«Norme chiare nello sport per tutelare la differenza»

A volte basta un po’ di buon senso o una normalissima dose di realismo, e il perbenismo montante che sta intaccando pure i Giochi della XXXII Olimpiade si affloscia come un castello di carta. Nel caso del «Signore degli Anelli» Jury Chechi, al realismo e al buon senso si aggiunge l’autorevolezza delle medaglie, d’oro nel 1996 ad Atlanta e di bronzo nel 2004 ad Atene. In mezzo, altri trofei mondiali di categoria e un paio di resurrezioni dopo altrettanti infortuni che gli preclusero i Giochi di Barcellona (1992) e quelli di Sidney (2000). A 51 anni, sposato con Rosella e padre di Anastasia e Dimitri, titolare dell’omonima Academy, Chechi è sempre molto tonico. Come hanno constatato i telespettatori del Circolo degli anelli su Rai 2, dov’è ospite fisso.

Qualche sera fa l’abbiamo vista in bilico in orizzontale su una sedia dello studio, come fosse una figura alle parallele.

«Sembrano performance difficili, ma per un ex ginnasta professionista non lo sono».

Poi ha gareggiato con Daniele Bennati, l’ex ciclista, al Vigorelli di Milano.

«Una cosa fatta per gioco. Il ciclismo è da sempre una mia grande passione e anche ora vado in bici per divertirmi e tenermi in forma. Correre al Vigorelli è stato emozionante».

È vero che suo padre voleva indirizzarla al ciclismo?

«Sperava che iniziassi con la bicicletta, ma io mi sono appassionato alla ginnastica».

Che cosa sono le «Jurimpiadi»?

«Un’idea giocosa nata nelle riunioni di redazione con Alessandra De Stefano. Abbiamo pensato di proporre piccole sorprese ai telespettatori, per prendermi, e prenderci, un po’ in giro».

L’autoironia aiuta anche i grandi campioni?

«Altroché. È fondamentale per vivere bene la seconda parte della vita».

Quanto è sofferto il passaggio dalla prima parte, tutta adrenalina e successi?

«È sempre difficile. Può aiutare ad accettare la nuova condizione essere riusciti a raggiungere gli obiettivi che ci si erano prefissati».

Stiamo vedendo compiersi le parabole di Federica Pellegrini e di Aldo Montano: c’è un segreto per ammortizzare il distacco dall’attività agonistica?

«Non credo. È importante accettare il fatto che non si proveranno più le sensazioni prodotte dal competere a un’Olimpiade. Ma si possono finalmente apprezzare le tante esperienze per cui val la pena vivere. Io ho vinto due medaglie ai Giochi, ma essere padre di Dimitri e Anastasia è di gran lunga la cosa più bella che mi sia capitata».

I suoi allenamenti, molto seguiti sui social, sono un gioco o un investimento?

«Entrambe le cose. Il mio obiettivo è stimolare l’attività motoria e sportiva. Che ognuno possa farla con le proprie capacità e le proprie passioni».

Che cosa fa la sua Academy?

«Promuove il calisthenics, una nuova disciplina che si rifà alla ginnastica artistica. È nata negli Stati Uniti ed è rivolta a tutti, uomini e donne, giovani e vecchi, alti e bassi. Si lavora senza pesi, a carico naturale: anelli, parallele, sbarra, corpo libero».

È una disciplina competitiva?

«Ci sono anche competizioni, ma è una disciplina ancora poco strutturata. L’Academy si propone come riferimento per organizzarla ed espanderla».

Che Olimpiadi sono queste di Tokyo 2020?

«Diverse da tutte le altre, principalmente per l’assenza di pubblico. Un fatto grave, che sfalsa il valore del momento olimpico. Però, se ci si concentra sul fattore tecnico, sono belle Olimpiadi».

In che senso l’assenza di pubblico è un fatto grave?

«Gli stadi vuoti sono qualcosa di malinconico. Per molti sport l’appuntamento con il grande pubblico avviene ai Giochi ogni quattro anni. Il pubblico è una componente fondamentale. Di solito per una finale femminile di ginnastica i biglietti sono introvabili, le tribune vuote fanno molto pensare».

Qual è la storia che l’ha più colpita finora?

«Indubbiamente quella di Simone Biles, con la sua Olimpiade complicata. È un fatto negativo anche per la ginnastica artistica perché perde una straordinaria interprete della bellezza che questo sport può regalare».

Lo stress può esser causato anche dai troppi riflettori dei media a caccia di nuovi eroi ed eroine?

«Anche questa può essere una delle cause della sua situazione. La Biles era una delle atlete più attese, in uno sport in cui tutti si aspettavano altre importanti vittorie come quelle che aveva ottenuto a Rio de Janeiro. Fatte le dovute proporzioni ci sono passato, è difficile gestire questa pressione. Forse la Biles non è riuscita a farlo perdendo la serenità necessaria per affrontare gare così attese».

L’avrà disturbata trovarsi esposta con la sua storia personale e familiare?

«Certo, i media non si risparmiano. Ma anche i social interferiscono molto, a volte in modo positivo altre in modo negativo. Un atleta impegnato in un’Olimpiade dovrebbe estraniarsi da tutto, ma difficilmente può isolarsi dal suo smartphone. Essere popolarissima nei social probabilmente non l’ha aiutata».

I media cercano in particolare eroine come lei,  come Paola Egonu, Naomi Osaka, Federica Pellegrini o queste sono Olimpiadi al femminile?

«Che in questi anni lo sport femminile sia protagonista è un fatto oggettivo. Altrettanto si può dire che esiste la volontà di portare avanti un racconto improntato al femminile. Del resto questa è la direzione che si è presa a livello mondiale. L’affermazione della parità di genere porta a livellare un po’ tutto. Nello sport il mondo femminile sta giustamente allargando i suoi spazi. Ma anche secondo me c’è la tendenza a enfatizzare alcune storie femminili».

Finora i nuovi Michael Phelps e Usain Bolt non sono spuntati e chi come la Biles poteva candidarsi a nuovo supereroe ha mostrato inattese fragilità: siamo più vulnerabili a causa della pandemia?

«Anche Phelps e Bolt hanno vissuto momenti bui, ma magari hanno reagito diversamente. Le crisi e le depressioni ci sono da sempre, alcuni reagiscono in un modo altri in un altro. Non sempre si affermano atleti in possesso di grandi doti mentali, oltre che fisiche. Ma sono sicuro che li ritroveremo presto».

Perché ha espresso perplessità sullo skate board e il surf entrati nel programma olimpico?

«Le mie perplessità, soprattutto sullo skate, non riguardano lo spettacolo. Credo che non sia pedagogico coinvolgere dei ragazzini di 13 anni nella partecipazione a un’Olimpiade. Dubito che possano essere consapevoli di quale onere e onore comporta. A 13 anni è giusto pensare ad altro che a vincere un’Olimpiade. Lo dico con discrezione».

I suoi dubbi non riguardano la soggettività delle valutazioni per queste discipline?

«Non sono in grado di esprimermi sui criteri di giudizio. Certo, nel surf ogni onda è diversa dall’altra, mentre gli anelli sono uguali per tutti».

Altre discipline discutibili?

«Attenzione, non discuto il surf o lo skate che mi divertono e seguo in altre competizioni. Sono solo perplesso sul loro inserimento nel programma olimpico».

Le piace il sollevamento pesi femminile?

«Forse la deludo, ma lo adoro. Mi sono emozionato seguendo le prove di Giorgia Bordignon e Mirko Zanni. Alcuni osservano che non è uno sport molto femminile, ed è vero. Ma a me piace lo stesso».

Come giudica il fatto che il 2 agosto Laurel Hubbard, un’atleta neozelandese transgender, sarà in gara nella categoria femminile di 87 chilogrammi?

«Non lo approvo. Servono normative più precise e chiare. Lo sport è una scuola di vita e nella competizione si vince o s’impara qualcosa quando si perde. Ma le gare devono svolgersi ad armi pari, altrimenti questo valore scompare».

Le butto lì una provocazione: approverebbe gli anelli per le donne?

«Chi persegue una malintesa parità di genere dovrebbe volerli introdurre. Invece ci vuole equilibrio. La nostra Irma Testa ha vinto una bella medaglia nel pugilato femminile, ma per me è al limite. È difficile vedere gli uomini competere nella ginnastica ritmica. Ci hanno provato, però… Una donna che si cimenta negli anelli non ha molto senso. Penso che la differenza sia una cosa bellissima, un patrimonio di tutti. Non bisogna fare per forza le stesse cose, le donne sono migliori in certe attività, gli uomini in altre».

Che opinione si è fatto del caso Schwazer?

«Non possiedo tutti gli elementi per pronunciarmi, ma credo ci sia stata poca chiarezza. La prima volta lui ha sbagliato, ma nella seconda squalifica più di qualcosa non torna».

Come ha vissuto il periodo delle restrizioni?

«Non bene, come tutti. Le ho accettate come una necessità per arginare e superare questa situazione».

Pensa che in Italia lo sport sia stato troppo penalizzato?

«Non quello di vertice. Quello di base invece è stato gestito molto male, come se la colpa della pandemia fosse da imputare alle palestre».

Piscine chiuse nonostante si sappia che il cloro tiene lontano il virus.

«Non ho competenza. Credo bisognasse trovare il modo per chiudere meno e meglio piscine e palestre».

Qualcuno attribuisce i pochi successi della nostra scherma al fatto che in Italia, a differenza degli altri Paesi, non si sono disputate gare.

«Può essere vero. Però mi risulta che lo sport di vertice non si sia mai fermato. Il Coni si è impegnato per tutelare le squadre agonistiche. Qualcosa di più andava fatto per lo sport di tutti».

Oltre al soprannome di «Signore degli anelli» cos’altro ha preso dai romanzi di J. R. R. Tolkien?

«Direi solo il nome. L’ho letto e mi piacerebbe essere Aragorn, ma non credo sia possibile».

Perché ha dato ai suoi figli nomi russi com’è il suo?

«Solo perché mi piacciono, senza un riferimento letterario».

Praticano sport?

«Anastasia fa equitazione e Dimitri judo».

Nei prossimi giorni seguirà qualche competizione con maggiore partecipazione?

«Mi piacciono tutte le discipline. Ma sarò certamente più coinvolto nella finale di Vanessa Ferrari. Che ora, con l’assenza della Biles, ha tutte le possibilità di vincere la medaglia d’oro. E se la meriterebbe».

 

La Verità, 31 luglio 2021

«Noi donne impariamo dai maschi a fare squadra»

Dove si trova, Diletta Leotta?

«A casa mia, a Catania. Circondata da nipotini, fratelli e sorelle».

Famiglia numerosa.

«Molto. E cresce ogni anno. C’è sempre un nuovo nipotino in arrivo. Siamo a quota sette, i miei fratelli si danno parecchio da fare».

E sono numerosi.

«Tre sorelle e un fratello. Io sono la più piccola, ma tra meno di un mese compirò trent’anni».

Quando sarà?

«Il 16 agosto, sotto il segno del Leone».

Da Capri alla Turchia, da Roma, per Top dieci su Rai 1, a Milano, dalla Sardegna a Catania, quest’estate ha girato come una trottola.

«E prima ho girato tanto per gli stadi, nonostante le restrizioni. Per questo adesso mi fermerò un po’. Anche per prepararmi alla ripresa del campionato».

Ha fatto il vaccino?

«Venerdì farò la prima dose e la seconda subito dopo il compleanno. Appena avrò il green pass mi sentirò più tranquilla negli spostamenti».

Ha seguito e festeggiato le imprese della Nazionale?

«Certo, ho molto festeggiato. Ho girato anche un video durante i rigori, ma non è pubblicabile».

Perché?

«Perché è molto colorito e caldo».

Cosa vuol dire caldo?

«È un video molto sentito, eravamo tutti piuttosto in ansia».

Seguiva un rito per la visione delle partite?

«Con il mio manager Umberto Chiaramonte avevamo allestito un gruppo di ascolto, forse meglio dire una curva di tifosi. Ci trovavamo a casa sua, giropizza e birra, ed è sempre andata bene. Per la finale, però, lui non c’era e ci siamo trasferiti da me. Quando ho acceso la tv aveva appena segnato l’Inghilterra: vuoi vedere che… Invece poi anche casa mia ha portato bene».

Adesso seguirà le Olimpiadi?

«Altroché. Una delle mie migliori amiche è Rossella Fiamingo, argento nella spada a Rio de Janeiro. Gareggerà all’una e mezza di notte ora italiana. Ma anche per lei è pronto un altro gruppo di ascolto».

È sua conterranea, se non sbaglio.

«È catanese ed è anche mia coetanea. Ha compiuto trent’anni prima di partire per Tokio e ci siamo ripromesse di festeggiare insieme i compleanni al suo ritorno. Speriamo anche di gioire per una medaglia, ma questo non gliel’ho detto per scaramanzia».

Oltre alla scherma seguirà qualche altra disciplina?

«Sono appassionata di tutto e tifo Italia a 360 gradi. Cercherò di non perdere le gare di nuoto, avendolo praticato per tanti anni».

Ecco spiegati i suoi tuffi perfetti di quest’estate. È contenta che Paola Egonu sarà portabandiera olimpica?

«Sì certo. Come portabandiera italiana speravo scegliessero Rossella».

Il 21 agosto ripartirà la Serie A, che anno sarà per Dazn?

«Molto impegnativo, ma abbiamo costruito una grande squadra. In tre anni, Dazn si è affermata come una realtà forte e innovativa e ora si è consolidata con i nuovi acquisti. Siamo prontissimi».

Da padrona di casa della piattaforma, qual è la differenza principale rispetto alla proposta di Sky Italia?

«Un po’ la si è vista in questi tre anni: è un modo di raccontare il calcio più veloce e più giovane, con tanti approfondimenti. Il fulcro di tutto è lo stadio. L’arma vincente di Dazn è portare il telespettatore dentro l’evento, senza troppi filtri».

Da quest’anno, con l’esclusiva di tutto il campionato ci sarà un palinsesto più completo?

«Certamente. Non ci sarà solo l’evento live. Saranno potenziati i contenuti on demand, oltre a confermare quelli che già sono andati bene finora, come Linea Diletta che è stato prorogato per tre anni. Altri se ne aggiungeranno nel corso della stagione».

Approfondimenti e talk show in diretta?

«Sia on demand che in diretta. È stato ideato un nuovo spazio, The Square, una sorta di bar spogliatoio nel quale prenderanno vita i nostri programmi, le anticipazioni e gli approfondimenti relativi a tutto ciò che avviene nella Serie A».

Che cosa faranno Marco Cattaneo e Giorgia Rossi che arrivano da Sky e Mediaset?

«Anche loro presenteranno le partite, ne abbiamo tantissime. Marco lo conosco da quando ho lavorato in Sky, è una persona meravigliosa e uno straordinario giornalista, sono felice di averlo riabbracciato. Anche Giorgia è una bravissima giornalista. Sono sicura che ci completeremo e integreremo alla perfezione».

Parlando di squadra, si arricchisce anche il parterre di commentatori e seconde voci con l’innesto di Massimo Ambrosini, Andrea Barzagli, Riccardo Montolivo e altri.

«Andranno ad aggiungersi ai veterani. Come Federico Balzaretti, Roberto Cravero, Simone Tiribocchi e tutti gli altri, che sono stati e saranno le colonne portanti del nostro racconto. È un privilegio avere grandi campioni a commentare il campionato».

Per venire da voi Barzagli ha rinunciato ad affiancare Massimiliano Allegri alla Juventus.

«Certamente ha fatto una scelta non banale. Cito Antonio Conte che in un’intervista ha detto che a un suo amico non consiglierebbe mai di fare l’allenatore, ma piuttosto il commentatore televisivo perché è una professione gratificante. Poi certo, Conte ha fatto una carriera che l’ha gratificato ancora di più. Ma a volte si preferisce qualcosa di più calmo… Anche se l’adrenalina scorre pure quando si commenta una partita».

Cosa mi può dire di Lele Adani, al quale Sky non ha rinnovato il contratto, che si dà in arrivo a Dazn?

«Non ne so nulla, in Sicilia le notizie arrivano più lente. Comunque, anche a Lele con cui avevo un ottimo rapporto a Sky, auguro tutto il meglio».

Cambieranno molto le abitudini dei telespettatori da Sky a Dazn?

«Credo che negli ultimi tempi siano già iniziate a cambiare. Dazn ha già portato diversi elementi di innovazione. All’inizio i cambiamenti fanno sempre un po’ paura. Ma ora ci siamo abituati a Netflix o a Spotify nella musica e alle altre piattaforme digitali. Sarà facile abituarsi anche nel calcio».

Se dovesse sintetizzare il principale punto di forza di Dazn cosa direbbe?

«Sottolinerei la facilità e la velocità. Cioè la possibilità di sintonizzarsi con un click e un’app. Questo spirito smart favorisce un linguaggio più immediato, in grado di rompere certe barriere. Come si è potuto vedere per esempio nelle interviste a Cristiano Ronaldo o a Francesco Totti, chiacchierate tra amici».

Ha imparato qualcosa da giornaliste sportive come Alba Parietti, Simona Ventura, Ilaria D’Amico?

«Sì, molto. Anche da altre donne di televisione. Chi fa il mio lavoro è sempre influenzato da chi lo precede. Ilaria è stata la prima a raccontare il calcio in modo diverso. Prima ancora Alba Parietti. Alcune di loro sono delle icone. Un’altra che ha influenzato il nostro lavoro è certamente Raffaella Carrà. Provo a imparare da tutte, ma poi tocca a me fare una sintesi».

C’è qualcuna in particolare cui le piacerebbe somigliare nel modo di raccontare il calcio?

«No, credo che si debba far emergere la propria personalità. Con eleganza, il sorriso e molto studio».

Quanto è importante lo studio?

«Molto, lo metto al primo posto. Senza non potrei andare in onda».

Uno studio relativo alle squadre e al calcio, o che riguarda il modo di presentarsi, la dizione?

«Tutto. Sono allenata allo studio accademico, essendomi laureata in giurisprudenza. Preparare la diretta di una partita importante è un po’ come preparare un esame universitario. Questa conoscenza permette una conduzione rilassata perché sai che anche l’imprevisto puoi gestirlo».

Qualche tempo fa si era parlato di un flirt, poi di una collaborazione professionale con Zlatan Ibrahimovic: di cosa si trattava?

«Siamo soci in BuddyFit, un’app di fitness, nata durante il lockdown. Attraverso questa app ci si può tenere sempre in allenamento, ovunque».

In un’intervista a un settimanale Giorgia Rossi ha detto che non le invidia nulla, nemmeno il fidanzato, l’attore turco Can Yaman che, in realtà, tutto l’universo femminile le invidia.

(Ride) «Non l’ho letta, ma dubito che Giorgia si sia espressa così. A volte si riportano certe frasi decontestualizzate per creare rivalità inesistenti».

Perché secondo lei alcune giornaliste sportive asseriscono che la sua carriera sia dovuta alla sua avvenenza?

(Ride ancora) «Non lo so. So invece che nelle mie giornate c’è tanto studio. Poi è chiaro che in questo mestiere anche l’estetica conta. È qualcosa a cui tengo. Ma dietro l’involucro c’è molto studio. Non si può fare un’intervista a José Mourinho senza prepararsi a fondo».

Insisto, perché alcune sue colleghe tengono a ribadire che sia stata la bellezza la molla della sua carriera?

«Bisogna chiederlo a loro. Io sono convinta che con Giorgia Rossi e Federica Zille comporremo una squadra di donne molto forte. E mi auguro che sapremo sovvertire alcune vecchie dinamiche sulla continua competizione tra donne nel mondo del lavoro. Un luogo comune nel quale ci si adagia e per il quale alla fine dovrebbe restare solo una vincitrice. Credo che non debba essere così per forza. Nel calcio e altrove più donne possono coesistere. Le donne devono imparare a fare squadra. In questo, possono imparare dagli uomini, tra i quali non ci sono rivalità così accese».

Come spiega quella fra donne?

«È un vecchio retaggio duro a morire. A me piace lanciare messaggi di squadra e di forza comune».

Le capita mai, mentre intervista uno sportivo, di accorgersi che subisce la sua presenza, il suo fascino? Cosa pensa in quel momento?

(Altra risata) «Questa è una domanda da psicologo».

È una domanda realista.

«Non mi capita, perché faccio di tutto per mettere a loro agio i miei interlocutori. Voglio far sentire tutti in un contesto amico. In un’ora di intervista devi rompere il ghiaccio e creare un’empatia. Perciò mi presento giocosa e sorridente. Credo che questo superi certi cliché».

Cosa vuol dire il titolo del suo libro Scegli di sorridere?

«È la mia filosofia di vita».

Vuol dire non alimentare le polemiche?

«Esatto».

È favorevole al ritorno del pubblico negli stadi con il green pass?

«Non vedo l’ora. È stato faticoso in questi due anni riempire quel silenzio. Aspetto di risentire presto le voci del pubblico».

Che cosa si augura per la nuova stagione di Dazn?

«Di riuscire a raccontare in modo divertente il campionato degli allenatori».

Per il ritorno contemporaneo di Allegri, Sarri e Mourinho?

«Se li immagina i titoli per il derby tra Mourinho e Sarri».

 

La Verità, 24 luglio 2021

«Si voterà nel ’23, quando tutto sarà cambiato»

Nonostante il pizzo mefistofelico i tatuaggi e gli anelli, Roberto D’Agostino, visionario titolare del sito Dagospia (3,5 milioni di pagine visualizzate al giorno), sa interpretare il ruolo del saggio, del politologo, dell’analista attaccato alla realtà e ai problemi della gente. «Davvero», dice, «pensiamo che un padre di famiglia quando torna a casa dica a sua moglie: hai visto che hanno segato l’uomo di Giorgia Meloni nel Cda della Rai? Oppure che l’operaio che si alza alle sette del mattino per andare in fabbrica abbia come primo pensiero cosa si son detti Beppe Grillo e Giuseppe Conte al ristorante? Io penso di no, penso che il distacco tra la vita dei cittadini e la narrazione dei media sia ormai abissale».

Un po’ l’ha colmata la sbornia degli Europei?

«Un po’ sì, ma non parliamo di sbornia. La politica è anche un fatto emotivo».

La politica?

«Anche lei vive di emozioni. Il Covid ci ha sconvolto anche perché è venuta a mancare la fiducia negli altri. La vittoria agli Europei rimette in circolo energie nuove».

Si parla di Rinascimento italiano.

«Più che altro una Rinascente cheap. Quello che lei chiama sbornia è un’onda emotiva che arriva dopo un anno e mezzo di afflizione, i 120.000 morti, i camion di Bergamo, le bare ammassate. La Nazionale ha fatto gridare “Viva l’Italia” a tutti, facendo tornare il senso di appartenenza e dello Stato».

Addirittura.

«Di solito quando si parla di senso dello Stato viene l’orticaria perché si pensa alle tasse. Ma dopo la pandemia si pensa anche che con le tasse si costruisce un ospedale che serve quando stai male. La vittoria degli Europei è come un integratore per affrontare il post Covid».

Tutti patrioti? Qualcuno ha scritto che è tornato il piacere abbracciarci…

«Stato vuol dire fiducia, come la Galbani della pubblicità di una volta. Si ricomincia a fidarsi degli altri anche se sappiamo di correre un rischio. Infatti, tanti portano ancora le mascherine nonostante si possa stare senza. Questa vittoria è come un tiramisù. Al contrario, i no-vax pensano solo alla loro libertà e non che può danneggiare gli altri. Io sto con Macron: la mia libertà finisce quando mette a rischio quella di un altro».

Per la Nazionale abbiamo fatto due giorni di rave e adesso ci vuole il green pass per andare al bar?

«I festeggiamenti di domenica sera erano difficilmente gestibili, anche le forze dell’ordine guardavano la partita. L’errore è ciò che è accaduto il giorno dopo, con la gente assiepata attorno al pullman e senza mascherina. La trattativa Stato-Bonucci è qualcosa d’insostenibile. Si sa che il pullman era già stato preparato, Bonucci stia tranquillo. Ma Draghi non può gestire tutto, ci sono i ministeri competenti. Toccava alla Lamorgese gestire la grana, ma non l’ha fatto».

Non l’ha infastidita un certo eccesso di retorica: la Nazionale simbolo di concordia, Mancini gemello di Draghi?

«Ognuno scrive quello che vuole. L’editoriale di un quotidiano non è le Tavole della legge».

È bastato rimettere all’ordine del giorno il ddl Zan per vedere la concordia andare in frantumi?

«Da una parte c’è la politica politicante, dall’altra 60 milioni di cittadini che dopo due anni come questi hanno ricevuto un’iniezione di fiducia e positività. Non credo che le sorti del ddl Zan incidano sulla quotidianità dei cittadini. In periferia o in un paesino nessuno s’interroga sull’identità di genere. Sono pippe dei giornali. Le persone comuni hanno altre priorità. Mio figlio troverà un lavoro? Riuscirò ad arrivare a fine mese? Sarò licenziato dopo la fine del blocco?».

Chi esce meglio dalla curva?

«I cittadini. Molto meglio della politica, che si balocca con questioni superflue. Immagino tanti lettori che aprono i giornali e mandano affanculo politici e giornalisti. La pace tra Conte e Grillo, i consiglieri del Cda Rai: chi si alza alle sette del mattino per andare a lavorare guarda a questi mondi come agli animali dentro le gabbie di uno zoo. Col mio sito lavoro in un altro modo».

Cioè?

«Il direttore è un algoritmo che mi dà in tempo reale il traffico degli articoli più letti. Così capisco gli interessi prioritari. Se il pubblico mi chiede la ricotta prendo la ricotta e la metto in vetrina. Il cliente ha sempre ragione, questo è il barometro. Ho 3,5 milioni di pagine visitate al giorno. I giornali raccontano le correnti del M5s o del Pd, mentre i cittadini si chiedono perché non si affronta il problema del debito pubblico che viaggia verso i 3.000 miliardi».

Il distacco tra popolazione e narrazione è colmabile?

«A questo punto non lo so. Fossi direttore di un grande quotidiano mi chiederei perché i lettori rifiutano il mio prodotto. Qualche anno fa Repubblica e Corriere vendevano 6/700.000 copie ora sono a 100.000. Il Fatto quotidiano era sopra le 100.000 ora è a 25.000».

Ci si informa anche in altri modi?

«In parte sì. L’edicola sta diventando un residuato bellico come la cabina del telefono. Però i giornali cartacei hanno stravenduto il giorno dopo la vittoria dell’Italia. Vuol dire che i lettori volevano avere un  ricordo del trionfo acquistando il giornale con il poster della squadra vincitrice. Se dai, in cambio ricevi».

Responsabilità dei giornali ma anche dei vari Enrico Letta, Matteo Salvini eccetera?

«Purtroppo i nostri leader non hanno un’idea seria della politica, di come sono cambiati gli equilibri geopolitici dopo l’arrivo di Joe Biden alla Casa bianca, dopo l’avvento della Brexit, dopo la crescita del ruolo della Cina che sta sostituendo gli Stati uniti e ha in mano tutta la produzione strategica, dalle auto alla telefonia. Con tutto questo, noi continuiamo a parlare del consigliere di Fratelli d’Italia in Rai».

E Draghi?

«Non pensa al Quirinale. Punta a diventare il successore di Charles Michel alla presidenza del Consiglio europeo. Invece sul piano del carisma, prenderà il testimone da Angela Merkel. Già adesso Biden parla solo con lui, anche per la debolezza di Macron.

Con questi nuovi scenari hanno ragione Meloni e Salvini a credere che dopo Draghi toccherà a loro?

«Da qui al 2023, quando si andrà a votare, vedremo cambiamenti copernicani. Già ne abbiamo le avvisaglie. Il più draghiano dei leader è Salvini, che è una sorta di pontiere del centrodestra nel governo. Quando di recente Forza Italia si è incazzata per la mediazione della Cartabia con i 5 stelle è stato Salvini a fare da pontiere. Tutto cambia. Basta guardare il patto tra i due Matteo che, con la regia di Denis Verdini, vecchia volpe democristiana, stanno lavorando a una federazione centrista con Berlusconi e Forza Italia».

Quindi l’idea della federazione resiste?

«È l’approdo futuro. Salvini non parla più di migranti e ong, ma di giustizia. La politica in Italia sta vivendo una trasmutazione, a destra nascerà un centro con Salvini, Renzi, Calenda e Berlusconi. Questo dispiacere dato alla Meloni è un segnale: tu resta a destra, al centro stiamo noi».

Conviene lasciar fuori il partito più in crescita dell’area?

«Se l’ideologo della Meloni è Guido Crosetto che è presidente dell’Aiad (Aziende italiane per l’aerospazio e la difesa ndr), apparato di Stato da Fincantieri a Leonardo, che opposizione può fare».

Al di là dell’opposizione è conveniente per il centrodestra escludere il partito più in salute?

«Questo riguarda l’ego dei leader. Non si può parlare di alleanze e poi ci si comporta da ducetti. Il problema di Salvini era che prima twittava e poi ragionava. Ora ha capito che bisogna capovolgere il processo e che la politica è mediazione. Con i fondi del Recovery in arrivo non possiamo permetterci di mandare il Paese al macero. Bisogna mediare gli obiettivi di parte con il bene del Paese. E poi c’è un altro discorso…».

Prego.

«Oltre allo Stato c’è il Deep State, lo Stato profondo. Burocrazia, magistratura, servizi segreti, macchina dei ministeri: tutte realtà che sia Renzi che Salvini in passato hanno trascurato. Pagandone il conto».

Nel centrosinistra niente rivoluzioni copernicane?

«L’idea di Goffredo Bettini che vedeva Conte punto di riferimento dei progressisti è entrata in crisi».

Infatti Bettini sta tornando in Thailandia.

«Per Letta il governo Draghi è il governo del Pd. Ma Conte è contrario alla riforma Cartabia mentre il Pd è a favore. Perciò anche quest’asse è in discussione. Cosa siano oggi i 5 stelle nessuno lo sa».

Quanto crede alla pace di Bibbona?

«Ah, saperlo…».

Conte è andato a Canossa?

«Non so. Se Conte piazza una persona sua in un posto di rilievo Grillo potrà sfiduciarla. Mi sembra una diarchia che non ha grande futuro».

Invece Letta ce l’ha?

«Con il 18% come fa a tornare a Palazzo Chigi? Tanti gli consigliano di aprire a Salvini, così che in futuro ci possa essere un’alleanza con la federazione di centro. Che nel Pd potrà essere appoggiata dalla corrente maggioritaria, formata da ex renziani».

Letta è la persona giusta per aprire a Salvini?

«Credo che le amministrative del 20 ottobre daranno una botta a tante posizioni ideologiche. Si capirà se l’alleanza con i 5 stelle ha un futuro. E se ce l’ha Letta. Nei grandi Paesi europei governano le grosse coalizioni. In Germania i socialdemocratici con i democristiani, in Francia i gaullisti con Macron. In Italia potrà nascere un governo di centrosinistra con la federazione di Verdini, Salvini e Berlusconi alleata al Pd: un governo fattuale, che toglie di mezzo troppe battaglie di bandiera».

Chi è messo meglio in vista delle amministrative di ottobre?

«Credo che il risultato lascerà molti a bocca aperta. Dopo due anni di Covid non sappiamo come si orienteranno gli elettori. Molti sondaggi sono apertamente taroccati e io vorrei avere la palla di vetro per capire cosa ci aspetta. Abbiamo ancora un Parlamento con il 32% di grillini eletti…».

E tra poco inizia il semestre bianco in preparazione alla successione di Mattarella?

«Il copione del Quirinale è tale e quale a quello usato per Napolitano. Mentre Mattarella continuerà a dire di voler tornare a dedicarsi ai nipotini, dopo le prime fumate nere tutte le forze politiche andranno in fila indiana a dirgli di restare. E lui accetterà. Poi nel 2023, con il nuovo Parlamento, si deciderà in base al voto dei cittadini».

E i vari Casini, Veltroni, Franceschini, Berlusconi?

«No future».

 

La Verità, 17 luglio 2021

«Sono maestro, ma non mi perdonano la bellezza»

In questi giorni il maestro Beatrice Venezi sta provando L’amico Fritz di Pietro Mascagni all’Opera Holland Park di Londra, dove debutterà il 16 luglio. È il motivo che giustifica il dispiacere di non poterla intervistare in presenza. Perché, se nome e cognome evocano un’idea di bellezza, la presenza la incarna. «Prometto che la prossima intervista sarà di persona», concede Beatrice. Citata nel 2018 dalla prestigiosa rivista Forbes tra i 100 under 30 italiani più influenti, direttore principale della Nuova Scarlatti di Napoli e dell’Orchestra sinfonica Milano classica, richiesta dai maggiori teatri del Sudamerica e dell’Asia, a fine settembre Venezi dirigerà l’Orchestra dell’Olimpico di Vicenza nell’Histoire du soldat di Igor Stravinski, titolo che aprirà il ciclo dei Classici diretto da Giancarlo Marinelli, autore anche della regia dell’opera inaugurale.

Come devo chiamarla, signora Venezi?

«Maestro è il titolo corretto».

Ci si può battere per l’emancipazione femminile anche da direttore?

«A maggior ragione. Condivido il pragmatismo del Paese in cui mi trovo, per il quale ciò che si fa più del modo in cui si viene chiamati. Non condivido la declinazione forzatamente femminile dei ruoli, mi interessa di più battermi per la parità salariale e delle opportunità professionali. Però questa è solo una mia convinzione e nutro massimo rispetto per chi la pensa diversamente».

Perché qualche anno fa a Teheran non l’hanno fatta dirigere?

«L’ambasciata italiana preferì cancellare all’ultimo momento il concerto temendo potesse causare risentimento in parte della popolazione. Era il 2019 e c’erano motivi di tensione con gli Stati Uniti e i rappresentanti del mondo occidentale perciò fu ritenuto prudente non esacerbare quelle tensioni».

Ha incontrato ostacoli anche in altri Paesi?

«Ogni Paese ha un proprio protocollo e il rispetto di determinate forme. Per esempio, il Giappone e la Russia. Ma in nessuno c’è il pregiudizio diffuso che si percepisce in Italia».

Che tipo di pregiudizio?

«Mi piacerebbe semplificare dicendo che colpisce le donne che siedono in posti apicali. In realtà, è una forma di avversità più vasta e sottile, che riguarda tutto ciò che mette in discussione posizioni acquisite, dal ricambio generazionale alla questione femminile».

Il suo aspetto è più di aiuto o di ostacolo alla carriera?

«Direi di ostacolo».

Perché?

«Perché si ritiene che una donna che voglia essere culturalmente credibile debba rinunciare alla cura del proprio aspetto. È un luogo comune difficile da scalfire. Nel mio settore la bellezza non aiuta, mentre in una cantante è ben vista».

Anzi, è valorizzata.

«Non così per un direttore, che è un ruolo di comando. In un leader bellezza e autorevolezza sono ritenute quasi incompatibili».

Come sarà la sua estate dopo il debutto londinese?

«Resterò qui fino a fine luglio, poi dirigerò alcuni concerti all’inizio di agosto. Per ripartire in settembre dal Teatro Coliseo di Buenos Aires con un evento più volte rimandato per la pandemia. Nella prossima stagione sarò felice di recuperare altri debutti rinviati in Francia».

La sua attività è stata molto penalizzata dal periodo di restrizioni?

«Non mi posso lamentare perché ho lavorato molto, però principalmente in Italia e nei Paesi vicini. Mentre abbiamo cancellato alcuni appuntamenti in Sudamerica e in Giappone. Auspico che riusciremo a tenere sotto controllo il virus grazie alle diverse misure. Temo sia difficile sconfiggerlo definitivamente, ma spero che diventi una malattia endemica, così da riuscire a conviverci senza fermare il mondo».

L’estate si concluderà con la direzione al Teatro Olimpico di Vicenza di Histoire du soldat scritta da Stravinski nel 1918 durante l’epidemia di spagnola. Come si sta avvicinando a quest’opera?

« Il contesto in cui è nata la rende molto contemporanea. Inoltre, quest’anno ricorre il cinquantesimo della morte di Stravinski, un autore fondamentale per l’evoluzione dello stile compositivo. Marinelli ha impostato un grande lavoro per portare in scena un’opera che, pur appartenendo al repertorio sinfonico, ha una notevole componente drammatica».

Che cosa può dire un testo scritto durante la Prima guerra mondiale all’uomo contemporaneo?

«Histoire du soldat conserva una forza evocativa particolarmente pregnante proprio in rapporto al periodo in cui è stata concepita. È un’opera da leggere, recitare e danzare, come potrà vedere il pubblico dell’Olimpico. Quasi una favola per bambini che ci permetterà di tornare ai ricordi dell’infanzia, quando le mamme leggono le storie ai figli, con qualcosa di consolatorio».

Anche noi come il soldato protagonista rischiamo di vendere l’anima al diavolo in cambio di una ricchezza illusoria?

«È un rischio della società contemporanea. Credo che viviamo un momento molto strano, con difficoltà che il Covid ha amplificato. Vedo il rischio di credere in falsi miti, una faciloneria nel combattere battaglie di cui sappiamo poco. Ci appassioniamo a opinioni che ci vengono vendute in scatola. Ne parlavano alcuni grandi artisti già negli anni Sessanta. Quella che allora era leggerezza è divenuta superficialità nell’approcciare temi complessi in base alle mode. Vendere l’anima vuol dire non applicare il pensiero critico, ma allinearsi al flusso corrente».

La parola dell’epoca era omologazione.

«Aggiornandoci, potremmo parlare di globalizzazione».

Nel dibattito attuale sui diritti delle minoranze c’è qualcosa che la colpisce in particolare?

«Trovo malata la tendenza a pensare di guadagnare un diritto nel momento in cui lo si toglie ad un altro. È un comportamento lontano dalla democrazia».

In che caso?

«In occasione della polemica che mi ha riguardato ho chiesto di essere chiamata in un certo modo senza ledere il diritto di nessuno. Ma tra esponenti di alto livello della politica è partita la gara a screditare la mia figura con un metodo che ritorna, per esempio a proposito di vax e no-vax. Oppure quando si trattano le donne come una minoranza da proteggere. A volte il pragmatismo soccombe sull’altare dell’ideologia».

Quando l’ha visto?

«Certe scene del Gay pride non mi hanno fatto piacere. Ho amici che hanno un orientamento diverso dal mio. Tuttavia, la derisione della figura di Cristo da parte di un manifestante in minigonna e tacchi a spillo, da cristiana mi ha infastidito. Non sono nessuno per dare giudizi, mi chiedo se per affermare un proprio diritto ci sia bisogno di sbeffeggiare il credo di altre persone. In una società democratica dobbiamo tutti cercare le forme di una pacifica convivenza».

Concorda con il maestro Riccardo Muti che al Corriere della Sera ha detto che si fa troppo poco per promuovere l’arte musicale italiana?

«Ne sono convinta; in maniera molto più modesta lo dico da tempo. La politica non vede il nostro patrimonio culturale e artistico come un asset vincente, mentre il nostro Paese potrebbe vivere di questo».

Qual è il sentimento di una donna gratificata dai riconoscimenti della musica italiana nel mondo che si ritrova in patria in situazioni di povertà di mezzi e trascuratezza?

«Piange il cuore. Nel nostro Paese prevale l’esterofilia che influenza interi cartelloni teatrali dove compaiono pochi o nessun artista italiano a vantaggio di altri, stranieri, più o meno noti. Anche le nostre maestranze dovrebbero essere sostenute dai teatri finanziati dallo Stato. Tanto più dopo una lunga sosta forzata che ha costretto molti lavoratori dello spettacolo a cambiare lavoro… Rincorriamo la star straniera che risulta più interessante ed esotica, mentre all’estero vengono apprezzati gli artisti italiani».

Se dovesse dare un suggerimento discreto al ministro della Cultura Dario Franceschini per favorire l’avvicinamento alla musica dei giovani che cosa gli direbbe?

«Gli direi che bisogna credere nel ricambio generazionale. Nel nostro Paese ci sono tanti giovani talentuosi e competenti che non vedono l’ora di prendersi delle responsabilità. I bamboccioni sono il risultato della mancanza di opportunità non il contrario».

Un lavoro che deve partire dalle scuole e dai conservatori?

«Confermo. I conservatori sono pensati per chi vuole provare a fare della musica una professione. Quello che manca è il primo livello: stimolare i ragazzi partendo dai programmi scolastici. Non bastano tre anni di flauto traverso per apprezzare la musica classica. Il secondo livello riguarda la comunicazione degli enti sinfonici e operistici, affinché i teatri non siano percepiti come luoghi elitari. Il terzo livello coinvolge l’intrattenimento. In Francia, Germania e Gran Bretagna si trovano programmi televisivi di musica classica anche in prima serata. In Italia i canali dedicati sembrano oasi del Wwf. Invece Alberto Angela dimostra che si può avvicinare a temi complessi il grande pubblico».

Che cosa può trasmettere ai giovani di Instagram una figura come Giacomo Puccini a cui, da sua concittadina, ha dedicato il primo disco?

«Proprio la modernità, perché fu un compositore dirompente per la velocità della narrazione, più simile al linguaggio cinematografico che a quello dell’operistica precedente. Un linguaggio che racconta l’amore per la donna e la ricerca della donna ideale con la chiave d’accesso giusta anche per un pubblico di neofiti».

Come giudica il correttismo che sta investendo il repertorio operistico?

«Lo trovo sbagliatissimo. La lirica esprime spesso una sensibilità diversa da quella contemporanea, ma nascondere la storia indorando la pillola è molto fuorviante. Cambiare il copione di Carmen per evitare il femminicidio vuol dire sminuirne la grandezza, perché lei sceglie di morire per difendere la propria dignità».

Ci può anticipare qualcosa del prossimo disco?

«L’ho appena registrato per Warner music con la magnifica Orchestra Haydn di Bolzano. Non è un lavoro monografico, ma una sorta di playlist che raccoglie una serie di eroine e antieroine dalle pagine sinfoniche dell’opera, da Giovanna d’Arco a Salomé, da Lady Macbeth a Maria de Bueons Aires».

Guardandosi dall’esterno qual è il primo sentimento che prova?

«Sono molto orgogliosa di quello che sono riuscita a fare pur non venendo da una stirpe di musicisti. Anche se è ancora molto poco rispetto a quello che spero potrò fare e forse farò nel prossimo futuro».

 

La Verità, 10 luglio 2021

«Il processo dei Diavoli della bassa va riaperto»

Un poliglotta che fa l’autore di podcast?

«Ma se tornassi indietro, probabilmente prenderei un’altra strada. Penso di aver sbagliato mestiere».

Quale sarebbe quello giusto?

«L’insegnante o lo studioso di lingue, in qualche università. È questa la mia vera passione. Certo, mi piace il lavoro che faccio. Scrivere podcast mi dà molta soddisfazione. Però…».

Nato a Lipsia 42 anni fa da madre iraniana e padre italiano, Pablo Trincia, giornalista, ex iena, collaboratore di programmi come Servizio pubblico e Chi l’ha visto?, autore di reportage da premio giornalistico, soprattutto autore di Veleno, l’audio inchiesta sui cosiddetti «Diavoli della bassa modenese», parla una dozzina di lingue. Oltre al tedesco, l’inglese, il francese, lo spagnolo e il russo, anche il persiano, lo swahili, l’hindi, il wolof… «Sono un professore di lingue mancato che si è messo a fare l’autore».

In adrenalina ci ha guadagnato.

«L’adrenalina non è tutto. Ha presente Zohan? Il personaggio protagonista del film è una superspia del Mossad che sogna di fare il parrucchiere. Fatte le proporzioni, sono io».

Dov’è nato l’amore per le lingue?

«In casa. Mia madre è un’iraniana cresciuta in Russia, mio padre un italiano vissuto in Germania, dove sono nato. Ho sempre respirato un clima internazionale e poi c’è anche il mio senso per le lingue».

È un poliglotta.

«Un cittadino del mondo. Per me niente è più gratificante che trovarsi in una città dell’Africa o dell’Asia e mettersi a parlare con la gente del posto. Cambiare intonazione e gesticolare come i locali. Questa è la mia identità».

Precisamente?

«Mi sento indoeuropeo. Mezzo indiano e mezzo persiano, come il popolo che 5.000 anni prima di Cristo, partendo dal Mar Caspio è emigrato verso l’Europa e l’Asia».

In attesa che qualcuno le affidi una cattedra, ripartiamo da Veleno, la docuserie di Fremantle che Prime video ha tratto dal suo podcast, che mostra gli interventi della Asl che dal 1997 tolse 16 bambini ai loro genitori. Cos’è accaduto dopo la recente confessione di Davide, il bambino zero del caso ora trentenne, che ha ammesso di essersi inventato abusi pedofili e omicidi su pressione degli psicologi?

«Stanno emergendo altre persone disposte a parlare. Stiamo facendo tutte le verifiche delle loro testimonianze. Per adesso arrivano conferme molto interessanti».

Sono altri ragazzi, allora bambini, che riconsiderano le loro versioni dell’epoca?

«No, sono persone che li conoscono e hanno avuto a che fare molto da vicino con loro».

Nessuno dei ragazzi protagonisti?

«No, sono persone che hanno dato conferme molto importanti e coetanei di quei bambini che sono stati seguiti dai servizi sociali. O che lavoravano con i servizi sociali».

Parliamo di Mirandola e Reggio Emilia.

«Esatto. Sono testimonianze che stiamo verificando in queste ore».

L’iter giudiziario ha registrato novità conseguenti alle rivelazioni di Davide?

«Finora no. È tutto fermo a quando la Corte d’appello di Ancona ha giudicato inammissibile la richiesta di revisione del processo presentata da Federico Scotta. Probabilmente lui farà un nuovo tentativo con la Cassazione».

Il sistema giudiziario si sta dimostrando impermeabile?

«Ottenere revisioni è molto difficile. Quella che a una persona comune sembra un’autostrada nelle aule giudiziarie diventa una gimcana. Ci sono cavilli, vizi di forma, prescrizioni. Dopo due metri sei già morto. La Corte d’appello di Ancona non ha voluto nemmeno considerare le determinazioni della Procura di Mantova che, dovendo seguire l’affido di Davide alla nuova famiglia, ha raccolto i suoi racconti, ravvisando le pressioni della psicologa e della madre adottiva».

Federico Scotta vive sempre in camper?

«Sì, mentre ci si trincera dietro ai cavilli».

E di Lorena Covezzi cosa si sa?

«La sua vicenda è rimasta ferma a quando fu assolta in Cassazione nel dicembre 2014. Le sono stati riconosciuti 25.000 euro di risarcimento per l’eccessiva durata del processo. Ma i quattro figli che le furono tolti non hanno mai più voluto rivederla e incontrarla».

Ora dove vive?

«In Francia, dove ha avuto l’ultimo figlio e si è rifatta una vita».

Per i bambini che sono stati tolti alle famiglie d’origine e che si sono costruiti una nuova identità sulla base di quei racconti quanto è difficile mettere tutto in discussione e ricominciare da capo come ha fatto Davide?

«È molto difficile. In alcuni casi quei racconti sono stratificati nella testa di quei ragazzi. Poi le famiglie affidatarie lavorano contro le famiglie naturali. C’è una forte avversione contro i genitori d’origine».

Gli inquirenti hanno riconsiderato il ruolo del Centro Hansel e Gretel diretto dallo psicoterapeuta Claudio Foti?

«Secondo me no, perché all’epoca non fu presa in esame la loro azione. La Procura di Modena ha riaperto il fascicolo dopo il podcast, ma si è nuovamente fermato tutto per la prescrizione. A livello giudiziario non è mai stato detto nulla su Hansel e Gretel. Riaprire il processo significherebbe mettere in discussione tutto».

Gli elementi ci sarebbero?

«Una persona si è fatta ingiustamente 11 anni di carcere e gli sono stati tolti tre figli. Ora i due bambini dell’epoca, Marta e Davide, lo scagionano. Valeria Donati, la psicologa che conduceva le sedute, anche se ribadisce che non era sola, ammette che potrebbe essersi sbagliata. Ma la procura ha preso per buone le sue testimonianze, senza registrazioni, senza video».

Davide parlava di uccisioni di altri bambini, ma nessun cadavere è stato trovato.

«Eppure hanno accolto quel racconto».

Non è clamoroso che non si riapra il processo?

«Quando l’associazione delle famiglie presentò la richiesta, il procuratore capo di Modena Lucia Musti disse che non è giusto “andare di nuovo a rimestare una situazione che comunque genera dolore in primo luogo per coloro che hanno lavorato a questi gravissimi reati”».

E il dolore generato sui genitori?

«Forse arriverà in secondo o in terzo luogo».

Gli inquirenti che si occupano della vicenda Bibbiano hanno acquisito il materiale della vostra indagine?

«So che lo hanno utilizzato perché contiene approfondimenti sul Centro Hansel e Gretel. Mi hanno fatto sapere che per loro era importante. Non mi sono occupato di Bibbiano, ma Veleno ha avuto il merito di portare l’attenzione su una vicenda poco conosciuta e su un metodo psicoterapeutico ignorato».

Come valuta le resistenze del sistema giudiziario?

«Sono resistenze che accomunano tutti gli ambienti, compreso quello dei media. Non ho mai visto un giornale chiedere scusa dopo aver fatto un errore e rovinato la vita di qualcuno. In pubblico non si ammette mai di essersi sbagliati. In America il New York Times e il Rolling Stone, per citare le prime testate che mi vengono in mente, hanno pubblicato evidenti ammissioni di errori. La psicologa protagonista delle sedute ha continuato a ripetere: non ero sola, c’erano altri professionisti, ho utilizzato le informazioni che mi venivano date».

Come valuta l’operato del Centro Hansel e Gretel che ha un ruolo in altri casi simili, compreso quello dell’asilo di Rignano Flaminio?

«Mi sembra risponda a un metodo e a una mentalità complottista, secondo i quali il mondo è popolato di sette sataniche e di pedofili. Per carità, la pedofilia esiste, eccome. Ma va provata. Se si chiede di verificare le accuse dei bambini, da parte degli operatori di Hansel e Gretel scatta l’accusa, molto offensiva, di negazionismo della pedofilia. Dire che è inopportuno interrogare i bambini in modo insinuante è impossibile».

Secondo lei c’è possibilità che questi operatori rivedano le loro tesi?

«Bisognerebbe chiederlo a loro. Mi sembra che si tratti di tesi molto estreme, calcificate nelle loro teste».

La docuserie ha stupito per la scrupolosità dell’inchiesta, per le attenzioni nel riavvicinare i ragazzi e per lo spazio concesso alla difesa degli operatori sociali.

«Le interviste alla Donati e a qualche altro operatore non le ho fatte io. Personalmente, avrei posto domande più ficcanti per accertare responsabilità più pesanti».

Per esempio?

«Avrei cercato di capire da lei perché la sua onlus privata ha preso 2,2 milioni di euro per fare la terapia a bambini che lavorando nella struttura sanitaria pubblica aveva per prima definito vittime di abuso. Allo stesso modo avrei provato a capire come giustifica il fatto che una bambina dalla quale aveva raccolto i racconti di abusi sia poi divenuta sua figlia adottiva. Mi sembra che il conflitto d’interessi sia palese. Essere equilibrati non significa evitare le domande scomode. Se una versione stride con le mie evidenze continuo a scavare a costo che il mio interlocutore interrompa la conversazione, come mi è successo con due persone».

Secondo lei oggi c’è troppa ideologia attorno ad alcuni casi di cronaca come quelli di Seid Visin e Orlando Merenda che si tentano di strumentalizzare ai fini delle campagne dei diritti?

«Non posso dirlo perché non li ho seguiti da vicino. L’ideologizzazione è un problema vecchio come il mondo. Il caso Bibbiano non interessava a nessuno prima che la politica accendesse i riflettori. Quando Matteo Salvini ha iniziato a parlarne su quel palco è iniziata la gara tra chi avrebbe sparato di più sulla sinistra che, per altro, ha parecchie responsabilità ne merito. Per il resto sono abituato a parlare solo quando so tutto e il contrario di tutto, prima no. L’unica strada sono i documenti e le testimonianze, per provare a essere più scientifico possibile in un mestiere che non è scientifico».

Adesso a che cosa sta lavorando?

«Ho lasciato il mondo della tv. Da novembre sono direttore creativo di Chora media, una società che produce storie in podcast. Veleno ha fatto comprendere il potenziale di questo strumento».

Può anticiparci qualche titolo?

«Ancora no, è tutto sotto embargo. Stiamo lavorando a più storie contemporaneamente».

Tra queste c’è anche Bibbiano?

«No, anche se siamo curiosi di vedere come proseguirà quell’indagine. Quella sui Diavoli della bassa invece è un’inchiesta che non mollerò mai».

La cronaca in podcast è la nuova frontiera del giornalismo doc?

«Negli Usa c’è dagli anni Ottanta. Da noi la cronaca è trattata principalmente in tv, in modo schematico e non in forma seriale. Il podcast è la base di partenza per altri media, introduce la serialità del documentario e permette di ascoltare e divorare le storie. E le grandi piattaforme l’hanno capito».

 

La Verità, 3 luglio 2021

«Il politicamente corretto? Mi faccio una bella risata»

Mercoledì 23 giugno, ore 16,30.

Buonasera, signora Aspesi. Stamattina le ho mandato un messaggio…

«Sì, ha ragione. Ma non capisco perché vogliate intervistare una citrulla ex comunista come me».

Perché abbiamo stima dell’intelligenza e della curiosità.

«O perché volete farmi dire qualcosa contro i vostri avversari?».

Dirà quello che vuole.

«Ma il vostro giornale a dispetto della testata scrive solo bugie».

Tipo?

«Non starò a fare l’elenco. E poi si sa che i giornalisti inventano. Solo noi bacucchi fedeli al giornalismo ci atteniamo ai fatti».

Lei è la Regina madre del giornalismo. Se si fida di un semplice suddito, l’accompagnerò per mano e credo che alla fine si divertirà.

«Non sarà mica una cosa a sfondo erotico».

Si sa dove si comincia non dove si finisce.

«Adesso non posso perché sto scrivendo la rubrica per il Venerdì di Repubblica».

Imprescindibile.

«Mi chiami domani».

Giovedì, 24 giugno, ore 12.

Buongiorno signora, avevamo un appuntamento.

«Ha ragione, ma oggi è il mio compleanno, sono subissata…».

Allora auguri. Come festeggerà?

«In casa di amici. Faremo festa in terrazza, sono piena di fiori, ma non ho più vasi dove metterli».

Quale desiderio esprimerebbe in questo giorno?

«Vorrei andare alla Rinascente a comprarmi delle mutande, molto caste. E cose per la cucina, piatti, posate. La casa mi piace moltissimo».

Aveva detto che ci sarebbe andata finito il lockdown.

«Non ce l’ho ancora fatta perché mi stanca stare in piedi. Però adesso, tra molti regali, ne ho ricevuto uno bellissimo dal mio ex direttore Mario Calabresi. È un oggetto che si usa come un bastone e si tramuta in un seggiolino. Lo usano i giocatori di golf. Fantastico».

Le sono pesate le restrizioni?

«No, esco comunque pochissimo. Ricevo i film sul computer, volendo potrei non uscire mai. Ho sperimentato che stare sola alla mia età è bellissimo. Mi occupo solo di me, se non mi rompono le scatole i giornalisti».

Preferirebbe andare a cena con Mario Draghi, Al Pacino o Papa Francesco?

«Ovviamente con Draghi, un uomo meraviglioso da vedere».

Perché lo apprezza tanto?

«Mi piace che parli il necessario, come la Merkel. E che, sconvolgendo tutti, pur essendo considerato di destra, faccia politiche di sinistra. Se durasse potrebbe essere la salvezza del Paese, lo dico da ex comunista».

Da quando lo è?

«Da quando il comunismo non c’è più. In Cina, a Cuba… E neanche nello Stato di Kerala, in India».

Segno dei tempi?

«Nulla avviene per caso. Forse è il segno che la gente è diventata più egoista. Siamo disposti a fare la qualunque per un nuovo cellulare. Il mondo è peggiorato e quindi non si può più pensare al comunismo».

Che qualche danno l’ha fatto, da parte sua.

«Da noi no. Dobbiamo distinguere tra tirannia e comunismo. In Italia c’è stato un po’ di comunismo negli anni Settanta, che grazie a Dio ci ha portato lo statuto dei lavoratori. Della Russia non m’importa. Quella era una dittatura, tant’è che non c’era libertà di parola. Anche adesso, che non c’è il comunismo ma è al potere un ex dirigente del Kgb, i russi se non sono mafiosi stanno male».

È contenta che possiamo togliere la mascherina?

«Per me cambia poco perché esco raramente, data la decrepitezza. Alla mia età la mascherina dà fastidio.  Si sono sentite previsioni disperate di povertà. Invece, martedì volevo andare al ristorante con degli amici, ma non siamo riusciti a trovare un posto. Spero che i ristoratori paghino le tasse… A questo punto, i suoi lettori saranno disperati».

Sono opinioni sue. Si aspettava di finire nel mirino delle neofemministe?

«Direi di no, visto che sono più femminista di loro».

Che cosa le rimproverano esattamente?

«La mia generazione ha combattuto battaglie autentiche come la patria potestà, il divorzio, l’interruzione della gravidanza. E, con l’aiuto del Parlamento perciò anche degli uomini, le abbiamo vinte. Le femministe di oggi dovrebbero continuare, mentre vedo che si perdono sull’essere fluidi o binari, cose così».

Le rimproverano di aver scritto che è colpa anche dell’intransigenza islamica se Saman è finita male?

«La parola corretta non è colpa, ma responsabilità. Conosco l’islam solo in generale. So che in Pakistan il matrimonio forzato è reato. Perciò penso che questo delitto non sia dettato dalla religione ma da un clan. In Italia ci sono 150.000 pakistani e questa è la prima volta che accade. Mentre nelle famiglie italiane ammazzare le donne è normale».

Tra i pakistani non mi risulta sia la prima volta, quanto all’Italia è un crimine.

«Il delitto d’onore che consentiva ai mariti di ammazzare le mogli se traditi è stato cancellato solo nel 1981. In ogni Paese meraviglioso, compreso il nostro, resistono comportamenti orribili. Siamo troppo ignoranti per parlare di cattolicesimo e islamismo».

Le femministe le rimproverano di aver scritto che anche le mamme a volte uccidono?

«Ci sono processi e condanne. La madre di Cogne, la madre di Loris, in provincia di Ragusa, quella di Cosenza… L’infanticidio c’è sempre stato e c’era ancora di più finché non è arrivato l’aborto».

Resta da vedere se sia anch’esso soppressione di una vita umana.

«L’aborto è legge dello Stato, non riapriamo questa discussione».

Il femminismo storico mirava all’emancipazione della donna mentre quello di oggi si occupa soprattutto di questioni linguistiche?

«Penso che le donne abbiano ancora battaglie importanti da fare. È sbagliato limitarsi a protestare perché un uomo ci ha detto: “Stai zitta”. Basta replicare: “Stai zitto tu”. Non c’è più questa disparità. Quando avevo vent’anni e qualche maschione m’importunava per strada, mi arrestavo: “Lei ce l’ha troppo piccolo per infastidirmi”. Restavano terrorizzati e non mi seccavano più».

Ci si occupa di desinenze e di linguaggio schwa.

«Sono amenità. Amo l’italiano, che è una lingua meravigliosa da scrivere e da leggere. Dante non si occupava di queste cose. E anche oggi non lo fa nessuno, tranne due o tre invasati».

Però nei documenti pubblici si scrive genitore 1 e genitore 2.

«Abbiamo appena finito di dire che madri e padri uccidono i loro figli. Guardi anche quel bambino ritrovato in una scarpata del Mugello: voglio proprio vedere cosa viene fuori… Magari se aveva due papà o due mamme non capitava. Io sono cresciuta senza padre, tirata su da una madre e una zia, e sono cresciuta credo normale, per lo meno non infelice».

Perché scrivere padre e madre è discriminatorio?

«Sono sottigliezze inutili. Conta che ci siano buoni genitori. Se uno adotta un bambino è genitore di uno che non ha fatto lui. Se conta l’amore un bambino può essere cresciuto da tre zie o quattro fratelli».

Meglio da un padre e una madre. Secondo lei c’è troppo antagonismo tra i sessi?

«A volte manca la capacità di condividere le ragioni per essere una famiglia. Dopo un po’ la passione può diminuire, ma si continua ad amare quella persona perché è il padre dei tuoi figli, perché insieme si è costruito qualcosa di grande. Nel tempo, queste motivazioni contano più dell’essere innamorati. A volte mi sembra che questa responsabilità difetti e gli uomini vadano avanti per la loro strada».

Parlando del suo ruolo nel prossimo 007, l’attrice inglese Lashana Lynch ha detto che stiamo superando la mascolinità tossica.

«Cosa ce ne frega di un’attrice inglese, non stiamo mica parlando di Freud».

Anche Michela Murgia la usa spesso.

«Che brutte cose legge. I mariti che ammazzano figli e mogli non esprimono una mascolinità tossica?».

Cosa c’entra? Quelli sono squilibrati arrestati e condannati. Mascolinità tossica riguarda l’intero sesso maschile.

«È un discorso che non m’interessa, voglio parlare di argomenti importanti non di queste cagate».

Ha ripreso ad andare al cinema?

«Non me la sento ancora. Sono stata in Salento a riposare. Non so se ci andrò più, preferisco leggere i classici».

Gabriele Salvatores dice che il politicamente corretto ingabbia la libertà d’espressione.

«Non ci vuole Salvatores per dirlo. Il politicamente corretto mi fa ridere, io sono scorrettissima. In America c’è il puritanesimo, mentre in Italia per fortuna siamo cattolici e i peccati ci vengono perdonati».

Le tante minoranze stanno diventando troppo intransigenti?

«Basta non ascoltarle. Io sono molto insultata nei social, ma me ne frego e continuo a scrivere quello che voglio, nei limiti della legge».

Cosa pensa del fatto che Franco Nero ha chiamato Kevin Spacey nel film che sta girando a Torino?

«Penso che Spacey sia un bravissimo attore».

Discriminato dal #metoo?

«Non m’interessa. Rivederlo in un film, sia pure di Franco Nero, mi farà piacere».

Cosa l’aiuta a mantenere questa vivacità intellettuale?

«La curiosità mi ha consentito di lavorare pur non avendo studiato. Anche da bambina acquistavo le riviste femminili e collezionavo le foto delle attrici. La mamma mi accompagnava al cinema. Ho sempre desiderato uscire dalla mia vita e occuparmi della realtà. Leggo ancora quotidiani e settimanali stranieri, libri americani e inglesi. Da ragazza, facendo la cameriera a Losanna e a Londra ho imparato il francese e l’inglese, e la sera andavo a scuola. È stato un periodo divertente, con molti fidanzati».

Quando è scoccata la scintilla del giornalismo?

«Tornata a Milano, un ex fidanzato che lavorava alla Notte, ricordando le mie lettere, mi suggerì di provare a scrivere e mi mandò a una mostra di cani a Bellagio: “Tanto alla Notte pubblicano tutto”».

E da lì…

«Ho capito che scrivere mi piaceva. Provenendo da una famiglia miserevole il massimo dei miei sogni era lo stipendio per potermi comprare le calze anziché usare quelle smesse da mia sorella. Ho iniziato a scrivere per scherzo».

E ha proseguito sul serio. Le dispiace non aver avuto figli?

«Tutt’altro. Non li ho voluti. Intanto, non mi piacciono i bambini. Poi non so se sarei stata una buona madre e se avrei amato talmente i figli da non lavorare più. Ma lei deve riempire tutto il giornale?».

Siamo alla fine, le piace Enrico Letta?

«Mmmh, non posso dire che lo adoro. È una brava persona, ma sono stanca delle brave persone. Preferisco persone che incidano, anche se oggi la politica non conta nulla. Contano solo Amazon e queste cose qui. La grandiosità dei consumi decide tutto. È anche inutile dirsi di destra o di sinistra».

Cosa vuol dire oggi essere di sinistra?

«Purtroppo nulla perché la sinistra non c’è più. È stato un bel sogno, il sogno di aiutare la gente, di essere insieme, un po’ come il cristianesimo. Era una forma laica di religione. Oggi siamo sotterrati dalla finanza e dal consumismo. E ci dobbiamo barcamenare tra centro, centrodestra e destra estrema… Basta, sono stanca».

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La Verità, 26 giugno 2021

«Via i procuratori, non servono al calcio»

Lo dichiaro subito a beneficio dei lettori: sono al telefono con il mio idolo d’infanzia, Gianni Rivera. Perciò, mi concederete un breve ricordo personale. Forse per alleviare il trauma dell’iscrizione alla prima elementare, mio padre, che era maestro, mi consentì d’iniziare a raccogliere le figurine Panini. E lì c’era lui, con i capelli a spazzola. Diventai allora tifoso del Milan, fresco vincitore della Coppa dei campioni, la prima di una squadra italiana. Su Rivera, che nel 1969 sarà il nostro primo Pallone d’oro, non serve aggiungere altro. Se non la sorpresa causata dalle notizie recenti che lo riguardano.

Gianni Rivera no vax non ce l’aspettavamo.

«Ho sentito molti virologi, di quelli mai invitati in tv, dirsi contrari a questi vaccini perché non sufficientemente testati. I virologi ufficiali dicono che vanno bene, ma a me risulta che non siano stati adeguatamente verificati prima di essere diffusi».

Non ha paura?

«Non particolarmente. Conduco una vita tranquilla sia in casa che fuori, come fossi agli arresti domiciliari».

Come si definirebbe: coraggioso, temerario o critico verso l’informazione omologata?

«Sono una persona normale che si è fatta le proprie idee. Dopo le mie dichiarazioni a Porta a porta ho ricevuto molti messaggi di persone che la pensano come me. Tra queste ci sono anche esperti che hanno posizioni diverse rispetto all’ufficialità. Il fatto che non siano state fatte verifiche sufficienti su queste sostanze è risaputo. Non si può dire, ma questo è un altro discorso».

Non teme di essere imprudente?

«No. Se mi dicono che questi sieri non sono sperimentati preferisco aspettare che lo siano. Anche Mario Draghi il 28 maggio ha detto che le varianti possono rendere inutili gli effetti dei vaccini. Poi forse si è pentito e non l’ha più ripetuto. Qualcuno gli avrà consigliato di non farlo perché potrebbe saltare per aria tutto. Ma se saltano le cose sbagliate, meglio».

Non è imprudente non vaccinarsi considerando che la mortalità è più elevata tra le persone anziane?

«Cosa c’entra? Molti morti stavano già male prima e sono deceduti per altre patologie. L’anno prima del Covid ci sono stati più morti a causa dell’influenza… E poi esistono cure domiciliari che funzionano. Perché non farle e riempire gli ospedali?».

Le notizie di questi giorni dicono che gli ultimi ricoverati in terapia intensiva sono persone non vaccinate.

«Noi conosciamo persone intubate a Milano dopo la seconda iniezione. Lo sappiamo per voce diretta, ma di questi casi nessuno parla o scrive».

Chi sono i virologi che vorrebbe vedere in televisione?

«Luc Montagnier che ha preso un Nobel per la medicina, magari gliel’hanno dato per sbaglio. O Stefano Montanari. Ma non li invitano, forse perché dissentono dalla versione ufficiale».

Non crede che le vaccinazioni massicce ci stiano facendo uscire dall’emergenza?

«Lo spero. Io preferisco non correre il rischio finché non c’è una sperimentazione più ampia. Se poi funzionano, meglio».

Per lei chi si vaccina è una cavia?

«Questo è il sospetto».

Da cittadino e potenziale paziente ha la stessa allergia nei confronti dei virologi che aveva da calciatore verso gli arbitri?

«Mai avuto allergie nei confronti di nessuno. Mi infastidivo quando vedevo che gli arbitri avevano un comportamento non indipendente. Come capitano del Milan difendevo i miei compagni e la mia società quando mi accorgevo che inclinavano dall’altra parte».

Quale altra parte?

«Quella dell’avversario. Allora mi esponevo, se no che capitano sarei stato. Funziona così anche con il vaccino: dico la mia se qualcosa non mi convince».

Anche allora antisistema?

«No, il sistema funzionava. Erano gli antisistema che agivano nel sistema a inquinarlo. L’antisistema nel calcio dà fastidio e si spera che qualcuno intervenga».

Nella magistratura «il sistema» è un meccanismo perverso.

«Si sperava che non ci fossero disonesti tra chi deve giudicare gli altri, invece abbiamo capito che ci sono magistrati che dicono di fare un mestiere e ne fanno un altro».

Sta seguendo gli Europei di calcio?

«Certo. L’Italia sta andando molto bene, come avveniva anche prima degli Europei. Roberto Mancini ha molti meriti. Penso che potremo cavarcela bene anche contro squadre più forti di quelle che abbiamo incontrato finora».

Quante chance dà all’Italia per la vittoria finale?

«Non ho mai fatto pronostici prima delle partite. Andavo in campo per vincere, ma sapendo che avrei potuto perdere. Mi è capitato di perdere con squadre molto più deboli. La schedina l’ho giocata solo qualche volta con degli amici, ma poi ho smesso perché mi accorgevo che buttavo via i soldi».

C’è troppa euforia attorno alla Nazionale?

«Quando si vince i tifosi fanno festa perché il calcio trasmette entusiasmo. Il tifo è una malattia che ci si porta dietro. È giusto che i tifosi si sfoghino nella gioia, speriamo che la gioia prevalga sempre».

Parlando di tifo, cosa pensa delle critiche al fatto che lo stadio di Budapest per Ungheria-Portogallo fosse gremito di pubblico?

«Non le ho molto capite. Come entrano 20.000 persone controllate ne possono entrare anche 80.000, sempre controllate. Se si riesce a fare il tampone a tutti perché non farli entrare? Non credo che dobbiamo stare distanziati se non abbiamo niente. In casa, con mia moglie e i miei figli mica viviamo con la mascherina. Anche con gli amici: se uno sta male va dal medico, ma se sta bene può venire a cena da noi».

Certe precauzioni sono esagerate?

«A volte ho questa impressione. Io sono un semplice cittadino e capisco che chi ha responsabilità si preoccupi di più. Però leggo che tra poco non ci sarà più l’obbligo della mascherina all’aperto».

Che cosa l’ha colpita di più del caso Eriksen?

«Bisogna indagare su perché gli è successo. Qualcuno ha detto che potrebbe essere stato a causa del vaccino».

L’amministratore delegato dell’Inter Beppe Marotta ha smentito, la motivazione sembra di natura cardiaca.

«Indaghino e dicano qual è stata. Bisogna anche chiedere ai medici che gli hanno concesso di giocare finora quali erano le loro conoscenze».

Se dovesse fare una modifica per migliorare il mondo del calcio da cosa comincerebbe?

«Regolamenterei il ruolo dei procuratori. Fino a qualche tempo fa chiunque poteva inventarsi procuratore di giocatori e allenatori. Adesso sostengono un esame ridicolo per iscriversi a un albo. Mi meraviglio che Uefa e Fifa non intervengano su questa situazione».

Due anni fa ha frequentato il corso allenatori a Coverciano, qualche società l’ha contattata?

«Nessuna perché non ho procuratori. Credo di poter aiutare una squadra di calcio sebbene se non sia più giovane. Anche Dino Zoff ha pagato questa situazione. È stato presidente della Lazio, poi allenatore. Ma quando si è interrotto il rapporto non ha più trovato spazio perché si è rifiutato di farsi gestire da un procuratore».

Quand’era calciatore ce l’aveva?

«No. Avevo rapporti diretti con il presidente della società per la quale giocavo e rinnovavo il contratto discutendolo direttamente con lui. Oggi i procuratori cominciano a gestire i bambini da quando hanno 5 o 6 anni. So di genitori nauseati perché vanno avanti i bambini gestiti dal procuratore e non i migliori. Ho suggerito di denunciare questa situazione, ma mi rispondono che i loro figli ne avrebbero più danni che vantaggi. Così tutto rimane com’è. Anche le società non si ribellano».

Il caso di Gianluigi Donnarumma ha mostrato che certi calciatori sono più dei procuratori che delle società?

«Evidentemente Donnarumma si trova bene così e avendo un contratto con Raiola è costretto ad ascoltarlo. Ai miei tempi c’era l’Aic, l’associazione calciatori, che si occupava di aiutarli. Adesso mi chiedo a cosa serva. Abbiamo fatto tante battaglie per liberare i calciatori dalla schiavitù delle società e ora sono ostaggi dei procuratori. Il caso di Donnarumma mi ha molto meravigliato».

Ha visto che Franck De Bruyne, il capitano belga del Manchester City, ha rinnovato il contratto senza ricorrere a procuratori ma basandosi solo sull’analisi dei dati del suo gioco?

«È la conferma che i procuratori non sono indispensabili. Ai miei tempi facevamo già senza di loro. Non capisco perché ci debba essere un terzo incomodo che è, per altro, una spesa inutile per le società».

Tra le cose da cambiare ci sono anche gli stipendi dei calciatori?

«In questo particolare momento è una situazione molto pesante per le società. Mi meraviglio che accettino le condizioni imposte dai procuratori».

Calciatori troppo pagati?

«Non lo so. Se uno chiede 10 e glieli danno, li prende».

Cosa pensa del Var?

«Mi sembra un’ottima innovazione. Se uno strumento tecnico aiuta l’arbitro a eliminare gli errori, tutti ne traggono vantaggio. Chissà se fosse stato attivo ai miei tempi quante volte mi avrebbe dato ragione».

Che idea si è fatto della Superlega?

«Mi sono meravigliato che società così importanti si siano imbarcate in quella iniziativa senza preoccuparsi delle conseguenze che avrebbe avuto su tutto il sistema. Credo che i numeri uno debbano sempre misurarsi con i numeri cinque sei o sette. Tutti devono avere l’opportunità di migliorarsi. Magari succede che poi vince la squadra sfavorita. A me è capitato di perdere uno scudetto all’ultima giornata, sconfitto in casa dal Bari che si era appena salvato».

In Nazionale fanno faville Berardi e Locatelli del Sassuolo che la Superlega non la giocherebbero.

«Le loro prestazioni sono frutto di un percorso lungimirante. Com’è stato quello dell’Atalanta, altra squadra che non sarebbe iscritta alla Superlega. Un’idea che per fortuna è morta prima di nascere».

È vero che da bambino era juventino?

«Ad Alessandria arrivavano le notizie da Torino perciò simpatizzavo per la Juventus che vinceva. Poi ho iniziato a giocarle contro con l’Alessandria e il Milan e tutto è cambiato».

Un ricordo di Giampiero Boniperti?

«È stato un ottimo giocatore e un altrettanto ottimo presidente. Una persona seria che ha lasciato un ottimo ricordo di sé a tutti».

Tolto Gianni Rivera, chi è il più grande giocatore italiano di sempre?

«No, guardi, è difficile fare queste classifiche. Non c’è nessuno, neanche Rivera. Gli unici grandi, superiori a tutti sono Pelè per una ragione e Maradona per un’altra. Se il calcio non fosse esistito, Pelè l’avrebbe insegnato lui a tutti, destro, sinistro, colpo di testa, tutto. Dopo di lui tutti gli altri sono secondi, terzi e quarti».

 

La Verità, 19 giugno 2021

«Così risveglio Napoli, bella addormentata»

Alla fine della chiacchierata vien da chiedergli quale sia il segreto di tanta energia a un’età che, per altro, nemmeno dimostra. «Intanto ho Gaia, una figlia quindicenne che mi aiuta a proiettarmi nel futuro. E poi…».  Cantautore e bluesman, Edoardo Bennato è una fucina di idee. L’ultima è La bella addormentata, una ballata di cui ha appena pubblicato il video, che incastona sulla favola disneyana la visione della sua Bagnoli: «Incatenata/ A una catena/ Per l’incantesimo/ Di una strega/ E anche se la strega/ È organizzata/ E anche se l’impresa/ È disperata/ Sarà una lotta/ Senza quartieri/ Ma vale la pena/ Di tentare/ Solo un bacio la può svegliare».

Ancora una canzone ispirata a una favola?

Già ai tempi di Fedro e di Esopo le favole erano più comprensibili della filosofia di Aristotele e Platone. Sono il meccanismo ideale per coinvolgere sia i bambini che i professori universitari. E mi liberano dell’accademia e del moralismo.

Un meccanismo che ha adottato in tante canzoni.

Con Il rock di capitan Uncino criticavo il teorico della lotta armata che predicava violenza contro Peter Pan qualunquista, esibizionista, «il primo della lista». Con Il gatto e la volpe scoprivo le intenzioni degli imbonitori del mondo dello spettacolo che fanno leva sulle aspirazioni dei giovani per trarne profitto.

Perché ora questa Bella addormentata?

A Bagnoli vedo il mare di Nisida e l’area dell’ex Italsider abbandonata da 30 anni. Mi auguro che, come per miracolo, arrivi un principe a risvegliarla con un bacio.

Anche se di questi tempi i principi azzurri passano per molestatori?

È la nuova caccia alle streghe. C’è il rischio che i tempi siano cambiati in peggio. Quando da ragazzo frequentavo la Ricordi, Mogol e Battisti scrissero Il tempo di morire: «Motocicletta/ 10 HP/ Tutta cromata/ È tua se dici sì». Pensi cosa accadrebbe adesso… Io voglio percorrere una strada propositiva per andare oltre le due fazioni che si scontrano a tutto campo nel Paese E la musica può essere d’aiuto.

Sono solo canzonette, ma possono smuovere le montagne?

In teoria sì. Però ho imparato presto che in questo mestiere non è bello ciò che è bello… Dopo l’uscita del primo album nel 1973, Non farti cadere le braccia, fui licenziato dal direttore della Ricordi perché avevo una voce che non piaceva alle radio. Così me ne andai a suonare per le strade di Londra con un tamburello a pedale. Lì mi notarono dei giornalisti e quando tornai in Italia mi invitarono a un festival. La mia carriera ripartì e il direttore della Ricordi mi richiamò, stupito che fossi riuscito a sfondare nonostante l’ostruzionismo delle radio.

In Italia serve la patente culturale giusta per fare strada?

È così. Ora, nel giugno 2021, mi chiedo se le radio trasmetteranno questa canzone. Oppure se si comporteranno come nel 1973. Siccome non sventolo nessuna bandiera politica tutto diventa più complicato. Spero che questa canzone riesca a trasmettere emozioni positive a chi la ascoltasse distrattamente mentre va in macchina.

A proposito di Napoli si parla sempre di Scampia o della Terra dei fuochi con i toni della denuncia: che cosa la fa essere propositivo?

Nel cortile di Bagnoli dove abitavano le famiglie dei dipendenti Italsider provenienti da tutte le regioni italiane ho imparato a superare i pregiudizi che dividono nord e sud. Noi siamo formiche voi cicale, non lavoriamo voi no. Anche le classifiche sulla qualità della vita premiano sempre le città del nord e bocciano quelle del mezzogiorno. Ma siccome io sono, tra virgolette, un intellettuale del sud, mi ribello al pensiero che da Roma in su siano tutti intelligenti e da Roma in giù tutti stupidi.

Qual è la sua analisi?

Siamo napoletani, italiani, europei e cittadini del mondo. Una volta il nostro pianeta era come un sommergibile, diviso in compartimenti stagni per evitare che un’infiltrazione lo affondasse. Oggi il mondo è come una nave: una falla in qualsiasi punto ci manda a picco tutti. Perciò, pur vivendo a Napoli, devo interessarmi anche di ciò che avviene nelle megalopoli mondiali.

Anche se poi l’azione parte dal posto in cui viviamo?

In Corea del sud valgono le stesse leggi di scienza delle costruzioni adottate in Corea del nord. Voglio dire che per ripensare il futuro preferisco ascoltare architetti, urbanisti, elettricisti e falegnami piuttosto che infilarmi in estenuanti dissertazioni ideologiche, etiche o religiose.

Chi e che cosa dovrebbe risvegliare il sud?

Propongo una chiave di lettura geopolitica. Le città più progredite del pianeta – Vancouver, Oslo, Copenaghen, Stoccolma –  stanno tutte al nord. Sono città dove lo sbalzo climatico stagionale è elevato. Il parametro latitudinale è rilevante. E lo è il fatto che in quelle città vige un sistema di verifica delle comunità sull’azione dei governanti. I quali, non dimentichiamo, sono persone delegate.

I governanti nazionali e locali sono distanti dai bisogni di Napoli e del mezzogiorno?

Non voglio entrare nell’antagonismo tra le fazioni. Non dirò se a Napoli va bene un politico o un altro. Accusare il cattivo di turno è comodo e deresponsabilizzante. Il mio compito, anche attraverso una canzonetta favolistica, è sensibilizzare la gente comune.

Mai pensato di entrare in politica?

Mai. Nel 2016 ricevetti una telefonata da Salvatore Nastasi, allora vicino a Matteo Renzi, che mi propose d’incontrarci per parlare di Bagnoli. Ci vedemmo in una pizzeria, ma qualcuno scattò delle foto. Qualche mese dopo, a un dibattito su Cuba e il Sudamerica con alcuni rappresentanti del mondo antagonista, uno di loro sentenziò che non avevo diritto di parola perché avevo osato incontrarmi con Nastasi. Affido i miei pensieri alle canzoni e alle radio che vogliono trasmetterle.

Le potenzialità di Bagnoli e dei Campi Flegrei sono visibili a tutti: nessuno pensa di riconvertire quest’area per fatalismo, per pigrizia o per paura della camorra?

Quando avevo 15 anni nel famoso cortile delle case Italsider tutti parcheggiavano a caso. Così, niente giochi dei ragazzini né circolazione ordinata. Si creavano ingorghi apocalittici. Un pomeriggio io e mio fratello prendemmo la vernice bianca e tracciammo le strisce per delimitare i parcheggi sul perimetro e a spina di pesce. C’era posto per tutti. Voglio provare a superare il fatalismo, il vittimismo e la passività più o meno giustificata dalla presenza della criminalità.

È sicuro che la vocazione di quest’area sia il turismo?

Il turismo è spesso considerato eticamente meno pregiato dell’industria. Invece porta lavoro e ricchezza. Tra la collina di Posillipo e il mare, ci sono le terme di Agnano e di Castellammare implacabilmente chiuse. C’è l’anfiteatro Flavio di Pozzuoli, ci sono i siti archeologici… Ho fatto anche un video con Nino Frassica per mostrarne le bellezze. In tutte le coste italiane non c’è un’area ricca di potenzialità come questa.

Il 21 giugno sarà il testimonial della Festa della musica al Castello Sforzesco a Milano. Qual è lo stato della musica italiana oggi?

Non m’interessa molto. Da cinquant’anni viviamo ai margini dell’impero anglo-americano di cui rischiamo di essere dei replicanti. Perciò amo evidenziare gli episodi rossiniani del mio repertorio. Come farò a Firenze il 19 luglio in una grande serata con l’orchestra sinfonica.

Le piacciono i Maneskin vincitori dell’Eurofestival?

Sono bravi. Li seguo già da qualche anno.

È diventato propositivo perché ha trovato l’Isola che non c’è?

Non ho trovato niente, la ricerca continua. Chi soddisfa le proprie domande una volta per tutte finisce per chiudersi nel suo limbo. L’Isola che non c’è rappresenta la ricerca e il confronto con gli altri.

Che cosa le dà tanta energia?

Se verrà il 21 giugno al Castello Sforzesco lo vedrà di persona. La musica è energia. E poi ho quella che mi dà mia figlia di 15 anni, con la quale parliamo di tutto. Quando vado a prenderla a scuola devo essere competitivo con gli altri papà. Infine, sono stato fortunato.

Quando?

Quando facevo sport e non fumavo e non bevevo. Da ragazzo, quando mi offrirono la prima sigaretta dissi: «Che schifo!». «Sì, però poi ti abitui», mi risposero. Invece, non mi sono mai abituato, né allineato alle mode.

Anche se ha vissuto in Giamaica come si vede nel video di Nisida?

Anche lì mai fumato. Per scelta personale, senza moralismi.

 

Panorama, 16 giugno 2021

«Senza conformismo non risulterei provocatorio»

Buonasera. Scusate la voce. È la mia». Esordisce così Saverio Raimondo nello show Il satiro parlante, visibile su Netflix. «Del resto», prosegue, «ho preso la voce da mio padre che è un delfino mentre mia madre è un gabbiano. Voi direte: con quella voce non dovresti parlare in pubblico. Vero. Ma con il fisico che mi ritrovo potevo fare o il comico o il nano nei film porno. Ho sempre sbagliato tutto nella vita. Ed eccoci qui. Sono il secondo di tre figli, mia madre voleva una femmina e mio padre un aborto. Si misero d’accordo per abortire una femmina e io li ho delusi». Saverio Raimondo è il più caustico e sulfureo dei comici in circolazione e Il satiro parlante è un gioiello di anticonformismo. A cominciare da quando suggerisce agli spettatori di ridere e applaudire fragorosamente, indipendentemente dall’efficacia delle sue gag, per non «fare la figura del pubblico di merda». In fondo, dice Raimondo, «vi chiedo solo un’ora d’ipocrisia in più rispetto alle altre 23 della vostra giornata». Dal 18 giugno su Disney+ sarà disponibile in streaming Luca, il nuovo cartoon della Pixar ambientato nelle Cinque terre, scritto e diretto da Enrico Casarosa. Mentre il 19 e il 20 ripartirà in tour da Senigallia e Carpi.

Con questa voce non può che doppiare i cattivi?

«Fin da bambino ho sempre preferito i cattivi, per me hanno sempre avuto più fascino. Oggi i buoni sono antieroici e quindi contendono un po’ di carisma ai cattivi. Già a nove anni ho interpretato Scar del Re Leone in una recita scolastica, una cosa miserabile…».

Cattivo fin da piccolo?

«Umanamente sono un buono. Ma la mia satira si distingue per una nota cinica, perfida e anche feroce, se possibile».

Dura andare contro tutto questo buonismo?

«Mai stato facile essere scorretti. Chi si lamenta del politicamente corretto montante o si è svegliato tardi o ha poca memoria. Per chi fa il mio lavoro misurarsi con il conformismo è stimolante. La comicità è una corsa a ostacoli. Senza, non riuscirei a essere provocatorio».

Il politicamente corretto facilita i comici e affligge le persone comuni? Non si può più dire niente…

«Dipende dal contesto. A volte un’espressione che supera la censura della tv viene contestata sui social. Così la libertà di parola si abbina alla libertà di movimento. Chi può esprimere la propria opinione nel più ampio spettro dei media gode della massima libertà. Tant’è vero che si può dire che non si può più dire niente. Una volta i censori erano figure grigie, adesso chiunque assurge a censore e anche questo, paradossalmente, è sintomo di grande libertà».

Nel cartoon Luca presta la sua voce insolente a Ercole Visconti, un bullo che se la prende con i due ragazzini protagonisti della storia.

«La mia voce è insolente per natura e anch’io sono stato discriminato a causa sua. Sono contento che un’eccellenza come la Pixar ne abbia colto il lato positivo. Perché se è vero che Nemo è profeta in patria, è anche vero che ci vuole orecchio per cogliere le voci fuori dal coro».

Sta per caso parlando di Mario Giordano?

«Potremmo incidere insieme una hit estiva, creando un duo di voci bianche».

Anche l’umorismo nero è nella sua natura: quando se n’è accorto la prima volta?

«L’umorismo nero lo scopri quando ti accorgi che la morte, la malattia e la disgrazia appartengono al nostro sistema immunitario. È un anticorpo che serve ad affrontare le curve della vita. A me non piace come esercizio umoristico, ma quando coinvolge il comico che lo usa».

Perché la sua satira non è livida e livorosa?

«Perché non nasce dalla rabbia. Se nella vita subisco un torto non provo rabbia, ma mi dispiaccio. Credo che la satira sia frutto di un lavoro, mentre la rabbia è un sentimento non elaborato».

Il suo bersaglio principale è l’ipocrisia?

«Sì, ma in senso paradossale. Ciò che non digerisco è l’ipocrisia sull’ipocrisia, cioè la condanna ipocrita all’ipocrisia».

Esempio?

«Considero l’ipocrisia una conquista sociale. Sono regole più o meno implicite per vivere in una società nella maniera meno violenta possibile. Condannare l’ipocrisia come uno dei grandi mali sociali è ipocrita perché, in realtà, tutto sommato ci fa bene. La buona educazione è ipocrita: molti di noi sono educati anche quando non verrebbe spontaneo».

Parlando del linguaggio corrente lei dice diversamente abili al posto di handicappati?

«Bisogna cogliere le sfumature. Dire handicappato nel mio caso non è ironizzare su di lui, ma su chi si esprime con quel termine».

Gabriele Salvatores e Carlo Verdone si ribellano al politicamente corretto perché rende più difficile far ridere.

«Chi l’ha detto che il comico sia un lavoro semplice? Personalmente trovo stimolante quando il gioco si fa duro. Il moralismo d’accatto e accattone che ci circonda m’ispira perché sono un saltatore d’ostacoli. Ok, ci sono persone che si offendono per una battuta. E poi? O si sono violate davvero delle leggi e si va sul penale, oppure parte l’onda di proteste su Twitter. In fondo, non è così grave: sopravvivono sia l’offeso sia l’offensore. La missione del comico è la provocazione, trovo ridicolo che si stupisca che la sua provocazione provochi».

Fra qualche anno il cattivo del cartoon Luca verrà cancellato dai censori di turno?

«Forse già fra qualche mese».

Come il principe azzurro di Biancaneve che ora passa per molestatore.

«Però è sempre lì, scopa lo stesso e se ne frega».

È ipocrisia quella di alcuni suoi colleghi satirici che in spogliatoio anziché contare i centimetri del pisello contano le censure subite?

«Certo. Le denunce per mancanza di libertà d’espressione sono un’espressione della libertà d’espressione».

Come nel caso di Fedez che si è detto censurato dalla Rai nei programmi Rai?

«Esatto. Quella volta hanno fatto tutti una figura buffa, e noi abbiamo visto che la libertà di parola è confrontarsi, non aprire bocca senza criterio. Anzi, lì forse abbiamo visto all’opera troppe libertà. Compresa quella di registrare una telefonata in incognita».

Per trafiggere un politico bastano poche parole anche senza imitazioni e travestimenti?

«Sì, ma trovo che stiamo sopravvalutando le parole. È vero che hanno un peso, ma non credo che siano così taglienti come le riteniamo».

Anche perché ora i politici fanno i simpatici.

«Rendendosi tremendamente antipatici. Non c’è niente di più antipatico della simpatia, come i comici ben sanno. L’esempio di Paolo Villaggio grande antipatico spiega tutto».

Letta vuole il Pd empatico.

«Operazione disperata».

È difficile far ridere sulla pandemia?

«Per me è un soggetto di grande ispirazione. All’inizio, c’era molto moralismo, ma adesso che la retorica è caduta c’è voglia di ridere in faccia al virus. Che, fortunatamente, per la maggioranza è stato un disagio più che una tragedia».

Che cosa l’ha divertita di più?

«Da cittadino ho trovato divertente il modo paternalistico e propagandistico in cui è stata gestita dal precedente governo. Nei tg si vedevano i camion di fiale dei vaccini che attraversavano il Brennero, sembravano notizie del traffico… Come essere umano mi ha divertito la nostra goffaggine alle prese con distanziamenti, mascherine, gel igienizzanti…».

L’unico rimedio trovato dal progresso scientifico è stato chiuderci in casa?

«È piuttosto triste. All’inizio la quarantena era necessaria. Ma averla adottata con disinvoltura a distanza di mesi ha tolto autorevolezza della comunità scientifica. Il fatto più ridicolo però è il tentativo della politica di gestire il virus con la burocrazia».

Tipo?

«Le autocertificazioni. E il coprifuoco alle 18 che è lì in tutta la sua ridicolaggine».

L’unica cosa da chiudere di sicuro erano le bocche dei virologi che si contraddicevano?

«Ho spesso pensato che molti virologi nella loro esposizione mediatica abbiano fatto più male alla scienza dei no vax».

Anche perché i no vax non hanno la patente della scienza infusa.

«E vanno meno in televisione, fortunatamente».

Chi è il virologo che ha trovato più comico?

«Massimo Galli: borbottava sempre e andava in tv a dire che non voleva andare in tv».

Risorgerà il mondo di prima, cinema discoteche e stadi, o è un mondo vintage?

«Penso che ritornerà. Mi colpisce il fatto che non siamo stati in grado d’inventarci un nuovo mondo, ma stiamo lavorando per far tornare quello di prima. Forse non era così male, è il massimo che riusciamo a fare noi umani. Un mondo con dei limiti e dei lati oscuri che vanno accettati. Credo ci voglia un po’ di sana rassegnazione».

Qual è il segreto del Pd che perde le elezioni ma governa sempre?

«Mi verrebbe da dire: fortunatamente. Credo nei pesi e contrappesi delle istituzioni. E quindi anche che il potere degli elettori vada limitato».

Niente voto ai sedicenni come propone Letta?

«Sono per limitare il voto più che per estenderlo perché credo che si eserciti in modo emotivo e scriteriato».

Cosa pensa dell’Erasmus obbligatorio?

«Che nessuna bella esperienza, com’è l’Erasmus, possa restare bella se resa obbligatoria».

Dopo la Lega europeista vedremo Salvini vegano?

«I selfie con il seitan non li ho ancora visti. Salvini cambia opinione velocemente, potrebbe tornare antieuropeista in pochi secondi».

Federazione del centrodestra: 2 più 2 fa 4 o 0 come dice Bossi?

«Ho fatto lo scientifico e quindi dovrei sapere la risposta. In realtà, la politica non risponde alle regole della matematica».

Del caos nel M5s tra Grillo, Casaleggio, Conte, Di Maio e Jean Jacques Rousseau cos’ha capito?

«Non mi ha appassionato, ma mi sono fatto qualche risata amara. Sospetto che il M5s non sia in difficoltà come si racconta. Un po’ come il Pd che si dice in crisi da 50 anni e c’è sempre. Magari la crisi è la nuova forza e loro sanno qualcosa che noi non sappiamo».

Nel suo spettacolo dice che le battute contro i 5 stelle sono vietate come quelle sugli handicappati, stavolta parola sua.

«Vero. Anche le notizie recenti non mi smentiscono. Di fronte a persone inadeguate e inadatte avremmo fatto meglio a parcheggiare sugli spazi riservati».

Collabora con Massimo Gramellini su Rai 3, con Porta a porta di Bruno Vespa e fa Pigiama rave su Rai 4: è uno stand up comedian mainstream?

«No, sono la dimostrazione che anche coltivando la nicchia si può lavorare. Per me non è importante il successo, ma lavorare. Perché alla fine del mese la padrona di casa non mi chiede quanti follower ho, ma l’affitto».

La Verità, 12 giugno 2021

«In Romagna si sta bene perché c’è il matriarcato»

Paolo Cevoli lo inseguivo da parecchio. Avevo visto le sue parodie della Bibbia e a più riprese ho tentato, invano, di intervistarlo. Dall’epoca di Palmiro Cangini, il confusionario assessore che faceva divertire il pubblico di Zelig, Cevoli si è reinventato con nuovi show e filmati sui social con centinaia di migliaia di visualizzazioni. La pandemia gli ha fatto interrompere il tour dello spettacolo La sagra famiglia. Siccome, dopo Cent’anni di Roncofritto (Premio Forte dei Marmi) e Mare mosso bandiera rossa (Premio Flaiano) ora sta per uscire Manuale di marketing romagnolo (Solferino), le remore sono cadute. Ma non tutte: alcune, sull’attualità, resistono.

Questo libro è figlio del lockdown?

«Figlio dell’isolamento».

Come l’ha trascorso oltre che scrivendo?

«Bisticciando con mia moglie. Eravamo come Robinson Crusoe e Venerdì. Anzi, io ero il pallone Wilson nel film Cast Away che aiuta Tom Hanks a sopravvivere nell’isola».

È stata un’esperienza faticosa?

«Come per tutti, credo. Abbiamo dovuto rinunciare a tante cose. Però, oltre a scrivere il libro ho imparato a postare dei video sui social che altrimenti non ci avrei nemmeno pensato. Anche per mancanza di tempo».

Si definisce «venditore professionale di aria fritta»: primo consiglio, partire dalla consapevolezza di sé?

«Il segreto del marketing è questo. Ci sono due soggetti, come per esempio io e lei, e bisogna essere consapevoli quando si parla. Bisogna sapere chi sei te, chi hai di fronte e quello che c’è nel mezzo».

Un’altra definizione riguarda la sua terra dove regna «un clima di spensierato patachismo che rende la Romagna un posto unico al mondo». Secondo consiglio, la consapevolezza delle proprie radici?

«A me piace molto anche la definizione di Patrizio Bertelli di Prada: “I romagnoli hanno un simpatico complesso di superiorità”».

Importante che sia simpatico.

«Il romagnolo sa che quello che ha ricevuto dal Padreterno, dalla natura o dai propri avi dev’essere dato agli altri e non trattenuto fra le chiappe. Per esempio, la Liguria è un posto stupendo, però lì i turisti infastidiscono».

I liguri amano il turismo, ma non i turisti.

«Amano i soldi dei turisti».

Invece il vostro senso di ospitalità da dove arriva?

«È un mistero».

Ipotesi?

«È come dire perché sono piccolo, pelato e tracagnotto».

Magari somiglia ai suoi genitori?

«Non so bene perché siamo ospitali. O perché i toscani non lo sono. Magari è perché vediamo il sole sorgere mentre in Toscana lo vedono tramontare?».

Con la vostra ospitalità, Giuseppe e Maria sarebbero finiti in una mangiatoia?

«Certo che no. Avrebbero trovato posto perché l’albergatore sarebbe andato a dormire in garage e loro in camera sua».

Ma la storia sarebbe stata diversa.

«Infatti, meglio che siano andati lì. Non me la sento di criticare il Padreterno per la scelta della location».

La Romagna è stata una scuola di sopravvivenza?

«L’esempio giusto è quello di Tom Hanks in Cast Away. Ci si tengono strette le cose che aiutano a sopravvivere. Il pallone Wilson, che rappresenta la compagnia, uno scopo e l’immagine della moglie che è il motivo per tornare. La Romagna è forte nella compagnia, nello scopo e nell’amore».

Lo scopo è fare la grana?

«Secondo lei? È lo star bene e il fare star bene».

Questo libro è un omaggio ai suoi genitori e al pionierismo imprenditoriale di suo padre?

«Alla pensione Cinzia in piccolo c’era già tutto. È stato un apprendistato di marketing familiare. I social e il telefono, la promozione, l’upgrade e tutto il resto. Il seme era seminato. Come alle scuole elementari, ti infarini con tutto. Poi sviluppi e approfondisci il programma fino all’università».

Perché per i romagnoli il maiale è il migliore amico dell’uomo?

«Perché non si butta via niente, si immola sulle nostre tavole. E della maiala si tiene anche il numero di telefono».

È sicuro che un’espressione così si possa usare?

«Dipende dalle persone».

Si sente totalmente libero nel mestiere di comico?

«La comicità deve nascere da un aspetto affettivo, mai dal cinismo e dalla cattiveria. Mi hanno sempre detto che sono piccolo, pelato e tracagnotto. Sono abituato a essere preso in giro. E poi il politicamente scorretto fa parte dell’indole romagnola».

È sicuro che tutto il mondo invidi lo stile di vita italiano?

«No, non sono sicuro di niente».

Con la pandemia veniamo da un periodo non proprio fulgido.

«Per me l’Italia, con tutti i suoi difetti, è il più bel Paese del mondo. Anche mia moglie ha avuto il suo Mottarone, ma se m’impunto sui difetti mi avvilisco. Brigitte Bardot aveva i nei in faccia, però non è che ci si fermava a quello».

Invece noi invidiamo la lingua inglese. I capitoli del libro sono intitolati in inglese mentre potremmo usare parole italiane.

«Anche ai tempi dei romani si usavano più lingue. L’inglese dell’antica Roma era il greco e poi c’erano i dialetti. Non so se sia un bene o un male. È così: la pandemia è un male, ma alcune cose sono cambiate. Da un naufragio possono nascere fatti positivi, come diceva Fabrizio de André, dal letame nascono i fiori. Io cerco di vedere il bicchiere tutto pieno. Ma ci sono quelli che lo vedono mezzo vuoto o che non vedono neanche il bicchiere».

Perché il cameriere e l’attore sono lo stesso mestiere?

«Perché sono figure che servono gli altri dando sé stessi anche senza dare qualcosa di proprio. Il cameriere porta il cibo del cuoco, l’attore rappresenta un copione. Sono professioni che puntano a fare star bene gli altri. Magari anche altri mestieri sono così, ma io ho fatto questi due. E per un po’ anche l’imprenditore».

Perché nelle località turistiche si stentano a trovare lavoratori stagionali?

«Non lo sapevo».

Qual era il segreto di suo padre per farvi lavorare alla pensione Cinzia?

«Ci faceva divertire con le barzellette. Diceva che bisognava essere felici sia in cucina che in sala perché i clienti volevano della spensieratezza. La cucina era la quinta del palcoscenico».

Perché la prima volta che Gino e Michele le proposero di lavorare a Milano rifiutò?

«Avevo avviato un lavoro con altri soci e non mi sentivo di mollarli. E non credevo di essere all’altezza».

Oggi lo rifarebbe?

«Col senno di poi dico che ho fatto bene. Non ho perso niente. Ho debuttato 12 anni dopo, ma sono stati anni molto belli, che sono serviti per la mia carriera di oggi. È difficile fare il gioco del what if, tanto per restare all’inglese, chiedersi che cosa sarebbe accaduto se…».

C’è stato qualcuno che l’ha convinta a fare il comico?

«Gino e Michele quando mi hanno chiamato a Zelig».

E in gioventù, cosa le ha acceso la lampadina?

«Al liceo un professore mi costringeva a raccontare le barzellette in inglese. Io prendevo le storie del mio babbo e le traducevo. Facevano ridere anche per gli strafalcioni. “Tu devi fare l’attore”, ripeteva il prof».

Perché in Emilia-Romagna comandano le donne?

«Perché è una società antica e contadina. Se il mondo va come in casa mia… Quando hanno chiesto a Draghi se avrebbe fatto il primo ministro, ha detto di domandarlo a sua moglie. Forse non era solo una battuta».

Comandano le donne perché è una regione con due nomi femminili?

«Emilia e Romagna sono tenute insieme dal trattino. Che può essere un elemento di unione o di divisione. A volte mi chiedono che differenza c’è tra l’Emilia e la Romagna. Io preferisco dire le cose che uniscono».

Le donne romagnole diffideranno delle pari opportunità?

«Non lo so, deve chiederlo a loro».

Perché il personal computer è la vanga del terzo millennio?

«È una boutade per parlare della nuova schiavitù. Come i contadini s’ingobbiscono sulle zolle per produrre i frutti della terra, così noi ci ingobbiamo sul pc o sullo smartphone per produrre i frutti del tunnel carpale. Sono strumenti che non ci fanno alzare gli occhi».

Nel libro propone 4 modelli di persone in base a competenza e impegno: Valentino Rossi, molto talento e molta applicazione, Balotelli, più talento che impegno, Madonna, più impegno che talento, Problem creator, né l’uno né l’altro. Proviamo a incasellare alcune persone note?

«Preferirei di no».

Lei dove si inquadrerebbe?

«Non ne ho la più pallida idea».

Test di modernità: che cos’è la Spid?

«Non saprei».

L’app Immuni l’ha scaricata?

«No. Ho avuto il Covid, quasi senza accorgermene».

E come l’ha capito?

«Ero risultato positivo a un tampone rapido e poi anche al molecolare. Mi sono messo in isolamento, ma non avevo sintomi».

Meglio così. Partecipa al cashback e alla lotteria degli scontrini?

«Uso la biro».

È iscritto alla piattaforma Rousseau o vuole mantenere l’incognito e far dispetto a Giuseppe Conte?

«Non sono iscritto a niente. Non amo parlare di politica, preferisco la comicità alla satira, da bambino mi piacevano Stanlio e Ollio, non Alighiero Noschese».

Dove va in vacanza?

«A Riccione. Ci vengono anche i miei figli che vivono a Milano. È l’occasione per ritrovarsi anche con mio fratello e gli amici. Vado in bicicletta, faccio le passeggiate. Poi vado qualche giorno in montagna».

Cosa guarda in televisione?

«Neanche il telegiornale perché mi avvilisco. Leggo solo i giornali. Quando facevo Zelig non mi rivedevo, anche perché lavoravo di sera. Da quando sono sposato abbiamo un monitor con il videoregistratore e i dvd».

L’ultimo programma visto?

«Prima di andare all’università: L’altra domenica di Renzo Arbore, Odeon… Preistoria».

Poi basta?

«Non ho l’antenna. Se volessi vedere i canali Rai, Mediaset o La7 dovrei andare da un amico. Vedo le serie e i programmi in streaming. Qualche sera fa ho visto Il cattivo poeta al cinema. Poi una birra con gli amici e mia moglie, non mi sembrava vero».

Il prossimo progetto?

«Sto lavorando a una web serie con storie di fallimenti e rinascite. S’intitolerà Capriole. Racconterà persone che hanno toccato il fondo e sono rinate. Carcerati, tossici, imprenditori falliti, disabili: un progetto che faccio pro bono grazie a uno sponsor che pagherà i costi. Don Oreste Benzi mi ha insegnato che l’uomo non è il suo errore. Provo a dar voce a chi testimonia questo. Tra qualche giorno posterò sui social La dritta via che racconta Dante in Emilia Romagna».

 

La Verità, 5 giugno 2021