Senza Coletta e Presta è Fiorello il «regista» di Ama

Quest’anno al Festival di Sanremo numero 74, anno quinto dell’èra Amadeus, si è finalmente capita la vera ripartizione dei ruoli. Ci sono un professionista e un fuoriclasse, protagonisti di una simbiosi perfetta. Il professionista è Amedeo Umberto Rita Sebastiani, direttore artistico e conduttore della kermesse, praticamente il testimonial della Rai di oggi. Il fuoriclasse, invece, è Rosario Tindaro Fiorello, showman, intrattenitore, artista dello spettacolo. In questo Amadeus five, la linea di comando è diventata improvvisamente più snella e operativa. Un po’ come avviene in certe società di calcio quando si riducono i dirigenti e finalmente allenatore e direttore sportivo non hanno troppi capi a cui rendere conto. A Sanremo, sparito Stefano Coletta, direttore dell’Intrattenimento primetime con il vizietto di mettere il naso sulle scalette, e dileguato Lucio Presta, il manager che procurava ospiti importanti ma orientati, sono rimasti loro due. Il selezionatore di canzoni e presentatore, padrone del palco sul quale muove collaboratori, ospiti e cantanti. E il talento artistico che, in un certo senso, come abbiamo scritto, dopo la separazione da Presta, è diventato il vero agente di Amadeus e il suggeritore dell’evento. L’intesa assoluta tra i due si giova anche del mandato di piena libertà concesso loro dagli attuali vertici (un anno fa c’era ancora Carlo Fuortes).

Prendiamo ieri sera. Con le esibizioni di solo metà delle canzoni in gara si sono aperti alcuni spazi grazie a Dio non per monologhi e prediche, ma per alcuni ospiti importanti. Il toccante racconto della malattia di Giovanni Allevi e l’esibizione di John Travolta, in occasione dell’imminente settantesimo compleanno. Mentre la partecipazione del pianista era già definita da tempo essendo nata proprio dalla frequentazione con Amadeus, l’incertezza riguardava che cosa fare con il divo hollywoodiano. L’ultima volta che venne all’Ariston, Festival 2006, la star di Grease si trovò a massaggiare i piedi di Victoria Cabello. In precedenza, ospite di Stasera pago io di Fiorello, aveva già riproposto i passi di ballo del Tony Manero de La febbre del sabato sera e, in altre occasioni, quelli del Vincent Vega di Pulp fiction. Dunque, che fare? «Fiorello mi ha detto di avere l’idea giusta», ha risposto Amadeus a precisa domanda in conferenza stampa. «È qualcosa che ancora non so», ha buttato lì. Difficile che davvero non lo sapesse. Più realistico che, come abbiamo visto, l’idea fosse farina di Fiore.

Di lui il direttore artistico si fida ciecamente perché ogni sua gag, ogni sua apparizione contiene il guizzo che dà plusvalore alla manifestazione. L’altra sera, sul lungo mantello che indossava davanti all’Ariston si leggeva: «Ama pensati libero, è l’ultimo». Un colpetto a Chiara Ferragni e un incoraggiamento all’amico per alleggerirne il carico. Poco più tardi si è presentato a sorpresa in platea per violare il patto di non salire fino a sabato sera sul palco, dov’è rimasto improvvisamente immobile come un avatar disobbediente dell’intelligenza artificiale. Intanto, dall’Aristonello, il vero Fiorello disconosceva il replicante impazzito. Poi, in piena notte, a Viva Raidue! Viva Sanremo! ha improvvisato un match di tennis con Marco Mengoni e letto i whatsapp di tutti gli amici nottambuli sintonizzati a quell’ora.

Le doti da grande intrattenitore dello showman siciliano sono note da tempo. Quelle da manager capace di leggere il contesto e le situazioni con lucidità lo erano meno. Invece, il nuovo Fiorello è anche capace di dare la linea cazzeggiando. Alla conferenza stampa di apertura del Festival, a un certo punto ha confessato: «Quest’anno non sta succedendo niente, l’ospite di sabato sera potrebbe essere il Codacons». Ecco perché Amadeus ha spalancato le porte dell’Ariston al movimento dei trattori. Serve un’intramuscolare di realtà per non restare confinati nella gara canora, per quanto di qualità. Le polemiche sono il sale di Sanremo e se mancano quelle c’è caso che gli ascolti ne risentano. Non è stato così finora (10,6 milioni di spettatori e 65,1% di share all’esordio) e questo Festival sta per fortuna riuscendo a dimostrare che si possono battere i record anche senza strappare foto di viceministri o simulare effusioni gaie in fascia protetta.

Invece domenica sera, in collegamento con Che tempo che fa, Fiorello aveva detto: «Questo è l’ultimo Festival, poi noi apriremo un profilo su Onlyfans in coppia, anche per rispetto del pubblico che non ne può più di Ama». Pur dette con tono leggero, sono parole di qualcuno che riesce a intravedere la conclusione di un ciclo e il rischio del rigetto. No, non apriranno una pagina su Onlyfans, Ama & Fiore. Più facile che realizzino un varietà insieme. «È un desiderio che l’ad Roberto Sergio ha manifestato qualche tempo fa», ha confermato Amadeus. «Ci piacerebbe, è possibile. Non c’è ancora l’intenzione», ha precisato. Se son rose, fioriranno.

Spegnendo le sirene di La7 e del gruppo Discovery che, pare, avrebbero delle mire su Fiorello.

 

La Verità, 8 febbraio 2024

 

Post scriptum A Viva Raidue! Viva Sanremo! Fiorello ha ammesso che la gag del ballo del qua qua con Travolta «è stata terrificante».Onore all’autocritica dello showman che stavolta ha floppato. Al punto che l’attore americano si è rifiutato di firmare la liberatoria per la diffusione della scena. 

La rosa dell’Istria, più melodramma che dramma

Dopo gli otto episodi tratti da La Storia di Elsa Morante, i sei sulla Caduta del Duce, ecco su Rai 1 La rosa dell’Istria, film tv ispirato dal romanzo Chi ha paura dell’uomo nero? di Graziella Fiorentin (edizioni Corbaccio). Siamo sempre nella stessa epoca storica, dopo l’8 settembre 1943, ma stavolta in un’area geografica periferica dove il conflitto è, se possibile, ancora più cruento perché, allo scontro tra l’esercito tedesco, quello italiano sbandato dopo l’armistizio, le truppe anglo-americane che però stanno risalendo lo Stivale, e i partigiani, si aggiunge l’ostilità delle forze del generale Tito che avanzano verso Nord per annettere alla Jugoslavia i territori dell’Istria e della Dalmazia. Protagonisti della vicenda sono i Braico, famiglia della buona borghesia di Canfanaro, il padre Antonio (Andrea Pennacchi) è il medico condotto del paese. Un uomo rigido e orgoglioso, che ha progetti ben precisi sui figli. Niccolò, il più grande, deve fare il medico come lui, la figlia Maddalena (Gracjela Kicaj) deve studiare medicina, anche se ama dipingere. Ma l’arrivo dei partigiani titini e i primi rastrellamenti sconvolgono tutti i piani e costringono l’intera famiglia all’improvvisata fuga, nella quale Niccolò resta vittima di una sparatoria. Nel paesino friulano dove vive lo zio che li ospita, i Braico non trovano, però, buona accoglienza. Antonio deve adattarsi a lavori di fatica perché le condotte sono già tutte assegnate, e a scuola Maddalena viene trattata da straniera. È l’incontro con l’affascinante e misterioso Leo (Eugenio Franceschini), anche lui pittore, a ridarle speranza nel futuro. Ma l’improvvisa sparizione del ragazzo e il posto di medico per il papà liberatosi in un altro paese producono un nuovo strappo e un nuovo trasferimento. Dopo la morte della madre che ha sempre mediato tra padre e figlia, il conflitto fra i due si inasprisce, fino alla decisione di Maddalena di seguire il suo istinto e la sua indipendenza. Ma coltivare i sogni non vuol dire dimenticare le proprie radici e la propria identità. Anzi.

Prodotto da Publispei per Rai Fiction e diretto da Tiziana Aristarco, La rosa dell’Istria lascia la guerra e le foibe, un capitolo che meriterebbe maggiore approfondimento anche artistico, sullo sfondo. E si concentra sulla storia di formazione della ragazza, privilegiando il melodramma sul dramma, l’amore per il bel pittore e la resistenza per difendere il talento dalle rigidezze del padre. Un Pennacchi più credibile in questi panni che in quelli di certe, monocordi, esibizioni nel circolino di Propaganda live.

 

La Verità, 6 febbraio 2024

 

La congiura contro il Duce narrata come un thriller

Con La lunga notte – La caduta del Duce si definisce ulteriormente il focus della Rai sulla storia d’Italia, iniziato con la trasposizione, appunto, de La Storia di Elsa Morante. Come già la serie diretta da Francesca Archibugi, nell’intento di avvicinare il pubblico più giovane anche questa è stata resa interamente disponibile su Raiplay dopo i primi due episodi trasmessi lunedì (Rai 1, ore 21,35, share del 19,8%, 3,6 milioni di telespettatori). Ma, ora che Rai Fiction sperimenta modalità «da piattaforma digitale», anche i fruitori tradizionali non devono attendere a lungo perché gli ultimi quattro capitoli sono stati programmati per ieri sera e stasera.

Coprodotta dalla Eliseo Entertainment di Luca Barbareschi con la regia di Giacomo Campiotti, obiettivo della serie è raccontare le settimane che portarono alla caduta del regime e alla destituzione di Benito Mussolini (Duccio Camerini) nella notte tra il 24 e il 25 luglio 1943, al termine della tumultuosa seduta del Gran consiglio del fascismo voluta da Dino Grandi (Alessio Boni). È il presidente della Camera il protagonista della congiura contro il Duce, convinto com’è che, mentre gli anglo-americani sono già sbarcati in Sicilia, Mussolini non abbia più il controllo della situazione e stia portando il Paese alla distruzione. Così, nonostante la moglie (Anna Caterina Morariu) gli consigli prudenza, Grandi segue il suo istinto anglofilo, con l’ambizione di sostituirsi al capo che sta esautorando. Cerca i favori di Vittorio Emanuele III (Luigi Diberti) e trova la convergenza parallela di Maria José del Belgio (Aurora Ruffino), la quale manovra a sua volta per la caduta del Duce e l’ascesa del marito, Umberto II di Savoia (Flavio Parenti). Dal canto suo, Mussolini si trincera negli splendidi saloni di Palazzo Venezia, dove riceve le visite di Clara Petacci (Martina Stella) e impartisce ordini all’Ovra per punire i nemici. Pur sessualmente vivace e politicamente tenace, è un dittatore in declino, già malato di ulcera, assillato dalle richieste dell’amante e della figlia Edda che dilapida fortune a poker, ma chiede ruoli di maggior prestigio per il marito Galeazzo Ciano (Marco Foschi). La guerra è sullo sfondo se si eccettua il bombardamento del quartiere San Lorenzo, appena visto ne La Storia. E tutta l’azione si svolge in una Roma percorsa dagli intrighi interni a un potere ancora esteticamente prorompente, rappresentato con cura di dettagli. Ma, in realtà, decadente perché minato da dissensi e ambizioni personali crescenti. Un fascismo da camera, con donne assai intraprendenti, gerarchi senza adunate, regime senza popolo.

 

La Verità, 31 gennaio 2024

Bianca, Lilli e Marco: 50 sfumature antimeloniane

Alla faccia dell’egemonia culturale delle destre (quante mai saranno?). E anche alla faccia di TeleMeloni.

Da quando, una decina di giorni fa su Rete 4 c’è stato il passaggio di testimone da Nicola Porro a Bianca Berlinguer, i due principali talk show del cosiddetto access primetime, sono diventati entrambi antigovernativi. A Otto e mezzo su La7, che lo è sempre smaccatamente stato, si è aggiunto Prima di domani, questo il titolo al posto di Stasera Italia, che invece lo è moderatamente. Ci sta, si dice in questi casi, con espressione abusata. La maggioranza comanda ed è giusto ci sia chi le fa il contropelo. È il compito dell’informazione cane da guardia del potere, e avanti con il resto della retorica in argomento. Perfetto. Però, poi, fermiamo i piagnistei sull’occupazione dei media, sull’egemonia meloniana e bavagli vari. Anche perché, facendo zapping sempre in quella fascia oraria, su Rai 3 troviamo Il cavallo e la torre di Marco Damilano che non si lascia scappare un oppositore-che-è-uno al governo in carica, convocandolo da ogni parte del globo, si chiami Carola Rackete o Richard Gere. Tanto per (sgra)dire. A «riequilibrare» lo sbilanciamento sinistro del palinsesto post tg non bastano certo i Cinque minuti di Bruno Vespa. Togli due piatti dal tavolo e il programma è già finito.

Insomma, a quell’ora è difficile trovare un racconto alternativo a quello dei giornaloni. Anzi, adesso anche su Rete 4 si vedono i soliti noti: Stefano Cappellini e la new entry Concita De Gregorio di Repubblica, Peter Gomez e Gad Lerner (altri neo-acquisti) del Fatto quotidiano, Veronica Gentili, iena e blogger del Fatto, Oscar Farinetti, imprenditore dichiaratamente progressista, senza citare gli ospiti politici molto bipartisan, da Giovanni Donzelli e Carlo Fidanza di Fdi, a Carlo Calenda di Azione, Matteo Renzi di Italia viva e Debora Serracchiani del Pd. Insomma, lo spostamento del baricentro è evidente e voluto. Bianca Berlinguer fa bene a non snaturarsi, nonostante il passaggio con autori e Mauro Corona al seguito sul canale Mediaset. Ma gli ascolti non le danno completamente ragione, assestandosi fra il 3 e il 4% di share. Perché il pubblico della rete dove Mario Giordano e Paolo Del Debbio superano abitualmente e agevolmente il 6% comincia a mostrarsi tiepido. Per ascoltare il contropelo alla Meloni, a quel punto, tanto vale spostarsi direttamente su La7. Sarà per questo che, negli ultimi giorni, Bianchina sta cavalcando i casi della crisi dell’impero Ferragni e della morte della ristoratrice di Sant’Angelo Lodigiano, promossi dalle campagne del Fatto e poi deflagrati sui social?

 

La Verità, 19 gennaio 2024

Al circolo polare affiorano i nostri cuori di tenebra

È partita domenica notte su Sky Atlantic, in contemporanea con Hbo, l’emittente americana produttrice, la quarta stagione di True detective. Si intitola Night country, è scritta e diretta da Issa López, ma tra i produttori esecutivi ci sono sempre Matthew McConaughey e Woody Harrelson (interpreti della prima stagione), Nic Pizzolatto e Cary Joji Fukunaga (creatori dello show). Anche stavolta c’è una star cinematografica a reggere la storia, l’invecchiata Jodie Foster nei panni della mascolina investigatrice Liz Danvers («Porca troia» è la sua imprecazione preferita), affiancata dall’altrettanto spiccia agente Evangeline Navarro (Kali Reis), con piercing nelle guance. Donne toste in un mondo tutto maschile. È, infatti, composto di soli uomini provenienti da tutto il mondo, il gruppo di ricercatori della base scientifica Tsalal di Ennis, in Alaska, dove sta scendendo la notte polare che durerà alcune settimane. Ma quando arriva il corriere per consegnare il cibo, degli otto studiosi non c’è traccia. Salvo una lingua mozzata, sul pavimento. Basta per far scattare le indagini, anche perché i panini intonsi hanno l’odore di due giorni. Inoltre, quella lingua mozzata rimanda a un vecchio caso, chiuso in modo controverso. Inizia così il tortuoso viaggio nel «paese della notte», metafora delle tenebre che avvolgono i cuori di molti dei protagonisti. «Perché non sappiamo quali belve sogna la notte, quando il buio dura così a lungo che nemmeno Dio riesce a restare sveglio», recita la frase inventata dall’autrice per l’esergo della storia.

«Che cosa cercano scavando nel ghiaccio?», s’informa Danvers sugli obiettivi di biologi e chimici che «vivono soli, come monaci, tutto l’anno». «Direi, l’origine della vita», abbozza il collaboratore. «Ah, tutto qui?», taglia corto la scafata detective. Meno cinica sembra l’agente che di nome fa Evangeline. «Lei crede in Dio?», le chiede il fratello dell’ecologista che contestava la miniera, uccisa in circostanze non del tutto chiarite. «Sì». «Dev’essere bello non essere soli», commenta l’uomo. «No, siamo soli», replica lei, «anche Dio». Tra scenari cupi e dettagli macabri, temi ambientalisti e velleità metafisiche ma nichiliste, si presagisce l’affiorare di orrori repressi.

P.s. Al contrario della Rai che, dopo i primi due episodi de La Storia, ha reso visibili gli altri sei per la visione sequenziale su Raiplay, i prossimi cinque di Night country verranno rilasciati uno alla volta, settimanalmente. È una piccola rivoluzione. La tv generalista spera di agganciare il pubblico giovane, mentre la piattaforma digitale punta a fidelizzare il pubblico adulto, cui la serie è destinata.

 

La Verità, 17 gennaio 2024

Il Papa ospite di Fazio è meno evento di una volta

Impaginata tra la prefazione antifascista e antigovernativa del terzetto di giornalisti trendy (Annalisa Cuzzocrea, Nello Scavo e Massimo Giannini) e la postfazione di Luciana Littizzetto («Sei sempre il solito, mi hai esclusa anche stavolta!»), è andata in onda a Che tempo che fa l’attesa intervista di Fabio Fazio a papa Francesco. Cinquanta minuti di dialogo a tutto campo con prevalenza di temi teologici e morali e qualche omissis, tipo la strana sinergia tra le casse di alcune diocesi e l’attività della banda di Luca Casarini, sotto osservazione della Procura di Ragusa per favoreggiamento dell’emigrazione clandestina. Alla fine, bisogna ribadire i complimenti al conduttore per il colpo giornalistico, virato nella consueta melassa buonista su temi alti come la preghiera, il peccato, la misericordia divina e l’amore universale. Rivolgendosi a Fazio con il tu confidenziale, al quale lui rispondeva con l’ossequioso «Santo Padre», Bergoglio ha avuto agio per ribadire la condanna delle atrocità della guerra, la crudeltà nei confronti dei migranti, la sua predilezione per i bambini e i nonni, la misericordia incondizionata di Dio che «benedice tutti, tutti, tutti» (più corretto dire «ama» tutti?, timidamente chiediamo). Insomma, niente di particolarmente inedito. E, chissà, sarà forse questa la ragione per cui gli esiti televisivi del cosiddetto evento si sono rivelati inferiori alle aspettative. Che tempo che fa ha registrato il 13% di share con 2,6 milioni di spettatori, circa un punto in più delle precedenti serate sul Nove (la puntata con Beppe Grillo ottenne il 12,1 e 2,5 milioni di ascoltatori), mentre la sola intervista al Pontefice ha avuto un ascolto del 14,2% e 3 milioni di telespettatori. Numeri che classificano il programma al terzo posto dell’Auditel, dietro la soap di Canale 5, Terra amara (15,2%), e la replica del commissario Montalbano (La vampa d’agosto), su Rai 1 (14,8%). Ancora più significativo il confronto con la precedente ospitata di papa Francesco chez Fazio, il 6 febbraio 2022, allora su Rai 3. Quella volta fu primato assoluto con il 25,4% e 6,7 milioni di telespettatori, il doppio in termini di share e più del doppio per numero di ascoltatori perché in quell’occasione la concorrenza, pur ampiamente sconfitta, era corposa (Avanti un altro… pure di sera!, su Canale 5 e L’Amica geniale – Storia di chi fugge e di chi resta, su Rai 1). La morale (televisiva) della faccenda qual è? Che, forse, considerata l’inflazione di interventi ed esortazioni, un’intervista che ripropone nella melassa faziesca gli abituali cavalli di battaglia bergogliani non è più da considerare un vero evento.

 

La Verità, 16 gennaio 2024

Jasmine Trinca ha il volto per reggere La Storia

In fondo, non c’è da stupirsi. Sono andati in onda i primi due episodi de La Storia (Rai 1, lunedì, ore 21,40, share del 23,5%, 4,5 milioni di telespettatori) e c’è già chi le attribuisce grandi funzioni pedagogiche. Una fiction nel segno del bel film di Paola Cortellesi e contro la violenza sulle donne, ammonisce Vanity Fair. Per rieducare quelli delle braccia tese di Acca Larentia, sentenziano i benpensanti dei social. Gli accostamenti sono tutti legittimi, un po’ meno le strumentalizzazioni. Dopo quella di Luigi Comencini del 1986, la trasposizione di Francesca Archibugi del romanzo di Elsa Morante, pubblicato nel 1974 da Einaudi in edizione tascabile per volere dell’autrice, è la prima di una serie di opere di Rai Fiction che vogliono riflettere sulla storia italiana (arriveranno Mameli, sulla giovinezza dell’autore di Fratelli d’Italia, e La lunga notte – La caduta di Duce, per la regia di Giacomo Campiotti). Prodotta da Picomedia di Roberto Sessa e sceneggiata da Giulia Calenda, Ilaria Macchia, Francesco Piccolo e dalla stessa Archibugi, La Storia ha tutti i diritti di non essere strattonata da una parte e dall’altra, ma di restare fedele alle intenzioni dell’autrice e, per quanto possibile, alla qualità del prodotto televisivo.

Allo scoppiare della guerra, nel quartiere San Lorenzo di Roma, dove l’inascoltata Vilma (Giselda Volodi) anticipa sciagure e l’oste Remo (Valerio Mastandrea) offre dosi di buon senso e la cantina-rifugio, Ida Ramundo (Jasmine Trinca) è una maestra elementare vedova e madre di Nino (Francesco Zenga) con due segreti da nascondere: essere ebrea e aver subito la violenza di un soldato tedesco dalla quale è nato Useppe. Mentre Nino si arruola nella gioventù fascista, al primo bombardamento vien giù la casa e non resta che sfollare verso Pietralata insieme ad altre famiglie distrutte e a un giovane comunista idealista (Elio Germano). A sua volta, dopo l’infatuazione adolescenziale per il Duce, Nino abbraccia la Resistenza, senza però mai dimenticare l’amato fratellino…

Scrive Archibugi nelle note di regia: «I personaggi di questo grandioso libro sono creature senza nessun potere, attraversate da forze collettive, piccole figure che tentano di sopravvivere nel decennio di un secolo che ha attraversato l’orrore assoluto». Un’enorme sproporzione, insomma, che doveva essere resa soprattutto dalla qualità del cast. Scommessa vinta: gli attori sono tutti perfettamente nella parte. In modo particolare Trinca, che ha la postura e lo sguardo per incarnare la timidezza di una donna senza protezioni e la preoccupazione per gli eventi che incombono.

 

La Verità, 10 gennaio 2024

Nell’apocalisse di Netflix siamo ostaggi di internet

Con Il mondo dietro di te e un cast di primissimo livello che comprende Julia Roberts, Ethan Hawke, Mahershala Alì e Kevin Bacon diretti da Sam Esmail, Netflix tenta di replicare il successo di Don’t look up, il film che preconizzava la fine del mondo con l’avvicinarsi di una meteora prodotta dal cambiamento climatico con Leo DiCaprio, Cate Blanchett e Meryl Streep che, uscito a sorpresa nel dicembre 2021, collezionò una miriade di candidature agli Oscar e ad altri premi senza tuttavia conquistarne uno. A firmare quell’operazione c’era Adam McKay, regista, sceneggiatore e autore, nonché membro e finanziatore del Climate emergency fund che, fra l’altro, sostiene le azioni degli ecologisti estremi sul pianeta, compresi quelli di Ultima generazione. Il mondo dietro di te ha un pedigree ancor più prestigioso vantando tra i produttori esecutivi nientemeno che Barack e Michelle Obama, ma sembra di poter escludere che il loro sia stato un sostegno oltre qualche vaga ispirazione.

Siamo nell’upper class di New York e i coniugi Sanford, lui un docente di comunicazione, lei una dirigente aziendale nelle pubbliche relazioni che pure confessa di «odiare le persone», decidono di trascorrere un lungo weekend in una villa sul mare. Non fanno in tempo a prendere possesso della splendida residenza e a stendersi in spiaggia che una serie di fenomeni inizia a susseguirsi attorno a loro. Un’enorme petroliera s’avvicina minacciosa senza timoniere sollevando tonnellate di sabbia. Nel parco della villa cominciano a comparire branchi di cervi sempre più numerosi. Aerei precipitano sul litorale nel più assordante frastuono. E mentre, ovviamente, s’interrompe ogni connessione elettronica e la famigliola resta ostaggio del blackout, suonano alla porta un padre e una figlia di colore che si presentano come i proprietari della casa. E, anche loro vittime del cyber-attack, chiedono curiosamente ospitalità ai loro ospiti. Insomma, la fantasia non manca. E nemmeno la qualità della sceneggiatura, dispiegata su ritmi lenti ma efficaci nel sottolineare i momenti di tensione.

A differenza di Don’t look up e dell’emergenza climatica, stavolta a palesare la fragilità della condizione umana è l’abbandono totale delle tecnologie, senza le quali siamo ostaggi di fronte all’ignoto. Così, sebbene nessuno individui una traccia utile, l’escalation dei fenomeni aumenta tra sette che governano il mondo, attacchi antiamericani e complotti sino-coreani e lotte per la sopravvivenza e solo un’idea semplice risolverà l’enigma. Fino a quel momento però, siamo fragili e precari e abbiamo bisogno di qualcuno che pensi per noi. Chi vuole può crederci.

 

La Verità, 13 dicembre 2023

Da Augias a Serra, chi sono i nuovi guru d’opposizione

L’altra sera ce n’erano due, comodamente adagiati sulle poltroncine di La torre di Babele, nuovo caminetto antigovernativo di La7. Corrado Augias e Michele Serra, categoria guru d’opposizione. Il primo, con l’aria del vecchio saggio richiamato in servizio, transfuga dal servizio pubblico, causa emergenza democratica. Il secondo, costretto ad alzarsi dall’Amaca per gli improrogabili straordinari, motivati dalla medesima emergenza e, va detto, da una certa evanescenza di coloro che l’opposizione dovrebbero farla di professione.

Il dovere chiama; dunque, ai posti di combattimento. Augias e Serra, entrambi repubblicaner, sono i capifila delle due principali scuole di pensiero della nuova genia. La scuola romana e la scuola emiliana. L’altra sera si confrontavano sui «giovani». Capirete. Non hanno più fiducia nel futuro. Hanno paura del clima impazzito, della crisi economico sociale e degli attacchi terroristici. I giovani, dicevano un ottantottenne e un quasi settantenne, considerano l’Italia un «Paese in declino». La tesi è stata plasticamente rappresentata dalla cover dell’ultimo libro firmato da Serra con Francesco Tullio Altan (toujours Repubblica) intitolato Ballate dei tempi che corrono (Feltrinelli), «in cui si vede un popolo che va all’indietro», ha sintetizzato il capofila emiliano. Mentre invece bisogna cercare di uscire in avanti, «buttandola in politica», per esempio come si è fatto nelle bellissime manifestazioni del 25 novembre contro i femminicidi. Insomma, i «giovani, ai quali dobbiamo rivolgerci senza paternalismi», si è detto senza ridere, dovrebbero impegnarsi a scalzare chi comanda in quest’Italia retrograda.

È la summa ideologica del lavorio che di questi tempi agita le redazioni dei talk show, dei grandi giornali, delle tv militanti. Cercasi guru d’opposizione disperatamente. Meglio ancora, se dotato di muscoli demolitori. Detto degli straordinari di Serra, che dall’abituale sermoncino a Che tempo che fa ora è ovunque, e del richiamo in prima linea di Augias, da un po’ tutto questo gran daffare rimbalza tra La7 e il Corrierone, tra Repubblica e il Nove. Poi ci pensano siti e piattaforme a rilanciare ultimatum e invettive, implementando e viralizzando l’apocalisse imminente. Autori, cantautori, scrittori, opinionisti, comici, grandi firme, satiri e saltimbanchi sono in trincea mai come ora. L’operazione ha accelerato dopo lo scollinamento del primo anno di governo Meloni perché una serie di nefaste previsioni date per ineluttabili sono state puntualmente smentite. La correzione del Pnrr? Sicuramente bocciata e le rate rinviate sine die (come conferma l’arrivo della quarta tranche all’Italia, primo Paese dell’Ue). Le agenzie di rating? Ci avrebbero di sicuro declassato, innescando la procedura di default (come certifica il mantenimento degli standard e in un caso il miglioramento dell’outlook). Le alleanze internazionali? Godendo di zero autorevolezza, l’Italia si sarebbe rapidamente isolata (come mostrano le missioni con Ursula von der Leyen, il patto con l’Albania sui migranti e le classifiche di popolarità del premier di Politico e Forbes). Poi il Pil sarebbe sprofondato, l’occupazione crollata, l’inflazione avrebbe divorato i nostri risparmi e la popolazione assaltato i centri commerciali mettendo a ferro e fuoco città e campagne.

Pur al netto di alcune gaffe soprattutto a livello di comunicazione e immagine, dai corsi di «educazione alle relazioni» del ministro per l’Istruzione e il merito Giuseppe Valditara alle imprudenze del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, senza tralasciare la gestione di alcune situazioni in Rai, le cose non sembrano esser andate così. I fatti sono testardi e, purtroppo per i professionisti del campo largo, stretto, giusto o ingiusto, il problema della tenuta governativa sussiste. Perciò, saggiamente preoccupate, le migliori menti left oriented stanno producendo il massimo sforzo per chiamare a raccolta la crème. Il pontefice emerito della scuola emiliana Pierluigi Bersani, sempre in vena di metafore contro «le destre» («tra la Meloni e Salvini è in atto la gara del gambero a chi si allontana di più dalla lettera della Costituzione»), si è praticamente trasformato in un arredo degli studi di Otto e mezzo e DiMartedì. Complice un album di Canzoni da osteria, per compattare la squadra, ultimamente è sceso a valle anche Francesco Guccini. Il quale, prima ha guadagnato il salotto di Fabio Fazio, poi è rimbalzato sul Corrierone per confidare ad Aldo Cazzullo che lui non è convinto che Mussolini fosse un genio e che a rovinare tutto fossero quelli che lo circondavano… No e poi no: «Il Duce un genio non era; e temo non lo sia neppure la Meloni». Tiè.

Però, in fondo, gli emiliani sono dei simpatici gigioni. Lambrusco, tigelle, proverbi e una partita a rubamazzo.

Un pizzico di astio in più aleggia invece nella covata romana. La borgatara di Colle Oppio è un’usurpatrice. Mica ha studiato nei licei di Prati. Non ha l’erre francese e neppure l’armocromista. Stia manza, anche se è donna. Più dell’azionista Augias, la demolizione cafonal di Roberto D’Agostino partorisce tre o quattro necrologi governativi al dì, si dice ben visti dal sommo Sergio Mattarella. Per poi tracimare nei talk e nei giornaloni magisteriali. Quelli che, pure, sono già altamente rappresentati dall’attacco a tre punte, di solito composto da Massimo Giannini, editorialista di Repubblica, Annalisa Cuzzocrea, vicedirettrice della Stampa e Cazzullo, vicedirettore e firma principe del Corsera. Ubiqui e inflessibili. Spietati ed eleganti. Ma loro, più che veri e propri guru d’opposizione, sono alti funzionari in servizio h 24.

 

La Verità, 13 dicembre 2023

Augias e il suo cerchio magico anestetizzano La7

Ha ragione Fiorello, come ti sintonizzi su La7 ti danno subito una laurea, senza saper né leggere né scrivere. Figuratevi quanta curiosità e voglia di nuovo sapere si addensavano davanti al debutto di Corrado Augias, l’ottantottenne conduttore, transfuga da Mamma Rai dopo 63 anni di duro lavoro, che in un colpo solo ha convocato nella sua Torre di Babele (6,5% di share, 1,3 milioni di telespettatori) un cerchio magico composto dagli storici Alessandro Barbero (in studio), Luciano Canfora, Marco Mondini, dall’economista Lucrezia Reichlin (con dotti contributi) e da Maurizio Molinari (pure lui in studio), direttore di Repubblica, il quotidiano del quale Augias è prestigiosa firma. Ne è scaturita un’ora e mezza di lezione, perfetta per la seconda serata, sulla pax americana iniziata al termine della Seconda guerra mondiale e tramontata ancora non si sa bene quando. Con l’attacco alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, ha proposto Augias. Per averne conferma da Barbero, il conduttore «non trattenuto» dalla Rai (ma ossequiosamente richiamato, pur da esterno), ha iniziato un vagabondaggio nei millenni, dall’epoca romana al Congresso di Vienna, di cui obiettivamente sfuggiva il nesso. Canfora si è seduto davanti all’Ara Pacis, simbolo della pax romana imposta dall’imperatore Augusto dopo le sue vittorie e così dovrebbe fare anche un imperatore moderno. Senonché, osservava Barbero, non tutti gli imperatori possiedono questa lungimiranza. Quanto alla fine della pax americana, per lui è avvenuta con la caduta del Muro di Berlino, lapide sulla Guerra fredda e la relativa convivenza tra i due blocchi. Ancor più dell’insediamento dell’ayatollah Khomeini nel 1979 e dell’ultimo ammaina bandiera sul Cremlino del Natale 1991, eventi che invece avevano colpito Augias. Al quale pure, smentito anche riguardo all’interpretazione delle guerre in Ucraina e in Israele, sfuggiva il nesso di tutto quel girovagare nei secoli, fino alla resa all’evidenza che l’approdo prestabilito (chissà quale, ma un’idea ce l’abbiamo) era saltato. Succede, quando si convoca uno storico, ha ironizzato Barbero, forse deve chiamare qualcun altro. Detto fatto, è arrivato Molinari a suffragare l’idea della pax americana crollata per opera della jihad, la guerra santa islamica. La stessa che, mappe alla mano, il 7 ottobre ha colpito ferocemente Israele ed è nemica del mondo cristiano e dell’Occidente progredito. E che minaccia il Mediterraneo conteso, «cuore del mondo», come s’intitola il libro del direttore di Repubblica. Così, bocciato in storia, Augias ha guadagnato la promozione in geografia. Buonanotte.

 

La Verità, 6 dicembre 2023