«Il Saviano politico sbaglia: a Caivano i blitz servono»

È una delle persone più esposte al pericolo e coraggiose che l’attualità ci consegna. Don Maurizio Patriciello, «un prete e basta», da anni in prima linea nella denuncia dei clan di Caivano, dopo la scoperta delle violenze a lungo perpetrate da alcuni minori su due bambine, ha chiesto aiuto al premier Giorgia Meloni innescando una serie d’iniziative che hanno riportato la presenza delle istituzioni dove da anni latitavano.

Don Patriciello i blitz delle forze dell’ordine a Caivano si susseguono alle «stese» dei clan: è in corso una guerra per il controllo del Parco Verde?

«C’è un’attenzione particolare nei confronti di questi signori che vorrebbero comandare il territorio. Domenica c’era stata la “stesa” (raid a bordo di motorini con spari a raffica per costringere le persone a stendersi a terra ndr), compiuta forse contro l’iniziativa del governo. Poi c’è stato un nuovo blitz contro gli abusivi».

Le hanno rafforzato la protezione, ha paura?

«No. Me l’hanno rafforzata per quello che sta succedendo».

Ieri ricorrevano trent’anni dall’uccisione di don Pino Puglisi a Palermo per opera di Cosa nostra.

«Qualche anno fa, ho potuto celebrare la messa nella sala da pranzo di padre Pino Puglisi con un piccolo gruppo tra cui suo fratello e sua cognata. Una gioia grande. Sono stato tante volte nella parrocchia di Brancaccio e sulla sua tomba, nella cattedrale di Palermo. Lo prego, lo invoco, gli chiedo di illuminare il mio cammino, perché possa fare sempre e solo la volontà di Dio. Diceva: “Se ognuno fa qualcosa, qualcosa di bello accadrà”. Tento di fare la mia piccola parte».

È vero che quando al Parco Verde arriva un’auto sconosciuta alcuni ragazzi in moto l’affiancano, chiedono agli occupanti dove sono diretti e li scortano a destinazione per controllare tutto ciò che avviene?

«Ci sono i ragazzi che girano con il motorino, le vedette dello spaccio. In questi giorni con il Parco pieno di polizia e carabinieri non si vedono».

È favorevole all’intensificazione della presenza delle forze dell’ordine?

«Per risolvere il problema dobbiamo prendere alla lettera le parole del premier al fine di evitare che “in Italia esistano zone franche”. Il governatore Vincenzo De Luca ha detto che “a Caivano non c’è lo Stato”. Se servono azioni forti per ripristinarlo, ben vengano. È chiaro che non bastano, ma sono utili a bonificare il territorio».

Il decreto e i blitz sono stati molto criticati.

«Le critiche ci sono e ci saranno sempre. L’opposizione deve screditare quello che fa chi governa. È vero che da sole queste azioni non risolvono tutto. Tanti hanno citato Gesualdo Bufalino quando disse che “la mafia sarà sconfitta da un esercito di maestri elementari”. Quando, però, arrivano le “stese” ci vuole anche l’esercito della polizia e dei carabinieri. Un’azione non esclude l’altra».

Lei ha detto che chi critica l’iniziativa del governo si deve vergognare.

«Bisogna sapere cosa si prova quando volano i proiettili. Un conto è parlare stando sul campo di battaglia, un altro farlo seduti a casa propria. Chi vive sul posto sa che una “stesa” può essere pericolosissima per un bambino, una mamma, un papà. Ho chiesto di fare attenzione e di pesare le parole».

A chi dice che servono i centri sportivi e le biblioteche lei ribatte primum vivere deinde philosophari?

«Da qualche parte bisogna cominciare. Se ci sono bande criminali che agiscono indisturbate e gli adolescenti maneggiano le armi, bisogna bonificare prima di fare altri interventi. Sono contento che siano stati potenziati il commissariato di Afragola e la compagnia dei carabinieri di Caivano. Lo scopo è riportare alla normalità un quartiere che non vive nella normalità da molti anni».

Mi racconta una sua giornata?

«Sono un sacerdote, un parroco, un giornalista. Un prete, prima di tutto. Celebro messa, distribuisco i sacramenti, faccio direzione spirituale. Non c’è mattina in cui non vada in una scuola o nelle carceri per parlare con i detenuti. Partecipo a convegni sulla legalità, scrivo per Avvenire e Famiglia cristiana, tengo incontri di catechesi. Tempo per annoiarmi non ne ho».

A che ora inizia e a che ora finisce la sua giornata?

«Finisce tardi. Ci sono anche la preghiera e lo studio personale. Non si vive di rendita, la fede e la cultura vanno coltivate».

Sempre con la scorta al seguito?

«Certamente è più complicato e farraginoso. Quando vado a visitare le famiglie, gli ammalati, a confessare un anziano… ho sempre compagnia».

È diventato prete dopo i trent’anni: prima?

«Per dieci anni sono stato capo reparto in un ospedale. Quando sul mio cammino ho trovato un frate, è iniziata questa avventura. E, al suo interno, questo impegno… Mi immaginavo un prete più normale».

La sua prima campagna è stata contro la criminalità nella Terra dei fuochi?

«Non volevo mettermi contro nessuno, mi ci sono trovato. Venivo dal mondo della sanità e mi è stato facile riscontrare l’aumento delle patologie tumorali. Quando mi sono reso conto del vuoto di iniziative mi sono dato da fare e, grazie a Dio, se oggi tanti hanno una sensibilità ambientale, in parte si deve anche alla mobilitazione nella Terra dei fuochi. Dal 2015 in Italia c’è una legge che punisce i reati ambientali».

Si ritrova nella definizione di prete anticamorra?

«No no no, assolutamente. Sono un prete senza aggettivi. Se mi targate come anticamorra mi mettete in un angolo. Mentre a me interessa ciò che riguarda l’uomo a 360 gradi, dalla teologia ai sacramenti alle opere di carità, dai neonati ai vecchi. Mi occupo delle donne che stanno per abortire. In questi anni siamo riusciti a dare un piccolo aiuto per far nascere una dozzina di bambini che stavano per essere gettati nella fogna. Per la gioia loro, dei genitori e di tutta la comunità. Pensi la felicità quando li vedo andare a scuola».

Leonardo Sciascia parlava dei professionisti dell’antimafia, ci sono anche quelli dell’anticamorra?

«Non sono certo io, parroco di San Paolo apostolo del Parco Verde. Vivo qui e m’impegno per suggerire risposte ai bisogni della gente del posto. Se mi trovassi in Via dei Mille a Napoli farei altro».

Perché dopo la scoperta degli abusi sulle due bambine si è rivolto a Giorgia Meloni e non al sindaco, al governatore, alla magistratura.

«Siccome so quanto è grave la situazione, non posso accontentarmi di spolverare la superficie. Già per la Terra dei fuochi mi ero rivolto al Presidente della Repubblica e poi ai premier Matteo Renzi e a Giuseppe Conte».

Ha puntato in alto per la gravità della situazione?

«Corrado Alvaro diceva che per le domande serie si cercano risposte vere, è inutile cercare risposte inadeguate. Intanto sono arrivati 30 milioni per far ripartire il centro sportivo, vandalizzato da 30 anni».

Un altro fronte è l’educazione: gli adolescenti che violentavano quelle ragazzine a quali modelli si rifacevano?

«I modelli li conosciamo, non trinceriamoci dietro l’ipocrisia. A causa di noi adulti questi ragazzi hanno scoperto la sessualità attraverso la pornografia fin dalla tenera età. Ne ho parlato anche col ministro Eugenia Roccella e ci siamo trovati d’accordo. Bambini che appartengono a famiglie distratte che dedicano un’attenzione minima alla loro crescita. Mettono in pratica quello che vedono. Abbiamo rapinato il loro diritto all’amore, alla tenerezza, al primo bacio e li abbiamo lasciati all’inferno della pornografia».

Bisogna impedire l’accesso a questi contenuti attraverso la Rete?

«Io non sono un tecnico, ma mi sembra che fingiamo di scandalizzarci. Da tempo diciamo che bisogna regolamentare o spegnere i cellulari, poi sorgono un sacco di problemi e non si decide. La pornografia ha bisogno di spostare i limiti degli eccessi, questo è ciò che abbiamo presentato ai bambini. Ripenso alle parole di Gesù: chi scandalizza uno di questi piccoli è meglio per lui che si leghi una pietra al collo e si getti in mare. Non vedo impedimenti, se non agiamo per proteggerli significa che non vogliamo farlo».

Che partecipazione c’è stata alla veglia di preghiera che ha promosso qualche sera fa?

«Tantissima partecipazione, la chiesa era affollata. La preghiera è stata guidata proprio dai bambini, alcuni dei quali domenica avevano fatto la prima comunione. Era stata una giornata di festa, rovinata la sera da quell’azione violenta e criminale dei clan che si è mangiata la gioia e l’impegno di mesi».

È attivo anche sui social dove si rivolge alla sua «parrocchia online».

«Ho una pagina Facebook (con oltre 160.000 follower ndr) e mi arrivano migliaia di lettere dall’Italia e da fuori. Purtroppo non riesco a rispondere come vorrei, intavolando relazioni a lungo termine. Anche la mia giornata è fatta di 24 ore».

C’è un gruppo di persone che la aiuta, la comunità cristiana è visibile?

«Certo, facciamo cose belle. Poi arrivano momenti come questi che alimentano la paura e allora la comunità si assottiglia. Ma è sempre rinata. Quando ci sono stati omicidi anche nei pressi della parrocchia sono stato io il primo a dire: non venite. Volesse Dio che non ci fosse più bisogno della mia supplenza…».

Che tipo di supplenza?

«Abbiamo creato un “Comitato di liberazione dalla camorra” con molte persone in prima linea. Un altro gruppo si impegna a raccogliere fondi per i poveri e i senzatetto, quelli che papa Francesco chiama gli scarti della società. L’associazione “Noi genitori di tutti”, composta di mamme che hanno perso i figli a causa dei tumori e delle leucemie nella Terra dei fuochi, affianca altre mamme che hanno figli ammalati, in collaborazione con l’ospedale Gaslini di Genova e con il Bambin Gesù di Roma».

Perché stavolta è più ottimista che in passato?

«Capisco come vanno le cose… Qualche giorno fa ho scritto a Roberto Saviano che quando gli hanno chiesto cosa pensasse del decreto Caivano ha detto che “è la fine di tutto”. Mi è sembrata una presa di posizione politica, così gli ho risposto su Avvenire. La fine di cosa? Io cerco speranza, cerco samaritani, venga qui, Saviano; i profeti di sventura vadano altrove. Ora che qualcosa si muove c’è un po’ di ottimismo, arriveranno altre risorse. Noi cristiani siamo obbligati a sperare. La speranza devo darla anche agli altri perché non vivo per me stesso».

Con il ritorno dello Stato i topi balleranno di meno?

«Chi vive di spaccio e semina morte comincia ad avere qualche problema. In questi giorni il traffico di droga non è solo diminuito, si è azzerato».

 

La Verità, 16 settembre 2023

«L’attualità ce la racconta l’establishment»

Buongiorno Peter Gomez, da vicedirettore a condirettore del Fatto quotidiano che cosa cambia?

«Resto direttore del sito e del mensile Millennium. Qui a Roma lavorerò all’integrazione tra giornale cartaceo e online. Le edicole chiudono e sempre più copie sono vendute in forma digitale».

Le edicole chiudono e i lettori calano?

«Quelli del Fatto quotidiano di Marco Travaglio stanno aumentando. Crescono le copie digitali e degli abbonamenti cartacei, oltre 50.000 in totale».

Da Milano a Roma, una bella sterzata…

«Mia figlia i miei affetti sono a Milano e quando le cose si sistemeranno spero di poterci rimanere di più. Ho sempre rifuggito Roma, che mi piace molto, ma è la città del potere. E ai giornalisti non fa bene star troppo vicino al potere, anche se per raccontarlo è necessario».

Altre novità professionali?

«Da lunedì sarò ospite due volte la settimana di Giù la maschera, il nuovo programma di Marcello Foa su Radio Uno».

Si era parlato di lei su Rai 3 al posto di Bianca Berlinguer.

«L’ho letto anch’io sui giornali, ma non c’è mai stato niente di concreto. A un certo punto Repubblica ha scritto che Giuseppe Conte voleva impormi per una sorta di ricatto. Qualche volta Conte l’ho intervistato, ma ci avrò parlato sei o sette volte in tutto. Poi il Corriere della Sera ha scritto che la mia partecipazione al programma di Foa è in quota 5 stelle».

Invece?

«Anche se la pensiamo diversamente su diverse cose, io e Foa siamo stati colleghi al Giornale di Indro Montanelli e trovo che in passato Marcello sia stato attaccato in modo ignobile. Quando mi ha proposto di collaborare a un programma pluralista e di qualità ho accettato di buon grado. L’unica cosa vera in questi anni è che, ai tempi del governo gialloverde, ho rifiutato la direzione del Tg1 per coerenza con il fatto che ho sempre scritto “fuori i partiti dalla Rai”».

È vero che potrebbe comunque approdare in Rai con La confessione?

«Purtroppo no. Sul Nove, dove il programma continuerà, ho sempre avuto libertà assoluta. Se arrivasse un’offerta la prenderei in considerazione perché la Rai è la Rai».

Perché al Tg1 no e un programma sì?

«Se il programma non funziona ti chiudono. Con la riforma voluta da Renzi la Rai è nelle mani del governo e la politica tormenta i direttori dei tg più di prima».

Come valuta gli abbandoni di alcuni professionisti all’arrivo della nuova dirigenza?

«Non ci sono epurati, ma persone che sono andate a guadagnare di più e con l’idea di sentirsi più libere. Fabio Fazio non è andato al Nove quando è arrivata la nuova dirigenza, è stato il cda di Carlo Fuortes a non aver avviato la trattativa per confermarlo».

Se ne sono andati anche Massimo Gramellini e Lucia Annunziata: se si è in dissenso con la nuova linea non è più da schiena dritta restare?

«Secondo me, sì. Però non riesco a biasimare chi pensa che il lavoro sarebbe stato impossibile. Mi ero fatto una cattiva opinione di Lucia Annunziata quando sembrava che si candidasse come europarlamentare del Pd. Ora che l’ha smentito l’ho rivalutata».

Quest’estate si è tornati a parlare della strage di Bologna e dell’abbattimento dell’aereo dell’Itavia su Ustica.

«Sulla strage di Bologna ha fatto tutto Marcello De Angelis, giurando che Mambro, Fioravanti e Ciavardini non c’entravano. È troppo comodo smorzare i toni quando scoppia il polverone. Su Ustica ho un atteggiamento diverso rispetto a quando fioccavano le tesi complottiste. Ora mi sembra una grande storia giornalistica, anche se vedo poche novità. Mi pare che i lettori guardino a Ustica come ai cold case italiani, tipo la scomparsa di Emanuela Orlandi o la fine di Simonetta Cesaroni».

I misteri del passato hanno riempito l’assenza di grandi gialli estivi?

«In parte, sì. Noto che i giornali di destra stentano un po’ ora che governa Giorgia Meloni. Varrebbe anche a parti rovesciate, se ci fosse Conte al suo posto. A me sarebbe piaciuto fare questo mestiere quand’era vincente il giornalismo british, ma oggi funzionano le testate di opinione. Non si possono più portare a esempio nemmeno i giornali americani che sono stati embedded durante la guerra in Iraq e non si sono accorti dell’ascesa di Donald Trump».

Di che cosa è sintomo il caso Vannacci?

«Di quanto stiamo dicendo. Premetto: il generale è libero di dire quello che vuole ma, al di là di quello che c’è scritto nei codici, chi è dipendente pubblico ha obblighi maggiori rispetto a chi non lo è. Se esprimi opinioni critiche sui gay, ai cittadini può venire il dubbio che con quella divisa non eserciti il tuo ruolo in modo imparziale. Per lo stesso motivo disapprovo che un magistrato entri in politica o che lo facciano i giornalisti. Prendiamo un fatto di attualità: il problema di Andrea Giambruno è che è il compagno di Giorgia Meloni e chi lo guarda in video può percepirlo come un ventriloquo».

Giorgia Meloni ha risposto a questa obiezione difendendo la libertà di stampa: vale pure per Giambruno, o no?

«Secondo me tutto dipende dal rapporto che si vuole avere con il pubblico. Credo che chi ha un ruolo di arbitro nella convivenza civile abbia un dovere in più. Quando Enrico Letta diventò premier, Gianna Fregonara smise di scrivere sul Corriere, mentre Cinzia Sasso si ritirò quando Giuliano Pisapia divenne sindaco di Milano».

Il pubblico è così ingenuo?

«Se Giambruno non fosse il compagno di Meloni le sue parole non sarebbero state così rilevanti. Per dire, Nunzia De Girolamo è brava ma, più in piccolo, lo stesso conflitto si presenterà anche per lei, ex ministra del governo Berlusconi e moglie del numero due del Pd. Se eviterà di parlarne qualcuno potrà pensare che non vuole litigare col marito».

Tornando a Vannacci, anche noi facciamo come i media americani e sottovalutiamo fenomeni importanti?

«C’è un mondo, non so quanto grande, che la pensa come Vannacci e sta a destra di Fdi e della Lega. Ma alle urne le forze che dovrebbero rappresentarlo di solito non sfondano. Il caso Vannacci è esploso perché Repubblica ne ha scritto osteggiandolo, perché l’autore è un militare e perché il ministro Guido Crosetto lo ha destituito. Non è vero che questa Italia non viene rappresentata, La Verità e Rete 4 lo fanno. La sinistra si limita a condannarla, mentre noi giornalisti dobbiamo anche raccontarla».

Cosa pensa delle forme di protesta di Ultima generazione?

«Sono non violente, imbrattano monumenti o fermano il traffico. Certo, si viola il codice penale e sono azioni fastidiose, ma in democrazia ci sta».

Ha letto i documenti svelati da Fuori dal coro che annunciano un’escalation nei prossimi mesi?

«Se commetteranno reati è giusto che vengano perseguiti. Al momento si tratta di proteste e annunci di un movimento presente, ma non così esteso. Perché non c’è lo stesso allarme per le commemorazioni dell’omicidio Ramelli col saluto romano?».

Non c’è differenza?

«Il blocco stradale è una forma di lotta dall’Ottocento, adesso è un reato come lo è il danneggiamento di monumenti. A me sembra che si guardi più al dito che alla luna. Dovremmo preoccuparci che i ghiacciai e le calotte artiche si stanno sciogliendo. Che l’uso massiccio delle plastiche aumenta l’inquinamento, e il numero e la gravità delle malattie. Dovremmo essere contenti che i nostri figli non si battono più per il comunismo o il fascismo, ma per preservare il pianeta».

Studi di geologi e climatologi smentiscono l’eco-ideologia per la quale la causa di tutti i mali è l’uomo.

«So che ci sono posizioni diverse, ma per me questa è una battaglia ideale che, finché non si commettono reati, non mi sento di condannare. All’epoca del G8 di Genova tutta la destra era contraria ai no global non solo per il modo in cui manifestavano, ma anche per quello che sostenevano. Adesso anche Matteo Salvini riconosce che avevano ragione».

Le piace la famiglia queer di Michela Murgia?

«La mia regola di vita è non fare agli altri quello che non vorrei fosse fatto a me. Se loro stanno bene e sono felici, mi piace».

La famiglia si crea e si decide autonomamente come si vorrebbe fare con il sesso?

«La famiglia è espressione del tempo in cui si vive. Se fossi un musulmano di 400 anni fa avrei quattro mogli. Sarebbe sbagliato impedirlo se quello stato non ledesse i diritti di qualcuno e non comportasse reati».

Non si tratta di reati, ma di radice dell’essere: gli uomini non vengono al mondo per volontà propria, né come vogliono loro.

«Se cambiare sesso non danneggia qualcuno sono fatti di chi lo fa. Ciascuno ha diritto alla felicità e se la dà la famiglia queer o sentirsi oggi donna e domani uomo a me non cambia nulla».

C’è qualcosa da smascherare nella grande informazione?

«L’informazione serve agli scopi degli editori che, per esempio, guadagnano con le cliniche o con le autostrade. Oppure vogliono avere rapporti mirati con la politica. Così la realtà è raccontata con la lente dell’establishment. Quanti giornali stanno in ginocchio a pregare per rianimare il centro politico quando gli italiani non ne vogliono sapere?».

Quanto è credibile Giuseppe Conte come leader delle classi deboli?

«Secondo me, molto. La credibilità di un leader non dipende dal suo stato sociale, ma dalle sue battaglie e da quello che fa».

Elly Schlein è meno risolutiva di quanto gli elettori dem speravano?

«Temo di sì. I sondaggi danno il Pd sempre al 20% nonostante la campagna favorevole di cui ha goduto».

Cosa pensa delle sue ultime prese di posizione: «l’Italia ha diritto di sapere la verità su Ustica», «porteremo subito in aula una legge contro la propaganda fascista».

«Quando parla di propaganda fascista si rivolge a una parte del suo elettorato. Obiettivamente non vedo questo rischio in Italia. La verità su Ustica vorremmo conoscerla tutti, ma non dipende da lei».

Cosa pensa del decreto Caivano?

«Finora, in Italia la repressione penale non ha mai funzionato. Togliere il telefonino ai minori colpevoli è un provvedimento tecnicamente inattuabile».

E della tassa sugli extraprofitti?

«È giusta. Sbagliato sarebbe tassare chi guadagna grazie alla propria abilità. Chi trae profitto dalla fortuna perché la Bce alza i tassi può dare di più alla comunità. Stando ai grandi giornali, avrebbe dovuto crollare la borsa e salire lo spread, invece…».

Le manca Silvio Berlusconi?

«Da giornalista sì, perché c’era parecchio da scrivere. Da cittadino no, perché ritenevo sbagliato che facesse politica il proprietario di un grande gruppo editoriale».

 

La Verità, 9 settembre 2023

«Contro gli stupri il vero argine è il ruolo del padre»

Tostissima e dalle idee chiare, Maria Rachele Ruiu è mamma e moglie, counsellor laureata in psicologia, attivista dei diritti umani, in particolare vita, famiglia e libertà educativa, membro del direttivo di Pro Vita & Famiglia e del Family day. Quando parla scolpisce.

Qualche giorno fa l’ho vista molto agguerrita in tv all’Aria che tira estate sul tema degli stupri di gruppo. Che cosa la motiva in particolare?

«Mi motiva il fatto che questa società è schizofrenica: si parla molto della violenza contro le donne, ma solo in modo ideologico».

In che senso?

«Per esempio, in occasione dell’8 marzo il movimento “Non una di meno”sponsorizza la prostituzione chiamandola sex worker mentre è stupro a pagamento, nicchia sulla pornografia che è prostituzione filmata e ammicca a siti come Onlyfans».

Accuse pesanti, che nesso hanno con gli stupri di gruppo?

«Questa cultura aumenta l’oggettivizzazione della donna. L’8 marzo è solo la più eclatante di tante occasioni. Quando sono ancora piccole, alle nostre figlie viene insegnato che è un bene mostrarsi sexy, puntare sull’aspetto fisico e sui like».

La soluzione è la repressione?

«Studi scientifici indicano che ciò che viene chiamato online disinhibition effect, determinato dalla costante esposizione a immagini fortemente sessualizzate, alla pornografia e a certe scene dei reality, riduce il grado di empatia verso le vittime di stupro e aumenta l’accettazione della violenza contro le donne. Quando sono sessualizzate, le donne vengono percepite attraverso le sinapsi che si usano per gli oggetti».

Lo stupro di gruppo di Palermo e quello di Caivano: perché i nostri adolescenti agiscono così?

«Io vedo due cause. La prima è che si ripete che vietare non è educare. Gli adulti stanno rinunciando a equipaggiare i ragazzi e a fornire loro gli strumenti per comprendere chi sono e che cosa fanno al mondo. La seconda causa è il cocktail maledetto di cellulari e pornografia».

L’altro giorno Giorgia Meloni è andata a Caivano su invito di don Maurizio Patriciello: è il disagio sociale la causa principale di questi comportamenti?

«Abbiamo visto che, in realtà, le cause sono socialmente trasversali, perché a Palermo il branco non era composto da appartenenti alle fasce povere. Detto questo, serve il coraggio di spendersi per gli ultimi. Caivano è un posto terribile, abbandonato, come ripete don Patriciello. Il premier ha fatto bene a coinvolgersi, mostrando disponibilità al sacrificio e l’idea che sono sacre anche le vite di coloro che vivono nelle periferie più estreme».

In questi anni la famiglia ha abdicato al compito di porre dei limiti?

«Più che aver abdicato, è stata distrutta. Ma la bella notizia è che proprio la famiglia è la soluzione di questa crisi. Per esempio, un fattore protettivo imprescindibile contro la sessualità malata è la figura del padre».

Completamente rimossa.

«Le ricerche scientifiche confermano che migliore è il rapporto tra padre e figlio e la loro comunicazione sui temi della sessualità, più i ragazzi imparano ad astenersi da attività impulsive e comportamenti a rischio e sviluppano maggiore controllo del livello di eccitazione. Un padre che supporta la propria compagna, ecco la famiglia, aiuta la figlia femmina a cercare nelle relazioni romantiche l’intimità e il sostegno emotivo senza ricorrere alla sessualità per ottenerlo. Una relazione stabile tra marito e moglie aiuta gli adolescenti e le adolescenti a dare il giusto valore alla fedeltà e alla responsabilità nei rapporti».

Anche la scuola ha abdicato ai suoi compiti?

«Spesso nei programmi scolastici di educazione sessuale i ragazzi vengono confusi dall’ideologia gender. Ancora più spesso si spiega ai ragazzi come trarre piacere dal corpo dell’altro con contenuti permissivi espliciti, contrari ai convincimenti di molte famiglie. In tutto il mondo occidentale questi programmi, presentati come educazione sessuale Cse (Comprehensive sexuality education ndr), insegnano a ricorrere al preservativo o all’aborto e puntano a normalizzare la pornografia. Il problema è che non sono efficaci».

Come fa a dirlo?

«In Svezia, in Norvegia e in Olanda, dove sono applicati da più tempo, i crimini sessuali sono aumentati. Un recente report del governo norvegese si chiede come ciò sia possibile dopo i tanti fondi spesi in questi programmi».

L’educazione sessuale dovrebbe partire più da lontano?

«Bisogna tornare a educare alla libertà e all’amore. Libertà di scegliere il bene, sapendo che, a volte, questo significa rinunciare. Libertà di amare è anche fare spazio all’altro, sacrificarsi per l’altro. Cioè, in sintesi, renderlo sacro. Con le dovute accortezze, provo a educare così i miei figli che hanno 5 e 3 anni. Bisognerebbe aiutare i genitori a comprendere che non esiste un’educazione sessuale che non contempli anche prudenza e astinenza. E, per contro, che ne esiste una molto diffusa fatta di disvalori. Che è, ultimamente, diseducazione».

Si parla dei pericoli generati dalla pornografia, che però c’era già nelle riviste dal barbiere e nei cinema a luci rosse.

«Anche sui vasi etruschi compaiono scene pornografiche».

Quindi?

«Non spetta a me cambiare il cuore dell’uomo che ha anche questa spinta verso la lussuria. Ma intanto dobbiamo sapere che la pornografia è sempre più violenta. Lo dice anche Rocco Siffredi. Grazie al combinato disposto cellulari-siti porno, per cui con il grooming i bambini incappano nel primo video senza cercarlo, la pornografia sta diventando un’emergenza infernale».

Perché?

«Perché provoca dipendenza per cui bambini, ragazzi e adulti si ritrovano a cercare stimoli sempre maggiori, finanche video pedopornografici, come denuncia da tempo don Fortunato Di Noto».

Oggi il materiale pornografico è più sofisticato, diffuso e accessibile di un paio di decenni fa?

«Si è passati dalla proliferazione alla normalizzazione della pornografia sempre più violenta».

Rocco Siffredi la pensa come il ministro Eugenia Roccella?

«Rocco Siffredi approfitta dell’invito del ministro a frenare la diffusione della pornografia per normalizzarla. Va ripetendo che non si deve demonizzarla, forse per eliminare qualche concorrente».

Ha detto che è disposto a chiudere il suo sito.

«Non l’accademia e i laboratori».

Anche Luce Caponegro, l’ex pornostar Selen, concorda sulla necessità di controllare l’accesso ai siti porno.

«Mi auguro che si arrivi a vietarli veramente ai più piccoli. Noi come Pro Vita & Famiglia abbiamo fatto una campagna per avere misure di verifica dell’età online più restrittive. Ma l’Agcom ha applicato la norma approvata nella scorsa legislatura solo per i servizi telefonici rivolti ai minori, ignorando che la maggior parte di loro ha i piani tariffari degli adulti e svuotando così l’efficacia della norma sul parental control».

All’estero come si comportano?

«Paesi come Francia, Gran Bretagna, Germania, Spagna e Belgio stanno correndo ai ripari e regolamentando l’accesso a internet perché si sono accorti che contro l’impero dell’hard l’autodifesa casalinga non basta».

Approva che Rocco Siffredi vada nelle scuole a dire che le riprese porno sono alterate da iniezioni dopanti?

«Mi ha colpito il suo racconto sulle attrici che vengono anestetizzate per poter recitare in quelle situazioni estreme. Siffredi ha detto pubblicamente di essere dipendente dal sesso, mi domando come possa essere credibile la sua testimonianza. Sarebbe come se un drogato che fa ancora uso di stupefacenti andasse nelle scuole a dire: drogatevi, ma sappiate che fa male. Non è che sapere che la pornografia è finzione blocchi il processo della dopamina e della dipendenza quando se ne fruisce. Vorrei che nelle scuole andassero le ex pornostar pentite e gli ex dipendenti dal porno che hanno distrutto la loro vita, le loro relazioni, il loro corpo a causa della pornografia».

Cosa pensa delle parole pronunciate da Andrea Giambruno su Rete 4 che, pur deplorando la violenza, ha invitato le ragazze a non ubriacarsi per poter fronteggiare i pericoli?

«Sono parole banali: qualsiasi genitore invita figli e figlie a non stordirsi e a rimanere lucidi quando sono fuori di notte».

Come mai è stato molto contestato?

«Perché è il compagno di Giorgia Meloni. Ha semplicemente detto: ragazze restate lucide e prudenti».

Si colpevolizza sempre la donna?

«Non ha colpevolizzato nessuno. Non ha detto che chicchessia ha diritto a sfiorare una donna se ubriaca, ma ha invitato le adolescenti e anche le adulte a non perdere il controllo di sé e della situazione in cui si trovano».

Non è un ragionamento del tipo «la donna se l’è cercata»?

«Non l’ha detto, hanno provato a farglielo dire».

Concorda con Giovanni Valentini che sul Fatto quotidiano, studi alla mano, ha evidenziato la relazione tra ricorso all’alcol e alle droghe e maggior vulnerabilità nelle situazioni di pericolo?

«Certo, basta il buon senso per ammetterlo. Quando si è ubriachi o sotto effetto di sostanze o nudi su Instagram si è più fragili e non ci si può esporre alla vicinanza di certi maiali. Questo non vuol dire che te la sei cercata. Preferisco non andare da sola alla Stazione termini di Roma dopo mezzanotte perché se mi derubano non è giusto e non me la sono cercata: ma se ci vado con mio marito è più facile che non accada».

Ha letto il libro del generale Roberto Vannacci?

«No, ho letto alcuni stralci e alcune interviste».

Perché ha scatenato questo putiferio?

«Perché non è politicamente corretto e oggi non siamo abituati a posizioni così schiette. Personalmente, alcune cose le avrei scritte in modo diverso e su altre non concordo. Però penso sia importante difendere la libertà di espressione di chiunque. Soprattutto perché siamo in una società in cui si possono scrivere bestialità contro la famiglia, contro i cristiani e si può dire che si odiano i bambini solo perché bambini».

Anche lei vede un mondo al contrario?

«Un posto dove, per esempio, elogia Siffredi che dice che il porno è normale e crocifigge Giambruno per una raccomandazione come quelle che facevano le nostre mamme è un mondo al contrario. Vannacci è osteggiato perché ha toccato temi intoccabili come il gender, la famiglia, e l’ideologia Lgbtq+».

Perché Carlos Santana ha dovuto ritrattare la dichiarazione, fatta a un concerto, che un uomo è un uomo e una donna è una donna?

«Perché c’è il pensiero unico della cultura woke che nasconde gli interessi economici delle case farmaceutiche e delle cliniche che operano gli adolescenti per la transizione, facendo soldi a palate sulla pelle dei più fragili».

 

La Verità, 2 settembre 2023

«Ho studiato Cl per capire la rimozione di Carrón»

Marco Ascione è un giornalista che non disdegna le situazioni scomode. Capo della redazione politica del Corriere della Sera, bolognese con inizi professionali al Resto del Carlino, ha scritto Strana vita, la mia, l’autobiografia di Romano Prodi (Solferino). Nel nuovo libro per lo stesso editore si avventura nel mondo di Comunione e liberazione e dei suoi rapporti con la Santa sede, culminati il 15 novembre 2021 con le dimissioni di don Julián Carrón dalla presidenza della Fraternità. Titolo del volume: La profezia di Cl. Sottotitolo: Comunione e liberazione tra fede e potere. Da Formigoni a Carrón e oltre. Roba tosta.

Come nasce questo libro?

«Dalla curiosità. Mi è sembrato che Cl fosse passata da Luigi Giussani a Davide Prosperi senza interrogarsi sui 16 anni di Julián Carrón. E mi sono chiesto perché».

Per questo il libro è incentrato su di lui?

«Carrón è il grande convitato di pietra di cui alcuni in Cl faticano a parlare. Inoltre, lo stesso teologo spagnolo ha scelto di ritirarsi del tutto dalla vita pubblica».

Ha dovuto?

«Sicuramente centra il dovere di obbedienza. Quando si è dimesso si è limitato a dire che da quel momento in poi ognuno doveva assumersi la responsabilità del carisma».

Questo libro è stato suggerito da qualcuno?

«Da nessuno. Se non dalla mia curiosità giornalistica».

Qual è la profezia di Cl?

«Quella introdotta dallo stesso Giussani che, per primo, si preoccupò di creare una distanza tra il movimento e gli uomini che vi si erano formati e avevano scelto d’impegnarsi in politica».

La novità di Cl è anche che dal Concilio Vaticano II, con Luigi Giussani e poi Carrón, la proposta cristiana si rivolge alla libertà dell’uomo e non è più la prescrizione di alcuni comportamenti?

«Sicuramente Carrón si è mosso in coerenza con Giussani, con papa Francesco, Ratzinger e il Concilio. Tant’è che ama ripetere una frase sempre utilizzata prima da Benedetto XVI e poi da Francesco, e cioè che il cristianesimo si trasmette per attrazione e non per proselitismo».

Perché il suo lavoro parte dal docufilm Vivere senza paura nell’età dell’incertezza della regista Giulia Sodi?

«Insieme a lei, tra i curatori ci sono studiosi e filosofi di estrazione ciellina e non solo. Tutto parte da quel docufilm perché mi ha colpito il suo approccio innovativo e moderno alla fede, al punto che, dopo la sua visione, ho deciso di approfondire la conoscenza del pensiero di Cl. Questo fatto, insieme alla sensazione che Carrón fosse scomparso, mi hanno messo in moto».

La lezione di Carrón è che la Chiesa dev’essere «attrezzata per la battaglia della modernità»?

«La lezione del sacerdote dell’Estremadura è che la Chiesa deve imparare a confrontarsi con la modernità. È proprio questo il motivo per cui Carrón scelse di non schierare il movimento al Family day contro la legge Cirinnà».

L’ha fatto in linea con la cosiddetta scelta religiosa, prendendo le distanze dall’impegno politico e dagli eccessi di alcuni suoi esponenti?

«Bisogna intendersi su cosa significa scelta religiosa. Secondo me don Julián non ha voluto ritirare Cl dalla  vita pubblica, ma ha cambiato il metodo. Ha ritenuto che bisogna confrontarsi costantemente con ciò che è diverso».

La svolta più clamorosa si ebbe con la lettera a Repubblica del maggio 2012 in cui si scusava perché il movimento si «è identificato con l’attrattiva del potere, dei soldi e con stili di vita che nulla hanno a che vedere con quello che abbiamo incontrato»?

«È vero. Ricordò che Cl è un movimento di educazione alla fede. In questo senso si può dire che la sua sia stata una scelta religiosa».

Quella lettera risultò per molti ciellini un pezzetto di «liberazione»?

«Spaccò letteralmente il movimento che da quella divisione non si è ancora del tutto ripreso. Una parte la visse come una liberazione, un’altra come un tradimento della teologia della presenza che è ritenuta un tratto distintivo della storia della Fraternità».

Sul terreno del confronto e dell’apertura alla modernità Carrón avrebbe dovuto incontrare l’approvazione di papa Francesco: perché non è accaduto?

«A questa domanda non è facile rispondere. Alcuni degli interlocutori con cui mi sono confrontato sostengono che potrebbe essere mancata un’alchimia tra Bergoglio e il sacerdote spagnolo. Ma sarebbe più corretto affermare che questo Papa appare in genere piuttosto severo con i movimenti. Forse è vero quello che sostiene Robi Ronza, storico intervistatore di Giussani, quando dice che Francesco viene da un continente dove si avverte meno bisogno della presenza dei movimenti. E dove la teologia del pueblo, ossia la tradizione religiosa popolare, occupa il loro posto».

C’è differenza tra Bergoglio e Ratzinger in rapporto ai movimenti?

«Dal punto di vista di Carrón non ce n’è».

E oggettivamente?

«Ratzinger e Giovanni Paolo II li possiamo considerare i due papi più vicini ai movimenti».

Bergoglio vuole istituzionalizzarli?

«Secondo me sta facendo per certi versi un’operazione di trasparenza. Credo si possa dire che li vuole istituzionalizzare».

Non c’è il pericolo che inseguire la modernità tolga alla Chiesa il mistero e l’autorevolezza che le derivano dal suo essere un’entità dell’altro mondo?

«Questo rischio c’è, ma la Chiesa deve avere il coraggio di capire che è corretto confrontarsi con la complessità del presente. Personalmente mi affascina molto un cristianesimo capace di attrarre per contagio, senza mai cercare di imporre i propri valori».

Prima o poi però bisogna annunciare che Cristo è la risposta a questa complessità, o no?

«Dal punto di vista della Chiesa e di Cl in particolare, certamente sì. Mi pare che il movimento lo faccia».

San Paolo invita anche a non conformarsi alla mentalità del secolo per poter discernere ciò che è gradito a Dio.

«Non conformarsi non equivale a non confrontarsi».

Perché il capitolo più lungo del libro riguarda il rapporto con i diritti civili?

«Perché è la chiave di volta dell’azione di Carrón all’interno del movimento sotto il profilo del rapporto con la politica e il potere».

Addirittura?

«Sì, credo che i momenti chiave siano la lettera a Repubblica, la decisione di non schierare Cl ai Family day e il secondo volantino sul caso di Eluana Englaro».

Quello che diceva che abbiamo bisogno di «una carezza del Nazareno»?

«Tentando di spostare lo sguardo anche sul padre di quella ragazza».

C’è differenza tra accompagnare delle situazioni di sofferenza anche estrema e lasciare campo libero ai desideri che diventano diritti di minoranze inflessibili?

«La Chiesa ha tutto il diritto di esprimere il proprio punto di vista, lasciando che lo Stato faccia lo Stato e legiferi su queste situazioni anziché rimettersi alla supplenza della magistratura».

Come valuta il fatto che all’udienza del 15 ottobre per il centenario di don Giussani, Francesco ha parlato di «impoverimento nella presenza di un movimento… da cui la Chiesa, e io stesso, spera di più»?

«Lo valuto come una critica al movimento tutto. In quel contesto il Papa ha elogiato Carrón facendo poi seguire il suo discorso da un “tuttavia” che ha lasciato intendere che le sue critiche fossero estese anche al prete spagnolo. E questo nonostante, secondo me, la sua azione sia stata nel solco dell’invito magisteriale alla “Chiesa in uscita”».

Carrón ha suggerito la via della testimonianza invece di quella della militanza.

«Testimonianza non è sinonimo di assenza».

Lo scrive verso la fine del libro: «Il prete che ha rivoltato Cl si trova, nei fatti, messo alla porta dal Vaticano». Una contraddizione che anche lei fatica a spiegarsi?

«Sì, fatico a spiegarmela. Ma credo vada collocata nel raggio più ampio dell’azione del Papa nei confronti dei movimenti. Cl ha temporeggiato nella riforma chiesta dal Vaticano e questo evidentemente non è stato gradito da Francesco».

Perché il Vaticano ha chiesto a Cl una revisione dello statuto?

«L’ha chiesto a tutti i movimenti. Nel caso di Cl si aggiunge anche il commissariamento dei Memores domini (i laici del movimento che fanno voto di povertà, castità e obbedienza ndr) che ha tolto a Carrón ogni potestà su di loro».

Le autorità vaticane hanno suggerito un metodo elettivo per scegliere i responsabili, con mandati rinnovabili fino a un tempo massimo: una sorta di riforma democratica?

«In qualche modo lo è. La differenza è minima perché, dopo l’indicazione di Giussani, Carrón è sempre stato rieletto dagli organi direttivi. Per altro una nuova elezione non c’è ancora stata perché il Vaticano ha concesso anche all’attuale guida, Davide Prosperi, ulteriore tempo per la riforma dello statuto».

Il pensiero di base è che, dopo i fondatori, il carisma non risiede stabilmente in una sola persona?

«Sì, questa è la preoccupazione di Bergoglio. Di fondatore ce n’è uno, tutti gli altri sono portatori del testimone».

Il paragone storico è con gli ordini religiosi, dopo San Francesco o San Benedetto come ci si è regolati?

«Secondo Robi Ronza vale per i movimenti ciò che vale anche per gli ordini religiosi. Ci si ricorda solo di San Francesco e non dei successori».

Il libro si chiude con lo spauracchio del ritorno in campo di Roberto Formigoni e il comunicato di Davide Prosperi per la morte di Silvio Berlusconi. L’obiettivo è mettere in guardia da un nuovo collateralismo con il centrodestra?

«No, non lo è. Tanto che non userei la parola spauracchio. Il libro ha l’ambizione di essere un racconto e un’analisi. E di rapportarsi alla realtà, termine fondamentale nel vocabolario del movimento. Ancora non sappiamo se cambierà l’approccio di Cl alla politica. Mi sembra che Prosperi ora sia più preoccupato degli equilibri interni e del rapporto col Vaticano».

Ha fatto bene Giorgia Meloni a non andare al Meeting di Rimini, dove invece si sono visti il cardinal Matteo Zuppi e Sergio Mattarella?

«Mi rimetto alla vulgata, secondo la quale essendoci il presidente della Repubblica, la premier ha ritenuto di non dover presenziare. In compenso, c’era mezzo governo e Matteo Salvini ha trovato calda accoglienza».

Come vede il futuro di Cl e qual è il suo sentimento nei suoi confronti?

«Il futuro è nelle loro mani. Il mio è un apprezzamento per una grande storia che non m’impedisce di vedere sia le luci che le ombre».

Sbaglio se dico che i suoi punti di riferimento sono Romano Prodi e il cardinal Matteo Zuppi?

«Zuppi e Prodi sono due importanti protagonisti del nostro tempo. Più che avere punti di riferimento, faccio il cronista e mi limito a raccontare quello che vedo».

 

La Verità, 26 agosto 2023

«Spalletti è l’uomo giusto per la nostra Nazionale»

Pur avendo girato il globo e seguito nove Mondiali, Paolo Condò ama tornare alle origini. «La domenica sera», racconta, «vado sempre a vedere che cos’ha fatto la mia Triestina che adesso milita in Serie C. E anche se non so a memoria la formazione, quando scopro che ha vinto qualche endorfina si sveglia». Opinionista principe di Sky Sport ed editorialista di Repubblica, dal 2010 Condò è l’unico giornalista italiano presente nella giuria che assegna il Pallone d’oro, il premio organizzato dalla prestigiosa rivista France Football.

L’invasione araba è un evento positivo o negativo per l’Europa e l’Italia?

«Come tutti gli eventi, all’inizio non è facile da interpretare. Non sappiamo se essere contenti perché stanno affluendo soldi per colmare i buchi dei bilanci delle società o se, come avvenuto in passato, i nostri club ne creeranno altri di ancora più profondi. Un fatto simile è già accaduto quando la Premier league ha iniziato a prendere i nostri giocatori migliori, riempiendo di assegni i club, senza però che i loro bilanci migliorassero granché».

Per qualcuno è un’occasione di crescita per altri l’inizio della fine.

«In questi ultimi dieci anni l’Uefa ha imposto il fair play finanziario. Ma anche se società come il Manchester City o il Paris Saint-Germain hanno trovato i modi per dribblarlo, ci siamo accorti che applicando le regole si riesce a fermare la tendenza a indebitarsi e a salvare molti club. Come provocazione un po’ utopistica ho proposto che Uefa e Fifa insieme invitino due squadre della Saudi league a partecipare alla Champions, in cambio della loro adesione al fair play finanziario».

A che scopo?

«Di evitare che spendano senza limiti. Ricordiamoci che i Sauditi hanno un piede nei loro campionati e un altro in quelli europei, soprattutto in Premier league. Se possiedo una società in Europa che deve sottostare al fair play e un’altra in Arabia che non ha vincoli, come il Public investment fund (Pif ndr) proprietario del Newcastle e dell’Al-Nassr di Cristiano Ronaldo, posso spostare tutti i debiti nella seconda, creando una forte anomalia sistemica».

Considerando i contrasti tra Uefa e Fifa non c’è da essere ottimisti, ma in passato il calcio europeo ha retto alla scoperta del mercato americano e di quello cinese.

«C’è un precedente storico che risale al 1949, quando la Colombia cominciò a prendere giocatori del calibro di Alfredo Di Stefano senza che le squadre argentine potessero tutelarsi. In quei quattro anni il campionato colombiano divenne il più importante al mondo e solo quando la Colombia rientrò nella Fifa le cose si sistemarono. Più che la scoperta del calcio americano o cinese, che comunque seguivano regole comuni, ciò che sta accadendo oggi con l’Arabia ricorda l’El Dorado colombiano».

Quello arabo è determinato dalla sconfinata liquidità dei fondi?

«Che per di più non devono ottemperare al fair play finanziario. Mi auguro che l’invasione araba sia l’occasione per ridisegnarlo in modo restrittivo affinché anche le squadre-Stato come il Psg o il City non riescano a dribblarlo».

Firmando con l’Al-Hilal Neymar ha detto che ha sempre desiderato essere un «calciatore globale»: la frontiera araba esaspera questo processo?

«Lo estremizza. Oggi l’Europa rischia di diventare un continente produttore di giocatori sfruttato da altri come il Sudamerica. Fortunatamente credo che piazze come Madrid, Barcellona, Londra, Manchester, Monaco, Milano, Roma o Napoli troveranno risorse per resistere».

Cosa la fa essere così ottimista?

«Siamo specializzati nel prendere gli scarti dei campionati maggiori, raggiungendo comunque ottimi risultati. La finale Champions di quest’anno si è disputata tra un club che ha investito un miliardo di euro, e un club italiano costretto tutti gli anni a vendere il proprio uomo migliore per restare in equilibrio. In campo si è sempre 11 contro 11, e comprare i 25 giocatori più forti del mondo non sempre fa questa gran differenza».

È inevitabile che il tifo, riserva di appartenenza, contesti il calcio mercenario alla Neymar?

«I tifosi sono giustamente critici. Io la domenica sera guardo il risultato della mia Triestina… Neymar è un caso di scuola perché è un giocatore che, avendo dato la precedenza ai soldi, ha vinto meno di quanto facevano prevedere le sue grandi potenzialità. Solo andando al Psg sembrava aver fatto una scelta da campione, perché si era accorto che al Barcellona sarebbe sempre stato nell’ombra di Messi. Ma poi è arrivato Mbappé che è più forte di lui. Ora, anziché andare in Premier o venire più umilmente in Italia, si congeda dal calcio europeo senza aver lasciato il segno, e ripara in Arabia».

Una volta ci andavano i giocatori a fine carriera oggi ci va anche chi potrebbe essere ancora competitivo.

«Sfido a dire i nomi delle squadre che hanno preso Milinkovic-Savic, Koulibaly, Brozovic. Capisco la decisione di Cristiano Ronaldo a 37 anni, ma quella di tanti altri mi appare una scelta malinconica. Il nostro campionato è il più colpito dal vento d’Arabia perché, dopo un’esperienza modesta all’estero, giocatori come Koulibaly o Kessie avrebbero potuto tornarci».

Ieri Gianni Rivera ha compiuto 80 anni, l’esaltazione e l’attaccamento ai campioni appartiene alla sfera della nostalgia?

«No. Tuttora, non soltanto i campioni ma anche i giocatori normali, creano legami profondi. Il calcio trasmette emozioni. Sono le emozioni a far acquistare abbonamenti alle pay tv, comprare giornali e biglietti dello stadio. Le azioni dei giocatori hanno a che fare con l’aspetto eroico della vita perché loro sono i nostri eroi».

Un po’ meno se si pensa alla cessione di Tonali al Newcastle, al caso Lukaku o all’acquisto di Cuadrado da parte dell’Inter?

«Sono rimasto sorpreso quando la Juventus non ha rinnovato il contratto a Cuadrado perché lo ritenevo un giocatore con benzina nel serbatoio. Quando entra in area, i difensori devono stare attenti perché è uno che cerca il rigore… Ho trovato molto divertente che alcuni tifosi interisti abbiano detto: lo prendiamo, ma lo rieduchiamo. Succederà che Cuadrado continuerà a giocare con il suo stile e a procurarsi rigori generosi, ma i tifosi dell’Inter, esattamente come facevano quelli della Juve, vedranno un rigore solare. È l’automatismo del tifo. Che non è disonestà, ma una sorta di simpatica malattia».

Cosa pensa delle dimissioni di Roberto Mancini?

«Ci sono alcune cose che continuo a non capire. Personalmente, mi ha intristito che, pur avendo uno storico rapporto con lui, non mi abbia suggerito nessuna pista sulla quale lavorare, mentre mi congratulo con i colleghi che l’hanno avuta».

È stato giusto chiedere di togliere la clausola che prevedeva il licenziamento in caso di mancata qualificazione agli Europei?

«Direi di no. Ho sostenuto che fosse suo diritto rimanere Ct malgrado l’eliminazione dai Mondiali perché, per me, quella dell’Europeo 2021 è stata una vittoria fantastica, mentre quell’eliminazione è l’esito di una concomitanza di sfighe incredibili. Detto questo, dopo aver subito quel fallimento, non puoi trovare penalizzante una clausola che cessa il contratto se non riesci nuovamente a qualificarti per un grande evento. Sono convinto che in quel caso sarebbe stato lui per primo a dimettersi».

Il presidente della Figc Gabriele Gravina ha sbagliato a inserire Barzagli e Buffon e a ventilare l’innesto di Bonucci nello staff di Mancini?

«Trovo che Gravina abbia agito con leggerezza nella ristrutturazione dello staff. So che Mancini è abituato a lavorare con i suoi fedelissimi. Già la perdita di Gianluca Vialli, da sempre una sponda per lui, lo aveva molto provato. Quando è stato comunicato il nuovo staff, mi è sembrato strano che avesse accettato l’allontanamento di Lombardo, Evani e Nuciari. Non a caso qualcuno ha notato la sua assenza al momento della comunicazione del nuovo organico».

Che cosa pensa dell’operato di Gravina in tutto il suo mandato? C’è chi ne chiede le dimissioni.

«Trovo che abbia lavorato molto bene durante la pandemia. E che questo sia stato il problema più grosso durante i suoi mandati. Certo, ci sono diverse cose che non vanno, ma ricordo che all’epoca il ministro dello Sport Carmine Spadafora non mi dava affidamento. Perciò, continuo a dar credito a Gravina per l’operato di allora».

Spalletti è l’uomo giusto per la Nazionale?

«Sì, per definizione. Ha gli anni e la credibilità che gli deriva dalla vittoria di uno scudetto meraviglioso. Credo che farà molto bene».

Che cosa pensa del finale di partita tra Bonucci e la Juventus?

«Penso che si rovina una grande storia, la fine di un rapporto così lungo si gestisce e si concorda».

Bonucci non è uno da miti consigli?

«Ha fatto una carriera straordinaria, partecipando alla vittoria di otto scudetti consecutivi. Non si può andare in Paradiso a dispetto dei santi. Del Piero andò a giocare in Australia, Chiellini è andato nell’Mls, Buffon al Psg e poi al Parma».

Stasera lei sarà nello studio di Alessandro Bonan dopo gli anticipi della prima giornata: chi è il suo favorito per lo scudetto?

«Il Napoli. Quando si vince in quel modo il campionato precedente e si perde solo Kim e sì, anche Spalletti, è difficile che le altre azzerino il divario in una sola estate. Mettiamola così: Rudy Garcia è seduto sulla panchina più scomoda perché eredita una gran bella macchina e deve dimostrare di saperla tenere in pista».

Giovedì ci sarà il sorteggio delle coppe europee: che cosa augura alle nostre squadre?

«Si è detto che l’anno scorso sono state fortunate per i sorteggi favorevoli ma, pur riconoscendolo, va aggiunto che hanno fatto un ottimo lavoro. Le tre finali non devono essere considerate una vacanza fra i ricchi, ma un punto di ripartenza per restare nell’élite».

Al timone di Sky Champions Show cambia il pilota.

«Federica Masolin prende il testimone da Anna Billò che a sua volta l’ha ereditato da Ilaria D’Amico, due conduttrici che a loro modo hanno segnato un’epoca. Federica è il volto emergente di Sky e io sono pronto a sostenerla, anche perché è friulana e, da triestino, sarò suo complice».

Gli altri componenti sono tutti confermati, squadra che vince…

«Ci saranno Fabio Capello e Billy Costacurta e Cambiasso si alternerà con Di Canio e Del Piero. Sono orgoglioso di essere l’unico giornalista seduto a quel tavolo».

Il miglior giocatore del nostro campionato?

«Osimhen».

E il miglior italiano?

«Barella, per quello che ha fatto finora, e Chiesa, per quello che deve tornare a fare».

 

 La Verità, 19 agosto 2023 

 

«Vedo sempre Napoli, sirene arabe per Mancini»

Maurizio Pistocchi, volto storico dello sport di Mediaset, posta sui social video di spiagge da sogno che scatenano l’invidia di chi lo segue. Calette sarde, da dove, in attesa della ripresa del campionato, si gode gli ultimi giorni di vacanza e il successo di vendite di Juventopoli. Scudetti falsati & altre storie poco edificanti (Piemme), il libro che ha scritto con Paolo Ziliani, collega del Fatto quotidiano con il quale ha a lungo collaborato nei programmi della tv commerciale.

Pistocchi, che cosa sta succedendo nel calcio?

«Il calcio italiano è nella stessa situazione del Paese: senza risorse e senza idee».

I petrodollari si stanno comprando tutto?

«La Saudi league fa quello che facevamo noi negli anni Novanta, quando i migliori calciatori venivano in Italia non perché avessimo il campionato migliore del mondo, ma perché avevamo i soldi. Lo stesso si può dire della Premier league di adesso. I calciatori vanno dove sono pagati meglio e di più».

Cinquant’anni fa il calcio ha scoperto l’America e poi la via della Cina: che cos’ha di diverso il vento d’Arabia?

«Arriva da un Paese ricchissimo che ha investito in tutti i business più importanti del pianeta. Saudi Aramco, promotore della Saudi league, possiede più di 500 miliardi di dollari e un progetto di sviluppo sia della Lega calcistica che dell’intero Paese. È un progetto molto ambizioso, in vista dell’organizzazione dei Mondiali».

Ostacoli sul percorso?

«Certamente si scontrerà con tanti pregiudizi. Nonostante le offerte ultramilionarie, molti giocatori hanno declinato l’invito a causa di un ambiente che limita le abitudini dei calciatori occidentali. Le mogli, spesso protagoniste dello star system, non si sentono a proprio agio in un Paese in cui la donna ha un ruolo diverso».

È stupito che il segno della croce con cui Cristiano Ronaldo ha festeggiato il gol che ha qualificato la sua squadra alla finale della Champions non abbia causato contestazioni?

«Ronaldo è stato scelto come front-man di tutta la Lega, perciò non mi aspetto limitazioni ai suoi comportamenti. Se gliele imponessero se ne andrebbe. Credo abbia chiarito fin dall’inizio le sue libertà».

Fino all’anno scorso l’Arabia attraeva giocatori a fine carriera, come mai ci sono andati Koulibaly, Milinkovic Savic o Kessie?

«Gli ingaggi sono di gran lunga più alti. Finora nella Saudi league sono stati investiti 600 milioni di euro, ma per una realtà così ricca sono briciole. Se Mohammad bin Salman vuole costruire una Lega tecnicamente forte e seguita dal grande pubblico questa strada è giusta solo in parte. Servono scuole e centri di istruzione dove i migliori allenatori del mondo possano insegnare calcio. Sono partiti dall’alto, chiamando giocatori già affermati, ma perché non resti un fatto episodico adesso devono costruire le fondamenta».

Di fronte a una realtà così potente è romanticismo difendere storia e identità dei club?

«Sarebbe bello che in un mondo dove la valutazione professionale delle persone è determinata dal denaro il calcio si distinguesse. Le storie alla Gigi Riva o alla Giacinto Facchetti non esistono più. L’ultimo dei mohicani è stato Francesco Totti. Alcuni anni fa, quando passò dal Barcellona al Real Madrid, Luis Figo fu soprannominato pesetero, da peseta. Oggi sono tutti peseteros».

Che cosa pensa del caso Lukaku?

«Penso che si stia esagerando. Nel mondo, tutti i giorni, centinaia di professionisti lasciano un team o un ufficio per guadagnare di più o perché non si sentono valorizzati. Lukaku ha diritto di andare a giocare dove crede. Dopo che si è esposto con dichiarazioni smentite dai fatti, potrà spiegare il perché oppure no. Penso che la sua volontà sia stata determinata dalla gestione di Simone Inzaghi: se uno è un giocatore davvero fondamentale non lo si tiene in panchina nella partita più importante della stagione».

Quanto influiscono in queste decisioni i procuratori?

«I procuratori guadagnano dai trasferimenti dei giocatori, ma chi decide sono sempre i giocatori. A volte sono le società a spingere per le cessioni perché servono a sistemare i conti. Il calciatore può rifiutarsi, con il rischio di produrre una frattura difficilmente sanabile».

Zlatan Ibrahimovic che ha giocato in tutti i club europei più titolati non ha mai vinto la Champions league.

«Ibrahimovic è un campione straordinario, ma individualista. Il povero Mino Raiola ha fatto un grande lavoro per valorizzarlo, fin dai tempi dell’Ajax. Ma nel calcio il talento dev’essere funzionale alla squadra. Messi e Ronaldo si mettono a disposizione della squadra, Ibrahimovic è enorme per forza fisica e tecnica, ma la squadra dev’essere al suo servizio».

Cosa pensa della cessione al Newcastle di Sandro Tonali che doveva essere il perno del Milan del futuro?

«È una di quelle situazioni un po’ obbligate nelle quali il club caldeggia l’affare per finanziare parte della ricostruzione. Il Milan sta allestendo una squadra molto interessante, con giocatori di talento come Reijnders, Loftus-Cheek e Chukwueze. Vedremo se Pioli saprà darle un’identità e renderla protagonista dopo la delusione dell’anno scorso».

E dell’Inter che ha acquistato Cuadrado, il più inviso degli avversari?

«Cuadrado è uno dei giocatori più forti della Juventus degli ultimi cinque anni. Credo che sul piano tecnico sia un’operazione ottima. Però parliamo di un calciatore che ha avuto comportamenti poco sportivi. Sta a lui essere intelligente e togliersi di dosso la fama di simulatore e provocatore».

Il caso Lukaku, la cessione di Tonali e l’acquisto di Cuadrado: questo calcio procede a dispetto dei tifosi?

«Il tifoso oggi non può più essere quello degli anni Ottanta o Novanta. Oggi si tifa la maglia, la squadra, lasciando perdere se possibile l’aspetto affettivo del rapporto con i giocatori».

C’è troppo poca considerazione dei tifosi nel sistema calcio?

«I tifosi sono come il parco buoi della Borsa. Pagano gli abbonamenti allo stadio e alle tv e acquistano il merchandising. Invece si dovrebbero inserire nell’azionariato delle società come ha fatto il Bayern Monaco».

Si aspettava che fossero giudicati diversamente i comportamenti che con Paolo Ziliani raccontate in Juventopoli?

«Sì. Con Paolo, professionista che stimo da molti anni, abbiamo fatto un gran lavoro. Mi auguravo che una volta tanto la legge fosse davvero “uguale per tutti”. Perché il Chievo è sparito, invece in questo caso sono state fatte valutazioni diverse? Detto ciò, rispetto i verdetti e credo nel superiore interesse della giustizia. Ma chi legge il nostro libro si renderà conto che quanto è successo quest’anno ha avuto un epilogo per certi versi sconcertante».

Siccome la Juventus è il vero potere forte della Serie A si finisce sempre per condonarla?

«Quest’anno c’è in ballo il rinnovo dei contratti tv. Essendo gli juventini in maggioranza tra i tifosi, lo sono anche tra gli abbonati di Sky e Dazn e tra i lettori dei giornali. Sono una quota irrinunciabile. Tanto più considerando che il nostro calcio, con un fatturato di 4 miliardi e debiti per 6, dovrebbe portare i libri in tribunale. Rinnovare i diritti tv in un momento così spaventava al punto che le varie offerte sono state secretate e saranno svelate solo a ottobre. Questa situazione è stata la premessa per giungere a una sentenza politica».

La Juventus ha un bilancio in rosso ma, per fare un esempio, dopo aver bocciato Arthur, Paredes, Zakaria e McKennie ora Allegri vuole Amrabat.

«L’allenatore dovrebbe essere un manager che, come in tutte le aziende, non può licenziare a destra e a manca senza ottenere risultati».

Cosa pensa dell’informazione sportiva italiana?

«Di informazione vera e propria se ne fa poca e si contribuisce molto poco alla crescita della cultura sportiva del Paese».

Perché Luciano Spalletti si è fermato dopo aver vinto lo scudetto?

«Per la mancanza di feeling con Aurelio De Laurentiis e per il timore di deludere i tifosi. A Napoli è particolarmente difficile vincere, l’ultima volta era accaduto con Diego Armando Maradona. Molti segnali facevano pensare che la squadra non si sarebbe rinforzata. Spalletti ha fatto qualcosa di straordinario, penso che alla fine abbia fatto la scelta giusta».

Carlo Ancelotti fa bene ad andare ad allenare il Brasile?

«Ad Ancelotti, persona fantastica e grandissimo allenatore, manca vincere con una nazionale. Il Brasile spesso non ha vinto perché ha interpretato alcune competizioni in maniera goliardica. Ma ricordiamoci che è pentacampeão, ha vinto più di tutti. Vedo bene Ancelotti alla guida di una nazionale che pratica un calcio giocato con allegria e divertimento».

La convince di più Stefano Pioli o Simone Inzaghi?

«Nessuno dei due».

Chi la convince?

«Maurizio Sarri, Luciano Spalletti, Roberto De Zerbi, Davide Ballardini».

Cosa pensa delle difficoltà delle nostre nazionali?

«Molti anni fa Roberto Baggio preparò un progetto che voleva riqualificare tecnicamente il calcio italiano partendo dai centri di formazione come quelli attivi in Germania e in Francia. Quella relazione giace nel cassetto dei presidenti federali che si sono succeduti da allora. Si sa che le rifondazioni mettono in discussione posizioni consolidate. Perciò si continua a vivere di improvvisazioni».

Pochi giorni fa sono stati ampliati i poteri di Roberto Mancini.

«Mancini ha dovuto lavorare in una situazione di grande difficoltà. Basta considerare che, a parte Immobile, la classifica dei cannonieri è tutta composta da calciatori stranieri. Non abbiamo più attaccanti di livello mondiale come ai tempi di Vieri, Inzaghi, Totti, Del Piero e Luca Toni. Fonti ben informate mi assicurano che per Mancini sia pronto un contratto molto danaroso nella solita Arabia».

Le piace Gianluigi Buffon capo delegazione?

«Siamo passati da Gigi Riva a Gianluca Vialli a Buffon, che è stato un grandissimo portiere. Non altrettanto si può dire di lui sul piano etico e comportamentale».

Cosa pensa di squadre come il Milan o l’Atalanta con uno o due calciatori italiani?

«È triste, ma è la conseguenza di una situazione generalizzata. Una volta la Juventus dava sei o sette giocatori alla Nazionale, oggi ha un portiere polacco, tre difensori brasiliani e solo due calciatori italiani, Chiesa e Locatelli».

La sua griglia per lo scudetto?

«È composta dal Napoli, dal Milan che ha preso giocatori interessanti, dall’Inter che è forte ma per me gioca con un sistema che la limita, dalla Juve che si può concentrare sul campionato. Questa è la mia griglia, con il Napoli un gradino sopra se tiene Osimhen».

 

La Verità, 12 agosto 2023

«Vedo troppo draghismo, non solo sulla guerra»

Troppa continuità con l’agenda Draghi e troppa cedevolezza verso l’establishment europeo. Ma soprattutto: troppo allineamento all’America sulla guerra in Ucraina. Così, Gianni Alemanno, già ministro nei governi Berlusconi e sindaco di Roma, ha animato pochi giorni fa a Orvieto la convention del Forum dell’indipendenza italiana alla quale hanno partecipato il filosofo Diego Fusaro, il giurista Ugo Mattei e il sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi.

Gianni Alemanno, come si sta giù dal carro del vincitore?

«Non è una situazione comoda, ma si sta bene con la propria coscienza e la propria storia».

Qual è stata la goccia che l’ha fatta scendere?

«La posizione del governo sulla guerra in Ucraina. Ho provato all’inizio del conflitto a collaborare con la Fondazione An per portare in Italia profughi ucraini… Ma poi, con la propaganda di guerra montante non ce l’ho più fatta».

Ritiene che il governo sia troppo allineato alle posizioni dell’Unione europea e degli Stati Uniti?

«Sì, perché questa guerra è contraria al nostro interesse nazionale. In realtà, è contraria anche all’interesse di tutta l’Europa. L’Italia dovrebbe avere un’influenza di pace. Se riuscisse a esprimere un punto di vista diverso potrebbe mobilitare certe sensibilità della Francia e della Germania ponendo le premesse per una posizione critica dell’Europa che conta».

La storia insegna che i discostamenti dall’Alleanza atlantica vanno dosati e spesso si pagano.

«Nessuno chiede che l’Italia esca dalla Nato, ma che richiami il suo scopo di alleanza difensiva e non ne assecondi la tentazione di essere il poliziotto del mondo. Anche a Berlusconi si fece questo ricatto per costringerlo a intervenire in Libia, eppure un anno dopo fu deposto con un colpo di Stato finanziario partito da Bruxelles».

Come valuta l’accoglienza della Casa Bianca a Giorgia Meloni?

«Non dobbiamo confondere l’orientamento dell’amministrazione Biden con gli interessi permanenti del popolo americano, il quale contesta certe scelte dell’agenda globale come possiamo fare noi. In altre parole, se fosse stato presidente Donald Trump la guerra in Ucraina non sarebbe mai scoppiata. Detto ciò, è ovvio che il premier italiano debba tenere buoni rapporti con il presidente americano. Poi bisogna capire quanto ci costa perché, ribadisco, la guerra in Ucraina ha effetti devastanti per l’Italia».

Come giudica l’iter per le rate del Pnrr?

«Positivamente. Il ministro Raffaele Fitto e il governo sono riusciti a raddrizzare la barca che sia Giuseppe Conte che Mario Draghi avevano messo su una rotta sbagliata».

Cosa pensa della sospensione e revisione del reddito di cittadinanza?

«Il reddito di cittadinanza era una misura sbagliata, questo non si discute. Ma non andava abrogato dall’oggi al domani, senza costruire un’alternativa credibile».

Era una riforma annunciata da tempo.

«I contratti hanno una durata di 18 mesi. Mi sarei aspettato che non se ne stipulassero di nuovi ma che fossero portati a termine quelli in itinere. È stato un errore sospenderli ad agosto, un mese di tregua nel rapporto tra cittadino e Stato. In ogni caso, bisogna sostituire il reddito con lavori socialmente utili».

Per esempio?

«C’è enorme bisogno di lavori sul territorio, per contrastare il dissesto idrogeologico e per manutenere le città. Ci sono aree del Paese e fasce anagrafiche in cui, anche con i migliori centri dell’impiego e i migliori percorsi formativi, che per altro non ci sono, il lavoro non si trova».

I percettori di Rdc accetteranno questi lavori?

«Se rifiutassero sarebbe giusto sospendere il sussidio. Ma bisogna verificare che questo accada e non sopprimerlo in base a un processo alle intenzioni».

I manifestanti di Napoli scandivano «Meloni a testa in giù, senza reddito mai più», ma La Verità ha rivelato la presenza in Campania di molti lavoratori in nero anche percettori di Rdc.

«Per questo bisogna collegarlo ai lavori socialmente utili che impediscono di fare lavoro nero».

La riduzione del cuneo fiscale e la detassazione per chi assume sono la strada giusta?

«Certamente, il governo Meloni sta facendo anche cose giuste. Il vero problema non è tanto la disoccupazione quanto il lavoro povero, una battaglia da non lasciare alla sinistra».

La quale continua a soffiare sul fuoco della «bomba sociale»: è il nuovo allarme dopo quello sul clima?

«Le opposizioni devono essere responsabili e non strumentalizzare i problemi. Però c’è una differenza fondamentale fra la costruzione dell’emergenza climatica voluta dalle multinazionali che puntano sulla transizione green e certi fatti di disperazione molto reali. Il Centro dell’impiego dove siamo andati era chiuso e sul cancello c’era una fotocopia con su scritto: “Noi del reddito di cittadinanza non sappiamo nulla”. Un comportamento da Terzo mondo».

La pandemia, la guerra e il cambiamento climatico favoriscono l’affermarsi di enti come l’Organizzazione mondiale della sanità o l’Organizzazione mondiale della meteorologia: come contrastare la globalizzazione?

«È la globalizzazione a determinare le politiche emergenziali. Fortissimi interessi economici hanno condizionato le scelte politiche di questi anni, cominciando dalla pandemia. È fondamentale recuperare una sovranità nazionale che è anche sovranità popolare, perché è l’unico scudo per difenderci da questi interessi e dagli organismi internazionali a essi soggiogati. Pensiamo all’Oms sempre più in mano a Bill Gates».

Si crede che siccome sono sovranazionali questi organismi siano indipendenti?

«Dall’esperienza come ministro ho tratto la convinzione che più i poteri sono distanti dai popoli e dai territori, più sono infiltrabili dagli interessi privati».

Si procede da un’emergenza all’altra?

«Il governo delle emergenze crea continue fobie nelle persone e cerca di condizionarle nei comportamenti e nei consumi».

Adesso c’è la nuova malattia dell’ecoansia.

«Invece di contrastare il cambiamento climatico facendo la manutenzione del territorio, ci obbligano a comprare le auto elettriche per accontentare le multinazionali. Vale il vecchio detto inglese «follow the money”: segui il denaro e capirai gli interessi in gioco».

Giorgia Meloni punta a durare, perciò cerca legittimazione dall’establishment italiano ed europeo?

«Ogni governo cerca di durare. Meloni pensa che si possa avere più aiuto facendo i primi della classe in Occidente e nell’Ue. L’esperienza dell’ultimo governo Berlusconi ci dimostra che non è così. Henry Kissinger dice che “essere nemici degli Stati Uniti è pericoloso, essere amici è fatale”».

Governare avendo contro lo Stato profondo, la magistratura, il Quirinale, le agenzie di rating, le burocrazie europee è difficile o impossibile?

«È difficilissimo. Mi rendo conto delle enormi difficoltà che Giorgia Meloni deve affrontare, ma il problema, citando Carl Schmitt, è capire qual è “il nemico principale” per evitare di fare contemporaneamente guerra a tutto e a tutti. Penso che il primo nodo da sciogliere sia il vincolo esterno imposto dall’Unione europea e dagli Stati Uniti. Sono convinto che percorrendo coerentemente questa strada, con tutta la prudenza del caso, si troverebbero alleanze insospettabili e si spiazzerebbero molti dei nostri cosiddetti nemici interni».

La Rai e le grandi aziende partecipate restano sostanzialmente in mano al Pd?

«Non generalizziamo. In Rai mi sembra si stia tentando un cambiamento serio».

Nel governo c’è un problema di statura di alcuni ministri inclini ad allinearsi alle politiche precedenti o c’è proprio un errore di prospettiva?

«Secondo me si sta continuando troppo sull’agenda Draghi. Le discontinuità per adesso sono settoriali, non strategiche. È normale che in ogni governo ci siano ministri rivelazione e altri deludenti. Pensiamo a quanto è stato deludente il cosiddetto governo dei migliori».

Come vede l’avvicinamento di Renzi alla maggioranza?

«È la dimostrazione che la linea politica di fondo è sbagliata».

Non preferirà un governo a guida Pd e 5 stelle o del Presidente?

«Mai. Ho sempre detto che questo governo è in ogni caso preferibile a quelli imposti dall’alto. Le nostre critiche sono dure, ma sempre fatte con spirito costruttivo».

Qual è l’agenda del Forum dell’indipendenza italiana?

«Dalla nostra convention abbiamo lanciato il Manifesto di Orvieto sul quale raccoglieremo le adesioni per vedere se ci sono i numeri per costituire un movimento politico. Se il riscontro sarà positivo, a ottobre fonderemo questo movimento e vedremo come e quando affrontare le prove elettorali. Intanto continueremo a fare da pungolo al governo, nella speranza di vedere cambiamenti sostanziali che accoglieremmo con grande entusiasmo».

Di che cosa vi accontentereste?

«Il problema di fondo è la coerenza per costruire una vera indipendenza che è l’unico modo di servire l’interesse nazionale. Nei documenti allegati al manifesto ci sono 14 proposte, a partire dalla guerra in Ucraina. Vedremo come si comporterà il governo su questi punti».

Vera indipendenza significa Italexit?

«Non ho fatto mistero di averla votata alle ultime elezioni. Poi però sono rimasto deluso dal settarismo con cui viene gestita. Inoltre, il nome è sbagliato perché Italexit sembra chiedere un’uscita immediata dall’Ue che, messa così, sarebbe una scelta velleitaria».

Destra sociale ed estrema sinistra si alleano, complice il pacifismo e l’antiamericanismo?

«No. La prospettiva è diversa: ci sono problemi reali, trasversali ai vecchi schieramenti politici. Bisogna affrontare questi problemi con un approccio non ideologico, evitando di asserragliarsi nella destra della destra e cercando di parlare a tutti gli italiani».

Pensate davvero di potervi ritagliare una fetta del 10% dei consensi?

«Da questo bacino potenziale alla realtà c’è una bella differenza. Tuttavia, c’è un’onda di persone che chiede il cambiamento. Prima hanno votato Berlusconi e la sua rivoluzione liberale, poi Renzi quando faceva il Rottamatore, poi il M5s, la Lega e adesso Fratelli d’Italia. Se non vedranno il cambiamento, queste persone cercheranno altri sbocchi politici. E lì troveranno noi».

Ma anche voi troverete l’establishment?

«Ho fatto il ministro di due governi Berlusconi e conosco gli ostacoli, ma ne ho tratto due insegnamenti. Primo: bisogna prepararsi molto bene con una classe dirigente adeguata. Secondo: la via del compromesso è solo un modo per autodistruggersi».

 

La Verità, 5 agosto 2023

«L’emergenza perenne cancella ogni dissenso»

Una volta quelli come lui li chiamavano teste d’uovo. Basta leggere il suo La tirannia dell’emergenza (Liberilibri), condensato di filosofia, diritto, antropologia e scienze umane che illumina a giorno le cupezze contemporanee. Andrea Venanzoni è costituzionalista, consulente giuridico di importanti istituzioni pubbliche, ricercatore presso l’università Roma Tre, saggista, collaboratore di numerose testate giornalistiche tra le quali Il Foglio e Il Riformista.

Professore, perché ha scritto questo libro?

«Già qualche anno fa volevo occuparmi dei prefetti e dei sindaci che ricorrono spesso a ordinanze e atti speciali. Ma l’avvento della pandemia e dell’emergenza climatica sono diventati un movente ancora maggiore e ora la vera promozione di questo libro».

Le emergenze c’erano anche prima: con il Covid c’è stato un salto di qualità?

«Dal campo giuridico si è passati alla mobilitazione dell’intera società. Emblematico è che nel libro di Roberto Speranza frettolosamente ritirato, l’allora ministro della Sanità ringraziasse Mara Venier, Barbara D’Urso e le piattaforme social perché avevano contribuito a formare il “mantra di una nazione intera”. Una strategia che mi ha ricordato la Nazionalizzazione delle masse, dal titolo di un saggio di George L. Mosse, che analizzava i movimenti che portarono all’avvento del nazismo».

Poco rassicurante, siamo a questo?

«Prima con la pandemia e ora con l’isteria diffusa legata al cambiamento climatico siamo davanti a una pornografia della catastrofe che, oltre a non favorire un dibattito pubblico che avvicini una soluzione, finisce per terrorizzare la popolazione rendendola manovrabile. Per contro, abbatte anche la responsabilità dei diffidenti: se il mondo collasserà climaticamente nel 2025 come si legge, che possibilità c’è di porre rimedio all’apocalisse imminente?».

Facciamo un passo indietro e proviamo a definire l’emergenza?

«È la situazione di crisi che si afferma in un momento storico e cattura l’attenzione dell’opinione pubblica per la sua eccezionalità. Pur essendo difficilmente prevedibile o imprevedibile, richiede una risposta rapida».

Che può giustificare imposizione di regole e limitazione delle libertà individuali?

«Si tenta di prevenire il verificarsi dell’emergenza. Per questo si possono limitare in anticipo quei comportamenti che si ritengono rischiosi. Nel diritto ambientale si afferma per la prima volta il principio di precauzione, limitando azioni senza avere la certezza scientifica che provochino danni».

Per esempio?

«Quando si è verificato il disastro di Seveso tutte le attività industriali subirono restrizioni molto impattanti sull’attività d’impresa. Questa politica di limitazione ex ante è un grande freno all’innovazione. Poi ci sono le limitazioni quando l’evento si presenta, come avvenuto con la pandemia e le restrizioni di quasi tutte le libertà costituzionali, dalla libera circolazione fino al diritto all’istruzione gravemente limitato con la Dad».

Chi sarebbe il tiranno?

«Mentre la dittatura è legata al carisma di una persona, un magistrato nel diritto romano, nella tirannia prevale un sistema. Il burocrate è il vero trionfatore della tirannia dell’emergenza. Quando, nella fase acuta della pandemia sono cresciute certe forme di complottismo, il governo dell’emergenza è diventato sovranazionale: l’Oms diramava le direttive e gli Stati si adeguavano».

Il tiranno sono le élite o è più precisamente lo Stato?

«Lo Stato è un’organizzazione burocratica rappresentata da alti funzionari, governatori, ministri pro tempore… Un’emergenza può diventare laboratorio di ingegneria sociale. Sia durante la pandemia sia ora per il cambiamento climatico sentiamo ripetere che bisogna cambiare visione del mondo».

Il Grande reset?

«Evito questi termini che innescano l’accusa di complottismo. La risposta è più facile».

Cioè?

«L’emergenza è il paradiso del burocrate che finalmente può operare senza quelli che vede come intralci e che, in realtà, sono garanzie per il cittadino. I burocrati hanno codici espressivi analoghi in tutto il mondo. Sul loro treno, per scopi economici, possono salire parti di quelle che lei chiama élite».

L’emergenza senza intralci l’abbiamo vista all’epoca dei Dpcm e dei bollettini sanitari a reti unificate?

«Quei bollettini contribuivano a pacificare la coscienza collettiva della popolazione in quel momento tumulata dentro casa. Erano una sorta di liturgia, di mantra luttuoso quotidiano».

Che ha collettivizzato la morte?

«Lo Stato l’ha collettivizzato in un’accezione terrorizzante. Questa istituzionalizzazione della morte è diventata parte del dispositivo burocratico».

In che modo?

«Per esempio, con la burocratizzazione del lutto. Si è reso impossibile porgere l’ultimo saluto al morto per Covid, con conseguenze psicologiche serie in chi è ancora vivo».

Lei parla di «danza macabra»: siccome primum vivere, come dicono filosofi e giuristi, per scongiurare la morte si è pronti a sacrificare la libertà?

«Nel Medioevo la danza macabra era una raffigurazione artistica che moralizzava i costumi ricordando la fine. Oggi, nel cuore delle emergenze, la morte è ovunque. E ti viene detto che se non ti affidi alle cure dello Stato sei destinato a morire».

Si riferisce alla frase del premier Mario Draghi?

«In quella frase, “Non ti vaccini, ti ammali e muori”, è espunta ogni sfumatura intermedia».

La burocrazia promette guarigione e salvezza?

«Lo Stato e il burocrate si pongono in ultima istanza come la cura. Vien fatto credere che la salvezza, anzi, la salvazione in senso teologico, risieda tra le maglie del potere pubblico. Funziona come “hic sunt leones”, l’avvertimento delle vecchie mappe latine: oltre il confine ci sono pericolo e morte».

Questa tirannia è arrivata di colpo o è stata preparata?

«Il processo è risalente nel tempo. Le emergenze sono concatenate una con l’altra».

Quand’è iniziata la sequenza?

«Con il terrorismo politico degli anni Settanta. È proseguita con quello di matrice religiosa e jihadista degli anni Novanta e Duemila, poi con le prime emergenze sanitarie come l’Aviaria e con il cambiamento climatico che da anni procede con toni sempre più allarmistici. Sul piano amministrativo e burocratico queste emergenze si collegano le une con le altre».

Dalla pandemia all’emergenza climatica cambia il ruolo dell’uomo?

«Diventa lui stesso il virus in carne e ossa, la cellula infetta del mondo. L’ambientalismo estremo ha un sostrato concettuale malthusiano favorevole alla de-popolazione e vede nell’uomo un agente patogeno che danneggia l’ambiente. La mia impressione è che queste derive radicali stiano diventando maggioritarie. Un esempio concreto è la recente approvazione del regolamento europeo Nature restoration law, un oggettivo disastro per il mondo agricolo».

L’emergenza occupa l’intero orizzonte e omologa il linguaggio diventando intollerante al dissenso?

«L’emergenza è l’alibi per eliminare ogni possibilità di critica: dissenso equivale a tradimento. Da qui il ricorso a un linguaggio quasi bellico perché l’emergenza è come una guerra e in guerra si sta da una parte o dall’altra, non ci sono possibilità intermedie».

Però se non comandasse un’autorità superiore vincerebbero i terroristi, il virus e l’inquinamento globale.

«Concordo. Il problema non è l’emergenza in sé, che per sua natura è temporanea, ma la sua stabilizzazione. Per questo sottolineo che tendono a collegarsi tra loro. Il vero problema è l’assuefazione a vivere in perenne emergenza».

C’è anche un uso commerciale dell’emergenza sostenuta dai media e dai big dell’economica digitale?

«In alcuni casi i media hanno un interesse diretto. Alcuni editori e grandi marchi digitali operano nei settori delle energie rinnovabili o delle auto elettriche. Tendo a non ritenere casuale che certe testate utilizzino tutti i giorni termini come inferno e apocalisse. Inoltre, si fa anche da sponda al potere istituzionale».

L’emergenza aiuta la pedagogia dell’establishment verso le masse?

«Credo ci sia un insieme di fattori, non a caso si è molto parlato della creazione di una nuova normalità, un mondo pilotato dai migliori, demiurghi dell’epoca moderna».

Appartiene a questo contesto la difficoltà della sinistra a metabolizzare il nuovo scenario politico e le sue conseguenze?

«La sinistra ha un oggettivo problema quando non detiene direttamente il potere. Lo vediamo quando, pur sconfitta alle urne, cerca altri metodi per tornare al governo. Proprio per questo la destra deve guarire dal suo complesso di inferiorità e di ricerca di legittimazione».

Sul treno per Foggia l’élite che s’imbatte su un pezzo di mondo reale accusa il colpo?

«All’inizio mi ha fatto sorridere l’élite che intercetta il popolo come a un safari, di fronte a uno zoo umano. Poi, quando ho letto le repliche di alcuni intellettuali e del comitato di redazione di Repubblica con toni da collettivo maoista anni Settanta, mi è quasi venuto da empatizzare con Alain Elkann. Avrà anche vissuto fuori dal mondo, ma trovo più pericolosi quelli che rispolverano la lotta di classe. Il clima non è buono: oggi c’è chi per criticare Giorgia Meloni riesuma Toni Negri».

È giusto chiedersi come ha fatto Gian Paolo Serino su Dagospia come sia stato possibile che noi adulti abbiamo formato dei giovani «turisti della vita»?

«È giusto chiederselo pensando ai genitori che ricorrono al Tar quando i figli vengono bocciati o puniti perché autori di atti violenti. Una volta genitori e insegnanti erano presidi della formazione dei ragazzi. Di fronte alla disgregazione dell’autorità famigliare e scolastica e degli altri corpi intermedi rimane intatta solo quella dello Stato. Forse non è un caso».

Il termine negazionismo viene usato per equiparare il dissenso a proposito del clima e del Covid alla negazione dell’Olocausto o per gettare un anatema su chi dissente?

«È un’operazione oscena perché banalizza la tragedia dell’Olocausto. Accusando qualcuno di negazionismo lo uccido socialmente, rendendolo impresentabile, degradandolo alla stregua di nemico che non merita di essere riconosciuto come controparte».

Anche il Capo dello Stato Sergio Mattarella non gradisce la discussione su questi temi?

«L’intervento del Presidente della Repubblica, pur comprensibile in un’ottica di richiamo generale alla responsabilità, mi sembra abbia prestato il fianco al consolidamento di una narrazione a senso decisamente unico. Non a caso le sue parole sono state subito rilanciate da una precisa parte politica in ottica anti-governativa».

 

La Verità, 29 luglio 2023

«Follia parlare di negazionismo climatico»

Ruvido, cattivo, scapigliato, voce della Zanzara (con David Parenzo) su Radio 24 e volto dei talk show di Rete 4, Giuseppe Cruciani è il nemico pubblico degli ambientalisti apocalittici.

Cruciani, dove andrà in vacanza?

«In Trentino, come al solito. Precisamente a Madonna di Campiglio, uno dei miei eremi».

In mezzo agli orsi?

«Non ci penso. Capisco chi può avere disdetto e chi può avere delle perplessità. Io sto in posti non frequentati dagli orsi, faccio delle ferrate… Comunque, il freno al turismo è un motivo in più per abbattere gli orsi problematici».

Già l’espressione fa ridere.

«Vero. Orsi che possono mettere in pericolo la comunità. Li abbattono ovunque, da noi è un dramma di Stato».

Il turismo in Trentino ne risentirà?

«Spero di no. Per fortuna non c’è un pericolo costante. Sicuramente la campagna di protezione di questi mesi non aiuta».

Gli animalisti dicono che bisogna rispettare le loro abitudini: sono più importanti di quelle degli esseri umani?

«Per loro quelle degli uomini vengono dopo. Nel suo bellissimo Gli animali hanno diritti? Roger Scruton, un filosofo britannico morto di recente, scriveva che, siccome sono moralmente inferiori, proprio per questo vanno più protetti. Infatti, nelle società occidentali non c’è niente di più sofisticato e puntiglioso della normativa per la protezione degli animali. Ci sono tantissime leggi che li tutelano dalle sevizie e ci impegnano a coccolarli e accudirli in tutte le situazioni».

Gli animalisti si preoccupano anche delle abitudini delle nutrie e degli istrici che, scavando le tane, indeboliscono gli argini dei fiumi.

«Anche in quel caso ci vuole l’abbattimento selettivo e costante. Non capisco come si possa pensare di proteggere prima le nutrie e poi, eventualmente, il territorio. La controprova viene dai danni minori ai nostri fiumi e al nostro territorio se si adotta una sana politica di manutenzione degli argini. L’animalismo estremo produce solo danni».

Sul bellissimo litorale di Giovinazzo, in Puglia, la conversione di un ecomostro in un resort turistico è bloccata dalla Via (Valutazione impatto ambientale) preoccupata di tutelare la lenticchia di mare, una piccola pianta acquatica.

«Siamo alla follia. Spero che la vera motivazione del divieto non sia questa. La sopravvivenza della lenticchia di mare anteposta allo sviluppo economico… La penso al contrario: se per migliorare il territorio e creare lavoro serve cementificare, si cementifica. Il cemento non è sempre, automaticamente, male. La lenticchia di mare è la panna sopra le ciliegie dell’ambientalismo sfrenato. Non può essere così…».

E come può essere?

«Non lo so, magari con questa battaglia si creano dei bacini elettorali. La protezione dell’ambiente e una formula così generica che ci si può mettere dentro tutto. Ma è un grande ricatto: ma come, non vuoi proteggere l’ambiente? Elly Schlein ne parla di continuo, ma è un gigantesco alibi che produce divieti e immobilismo».

Sembra che non valga per il Ponte sullo stretto di Messina: è contento che si farà? Lei ci scrisse un libro 15 anni fa…

«Me lo sono quasi dimenticato. Non sono sicuro che si farà davvero, temo che per l’ennesima volta possa naufragare. Fare i ponti dovrebbe essere un fatto normale, invece in Italia è una battaglia ideologica».

Anche lì ci sono le Ong preoccupate per le sorti degli uccelli…

«La salute degli uccelli, la paura dei terremoti…».

Si dice che i problemi della Sicilia sono altri, che servono altre infrastrutture.

«Certo, le ferrovie. Ma non è che se non fai una cosa non devi fare l’altra. Perciò, finché non vedo, non dico la prima pietra, ma il taglio del nastro, non ci credo».

Che cosa pensa degli attivisti di Ultima generazione?

«Questi ragazzi, che io chiamo di Ultima degenerazione, imbrattando i monumenti o bloccando il traffico pensano di conquistare visibilità e andare nei talk show, credendoli utili per sensibilizzare mentre, in realtà, sono un tritacarne, una rappresentazione teatrale. Lo faccia dire a uno che li conosce».

Però, loro battaglie…

«Li trovo un po’ millenaristi e un po’ luddisti. E quindi un po’ contraddittori, perché poi si servono della tecnologia, cellulari, social e tutto il resto. Sono attaccati al mito della natura sacra e intoccabile, ciò che per loro l’uomo non è. Nessuno nega che gli idrocarburi inquinino, ma in questo momento, e non si sa per quanto ancora, non c’è alternativa. Poi li trovo fondamentalisti, incapaci di ammettere posizioni differenti, come quelle espresse da studiosi come Franco Prodi o Franco Battaglia».

Sono collegati ad A22 Network, finanziata dal Climate emergency fund.

«Può darsi che qualche soldo arrivi da questi fondi. Ma a me sembrano più degli scappati di casa, ragazzotti che fanno le loro molto discutibili proteste in modo autonomo. Se il Climate emergency fund si servisse di loro avrebbe scelto il cavallo sbagliato».

Se le capitasse di trovarli seduti sulla tangenziale che deve percorrere con la sua auto full electric…

«Ho un’auto diesel e non mi devono rompere le scatole».

… per raggiungere la sua meta, come si comporterebbe?

«Scenderei dalla macchina e direi che devo andare a lavorare: “Non mi cagare il c… alzati e smettila di fare il buffone per strada”».

Non si accorgono che è un errore attaccare l’Europa e sorvolare sui sistemi industriali di Cina e India?

«Quando si fa presente che sarebbe più giusto incatenarsi davanti all’ambasciata cinese o indiana, rispondono che quei Paesi inquinano perché producono merce per l’Occidente. La causa di tutti i mali siamo sempre noi che alimentiamo l’industria degli idrocarburi e siamo i consumatori più smodati del pianeta. Magari è vero…».

La soluzione è la decrescita?

«Qualcuno lo pensa. Di sicuro non si può imporla a tutti. Anche questi ragazzi non credo conducano vita monacale e lavino la biancheria nell’acqua del fosso. Anche loro sono immersi nella società occidentale che non sopportano. E intanto gridano alla fine del mondo vicina».

Le star di Hollywood e molti attori e intellettuali nostrani sono dalla loro parte.

«Ma questo è normale perché non c’è causa più nobile e indolore che volere un mondo meno inquinato. Questo lo vogliono tutti, è ovvio, come la pace nel mondo. I problemi nascono quando si devono individuare gli strumenti per raggiungere l’obiettivo. Perché, ricordiamolo, la vita in sé è inquinante».

L’ecologia è diventata una religione?

«Certe intransigenze lo fanno pensare. Ci sono intellettuali e testate giornalistiche che vogliono introdurre il reato di negazionismo climatico, come il negazionismo dell’Olocausto. Ci rendiamo conto?».

Questo è l’ambientalismo movimentista e dilettantista, poi c’è quello istituzionale e dirigista dell’Unione europea. Che cosa pensa della svolta green di Bruxelles?

«È una convergenza di interessi delle lobby dell’industria green che, con la scusa dell’emergenza, vogliono farci cambiare stili di vita e farci spendere di più. Nel modo che vogliono loro».

Dalle auto elettriche che dovremo acquistare nei prossimi anni all’efficientamento delle abitazioni, l’agenda green è fitta di nuovi adempimenti.

«Una serie di disagi e di costi. E i vantaggi quali sarebbero? Le nostre responsabilità per il peggioramento dello stato del pianeta sono inferiori a quelle che la narrazione apocalittica ci attribuisce, perciò mi sembra che qualsiasi sforzo virtuoso non sarebbe compensato da una miglior qualità della vita. Né nostra né di chi verrà dopo di noi».

E cosa pensa del cibo del futuro fatto di insetti e farine di grillo?

«Su questo sono libertario. Ognuno mangi quello che preferisce, l’importante è che non ci siano imposizioni e divieti. Da italiano, non penso che il nostro cibo debba temere la concorrenza di grilli e cavallette».

Con la possibile estensione del green pass all’emergenza climatica voluta dall’Ue potrebbero essere perseguiti i cosiddetti negazionisti ambientali?

«Non credo che il green passa verrà esteso all’ambiente. In ogni caso, non mi stupirei se i cosiddetti negazionisti verranno trattati come coloro che non si volevano vaccinare».

 

Il Timone, luglio-agosto 2023

«Macché record, troppi catastrofismi senza senso»

Il meteo con le stellette. Con l’autorevolezza delle previsioni dell’Aeronautica militare. Niente eccessi, niente svolazzi, niente citazioni di fantasia. Quando il tenente colonnello Guido Guidi spunta sui canali della Rai per dirci che tempo ha fatto e che tempo farà ci si può fidare. La meteorologia è materia complessa, perciò conviene seguire formule e registrazioni verificate per rendere comprensibili le tante variabili in campo. Fin da ragazzo, Guidi ha desiderato fare il meteorologo, ha partecipato a una spedizione in Antartide, collabora con il sito Climatemonitor.it. Questa intervista è stata autorizzata dallo Stato maggiore dell’Aeronautica militare.

Tenente colonnello Guidi, siamo nell’estate più calda della storia dell’umanità come si legge da più parti?

«La risposta è no. Se prendiamo in considerazione l’andamento delle temperature nei secoli in una zona piccola come la nostra è oggettivamente impossibile dire una cosa del genere».

Però ogni settimana c’è un nuovo record di caldo e si leggono bollettini di morte dovuti all’aumento delle temperature.

«Record è un vocabolo che deriva da registrare. Nel nostro caso, la registrazione riguarda le temperature in un luogo preciso realizzate con tecniche parametrabili nel tempo. Se modifiche ci sono state, anche nella morfologia del territorio, devono essere documentate e tenute presente per rendere solide e affidabili le serie storiche di cui ci serviamo. Fatta questa premessa, negli ultimi decenni si registra un aumento della temperatura media della superficie del pianeta. Ma i record veri sono rari e infrequenti».

Nel mese di giugno ci lamentavamo per le troppe piogge e il troppo fresco.

«Questo ci fa comprendere quanto sia complesso il sistema climatico. Nell’Europa del Sud i mesi di maggio e giugno sono stati piovosi e relativamente più freschi degli ultimi anni, ma mediamente più caldi rispetto agli ultimi decenni. A inizio luglio siamo entrati in una fase calda importante. Questa evoluzione descrive una stagione molto diversa dall’estate 2022, in cui si è registrata una persistenza delle onde di calore da maggio a settembre».

Che cosa vuol dire?

«Che nessun anno è uguale all’altro e che ogni stagione registra fasi più fresche e più calde che ne diversificano il clima. Invece il trend di lungo periodo si misura in un arco di almeno trent’anni. Un aumento di temperature non impedisce trend di raffreddamento e un aumento di piovosità o umidità non impedisce fasi calde».

Che studi ha fatto per diventare meteorologo?

«Sono entrato in Aeronautica a vent’anni e ho acquisito le competenze in meteorologia all’interno delle Forze armate».

Perché le evoluzioni del tempo sono diventate la sua professione?

«Sono un componente dell’Aeronautica di terza generazione. Sia mio padre che mio nonno facevano parte della Forza armata. Ho sempre avuto la passione per la meteorologia, già a 13 anni ho partecipato a un corso promosso dall’Aeronautica. Mi sono arruolato con lo scopo di esercitare la professione di meteorologo».

È cresciuto alla scuola di qualche maestro?

«Dovrei fare tanti nomi, non uno solo».

Se le dico Edmondo Bernacca e Mario Giuliacci?

«Bernacca esercitava prima che mi arruolassi, Giuliacci lasciò l’Aeronautica che io ero ancora acerbo».

Immaginava che il tempo potesse diventare terreno di scontro politico e culturale?

«Oggettivamente no. La società nella quale viviamo è sempre stata condizionata dall’evoluzione del tempo, pensiamo agli effetti sull’agricoltura e i raccolti. Oggi ce ne accorgiamo di più perché ogni aspetto della vita ne è pervaso. Un giorno di maltempo in una grande città modifica il traffico. Una stagione positiva o negativa ha impatto sul turismo. Lo sviluppo delle energie rinnovabili condiziona i mercati».

«Bolla di fuoco sul Mediterraneo», «Anticiclone Caronte», «Caldo record, pianeta in ginocchio»: c’è troppo allarmismo nell’informazione sul clima?

«Ci sono iperboli spesso prive di significato. L’evoluzione climatica è raccontata con un’accezione tutta mediatica e per certi aspetti speculativa».

Cosa vuol dire?

«Accentuare i toni è mediaticamente pagante. Ma sono toni che noi come Aeronautica militare disconosciamo. Ci sono i termini per definire le cose ed è sufficiente usare quelli».

Per esempio?

«Adesso stiamo attraversando una fase che si definisce onda di calore. Secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale c’è un’onda di calore quando si registrano temperature massime oltre 35° per più di sei giorni. Non c’è un altro modo di definirla. È così per tutti i servizi meteorologici del mondo. Non c’è nessuna ragione per usare altre terminologie».

Però c’è il mestiere dei giornalisti.

«Nulla in contrario. Ma se lei lo chiede a me, a un altro membro dell’Aeronautica o a un altro meteorologo di professione, per definire questi eventi tutti useremo l’espressione onda di calore e non altri termini. Meno che mai biblici o mutuati dalla letteratura».

Concorda con chi dice che siamo di fronte a forme di meteo-terrorismo?

«Sono forme d’imprecisione ingiustificata. Ci sono le parole per definire questi fenomeni. Le ragioni per cui si vogliono usarne altre non le conosco. Esiste un programma che coinvolge tutti i servizi meteorologici europei che si chiama “Storm naming”, denominazione delle tempeste. In base a questo programma, secondo regole precise, quando ci sono previsioni di eventi molto intensi come le tempeste, assegniamo un nome proprio e quel nome viene utilizzato in tutte le comunicazioni concernenti quell’evento. In questo programma non è previsto che si assegnino nomi alle onde di calore».

Perché?

«Non sono ritenute eventi con requisiti per una denominazione specifica. Basta definirli appunto onde di calore».

E Caronte e Lucifero?

«Sono termini che non provengono da fonti d’informazione istituzionali come l’Aeronautica o la Protezione civile».

Qualche giorno fa un quotidiano ha titolato: «Afa, allarme globale: nel sud Europa il clima del Sahara». È possibile?

«Non concordo. Nel Mediterraneo le onde di calore stanno aumentando come frequenza e durata. Ma il Sahara è il Sahara e il Mediterraneo è il Mediterraneo. Sicuramente non ci siamo ancora scambiati il clima».

Nell’autunno scorso un importante articolo del New York Times, da lei ripreso sul sito Climatemonitor.it, aveva smontato le tesi catastrofiste, poi cos’è successo?

«Si va nella direzione di quello che stiamo dicendo. Ovvero: è giusto prestare attenzione a questa evoluzione, senza esacerbare l’informazione con approcci millenaristici o catastrofisti controproducenti».

Riguardo a cosa?

«La spettacolarizzazione mediatica relativa a eventi tutti uguali che si ripetono rischia di annullare o relativizzare l’informazione stessa. Tutte catastrofi, nessuna catastrofe. Invece, il riscaldamento globale va affrontato con molta serietà».

La causa principale è l’uomo?

«Questo è quanto risulta allo stato dell’arte della ricerca scientifica che, però, è sempre in divenire. La maggior parte degli studiosi attribuisce del tutto o quasi del tutto il riscaldamento globale a cause antropiche. Ma questo dato può consolidarsi o ridimensionarsi nel tempo perché così funziona la scienza».

Come incide nell’aumento delle temperature il ritorno del Niño?

«Anche questo fenomeno evidenzia la complessità del sistema. L’aumento ciclico delle temperature dell’Oceano Pacifico intertropicale riguarda un’area molto vasta del globo che produce un passaggio di calore tra le acque, l’atmosfera e la superficie del pianeta. È un aumento delle temperature compensato dal fenomeno opposto della Niña, che ciclicamente produce una fase di mitigazione».

I geologi che hanno una prospettiva plurisecolare dicono che i cicli del clima si sviluppano in un arco di 400 anni.

«La geologia ha una prospettiva storica diversa dalla meteorologia e dalla climatologia. Non conosco questa ciclicità di quattro secoli. La storia del pianeta ha cicli anche millenari che possono coesistere per esempio con quelli del Niño che, invece, ha periodicità di qualche anno».

Secondo questi rilevamenti il Medioevo è stato molto caldo, poi si è verificato un calo delle temperature fino al 1680 quando hanno ripreso a innalzarsi, ben prima della Rivoluzione industriale e delle emissioni di Co2.

«Senza confermare né smentire queste ciclicità, nulla esclude che a un certo punto si sia aggiunto un contributo importante di natura antropica. Le diverse cause possono sommarsi».

Si potrebbe pensare che i meteorologi, che hanno una prospettiva più breve, siano più allarmisti. Invece lei, Mario Giuliacci e Paolo Sottocorona siete più pragmatici di quanto sia la narrazione prevalente?

«I meteorologi hanno un approccio pragmatico perché vedono quotidianamente la complessità del sistema previsionale. Questo ci rende più prudenti nel descrivere i fenomeni reali».

Nei tg rimbalzano continuamente espressioni come riscaldamento globale, emergenza climatica…

«In questo caso non ci troviamo nella meteorologia, ma nella sociologia. Come si diceva, quando tutto viene dipinto come anormale più nulla lo è. L’onda di calore di questi giorni è stata un fenomeno importante, ma non inedito. Un evento che andava comunicato con toni oggettivi, non con i toni dell’apocalisse, sul ricorso ai quali non mi pronuncio».

Cosa pensa del fatto che qualche politico, in base al dibattito di questi giorni, vuole proporre il reato di negazionismo climatico?

«I reati fanno riferimento a valutazioni oggettive, la scienza procede per confutazioni e verifiche. Quindi non mi sembra un ambito nel quale si possano introdurre elementi di natura penale».

L’Organizzazione metereologica mondiale è un ente affidabile?

«Assolutamente sì. È un ente emanazione delle Nazioni unite. Vi partecipano tutti i servizi meteorologici dei Paesi membri. Il capo del Servizio meteorologico dell’Aeronautica militare è rappresentante permanente nell’Omm, la collaborazione è totale».

Perché il presidente dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc), anch’essa emanazione delle Nazioni unite, è un economista, il sudcoreano Hoesung Lee?

«Perché i temi climatici non riguardano solo la scienza del clima, ma anche quello dello sviluppo, i temi energetici ed economici. Quindi, ci sta che a presiedere un ente così non sia necessariamente un climatologo».

Personalmente, come si difende dall’onda di calore?

«Fa caldo, ma è luglio: se posso vado al mare. Non ho adottato contromisure di particolare significato meteorologico».

 

La Verità, 22 luglio 2023