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«Io, un attaccabrighe: più che scrivere amo litigare»

Fra le tante interviste ad Antonio Pennacchi riproposte in occasione della sua morte, mi permetto di aggiungere anche la mia, pubblicata dalla Verità nel marzo 2018, che contiene un’istruttiva e gradevole passeggiata per il centro di Latina, città dello scrittore.

Camicia nera e cravatta rossa, tifoso del Milan?

«No, tifo Roma. Nessuna simbologia».

Pensavo al Fasciocomunista

«Ma no, uno si mette la camicia e la cravatta che gli pare».

Sarà. Anche la sciarpa butta sul rossonero. La coppola, invece, Antonio Pennacchi non la toglie neanche a pranzo. «Andiamo al ristorante Impero, dove andava Mussolini», aveva proposto, «così facciamo un giro per Latina. Se non l’ha mai vista, vale la pena». Sull’architettura mussoliniana, Pennacchi ha scritto Fascio e martello. Viaggio nelle città del Duce (Laterza), e sa di cosa parla. Latina, ex Littoria, ha edifici squadrati e piazze ariose anche se insidiate dai palazzoni degli anni Sessanta. Piazza del Popolo, «da quel balcone si affacciò il Duce per l’inaugurazione. Il giorno prima i lavori non erano ancora finiti e diluviava. Usarono i trattori per trainare i camion di cemento, ma uno s’impantanò. Allora scavarono una buca e lo interrarono. È ancora lì sotto. Il giorno dopo, quando arrivò Mussolini, la piazza era finita e c’era il sole». Piazza della Libertà, sede della Banca d’Italia, «dove, tra la ritirata dei tedeschi e l’arrivo degli americani, Diomede Peruzzi e i suoi si calarono nel caveau e portarono via i lingotti con le carriole. L’ho raccontato in Canale Mussolini – parte seconda. Ci sono testimonianze, documenti…». Nato nel 1950, laurea in lettere da adulto, trent’anni di fabbrica – «ma adesso mi hanno tagliato la pensione perché si cumula con i diritti d’autore: solo per politici e magistrati il cumulo non vale» – esordio letterario dopo i 40, Premio Strega nel 2010 (Canale Mussolini), per alcuni critici il miglior scrittore italiano vivente, Pennacchi divenne popolare nel 2003 con Il fasciocomunista. Vita scriteriata di Accio Benassi (Mondadori), che sarebbe lui. Daniele Luchetti ne trasse Mio fratello è figlio unico, incentrato sul rapporto conflittuale con Gianni, il fratello giornalista e notista politico al Giornale, anche lui con un passato nelle organizzazioni violente della sinistra. Ma a lui non piacque.

Elio Germano e Riccardo Scamarcio in «Mio fratello è figlio unico»

Elio Germano e Riccardo Scamarcio in «Mio fratello è figlio unico»

Siamo alla quarta edizione, non sta mai tranquillo questo Fasciocomunista?

«Mai. Però adesso basta».

Sono passati cinquant’anni dal Sessantotto e 25 dall’inizio della prima stesura. È cambiato lei o il libro è perfettibile?

«Entrambe le cose. Anche scrivere libri è un lavoro manuale, un testo s’impara a levigarlo. Da giovane hai l’intuizione. Poi il gusto si affina, cresce la capacità critica, lo scavo della parola si fa più preciso. Pensiero e parola vanno saldati e quindi è un lavoro lungo, almeno per me».

La forza della sua letteratura è la scrittura parlata, una lingua che si ascolta, febbrile, di tutti?

«È il volgare: una letterarizzazione del parlato, non proprio in presa diretta. Il mio referente sono i lettori, all’inizio i miei compagni di classe. Non scrivo per me stesso, mi considero ancora un intellettuale maoista al servizio del popolo».

Addirittura.

«Per la precisione un poeta narratore più che un intellettuale. Poiché credo nell’uguaglianza degli esseri umani e considero le differenze un prodotto della storia e non della nascita, le mie storie perseguono l’emancipazione di tutti gli esseri. Sono un cantastorie popolare, scrivo per essere capito. Scrivo chanson de geste in cui è fondamentale l’azione, non romanzi filosofici. Perciò uso la lingua delle masse che conosco io, la classe operaia, i parenti, gli amici della fabbrica, pur sapendo che non mi avrebbero letto, perché in fabbrica si leggono il Corriere dello Sport e i giornali porno. Glieli avrei letti io i miei libri. Il mio serbatoio sono il bar, il barbiere, i modi di dire. Questo non significa che sia naif, sto dentro la tradizione letteraria italiana. Da una parte c’è Francesco Petrarca che scrive per non far capire alla gente, dall’altra Dante Alighieri che usa il volgare fiorentino per le masse».

Nella sua postfazione si legge: «Penso che certe cose mi accadessero perché dopo le scrivessi». La letteratura nasce dal bisogno di scrivere o dall’intensità di ciò che si vive?

«Se non scrivessi mi sentirei in colpa rispetto alla mission. Scrivo per senso del dovere, non per piacere. Io, mio fratello, mia sorella, eravamo i primi laureati e qui ci sono solo operai, contadini poveri, servi della gleba che si sono fatti il mazzo».

Una missione senza piacere?

«Il piacere lo provo quando ho finito ed è venuto bene. Prima è fatica, beato chi non ne fa. Nella famiglia contadina quando venivi al mondo ti veniva assegnato un ruolo, un mestiere».

A lei che mestiere toccò?

«Essendo nato nei giorni di lutto per la morte dei nonni, uno a distanza di 20 giorni dall’altro, è come se mia nonna mi avesse detto: “Ti te ghe da racontar ’a nostra storia”, la storia del nostro podere, della nostra famiglia. Come Il mulino del Po. A lungo mi sono sottratto a questo compito perché a me piace leggere, studiare e andare in giro a litigare per Latina. Raramente le mie storie sono frutto d’invenzione. Se lo sono, partono sempre da vicende reali».

Come l’adesione al fascismo da ragazzo, che per lei era un movimento di sinistra.

«Alle origini certamente. Nel ventennio si combattono il fascismo bianco e il fascismo rosso. Alla fine quello di sinistra perde, purtroppo».

Era un estremista, un attaccabrighe sempre pronto a fare a botte?

«Mia madre diceva che più che un attaccabrighe, ero un cacabrighe, uno che le trovava».

Secondo me le attaccava pure: alle assemblee del Pci finiva gli interventi con «Viva il Duce».

«Rifiuto le verità preconfezionate. Alle pentole del diavolo mancano sempre i coperchi. Questo spirito di contraddizione muove tuttora la mia scrittura, difficile che racconti storie già raccontate. Ai convegni dei partiti e dei sindacati si alzavano e dicevano: “Concordo con la relazione di Tizio e Caio”, poi parlavo io e si alzava la canizza. Mi hanno espulso dal Msi perché sono andato alla manifestazione pro Vietnam. Ancora adesso molti intellettuali della sinistra radical chic mi considerano un revisionista, ma non sono mai stato politicamente corretto, né da una parte né dall’altra».

Simpatizzava per Stefano Delle Chiaie, poi negli anni Settanta per la lotta armata.

«No. Ho sempre cercato la falla delle verità precostituite».

Cosa pensa del protagonismo sui media degli ex brigatisti? Barbara Balzerani ha detto che quello della vittima è un mestiere.

«Certe esternazioni sono sgradevoli. Io nelle Br non ci sono entrato solo perché sono stato fortunato e ho perso l’attimo, non perché ero contrario. Ma i miei amici ci erano andati e non li ho più trovati. Quando Moro fu ucciso, mi sono definitivamente allontanato. Uccidere è sbagliato e chi l’ha fatto deve fare autocritica, non certi discorsi ambigui. Però non va dimenticato che il male e le colpe non stanno solo da una parte. La lotta armata non spuntò dal nulla. Prima c’erano state le bombe alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. La stagione degli anni di piombo è figlia delle bombe messe da manovalanza nera, ma decise dai servizi segreti».

Pennacchi: «Dopo l'uccisione di Moro mi allontanai da quegli ambienti»

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Il Novecento è andato avanti con i conflitti tra destra e sinistra. Adesso?

«Dei battutisti sostenevano che fosse un secolo breve pensando fosse finito con la caduta del muro di Berlino. In Italia il Novecento si è chiuso il 4 marzo 2018».

Quindi è contento dell’esito delle elezioni?

«Prendo atto che i partiti come li avevamo conosciuti nel Novecento sono finiti. Matteo Salvini ha svuotato il vecchio Msi, i 5 stelle hanno svuotato il Pd».

Per chi ha votato?

«Per Liberi e uguali, ma senza entusiasmo. Non ci fosse stato l’ex magistrato sarei stato più convinto».

Pensavo le piacesse il M5s, attento ai poveri, che manda in archivio le vecchie categorie.

«Non manda in archivio niente. Non è che il declino dei partiti tradizionali ha annullato la distinzione tra destra e sinistra. La storia rimane un pendolo tra chi mette al primo posto l’individuo e chi sta con la collettività. Le ragioni della sinistra restano vive, perché nel pianeta ci sono più sfruttati che sfruttatori. Ma un conto è la realtà un altro la percezione e la propaganda. I 5 stelle dicono di non essere né di destra né di sinistra, ma di fatto occupano uno spazio a sinistra. Renzi si dice di sinistra, ma ne ha causato il harakiri e prende i voti ai Parioli».

Quindi i grillini non le piacciono.

«Decide tutto Casaleggio. Dove hanno governato si sono dimostrati improvvidi. E non mi convince la democrazia virtuale e i social. La gente preferisco guardarla in faccia e litigarci al bar».

Pensa che Lega e M5s dureranno? Potrebbero dar vita a un unico movimento di destra sociale?

«La destra sociale è un ossimoro. Fino a ieri la Lega ha predicato la secessione, trattandoci come idioti. Se continui a investire al Nord, qui non porti mai lavoro. Anche il Pd facesse come gli pare. Sarebbe naturale che andasse appresso al nostro popolo, tra la gente, nelle periferie. Ma ci vorrebbe una consapevolezza dei problemi che non mostrano di avere. Una cosa positiva però c’è».

Almeno una, sentiamo.

«Le aperture dei nuovi arrivati verso la Russia di Putin. Nel mondo persiste l’imperialismo: ci sono le sanzioni contro la Russia, ma i nostri soldati sono in giro a fare le guerre degli americani. Per fortuna s’inizia a guardare con più attenzione a Putin».

Si torna. Ecco il Palazzo Emme, «l’iniziale di Mussolini», imponente. Mi parla dell’intellettuale maoista a servizio delle masse, ma poi si emoziona per queste costruzioni, butto lì. «Ma che sta a di’ Caverzan? Quand’ero bambino ci venivo a scuola, è la mia infanzia, la mia gioventù… Quella, invece è la Questura». Dove lei era di casa. Sorride, crollando la testa nella coppola.

 

La Verità, 25 marzo 2018