«Con un libro da mezz’ora do l’assalto ad Amazon»

Una vita da film. O da grande documentario. Fate voi. Se un regista, un produttore o un editore s’imbattessero in Riccardo Ruggeri potrebbero farsi venire delle idee. Vivesse negli Stati uniti, lo coprirebbero di chissà quanti premi e onorificenze. Di self made man così ne nasce uno ogni vent’anni. Da operaio della Fiat a Ceo di società quotate a Wall Street, tipo la New Holland (fusione Fiat-Ford di macchine per movimento terra ndr). Dalla portineria di 12 metri quadri, camera e cucina per cinque persone, alla corte della regina Elisabetta d’Inghilterra che lo premiò personalmente con il Queen’s Award. Licenziato dalla Fiat  per eccesso di successo (parole di Umberto Agnelli), si è specializzato nella ristrutturazione di aziende tecnicamente fallite: «Gli imprenditori mi davano le chiavi perché si fidavano e io, da amministratore delegato, agivo come fossi il padrone, rianimando il cadavere». Poi consulente strategico di Enel, Rai, Ferrero… Negli anni Novanta ha battezzato una serie di startup: «Quattro, per l’esattezza. Una è stata un flop colossale che mi è costato parecchi soldi. Due sono andate molto bene e le ho vendute. La quarta si è trasformata in azienda di famiglia, il cui successo non è merito mio». Ora, a 86 anni, Ruggeri sta scrivendo un altro capitolo della sua storia e continua a sfornare idee con la vivacità di un trentenne. L’ultima delle quali è il rivoluzionario «Libroincipit». Sul sito di Zafferano.news è acquistabile il primo, a sua firma: Editoria & Amazon. Romanzo autobiografico.

Ci racconta quest’ultima genialata?

«Certo. Ma dobbiamo arrivarci per gradi perché è il traguardo di un processo intellettuale molto lungo e complesso».

Mi armo di pazienza.

«Finita la stagione delle startup ho deciso che avrei continuato a lavorare a titolo gratuito, come per un servizio pubblico. Nel 2006-2007, a più di 70 anni, mi sono chiesto quale fosse il settore più difficile nel business. L’editoria tutta, giornali e libri, stava entrando in una crisi profonda. Mi ci sono buttato».

E sono nati Grantorino Libri e Zafferano.news, giornale online per abbonati seppur gratuito e senza pubblicità.

«Prima è nato il Cameo, il mio format giornalistico. Un adattamento del “Gonzo journalism” inventato da Hunter Stockton Thompson che ho conosciuto a Washington nel 1980. Un giornalismo molto sofisticato che può essere veritiero senza essere rigidamente oggettivo, fatto di racconti di 15 – 20.000 battute, che mescola elementi reali a interpretazioni soggettive ed esperienze personali. Il Cameo ne è una versione ridotta e Zafferano è la sua estensione a livello di testata alla quale collaborano autori a titolo gratuito».

Una testata di commenti e riflessioni?

«Zafferano è un simil-quotidiano, non c’è bisogno che esca tutti i giorni. Le notizie arrivano dalla tv e da internet, ma i commenti non scadono come lo yogurt. Prendiamo il caso Morisi: è fuffa o estremizzazione? A me interessa la riflessione sul potere. In un tweet ho scritto “Il Potente è colui che durante il giorno esercita il potere in purezza e al calar delle tenebre si fa sopraffare dall’impudicizia”».

Torniamo all’editoria e al «Libroincipit».

«Qualsiasi idea consta di due fasi, la visione e l’execution, la realizzazione. In questo caso la visione è cambiare il processo editoriale dei libri, ripensando la filiera editore autore lettore. Oggi tutti i costi sono a carico dell’editore che si deve avvalere di editor, grafici, informatici e di una serie di strutture che valutino il ritorno economico del prodotto. I grandi editori che hanno assorbito i marchi minori e gestiscono le due maggiori catene distributive controllano la filiera completa. Ma il cuore se l’è preso Amazon, che sta cambiando radicalmente il mercato».

Cosa può fare il «Libroincipit»? E qual è la sua execution?

«Cambiare il libro e il modo di produrlo. Se vogliamo che sia letto e non solo pubblicato dobbiamo fare in modo che non richieda più di mezz’ora del nostro tempo».

Perché?

«Trenta minuti sono il tempo standard di tutte le attività umane 2.0, dal sesso al cibo, dal parto col cesareo al morire con l’eutanasia olandese, alla messa domenicale. Mezz’ora è il tempo di lettura di 30.000 battute, in pratica un lungo incipit. E in 30.000 battute si può dire tutto. Esempio: sulla filosofia di Amazon avrei potuto scrivere 600 pagine, ma chi le avrebbe lette?».

Come fa l’autore a diventare editore?

«Il più penalizzato dal mutamento del mercato è l’autore. Ognuno di noi lo è potenzialmente. Molti giornalisti, accademici, persone comuni sognano di pubblicare un libro perché è una grande soddisfazione per chi vive di lettura e scrittura. Ma la corte degli autori di regime monopolizza la fascia dei lettori abituali, una fetta che va riducendosi. Per questo bisogna trasformare l’autore in editore a basso costo e per questo io metto a disposizione Grantorino».

In che modo?

«Non avendo scopo di lucro, posso fornire il protocollo del format “Libroincipit”, la competenza editoriale, marchio compreso, grafici e informatici per la versione digitale e stampatore per quella cartacea. In cambio chiedo solo un fee, un piccolo canone per l’affitto del know how di Grantorino. Inoltre, metto a disposizione la piattaforma di Zafferano con i suoi 15.000 abbonati ai quali far conoscere la pubblicazione. Infine, l’autore può andare autonomamente dai grandi distributori o gestire un proprio mercato e l’incasso è tutto suo. Non ci sono percentuali di diritti e costi superflui».

Che differenza c’è rispetto agli editori che già pubblicano a pagamento?

«Gli editori a pagamento vivono sugli “autori a proprie spese” che Eco chiamava la “vanity press”. Alla base c’è un accordo a pubblicare un certo numero di copie a spese dell’autore. L’editore stampa giusto quelle e si prende anche i soldi dell’autore, che però appaga la propria vanità vedendo pubblicato il suo libro. Io invece cedo le facility dell’editore e se il libro vale l’utile è tutto dell’autore».

Sparisce la disintermediazione degli editori com’è avvenuto con i social network e il giornalismo professionistico?

«In un certo senso uccido l’editore per salvare l’autore. Trasformandolo in editore, lo rendo protagonista. Puntando sulla logistica, Amazon fa il contrario e ci trasforma in consumatori. Tra qualche anno ci porteranno anche il cibo e vivremo stesi sul divano di cittadinanza».

Da disoccupati retribuiti?

«Ma sempre più sudditi di Jeff Bezos, il più intelligente dei tycoon della Silicon valley».

Perché?

«Perché ha capito che se al posto del prodotto metti al centro il processo, cioè la logistica puoi dominare il sistema. Amazon è avviato a diventare uno dei grandi monopoli mondiali. Non a caso sta entrando nel cinema e nella tv, settori apparentemente lontani. Presto sarà nel sistema bancario perché conosce lo stato patrimoniale di tutti i suoi clienti. È il più grande negozio virtuale del mondo, costruito sull’abbattimento dei costi. Adesso Bezos va sulla luna. Estremizzando, si può dire che il vero presidente dell’Occidente è lui».

Cosa vuol dire, come scrive, che la sua aspirazione non è la ricchezza, ma un mondo a immagine e somiglianza di Amazon?

«Per esempio, che negli Stati uniti sta investendo cifre importanti sugli asili».

Perché?

«Sull’immediato ci rimette, ma ridisegna il metodo educativo. Va nelle periferie più scalcinate e finanzia un asilo per avere gente adatta a quella che chiamo “atmosfera Amazon” o addirittura “stile di vita Amazon”. Partendo dai giochi la vita diventa un grande negozio. Dalla culla alla tomba, come si diceva del sistema svedese, Bezos lo applica sul serio. Ha investito miliardi di dollari su qualcosa che appare marginale, ma in termini strategici non lo è».

Scrive che Amazon è la nostra nuova Bibbia laica: dobbiamo rassegnarci?

«Io non lo faccio. Intanto, cominciamo a conoscere il sistema di cui si decantano meraviglie perché ti consegna un libro in 24 ore. Mi chiedo: salvo casi eccezionali, che bisogno c’è di avere un libro in 24 ore? Non è mica una medicina. È un processo che non accetto, devo poter scegliere. Con Amazon sono totalmente dipendente come lo erano gli imperatori romani dal cavallo che gli portava i dispacci di guerra. Se si azzoppava il cavallo, perdeva la guerra. Noi però non siamo in guerra. Per questo ho creato Grantorino libri e Zafferano».

Come spazi di libertà?

«Non producendo utili, rifiutando la pubblicità che mi viene costantemente offerta, siamo indipendenti dall’Agenzia delle entrate e non facendo politica politicante indipendenti anche dalla magistratura».

Perché affida questo progetto alle sue nipoti come il chiostro nel quale resistere al Ceo capitalism?

«I miei figli e le mie nuore si dedicano all’azienda di famiglia. Alle mie nipoti non costerà niente e non ci guadagneranno niente. Non sono creature concepite per il business, ma per una forma di resistenza, uno spazio di libertà. Prima di dormire esco sul terrazzo e guardo le stelle o quando mi alzo al mattino e vado a guardare le erbe aromatiche e officinali. Con questo modello di vita mi posso permettere dei privilegi intellettuali ormai rari».

Per questo vive in Svizzera?

«È un’altra scelta d’indipendenza. Premesso che è trent’anni che vivo all’estero, amante feroce della libertà, senza ismi, considero solo la Svizzera e Israele gli ultimi due “chiostri” di libertà. Stare qui vuol dire stare in un luogo tranquillo, dal quale si vede il mondo come da un balcone fiorito. Modalità ottima per chi ha il privilegio di riflettere e di scrivere».

 

La Verità, 2 ottobre 2021

«Violenza da condannare, non uso “femminicidio”»

Cominciamo?

«Cominciamo. Però vorrei fare una premessa».

Prego.

«Siccome trattiamo argomenti sui quali le strumentalizzazioni e le mistificazioni si sprecano, voglio dire che parlo da donna occidentale, cresciuta in una famiglia in cui non c’è mai stata alcuna differenza tra uomini e donne. Una famiglia che mi ha inculcato l’idea che lo studio era la strada per l’autonomia. Sono una persona fortunata. Non ho mai sofferto mancanze di libertà o forme di violenza. In collegio dalle suore ho appreso una disciplina positiva. Sono arrivata in Italia a 24 anni con un contratto con l’università di Palermo, imparando presto cosa vuol dire muoversi da sola nel mondo».

L’accento franco-spagnolo, che le deriva dalle origini pirenaiche, spezia di sensualità la voce di Carmen Llera Moravia, scrittrice, autrice, giornalista, vedova di Alberto Moravia, conosciuto a Sabaudia, in occasione di un’intervista su Luis Buñuel. Il loro legame è durato un decennio, dal 1986 fino alla morte di lui, avvenuta nel settembre 1990, sono stati sposati. Nel maggio scorso, Bompiani ha ripubblicato Diario dell’assenza, il libro più intimo di Carmen Llera. Qualche giorno fa, invece, lei ha scritto a Dagospia una lettera di solidarietà a Barbara Palombelli: «Dire che ha giustificato con le sue parole i femminicidi è falso». Per questa intervista non ha posto condizioni, non ha chiesto riletture, non ha fatto le bizze.

Pur di difendere Barbara Palombelli è uscita dal suo guscio?

«Non sto in un guscio, chi vive a Roma m’incontra di continuo, anche se non faccio vita mondana. Non frequento i social, non vado in televisione, Barbara è un’amica. Non avevo visto Forum, guardo appena un tg al giorno, anzi due, uno italiano e uno internazionale. Ma avevo letto gli articoli di Michela Murgia e Selvaggia Lucarelli… Ho scritto, senza dirglielo, perché ho trovato ingiusto che l’abbiano accusata d’indulgenza verso i femminicidi. La sua vita dimostra quanto sia sensibile nei confronti delle persone che subiscono violenze».

Come sono le sue giornate?

«Fin da piccola ho imparato una certa disciplina. Vado a letto alle 21, non esco a cena, se m’invitano ci vediamo a colazione. Mi alzo alle 5 ed esco alle 6 e mezza. Cammino molto, compro i giornali, leggo, mi occupo della Fondazione Moravia, i miei libri sono l’ultimo pensiero. Ogni pomeriggio, vedo un film rigorosamente al cinema».

Ha detto che conduce una vita frugale come i monaci: dobbiamo crederle?

«Diciamo che sono una persona disciplinata. Ho una casa minimalista, con le poche cose che piacciono a me, e tanti spazi liberi perché sono claustrofobica. Forse posso risultare frugale agli occhi degli altri. Detesto i tavolini all’aperto, con persone che mangiano, bevono e urlano a tutte le ore. Roma non ha più un centimetro libero».

Ha detto che la ricerca dei piaceri della carne la annoia: dobbiamo credere anche a questo?

«Non ho mai cercato i piaceri della carne. Se succede, succede. Disapprovo le dipendenze, sia dalle persone che dagli oggetti. Non bevo, non fumo, non mi sono mai drogata. Sono un po’ rigida nei confronti di chi ha delle dipendenze. Le mie sono dai libri, dal cinema e dall’aria aperta. Poi ho molti amici scrittori, registi, persone comuni».

Che frequenta in salotti diurni.

«M’invitano specialmente a colazione. Con Enrico Mentana e Luca Barbareschi facciamo lunghe chiacchierate…».

Cinema, letteratura e niente tv?

«Mi annoia. I talk show non li ho mai guardati, non per questo sono fuori dall’informazione».

Le serie, parenti strette del cinema?

«Non fanno per me perché sono impaziente. Meglio una storia che inizia e finisce in due ore. Amo il rito del cinema, la sala, il grande schermo, le bustine di Haribo, le caramelle gommose. Per questo i bambini vengono volentieri con me. La tv non mi diverte e preferisco dedicarmi a ciò che lo fa».

Per esempio?

«Viaggiare, anche se da un anno e mezzo non mi muovo. Prima della pandemia vivevo tra Roma e Parigi, ora no. M’impegna molto e anche mi gratifica la fondazione. Domenica saranno 31 anni che è mancato Alberto: non è facile gestire i diritti e le traduzioni delle sue opere».

Una persona di buon senso come può immaginare che la Palombelli volesse giustificare i femminicidi?

«Sembra che sui social, che conosco poco, alcune persone vivano in attesa di cogliere qualcuno in fallo, per scagliarsi contro di loro. Poi c’è il conformismo di quelli che si mettono sempre dalla parte giusta».

Se l’argomento è sensibile bisogna usare parole molto controllate?

«Non c’è comportamento esasperante che giustifichi la morte di qualcuno».

Come giudica il fatto che gli attacchi più feroci siano arrivati da donne?

«Ringraziamo la solidarietà femminile. Personalmente, non divido il mondo in uomini e donne né in categorie sessuali».

Si trova in splendida solitudine?

«Per me esistono persone più o meno sensibili e più o meno intelligenti. Moravia diceva: “Mia moglie è molto dura, non è sentimentale”. Sì, in Italia vedo molto sentimentalismo. Ma non sono dura, uso la ragione per interpretare la vita. Non mi sono mai trovata in un mondo nel quale essere donna è un handicap. Anche in Sicilia, a Palermo, dove ha avuto inizio la mia vita da adulta, ho trovato gentilezza e dolcezza».

Dopo la riprovazione della Lucarelli e della Murgia è arrivata quella di Lilli Gruber.

«È vero, ci sono i carnefici e le vittime, come dice lei. Ci sono anche le situazioni tragiche delle donne afghane, del Medio oriente, dello Yemen… Ma una donna occidentale ha gli strumenti per difendersi prima di diventare vittima. Nelle coppie, in famiglia. Se sto con una persona che mi tira i capelli, dopo mezz’ora me ne vado. Si può trovare aiuto in sé stessi e anche da fuori».

Servono più donne in politica?

«Ho declinato più volte l’invito a candidarmi al Parlamento europeo. È un problema mio perché non ho predisposizione per i compromessi e in politica sono necessari. Non è questione di destra o sinistra, voglio essere libera di esprimere quello che penso in ogni momento. Per questo non ho mai preso tessere di partito. Anche le quote rosa… Quel segretario non ha messo donne in lista… Luoghi comuni. Suggerirei di scegliere persone competenti, prescindendo dal genere».

Appena si affacciano, Maria Elena Boschi e Giorgia Meloni sono maltrattate.

«Vengono massacrate per l’abbigliamento o perché hanno un chilo di troppo».

Come giudica il fatto che non ci sia ancora la parità nelle professioni?

«Forse non sono la persona più adatta per parlare di questi temi perché sono molto fortunata. Però mi risulta che ci siano anche donne, non solo uomini, che esercitano violenze su altre donne, nelle università, nel mondo dello spettacolo…».

Nella narrazione corrente le donne appaiono immacolate?

«In Francia si dice intouchables. Io non uso nemmeno la parola femminicidio. Certo, le donne sono più fragili. Ma la violenza è tutta da condannare, anche quella sugli uomini o sulle vittime della pedofilia, di cui si parla meno».

Lei che rapporto ha con le donne?

«Molto complice. La bambina del mio portiere viene al cinema con me. Sono felice amica di Lia Levi che presto compirà 90 anni. Non sono competitiva. Con Dacia Maraini mantengo un eccellente rapporto. Lei è una femminista io no, ma per tutto ciò che riguarda Alberto andiamo totalmente d’accordo».

Come ha vissuto la stagione del metoo?

«Perché, è finita? Continuo a sentire persone che raccontano di esser state violentate 30 o 40 anni fa. Forse sono una delle poche a cui non è capitato. Non dico molestata: c’è differenza. Alcuni anni fa, tra le rovine di Palmira, scappai da un pastore che m’insidiava. Quella sarebbe stata violenza. Non lo è quando qualcuno che m’invita nella sua stanza d’albergo mi apre la porta in accappatoio. Se entri conosci rischi e pericoli. Sbaglierò, ma le rivelazioni 20 o 30 anni dopo mi convincono poco. Nei rapporti tra adulti, con il regista o il produttore, credo ci sia sempre la possibilità di difendersi e negarsi».

Per il pensiero mainstream anche il principe azzurro che bacia Biancaneve è un molestatore.

«Stupidaggini».

Come cambierà la letteratura quando si dovrà sostituire il genere maschile e femminile con l’asterisco?

«La prego, è una forma di conformismo che mi preoccupa molto».

Dovremo cambiare le tastiere per introdurre i caratteri schwa?

«Io non cambio niente».

Il femminismo…

«Che io non ho vissuto».

… con la festa delle donne e il tempo delle donne si è trasformato in donnismo?

«Forse ho un animo maschile, ma detesto le mimose e non festeggio l’8 marzo».

Che cosa pensa dell’ideologia gender?

«Non ho certezze. Se avessi un figlio fluido non so come reagirei».

Fosse in Parlamento voterebbe in favore del ddl Zan?

«Forse sì, ma vorrei documentarmi meglio».

Ultimo libro letto?

«Blu cobalto di Céline Menghi, una psicanalista lacaniana».

Ultimo film amato?

«Supernova con Stanley Tucci e Colin Firth, due attori giganteschi che affrontano temi importanti come l’Alzheimer e l’eutanasia, una soluzione che, da persona razionale, mi trova favorevole. Anche Qui rido io di Mario Martone mi è piaciuto».

Il suo rifiuto di social e televisione è critica della contemporaneità?

«Non è una critica, ma disinteresse. Intrattengo rapporti con persone che scelgo io e sono molte, anche all’estero. Non posso avere rapporti veri con il mondo intero».

Che cosa le ha lasciato il collegio di suore dove ha trascorso l’adolescenza?

«Un senso di ordine che mi è servito a vivere da sola. Penso che la famiglia italiana sia troppo protettiva e non sia un bene rimanere a lungo in casa con i genitori. Ho visto La mala educacion di Pedro Almodóvar e so che esistono perversioni e pedofilia. A me non è capitato, per questo dico che sono stata fortunata. Uno dei miei ricordi del collegio è che quando ci passava davanti il Tour de France uscivo in strada a tifare Poulidor, il mio eroe».

Che cosa le manca di più di Alberto Moravia?

«La sua intelligenza, il suo non conformismo e la complicità che c’era tra noi».

Cosa direbbe del politicamente corretto?

«Non parlo per altri».

C’è qualcosa o qualcuno che le trasmette speranza?

«Sono totalmente fatalista. Il futuro non so cosa sia. Vivo il presente, senza speranza».

Ma non si sta bene.

«È così. Ho vissuto e vivo intensamente, ma l’umanità generalizzata e la globalizzazione non mi piacciono. Che devo farci?».

 

La Verità, 25 settembre 2021

 

«Io, fondatore dei Pac, cambiato dal perdono»

Di Arrigo Cavallina colpiscono i toni sommessi e la riluttanza a dare giudizi definitivi. Forse è il suo modo di restituire lo sguardo misericordioso di cui egli stesso è stato oggetto non solo nei lunghi anni di carcere. Non era così il fondatore dei Pac (Proletari armati per il comunismo), il gruppo terroristico nel quale arruolò Cesare Battisti, quando lo conobbe Cesare Cavalleri, suo professore di ragioneria a Verona. Era il 1964 e i due già litigavano, stimandosi. Iscritto alla Fgci e contemporaneamente all’Azione cattolica, il ragazzo; membro dell’Opus Dei e fondatore delle edizioni Ares, il docente. Dopo il diploma, le loro strade si separarono. Il prof. tornò a Milano e Cavallina s’immerse nella clandestinità. Vent’anni dopo, l’arresto per l’inchiesta «7 aprile» li riavvicinò. Appresa la notizia, Cavalleri scrisse all’ex allievo recluso a Rebibbia: «Sappi che non sei solo». Ne scaturì una corrispondenza durata oltre trent’anni e ora resa pubblica con il titolo Il terrorista e il professore – Lettere dagli anni di piombo & oltre (Ares edizioni). Soprattutto, ne scaturì un’amicizia grandiosa e radiosa, fatta di visite in carcere, presenza ai processi, aiuto concretissimo. Senza aver partecipato ad azioni di sangue, Cavallina detiene il primato di carcerazione preventiva, 11 anni dei 22 comminati, poi ridotti a 12 per indulto e buona condotta. Tornato in libertà, insieme alla moglie, Elisabetta Antolini, si dedica al volontariato fra i carcerati con l’associazione La Fraternità.

Nella prefazione al libro Michele Brambilla sottolinea il mezzo del rapporto con Cavalleri: «Lettere, fogli bianchi scritti a macchina o a mano, imbustati e affrancati e poi spediti…». Se negli anni Ottanta ci fosse stata la posta elettronica per lei che cosa sarebbe cambiato?

«Con la velocità di oggi sarebbe stata una corrispondenza meno ponderata e sofferta. Una lettera scritta a penna o a macchina costringeva a pensare un po’ di più. Poi c’era l’attesa della risposta… Erano riflessioni più meditate».

Il libro s’intitola Il terrorista e il professore: almeno un ex davanti ci poteva stare

«All’inizio non volevo che fosse usata quella parola. Il terrorismo colpisce vittime indiscriminate, come nei casi delle bombe di Piazza Fontana, di Piazza della Loggia o dell’Italicus. Poi il termine è entrato nell’uso comune, perciò ho accettato di definirmi terrorista o ex terrorista, anche se non sarebbe corretto».

Che possibilità c’è per chi ha praticato la lotta armata di costruire un futuro non definito dal passato?

«Anche il passato non è definito dal fatto di essere stato terrorista e, nel mio caso, ancor meno assassino non avendo mai ucciso. La persona ha una sua complessità. Perciò non sono d’accordo nel dire che una persona è un terrorista, e basta. Quella persona è quella cosa, ma è anche quell’altra e quell’altra ancora».

Ai Pac da lei fondati si aggregò il delinquente comune Cesare Battisti. Chi è per lei Cesare Battisti?

«Era un ragazzo conosciuto nel carcere di Udine con la voglia di cambiare le cose che soffiava nell’area comunista. Successivamente venne a chiedermi d’imboscarlo perché era ricercato. Lo aiutai e ci frequentammo, finché aderì alla banda nascente orientata ad azioni contro il sistema carcerario».

Tra le quali non c’era l’omicidio di Pierluigi Torregiani.

«Lo dico con grande vergogna: noi pensavamo che una fascia di emarginati che rifiutavano la legalità, criminali dunque, fosse potenzialmente vicina alle nostre istanze. Si volevano colpire le persone che, come Torregiani e Lino Sabbadin, avevano osato difendersi dai rapinatori, nostri alleati in carcere. Era una mostruosità, con la quale non c’entro perché avevo già lasciato i Pac».

Nei quali ha militato dal 1978 al?

«1978. Eravamo anche amici oltre che combattenti. Progressivamente non mi riconoscevo e non partecipavo. In questa posizione di dissenso sono arrivato ai primi mesi del 1979, non più di un anno in totale. Non ci fu un atto formale di uscita».

Che cosa di preciso le fece prendere le distanze?

«Alla base delle tesi dei Pac come le avevamo formulate io e Luigi Bergamin, mio caro amico ora in attesa di estradizione dalla Francia, c’era la critica alla dittatura della merce. Non pensavamo di conquistare il potere come le Brigate rosse, ma di renderci padroni della nostra vita. Anche oggi siamo in un sistema di bisogni indotti, allora associavamo a questa constatazione una visione marxista. L’uso delle armi doveva restare un fatto minore».

Che cosa la fece allontanare?

«Quando rapinarono delle armi vidi alcuni militanti giocarci felici. Per loro l’arma era una cosa bella, per me una necessità tristissima».

Cosa suscitò in lei la prima lettera di Cavalleri?

«Grande stupore. Ero contento di aver ritrovato una persona che stimavo. Mi colpì così profondamente che gli risposi aprendogli il cuore».

Ma scrivendo: «Leggo con un’insanabile riserva mentale».

«Dopo aver sbagliato abbracciando un’idea totalizzante, avevo forte timore di ripetere lo  stesso errore aderendo a un’altra certezza».

Guardare il proprio passato «come in uno specchio rotto» nel quale non ci si riconosce è l’effetto dell’ideologia?

«Quando mi chiedevo che cosa c’è all’origine del mostro, di quello che non mi andava di me stesso, l’ideologia era la risposta che mi davo. Ideologia è una parola piena di significati, ma se vogliamo condensare è quella giusta».

Come superare «lo scandalo di me che mi riempie»?

«Continuavo a chiedermi: nel processo si può essere sinceri? Posso dire quello che non è vero ai fini della difesa processuale? Posso reggere il peso della menzogna davanti alle persone a cui voglio bene e che mi aiutano? Alla fine ho concluso che m’importava di più essere me stesso. E il processo vada come vada».

È molto duro il suo giudizio sul pentimento che si traduce in meno carcere per il collaboratore di giustizia a fronte di più carcere per altri terroristi.

«È un giudizio duro sul pentimento come calcolo, ma non sempre è questo. Bisogna capire le debolezze e le motivazioni. Ci sono persone che hanno detto cose vere. Approvo la rivelazione che impedisce ad altri di continuare nel reato ed evita la soppressione di altre vite».

Nell’impegno per la dissociazione, oltre il dualismo tra irriducibili e pentiti, quale risultato è stato più importante?

«Essere riusciti a far passare l’idea che una pena retributiva, rendere male per male, induce alla menzogna. Possiamo fare l’esempio di Cesare Battisti. Noi sosteniamo un valore riparatorio della pena. Se so che per ciò che ho fatto non mi viene restituito altrettanto male, non ho difficoltà a riconoscere la verità. La pena riparativa può essere un aiuto a ricostruire una nuova identità».

Perché nella cronologia degli anni di piombo compare l’incontro in carcere tra Giovanni Paolo II e Ali Agca?

«Ciò che Giovanni Paolo II ha fatto e detto è stato importantissimo per me. Il tema del perdono è centrale anche nella corrispondenza con Cavalleri. Nel discorso ai detenuti di Rebibbia il Papa affermò la dignità compiuta di ogni persona. Fu sconvolgente: per gran parte della magistratura e del sistema carcerario noi coincidevamo con i nostri reati».

Chi avversava il movimento per la dissociazione?

«Il maggior riconoscimento è venuto dagli ambienti cattolici. Le figure della riconciliazione sono state Giovanni Paolo II, il cardinal Carlo Maria Martini, monsignor Luigi Di Liegro, il cappellano di San Vittore e don Matteo Zuppi, allora pretino della comunità di sant’Egidio».

E le resistenze?

«Erano maggiori da parte comunista. Anche se Leda Colombini e Angiolo Marroni, vicepresidente della regione Lazio, aiutarono a costruire un ponte tra società e carcere».

Nelle corti giudicanti e in genere nella magistratura?

«Noi pensavamo che dietro le posizioni più dure, come quelle espresse nel teorema Calogero, ci fosse il Pci. Ma forse c’entravano le persone più che l’appartenenza».

In risposta a una delle prime lettere di Cavalleri che le suggerisce la necessità di un confronto con un Giudice che contempla il perdono lei sottolinea di non avvertirne il bisogno.

«Poi, invece, è diventata la cosa più importante su cui ho riflettuto. Ci ho fatto la tesi di laurea e scritto un libro. È l’argomento di cui cerco di parlare quando vado nelle scuole».

Cavalleri la invita a confessarsi dicendo che la verità esistenziale la aiuterà ad affrontare quella processuale. Non trovava troppo insistenti queste esortazioni?

«Al contrario, le ho stimate perché erano dimostrazioni di affetto. Da un lato era giustamente insistente su ciò che secondo lui era il mio bene. Dall’altro mi diceva di sentirmi libero nell’aderire o no. È stata una bella lezione, l’antitesi del settarismo».

Il suo blocco riguarda soprattutto il sacramento della confessione: che cosa glielo fa superare? Nel libro non lo esplicita…

«Non voglio avvalorare l’idea della conversione come spartiacque, o di qua o di là. La conversione è una ricerca con delle certezze. La prima delle quali è la persona di Gesù Cristo: questa è la strada che voglio percorrere».

Riferendosi a Cavalleri, scrive: «Qualcuno deve volermi molto bene per avermi mandato uno come te».

«Me lo dico spesso, non solo a proposito di Cesare, ma anche di mia moglie Elisabetta».

Molti ex terroristi hanno trovato nella Chiesa un interlocutore per il proprio cambiamento. Chi ha coagulato l’intellighenzia degli appelli ha scelto di restare nel territorio dell’ideologia?

«Ognuno ha scelto una propria strada. Alcuni hanno cercato un significato profondo e altri sono rimasti più in superficie, parliamo di un movimento di migliaia di persone. Una certa intellighenzia ha creato una rete di solidarietà, anche questo può essere un calcolo. Tuttavia, non possiamo sapere se uno, dentro di sé, è cambiato. Molti di coloro che si sono rifugiati all’estero hanno cercato di presentarsi come perseguitati politici e di non ammettere reati gravi per non rischiare l’estradizione».

Perché a suo avviso in Italia il Sessantotto è durato alcuni decenni?

«L’ho vissuto poco, per me il Sessantotto era già in ritardo, non lo vedevo come una liberazione. La cosa che mi colpisce di più è la pretesa del marxismo: un’ideologia durata un secolo che, appena ha provato a misurarsi nelle sue conseguenze con la realtà, è crollata».

 

La Verità, 18 settembre 2021

«Il referendum sul fine vita nasconde un equivoco»

Con l’autorevolezza che gli deriva dalla lunga frequentazione delle istituzioni repubblicane, già presidente della commissione Antimafia e della Camera dei deputati, Luciano Violante è abituato a spaccare il capello con il laser del diritto. Significativo è stato un suo recente intervento sul referendum, spacciato come pro eutanasia, in realtà volto a depenalizzare il reato di omicidio del consenziente.

Presidente, pure in presenza di un giudizio positivo sull’operato del governo Draghi alcuni analisti segnalano che esso rappresenta un’anomalia istituzionale per esempio in rapporto al Parlamento: qual è la sua opinione in proposito?

«Abbiamo un sistema costituzionale che non favorisce la decisione. I nostri  tempi, invece, necessitano di decisioni. Senza riforma costituzionale quello che sta succedendo è inevitabile».

Sembra anche a lei che Draghi decida quasi a prescindere dalle indicazioni dei partiti della maggioranza?

«La figura del presidente del Consiglio in tutti i sistemi di democrazia matura non è quella del mediatore, ma del decisore, previo consenso delle componenti della maggioranza. Non è più un puro recettore delle tendenze dei partiti com’è stato fino al governo Craxi. Da allora il sistema si è modernizzato. Non a caso  i giornalisti usano il titolo di premier, costituzionalmente  scorretto, ma che ne definisce bene le funzioni».

Ritiene indispensabile il protrarsi dello stato di emergenza a causa della pandemia?

«Non siamo in presenza di una guerra, per cui alcuni argomenti “bellici” andrebbero usati con prudenza. Tuttavia l’epidemia è gravissima e sostanzialmente  sconosciuta ; va affrontata con  strumenti adeguati, gravi, che in condizioni normali non sarebbero accettabili».

È corretto sottolineare che l’emergenza del Covid ha accentuato una deriva pericolosa per la democrazia o quella di Massimo Cacciari va presa solo come una provocazione?

«Non è mio costume fare polemiche. Il professor  Cacciari ha espresso un’opinione che, anche quando non condivisa, va accolta con rispetto. Ritengo sbagliato demonizzare anziché discutere. Le restrizioni sono ammissibili se ragionevoli, proporzionate e temporanee».

Non le pare che la demonizzazione di chi pone domande sia evidente?

«Vedo radicalismi da un parte e dall’altra».

È pretestuosa l’accusa d’ipocrisia della gestione del green pass? Non sarebbe più trasparente stabilire l’obbligo vaccinale cosicché nei casi controversi ci sia una responsabilità precisa alla quale rifarsi?

«La gestione del green pass è un fatto sanitario. A mio avviso la salvaguardia della salute è primaria. Dotarsi di green pass non comporta un grave sacrificio né un gran costo. Personalmente capisco poco la polemica sulla privazione della libertà».

Quanto dev’essere tenuto in considerazione il fatto che, esclusa la Francia, nella maggioranza dei Paesi europei il certificato verde non ha applicazioni così estese?

«Il problema va considerato in termini comparativi. Le misure vengono adottate in rapporto al costume, alle relazioni tra cittadini e con lo Stato, se si tratti di un popolo più o meno disciplinato o di uno Stato più o meno accentratore. Noi siamo un Paese con una forte tendenza alla libertà  individuale».

In questa situazione si registra la spinta per il referendum in favore dell’eutanasia o più precisamente per l’abolizione del reato dell’omicidio del consenziente: se fosse approvato quali scenari aprirebbe nella legislazione del fine vita?

«Se tanti cittadini  firmano significa che esiste un problema. Se il referendum fosse approvato potrebbe essere uccisa una persona con il suo consenso solo perché ritiene insopportabile una delusione sentimentale, un fallimento finanziario, una depressione. Tutto ciò che riguarda decisioni definitive, non riformabili, come dare e darsi la morte va legiferato con estrema attenzione. Diverso è, a mio avviso, il suicidio assistito sul quale esiste già una sentenza della Corte costituzionale. L’attuale quesito referendario esprime una buona intenzione, ma può avere effetti tragici».

Perché l’abolizione dell’articolo 579 del Codice penale potrebbe trasformarsi in una discriminazione dei più poveri?

«Oggi assistere un malato in un istituto che pratica cure palliative costa circa 300 euro al giorno, mentre in un ospedale il costo sale a 470 euro. Aumentando la popolazione anziana con il miglioramento delle condizioni di vita, in futuro gli anziani che non possono pagare queste cure potrebbero essere indotti a chiedere la morte per sé. Mi ha colpito che, durante questa pandemia, un giornalista e scrittore importante come Massimo Fini abbia detto che per salvare la vita ai settantenni e ottantenni si mette a repentaglio quella dei giovani: che muoiano pure i vecchi. Nella nostra società circola con leggerezza un’opinione nichilista e cinica nei confronti delle persone più fragili, come gli anziani. Dal pensare che non vale la pena far vivere alcune categorie deboli alla loro soppressione concordata, il passo può diventare breve».

La proposta di questo referendum viene dopo il dibattito sul ddl Zan che a sua volta segue quello sullo ius soli: a sinistra i diritti civili hanno definitivamente soppiantato i diritti sociali?

«È una domanda che a volte mi sono fatto anch’io. Ma oggi mi pare che lo slittamento sia stato frenato; penso, ad esempio, alle politiche del lavoro del Ministro Orlando. Il fatto è  che i dritti di libertà sono diritti tanto necessari quanto “facili” perché non costano e si esercitano subito dopo la proclamazione. Mentre i diritti sociali costano, creano conflitti e sviluppano i loro benefici in tempi più lunghi. Credo che una forza di sinistra debba esprimere equilibrio tra diritti e doveri e tra  diritti individuali e diritti sociali».

L’identità di genere percepita sui cui si basano alcuni articoli del ddl Zan è un concetto sufficientemente solido per costruire un’architettura legislativa?

«Sarebbe necessaria una discussione che superi la logica dei numeri. Mentre alcuni aspetti mi convincono, preferirei un ragionamento più complessivo sulle discriminazioni nelle scuole».

Mi pare di capire che è contrario all’istituzione della giornata scolastica contro l’omotransfobia?

«Preferirei una giornata contro tutte le discriminazioni. Credo che ai ragazzi dobbiamo insegnare che il meccanismo delle discriminazioni, di tutte le discriminazioni, scatta quando si inizia a pensare che qualcuno sia diverso da te e abbia meno diritti di te per il fatto stesso di essere diverso».

L’insistenza sui diritti civili evidenzia un distacco dalla quotidianità della maggioranza, fatta di problemi di gestione della salute, di difficoltà ad arrivare a fine mese, di problematiche legate alla pressione fiscale?

«Mi pare che in questa fase si stia costruendo un equilibrio. Mi riferisco alla difesa della salute o alle tematiche del lavoro».

Il nuovo fronte è la coltivazione della cannabis a uso privato. Sembra anche a lei che il Pd proponga continuamente nuove questioni divisive per mettere in difficoltà una parte della maggioranza e omologare il governo alla propria linea?

«Governano insieme forze che hanno idee diverse su molte questioni, ma prevale il senso di responsabilità. La coltivazione di quattro piante di  cannabis a uso privato fa certamente effetto. Ma mi sembra più importante lo ius soli. Credo che il diritto di avere la cittadinanza italiana di ragazzi nati in Italia, che frequentano scuole italiane e tifano per squadre di calcio italiane sia un diritto diverso da quello di coltivarsi le piantine in terrazza. Lo ius soli attiene ai moderni diritti di libertà».

Ritiene che le gravi storture messe in luce dalle rivelazioni di Palamara avrebbero meritato degli interventi più energici degli organi direttivi della magistratura?

«Più che espellerlo dalla magistratura… Palamara non ha rivelato misteri inediti, ma ha messo per iscritto un sistema corrotto di cui molti magistrati già parlavano nelle loro chat. Oggi occorre un intervento legislativo per evitare che la magistratura rimanga un corpo totalmente autoreferenziale rispetto al resto della società e dell’ordinamento costituzionale».

La riforma della giustizia di Marta Cartabia assolve a questo compito o è solo una mediazione rispetto alla riforma Bonafede per ottenere i fondi del Recovery plan?

«I fondi del Recovery plan riguardano la riforma della giustizia civile, non di quella penale. La riforma del ministro Cartabia ha una visione strategica seria, apprezzata da tutti gli operatori. Adesso occorre mettere mano all’ordinamento giudiziario che non riesce a rispondere alle trasformazioni del ruolo della magistratura».

Una necessità da tempo parcheggiata nella lista dei desideri.

«Occorre pensare a interventi con una logica costruttiva, non punitiva. La magistratura non è più quella degli anni Cinquanta quando sono stati introdotti il Csm e l’attuale struttura di governo. Se non si interviene c’è il rischio che la società venga amministrata dal sistema della giustizia penale».

Come giudica l’operato del ministro Lamorgese in occasione del rave party di Mezzano anche alla luce delle ultime rivelazioni sulla «scorta» al convoglio di camper in avvicinamento al luogo dell’evento?

«Prima di esprimermi vorrei conoscere l’esatto stato delle cose».

Pensando al caso Durigon e alle espressioni del professor Tomaso Montanari sulla Giornata del ricordo delle foibe che cosa serve per una vera riconciliazione con il nostro passato?

«Bisogna che ciascuno rispetti le memorie dell’altro. Rispettare non vuol dire condividere, ma rispettare. E le memorie  di tutti devono stare dentro l’ordinamento costituzionale».

Perché a suo avviso ci s’innamora ciclicamente di tanti piccoli messia come Roberto Saviano, Michela Murgia, Fedez, Montanari ai quali attribuire una funzione supplente nel dibattito politico?

«Il pensiero di sinistra nasce dalla critica hegeliana del reale. Perciò il pensiero critico dello stato delle cose, di cui le persone da lei citate sono espressione, è sempre fortemente apprezzato. Poi, certo, il reale non basta criticarlo, va anche ricostruito».

Non è perché la sinistra è più vicina alle élite di quanto lo fosse un tempo?

«Avendo governato abbastanza a lungo negli ultimi anni è inevitabile che i ceti più forti si siano avvicinati alla sinistra. Quando ha governato la destra è accaduto il contrario. Il problema non è  che il Pd prenda i voti nelle Ztl; deve  avere anche il consenso delle persone svantaggiate con politiche adeguate a conquistarlo. Quanto alla distanza dal reale dei partiti di sinistra, nutro qualche dubbio considerando che la maggioranza degli 8.000 comuni italiani è governata da giunte di sinistra o con componenti di sinistra, dove ogni giorno i cittadini chiedono concretezza».

 

La Verità, 11 settembre 2021

 

«L’11/9 ha tolto agli Usa il piano anti-pandemia»

Vent’anni dopo, ma Alexandre Dumas e i suoi moschettieri non c’entrano. C’entrano invece le Torri gemelle e Giancarlo Marinelli: scrittore, drammaturgo, direttore artistico dei Classici del Teatro Olimpico di Vicenza. E c’entra il suo 11, pubblicato da La nave di Teseo nel ventennale della tragedia che ha cambiato la storia e proprio mentre gli Americani ritirano le truppe da Kabul. Un romanzo visionario che, attraverso le storie di alcuni protagonisti, illumina il retrobottega dell’attentato, matrice della globalizzazione del terrore. «Vent’anni dopo, nella quantità alluvionale di materiale che ho raccolto», rivela Marinelli seduto in una piazza della sua Este, «mi ha stupito un fatto che riscatta almeno parzialmente George W. Bush. In quei giorni il presidente americano stava per presentare un piano anti pandemia di 7 miliardi di dollari. Uno stanziamento che avrebbe dovuto essere rifinanziato ogni anno. Naturalmente dopo l’11 settembre fu costretto a dirottare quel denaro nella lotta contro il terrorismo internazionale». E oggi, con la crisi pandemica… «Uno dei motivi del ritiro così repentino dall’Afghanistan è la scarsità di fondi a disposizione. La priorità è fronteggiare l’emergenza sanitaria ed economica interna. E la concorrenza della Cina e della Russia». Nel racconto di Marinelli, oltre a Bush figlio compaiono Henry Kissinger e Condoleezza Rice, lo scrittore e drammaturgo ferocemente antiamericano, Harold Pinter, la madre di Osama Bin Laden, Alia Ghanem, la prima vittima rinvenuta dai pompieri, il prete omosessuale Mychal Judge. Ma il vero protagonista della trama è Konstantin Petrov, un ragazzo estone con la passione della fotografia, vigilante notturno al ristorante in cima alla Torre nord, al quale dobbiamo le ultime immagini del World Trade Center. Le scatta solitamente al tramonto per postarle sul suo profilo Fotki, antenato di Facebook, dove tuttora si trovano. Petrov lo fa anche la sera del 10 settembre 2001. La mattina dopo timbra il cartellino di uscita poco prima dello schianto degli aerei. Morirà un anno dopo, in un incidente stradale.

Perché un romanzo sull’11 settembre?

«Per due ragioni. La prima è che, come sempre, mi piace affrontare i grandi temi della storia. Perciò ho sentito l’esigenza di raccontare la prima tragedia vissuta da ragazzo. Stavo andando a consegnare la tesi di laurea e quel giorno…».

Aveva 27 anni.

«Mentre ero in macchina con il cellulare scarico e l’autoradio guasta, vedevo un sacco di persone invadere la strada. Allora ho riacceso il telefono e ho sentito un messaggio di mia madre che diceva di fermarmi in un posto sicuro o di tornare a casa perché stava venendo giù il mondo. Il secondo aereo si era appena schiantato».

L’altra ragione del romanzo?

«Per raccontare questa grande tragedia avevo bisogno di una chiave d’accesso, che ho trovato nelle foto di Petrov. Una decina d’anni fa a una fiera mi avevano chiesto un omaggio espositivo dell’11 settembre. Vidi quelle foto e… Il racconto dell’11 settembre è prigioniero di un certo gigantismo, aerei, grattacieli, terrorismo. Le istantanee di Petrov mi regalavano uno sguardo intimo. Così la mia storia è cosparsa di piccoli oggetti, una penna, un orecchino perduto, una forcina per capelli. Poi c’è anche una terza ragione».

Sentiamo.

«Ha a che fare con un certo senso di colpa legato alla mia critica dell’America. Ho sempre pensato che il sistema di vita degli americani fosse distante dal mio. È sicuramente un’avversione ideologica. Perciò mi sono ritrovato in Harold Pinter, il drammaturgo che la vigilia della tragedia in una conferenza all’università di Firenze parla dell’America come del vero “Stato canaglia” da attaccare. Quello che succede il giorno dopo mi ha fatto riavvicinare a un popolo che non ho mai amato».

11 è un romanzo visionario pronto per il teatro?

«Dovevo produrlo già l’anno scorso, ma con il Covid… Il testo di riferimento è Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman. Son partito da lì, ma non so cos’è diventato: un radiodramma, un’opera per il teatro, per il cinema, forse un romanzo. Ci sono tanti frammenti attaccati, da vivisezionare e slegare…».

Come ne esce George W. Bush?

«Ho trovato straordinario che, dopo l’annuncio dell’attacco, sia rimasto per otto minuti in quella classe elementare. Penso sia diventato presidente degli Stati uniti in quel momento. Tra gli scolari una bambina non gli toglie gli occhi da dosso. Anni dopo, arruolandosi nei marine, racconterà che guardando Bush si era accorta che qualcosa non andava e, tuttavia, si era sentita protetta. Fino a quel momento George W. era considerato un ubriacone raccomandato, ma quella tragedia lo emancipa dall’ombra del padre. Al contrario, qualche giorno fa abbiamo sentito Joe Biden blandire l’opinione pubblica e giustificarsi citando la dolorosa morte del figlio».

Kissinger divide il mondo fra quelli che sparano, la destra, quelli che soccorrono, la sinistra, e le vittime e i famigliari, la maggioranza.

«È una frase che gli presto io, ma credibile nella sua visione. Per me Kissinger ha un’intelligenza molto europea. Mi duole dover dire che è una frase datata, che fotografava l’America del 2001. Oggi che la sinistra sia quella che cura è tutto da verificare».

Come le è venuta la Condoleezza Rice pianista che a un certo punto aiuta un prete gay a confezionare particole?

«In America può succedere. La Rice è l’incarnazione del sogno americano, a differenza di Kamala Harris non proviene da una famiglia altolocata. Con le sue luci e ombre è stata una grande pianificatrice. Il prete è la prima vittima certificata, omosessuale dichiarato e non praticante. Anche lui incarna la visionarietà della realtà».

Poi c’è la madre di Osama Bin Laden.

«Ho trovato commovente che nell’unica intervista rilasciata nel 2018 abbia detto che suo figlio era stato traviato dalle cattive compagnie».

Per dire quanto può essere distorto l’amore materno?

«E anche quanto rifiuti di arrendersi».

Harold Pinter?

«Non è un autore che amo. E il suo attacco all’America del giorno prima evidenzia la sottile ipocrisia degli intellettuali: non sarà mai che qualcuno attua ciò che preconizzo. Gian Antonio Cibotto diceva che ci sono intellettuali militanti, ma non intellettuali militari. Invece tre ore dopo che Pinter auspica un attacco all’America, Bin Laden lo realizza. Da quel giorno la sua produzione artistica si spegne e lui comincia ad avere problemi alle corde vocali. È come se ingoiasse la sua voce fino a morire per un tumore all’esofago, come in una sorta di nemesi dantesca».

L’arte, la politica e la Chiesa non escono bene: siamo disarmati?

«Escono bene gli uomini se proviamo a staccarli dalle categorie che rappresentano. Il vero protagonista è Petrov, l’esule estone che ama la fotografia. È l’occhio puro che guarda all’America come a un mondo irraggiungibile e che forse è meglio non raggiungere, pena la disillusione».

Allora come oggi l’Occidente è assente?

«Mi chiedo se siamo davvero affini agli americani. L’Occidente contempla America ed Europa insieme? Penso che le Torri gemelle, e prima la guerra in Jugoslavia, abbiano evidenziato una distanza. Vent’anni dopo c’è prima l’America e poi arriva l’Europa. Detto questo, preferisco morire tutta la vita americano piuttosto che vivere un giorno da cinese».

Vent’anni dopo la sintesi del dibattito sull’esportazione della democrazia è che è possibile in Europa, Giappone e India, non nei Paesi islamici?

«Se a un islamico moderato dico che sono cristiano la sua replica è: “Allora sei infedele”. Chi non è islamico non è un’altra cosa, ma è un infedele, cioè il male. Ciò detto, le chiacchiere stanno a zero. Anche quelle sull’integrazione».

Cosa pensa della narrazione dei talebani cambiati?

«Come si fa a parlare di talebani moderati. È come dire “sole piovoso”. Più che un ossimoro è un’assurdità. Non a caso se lo dici a loro si offendono».

L’ha colpito di più l’immagine dei bambini consegnati ai marines oltre il muro di Kabul o del giornalista tv sorvegliato dai talebani con il mitra?

«L’immagine che più mi ha colpito è una ragazza di Kabul che vede in lontananza cinque talebani e si tira su il velo per coprirsi. Era abituata a stare a viso scoperto. Come le sue coetanee che andavano a scuola con i ragazzi. Sarà stato fallimentare, ma per una libertà così valeva la pena rimanere altri 20 anni».

Condivide il pensiero di Luca Doninelli secondo cui «la letteratura è muta di fronte alla tragedia», alla pandemia, all’Afghanistan?

«Sì, il mio libro è un tentativo di risposta. Rispetto al mondo intellettuale de sinistra resto un cane sciolto. La vera letteratura è quella che sa dire qualcosa di fronte ai grandi fatti della storia. Io ci provo, ma è vero come dice Doninelli che non lo facciamo più. Secondo me, non per mancanza di coraggio, ma per mancanza di altezza».

I talebani hanno culturalmente vinto? Talebano è diventato un aggettivo corrente, sinonimo di estremismo e integralismo.

«Dobbiamo riconoscere che qualcuno li ha sdoganati, tanto che non ci fanno più orrore. Li ha sdoganati la Cina. Dinanzi a uno Stato che ha l’arroganza di comprare qualsiasi cosa, che si porta via il bambino dal ventre delle donne, a un colosso inattaccabile sulle cause del coronavirus, i talebani risultano sopportabili. A loro giova l’incubo cinese, un governo pandemico al quale ci siamo assuefatti. La posizione veramente estrema e costruttiva è la disponibilità alla mediazione. Come insegna Petrov le foto belle vengono quando ci sono le nuvole e le penombre, non quando il sole acceca o è buio».

Un esempio di cultura talebana è il politicamente corretto con le sue imposizioni linguistiche?

«Altroché. Se la legge Zan fosse in vigore questo libro andrebbe al rogo. Quando si arriva a dire che il principe azzurro è un molestatore perché non ha chiesto il permesso a Biancaneve di svegliarla, allora non c’è riparo. Il politicamente corretto è il Corano del linguaggio. Per fortuna gli uomini sono più forti del talebanismo».

Un altro esempio è nell’impossibilità a manifestare perplessità sugli obblighi politico-sanitari attuali?

«In parte sì. Trovo che il generale Figliuolo vada ringraziato perché ha riportato un po’ d’ordine nel bailamme delle primule. Il vaccino o lo facciamo o no. Alla prima lezione di filosofia ti insegnano che qualunque male non lo sconfiggi se non ne capisci l’origine. Così siamo condannati a ricaderci. Se non si capisce da dove è partito il focolaio in ogni momento può riaccendersi».

 

La Verità, 4 settembre 2021

 

«Il mio programma su Rai1 era ok, ma l’hanno chiuso»

Poliedrico e versatile, Enrico Ruggeri continua a navigare controcorrente. Musicista, conduttore televisivo e radiofonico, autore di romanzi, presidente della Nazionale cantanti, non ha paura di prendere posizione senza sottoscrivere il pensiero unico. Anzi. «Uno dei vantaggi dell’invecchiare e di avere una carriera consolidata», riflette in questa intervista, «è che non mi può succedere niente di grave se dico qualcosa in cui credo».

Perfetto, allora. Cominciamo dal bilancio del tour estivo nelle piazze e nei teatri?

«Il bilancio è ottimo,:ci siamo molto divertiti sia noi della band che la gente che ci ha seguito. In giro c’è molta voglia di concerti».

Ha notato qualcosa di diverso nel pubblico rispetto a prima della pandemia?

«Quasi due anni di astinenza l’hanno caricato di attesa e di entusiasmo. Ho visto molta voglia di viaggiare per partecipare ai concerti: in Abruzzo c’erano ragazzi che arrivavano dal Piemonte, in Veneto dalla Toscana. Di solito, alle mie serate, a un certo punto tutti si alzano e si ammassano sotto il palco. Purtroppo adesso non è possibile, perciò a volte circola anche una voglia repressa».

Ha notato nuove preferenze riguardo al repertorio?

«Ho fatto 35 album e ogni sera cambiamo la scaletta. E anche se alcune canzoni vanno sempre proposte, non replico mai lo stesso concerto. Conosco persone che non ci sono mai venute, ma non conosco persone che siano venute una volta sola».

Dalle richieste ha constatato che c’è maggiore attenzione a canzoni più esistenziali?

«Io abbino temi profondi a musiche coinvolgenti. Se ti chiedono di ascoltare una determinata canzone non sai se è per la densità dei testi, per la musica ritmata o per entrambe le cose».

Come si gestisce un tour nelle piazze e nei teatri con tante restrizioni?

«Per fortuna non c’è più l’obbligo delle mascherine e si possono vedere le persone in faccia. Certo, l’arena non è piena a causa del distanziamento, ma ci accontentiamo. Meglio fare concerti così che non farli per niente».

Nei giorni scorsi la Nazionale cantanti di cui è presidente si è impegnata con la onlus creata da Paolo Brosio per la creazione di un ospedale di Pronto soccorso a Medjugorje. Che cos’è esattamente la Nazionale cantanti?

«Intanto è uno strumento per difendere i deboli. 100 milioni di euro in beneficenza in quarant’anni non sono poca cosa. È una meravigliosa esperienza di volontariato, molto più che una serie di partite di calcio in posti strani. Giocando a calcio, andiamo a incontrare la sofferenza dov’è. Sono orgoglioso di collaborare a questi progetti».

A volte, quando si sente parlare della Partita del cuore si avverte un retrogusto di buonismo.

«Il buonismo è fatto di parole. Se costruire ospedali e strutture per il trapianto del midollo significa essere buonisti, mi va bene esserlo. Ci sono persone che sono sopravvissute anche grazie alle nostre partite».

Lei arriva dopo le presidenze di Mogol e di Gianni Morandi…

«Mogol è il fondatore, quello che ha avuto il sogno e ha acceso la scintilla. Forse non tutti ricordano che nel 2000, grazie a Mogol, Shimon Peres e Yasser Arafat s’incontrarono per l’ultima volta a una nostra partita. Morandi ha consolidato il progetto, rendendolo popolare e realizzando manifestazioni con decine di migliaia di persone. Adesso ci sono io».

Che differenza c’è fra la vostra storia e quella del Concertone del Primo maggio?

«Qui si vola più alto del dibattito politico nostrano, fatto più per avere consensi che per reale convinzione. Un conto è dire no alla guerra, un altro prendere un aereo militare e andare a Sarajevo durante la guerra dei Balcani. Oppure a Bagdad o sulla Striscia di Gaza. Noi usciamo dal mondo delle parole ed entriamo in quello dei fatti. Non a caso abbiamo incontrato persone come il Dalai Lama e Gorbaciov».

Ora il fatto è il Pronto soccorso a Medjugorje, ci è mai stato?

«Mai. Sono stato a Lourdes, ma non a Medjugorje. Anche Brosio è un visionario e in questo progetto è assecondato da Andrea Bocelli e da persone come Sinisa Mihajlovic e Al Bano che, anche se non gioca a pallone, è in prima fila con noi».

È stato a Lourdes da credente?

«Certo. Vi ho percepito una vibrazione particolare, diversa rispetto a qualsiasi altro posto del mondo. Devo dire che, avendo visto prima tutto il merchandising delle bancarelle, ero un po’ prevenuto. Ma poi, una volta dentro la grotta, capisci che non sei in un posto come gli altri. C’erano anche Morandi e Celentano…».

Quand’è successo?

«Una quindicina d’anni fa».

Chi ebbe l’idea di andarci?

«Celentano. Eravamo andati a Lourdes con la Nazionale e Adriano si era aggregato, senza giocare. Una volta lì, propose di visitare la grotta».

Andaste solo voi tre?

«C’era anche Claudia Mori. Fu una sensazione forte, anche Celentano ne fu toccato».

Qualche giorno fa ha sorpreso un suo tweet in cui elogiava l’intervento di Javier Prades al Meeting di Rimini intitolato «Il coraggio di dire io». Che cosa l’ha colpita in particolare?

«Per prima cosa che sia riuscito a rendere fruibile per tutti un filosofo come Kierkegaard, passando per Pirandello e arrivando ai Queen. Rendere vivo e attuale un pensiero che di solito mette soggezione non è un fatto di tutti i giorni. Poi mi ha colpito il fatto che una riflessione così fosse accompagnata da applausi simili a quelli di un concerto. Non tutto è perduto se ci sono ragazzi che vivono una ricerca più alta e non ascoltano solo la trap».

Cosa voleva dire scrivendo a commento di quell’evento che «il mondo non è solo carta velina»?

«Che non c’è solo l’effimero, un mondo di gente che si agita per cose inutili, vacue. Sentire Prades che parla in un posto affollato di ragazzi è un segnale confortante».

Ha colpito anche lei come alcuni cronisti il fatto che davanti alla platea del Meeting i leader politici si siano confrontati senza litigare o alzare la voce?

«I politici hanno capito che al Meeting se litighi fai brutta figura perché quello è il luogo del confronto».

Ha detto che molti suoi colleghi temono di suscitare disapprovazione, lei non ha paura di schierarsi?

«Uno dei pochi vantaggi dell’invecchiare e di avere una carriera consolidata è che non mi può succedere niente di grave se dico qualcosa in cui credo. Molti artisti sono terrorizzati all’idea di perdere consensi. Perciò si limitano a pronunciarsi contro la guerra, contro la povertà e contro la violenza sui bambini. Tutto bene, ragazzi: ma forse bisognerebbe entrare un po’ più nel merito».

Dobbiamo essere soddisfatti per il fatto che oggi il rock italiano sia rappresentato dai Maneskin?

«Io ci vedo due notizie positive. La prima è che, in un periodo in cui domina la trap, si compone musica al computer e il successo si misura con le visualizzazioni, i Maneskin vanno in cantina a provare e suonare. La seconda è che, dopo anni in cui lo stereotipo italiano prevalente è stato pizza e mandolino, oggi si scopre che gli italiani sanno anche fare rock».

Quindi, soddisfatti e appagati dai Maneskin?

«Al di là del loro specifico valore, sono un passo avanti rispetto a ciò che ci ha rappresentato finora».

Ora che Charlie Watts è morto abbiamo scoperto che tra i Rolling Stones ce n’era uno che è rimasto 60 anni con sua moglie.

«Il vero trasgressivo era lui, visto l’andazzo. Nel suo libro, Keith Richards scrive che il suono degli Stones era dovuto al lieve ritardo della batteria di Watts e al lieve anticipo della sua chitarra. Non a caso, non c’è mai stata una band in grado di rifare le loro cover. Mentre ce ne sono mille che rifanno i pezzi dei Beatles, dei Queen, di Vasco. Quel suono è solo loro, e Charlie Watts ne era uno degli artefici».

Era anche la dimostrazione che si può fare rock ’n’ roll senza rovinarsi di sesso e droga?

«Infatti lui stava dietro, alla batteria, mentre Richards stava davanti. Ci sono l’immagine e la sostanza. Il rock è fatto di tante componenti diverse e sul palco si vivono traumi positivi e negativi. C’è chi reagisce drogandosi e chi riesce a crearsi una realtà tranquilla quando smette di suonare. Ricordiamoci che chi va sul palco fa la cosa più stressante del mondo».

Parlando di palco, lei aspetta di tornarci con un nuovo disco?

«Sì. In tutto questo periodo ho scritto parecchio. Il mio è lo studio più bello d’Europa, però non lo affitto. Prima ci trovavamo a fare musica e poi andavamo tutti a cena insieme. Con il Covid suoniamo e poi offro tamponi a tutti. Abbiamo un sacco di pezzi pronti, aspettiamo di vedere che cosa succede a ottobre, nella speranza di pubblicare il disco e ripartire…».

Invece, in televisione?

«La televisione è vittima di strani meccanismi. Il programma Una storia da cantare su Rai 1 è andato talmente bene che non mi hanno più chiamato».

Prego?

«Chi è arrivato alla direzione di Rai 1 (Stefano Coletta ndr) dopo il mio programma con Bianca Guaccero non poteva ammettere che la gestione precedente (Teresa De Santis ndr) aveva fatto qualcosa di buono, come portare le canzoni e le storie di Fabrizio De André o Sergio Endrigo nella prima serata del sabato. Perciò il contratto non è stato rinnovato».

È un giudizio molto duro.

«Audience e costi di produzione sono facilmente verificabili. Abbiamo fatto ottimi ascolti con una produzione che è costata dieci volte meno di tanti programmi appaltati all’esterno. Ma questa è stata la mia condanna. Così è se vi pare. Invece, su Rai 2 ho condotto Musicultura».

Poi ci sono la radio, i romanzi… da dove nasce questo eclettismo, insolito tra i cantautori?

« Avendo una formazione plurima, mi piace raccontare la vita in mille modi diversi. Non credo che molti dei miei colleghi, forse escluso Francesco De Gregori, abbiano letto Il Capitale di Marx. Io sì».

Se è per questo il cantautore di riferimento del Pd è Fedez, mentre De Gregori almeno sulla vicenda dei concerti in pubblico si è esposto…

«Ed è stato un segno di grande apertura mentale».

 

La Verità, 27 agosto 2021

«È stata la Juve a spingere per dare la Serie A a Dazn»

Previsione azzeccata. Intervistato dalla Verità nell’agosto 2019, a precisa domanda su dove sarebbe tornato a fare il telecronista Sandro Piccinini rispose: «Fra due anni, spero in un nuovo grande gruppo dello streaming, tipo Amazon o Apple, ai quali potrebbe servire un telecronista popolare». Ora è appena rientrato da Lisbona dov’è stato con Massimo Ambrosini per raccontare Benfica-Psv Eindhoven, playoff di Champions League, la competizione di cui, dal 15 settembre, Prime video trasmetterà la miglior partita del mercoledì. Nell’attesa, Piccinini ha ripreso confidenza con la diretta della Supercoppa europea (Chelsea-Villareal, l’11 agosto) e, appunto, dei playoff: «Settimana prossima toccherà al match di ritorno tra lo Shakhtar di Roberto De Zerbi e il Monaco. Sarà un’ulteriore occasione per rodare tutta la squadra. Oltre a me e Ambrosini, anche i nostri talent che sono tutte belle facce di calcio, da Gianfranco Zola a Julio Cesar, da Luca Toni a Clarence Seedorf, da Federico Balzaretti a Claudio Marchisio».

Alla fine sei andato dove avevi previsto.

«Già in ottobre gli uomini di Prime video mi hanno contattato in vista di questa stagione. Tornare a commentare la Champions era l’occasione che aspettavo. Farlo in un’azienda forte e con uno staff di professionisti di grande qualità mi ha definitivamente convinto. Poi c’è la sfida di vedere se sono ancora capace di fare le telecronache».

E dopo le prime due?

«Sono più sereno, ma all’inizio un filo d’agitazione c’era».

Sky non ha rilanciato?

«Stiamo parlando. Avendo i diritti di sole 17 partite, Prime video non chiede l’esclusiva. Potrei continuare partecipare al Club di Fabio Caressa o ad altri programmi del weekend. A Sky hanno capito che avevo bisogno di riflettere. Dopo la sosta per la Nazionale deciderò».

Senza la partita della domenica sera, il Club di Sky perde centralità?

«Ormai è un marchio consolidato, una buona fetta di pubblico continuerà a seguirlo. Nell’ultimo anno c’era un’audience che si sintonizzava dopo la mezzanotte, non legata al dopopartita. Credo sia una bella sfida resistere senza il posticipo, perciò fanno bene a non mollare… Dico “fanno” ma forse dovrei dire “facciamo”».

Cosa pensi del racconto del calcio, credi anche tu che stia perdendo genuinità?

«Credo si debba distinguere tra l’evento in diretta, che conserva il suo fascino, e la parte di commento che gli ruota attorno. A noi italiani prende soprattutto la partita, quello è il momento centrale. Lo si vede anche in quest’inizio stagione, con i primi turni di Coppa Italia su Mediaset. Sul resto sono d’accordo: i talk show rischiano di saturare. Considerato che ci sono partite quasi tutti i giorni, forse gli spazi di commento andrebbero ripensati».

In quegli spazi i poteri forti esercitano pressioni?

«Durante la mia collaborazione a Sky non ne ho avvertite. Nessuno ha fatto sapere che avrebbe gradito un orientamento o un altro. Personalmente mi sono espresso in totale libertà. Anch’io leggo i social e vedo circolare tanti sospetti».

Come giudichi il fatto che da Sky sono usciti tanti colleghi e qualche commentatore come Lele Adani?

«Lo ritengo un fatto fisiologico. Prima Sky aveva dieci partite in esclusiva, da quest’anno ne ha tre. Qualche taglio è naturale, come lo è il fatto che alcuni colleghi accettino altre proposte».

Nessuna influenza dei club più potenti, a cominciare dalla Juventus spesso trattata con i guanti?

«Sui media i grandi club godono di un occhio di riguardo perché hanno tifoserie più numerose. Una notizia sull’Inter ha un peso diverso di una sul Parma. Detto questo, io ho potuto criticare in tempo reale l’idea della Superlega e attaccare Andrea Agnelli sul caso Suarez».

Perciò nessuna alleanza tra Sky e Juventus?

«A Sky ci sono venti opinionisti, ognuno con la propria simpatia. Se si misurano le presunte alleanze sui fatti concreti, la Juventus è la società che ha spinto di più per togliere i diritti a Sky e assegnarli a Dazn».

A volte si ha la sensazione di una gestione orientata: il Chievo è stato escluso dalla serie B in un batter d’occhio mentre un verdetto sul caso Suarez è atteso da un anno.

«E cosa c’entra con Sky?».

Non ho visto grande preoccupazione per la trasparenza del campionato né campagne sul caso Suarez.

«Questo dovunque, non farti influenzare dai social. Ripeto: la Juve ha spinto per dare i diritti a Dazn».

Se il telespettatore vuole seguire tutto il calcio ha bisogno di una consolle per i telecomandi?

«Oggi il pubblico è smaliziato. Pur di vedere la partita l’appassionato supera tanti ostacoli. Se perdi una serie tv te ne fai una ragione, se perdi il derby non so… Prime video ha scelto di mantenere lo stesso canone di abbonamento, senza sovrapprezzo, pur aggiungendo l’offerta della Champions».

Telecronache dallo studio o dallo stadio?

«Dal 15 settembre io e Ambrosini saremo sempre allo stadio».

Che cosa resterà della Superlega?

«Secondo me nulla. Per rientrare senza sanzioni nell’Eca (European club association ndr) i club ribelli hanno sottoscritto accordi vincolanti. Intanto l’Uefa ha avviato una revisione della Champions che comporterà una diversa distribuzione degli introiti. La formula della Superlega era molto discutibile: dieci grandi club che continuano a giocare fra loro. Un progetto sbagliato nella comunicazione e nel presupposto iniziale perché non è scontato che moltiplicando i big match si moltiplichino gli incassi».

Real Madrid, Barcellona e Juventus saranno escluse dalla Champions del 2022 come si paventa?
«È possibile. Ceferin mi sembra molto deciso. Può darsi che ora si apra una fase politica che porti a delle sanzioni nei loro confronti. Real, Barça e Juve mi sembrano arroccate nel loro progetto. Florentino Perez, che ne è l’ideatore, ha appena sborsato 120 milioni per acquistare Alaba: poi è facile dire che il bilancio è al collasso e ricorrere alla Superlega».

Ronaldo si è arricchito ma la Juventus deve risanare con un aumento di capitale.

«Anche perché Dybala vuole adeguare il suo contratto agli standard di Ronaldo e Chiesa a quelli di De Ligt».

Cosa significa Messi al Psg?

«È il sogno di ogni presidente, anche se non è il Messi di cinque anni fa. È un progetto fuori mercato. Al-Khelaïfi non ha speso niente per acquistarlo e può pagarlo con i suoi soldi senza indebitarsi».

Per questi club il fair play finanziario vale un po’ meno?

«È un’idea di Michel Platini che l’Uefa non è riuscita a imporre. Chi ha più soldi vince e la linea aerea del fondo può diventare sponsor del club. Uefa e Fifa stentano ad autoregolarsi».

Due anni fa con Antonio Conte all’Inter e Maurizio Sarri alla Juventus fu l’estate della rivoluzione, ora è restaurazione?

«È l’estate in cui riprende forza l’idea dell’“allenatore risolviproblemi”. Vista la scarsità di risorse, la Roma con Mourinho, la Lazio con Sarri e la Juventus con Allegri provano a compensare le lacune dell’organico».

Conte ha sbagliato a non restare?

«Mi spiace non sia rimasto perché avrebbe potuto dimostrare che un gande allenatore riesce a vincere senza Lukaku e Hakimi. Altri, sull’esempio della Nazionale di Roberto Mancini, hanno accettato la sfida di valorizzare al massimo quello che hanno a disposizione».

Abbiamo vinto gli Europei senza fuoriclasse, se non si vuol considerare tale Donnarumma.

«Donnarumma è un fuoriclasse, tanto che abbiamo vinto due partite ai rigori. Poi c’è stata anche una dose di fortuna: Chiesa, partito riserva, divenuto determinante, il gol di Arnautovic annullato per un fuorigioco millimetrico…».

Conte non ha capito il calcio al tempo della pandemia?

«Magari pensava di andare al Real Madrid, non lo sappiamo. Forse avrà pensato che alcune squadre risparmiano e altre no. E che lui poteva allenare in Francia o in Spagna».

Pirlo è stato un esperimento sintomo d’ingenuità o di arroganza?

«Agnelli ha pensato che gli scudetti li avesse vinti la società e non Allegri, Conte e Sarri. Tutti i presidenti la pensano così perché la società è la componente più forte. Ma l’allenatore serve e Pirlo non aveva esperienza. Senza Dybala e un centrocampo all’altezza, la sua è stata un’annata dignitosa, non catastrofica. Sì, scegliere Pirlo è stato un atto di presunzione».

Allegri avrà qualche problema a gestire tutti quegli attaccanti?

«Gira tutto intorno a Ronaldo, va o resta?».

E chi lo compra?

«Non bisogna sottovalutare gli sfizi dei ricchi. Se Mbappè va via, ad Al-Khelaïfi può venire in mente di far giocare insieme Messi e Ronaldo. Con Locatelli la Juve è migliorata ma, con tutto il rispetto, forse non a sufficienza. Poi magari Allegri riesce a valorizzare al meglio quello che ha».

Gigi Buffon ha fatto bene ad andare al Parma?

«Se ha ancora voglia di allenarsi tutti i giorni e si diverte ancora, perché no? Contesto quelli che vogliono che i grandi smettano prima. Come con Valentino Rossi… Ci vuole rispetto per i grandi campioni. Se parli con i giocatori di 35 anni ti dicono che è il momento che si godono di più perché non hanno più nulla da dimostrare e non patiscono lo stress».

Donnarumma ha fatto bene a lasciare il Milan?

«Il mercato è domanda e offerta e se ti offrono di più… È andato nella squadra che probabilmente vincerà la Champions. Al romanticismo della bandiera credevo quando i presidenti duravano: Giampiero Boniperti, Massimo Moratti, Silvio Berlusconi. Ma se ogni tre anni arriva un fondo americano che a ogni rinnovo mi presenta un manager diverso, a chi devo essere riconoscente?».

Sicuro che il Psg vincerà la Champions?

«Non si può mai essere sicuri, il Mancheter City doveva vincerla da anni… Da quando parte l’eliminazione diretta intervengono tante variabili, un errore arbitrale, un giocatore espulso, un altro infortunato. Però il Psg ci va vicino da due anni».

Corre il rischio figurine?

«È in agguato. Agli Europei la Svizzera ha eliminato la Francia e Mbappè ha sbagliato il rigore. Il Psg ha quattro attaccanti fortissimi, ma non è equilibrata in difesa».

Ti aggiungi a quelli che danno la Juventus favorita in Italia?

«Al momento sì, però vediamo come finisce il mercato. Se resta Lautaro e prende un altro attaccante, l’Inter non è così male. Poi c’è la Roma che ritrova Zaniolo, ha preso Shomurodov e Abraham. Se si crea l’alchimia giusta con Mourinho…».

 

La Verità, 21 agosto 2021

«La strada per il Colle passa dal centrodestra»

Patti chiari e intervista lunga, Bruno Vespa è un maestro di ospitalità che sa mettere a proprio agio l’interlocutore invitato nell’accogliente casa di Cortina d’Ampezzo dove, come tutti gli anni ad agosto, l’ex direttore del Tg1 e conduttore di Porta a porta, la Terza camera del Paese, trascorre un paio di settimane di vacanza. I patti sono che non si parla di televisione e di Rai, ma di politica e del suo Quirinale – Dodici presidenti tra pubblico e privato (Rai Libri), ora che è iniziato il semestre bianco che porterà alla scelta del successore di Sergio Mattarella (sé medesimo?) nel prossimo mese di febbraio.

A tutte le elezioni del presidente della Repubblica il candidato più accreditato viene giubilato. È successo a Giovanni Spadolini, Giuliano Amato, Franco Marini, Massimo D’Alema, Romano Prodi…

«Tranne che a Francesco Cossiga, sul quale funzionò il patto di ferro stabilito in precedenza tra Democrazia cristiana e Partito comunista».

Stavolta a chi toccherà?

«A nessuno perché ancora non c’è un candidato esplicito. Ci sono tanti aspiranti coperti, ma nessuno si scopre per non esser costretto a dire di esser stato giubilato».

Parlando di candidati coperti, anche lei, come si legge nel libro, ha rischiato di correre a sua insaputa.

«Quello è un fatto divertente. Silvio Berlusconi disse a Matteo Renzi che siccome, a suo avviso, conosco bene l’Italia… “perché non eleggiamo lui?”. Era solo una battuta, che fu Renzi a riferirmi».

Anche il patto del Nazareno fu tradito quando Renzi estrasse dal cilindro Sergio Mattarella. Come giudica il suo settennato?

«Mattarella è uno dei presidenti più amati, forse il più silenzioso di tutti. Ha incaricato tre maggioranze diverse in tre anni, muovendosi bene in momenti delicati. Soprattutto in occasione della formazione del primo governo Conte e in quella della mancata nascita del Conte ter».

Anche la crisi dell’agosto 2019 non è stata uno scherzo.

«No. Ma la maggioranza imperniata su M5s e Pd è stata una scelta più facile, tant’è vero che se n’era già parlato dopo il voto del marzo 2018».

Quando non diede l’incarico a Matteo Salvini nonostante il centrodestra avesse la maggioranza relativa?

«Non era sufficiente. È vero che il mandato a Roberto Fico fu molto più lungo di quello concesso a Elisabetta Alberti Casellati. Ma Salvini avrebbe dovuto cercarsi 50 parlamentari e sarebbe stato un governo fragilissimo. Poi fu Renzi a mandare all’aria l’ipotesi Pd-M5s in televisione. Mentre fece nascere il secondo governo Conte e ha impedito la nascita del terzo».

È il king maker dei governi pur con un partito infinitesimale.

«I sondaggi lo penalizzano, ma ha 47 parlamentari e conta di farli pesare anche nell’elezione del prossimo capo dello Stato».

Un po’ come faceva Bettino Craxi?

«Craxi aveva il 13%, Renzi era più forte nel Pd».

Con poco determina molto?

«Come Ghino di Tacco: bisogna passare per Radicofani».

Mattarella si è opposto anche alla scelta di Paolo Savona ministro dell’Economia.

«Quasi tutti i presidenti hanno imposto dei ministri, ma l’hanno fatto con il consenso del premier incaricato. Il veto su Savona è l’unico caso in cui un governo non è nato perché il capo dello Stato ha respinto un ministro».

Com’è cambiata la figura del presidente nella Seconda repubblica?

«È cambiata con l’avvento di Berlusconi. Mai Oscar Luigi Scalfaro si sarebbe comportato come fece se non fosse stato Berlusconi capo del governo. Scrivergli una lettera di galateo istituzionale alla quale Giuliano Ferrara, ministro per i rapporti con il Parlamento, rispose giustamente per le rime, fu un comportamento inedito nei rapporti tra Quirinale e Palazzo Chigi».

Con l’avvento di Berlusconi i presidenti sono diventati più interventisti?

«Sì, certo. Lo hanno tenuto sotto tutela. Che lui sia propenso alle scappatelle è evidente, ma loro lo hanno ripetutamente messo in collegio».

Nel caso della nomina di Mario Monti seguita all’invito a dimettersi a Berlusconi di Giorgio Napolitano si è parlato di «dolce colpo di Stato».

«L’ha scritto il sociologo vicino alla sinistra tedesca, Jurgen Habermas. Sicuramente fu un comportamento anomalo, tutto documentato. E emerso a posteriori fa una certa impressione. Tuttavia, dopo la guerra che gli fece Fini, Berlusconi aveva una maggioranza risicatissima, puntellata dai cosiddetti responsabili».

La lievitazione dei poteri del capo dello Stato è conseguenza dell’indebolimento della classe dirigente attuale?

«Non c’è dubbio. È una supplenza di debolezze crescenti. E meno male che Mattarella si è comportato con equilibrio in situazioni che stavano scappando di mano. Direi che Draghi è stato il suo capolavoro».

Dipende anche dal fatto che i presidenti si sono assunti il compito di ridimensionare il centrodestra, dopo Berlusconi anche Salvini?

«Per Scalfaro, Berlusconi era un marziano. E non c’è dubbio che Salvini al governo sia vissuto come un’anomalia legittima».

Anomalia legittima… vengono in mente le convergenze parallele.

«È legittimo che Salvini sia al governo, ne ha tutto il diritto. Anche Mattarella ha chiesto la partecipazione di tutti. Ma non c’è dubbio che sia vissuto come un’anomalia, basta vedere i frequenti scontri con il Pd. Il fatto che due partiti come Lega e Pd approvino insieme riforme importanti è un miracolo congiunto di Mattarella e di Draghi».

L’anomalia è dovuta al fatto che Salvini è cresciuto nella Lega, partito dell’antipolitica come lo era Forza Italia?

«La Ztl della società italiana non si rassegna all’idea che ci sia la destra al governo. È un percorso lungo, vedremo come andranno le prossime elezioni. Il Pd è il legittimo punto di riferimento della classe dirigente e delle élites culturale, burocratica e, in parte, anche imprenditoriale italiana. Anche quando ha il consenso della maggioranza degli italiani, il centrodestra ha la vita più difficile…».

In questi anni Mattarella avrebbe potuto pronunciarsi a proposito delle varie crisi che hanno attraversato la magistratura?

«È una domanda alla quale preferisco non rispondere, per un riguardo al capo dello Stato. Posso solo dire che la magistratura sta vivendo la crisi più grave della storia repubblicana , ancora non si è capito come possa superarla e il Presidente della Repubblica lo è anche del Consiglio superiore della magistratura».

Scalfaro è quello che esce peggio nella galleria dei suoi ritratti?

«Sì, lo metterei in coda alla lista».

Mattarella rimarrà contrario all’idea di prolungare il mandato fino al 2023?

«Credo che il libro dimostri l’assoluta fragilità delle previsioni sul Quirinale. Nel merito ci sono due scuole di pensiero. Una per la quale Mattarella resterà fino a fine legislatura. L’altra, come lui ripete, che non accetterà prolungamenti. Secondo me la prima ipotesi è irrispettosa e con qualche elemento di debolezza. Si rieleggerebbe Mattarella, ma non per sette anni. Credo non si possa fare un contratto con il capo dello Stato in cui si dice: va bene, grazie, adesso ci porti a elezioni e poi te ne vai. Se si elegge Mattarella, lo si elegge per l’intero settennato».

Con Napolitano andò più o meno così.

«Ma decise lui di andarsene dopo due anni. Non si può fotocopiare Napolitano in una situazione diversa».

Oggi la situazione è ancora più complessa per l’emergenza sanitaria e il ruolo internazionale di Draghi.

«Non c’è dubbio che togliere Draghi da Palazzo Chigi sarebbe un peccato, ma il Paese potrebbe essere accompagnato a elezioni dal suo ministro dell’Economia, Daniele Franco. È sicuro anche che dal Quirinale Draghi potrebbe rivestire un ruolo superiore in campo internazionale. Ma parlarne ora è fantascienza. Tutto si deciderà tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio».

Una volta Napolitano le disse che erano maturi i tempi in cui il Quirinale avrebbe potuto essere occupato da un uomo proveniente dalla destra. Previsione realistica, profezia precoce o fantapolitica?

«Servono particolari condizioni politiche e sociali perché un uomo di destra vada al Quirinale. Oggi per la prima volta il centrodestra è decisivo per eleggere il capo dello Stato. Naturalmente conviene che sia una scelta condivisa».

Il Corriere della Sera è già sceso in campagna per il Quirinale?

«L’elezione del presidente della Repubblica è il gioco politico più appassionante dei prossimi sei mesi. È normale che i giornali ci costruiscano un giallo a puntate».

Sperando di piazzare il loro investigatore?

«E chi sarebbe?».

Walter Veltroni è un’importante editorialista del Corriere.

«Walter ha grandi capacità negoziali. Sta a lui convincere il centrodestra a votarlo».

Il giudizio generale sul governo Draghi è positivo: poteva segnare maggiore discontinuità nella lotta al Covid?

«La discontinuità è rappresentata dalla scelta del generale Figliuolo. Siamo passati dalle primule alla rinascita della Protezione civile che era stata lasciata morire».

Vera discontinuità sarebbe stata cambiare Roberto Speranza?

«Difficile cambiare il ministro della Sanità in piena emergenza».

Quanto crede al partito unico del centrodestra?

«In astratto, tra Lega e Forza Italia è possibile, anche se non si fa dalla sera alla mattina. Con la Meloni serve ancora più tempo».

Sul piano dei numeri sarebbe conveniente?

«La storia dice di no. Tutti i partiti che si fondono riducono i loro consensi. Ma le circostanze attuali potrebbero essere più favorevoli all’unificazione».

Come valuta la strategia di Enrico Letta di puntare sull’alleanza con Conte?

«È un esperimento interessante. Vedremo come finirà».

Chi è messo meglio in vista delle amministrative del 3 ottobre?

«E chi lo sa? I sondaggi agostani sono un non senso, quelli affidabili arrivano a tre settimane dal voto. Sono chiamati alle urne venti milioni d’italiani in mille comuni…».

Anche in Italia avremo una grossa coalizione?

«Qualcuno poteva immaginare Letta e Salvini insieme al governo in una situazione come questa? La grossa coalizione c’è già, ed è stata una fortuna. Per la sua collocazione internazionale, Salvini ha fatto bene a entrarci. Come la Meloni a starne fuori, perché avrebbe contato molto poco».

 

La Verità, 14 agosto 2021

«Sull’onda del Covid l’élite vuole rifare il mondo»

Carlo Freccero, il provocautore. Da quando, quasi due anni fa, ha lasciato la direzione di Rai 2 ed è tornato stabilmente a Savona, lungi dal ritirarsi a vita privata, Freccero continua a studiare e a intervenire nel dibattito delle idee restando l’anarchico e vulcanico autore che abbiamo conosciuto in tanti anni vissuti pericolosamente. Al punto che, come conferma l’intervista che segue su pandemia e globalizzazione, la definizione di provocautore gli calza a pennello.

Sulla pandemia, fin dalla prima reazione dei balconi e degli slogan come «andrà tutto bene», è in atto uno scontro sempre più ideologico. Perché secondo lei?

Ci sono due Italie destinate a non incontrarsi perché partono da presupposti diversi. Per gli ortodossi è in atto la più pericolosa pandemia di cui si abbia memoria. Di fronte alla morte il sacrificio dei diritti costituzionali è indifferente e necessario. Per i dissidenti la pandemia non è la causa, ma il pretesto per eradicare questi diritti e instaurare un nuovo modello di vita attraverso quello che Klaus Schwab, il fondatore del World economic forum, ha chiamato «il Grande Reset» nel suo libro scritto con Thierry Mallaret e dedicato agli effetti del Covid. Anche il Time gli ha consacrato la copertina con un’immagine del globo terrestre circondato dai ponteggi di un cantiere in cui gli operai ricostruiscono il mondo.

Esistono organizzazioni economiche o gruppi di potere che vorrebbero trasformare la pandemia in un’occasione di palingenesi planetaria?

Oltre che sanitario, la pandemia è un evento politico ed economico. Per le élites è un’occasione irripetibile per instaurare l’agenda 2030 con largo anticipo. Cito ancora Schwab e Malleret: «Il mondo come lo conoscevamo nei primi mesi del 2020 non c’è più, dissolto nel contesto della pandemia. Stiamo per trovarci di fronte a dei cambiamenti radicali di una tale importanza che alcuni esperti parlano di anticoranavirus e dopocoronavirus». AC e dC non significherebbero più avanti Cristo o dopo Cristo, ma avranno per spartiacque la pandemia.

Concorda con gli studiosi secondo i quali come la peste nera fu all’origine dell’uomo moderno anche il Covid potrebbe provocare cambiamenti nell’antropologia di quello del Terzo millennio?

Li provocherà se lasceremo spazio al transumanesimo, grazie al quale l’uomo dovrebbe sconfiggere la morte e acquisire un potenziamento intellettuale e soprattutto mnemonico connettendosi all’intelligenza artificiale. Per chi ci crede c’è un solo ostacolo: il sovrappopolamento del pianeta. Da tempo nei testi scolastici il concetto di sovrappopolamento – insieme al riscaldamento del pianeta – è un dato acquisito. Non a caso tutti i filantropi, a cominciare da Bill Gates, si pongono il problema della pianificazione familiare. Si potrebbe scrivere un libro su questo argomento, ma cito solo la conferenza del 2014 nella quale Roberto Cingolani, attuale ministro della Transizione ecologica, ha detto che «il pianeta è progettato per 3 miliardi di persone». Perciò, siccome siamo 8 miliardi, o si riduce la popolazione o se ne comprimono i consumi impedendo viaggi e tutto ciò che produce Co2 . A questo servono lockdown e chiusure.
Vede anche lei come Massimo Cacciari un pericolo nel ricorso a prolungati stati di emergenza?
Cacciari ha ragione. Sotto l’onda emotiva della pandemia e di fronte alla minaccia della morte, la maggioranza degli italiani è disposta a rottamare quella stessa Costituzione che nel 2018 fa aveva saputo difendere contro il referendum promosso da Matteo Renzi. Disarmarci oggi per la pandemia è pericoloso per il nostro futuro. Perché il mondo potrà essere cambiato senza che noi possiamo decidere come.
Secondo Schwab l’umanità è a un bivio: dopo la pandemia potrà costruire una società più solidale e inclusiva o più individualista e selettiva. È davvero così?
Schwab si riferisce all’agenda 2030 che è piena di buoni propositi e condivisa da organizzazioni internazionali come l’Onu, l’Unesco e l’Oms. Questi buoni propositi però hanno una matrice malthusiana: difendere il pianeta dall’invadenza dell’uomo e non viceversa. Si persegue la fine dell’umanesimo in favore della green economy. Per me questa utopia è, in realtà, una distopia perché è antiumanistica. Ma noi siamo uomini: come potremmo mai partecipare al nostro stesso ridimensionamento?
Perché è stato l’annuncio dell’adozione diffusa del green pass a riportare parte della popolazione nelle piazze?
Perché costituisce una violazione dell’articolo 3 della Costituzione che vieta ogni forma di discriminazione.
Per il filosofo Giorgio Agamben il vaccino è «un simbolo religioso» al quale si attribuisce potere salvifico. Ne è una conferma il fatto che chi non vi ricorre è colpito da una sorta di scomunica sociale?

Secondo Walter Benjamin, cui Agamben sembra rifarsi, il cristianesimo è una religione culturale. Al suo interno tutto ha significato in riferimento a un culto, più che rispetto a un dogma o a un’idea. La vaccinazione non avrebbe senso senza il culto che la circonda. Provoca emozione come la celebrazione di un sacramento e dev’essere immortalata sui social di tendenza. La sua somministrazione sancisce l’appartenenza al gruppo di culto e provoca intolleranza verso chi si sottrae.

È la scarsa dignità culturale dell’universo no-vax a giustificare questa divisione in cittadini di serie A, vaccinati, progressisti e acculturati, e di serie B, antiscientifici, di destra e rozzi?

I no-vax vengono dipinti dalla propaganda come scientificamente ignoranti, ma la realtà è diversa. Il mainstream identifica la scienza con un vaccino che, secondo il suo stesso bugiardino, non è stato sperimentato e lo sarà soltanto se le vaccinazioni si protrarranno sino al 2023. Come possiamo definire scientifico un dispositivo non sottoposto a verifica sperimentale? Molti no-vax sono informati sulle più recenti scoperte della letteratura scientifica. I loro riferimenti sono il premio Nobel Luc Montagnier e il maggior virologo vivente Didier Raoult. Mentre i favorevoli al vaccino hanno per informatori le star della tv.

Come vengono usati i grandi quotidiani e i talk show nella costruzione di questa narrazione?

Per la comunicazione la pandemia è un grande campo di studio. Marshall McLuhan aveva previsto una terza guerra mondiale combattuta non con le armi tradizionali, ma con l’informazione. Giornali mainstream e televisione tendono a rendere conformista l’opinione degli utenti tramite l’emissione di un messaggio unico. Invece il web, anche quando viene commissariato dalle grandi piattaforme tramite gli algoritmi, i factchecker e la censura esplicita dei dissidenti, riesce a far trapelare messaggi «eretici». Sui social la censura è scandalosa, ma in qualche modo ha motivato i dissidenti. Sulla tv generalista invece non c’è censura perché non c’è n’è bisogno: il pubblico della televisione sembra vittima di una forma d’ipnosi.

C’è chi vede nell’adozione del certificato verde una forma di sorveglianza del potere. Ma anche per guidare un’auto bisogna esibire una patente che attesti l’idoneità del pilota a tutela della collettività.

A cosa li abilita di specifico il green pass? Semplicemente alla vita quotidiana che da quasi due anni ci è impedita. Nessun regime era arrivato al punto di richiedere una patente per vivere.

Una volta era la sinistra a difendere il diritto di critica e di dissenso. Oggi, sulle norme sanitarie, Giorgia Meloni la pensa come lei e Cacciari, e Matteo Salvini come Maurizio Landini.

Chi era di sinistra come me criticava il pensiero unico neoliberista, ma non conosceva ancora l’unanimismo di oggi. Sembra di essere piombati nella distopia orwelliana, costruita sul controllo e l’impoverimento del linguaggio. Non solo i politici non si sottraggono a questa tendenza. Di più, sono loro a costruire la gabbia del pandemicamente corretto nei limiti del quale ci si può esprimere. Maggioranza e opposizione stanno entrambe collaborando al grande reset.

Tuttavia il certificato verde è adottato in Francia e non ad esempio in Germania, Stati Uniti e Giappone.

Perché è un disegno che procede a macchia di leopardo. Molti Paesi lo hanno già accantonato. Altri vogliono andare avanti a ogni costo. L’Europa resiste con alterne vicende perché è il centro dell’operazione. Basta guardare gli interventi al Global Forum del gennaio 2021 per capire gli schieramenti.

È sotto gli occhi di tutti che la pandemia ha reso ancora più centrali le piattaforme. L’omologazione planetaria arriva con lo streaming di Netflix e Amazon?

Distruggere le piccole e medie imprese perché considerate obsolete per incrementare le grandi corporation fa parte del piano. Tutto ciò viene presentato come progresso. Dall’inizio della pandemia, le piattaforme e le grandi società di distribuzione hanno guadagnato tutto quello che le piccole imprese hanno perso.

Che spazi rimangono per l’originalità e l’identità nell’arte e nella comunicazione?

Ormai originalità e identità sono slogan pubblicitari per imporre obiettivi di massa nascondendoli sotto una patina di glamour.

 

Panorama, 11 agosto 2021

«Io, un attaccabrighe: più che scrivere amo litigare»

Fra le tante interviste ad Antonio Pennacchi riproposte in occasione della sua morte, mi permetto di aggiungere anche la mia, pubblicata dalla Verità nel marzo 2018, che contiene un’istruttiva e gradevole passeggiata per il centro di Latina, città dello scrittore.

Camicia nera e cravatta rossa, tifoso del Milan?

«No, tifo Roma. Nessuna simbologia».

Pensavo al Fasciocomunista

«Ma no, uno si mette la camicia e la cravatta che gli pare».

Sarà. Anche la sciarpa butta sul rossonero. La coppola, invece, Antonio Pennacchi non la toglie neanche a pranzo. «Andiamo al ristorante Impero, dove andava Mussolini», aveva proposto, «così facciamo un giro per Latina. Se non l’ha mai vista, vale la pena». Sull’architettura mussoliniana, Pennacchi ha scritto Fascio e martello. Viaggio nelle città del Duce (Laterza), e sa di cosa parla. Latina, ex Littoria, ha edifici squadrati e piazze ariose anche se insidiate dai palazzoni degli anni Sessanta. Piazza del Popolo, «da quel balcone si affacciò il Duce per l’inaugurazione. Il giorno prima i lavori non erano ancora finiti e diluviava. Usarono i trattori per trainare i camion di cemento, ma uno s’impantanò. Allora scavarono una buca e lo interrarono. È ancora lì sotto. Il giorno dopo, quando arrivò Mussolini, la piazza era finita e c’era il sole». Piazza della Libertà, sede della Banca d’Italia, «dove, tra la ritirata dei tedeschi e l’arrivo degli americani, Diomede Peruzzi e i suoi si calarono nel caveau e portarono via i lingotti con le carriole. L’ho raccontato in Canale Mussolini – parte seconda. Ci sono testimonianze, documenti…». Nato nel 1950, laurea in lettere da adulto, trent’anni di fabbrica – «ma adesso mi hanno tagliato la pensione perché si cumula con i diritti d’autore: solo per politici e magistrati il cumulo non vale» – esordio letterario dopo i 40, Premio Strega nel 2010 (Canale Mussolini), per alcuni critici il miglior scrittore italiano vivente, Pennacchi divenne popolare nel 2003 con Il fasciocomunista. Vita scriteriata di Accio Benassi (Mondadori), che sarebbe lui. Daniele Luchetti ne trasse Mio fratello è figlio unico, incentrato sul rapporto conflittuale con Gianni, il fratello giornalista e notista politico al Giornale, anche lui con un passato nelle organizzazioni violente della sinistra. Ma a lui non piacque.

Elio Germano e Riccardo Scamarcio in «Mio fratello è figlio unico»

Elio Germano e Riccardo Scamarcio in «Mio fratello è figlio unico»

Siamo alla quarta edizione, non sta mai tranquillo questo Fasciocomunista?

«Mai. Però adesso basta».

Sono passati cinquant’anni dal Sessantotto e 25 dall’inizio della prima stesura. È cambiato lei o il libro è perfettibile?

«Entrambe le cose. Anche scrivere libri è un lavoro manuale, un testo s’impara a levigarlo. Da giovane hai l’intuizione. Poi il gusto si affina, cresce la capacità critica, lo scavo della parola si fa più preciso. Pensiero e parola vanno saldati e quindi è un lavoro lungo, almeno per me».

La forza della sua letteratura è la scrittura parlata, una lingua che si ascolta, febbrile, di tutti?

«È il volgare: una letterarizzazione del parlato, non proprio in presa diretta. Il mio referente sono i lettori, all’inizio i miei compagni di classe. Non scrivo per me stesso, mi considero ancora un intellettuale maoista al servizio del popolo».

Addirittura.

«Per la precisione un poeta narratore più che un intellettuale. Poiché credo nell’uguaglianza degli esseri umani e considero le differenze un prodotto della storia e non della nascita, le mie storie perseguono l’emancipazione di tutti gli esseri. Sono un cantastorie popolare, scrivo per essere capito. Scrivo chanson de geste in cui è fondamentale l’azione, non romanzi filosofici. Perciò uso la lingua delle masse che conosco io, la classe operaia, i parenti, gli amici della fabbrica, pur sapendo che non mi avrebbero letto, perché in fabbrica si leggono il Corriere dello Sport e i giornali porno. Glieli avrei letti io i miei libri. Il mio serbatoio sono il bar, il barbiere, i modi di dire. Questo non significa che sia naif, sto dentro la tradizione letteraria italiana. Da una parte c’è Francesco Petrarca che scrive per non far capire alla gente, dall’altra Dante Alighieri che usa il volgare fiorentino per le masse».

Nella sua postfazione si legge: «Penso che certe cose mi accadessero perché dopo le scrivessi». La letteratura nasce dal bisogno di scrivere o dall’intensità di ciò che si vive?

«Se non scrivessi mi sentirei in colpa rispetto alla mission. Scrivo per senso del dovere, non per piacere. Io, mio fratello, mia sorella, eravamo i primi laureati e qui ci sono solo operai, contadini poveri, servi della gleba che si sono fatti il mazzo».

Una missione senza piacere?

«Il piacere lo provo quando ho finito ed è venuto bene. Prima è fatica, beato chi non ne fa. Nella famiglia contadina quando venivi al mondo ti veniva assegnato un ruolo, un mestiere».

A lei che mestiere toccò?

«Essendo nato nei giorni di lutto per la morte dei nonni, uno a distanza di 20 giorni dall’altro, è come se mia nonna mi avesse detto: “Ti te ghe da racontar ’a nostra storia”, la storia del nostro podere, della nostra famiglia. Come Il mulino del Po. A lungo mi sono sottratto a questo compito perché a me piace leggere, studiare e andare in giro a litigare per Latina. Raramente le mie storie sono frutto d’invenzione. Se lo sono, partono sempre da vicende reali».

Come l’adesione al fascismo da ragazzo, che per lei era un movimento di sinistra.

«Alle origini certamente. Nel ventennio si combattono il fascismo bianco e il fascismo rosso. Alla fine quello di sinistra perde, purtroppo».

Era un estremista, un attaccabrighe sempre pronto a fare a botte?

«Mia madre diceva che più che un attaccabrighe, ero un cacabrighe, uno che le trovava».

Secondo me le attaccava pure: alle assemblee del Pci finiva gli interventi con «Viva il Duce».

«Rifiuto le verità preconfezionate. Alle pentole del diavolo mancano sempre i coperchi. Questo spirito di contraddizione muove tuttora la mia scrittura, difficile che racconti storie già raccontate. Ai convegni dei partiti e dei sindacati si alzavano e dicevano: “Concordo con la relazione di Tizio e Caio”, poi parlavo io e si alzava la canizza. Mi hanno espulso dal Msi perché sono andato alla manifestazione pro Vietnam. Ancora adesso molti intellettuali della sinistra radical chic mi considerano un revisionista, ma non sono mai stato politicamente corretto, né da una parte né dall’altra».

Simpatizzava per Stefano Delle Chiaie, poi negli anni Settanta per la lotta armata.

«No. Ho sempre cercato la falla delle verità precostituite».

Cosa pensa del protagonismo sui media degli ex brigatisti? Barbara Balzerani ha detto che quello della vittima è un mestiere.

«Certe esternazioni sono sgradevoli. Io nelle Br non ci sono entrato solo perché sono stato fortunato e ho perso l’attimo, non perché ero contrario. Ma i miei amici ci erano andati e non li ho più trovati. Quando Moro fu ucciso, mi sono definitivamente allontanato. Uccidere è sbagliato e chi l’ha fatto deve fare autocritica, non certi discorsi ambigui. Però non va dimenticato che il male e le colpe non stanno solo da una parte. La lotta armata non spuntò dal nulla. Prima c’erano state le bombe alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. La stagione degli anni di piombo è figlia delle bombe messe da manovalanza nera, ma decise dai servizi segreti».

Pennacchi: «Dopo l'uccisione di Moro mi allontanai da quegli ambienti»

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Il Novecento è andato avanti con i conflitti tra destra e sinistra. Adesso?

«Dei battutisti sostenevano che fosse un secolo breve pensando fosse finito con la caduta del muro di Berlino. In Italia il Novecento si è chiuso il 4 marzo 2018».

Quindi è contento dell’esito delle elezioni?

«Prendo atto che i partiti come li avevamo conosciuti nel Novecento sono finiti. Matteo Salvini ha svuotato il vecchio Msi, i 5 stelle hanno svuotato il Pd».

Per chi ha votato?

«Per Liberi e uguali, ma senza entusiasmo. Non ci fosse stato l’ex magistrato sarei stato più convinto».

Pensavo le piacesse il M5s, attento ai poveri, che manda in archivio le vecchie categorie.

«Non manda in archivio niente. Non è che il declino dei partiti tradizionali ha annullato la distinzione tra destra e sinistra. La storia rimane un pendolo tra chi mette al primo posto l’individuo e chi sta con la collettività. Le ragioni della sinistra restano vive, perché nel pianeta ci sono più sfruttati che sfruttatori. Ma un conto è la realtà un altro la percezione e la propaganda. I 5 stelle dicono di non essere né di destra né di sinistra, ma di fatto occupano uno spazio a sinistra. Renzi si dice di sinistra, ma ne ha causato il harakiri e prende i voti ai Parioli».

Quindi i grillini non le piacciono.

«Decide tutto Casaleggio. Dove hanno governato si sono dimostrati improvvidi. E non mi convince la democrazia virtuale e i social. La gente preferisco guardarla in faccia e litigarci al bar».

Pensa che Lega e M5s dureranno? Potrebbero dar vita a un unico movimento di destra sociale?

«La destra sociale è un ossimoro. Fino a ieri la Lega ha predicato la secessione, trattandoci come idioti. Se continui a investire al Nord, qui non porti mai lavoro. Anche il Pd facesse come gli pare. Sarebbe naturale che andasse appresso al nostro popolo, tra la gente, nelle periferie. Ma ci vorrebbe una consapevolezza dei problemi che non mostrano di avere. Una cosa positiva però c’è».

Almeno una, sentiamo.

«Le aperture dei nuovi arrivati verso la Russia di Putin. Nel mondo persiste l’imperialismo: ci sono le sanzioni contro la Russia, ma i nostri soldati sono in giro a fare le guerre degli americani. Per fortuna s’inizia a guardare con più attenzione a Putin».

Si torna. Ecco il Palazzo Emme, «l’iniziale di Mussolini», imponente. Mi parla dell’intellettuale maoista a servizio delle masse, ma poi si emoziona per queste costruzioni, butto lì. «Ma che sta a di’ Caverzan? Quand’ero bambino ci venivo a scuola, è la mia infanzia, la mia gioventù… Quella, invece è la Questura». Dove lei era di casa. Sorride, crollando la testa nella coppola.

 

La Verità, 25 marzo 2018