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Le domande irrisolte di Vitaliano Trevisan

La morte di Vitaliano Trevisan, avvenuta venerdì nella casa di Campodalbero, frazione di Crespadoro (Vicenza), il paesino alle pendici delle Prealpi dove viveva in totale solitudine, è una di quelle situazioni di fronte alle quali bisogna mettere da parte mediazioni, formule e risposte di maniera. Lo richiedono l’inesausta ricerca e la profondità del dolore che hanno impregnato l’esistenza di questo grande autore e drammaturgo, dotato di scrittura e lineamenti spigolosi, smorzati solo dagli occhi color ghiaccio. La penso così: se una persona, che vive in modo radicale il bisogno di un senso, non incontra qualcosa o qualcuno che la sappia abbracciare nella sua totalità, difficilmente scampa alla sofferenza e all’incomprensione. Quando una volta gli chiesi che cosa lo teneva lontano dal suicidio mi rispose: «I farmaci, nel senso ampio del termine».

Considerato uno dei maggiori scrittori italiani dell’ultimo ventennio, Trevisan fu scoperto a fine anni Novanta da Giulio Mozzi che trovò negli scaffali di una libreria il suo Trio senza pianoforte – Oscillazioni, antologia di racconti pubblicata da un piccolo editore vicentino. Fu Mozzi a far uscire da Theoria Un mondo meraviglioso e poi a spedire il manoscritto dei Quindicimila passi – Un resoconto a Einaudi che offrì il primo contratto a quell’autore semisconosciuto. Nella storia di Thomas, omaggio a Bernhard, con la quale Trevisan vinse il premio Lo Straniero e il Campiello Francia, si dispiega la ribellione all’educazione cattolica e al perbenismo della provincia italiana. Sono temi che ritorneranno in Tristissimi giardini (Laterza) e soprattutto nel bellissimo e torrenziale Works, (Einaudi), 660 pagine concluse da una frase con la quale si prende gioco delle formule vigenti: «Tutto ciò che può incriminarmi è frutto d’invenzione». Più che un’autobiografia, Works «è un mémoire centrato sul tema del lavoro» che squaderna i tanti mestieri provati – geometra, cameriere, lattoniere, gelataio in Germania, costruttore di barche a vela, spacciatore di fumo, portiere di notte – prima di consacrarsi interamente alla scrittura per la narrativa, il cinema e il teatro.

Anarchico e allergico a tutte le chiese, Trevisan è stato una smentita vivente delle favole consolatorie che ci raccontiamo quotidianamente sui media. Il Nordest florido e ottimista. La letteratura come impegno civile per riparare gli umani e il mondo. La comunità intellettuale elevata a guida dei ceti medi riflessivi dai salotti tele-editoriali. Sceneggiatore e attore di Primo amore, diretto da Matteo Garrone, autore di Il lavoro rende liberi e Oscillazioni, interpretati a teatro da Toni Servillo, non si lascia bene con entrambi: «Avevano degli ego troppo grandi per me». Meglio va con Andrée Ruth Shammah e Alessandro Haber, che portano in tournée il suo Una notte in Tunisia, e con Roberto Herlitzka e Anna Paiato. Un fatto è certo, Trevisan non opera ipocrite separazioni tra vita e letteratura, tra esistenza e arte.

Gli faranno l’autopsia e si potrebbero avere conferme, come molti temiamo, che la sua fine sia dovuta a un gesto estremo, contraddizione lacerante del nome che portava: «È un nome che deriva dal greco <colui che dà la vita>», mi rivelò, «e mia madre me lo diede perché si era appassionata a un personaggio di un film sull’antica Roma che si chiamava così». Parlando di lui, Ferdinando Camon disse: Trevisan è uno che ha domande troppo acute, troppo alte, per restare in piedi, in equilibrio, su una base piccola e stretta. Nell’incipit di Black Tulips, il romanzo che uscirà postumo da Einaudi, scrive: «… Per difendermi, da me stesso e dal mondo, una delle mie tecniche preferite, quella che mi è sempre venuta naturale e che poi nel tempo ho affinato, arrivando a farne un’arte – arte, detto per inciso, per niente astratta, visto che mi dà da vivere – è trattenere un frammento per sé, e farsi così, per quanto possibile, trasparenti. E vivere o scrivere, che poi, per chi scrive, è lo stesso, è nella trasparenza che mi sono sempre tenuto in equilibrio. No, non sempre; comunque». Equilibrio faticoso, precario, instabile. Equilibrio come sopravvivenza, come non soccombenza. Non certo equilibrio perbenista e conformista, il più lontano da lui.

Sbandate, deragliamenti, ricoveri in psichiatria, rapporti affettivi torbidi e tormentati. Come quello con l’ultima compagna che, non si è capito bene perché, nell’ottobre scorso lo aveva fatto internare con un Aso (Accertamento sanitario obbligatorio) nel reparto psichiatrico di Montecchio Maggiore (Vicenza). Dov’ero andato a trovarlo per poi raccontare su questo giornale il forte disagio e lo stato di prostrazione in cui versava. Fortunatamente, quella reclusione non si era prolungata. Una volta tornato a Crespadoro l’aveva condivisa in un drammatico reportage su Repubblica. E aveva poi ripreso a postare su Facebook malinconici frammenti della sua quotidianità. Non si hanno notizie di lettere o messaggi di addio ritrovati vicino al suo corpo senza vita. Qualcuno però ha ricordato un passaggio del suo Una notte in Tunisia: «Docili, su un fianco come gli animali, è così che si dovrebbe morire, senza lamentarsi, senza darsi troppo pensiero».

 

La Verità, 9 gennaio 2022

 

A parziale integrazione di questo articolo va aggiunto che nella casa di Campodalbero i carabinieri hanno trovato un biglietto d’addio di Vitaliano Trevisan che conferma il gesto volontario: «Sono stanco e non ne posso più. Nessuno deve sentirsi responsabile perché nessuno avrebbe potuto fare nulla».

Elisabetta Sgarbi: «Vi svelo chi era mio padre»

Le prime persone che mi hanno parlato della casa di Ro Ferrarese sono state Roberta Mazzoni e Susanna Tamaro: «Un posto pieno di fame di vita». Avevano ragione. Su un’ala c’è la farmacia, con il via vai dei clienti. Il resto è l’abitazione degli Sgarbi. Ovvero il museo traboccante delle opere acquistate da Vittorio e dalla madre Caterina, Rina Cavallini. Quando ci andai, qualche anno fa, oltre a tutto il resto, mi colpirono alcuni articoli di giornale appiccicati sulle porte tra la grande cucina, il salone e la camera dove riposava Giuseppe «Nino» Sgarbi. Ora rileggiamo e rivediamo la saga di questa famiglia in Lei mi parla ancora (libro della Nave di Teseo e film di Pupi Avati, su Sky cinema). La parola chiave è commozione, moto comune.

La pubblicazione della tetralogia di suo padre è un atto d’amore?

Anche. Mio padre è uno scrittore, ha avuto riconoscimenti e recensioni straordinarie, ha venduto. Ora c’è un film di Pupi Avati tratto dai suoi libri.

Perché lo fa solo ora con la sua casa editrice, mentre prima i diversi mémoire sono usciti da un’altra etichetta?

Quando mio padre ha iniziato a scrivere volevo che facesse la sua strada. L’ho affidato a Marco Vigevani, un agente letterario importante. Alcuni editori hanno rifiutato i suoi libri, Massimo Vitta Zelman e Eileen Romano ci hanno creduto. Lui mi chiedeva, pensieroso, ma perché non mi pubblichi tu? Io gli spiegavo che lo facevo per lui. Quando è nata La nave di Teseo, ha seguito ogni passo con trepidazione ed entusiasmo. Mi ha detto che avrebbe voluto che i suoi libri fossero pubblicati da una casa editrice che aveva visto nascere. Era orgoglioso di sua figlia. Così, dopo che anche i lettori e la critica hanno decretato il suo valore, ho deciso di chiedere una licenza a Skira per la pubblicazione.

Quando scoprì che Nino era uno scrigno capiente di tesori?

È sempre stato un grande lettore. Ha collezionato tutti i volumi della mitica Bur, determinando la formazione letteraria mia e di mio fratello. Nei suoi silenzi si intuiva profondità. E quando raccontava aveva un vero piglio narrativo.

Il motore di famiglia era di più sua madre, in combutta con Vittorio. Come si è accorta di questa ricchezza appartata?

Ho scoperto col tempo quanto avrebbe dovuto essere chiaro dall’inizio. C’era un tacito accordo, forse inconsapevole, tra i miei genitori: la Rina poteva essere un vulcano in continua effervescenza, ma sapeva di poggiare su Nino. Nino poteva attraversare i suoi silenzi, ma amava sentire le voci alte di mio fratello e mia madre. Certo che mia madre e mio fratello hanno imperversato: ci vuole del genio e della follia per trasformare una casa di campagna in un museo pieno di opere meravigliose. E ci vuole un carattere per tenere insieme tanta follia. Mio padre ha dimostrato di averlo. Non ha mai dato segni di cedimento. Ci guardava un po’ dall’alto di una sua saggezza imperscrutabile. Era come se tenesse le briglie di qualcosa che tendeva a sfuggire continuamente e in tutte le direzioni. L’ago della bilancia, insomma.

Nella postfazione a Lungo l’argine del tempo a un certo punto conclude: «Mio padre è uno scrittore». È stato difficile non far prevalere l’istinto di figlia su quello dell’editrice?

Non è facile dividere questi due aspetti, ma ho cercato di seguire le opere di mio padre da editore oltre che da figlia. In fondo, anche la costruzione del film – di cui lei è stato artefice primo con il suo suggerimento a Pupi di leggere Lei mi parla ancora – ha richiesto pazienza, lavoro, tenacia e professionalità. Anche nel racconto cinematografico della figlia editrice. Bravissima Chiara Caselli, durissima e fragilissima allo stesso tempo.

Dopo la morte della Rina, si sa della vostra abitudine di recarvi al cimitero a leggere e pregare insieme. Devozione o autocompiacimento familistico?

È un fatto intimo, che mio fratello ha raccontato, per dire dell’amore che provo verso i nostri genitori. Odio gli autocompiacimenti ed è materia troppo dolorosa per parlarne in questi termini. Sono consapevole che i miei genitori possono essere ovunque e certamente non là, dove sono le loro lapidi. Ma il dolore, come la memoria, ha bisogno di spazi fisici, di volti definiti, perché possa essere vissuto. Altrimenti è angoscia. Pensando a loro, semmai provo nostalgia. La domenica leggo «loro» i pezzi di mio fratello, come loro hanno sempre fatto. È un modo per immaginare che mi siano vicini. Inoltre, nella scrittura mio fratello dà la parte migliore di sé e, leggendolo, mi sembra di avere anche lui più vicino.

È vero che lei e Vittorio vi siete commossi vedendo il film di Pupi Avati?

Lo abbiamo visto in luoghi e tempi diversi. Non so se Vittorio si è commosso, ma giurerei di sì. A me è capitato vedendo girare alcune scene che non avrei voluto rivivere. Avrei voluto rivedere invece più volte quella, bellissima, in cui i miei genitori, interpretati da Isabella Ragonese e Lino Musella, ballano in una splendida balera della bassa, in mezzo a tante coppie come loro fino a rimanere soli al centro della pista, perché il loro amore è più forte di ogni altro. Una scena meravigliosa che mi torna sempre in mente.

Avati si rammarica di non essere riuscito a mantenere quella in cui, dal cimitero, suo padre le telefona per recitare insieme il Padre nostro.

Lui andava quasi tutte le mattine al cimitero con Gino (il custode di Ro ndr). Io lo chiamavo più volte per avere notizie. E pensavo che quando si trovava lì, di fronte alla Rina con cui continuava a parlare, gli facesse piacere sentire la voce di sua figlia. Così lui diceva un Padre nostro e io, a Milano, in casa editrice, interrompevo quello che stavo facendo, per ascoltarlo e magari mi univo alla sua preghiera. Era bello strappare un minuto alla frenesia quotidiana per stare con lui.

La vostra è la saga di una famiglia di farmacisti famelica di vita, di arte, di passioni?

Mio padre e mia madre sono venuti a vivere a Ro per mettere in piedi una farmacia in una casa di campagna, in un remoto paese sotto l’argine. Pensare a quello che ha fatto Vittorio, partendo di qua, e al mio percorso, mi fa dire che i nostri genitori sono stati bravi.

Anche suo padre era famelico o una certa lentezza gli ha fatto assaporare di più le sfumature della vita?

Mio padre non perdeva un intervento di mio fratello in televisione o un suo articolo. E ogni volta diceva, compiaciuto: «Che testa». Nino era silenzioso, amava la calma del fiume, ma era appassionato non meno di mia madre.

C’è anche un eccesso di familismo nelle vostre attività?

Sono termini che non trovo corretti. Non lo considero familismo: del valore di mio padre ho detto; quello che faccio con mio fratello, dai libri, alle mostre, lo faccio perché ha un’intelligenza e una sensibilità uniche. Diversamente, non lo farei. Eccesso è, credo, una forma di generosità.

Che vita fa per tenere insieme la casa di Ro, la Fondazione, l’editrice, il cinema, la Milanesiana, gli Extraliscio?

Ora sono anche presidente dei Sacri Monti, un complesso meraviglioso che meriterebbe un’intervista a parte. C’è quella canzone di George Moustaki: «Abbiamo tutta la vita per divertirci, abbiamo la morte per riposarci». Amo l’impegno. Attraverso l’impegno trovo sempre nuova energia. Erano così anche i miei genitori.

Come si gestiscono tante cose durante la pandemia?

Mettendola tra parentesi. Lavoro come se la pandemia non ci fosse. Non è mio compito trovare una soluzione. È mio compito portare avanti le cose nonostante lei anche in un percorso ad ostacoli o controvento. In questo caso il vento è una lentezza aggiunta alle cose.

Ha paura?

Sì. Su questo io e Vittorio non andiamo d’accordo e a volte litighiamo. Ho perso amici a causa del Covid e ho paura di prenderlo. La paura va rispettata. Le critiche per la gestione dell’epidemia sono un’altra faccenda, su quello possiamo anche incontrarci. E poi ho paura in generale. Per fare le cose che faccio devo sfoderare molto coraggio. «La paura» è stato il tema del primo numero di Panta, la rivista che fondai con Pier Vittorio Tondelli. Mi piacerebbe fare un numero di Pantagruel, rivista monografica della Nave di Teseo, intitolato La Paura parte seconda.

C’è qualcosa di cui si pente come editrice?

No. Soprattutto non mi pento di quelli che altri considerano errori. Certe scelte sono più felici, ma credo anche in quelle che sembrano meno riuscite. A volte proprio da queste ho avuto più soddisfazioni.

Di aver perso qualche scrittore o scrittrice importante?

Sono più orgogliosa degli scrittori che pubblico.

Perché il suo account su Twitter e la sua etichetta musicale si chiamano Betty Wrong?

Perché è Elisabetta sbagliata, una libera traduzione di Elisabetta Sgarbi. Non uno pseudonimo: mi piaceva l’idea di una Elisabetta sbagliata, che prendeva una strada diversa, come la musica o il cinema. Che poi però è la strada giusta, forse. Sto pensando di modificarla in Betty Extra Wrong, in onore degli Extraliscio che, con questa etichetta, saranno a Sanremo. Mi capisce?

 

Panorama, 10 febbraio 2021

I guru brulicano più dei ribelli alla quarantena

Ricette. Risposte. Buonismi. Moralismi. Esortazioni. Richiami. Inviti. Migliorismi. Non passa giorno senza che qualche maestrino dispensi le proprie tavole dell’etica. La propria pensata. Ho imparato questo, ho imparato quello. Dobbiamo fare così, dobbiamo vivere colà. Si comincia a non poterne più di questi guru da quarantena. Anzi, per dirla elegante, cominciano a devastarci… Pontificano dai giornaloni. Sui social. Tutti indistintamente. Nei talk show c’è sempre un telepredicatore, un saggio autonominato. La lista è lunga. C’è lo scrittore premiato (A. S. indovinate) che dice che questa pandemia «ha messo fine alla modernità» e bisogna ricostruire una cultura della morte. C’è il conduttore televisivo mainstream (F. F.) che dice che si è accorto che «non ci sono più i confini» (mentre tutti li chiudono, non solo a noi italiani). C’è l’ex politico di primissimo piano, fondatore di partiti e alleanze, ora scrittore e regista (W. V. facilissimo), che tratteggia «la nostra strategia di vittoria» e dice che dopo saremo migliori se faremo come dice lui. C’è l’attore da festival e da cover di settimanale (E. G. fattibile) che dice che «la felicità è quando riusciamo a perderci negli altri» e che lui non sta nei social perché sta nei (centri) sociali. C’è la titolare di un salottino di snob tv (D.B.) che dice che ha imparato «qual è l’ora esatta in cui spunta il sole» (càspita!). C’è lo scrittore magistrato in odore di premio (G. C. non è difficile) che dice che ha imparato che è meglio aspettare di conoscere prima di pontificare. Solo che per esprimere questo concetto nudo e crudo, quattro parole di numero, impiega un’intera pagina del solito giornalone con profluvio di citazioni colte e esibizione di travaglio interiore.

È così, perché a volte, i guru con cattedra mediatica, sono protagonisti di disinvolte piroette. Prima sottovalutatori, minimizzatori, stigmatizzatori del razzismo incipiente, coniatori di hashtag modaioli, do you remember #abbracciamouncinese, illuministi frequentatori di chinatown, mangiatori d’involtini primavera a scopo dimostrativo, poi improvvisamente convertiti al pugno duro con sanzioni, o alle prudenze e alla sobrietà, diffusa in posa pensosa da qualche talk show left oriented di cui sono assidui. State sicuri, accendete la tv o andate in edicola sfidando il pericolo, e un cantautore moraleggiante, un attore di teatro con il fervorino incorporato lo trovate sempre. È un brulicare quasi più fitto di quello dei ribelli agli arresti domiciliari. Gli assembramenti di maître à penser sono roba da aperitivo sui Navigli ai tempi della Milano da bere. Nella melassa dominante non hanno bisogno di esibire autocertificazioni, tanto nuotiamo tutti nello stagno del buonismo politicamente corretto. Gli apocalittici sono perfettamente integrati.

Questa è la situa. Alla tragedia della pandemia si aggiunge la farsa dei sacerdoti del bene. E la distopia si tramuta in fantasy horror. Perché, in fondo, tutto questo proliferare di decaloghi nasconde un deficit, un’impasse, un gigantesco, sinistro vuoto d’aria. È l’insufficienza, lo spiazzamento dell’umanitarismo, della cultura liberal, del positivismo scientista, della filantropia dei buoni. Una particella invisibile sta mettendo in ginocchio secoli di progresso. La morte falcia come ai tempi della peste. Su una cosa aveva ragione il primo guru, Antonio Scurati sul Corriere della Sera: «L’epidemia ha messo la parola fine su un’idea di modernità». Un’idea basata sull’onnipotenza della scienza e l’invulnerabilità dell’uomo. Del superuomo. Com’è possibile che la scienza non abbia la soluzione? Che la medicina non abbia il vaccino? La vertigine e il panico ci assalgono. E come nei laboratori scientifici è tutta una corsa alle sperimentazioni per trovare le contromisure, così nei dorati pensatoi del progressismo è tutto un proliferare di alambicchi e alchimie alla ricerca delle formulette per la psiche.

Ricette e risposte, si diceva. E se, invece fosse il caso di fermarsi un po’ di più sulle domande? Sugli interrogativi che questa situazione pone alla nostra società lanciata verso il radioso futuro promesso dalla globalizzazione?

Volevate la decrescita felice? Eccovi accontentati. Come dite? Non è felice? Ah, ok. Ricalcolo…

 

«Racconto il vero Carlo e smonto i miti del cinema»

Enrico Vanzina, che cosa le manca di più di suo fratello Carlo?

«La forza che mi dava. Il ricordo, la sua quasi presenza, seduto davanti a me in ufficio, ci sono. Mi manca la forza che avevamo insieme. Eravamo il mix misterioso di due fratelli che hanno vissuto insieme tutti i giorni della loro vita».

Il 13 marzo, giorno in cui compirebbe 69 anni, è anche il giorno in cui morì Steno, vostro padre, nel 1988. Come lo trascorrerà?

«Con Carlo eravamo già abituati a questa coincidenza di date, che ci impediva di festeggiare il suo compleanno perché prevaleva sempre un velo di malinconia. Adesso la malinconia è ancora più densa».

Sceneggiatore di tanti film di successo, scrittore e giornalista, estroverso, sportivo e di due anni più vecchio di lui, in Mio fratello Carlo (HarperCollins) Enrico Vanzina racconta l’ultimo anno del regista di tante commedie brillanti, alle prese con il melanoma che l’ha portato alla morte, l’8 luglio 2018. È un libro struggente, ora tra i primi 54 candidati al premio Strega, nel quale Enrico annota che il fratello preferiva il cinema a lieto fine, «forse perché nella vita non c’è quasi mai». E nel quale ricorda che, dopo aver visto il filmino della laurea della figlia Isotta alla quale non aveva potuto presenziare, Carlo disse: «Adesso basta». Lo disse «con profonda intenzione, facendomi capire che le sue parole erano una battuta chiave della nostra storia… Carlo era rimasto vivo, contro tutte le previsioni mediche, solo con la formidabile forza della sua testa… È stato mio fratello a decidere di morire», scrive Enrico. «La morte non l’ha sconfitto. Su di lei, ha vinto lui».

Perciò, si può dire che, nella sua tragicità, la vita di suo fratello abbia avuto un lieto fine?

«Forse sì. È come se Carlo avesse deciso di smettere di lottare quando un grande lieto evento è entrato nella sua vita, la laurea di sua figlia. E questo, in qualche modo, gli ha dato la forza di abbandonarsi».

Anche «scrivere serve a sconfiggere la morte», come disse Ennio Flaiano rispondendo a una sua domanda quando lei era bambino?

«La mission della morte è fare scomparire le cose. Quando uno scrive invece le cose rimangono. Non solo nel ricordo».

I lettori possono incontrare Carlo attraverso il suo libro?

«Anche con i suoi film, naturalmente. Ma la scrittura ha una forza particolare perché si colloca negli scaffali delle case. I lettori possono ritrovare in un libro una situazione o una frase che li ha colpiti ed è rimasta dentro di loro».

Per uno scrittore è difficile non mettere su carta un’esperienza che l’ha coinvolto e cambiato?

«Sono lontano dalla scrittura personalizzata in voga di questi tempi al cinema, nella narrativa e nel giornalismo. Lo scrittore dimostra la sua grandezza quando sa narrare qualcosa di lontano da sé, senza bisogno di raccontare fatti privati».

Perché in questo caso ha fatto una scelta diversa?

«Sono stato quasi spinto dalla mano di Carlo. È stato lui a incoraggiarmi a scrivere. Non l’ho fatto certo per elaborare il lutto».

Si potrebbe pensarlo.

«Credo di no. Come ha detto Giuseppe Tornatore alla presentazione, Carlo mi ha chiesto di scrivere la sceneggiatura della sua andata via. E questo perché voleva diventare solo Carlo, non Carlo Vanzina: uno nel quale tutti possono riconoscersi».

A un certo punto scrive: «Dopo la malinconia delle feste…»: la vostra storia è un dramma vissuto tra set cinematografici, suite di lusso e red carpet?

«È così. Raccontando il Carlo vero smonto tutti i luoghi comuni del mondo scintillante del cinema. Emergono gli affetti, le contraddizioni del lavoro, le difficoltà economiche che non sono mancate. Il cinema visto da dentro è molto diverso dall’immagine che manda all’esterno».

Cineasti della leggerezza, ma abitatori delle profondità dell’anima?

«Non sta a me dirlo».

Eravate due fratelli anche amici o due amici anche fratelli?

«Fondamentalmente eravamo due fratelli perché avevamo ben presente di essere figli di Steno. Attraverso un legame di sangue abbiamo ricevuto una visione del mondo e, in un certo senso, il compito di diffondere, attraverso il cinema, leggerezza, umorismo, divertimento, critica sociale. Esser stati generati da un padre così ci faceva sentire molto fratelli. Poi però eravamo anche amici. Alla base dell’amicizia c’è il saper perdonare i difetti dell’altro. Tra fratelli di solito prevale la critica al carattere, ma noi ci perdonavamo i nostri reciproci difetti».

La consapevolezza di appartenere a una dinastia si è vista durante la mostra su Steno.

«Fu uno dei momenti che ci ha più uniti, perché facendo qualcosa per papà l’avevamo fatta anche per noi. Il senso della nostra famiglia è sempre stato un punto fermo».

Perché scrive papà e mamma con l’iniziale maiuscola?

«Perché sono antico e quando leggevo da bambino si usava così».

Anche per rispetto e senso dell’autorità?

«Sì, e per una forma di riconoscenza».

Sua cognata, Elisa Melidoni, avrebbe voluto che il periodo della malattia restasse privato?

«Non rispondo su mia cognata».

Perché non presenziò alla proiezione alla Festa di Roma di Il cinema è una cosa meravigliosa, il docufilm di Antonello Sarno su suo fratello?

«Perché rivederlo mi avrebbe fatto troppo male. L’ho visto in dvd, ma da solo. Quando, presentando il libro, ne parlo in pubblico, si riapre una ferita».

È contento che sia stato proposto da Masolino D’Amico al premio Strega?

«Mi sorprende perché non ci ho mai pensato; però faccio lo scrittore ed è capitato. È stata un’iniziativa della casa editrice che ha chiesto se qualcuno era interessato a proporlo e Masolino D’Amico ha manifestato il suo gradimento. Da parte mia non c’è stata alcuna rincorsa».

A proposito di premi, all’inizio di aprile dovrebbe esserci la consegna dei David di Donatello ai quali i fratelli Vanzina non sono mai stati candidati. Come mai?

«Non so spiegarmelo. Abbiamo vinto tanti premi e si scrivono libri sul nostro cinema, ma i David non hanno mai spostato lo sguardo su di noi. Penso con rammarico che Carlo se lo meritasse, per esempio, con Sapore di mare. La mia è solo una constatazione, non nutro alcun risentimento».

Perché il cinema popolare resta spesso escluso da questi premi?

«Non sempre. In tanti ambienti colti la commedia è considerata un genere di serie B. Ma la Mostra di Venezia ha conferito il Leone alla carriera a Mario Monicelli e Dino Risi».

Alla carriera.

«La penalizzazione della commedia non è un fatto solo italiano. Flaiano diceva che, con il tempo, quasi tutti i film drammatici diventano comici. Mentre, aggiungo io, i film comici se lo sono davvero, sono eterni».

La critica vi snobbava perché vi considerava rappresentanti del disimpegno qualunquista?

«È una lunga storia ormai completamente risolta. Ci consideravano cantori acritici dell’alta borghesia. Molti giornalisti si sono ricreduti, scoprendo che eravamo stati degli anticipatori e che i nostri film ironizzavano su certi tic. Ho lavorato con tanti registi e posso dire che le rivalutazioni tardive sono numerose».

C’è un difetto d’origine della critica cinematografica?

«Io la rispetto. Fin dal dopoguerra alcuni pregiudizi hanno spinto la critica a non incensare chi non era allineato. È accaduto anche nella letteratura. Lo dico senza nessun senso di frustrazione, ma come pura osservazione di realtà».

Perché ha firmato l’appello scritto da Pupi Avati perché Vittorio Cecchi Gori sconti la pena agli arresti domiciliari?

«È una lettera affettuosa che non si avventura in valutazioni giuridiche. Cecchi Gori ha fatto quello che ha fatto e non ci compete. Ma ha 78 anni, ha avuto un ictus e versa in una situazione psicofisica che ci sembra poco compatibile con otto anni di carcere. Senza dimenticare ciò che di buono questa persona ha fatto».

Parlavamo del cinema scintillante, poi ci sono storie come la sua e di tanti produttori che stentano…

«C’è sempre grande attenzione internazionale sul nostro cinema. Ma, nonostante i grandi proclami, prescindendo dal momento di queste settimane, il cinema in sala attraversa una fase di assestamento per rispondere all’esplosione delle nuove piattaforme. Oltretutto questo avviene in un momento in cui, se si toglie Aurelio De Laurentiis, sono scomparsi i produttori con un nome e cognome e le grandi compagnie sono gestite in modo asetticamente manageriale».

C’è anche Pietro Valsecchi di Taodue.

«Meno male che c’è, però fa parte del gruppo Mediaset».

E si regge soprattutto sui film di Checco Zalone.

«Che io adoro e lui lo sa. Ma il cinema italiano non può stare in piedi solo grazie a lui».

Perché si producono tante opere d’autore con finanziamenti pubblici e pochi film popolari?

«È una scelta strategica: si fanno 200 film all’anno, forse troppi. Perché solo 30 o 40 si giustificano economicamente, gli altri hanno una resa bassa o molto bassa. Il cinema assistito serve a incentivare una leva di nuovi talenti. Se emergerà sarà stato un rischio giusto. Con tutta questa concorrenza, per i privati che non hanno il sostegno ministeriale, far tornare i conti è sempre più difficile».

Soluzioni?

«Trovare il giusto equilibrio tra cinema d’autore e cinema popolare. Anche fonderli come qualcuno è riuscito a fare. Ma è impresa tutt’altro che facile».

Il libro contiene accenni alla vostra religiosità e alle vostre preghiere non esaudite affinché Carlo guarisse. Eppure non c’è risentimento.

«Carlo era anche più credente di me. Tutti e due siamo convinti, e uso il presente, che Dio non ascolta quello che tu chiedi, perché c’è una giustizia divina che ci supera. Chiedere i miracoli è una debolezza umana. Possiamo solo sperare».

Provando a vivere la sofferenza e la morte nel rapporto con il Padreterno?

«Provando».

Chi le piacerebbe portasse al cinema la vostra storia?

«Non vorrei che questo accadesse. Chi fa il cinema deve essere autore e non oggetto. I film sui protagonisti del cinema non mi sono mai piaciuti».

 

La Verità, 8 marzo 2020

«La letteratura di oggi è avvolta nel nichilismo»

Imprenditore tessile, politico o scrittore? Edoardo Nesi sceglie la busta numero tre: «Scrivere è il sogno che ho da quand’ero bambino. Sono stato fortunato». Pratese di 54 anni, sposato e padre di due figli, da suo padre, morto lo scorso anno, ereditò un’azienda manifatturiera che nel 2004 dovette cedere causa crisi. L’esperienza politica in Scelta civica e nel Gruppo misto, invece, è una parentesi chiusa nella scorsa legislatura.

Il suo primo libro, Fughe da fermo, è diventato film diretto da lui stesso. In Storia della mia gente (Bompiani) ha raccontato la rabbia e l’amore «di un industriale di provincia» vincendo il Premio Strega 2011. Il nuovo romanzo, La mia ombra è tua (La nave di Teseo) – citazione da Sotto il vulcano di Malcom Lowry: «Io non ho una casa, solamente un’ombra, ma tutte le volte che avrai bisogno, la mia ombra è tua» – narra il rapporto simbiotico tra lo scrittore di un solo libro, baciato dal successo mondiale, che vive in una casa sopra Firenze in compagnia della propria misantropia e dissoluzione, e un giovane laureato in lettere classiche, incaricato dalla casa editrice di sorvegliare la stesura del secondo, atteso romanzo, e di gestire la nuova epifania pubblica del genio. In mezzo, c’è una grande storia d’amore, anch’essa in stand by, e la riflessione sul tempo che passa, la nostalgia, l’incontro-scontro tra generazioni. Per decifrare il tutto si sono scomodati J. D. Salinger e Don Chisciotte e Sancho Panza. Anche La mia ombra è tua diventerà un film di Fandango.

Cominciamo dal sogno di diventare scrittore.

«Ho iniziato a scrivere racconti a 15 anni, ho smesso per un po’ e ricominciato dopo i venti. Leggevo soprattutto autori americani».

La svolta?

«Un giorno stampai quei racconti e li stesi a terra. E mi accorsi che c’era unità di tempo, di luogo e d’ispirazione. Ritornavano situazioni e personaggi che gravitavano attorno a Prato, come capitoli di un romanzo».

Lo è diventato?

«Fughe da fermo viene da quei fogli a terra. Un’altra cosa che mi ha aiutato molto sono state le traduzioni dall’inglese. Se hai la fortuna di tradurre grandi scrittori puoi vedere dall’interno le strutture narrative. Le traduzioni sono vere e proprie lezioni».

Fughe da fermo è diventato un film, La mia ombra è tua è già una sceneggiatura.

«Diciamo che succedono tante cose e che quando scrivo cerco sempre di vedere i miei personaggi. È un romanzo visivo e anche cinematografico».

Il protagonista, Vittorio Vezzosi, è un Salinger italiano?

«È un uomo che si mette in pausa. La sua grande aspirazione è ritrovare la donna perduta, ma se non la può riavere tanto vale che se ne stia in casa».

Ma quella donna compare dopo la metà del libro.

«È un colpo di scena. Volevo che la letteratura, l’altro grande amore del protagonista, fosse l’unica cosa che gli rimane dentro. Vive di letteratura, di cinema, di musica e di vini».

E di coca.

«Tutti surrogati per compensare quel vuoto».

È un romanzo di passioni molto accese.

«Volevo che i protagonisti rappresentassero solo loro stessi, non fossero echi di altri grandi scrittori. Vezzosi è un personaggio larger than life, espanso, che mi serviva per staccarmi dal racconto della realtà dei libri precedenti».

Come ha fatto a scrivere un romanzo forsennato e allegro come questo dopo che era morto suo padre?

«Me lo chiedo anch’io, forse è stata una reazione. Sentivo di scriverlo così e credo piacerebbe molto anche a lui».

È anche una storia di complicità tra due generazioni?

«Mmmh… non è che Emiliano e il Vezzosi diventino proprio amici. C’è troppa diversità. E, in fondo, non ci credo molto che la mia generazione possa essere complice dei venti-trentenni».

Come definirebbe Emiliano, l’assistente-spia pagato dall’editore, che ha la fortuna di vivere all’ombra del genio e nemmeno si prende la briga di leggerne il libro?

«Diciamo che esprime la difficoltà della sua generazione di accettare come fondativa l’esperienza dei padri».

È così dal Sessantotto, ora abbiamo una ragazzina di 16 anni che ci spiega come sistemare il pianeta: è difendibile Emiliano che non legge il romanzo del guru che gli dà da vivere e che tutto il mondo esalta?

«Non molto. Però ricordo che, quando da ragazzo tutti mi esortavano a leggere un libro, per non uniformarmi lo evitavo. E poi, forse, non leggerlo è l’ultimo meccanismo di difesa contro lo strapotere intellettuale del genio che, pian piano, comincia a piacergli».

I due protagonisti sono convinti che i libri salveranno il mondo?

«Io di sicuro, hanno salvato me. Da sempre, nei miei momenti peggiori, e ne ho avuti, ho trovato salvezza nei libri, nella musica, nel cinema».

Mi dica una lettura che le ha fatto compagnia in uno di quei momenti.

«La lettera che il console scrive a Ivonne in Sotto il vulcano di Malcom Lowry dopo 40 pagine di descrizioni del Messico racconta, con una lingua superba, l’amore che provava per quella donna. Potrebbe sembrare qualcosa di sentimentale ma, quando non riuscivo a trovare la mia strada, quella mi sembrava un’eccellenza cui aspirare. Ho sempre pensato che leggendo i grandissimi qualcosa mi sarebbe arrivato».

Il Vezzosi ha discoteche e videoteche sterminate: mondi consolatori?

«Forse. Ho da poco risistemato un vecchio stereo e ricominciato a sentire i vinili. È un altro mondo, un’altra qualità. Quando ascolti musica non puoi fare altro, mi metto in poltrona, nella penombra».

Invece il mondo dei social network lo sbertuccia…

«Non ho grande simpatia per un ambiente nel quale tutte le opinioni contano allo stesso modo. Non l’ho mai pensato e non lo penserò mai».

Prende in giro anche l’individualismo narcisista degli scrittori?

«L’unica cosa che ci assolve un po’ è che contiamo sempre meno».

In che senso?

«Hanno perso fascino. Oggi scrivono tutti e quindi, nell’idea generale, le differenze si elidono. Le persone invidiate sono altre. Quella dello scrittore è una vita poco glamour: si sta in casa, si lavora, si fanno le presentazioni con venti persone».

Un altro tema saliente è la nostalgia con la quale sembra avere un rapporto ambiguo. 

«Per me c’è una nostalgia sana e una malata. Alla Milanesiana di qualche anno fa ho avuto la fortuna di essere allo stesso tavolo di Zygmunt Bauman quando presentò Retrotopia e diceva che la nostalgia è un sentimento negativo che, di per sé, ti fa guardare indietro e ti paralizza. Però se viene a Prato non c’è un solo pratese convinto che oggi si viva meglio di ieri».

E quindi?

«Bisogna distinguere, è come se l’Italia fosse divisa in due. Nelle grandi città, con la globalizzazione, non si è perso granché, nella provincia e al Sud si è perso molto. Il sistema delle piccole industrie che accompagnavano dalla culla alla pensione, si è definitivamente inceppato. Se uno prima lavorava e ora non lavora è comprensibile che sia nostalgico. Così come è comprensibile la nostalgia privata, se uno ha perso il proprio padre o una persona cara… Invece, non approvo la nostalgia come tentativo di restaurazione politica».

Nel passato non c’è nulla da salvare?

«Mi piaceva una certa idea di progresso che davano le macchine di casa, la lavatrice, la lavastoviglie, la tecnologia, il computer e il cellulare. Il futuro era sinonimo di miglioramento. A un certo punto si è fermato tutto. Oggi i nuovi dispositivi sono sempre più esigenti e gli aggiornamenti chiedono dedizione totale».

Tornando agli scrittori, con tutta la loro fama e la devozione dei lettori restano persone infelici?

«Succede spesso. Mentre salvano la vita a noi non riescono a salvare la propria».

Per questo ha composto quella lista di scrittori suicidi con le circostanze in cui si sono tolti la vita?

«Ho voluto andarci dentro e capire com’era davvero successo, che età avevano, il come e il dove. Ho pensato che le modalità fossero una sorta di dichiarazione letteraria. Come scrivere l’ultimo, tragico, libro, con il quale spiegarsi definitivamente».

Il mondo letterario contemporaneo è avvolto nel nichilismo?

«È una condizione che attanaglia molti e che vedo in tanti miei colleghi, ma che personalmente cerco di sconfiggere».

In una lettera a Bernard-Henri Lévy, Michel Houellebecq scrive: «Mi riesce penoso ammettere che ho provato sempre più spesso il desiderio di essere amato. Un minimo di riflessione mi convinceva naturalmente ogni volta dell’assurdità di tale sogno: la vita è limitata e il perdono impossibile. Ma la riflessione non poteva farci niente, il desiderio persisteva e devo confessare che persiste tuttora». Che cosa ne pensa?

«È una rivelazione molto interessante. Una cosa simile la dice anche il protagonista di Zelig di Woody Allen quando lo ipnotizzano e ripete: “Io voglio essere amato”. Credo sia dolorosamente vero ciò che dice Houellebecq».

Il bicchiere di latte che Marcello Mastroianni procura ad Anita Ekberg per il gattino nella notte romana della Dolce vita che lei mette sul finale simboleggia la tenacia dell’uomo, il dono della grazia o una sfida vinta?

«Forse simboleggia la condizione maschile: dobbiamo riuscire a trovare questo bicchiere di latte in una città deserta. Provare a spremerci un po’ di più. Si vive in una mediocrità che rischia di attaccarsi anche a noi… È una bella domanda, tutte e tre le risposte sono giuste. Il dono della grazia mi piace: il latte è un liquido, sacro come il sangue per tenere in vita quel gatto. Il premio è vedere quella donna meravigliosa nella fontana».

Lei ha partecipato alla Leopolda del 2017, ci tornerà anche quest’anno?

«Con la politica attiva ho chiuso. Mi ero candidato perché tante persone avevano letto Storia della mia gente e mi avevano esortato a portare quei contenuti in Parlamento. Però non funziona così. Se posso dare un contributo lo farò attraverso la scrittura».

Che cosa le dà speranza?

«I miei figli, un maschio e una femmina, che studiano a Londra e stanno facendo una bellissima carriera studentesca».

Come la figlia del Vezzosi.

«Già».

 

La Verità, 13 ottobre 2019