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Rai, con lo spoil system a metà comanda Coletta

Usando un eufemismo, il crash test d’inizio stagione per la nuova dirigenza Rai non sta andando benissimo. Scarso l’apporto dei nuovi volti e dal recupero dei vecchi accantonati, modesta la difesa delle truppe rimaste in casa. Innanzitutto, la tv pubblica subisce sonore sconfitte a causa delle prestazioni degli ex. Fabio Fazio imperversa sul Nove la domenica sera e presto, con lo spacchettamento del Tavolo spostato al venerdì dopo Fratelli di Crozza, la rete di Discovery (gruppo Warner Bros) conquisterà ulteriore visibilità. Passata a Mediaset, Bianca Berlinguer continua a doppiare l’audience di Avanti popolo di Nunzia De Girolamo. Ma la Rai fa buchi nell’acqua anche in altri orari, cominciando dalla striscia di Mercante in fiera di Pino Insegno, o il lunedì, dove Liberi tutti, l’escape room ideata dal direttore dell’Intrattenimento prime time Marcello Ciannamea (condotta da Bianca Guaccero, Beppe Iodice e I Gemelli di Guidonia), si è fermato al 3,2%. È, più o meno, lo share abituale di questi programmi, con il risultato che Rai 2 è sempre più scheletrica. È stato conteggiato che nel primo mese della nuova stagione, il servizio pubblico ha perso circa 250.000 telespettatori. E non è un bel vedere, anche perché l’erosione continua.

Alcuni analisti hanno subito sentenziato il flop di TeleMeloni. Ma la conclusione è un tantino sbrigativa e qui si prova a suggerirne una diversa visione, accompagnata da un paio di consigli non richiesti. È vero che la nuova dirigenza è stata nominata dal governo secondo i dettami della riforma voluta da Matteo Renzi nel 2016. Ed è ancora vero che qualche innesto nella programmazione sia stato favorito dai buoni rapporti con il premier. Tuttavia, essendo anch’essa un pesante carrozzone pubblico, come in tanti ministeri dove contano più certi funzionari che i titolari degli stessi, anche in Rai esiste la deep tv: comanda l’apparato, il sottobosco dei dirigenti che hanno davvero le mani nel palinsesto. Per mettersi al riparo da sempre più frequenti sorprese, come nella macchina amministrativa anche nella tv pubblica bisognerebbe portare fino in fondo lo spoil system (applicato in modo scientifico nei Paesi anglosassoni). Altrimenti, mentre si accreditano a TeleMeloni errori e flop, in realtà, sottotraccia, manovra ancora alla grande la vecchia struttura Rai, quella dove, secondo Michele Santoro, «il Pd ha più sezioni che in tutto il resto del Paese».

Uscendo dal generico, il solito Ciannamea, considerato vicino alla Lega, appena nominato responsabile dell’Intrattenimento di prima serata, ha pensato bene di confermare tutti i vicedirettori di Stefano Coletta, il predecessore in quota Pd a maggio divenuto capo della Distribuzione (leggi palinsesti). Se questo spostamento doveva servire a ridimensionarne l’incidenza, in realtà, l’ha potenziato perché, oltre a continuare a gestire, tramite Federica Lentini e Giovanni Anversa, varietà, game, reality e infotainment di prima serata (la seconda non esiste, quindi da dopo i tg fino a notte fonda), il simpatico Coletta ne organizza anche la programmazione. Per intenderci, il divieto a Fedez di partecipare a Belve è imputabile per interposti vice a lui, già responsabile del mancato controllo delle esibizioni del rapper a Sanremo. Invece, il regalo di Chesarà su Rai 3 a Serena Bortone (3% fisso), sempre sconfitta anche da Massimo Gramellini su La7, è da attribuire a lui senza mediazioni.

In fondo, controllo diretto o indiretto, poco cambia perché si fa tutto in famiglia. Qualche giorno fa, Ciannamea, doveva andare in trasferta a Torino e in agenda c’era la riunione per mettere a punto i palinsesti da gennaio in poi. Che si fa? Si sposta la riunione e Coletta e i suoi (ex) vicedirettori aspettano che il responsabile dell’Intrattenimento, mica un fattorino, torni a Roma? Ma no, e che sarà mai, fate, fate pure, poi mi riferite… Morale: se lo spoil system si ferma a metà, i dirigenti delle ere precedenti continuano a favorire i propri clan e a lavorare per ostacolare il successo dei nuovi.

Con l’organizzazione aziendale divisa orizzontalmente in aree come Intrattenimento, Palinsesti, Approfondimenti, Fiction… e senza più i direttori di rete, i veri plenipotenziari sono i capi area. Alla faccia del ridimensionamento e dello spoil system, il dem Coletta sensibile ai diritti Lgbtq, capo dei palinsesti e, attraverso le sue ramificazioni, molto interventista nell’Intrattenimento è, concretamente, l’uomo più influente della Rai chiamata TeleMeloni. Non male come paradosso.

Il secondo consiglio non richiesto alla nuova dirigenza è provare a superare una certa mancanza d’iniziativa. Quando nel 1987 Pippo Baudo e Raffaella Carrà passarono a Mediaset (allora Fininvest), Biagio Agnes si guardò intorno e contrattaccò consegnando ad Adriano Celentano le chiavi del sabato di Rai 1. La tv di Stato divenne la locomotiva del dibattito nazionale e nel giro di un paio di stagioni Raffa e Superpippo fecero dietrofront. Oggi, con le dovute proporzioni, visti gli abbandoni di Fabio Fazio, Bianca Berlinguer e Massimo Gramellini, anche l’amministratore delegato Roberto Sergio e il direttore generale Giampaolo Rossi potrebbero tentare il contropiede. Pino Insegno, Max Giusti e Bianca Guaccero non riempiono il palinsesto. E serve a poco che Bortone faccia la brutta copia di Che tempo che fa. Per contrastare la rivalsa di Fazio ci vorrebbe qualche idea nuova, altrimenti l’effetto collaterale sono le inchieste sempre più forzate di Report. Con tutta la simpatia verso De Girolamo, per lottare nel fango del martedì sera, tra È sempre cartabianca, Dimartedì, Belve e Iene, forse serviva un peso massimo o un giornalista di provata esperienza. Tanto più se si ha memoria del recente flop di Ilaria D’Amico con un format simile di Fremantle. Ora il ritorno di Massimo Giletti avviene nel momento giusto, ma la controprogrammazione non s’improvvisa. Guardarsi intorno, cercare fuori dal recinto, vedere che cosa si muove oltre Viale Mazzini può aiutare. Qualche possibile nome a disposizione: Paolo Bonolis, Piero Chiambretti, Michele Santoro, Peter Gomez, Pietrangelo Buttafuoco, Linus…

La Verità, 26 ottobre 2023

«L’attualità ce la racconta l’establishment»

Buongiorno Peter Gomez, da vicedirettore a condirettore del Fatto quotidiano che cosa cambia?

«Resto direttore del sito e del mensile Millennium. Qui a Roma lavorerò all’integrazione tra giornale cartaceo e online. Le edicole chiudono e sempre più copie sono vendute in forma digitale».

Le edicole chiudono e i lettori calano?

«Quelli del Fatto quotidiano di Marco Travaglio stanno aumentando. Crescono le copie digitali e degli abbonamenti cartacei, oltre 50.000 in totale».

Da Milano a Roma, una bella sterzata…

«Mia figlia i miei affetti sono a Milano e quando le cose si sistemeranno spero di poterci rimanere di più. Ho sempre rifuggito Roma, che mi piace molto, ma è la città del potere. E ai giornalisti non fa bene star troppo vicino al potere, anche se per raccontarlo è necessario».

Altre novità professionali?

«Da lunedì sarò ospite due volte la settimana di Giù la maschera, il nuovo programma di Marcello Foa su Radio Uno».

Si era parlato di lei su Rai 3 al posto di Bianca Berlinguer.

«L’ho letto anch’io sui giornali, ma non c’è mai stato niente di concreto. A un certo punto Repubblica ha scritto che Giuseppe Conte voleva impormi per una sorta di ricatto. Qualche volta Conte l’ho intervistato, ma ci avrò parlato sei o sette volte in tutto. Poi il Corriere della Sera ha scritto che la mia partecipazione al programma di Foa è in quota 5 stelle».

Invece?

«Anche se la pensiamo diversamente su diverse cose, io e Foa siamo stati colleghi al Giornale di Indro Montanelli e trovo che in passato Marcello sia stato attaccato in modo ignobile. Quando mi ha proposto di collaborare a un programma pluralista e di qualità ho accettato di buon grado. L’unica cosa vera in questi anni è che, ai tempi del governo gialloverde, ho rifiutato la direzione del Tg1 per coerenza con il fatto che ho sempre scritto “fuori i partiti dalla Rai”».

È vero che potrebbe comunque approdare in Rai con La confessione?

«Purtroppo no. Sul Nove, dove il programma continuerà, ho sempre avuto libertà assoluta. Se arrivasse un’offerta la prenderei in considerazione perché la Rai è la Rai».

Perché al Tg1 no e un programma sì?

«Se il programma non funziona ti chiudono. Con la riforma voluta da Renzi la Rai è nelle mani del governo e la politica tormenta i direttori dei tg più di prima».

Come valuta gli abbandoni di alcuni professionisti all’arrivo della nuova dirigenza?

«Non ci sono epurati, ma persone che sono andate a guadagnare di più e con l’idea di sentirsi più libere. Fabio Fazio non è andato al Nove quando è arrivata la nuova dirigenza, è stato il cda di Carlo Fuortes a non aver avviato la trattativa per confermarlo».

Se ne sono andati anche Massimo Gramellini e Lucia Annunziata: se si è in dissenso con la nuova linea non è più da schiena dritta restare?

«Secondo me, sì. Però non riesco a biasimare chi pensa che il lavoro sarebbe stato impossibile. Mi ero fatto una cattiva opinione di Lucia Annunziata quando sembrava che si candidasse come europarlamentare del Pd. Ora che l’ha smentito l’ho rivalutata».

Quest’estate si è tornati a parlare della strage di Bologna e dell’abbattimento dell’aereo dell’Itavia su Ustica.

«Sulla strage di Bologna ha fatto tutto Marcello De Angelis, giurando che Mambro, Fioravanti e Ciavardini non c’entravano. È troppo comodo smorzare i toni quando scoppia il polverone. Su Ustica ho un atteggiamento diverso rispetto a quando fioccavano le tesi complottiste. Ora mi sembra una grande storia giornalistica, anche se vedo poche novità. Mi pare che i lettori guardino a Ustica come ai cold case italiani, tipo la scomparsa di Emanuela Orlandi o la fine di Simonetta Cesaroni».

I misteri del passato hanno riempito l’assenza di grandi gialli estivi?

«In parte, sì. Noto che i giornali di destra stentano un po’ ora che governa Giorgia Meloni. Varrebbe anche a parti rovesciate, se ci fosse Conte al suo posto. A me sarebbe piaciuto fare questo mestiere quand’era vincente il giornalismo british, ma oggi funzionano le testate di opinione. Non si possono più portare a esempio nemmeno i giornali americani che sono stati embedded durante la guerra in Iraq e non si sono accorti dell’ascesa di Donald Trump».

Di che cosa è sintomo il caso Vannacci?

«Di quanto stiamo dicendo. Premetto: il generale è libero di dire quello che vuole ma, al di là di quello che c’è scritto nei codici, chi è dipendente pubblico ha obblighi maggiori rispetto a chi non lo è. Se esprimi opinioni critiche sui gay, ai cittadini può venire il dubbio che con quella divisa non eserciti il tuo ruolo in modo imparziale. Per lo stesso motivo disapprovo che un magistrato entri in politica o che lo facciano i giornalisti. Prendiamo un fatto di attualità: il problema di Andrea Giambruno è che è il compagno di Giorgia Meloni e chi lo guarda in video può percepirlo come un ventriloquo».

Giorgia Meloni ha risposto a questa obiezione difendendo la libertà di stampa: vale pure per Giambruno, o no?

«Secondo me tutto dipende dal rapporto che si vuole avere con il pubblico. Credo che chi ha un ruolo di arbitro nella convivenza civile abbia un dovere in più. Quando Enrico Letta diventò premier, Gianna Fregonara smise di scrivere sul Corriere, mentre Cinzia Sasso si ritirò quando Giuliano Pisapia divenne sindaco di Milano».

Il pubblico è così ingenuo?

«Se Giambruno non fosse il compagno di Meloni le sue parole non sarebbero state così rilevanti. Per dire, Nunzia De Girolamo è brava ma, più in piccolo, lo stesso conflitto si presenterà anche per lei, ex ministra del governo Berlusconi e moglie del numero due del Pd. Se eviterà di parlarne qualcuno potrà pensare che non vuole litigare col marito».

Tornando a Vannacci, anche noi facciamo come i media americani e sottovalutiamo fenomeni importanti?

«C’è un mondo, non so quanto grande, che la pensa come Vannacci e sta a destra di Fdi e della Lega. Ma alle urne le forze che dovrebbero rappresentarlo di solito non sfondano. Il caso Vannacci è esploso perché Repubblica ne ha scritto osteggiandolo, perché l’autore è un militare e perché il ministro Guido Crosetto lo ha destituito. Non è vero che questa Italia non viene rappresentata, La Verità e Rete 4 lo fanno. La sinistra si limita a condannarla, mentre noi giornalisti dobbiamo anche raccontarla».

Cosa pensa delle forme di protesta di Ultima generazione?

«Sono non violente, imbrattano monumenti o fermano il traffico. Certo, si viola il codice penale e sono azioni fastidiose, ma in democrazia ci sta».

Ha letto i documenti svelati da Fuori dal coro che annunciano un’escalation nei prossimi mesi?

«Se commetteranno reati è giusto che vengano perseguiti. Al momento si tratta di proteste e annunci di un movimento presente, ma non così esteso. Perché non c’è lo stesso allarme per le commemorazioni dell’omicidio Ramelli col saluto romano?».

Non c’è differenza?

«Il blocco stradale è una forma di lotta dall’Ottocento, adesso è un reato come lo è il danneggiamento di monumenti. A me sembra che si guardi più al dito che alla luna. Dovremmo preoccuparci che i ghiacciai e le calotte artiche si stanno sciogliendo. Che l’uso massiccio delle plastiche aumenta l’inquinamento, e il numero e la gravità delle malattie. Dovremmo essere contenti che i nostri figli non si battono più per il comunismo o il fascismo, ma per preservare il pianeta».

Studi di geologi e climatologi smentiscono l’eco-ideologia per la quale la causa di tutti i mali è l’uomo.

«So che ci sono posizioni diverse, ma per me questa è una battaglia ideale che, finché non si commettono reati, non mi sento di condannare. All’epoca del G8 di Genova tutta la destra era contraria ai no global non solo per il modo in cui manifestavano, ma anche per quello che sostenevano. Adesso anche Matteo Salvini riconosce che avevano ragione».

Le piace la famiglia queer di Michela Murgia?

«La mia regola di vita è non fare agli altri quello che non vorrei fosse fatto a me. Se loro stanno bene e sono felici, mi piace».

La famiglia si crea e si decide autonomamente come si vorrebbe fare con il sesso?

«La famiglia è espressione del tempo in cui si vive. Se fossi un musulmano di 400 anni fa avrei quattro mogli. Sarebbe sbagliato impedirlo se quello stato non ledesse i diritti di qualcuno e non comportasse reati».

Non si tratta di reati, ma di radice dell’essere: gli uomini non vengono al mondo per volontà propria, né come vogliono loro.

«Se cambiare sesso non danneggia qualcuno sono fatti di chi lo fa. Ciascuno ha diritto alla felicità e se la dà la famiglia queer o sentirsi oggi donna e domani uomo a me non cambia nulla».

C’è qualcosa da smascherare nella grande informazione?

«L’informazione serve agli scopi degli editori che, per esempio, guadagnano con le cliniche o con le autostrade. Oppure vogliono avere rapporti mirati con la politica. Così la realtà è raccontata con la lente dell’establishment. Quanti giornali stanno in ginocchio a pregare per rianimare il centro politico quando gli italiani non ne vogliono sapere?».

Quanto è credibile Giuseppe Conte come leader delle classi deboli?

«Secondo me, molto. La credibilità di un leader non dipende dal suo stato sociale, ma dalle sue battaglie e da quello che fa».

Elly Schlein è meno risolutiva di quanto gli elettori dem speravano?

«Temo di sì. I sondaggi danno il Pd sempre al 20% nonostante la campagna favorevole di cui ha goduto».

Cosa pensa delle sue ultime prese di posizione: «l’Italia ha diritto di sapere la verità su Ustica», «porteremo subito in aula una legge contro la propaganda fascista».

«Quando parla di propaganda fascista si rivolge a una parte del suo elettorato. Obiettivamente non vedo questo rischio in Italia. La verità su Ustica vorremmo conoscerla tutti, ma non dipende da lei».

Cosa pensa del decreto Caivano?

«Finora, in Italia la repressione penale non ha mai funzionato. Togliere il telefonino ai minori colpevoli è un provvedimento tecnicamente inattuabile».

E della tassa sugli extraprofitti?

«È giusta. Sbagliato sarebbe tassare chi guadagna grazie alla propria abilità. Chi trae profitto dalla fortuna perché la Bce alza i tassi può dare di più alla comunità. Stando ai grandi giornali, avrebbe dovuto crollare la borsa e salire lo spread, invece…».

Le manca Silvio Berlusconi?

«Da giornalista sì, perché c’era parecchio da scrivere. Da cittadino no, perché ritenevo sbagliato che facesse politica il proprietario di un grande gruppo editoriale».

 

La Verità, 9 settembre 2023

Rai, Mediaset, La7: nell’era Meloni la tv vira a sinistra

Presidente, non compra Mediaset, non entra in politica e non compra nemmeno La Verità: cos’è, la conferenza stampa dei no? Urbano Cairo è di buonumore, quest’anno è il decennale dell’acquisto di La7 da Telecom Italia «che perdeva 120 milioni» e, dunque, si fa presto a tirare le somme. «Con una rete stiamo in un sistema televisivo con Rai e Mediaset che hanno tre reti, poi c’è Sky che ha anche Tv8», premette l’editore del Corriere della sera. «Non produciamo chissà quali utili, ma neanche abbiamo perdite. Facciamo anche un po’ di servizio pubblico senza abbonamenti, canone, tax credit, proponendo una tv di qualità con i conti a posto. Una statuetta di polistirolo me la merito».

La presentazione dei palinsesti 2023-24 al Four Seasons di Milano chiude il trittico di upfront degli editori italiani ed è l’occasione per tirare le fila dei nuovi assetti della tv al tempo di Giorgia Meloni. Sarà anche per questo che le domande al patron di La7 spaziano dall’economia al calcio, dalla politica alla giustizia. Cairo guarda il bicchiere mezzo pieno e respinge l’impressione di giocare in difesa. Però alle ultime elezioni lo scenario è cambiato provocando ripercussioni sull’intero sistema, dagli addi di Fabio Fazio e Lucia Annunziata alla Rai che ora prova a essere più pluralista, fino alle acquisizioni di Mediaset di Bianca Berlinguer e Myrta Merlino. In questo scenario, avendo perso proprio Merlino e non avendo rinnovato Massimo Giletti, potrebbe sembrare che La7 giochi di rimessa. Ma Cairo non ci sta e sottolinea il ruolo di David Parenzo all’Aria che tira e l’arrivo di Massimo Gramellini che avrà sia la prima serata del sabato, con uno spazio fisso di Concita De Gregorio, sia un faccia a faccia con il personaggio della settimana la domenica, prima di cedere il testimone a In onda di Marianna Aprile e Luca Telese. Il resto del palinsesto poggia sulle pietre angolari: il Tg di Enrico Mentana, Otto e mezzo, DiMartedì, Piazzapulita e sui talk show del daytime, tutti confermati con l’eccezione dell’Aria che tira e del game preserale Lingo, alla ricerca del conduttore giusto per sostituire Caterina Balivo, tornata in Rai. Qualche novità si registra negli approfondimenti. Oltre alle conferme di Una giornata particolare di Aldo Cazzullo e di Inchieste da fermo di Federico Rampini, è previsto uno speciale di Ezio Mauro all’interno di Atlantide e alcune prime e seconde serate affidate allo storico Alessandro Barbero che su TikTok «ha grande seguito anche trai giovani», sottolinea il direttore di rete Andrea Salerno. Infine, la novità forse più rilevante sarà Centominuti, 12 serate di inchieste sul territorio firmate da Corrado Formigli e Alberto Nerazzini in onda da gennaio 2024.

Lo scenario politico cambiato stimola i retroscena. Che ne è dell’idea di scalare Mediaset? C’era l’idea di prenderla e fare, d’accordo con Marina Berlusconi, la tv di Giorgia Meloni? «Non ci ho mai pensato, non sta né in cielo né in terra. Tutto è partito da un retroscena di Dagospia che ipotizzava una cordata italiana, per la quale io stavo accettando consigli da Walter Veltroni. Un’idea traballante, improponibile sul piano umano e commercialmente impossibile perché Mediaset non è contendibile. Piuttosto», ha proseguito Cairo, «ho letto le parole di Pier Silvio Berlusconi… Lo conosco da quando aveva 12 anni e gli voglio bene. Ma ha detto che rispetto all’ipotesi di una nostra scalata di Mediaset, <semmai saremmo noi che ci mangeremmo Rcs>. Dal suo punto di vista, per carità… Però, ho fatto un piccolo controllo e mi sono accorto che per le leggi italiane esistenti non è possibile per Mediaset scalare Rcs mentre è possibile per Rcs scalare Mediaset. Lo dico come caso di scuola, niente più. Ne Rcs né Mediaset oggi sono scalabili». Fine della fantaeditoria. Infine, la politica: dopo la televisione, i giornali e il calcio, è l’unica attività che lo differenzia da Berlusconi. La discesa in campo sta su Marte o mai dire mai? «Sono al vertice di un gruppo di aziende con 4500 dipendenti. È un’ipotesi molto molto difficile. Poi certo, c’è anche un film che s’intitola Mai dire mai. Ma è una cosa molto remota». Però con un paio di giornalisti si lascia andare: «Semmai entrassi in politica, figuratevi se lo dico qui. Non succederà. Ma se succede…». Fantapolitica. Quanto a quella attuale, di Giorgia Meloni dice: «Mi è simpatica, è tosta, decisa. Piuttosto, attorno a lei mi pare che combinino un po’ di guai».

Ma tutto finisce qui, nella pura simpatia. Perché, a chi gli chiede se vuole approfittare del presunto «smantellamento di Telekabul», il patron di La7 replica: «Non abbiamo intenzione di fare un’Opa su Rai 3, le Opa si fanno in borsa. Il riposizionamento di Rete 4 è cominciato già da qualche anno, quando Barbara Palombelli iniziò a condurre la striscia serale nel 2018. Sulla Settimana enigmistica si legge che è il giornale più imitato d’Italia. Ma alla fine rimane sempre quello che vende di più». Insomma, squadra che vince non si cambia. Caso mai le posizioni si radicalizzano. Perché se l’apprezzamento verso Meloni sembra accomunare i vertici di Viale Mazzini, Pier Silvio Berlusconi e Cairo, in realtà anche TeleMeloni rimane fantatelevisione. Perché in Rai lo spostamento a destra sarebbe rappresentato dal vacillante innesto di Filippo Facci, in Mediaset sono arrivate Berlinguer e Merlino e a La7 le novità sono Parenzo, Gramellini, Marianna Aprile, Alessandro Barbero, Mauro… È la solita differenza tra narrazione e realtà.

 

La Verità, 12 luglio 2023

Michele Santoro carta giusta post Cartabianca?

Innesti, «ritornanze» e alcuni vuoti da riempire. È la sintesi della «nuova Rai meloniana», formula che l’amministratore delegato Roberto Sergio disapprova, presentata ieri al Centro di produzione di Napoli. Ma tra le tante «ritornanze», nel linguaggio di Stefano Coletta, è rimasta coperta quella che potrebbe scuotere davvero l’annata televisiva. Comunicarla ieri avrebbe catalizzato l’intera giornata e non solo. E di certo restano ancora parecchi dettagli da definire fra le parti, come avviene per il trasferimento di un importante calciatore. Ma tra le ipotesi che in Rai si stanno considerando per la sostituzione di Bianca Berlinguer potrebbe prendere corpo proprio la ritornanza di Michele Santoro. Siamo ancora a uno stadio embrionale, la notizia delle dimissioni dell’ex conduttrice di Cartabianca è appena di lunedì. Perciò, «ci stiamo prendendo ancora un momento di riflessione per confrontarci con l’ufficio marketing e fare la scelta giusta», ha detto Coletta. Giustificazione fragile dopo una settimana in cui l’addio di Berlinguer ha tenuto banco.

Più sul pezzo era parso il governatore Vincenzo De Luca nel suo benvenuto ai vertici aziendali quando, dopo gli elogi di rito, aveva strappato le risate della platea con la doglianza «per non poter più vedere quel Neanderthal, quel troglodita vestito da capraio afghano, da pastore yemenita» che di solito accompagna Berlinguer, «questa sòla che avete rifilato a Mediaset».

Esauriti il momento cabaret e il capitolo attenuanti, ovvero il breve tempo a disposizione della nuova governance per preparare i palinsesti, «appena 53 giorni nei quali si è dovuto fare i conti con alcuni dolorosi addii», si è passati a snocciolare titoli e volti dell’autunno-inverno 2023-2024. Alla faccia dell’occupazione meloniana, il compito è stato curiosamente affidato a Coletta, l’autore seriale di flop da direttore dell’Intrattenimento nella Rai del centrosinistra che ora dirige la Distribuzione, cioè i palinsesti.

La vera novità della prossima stagione dovrebbe essere «la narrazione», il vocabolo più gettonato della giornata. Quella che andrà in onda dall’autunno è finalmente la Rai ristrutturata per generi, «ideata nel 2019 dall’allora amministratore delegato Fabrizio Salini. È questo il modo migliore per dare centralità al prodotto», ha assicurato il direttore generale Giampaolo Rossi. E se si teme di veder annacquate le identità che un tempo animavano le reti generaliste «è perché il disegno non è ancora completato. Le tre reti non si diversificheranno più per impostazione ideologica, ma per linguaggi e marchi: Rai 1 sarà la rete del racconto e dell’autorevolezza, Rai 2 la rete dell’innovazione, Rai 3 la rete dell’approfondimento. Il nuovo claim <Rai di tutto, di tutti> sta a indicare che, in fondo, la Rai non è di nessuno perché vuol essere di tutti».

Vedremo meglio fra qualche mese cosa vorrà dire. Intanto, andando sul concreto, Roberto Inciocchi, proveniente da Sky, avrà la conduzione di Agorà su Rai 3 mentre Filippo Facci guiderà I Facci vostri, una striscia quotidiana prima del Tg2 delle 13. La strategia dei nuovi vertici è «aggiungere per essere più pluralisti di come la Rai è stata in passato: un obiettivo che siamo riusciti a raggiungere e che è anche un investimento per il futuro», ha sottolineato l’ad Sergio. Ma, alla fine, i veri innesti si esauriscono qui. Per il resto, si tratta di recuperi e «ritornanze», appunto. Con La volta buona Caterina Balivo prenderà il posto di Serena Bortone nel pomeriggio di Rai 1, Nunzia De Girolamo condurrà Botta e risposta in prima serata su Rai 3, dove, in seconda serata, tornerà Luca Barbareschi con In barba a tutto. Sempre in seconda serata, il lunedì su Rai 1 ricomparirà Francesco Giorgino con un approfondimento intitolato XXI secolo, quando il presente diventa futuro, mentre in dicembre Enrico Ruggeri condurrà Gli occhi del musicista su Rai 2. Un chiacchierato ritorno con Il mercante in fiera su Rai 2 è quello di Pino Insegno, visto alle convention di Fratelli d’Italia. «Fatte salve le nostre policy aziendali, se dovessi escludere tutti gli artisti e i giornalisti che partecipano a eventi politici ogni estate, temo che dovrei allungare la lista», ha replicato Sergio.

Ancora incerta, invece, la sorte di Viva Rai 2 di Fiorello, evento televisivo dell’anno, «uno show da prima serata che va in onda al mattino e ha avuto grande successo su tutte le piattaforme. In Via Asiago ci sono dei palazzi e abitano delle persone», ha proseguito Sergio. «Con il mio staff e i condomini speriamo di trovare una sintesi che consenta a Rosario, che considera fondamentale quella location, di riprendere il programma. Ma in questo momento non sono in grado di dire se accadrà».

A proposito dei «dolorosi addi», tre su quattro sono stati curati con risorse interne (Report la domenica sera al posto di Che tempo che fa, Monica Maggioni a In mezz’ora abbandonata da Lucia Annunziata e Serena Bortone nello spazio di Massimo Gramellini), mentre non regge la scusa di una ricerca di marketing per il talk di Rai 3 che ha già un pubblico super consolidato. I nomi filtrati di Monica Giandotti, Luisella Costamagna e Peter Gomez del Fatto quotidiano erano una boutade? «Sfido qualunque azienda a sostituire in due giorni un programma che faceva ascolti importanti», ha premesso Sergio. «Alcuni di questi nomi possono essere stati fatti per autopromozione. Infine, ancora non è sicuro che Bianca Berlinguer continui ad andare in onda al martedì. Vedremo, magari ai primi di agosto avremo una notizia da darvi». Insomma, la trattativa potrebbe essere in corso. Difficile però che riguardi Giandotti e Costamagna, già previste con Poster, la prima, e Tango, la seconda, su Rai 2. Quanto a Gomez è appena stato nominato condirettore da Marco Travaglio.

Lo spazio spetta all’opposizione e, fuori dalla Rai, Michele Santoro metterebbe d’accordo sia il Pd di Elly Schlein che ha voluto in segreteria il suo ex collaboratore Sandro Ruotolo, sia Giuseppe Conte, leader del M5s, nel quale Marco Travaglio è molto ascoltato. Qualcuno di ben informato parla di una telefonata ricevuta da Michele e partita dai vertici Rai, ma lui nega.

 

La Verità, 8 luglio 2023

Pier Silvio non entra in politica, la ritocca nelle tv

No, non scenderà in campo Pier Silvio Berlusconi, sebbene sia figlio di suo padre e qualche retroscenista abbia provato a ipotizzarlo in varie forme. Ma non succederà, per tre razionalissimi motivi. «Il primo è che la politica è un mestiere serio. Parlo di mestiere perché è qualcosa che si apprende nel tempo, non dall’oggi al domani», ha scandito l’amministratore delegato di Mediaset. «A livello emotivo qualcosa si è mosso», ha ammesso. «Ho pensato che il suo rapporto con gli italiani e con l’Italia, fatto di amore e di libertà, è un lascito che deve vivere. Per altro io ho 54 anni, mio padre ne aveva 58 quando è sceso in politica… Ma nessuno potrà mai sostituirlo. Il secondo motivo», ha proseguito, «è che non si lasciano i lavori a metà. E in questo momento Mediaset è impegnata in un progetto di lungo respiro, il consolidamento di Media for Europe (Mfe) per contrastare la forza delle piattaforme Ott (Over the top). Il terzo motivo è che un cambio di rotta si giustifica a servizio degli italiani e ora non c’è nessuna emergenza. Abbiamo un governo solido, votato dagli elettori, che sta facendo del suo meglio e che può durare. E al quale Forza Italia può garantire stabilità. Detto tutto questo, non ho intenzione di scendere in politica». Fine dei retroscena. Anche se nulla impedisce al primogenito del fondatore di Mediaset e Forza Italia di coltivare una certa curiosità e di sottolineare il «buon rapporto» con Giorgia Meloni «che conosco da molti anni ed è una persona giovane e decisa. Nutro stima personale per il nostro premier».

A poche settimane dalla morte di Silvio Berlusconi, il gala di presentazione della stagione 2023-24 era atteso per quanto avrebbe potuto dire Pier Silvio sugli scenari futuri e le ipotesi di vendita: «In famiglia non ne abbiamo parlato. Mi ha dato fastidio che con la morte di mio padre ci siano state simili ipotesi, ma è normale». Dopo una lunga pagina omaggio al genitore («Più passano i giorni più la mancanza è enorme»), anche nella serata pilotata da Gerry Scotti a un certo punto si è fatto «click» e ci si è messi a lavorare. Partendo dagli ostacoli affrontati negli ultimi anni come la pandemia, la guerra e l’inflazione, per poi planare su quelli specifici dell’editoria, l’impatto dei «giganti globali della comunicazione» e la «concorrenza senza regole delle multinazionali del Web sul mercato pubblicitario». La risposta dell’azienda di Cologno monzese è lo sviluppo del gruppo «crossmediale» fatto di reti generaliste, tematiche, pay-per-view, radio e Web (+19% di serate autoprodotte rispetto alla stagione 2019-20). E, soprattutto, la creazione di Media for Europe, la media company con Mediaset España, controllata al 100%, e la tedesca ProSieben, partecipata al 30%. «Sono orgoglioso che aziende italiane studino un’espansione internazionale e non che pezzi di Italia siano conquistati da un gruppo straniero. Perché», ha rimarcato Pier Silvio, «la tv generalista non è vecchia. Piuttosto è piccola, e sarebbe sbagliato contrastare la potenza delle Big tech restando nei confini nazionali».

All’interno dei quali, però, nell’ultimo anno lo scenario è mutato in modo sostanziale. A Mediaset erano preparati se, mentre nasceva la Rai meloniana, hanno avvicinato Bianca Berlinguer ora annunciata come la principale novità della stagione: «Sono molto felice. L’ho conosciuta e si è instaurato tra noi un rapporto vero, di fiducia». Come anticipato, l’ex direttore del Tg3 condurrà il talk show del martedì di Rete 4, dove dividerà anche lo studio di Stasera Italia con Nicola Porro e Augusto Minzolini, quest’ultimo nel weekend. «È un’operazione importante, destinata a far crescere il peso della nostra rete dedicata all’informazione e che vuole rivolgersi al pubblico in maniera più trasversale», ha ribadito l’ad Mediaset.

Editorialmente impeccabile con una Rai più spostata a destra, né Pier Silvio né «Bianchina», scortata da Mauro Corona («Sono un suo fan anche se lui ama la montagna, io il mare»), sottovalutano il rischio dell’operazione. È vero che già Michele Santoro passò da Saxa Rubra a Cologno, ma erano gli anni Novanta e «Michele chi?», come lo chiamò il presidente Rai Enzo Siciliano incentivandone l’esodo, si affacciò su Italia 1. Diversa è la Rete 4 che fu casa di Emilio Fede. Nella quale ora, pur molto cambiata, i programmi di Mario Giordano e Paolo Del Debbio godono di un vivace zoccolo duro di pubblico. E dove, senza far paragoni, l’innesto di Gerardo Greco non funzionò. Sarà lavoro per gli autori. «Ma con lei parliamo lo stesso linguaggio televisivo», ha assicurato Mauro Crippa, direttore generale dell’informazione.

Anche se con minori implicazioni ma sempre nella logica di «dare più peso ai nostri contenitori» va registrato l’insediamento a Pomeriggio 5 di Myrta Merlino al posto di Barbara D’Urso. La quale, dopo 15 anni di emotainment, non ha comprensibilmente gradito l’accantonamento.

Con l’eccezione di Amore + Iva, lo show di Checco Zalone in esclusiva su Canale 5 tra ottobre e novembre, le altre novità lo sono relativamente. Grande Fratello, per esempio, ritorna alla versione originale, né vip né nip, ma centrata sulle storie. Sempre a rimpolpare la quota reality, ecco un’edizione invernale di Temptation island. Poi Io canto generation e La ruota della fortuna per omaggiare il centenario della nascita di Mike Bongiorno, affidati a Gerry Scotti. Infine, Il più grande karaoke d’Italia. Tutti format che affondano le radici negli anni Novanta o «nella forza ancora attuale di quei prodotti», ha precisato Berlusconi jr. Per il resto, confermati i pilastri del palinsesto: Amici, C’è posta per te, Tu sì que vales con l’innesto di Luciana Littizzetto, Ciao Darwin, Michelle Impossible, Felicissima sera e, su Italia 1, Le Iene con Veronica Gentili al posto di Belen Rodriguez, al momento senza programmi.

In chiusura, un buffetto a Urbano Cairo che aveva ipotizzato una fusione fra i due gruppi: «Sono un fan di Urbano, è bravo, simpatico e vivace», ha premesso Pier Silvio. «Ma Mediaset con Rcs mi sembra un incastro spericolato perché in una fusione ci mangeremmo Rcs. È fantaeditoria».

 

La Verità, 6 luglio 2023

Bianchina, una Berlinguer alla corte di Berlusconi

La notte bianca di Bianca. Le… notti bianche. Per l’ex conduttrice di #Cartabianca, più che i sogni e le passioni di Dostoevskij a San Pietroburgo, c’entra un calcolo professionale, seppur venato dal dubbio. Restare fedeli all’azienda di una vita o assicurarsi un allungamento di carriera alla corte della concorrenza? Eccola, è Bianca Berlinguer al bivio (acronimo: BBab). Praticamente un format: la conduttrice chiede un supplemento di riflessione per sciogliere la riserva. Accendiamo la telecamera e spiamo le notti insonni e i petali consumati dal dilemma: resto o vado, vado o resto? Di qua lo status quo, di là la freccia che indica Mediaset. Alla fine, l’ex direttore della Telekabul ereditata da Sandro Curzi ha scelto la nuova avventura nelle reti del Biscione. «Bianca Berlinguer ha comunicato le dimissioni da ogni incarico in Rai e dalla conduzione del programma #Cartabianca. La giornalista», si legge nella nota di Viale Mazzini, «ha ringraziato l’azienda per 34 anni di lavoro, svolti sempre in piena autonomia sia in qualità di direttore che di conduttrice di programmi di approfondimento».

Stasera alla presentazione dei palinsesti se ne avrà conferma ufficiale. Berlinguer avrà l’abituale prima serata del martedì su Rete 4 al posto di Veronica Gentili destinata alle Iene, con lo spostamento di Fuori dal coro di Mario Giordano al mercoledì. Mentre si alternerà una settimana a testa con Nicola Porro alla conduzione della striscia quotidiana finora condotta da Barbara Palombelli. Ne sapremo di più al gala di Cologno monzese, dove si capirà anche quale ruolo potrà avere Mauro Corona, l’alpinista scrittore da anni sparring partner di «Bianchina». Restando in casa Mediaset, sempre stasera si avrà conferma se il posto di Barbara D’Urso a Pomeriggio cinque verrà preso da Myrta Merlino. Se così sarà assisteremo a uno spostamento a sinistra del Biscione a compensazione del riposizionamento a destra della Rai, con conseguente rimescolamento di parte dei pubblici rispetto agli editori di riferimento.

Intanto, ieri il Cda di Viale Mazzini ha rinnovato il contratto di servizio fino al 2028, mantenendo gli spazi di giornalismo d’inchiesta – quanti allarmismi del giornalone unico – e approvato i palinsesti del prossimo autunno (presentazione venerdì a Napoli). Al termine della riunione, l’amministratore delegato Roberto Sergio ha comunicato che «al momento la trasmissione #Cartabianca non è presente in palinsesto». Sabato Berlinguer aveva chiesto ancora una notte per pensarci. Poi il pensamento si era prolungato, mettendo alla prova la pazienza dei massimi dirigenti (Giampaolo Rossi, direttore generale) che avevano già fatto di tutto per trattenere la giornalista, assicurando grande promozione all’unico talk politico di prima serata, budget e libertà nella scelta degli ospiti che la precedente gestione aveva provato a mettere in discussione. Non è bastato. Al suo posto, alla conduzione di #Cartabianca, su Luisella Costamagna sembra averla spuntata Monica Giandotti, in uscita da Agorà e moglie di Stefano Cappellini, capo del politico di Repubblica. Loro testimone di nozze è quel Mario Orfeo, già direttore generale, attuale guida del Tg3 e tuttora, curiosamente, molto influente in Viale Mazzini.

Ora, però, la telenovela della «zarina» è finita. Era stata lei a inaugurarla, impuntandosi contro la programmazione di Rai 2, ritenuta concorrenziale al suo programma. «Bianchina» non gradiva Belve di Francesca Fagnani e nemmeno Boomerissima con Alessia Marcuzzi, previste al martedì. E pazienza se quei programmi erano già andati in onda nello stesso giorno di #Cartabianca in passato e l’ufficio marketing di Viale Mazzini aveva documentato che i loro target erano diversi.

Non con Discovery come si era ipotizzato all’inizio, BB giocava di sponda col Biscione (acronimo: BBB), felice di puntellare il palinsesto all talk di Rete 4 con un volto storico, anche se non più così ortodosso, della Rai di sinistra. L’obiettivo di Berlinguer era allungare la carriera in prima linea. Così, anche lei ha rischiato di accodarsi alla lista dei conduttori presunti censurati dalla Rai meloniana. I quali, in realtà, seguono principalmente l’odore dei soldi. A Fabio Fazio, Luciana Littizzetto (contrattualizzata sia da Discovery che per Tu sì que vales di Canale 5), Lucia Annunziata e Massimo Gramellini, negli ultimi giorni si è aggiunta Serena Bortone che, salutando i telespettatori di Oggi è un altro giorno, li ha retoricamente esortati a essere «liberi e autentici, a qualsiasi prezzo», neanche fosse una paladina dei diritti a Weimar. Dove, per altro, difficilmente le affiderebbero una prima serata e un access primetime su Rai 3. Più o meno sulla stessa frequenza d’onda si è sintonizzato Alberto Matano che, pur confermato per il 2023/24, si è portato avanti con il lamento: «Non so cosa farò dopo la prossima Vita in diretta», ha detto in telecamera all’ultima puntata della stagione. Lesa maestà anche di Luca Bottura e Marianna Aprile per la sospensione di Forrest su Radio uno, non confermato dal nuovo direttore Francesco Pionati. I censurati immaginari rivendicano il diritto inalienabile al video e al microfono. Non si tratterà anche, e forse più prosaicamente, delle cospicue indennità relative? O magari dell’impagabile appagamento di essere un volto noto? No, sembra che chi va in onda sia esente dalle logiche di mercato. E che un nuovo direttore che arrivi in Rai non possa scegliersi i propri collaboratori come un qualsiasi nuovo direttore di giornale. Andava così anche con le maggioranze di centrosinistra?

 

La Verità, 4 luglio 2023

 

«Dopo Adriano e Sanremo rompo i recinti dei salotti»

Francesco Baccini, Caterina Caselli, Adriano Celentano, Dario Fo, Mogol, Gianni Morandi, la Nazionale italiana cantanti, Shimon Peres e Yasser Arafat, Sanremo nel senso del Festival. In ordine alfabetico, all’inizio ci andrebbe l’Arena di Verona. Gianmarco Mazzi è tutto questo e tutti loro, e anche molto di più. Perché ci sono anche Riccardo Cocciante, Massimo Giletti, Zucchero Fornaciari… star con cui ha lavorato, nella sua precedente vita. E perché ora, Mazzi, veronese, da sempre uomo di destra, deputato di Fratelli d’Italia, è sottosegretario alla Cultura del governo Meloni.

Oggi compie 63 anni, come festeggerà?

«Sarò a Genova alla cerimonia della partenza per il giro del mondo dell’Amerigo Vespucci, la nave scuola della Marina militare che in 19 mesi toccherà cinque continenti e 28 Paesi».

È il giorno giusto per chiederle che cosa le sta più a cuore nella vita, che cosa o chi vorrebbe salvare se fosse costretto a scegliere una sola persona, una cosa, un ricordo…

«Non so se è il giorno giusto, forse no. Quando compio gli anni mi fermo a pensare al tempo che passa e divento mediamente cupo. Ma le voglio rispondere. Mi sta a cuore essere in pace con me stesso, sapendo di aver fatto le cose per bene, al massimo delle mie possibilità. Salverei Evelina, l’amore della vita e poi i tre gol di Paolo Rossi al Brasile nel 1982. L’Italia mai doma, sul tetto del mondo. Una metafora, una sensazione indescrivibile che ancora oggi mi commuove e incoraggia».

Lei è sottosegretario alla Cultura, organizzatore musicale o agente di artisti?

«Dal 2 novembre 2022, sottosegretario di Stato al ministero della Cultura».

Qualcuno ha osservato che i ruoli potrebbero confondersi.

«Sia la legge che la giornata di 24 ore mi consentono di fare solo e orgogliosamente il sottosegretario. L’agente di artisti e l’autore televisivo sono esperienze significative della mia vita precedente».

Com’era il rapporto con Celentano?

«Adriano è un geniale visionario, devi stargli vicino da amico fidato. Ama molto dialogare e mettersi in discussione. Con lui e Claudia (Mori ndr) mi diverto da matti. Sono cresciuto con loro».

Un episodio che vuole ricordare?

«Ricordo la volta che chiesi ad Adriano: “Se non fossi diventato Celentano che cosa avresti fatto?”. E lui: “Avrei potuto fare qualsiasi altro lavoro, anche l’imbianchino o l’idraulico, meglio”. Rimasi spiazzato, ma lui proseguì, “mi sarei dato da fare per diventare l’idraulico della città, pensa che bello, andare nelle case, risolvere i problemi alla gente”. Lo diceva festoso, credendoci sul serio. Questo è Adriano; appassionato a ciò che fa, dà sempre il meglio di sé. Non male come insegnamento».

Beppe Caschetto ha imparato da Bibi Ballandi, lei ha avuto dei maestri?

«Sì, gli artisti. Celentano, Mogol, Gianni Morandi, all’inizio Caterina Caselli. Potrei dire anche Caschetto, che è manager colto, dall’estro prezioso».

Qual è l’evento internazionale che ricorda con più emozione?

«Una partita della pace del 2000, allo stadio Olimpico di Roma. C’erano Shimon Peres e Yasser Arafat con il presidente Carlo Azeglio Ciampi. E poi Pelè, Sean Connery, Michael Schumacher. Tutti nella stessa sera.

A ripensarci una cosa da non credere. Nel giro di una settimana ero andato a Los Angeles e a Ramallah. Ne parlavo con Morandi pochi giorni fa, mi emoziono ancora al ricordo. Mentre la vivevo, mi sembrava quasi normale».

Ha organizzato anche parecchi Festival di Sanremo con Lucio Presta: chi era il gatto e chi la volpe?

«Io ero il direttore artistico, Lucio mi consigliava e mi guardava le spalle. A Sanremo bisogna essere astuti come serpenti per mantenersi puri come colombe. E noi ci aiutavamo».

Come si trova nel ruolo attuale, più politico e istituzionale?

«All’inizio male, adesso comincio a orientarmi. Devo contenere l’impulso di realizzare subito un’idea che mi viene in mente. Le tempistiche dell’emisfero pubblico sono molto più lente. Ogni giorno devo mediare con la mia indole».

Per i cento anni del Festival lirico dall’Arena di Verona su Rai 1 è andata in onda un’edizione speciale dell’Aida: soddisfatto dell’accoglienza o qualche critica di troppo?

«No, non mi sembra. Da due anni, con la sovrintendente dell’Arena Cecilia Gasdia, lavoravo alla realizzazione di una serata televisiva memorabile per il mondo dell’opera. Un qualcosa di mai visto prima. Con Sophia Loren, la Rai, le Frecce Tricolori, Alberto Angela, Luca Zingaretti, Milly Carlucci e grazie a Giuseppe Verdi, agli artisti e ai tecnici dell’Arena ce l’abbiamo fatta. E il mondo ha apprezzato».

«Italia loves Romagna» è stato un successo, ma qualcuno ha notato l’assenza dei contadini che hanno allagato le loro terre per preservare dall’alluvione la città di Ravenna suggerendo di assegnare a loro la medaglia della cultura e dell’arte. Cosa ne pensa?

«È un’idea buona, come altre. In realtà l’evento è nato per la raccolta fondi e come abbraccio affettuoso ai romagnoli. I contadini sono stati meravigliosi ma tutta quella gente, intendo la popolazione della Romagna, è stata protagonista di tali e tanti gesti di generosità che abbiamo scelto di non farne una classifica».

Secondo lei c’è davvero la prevalenza della cultura progressista o è un falso problema e gli intellettuali conservatori ci sono ma non sono illuminati dai media, questi sì orientati a sinistra?

«Le definizioni progressista e conservatore, in questo ambito, sono categorie fuorvianti. Da anni vedo una cultura dominante che non produce dibattito, ma solo pensiero convenzionale, fatto di quattro concetti, sempre i soliti, espressi con un vocabolario povero, di una ventina di parole. Mi annoia. La cultura deve essere libera e arricchire il confronto con idee diverse, anche in contrapposizione tra loro, senza pregiudizi. Così ognuno può farsi la sua, di idea. Poi il sistema culturale italiano più che a un big bang creativo fa pensare a un centro per l’impiego, dei soliti noti. Ma questo è un altro discorso».

Proprio a questo riguardo Pietrangelo Buttafuoco dice che il governo Meloni serve a rompere i recinti e a dare una «casa a chi casa finora non ne ha avuta una». Concorda?

«Buttafuoco ha ragione. In realtà una casa forse esiste, ma i recinti l’hanno sempre costretta oltre i bordi della periferia più estrema. Penso che in futuro anche gli abitanti di quella casa potranno esprimere la loro opinione non conformista e lo faranno con calma, senza la supponenza di chi li ha emarginati sino a oggi».

Le è piaciuta la partecipazione del presidente Sergio Mattarella all’ultimo Festival? E in generale ha apprezzato l’ultima edizione?

«Per la prima volta dopo 73 anni, il Presidente della Repubblica ha presenziato alla manifestazione più conosciuta e amata dagli italiani nel mondo. È stato giusto. Ha impreziosito un’edizione di grande successo, costruita con passione e cura da Amadeus. Sanremo è uno spettacolo di canzoni, ma anche una sceneggiatura in cinque puntate, quasi una fiction. Deve coinvolgere il pubblico per una settimana intera, anzi per un anno, e lo fa attraverso vari strumenti narrativi, sviluppando un’alternanza di stati emozionali diversi, a contrasto. Come dire, dalla provocazione dei primi giorni fino alla pacificazione, magari nell’ultima sera e nei giorni successivi. È un lavoro più complesso e raffinato di quello che può apparire».

Parlando di provocazioni non le pare che ultimamente si sia un po’ esagerato?

«Mah, esagerato… Alla fine Sanremo resta una festa in famiglia. Qualcuno che fa casino c’è sempre, ma famiglia si rimane».

Magari famiglia arcobaleno… Quest’anno sarà l’ultimo festival di Amadeus. Si sentirebbe di dare un suggerimento per gli anni a venire? Per esempio, affidarlo davvero a Mina, cosa ventilata in passato, ma mai presa sul serio?

«Lei è davvero convinto che Mina aspiri a quel ruolo?».

Da quel poco che so credo che se ci fosse un progetto che le lasciasse carta bianca ci penserebbe.

«Lo scopriremo solo vivendo».

Tra pochi giorni verranno presentati i nuovi palinsesti della Rai: si aspetta un cambio di passo rispetto ai precedenti?

«Vedo concentrazione e impegno da parte della nuova dirigenza. Sono professionisti di grande esperienza e livello, con una visione culturale ampia e sfaccettata. Diamo loro tempo e si faranno apprezzare».

È giusto a suo avviso che la Rai si prefigga di contribuire «alla promozione della natalità della genitorialità»?

«Molto giusto, sono valori importanti, per i cattolici fondamentali, che è importante salvaguardare, rappresentandoli alle nuove generazioni. Bisogna riflettere sulla vacuità dei social e sulla dilagante aggressività di modelli che vogliono imporsi, umiliando la tradizione. Tutto troppo frenetico. A volte sembra un mondo all’incontrario, porta a una sorta di dittatura delle minoranze. Penso che ci voglia più rispetto, da tutti per tutti».

È stato a lungo amministratore delegato della società Arena di Verona: che cosa si può fare per rendere economicamente autosufficienti i teatri italiani?

«Ci vuole pazienza, avvicinare il pubblico alla cultura con semplicità e spiegare serenamente agli operatori che per ricevere contributi pubblici bisogna meritarseli, dandosi da fare, mostrando dinamismo e intraprendenza, anche economica. Ci vuole capacità di attrarre gli investimenti di quei privati che amano l’arte. Per un ministero pubblico ci vuole responsabilità. La cultura non può essere un concetto astratto, buono per la propaganda, ma va collegata al concetto di impresa. Va considerata come industria culturale, un settore vivo che produca lavoro, stimoli interesse, affascini i giovani e cresca in autorevolezza».

C’è un progetto, un’idea, un’iniziativa che ha in serbo per i prossimi mesi e che vuole rivelare in anteprima?     

«Il mondo dello spettacolo aspetta dal 1967, oltre 55 anni, un codice nuovo, lo stiamo scrivendo con serietà, dialogando con i protagonisti del settore. Poi vorrei valorizzare una scoperta archeologica eccezionale fatta a Verona, una residenza alberghiera di epoca romana con caratteristiche uniche al mondo. Per convenzione e per darmi un tono la chiamo “piccola Pompei”. Ma se mi sente il ministro Gennaro Sangiuliano, si arrabbia. Pompei non si tocca».

 

La Verità, 1 luglio 2023

Fazio, Annunziata e la favola fasulla di TeleMeloni

Ci sarà stato anche un certo «livore», dovuto a vecchie ruggini geopolitiche (Salerno, il Manifesto e Servire il popolo) nell’esternazione di Michele Santoro a DiMartedì rivolta a Lucia Annunziata, presidente Rai in èra berlusconiana, e a Fabio Fazio… e va bene, ci sarà stato. Spiace, però, che abbia prodotto «tristezza» in Aldo Grasso e, in seconda battuta, la reprimenda sulla prima del Corrierone di Massimo Gramellini, già spalla di EffeEffe a Che tempo che fa e ora in procinto di migrare a La7 (sempre gruppo Cairo). Livore e tristezza… Oltre gli stati d’animo, sono fatti concreti quelli espressi da fior di professionisti su ciò che si muove nella Rai orfana di Fazio e Annunziata: «Due signori professionisti che, per ragioni personali se ne sono andati», ha osservato ieri Giovanni Minoli, intervistato dal Corriere della Sera. «Il primo aveva una trattativa in corso da mesi. La seconda va via perché non è d’accordo con questo governo: ma se è stata direttore di rete con qualsiasi governo e presidente Rai con Berlusconi premier!». Uno a zero e palla al centro.

Per la verità, ormai siamo alla goleada anti-martiri della presunta TeleMeloni. In questi giorni, sulle grandi testate è in voga un nuovo gioco: le migliori firme offrono l’assist dell’indignazione per l’incombente dittatura e la cacciata dei migliori, ma finiscono per infilare l’autogol. Prima di Antonella Baccaro con Minoli, due giorni fa ecco Andrea Malaguti intervistare Piero Chiambretti: «La Rai si sta impoverendo?», gli ha chiesto il vicedirettore vicario della Stampa. Risposta: «Tutto può essere. Ma, da quello che leggo, chi se n’è andato lo ha fatto per scelta. Non è stato cacciato nessuno. E nessuno è rimasto disoccupato. Mi sembra difficile parlare di censure». Chi sa come gira il fumo nella Telerepubblica vede oltre le narrazioni di comodo. Ospite di Giovanni Floris, anche Marco Travaglio ha strappato il sipario: «Bisognerebbe almeno seguire la consecutio temporum. Uno per farsi cacciare dagli attuali vertici della Rai messi lì dalla Meloni avrebbe dovuto almeno aspettare che si insediassero e vedere se lo cacciavano o no. Ma se te ne vai prima, come fai a dire che ti hanno cacciato… Infatti, Fazio è stato onesto… (salvo continuare a lagnarsi in tutte le sedi…). E l’Annunziata? Il suo programma era stato confermato…», nonostante lei non condivida «niente di questo governo». «Allora dovevi rimanere per lottare dall’interno. Se te ne vai, te ne sei andata», ha scandito Fiorello nel suo imperdibile Viva Radio 2 prima di chiudere, sibillino: «Che poi tutto questo andare via, bisogna capire da dove arriva». Oltre gli stati d’animo c’è di più.

 

La Verità, 2 giugno 2023

«Auspico che i nuovi vertici Rai siano ambiziosi»

Il regista Pupi Avati è di nuovo nei cinema con il suo ultimo film, La quattordicesima domenica del tempo ordinario.

Pupi Avati, che cos’è il pupiavatismo?

«È un sostantivo che mi lusinga perché sintetizza un approccio personale, teso a guardare oltre il modo di fare cinema più in voga. Cioè, essere completamente anacronistici, fuori sync rispetto alle mode, partendo dai cast e proseguendo con la scelta di storie che raccontano un’Italia provinciale, anche minima, sempre più marginalizzata».

Il modo di fare i casting è il marchio del suo cinema alternativo?

«È un cinema che rinuncia volutamente alle star del momento per cercare gli interpreti dove nessuno li cerca più o li ha mai cercati, offrendo delle opportunità rimosse a causa delle atroci regole dello star system. E decontestualizzando attori che magari, in passato, hanno raggiunto il successo in un contesto lontano da quello in cui li propongo io».

Parlando di star system, in Italia il cinema è fatto da dieci attori e dieci attrici?

«C’è una panchina molto corta alla quale si ricorre doverosamente. Quindi ho sempre il compito di convincere la committenza, i distributori, a credere in scelte molto stravaganti che vanno da Katia Ricciarelli a Renato Pozzetto a Edwige Fenech».

I suoi casting sono l’invenzione di debuttanti, la reinvenzione dei dimenticati, lo sdoganamento degli etichettati. Anche così si esprime la sua visionarietà?

«Non è solo una provocazione, ma appartiene alla dilatazione dello sguardo che va oltre alla panchina corta e al ventaglio stretto dei generi cinematografici, che invece sono i più variabili. Tranne il western, li ho frequentati tutti. Mentre molti miei colleghi sono diventati il genere di loro stessi, io non disdegno di fare un film horror, anzi, mi è necessario. O un film storico come Dante…».

Il pupiavatismo finirà nei vocabolari?

«Chissà. È un augurio, un auspicio, ma io non ci sarò più se e quando accadrà. La cosa che più mi spiace è non essere diventato modello, non aver ispirato nessuno a seguirmi. Se pensa che, per esempio, due cantanti come Cesare Cremonini e Lodo Guenzi, che si sono rivelati attori straordinari, non sono corteggiati da altri colleghi, può comprendere il mio rammarico. Resterò il solo ad aver avuto questo tipo di approccio».

Non tutti hanno la capacità di trasfigurare gli interpreti.

«Mi auguro che a Edwige Fenech, di cui tutti parlano bene, vengano offerte nuove opportunità».

Si aspettava le tante recensioni favorevoli a La quattordicesima domenica del tempo ordinario o c’è stata una svolta nell’orientamento dei critici?

«Mi aspettavo che i recensori cattolici non fossero gli unici a sollevare obiezioni riguardo a un film così pieno di valori. Le racconto un episodio. A un certo punto nel film viene diagnosticato alla moglie del giovane interpretato da Guenzi un carcinoma ovarico. Allora lui, di fronte al pessimismo dell’oncologo, per prima cosa si reca in chiesa a pregare. A un incontro pubblico alla Sapienza davanti a 500 persone ho chiesto chi ricordasse un protagonista che di fronte a una difficoltà va in una chiesa. Uno ha alzato la mano e ha detto: <Me lo ricordo nei film di don Camillo>».

Roba di oltre mezzo secolo fa.

«Per trovare qualcuno che di fronte a una brutta notizia si rivolge al trascendente dobbiamo andare indietro cinquant’anni. Eppure queste persone esistono, ma il cinema laicizzato non le considera».

Per Dante non ha avuto neanche una nomination ai David di Donatello, per La quattordicesima domenica ne avrà?

«Non credo. Finché non cambiano quelli che gestiscono il potere del cinema italiano fortemente ideologizzato io non esisto, non ci sono proprio. Ma questo fatto mi dà una forza enorme. Essere emarginato da persone che non stimi dà grande forza. Tant’è vero che sono già qui a scrivere il prossimo film».

Ce lo anticipa?

«È un film del genere gotico che ho già frequentato in passato e che mi diverte molto. A 84 anni ho ancora dei committenti perché continuo ad avere un pubblico».

È il seguito di Signor Diavolo?

«Non sarà il seguito. È un film per metà ambientato in America e per metà a Comacchio. S’intitola L’orto americano».

Dice che non viene premiato, ma Renato Pozzetto vinse per l’interpretazione in Lei mi parla ancora.

«E mi fece molto piacere. Ma anche i premi ai miei film non sono mai a me…».

Al ricevimento al Quirinale in occasione degli ultimi David, tra gli addetti ai lavori si è diffuso l’allarme che ora la destra voglia prendersi il cinema. Risulta anche a lei?

«Non saprei in che modo e con chi. Se dovessi fare una lista di colleghi con un minimo di notorietà riconducibili all’area della destra non saprei che nomi fare. Perciò direi a questi signori di tranquillizzarsi. Mi ero illuso che la vittoria della destra avrebbe suggerito a chi può farlo di cambiare le cose soprattutto nel servizio pubblico della televisione italiana, invece…».

Un argomento che le sta a cuore come aveva evidenziato già due anni fa, nel momento acuto della pandemia.

«Scrissi una lettera ai maggiori quotidiani nazionali, invitando a superare la regola del mercato per la quale i numeri dell’audience danno la qualità dei programmi, il che non è assolutamente vero. Proponevo che la terza rete fosse svuotata dalla pubblicità e convertita alla cultura. Ricevetti numerosi messaggi di apprezzamento. Perciò, ora pensavo che la destra al comando in Rai avrebbe intrapreso questa missione, ideando un progetto ambizioso che sapesse inventare programmi innovativi. Anche lasciare il dibattito politico in mano alla tv di Urbano Cairo è un errore».

Lei parla al passato, ma la nuova governance Rai si è insediata da due giorni.

«È vero. Ma gli unici rumors riguardano la sostituzione di Fabio Fazio con Massimo Giletti o di Flavio Insinna con Pino Insegno…».

Ci si fermerà a questo?

«Le faccio una rivelazione. Ho raggruppato un nucleo di intellettuali autorevolissimi e non allineati, con attività consolidate e non bisognosi di alcunché, disposti ad aiutare i governanti competenti a individuare persone e temi per gestire in modo illuminato la tv pubblica. Bene: questa proposta non ha avuto riscontri».

Ultimamente l’abbiamo vista spesso in televisione: la miglior accoglienza al suo film può esser dovuta anche all’ospitata a Che tempo che fa?

«Fazio garantisce vendita di libri e presenze al cinema, altri programmi di maggior ascolto no. Su Rai 3 assicurava un’attenzione che altrimenti non si aveva. Non so se influisca sulla critica. E non so come andrà a Discovery. Ma sono convinto che lasciarlo andar via sia stato un errore. Sarebbe stata una dimostrazione di forza tenerlo».

Ma l’ex amministratore delegato Carlo Fuortes non l’ha avuta.

«Lo so bene».

 

La Verità, 17 maggio 2023

Seguendo i soldi con Fazio si indovina sempre

A seguire il flusso dei soldi non si sbaglia. Soprattutto se il beneficiario è Fabio Fazio, nativo di Savona. Nessun martirio, nessuna censura. Ci mancherebbe. L’addio alla Rai «dopo quarant’anni di onorata carriera», tra folle di vedove inconsolabili e sodali de sinistra in servizio permanente, è una faccenda di mercato editoriale. Una questione di danè. Altro che vittime della democrazia. Follow the money, recita il vecchio adagio. E nel caso del conduttore di Che tempo che fa è più che mai la pista giusta. Nella nuova casa della Warner Bros Discovery Italia, Fazio guadagnerà 2,5 milioni all’anno che, moltiplicati per quattro, fanno dieci milioni tondi tondi. Niente male. Rispetto al milione e 900mila percepito in Rai con l’ultimo contratto, si tratta di un incremento superiore al 30%. Il miglioramento è ancora più ragguardevole considerando la durata del nuovo accordo che la Rai di sicuro non avrebbe potuto garantirgli. Insomma, un contratto dorato solo stando a quello che lo riguarda personalmente. Cioè, senza contare quanto incasserà OFFicina, la società fondata nel 2017 e di cui ora è socio al 50% con Banijay. Nell’ultimo biennio, per la produzione delle trenta puntate del talk show di Rai 3 l’incasso è stato di 10,6 milioni. Se la percentuale d’incremento fosse la stessa, si sfiorerebbe la cifra di 14 milioni, sempre all’anno. Ma questa è solo un’ipotesi perché dipenderà dalle scelte di palinsesto di Nove, la rete sulla quale potranno continuare a vederlo i suoi affezionati telespettatori.

«Sono in Rai da quarant’anni, però non si può essere adatti a tutte le stagioni», ha detto lui domenica sera rispondendo al fervorino di Ferruccio De Bortoli («Oggi la notizia sei tu…»). «Io e Luciana (Littizzetto ndr) non abbiamo nessuna vocazione a sentirci vittime né martiri», ha assicurato, bontà sua, tentando poco convintamente di sedare i piagnistei della tifoseria desiderosa di buttarla in politica. «Siamo persone fortunatissime e avremo occasione di continuare altrove il nostro lavoro», ha ribadito. Invano. Lo stesso De Bortoli aveva chiosato: «Il fatto che te ne vai è una gravissima perdita per il servizio pubblico e un grande errore editoriale». Ieri, con il solito gioco di prestigio tra narrazione e fatti reali, i giornaloni fiancheggiatori hanno dato il meglio per pilotare sul conto del governo di Giorgia Meloni il clamoroso divorzio. «Rai a destra, Fazio lascia», ha titolato Repubblica. «Vergogna Rai. Fazio costretto all’addio», ha echeggiato La Stampa. In realtà, se di «grande errore editoriale» si tratta, è evidente che a commetterlo è stato l’ex amministratore delegato Carlo Fuortes che si è ben guardato dal presentargli una proposta di rinnovo del contratto. Come hanno sottolineato sia la presidente Marinella Soldi che i consiglieri Rai, nei mesi scorsi c’era tutto il tempo per farlo. Ma in quel modo non ci sarebbe stato nessun caso politico. E addio anche alle accuse di censura che stanno galvanizzando le milizie dem. Fazio non ha voluto aspettare che, giusto ieri, la nuova governance s’insediasse in Viale Mazzini e Roberto Sergio, amministratore delegato, e Giampaolo Rossi, direttore generale, prendessero possesso degli uffici, firmando il giorno prima con Discovery. Anche in questo caso la tempistica è rivelatrice. Aspettare avrebbe voluto dire valutare un’offerta verosimilmente al ribasso che lo avrebbe posto di fronte al bivio: i danè o la Rai? Meglio rompere prima gli indugi e non farsi scappare l’allettante offerta di Warner Bros. L’unica rimasta sul tavolo dopo che anche Urbano Cairo, patron di La7 con la quale il conduttore aveva già flirtato, si è defilato quando Fazio ha chiesto di contrattualizzare anche la squadra di autori e il gruppo di OFFicina. In fondo, con lui e «Lucianina», è un intero blocco di potere che si sposta. Che tempo che fa è una centrale di formazione del consenso, un crocevia di case editrici, produzioni cinematografiche, contenuti giornalistici, artisti, comici, ballerine e compagnia cantante. Ma per i bilanci controllatissimi del parsimonioso Cairo arruolare tutti avrebbe potuto essere un colpo mortale. Come quello che, nel 2001, portò alla fine precoce del tentativo di creare dall’ex Telemontecarlo di Vittorio Cecchi Gori ceduta a Roberto Colaninno l’agognato terzo polo tv. Anche allora c’erano Fabio Fazio e Luciana Littizzetto tra i volti della nuova emittente. Ma i debiti accumulati e il nuovo cambio di proprietà fecero abortire il progetto in poche settimane. Che, tuttavia, valsero a Fazio una liquidazione di 28 miliardi di vecchie lire, utili per prestigiosi investimenti immobiliari. Ci vollero due anni prima che il conduttore di Savona tornasse nella tv pubblica, nel 2003, ricominciando da Che tempo che fa.

Insomma, a seguire il flusso del denaro s’indovina. E si scopre che, ai quarant’anni di onorata carriera in Rai di EffeEffe, bisogna sottrarne due di esilio e sommare 28 miliardi di vecchie lire. Quanto fa?

 

La Verità, 16 maggio 2023