«All’algoritmo sarebbe sfuggito il genio di Rivera»

L’uomo del mercato: Walter Sabatini. Tra i più geniali e fantasiosi. Sicuramente il più tormentato. Da calciatore, una carriera di sogni incompiuti: «Volevo essere Gianni Rivera», ma «l’urgenza di dimostrare il mio talento fu, prima tra tutte, la mia condanna perché mi indusse a giocare un calcio bizantino, fatto di orpelli solitari e inutili. Non ero in grado di concorrere al fine comune», scrive in Il mio calcio furioso e solitario, da poco uscito da Piemme. Da direttore sportivo ha fatto la fortuna delle società per le quali ha lavorato. Scopre e porta alla Lazio giocatori come Aleksandar Kolarov e Stephen Lichtsteiner. Al Palermo di Maurizio Zamparini lo seguono Josip Iličić e Javier Pastore. Alla Roma ecco Miralem Pjanić, Marquinhos, Radja Nainggolan, Mohamed Salah. Nel gennaio 2022, appena chiamato alla Salernitana, conclude dieci acquisti in una settimana, tra i quali Ederson e Simone Verdi, che portano alla miracolosa salvezza del club.
Lo abbiamo in mente avvolto nel fumo della sigaretta, fronte aggrottata, barba incolta, come compare anche sulla copertina del libro.

Quante sigarette fuma al giorno?

«Zero. Ho fumato tutte le sigarette del mondo e adesso non ce ne sono più per me».

Obbligo di salute?

«Un’imposizione del mio fisico. Per i miei polmoni a brandelli non c’è nessun’altra possibilità».

Fumava più o meno di Gigi Riva?

«Penso di più. Sessanta al giorno per 40 anni».

Anche da giocatore?

«Certo».

Cos’è il calcio, passione?

«Soprattutto, non solamente. Senza passione non si va da nessuna parte. Il talento da solo non basta».

Scoperta che si fa subito o, a volte, troppo tardi?

«Io l’ho imparato tardi. Mi illudevo di esprimere il talento pur con qualche distrazione. Invece, il mio talento non produceva effetti. Ero un grande calciatore che non capiva il calcio».

Che invece è una professione.

«Ovviamente».

Anche una religione?

«Pier Paolo Pasolini l’ha definita l’ultima rappresentazione sacra contemporanea».

Un tormento, un’ossessione?

«Per me, sì. Un’ossessione, un tormento, un batticuore quotidiano. L’ho vissuto pienamente sulla mia pelle».

A che prezzo?

«Salatissimo, il mio fisico è conciato davvero male. Sono stato un uomo eccessivo, che ha voluto far tutto di corsa. Finché il mio corpo mi ha chiesto di fermarmi. Ora è un corpo sofferente, ma non ho nessun rammarico».

Il libro è una lunga lettera a suo figlio Santiago, nome in onore di chi?

«Di nessuno. È un nome che mi piaceva, da frequentatore ideologico del Sudamerica. Anche il pescatore di Ernest Hemingway si chiama Santiago».

Scrive di non aver «mai ceduto al nichilismo», eccetto che nei confronti del suo corpo «trasformato in un campo di battaglia». A che tipo di nichilismo avrebbe potuto cedere?

«Al nichilismo rispetto alla vita: il non affrontare i grandi temi cercando delle compensazioni. Non ho mai evitato di prendere certi pugni in faccia. Non ho mai nascosto i problemi agli altri, l’ho fatto solo con me stesso».

Il corpo campo di battaglia invece cos’è?

«L’ho usato così. Non ero un direttore sportivo, ma un acrobata del calcio. Ho fatto cose inimmaginabili, disdicevoli per il mio fisico».

Me ne dica una.

«Cinque giorni dopo essere uscito dalla clinica per un tumore ai polmoni sono andato in Sudamerica. Poi, una volta lì, ho intrapreso un altro viaggio in auto nell’interno dell’Argentina. Queste cose si fanno a danno della propria salute. Sono tornato in Italia con un pneuma toracico».

Non c’era nessuno vicino a fermarla?

«Ovviamente sì, ma ho sempre sfondato la soglia del rischio. Mia moglie e altri mi trattenevano per la giacca. Ma ci sono andato perché credevo non tanto di poterlo fare, quanto di doverlo fare».

Cosa vuol dire concretamente che ha un cervello di sinistra e un corpo di destra?

«Il mio cervello è liberale, aperto, inclusivo, dialogante. Il mio corpo no perché in certe circostanze ha reazioni violente. Il mio corpo è diretto, colpisce e si fa colpire».

Quante volte si è dimesso da direttore sportivo?

«Tante, non ricordo quante. Sono in doppia cifra, come i grandi attaccanti».

C’è un motivo di fondo o ricorrente?

«Il mio corpo di destra perde il controllo, quindi si dimette e se ne va. Con la testa saprei gestire meglio le situazioni, ma il mio corpo non la ascolta».

La sua idea romantica di calcio la fa litigare?

«Non ho un’idea romantica del calcio, è un luogo comune. Ho un’idea sublime del calcio. Se Eschilo e Sofocle, o lo stesso Shakespeare, avessero conosciuto il calcio, avrebbero rappresentato le loro tragedie mettendo negli anfiteatri calciatori e allenatori, e il pubblico a rappresentare il coro».

È intransigente, intollerante?

«L’ho ammesso più di una volta».

C’è qualcuno con cui va o è andato d’accordo?

«Con alcuni presidenti e dirigenti meravigliosi come Adriano Galliani. Ho avuto un ottimo rapporto, seppur litigioso, con Claudio Lotito e Maurizio Zamparini».

Con Galliani però non ha mai lavorato.

«Ma lo giudico il miglior dirigente calcistico italiano del dopoguerra».

Che cos’è la Walter Sabatini consulting team?

«Un’agenzia di consulenza. Un tentativo di sviluppo oggi necessario della figura del direttore sportivo classico che sta tramontando. Cerco di rinnovarmi perché i tempi lo richiedono».

Che caratteristiche devono avere gli osservatori del suo team?

«Grande sensibilità, forza di volontà e soprattutto grande perseveranza».

Gli osservatori possono essere sostituiti dagli algoritmi?

«Supportati, non sostituiti».

Come possono gli algoritmi controllare l’infinità di variabili che si producono in un campo dove si fronteggiano due squadre composte da 11 giocatori?

«Il calcio sfugge alla statistica fredda, ma gli algoritmi possono ridurre il margine di errore. Il calcio non è il baseball e le variabili sono troppe per essere calcolate da un algoritmo».

Parliamo del mercato di quest’anno: l’affare migliore, finora?

«Non è ancora stato fatto. Per lo meno io non l’ho visto».

Quale potrebbe essere?

«Non ne parlo».

E il peggiore?

«Non ho visto nemmeno questo. Ho visto uscire dei giocatori dal nostro campionato, un fatto doloroso ma anche necessario».

Parlando dei tempi in cui giocava scrive che «i soldi, al pari della fama immediata, ottundono le menti e innescano comportamenti spesso incomprensibili». Oggi è ancora più vero?

«È vero oggi come lo era ieri. È sempre stato vero per tutti in qualsiasi momento».

Cosa pensa del fatto che l’Al Alhi, una società araba, è disposta a sborsare per Paul Pogba 150 milioni di ingaggio per tre stagioni?

«Gli arabi sono intervenuti nel mercato di un campionato nel quale non competono con una forza potentissima per prendere i calciatori, ma non riusciranno a prendere la cultura. Per acquisire anche quella devono avere pazienza. Per adesso acquistano i calciatori. Non basterà».

Milinkovic Savic fa bene a trasferirsi all’Al Hilhal a 28 anni?

«Non vorrei parlare di casi specifici. Avrà ragionato con la sua famiglia e penserà che gli convenga».

Ho letto che disprezza la vendita di Sandro Tonali al Newcastle.

«Molto. Il Milan, una società con una tradizione solidissima, non doveva rinunciare a un campione giovane che ha vinto lo scudetto ed era leader in campo. Io non l’avrei mai fatto anche se si trattava di un’operazione remunerativa e hanno preso tanti soldi».

Qual è stato il suo miglior affare come uomo mercato?

«Marquinhos alla Roma».

Poi capitano al Psg, altri nomi?

«Li sanno tutti».

Chi è il miglior allenatore che ha visto?

«Luciano Spalletti».

Perché si è ritirato dopo aver vinto lo scudetto?

«Fa parte del suo carattere tormentato».

Molti allenatori si fermano dopo la conquista di uno scudetto o cambiano aria perché è difficile ripetersi?

«Lo stress è notevole. Quelli che lo soffrono di più hanno necessità di ritemprarsi».

Anche Fabio Grosso che ha conquistato la promozione in Serie A col Frosinone?

«Grosso è un ragazzo speciale, di un’intelligenza rara. Se lo ha fatto deve aver avuto motivi seri».

Consigli un calciatore a una squadra nel mercato attuale.

«Non ci penso neanche, sarebbe deontologicamente scorretto».

Quante partite vede in una settimana?

«In piena stagione anche tre al giorno».

Ci sono stati degli sliding doors che avrebbero potuto orientare diversamente la sua carriera di calciatore?

«Il primo fu quando sbagliai il gol del pareggio nel derby contro la Lazio. Il secondo in una partita contro l’Inter quando Nils Liedholm mi fece sostituire Bruno Conti incaricandomi di tenere d’occhio il terzino avversario, cosa che io non feci. Allora mi tirò fuori e preferì terminare la partita in 10 perché non c’erano più sostituzioni. Fu un’umiliazione tremenda, ma molto educativa. Liedholm era un grande educatore e quella volta aveva ragione».

Voleva essere Gianni Rivera per una questione di estetica?

«Per una questione tecnica. Frequentava le linee oscure di passaggio, un’attitudine che l’algoritmo non potrà mai comprendere. L’algoritmo può contare il numero di passaggi e le percentuali, non cogliere la genialità».

L’ammirazione per Rivera è stata poi superata dalla passione per la Roma?

«Ero prima di tutto un tifoso di Rivera, poi del Milan. Infine, è arrivato l’amore per la Roma».

Anche per la vita di Roma?

«Da direttore sportivo, non da calciatore».

L’incontro più importante fatto nel mondo del calcio?

«Sicuramente quello con Zamparini, uomo eccezionale e carismatico».

Ha commesso errori come direttore sportivo?

«Tipo questa intervista?».

Tutto qui?

«Ho sbagliato molte cose, anche nella vita. Ma non le rinnego. La mia vita me la tengo tutta».

Suo figlio ama il calcio?

«Certo. Fin dai primissimi anni quando veniva allo stadio della Roma. Vuole fare il direttore sportivo».

Guarda le partite con lui?

«Le partite le guardo sempre da solo. Con lui qualche spezzone e basta».

Che idea ha dei giornalisti sportivi?

«Sono esseri umani. Alcuni mi piacciono molto, hanno capacità incredibile di scrivere e di rendere la partita un grande racconto».

Chi per esempio?

«Mi piaceva molto Gianni Mura, il migliore in assoluto».

Tra i telecronisti?

«Mi diverto ancora oggi con Sandro Piccinini. E prima mi piaceva Bruno Pizzul, raffinatissimo raccontatore di partite. Un modello difficile da replicare perché aveva un vocabolario molto personale».

 

La Verità, 15 luglio 2023

«I migranti cercano cibo e non vogliono integrarsi»

Per Ferdinando Camon la Francia è stata quasi una seconda patria. Fino a qualche anno fa la frequentava assiduamente. Andava a Parigi per presentare i suoi libri, sistematicamente tradotti dalla prestigiosa Gallimard. Il suo La malattia chiamata uomo è stato rappresentato per quattro anni in un teatro della Ville Lumière. Oggi che i lumi si spengono sotto la guerriglia delle terze e quarte generazioni d’immigrati, l’autore di Un altare per la madre, tutt’altro che un romantico dell’integrazione, è turbato dalle rivolte ma ribadisce la sua gratitudine al Paese che, forse, l’ha fatto più conoscere nel mondo: «Amo la Francia, la cultura, l’editoria, la vita francese. La considero una civiltà mondiale».

Il suo ultimo libro, Son tornate le volpi (Apogeo), indugia sulle difficoltà dell’integrazione e dei modelli multietnici perseguiti in Europa. Perché è scettico su questa possibilità?

«Le migrazioni che sono in atto in Italia e in Francia hanno un carattere più economico che culturale. Coloro che arrivano non vogliono integrarsi, vogliono mangiare, alimentarsi, avere cibo. Quindi, le integrazioni, in sostanza, non esistono».

Tutti i suoi libri sono stati tradotti in Francia dalla prestigiosa Gallimard, pensa che lo sarà anche questa raccolta di poesie?

«Lo vengo a sapere sempre dopo. La Gallimard è un’editrice molto stimata anche da me perché usa questo sistema: quando pensa di pubblicare un libro, francese o no, lo sottopone a tre consulenti, nessuno dei quali conosce gli altri due. Se tutti tre danno parere positivo viene pubblicato; se uno lo dà negativo e gli altri due positivo, lo prende in mano l’editore Antoine Gallimard, che ho avuto il piacere di conoscere».

Ma la pubblicazione?

«Non so se stiano esaminando questa raccolta. Finora hanno tradotto tutti i miei lavori, compreso Dal silenzio delle campagne, un’altra opera in versi. Sono molto grato a Gallimard non solo per le traduzioni puntuali, ma perché, nel mondo, un libro esiste quando viene pubblicato in Francia o in Gran Bretagna. In Canada o in Sudamerica mi leggono in francese, non accadrebbe lo stesso in italiano».

In una delle poesie intitolata Città multietnica tratteggia un capoluogo come potrebbe essere Padova, dove risiede, che si trasforma nelle 24 ore: «Di giorno la città è italiana… A mezzanotte si fa marocchina… Verso le 3 diventa albanese…».

«Con l’andare della notte escono persone che di giorno non si vedono».

Le varie etnie coesistono senza toccarsi?

«Sì, è così. Vedo davanti i supermercati sostare giovanotti accovacciati che non mi parlano e si parlano. Non so cosa facciano. La multietnicità ha a che fare con la separatezza».

Che cosa pensa della rivolta che si è scatenata in Francia a causa dell’uccisione di un ragazzo a Nanterre che non si è fermato a un posto di blocco della polizia?

«È una rivolta che stupisce il mondo, indizio chiaro di una non integrazione. Il problema è che la Francia chiama l’Algeria e la Tunisia “Territori d’oltremare” come fossero parte della nazione al di là del mare. In realtà non è così, algerini e tunisini non si sentono e non vogliono diventare francesi. Si considerano una società separata con proprie religioni, lingue e scuole. Dentro la società francese vogliono restare una società separata e ostile».

I francesi che spesso impartiscono lezioni sono ben disposti all’integrazione? Il loro modello di convivenza è fallito?

«La verità è che i francesi sentono queste persone come estranee. Penso che se dentro quell’auto ci fosse stata una persona bianca il poliziotto non avrebbe sparato. Ma io sono stato ufficiale degli alpini e so che se fai una professione che ti autorizza a portare una pistola 24 ore al giorno, il tuo cervello è catalizzato da quella pistola».

Questa volta gli scontri non si sono limitati alle banlieue, ma hanno invaso i centri delle grandi città.

«In Francia c’è il problema dei sobborghi, aree metropolitane abitate da immigrati che vivono per conto loro. In altri Paesi questa situazione non c’è e questo dà all’insurrezione francese un carattere nazionale, difficilmente comprensibile altrove».

Cosa pensa del fatto che in gran parte i rivoltosi siano ragazzi minorenni, figli e nipoti di immigrati?

«Indica la perpetuità di questa separatezza. Questi ragazzini quando saranno uomini saranno ancora separati e ostili».

Perché la sottoscrizione in favore della famiglia del poliziotto, ora in carcere, ha raccolto molti più fondi di quelli destinati alla famiglia della vittima?

«È un delitto molto grave. Gli immigrati hanno diritto di sentirsi traditi da uno Stato che li ammazza. Il poliziotto che ha sparato dev’essere giudicato. Ma bisognerebbe che la corte che lo processerà avesse componenti immigrati perché, diversamente, potrebbe giudicare in modo parziale».

L’entità della colletta a favore del poliziotto indica che i francesi non si fidano della giustizia?

«Significa che simpatizzano per il poliziotto e non per il migrante ammazzato».

Secondo alcuni autorevoli analisti le cause del malessere sono molteplici e non principalmente economiche e l’uccisione di Nahel è stata solo la miccia.

«Concorrono più cause. Fattori di natura economica, ma anche elementi religiosi, culturali e scolastici. Noi non abbiamo lo stesso problema in Italia, non sapremmo tollerarlo».

Che cosa pensa del fatto che il ministero degli Esteri algerino si è detto «preoccupato per la pace e la sicurezza di cui i nostri connazionali devono beneficiare nel Paese che li ospita»?

«In sostanza, chiedono che tra i giurati chiamati a decidere il destino dei poliziotti che hanno ucciso i migranti ci siano dei migranti. Questo perché Algeria o Tunisia non sono pezzi di Francia d’oltremare».

Prevale l’identità d’origine?

«Sì, non sono e non si considerano francesi, ma vogliono stare in Francia, dove mangiano, lavorano o studiano. E vogliono starci con tutta la loro civiltà, importata dal Paese madre. È questo il problema»

In Francia le diverse etnie vivono in enclave geograficamente separate più che da noi?

«Molto più che da noi. In Italia non abbiamo un problema analogo, gestito in modo analogo. Le banlieue erano posti dimenticati dallo Stato, dove entravano e vivevano i magrebini. Qualcosa di simile ho visto nei quartieri periferici di New York dove stanno i diseredati, i dimenticati. E dove, a una certa ora, è sconsigliato andare perché quei diseredati sono anche malavitosi. Quando esci dal metrò, sulle scale che portano in superficie sostano ragazzi che si alzano in piedi e ti impediscono di uscire ed entrare nei loro quartieri».

Però stavolta bersagli della guerriglia sono stati i municipi, i sindaci e i luoghi dei servizi ai cittadini.

«I rivoltosi vorrebbero che una porzione geografica del territorio fosse riservata a loro. Vivere nelle loro scuole, nelle loro moschee, nelle loro strutture. Questa non è integrazione, ma impianto di una civiltà separata e ostile in un altro territorio. Questo la Francia non lo vuole e da qui nasce lo scontro».

La Francia vuole assimilarli, ma loro non vogliono essere assimilati.

«Vogliono avere quello che hanno i francesi senza diventarlo».

Cosa pensa del fatto che Emmanuel Macron insiste ad accusare i social network?

«È un modo per dire che la protesta nasce dai social. Invece per me nasce dalla realtà».

Più che l’appartenenza all’islam la causa scatenante è l’identità geografica ed etnica delle seconde e terze generazioni?

«Io sono molto marxiano in questo. La causa scatenante è il malessere economico di questi sobborghi, la cui separatezza favorisce l’ostilità e la conflittualità».

Visitandoli durante le vacanze, questi ragazzi sono portati a idealizzare i Paesi di provenienza dei loro padri e nonni?

«Se ho capito bene, il periodo in cui avvengono gli scontri è al ritorno dalle vacanze perché il soggiorno nei Paesi d’origine aumenta la sensazione di diversità dal Paese ospitante».

Il loro legame con i Paesi d’origine è più fragile di quello dei padri e dei nonni, ma loro si sentono orgogliosamente algerini, marocchini e tunisini.

«Fino a qualche anno fa c’erano aree in cui le scuole erano regolate dalle norme del Paese d’origine, i programmi didattici arrivavano dal ministero dell’Istruzione dei Paesi d’origine».

Come giudica l’atto di bruciare pubblicamente il Corano come avvenuto qualche giorno fa in Svezia?

«È un atto incivile. Se entro in una moschea mi levo le scarpe perché rispetto la fede dei musulmani. Alcuni marine americani sono entrati con gli scarponi. Noi abbiamo un Dio incarnato, loro hanno un Dio incartato, che si è fatto carta. Il Corano è il loro Dio, non puoi sputacchiarlo o bruciarlo. Uno dei supplizi inflitti dai militari americani ai musulmani è pisciare sul Corano davanti a loro. Un islamico preferisce morire piuttosto che assistere a un atto del genere. Il loro Dio si è fatto carta, non puoi bruciarlo in segno di disprezzo. Non fa parte del consesso civile chi compie un gesto simile».

Che cosa mette al riparo l’Italia dalla possibilità che avvenga anche qui ciò che è accaduto in Francia?

«Il fatto che non abbiamo avuto un impero coloniale e quindi non abbiamo avuto lo stesso problema con Stati vasti numerosi e potenti che chiedono di proseguire questo rapporto. Con la Libia e la Somalia sono stati firmati dei trattati per i quali l’Italia manda insegnanti e docenti, per altro ben pagati, che seguono le norme ministeriali della Libia e della Somalia».

Con l’immigrazione clandestina in costante espansione non rischiamo niente?

«Certo che sì. I clandestini che arrivano oggi hanno bisogno di tutto e non possono dare nulla. Non vengono per una pacifica scelta o un capriccio. Vengono perché scelgono tra il vivere e il morie. Non sono favorevole all’immigrazione indistinta. È un problema che va affrontato, ma non lo affrontiamo. Va risolto, ma non lo risolviamo».

L’idea del ricollocamento in Europa sembra aver fallito, l’unica possibilità è realizzare accordi con i Paesi di provenienza?

«Nessuna parte dell’Europa vuole gli immigrati clandestini, anche perché non sanno fare niente. Ne ho parlato con un amico marocchino: se dai loro un martello e un chiodo ti chiedono che cosa sono. Se arrivassero sapendo fare i falegnami o i fabbri, mestieri che gli europei non fanno più, il problema sarebbe risolto. Ma non li sanno fare. C’è una fetta di umanità che sta male, il resto dell’umanità che sta meglio deve farsene carico. Usando la politica».

 

La Verità, 8 luglio 2023

«Dopo Adriano e Sanremo rompo i recinti dei salotti»

Francesco Baccini, Caterina Caselli, Adriano Celentano, Dario Fo, Mogol, Gianni Morandi, la Nazionale italiana cantanti, Shimon Peres e Yasser Arafat, Sanremo nel senso del Festival. In ordine alfabetico, all’inizio ci andrebbe l’Arena di Verona. Gianmarco Mazzi è tutto questo e tutti loro, e anche molto di più. Perché ci sono anche Riccardo Cocciante, Massimo Giletti, Zucchero Fornaciari… star con cui ha lavorato, nella sua precedente vita. E perché ora, Mazzi, veronese, da sempre uomo di destra, deputato di Fratelli d’Italia, è sottosegretario alla Cultura del governo Meloni.

Oggi compie 63 anni, come festeggerà?

«Sarò a Genova alla cerimonia della partenza per il giro del mondo dell’Amerigo Vespucci, la nave scuola della Marina militare che in 19 mesi toccherà cinque continenti e 28 Paesi».

È il giorno giusto per chiederle che cosa le sta più a cuore nella vita, che cosa o chi vorrebbe salvare se fosse costretto a scegliere una sola persona, una cosa, un ricordo…

«Non so se è il giorno giusto, forse no. Quando compio gli anni mi fermo a pensare al tempo che passa e divento mediamente cupo. Ma le voglio rispondere. Mi sta a cuore essere in pace con me stesso, sapendo di aver fatto le cose per bene, al massimo delle mie possibilità. Salverei Evelina, l’amore della vita e poi i tre gol di Paolo Rossi al Brasile nel 1982. L’Italia mai doma, sul tetto del mondo. Una metafora, una sensazione indescrivibile che ancora oggi mi commuove e incoraggia».

Lei è sottosegretario alla Cultura, organizzatore musicale o agente di artisti?

«Dal 2 novembre 2022, sottosegretario di Stato al ministero della Cultura».

Qualcuno ha osservato che i ruoli potrebbero confondersi.

«Sia la legge che la giornata di 24 ore mi consentono di fare solo e orgogliosamente il sottosegretario. L’agente di artisti e l’autore televisivo sono esperienze significative della mia vita precedente».

Com’era il rapporto con Celentano?

«Adriano è un geniale visionario, devi stargli vicino da amico fidato. Ama molto dialogare e mettersi in discussione. Con lui e Claudia (Mori ndr) mi diverto da matti. Sono cresciuto con loro».

Un episodio che vuole ricordare?

«Ricordo la volta che chiesi ad Adriano: “Se non fossi diventato Celentano che cosa avresti fatto?”. E lui: “Avrei potuto fare qualsiasi altro lavoro, anche l’imbianchino o l’idraulico, meglio”. Rimasi spiazzato, ma lui proseguì, “mi sarei dato da fare per diventare l’idraulico della città, pensa che bello, andare nelle case, risolvere i problemi alla gente”. Lo diceva festoso, credendoci sul serio. Questo è Adriano; appassionato a ciò che fa, dà sempre il meglio di sé. Non male come insegnamento».

Beppe Caschetto ha imparato da Bibi Ballandi, lei ha avuto dei maestri?

«Sì, gli artisti. Celentano, Mogol, Gianni Morandi, all’inizio Caterina Caselli. Potrei dire anche Caschetto, che è manager colto, dall’estro prezioso».

Qual è l’evento internazionale che ricorda con più emozione?

«Una partita della pace del 2000, allo stadio Olimpico di Roma. C’erano Shimon Peres e Yasser Arafat con il presidente Carlo Azeglio Ciampi. E poi Pelè, Sean Connery, Michael Schumacher. Tutti nella stessa sera.

A ripensarci una cosa da non credere. Nel giro di una settimana ero andato a Los Angeles e a Ramallah. Ne parlavo con Morandi pochi giorni fa, mi emoziono ancora al ricordo. Mentre la vivevo, mi sembrava quasi normale».

Ha organizzato anche parecchi Festival di Sanremo con Lucio Presta: chi era il gatto e chi la volpe?

«Io ero il direttore artistico, Lucio mi consigliava e mi guardava le spalle. A Sanremo bisogna essere astuti come serpenti per mantenersi puri come colombe. E noi ci aiutavamo».

Come si trova nel ruolo attuale, più politico e istituzionale?

«All’inizio male, adesso comincio a orientarmi. Devo contenere l’impulso di realizzare subito un’idea che mi viene in mente. Le tempistiche dell’emisfero pubblico sono molto più lente. Ogni giorno devo mediare con la mia indole».

Per i cento anni del Festival lirico dall’Arena di Verona su Rai 1 è andata in onda un’edizione speciale dell’Aida: soddisfatto dell’accoglienza o qualche critica di troppo?

«No, non mi sembra. Da due anni, con la sovrintendente dell’Arena Cecilia Gasdia, lavoravo alla realizzazione di una serata televisiva memorabile per il mondo dell’opera. Un qualcosa di mai visto prima. Con Sophia Loren, la Rai, le Frecce Tricolori, Alberto Angela, Luca Zingaretti, Milly Carlucci e grazie a Giuseppe Verdi, agli artisti e ai tecnici dell’Arena ce l’abbiamo fatta. E il mondo ha apprezzato».

«Italia loves Romagna» è stato un successo, ma qualcuno ha notato l’assenza dei contadini che hanno allagato le loro terre per preservare dall’alluvione la città di Ravenna suggerendo di assegnare a loro la medaglia della cultura e dell’arte. Cosa ne pensa?

«È un’idea buona, come altre. In realtà l’evento è nato per la raccolta fondi e come abbraccio affettuoso ai romagnoli. I contadini sono stati meravigliosi ma tutta quella gente, intendo la popolazione della Romagna, è stata protagonista di tali e tanti gesti di generosità che abbiamo scelto di non farne una classifica».

Secondo lei c’è davvero la prevalenza della cultura progressista o è un falso problema e gli intellettuali conservatori ci sono ma non sono illuminati dai media, questi sì orientati a sinistra?

«Le definizioni progressista e conservatore, in questo ambito, sono categorie fuorvianti. Da anni vedo una cultura dominante che non produce dibattito, ma solo pensiero convenzionale, fatto di quattro concetti, sempre i soliti, espressi con un vocabolario povero, di una ventina di parole. Mi annoia. La cultura deve essere libera e arricchire il confronto con idee diverse, anche in contrapposizione tra loro, senza pregiudizi. Così ognuno può farsi la sua, di idea. Poi il sistema culturale italiano più che a un big bang creativo fa pensare a un centro per l’impiego, dei soliti noti. Ma questo è un altro discorso».

Proprio a questo riguardo Pietrangelo Buttafuoco dice che il governo Meloni serve a rompere i recinti e a dare una «casa a chi casa finora non ne ha avuta una». Concorda?

«Buttafuoco ha ragione. In realtà una casa forse esiste, ma i recinti l’hanno sempre costretta oltre i bordi della periferia più estrema. Penso che in futuro anche gli abitanti di quella casa potranno esprimere la loro opinione non conformista e lo faranno con calma, senza la supponenza di chi li ha emarginati sino a oggi».

Le è piaciuta la partecipazione del presidente Sergio Mattarella all’ultimo Festival? E in generale ha apprezzato l’ultima edizione?

«Per la prima volta dopo 73 anni, il Presidente della Repubblica ha presenziato alla manifestazione più conosciuta e amata dagli italiani nel mondo. È stato giusto. Ha impreziosito un’edizione di grande successo, costruita con passione e cura da Amadeus. Sanremo è uno spettacolo di canzoni, ma anche una sceneggiatura in cinque puntate, quasi una fiction. Deve coinvolgere il pubblico per una settimana intera, anzi per un anno, e lo fa attraverso vari strumenti narrativi, sviluppando un’alternanza di stati emozionali diversi, a contrasto. Come dire, dalla provocazione dei primi giorni fino alla pacificazione, magari nell’ultima sera e nei giorni successivi. È un lavoro più complesso e raffinato di quello che può apparire».

Parlando di provocazioni non le pare che ultimamente si sia un po’ esagerato?

«Mah, esagerato… Alla fine Sanremo resta una festa in famiglia. Qualcuno che fa casino c’è sempre, ma famiglia si rimane».

Magari famiglia arcobaleno… Quest’anno sarà l’ultimo festival di Amadeus. Si sentirebbe di dare un suggerimento per gli anni a venire? Per esempio, affidarlo davvero a Mina, cosa ventilata in passato, ma mai presa sul serio?

«Lei è davvero convinto che Mina aspiri a quel ruolo?».

Da quel poco che so credo che se ci fosse un progetto che le lasciasse carta bianca ci penserebbe.

«Lo scopriremo solo vivendo».

Tra pochi giorni verranno presentati i nuovi palinsesti della Rai: si aspetta un cambio di passo rispetto ai precedenti?

«Vedo concentrazione e impegno da parte della nuova dirigenza. Sono professionisti di grande esperienza e livello, con una visione culturale ampia e sfaccettata. Diamo loro tempo e si faranno apprezzare».

È giusto a suo avviso che la Rai si prefigga di contribuire «alla promozione della natalità della genitorialità»?

«Molto giusto, sono valori importanti, per i cattolici fondamentali, che è importante salvaguardare, rappresentandoli alle nuove generazioni. Bisogna riflettere sulla vacuità dei social e sulla dilagante aggressività di modelli che vogliono imporsi, umiliando la tradizione. Tutto troppo frenetico. A volte sembra un mondo all’incontrario, porta a una sorta di dittatura delle minoranze. Penso che ci voglia più rispetto, da tutti per tutti».

È stato a lungo amministratore delegato della società Arena di Verona: che cosa si può fare per rendere economicamente autosufficienti i teatri italiani?

«Ci vuole pazienza, avvicinare il pubblico alla cultura con semplicità e spiegare serenamente agli operatori che per ricevere contributi pubblici bisogna meritarseli, dandosi da fare, mostrando dinamismo e intraprendenza, anche economica. Ci vuole capacità di attrarre gli investimenti di quei privati che amano l’arte. Per un ministero pubblico ci vuole responsabilità. La cultura non può essere un concetto astratto, buono per la propaganda, ma va collegata al concetto di impresa. Va considerata come industria culturale, un settore vivo che produca lavoro, stimoli interesse, affascini i giovani e cresca in autorevolezza».

C’è un progetto, un’idea, un’iniziativa che ha in serbo per i prossimi mesi e che vuole rivelare in anteprima?     

«Il mondo dello spettacolo aspetta dal 1967, oltre 55 anni, un codice nuovo, lo stiamo scrivendo con serietà, dialogando con i protagonisti del settore. Poi vorrei valorizzare una scoperta archeologica eccezionale fatta a Verona, una residenza alberghiera di epoca romana con caratteristiche uniche al mondo. Per convenzione e per darmi un tono la chiamo “piccola Pompei”. Ma se mi sente il ministro Gennaro Sangiuliano, si arrabbia. Pompei non si tocca».

 

La Verità, 1 luglio 2023

«La surrogata sdogana il nuovo schiavismo»

Femminista storica sebbene abbia frequentato le scuole delle suore Orsoline, già regista nella casa di produzione del Pci e fondatrice del collettivo Studio Ripetta di Roma, scrittrice e autrice di Basta lacrime. Storia politica di una femminista 1995-2020 (Vanda edizioni), Alessandra Bocchetti, esponente del «femminismo della differenza» è delusa dalla sinistra, Pd compreso, per l’ambiguità in tema di maternità surrogata e diritti civili: «Il mercato dei corpi», dice, «un tempo si chiamava schiavismo».

Alessandra Bocchetti, che cos’è il femminismo della differenza?

«È un femminismo che crede profondamente che una donna sia differente da un uomo per il corpo, per la sua esperienza e per la sua storia, di uguale uomini e donne hanno solo la dignità che spetta a tutti coloro che condividono la vita su questa terra, compresi gli animali. Con la coscienza della propria differenza la donna non è più a fianco dell’uomo ma di fronte. Uomini e donne si guardano finalmente, da questo si dovrà lavorare per un modo nuovo di stare insieme per governare i beni comuni. A questo cambiamento lavora il femminismo della differenza».

In che cosa si diversifica da altre correnti femministe?

«Adesso si dice che ci sono tanti femminismi… che vuole che le dica… Senza l’idea di differenza, per me, non è dato femminismo. Comunque si, c’è il femminismo della parità, quello che io chiamo femminismo di Stato. Il cui punto di arrivo è fare avere alle donne quello che hanno già gli uomini. Questo femminismo vuole riparare un’ingiustizia ma là si ferma. È un progetto corto. Sinceramente, io voglio di più e meglio di quanto ha un uomo oggi e non do affatto valore ai privilegi di cui ancora gode, anzi. E poi ci sono i femminismi delle giovani donne con uomini accanto, e questi mi sembra che prendano energia e senso soprattutto dall’essere antagonisti, essere contro. Manca, a mio avviso l’idea di governo, manca un progetto. E poi c’è il transfemminismo, che guardo con stupore, dove quello che le donne possono fare non si deve nominare. Non si può parlare di partorire, di mestruazioni, di allattamento perché se no sei discriminante e poco accogliente. Fatto sta che il risultato è non nominare quello che un uomo non può fare. E l’uomo, con il suo corpo chiuso, resta la misura. Questo trovo sia il patriarcato peggiore, quello che buttato fuori dalla porta rientra dalla finestra, perché la sua verità è che le donne, quelle biologiche, le vorrebbe cancellare dalla faccia della terra, definitivamente».

Molte sigle del femminismo internazionale hanno accolto con favore la proposta di legge di Fratelli d’Italia di proclamare il ricorso all’utero in affitto reato universale, lei che cosa ne pensa?

«Ho poca dimestichezza con le leggi. Su questa proposta se ne dicono tante: che non si può fare, che è anticostituzionale, che è ridicola… Per quanto mi riguarda mettiamola così: non vorrei che in nessuna parte del mondo una donna fosse costretta a fare del suo corpo un contenitore di figli altrui. E quando mi si dice che una donna è libera di fare del proprio corpo ciò che vuole, comincio a pensare che l’idea di libertà abbia iniziato a partorire mostri».

Come valuta il fatto che i partiti di sinistra e il Pd in particolare con una segretaria donna abbiano una posizione poco chiara su questi temi?

«Sinceramente non me lo spiego. Non riconosco la mia sinistra e non mi spiego come possa una femminista essere favorevole alla maternità surrogata. Senta, io sono stata comunista e ancora oggi penso che il comunismo abbia fallito non perché fosse una cattiva idea, ma perché era un’idea troppo alta, troppo nobile per il cuore umano, che nobile non è. Non siamo stati capaci di costruire una società dove tutti abbiano ciò di cui hanno bisogno senza sfruttare nessuno, ne credo lo saremo mai e me ne rammarico. Ero una ragazza borghese, educata dalle orsoline fino a diciotto anni. Mi sono iscritta alla cellula della facoltà di lettere, perché mi era insopportabile l’idea dello sfruttamento dei corpi, del lavoro alla catena di montaggio. Sono scesa in piazza per il corpo dei metalmeccanici contro il lavoro alienante della fabbrica. Vuole che io possa essere favorevole all’utero in affitto? Esiste lavoro più alienato? Una donna che per bisogno mette a disposizione di coppie danarose il suo corpo, che convive per nove mesi, sentendolo crescere dentro di sé, con un perfetto sconosciuto – e guai se non fosse così – uno sconosciuto che non ha di suo neanche mezzo gamete e per questo lei deve essere imbottita di ormoni, per scongiurarne il rigetto, per tutto il tempo della gravidanza, ormoni, si sa, altamente cancerogeni. A lei mi dicono, arriveranno tra i 15 e i 20.000 euro, per i più cinici basta fare i conti, per nove mesi, 24 ore su 24: una miseria. Tutta l’impresa invece costerà circa duecentomila euro se non di più, soldi che finiranno in altre tasche. Ma non è questo il punto. Si fa mercato. C’è un contratto. Che invenzione il contratto, una vera magica potenza che può rendere lecito ciò che lecito non è. Ma quando si fa mercato di corpi, di cosa si tratta? Un tempo si chiamava schiavismo».

La soluzione potrebbe essere la Gpa solidale e altruistica ora promossa dalle famiglie arcobaleno? Si eliminerebbe il mercato…

«Non c’è che da leggere questa proposta con animo sereno. Il pagamento diventa “congruo compenso” e la povera donna rischia una mancia. Il mercato entra sempre, non si fa mettere da parte tanto facilmente. Di questi tempi l’interesse ha la meglio sui buoni sentimenti, ahimè, quasi sempre. Mi meraviglia che la Cgil caldeggi questa proposta, o forse no, non più di tanto, in fin dei conti la Cgil caldeggia anche la regolamentazione della prostituzione, altro bel lavoro alienato. È un lavoro come un altro, dicono. Ma allora è meglio farne un altro, dico io».

Perché ha suscitato scandalo l’impugnazione della Procura di Padova delle trascrizioni dei bambini figli di coppie composte da due mamme?

«L’impugnazione della Procura di Padova ha fatto scandalo perché se questo gesto non fosse tragico sarebbe ridicolo. Un risveglio improvviso della Procura, perfettamente a tempo con la discussione sulla gravidanza per altri come reato universale. Ai sindaci non era dato per legge trascrivere quegli atti di nascita con due genitori dello stesso sesso, lo hanno fatto lo stesso, chissà come gesto provocatorio, esemplare, coraggioso, gesto di sfida… Fatto sta che ne risulta un pasticcio che può provocare molto dolore. Personalmente, quando si fa politica sulla pelle della gente la politica mi fa orrore. La temo».

Di fronte alla decisione della Procura di Padova, facendo leva su un certo sentimentalismo, si è detto che si creano orfani per legge.

«Per far passare la maternità surrogata si mettono avanti i bambini e il loro già esserci, anche questo è puro cinismo. Ma questa strategia non riesce a farmi dimenticare chi questi bambini ha messo al mondo e in quali condizioni e perché. Si raccontano falsità su falsità, si tenta la via del patetismo. Non è vero che l’aspirante genitore non possa andare a prendere i bambini a scuola, basta un permesso e così per le visite in ospedale. È falso che i bambini con un genitore non abbiano diritto al pediatra, al rimborso delle medicine, alla scuola. Ma di una cosa questi bambini avranno sicuramente bisogno forse più degli altri, avranno bisogno di un amore speciale, che dia loro la certezza di essere ben accolti. Sarà duro per loro il racconto della nascita, racconto che spesso i bambini chiedono, una nascita “scomposta” fra due o tre soggetti attivi e diversi: ovulo, seme, utero, impossibili riunirli in una prossimità e la prossimità per un bambino è un grande valore».

La sentenza della Cassazione del dicembre scorso prevede in questi casi l’adozione in casi particolari: perché non va bene?

«La strada c’è ed è quella dell’adozione. Il genitore non biologico deve adottare, solo che la procedura per farlo è troppo lenta, come sempre e come tutto in questo Paese, e anche poliziesca per di più. L’aspirante genitore viene trattato come un indiziato e questo non va bene. Tutto questo deve essere semplificato, velocizzato e fatto con serenità».

Perché i genitori arcobaleno non accettano di percorrere questa strada e provano a mettere sotto accusa l’ordinamento italiano strappando dalla Corte europea, che per altro lo ha negato, il consenso alle trascrizioni e la liberatoria per la surrogazione?

«Perché il movimento ha scelto un confronto duro».

Ideologico, quindi?

«Assolutamente sì, non c’è nulla di nuovo. Arrivano a rifiutare l’adozione perché hanno scelto una linea dura. Non c’è altro da dire».

Ma così non si va da nessuna parte.

«Esatto».

La proposta della ministra Eugenia Roccella di applicare una sanatoria per i bambini nati con la maternità surrogata rischia di indebolire la proclamazione dell’utero in affitto reato universale?

«È una possibile mediazione, ma sono perplessa anch’io. L’iniziativa della sanatoria non mi convince, ma d’altra parte è necessario trovare una soluzione. Non so se lo sia la sanatoria. Ci troviamo in una situazione nella quale il movimento arcobaleno ha scelto una posizione rigida, non accettando nemmeno la stepchild adoption».

Come, a suo avviso, si potrà arrivare a una sintesi accettata dalla maggioranza dell’opinione pubblica su questi temi?

«La madre è una sola, è quella che ti ha fatto nascere, è quella che ha pronunciato quel sì necessario ad aprirti le porte del mondo. È quella da cui sempre ti aspetti il bene, anche se la odi, e se il bene non arriva, perché può succedere, allora sono guai per te e per la società dove vivi, probabilmente porterai la tua ferita per tutta la vita. Un tempo le donne facevano figli anche quando non volevano. Ma adesso, che le donne sono libere, per entrare nel mondo ci vuole il loro “sì”. Difficile cancellare la madre, essere due in un corpo solo lascia tracce indelebili. Due donne che vogliono essere madri dei figli che solo una di loro ha partorito, non mi spaventa, perché le donne sanno amare. Solo auguro loro che il loro amore reciproco sia durevole. Mi spaventa invece quando due uomini vogliono essere padri dei loro figli senza madre. Sono sincera. Temo che non basti entrare in sala parto e farsi mettere il bambino sul petto. Non basta rubare la scena per cancellare la madre. Che potrà succedere quando verrai a sapere che quel suo “sì” è stato pagato?».

 

La Verità, 24 giugno 2023

«Sul Covid obblighi, danni e silenzi: ora capiamo»

Una scrittrice polimorfa, in grado di esprimersi in varie forme letterarie». Così monsignor Massimo Camisasca, vescovo emerito di Reggio Emilia-Guastalla, e suo amico di lunga data, ha definito qualche giorno fa Susanna Tamaro. Si era a Caorle, alla festa organizzata da Tempi per riflettere sul tema «Chiamare le cose con il loro nome», e l’autrice di Va’ dove di porta il cuore e di un’altra quarantina di libri, tra romanzi, saggi e favole per bambini, era stata invitata per ritirare il premio intitolato a Luigi Amicone, fondatore e storico direttore della rivista. Un premio assegnato dalla giuria presieduta da Giuliano Ferrara all’ultimo libro, Tornare umani, edito da Solferino, riflessione critica ad ampio raggio sugli anni vissuti nello scacco della pandemia da Covid-19. Ma anche un premio a tutta l’opera della scrittrice triestina che vive in Umbria, cuore geografico d’Italia, «dove anch’io ho una casa», ha raccontato monsignor Camisasca, «e così ci siamo frequentati nella terra di Francesco e di Benedetto, dove si è snodata tre quarti della storia del cristianesimo mondiale». E dove Tamaro ha scelto di stare «per dedicarmi a pensare anche per chi non vuole o non può farlo, assorbito dalle incombenze quotidiane o sommerso dal rumore che avvolge a tutti i livelli la società contemporanea». È lì, nella collina vicino Orvieto, che è maturata nella scrittrice quella che potremmo chiamare dimensione sapienziale, uno sguardo lucido e profondo sulle vicende del nostro tempo. Uno sguardo anche sanamente distaccato, in forza del quale le capita di assumere posizioni di denuncia, come in questa intervista.

Susanna Tamaro, come ha accolto il premio a Tornare umani, un libro forse un po’ divisivo?

«Con grande gioia perché mi è costato molta fatica per la delicatezza dell’argomento».

Che accoglienza ha avuto al momento della pubblicazione?

«Un’accoglienza ottima da parte dei lettori dai quali continua a essere apprezzato perché è un libro esente da qualsiasi forma di fanatismo. E che si pone domande importanti su quello che abbiamo vissuto in questi anni».

Invece i grandi giornali e i media in generale come l’hanno trattato?

«Non ha avuto un’accoglienza particolarmente benevola, forse perché non è un grande romanzo o per l’argomento trattato che allora era abbastanza esplosivo: la gestione della pandemia».

Eppure è stato pubblicato da Solferino, marchio di proprietà di Urbano Cairo, editore anche del Corriere della Sera.

«E questo è un bel segno perché vuol dire che c’è un editore che crede in un autore e investe su di lui».

Perché secondo lei è un libro importante?

«Perché abbiamo passato due anni di follia totale, soggiogati da due fanatismi contrapposti. Ma le persone normali, che non parteggiavano per nessuna delle due parti, a un certo punto hanno cominciato a farsi delle domande e a cercare delle risposte. Che, però, dalla narrazione ufficiale non arrivavano e non sono arrivate».

In particolare?

«Tutte le questioni relative all’obbligo vaccinale e ai danni del vaccino. Una cosa impensabile in un Paese democratico. E poi la sproporzione dell’allarme mediatico. Si è creato terrore in modo irresponsabile per due o tre anni».

Però la gente moriva.

«Innanzitutto, va detto che per malattia si muore. E si muore anche se non si è curati o si è curati male. È chiaro che una malattia virale importante come il Covid non si può lasciarla agire nel corpo, stando a vedere che cosa succede. La vigile attesa è una tecnica che viene usata soprattutto per monitorare forme tumorali in persone anziane, per capire il rischio o il beneficio di un’eventuale operazione. Come si può applicare questo principio a una malattia che è virulenta? È chiaro che se si lascia un virus agire, poi quando si interviene è molto più difficile debellarlo».

Questo libro ha anticipato alcuni dei dibattiti seguiti nei mesi successivi?

«In qualche modo quando leggevo le cronache delle indagini di Bergamo ci ritrovavo le stesse cose che avevo scritto semplicemente osservando la realtà».

Secondo lei si stenta a parlare in modo trasparente di ciò che è accaduto nella fase acuta della pandemia?

«In Italia abbiamo vissuto una guerra civile che, invece di aprire un dialogo, avviando un tentativo di guarire la memoria dalle ferite ancora aperte, ci invita a fingere che tutto sia andato nel migliore dei modi».

Una forma di censura dolce?

«C’è una volontà di non affrontare l’argomento. Negli altri Paesi europei non è così. La situazione è diversa».

Lei ha evidenze concrete che richiederebbero una maggiore disponibilità ad affrontare questi temi? Situazioni, casi e vicende problematiche?

«Certo. Dato che vivo in un paese vedo la realtà concreta e non quella raccontata dai numeri dei telegiornali. Allora posso dire che vivo con otto persone che conosco da decine di anni. Bene, tre di loro sono state vittime di eventi avversi molto importanti. Non solo, questi eventi non sono stati segnalati anche per la scarsa sensibilità mostrata di fronte alle persone colpite. Persone la cui vita è drammaticamente cambiata».

Secondo lei, con la motivazione della pandemia e da allora in poi, si tende a espandere il controllo sulla vita quotidiana dei cittadini?

«Assolutamente sì. Un fatto che mi irrita profondamente è la legge sulla privacy. I bambini non possono più fare le foto di fine anno scolastico per la privacy, ma questo sistema di controllo conosce anche il colore delle calze che indossiamo la mattina».

Le vittime di questi eventi avversi sono invisibili per la comunicazione mainstream?

«Non solo. Siccome questi danni da vaccino sono situazioni nuove, il sistema sanitario non è in possesso degli strumenti per capire di che cosa si tratta. In Germania, per esempio, già da diversi mesi sono state create équipe mediche che lavorano per capire come curare questi effetti avversi. Pericarditi, miocarditi, infarti fulminanti, paralisi e anche danni cerebrali, compresi certi casi di demenza improvvisa esplosi dopo quattro dosi vaccinali. Situazioni con cui sono personalmente venuta a contatto e che hanno colpito anche persone con cui vivo».

Delle conseguenze negative della vaccinazione massiccia si parlava poco anche prima della morte di Silvio Berlusconi che ha monopolizzato i media negli ultimi giorni.

«Adesso lo si fa ancora meno».

Ha pensato di scrivere sull’argomento? C’è qualcosa che l’ha disturbata e qualcos’altro che invece le è piaciuto nei giorni scorsi?

«No. Dall’esplosione dell’epidemia ho smesso di leggere i giornali e anche di guardare la televisione».

Una scelta molto radicale.

«Quando è troppo è troppo. Dalla guerra in Ucraina ho chiuso tutto. Il male è male, la morte è morte. È tutto una follia».

Il suo rapporto con i giornali e i giornalisti è divenuto più diffidente dopo l’intervista che ha concesso in occasione del Salone del Libro di Torino a proposito della letteratura nelle scuole?

«Già da trent’anni anni diffido dei mass media. Tutta la vita sono stata vittima di giornalisti che si approfittano della mia ingenuità e del mio parlare libero. Mi hanno fatto dire tutto e il contrario di tutto secondo ciò che faceva comodo a loro. Anche in quell’occasione c’è stata una manipolazione del titolo del giornale. La parola odio non l’ho mai usata. Posso aver detto che la scuola fa odiare la letteratura ai ragazzi. Ma è la verità e dobbiamo capire perché».

Basta poco per cadere in qualche trappola?

«Purtroppo il punto d’arrivo finale di questa situazione è che le persone più sensibili sceglieranno il silenzio».

Se fosse una professoressa di lettere delle scuole superiori come, in poche parole, proverebbe ad attrarre gli studenti alla lettura?

«Facendo capire che la letteratura è qualcosa che riguarda profondamente il cuore dell’uomo e la sua capacità di comprendersi e comprendere».

A proposito di persone sensibili che scelgono il silenzio, conosceva i romanzi di Cormac McCarthy?

«Ho letto La strada e visto i film tratti dalle sue opere».

Sta lavorando a qualcosa, un nuovo saggio o romanzo?

« Dopo la fatica di Tornare umani, sto finendo di lavorare a un romanzo che uscirà in autunno».

Nessuna anticipazione?

«Non voglio spoilerare niente. Sarà una grande sorpresa».

 

La Verità, 20 giugno 2023

«Il linguaggio dimostra che Meloni è laureata dentro»

Saggista, docente di Linguistica italiana all’Università di Cagliari, autore di studi sulla comunicazione dei maggiori leader politici (dopo il Renziario, il Salvinario e il Berlusconario, ecco il Melonario, sempre da Castelvecchi editore), Massimo Arcangeli è in prima linea contro le storture prodotte dal politicamente corretto nell’uso della lingua. Sarà forse per la petizione contro lo schwa scritta con lo storico Angelo D’Orsi e firmata da tanti intellettuali autorevoli, o perché collabora anche con testate non mainstream, fatto sta che la voce di Wikipedia che lo riguarda è sempre lacunosa e non registra le sue ultime iniziative pubbliche.

In questi giorni uscirà il dizionario del linguaggio parlato, scritto e postato di Giorgia Meloni realizzato con più ricercatori. Definirebbe il premier attuale erede o successore di Silvio Berlusconi?

«Se posso permettermi, né erede né successore perché tra loro esistono distanze rilevanti se non, per alcuni versi, abissali».

Lui era un imprenditore visionario, lei una militante da sempre.

«Meloni è stata fedele fino all’ultimo alla destra sociale, con una storia consolidata di opposizione. Berlusconi è stato un grande imprenditore e l’inventore della tv commerciale. Retroterra che non collimano. Ricordo situazioni in cui Meloni si espresse in modo critico su Maurizio Costanzo o Maria De Filippi. Poi c’è una distanza geografica, Meloni è espressione del mondo romano e Berlusconi di quello milanese. Con tutto quello che questo comporta nella cultura politica».

Elementi convergenti?

«Ci sono e coinvolgono anche Umberto Bossi. Mi riferisco al populismo come elemento positivo di base. Non nell’accezione deteriore che vediamo incarnata, per esempio, dai 5 stelle».

Berlusconi sapeva e Meloni sa interpretare le istanze popolari?

«Hanno la capacità di interpretare i bisogni della gente comune e di parlare alla pancia del Paese. È quella percezione nazionalpopolare della politica che la sinistra non ha saputo fare propria diventando radical chic e fallendo gran parte dei suoi obiettivi».

Vede elementi comuni nel linguaggio?

«Innanzitutto, la personalizzazione della leadership. Più nel caso di Berlusconi ma anche parlando Meloni, il punto di riferimento del partito e della coalizione sono loro. Nella Seconda repubblica ci hanno provato a esserlo anche Matteo Renzi, danneggiato dal suo superego, e Matteo Salvini, con gli esiti che abbiamo visto. La seconda componente comune è la spettacolarizzazione della politica. Anche se Meloni non è una donna di spettacolo, lo sa usare. E sa usare bene i social che, nell’epoca della promocrazia, è molto importante».

Della promocrazia?

«Della politica basata sull’autopromozione, sul marketing. Berlusconi era un simpatico imbonitore, lo dico in positivo. Meloni compete sui vari media. Entrambi sanno che nella politica 2.0 i media che interagiscono tra loro hanno un effetto moltiplicato».

Lei è più multitasking di lui?

«Pur non essendo nemmeno lei nativa digitale».

Entrambi politici pop?

«Se dovessimo redigere un vocabolario delle nuove parole o dei tormentoni inventati da politici nell’ultimo ventennio il primato spetterebbe a loro. Con “cribbio”, “mi consenta” e “l’Italia è il Paese che amo” abbiamo tutto Berlusconi. Per rappresentare Meloni citerei l’avverbio “sommessamente”, che usa spesso e in varie sfumature, oppure il neologismo “nomadare”, in riferimento all’azione dei nomadi, i rom, entrato nella Treccani».

C’è molta differenza dal linguaggio della Prima repubblica?

«Come per Berlusconi che aveva un linguaggio doubleface, sia famigliare che volgare, dalla “patonza” al gesto delle corna, espressioni che tutti abbiamo, anche Meloni alterna il romanesco ai tecnicismi anglosassoni, per esempio in materia economica. Questa è una differenza, ma ci sono anche affinità con la Prima repubblica».

Quali?

«Ho ascoltato centinaia di discorsi a braccio di Giorgia Meloni verificandone la capacità di tenere il filo del discorso. Ecco: lei sa controllare l’esposizione per un tempo molto più lungo degli altri politici contemporanei. Per trovarne qualcuno con la stessa capacità bisogna risalire a Bettino Craxi, Enrico Berlinguer o Aldo Moro. Inoltre, ho trovato una memorizzazione formidabile dei contenuti. Pur parlando a braccio, riesce a riproporli con le stesse parole usate diversi anni prima, fatti salvi i cambiamenti del contesto».

Questo ne accentua la percezione di coerenza e lealtà?

«La lealtà è un elemento fondamentale del suo discorso, al punto che si sono individuate espressioni tratte dalla cultura cavalleresca che, per qualcuno, erano di derivazione fascista. In realtà, sono eredità della cultura risorgimentale e, andando più indietro, dell’immaginario letterario e cinematografico di Tolkien e del fantasy che Meloni ha fatto proprie».

Cosa pensa del ricorso all’inflessione romanesca vuol dire questo?

«È un vezzo».

Da correggere in un ruolo istituzionale?

«Avrebbe potuto fare dei corsi di dizione, se non l’ha fatto è perché il romanesco le è caro. Da premier mi pare vi ricorra di meno».

Cosa significa, come scrive, che è «laureata dentro»?

«Che non ha bisogno di avere una laurea per dimostrare di saper scrivere e parlare bene. È sufficientemente colta, ha le sue letture evidenziabili, parla inglese e spagnolo in modo più che accettabile. Anche Renzi e Berlusconi parlano bene. Lei parla e argomenta meglio. Ha anche capacità di accelerare e decelerare efficacemente i ritmi del discorso».

Il linguaggio deriva dalla vita concreta e lei ha fatto tanti mestieri, dalla barman alla baby sitter, perché il padre non c’era e la madre aveva perso il lavoro… Ha ragione Pietrangelo Buttafuoco a dire che ha una storia di sinistra?

«Paradossalmente sì, una storia di sinistra vissuta sul versante opposto».

«Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono cristiana»: questo linguaggio è vincente rispetto alla comunicazione della sinistra abituata ai continui distinguo millimetrici?

«Se dicessi che sono uomo, sono padre, sono cristiano criticherebbero pure me. Siccome c’è la moltiplicazione dei generi, dobbiamo stare attenti a declinare la nostra identità. Ma mi sembra un problema falso e intellettualoide. Nessuno deve temere di dire chi è, purché rispetti l’identità altrui. Il politicamente corretto vorrebbe che il neutro si imponesse anche in questo. Io non voglio assistere all’affermarsi della tirannia del neutro».

Parlando di leaderizzazione e storytelling, due anni dopo Io sono Giorgia sta per pubblicare un nuovo libro: non sarà troppo?

«Ha capito che deve mantenere un contatto forte con i suoi lettori, follower e potenziali elettori. Se fossi in lei farei un libro l’anno».

Appartenevano a questa filosofia anche «Gli appunti di Giorgia»?.

«Quell’idea nacque in occasione della scelta dei ministri, quando Berlusconi le attribuì comportamenti scorretti. Allora lei s’inventò “Gli appunti di Giorgia”. Gli appunti si usano prima di metterli in bella forma per la divulgazione. In quel modo mandò un messaggio di trasparenza: non ho niente da nascondere, vi mostro la mia agenda, come sono realmente».

Com’è cambiata la sua comunicazione da presidente di Fdi a presidente del consiglio?

«Si è istituzionalizzata, a partire dagli abiti che sono, giustamente, meno scanzonati di un tempo. Costruisce i discorsi in modo più ecumenico, smussando i toni del primo decennio del Duemila che, secondo me, è stato il più efficace. Usa maggiormente termini angloamericani, in una proiezione più internazionale e di attenzione ai mercati».

Come giudica la modifica delle intestazioni dei ministeri, per esempio dell’Agricoltura e della sovranità alimentare, dell’Istruzione e del merito…

«Mi sembrano modifiche di facciata. Ho trovato inutile la specificazione del merito per un Paese che fonda il suo futuro sull’istruzione. Sarebbe stato innovativo se, oltre al merito, avesse aggiunto l’inclusione, rubando il monopolio di questo tema alla sinistra».

Non sarebbe stato un cedimento al mainstream?

«Non credo. Da docente universitario dico che, forse a causa della pandemia, c’è un’esplosione della fragilità giovanile che non ho mai riscontrato in trent’anni d’insegnamento. Rischiamo di far crescere tanti soggetti anomali, instabili. Su questo non c’è né destra né sinistra. Perciò, mi batto per l’adozione dello psicologo in ogni plesso scolastico e università. Come già avviene nelle scuole del Nordeuropa e americane».

Perché si critica il ricorso a termini come nazione e patria?

«Altro falso problema. Nazione compare nella nostra Costituzione e anche patria è un termine di alveo risorgimentale. Chi insiste sugli echi fascisti di questi vocaboli non conosce la storia».

Intravede dei punti deboli nell’azione del premier? Quali consigli le darebbe nella comunicazione?

«L’unico punto debole di Giorgia Meloni è Giorgia Meloni. Se vuole durare deve basarsi davvero sul merito delle persone giuste».

Invece?

«Ci sono ministri, sottosegretari e parlamentari non all’altezza».

Qualcuno in particolare?

«Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara. Un anno fa si è consumato il più scandaloso concorso scolastico ordinario della storia della Repubblica con decine e decine di quiz sbagliati o mal formulati come hanno documentato le perizie di docenti specializzati. L’ex ministro Patrizio Bianchi non ha fatto quasi nulla e Valditara nulla».

Tornando alla comunicazione, cos’ha pensato dello speech dopo l’incontro con il presidente tunisino Kaïs Saied senza giornalisti davanti?

«Che non è meloniano e non doveva essere così. Si è lasciata convincere da qualcuno».

Ha un rapporto ancora conflittuale con i media e preferisce la disintermediazione, rivolgersi alla gente senza la mediazioni dei giornalisti?

«Sì. Sa bene che i contenuti possono essere manipolati e ricuciti in modi non sempre consoni. Se potesse opterebbe per la disintermediazione totale».

Il confronto linguistico con Elly Schlein?

«Se devo prendere appunti di quello che dice Giorgia Meloni trascrivo poco perché capisco gli snodi del ragionamento. Se parla Elly Schlein sono costretto a trascrivere tutto e poi, alla fine, rileggendo, stento a fare la sintesi. Lo ha detto anche Concita De Gregorio: rileggi, ma il titolo non salta fuori. Ma purtroppo, questo non è solo un problema di vocabolario».

 

La Verità, 17 giugno 2023

«L’uomo che ha portato il sorriso nella politica»

Pietrangelo Buttafuoco, mi dice la sua prima reazione alla morte di Silvio Berlusconi?

«Mi è tornata in mente come un presagio un’immagine che ho visto poco fa. Scendevo le scale di Palazzo Grazioli dove c’è il mio ufficio e, giunto sul pianerottolo dove si trova l’appartamento nel quale ha abitato Berlusconi, ho visto il portone spalancato. Mi ha subito ricordato il rituale di addio dei santi tipico del Sud».

Com’è questo rituale?

«Quando muore qualcuno in casa, il primo gesto dei famigliari è spalancare porte e finestre e mormorare le formula del viatico: “Va a buon luogo”. È il modo in cui si accompagna l’anima del defunto verso il cielo».

Una casualità premonitrice o a Palazzo Grazioli già sapevano?

«No, oltretutto non è più il suo appartamento. I misteri dell’invisibile sono imperscrutabili. Col senno del poi ha confermato quanto fosse forte la sua natura sciamanica».

Proviamo a descriverla?

«Berlusconi ha introdotto nella politica, intesa come polis, il sorriso. A questo riguardo, l’immagine che era solito usare, “abbiamo il sole in tasca”, è più che mai emblematica. Come Mary Quant con la sua minigonna ha cambiato il costume, così lui ha cambiato per sempre la nostra contemporaneità».

Il linguaggio, la politica, la possibilità di sognare…

«Solo studiandolo nella distanza potremo capire l’unico personaggio che l’Italia consegna alla storia e alla memoria. Pensiamo a quante nuove parole sono state coniate a causa sua. Anche chi l’ha osteggiato ha sempre trovato la sorpresa di vedersi ricambiare con un sorriso».

Lei non è mai stato suo collaboratore, ma gli porta affetto.

«L’ho studiato perché, come tutti, mi sono trovato immerso nell’Italia disegnata e costruita da lui. La mia formazione e i miei gusti non rientrano in quelli che sono i suoi prodotti culturali. Ma riconoscerne la grandezza coinvolge tutti noi suoi contemporanei, compresi coloro che lo avversavano. Le giovani generazioni che non conoscono gli altri protagonisti della politica italiana lui lo riconoscono immediatamente. Anche la nostra memoria, diciamo così, di addetti ai lavori, ne resterà segnata mentre non conserverà nulla di coloro che ci sembravano fondamentali».

Che epoca era quella che ora si dice finita?

«Berlusconi è stato il nuovo capitolo della grande commedia italiana. Intendo l’opera che descrive la nostra identità, e alla quale si aggiunge l’aggettivo divina».

In che senso?

«Se si va a sfogliare il capolavoro di Dante si troveranno tanti personaggi sovrapponibili ai vari Paolo Bonolis, Giuliano Ferrara, Lucio Colletti, Maria De Filippi, Antonio Martino, Giulio Tremonti, Antonio Ricci, Marcello Dell’Utri, Fedele Confalonieri, Gianni Letta, Adriano Galliani, Sandra Mondaini e Raimondo Vianello… E poi nel Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno, si possono trovare tutti i seminatori di discordia, i fraudolenti e i profittatori che non sono mancati».

Una personalità più grande di tutti i moralismi?

«Assolutamente. Uso apposta la categoria della commedia perché in lui si compendiano Carlo Goldoni, Gioacchino Rossini, Gaetano Donizetti, quella vena viva che fa dell’Italia il luogo specialissimo della commedia come romanzo universale».

Ora si comincerà a dividere la biografia tra l’imprenditore, il tycoon, il presidente del Milan e il politico un po’ pasticcione?

«È un’unica performance perché incarna un affastellarsi di scene, la verità e il suo esatto contrario».

È sbagliato frazionarlo?

«Certo, se dobbiamo raccontarlo attraverso il metro della critica letteraria, il suo riferimento è Niccolò Machiavelli che è contemporaneamente l’autore sì del Principe, ma anche della Mandragola. Che è la satira più acre della corruttibilità dell’anima umana».

Negli ultimi anni l’hanno rivalutato anche i suoi più feroci detrattori.

«C’è più sincerità d’affetto nei suoi nemici che in molti suoi finti amici, quelli che lo abbracciavano come si abbraccia una cassaforte».

Soprattutto le donne?

«Gran parte delle donne s’innamoravano sinceramente perché non era certo un Dominique Strauss-Kahn, ma il Paride vezzoso dell’Elisir d’amore di Donizetti che della seduzione possedeva tutte le alchimie».

Tutti argomenti per un grande libro che lei, se non ricordo male, sta scrivendo.

«Si è provato a raccontarlo con la politologia, la cronaca giudiziaria, la sociologia e col cinema, dove non si contano i fallimenti, compresi quelli di venerati maestri come Paolo Sorrentino e Nanni Moretti. L’unico che è riuscito a renderlo nel suo essere sia popolo che nicchia è Franco Maresco con Belluscone».

Il suo libro?

«È un saggio di critica letteraria. S’intitola Beato lui – Panegirico dell’arcitaliano Silvio Berlusconi ed esce la prossima settimana da Longanesi. Era già in distribuzione ad aprile quando lui entrava in ospedale e nessuno poteva sapere come sarebbe uscito. Abbiamo quindi deciso di posticiparlo e proprio perché mi sono avvalso della verità letteraria, mi sono trovato delle pagine che raccontavano ciò che non osavo immaginare: laddove c’era una folla che lo abbracciava nell’addio di un funerale, ho ricostruita la moltitudine che lo applaudiva nell’ingresso al Quirinale, finalmente eletto Capo dello Stato».

Qualche difetto ce l’aveva, però?

«Una cattiveria geometrica che, però, sapeva trasferire nell’intelligenza».

Per esempio?

«Quando gli proposero di fare il libro delle barzellette di Berlusconi dopo quello di grande successo delle barzellette di Totti si chiese: “E se poi vendo meno di Totti?”. E fermò le rotative».

Che cosa mi dice della sua generosità?

«Vorrei dire soprattutto dell’ingenuità. Nell’Italia che si spertica in elogi della doppiezza gesuitica lui aveva l’ingenuità gioiosa dell’allievo salesiano. Basta ricordare la sua espressione immediatamente dopo essere stato colpito al volto dalla statuina del modellino del Duomo. Era l’espressione di un interrogativo attonito: come posso non essere amato?».

Sapeva scegliersi i collaboratori?

«Mi è capitato di ascoltare il pianto di tanti e tante».

Molti bracci destri amputati perché non sapeva e voleva preparare la successione?

«Quella non la poteva preparare. Tra i tanti possibili eredi lui guardava senza dubbio con simpatia a Matteo Renzi».

Che si è suicidato.

«E la vecchia talpa della storia gli ha apparecchiato la sorpresa di trovare l’unico successore in una donna, quella Giorgia Meloni presso la quale la maggioranza silenziosa ha trovato casa».

Forza Italia rischia di sparire?

«Sicuramente domani resteranno e si studieranno Mediaset e Milano 2 che sono il frutto dell’ingegno. Mentre il frutto del genio è la sua avventura politica che si chiude con lui. I voti di Forza Italia erano i voti per Silvio Berlusconi».

 

La Verità, 13 giugno 2023

«La surrogata altruistica è una trovata mainstream»

Aurelio Mancuso è uno dei leader, oltre che figura storica, del movimento arcobaleno italiano. Giornalista freelance, iscritto al Pd, fondatore e presidente di Equality Italia, associazione che vuole «rendere i diritti civili una proposta trasversale», ha scritto l’appello No Gpa (Gestazione per altri) sottoscritto da oltre 600 tra intellettuali, politici e amministratori locali soprattutto progressisti.

Mancuso, togliere il patrocinio ai pride vuol dire essere omofobi?

«Non significa tout court essere omofobi quanto, nel caso specifico, che la Regione Lazio avrebbe fatto bene a compiere le dovute e preventive verifiche. Ritirare il patrocinio perché non si è letto il documento di convocazione dell’iniziativa è un comportamento poco istituzionale. Ormai i pride sono manifestazioni tradizionali che travalicano chi li convoca e ai quali ragazzi e ragazze vanno come a una festa. Al presidente della Regione Lazio avrei consigliato di dare il patrocinio… Poi, certo, alcune cose contenute nel documento ha difficoltà a sostenerle anche un’istituzione governata dalla sinistra».

Dare il patrocinio vuol dire sostenere quella manifestazione, negarlo vuol dire essere omofobi e fascisti?

«Francesco Rocca è la stessa persona che da presidente della Croce rossa italiana ha cofinanziato una casa rifugio per ragazzi cacciati dalle famiglie perché omosessuali?».

Sì e lo rivendica e il pride si tiene anche senza patrocinio: la comunità arcobaleno non dovrebbe essere orgogliosa di non averlo?

«Esatto, il pride si fa lo stesso. Nelle democrazie europee e americane esponenti di destra e sinistra partecipano pur senza concordare con la totalità dei temi. Non è una manifestazione educata, ma per sua stessa natura maleducata. Mi auguro che oggi tanti ragazzi e ragazze partecipino. Altra cosa è ciò che pensano i suoi organizzatori».

Distinzione complicata: come si può dire viva il popolo del pride e abbasso i vertici?

«Io non dico abbasso i vertici. Chi organizza è colui che fa e, perciò, ha ragione. Non credo che le persone che ci vanno siano lì perché aderiscono integralmente al documento. Sarei curioso di sapere quanti tra i partecipanti l’hanno letto e sono consapevoli di ciò che contiene».

Lei oggi sfilerà?

«Da anni non lo faccio. Per non creare inutili tensioni con la mia presenza e preservare lo spirito di festa della manifestazione. Vorrei soprattutto che questi temi, che sono divisivi, fossero finalmente discussi nella comunità Lgbt».

Invece?

«C’è un rifiuto a confrontarsi. Chi non la pensa esattamente come i promotori viene etichettato come fascista e omofobo. E per me è davvero troppo».

C’è uno stigma anche tra voi?
«Se si eccettua Arcilesbica che è bersagliata tutti i giorni, sono l’unico omosessuale noto e che ha avuto un ruolo nel movimento a esprimere pubblicamente una posizione critica. Però non voglio fare uno contro tutti. Su molte delle questioni c’è accordo, mentre non c’è sull’autodeterminazione di genere, la Gpa e la prostituzione».

Che cosa pensa del linguaggio del documento del pride?

«Ne avrei usato un altro. Alcune questioni marginali venti o trent’anni fa ora sono diventate centrali. Chi un tempo non era protagonista oggi lo è».

Lei come l’avrebbe scritto?

«Mettendo in primo piano i diritti concreti e riconoscibili che vogliamo. Le unioni civili o il matrimonio egualitario, la riforma della legge sulle adozioni e della legge 164/82 sull’attribuzione del sesso, le norme di contrasto all’omofobia e all’omotransfobia. Temi presenti, ma talmente conditi di visioni e distinguo da risultare confusi».

Lo scontro è soprattutto sull’utero in affitto: la comunità Lgbt non vede la violenza di questa pratica?

«È un passo avanti che si evitino espressioni come maternità surrogata e utero in affitto. Forse si sta iniziando a riconoscere che sono pratiche disumane, che sfruttano le donne e trattano i bambini come oggetti. Tuttavia, anche parlare di Gpa altruistica e gratuita senza condannare queste pratiche è ultimamente ipocrita. La Gpa altruistica è un’invenzione del mainstream».

In che senso?

«Nel senso che non chiarisce che i bambini non si possono né comprare né vendere, ma nemmeno si possono donare o regalare. Anche la Gpa altruistica tratta il bambino come un oggetto a disposizione degli adulti, mentre è un soggetto».

La comunità Lgbt non si avvede della strumentalità di chiedere prima l’ovocita da una donna e poi di noleggiare l’utero di un’altra a pagamento?

«A me pare che non ci sia nessuna riflessione su questo tema. Prevale la volontà di dare una risposta al desiderio di adulti, trasformato erroneamente in diritto, di avere un bambino. Bisogna essere chiari: stiamo parlando al 90% di coppie etero e al 10% di coppie omosessuali. Ciò significa che parliamo di un tema molto marginale che solleva questioni etiche delicatissime ma che, riguardando persone con buone possibilità economiche per ricorrere a queste pratiche, coinvolge ristrettissime nicchie».

Molte sigle femministe internazionali approvano la proposta di legge italiana appena presentata di rendere l’utero in affitto reato universale.

«Il nostro appello No Gpa ha raccolto oltre 600 firme di intellettuali e personalità pubbliche contro la Gpa. È un reato che dovrebbe essere definito universale per ciò che avviene nel Terzo mondo, per la commercializzazione e lo sfruttamento sia del bambino che delle donne. Appellandoci alla risoluzione del 2015 del Parlamento europeo e ai pronunciamenti dell’Onu pensiamo si debba arrivare al bando internazionale di questa pratica. Molte persone che hanno firmato il nostro appello sostengono la legge in discussione in Parlamento, altre no. Abbiamo ricercato una sintesi, rispettando l’opinione di tutti. Probabilmente la legge sarà approvata, ma io rivolgo altre due richieste a Giorgia Meloni…».

Quali?

«La prima: eliminare le discriminazione dei bambini che non possono essere trattati come un pacco postale; cioè, se arrivano in Italia non si possono rispedire indietro. La seconda: se è d’accordo con la modifica della legge sulle adozioni allo scopo di accelerare i tempi. Qualcosa in questo senso è stato fatto con l’equiparazione delle adozioni speciali a quelle normali, ma si può fare ancora di più».

La prossima settimana l’utero in affitto sarà in discussione a Strasburgo. Visto che il Pd dice che la questione va risolta in Europa, perché questa discussione non l’hanno chiesta i democratici ma i conservatori?

«È evidente un certo imbarazzo da parte del Pd e non solo sul tema. Però quella discussione sarà un banco di prova evidente: la surrogata è una pratica da mettere al bando in tutto il mondo o no? Su questo si dovranno pronunciare. Vedremo come andrà a finire».

Perché su questi temi il Pd è in forte imbarazzo?

«Al netto di ciò che dicono i segretari di turno, non solo Elly Schlein, nel Pd ci sono posizioni differenti. Grazie al nostro documento è finalmente chiaro che tanta parte del Pd è contraria all’utero in affitto. Perciò, se non vuol essere il passacarte del movimento Lgbt, il partito deve aprire quella discussione che finora non ha voluto fare. Chi aveva posizioni critiche non riusciva a farsi ascoltare su questo tema. Negli ultimi anni non ho mai ricevuto un invito da una sezione del Pd, mentre ne ho ricevuti da associazioni esterne al partito».

Come giudica il fatto che nelle interviste Elly Schlein rifiuta le domande sulla surrogata e i diritti Lgbt?

«Una segretaria che si è esposta personalmente sbaglia a eludere le domande sull’argomento. Nel Pd esiste da anni un tavolo permanente di discussione con la comunità Lgbt. Purtroppo, da quando ho messo in discussione il ddl Zan non sono più stato invitato. Mi auguro che Schlein cambi questa pratica antidemocratica dentro un partito che si chiama democratico».

Che cosa indica il fatto che negli ultimi due anni l’acronimo arcobaleno è raddoppiato, da Lgbt+ è diventato Lgbtqiak+, da quattro lettere a otto?

«Il continuo allungarsi dell’acronimo è indice di confusione culturale e divisione. Non si possono declinare tutte le identità e aspirazioni, mettendole sullo stesso piano. Molte specificità non sono nemmeno rappresentabili in quelle otto lettere. Se si vogliono nominare tutte le identità si finisce per annullare tutte le identità».

Perdoni l’ignoranza, che identità rappresenta la lettera I?

«Le persone Intersex, che nascono con apparati genitali non del tutto definiti. La richiesta è di non essere soggetti già alla nascita alla scelta del sesso, ma aver tempo di decidere. Ovviamente, parliamo di una minuscola minoranza, tuttavia soggetta a grandi sofferenze».

E la lettera A?

«Dovrebbero essere gli asessuali o gli asessuati o gli aromantici, mi sono perso anch’io. Chiunque siano, mi domando quale diritto legislativo chiedano».

Nel documento del Roma pride si parla dei «comportamenti kinky» specificando il rifiuto della contestazione «degli scambi di potere consensuali»: cosa significa?

«Sebbene sia allenatissimo nell’interpretazione di queste formule, questa parte risulta criptica anche a me. Auspico che venga chiarita meglio. Il tema del rapporto di potere tra i sessi è delicatissimo».

È sbagliato pensare che l’espressione «scambi di potere consensuali» celi un’apertura ai rapporti pedofiliaci?

«In un passaggio si parla di bambini arcobaleno che sfilano vicino a coloro che usano strumenti sadomaso. Sono nettamente contrario alla pedofilia. È uno stigma che negli anni è stato erroneamente affibbiato all’omosessualità. Il documento è così nebuloso che attendo chiarimenti. Sono sicuro che nessuno voglia aprire il minimo spiraglio a questo tipo di crimini».

Un altro punto è l’insistenza sulle identità alias che si vorrebbero riconosciute nelle scuole, nei posti di lavoro, nell’esercizio del voto…

«L’autodefinizione di sé è un tema che non riguarda solo l’Italia. In tanti Stati dove si è liberalizzato, come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, ora si sta tornando indietro perché ci si è accorti dei tanti problemi che comporta, per esempio, nelle competizioni sportive. Mi spiace che anche questo tema venga affrontato con una certa brutalità. Il problema esiste, ma le soluzioni arrivano solo alla fine di un confronto sociale e culturale approfondito. Solo a questo punto si può giungere a una normativa corretta e rispettosa di tutte le componenti».

 

La Verità, 10 giugno 2023

«La sinistra vince se tiene lontani i big nazionali»

Buongiorno Giovanni Diamanti, scriviamo insieme il suo curriculum vitae?

«Consulente politico e socio fondatore di Quorum e Youtrend, due marchi di un’unica agenzia di comunicazione, analisi politica e sondaggi. L’ho fondata a 22 anni con Lorenzo Pregliasco, Davide Policastro, Roberto Greco e Matteo Cavallaro. Tra le varie cose, sono professore a contratto di Marketing politico all’Università di Padova e di Storytelling politico alla Scuola Holden di Torino».

Studi, letture, passioni?

«Laureato in Sociologia. Le passioni sono la storia dei partiti politici, il calcio, il tennis e il cinema».

Storytelling politico come materia di una scuola di scrittura mi giunge nuova.

«È un ramo della comunicazione legato al racconto e alla narrazione. Spesso le storie personali dei leader raccontano i loro valori più dei fatti».

Ma la Holden è una scuola per scrittori, chi frequenta il suo corso?

«La Holden ha una proposta formativa ampia. I frequentatori sono studenti appassionati di comunicazione politica».

Segreti del mestiere appresi da papà Ilvo, immagino: che cosa in particolare?

«In realtà, mio padre è uno studioso, un politologo, mentre io ho iniziato a impegnarmi nelle campagne elettorali prima dei vent’anni, facendo un percorso diverso. In comune abbiamo la passione e lo studio della politica. Le nostre attività si toccano sul lato dei sondaggi, ma Demos e Youtrend sono agenzie concorrenti, con specificità diverse».

Altri maestri?

«Ne ho avuti tanti. Da Nando Pagnoncelli, amico di famiglia, ho imparato a capire quanto il dato sia da studiare e non da utilizzare. E poi nella professione cito Filippo Sensi».

Mitico «nomfup» di Twitter.

«Profilo tuttora attivo, anche se più istituzionale. Nel 2014 con Matteo Renzi, Sensi portò il Pd al 40% con una campagna costruita sul derby tra speranza e paura. Ero all’inizio e lui mi diede molti amichevoli consigli».

Claudio Velardi e Fabrizio Rondolino?

«Velardi è un amico dal quale ho imparato molto. Anche se sono della generazione successiva, appartengo alla vecchia scuola, poco digitale».

Quali sono gli strumenti principali del suo lavoro?

«Non lavoriamo sul day by day per suggerire le dichiarazioni giornaliere. Il nostro cassetto degli attrezzi sono i sondaggi, i focus di gruppo, il clima d’opinione, il profilo del candidato e le analisi delle rassegne stampa per elaborare un piano strategico di medio e lungo periodo».

 

Nei giorni scorsi Giovanni Diamanti ha trovato visibilità oltre la cerchia degli addetti ai lavori come consulente di Giacomo Possamai, il nuovo sindaco di Vicenza, unica città conquistata dalla sinistra alle recenti amministrative. 34 anni, barba e occhiali hipster, zero iperboli, salti ubiqui tra riunioni e call ma piedi ben piantati per terra, molta prudenza nel rispondere, nella carriera dello «spin doctor di Possamai» c’è molto più di ciò che fa immaginare la sua giovane età.

 

Il curriculum prosegue con la lista delle campagne vincenti.

«Beppe Sala a Milano nel 2016, Roberto Gualtieri a Roma nel 2021, l’anno scorso Damiano Tommasi a Verona, adesso le comunali di Vicenza. Prima due campagne di Vincenzo De Luca, due di Nicola Zingaretti per le primarie e alle ultime europee. Anche Pierfrancesco Majorino ed Elisabetta Gualmini alle europee».

Sconfitte?

«In quelle di Majorino c’eravamo noi. Alle primarie a Milano del 2016 arrivò terzo, ma fu comunque un grande risultato, tanto che Sala ci chiamò subito dopo. Anche alle ultime regionali abbiamo lavorato con Majorino. Sconfitta anche alle comunali di Genova del 2017, sempre con il centrosinistra».

Perché la vittoria a Vicenza ha fatto scalpore?

«Il primo motivo è perché è l’unico successo del centrosinistra. Il secondo, perché è l’effetto di una convinzione errata: cioè che Vicenza sia storicamente di centrodestra, mentre i dati dicono che è contendibile».

È lei ad aver suggerito a Possamai di non far arrivare Elly Schlein?

«Non credo alle idee magiche dei guru. Sicuramente era un’idea che rientrava nel piano strategico presentato un anno fa, quando ancora lei non c’era».

In questo caso, non vederla arrivare è stato vincente?

«È stato vincente impostare una campagna vicentina, che parlasse di temi vicentini e con persone vicentine. Elly Schlein, come qualunque altro leader nazionale, sarebbe uscita da questo schema».

Anche Damiano Tommasi a Verona era un outsider e anche lì avete ribaltato il pronostico.

«Verona e Vicenza sono campagne d’identità cittadina contrapposta alla visione nazionale. Ma ci sono anche differenze: Tommasi era un candidato civico puro che parlava di valori, Possamai è un leader storico di partito che ha proposto un progetto chiaro di città».

La ricetta comune è tenere lontani i leader nazionali?

«In questi casi, sì. Ma le campagne elettorali sono abiti cuciti su misura sui candidati e sulle città. L’esempio più chiaro è Roberto Gualtieri a Roma che nel 2021 godeva di un prestigio personale. Nel suo caso coinvolgere figure nazionali era un valore aggiunto».

Altrimenti, in periferia, la loro presenza afferma paradossalmente la distanza dalla gente comune?

«Non direi così. A Vicenza volevamo fare una campagna opposta a quella dell’avversario. Richiamare qualunque leader nazionale avrebbe riportato la contesa nello scontro tra centrodestra e centrosinistra. Invece, per noi il progetto vicentino voleva dire ripensare le alleanze. Non c’è stato il campo largo, ma il lavoro delle liste civiche che si sono alleate al Pd, senza timore di guardare anche al centrodestra, per esempio coinvolgendo Matteo Tosetto, storico esponente di Forza Italia e vicesindaco uscente».

La sinistra vince dove il Pil è più alto?

«Da Milano a Padova, passando per Bergamo, Brescia, Verona e Vicenza ora c’è una filiera di amministrazioni di centrosinistra. Forse ha leader di maggiore qualità. Il centrodestra dovrebbe interrogarsi sul fatto di non toccare palla in questi territori. È la sfida principale che deve affrontare nei prossimi anni. E che, va detto, sembra aver iniziato ad affrontare, visto che in queste ultime elezioni ha vinto ovunque, forse più per la forza della coalizione che dei suoi candidati».

Per Alessandra Ghisleri, Schlein non ha ancora trovato un’identità forte: che cosa sbaglia e che cosa azzecca la segretaria Pd?

«Ha capacità comunicativa e predisposizione a rompere gli schemi. Deve riuscire a far capire qual è la sua idea del Pd. Oggettivamente, ha avuto poco tempo, ma l’identità e il posizionamento è uno storico problema del partito».

Era sbagliato aspettarsi che, essendo stata eletta dai non iscritti, ampliasse i consensi anche alle urne?

«Penso sia il suo primo obiettivo, ma credo si dovrà misurarla alle europee dell’anno prossimo».

È un corpo estraneo, anche pensando alla squadra che ha scelto?

«Non la definirei così. Sicuramente ha un approccio diverso dai predecessori e vuole aprire in modo più netto all’esterno».

Fa bene a insistere sui diritti delle minoranze?

«Non so se le giovi. È un tema che può mobilitare fortemente, ma che deve andare di pari passo ad altre questioni».

Come giudica la sua comunicazione, troppe supercazzole?

«Giudichiamola tra qualche mese».

Le avrebbe consigliato l’intervista a Vogue?

«Sono scelte che bisogna vivere da dentro, conoscere la strategia e lo scopo. La comunicazione è qualcosa di complesso di cui bisogna conoscere l’articolazione».

Strategicamente era la testata giusta?

«Si coglie il tentativo di comunicare in modo non tradizionale. Se funziona o no lo si capirà nel medio e lungo periodo. Quando Renzi si vestiva da Fonzie per andare ospite di Maria De Filippi molti lo perculavano, ma per altri era un genio».

Giova alla sinistra la campagna sul ritorno del fascismo? Porta consensi?

«Forse può mobilitare, ma non si fa solo ciò che porta consenso. François Mitterand s’impegnò per l’abolizione della pena di morte e, quando i suoi consiglieri gli fecero notare che i francesi erano per il mantenimento, rispose che non gli importava perché quello era un obiettivo giusto».

Era Mitterand.

«Certo. Se il Paese vuole risposte sul lavoro e tu gli parli di cultura o di scienza, non sembri in sintonia. Bisogna trovare un equilibrio tra temi popolari e temi giusti».

Nella squadra di centrodestra ci sono punti deboli?

«Vedo Giorgia Meloni molto forte, mentre non vedo una classe dirigente dello stesso livello. Questo è il primo elemento. Poi torvo che nella coalizione ci sia un po’ di vuoto nell’area classica, liberale e moderata. Forza Italia si è indebolita, Fdi è un partito conservatore, la Lega un partito identitario, manca l’attenzione alle classi liberali e produttive che, infatti, guardato al terzo polo».

C’è qualche lacuna nella comunicazione?

«Manca un po’ di coordinamento. Ma non ho visto grandi strafalcioni o divisioni su questioni importanti».

Sbaglia Marco Travaglio quando dice che Meloni vince perché è di moda?

«Non capisco cosa significhi. Uno vince quando convince di essere il candidato migliore o quando ha una proposta che mobilita. Giorgia Meloni vince perché si è costruita una sua credibilità e porta avanti diverse posizioni in sintonia con il clima d’opinione prevalente nel Paese».

Ha punti deboli?

«La ritengo ancora un po’ troppo ideologica su alcuni temi, alla lunga questo sarà un problema. In alcune conferenze stampa non mi è sembrata sempre brillante».

Come mai la tendenza verso posizioni conservatrici o di destra si registra in tutta Europa?

«C’è un clima d’opinione in cui prevale una forte rabbia sociale, ben interpretata da chi utilizza determinati toni. Ma sono tendenze che si modificano abbastanza rapidamente. Per esempio, subito dopo la fine della prima ondata del Covid, si diceva che i sovranisti iniziavano a indebolirsi».

Cicli di breve durata?

«Sì, però è evidente che oggi il ciclo è questo».

Durerà più Meloni o Schlein?

«Al tempo di Bettino Craxi e Silvio Berlusconi i cicli duravano un ventennio. Ultimamente le leadership hanno archi più brevi, poco più un biennio, come abbiamo visto con Renzi, Luigi Di Maio, Matteo Salvini. Meloni non è ancora entrata in fase di erosione. Di sicuro entrambi hanno di fronte uno scoglio: Meloni, la gestione del Paese in una fase non facilissima; Schlein, la guida di un partito nel quale le leadership durano poco. Schlein è appena arrivata, Meloni è stabile da un po’: nessuna delle due ha il lavoro più stabile e tranquillo del mondo».

 

La Verità, 3 giugno 2023

«Una vita di merda è meglio di nessuna vita»

Era il John Belushi della Laguna. È un astronauta, il Neil Armstrong della parola. Fatte le debite proporzioni. Qui, di sproporzionato c’è innanzitutto la Sindrome laterale amiotrofica (Sla) che l’ha colpito dieci anni fa. E ci sono gli strumenti di cui, a volte, disponiamo per raccontare i fatti. In questo caso, la storia di Dario Meneghetti, classe 1970, ex tenore del Teatro La Fenice, poeta, ora immobile nel letto ma mobilissimo di pensiero. Tanto da fargli scrivere, con l’aiuto di Bruna Graziani, editor e direttrice del Festival «CartaCarbone» di Treviso, Una pinta di nuvole (Ronzani), autobiografia di oltre 500 pagine, struggente ed esilarante ad un tempo perché toccata da una prosa magmatica, contaminata da influssi dialettali, personalissima. Nell’attrezzatissima camera di una semplice abitazione di San Donà di Piave, entroterra veneziano, la tastiera del computer attivata dal puntatore ottico con cui legge, scrive e chatta è la consolle della navicella spaziale. Una postazione sul confine dell’esistenza. Tra una parete stipata di farmaci, un’altra occupata dal megatelevisore, la terza dalle finestre sulla strada e la quarta dal disegno di una nuvola sulla quale è adagiato un giovane sognatore, si muovono rapide ma senza sdolcinature la madre Mara, la sorella Giulia, il badante Javed e la stessa Bruna. Qui, per rendere il suo stato d’attesa di un badante in una notte in cui anche il pc si era spento, Meneghetti scrive: «Non c’è altro da fare che sperare e aspettare cercando di non esistere… Sono il profumo dei fiori secchi…».

Questa è la sua prima intervista. Dopo qualche minuto di conoscenza, abbozzo le prime domande. Le risposte, lette da Bruna, arrivano lente, essenziali.

Com’è la sua giornata tipo?

È un continuo adeguarsi a quello che mi lascia la malattia. Poi, risolto il gioco a perdere, evado nei pianeti, trascendendo la quotidianità.

La scrittura è il pianeta più accogliente?

È un rifugio extra-dimensionale in cui accamparmi fuori dalla portata della malattia.

Quando scrive? Ci sono momenti più favorevoli?

Scrivo in qualsiasi momento. A mente libera. Almeno due libri li ho costruiti in cesso, restandoci almeno tre ore… Facevo colazione e pranzo al bagno perché gli spostamenti avanti e indietro erano troppo faticosi. Ma ne uscivo con un paio di poesie.

Zero romanticismi sui posti dell’ispirazione.

A volte la creatività si giova delle costrizioni.

In questa sua scrittura è rimasta la tempra da ragazzo alla John Belushi?

(Ride) Sì, assolutamente. È una parte fondamentale della mia esistenza.

L’irriverenza?

Mi è congenita.

Quando ha scoperto di avere anche il dono della scrittura oltre a quello della voce?

Con la voce è stato facile, con la scrittura è stato un percorso intermittente e sempre legato allo stile «imbranauta» (da Limbranauta, fanzine creata negli anni Novanta ndr), termine coniato da me e dalla conventicola dei miei amici, quand’eravamo ragazzi. Con i quali passavamo intere giornate a scrivere su qualsiasi pezzo di carta ci capitasse tra le mani, poesie, frasi, disegni, battute… È il gusto di scrivere scoccando frecce per scardinare i consueti punti di vista e mettere il naso fuori dalla nostra prigione.

Nasce dal suo temperamento, dalle esperienze giovanili, da un certo spirito indomito?

Nasce dal gusto per l’assurdo e dall’ossessione per la parola adatta. Il contrappunto stilistico è un canone, uno slogaritmo linguistico dettato dal mio temperamento e dalle mie esperienze, tutte. Solo che adesso scrivo da sobrio, e questa è sicuramente la svolta più clamorosa.

Ascolta ancora molta musica?

Sì, dalla classica al rap, quello degli anni Novanta. Invece il rock no.

Come mai?

Un po’ mi annoia.

L’interprete preferita?

Édith Piaf.

È citata anche nel libro, a proposito dei finali calanti.

Nei finali è sempre in sotto tonalità e sotto sforzo. Però ci sta.

Nella poesia Deserto scrive: «Insegnami tu a pregare/… Insegnami ad amare/ Imparerò a pregare». Chi è questo tu? Non pensa che rivolgersi a un tu sia già in qualche modo pregare?

È un tu ipotetico. Semanticamente è una preghiera. Chi è questo tu lo decide chi legge.

È un’entità trascendente o una persona in carne e ossa?.

Non è una persona in carne e ossa. È un’invocazione, un richiamo.

Ha pubblicato cinque libri di poesie senza cedere agli «smottamenti autocommiserevoli», mentre «altri poeti e scrittori hanno fatto bandiera della loro condizione». Perché non vuole una critica compassionevole?

Non m’interessa. Io non sono la mia malattia. Inoltre, l’autoironia non me lo permette. Mi fa miseria e non è onesto.

Cedere al vittimismo?

Sì. Ci sono troppe sfumature da vivere oltre l’oltraggio.

L’oltraggio della malattia?

Sì.

Quando ha avuto la prima percezione che qualcosa non andava?

Il dubbio l’ho avuto varie volte. Una delle prime è stato quando non potevo accendermi una sigaretta perché non riuscivo a far girare la ruotina del Bic. Poi feci una sorta di autodiagnosi dopo una prova di coro e dissi a un collega che c’era qualcosa di neurologico… Ero preoccupato, ma non pensavo a un male tanto terribile. La davo come una grave seccatura, però risolvibile.

Qual è stato il primo pensiero quando le hanno detto di cosa si trattava?

È successo all’ospedale di Portogruaro. È stato come un incidente, dopo il quale non ti rendi conto di quello che ti è successo e continui a vagare senza sapere dove andare. L’unica cosa che sono riuscito a chiedere alla dottoressa è quanto mi rimaneva da vivere. «Due anni», mi disse. Ed eccomi ancora qua.

«Una vita di merda è sempre meglio di nessuna vita»: lo scrive a pagina 403, ne è sempre convinto?

(Sorride) Sì. Si può fare di tutto stando fermi. Come Churchill col sigaro e il brandy sul divano.

Astraendosi dalla propria condizione?

La capacità di astrarsi diventa un automatismo. È qualcosa di salvifico.

Che cosa diamo per scontato tutti i giorni quando siamo in salute, stiamo bene, non abbiamo limitazioni pesanti?

Dimentichiamo di essere in salute, di stare bene, di non avere limitazioni pesanti. L’uomo in gran parte  riconosce cosa gli manca solo quando la perde o gli viene tolta. È una banalità, ma è vera per la maggior parte degli uomini, purtroppo.

La dedizione del badante pakistano Javed ben oltre le sue mansioni che cosa la fa pensare?

Che al mondo esistono generosità e gratuità, al di là della cultura, dell’erudizione, della ragione, della prigione del proprio ego. Javed non è solo il mio badante, è un pianeta dove rifugiarsi in tempo di guerra. Lavora con il piacere di fare bene il suo lavoro e già questo è straordinario. Eccede gratuitamente i suoi doveri salvandomi premurosamente da tutte le inconvenienze fisiche e psichiche. Da due amici siamo diventati una terza forza chiaramente dimostrabile.

Prova ancora a convertirla all’Islam?

No, ha capito che per me non c’è niente da fare con l’Islam. Sono un filo d’aria agnostico e ateo alla mercé del vento.

Le ha chiesto che cos’è l’amore, ma lei ha un po’ tergiversato…

Quella dell’amore non è facile spiegarla. Uno non pensa che qualcuno non lo conosca. È come dover spiegare la Nona sinfonia a una mucca.

In un altro punto scrive: «Ormai sono tre anni che non sono ancora morto». La diagnosi per la Sla prevede un tempo di vita dai tre ai cinque anni. Lei è un veterano in attesa di nuovi farmaci?

Sì, certo. È un’attesa concreta. Nei primi mesi del 2024 l’Aifa dovrebbe approvare un farmaco che potrà essere utilizzato anche per la mia forma di Sla.

Che cosa si aspetta da questo libro?

È un miraggio felice andato oltre ogni mia previsione. Che sia uscito è già un traguardo. Gigantesco. È cominciato per caso, ero concentrato sulle poesie quando mi sono trovato a produrre pensieri organizzati allo scopo di divertirmi con le assurdità della mia vita.

Quanta volontà serve per fare un libro così?

Una volontà enorme. Come il divertimento di scriverlo.

Qual è la parte che l’ha più divertita?

Non so. È stato un continuo crescendo, terminato con l’incontro della mia editor che mi ha guidato alla fine e me lo ha pubblicato con un lavoro pazzesco.

È lei la «Bruna» della dedica?

Sì.

C’è un’altra persona che vorrebbe lo leggesse?

Non ci ho mai pensato. Magari dei comici che lo portassero in scena.

E qualcuno di legato alla sua vita?

Mio padre, che non c’è più. Anche se lì dentro non gli risparmio niente.

Nella sua condizione come cambiano i rapporti con le persone?

Cambia il rapporto con chi vede solo la malattia. Cioè, in primis l’altro deve capire che la Sla non compromette il cervello.

In positivo, la malattia può essere anche un acceleratore nella direzione delle cose che contano?

Sì, ti costringe a scavare nel tuo profondo. Fino ad arrivare al di là del buco che stai scavando.

Ha dovuto fare il testamento biologico?

(Sembra rattristarsi) Sì. E anche la Dat, le Disposizioni anticipate di trattamento per la cura  definitiva.

«Assetato di cielo», scrive nella poesia finale, cioè d’infinito. Se tutto non avesse un senso, la vita sarebbe uno scherzo crudele, tanto più una come la sua. Ma lei vuole berla fino all’ultima goccia. Che cosa vorrebbe dire a chi fa una scelta diversa e preferisce interromperla?

Di persistere nella furiosa voglia di vivere.

 

Panorama, 31 maggio 2023