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Trionfa Da Vinci, delitto perfetto nazionalpopolare

Delitto perfetto nazionalpopolare. A sorpresa, il successo di Sal Da Vinci al 76º Festival di Sanremo è una piccola grande rivoluzione copernicana. Il trionfo della famiglia tradizionale. La consacrazione dell’amore e della fedeltà coniugale. Nel posto che di solito celebra la fluidità, le famiglie arcobaleno, i nuovi diritti. Un verdetto inatteso, ma non per tutti. In un’intervista di oltre un mese fa, Antonio Ricci aveva detto che qualcuno gli aveva parlato di lui come vincitore «forse per bruciarlo». Sulla Verità, non più tardi di sabato, si era ipotizzato: «Pensa che cosa succede se, per caso, vince Sal Da Vinci». Uno smacco per la critica. Una smentita clamorosa, come quelle di certi sondaggi politici sulle elezioni che poi danno risultati inattesi. Anche stavolta il popolo smentisce le élite e i suoi analisti blasonati che, fin dal primo giorno, hanno contestato lo spartito ci Carlo Conti, colpevole di aver chiamato Laura Pausini che non canta Bella ciao, e di aver invitato Andrea Pucci, comico di destra. Figurarsi: un conduttore che definisce il suo «un Festival cristiano e democratico»; un direttore artistico che ha accolto solo dieci donne tra i trenta cantanti in gara. Soprattutto, colpevole di rivolgersi agli italiani, alle famiglie più che ai single, senza ambizioni intellettuali e bandiere mainstream.

I pasdaran della Sala stampa cercavano polemiche a tutti i costi. Tipo l’invito alla supermodella russa Irina Shayk, citata nei file di Epstein, per mandare un messaggio conciliante a Putin. Secondo gli editorialisti dei giornaloni invece era un Festival mediocre, senza guizzi, uno show della medietà. Il tutto trovava conferma nel calo degli ascolti. Che, in realtà, è da ridimensionare considerando la concorrenza delle partite di Champions League e la controprogrammazione di Mediaset e La7. E, tutt’altro che irrilevante, la messa in onda rispetto al 2025 due settimane più tardi, quando la platea è ridotta di circa due milioni. E la finale ha pur sempre totalizzato il 68,6% di share e 10,7 milioni di telespettatori.

Quanto alle canzoni anche quelle erano brutte, i cantanti sconosciuti, i fenomeni latitavano. Stavolta, chissà perché, nessuno chiedeva innovazione. E pazienza per la varietà dei generi, dal country al jazz al melodico, sottolineata dal direttore artistico. La critica si baloccava tra Ditonellapiaga, Serena Brancale ed Ermal Meta. Masini e Fedez no, perché il primo è ritenuto di destra e il secondo antipatico, tanto più che in L’acqua è più profonda di come sembra da sopra (Mondadori) ha saldato un po’ di conti con l’ambiente. Così le firme musicali gliel’hanno fatta pagare. Per il resto, smacco anche nella serata delle cover, quando, con Ditonellapiaga, Tony Pitony, nemico pubblico numero uno, metteva in scena un piccolo gioiello swing, tra Broadway e il Quartetto Cetra.

Intanto, Sal Da Vinci era sempre lì. A ogni esibizione l’Ariston s’infiammava. Lui cantava d’impeto, una pioggia di sentimenti tradizionali. Il giorno del matrimonio, il giuramento di fedeltà… E il pubblico in piedi, donne soprattutto, a tributargli lunghi applausi. Saranno napoletani, si pensava. Per sempre sì restava ai primi posti delle classifiche, ma nessuno ci credeva. Invece. «È la vittoria di un popolo e la vittoria di tutti quelli che hanno perseverato nel seguire un sogno», ha raccontato Sal Da Vinci dopo aver realizzato che è tutto vero. «Faccio questo mestiere da quando avevo sette anni e l’ho continuato con perseveranza tra cadute e salite ripide. Non è stato facile, ma è una vittoria di tutti quelli che vengono dal basso come me». Battuto di poco al Televoto da Sayf, il vincitore ha fatto il pieno nelle giurie di stampa, radio, tv e Web, dov’è folta la rappresentanza napoletana. E dove, come detto, non si è voluto premiare Male necessario di Fedez e Masini. Da Vinci andrà anche all’Eurovision, ha confermato agli scettici che sui social già contestano che ci si presenti con «questa roba qui»: «Portare la musica italiana fuori dal nostro Paese è un grande motivo di orgoglio», sottolinea indomito. In tanti masticano amaro.

 

La Verità, 1 marzo 2026

Dopo la staffetta Conti-De Martino vince Da Vinci

Serata finale piena. L’annuncio del nuovo conduttore e direttore artistico, Stefano De Martino, con investitura in diretta di Carlo Conti. E una lotta mai così incerta fino all’ultimo tra Fedez e Masini (quinti) Arisa (quarta) Ditonellapiaga (terza) Sayf (secondo) e Sal Da Vinci (primo).

Sal Da Vinci 9 A sorpresa, ma non per tutti. Per sempre sì, un brano romantico, tradizionale, neomelodico, un inno all’amore e alla fedeltà coniugale, cantato sempre di getto e senza risparmio vince il 76º Festival di Sanremo. Un premio probabilmente dovuto al televoto. Un premio che farà storcere il naso alla critica. Un premio nazionalpopolare. Un premio al coraggio.

Carlo Conti 9 L’esperienza non è acqua. Con Laura Pausini e Giorgia Cardinaletti sottolinea il contesto della guerra in Iran, la festa non dimentica l’attualità. Dà sicurezza alle partner. Esorta la cantante delle Bambole di pezza a non tatuarsi il suo volto sul braccio. Aziendalista, passa il testimone a Stefano De Martino. Pilastro.

Stefano De Martino 8,5 Spunta a metà serata per l’annuncio irrituale che tutti già conoscono. Sarà lui il conduttore del Festival 2027. Il talento e la spontaneità li possiede. Sul palco ci sa stare. La direzione artistica sarà il vero banco di prova. In bocca al lupo.

Laura Pausini 8 A Bocelli, senza piaggeria, dice: sono onorata di essere una tua collega. Dopo le prime sere, qualcuno le ha imposto di dire «maestra» e non «maestro» quando presenta una donna che dirige l’orchestra. Lei si corregge, ma le scappa la declinazione al maschile. Monella.

Giorgia Cardinaletti 6,5 Alle telecamere della Rai è abituata, le pause della dizione le conosce, l’unica preoccupazione è la scala. Passa la linea all’abituale Tg1 in un minuto di mezza sera che dà la notizia della morte dell’ayatollah Khamenei. Introduce il momento femminicidi. Diligente.

Nino Frassica 5,5 Con acconciatura alla Cristiano Malgioglio: siccome l’anno scorso è stato un successo rifà le stesse cose. Legge il decalogo del bravo conduttore. Che deve essere anche un direttore artistico e rifiuta i Jalisse e Al Bano. La gag del ritorno a sorpresa di Can Yaman… insomma. Il direttore di Novella bella è una parodia consumata. Inflazionato.

La frase post canzone 4 Permettimi di dire una cosa velocissima. Contro le bombe che silenziano i bambini in tutto il mondo (Ermal Meta). Io stasera sono a disagio, ricordiamoci di quello che succede nel mondo (Michele Bravi). E poi i ringraziamenti alle persone che lavorano dietro le quinte, al mio team e alla splendida orchestra… D’accordo che è la serata finale, ma… Stucchevoli.

Andrea Bocelli 9 Arriva a cavallo, nientemeno. Il pubblico è in piedi. Si accompagna al pianoforte interpretando Il mare calmo della sera con cui vinse nel 1994 tra le Nuove proposte. Dopo il grazie a Caterina Caselli che lo lanciò, Con te partirò. Apoteosi.

Gino Cecchettin 6 Poteva mancare e invece no. Il momento di sensibilizzazione contro i femminicidi e il maschilismo tossico ormai è un classico dei grandi eventi generalisti. A picco sul burrone della retorica. Obbligato.

 

La Verità, 1 marzo 2026

Conti sotto accusa perché Sanremo non è woke

Un Festival di Sanremo più sociale e meno social. Più nazionalpopolare e meno mainstream. Più comunitario e meno community. Sembrano sfumature: non lo sono. Intanto. Alla terza serata, più movimentata e vivace e con ospiti di qualità, da Mogol a Ubaldo Pantani, da Eros Ramazzotti a Alicia Keys, anche gli ascolti sono risaliti. Archiviata la Champions League di Inter e Juventus, che non poteva non incidere sebbene i detrattori tendessero a minimizzarne gli effetti, il 60,6% di share registrato giovedì è il più alto per una terza serata dal 1990: era televisiva pre-piattaforme, per intenderci (il fatto che lo share elevato sia abbinato a 9,5 milioni di telespettatori, inferiori ai 10,7 dell’anno scorso, share del 59,8%, dipende dalla platea totale ridotta di due milioni rispetto al 2025, quando la terza serata andò in onda il 13 febbraio).

Carlo Conti che sa far di conto sembra una battuta e forse lo è. Ma non tanto per i calcoli dell’Auditel, quanto perché, al suo quinto Sanremo, l’ultimo, senza possibili ripensamenti, lavora di addizione e sottrazione. Gestisce l’accumulo e i vuoti, qui aggiunge e lì toglie. Nel brogliaccio del 76º Festival della canzone italiana balza all’occhio la grande assenza della cultura woke. Niente appelli delle minoranze, niente bandiere arcobaleno. Niente Ghali, Rosa Chemical, Big Mama. La critica lamenta la mancanza di guizzi, la carenza di fenomeni, il copione prevedibile e poco eventizzato. Sarà. Si può fare un Festival senza proclami e monologhi militanti? Senza lamentare le discriminazioni e i vittimismi di qualche nicchia? Conti ha creduto di sì. Ha creduto alla possibilità di un Festival normale, per la gente comune. Sapendo che poteva andare incontro al rischio noia. Al suo quinto Sanremo ci ha provato, ci sta provando, con buona pace di una fetta della sala stampa che, senza i piagnistei per le donne emarginate, per le apparizioni del premier Giorgia Meloni e le pressioni di Fratelli d’Italia sul cast attuale e futuro, non riesce a stare. Ieri è toccato allo «scandalo» del Mogol novantenne rientrato a Roma sull’elicottero dei Vigili del fuoco, lui che ha scritto il loro inno… E pazienza se la stampa accredita un Festival immaginario, parallelo. Un FantaSanremo.

Il vero scandalo è un altro. Imputano al direttore artistico di aver chiamato LauraPausinichenoncantaBellaciao. Di aver invitato AndreaPuccicomicodidestra. Imperdonabilissimo. La critica «tragicizza» la crisi del Festival, ha scritto Francesco Piccolo su Repubblica. Pensiamo all’edizione del 2027, questa è già archiviata, hanno titolato. Il format è superato, Sanremo non è più nello spirito del tempo, hanno decretato da altre cattedre. Semplicemente: non piace a lorsignori. Che il direttore artistico abbia provato a lavorare su un copione diverso, magari senza inventare niente di clamoroso, non è ipotesi considerata. Semplicemente, parlando più alle famiglie che ai single. Più agli eterosessuali che ai non binari. L’insistenza su Pippo Baudo avrebbe potuto far capire. Anche la scelta di farsi affiancare da Laura Pausini, ovviamente. Ma era meglio Giorgia. Laura o Giorgia: è qui la differenza tra nazionalpopolare e mainstream. L’altra presenza fissa è Max Pezzali, per dire. Se si danno i premi alla carriera a Caterina Caselli, Fausto Leali e Mogol ci si è dimenticati di Amedeo Minghi e Tullio De Piscopo.

La critica «tragicizza», si diceva. E non vede l’addizione. Una co-conduttrice fissa più altri uno o due per ogni sera (Can Yaman, Pilar Fogliati e Lillo Petrolo, Irina Shayk e Ubaldo Pantani, Bianca Balti, Nino Frassica…). Più i superospiti, gli attori le attrici e i comici, gli atleti olimpici, i cori, le sorprese nella serata delle cover, i momenti di riflessione e tutto il resto per un racconto pachidermico e massivo. No, la critica vede «la sottrazione», ciò che manca. Quelle cose lì, gli appelli, la frasetta sparata dopo la canzone, i proclami un tanto al chilo. La guerra in Ucraina. Il genocidio. Il body shaming. La dimenticanza di Gaza, secondo Ermal Meta, premiato dall’Accademia della Crusca. Che, grazie a Dio, quello delle tre religioni monoteiste, ha pontificato solo nell’apposita conferenza stampa.

Se invece si vuol guardare quello che è successo all’Ariston, i contenuti non sono mancati. Il voto alle donne nel dopoguerra con l’ultracentenaria Gianna Pratesi. La guerra alla guerra con il «Make music not war» di Laura Pausini che ha interpretato insieme ai bambini dello Zecchino d’oro e di Caivano Heal the world, l’inno pacifista di Michael Jackson. L’appello contro la violenza giovanile insieme a Paolo Sarullo, un ragazzo in sedia a rotelle dopo un’aggressione fuori dalla discoteca. Il momento dedicato alle dipendenze giovanili da droga, alcol e social con il professore e youtuber Vincenzo Schettini. La presenza di Bianca Balti, già ospite l’anno scorso, con la possibilità di testimoniare la sua battaglia contro il tumore al seno.

Un’altra narrazione è possibile. Il Festival sociale condivide senza militanze. Il Festival comunitario rappresenta senza schierare e sventolare bandiere. Si può fare attraverso momenti non iscritti nel mainstream prediletto dal giornalone unico? Sembra di no: «Il Festival non sta funzionando», «Il Festival che delude punta sull’anno prossimo», «Un Sanremo piccolo piccolo, senza idee», «Lo show di Conti arranca il femminismo arretra». Stizzirsi perché il direttore artistico e conduttore non voleva cavalcare il solito spartito, più che un’occasione persa è la conferma che si conosce solo quello. E che quello spartito è un imperativo, così è se vi pare. Invece no. Achille Lauro senza tutine glitterate e in abito bianco ha cantato Perdutamente in omaggio alle vittime di Crans-Montana. Un Fedez concentrato ha duettato con Marco Masini raccontando che si può superare il Male necessario. In Parole Parole Fulminacci si è lasciato corteggiare da Francesca Fagnani a ruoli rovesciati rispetto all’originale di Mina e Alberto Lupo. È un Festival della canzone italiana. Normale. Pensa che cosa succede se, per caso, vince Sal Da Vinci

 

La Verità, 28 febbraio 2026

Seconda serata Sanremo: Laura ok, l’imitazione no

Seconda serata del Festival di Sanremo 2026 tra musica, ospiti e momenti di spettacolo più o meno riusciti. Sul palco dell’Ariston si alternano cantanti, co-conduttori e incursioni comiche: queste le pagelle ai protagonisti della serata.

Laura Pausini 8 Più che spalla, padrona di casa. Conti le concede l’apertura e ripaga la fiducia. A proprio agio anche da conduttrice, s’improvvisa corista dell’Anffas. Lo stile pop porta spontaneità al protocollo. Disinvolta.

Patty Pravo 5 Santi e peccatori/ Naviganti e sognatori. L’unicità di ogni essere umano, come la sua all’Ariston, ultima resistente dell’era beat. Proprio indispensabile?

Achille Lauro 7,5 Accolto dal tifo organizzato. La sua Perdutamente, intonata al funerale di Achille Barosi, morto nel rogo del Constellation, canta la precarietà umana. E se bastasse una notte, sì, per farci sparire/ Cancellarci in un lampo come un meteorite. Momento clou con coro lirico. E un pizzico d’enfasi di troppo.

Lillo 6,5 Si finge apprendista presentatore. Infila i luoghi comuni del mestiere, la «splendida cornice», il «voltiamo pagina», il «proprio su questo palcoscenico»… Si dilunga, imposta la voce attoriale, esagera con l’enfasi. Autoironico.

Vincenzo De Lucia 4 La performance meno riuscita del Festival. L’imitazione di Laura Pausini non è credibile e soprattutto non diverte. Conti fa il finto tonto. Gli autori dove sono? Numero da oratorio.

Elettra Lamborghini 6 Media voto tra Voilà, esile canzonzina da spiaggia sostenuta dal balletto glamour, e la protesta fuori programma contro le «festine bilaterali» che l’hanno costretta alla notte insonne. Il fuori palco irrompe sul palco. Strappacopione.

Francesca Lollobrigida, Lisa Vittozzi 6 Vincitrici di tre ori olimpici, emozionate più che sul ghiaccio e sulla neve di Milano Cortina. Dove stanno per cimentarsi anche gli atleti paralimpici. Non manca l’onnipresente ex presidente del Coni, Giovanni Malagò. Passaggio del testimone, forzato, da un evento all’altro.

Levante 7 Sei tu, la più difficile delle canzoni in gara. Recitata, sussurrata, commossa. Se l’amore sei tu/ Ma ho già perso il controllo/ Non mi segue più il corpo. Un brano romantico vecchia maniera, scritto da sola. Cantautrice ispirata.

 

La Verità, 26 febbraio 2026

Media anti Conti, Meloni: giocano a FantaSanremo

Quest’anno tutti contro il Festival di Sanremo e Carlo Conti. In un certo senso, è una piccola rivoluzione copernicana del circo mediatico del villaggio. Cos’è successo di tanto sconvolgente, allora? Che il direttore artistico ha avuto l’ardire di invitare Andrea Pucci, un comico di destra, con qualche sconfinamento volgare. E tutti contro anche Laura Pausini, «quella che non canta Bella ciao». È noto, il mondo si divide tra quelli che la cantano, buoni giusti e frequentabili, e quelli che no. Quest’anno va così, i giornaloni hanno l’artiglieria spianata, il Festival è la punta di diamante di TeleMeloni. Ci si inventa persino la notizia del premier stasera in prima fila all’Ariston. Pare che, si dice, corre voce, si ipotizza, ci sarebbero stati abboccamenti tra emissari di Palazzo Chigi e il conduttore. Una bufala totale.

Questo è il clima e difficile che a Conti e soci basti evocare i santi in paradiso per scansare gli attacchi preordinati. «Già l’anno scorso avevo detto che il mio Festival era baudiano, ed è un’emozione condurre il primo senza di lui», dice commuovendosi quando ricorda Pippo Baudo come «maestro e faro… È doveroso dedicarlo a lui, ho fatto mettere una targhetta fuori dal mio camerino». Anche Laura cita Superpippo al quale fece la prima telefonata dopo la proposta di co-conduzione arrivata nel marzo scorso. Altre volte aveva declinato perché non si sentiva pronta. Invece la serenità di Carlo, ribattezzato Carlotan (Carlo più Lexotan) aveva fatto breccia. «Che cosa aspetti? Te lo dico da un po’», l’ha rassicurata Baudo. Quindi eccola qui, con la sua semplicità e la sua tendenza alla logorrea. Dopo Superpippo, l’altro para polemiche dovrebbe essere il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ha ricevuto l’intero cast sanremese qualche giorno fa e «non potevo finire meglio di così», dice il direttore artistico ricordando che il Festival, arrivato alla 76ª edizione, è solo di poco più giovane della Repubblica che ha 80 anni. Non basteranno Baudo e Mattarella a rintuzzare gli attacchi. Le polemiche possono servire anche ad alzare l’audience che preoccupa la Rai perché, a differenza degli anni scorsi, stavolta c’è la controprogrammazione Mediaset e soprattutto, stasera e domani, ci sono le partite di Champions League. Infatti, «vi auguro tante polemiche, tante tante», dice chiaro Fiorello collegato via cellulare.

Ma quella sul caso Pucci, invitato su input governativo, è presto sedata: «Quando chiamo un ospite non gli chiedo per chi vota. Mi spiace per lui, ma siamo stati tutti testimoni di cosa è successo su questo palco a un fuoriclasse come Maurizio Crozza. Quanto a me», sottolinea Conti, «in passato mi hanno dato del renziano, ora del meloniano, un giorno diranno che sono cinquestellato: sono un uomo libero e indipendente, ho svolto sempre con autonomia il mio lavoro di giullare. Preferisco che si dica che non so fare il mio mestiere che sentire che mi tirano la giacca e dicono che ho preso qualcuno per appartenenza».

Spenta per la seconda volta anche la boutade di una presenza del premier stasera all’Ariston: «È fantascienza pura pensare che io l’abbia invitata. Non ho un rapporto diretto. È una libera cittadina, se vuole acquistare un biglietto e venire può farlo», taglia corto il direttore artistico. Prima che sul suo profilo X Giorgia Meloni posti una replica ironica: «Leggo da giorni di una mia presunta partecipazione alla prima serata di Sanremo. Una notizia totalmente inventata. Eppure, dopo la smentita, il conduttore è stato nuovamente incalzato su questa mia fantomatica presenza. A questo punto forse conviene ricordare a chi inventa notizie di sana pianta che il FantaSanremo è un gioco divertente per gli appassionati del Festival. Le notizie, invece, dovrebbero restare nel mondo reale. E sono sicura che Sanremo saprà brillare senza ospiti immaginari. Perché è la più grande festa della musica italiana, e non serve infilarci a forza la polemica politica».

 

La Verità, 24 febbraio 2026

Cortina e Sanremo, quanto piace l’ubiquo Mattarella

Oggi tocca a Carlo Conti e Laura Pausini. L’agenda di re Sergio è fittissima. Un impegno gravoso dopo l’altro e chissà come farà «il Matta» per altri quattro anni, fino al termine del secondo mandato. Comunque. Dopo gli auspici per Sofia Goggia, ieri, in trasferta sulle nevi di Cortina, si è complimentato con Federica Brignone per la medaglia in Superg. «Ci contavo!», le ha detto, precipitandosi dalla tribuna sull’atleta a fine gara. «Io non tanto», ha sorriso lei nel tripudio degli spettatori, mentre il presidente tornava sugli spalti. Olimpia e foibe, Supergigante e referendum sulla giustizia, Alcide De Gasperi e Achille Lauro. Nessuno come lui sa unire personalità così lontane e padroneggiare materie tanto divergenti. Mattarella è il «presidente pop e top» (Mario Ajello, Il Messaggero). Ogni tocco un prodigio. Ogni parola una stilla. Eclettico, poliedrico, multitasking. Un capo dello Stato tanto in vetrina come lui non ce lo ricordiamo dai tempi di… Ecco, non ce lo ricordiamo. Sempre in prima fila. Protagonista. Risolutore. Catalizzatore. Sta bene su tutto, come il grigio. Basta ascoltare i tg o leggere i giornali e i siti online. Una passerella dietro l’altra. Una tribuna. Un palco. Un pulpito. Un’esortazione, una prolusione, una premiazione. Non gli sfugge nulla. Oggi riceverà i big del Festival di Sanremo e chissà se all’ultimo, al Quirinale o all’Ariston, spunterà anche Roberto Benigni. Del resto, ormai gli uomini del presidente decidono chi fa o non fa le telecronache delle Olimpiadi, rinominate Mattarelliadi. Dare un’occhiata ai telegiornali Rai per credere. A proposito, proprio all’Ariston di tre anni fa, alla serata d’apertura del Festival officiato da Amadeus, l’uomo del Colle apparve per applaudire il monologo del comico toscano sulla Costituzione più bella del mondo. Benigni si scoperchiò di elogi, inchini e riverenze e da allora re Sergio non si perde un riflettore o un selfie che sia uno. Un acrobata, un globetrotter delle passerelle. Le sue sono apparizioni. Come quelle dei santi. Infatti, «porta bene» (o no, Sofia?), scrive il giornalone unificato. Stende la sua grazia sulle gare degli italiani. Incoraggia, sprona, conforta. E come certi santi ha il dono dell’ubiquità. È dappertutto, contemporaneamente. A pranzo con gli atleti al Villaggio olimpico di Milano. Alla cena di gala con re, regine e capi di Stato. Alla Cerimonia inaugurale delle venticinquesime Olimpiadi invernali, ma anche a quella delle «quindicesime». «Un presidente rockstar», per l’ex capo del Cio Thomas Bach, stupito dai cori che l’hanno accolto a San Siro. Dal bagno di folla allo stadio al Quirinale per firmare il decreto di indizione del referendum sulla separazione delle carriere. In Parlamento alla commemorazione delle foibe. Al Circolo ufficiali della Marina militare di Cortina d’Ampezzo. A Casa Italia per festeggiare le medaglie di giornata evitando, però, appropriazioni indebite: «Sono degli atleti. Sono stato fortunato io a essere qui in questi giorni», precisa rispondendo al presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, che gli attribuisce capacità taumaturgiche.
È dovunque come Padre Pio. Anzi no, troppo brusco il frate di Pietrelcina. Come San Francesco, più soave e inclusivo. Più mainstream (purtroppo). Sorella neve e fratello Festival. Il presidente francescano. E anche un po’ bergogliano. Telefona agli atleti medagliati: «Pronto, c’è Arianna? Sei Olimpiadi e sei successi, una gara formidabile».
Il culto della personalità dilaga come un virus. Tutti pazzi per Matta. L’infodemia ha contagiato tg ammiragli e siti che predicano trasgressività e razzolano con l’establishment. I servizi dei notiziari sono un format di rosolio. Se re Sergio saluta la Goggia nel salottino del Circolo ufficiali diventa la notizia d’apertura dei tg serali. La strage in una scuola del Canada (nove morti e 27 feriti), il blocco navale per i migranti deciso dal governo e l’alleanza Italia Germania in Europa possono attendere. Sarà mica che, vista la fine del povero Auro Bulbarelli, silurato dalla telecronaca della Cerimonia d’apertura per aver anticipato il Matta a San Siro, è meglio tenersi buoni gli uomini del presidente?
Mattarella superstar nobilita ogni cosa che tocca. «Consegnato alla storia delle Olimpiadi il tram milanese pilotato da Valentino Rossi, a Cortina il presidente della Repubblica è arrivato in elicottero» (Monica Guerzoni, sul Corriere della Sera). A Predazzo stanno lustrando il gatto delle nevi. «Nel pomeriggio, neanche il tempo di arrivare da Trento, dove ha inaugurato la biblioteca dell’università dedicata ad Alcide De Gasperi, che subito vuole incontrare Goggia… Mattarella ama lo sport nel profondo. Lo conosce nelle pieghe tecniche e regolamentari» (Concetto Vecchio, Repubblica). Il senso di Matta per la neve. «Emozioni e speranze, ma anche dettagli tecnici perché è un appassionato, non si perde una gara e si interessa persino dell’altezza e della compattezza della neve (Guerzoni)». «Quanto è preparato», sussurra Sofia a Buonfiglio, «ma come fa a sapere tutto?», riporta il Corrierone. Infatti. È onnisciente. Mica ha un nutrito staff che lavora per lui. Però, chissà che fatica festeggiare gli ori azzurri. «Quando sono già le 23, decide di ricevere le due ragazze, Andrea Vötter e Marion Oberhofer: “Siete state favolose!”. Inevitabile il selfie (Vecchio)».
Oggi però si inaugurano le Sanremiadi. E ci saranno Carlo con la sua abbronzatura, Laura che non canta Bella ciao e tutti i big del Festival. Insomma, il presidente pop è sempre al top. E guai a chi rompe l’incantesimo come ha fatto ieri l’ex assessore alla Cultura di Livorno, Simone Lenzi, chiedendogli su X se sia ammissibile che un Procuratore capo come Nicola Gratteri, diffami «milioni di cittadini perbene che non la pensano come lui», dicendo che «voteranno per il Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria».
Chissà se re Sergio risponderà. Più facile che risponda all’invito di Buonfiglio che vorrebbe averlo sempre a Cortina a «portare bene». Circola voce che Sofia Goggia preferisca l’invio di un cartonato.

 

La Verità, 13 febbraio 2026

 

«La fede è una bomba, ma il dolore dei bambini…»

Ciao Rosa, vorrei intervistare Verdone sul Natale. Rosa Esposito (ufficio stampa di Carlo Verdone): «In questi giorni sta girando la quarta stagione della serie. Non ha un minuto, è regista e attore». Proprio perché non ho perso un episodio voglio vedere se sono l’unico a cui riesce a dire di no. «Va bene, Maurizio: glielo chiedo…». Un paio d’ore dopo, su whatsapp: «Carlo prova a chiamarti oggi».
Com’è il Natale nella vita di Carlo?
«Nell’infanzia e nell’adolescenza fino a quand’ero universitario sono stati natali felici perché eravamo una famiglia molto unita. C’era la tradizione di trovare un regalo sotto l’albero, da bambino la pistola di Pecos Bill o, dopo, i racconti di Anton Cechov che mio padre mi regalò a 23 anni. Un libro che poi mi servì, perché al saggio di regia del Centro sperimentale portai proprio un racconto di Cechov».
E più avanti negli anni?
«Mi sono divertito, e mi diverto, a far trovare i regali sotto l’albero a Giulia e Paolo, i miei figli. Mi spiace quando sento dire: “Il Natale che tristezza, non vedo l’ora che passi”. Dovrebbe essere una festa che dà serenità e pacifica. Oggi le famiglie sono cambiate e non c’è più quel momento di aggregazione in casa, una volta la cena insieme era quasi una legge».
È stata una festa caciarona o intima?
«Non amo il Natale caciarone. L’ho trascorso con i miei figli e mio fratello. Una serata semplice. Ho la fortuna di avere una casa che sta in alto e di godermi il panorama del Gianicolo».
Ha una particolare tradizione di famiglia che ha mantenuto?
«Andavamo a messa nella chiesa di San Salvatore in Onda e continuo a farlo anche se adesso abito più lontano. Quando stavamo nella casa sopra i portici in Lungotevere dei Vallati, il palazzo dava su Via dei Pettinari, dove si trova quella chiesa importante per la mia famiglia perché, durante la guerra, i preti Pallottini nascosero mio zio che, avendo sposato una donna ebrea, era ricercato».
Importante.
«È anche la chiesa dove si sono sposati i miei genitori e anch’io sono stato battezzato lì. È piccola, elegante. Mia madre, che era di idee progressiste ma anche molto cattolica, aveva la devozione del primo venerdì del mese e amava che la condividessi con lei, come per un po’ ho fatto. Quindi quella chiesa mi ricorda mia madre, e anche il presepio dei Pallottini. In questi giorni lei ci portava a vedere i presepi e alla fine del giro facevamo insieme la classifica di quello più poetico».
Adesso i presepi non si fanno per non irritare i non cristiani.
«Non capisco molto questi problemi. Se andassi in un Paese islamico non contesterei le loro tradizioni».
Spesso siamo noi ad autocensurarci.
«È un’ipocrisia intellettuale, una cautela dei salotti, non una cosa che parte dal proletariato».
Negli ultimi anni il suo è un Natale più religioso?
«Forse lo era di più qualche anno fa, quando speravo che il mondo seguisse strade meno tormentate, con meno guerre, meno tensioni. Andando avanti con gli anni si prova un grande dolore se alcune persone alle quali si è voluto un bene dell’anima, persone che non hanno mai fatto male a nessuno, improvvisamente se ne vanno e magari sono più giovani di te. Questo fatto mi sconvolge… Ma ce n’è un altro che mi turba ancora di più».
La ascolto.
«Sono rimasto due giorni intristito dopo aver visitato i bambini affetti da tumore all’istituto oncologico. Con che coraggio diciamo che la vita è meravigliosa? La vita dipende dalla buona sorte. Sì, poi c’è una democrazia perché tutti dobbiamo morire. Ma quando vedi un bambino di sei anni che non riesce a parlarti perché ha un tumore ai polmoni, non reggi… Mi sono inventato una scusa per uscire dalla stanza e non mostrare che piangevo… Perché accanirsi con un bambino? I suoi genitori sanno bene che non ce la farà. Se fossi il Padreterno avrei risparmiato loro questo supplizio».
Il dolore dei bambini è un mistero inspiegabile.
«Insopportabile. Manda in crisi la mia fede. Poi, magari rifletti, e pensi che siamo nati con il certificato di morte in mano. Ma non si può dire a cuor leggero che la vita è meravigliosa».
La misura di Dio è diversa dalla nostra?
«Una volta, dopo che aveva visto un mio film, andai a trovare monsignor Ersilio Tonini, un sacerdote vero. Mi disse: “Caro Verdone, non si lasci prendere dallo sconforto. Avete un’arma che usate male: la preghiera. Telefoni a Gesù…”. “Io lo chiamo, ma non sento nessuna voce”, replicai. “Ma lui ascolta tutto. Avrà una bella sorpresa quando finirà questo cinematografo che è la vita”».
Di recente ha detto che quando si diventa maturi e qualche persona cara non c’è più «esplode ’sta bomba della fede». Che tipo di esplosione è?
«Senti la necessità di pregare di più. Non importa se in chiesa o prima di dormire, importa che sia una preghiera che viene dal cuore, non a macchinetta come alle scuole elementari. Anche se non avviene quello che chiedi, ti aiuta a non mollare e ti trasmette serenità, dopo. Non è una suggestione».
Questa fede riguarda l’aldilà?
«Non so com’è l’aldilà, però credo di avvertirlo nella presenza delle anime dei miei genitori, un padre e una madre molto speciali, che ancora mi aiutano».
È una fede dettata dalla paura della morte?
«Certo. Anche un non credente prima o poi finisce per dirla una preghiera. Avevo un caro amico che faceva dell’ateismo la sua bandiera. Un giorno si è ammalato e gli furono diagnosticati due anni di vita. Una volta, entrando in una chiesa me lo sono trovato inginocchiato sul primo banco. Gli ho voluto ancora più bene vedendo quella sua disperazione aggrapparsi all’ultima fune».
Senza aspettare il tempo che si accorcia si può credere pensando che, se tutto finisse, chi ci ha dato la vita ci avrebbe fatto uno scherzo crudele?
«Sì, sarebbe un teatro dell’assurdo. Nulla nasce dal nulla. Da pagani possiamo dirla anche con Seneca: nulla si estingue, ma tutto si decompone per ricomporsi in una forma che a noi ancora non è chiara».
Quindi, è fiducioso sul dopo?
«È l’ultima speranza che mi rimane. Seguo l’esempio di mia madre che, nell’orrenda malattia che la colpì, nonostante i mancamenti e i vuoti di memoria, continuava a dire il rosario anche negli ultimi giorni. Non sbandierava il suo essere cattolica. Quelli che m’infastidiscono sono i cattolici di professione, che vivono i dogmi senza riflettere. E poi credo un’altra cosa. Abbiamo il calendario dei santi: penso che di santi ce ne siano tanti nel mondo, non solo delinquenti, ladri, opportunisti… Voglio raccontarle una storia».
Prego.
«Per molto tempo dalla mia finestra, ho visto una vecchia salire curva verso il Gianicolo, trascinando un carrello pesante anche sotto il sole a picco dell’estate. Una donna molto povera che poteva dormire per strada o in un centro per anziani. Ogni volta mi chiedevo quanti anni avesse, come facesse a salire, piegata come Cristo verso il Calvario. Un giorno che si era fermata per prendere fiato sono sceso con 50 euro in una busta: “Lei non mi conosce, ma io la vedo spesso passare di qua e le voglio fare un piccolo dono…”. “Questi soldi li dia a chi ne ha più bisogno di me”, mi ha risposto gentile, con la sua asma. “Mi offende, lo faccio col cuore. Mi farebbe piacere se accettasse”, ho replicato. “Guardi che c’è chi sta peggio di me”, ha ribadito, ferma. Ho dovuto rimettere i soldi in tasca e tornarmene a casa a pensare».
A Francesca Fagnani che gli ha chiesto se potesse riportare in vita qualcuno per pochi minuti chi sarebbe e che cosa gli direbbe, Jovanotti ha risposto: «Chiunque… per chiedergli com’è di là, dopo la morte».
«A me non interessa sapere cosa c’è di là, se si chiama paradiso o no… Mi basterebbe rivedere tre minuti mia madre e dal suo volto, dal suo sorriso, capirei se è serena e in armonia. E se mi segue nella vita, come credo sia».
Questa bomba della fede vale anche per l’aldiquà?
«Se ne avessimo di più forse non ci sarebbero tante brutte situazioni. Mi vengono in mente le pubblicità sui bambini africani, ci sono zone dove il 60% sono ciechi. Perché non facciamo qualcosa? Elon Musk parla di andare su Marte… Chi se ne frega di andare la quarta volta sulla luna con i problemi che abbiamo qui? Basta… Userei quelle risorse per aiutare quei bambini, per ridar loro la vista».
In Vita da Carlo il fatto più divertente è la sua generosità che la rende vittima di sé stesso.
«È una questione di rispetto… L’ennesima richiesta d’intervista sulla Roma e Claudio Ranieri la respingo. Qualcuno mi rimprovera che do troppe interviste, ma oggi un ragazzo prende 15 euro ad articolo. Se mi fa una proposta intelligente e posso aiutare il suo curriculum perché non devo farlo?».
Dopo il film d’autore, il sindaco di Roma e il Festival di Sanremo quale sarà la sfida della quarta stagione?
«Paramount mi chiede di non dare anticipazioni. Posso solo dire che desideravo interagire con molti giovani, un gruppo di studenti pieni di passione per il cinema e la cultura».
Il Giubileo appena iniziato è grazia o disgrazia?
«Per hotel, ristoranti, Uber e tassinari sicuramente una grazia».
Da romano?
«Roma è ridotta a un posto di aperitivi, ristoranti giapponesi, thailandesi, vinerie. Un’immensa Capri. Dalla città degli imperatori e dei grandi monumenti siamo passati alla città culinaria, con i funghi a calore per riscaldare chi cena all’aperto».
E da credente?
«Può essere una grazia. Viviamo un momento così complicato… Se afferriamo il senso della speranza di cui continua a parlare il Papa possiamo recuperare l’etica che abbiamo perso. Per chi ha questa sensibilità può essere un’occasione e per chi non ce l’ha, anche».
Avrebbe fatto cantare Tony Effe al Concertone?
«Non ho seguito tutte le polemiche però sì, l’avrei fatto cantare».
Tanto più che andrà a Sanremo…
«Vasco Rossi quando ci andò la prima volta aveva scritto Portatemi Dio, una canzone che diceva: “Metteteci Dio sul banco degli imputati”. Poi si è rivelato una persona generosa…».
Questo politicamente corretto ci sta facendo andare fuori di testa?
«Su alcune cose si può capire, ma è sbagliato non contestualizzare le situazioni. Via col vento dovrebbe essere bruciato perché la mami è nera? Suvvia. Il Sorpasso è maschilista, ma è un capolavoro. Con i criteri di oggi, quanti film di Alberto Sordi, Ugo Tognazzi o Vittorio Gassman dovrebbero andare al rogo? E i miei? In Acqua e sapone vado a letto con una ragazzina che non ha ancora 18 anni, ma è una fiaba. Sette otto miei film dovrebbero essere eliminati. È una moda fastidiosa, diffusa sempre dai soliti salotti intellettuali, il popolo non si pone questi problemi».

 

La Verità, 28 dicembre 2024

Pier Silvio delude gli anti Berlusconi: niente politica

È un Pier Silvio Berlusconi tuttocampista quello che incontra i giornalisti nella conferenza stampa di fine anno. Un Pier Silvio box to box, come si dice in gergo calcistico. Anzi, propenso alle incursioni nelle diverse aree di competenza. La politica innanzitutto, compresi i rapporti con il governo di Giorgia Meloni che negli ultimi mesi hanno registrato qualche increspatura. Poi la Rai, Sanremo, l’Europa, Giambruno e annessi, le alterne fortune di Striscia la notizia. Eccetera eccetera. Spesso è così perché a queste serate partecipano giornalisti televisivi, politici, economici, sportivi e di costume. Stavolta l’amministratore delegato di Mfe-Mediaset sembra più generoso e generalista del solito, complice un 2024 «eccezionale», con il titolo cresciuto del 25,4% e i ricavi del 7,7%. «Dal Covid abbiamo cambiato passo: MediaForEurope è il primo broadcaster europeo», sottolinea Berlusconi jr. Lo confermano i dati sugli utili: rispetto a quelli cumulati tra il 2016 e il 2019, quelli del quadriennio 2020-2024 «sono più che raddoppiati e superano il miliardo di euro». Ottimi anche i riscontri sull’audience, alla pari con la Rai nell’intera giornata (36,8% di share contro il 36,7) e molto superiori nel target commerciale: Mediaset al 39,5% e Rai al 31,3.

Si comincia. «Non ho nessuna intenzione di entrare in politica. Né ora né mai», scandisce il ceo di Mediaset, smentendo previsioni e scenari di siti e giornali interessati a vederlo in campo, forse perché orfani del grande nemico o ancor più perché desiderosi di scardinare gli equilibri della maggioranza. Invece no, mappa obsoleta. Perché pare proprio che Pier Silvio voglia mandare messaggi rassicuranti, come si evince dai motivi del «non entro in politica. In primo luogo perché amo Mediaset, l’azienda e tutti quelli che ci lavorano. Il mio posto è qui e credo che il mio lavoro non sia finito. Il secondo motivo è che non ritengo serio improvvisarmi in un mestiere che non è il mio senza fare gavetta». Infine, il terzo motivo, «il più importante», dice l’ad Mediaset. «C’è già un governo stabile e che sta facendo bene. Pensate a cosa sta succedendo in altri grandi Paesi europei come Francia e Germania. Da noi c’è stabilità».

Un piccolo dissenso persiste sull’abbassamento del canone a 70 euro, ma è circoscritto all’iniziativa della Lega. «Salvini mi sta molto simpatico», premette, «ma non capisco perché faccia questa battaglia. Se togli delle entrate da una parte poi le devi prendere da un’altra e io trovo giusto che la fiscalità generale vada a finanziare la sanità e la scuola, per dire. Credo che la politica dovrebbe avere un occhio di riguardo per la Rai e per l’audiovisivo in generale. L’idea di abbassare il canone mi pare strampalata. Siamo il Paese dove si investe di meno in questo settore: indebolirlo ancora aprirebbe le porte alle multinazionali». Anche dalla possibile concorrenza sul Festival di Sanremo Berlusconi jr si tira fuori, per il momento: «Non ho capito esattamente che cosa sta succedendo, è tutto un po’ fumoso… La Rai è il motore del Festival e da italiano mi auguro che rimanga lì. Se un giorno sarà sul mercato valuteremo come tv commerciale».
Oltre la politica e le relazioni con la concorrenza, risponde a tutte le domande, comprese quelle su Andrea Giambruno, la cui vicenda, a ben vedere, non è così lontana dalla politica. «Prima o poi tornerà in onda anche se oggi non ci sono progetti che lo riguardano. La responsabilità di un programma (Diario del giorno su Rete 4 ndr) è più importante che andare in video». Di recente gli è stato negato il nullaosta per la partecipazione a Belve. «Non c’è stato un divieto, Andrea è un giornalista Mediaset. Quando arrivano delle richieste da parte della Rai o di altre televisioni si valutano. Se c’è qualcuno che è disposto a intervistarlo è giusto che vada a raccontare le cose prima da noi… Il nostro è un atteggiamento protettivo nei suoi confronti, e non solo», allude. Nel capitolo «correzioni al palinsesto» ecco che la più significativa riguarda Striscia la notizia. «È innegabile che stia vivendo un momento faticoso, dopo 37 anni di storia è normale che succeda. Parlo spesso con Antonio Ricci e sono fiducioso che trovi la strada per tornare a crescere. Per il futuro non escludo un’alternanza di prodotto», ipotizza per la prima volta il capo di Mediaset, «ma oggi conto molto su Antonio». E proprio Ricci rassicura: «Striscia sta pian piano risalendo, al 99,9% è la trasmissione più vista della serata di Canale 5».

Altra revisione necessaria, ma certamente con meno implicazioni, è quella per La Talpa: «Il prodotto non è venuto perfetto, non aveva i polmoni adatti per Canale 5, mentre il suo aspetto crossmediale ha funzionato bene. Non escludo di riproporre un progetto del genere». La stessa speranza, però confortata da ottimi ascolti e dalla riuscita del format, riguarda This is me, condotto da Silvia Toffanin. Conferme arrivano per Barbara Palombelli e Federica Panicucci. Diletta Leotta è una possibilità anche se per ora non ci sono progetti disegnati su di lei, mentre Myrta Merlino lascerà Pomeriggio 5 per un altro progetto. Auguri a tutti.

 

La Verità, 13 dicembre 2024

Verdone nel vortice dei folli senza centro di gravità

La terza stagione di Vita da Carlo, da qualche giorno disponibile su Paramount+, radicalizza le scelte migliori delle due precedenti. Stavolta, dopo aver rinunciato a fare il sindaco di Roma e a dirigere finalmente un film d’autore, Carlo Verdone accetta di dirigere e condurre il Festival di Sanremo. Idea che paga lo scotto alla prevedibilità e all’overdose di promozione dell’evento reale cosicché ci vogliono un paio di episodi per superare l’iniziale scetticismo. I tentativi di Roberto D’Agostino e del super manager Thomas (Giovanni Esposito) di dissuadere Carlo dall’accettare una sfida tanto impervia s’infrangono con la sua voglia di mettersi in gioco e soprattuto con la sua incapacità a dire di no. Anche in famiglia sono perplessi, ma sebbene tutti gli vogliano bene, un po’ se n’approfittano, come si dice. E allora il nostro eroe antieroe, il motore immobile della giostra, il centro del frullatore, assediato da improbabili richieste, precipita nel vortice delle fissazioni della varia umanità che lo circonda.

La genialità della sitcom è mettere in scena le perversioni quotidiane del nostro tempo, la ludopatia, il complottismo, la mercificazione del sesso, la militanza ambientalista, il politicamente corretto: circostanze che assolutizzano un particolare dimenticando il tutto, rappresentate da un campionario di sciroccati privo di centro di gravità nel quale c’è posto anche per la presa in giro degli autori e dei giornalisti tv. Ma lo fa con mano leggera e sguardo privo di moralismi, volto a evidenziare la vera vittima della situazione, quel buon senso che, a fatica e senza risparmiare in generosità, Carlo tenta di ripristinare, non sempre riuscendoci. Perché, alla fine, insieme al buon senso, la vera vittima è lui stesso, prigioniero della sua bonarietà. La trama è così ben definita che, nei dieci episodi di venti minuti l’uno, c’è spazio anche per il racconto per sole immagini o per dialoghi efficaci grazie alla scrittura e alle molte partecipazioni di star nel ruolo di loro stessi, da Maccio Capatonda a Ema Stokholma, da Gianna Nannini a Gianni Morandi a Zucchero. In fondo, «la vita, per buona parte, è tutta una commedia».

***

Sarà pure uno spot di due ore, un santino o una grande operazione di marketing cinematografico, ma intanto domenica scorsa Ennio Doris – C’è anche domani tratto dall’autobiografia del banchiere fondatore di Mediolanum che nel 2011 rimborsò di tasca propria 11.000 risparmiatori che avevano investito in titoli Lehman Brothers, ha conquistato il 14% di share con 2,4 milioni di telespettatori vincendo la gara degli ascolti.

 

La Verità, 29 novembre 2024

«Perché la Rai penalizza un format come O anche no»

Paola Severini Melograni: una donna, un ciclone. La intercetto mercoledì 11 settembre, anniversario dell’attacco alle Torri gemelle. «Quel giorno ero con Piero (Melograni ndr). Lo chiamarono dal Sole 24 ore per chiedergli di scrivere l’editoriale». Attivista per i diritti umani, scrittrice e giornalista televisiva e radiofonica, direttrice dell’agenzia Angelipress.com, portale di cultura e informazione sociale, figura cardine del Terzo settore, Paola Severini Melograni ha ideato e conduce O anche no, la prima trasmissione «sulla disabilità positiva» di cui racconta scena e retroscena nell’ultimo saggio intitolato O anche no. Da vicino nessuno è normale (Castelvecchi editore). «L’altro giorno, quando è morta Clio Napolitano, moglie di Giorgio, il Corriere della Sera ha scritto che non ha mai concesso interviste. Errore: l’unica l’ha data a me, per il mio libro Le mogli della Repubblica, pubblicato da Baldini e Castoldi Dalai nel 2006 e poi ripubblicato da Marsilio. Anche Carla Pertini la sua unica intervista la concesse a me».
Come ci sei riuscita?
«Si fidavano».
Apprezzavano la tua incoscienza?
«No, perché?».
Mi son fatto l’idea che ami le cose complicate: per esempio, il tuo matrimonio con Antonio Guidi, ex ministro per la Famiglia del governo Berlusconi.
«Non era complicato perché lo amavo».
Te ne innamorasti a 14 anni, lui ne aveva 26 ed è nato con la tetraparesi spastica.
«Certo, in quegli anni era difficile. Ma io non ho visto la tetraparesi spastica, ho visto lui».
Lo sposasti da minorenne.
«A 17 anni, con la dispensa papale».
Non è una cosa complicata?
«Sono cattolica apostolica romana e per me era importante sposarmi in chiesa. Non mi è sembrato di fare niente di speciale. Sì, i miei genitori hanno sofferto parecchio. Non perché Guidi era spastico, ma perché io ero giovanissima. Mio padre era un medico cattolico, una delle persone più buone al mondo che abbia conosciuto».
Quando l’hai vista in azione questa bontà?
«A tavola c’era sempre un posto in più per qualcuno bisognoso che avrebbe potuto mangiare con noi. Mio padre era un cardiologo con un sacco di specializzazioni, ma si occupava di certi vecchi boxeur un po’ rintronati. Ce n’era uno finito a vendere saponette in Piazza San Pietro».
Si può dire che l’attenzione agli ultimi l’hai imparata in casa.
«Quando morì Giovanni XXIII andammo al funerale in Piazza San Pietro, mio padre mi tenne tutto il giorno sulle spalle. Aveva una fede cristallina. Seguiva le congregazioni religiose, anche i frati maroniti che avevano una sede in Italia ma erano libanesi. Allora lui, le ricette pro bono le scriveva in latino».
I tuoi genitori soffrirono quando tu e Guidi divorziaste?
«Erano già morti, mamma se ne andò a 46 anni, papà a 53. Fu Guidi a lasciarmi nel 1997, per me il matrimonio è un sacramento. Avevamo tre figli e io l’ho amato tanto anche se mi ha fatto parecchio male».
È stata l’esperienza privata più complicata o ce ne sono altre?
«La mia vita privata è tutta complicata. Vivo con persone molto malate. I primi Ladri di carrozzelle, che seguo da 30 anni, sono tutti morti. Uno si è suicidato, è per me è stata una cosa tremenda. Ho avuto grandi dolori e grandi difficoltà. Vivo tra gente che muore, per questo amo la vita e me la godo ogni secondo proprio perché sto tra gente che soffre. Dico grazie ogni mattina che mi sveglio».
La relazione con Melograni fu più semplice?
«Era un uomo di grandissima cultura. Conoscitore e amante della musica. Mi portava la colazione a letto. Con lui sono stata felice».
Ma non era credente.
«Diceva di non aver mai conosciuto tanti preti come da quando stava con me. Faceva lunghe discussioni con il cardinale Georges Cottier. Frequentava Gian Franco Zizola, grande vaticanista, era amico di Giuseppe Di Leo, la firma di temi religiosi di Radio radicale. Prima di morire chiese di avere un congedo religioso perché “il funerale laico è tanto triste”. Nella chiesa addobbata di melograni, risuonò Tutto il mondo è burla, dal Falstaff. A quel punto sono sicura che si è avvicinato e, per ciò che manca, ci pensano le mie preghiere».
Anche tu sei vicina al mondo radicale?
«Ero molto amica di Massimo Bordin. Vado spesso in carcere con l’associazione Nessuno tocchi Caino, è l’unica tessera che ho».
Cattolica e vicina ai radicali, altra complicazione?
«I radicali sono persone libere e io voglio bene a loro e li rispetto, nessuno mi ha mai chiesto di rinunciare alle mie convinzioni. Anche perché non lo farei».
Sulla vita e il fine vita sono poco conciliabili con quelle dei radicali.
«Personalmente la penso come la Chiesa cattolica che è contro l’accanimento terapeutico. La parte dei radicali che lotta per le persone disabili che vogliono vivere per me è molto importante».
E sull’inizio vita?
«Sono antiabortista, ma questo è ovvio e non mi impedisce di lavorare anche con loro».
Perché sei attratta dalle cose complicate.
«Forse. Ma non possiamo semplificare a tutti i costi la vita. Ho intervistato don Giorgio Ronzoni, prete a Santa Sofia a Padova, che ha avuto un ictus gravissimo e fa ancora il parroco muovendo tre dita su un joystick. Mi ha detto che rispetta chi decide di lasciare la vita. Bisogna mettersi ognuno nei panni degli altri».
Ti piace camminare sul ciglio del burrone.
«Don Oreste Benzi diceva che le cose belle prima si fanno e poi si pensano. Ecco, io forse ci penso dopo».
In Rai ti occupi di sociale, salita con pendenza elevata?
«La Rai è un grande problema perché non ha capito che questo è un Paese di vecchi e di disabili. E non ha capito che il suo pubblico è composto da poveri, perché i ricchi vedono Netflix, vanno a teatro e ai festival. Perciò, la gente che paga il canone ha diritto a un cibo per la mente migliore di quello che attualmente le danno».
Un Paese di vecchi e disabili non è confortante.
«Da un certo punto di vista sì perché un tempo vecchi e disabili morivano prima».
Il tuo impegno sociale in Rai è cominciato dall’ospitata di Ezio Bosso al Festival di Sanremo di Carlo Conti?
«Dal punto di vista personale è cominciato nel 1970 quando ho conosciuto Guidi. Sul piano dello spettacolo l’esplosione è avvenuta con Bosso all’Ariston».
Boom di ascolti.
«Esatto. Da lì ho iniziato il mio programma su Rai 2 grazie a Carlo Freccero e in questo momento sto parlando dall’aeroporto di Fiumicino dove, grazie all’Enac (Ente nazionale per l’aviazione civile ndr), vedo le nostre trasmissioni scorrere sugli schermi delle Sale amica davanti agli imbarchi».
L’anno dopo Bosso portasti a Sanremo i Ladri di carrozzelle, meno boom di ascolti?
«No, più ascolti perché Carlo Conti li fece cantare all’apertura della serata finale di quell’edizione».
Ovviamente sarai contenta che a Sanremo torna Conti.
«Felice. Dopo di lui ho visto i disabili esibiti come fiore all’occhiello o per pietà. Per esempio, Paolo Palumbo, malato di Sla, al Festival del 2020, come scrivo nel libro, non è stata un’esperienza entusiasmante».
Ora i Ladri di carrozzelle sono protagonisti di O anche no, la rubrica che conduci da cinque anni.
«Dal settembre 2019, prima su Rai 2, ora su Rai 3».
L’handicap fa audience?
«Dipende da ciò che si vuole dimostrare. Sicuramente una parte del successo di Andrea Bocelli è dovuto al fatto che è cieco. Ma poi è anche molto bravo, bravissimo. Guidi diventò ministro perché era disabile, ma poi era anche bravo. Non si può bluffare in tv perché è un’enorme lente d’ingrandimento. La mia storia d’amore con la Rai dura da 39 anni, ma le storie d’amore possono finire. Karl Popper diceva che la televisione può essere anche una buona maestra. Io ho cresciuto una squadra con la quale indichiamo una strada. La Rai dovrebbe ritrovare le radici solidali come quelle che mostrava il maestro Alberto Manzi».
Sei soddisfatta di come ti tratta?
«Neanche un po’. La Rai ci sopporta perché facciamo parte del contratto di servizio. Il mio più grande desiderio è che qualcuno punti su di noi, che creda nel nostro lavoro. Poi, magari, mi rimproveri se sbaglio. La gente ama questa visione perché sa che è il futuro. Quanti vecchi avremo tra dieci anni? In quante famiglie c’è un disabile? L’attenzione alla disabilità e alla povertà dev’essere la mission del servizio pubblico. L’unica volta che siamo andati su Rai 1 con uno speciale abbiamo fatto l’8,5% di share. A luglio e agosto nessun giorno di vacanza perché ci sono io, un autore e una collaboratrice ai testi. In Rai esistono programmi con 14 autori».
Perché tre anni fa non sei diventata presidente della Rai?
«Bisogna chiederlo a chi ha scelto Marinella Soldi, si è visto cos’ha fatto in tre anni. Ha usato la Rai come suo ufficio di collocamento».
Hai subito lo stop di qualcuno?
«Più di qualcuno. Però è stata una bella esperienza competere, perché si impara sempre molto».
Com’è andato Stravinco per la vita, il talk sulle Paralimpiadi?
«Benissimo, ha avuto un picco del 5,1%. Il rapporto qualità spesa è ottimo perché tutti gli ospiti sono venuti gratis. È facile fare talk a 100.000 euro a ospite. Noi abbiamo avuto Eraldo Affinati, Ferruccio De Bortoli, il ministro dello Sport Andrea Abodi, Davide Casaleggio, solo per citarne alcuni. Abbiamo parlato di tutti i temi del sociale, del progetto di Crazy for football. Mi ha chiamato Santo Rullo, il medico psichiatra che ha costruito la nazionale di calcio dei matti…».
Non sei contenta di O anche no?
«Certo, ma vorrei andare su Rai 1. Eduardo diceva che gli esami non finiscono mai, io penso di essere laureata. Però ci mandano in onda in contemporanea con la Messa che ha il mio stesso pubblico».
Chi?
«Rai 3».
Rai 3 o qualcun altro?
«Qualcun altro. Se mi metti contro la Messa mi ammazzi. Quando mandi l’unico programma sociale di servizio pubblico proprio nell’orario della Messa domenicale è chiaro che è una scelta voluta».
In che cosa consiste la convenzione con l’Enac?
«Permette ai disabili di volare da soli. Sono molto contenta di averla stipulata, ma lo sarei di più se l’avesse firmata la Rai, non Paola Severini Melograni».
La prossima cosa complicata sulla quale ti cimenterai?
«Il 27 e 28 settembre, insieme agli eredi della comunità di don Pierino Gelmini, faremo il primo Festival del calcio comunità educante. Sarà un esperimento per capire se e come, attraverso il calcio, si può cambiare la vita di tanti ragazzi. Vi parteciperanno le “squadre special”, composte soprattutto da ragazzi con lo spettro autistico. Se andrà bene, lo ripeteremo ogni anno».

 

La Verità, 14 settembre 2024