«Ci siamo ammalati tutti con la prima ondata e perciò siamo sufficientemente immunizzati. Mio marito non si è ammalato e si è vaccinato».

L’abbiamo vista molto partecipe ai funerali di Maurizio Costanzo: l’ha colpita qualcosa di quel momento?

«Ho pensato al dolore di Maria. Ero abituata ad apprezzare la sua vitalità nel lavoro e la sua capacità di esserci per tutti. Vederla così è stato un dolore. Mi ha fatto piacere constatare la vicinanza a lei di tantissime persone, non solo dello spettacolo, anche meno note, ma sempre partecipi».

Che cosa pensa dei selfie alla camera ardente ai quali si è sottoposta? Lei come avrebbe reagito?

«Solitamente faccio le foto con chiunque, in qualsiasi situazione personale. Ma in chiesa non mi è mai capitato e mi è sembrato di cattivo gusto. Non so come avrei reagito, spero di non trovarmici mai».

Quell’episodio indica la superficialità cui ci sta portando la società dello spettacolo?

«Secondo me la causa non è il mondo dello spettacolo, ma l’avvento dei social. Con un telefonino si può immortalare qualsiasi momento e questo ci porta a fare cose insensate».

I social sono parte dello società dello spettacolo.

«Si entra in un circuito, si cercano like facili e si fanno anche azioni inaccettabili sul piano umano. Non tutti abbiamo la stessa sensibilità ed educazione».

Ha notato qualche cambiamento in Maria De Filippi in queste settimane?

«L’ho ritrovata con la sua capacità di esserci. Ha detto subito: “Cominciamo a lavorare, perché è così che mi hanno insegnato”. Una frase che esprime il suo modo di elaborare il momento. Ho condiviso la volontà di ricominciare dalla nostra passione, dando il meglio di noi».

Qualche settimana fa si era parlato di un suo possibile ritorno in Rai: c’era o c’è qualcosa di vero?

«Non c’è nulla, tutti gli anni vengo citata con questo tira e molla».

Che differenza c’è tra lavorare a Mediaset e alla Rai?

«Bisogna tener conto dei momenti storici. La Rai di Fantastico è stata la mia prima casa, furono anni esaltanti e bellissimi. L’ultimissima esperienza è stata più pesante».

Perché la partecipazione a La vita in diretta su Rai 1 si è conclusa in modo un po’ brusco?

«Quello che dovevo dire l’ho detto. È stato un anno difficile, anche per la situazione che ci siamo trovati a raccontare (il periodo dei lockdown ndr). Non ho nulla da aggiungere».

Invece a Mediaset tutto liscio?

«Per me è stata una rinascita perché sono tornata a fare ciò che mi piace di più e che avevo scelto all’inizio della carriera».

Anche con Heather Parisi il rapporto è stato burrascoso?

«Ma no… Vorrei evitare di fare quello che fa lei con me, non ho bisogno di parlare di Heather per esserci. La apprezzo artisticamente, ma dopo Nemicamatissima non ci siamo più sentite. Abbiamo visioni diverse della professione».

L’ha detto anche lei intervistata a Belve: «Lorella è un po’ la prima della classe, mentre io preferisco improvvisare».

«Prima della classe non lo sono mai stata, ma m’impegno e lavoro molto. Così mi è stato insegnato e così sono riuscita a crescere».

Perché due anni fa ha lasciato l’agenzia di Lucio Presta?

«Lucio è una persona che stimo da prima che iniziassi a lavorare con lui. È stato mio agente per 12 o 13 anni, ma a un certo punto ho sentito il bisogno di camminare da sola».

Gli agenti hanno troppo potere in tv?

«Ne hanno molto, non so se sia giusto dire troppo. In certi programmi si nota un accentramento di personaggi della stessa scuderia. E quindi vien da chiedersi se vengano scelti per merito o per appartenenza. È difficile che tutte le idee confluiscano sempre nella stessa direzione. Se c’è una concentrazione dei soliti vuol dire che anche gli autori e i produttori sono d’accordo. Non credo che, pur con il loro strapotere, un agente possa decidere al posto di un’azienda».

Abbiamo citato La vita in diretta e Heather Parisi: non è che lei sia un po’ fumantina?

(Ride) «Penso di essere una persona serena e accomodante, lo dico sinceramente. Però sono anche un leoncino… Se vedo cose che non mi piacciono, parlo; difficilmente taccio e subisco. Di solito succede con le persone più potenti».

Ha perso qualche opportunità perché non si è morsa la lingua davanti a una persona potente?

«Non ricordo di aver perso delle opportunità. Però non mi piace che mi mettano i piedi in testa. Se capita, reagisco e in questo mondo finisce tutto in pasto alla stampa. Per questo passo per essere una fumantina, ma non lo sono».

È contenta dello spazio che hanno conquistato le donne ai vertici della politica?

«Non sono per le quote rosa, ma sono felice che ci siano sempre più figure femminili emergenti, come la premier. Mi piace che le donne guadagnino credibilità e conquistino ruoli apicali per capacità e merito, non per concessione. In politica, nelle aziende e nello spettacolo».

Tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein con chi andrebbe a cena?

«Con Giorgia Meloni, anche perché tifiamo per la stessa squadra».

Per quest’unico motivo?

«A pelle, mi sta molto simpatica. Mi piacerebbe conoscerla di più».

Ci può anticipare qualcosa del suo prossimo musical nei teatri?

«Se tutto va bene, in autunno proseguirò la tournée con lo show di quest’anno. Mentre per i miei 60 anni ho in mente un musical, non solo autobiografico. Ma sarà fra tre anni, il tempo per farlo bene non manca».

 

 

La Verità, 25 marzo 2023

Lasciate Fabio Fazio dov’è, nella Ztl di Rai 3

Aiuto, ricomincia. Anzi, è già ricominciato. Come nell’imminenza del rinnovo di ogni contratto. Puntuale e immancabile come la dichiarazione dei redditi, riparte il tormentone di Fabio Fazio fuori dalla Rai. Lo cacciano. Anzi no. È lui che se ne va, che non può restare a queste condizioni. Non può continuare a lavorare nella tv «in mano alle destre» (vedi Lucia Annunziata). Simpatico come un 730 da compilare, il tam-tam è iniziato con largo anticipo sulla scadenza, fra due mesi, del contratto. Si profila un’altra maledetta primavera di forse sì e forse no. Ogni volta un caso di Stato e, francamente, non se ne può più. Eppure c’è chi preferirebbe lasciarlo dov’è, Fazio. E potrebbero pensarci anche i padroni del vapore, Giorgia Meloni e i suoi uomini. Sarebbe un’astuzia che potrebbe spiazzare i fautori dell’«ora tocca a noi». Ma, in realtà, non se ne può più di vedere il «fratacchione» frignare per la mancanza di libertà. Magari gli si potrebbe sforbiciare la cresta del cachet da 1,9 milioni a biennio strappato nel maggio 2021. Continuare a lavorare con la squadra collaudata è pur sempre buona cosa, piuttosto che ricominciare da zero in una tv marginale come Nove, gruppo Discovery…

Da Viale Mazzini filtrano i rumors di scatoloni che si riempiono. A lungo atteso, il risiko delle nomine è partito. I dirigenti destinati a cambiare aria sono più d’uno, dall’amministratore delegato Carlo Fuortes al direttore dell’Intrattenimento prime time, Stefano Coletta, inventore seriale di flop (da Da grande di Alessandro Cattelan fino a Benedetta primavera). E prima o poi qualcuno farà i conti dei costi della sterminata sequenza d’insuccessi. Il vicedirettore dell’Intrattenimento daytime Angelo Mellone, in quota Fratelli d’Italia, sarebbe in odore di promozione, ma forse non a capo della fiction come lui spera. Protetta dal  solito Coletta che la portò da Rai 3 a Rai 1 sembra in declino la stella di Serena Bortone. Per Silvia Calandrelli, responsabile di Rai Cultura sotto la cui giurisdizione Fazio si è spostato per sfuggire alla direzione Intrattenimento, si dice invece sia arrivata l’ora di una nuova destinazione. Questione di settimane e la governance della tv pubblica sarà diversa.

Secondo i beninformati, a mettere in giro le voci del drammatico addio a Mamma Rai sarebbe lui stesso, EffeEffe. Gioca al rialzo, con la sapiente regia di Beppe Caschetto, che ha un nutrito stuolo di artisti e autori da piazzare come ospiti fissi, ospiti saltuari, ospiti frequenti, collaboratori e consulenti, prima, durante e dopo, al Tavolo, nel salotto, sopra e sotto la panca. Che tempo che fa è il giocattolo perfetto per il pubblico benpensante. Costruito e lubrificato negli anni. Nei decenni, già due (potrebbero pure bastare). Un terzo di buonismo, un terzo di perbenismo, un terzo di progressismo e il piatto è servito. Il nuovo film di Veltroni («ma anche» il nuovo documentario, il nuovo saggio, il nuovo romanzo, il nuovo giallo…). Una predica di Saviano. Una prescrizione vaccinale di Burioni. Una promozione dello scrittore da festival. Qualche regista e qualche attore/attrice del quartiere Prati. Il comico mainstream. Un tot di giornalisti allineati, meglio se del gruppo Cairo, vista la danarosa rubrica che EffeEffe tiene su Oggi (si parla di 6.000 euro al mese, beato lui): ed è sempre meglio essere riconoscenti. I compitini di Luciana Littizzetto. I monologhi moraleggianti di Michele Serra. Varie ed eventuali, sempre nel mood del dagli alle destre ora che il fascismo è di nuovo qui.

I siti specializzati tambureggiano da giorni. Dissodano il terreno. Preparano la strada per il sempre ventilato ritorno da La7 di Massimo Giletti. Uno se ne va e l’altro arriva. Ci sarebbero già stati dei contatti. Giletti rientrerebbe di corsa in Viale Mazzini. Quanto a Fazio, anche due anni fa si era parlato di un approdo su Nove, dove c’è ad attenderlo Maurizio Crozza, anche lui targato Caschetto. Sembrerebbe un gioco facile. La quadratura della tv ai tempi del governo più a destra della storia repubblicana.

Però, forse no. Il colpo a sorpresa potrebbe essere lasciare Fazio dov’è. Nella Ztl della Rai. Dove lo seguono quelli del salotto chic. Gli elettori dem. I convinti del gender. I fautori dell’accoglienza senza se e senza ma. I followers di Fedez. I transfughi di Propaganda live. I delusi da Soumahoro. I lettori di Vanity Fair. I nostalgici delle Invasioni barbariche… Il recinto dei buoni. Spingerlo fuori da Rai 3 vorrebbe dire vederlo atteggiarsi a martire, sentirlo piangere per le libertà costituzionali violate. E magari rischiare l’accusa di scarsa lungimiranza editoriale. Giletti potrà tornare lo stesso in Rai, il posto non manca. Ma lasciare il giocattolino a EffeEffe, concedendogli di restare nella Ztl della tv, vorrebbe dire mostrarsi veri liberali. Riuscendo, contemporaneamente, a depotenziarlo.

«Mio padre Gaber, uno di sinistra non della sinistra»

Di sinistra, ma coscienza critica della sinistra. Del conformismo e di quello che poi avremmo chiamato pensiero unico. Senza però mai atteggiarsi, né adagiarsi nel ruolo: l’inventore del Teatro canzone era sempre un passo avanti. E, ora che non c’è più da vent’anni, quanto manca, a tutto campo. Basterebbero i titoli delle canzoni e degli spettacoli – Far finta di essere sani, Libertà obbligatoria, E pensare che c’era il pensiero, citando poco e alla rinfusa – per dire quanto Giorgio Gaber è attuale oggi, e precursore era allora. La figlia Dalia Gaberscik ha creato e dirige l’agenzia di comunicazione Goigest (Gianni Morandi, Jovanotti, Laura Pausini ed Eros Ramazzotti tra i suoi artisti) ed è vicepresidente della Fondazione Gaber. Ma soprattutto è la custode dell’opera del padre. Per la conservazione della quale annuncia una collaborazione con la Rai.

Chi era Giorgio Gaber?

«Mio papà, semplicemente. Ho avuto presto la percezione che era un papà fuori dal comune».

Vent’anni senza di lui che mercoledì prossimo di anni ne compirebbe 84: che cosa le manca di più?

«Mi manca il riferimento delle decisioni personali e professionali. Anche sul piano artistico sono orfana, come lo sono tutti quelli che l’hanno stimato. Però abbiamo la fortuna che il suo lavoro è ancora eccezionalmente attuale».

Quanto è stata importante nella sua vita la poliomielite contratta da piccolo?

«Abbastanza, direi. Ha formato il suo temperamento, la serietà nell’affrontare le cose. È stata decisiva nella formazione di musicista, lo ha reso tenace nella costruzione dei suoi spettacoli».

Suo padre gli regalò una chitarra perché esercitandosi sciogliesse la mano colpita dalla malattia. Lui ci prese gusto e una volta disse: «Tutta la mia carriera nasce da questa malattia».

«È andata così».

Chi era l’uomo di spettacolo Giorgio Gaber?

«Una persona semplice e curiosa. Molto ambiziosa nel voler trovare forme d’innovazione e stimoli intellettuali. Quindi, un grande lavoratore».

Cosa significa, concretamente?

«Che non si fermava mai. La sua ricerca di temi da trattare, di cui scrivere o da mettere al centro delle conversazioni con Sandro Luporini non aveva pause. Se a una cena ricorreva un argomento capivo a cosa si stava interessando».

Un uomo di sinistra mal tollerato dalla sinistra?

«Un uomo di sinistra, non della sinistra».

Cosa vuol dire?

«Che nasce di sinistra e ha un’attitudine artistica e comportamentale che richiama i valori della sinistra, senza una necessaria appartenenza alla partitica della sinistra».

Ebbe una prima stagione artistica, quella di Torpedo blu, Il Riccardo… che cosa lo fece virare verso la canzone impegnata?

«Credo che l’incontro decisivo fu con Paolo Grassi quand’era sovrintendente del Piccolo teatro di Milano. Fino a quel momento mio padre apriva gli spettacoli di Mina, un’esperienza non semplicissima perché il pubblico aspettava Mina. Ma lui ci è stato e, sera dopo sera, ha instaurato una relazione artistica prioritaria e unica con il pubblico. Fino a iniziare a pensare, con l’incoraggiamento di Paolo Grassi, di poter chiudere con la tv. Quel rapporto lo incoraggiò a rinunciare a tutto, a fronte di un mestiere difficile come il teatro. All’inizio, non sempre agli spettacoli del Signor G c’era il pienone».

L’hanno influenzato anche la canzone francese e Jacques Brel?

«Lo affascinavano molto e sicuramente hanno influito, ma la passione per il teatro nasce con Mina».

Però non indossò mai il sussiego esistenzialista.

«No. Il teatro era solo il posto dove avevano maggiore capacità di penetrazione le cose che voleva dire».

Che rapporto aveva con le donne?

«Erano anni abbastanza affollati, per usare un suo paradigma. C’era la rivoluzione femminista e mia mamma era molto impegnata. Ma loro si fidanzarono da piccolini, 19 anni lei 24 lui. L’ho sempre visto follemente innamorato. Il rapporto con il mondo femminile è sempre transitato da una donna molto diversa dall’universo tradizionale, impegnata per il divorzio e l’aborto in anni molto caldi».

In Chiedo scusa se parlo di Maria canta: «La libertà, Maria, la rivoluzione, Maria, il Vietnam la Cambogia, Maria, la realtà». Le donne interrompono le astrattezze ideologiche e riportano alla realtà?

«Direi di sì. Mentre il mondo parlava della rivoluzione pensava fosse altrettanto importante parlare del rapporto tra un uomo e una donna».

In un altro brano canta: «Se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione».

«Era un invito a essere concreti perché troppa ideologia finiva in chiacchiere da bar. Chiacchieriamo e pontifichiamo pure, ma se non siamo concreti rischiamo di essere dei ciarlatani, nel senso di ciarlare e basta».

In che cosa può essere considerato un precursore?

«Basta rileggere i temi affrontati con Luporini, temi dai quali per tanti anni i cantautori si sono tenuti lontano. Come le riflessioni sul rapporto di coppia, di un’attualità sconvolgente».

«Al bar Casablanca con una gauloise, la nikon, gli occhiali. E sopra una sedia i titoli rossi dei nostri giornali»: anno 1974, vide già la nascita dei radical chic?

«Potrebbe essere senz’altro così. Era un bar di Viareggio, frequentato da intellettuali».

In Io come persona, 1995, descrive «un tempo indaffarato e inconcludente», ma evoca la reazione e la responsabilità dell’io.

«La maggior contemporaneità è quando si addentra nell’analisi della persona. Abbiamo molte testimonianze di giovani che ce lo confermano. Mentre quando affronta la politica anche con pezzi ironici a volte cita figure che i miei figli ignorano, nelle questioni che riguardano l’animo umano mi sembra non ci siano rivali. S’inoltrava in un territorio unico».

È qualcosa che andrebbe protetta e tramandata ai giovani?

«Ci stiamo lavorando, raccogliendo tutti i materiali che in questi vent’anni abbiamo trovato. In collaborazione con la Rai stiamo definendo un progetto di organizzazione di tutto questo materiale».

Vedremo dei programmi tv?

«Per ora è un progetto finalizzato al recupero e alla conservazione».

Come lavoravano lui e Luporini?

«Facevano lunghissime chiacchierate. Mio padre andava in tour durante l’inverno, poi all’inizio dell’estate si ritrovavano a Viareggio, prima all’hotel Maestoso, poi al Plaza e negli anni Ottanta a casa nostra. Erano chiacchierate su tutto, che duravano dal primo pomeriggio fino a dopo cena».

Destra-sinistra è un brano del 1994: aveva già capito che erano categorie che non coglievano più l’essenza delle cose?

«Direi proprio di sì».

Non era una riflessione indotta dalla scelta di Ombretta Colli di candidarsi in Forza Italia?

«È un pezzo nato ben prima. Penso che in teatro l’avesse proposta già nel 1992-’93. Registrava le canzoni quando gli pareva. Al contrario di quello che succede oggi, lui usava il disco per fermare quello che aveva già avuto una vita a teatro».

Però tornò a votare per lei dopo anni che non lo faceva…

«È vero. Disse che il voto va dato alle brave persone e siccome pensava che sua moglie lo fosse, decise di votarla: “Non mi perdonerei mai se non fosse eletta per un voto”».

Fu criticato?

«Moltissimo. L’hanno messo in croce. Molti dei suoi ex amici della sinistra gli hanno anche chiesto di separarsi; perché qualcuno che ti chiede una cosa del genere non penso sia un tuo vero amico».

C’era qualche intellettuale in cui si riconosceva? Pier Paolo Pasolini, Umberto Eco…

«Direi di no. La loro ricerca scandagliava tutti, da Borges a Pessoa a Rilke, per rubare anche a mani basse, ma dichiarando sempre il debito dalle fonti. Di italiani non ricordo di aver mai visto citato nessuno».

Il potere dei più buoni, 1998, fu un’altra profezia del buonismo terzomondista ecologista a caccia di visibilità?

«Era un sentimento omologato che faceva nascere dei sospetti sull’originalità del sentimento stesso».

Sembrano profili cuciti da un sarto, come in Si può e Il conformista.

«Non c’era un destinatario singolo. Fotografava una tendenza, un sistema di pensiero».

Per che cosa perdeva la pazienza?

«Detestava la superficialità, il tirar via le cose, il fatto di non esser seri. Diceva che voleva essere ricordato come una persona seria, la poliomielite l’aveva formato. Una cosa che diceva sempre della tv, anche a Celentano: tu provi due ore una cosa che vedranno 13 milioni di persone, io tre mesi una cosa che vedranno 300.000 persone».

Era una provocazione?

«Certo, erano grandi amici. Volle tornare in tv proprio ospite di Celentano con il quale si volevano bene».

Ha mai fatto una litigata furiosa?

«Non era un litigatore, uno che si metteva a urlare. I suoi silenzi erano punitivi e più che sufficienti, lo dico da figlia».

C’è qualcosa o qualcuno che non gli piacerebbe dell’Italia di oggi e qualcosa o qualcuno che apprezzerebbe?

«Domanda difficile. Non so cosa penserebbe degli influencer… L’approccio del successo facile non gli piacerebbe. È morto nel 2003, ma per ciò che è successo nell’intrattenimento e nella comunicazione son passati tre secoli».

Vuole raccontarci qualcosa di poco conosciuto della sua vita?

«Quando, a causa dei problemi di salute, non poteva più esibirsi a teatro, io e Paolo Dal Bon, ora presidente della fondazione, lo convincemmo a incidere un disco. Il successo di La mia generazione ha perso, che fu primo in classifica, lo spiazzò perché si accorse che il lavoro destinato al teatro lo aveva fatto arrivare a un numero limitato di persone».

Ho letto su .Con un articolo di Enzo Manes che racconta la sua partecipazione al Meeting di Rimini e l’inizio di un carteggio con don Luigi Giussani.

«Avvenne a fine anni Novanta. A proposito di persone serie, era incuriosito da gente che aveva voglia di riflettere e pensare. Confrontava quel mondo con la deriva del movimento studentesco che l’aveva affascinato ai suoi tempi».

Fu contestato dalla Pantera?

«Non ricordo. Ricordo uno scontro nel camerino del teatro Lirico con gli autoriduttori che volevano imporre esibizioni di persone qualsiasi».

Era incuriosito dalla gente del Meeting pur da posizioni diverse?

«Più di una semplice curiosità era un interesse sincero verso il mondo dei cattolici, interlocutori che lo soddisfacevano sul piano intellettuale e della passione per il ragionamento. Certo, con posizioni diverse, come sull’aborto e il divorzio».

Chi era suo padre?

«Un grande. Da ragazzina non capivo i contenuti degli spettacoli, ma vedevo la faccia delle persone quando uscivano dai teatri e capivo che era un’artista e una persona speciale. Sulla sua tomba abbiamo scritto “Artista”. Anche se lui forse avrebbe preferito “Una persona per bene”».

 

La Verità, 21 gennaio 2023

Il Moro di Esterno notte è vittima di Bellocchio

Potente, livida e rituale, alla maniera di tutta la sua cinematografia (L’ora di religione, Vincere, Bella addormentata), in particolare di Buongiorno, notte di cui è l’ideale prosecuzione, è iniziata su Rai 1 con i primi due episodi, dei sei previsti in tre serate-evento ravvicinate, Esterno notte di Marco Bellocchio, la serie già presentata al Festival di Cannes e premiata dagli Efa, gli Oscar europei, per il suo carattere innovativo. Nella scena finale di quel film ambientato tutto all’«interno» del covo, in una prospettiva onirica che echeggiava l’idea del buon esito della trattativa, Aldo Moro veniva dissequestrato dai terroristi e lo si vedeva camminare per le vie di Roma. Qui, interpretato da un somigliantissimo Fabrizio Gifuni, lo ritroviamo sotto choc dopo la liberazione in un ospedale dove, mentre gli fa visita lo stato maggiore del partito, si ascoltano le parole di una lettera da lui indirizzata ai terroristi: «Io desidero dare atto che alla generosità delle Brigate rosse devo, per grazia, la salvezza della vita e la restituzione della libertà. Per quanto riguarda il resto, dopo quello che è accaduto, non mi resta che constatare la mia completa incompatibilità con il partito della Democrazia cristiana». La lettera, trovata nel memoriale, risale ai giorni che precedono l’uccisione quando, anche dopo l’accorato appello di Paolo VI «agli uomini delle Brigate rosse», sembrava che una speranza di liberazione fosse ancora viva e lo stesso prigioniero se n’era drammaticamente illuso, sentendosi al contempo abbandonato dal partito.

È, in buona sostanza, la tesi dell’Affaire Moro di Leonardo Sciascia, per il quale il governo dell’epoca, il quarto a guida Giulio Andreotti, non ebbe titubanze nel perseguire la linea della «fermezza», attribuita dal regista proprio al presidente del Consiglio. Del resto, tra i contagi cinematografici di Effetto notte ci sono quel Todo modo di Elio Petri, scritto da  Sciascia, e Il divo di Paolo Sorrentino. Ne scaturisce un’opera formalmente curata,  di penombre e primi piani ritratti in una luce depressa che riflette sia l’aria plumbea dell’epoca che la psicologia dello stesso presidente Dc, a sua volta affetto da ansia depressiva (vedi Il Dio disarmato di Andrea Pomella, Einaudi, ndr). Un’opera che Bellocchio, con i consulenti Miguel Gotor e Giovanni Bianconi, dissemina senza controllo di tutte le sue antipatie e idiosincrasie. Per esempio, verso una Dc losca e proteiforme nelle sue diverse anime assetate di potere, in cui si salva solo il mite statista, vittima designata. Gli altri democristiani, chi più chi meno, sono proiettati in una visione parziale ed egoriferita. Appena appresa la notizia del rapimento, quando ministri e sottosegretari stanno giurando, Andreotti fugge a vomitare nel water, mentre Paolo VI intima ai suoi inservienti di stringergli il cilicio. Non tanto perché il pontefice di un compiaciuto Toni Servillo spicchi in ascetismo – risulta politico e ammiccante – quanto perché nell’estetica bellocchiana, se la Dc è ambigua e limacciosa, sua logica dirimpettaia è una Chiesa cupa e oscurantista.

Un Moro dimesso, nonno affettuoso e docente universitario già contestato a lezione dai militanti più radicali, attraversa sulla Fiat 130 i quartieri di Roma dove campeggiano scritte minacciose e si rapinano le armerie. Credibile nelle movenze e nelle titubanze, lo statista lo è meno nel vocabolario «da operazione culturale» quando, in un discorso alla direzione del partito, usa il verbo «includere» per descrivere la ricerca dell’appoggio esterno del Pci al nuovo governo. Il fatto stupisce solo in parte: «includere» e «inclusione» sono vocaboli forzatamente ed esageratamente infilati in tante pellicole e serie mainstream sul passato. Cosicché, in costume nelle scenografie e nelle ambientazioni, esse diventano ultra contemporanee in alcune parole d’ordine.

Per tornare ai protagonisti dell’esterno democristiano, già nelle prime apparizioni Francesco Cossiga (Fausto Russo Alesi) si mostra preoccupato della reazione degli «amici americani». Ricorrerà infatti ai consigli di Steve Pieczenick, esperto statunitense di terrorismo, per gestire le indagini e indirizzare la comunicazione. Ha un ruolo notevole accanto al ministro dell’Interno, «Eccellenza» per i collaboratori, anche lo psichiatra Franco Ferracuti, poi trovato nelle liste P2, che lo assiste nella sua umoralità, causata dall’indifferenza della moglie, «per lei sono un fantasma», dalla vitiligine, dai tic e le passioni per i soldatini e le intercettazioni telefoniche, per ascoltare le quali viene allestita una gigantesca centrale. Ancora peggio escono le forze dell’ordine: comandanti dei Carabinieri, della Polizia, della Guardia di finanza, descritti da Cossiga come «tutti massoni iscritti alla loggia P2 (già lo sapeva nel 1978?), ex fascisti o ancora fascisti, ferri vecchi», propongono di dichiarare lo stato di guerra e ripristinare la pena di morte.

Ha grande ragione Maria Fida Moro, primogenita dello statista quando dice che «o si decide che siamo personaggi storici, e allora si rispetta la storia, o si decide che siamo personaggi privati e allora ci si lascia in pace». Prodotta da The Apartment, Kavac film, Rai fiction e Arte France cinéma, Esterno notte è un’opera forte e seducente che, per l’apocalitticità dei temi trattati, travalica i confini abituali della serialità, tanto più quella targata Rai. Ma è un’opera che richiede una visione critica e un buon grado di discernimento in possesso del pubblico più stagionato, testimone degli anni narrati. I telespettatori più giovani, invece, rischieranno di lasciarsi irretire dalla confezione, assumendo con essa anche le tesi parziali e orientate del suo autore.

 

La Verità, 15 novembre 2022

«Con questa campagna elettorale, meglio ballare»

Cara Luisella Costamagna, ci presenta il suo curriculum da ballerina?
«Ho fatto danza classica da bambina, come tanti».
Tanti?
«A sei anni mi piaceva avere il tutù e le scarpette a punta. Non coltivavo particolari ambizioni. Adesso ballo quando mi capita».
Per esempio?
«In vacanza, a una festa, corsi veri non ne ho mai fatti. Appena un paio di lezioni di tango, qualcun’altra di danza afro, quando andava di moda».
In gioventù?
«Mi piacevano i musical, il tip tap, Ballando sotto la pioggia, Gene Kelly più di Fred Astaire. Anche Blues brothers».
Un ricordo di lei ballerina?
«Ero in vacanza con i miei genitori e il villaggio organizzò una serata di rock acrobatico, ma a me capitò un partner mingherlino. Così mi toccò fare l’uomo e reggere le sue capriole. Ridevano tutti».
Balere, sagre paesane, discoteche o night?
«Vivevo in un paesino della provincia torinese di 1.300 anime e al sabato sera o la domenica pomeriggio si andava in discoteca. Adesso, a una festa di amici o in un hotel se c’è musica mi viene spontaneo ballare».
È la prima volta che Milly Carlucci le chiede di partecipare a Ballando con le stelle su Rai 1?
«Me lo chiese già qualche anno fa, ma dissi di no perché i tempi non mi sembravano maturi».
Perché ora lo sono?
«Ci siamo risentite in primavera e considerando che il ballo mi diverte, non ho trovato un solo motivo per non partecipare. Peraltro, dopo Agorà, non avevo impegni…».
Suo marito cos’ha detto?
«All’inizio era perplesso, ma poi si è convinto».
Giornalista televisiva e della carta stampata, autrice di libri-inchiesta sul sesso visto dagli uomini, Luisella Costamagna si è affermata nei programmi di Michele Santoro a partire da Moby Dick su Italia 1, anno 1996. Dopo la collaborazione con Maurizio Costanzo, ha firmato come autrice Annozero e Servizio pubblico, sempre di Santoro, per poi approdare alla conduzione in proprio su Sky e La7, fino alle ultime due edizioni di Agorà su Rai 3. Mentre parliamo la si sente svapare.
Sta fumando?
«Sì, fumo le sigarette elettroniche, recuperare il fiato sarà faticoso. Due anni di Agorà fiaccano fisicamente, prima andavo a nuotare, ora ho smesso. Sono sempre stata sportiva, ho giocato a calcio da centravanti. Da diversi anni ho scoperto le immersioni e ho preso il brevetto».
Un maschiaccio.
«Avevo due fratelli maschi, ma ho sempre rivendicato la mia femminilità».
Parliamo di Ballando, cosa pensa delle polemiche per l’arruolamento di Enrico Montesano?
«Penso che abbia ragione Milly Carlucci, Montesano è un grande uomo di spettacolo. Non condivido una sola parola di quello che dice sul Covid, ma non se ne parlerà perché Ballando è un varietà e non un programma d’informazione».
Lorenzo Biagiarelli è fidanzato della giurata Selvaggia Lucarelli: conflitto d’interessi?
«Confesso la mia ignoranza sia su di lui che sulle polemiche collegate».
Alex Di Giorgio per la prima volta ballerà con un partner gay.
(Sospira) «E che problema c’è?».
Discorso lungo. L’Espresso ha scritto che, partecipando a Ballando, corrompe la missione del giornalismo duro e puro.
(Ride) «Ho scoperto di avere dei nuovi tutori. Se ballo, come se faccio le immersioni, sono meno credibile come giornalista? Penso che quelli che mi attaccano cerchino visibilità attraverso di me. L’Espresso ha scritto che sono “una giornalista di razza” che è stata “salutata con imbarazzante leggerezza” dopo due stagioni di Agorà. Mi domando perché non l’hanno scritto quando è successo e lo fanno solo adesso, attaccandomi in nome di una categoria che non difendo».
Il ballo corrompe il giornalismo?
«Appunto, no. Sono due mondi diversi. Faccio la giornalista da trent’anni, penso di aver già dimostrato se sono capace di farlo o no».
Non trova curioso che chi critica la sua partecipazione a Ballando difenda a spada tratta la premier finlandese?
«È un problema loro. Una donna premier è libera di ballare a una festa come io lo sono di partecipare a un talent in cui si balla».
Ma lei è in quota riciclati con Gabriel Garko, in quota giornalisti con Giampiero Mughini o nella rivincita delle bionde con Paola Barale e Marta Flavi?
«Nei cast di Ballando c’è sempre stata la quota giornalisti. È un programma nel quale si fa del ballo sportivo con dei maestri e mi fido della credibilità che Milly gli ha dato negli anni. Nel cast ci sono concorrenti noti e popolari come Iva Zanicchi e Gabriel Garko che è un attore, non un riciclato. Altri sono più smarcati come Ema Stokholma e Paola Barale. Quello che mi compete è come provare a fare bella figura».
E la rivincita delle bionde?
«Anche delle brune, degli uomini e delle donne… Il ballo è interprofessionale, intergenerazionale, internazionale…».
Adesso è chiaro perché, giubilata da Agorà, non ha posato da martire: aveva voglia di far tardi la sera per andare a ballare.
«Su Agorà non voglio fare polemica. Dopo due anni di sveglia alle 4 del mattino, di non vita, di 2 ore di diretta al giorno e risultati eccellenti, mi sarei aspettata qualcosa di più e di meglio di un gelido “si accomodi”. Non fare una terza stagione ci stava pure, ma il nulla mi è sembrato un po’ ingeneroso».
Non le hanno detto niente?
«Non mi hanno proposto un’alternativa. Sono in contatto con Antonio Di Bella, (nuovo responsabile del genere Approfondimenti ndr): fino a dicembre c’è Ballando, vediamo se poi maturerà qualcosa».
Come gliel’hanno spiegato?
«Mario Orfeo mi ha comunicato che non avrei più fatto Agorà poco prima di essere rimosso anche lui dalla direzione degli Approfondimenti. Che abbia fatto bene il mio lavoro è nei fatti».
Non sarà perché è considerata in quota 5 stelle?
«Sono in tv dal 1996, quando i 5 stelle nemmeno erano nell’anticamera del pensiero di Beppe Grillo. In quante quote dovrei essere stata da allora?».
Cartabianca Carlo Calenda l’ha accusata di essere aggressiva.
«Ho fatto solo delle domande. Visto che parlava dell’incoerenza di altri politici ho citato una sua frase in cui si esprimeva in termini non entusiastici su Matteo Renzi. Poi gli ho chiesto se Mario Draghi è d’accordo sull’idea del Terzo polo di mantenerlo a Palazzo Chigi oppure se è un’iniziativa a sua insaputa. Forse alcuni politici non sono più abituati a ricevere delle domande».
I giornalisti potrebbero fare qualcosa di più per elevare questa campagna elettorale?
«Secondo me, sì. Per esempio, fare le domande ai politici. Proprio quello di Calenda è un caso emblematico, anche di un giornalismo acquiescente. Un altro problema di questo Paese è la memoria. Certe dichiarazioni o certe posizioni assunte non vengono tenute a mente quanto dovrebbero».
Per esempio, bisognerebbe chiedere più conto della gestione della pandemia?
«Infatti, il Covid sembra debellato. È un errore non parlarne soprattutto in prospettiva, perché purtroppo non è finito e bisogna continuare con la campagna vaccinale. Ho un figlio che tra pochi giorni tornerà a scuola e vorrei sapere perché certi interventi sui trasporti o sui sistemi di areazione non sono stati fatti».
Sarebbero interessanti anche risposte sulla mancata adozione degli antinfiammatori di cui l’Istituto Mario Negri ha documentato l’efficacia?
«Di fronte a un virus sconosciuto si è proceduto politicamente e scientificamente per approssimazione. Inevitabile siano stati commessi errori perché si facevano i conti con un virus nuovo. Ciò che preoccupa è che non se ne parli».
Come giudica che non si parli delle scelte economiche del governo Draghi e dell’invio di armi all’Ucraina?
«Negli ultimi mesi della mia conduzione di Agorà era un tema cruciale, mentre in campagna elettorale è scomparso. Un altro tema rimosso che riguarda milioni di italiani è quello delle pensioni, a fine anno scadrà quota 102: come la sostituiamo? Con una campagna elettorale così, meglio ballare…».
È proprio convinta.
«C’è solo lo scontro tra rosso e nero. Non si parla dei temi cruciali, ma dell’allarme per la democrazia».
Lei non lo vede?
«Non vedo derive autoritarie alle porte. Penso che il vero pericolo per la democrazia siano i troppi governi non scelti dagli elettori. E questo a causa del fatto che da anni, prima il Porcellum ora il Rosatellum, abbiamo leggi fatte per non far vincere gli avversari più che per garantire una maggiore e migliore rappresentanza degli italiani».
Le piacciono di più i manifesti rossoneri di Letta o le barzellette su TikTok di Berlusconi?
«Né gli uni né le altre. Sono radicalizzazioni inevitabili nelle campagne elettorali. Preferirei che i giornalisti facessero le domande e si parlasse di temi concreti».
Anche a lei sembra che Giorgia Meloni abbia un problema con le donne?
«No, anzi».
Sono le donne che hanno un problema con lei?
«No, domanderei ai suoi colleghi perché lei sia l’unica donna leader di partito e candidata premier. Perché gli altri sono così in ritardo? Rinfacciare a lei un problema con le donne lo trovo surreale».
Elly Schlein ha detto che non se ne fa niente di una donna premier non femminista.
«Condivido quello che ha detto Hillary Clinton: “La prima donna premier è sempre una rottura col passato, ma sicuramente è una buona cosa. Dopodiché sarà giudicata per quello che fa”. Nel frattempo registro che nel Regno unito siamo alla terza premier donna».
Andrà a votare?
«Sono sempre andata, votare è un diritto-dovere. Mi preoccupa lo scollamento che percepiscono gli italiani, il 40% tra indecisi e astenuti è un campanello d’allarme su cui riflettere».
La causa è un difetto di rappresentanza o la nascita di troppi governi creativi?
«Vedo varie motivazioni di questa distanza. Siamo usciti da una fase di grave preoccupazione sanitaria e siamo piombati in un’emergenza economica ed energetica. Il costo delle bollette è un problema serio e stringente e gli italiani vorrebbero delle risposte sul gas, sulle pensioni e sulla pandemia, invece si parla di TikTok».
Tornerà a scrivere sui giornali, magari sul nascente Nuovo mondo di Michele Santoro?
«Anche se prenderò sul serio Ballando con le stelle, continuerò a fare la giornalista, partecipando ai talk show e scrivendo. Conducendo Agorà in Rai avevo interrotto le collaborazioni perché tenevo a presentarmi in modo imparziale. Ora le riprenderò. Santoro non lo sento da tanto; nelle posizioni che ha espresso ultimamente, dopo un periodo di smarrimento, ho ritrovato il Michele che conosco».

 

 La Verità, 10 settembre 2022 

 

Viva Wimbledon. Ma c’è telecronaca e telecronaca

Bisogna riconoscere a Sky Sport la capacità di fare del torneo di Wimbledon l’evento sportivo dell’estate. Operazione che, detto per inciso, non è riuscita alla Rai con i Mondiali di nuoto nei quali gli atleti italiani hanno battuto tutti i record di medaglie. Esempio: uno speciale sulla rinascita di Gregorio Paltrinieri non era fattibile? Si dirà, Sky ha tanti canali, la Rai uno solo (che per giunta, non si capisce perché, inibisce la funzione registrazione). Venerdì pomeriggio prima di trovare la semifinale del Settebello di pallanuoto è toccato fare zapping tra Rai sport, che trasmetteva la semifinale femminile dal trampolino di 3 metri (scomparsa dopo la terza serie di tuffi in favore della Nazionale femminile di calcio, nuovo totem mainstream) e Rai 2 (occupata dal Tour de France) fino a scovarla sorprendentemente su Rai 3, per fortuna ancora sullo zero a zero.

Si diceva dell’evento di Wimbledon. Quest’anno Sky ha introdotto lo studio volante (Eleonora Cottarelli) per dare ordine alla giornata, inviando all’All England Lawn Tennis and Croquet Club Stefano Meloccaro e Paolo Lorenzi per presentare i match, proporre profili e raccontare i tanti dietro le quinte. Poi ci sono le telecronache: Paolo Bertolucci con Elena Pero commentano le partite dei big sul centrale, Luca Boschetto, di solito con Laura Golarsa, racconta i match degli italiani, Fabio Tavelli aiuta a coprire la vasta offerta.

Ci sono le telecronache competenti e tattiche che spiegano gli errori nell’esecuzione dei colpi, utili anche al giocatore di club che voglia migliorarsi, e che si chiedono cosa deve fare il giocatore più debole per contrastare l’avversario. Gli esempi sono Piero Nicolodi e Diego Nargiso e soprattutto Pero-Bertolucci. È significativo che gli ex campioni scelgano un profilo basso (in qualche caso è basso anche il tono di voce). Ci sono le telecronache enfatiche, che invece alzano sia il profilo che la voce per esaltare la spettacolarità dei colpi. Infine, ci sono le telecronache inutilmente enciclopediche, che sfoderano valanghe di cifre, precedenti, classifiche, risultati di match in contemporanea di altri tornei… È tipico di chi vuole esibire conoscenze e si piace e compiace di quello che fa eccedendo nelle informazioni, creando un sottofondo poco ascoltabile che non sempre aiuta a capire l’evoluzione della partita. Anziché fare da contrappunto al fatto agonistico lo si copre di nozioni e pettegolezzi come accaduto durante la cronaca di Sinner-Isner quando, preso dalla foga, Boschetto è riuscito a dire che sono due cognomi «quasi acronimi». Neanche Sky Sport è perfetta.

 

La Verità, 3 luglio 2022

Pd, Lgbtq, agenti: ecco chi comanda davvero in Rai

In fondo la composizione dei palinsesti Rai è il grande gioco di società dell’establishment politico-mediatico romano. Dirigenti del servizio pubblico (vigilati dai commissari), agenti di spettacolo e artisti vari siedono attorno al grande tavolo della tv di Stato e piazzano le loro pedine, fanno le loro puntate, tirano i dadi. Niente di nuovo, è così tutti gli anni. Quest’anno con vista sulla stagione autunno-inverno 2022/2023 un po’ di più. Se manca una visione definita, un’idea forte di quale sia la mission del più grande broadcaster tv del Paese ai tempi del colera, i feudatari, i mandarini e i burattinai della Telerepubblica hanno gioco facile. Così i palinsesti diventano un grande puzzle con tasselli da colorare a piacimento, un Monopoli 2.0 con tante trattative per conquistare un posto al sole per sé o per i propri assistiti. E i telespettatori che pagano ancora il canone nella bolletta elettrica? Massì, se la faranno andare bene… Forse.

Rai 1 immobile

Il primo dato emergente spulciando i programmi dell’anno che verrà è la staticità della rete ammiraglia: i tutti i classici della prima serata sono confermati. Se di scelta si tratta, è evidente che sa di pigrizia soprattutto perché, in un contesto in continua evoluzione, la riproposta dei soliti format non potrà non appannare l’attrattiva della rete. Se proprio si vuole cercarla, l’unica novità è una bizzarria. Non a caso lo stesso Marco Giallini, protagonista di Rocco Schiavone, ha contestato il trasloco della serie da Rai 2, trattandosi di una fiction trasgressiva che mal si sposa con le preferenze del pubblico di Rai 1. L’altro elemento da segnalare, non in quanto novità, ma in quota consolidamento di potere, è il ruolo sempre più centrale di Amadeus che, oltre al Festival di Sanremo e ai Soliti ignoti, ritrova lo show in tre serate Arena ’60 ’70 ’80 ’90. Presenzialista quanto il Pippo Baudo anni Novanta, Ama è la punta di diamante della squadra di Lucio Presta, il superagente amico di Matteo Renzi, che annoverando tra i suoi artisti anche i confermatissimi Antonella Clerici a mezzogiorno, Eleonora Daniele al mattino e Marco Liorni nel preserale, controlla quasi tutta la programmazione di Rai 1.

Banksy della tv

Sugli altri due canali generalisti si concentra invece il lavoro mimetico di Beppe Caschetto. Cresciuto alla scuola dell’indimenticato Bibi Ballandi che, dalla regione Emilia Romagna, lo instradò nello showbiz «insegnandogli a volare bassi per schivare i sassi», Caschetto è probabilmente l’agente più potente della tv (ma qui parliamo solo di Rai). Come l’invisibile street artist, anche lui mette tutti davanti al fatto compiuto. I suoi però non sono graffiti mainstream, ma riempimento di caselle dei palinsesti attuato con mano di velluto. Ogni anno la sua rete si estende. Stavolta, alla già nutritissima rappresentanza in Rai (Fabio Fazio, Luciana Littizzetto, Geppi Cucciari, Massimo Gramellini, Enrico Brignano, Lucia Annunziata eccetera), ha aggiunto le new entry Alessia Marcuzzi, che condurrà il varietà generazionale Boomerissima, e Ilaria D’Amico, al timone di Che c’è di nuovo. Qualche tempo fa, invece, aveva strappato al rivale Presta, quello Stefano De Martino che, oltre a tornare con Bar Stella, sarà alla conduzione anche di un game show (Sing sing sing).

La rete gay friendly

Insieme con la riproposizione in seconda serata di Epcc, il late show di Alessando Cattelan, i programmi di Marcuzzi, D’Amico e De Martino saranno in controtendenza alla linea editoriale della nuova Rai 2 che godrà di un corposo incremento di budget (sarebbe interessante conoscerne l’entità a fronte delle nozze con le prugne secche cui furono costretti i precedenti direttori). La profonda trasformazione del secondo canale lo renderà molto gay friendly. Detto di Non sono una signora, show di drag queen, ovvero personaggi famosi che si addobberanno vistosamente da donne, il filone en travesti si avvale della conferma dell’Almanacco di Drusilla Foer, in onda dal 21 novembre, quando terminerà il quiz Una scatola al giorno condotto dal protettissimo Paolo Conticini, già vincitore a sorpresa della terza edizione del Cantante mascherato. Niente maschere, ma lo scambio di ruoli nei vari tipi di famiglie (tradizionali, allargate, arcobaleno…) animerà il pomeridiano Nei tuoi panni di Mia Ceran che prenderà il testimone da Pierluigi Diaco, conduttore di Bellama’, sorta di confronto tra boomer e influencer sui nuovi temi contemporanei. La svolta gaia di Rai 2 però non è opera di oscuri agenti, ma principalmente del neodirettore per l’intrattenimento Stefano Coletta che, non potendo arcobalenizzare Rai 1 ha concentrato i suoi sforzi sul secondo canale.

L’agente occulto

Com’è noto, dal 5 settembre Marco Damilano striscerà tutte le sere alle 20,35 su Rai 3 con Il cavallo e la torre. In automatico, ma poco convinta, è partita la protesta dell’Usigrai per la svalutazione della professionalità aziendale implicita nell’affidamento dello spazio a un esterno anziché a un giornalista Rai. In realtà, la vera contraddizione è la concorrenza fratricida che il nuovo programma farà a Tg2Post: due approfondimenti contemporanei su due reti generaliste evidenziano che lo scopo della nuova striscia è pilotare contenuti, oltre che dare una casella a Damilano. Sia lui che Giancarlo De Cataldo, in seconda serata su Rai 1 con Tempo e mistero, non hanno avuto bisogno dei buoni uffici di un agente professionista perché hanno quelli del Pd che, Michele Santoro dixit, «ha più sedi in Rai che nel resto del Paese».

Contentini e conflittini

Alcuni più evidenti, altri più felpati. Franco Di Mare, il direttore di Rai 3 appena andato in pensione continuerà a condurre il suo Frontiere, il sabato pomeriggio nella sua ex rete. Gratuitamente come da policy aziendale, e come capitò al pensionato Carlo Freccero che diresse Rai 2 gratuitamente per un anno, o no? Aldo Grasso, critico televisivo del Corriere della Sera di proprietà di Urbano Cairo, editore di La7, sarà consulente e autore di editoriali in Storie della tv, programma in onda su Rai 4 dal 18 ottobre. Walter Veltroni, editorialista e grande firma del solito Corriere del solito editore, dirigerà invece il documentario Ora tocca a noi: storia di Pio La Torre, in onda su Rai 3.

Buona visione.

 

La Verità, 30 giugno 2022

Striscia e Lauro a caccia di santi per l’Eurovision

Allora, signori, è vero o non è vero? Ma certo che è vero. Anzi è Verissimo». In fondo non era difficile prevedere come Ezio Greggio avrebbe presentato l’esordio di Silvia Toffanin dietro il bancone di Striscia la notizia. Il linguaggio del programma di Canale 5 (lunedì, ore 20,40, share del 22,4%, 4,7 milioni di telespettatori) è semplice e diretto soprattutto negli sketch dallo studio e nei raccordi tra un servizio e l’altro: «Achille Lauro ha vinto il Festival di San Marino. Pur di partecipare all’Eurovision, prima si era affidato a San Remo, poi a San Marino. Eppure, visto il personaggio, quello giusto sarebbe stato San Patrignano». È il verbo della satira leggera, della gag facile, del linguaggio pop nel quale anche la conduttrice di Verissimo nonché compagna del gran capo, Pier Silvio Berlusconi, può esprimersi con freschezza e disinvoltura. Le parti più qualificanti del tg satirico, quasi un’ora di magazine, restano i servizi degli inviati, autori di campagne che, con parola in uso in altri tempi, potremmo definire «di controinformazione». Il malcostume si annida sia tra la gente comune che nei palazzi del potere. Rajae Bezzaz segue da tempo la pista di Marco Mattei, importatore e rivenditore di auto che però sparisce una volta incassati gli anticipi. Smascherato in seguito alle numerose proteste dei clienti truffati, il negoziante ha aggredito l’inviata fino a sputarle in volto. Ma a differenza dell’ondata di solidarietà in difesa della giornalista sportiva Greta Beccaglia, palpeggiata al termine di una partita di calcio, che ha coinvolto grandi firme e testate nazionali, per Bezzaz, curiosamente, nessuno si è speso. Ancora più dirompente risulta RaiScoglio24, rubrica fissa di Pinuccio, su nomi cognomi e magagne della tv di Stato. Il caso di lunedì riguardava il Festival della canzone di San Marino vinto da Achille Lauro. Essendo l’emittente partecipata al 50% dalla Rai (l’altro 50 è dell’Eras, Ente per la radiodiffusione sanmarinese), una pur piccola porzione di tasse dei cittadini che pagano il canone finisce nelle casse di San Marino Rtv. E già qui ci sarebbe da approfondire. Il peggio è che, uscito dalla porta dell’Ariston, quel simpatico paraguru di Lauro rientrerà all’Eurovision song contest, prossima esclusiva Rai, passando dalla finestra di San Marino.

Il tg di Antonio Ricci evita i toni da «signora mia» o quelli da indignati speciali. Ma ridendo e scherzando, si prende ugualmente qualche soddisfazione contro il conformismo imperante.

 

La Verità, 23 febbraio 2022

Vespa avvisa i vertici Rai: se non mi trattate bene…

Felpato, felpatissimo, guardingo, circospetto, sensibile a ogni refolo che soffi nel triangolo Viale Mazzini, Saxa Rubra, Via Teulada dove ha sede lo studio di Porta a Porta. Bruno Vespa centellina le dichiarazioni, dosa le sillabe. Una parola è poca e due sono troppe. Non si resta per 25 anni titolari della cattedra Rai più seguita, dopo aver scalato la redazione del Tg1 fino ad arrivare a dirigerlo, se non si possiedono spiccate doti diplomatiche. In totale fanno sessant’anni nella tv pubblica. Di cui è «il padre nobile», ha scritto ieri il Messaggero, dando notizia che ci sarebbero contatti in corso con Mediaset per un suo trasferimento nelle televisioni del Biscione. Trattativa clamorosa e riservatissima che si starebbe svolgendo ai livelli più alti, Silvio Berlusconi, Gianni Letta, Fedele Confalonieri, riferisce sempre il quotidiano romano. Che aggiunge tiepide, anzi, tiepidissime conferme dell’entourage delle tv berlusconiane – «contatti ci sono stati», non si sa quando, però – e una misuratissima esternazione del conduttore giornalista scrittore: «Finché mi trattano bene in Rai, resto». Quanto a Mediaset «sono molto gentili». Un capolavoro di diplomazia, quello dell’anchorman. Un messaggio a chi di dovere, scolpito in quel «finché mi trattano bene».

Sia in Viale Mazzini che a Cologno Monzese il settore dell’informazione è fluido. Carlo Fuortes, il nuovo amministratore delegato della tv pubblica, ha deciso di applicare la riforma per aree produttive ideata dal suo predecessore Fabrizio Salini. Alla direzione degli Approfondimenti, da cui dipende anche Porta a Porta, si è appena insediato quel Mario Orfeo che nel 2017, direttore generale Rai con Matteo Renzi a Palazzo Chigi, deliberò una revisione al ribasso del contratto di Vespa: 300.000 euro in meno e durata di due anni con opzione per il terzo al posto dell’abituale quadriennale. Visti i precedenti, appare molto verosimile che il titolare della Terza camera del Paese abbia voluto far sapere che, finché lo trattano correttamente, dalla Rai non si muove. Di sicuro a Mediaset lo tratterebbero bene perché sono «molto gentili». Parlando di informazione, anche a Cologno si registrano assestamenti. Pur mantenendo testate e loghi ma razionalizzando le redazioni, Tg4 e Studio aperto passeranno sotto la gestione di TgCom24 di Andrea Pucci e Paolo Liguori. E non è escluso che qualche cambiamento avverrà anche sul fronte dei talk show. Da ultimo, ma tutt’altro che ultimo, Berlusconi ambisce al Quirinale e la vicinanza di un conoscitore delle stanze romane come Vespa, che il Cav stesso paventò di candidare al Colle, potrebbe rivelarsi utile.

 

La Verità, 23 novembre 2021

La Rai di Fuortes premia il re dei varietà flop

Con la riforma per generi della Rai, ideata da Fabrizio Salini, e abbracciata dall’attuale amministratore delegato, Carlo Fuortes, il direttore di Rai 1, Stefano Coletta, dovrebbe insediarsi alla direzione della struttura per l’intrattenimento di prima serata. Insieme con quella della fiction, è la più ricca delle dieci aree in cui verrà organizzata la tv pubblica. La ratio della riforma è il contenimento dei costi, da attuare riportando le produzioni all’interno, invece di ricorrere alle troppe società esterne. Ma per raggiungere l’impegnativo obiettivo serve una buona squadra di autori, ben guidata dai dirigenti scelti allo scopo. Se poi, come dice Carlo Freccero, autorità riconosciuta in materia, perseguendo il risparmio, questa pianificazione comporta «un taglio alla possibile diversità del pensiero», poco importa.

Per capire se il pubblico della Rai avrà motivi di soddisfazione dall’imminente promozione di Coletta, già direttore della Terza rete e issato sulla Prima durante il governo giallorosso, è utile chiedersi come abbia gestito il sabato sera, giorno chiave dei programmi d’intrattenimento. Le medie di ascolto dal 2 gennaio al 6 novembre 2021, nell’orario 21.30-24.30, parlano di 2.929.000 telespettatori con il 16% di share, per Rai 1, e di 3.973.000 ascoltatori, con il 21,7%, per Canale 5. Una forbice di oltre un milione di spettatori e di 5,7 punti percentuali a vantaggio della rete Mediaset. Divario motivato dal fatto che, se si eccettuano cavalli di battaglia come Ballando con le stelle ereditati dalle precedenti direzioni, i nuovi esperimenti si sono rilevati tutti clamorosi fallimenti.

Per i sabati dello scorso febbraio, nelle settimane che dovevano accompagnare al Festival di Sanremo, la direzione di Rai 1 aveva pensato a una serie di serate evento con i big della canzone italiana, presentate da conduttori diversi. La realizzazione era stata affidata a Ballandi multimedia. Ma il 13 febbraio, vigilia di san Valentino, Parlami d’amore, il varietà presentato da Veronica Pivetti e dal molto sponsorizzato Paolo Conticini che doveva fare da prologo ad altre 4 serate, raggranellava appena il 10,2% (2,3 milioni di spettatori) a fronte del 28,2 di C’è posta per te di Canale 5. Per la seconda puntata, la prima della serie intitolata A grande richiesta, erano stati schierati Patty Pravo e Flavio Insinna. Ma il risultato era stato ancora più deludente: solo l’8,3% e 1,9 milioni di telespettatori (C’è posta per te si era inerpicato fino al 30,3%). A quel punto, per ammortizzare i costi ormai sostenuti (si parla di 750.000 euro a serata), le successive puntate con Ricchi e Poveri, Loredana Berté e Christian De Sica, erano state dirottate al martedì, tuttavia, senza che la colonnina dell’Auditel s’impennasse.

Per il debutto della nuova stagione, invece, il pezzo forte doveva essere l’atteso esordio nella rete ammiraglia della tv pubblica di Alessandro Cattelan, il golden boy reduce dalle trionfali annate su Sky di X-Factor. All’inizio Da grande era stato programmato per sabato 18 e sabato 25 settembre, con conseguente destinazione del budget (pare vicino al milione di euro). L’investimento era forte perché, nelle intenzioni del direttore di Rai 1, le due serate dovevano aiutare il conduttore a familiarizzare con la rete in vista della promozione sul prestigioso palco dell’Eurovision song contest del maggio prossimo. Così, una volta scoperto che Maria De Filippi aveva anticipato la partenza di Tu sí que vales proprio al 18 settembre, per evitare al giovane Cattelan l’ìmpari duello, era stato spostato alla domenica sera. Ma anche con la più morbida concorrenza di Scherzi a parte, Da grande era rimasto piccolo (share tra il l 12 e il 13%).

Dopo tali avvisaglie non restava che puntare sul collaudato e affidabile Ballando con le stelle. La prima puntata confermava le speranze ben riposte, strappando un sostanziale pareggio con il programma di Canale 5 (anche se il numero di ascoltatori era di poco inferiore). Purtroppo, però, il sabato successivo tra i concorrenti si registrava l’assenza di Mietta causa Covid e la conseguente polemica, mal gestita a livello di comunicazione, finiva per appannare l’immagine del talent di Milly Carlucci. Che, continuando a flettere, ora si trova a 3,6 punti percentuali di distacco da quello di Canale 5 (21,8 contro il 25,4%).

Difficile dire che cosa riserverà il futuro ai telespettatori della Rai, quando Coletta ne dirigerà l’intrattenimento di prima serata di tutte le reti. Qualcosa si può immaginare per l’immediato futuro del pubblico di Rai 1. Negli ultimi anni, il primo gennaio aveva riscosso notevole successo Danza con me di Roberto Bolle. Stavolta, però, il direttore aveva voglia d’innovare. Alla presentazione dei palinsesti di luglio, aveva quindi annunciato per i sabati di gennaio, a partire proprio da Capodanno, quattro puntate di Meraviglie di Alberto Angela. Sfortunatamente non aveva previsto il diniego del conduttore, restio a confrontarsi con C’è posta per te della solita De Filippi. Incapace di imporsi, come in passato aveva fatto Teresa De Santis, convincendo Angela al duello del sabato sera peraltro con esiti dignitosi, Coletta sta facendo marcia indietro per ripristinare la serata di gala di Bolle. Mentre per i restanti sabati di gennaio si sta lavorando a un’edizione Nip di Tale e quale show, condotto da Carlo Conti. Quanto a Meraviglie, verrà programmato durante la settimana.

Tutto bene, dunque? Mica tanto, confidano i beninformati in Viale Mazzini. Perché, mentre le altre reti subiscono drastici tagli, per il valzer del palinsesto di Rai 1 servirà un extrabudget che potrebbe sfiorare i 4 milioni (500.000 a puntata per Tale e quale show e 1,8 milioni per Danza con me).

 

La Verità, 10 novembre 2021