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«Senza conformismo non risulterei provocatorio»

Buonasera. Scusate la voce. È la mia». Esordisce così Saverio Raimondo nello show Il satiro parlante, visibile su Netflix. «Del resto», prosegue, «ho preso la voce da mio padre che è un delfino mentre mia madre è un gabbiano. Voi direte: con quella voce non dovresti parlare in pubblico. Vero. Ma con il fisico che mi ritrovo potevo fare o il comico o il nano nei film porno. Ho sempre sbagliato tutto nella vita. Ed eccoci qui. Sono il secondo di tre figli, mia madre voleva una femmina e mio padre un aborto. Si misero d’accordo per abortire una femmina e io li ho delusi». Saverio Raimondo è il più caustico e sulfureo dei comici in circolazione e Il satiro parlante è un gioiello di anticonformismo. A cominciare da quando suggerisce agli spettatori di ridere e applaudire fragorosamente, indipendentemente dall’efficacia delle sue gag, per non «fare la figura del pubblico di merda». In fondo, dice Raimondo, «vi chiedo solo un’ora d’ipocrisia in più rispetto alle altre 23 della vostra giornata». Dal 18 giugno su Disney+ sarà disponibile in streaming Luca, il nuovo cartoon della Pixar ambientato nelle Cinque terre, scritto e diretto da Enrico Casarosa. Mentre il 19 e il 20 ripartirà in tour da Senigallia e Carpi.

Con questa voce non può che doppiare i cattivi?

«Fin da bambino ho sempre preferito i cattivi, per me hanno sempre avuto più fascino. Oggi i buoni sono antieroici e quindi contendono un po’ di carisma ai cattivi. Già a nove anni ho interpretato Scar del Re Leone in una recita scolastica, una cosa miserabile…».

Cattivo fin da piccolo?

«Umanamente sono un buono. Ma la mia satira si distingue per una nota cinica, perfida e anche feroce, se possibile».

Dura andare contro tutto questo buonismo?

«Mai stato facile essere scorretti. Chi si lamenta del politicamente corretto montante o si è svegliato tardi o ha poca memoria. Per chi fa il mio lavoro misurarsi con il conformismo è stimolante. La comicità è una corsa a ostacoli. Senza, non riuscirei a essere provocatorio».

Il politicamente corretto facilita i comici e affligge le persone comuni? Non si può più dire niente…

«Dipende dal contesto. A volte un’espressione che supera la censura della tv viene contestata sui social. Così la libertà di parola si abbina alla libertà di movimento. Chi può esprimere la propria opinione nel più ampio spettro dei media gode della massima libertà. Tant’è vero che si può dire che non si può più dire niente. Una volta i censori erano figure grigie, adesso chiunque assurge a censore e anche questo, paradossalmente, è sintomo di grande libertà».

Nel cartoon Luca presta la sua voce insolente a Ercole Visconti, un bullo che se la prende con i due ragazzini protagonisti della storia.

«La mia voce è insolente per natura e anch’io sono stato discriminato a causa sua. Sono contento che un’eccellenza come la Pixar ne abbia colto il lato positivo. Perché se è vero che Nemo è profeta in patria, è anche vero che ci vuole orecchio per cogliere le voci fuori dal coro».

Sta per caso parlando di Mario Giordano?

«Potremmo incidere insieme una hit estiva, creando un duo di voci bianche».

Anche l’umorismo nero è nella sua natura: quando se n’è accorto la prima volta?

«L’umorismo nero lo scopri quando ti accorgi che la morte, la malattia e la disgrazia appartengono al nostro sistema immunitario. È un anticorpo che serve ad affrontare le curve della vita. A me non piace come esercizio umoristico, ma quando coinvolge il comico che lo usa».

Perché la sua satira non è livida e livorosa?

«Perché non nasce dalla rabbia. Se nella vita subisco un torto non provo rabbia, ma mi dispiaccio. Credo che la satira sia frutto di un lavoro, mentre la rabbia è un sentimento non elaborato».

Il suo bersaglio principale è l’ipocrisia?

«Sì, ma in senso paradossale. Ciò che non digerisco è l’ipocrisia sull’ipocrisia, cioè la condanna ipocrita all’ipocrisia».

Esempio?

«Considero l’ipocrisia una conquista sociale. Sono regole più o meno implicite per vivere in una società nella maniera meno violenta possibile. Condannare l’ipocrisia come uno dei grandi mali sociali è ipocrita perché, in realtà, tutto sommato ci fa bene. La buona educazione è ipocrita: molti di noi sono educati anche quando non verrebbe spontaneo».

Parlando del linguaggio corrente lei dice diversamente abili al posto di handicappati?

«Bisogna cogliere le sfumature. Dire handicappato nel mio caso non è ironizzare su di lui, ma su chi si esprime con quel termine».

Gabriele Salvatores e Carlo Verdone si ribellano al politicamente corretto perché rende più difficile far ridere.

«Chi l’ha detto che il comico sia un lavoro semplice? Personalmente trovo stimolante quando il gioco si fa duro. Il moralismo d’accatto e accattone che ci circonda m’ispira perché sono un saltatore d’ostacoli. Ok, ci sono persone che si offendono per una battuta. E poi? O si sono violate davvero delle leggi e si va sul penale, oppure parte l’onda di proteste su Twitter. In fondo, non è così grave: sopravvivono sia l’offeso sia l’offensore. La missione del comico è la provocazione, trovo ridicolo che si stupisca che la sua provocazione provochi».

Fra qualche anno il cattivo del cartoon Luca verrà cancellato dai censori di turno?

«Forse già fra qualche mese».

Come il principe azzurro di Biancaneve che ora passa per molestatore.

«Però è sempre lì, scopa lo stesso e se ne frega».

È ipocrisia quella di alcuni suoi colleghi satirici che in spogliatoio anziché contare i centimetri del pisello contano le censure subite?

«Certo. Le denunce per mancanza di libertà d’espressione sono un’espressione della libertà d’espressione».

Come nel caso di Fedez che si è detto censurato dalla Rai nei programmi Rai?

«Esatto. Quella volta hanno fatto tutti una figura buffa, e noi abbiamo visto che la libertà di parola è confrontarsi, non aprire bocca senza criterio. Anzi, lì forse abbiamo visto all’opera troppe libertà. Compresa quella di registrare una telefonata in incognita».

Per trafiggere un politico bastano poche parole anche senza imitazioni e travestimenti?

«Sì, ma trovo che stiamo sopravvalutando le parole. È vero che hanno un peso, ma non credo che siano così taglienti come le riteniamo».

Anche perché ora i politici fanno i simpatici.

«Rendendosi tremendamente antipatici. Non c’è niente di più antipatico della simpatia, come i comici ben sanno. L’esempio di Paolo Villaggio grande antipatico spiega tutto».

Letta vuole il Pd empatico.

«Operazione disperata».

È difficile far ridere sulla pandemia?

«Per me è un soggetto di grande ispirazione. All’inizio, c’era molto moralismo, ma adesso che la retorica è caduta c’è voglia di ridere in faccia al virus. Che, fortunatamente, per la maggioranza è stato un disagio più che una tragedia».

Che cosa l’ha divertita di più?

«Da cittadino ho trovato divertente il modo paternalistico e propagandistico in cui è stata gestita dal precedente governo. Nei tg si vedevano i camion di fiale dei vaccini che attraversavano il Brennero, sembravano notizie del traffico… Come essere umano mi ha divertito la nostra goffaggine alle prese con distanziamenti, mascherine, gel igienizzanti…».

L’unico rimedio trovato dal progresso scientifico è stato chiuderci in casa?

«È piuttosto triste. All’inizio la quarantena era necessaria. Ma averla adottata con disinvoltura a distanza di mesi ha tolto autorevolezza della comunità scientifica. Il fatto più ridicolo però è il tentativo della politica di gestire il virus con la burocrazia».

Tipo?

«Le autocertificazioni. E il coprifuoco alle 18 che è lì in tutta la sua ridicolaggine».

L’unica cosa da chiudere di sicuro erano le bocche dei virologi che si contraddicevano?

«Ho spesso pensato che molti virologi nella loro esposizione mediatica abbiano fatto più male alla scienza dei no vax».

Anche perché i no vax non hanno la patente della scienza infusa.

«E vanno meno in televisione, fortunatamente».

Chi è il virologo che ha trovato più comico?

«Massimo Galli: borbottava sempre e andava in tv a dire che non voleva andare in tv».

Risorgerà il mondo di prima, cinema discoteche e stadi, o è un mondo vintage?

«Penso che ritornerà. Mi colpisce il fatto che non siamo stati in grado d’inventarci un nuovo mondo, ma stiamo lavorando per far tornare quello di prima. Forse non era così male, è il massimo che riusciamo a fare noi umani. Un mondo con dei limiti e dei lati oscuri che vanno accettati. Credo ci voglia un po’ di sana rassegnazione».

Qual è il segreto del Pd che perde le elezioni ma governa sempre?

«Mi verrebbe da dire: fortunatamente. Credo nei pesi e contrappesi delle istituzioni. E quindi anche che il potere degli elettori vada limitato».

Niente voto ai sedicenni come propone Letta?

«Sono per limitare il voto più che per estenderlo perché credo che si eserciti in modo emotivo e scriteriato».

Cosa pensa dell’Erasmus obbligatorio?

«Che nessuna bella esperienza, com’è l’Erasmus, possa restare bella se resa obbligatoria».

Dopo la Lega europeista vedremo Salvini vegano?

«I selfie con il seitan non li ho ancora visti. Salvini cambia opinione velocemente, potrebbe tornare antieuropeista in pochi secondi».

Federazione del centrodestra: 2 più 2 fa 4 o 0 come dice Bossi?

«Ho fatto lo scientifico e quindi dovrei sapere la risposta. In realtà, la politica non risponde alle regole della matematica».

Del caos nel M5s tra Grillo, Casaleggio, Conte, Di Maio e Jean Jacques Rousseau cos’ha capito?

«Non mi ha appassionato, ma mi sono fatto qualche risata amara. Sospetto che il M5s non sia in difficoltà come si racconta. Un po’ come il Pd che si dice in crisi da 50 anni e c’è sempre. Magari la crisi è la nuova forza e loro sanno qualcosa che noi non sappiamo».

Nel suo spettacolo dice che le battute contro i 5 stelle sono vietate come quelle sugli handicappati, stavolta parola sua.

«Vero. Anche le notizie recenti non mi smentiscono. Di fronte a persone inadeguate e inadatte avremmo fatto meglio a parcheggiare sugli spazi riservati».

Collabora con Massimo Gramellini su Rai 3, con Porta a porta di Bruno Vespa e fa Pigiama rave su Rai 4: è uno stand up comedian mainstream?

«No, sono la dimostrazione che anche coltivando la nicchia si può lavorare. Per me non è importante il successo, ma lavorare. Perché alla fine del mese la padrona di casa non mi chiede quanti follower ho, ma l’affitto».

La Verità, 12 giugno 2021

«Serve un vero federalismo in un’Europa comunitaria»

Poi dici, gli imprenditori del Nord… Nella pedemontana vicentina, fra Thiene e Asiago, ha radici Roberto Brazzale, 59 anni, sposato con Luisa, padre di tre figli, comandante della più antica industria casearia del Veneto: 750 dipendenti, 220 milioni di fatturato, aziende in Moravia e in Brasile. Anima lunga e mimica da visionario, mostra le stanze degli avi prima di accompagnarmi nella nuova sede, vetrate e scale minimaliste. «I miei dipendenti devono aver voglia di venire a lavorare perché qui si sta bene», sottolinea mentre preme un pulsante che fa lievitare il tavolo al quale siamo seduti: «Se ci si vuole alleggerire la schiena si può lavorare stando in piedi, come al bar. Quando si è stanchi si schiaccia e ci si risiede».

Lei è l’uomo del colesterolo?

«Di quello buono. Il colesterolo è essenzialmente un fatto naturale».

E di burro e formaggio.

«Il settore ha sofferto quarant’anni di fake news. C’era cascata perfino la Food and drugs administration».

Invece?

«La scienza ha completamente riabilitato il burro. Al quale è stato restituito il ruolo che merita perché non solo non fa male, ma è indispensabile per una vita sana».

La liberazione è definitiva o la strada è ancora lunga?

«Il consumatore risente ancora delle campagne del passato. Nostro compito è realizzare prodotti straordinari per accompagnarne il rinascimento, tipo un burro Rolls Royce che, se lo assaggi, non riesci più a mangiarne un altro».

Mi fa un suo identikit in poche parole?

«Sono un tipico veneto nato negli anni Sessanta, felice di esserlo».

Studi?

«Liceo classico, laurea in legge e studi di organo e composizione organistica al conservatorio».

Genitori?

«Mia madre è stata organista della cattedrale di Padova, direttrice di conservatorio, concertista internazionale. Il papà era chimico industriale con sensibilità artistica, amico di Luigi Meneghello, in pratica uno dei bricconi di Libera nos a malo. Accompagnavo mia madre nelle tournée, eravamo europei ben prima che arrivasse l’Unione europea».

Tutto questo cosa c’entra con la gestione di un caseificio industriale?

«I miei mi hanno insegnato l’importanza di una preparazione più ampia possibile. Sono a mio agio come giurista che opera in campo economico».

Precisando il suo ritratto, quanto le piace andare controcorrente?

«A me sembra di pensare col buon senso e che siano gli altri controcorrente. Ha presente il tipo che guida nell’autostrada immersa nella nebbia e sente la notizia alla radio? “Attenzione, c’è un pazzo che sta andando contromano”. E lui: “Come uno? Saranno almeno cento”».

Appunto, tutti esaltano il consorzio del Grana padano: e lei?

«Pensi che i nostri nonni lo fondarono… Noi a un certo punto abbiamo scelto di superare i limiti delle Dop e andare dove poter produrre meglio ed ecosostenibile. Dopo lunghe ricerche, abbiamo scoperto la Moravia».

Quindi addio made in Italy?

«No, è solo più evoluto».

In che senso?

«Per noi è made in Italy un prodotto con una prevalente componente italiana in termini di territorio, fattore umano, cultura. Legarsi alla provenienza delle materie prime è autolesionistico, perché siamo limitati per carenza di territorio e perché il vero valore aggiunto del food italiano sta nella capacità di trasformazione, che può esprimersi ovunque. Abbiamo triplicato i dipendenti in Italia da quando abbiamo espanso la produzione in Moravia. Questa è la contraddizione».

Spieghi.

«La domanda di prodotti italiani nel mondo è altissima, ma non abbiamo materia prima per soddisfarla tutta. Così la copre l’italian sounding, prodotti totalmente esteri ispirati ai nostri, come il parmesan. Così i giovani rimangono disoccupati. È conseguenza della visione miope del principale sindacato agricolo».

La Coldiretti?

«Restando legati a quelle logiche perdiamo interi mercati. Lo sa che l’Italia esporta meno prodotti alimentari del Belgio?»

In compenso voi vi siete spinti fino in Brasile.

«Per regola facciamo le cose dove riescono meglio e dagli anni Novanta le opportunità si sono ampliate a dismisura. Per un allevamento da carne il posto migliore è il Mato Grosso do Sul dove si pascola 365 giorni all’anno. Lì abbiamo riforestato i pascoli piantando 1,5 milioni di alberi e raggiungendo la neutralità di carbonio dei nostri stabilimenti».

La riforestazione compensa le emissioni carboniche delle vostre aziende?

«Esatto. Per primi al mondo nel settore caseario».

Avete anche introdotto il baby bonus.

«Nel 2016 abbiamo scoperto che una nostra dipendente aveva paura di dirci che aspettava un bambino. Bisognava reagire. Abbiamo introdotto una mensilità premio per ogni nato o adottato, e la possibilità di allungare di un altro anno il congedo parentale, per la mamma o papà, retribuito al 30%».

Le piace la svolta europeista di Salvini?

«È Draghi che nove anni fa ha fatto una svolta sovranista, con la famosa frase “whatever it takes”: è stata una calamità».

Addirittura.

«Ha scelto di perseverare nell’errore del progetto dell’euro quando era palese che la convergenza dell’Italia non ci sarà mai. Invece di smontare l’illusione, Draghi ha promesso al mondo di sostenere i Btp all’infinito, iniziando a stampare montagne di moneta dal nulla, come chiedevano i sovranisti. L’Italia ha così potuto evitare di riformarsi e ha ingigantito il proprio debito pubblico. Ma gli squilibri continuano a crescere: il debito dell’Italia verso la Bce è salito a oltre 500 miliardi a fronte di un credito della Germania di mille miliardi. Chi regolerà queste posizioni?».

La next generation?

«Ci meriteremmo ci venisse revocata la patria potestà sulla prossima generazione come si fa con un tutore infedele».

Draghi ha difeso l’euro.

«Ma non gli europei. Ha monetizzato i deficit, come negli anni Settanta, in spregio ai trattati: anestesia, non terapia, contro un male che nel frattempo avanza indisturbato. Nel 1992 Draghi era direttore generale del Tesoro quando Ciampi per “difendere la lira” lanciò un mini “whatever it takes” che costò all’Italia 50.000 miliardi di lire per sostenere una quotazione irreale. Quello di Draghi ci costerà molto di più quando il castello di carte crollerà. Succederà, perché nessuna costruzione politica è <irreversibile>, tanto più se è sbagliata, guardi il comunismo».

Contromano in autostrada, boccia anche la presentazione in Parlamento per la fiducia?

«Draghi ha una visione statalista, da alto burocrate ministeriale. Vuole un forte ruolo dello Stato nell’economia e trasferire ulteriore sovranità alla Ue, per ovviare alle debolezze italiane, anziché progettare riforme efficaci. Non parla di autonomie regionali, praticamente assenti i temi della natalità e dell’insopportabile vessazione fiscale su famiglie e imprese. Draghi concorre da protagonista al governo dello Stato italiano da almeno trent’anni: ingenuo aspettarsi cambiamenti coraggiosi».

Si dice che la svolta di Salvini sia stata suggerita dagli imprenditori del Nord per sedersi al tavolo che gestirà i miliardi del Recovery fund.

«Sarebbe comprensibile, ma sbagliato. Il Recovery fund è nuovo debito, il 10% del Pil, che graverà sui nostri figli. Denari sottratti loro per essere spesi oggi dalla mano pubblica. Una bestialità. Quel che serve sono adeguati e veloci indennizzi a lavoratori e imprese penalizzati delle chiusure».

Non incrementano l’assistenzialismo al contrario degli investimenti che creano sviluppo?

«Abbiamo bisogno di meno spesa pubblica non di più spesa pubblica. Non esiste denaro dello Stato perché tutto ciò che spende lo stato lo toglie ai cittadini. E pensare che ne faccia uso migliore dei cittadini è insensato».

Bocciato sul nascere anche il nuovo governo: sta all’opposizione con Giorgia Meloni?

«Fratelli d’Italia è un partito centralista e statalista. Questo governo è meno peggio del precedente, ma ciò di cui abbiamo bisogno è ben altro».

Sentiamo.

«Riformare l’architettura istituzionale, restituendo ai territori responsabilità e libertà. Smontare il modello centralistico dei trasferimenti che ci ha portato in questa situazione. In tutto il mondo le realtà che funzionano meglio sono comunità di 5-10 milioni di abitanti, indipendenti come Austria o Singapore, o federate come Svizzera o Stati Uniti».

Quindi è anche contro l’Europa?

«Scherza? Nessuno è più europeista di me. Ma credo in un’Europa comunitaria, non unionista. L’unionismo è un’ideologia velleitaria e dannosa perché è lapalissiano che l’integrazione tra i Paesi europei non verrà mai».

Per chi vota?

«Ho cambiato spesso, a volte non voto».

Dove sbaglia Salvini?

«Doveva perseguire il federalismo che oggi, in Italia, è orfano».

Durante la pandemia le regioni non hanno dato grande prova.

«Perché sono dipendenti dal centro, una realtà incompiuta. Il regionalismo manca dei pezzi più importanti come l’autonomia fiscale. Tre anni fa 2,3 milioni di veneti hanno chiesto al governo di concedere più autonomia come previsto dalla Costituzione: ignorati. Anche da Salvini che ha fatto una svolta nazionalista e centralista».

Alla ricerca di consensi in tutto il Paese e per non abbandonare il Sud al suo destino?

«I consensi si devono conquistare in un’ottica federalista che è urgente soprattutto al sud dove può favorire una rinascita grazie alle straordinarie risorse umane che oggi sono depresse dallo statalismo».

Niente grandi opere al Sud?

«Cito la ricerca di Accetturo e De Blasio intitolata Morire di aiuti. I fallimenti delle politiche per il Sud (e come evitarli) pubblicata dall’Istituto Bruno Leoni. Il denaro pubblico ha fatto danni enormi al Sud».

Io cito due investimenti statali virtuosi in tempi di crisi: l’Autostrada del sole consegnata in anticipo e il ponte Morandi ricostruito in un anno.

«Quelli erano investimenti necessari. Perché prima di avviare una grande opera non s’interpella chi la paga, come in Svizzera?  Non è rilevante se lo Stato sia svelto a fare le opere, ma se queste opere siano più utili che lasciare i soldi in tasca ai cittadini perché investano loro. Lo Stato, che spende già oltre 900 miliardi, avvalora l’ideologia che fare investimenti e spesa pubblica sia utile all’economia perché innescherebbe un moltiplicatore. Frottole, l’unico moltiplicatore che innesca è quello dei debiti pubblici».

 

La Verità, 20 febbraio 2021

 

 

«Se la destra vuole governare deve maturare»

Storico, saggista, autorevole firma del Corriere della Sera, di recente Ernesto Galli della Loggia ha vergato due interventi sul marmo. Il 12 gennaio a proposito dei fatti di Capitol Hill ha scritto che «ciò che spinge la gente in piazza non sono tanto le diseguaglianze, ma il sentimento di giustizia offeso». Mentre il 21 gennaio si è chiesto «che cosa altro deve succedere in Italia perché cambi il sistema politico, perché cambino le regole che lo governano? Non basta avere da tre anni come presidente del Consiglio un signor nessuno mai presentatosi in alcuna competizione elettorale?».

Professore, il fatto che il suo editore Urbano Cairo si sia espresso contro la crisi rappresenta un problema per gli editorialisti del Corriere della Sera?

«No, nessun problema direi. Gli editorialisti del Corriere rispondono al direttore ed è lui che decide se pubblicarli o no».

Secondo lei Giuseppe Conte è fuori dai giochi?

«Direi che ha ancora il 50% di probabilità di farcela. La situazione è così oscura e intrecciata che è difficile andare oltre qualche profezia in percentuale».

Qual è il mistero di Conte?

«Non c’è nessun mistero. Ha approfittato della situazione straordinaria nella quale i partiti vincitori delle elezioni del 2018, Lega e 5 stelle, si sono trovati: privi di un esponente in grado di metterli d’accordo, sono dovuti ricorrere a una figura terza. È stato prescelto proprio perché sconosciuto. Da lì in poi Conte è stato abile a cavalcare gli avvenimenti. Non c’è un segreto, se non che è una personalità duttile».

Non male come eufemismo.

«La duttilità è la capacità di adattarsi alle circostanze».

A me viene in mente Arturo Brachetti, l’attore trasformista.

«A me Fregoli, un Fregoli della politica».

Perché tutti lo vogliono tenere, a parole?

«Be’ proprio tutti non direi, diciamo molti. In ogni caso una persona che si adatta fa comodo. Anche se così si realizza una situazione in cui non si sa bene chi si adatta a chi».

Per qualche giorno la crisi è sembrata una guerra sulla sua testa?

«Sì, ma in realtà è una guerra tra partiti che o non hanno futuro o, pensando di averlo assai incerto, provano a garantirsi la sopravvivenza nel disfacimento generale».

Se Conte farà il suo partito toglierà voti al Pd e ai 5 stelle che, oltre la facciata, preferiscono un cambio a Palazzo Chigi?

«Cambiare Conte significa convincere i 5 stelle a trovare un altro premier. La sua forza è che nessun altro sembra in grado di garantire la convivenza tra Pd e M5s. D’altra parte senza Italia viva non ci sono maggioranze di centrosinistra diverse».

Conte ha resistito così tanto grazie alla pandemia?

«La pandemia lo ha aiutato, ma anche la sua adattabilità. Con lui il trasformismo è arrivato ai vertici del sistema».

Dietro l’aria azzimata c’è un politico inflessibile?

«Abbiamo appena finito di dire che è duttile… L’aria azzimata è tipica di un certo avvocato meridionale di un tempo che ignora l’abbigliamento casual. Cravatta e camicia bianca, poi, sono da sempre l’uniforme del politico italiano medio».

Ha esautorato il Parlamento con i dpcm.

«Non è certo il primo che governa con i decreti. Sono anni che il Parlamento è sopraffatto dall’attività legislativa del governo. Ma in questo caso che cosa sarebbe accaduto se su ogni provvedimento di emergenza si fosse aperto un confronto parlamentare, magari a botte di centinaia di emendamenti?».

È accentramento scrivere il Recovery plan affidandolo a una task force di sei manager scelti da lui?

«Non sono pregiudizialmente contrario ad accentrare certe decisioni. Purtroppo gli accentratori che Conte ha scelto hanno partorito un testo ridicolo. Non credo però che un bel tavolo di confronto con le regioni avrebbe fatto meglio».

Ha gestito con una struttura privata le immagini da diffondere sui media.

«Questo è un comportamento davvero singolare. Sarebbe interessante sapere se Rocco Casalino o la sua società si facevano pagare per cedere le immagini alla Rai».

Che sono sempre le stesse, come ai tempi dell’Istituto Luce.

«Il Luce era una cosa seria. Diciamo un’azione da Minculpop de noantri».

In questi giorni la parola più gettonata è europeismo: è la discriminante per escludere la destra di Matteo Salvini e Giorgia Meloni?

«Fossi Ursula von der Leyen avvierei un’azione legale contro chi usa il mio nome e quello dell’Europa per qualificare cause poco raccomandabili. Ognuno piega l’Europa secondo convenienza. È il modo giusto per screditarla».

I miliardi del Recovery fund l’Europa li dà solo se governa qualcuno che le è gradito?

«No, ma prenderla a sberle ogni giorno non facilita certo i rapporti. Non si va a chiedere un prestito in banca maltrattando gli impiegati e insultando il direttore…».

Senza arrivare ai maltrattamenti si può rivendicare autonomia nell’uso dei fondi?

«Sono stati assegnati all’Italia, ma a certi scopi. L’Europa vuole vedere se li rispettiamo. Il Recovery fund sarà il cuore della politica dei prossimi anni. Un governo di destra avrebbe certo un problema di coerenza se usufruisse di quei fondi continuando a dire che l’Ue è un’istituzione malvagia da combattere».

Il voto dei singoli paesi conta qualcosa?

«Certo. Il problema è che il voto di alcuni paesi conta più di quello di altri. Il voto dell’elettore tedesco elegge un governo che pesa più di quello italiano e quindi conta di più».

Sulla pandemia e sulla crisi economica annaspiamo: come vede il governo di salvezza nazionale?

«Non mi piacciono i governi di unità nazionale se non durante le guerre. Nei regimi democratici i governi devono essere governi politici. Durante una guerra si ha un unico obiettivo: vincerla. Paragonare l’epidemia a una guerra è inutile retorica. Durante un’epidemia si combatte il virus con il vaccino, ma produrre vaccini non è compito dei governi, distribuirli riguarda invece l’amministrazione, sulla quale i partiti hanno visioni diverse».

Il centrodestra è andato da Mattarella unito, Forza Italia entrerà in un governo di larghe intese?

«Probabilmente sì se ce ne sarà l’occasione, che però non vedo all’orizzonte».

Anche Salvini ha aperto a un governo di salvezza nazionale, senza Conte, che faccia poche riforme.

«Mi sembrano parole, solo Salvini sa che cosa voglia davvero».

Se non si andrà a votare, il nuovo capo dello Stato sarà espresso come sempre dal centrosinistra?

«Molto probabile. Ma bisogna vedere quali saranno i candidati e ricordare che il voto è segreto. Se si candidasse Massimo D’Alema, ad esempio, credo che per primi qualche decina di parlamentari del centrosinistra non lo voterebbero».

Proverrà dalla solita area?

«Sì, ma i nomi, cioè le persone, fanno la differenza. Ad esempio Pierferdinando Casini è un senatore del centrosinistra, ma sono sicuro che avrebbe un’ampiezza di consensi maggiore della sua parte».

Se invece ci fossero le elezioni vedrebbe come candidato del centrodestra uno come Giulio Tremonti?

«Certo. Un altro potrebbe essere Giancarlo Giorgetti».

Il centrodestra riuscirà a proporre una classe dirigente autorevole?

«Tra quanti anni? Temo ci sia bisogno di un lungo processo di cui però non vedo ancora l’inizio. Faccio un esempio: parlare dell’Europa come un mostro o in modo apocalittico della presenza degli immigrati non favorisce certo la formazione di una classe dirigente dotata di autorevolezza e di un minimo di spirito critico».

Come mai, da angolazioni diverse, sia lei che Tremonti avete evocato la Rivoluzione francese come esempio di sfogo finale della rabbia di larghi strati della popolazione?

«Forse perché non siamo degli ottimisti a 18 carati. Perché vediamo ciò che succede nel mondo. Se in questi giorni c’è stata una rivolta che ha messo a ferro e fuoco alcune città della pacifica Olanda, immagini cosa può accadere in Italia».

Oltre alla diseguaglianza economica qual è la molla di queste rivolte?

«L’essere rimasti in tanti per un anno senza reddito e vedere il proprio livello di vita avvicinarsi a quello della miseria. La forte diversità tra la massa e le élites fomenta la rabbia, certo, ma il Covid è decisivo. L’Europa è diversa dagli Stati Uniti, ma senza il Covid sono convinto che non ci sarebbe stato nemmeno l’assalto a Capitol Hill».

Qual è la cosa più grave che Salvini non capisce della situazione attuale?

«Non capisce che la piattaforma della Lega è invisa a molta gente che pure è tutt’altro che tifosa della sinistra».

Non sarà una strategia di marketing?

«Con il suo modo di fare e di parlare Salvini consolida solo lo zoccolo duro sovranista. Se il suo obiettivo è di riuscire a essere eletto a vita in Parlamento, senz’altro ci riuscirà. Ma se il centrodestra ambisce a governare, il leader leghista non deve accontentarsi dello zoccolo duro».

Alla sua destra Fratelli d’Italia cresce.

«Ma più o meno vale anche qui lo stesso discorso. Il compito delle forze politiche di destra è far maturare la propria base elettorale tradizionale per allargarla e arrivare a essere maggioranza. Ma perché questo accada devono maturare anche i suoi stessi dirigenti, che invece sembrano votati a restare minoranza».

Qual è invece la cosa più grave che non capisce il Pd?

«Che per mantenere il ruolo politico centrale che per un gioco del destino gli è capitato, sarebbe bene avere delle idee per il paese. Idee sul sistema fiscale, sull’avvenire della scuola, sulla raccolta e lo smaltimento dei rifiuti. Idee che riguardino cioè i problemi veri del Paese e dei cittadini».

Quelle per le quali il Pd si spende sono genitore 1 e genitore 2 o il ddl sull’omotransfobia?

«Non direi che il Pd si spenda per queste idee, ne parla a mezza bocca e le sostiene a metà. Non ha il coraggio di opporsi mai a un certo genere di proposte».

A chi soggiace?

«A gruppi di opinione molto attivi. Non propone questi temi per primo, ma si fa ipnotizzare da idee non sue».

L’Italia resterà un paese in maggioranza moderato governato dalle sinistre?

«Se la destra non cambia, i moderati preferiranno a lungo di farsi rappresentare da una sinistra che non è certo composta da pericolosi bolscevichi».

Anche se ha una somma di consensi inferiore?

«Ma ha una capacità di coalizione maggiore, ed è quello che conta. Se la destra non accresce la sua capacità di dialogo e di allargamento del consenso può essere sicura che un presidente della Repubblica non lo eleggerà mai».

 

La Verità, 30 gennaio 2021

«Il governo delle tre paure cambierà a gennaio»

Professor Marcello Pera, a cosa dobbiamo il piacere di rivederla presente nel dibattito politico?

«È del tutto casuale, mi hanno cercato ora, non prima. Non sono rientrato in politica».

Però sembra sia tornato da una lunga vacanza.

«In realtà, mi sono dedicato alle mie attività di sempre. Ho scritto un libro e ne ho in mente un altro. Se possibile, spero di continuare a fare il mio mestiere».

Presidente del Senato dal 2001 al 2006, filosofo, autore di saggi sull’Occidente, il liberalismo e la modernità del cristianesimo al quale si è avvicinato anche grazie al rapporto con Benedetto XVI, da qualche tempo Marcello Pera ha ritrovato nuova visibilità sui media.

Il momento difficile l’ha richiamata in servizio come certi poliziotti nei film americani che si commuovono davanti a un caso disperato?

«Di disperato in Italia c’è l’Italia stessa. Ci troviamo in una situazione gravissima. Da ogni punto di vista: istituzionale, politico, economico. Siamo molto mal messi e faremo fatica a rialzarci».

Che cos’ha pensato vedendo l’ultimo rapporto Censis nel quale si dice che circa il 58% degli italiani è disposto a cedere quote di libertà in nome della salute collettiva?

«Ho pensato alla battuta di Boris Johnson che fece arrabbiare il presidente Sergio Mattarella. Johnson disse che gli inglesi amano la liberta più degli italiani che prediligono la sicurezza. Penso avesse ragione. Il rapporto Censis lo quantifica. Diciamo che noi amiamo la libertà guidata».

Diagnosi infausta.

«Gli italiani sono propensi a rivolgersi allo Stato affinché li conduca per mano da qualche parte. È istintivo chiedere alla mamma Stato o al babbo Stato: aiutaci tu. Se le cose vanno male, la colpa è sua. Siamo sempre in attesa delle direttive dei dpcm, che nella loro frequenza scandalizzano sempre meno. Questo è un altro elemento che mi fa essere molto pessimista: desideriamo uno Stato paternalistico, che oggi abbiamo».

Siamo un popolo bambino?

«Che non vuole prendersi responsabilità per agire in prima persona e preferisce essere condotto. A tanti anni dal dopoguerra è un comportamento che mi spaventa».

Perché?

«Perché è uno scambio comodo. Io cittadino ti do la mia libertà e tu Stato mi salvi. Si commercia con l’anima».

L’infantilismo si sposa con l’assistenzialismo e il moralismo dei partiti di sinistra?

«Non è infantilismo, ma un atto cosciente e deliberato perché se ne trae un vantaggio».

È un atteggiamento che giustifica lo Stato etico.

«Si sposa con la cultura della sinistra, ma anche con quella cattolica come viene vissuta nel presente. Il cattocomunismo pesca nell’animo italiano».

È ancora vivo e vegeto?

«Mio Dio, sì. La classe dirigente del Pd è notevolmente cattocomunista».

Secondo il Censis il 77% degli italiani vuole pene severissime per chi non indossa la mascherina.

«È quello che dicevo: prima di tutto la salute, la famiglia, la propria sicurezza. Viviamo nella paura che qualcuno ci infetti».

Un altro dato è che la pandemia ha allargato la forbice tra lavoratori che hanno la certezza del reddito e chi ha introiti precari.

«La divisione tra i tutelati e i precari c’era già prima, ma ora si è acuita. Coloro che fanno lo smart working nella pubblica amministrazione, più smart che working, hanno una via d’uscita che gli altri non hanno. Come se ne esce? Ci vorrà la ripresa economica, un nuovo miracolo italiano. Non sono ottimista».

Adesso che si è superata l’opposizione del M5s al Mes e Conte potrebbe mettere da parte la task force sul Recovery fund ci salveranno gli aiuti europei?

«Se fossimo preparati a coglierli sì. Invece siamo preparati a spargerli. Vedo una rincorsa di lobby, parti e partiti a spendere questi fondi più promessi che garantiti. Non sono sicuro che avranno l’effetto di quelli che arrivarono dal Piano Marshall».

Tanto più che sono prestiti.

«Già come siamo adesso ci stanno portando al 169% del debito pubblico, una cifra che si pronuncia sottovoce. Mi chiedo: come si ripaga questo debito e chi lo ripaga?».

Le generazioni future?

«In realtà potrebbe essere un’ipoteca già per noi. Tra un anno, quando la pandemia sarà finita, gli altri Paesi riprenderanno a correre, mentre noi continueremo con il nostro solito Pil all’1-1,2%. Certamente i nostri figli avranno questo gravoso debito sulle spalle, ma si comincerà a soffrire prima».

Qual è il suo giudizio sulla retromarcia del M5s?

«La possibilità di spendere i soldi per le proprie clientele stando in Parlamento sovrarappresentati e con l’opportunità di eleggere il presidente della Repubblica ha convinto i 5 stelle a trangugiare il rospo indigesto».

Anche Matteo Renzi farà retromarcia sulla task force?

«Può darsi che sbagli, ma mi sembra il gioco del vai avanti tu che a me vien da ridere. Renzi si acconcia a fare l’ariete per conto di altri. Oggi sarebbe fuori dal Parlamento come tutti gli esponenti di Italia viva: sono consapevoli che per rientrarci devono pescare voti dal Pd».

Questa curva prepara il rettilineo per?

«Renzi recita la parte del guascone che ben gli riesce. Pd e 5 stelle sono stanchi di Conte che, penso, in gennaio cadrà per essere sostituito da qualcun altro».

Un Conte 3 è impensabile?

«Direi di sì. Troveranno un nome gradito a Di Maio e Zingaretti».

Enrico Franceschini?

«Troppo cattocomunista, anche se molto ambizioso. Serve una figura meno aggressiva e più accomodante per ricompattare M5s e Pd».

Domenico Delrio?

«È meno aggressivo e torvo di Franceschini, ma proviene dallo stesso ceppo. Troveranno qualcuno che li aiuti a presentarsi uniti, gestire la nomina del capo dello Stato e andare a elezioni una volta celebrate nuove nozze».

Conte sta governando con i dpcm, i sussidi e le task force: si poteva fare diversamente?

«Avrebbe potuto se fosse stato un uomo politico, espressione di una propria forza coesa. Inoltre, si è presto invaghito del gioco, ma devo dire che è stato abile».

Ha accentrato il potere.

«Ora è in difficoltà, ma per un certo tempo è riuscito a gestirlo. Per essere un premier raccolto tra i passanti ha mostrato talento e comincia a fare paura perché dispone di una quota di consenso. Minacciando una lista propria può negoziare sul futuro, non sarà facile disarcionarlo. Per questo occorrerà Renzi al suo peggio: anche questo gli riesce bene».

Il governo ha fatto invasione in campo religioso e liturgico?

«Non penso. Più serio e grave è il fenomeno di secolarizzazione della Chiesa che sta rincorrendo il mondo e si sta trasformando in una religione non più della salvezza ma del benessere. Ciò che sta accadendo nel mondo cattolico è veramente epocale e spaventoso. Sta perdendo la sua propria tradizione e la sua dottrina. Ci voleva un gesuita per fare questo…».

Quello di Conte è il governo delle tre paure? Del Covid, della non rielezione di molti parlamentari e di Salvini e Meloni?

«Certamente sì. La curva del Covid sembra risentire dell’andamento della politica. Per esempio, il contagio è scoppiato a fine settembre, dopo le ultime elezioni regionali, mentre nelle settimane precedenti sembrava debellato. Poi c’è la paura diffusa in Parlamento, non solo tra i parlamentari della maggioranza. Pensi a Forza Italia, le percentuali che hanno portato alle attuali rappresentanze non ci sono più. E poi c’è il mostro, il truce, il fascismo che avanza. La sinistra ha sempre bisogno di questi bersagli che fanno presa anche sui nostri media».

La narrazione.

«Salvini è fascista, vuole i pieni poteri, toglie la libertà, si allea con i polacchi e gli ungheresi: questo è il ritratto».

Difficilmente accadrà, ma se si andasse a votare il centrodestra sarebbe pronto?

«Temo di no. Penso che potrebbe avere la maggioranza, ma non sarebbe pronto».

Non possiede una classe dirigente adeguata all’ora più buia?

«Non vedo i tre partiti parlarsi, confrontarsi, stendere un programma comune nel quale coinvolgere le istituzioni, la politica, l’economia. Li vedo ancora in competizione e quindi quel programma comune che infonde credibilità nell’elettore è di là da venire. Ero presente in occasione della vittoria del centrodestra nel 2001 e ricordo il susseguirsi di incontri e scambi tra i partiti di allora. Ora questo lavoro che dovrebbe preparare le leggi e tenerle pronte nel cassetto, non c’è. E questo mi preoccupa».

Più della mancanza di una classe dirigente all’altezza?

«Sì, perché, in realtà qualche volto nuovo e credibile nella Lega e in Fratelli d’Italia comincia a spuntare. Invece, se il centrodestra dovesse vincere alle urne che cosa farebbe dell’attuale Costituzione, dell’assetto istituzionale, della presidenza della Repubblica, di un sistema di governo troppo debole? Quale posizione avremmo in Europa? Sull’economia e sul fisco? Può darsi che la riflessione su questi temi ci sia, ma io non ne ho notizia».

È ancora l’uomo che sussurra a Salvini?

«Ci ho parlato qualche volta, ma non sono uno che sussurra. Se ne avessi l’occasione segnalerei i problemi che le ho enunciato. Nel 2001 il lavoro del centrodestra fu agevolato dal fatto che c’era una leadership forte. Adesso non c’è e prevale la competizione anche sorda sull’unità. Questo non lo sussurro, ma lo dico a voce alta».

Sarà difficile trovare il candidato premier?

«Si finirà per scegliere chi ha più voti. Lei ricorderà Ugo La Malfa: voti ne aveva pochissimi, ma era un leader».

Rebus di non facile soluzione.

«Lo scioglierà l’aritmetica».

Servirebbe qualcuno in grado di amalgamare le diverse anime?

«Con due o tre idee che si concretizzino in un programma sul quale concordino tutti».

Ci vorrebbe una certa maturità.

«E l’aiuto di Dio».

Alcide De Gasperi diceva che un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista alle prossime generazioni.

«Ma lui un leader lo era e forse non possiamo aspirare così in alto. Nel 2001 ci fu Berlusconi. Se nostro Signore fosse benevolo, potrebbe suggerirci qualcuno di accettabile».

Il nuovo capo dello Stato che si sceglierà nel gennaio 2022 sarà inevitabilmente di centrosinistra?

«Non è una condanna biblica, ma probabilmente andrà così. Sarà eletto dalla maggioranza che c’è ora in Parlamento anche se non lo è nel Paese».

Siamo destinati alla discrepanza fra palazzo e Paese reale?

«Eletto con la maggioranza formata da Pd e M5s sarà un presidente di palazzo, certamente non di popolo».

 

La Verità, 11 dicembre 2020

«Senza una scossa si va dal lockdown allo showdown»

Professor Massimo Cacciari, l’ho visto più rilassato di altre volte qualche sera fa a Otto e mezzo: soddisfatto dell’esito delle elezioni?

«Soddisfatto… Sono state elezioni di conservazione».

In che senso?

«Nel senso che hanno mostrato che la maggioranza degli elettori teme il futuro e tende a non agitare ulteriormente la situazione. Conte e il governo ne sono usciti consolidati. Segni di mutamenti sostanziali non ne ho visti».

E il trionfo di Nicola Zingaretti?

«Macché trionfo. Zingaretti ha scongiurato il pericolo che, cadendo la Toscana, sarebbe caduto pure lui. Dopo di che in Campania e in Puglia hanno vinto due capibastone. Oso sperare che il Pd non sia modellato su Michele Emiliano e Vincenzo De Luca».

Il Pd chiederà di cambiare i decreti sicurezza e di introdurre lo ius soli?

«Non so quanto voglia mettere alla prova il governo o consolidarlo. Nel Pd c’è un problema colossale: nessuno del gruppo dirigente ha una vera legittimazione dalla base. E non l’avrà fin tanto che non si farà un congresso e si creerà una vera maggioranza. Zingaretti continua a essere un uomo sospeso».

I successi di Luca Zaia, Giovanni Toti, Stefano Bonaccini e De Luca dimostrano che gli uomini nuovi vengono dal territorio perché gli elettori si fidano degli amministratori più che dei dichiaratori da talk show?

«È un discorso fatto altre volte. Alle amministrative di Venezia nel 1997 presi il 65%. A Roma tutto cambia: spesso comandano quelli massacrati a casa loro, come Dario Franceschini. La politica di oggi è talmente centralistica e burocratica da cancellare qualsiasi illusione federalistica. Non vedremo mai i De Luca e gli Emiliano presidenti del Consiglio».

Per il M5s, referendum a parte, è stata una débâcle.

«Ed era prevedibilissimo. In queste elezioni era tutto prevedibilissimo, fuorché Zaia».

Ci arriviamo. Perché si aspettava un risultato negativo dei grillini?

«Se si chiede agli elettori di eliminare un po’ di poltrone o di dimezzare gli stipendi dei parlamentari, come vuole che rispondano? Come si fa a parlare di vittoria storica… Ha ragione Alessandro Di Battista: non si può nascondere la totale mancanza di radicamento territoriale e di competenza amministrativa del M5s dietro il risultato del referendum. I 5 stelle devono decidere se restare un movimento di opinione che campa con referendum demagogici o se cominciare davvero a fare politica».

Gli altri sconfitti sono la Lega di Salvini e Matteo Renzi?

«Renzi è andato straordinariamente male anche nella sua Toscana. Ha sbagliato tutte le mosse, come Salvini. Sono due persone che pagano la loro megalomania».

Quali errori ha commesso Salvini?

«Il primo è stato l’atto autolesionistico di un anno fa. Poi in queste elezioni ha spostato l’asticella in cielo, illudendosi di conquistare l’Emilia Romagna, con quella candidata, e la Toscana idem. La stessa cosa che aveva fatto Renzi con il referendum: o me o morte. Sono persone divorate dalla loro megalomania. Salvini adesso ha anche il problema di Giorgia Meloni».

Che però lei non vede leader del centrodestra.

«Pesa ancora troppo il suo passato. Poi, visto l’arretramento di Forza Italia, dobbiamo ridiscutere il concetto di centrodestra, chiedendoci di quale destra parliamo. E qui diventa interessante il caso Zaia».

Eccoci al punto. In questi giorni Cacciari ha rivelato che alcuni suoi amici di centrosinistra hanno votato per il governatore del Veneto. Lui no, è rimasto fedele alla linea… Ma rimane il fatto che la parabola di Zaia lo stimola.

Perché incarna una destra più presentabile?

«Non è solo un fatto d’immagine. Zaia rappresenta una destra diversa, che non vive di comizi, che non fa il karaoke, che non si limita agli slogan. Ma una destra che amministra, radicata nel territorio, che interpretando gli interessi dell’imprenditoria, dell’agricoltura, delle reti commerciali e artigianali ha saputo modificare la struttura di una regione».

Altra cosa rispetto alla Lega salviniana.

«È una destra borghese anche in senso culturale. Salvini ha fatto la cosa giusta quando ha superato la Lega secessionista di Bossi. Ma ora c’è un altro cambiamento all’orizzonte. La Lega di Zaia è affidabile, non populista, antieuropeista e lepenista».

Si parla di nuova segreteria. Il leader nazionale potrebbe essere Giancarlo Giorgetti?

«Giorgetti e Zaia potrebbero essere i padroni del Nord e Salvini il leader nazionale».

In una fase transitoria?

«Una fase nella quale convicono la Lega populista e quella moderata, fin quando si sceglierà una linea o l’altra».

Un altro tema discriminante è l’immigrazione?

«Nel Veneto ci sono esperienze interessanti d’integrazione. Chi produce sa bene che una certa quota di immigrati è necessaria. Questo senza dimenticare le esigenze di sicurezza, ma anche senza sceneggiate e isterie».

E la Meloni che ruolo avrebbe?

«Intanto erode consensi a Salvini. Poi potrebbe essere l’ala nazionalista con cui allearsi per governare».

Conte continua a galleggiare sulle debolezze altrui?

«Sul piano politico i 5 stelle non esistono. Sono un movimento di opinione, flatus vocis. Il Pd tiene il suo 20% e vince con i capibastone, altrimenti sparisce come in Veneto, Liguria e nelle Marche. Resiste il Granducato di Toscana e l’Emilia. Guardando le mappe di vent’anni fa è evidente che l’eredità si sta consumando. Mi verrebbe da scuoterli: come fate a raccontare che avete vinto? Che congresso potrete mai fare senza una diagnosi realistica?».

E Conte?

«Approfitta del fatto che queste debolezze sono costrette a sorreggerlo. I 5 stelle non andrebbero a elezioni nemmeno con le cannonate e neanche il Pd smania per andarci. Spero che non si limiti a sopravvivere».

Intanto ha detto no al rimpasto. Ci terremo i ministri Azzolina, Bonafede, De Micheli…

«Che cambino un ministro o due significa poco. Quello che conta è decidere se i 200 miliardi del Recovery fund saranno debito in più o verranno investiti nella ricerca, nella scuola, nella formazione».

Il premier ha promesso un cambio di marcia: già sentito?

«Tutti i governi l’hanno promesso. Nei documenti dei famosi Stati generali c’era qualcosa di non già sentito negli ultimi trent’anni?».

Il cambio di marcia è rifare la legge elettorale?

«Devono farlo, altrimenti lo sconquasso sarà totale».

È il momento giusto?

«Tra un mese, quando finirà la cassa integrazione e vedremo fallimenti in serie, gli italiani dovrebbero appassionarsi alla riforma elettorale».

Di Ilva e Alitalia non si parla più…

«Come di scuola e di ricerca. Nel mondo, mentre negli ultimi sei mesi si è registrato un crollo del 10% della produzione, le 90 aziende top dell’informatica hanno aumentato il fatturato di 800 miliardi rispetto al 2019. I big del capitalismo finanziario moltiplicano i profitti, non pagano le tasse e noi parliamo di Emiliano e De Luca. Siamo fuori fase noi italiani, noi europei, noi occidentali».

Consigli?

«La politica dopo la Seconda guerra mondiale costringeva i grandi capitalisti a pagare le tasse e inventava forme di previdenza risolutive per i ceti più sfortunati. Questa urgenza dovrebbe accomunare le forze politiche, al di là di destra e sinistra, invece…».

Si pensa a prorogare lo stato di emergenza.

«Mi auguro che non avremo più lockdown generalizzati. Non possiamo guarire dal Covid crepando. La morte è la migliore medicina, ma se vogliono far guarire il Paese uccidendolo ce lo dicano. Dopo di che, bisogna avere grande attenzione alle regole».

Per esempio?

«Evitando gli eccessi visti in Sardegna. Evitando certi negazionismi. L’epidemia c’è e non è ancora stata sconfitta. Servono indicazioni precise, istruzioni chiare ai medici di base, potenziamento delle strutture sanitarie, delle terapie intensive, le zone rosse tempestive, non come a Bergamo. Ma, detto questo, tutto deve pian piano ripartire».

Beppe Grillo parla di reddito universale e il M5s continua a proporre bonus.

«La società contemporanea va verso una riduzione drastica del lavoro. Questo problema va affrontato con competenza e responsabilità. Doti che al M5s mancano, come si è visto dalla distribuzione a capocchia del reddito di cittadinanza. Ci vogliono criteri e controlli precisi. Altrimenti si creano nuovi ghetti di precari e sottoccupati».

Il pericolo è la società parassitaria di massa?

«Il reddito di cittadinanza non può autorizzare a stare a casa a grattarsi la pancia. Se il lavoro non ce l’hai ti industri per trovartelo o inventartelo. Servono strutture e meccanismi di formazione permanente. Se si continua con la mentalità del lavoro fisso e dello stipendio al 27 del mese, il risultato sarà la nascita di ghetti di poveri e ricchi sempre più distanti tra loro, mentre il ceto medio andrà in malora».

In occasione del caso Palamara si aspettava un’iniziativa maggiore del capo dello Stato, presidente del Csm?

«Il caso Palamara è molto grave, ma anche prevedibile. La crisi dei partiti si è allargata alle altre istituzioni e ai gruppi dirigenti. Una certa prudenza del capo dello Stato è comprensibile, qualsiasi suo intervento avrebbe acuito questa crisi. Il picconatore Cossiga poteva esternare perché c’era ancora la Prima repubblica».

Dove ci porterà una politica fatta di piattaforme, monopattini e banchi a rotelle?

«Dove già siamo. A una politica priva di professionalità e responsabilità. D’altra parte, chi è causa del suo mal pianga sé stesso. Alla fine della Prima repubblica c’erano giornali o tv che non alimentavano la retorica anticasta e sottolineavano l’importanza della competenza e della responsabilità?».

Che cosa ci aspetta nei prossimi mesi?

«Mi auguro di vedere un governo che, sulla base di un’analisi realistica, sappia gestire i soldi del Recovery fund».

Che però arriveranno a giungo 2021.

«Ma già ora bisogna decidere. Se si sceglierà una prospettiva di sviluppo, bene. Se invece prevarrà la logica assistenzialistica vista finora, si passerà direttamente dal lockdown allo showdown. E quando saremo obbligati a rientrare nei parametri, qualcuno metterà le mani nei nostri conti correnti come fece il governo Amato a inizio anni Novanta».

 

La Verità, 26 settembre 2020

«Questa politica urlata non piacerebbe a Belzebù»

Un altro Giulio Andreotti. Un altro, rispetto al ritratto che ci ha lasciato la vulgata giustizialista di gran parte dei media. Un politico in rapporto con Licio Gelli e Cosa nostra. Un Belzebù che trama nell’ombra. Il Divo Giulio dei salotti e delle terrazze. Dai Diari segreti di Andreotti emerge un tessitore di relazioni, un instancabile mediatore, un interlocutore di Papi, un amico di madre Teresa di Calcutta, uno statista. «Ai miei occhi è così, ma io sono di parte», si giustifica Stefano Andreotti, 68 anni, ex dirigente Siemens, sposato, con un figlio, che, insieme alla sorella Serena, ha curato la pubblicazione per l’editrice Solferino di un decennio (1979-1989) di appunti, lettere, minute, ritagli di giornali, per fortuna raccolti in cartelline con la dicitura «Diario».

Un volume gigantesco di scritti.

«Pensi che è solo una piccola parte. Mio padre ha raccolto una montagna di documenti, già donati all’archivio della Fondazione Sturzo».

Che cosa emerge da questi Diari?

«La quantità di relazioni che coltivava in Italia e nel mondo. Dal 1979, dopo il governo di solidarietà nazionale, al 1989 quando tornò a Palazzo Chigi succedendo a Ciriaco De Mita, Andreotti fu per quattro anni presidente della commissione Esteri della Camera e per sei ministro degli Esteri. Non c’è nazione in cui non avesse rapporti. In ogni situazione nella quale emergeva il bisogno di mediazione lui c’era. Dalle crisi nell’area del Mediterraneo fino ai primi passi nella distensione con l’Urss».

Nella nota dei curatori scrive che I Diari possono aiutare a comprendere meglio la sua figura «depurandola da alcuni luoghi comuni»: quali?

«Diceva che dalle Guerre puniche in poi tutti i mali italiani gli venivano addebitati».

La gobba di Andreotti era la scatola nera della Repubblica.

«Ancor più dopo che è morto. Ora molti giovani non sanno chi è stato, altre persone l’hanno conosciuto in modo diverso. Con mia sorella Serena abbiamo deciso di documentare perché crediamo che leggendo questi Diari senza essere prevenuti si possa vedere come viveva giorno per giorno. Inoltre, per chi la ama, possono essere un buon ripasso di storia».

Quante ore dormiva?

«Quattro, al massimo cinque. Però di pomeriggio si concedeva un quarto d’ora di pennichella».

Dava appuntamenti all’alba, il tempo del diario era la notte?

«La giornata iniziava alle 4 e mezza, 5 del mattino. Alle 6,30 assisteva alla messa e alle 7,30 era nello studio privato. Tutti i giorni, sabato e domenica compresi».

E il diario?

«Scriveva sempre, non c’era un momento topico. Anche le poche sere in cui rimaneva a casa, davanti alla tv scriveva, annotava, chiosava».

La goccia che vi ha fatto decidere per la pubblicazione è stata la ricostruzione circolata della storia delle fotografie di papa Wojtyla in piscina?

«Secondo la versione riportata nella biografia scritta da Massimo Franco mio padre avrebbe ricevuto quelle foto da Gelli con l’invito a non farle pubblicare».

Invece come andò?

«Abbiamo trovato una ricostruzione molto differente. Agosto 1980, mentre era in vacanza a Merano ricevette una telefonata urgente dal segretario di Stato Agostino Casaroli che lo avvisava del fatto che in Germania si parlava di fotografie di Giovanni Paolo II in costume da bagno a Castel Gandolfo. In Italia il settimanale Gente aveva già pubblicato due scatti della piscina, senza il Papa. Era una situazione strana… bisogna ricordare il clima di quegli anni. C’erano le prime proteste dei sindacati a Danzica. La Polonia era sottomessa all’Urss, un Papa straniero che fa il bagno poteva dare scandalo. Mio padre contattò Bruno Tassan Din, direttore generale del gruppo Rizzoli, e il cavalier Edilio Rusconi, proprietario di Gente, per sincerarsi che se fossero entrati in possesso delle fotografie non le avrebbero pubblicate».

E Gelli?

«Non ce n’è traccia. Allora però la Rizzoli era chiacchierata, non si può escludere che Gelli si sia vantato con qualcuno».

Andreotti aveva sempre avuto un filo diretto con la Santa Sede.

«Con Giovanni Battista Montini, che diverrà Paolo VI, avevano condiviso la formazione nella Fuci, di cui mio padre sarà presidente dopo Aldo Moro. Ma i rapporti erano buoni anche prima con Pio XII e Giovanni XXIII. E poi con Giovanni Paolo I».

Proseguendo con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, mentre morì poco dopo l’elezione di Bergoglio.

«Che conosceva già. Al sabato pomeriggio andava spesso alla messa a san Lorenzo in Verano dove incontrava il cardinal Bergoglio in trasferta a Roma».

Avrebbe amato la spiccata intonazione sociale di Francesco?

«Credo di sì. Non dimentichiamo che l’interclassismo della Dc proviene dalla dottrina sociale. Mio padre era attento al Terzo mondo, s’interessava alla cooperazione. Affiancava le imprese missionarie. Forse non avrebbe sposato appieno la rivoluzione ora in corso nella curia romana, perché è sempre stato uomo di cambiamenti graduali».

Cosa vuol dire che nei dieci anni in cui non è stato primo ministro ha potuto lavorare per la pace «a ogni costo»?

«Veniva da una guerra e la ricordava come una sciagura da evitare in tutti i modi per l’Europa. Non gli interessava il potere in quanto tale. Tant’è vero che rifiutò quando Giovanni Spadolini e Arnaldo Forlani gli offrirono il ministero del Tesoro».

Non è un paradosso il fatto che mentre il mondo era diviso in blocchi la politica fosse soprattutto trattativa?

«Era la caratteristica dell’epoca. Basta vedere anche come è caduto l’Impero sovietico, goccia dopo goccia, con l’apertura realizzata da Gorbaciov. La vicenda dei missili e dello scudo spaziale fu sempre affrontata nell’ottica della distensione».

Proseguendo nel paradosso, oggi che l’ideologia è in crisi la politica è fatta di scontri.

«Una modalità che non approverebbe. Con l’eccezione del periodo della solidarietà nazionale, il Pci era sempre rimasto all’opposizione. Eppure la scelta atlantica fu condivisa da tutti. C’era rispetto umano anche per gli esponenti del Pci e del Psi. Lo si vede in tutti i Diari, aldilà della partita a scopone in aereo quando mio padre, D’Alema, Berlinguer e Pertini andarono ai funerali di Jurij Andropov. Questo non impediva che si facessero sgambetti anche nella Dc, per esempio con Amintore Fanfani, Carlo Donat-Cattin e De Mita…».

L’emergenza sanitaria fa tornare di moda la formula della solidarietà nazionale: la classe politica di oggi è paragonabile a quella di allora?

«No, è molto diverso. Comunque, al di là della qualità dei singoli esponenti, alla base c’era il fatto che le grandi decisioni erano sempre concordate».

Nell’introduzione accenna a «una relazione del tutto particolare con Comunione e liberazione».

«Aveva un grande rapporto con don Luigi Giussani e, finché ce l’ha fatta, il Meeting di Rimini è stato un appuntamento fisso al quale contribuiva anche suggerendo personalità da invitare… Era poi molto amico di don Giacomo Tantardini, il sacerdote responsabile del movimento a Roma al quale rimase sempre grato per l’offerta della direzione di 30Giorni, il periodico punto di riferimento del pensiero e della presenza della Chiesa nel mondo. Mio padre amava il giornalismo. Sull’Europeo teneva la rubrica Blocnotes, ma quando finì sotto processo quella collaborazione fu carinamente interrotta. Così accettò volentieri l’offerta di don Tantardini, buttandosi con passione nel rapporto con i giovani giornalisti di 30Giorni che diresse fino alla fine».

Come reagì quando fu accusato di collusioni con Cosa nostra?

«I primi due anni furono terribili, non riusciva a dormire nemmeno poche ore. Non usciva di casa, si imbottiva di psicofarmaci… Poi finalmente reagì, ritrovando serenità. Cosciente di aver avuto in altre occasioni della vita magari comportamenti da farsi perdonare, ma non certamente nei casi degli addebiti per associazione mafiosa e per la morte del giornalista Mino Pecorelli».

Che giudizio dava della magistratura?

«Essendo uomo delle istituzioni ne ha sempre avuto grande rispetto. In qualche caso si è ricreduto, perché una certa politicizzazione non gli piaceva».

E dei giornalisti? Ogni tanto dissentiva da Indro Montanelli?

«I giornalisti non se li è mai arruffianati, come diciamo a Roma. Con Montanelli c’era un buon rapporto, si vedevano d’estate a Cortina. In un’intervista sul caso Sindona gli aveva suggerito di reagire e precisare. Mio padre acconsentì, ma poi non lo fece, convinto che tutto si sarebbe sistemato. Più complesso era il dialogo con Scalfari».

Doveva correggere certe sue interpretazioni?

«Sì, ma mai in modo brusco».

Come giudicherebbe la politica muscolare di Matteo Salvini?

«Non credo si troverebbe bene in questo clima di assalto tutti contro tutti. Avrebbe disapprovato la tendenza ad attaccare l’avversario piuttosto che a proporre soluzioni».

E i Cinque stelle al governo?

«Non accetterebbe l’improvvisazione. Mio padre aveva il culto della preparazione, non andava da nessuna parte senza prima informarsi, studiare su enciclopedie e annuari…».

Che ironia gli susciterebbe il trasformismo di Conte che in un pomeriggio passa dal guidare un governo di centrodestra a un altro con quattro formazioni di sinistra?

«Nella Prima repubblica ci sono sempre state evoluzioni. Lui stesso nella Dc all’inizio era visto come un esponente della destra, poi del centro, infine dialogante con il Pci. Non credo avrebbe approvato un cambiamento così repentino dalla sera alla mattina come quello visto un anno fa».

Gli sarebbe piaciuta la moda politicamente corretta?

«La mentalità radical chic lo infastidiva molto. La sua natura romana confliggerebbe con le ipocrisie cui assistiamo».

Che cosa vuol dire essere figlio di Giulio Andreotti?

«Noi quattro fratelli abbiamo condotto una vita normalissima, con una madre più presente e un padre affettuoso, attento alla qualità dei rapporti. Essere figlio di un ministro è stato normale perché ci siamo nati. Oggi sono orgoglioso di dare il mio contributo per far conoscere chi è stato davvero Giulio Andreotti. Una persona che è morta nel suo letto con la coscienza a posto».

 

La Verità, 12 settembre 2020

 

De Luca, Zaia, Conte, Sala, Fazio: quanti salti di specie

Quanti spillover durante questo lockdown. Quanti salti di specie verso l’alto. Ma pure verso il basso, perciò spillunder. A forza di stare reclusi, a forza di parlare di virus e contagi, abbiamo finito per assorbirne comportamenti e abitudini. Così anche i nostri politici, gli scienziati, i volti noti della tv ne hanno introiettato la metamorfosi, il cambiamento, la modificazione genetica. Sono entrati in una situazione sconosciuta, in un tunnel semibuio, e ne sono usciti trasformati come dopo un viaggio sulla macchina del tempo di Ritorno al futuro. Qualcuno ha completato l’upgrade, consacrandosi. Qualcun altro ha inanellato svarioni, precipitando nell’arrampicata. Qualcun altro ancora è scomparso del tutto.

Il salto di specie di Vincenzo De Luca, governatore della Campania, è materia di studio. Certo, già prima del coronavirus era un campione del folclore partenopeo, ma oggi è un altro leader. Fustigatore di lassismi giovanili, educatore col lanciafiamme. I suoi video sono degni di Totò e Peppino. Come quello sugli assistenti civici: «Il governo ci apre il cuore alla speranza… E infatti ha deciso questa straordinaria operazione, direi mistica perché… che cosa devono fare questi sessantamila assistenti volontari? Abbiamo posto questa domanda… Possono fare la multa a chi non porterà la mascherina obbligatoria? No. Possono fare la multa ai ristoranti che non mantengono i tavoli distanziati? No. Possono intervenire a controllare un po’ la movida? No. Possono regolamentare un po’ il traffico? No. E allora ci domandiamo che (pausa nervosetta) cosa devono fare questi sessantamila? Ci è stato risposto che possono fare moral suasion (suescion)… Cioè, faranno in pratica gli esercizi spirituali. Quindi vedremo sessantamila persone andare in giro con il saio con sopra scritto: Pentiti! È colpa tua», ha ammonito con l’indice accusatore verso la telecamera.

Da governatore sceriffo a sublime cabarettista.

Niente social invece per Luca Zaia. Il Veneto è stata la prima regione colpita insieme con la Lombardia, ma non si sa ancora se per merito di Andrea Crisanti, della professoressa Francesca Russo o del virologo Giorgio Palù, fatto sta che ne è uscita con un bilancio più contenuto di decessi. Merito della proclamazione tempestiva di Vo’ Euganeo zona rossa e dei tamponi a tappeto. Sicuramente merito della guida risoluta del governatore. Zero distrazioni, riunioni continue con lo staff, comunicazione stringata. Sempre in anticipo sull’agenda del virus, dalla strategia delle tre T alle riaperture. Un Clint Eastwood dell’emergenza.

Da amministratore periferico a volto pragmatico e dialogante della Lega, possibile uomo di governo.

Protagonista di un considerevole upgrade è pure Ilaria Capua. Con all’attivo l’assicurazione che il coronavirus equivaleva «a una brutta influenza», quando la veterinaria dell’università della Florida compare a DiMartedì i telespettatori fanno gli scongiuri. Qualche giorno fa ha detto che il contagio in Lombardia è dovuto ai «treni dei pendolari sporchi e maltenuti». Queste performance non le hanno impedito di pubblicare l’instant book nel quale discetta sul Dopo, promosso dal Corriere della sera con tanto di foto da star ispirata. Caso da manuale del principio di Peter: «In una gerarchia, ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello d’incompetenza», sempre con esiti comici. In questo caso si temono tragici.

Da stimata scienziata a caposala della pandemia e sociologa scifi.

Uno che sembrerebbe rimasto uguale a sé stesso è Fabio Fazio. Invece il suo spillover è evidente quanto misterioso. A differenza di tanti suoi colleghi, FF ha continuato ad andare in onda, sciorinando personalità assurte, nostro malgrado, al ruolo di maître à penser dell’emergenza. All’uscita dal tunnel ha trovato il prolungamento del dorato contratto, il ritorno alla Rai 3 delle origini, ulteriori spazi e programmi. Tutte cose che ha sempre fatto, si dirà.

Resta da vedere se il passaggio da figurina del bontonismo ideologico a «fratacchione» consulente di Bergoglio è un upgrade oppure no.

Per Giorgia Meloni invece il salto di qualità è inconfutabile. La leader di Fratelli d’Italia aveva iniziato a crescere già prima della pandemia. Durante il lockdown l’ascesa s’è fatta verticale e ora Fdi, quarta forza nazionale, ha nel mirino i 5 Stelle. Merito di una scala di priorità intellegibile e di una comunicazione lucida, senza eccessi propagandistici. Memorabile l’intervento alla Camera nel quale imputava a Conte «la sospensione della Costituzione» e l’adozione di quei «pieni poteri» la cui richiesta contestava a Salvini.

Da leader di complemento a potenziale leader primaria del centrodestra.

La stella di Matteo Salvini si è invece appannata. Questa viscida crisi ha messo a nudo una certa tendenza alla semplificazione e alla comunicazione monocorde. Forse servirebbe più ponderazione, un po’ di dieta dai social, studio dei dossier. Prima l’invito ad aprire tutto, poi la retromarcia non gli hanno giovato. Le montagne russe della complessità e il gioco di squadra non si addicono al Capitano.

Da uomo nero da tenere lontano dalle urne a leader in condominio, sorvegliato anche dentro la Lega.

Precipitano anche gli indici di Giuseppe Conte. A fine gennaio chez Lilli Gruber annunciò improvvidamente: «Siamo prontissimi». Da allora ha enfatizzato l’emergenza per puntellarsi a Palazzo Chigi. Ha rifiutato il supercommissario e infarcito d’inutili consiglieri la task force di Vittorio Colao per rallentarne le decisioni. Cavilli e paternalismi. Mattonate di decreti e buffetti ruffiani. «Congiunti», «apriamo con prudenza» e altre supercazzole, si esprime al gerundio o al futuro, mai al passato prossimo (copyright Mario Giordano). Usare la crisi per assurgere a leader del centrosinistra è il suo obiettivo fallito.

Ora sta lavorando al suo partito: da statista in rotta sul Quirinale a piazzista di sé stesso.

Dopo le prime gaffe di Walter Ricciardi, l’ex attore membro dell’Oms consulente del ministero della Salute, si è capito che non tirava aria buona per scienziati e tecnici. Ma per pararsi il lato B, il governo si è duplicato nelle task force. Qualcuno ha visto uno straccio di relazione? La débâcle ha infranto per sempre il mito dei tecnici salvatori della patria nei momenti di crisi. Il sospetto che, con il loro dogmatismo, i virologi siano stati i migliori alleati di Conte è molto più che un sospetto.

Da task force a task weakness.

Tutte strette per riempire le piazze contro il leader della Lega, le sardine avevano fatto dell’assembramento il loro manifesto politico.

Da movimento col sole in tasca, universalmente coccolato a sinistra, a specie estinta.

Beppe Sala, il sindaco a cui piace essere «cool», lo confidò a Daria Bignardi, è entrato a tavoletta nel lockdown. Prima una colazione nella Chinatown milanese per sconfiggere il razzismo e la psicosi. Poi con la stessa preveggenza ha firmato il video #milanononsiferma e dato appuntamento ad Alessandro Cattelan sui Navigli per l’aperitivo. Dopo l’appello alla Madonnina tra le guglie del Duomo, l’invito ai milanesi a svacanzare all’Idroscalo, i litigi con i sardi e il nuovo libro che auspica la rinascita di «una sinistra spirituale», i suoi video su Facebook hanno l’autorevolezza dei giochi di prestigio del Mago Oronzo.

Da candidato in pectore della sinistra di governo a funzionario in monopattino e Forrest gump dei social.

 

La Verità, 4 giugno 2020

«Vorrei Montalbano come leader della sinistra»

Signora Parietti, che cos’ha imparato dall’autoisolamento per coronavirus?

Che la gente peggiora e non migliora. Quando provavo a raccontare quello che mi era capitato dicevano che volevo farmi pubblicità. Tipo: cosa vuole la Parietti, parli del Grande fratello.

Che conclusioni ha tratto?

Che se continuassi a farmi le foto del culo, che peraltro regge, al massimo mi prenderei della vecchia. Mentre parlando del coronavirus mi son presa insulti di tutti i tipi.

Tra l’incavolato e il risentito, Alba Parietti sbotta dalla sua casa di Basiglio, a sud di Milano. Il coronavirus l’ha colpita in forma lieve, si è fatta un’autodiagnosi dopo la febbre, la spossatezza, la perdita dell’olfatto consultandosi con i medici del San Matteo di Pavia. E si è autoisolata per due settimane. Ma gli inviti a non parlare dell’epidemia da Covid-19 ricevuti in qualche talk show non li ha mandati giù. «A qualcuno ha dato fastidio che fossi informata e che, sulla base di quello che sapevo, contestassi anche i virologi».

E che cosa sapeva, signora?

Che le mascherine erano fondamentali, mentre alcuni di loro sostenevano di no. Siccome avevo parlato con persone che vivevano in Cina, sono stata tra le prime a fare la battaglia…

E poi?

Replicavo a chi minimizzava. A metà febbraio un’infermiera di un reparto di infettivologia mi aveva detto che negli ospedali lombardi la situazione stava degenerando.

Le sue opinioni non erano gradite.

No. Anche quando dicevo che bisognava diversificare i provvedimenti. In Lombardia i posti di terapia intensiva stavano finendo, mentre in Veneto il problema non si è posto grazie all’opera efficace del governatore Luca Zaia. Non ci volevano chissà quali studi per vedere queste cose. Il virus colpisce tutti e chiunque ha diritto di esprimersi sulla base di una corretta informazione.

Si temevano le fake news e si voleva privilegiare la competenza scientifica?

Siamo d’accordo, però nemmeno i virologi avevano certezze e si contraddicevano fra loro. Ancora adesso nessuno sa niente di questa malattia. Ma siccome sono una soubrette… Hanno provato a zittirmi, qualcuno ha cercato vendette personali. Lasciamo stare i nomi, preferisco non rinfocolare polemiche.

Secondo lei che cosa è mancato nella gestione dell’emergenza da parte del governo?

Si è trovato in una situazione inedita, non si può dargli addosso.

Sebbene il premier si fosse detto prontissimo.

È mancata una comunicazione reale di quello che stava accadendo in Lombardia. Uno tsunami. Tanti hanno provato e dovuto salvarsi da soli. So di persone rimaste a casa settimane con la febbre a 38, costrette a diagnosi fai da te per l’impossibilità di fare i tamponi. Io stessa l’ho provato… È stato un terremoto, abbiamo scavato con le mani, mentre medici e infermieri tentavano di salvare vite come durante una guerra.

Dopo una prima sottovalutazione si è finito per drammatizzare troppo?

Forse le linee guida adottate in Lombardia non andavano estese al resto d’Italia. La situazione era diversa. Gli italiani vanno messi un po’ alle strette, poi rispondono bene. Adesso per ripartire forse si è fatto un po’ di terrorismo, non sono tutti raffinati psicologi. Se dovessi dare una medaglia la darei a Zaia, un politico che non rispecchia il mio orientamento, ma ha affrontato la situazione con fermezza. Nel suo modo barocco, anche il governatore della Campania Vincenzo De Luca si è fatto capire.

Si sono tenute nella giusta considerazione le esigenze della gente comune?

Spero che chi ha le possibilità rinunci a un po’ di guadagno per mantenere i dipendenti e favorire la ripresa di tutti. Parlo delle grandi aziende e dei grandi marchi, ovviamente. Non degli artigiani e dei piccoli commercianti che non si sa se riusciranno a sopravvivere.

Ha già programmato le vacanze estive?

Non ancora. Ho due case, una in Valle d’Aosta e una a Ibiza. Spero di poterci andare…

Diciamo che è fortunata.

Molto, riconosco i miei privilegi. Nella vita ho potuto guadagnare. Mio figlio, per esempio, non farà vacanze perché non se le può permettere. Come la sua fidanzata, ha consumato parte delle ferie in attesa della cassa integrazione. Questo è tutt’altro che un virus democratico. Come fanno famiglie di 5 persone a mantenere il distanziamento in 60 metri quadri? Il coronavirus ridurrà alla fame persone che già prima erano in difficoltà.

Gli osservatori più attenti prevedono un autunno di rivolte sociali causato dalla povertà.

Non siamo proprio un Paese di rivoluzionari.

Parlavo di rivolte, di proteste.

Dove c’è povertà e disuguaglianza sociale è facile che, per sopravvivere, la popolazione prenda le strade peggiori. In assenza di risposte adeguate possono affermarsi forme di sopruso e sfruttamento, dal lavoro nero al controllo delle mafie che sicuramente non starà a guardare.

Come giudica il contributo del Pd al governo?

Non saprei dare un giudizio tecnico. Né vorrei alimentare polemiche che trovo odiose in questo momento.

Che differenze vede tra Nicola Zingaretti ed Enrico Berlinguer?

Lei vuol farmi parlar male di qualcuno. Zingaretti appartiene alla classe politica attuale che non rispecchia il mio ideale. Il confronto con la generazione di Bettino Craxi e Giorgio Almirante è impari. Per me Berlinguer era un semidio.

Non si metta sulla difensiva.

Sarebbe come fare paragoni tra Madonna e Alba Parietti.

Quindi?

Berlinguer ha attraversato un periodo di grande difficoltà. Ha tentato di fare il compromesso storico… Anche la sua ultima immagine pubblica è quella di una persona che ha portato fino in fondo la sua visione perché mossa dalla passione. Gran parte dei politici di oggi è mossa dall’ambizione. Ma non voglio accusare Zingaretti. Se si candidasse nei panni del commissario Montalbano voterei volentieri suo fratello. Andrea Camilleri era un uomo di sinistra molto credibile. I leader del passato li abbiamo criticati, ma c’era ammirazione. Anche per figure controverse come Giulio Andreotti, magari diabolico ma mai banale.

Da donna che cosa pensa di Giorgia Meloni?

Non approvo nulla del suo pensiero, ma la trovo una tosta. Una dei politici più veri che ci siano in Italia. Non è lì per caso.

Ha condiviso la polemica sulla scarsa rappresentanza femminile nelle task force?

Nulla di nuovo, in questo Paese le donne sono calcolate molto poco. Ma la misoginia è quasi più femminile che maschile. Se una donna riesce a imporsi bisognerebbe gioirne tutte…

Invece?

Tra donne c’è molta solidarietà a parole, ma di fatto… Siamo nate con il pomo della discordia.

Le sembra che le ministre Lucia Azzolina, Elena Bonetti, Teresa Bellanova, Paola Pisano e Nunzia Catalfo si stiano muovendo bene?

Non vedo figure particolarmente significative. Dicendo così mi dimostro anch’io poco solidale con le donne. Ma penso che la Merkel italiana non ce l’abbiamo e forse non siamo nemmeno pronti ad averla.

Il premier Conte invece è molto apprezzato dalle donne.

Sì, ma un pensierino non ce l’ho mai fatto. Sono clemente a causa del momento difficile. Non sono mai stata attratta dagli uomini di potere, perché avrebbero poco tempo da dedicarmi.

Come giudica la sua espressione a proposito degli artisti che «fanno divertire la gente»?

Anche i politici fanno divertire in certi periodi. Basta vedere il programma di Maurizio Crozza. Ancora oggi fatichiamo a pensare che l’arte sia cultura, non parlo della televisione che è intrattenimento grazie al quale tanta gente non si è sentita sola. Parlo del nostro cinema e del nostro teatro che è un errore sottostimare.

Di Matteo Salvini che opinione ha?

È un abilissimo comunicatore. Bravissimo a far leva sui sentimenti di disperazione della gente comune. Molto più della sinistra, che certo non avrebbe potuto usare gli stessi slogan.

La destra è più vicina alla gente comune della sinistra?

No. Siamo tutti povera gente in un momento in cui il mondo sta cambiando. Individuare un nemico è la strategia più facile, ma non è un buon modo per andare avanti insieme. In questo momento il migliore è il Papa.

Lo immaginavo.

Immaginavo che lo immaginava. Papa Bergoglio è una guida, ciò che dovrebbe essere anche un leader politico.

Bergoglio parla delle periferie, la sinistra vince nei centri storici.

Non andare nelle periferie vuol dire lasciare il territorio ad altri. Va nelle periferie chi capisce dove nascono i problemi.

Mi fa un ritratto dei grandi professionisti della tv con cui ha lavorato? Enzo Tortora.

L’ho conosciuto alla fine. Aveva un tormento, ma era imperscrutabilmente signorile.

Angelo Gugliemi.

Il maestro geniale che vede il talento degli altri e non ne ha paura.

Carlo Freccero.

Il mestiere e la follia.

Gianni Boncompagni.

L’enfant gaté, il bambino viziato. Anche lui geniale.

Pippo Baudo.

È Pippo Baudo, non ha aggettivi.

Maurizio Costanzo.

L’eminenza grigia dalle mille sfaccettature, il narcisista intelligente.

Che cosa manca ai dirigenti tv di oggi?

La fantasia e il coraggio di rischiare di non piacere.

Che cosa le manca di Ezio Bosso?

Il tempo di stare insieme che è finito. Il tempo nel quale potevo ascoltarlo e ammirarlo. E dirgli: «Ciao, come stai?».

 

Panorama, 27 maggio 2020

«Che errore uniformare tutta l’Italia con i decreti»

Professor De Rita, lei ha 88 anni ma conserva lo spirito ribelle dei ventenni: niente app e niente mascherina.

«Nessuno che mi conosca direbbe che ho uno spirito ribelle. Sono un uomo tranquillo, arrivato a 88 anni camminando con passo lento verso la morte, compimento della vita. Il mio detto preferito si trova nel salmo 83: “Cresce lungo il cammino il suo vigore finché compare dinanzi a Dio in Sion”».

Era una provocazione. Capisco la difesa della privacy meno il no al dispositivo di protezione.

«Oltre al fastidio, ci sono due ragioni. La prima è che mi sembra di respirare l’anidride carbonica del mio fiato. Forse proteggerà gli altri, ma a me non pare salubre. La seconda ragione è che la mascherina fa risaltare gli occhi e quando guardo i miei coetanei, diciamo gli over 75, vedo sguardi in parte disperati e in parte inespressivi. Non voglio apparire così».

Ecco: intervistare Giuseppe De Rita vuol dire imbattersi in pensieri originali e motivati. Fondatore e presidente del Censis – il Centro studi investimenti sociali che tutti gli anni ci consegna una fotografia del sistema nervoso del Paese – romano, otto figli avuti da Maria Luisa Bari, scomparsa nel 2014, De Rita è una delle figure più lucide e autorevoli del panorama intellettuale italiano. Un grande saggio. Che, con l’eccezione della partecipazione allo staff di Ciriaco De Mita a fine anni Ottanta, ha sempre mantenuto un’equilibrata distanza dalla politica. Nonostante questo, all’elezione per la Presidenza della Repubblica del 2006 ricevette 19 voti.

Professore, è corretto il confronto di questo periodo con quello della guerra?

«Non direi. Chi lo fa non ha visto le centinaia di quadrimotori americani che sganciavano bombe sulle nostre città. O le motociclette delle SS che attraversavano Roma mitragliando ad altezza d’uomo. Quella di oggi è una paura viscida e indistinta. Perciò anche persone razionali possono non controllarla. Qualche giorno fa a Roma alle 5 del mattino si è avvertita una piccola scossa di terremoto. C’è chi è sceso affannosamente in strada, io no. Una certa paura è stata alimentata dal clima generale di emergenza. C’è stato poco “ragionamendo”, direbbe De Mita».

L’enfatizzazione del pericolo è servita a puntellare un potere fragile?

«Questa mi sembra un’esagerazione. Il fatto è che tutto il sistema italiano era impreparato. E quando si è impreparati si sbanda. La Germania ha risposto diversamente. Ha funzionato il rapporto tra i länder e lo Stato centrale, non ci sono stati problemi per le mascherine e i letti in terapia intensiva. Il muscolo ha assorbito la botta e ha permesso di controllare la paura. Noi siamo abituati ad arrangiarci giorno per giorno. È la virtù dell’Italia. Ma abbiamo copiato la Cina, dicendo che gli altri ci seguivano. Non era vero. Così, alcuni errori ne hanno innescati altri».

Il principale?

«Stare tutti insieme appassionatamente, mentre l’Italia è fatta di differenze. Non era pensabile trattare la Lombardia come la Basilicata o Bergamo come Viterbo. Per differenziare bisognava essere sicuri che la muscolatura avrebbe risposto bene. Non essendolo, abbiamo fatto norme uguali per tutti».

Siamo nella crisi più complessa della nostra epoca governati dai politici più sprovveduti della storia repubblicana?

«Come ha detto Giulio Sapelli, siamo governati da eterni disoccupati. Sarebbe interessante che qualche giornalista consultasse la Navicella parlamentare per studiare i curricula di ministri e sottosegretari e vedere cosa tornerebbero a fare se non rieletti. Ma non è tutta colpa loro».

E di chi?

«La ventata anticasta si è trasformata in lotta contro il merito e l’esperienza. Un risvolto disastroso. Quando governava la Dc c’era un lungo percorso di formazione, da vicesindaco ad assessore regionale fino a deputato. Una volta alla Camera, i primi anni si trascorrevano a imparare. Se appena arrivati si va al governo è inevitabile che i governanti siano inadeguati».

Di conseguenza?

«Il dilettantismo genera improvvisazione e semplicismo. Non si mette in quarantena una società complessa come la nostra senza tener conto della specificità di situazioni e corpi intermedi, dalla Chiesa alle filiere produttive, dalle categorie professionali ai sindacati. È come andare avanti chiudendo gli occhi per evitare di vedere il pericolo».

Vede anche lei una sovrapposizione della comunicazione sulla politica come appare da una certa strategia degli annunci?

«La pandemia ha accentuato la verticalizzazione delle decisioni. Tutto si concentra al vertice: Protezione civile, Comitato tecnico scientifico, due o tre ministri con il premier. Quando prevale l’angoscia, il potere si concentra. Il risultato è che anche il rilancio è statalizzato. Ma questo non è un meccanismo privo di conseguenze».

Quali, per esempio?

«Avrà notato che non c’è stata beneficenza privata, se si eccettua l’iniziativa di Gaetano Caltagirone in favore del Gemelli e dello Spallanzani. Per il resto, niente appelli dei giornali o della Chiesa. Tutta la beneficenza è andata allo Stato attraverso l’app della Protezione civile».

Qualcuno veramente c’è stato… E la prevalenza della comunicazione?

«Verticalizzando e statalizzando si crea una distanza che si colma attraverso gli eventi. I famosi decreti, i provvedimenti poderosi. Gli eventi sono il terreno della comunicazione. Oggi si sottolinea il ruolo dei social, della Bestia di Salvini, del portavoce del premier, innalzandolo ad artefice. In realtà, Rocco Casalino dipende da un processo più strutturale».

L’approccio sanitario all’epidemia doveva essere complementare a una visione sociologica che è mancata?

«Non vorrei che la mia sembrasse una critica antagonista. Anche il ruolo quasi esclusivo avuto dai virologi nell’emergenza fa parte del processo di verticalizzazione. Il Comitato tecnico scientifico è composto in un certo modo. Cardiologi, animatori e altri specialisti sono rimasti al margine. Solo ora con le autopsie si inizia a vedere che non si muore di coronavirus, ma di altre complicazioni. Se domina la virologia il corpo umano è ridotto a portatore del virus e si perde di vista una visione completa».

Come giudica il decreto Rilancio?

«La ripartenza non si fa con le sovvenzioni ad personam. Ma è frutto di un processo socio economico complesso che rimetta in moto filiere produttive, gruppi di imprese e territori. Se i cittadini non hanno fiducia e non escono di casa, se non arrivano i turisti, i ristoranti restano chiusi anche se gli si dà il bonus per riaprire».

Ha visto la chat privata fra alcuni magistrati che attaccano Matteo Salvini? Quanto la cultura inquisitoria che domina nel M5s e nella magistratura può aiutare la ripresa?

«Tra Tangentopoli e post-Tangentopoli siamo diventati un Paese inquisitorio. Personalmente non amavo Francesco Saverio Borrelli, ma era un signore che aveva una storia familiare e suonava il pianoforte. Quelle espressioni fanno parte del protagonismo di magistrati che inseguono il protagonismo di Salvini. C’era anche in Borrelli, ma non in queste forme scomposte. Il degrado inquisitorio dipende dalle persone che interpretano ruoli e leggi. Non credo che potrà ostacolare la ripresa del Paese. L’Italia è meglio della magistratura che si precipita nelle Rsa nel pieno della tragedia».

Come possono sentirsi i piccoli e medi imprenditori di fronte al ricorso al prestito statale di Fca con sede nel Paese europeo a noi più ostile?

«Se si fa una società liberale e liberista si stabiliscono criteri che valgano per la richiesta Fca di oggi o per quella del Censis di domani. La Sace e la banca fanno le istruttorie tecniche e concedono il prestito in base a valutazioni oggettive. Ognuno fa il proprio mestiere. Se invece si introducono elementi politici si nega il prestito ai Benetton a causa dei morti del ponte Morandi e alla Fiat perché ha la sede in Olanda. Ma così non si gestisce più nulla».

Da cosa deriva l’eccesso di burocrazia che ci affligge? E perché siamo così impotenti nel combatterla?

«Si sottolinea la burocrazia statale, ma anche in banca e nei commissariati chiedono decine di firme. La burocrazia è il prodotto della diffidenza dell’italiano medio nei confronti del proprio simile. Se va in campagna un contadino non le parla bene del suo vicino. Moltiplichi questa diffidenza cellulare nelle relazioni più complesse, tra enti e organismi, ci aggiunga dieci anni di cultura del Vaffa, e avrà la burocrazia che ci sommerge».

Si può estendere il modello del ponte Morandi senza Codice degli appalti alla ripresa post-coronavirus?

«A Genova hanno applicato quello che a Roma si dice “famo a fidarse”. Sindaco e presidente della Regione si sono fidati, consapevoli di rischiare. Se fosse caduto un calcinaccio e qualcuno avesse aperto un’inchiesta… Non credo si possa agire in deroga per rifare le strade di Roma».

Il ponte Morandi mi ha ricordato l’Autostrada del Sole completata in anticipo di tre mesi.

«E anche il traforo del Monte Bianco, realizzato sulla spinta del conte Dino Lora Totino. Era un clima diverso, c’erano entusiasmo collettivo, gioia di vivere, voglia di crescere. Oggi non riusciamo a fare dieci chilometri di Tav. Se serve la firma del funzionario a ogni metro la gioia di vivere è finita».

In questa crisi i vecchi hanno mostrato di avere più carte di tanti giovani sprovveduti. Dopo la rottamazione è il momento di ricorrere all’usato sicuro?

«Persone come Sabino Cassese e il presidente Sergio Mattarella hanno fatto la ricostruzione e il boom economico, ma appartengono a una generazione che ha dato quello che poteva dare. Al massimo può consigliare chi deve decidere. Non però come le task force che stabiliscono i metri di distanza tra marito e moglie. Ho letto l’invito di Sapelli a coinvolgermi. Ma per far cosa?».

Il presidente della Repubblica, visto che già nel 2006 qualcuno la votò.

«Ne parleremo alla prossima intervista».

 

La Verità, 23 maggio 2020

«E se la Gruber fosse la Papessa straniera del Pd?»

Provocazione, sberleffo, contropiede culturale. Pietrangelo Buttafuoco ha appena pubblicato Salvini e/o Mussolini (PaperFirst), sapido libello in forma di dizionario sulla scorta di Jefferson e/o Mussolini di Ezra Pound, anno 1936.

Prendere in parola i sapienti scandalizzati dagli eccessi salviniani è un divertissment?

Diciamo che provo a disinnescare i riflessi condizionati che gravano sia su Salvini che su Mussolini. Chi odia il leader leghista dice che è come il Duce, chi lo ama pure. Nel corto circuito si scorge tutta la pigrizia italiana.

Perché scavando si scopre che le presunte similitudini sono fasulle?

Esattamente. Come il «chi si ferma è perduto» pronunciato da Salvini e attribuito a Mussolini, che in realtà è di Dante Alighieri. O il «tanti nemici, tanto onore» che correttamente è «molti nemici, molto onore», e fu coniato dal condottiero tedesco Georg von Frundsberg davanti ai militi veneziani in una battaglia del 1513.

Senta, Buttafuoco, ma non era Bettino Craxi l’erede di Mussolini?

Disegnandolo con gli stivaloni, Giorgio Forattini faceva eco al sentimento del Craxi dei giorni migliori. Il quale, a sua volta, viveva una forma di attrazione affettuosa per la Buonanima. Tanto che si recò a Giulino di Mezzegra, sul Lago di Como, per far mettere una lapide nel posto dove fu ucciso. Il sentimento che dominava in lui era l’essere patriota, amante dell’Italia tutta, in tutte le sue epoche.

Anche a Bruno Vespa, che nel suo ultimo libro è ripartito dal Ventennio, tutti gli interpellati hanno smontato il parallelismo, salvo Dario Franceschini.

Solo lui ha evocato l’insopportabile fantasma dell’arco costituzionale che si trascina il sabba dell’intolleranza. Guarda caso, il nemico di quel dogma fu proprio Bettino Craxi.

L’antifascismo in assenza di fascismo è un boomerang della sinistra di piazza e di salotto?

Lo è perché il popolo ha sempre un fiuto laterale rispetto ai proclami e ai copioni glamour. Un po’ come quando la Chiesa cerca di distrarre i fedeli dai santi, ma le processioni e la devozione popolare riportano in auge il bisogno di celebrare il sacro.

Senza il fascismo, paragonare Salvini a Mussolini è fargli un regalo?

È un tentativo di esorcismo che può provocare la moltiplicazione di quelli che dicono «magari!».

Facendo scattare l’allarme per il ritorno dell’uomo forte?

Il fascismo non fu fascista per come lo intendiamo noi. In questo dizionario molti luoghi comuni cadono, a cominciare da quello sull’immigrazione.

Spieghi.

Faccetta nera è il tentativo di far diventare italiani gli africani. Tra le potenze coloniali eravamo l’unica che faceva dei territori d’oltremare delle province, con i prefetti e le moschee.

Salvini e Mussolini gemelli diversi e non solo per peso specifico?

Molto diversi. Il Capitano incarna il politico di destra e condivide il momento favorevole con Giorgia Meloni, a dimostrazione di una ricca offerta post ideologica. Mentre l’esperienza di Mussolini resta una pagina nell’album del socialismo. Eretico quanto si vuole, ma sempre socialista.

Nei primi anni della sua azione.

E anche alla fine, con la Rsi.

Per la classe politica attuale il confronto con il Novecento non può che essere impietoso.

Oggi il contesto è a-ideologico e perfino anti-ideologico. Il secolo scorso imponeva uno sforzo intellettuale molto superiore. Oggi domina la superficialità, che è transeunte ed evapora subito non avendo fondamento.

Per rimanere nel populismo, Beppe Grillo sta durando più di Guglielmo Giannini, l’uomo qualunque.

Perché, grazie a Carlo Freccero e Antonio Ricci, ha avuto la possibilità di irrobustirsi con il dadaismo.

La traversata dello Stretto di Messina aveva echi dannunziani: poi?

Sono spariti perché ha dovuto sgattaiolare nella buca della rispettabilità borghese. Mettendosi con il Pd si è consegnato mani e piedi al sistema.

Addio cambiamento.

Invece di proseguire l’impresa nella libera città di Fiume si è buttato tra le braccia del Cagoia, il triestino che disse «mi no penso ghe per paura», divenuto simbolo di viltà. L’unico che può essere uno strepitoso Guido Keller è Alessandro Di Battista.

Verrà il suo momento?

Quanto meno come Keller avrà la possibilità di alzarsi in volo e gettare un pitale su tutti gli anticasta che si stanno facendo salvare la poltrona proprio dalla casta.

Per il Cagoia Giuseppe Conte, che in un pomeriggio passa da un governo di centrodestra a quello più a sinistra dell’Occidente, ci sono precedenti?

Iscriverlo nel capitolo del trasformismo sarebbe persino nobilitante. Invece è proprio perfetto per la caricatura del «paglietta», il giurista sciuè sciuè, ampolloso dicitore.

Senza contenuto.

Buono per tutti gli usi. Prima si diceva che era il vice dei suoi vice, adesso è sicuramente vice del suo portavoce, Rocco Casalino. Con l’emergenza coronavirus, dal Conte 2 siamo passati al Casalino 1.

Restando tra spregiudicati volteggi, chi è l’antenato di Matteo Renzi?

Amintore Fanfani, «il Rieccolo».

Medesima provenienza.

E caratteraccio. Purtroppo per Renzi, invece che da Ettore Bernabei è affiancato da Marco Carrai.

Giorgia Meloni alleata di Salvini somiglia al Gianfranco Fini coccolato dai giornaloni in chiave anti Berlusconi?

Ci provano, ma non ci riusciranno perché lo spessore della Meloni è molto superiore a quello di Fini. Non è una comprimaria, ma una protagonista.

Come dice il sociologo Luca Ricolfi.

La Meloni ha l’imbarazzo dei destini. Può fare il sindaco di Roma, ritagliarsi una stagione da premiership o andare in Europa. O, infine, può far saltare il risiko dei poteri forti. In questa veste mi ricorda la Sposa interpretata da Uma Thurman in Kill Bill che, armata di katana, consuma la sua vendetta.

 E il fatto che sia donna…

È un vantaggio. Nel libro l’ho paragonata all’Italo Balbo della trasvolata atlantica che, pur con tutto il politically correct, ha ancora la strada intitolata a Chicago. Anche lei non deve temere la contraerea italiana.

Salvini la tollererà.

A destra è una ricchezza che siano in due o tre, hanno diversi potenziali premier.

Tipo?

Se serve un garante c’è Roberto Maroni; se serve chi ha esperienza ci sono Maurizio Gasparri e Roberto Calderoli; se serve qualcuno pronto alla battaglia frontale i nomi abbondano.

Invece la sinistra?

Ha l’establishment, i tecnici e le dinastie, ma non ha la politica. Infatti si fa sempre sedurre dal Papa straniero: Bergoglio, Roberto Saviano, Greta Thunberg, le Sardine, Carola Rackete…

Nicola Zingaretti?

È un socialdemocratico alla Mario Tanassi. Quanto al suo operato di amministratore è peggio di quello di Virginia Raggi. Ma nessuno lo dice.

Il gemello diverso di Massimo D’Alema è Enrico Berlinguer?

Il confronto giusto è con Palmiro Togliatti che, a sua volta, era il D’Alema dei suoi tempi.

Molto elogiativo.

Per i comunisti ho un debole perché non sono di sinistra.

Nel senso della sinistra da salotto di oggi?

Esatto. Il mio più caro amico è stato Stefano Di Michele, collega al Foglio, un contadino abruzzese che non si mischiava con i birignao. E destino vuole che lavori con un fior di comunista come Peppino Caldarola.

Luigi Di Maio?

Pinuccio Tatarella ne avrebbe fatto uno statista. Ne aveva le potenzialità, purtroppo è finito nella trappola di Grillo.

Che lo sta consumando.

Non potrò mai credere che sia contento di governare con il Pd.

Le Sardine le confrontiamo con i girotondi?

Eppure, oplà, sono loro la prosecuzione del qualunquismo sotto l’ala protettiva del conformismo. L’approdo nel mainstream lo dimostra.

Sinistra di piazza e di reality?

Non solo. Quando mai un antagonista è esposto nella vetrina del potere. Manca che siano ricevuti dal Papa e avranno percorso tutte le tappe del politicamente corretto.

Andranno prima da Antonio Spadaro che li ha già adottati.

Spadaro è un Andreotti capovolto, non devoto a Dio come il vecchio Giulio. Se potessi farne un romanzo, me lo vedo baciare Totò Riina piuttosto che Salvini.

Il cui avversario alle future elezioni sarà Giuseppe Sala?

Mi sembra un po’ troppo fighetto, tendenza Bignardi.

Nel suo talk show si è palesato potenziale leader.

Lui il Papa straniero? Mmmh… facile governare Milano, voglio vederlo a Scampia.

Ci sono precedenti da Palazzo Marino a Palazzo Chigi?

Governare l’Italia partendo da Milano ci sono riusciti solo Mussolini, Craxi e Berlusconi. Non credo che la compagnia gli piaccia.

Però siamo tornati all’inizio.

Già, ma il Papa straniero potrebbe essere una Papessa.

Lilli Gruber?

Se ne avesse voglia. Il sangue altoatesino potrebbe aiutarla.

Con lei la sinistra di salotto avrebbe vinto.

Sì. Solo che la Merkel all’italiana, anziché avere le radici nella gloriosa Germania est, ha l’asso nella manica di Urbano Cairo…

 

Panorama, 11 marzo 2020