Tutti pazzi per i polizieschi del Circolo polare

Storie nere, panorami immacolati. Innevati. Bianchi come latte. Sono le serie nordiche, islandesi, svedesi, danesi, finlandesi, canadesi… Polizieschi del Circolo polare. Un fenomeno in espansione, dopo i successi mondiali dei romanzi di Camilla Lackberg, Jo Nesbø e Peter Høeg (Il senso di Smilla per la neve). In un tweet di qualche giorno fa, reduce dalla visione di Trapped e L’uomo delle castagne, chiedendo altri titoli, Antonio Polito ha innescato un forum nel quale ognuno ha suggerito il proprio noir preferito: I delitti di Valhalla, Deadwind, Bordertown, The Investigation sull’omicidio reale della giornalista svedese Kim Wall, ribattezzato «il giallo del sottomarino». E The Bridge – La serie originale, la numero uno. Storie algide, aggrovigliate. Eppure magnetiche. Sarebbe facile dire: storie nere come il peccato su paesaggi abbaglianti di purezza. Ma sarebbe una lettura manichea e riduttiva. Tuttavia, se non è solo il contrasto cromatico a richiamare i fan, però, magari, anche quello attrae.

La neve, un personaggio

Persino Dexter, (Sky Atlantic), alla nona stagione ha spostato la sua esistenza bipolare – poliziotto estroverso di giorno, efferato killer di criminali di notte – nella cittadina innevata di Iron Lake, Stato di New York, abbandonando Miami, teatro delle precedenti indagini. Ancora più a nord, nella baia di Algonquin (Canada), le inchieste di Cardinal (Laeffe), il detective che dà il nome alla serie, si snodano tra boschi e laghi gelati. Nella prima scena della quarta stagione lo si vede correre in una sconfinata distesa lattiginosa per raggiungere un’auto dalla quale provengono urla disperate. Ma mentre tenta d’intervenire la lastra di ghiaccio su cui si trova inizia a cedere. È un incubo premonitore: le vittime moriranno per assideramento. Spostandoci nel fiordo di Siglufiördur in Islanda, nei primi 6 episodi di Trapped (due stagioni su Netflix e TimVision) una violenta tormenta impedisce ai capi della polizia di Reykjavík di andare ad aiutare la squadra locale per risolvere l’enigma di un corpo mutilato rinvenuto nel porto. In pratica, il fiordo è un’isola nell’isola. Nei polizieschi sottozero la neve è protagonista tanto quanto l’ispettore e il criminale. Può essere lo sfondo bianco che il nastro d’asfalto taglia in due. O essere in primo piano: ovattata per attutire la brutalità dei crimini, ostile per rendere più impervie le indagini.

Storie dolorose

Considerando che non stiamo parlando di capolavori o di storie particolarmente innovative, resta misterioso perché ci si appassioni a questi thriller tanto scuri e contorti. I detective conducono vite travagliate, vivono solitudini irrisolte, rimuovono sentimenti. Spesso sono genitori inadempienti, protagonisti di separazioni dolorose, di coppie infelici. Oppure sono affetti da psicosi e sindromi complicate. Famiglie felici non ne esistono. Ambiti di consolazione e ancore di salvezza nemmeno.

In Bordertown (tre stagioni su Netflix) l’ispettore Kari Sorjonen decide di trasferirsi a Lappeenranta, cittadina finlandese a pochi chilometri dal confine russo, per dedicarsi alla famiglia dopo che la moglie ha superato un tumore al cervello. Ma siccome anche nella nuova sede di lavoro, sotto la coltre di ovatta ramifica il male, torneranno utili le sue doti al limite dell’autismo, grazie alle quali riesce a connettere indizi apparentemente eccentrici. Nei noir artici le indagini si svolgono sempre in coppia. A volte è lei a condurle, come nella finlandese Deadwind (tre stagioni su Netflix). Sofia Karppi della squadra omicidi di Helsinki, madre single di due figlie dopo la morte in un incidente del marito, viene affiancata da un collega per capire chi ha ucciso e sepolto una donna con uno strano rituale. La passione tra i due agenti resta sotto traccia, ma intanto gli omicidi si susseguono… Agiscono in coppia anche gli investigatori di L’uomo delle castagne e I delitti di Valhalla, le due serie più pulp del filone. La prima, una stagione da settembre su Netflix, si svolge a Copenaghen dove, in un parco giochi, viene trovato il cadavere di una donna con una mano mozzata. Un omino fatto di castagne sulla scena del crimine è la firma dell’assassino. Mentre l’ispettrice Naia Thulin e l’agente dell’Europol Mark Hess iniziano le ricerche, spuntano altri cadaveri femminili con arti amputati. Potrebbero essere madri che, agli occhi del serial killer, hanno trascurato i figli… Altri pesanti traumi infantili sono all’origine dei Delitti di Valhalla (Netflix) per i quali si ritorna nel ghiaccio di Reykjavík, dove in pochi giorni affiora una serie di omicidi. Le indagini di Kata, moglie separata e madre di un ragazzo adolescente, e Arnar, ritornato in città da Oslo, puntano nell’oscuro passato di un orfanotrofio…

Tutti figli di Saga

Per i fan di The Bridge – La serie originale (Broen in svedese, Bron in danese) «Saga Norén, polizia di Malmoe» è la frase culto. Il thriller che inizia con il rinvenimento di un cadavere sul ponte tra Danimarca e Svezia esattamente dove passa il confine è la matrice di tutto il filone. Non a caso ne sono stati proposti diversi remake. Da allora, bisogna ammettere che le novità rilevanti sono poche. Eppure la vena continua a ingrossarsi. Affetta dalla sindrome di Asperger, la protagonista è totalmente anaffettiva e si sforza di tenere separata la professione dalla vita privata, per altro inesistente. Al punto che serve il club per single per soddisfare fugaci pulsioni sessuali. Il che accentua la diffusa atmosfera nichilista. Le quattro stagioni (trasmesse da Sky e Netflix, ma ora inspiegabilmente introvabili) hanno il merito di essere imperniate su temi contemporanei: terrorismo, ecologia, gender… Ma grazie a Dio non ci sono tirate ideologiche. In primo piano restano le indagini e le complesse psicologie degli agenti della «polizia di Malmoe». Anzi, proprio questo territorio incontaminato dalla politica è un altro dei segreti del successo del genere. Per noi latini quelle atmosfere gelide hanno il fascino dell’alterità, il retrogusto della fuga e del «cambio vita». Di sicuro rappresentano un cambio di abitudini televisive: un’uscita di sicurezza dalle risse dei talk show, un modo di disintossicarsi dalla tele emergenza permanente.

 

La Verità, 16 novembre 2021

Delitto, castigo e riscatto narrati da Franca Leosini

Onore a Franca Leosini. In un sistema della comunicazione che non coltiva la memoria e fagocita tutto e tutti senza farsi troppe domande, interrogarsi, molti anni dopo, su quale sia stato il cammino dei protagonisti di Storie maledette è, in sé stesso, un merito. La Leosini lo fa in Che fine ha fatto Baby Jane? (Rai 3, giovedì, ore 21,15, share del 4,5%, quasi un milione di telespettatori). Nella prima puntata al centro del racconto c’era il matricida Filippo Addamo che la conduttrice aveva incontrato nel 2004, ventitreenne, nel carcere di Bicocca a Catania. Per ricostruire la vicenda basta ricorrere alle teche di quell’intervista che già illuminava le ombre del delitto. La madre Rosa, avvenente moglie di un camionista, ma già nonna a 36 anni, non si rassegna alla vita ingrigita di «sartina» e cede alla corte del molto più giovane Benedetto, presentatole proprio da Filippo… Gelosia, senso di tradimento, delitto d’onore, squilibrio o tutto insieme, si compie il più insopportabile dei crimini. Filippo viene condannato a 24 anni, ridotti a 17 in Cassazione, scontati nei penitenziari di Brucoli, Porto Azzurro, Pianosa. Oggi ha 41 anni, si è sposato con Eleonora, dalla quale ha avuto un figlio, e vive libero in Belgio, dove lavora come muratore per mantenere la famiglia.

Che fine ha fatto Baby Jane? segue un copione definito nei minimi particolari e appuntato sul quadernone che la Leosini scorre fedelmente. Una clessidra separa i flashback dall’incontro con il nuovo Filippo.

Delitto, castigo e riscatto. La sceneggiatura si snoda in numerosi capitoli – dall’antefatto all’omicidio, dalla pena all’amore fino al presente – che, insieme a brevi docufiction e graphic novel, aiutano i telespettatori a seguire la vicenda. E poi c’è lei, Franca Leosini, figura di culto e non solo del crime italico: con la sua acconciatura sapientemente demodé, il suo linguaggio barocco, l’abbondante e colorita aggettivazione, la capacità di abbassare o alzare la tensione emotiva del racconto. La conduttrice prende per mano il pubblico, aiutandolo a inerpicarsi sui tornanti di un percorso, forse un tantino lungo, del quale lei sola conosce e controlla il finale. Un finale che non risparmia le domande giuste al suo interlocutore: «Pensa che riuscirà a dire a suo figlio di aver ucciso sua madre?»; «Lei ha saldato i conti con la giustizia, quelli con sé stesso li ha saldati?». La vicenda di Filippo Addamo è diventata anche traccia di un romanzo di Walter Siti (La natura è innocente – Due vite quasi vere), intervistato nel corso della puntata.

 

La Verità, 7 novembre 2021

La serie di Verdone, prodotto corale con solista

Autobiografica («al 35%», dice lui), autoironica, comica e malincomica, insomma, una bella serie tv. È Vita da Carlo, 10 episodi di mezz’ora dal 5 novembre su Amazon Prime Video. Carlo Verdone l’ha scritta (con Nicola Guaglianone, Menotti e Pasquale Plastino), diretta (con Arnaldo Catinari) e interpretata. E anche il cast scelto è un bell’esempio di collaborazione e coralità: Max Tortora (che interpreta sé stesso), Monica Guerritore (l’ex moglie), Caterina De Angelis (la figlia), Antonio Bannò (il suo fidanzato), Andrea Pennacchi (Signoretti, presidente della regione Lazio), Anita Caprioli (una farmacista affascinata da Verdone), Maria Paiato (la domestica), Giada Benedetti (la segretaria). Perdonerete il lungo elenco, ma è per dare rilievo al super cast coinvolto dalla produzione Filmauro. Perché, come da tempo si va dicendo, la migliore serialità non ha nulla da invidiare al cinema. Vita da Carlo lo conferma e ribadisce a cominciare dalle scelte degli attori, per proseguire con la qualità della sceneggiatura e le scenografie, la splendida casa del protagonista, la meravigliosa terrazza con vista sulla città ripresa negli scorci meno visti.

All’uscita da una farmacia, davanti all’incidente di un motociclista causa buca del fondo stradale, Verdone si lancia in uno sfogo su Roma poco amata dalla politica e la politica, vista la viralità dell’invettiva, lo arruola immediatamente. Alle prossime elezioni sarà lui il candidato sindaco del partito guidato dal presidente della regione Signoretti. Ovviamente, è solo il pretesto narrativo di una storia che si beve come un sorso d’acqua di montagna, ma si snoda tra incubi, notti insonni e ipocondrie varie, per lo scoramento del povero Carlo.

Assediato dai fan ai quali non riesce a negare un selfie, acclamato dai sostenitori che lo vedono già insediato al Campidoglio, incapace di misurare la propria generosità, Verdone passa dal confortare un’ammiratrice malata di tumore al dissuadere un attore deluso dalla volontà di suicidarsi buttandosi dal Colosseo. Il vero rovello che però lo assilla è la difficoltà a liberarsi dei personaggi dei primi film (Furio, Mimmo, Ivano…), continuamente richiesti dai fan e dal produttore (Stefano Ambrogi), per svoltare finalmente nel cinema d’autore (con relativa, godibile, presa in giro dello stesso). Insomma, una commedia in cui si ride spesso e qualche volta ci si commuove. E alla quale aggiungono freschezza gli imprevedibili camei di Roberto D’Agostino, Antonello Venditti, Alessandro Haber, Rocco Papaleo, Morgan, Paolo Calabresi e Massimo Ferrero.

 

La Verità, 9 ottobre 2021

Il gioco di squadra non abita in Viale Mazzini

Stasera è una serata no, per me», ha cominciato a lagnarsi fin dall’anteprima Bianca Berlinguer, martedì scorso. A farle da spala, c’era, come al solito l’«alpinista scrittore» Mauro Corona. Pausa pubblicitaria e imbeccata studiata ad hoc. No, con la «Biancaneve» non si può scalare, non si può finché la neve non è ben assestata. «Lei è assestata, Bianchina?». «Questa sera non sono per niente assestata, tutt’altro!», ha replicato la conduttrice. «Sono molto arrabbiata, ma non posso dirlo ai nostri telespettatori, non sarebbe giusto. Ma troverò il modo di comunicarlo…». Si sussurra di una telefonata di protesta ai piani alti di Viale Mazzini.

Il motivo del lamento è come mai Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, abbia scelto di sconfinare su La7 chez Giovanni Floris per difendersi dalle accuse di tenere bordone ai no-vax. Figuriamoci. La questione è grave ma non seria, come sempre in Italia, tanto più nella Rai del servizio pubblico. Detto in due parole: oltre che conduttore di Report, Ranucci è anche vicedirettore di Rai 3. Lunedì sera, all’interno del suo programma, aveva mandato in onda un’inchiesta nella quale si ponevano alcuni interrogativi sull’obbligo della terza dose vaccinale. Apriti cielo: il Comitato di salute pubblica, il mix di politici e opinionisti gauchistes che governa l’infodemia emergenziale, ha gridato allo scandalo, signora mia! Con la sua erre blesa e la sua aria ingannevolmente pacioccona, Ranucci ha dovuto trovare il modo di difendersi. Ho fatto solo del giornalismo, ha detto, dubitando che i detrattori del servizio incriminato l’avessero visto davvero perché, nel dettaglio, era tutt’altro che funzionale alla mentalità no vax.

Il problema per la Rai targata Carlo Fuortes, improvvisamente divenuta nella narrazione mainstream un posto idilliaco, è che queste argomentazioni Ranucci è andato a rappresentarle a DiMartedì (share del 4,8%, un milione scarso di spettatori), programma concorrente di #cartabianca (4,2%, 852.000 spettatori) in onda sulla rete che vicedirige. Bizzarro, no? Dopo aver scoperto che era stato regolarmente autorizzato, ancor più bizzarramente si è scoperto che, invece, non era stato invitato nel salotto di B.B. Ovviamente, Floris non ha perso l’occasione di ospitare il giornalista al centro delle polemiche. Così, ai piani alti di Viale Mazzini, hanno facilmente potuto replicare alla Berlinguer che avrebbe dovuto giocare d’anticipo. Ma si sa, il gioco di squadra non è esattamente il punto di forza della Rai. Per Fuortes e Marinella Soldi c’è ancora parecchio da lavorare.

 

La Verità, 5 novembre 2021

Un coro di complici per il gran narciso Scalfari

Chissà perché Rai 3 lo ha trasmesso alle 17,30 del sabato pomeriggio. Scalfari – A sentimental journey è il documentario che le figlie Enrica e Donata hanno dedicato al padre Eugenio, scritto con Anna Migotto, diretto da Michele Mally e realizzato per Rai Documentari, la struttura diretta da Duilio Giammaria. Quando ci si avventura in un ritratto biografico di una persona cara, tanto più un padre ingombrante come in questo caso, dubbi e remore sono il primo ostacolo da superare. Per un genitore «ormai vecchio, avere due figlie che gli raccontano la vita fatta insieme, è una cosa eccellente», acconsente Scalfari nel ruolo di soggetto-oggetto al centro del cosmo. Seduto al pianoforte, mentre nuota lentamente o legge brani dai suoi libri, nel tinello di casa. Donata, giornalista a Mediaset, Enrica, fotografa, leggono diari, sfogliano album e raccolte di giornale, convocano un coro di amici e testimoni, tutti variamente complici (l’unico accenno critico è di Lucia Annunziata riguardo alla vendita di Repubblica), per comporre il viaggio sentimentale nella vita del giornalista, editore, politico, scrittore, filosofo, poeta e amico del Papa. Ce n’è «abbastanza per fare di te un monumento, abbastanza anche per demolirlo», ammettono. Com’è essere figlie di Eugenio Scalfari? «Ci si abitua». Col tempo, probabilmente, e non senza sofferenze. Per esempio per il suo sdoppiarsi con due compagne e altrettante famiglie. A 97 anni il fondatore di Repubblica resta nelle sue certezze. «L’interesse per il presente è il suo grande psicofarmaco», suggerisce Bernardo Valli. «È la scrittura il primo psicofarmaco», rettificano le figlie che ne stimolano i ricordi portandogli la vecchia Olivetti Lettera 22. «Ma questa io la smisi, adesso uso il telefono. Però non detto, perché non ho niente di scritto». «Sì, tu parli», dice Enrica. «Creo, io creo… vogliamo usare un termine un po’ più carino», la corregge lui che scrisse L’uomo che non credeva in Dio. Roberto Benigni lo paragona a Kant. Per altri è un divoratore di vita. La definizione più calzante è quella di grande narciso. Barbapapà considerava una famiglia anche Repubblica, il giornale-partito che si è battuto per l’emancipazione della sinistra. «Per liberarla dai suoi ritardi, dai suoi errori. E anche da qualche orrore», riflette Ezio Mauro. «E non so se quella battaglia l’abbiamo vinta. O forse l’abbiamo vinta tutti insieme, ma con molto ritardo. E quindi, in parte, l’abbiamo persa», ammette con onesta autocritica il direttore, suo erede. Alla fine i dubbi di partenza sono fugati. Non il mistero della bizzarra programmazione.

 

La Verità, 27 ottobre 2021

Gualtieri, la chitarra e i talk show imperturbabili

A un certo punto, ieri mattina ad Agorà, condotto da Luisella Costamagna, è comparso Roberto Gualtieri alla chitarra mentre strimpella Bella ciao. Una clip già vista centinaia di volte, che gli autori del programma di Rai 3 hanno pensato bene di riproporre per omaggiare il neosindaco di Roma. È un dettaglio, ma a volte certi dettagli illuminano ampi scenari. Succeda quel che succeda, i talk show proseguono imperterriti con i loro format, i politici di prima, seconda e ventesima fascia, visti e rivisti in tutte le salse e da tutte le angolazioni. Pazienza se l’audience vivacchia e la sfiducia generale della popolazione nei confronti della politica sta fagocitando la partecipazione al voto degli elettori che in queste amministrative ha toccato il punto più basso: 43,93% al ballottaggio di domenica e lunedì. Per inciso, va detto che la sfiducia verso la politica investe anche le istituzioni di vertice della Repubblica visto che, nei momenti più critici, si ricorre sistematicamente, ma con esiti alterni, a personalità non elette (Mario Monti, Giuseppe Conte, Mario Draghi). Tornando alla telepolitica e al suo lieve ma decisivo distanziamento dalla realtà, tutta la faccenda si potrebbe sintetizzare con la parafrasi di un noto slogan: talk show pieni, urne vuote. Anche i talk, però, registrano dei vuoti, soprattutto nelle platee del pubblico (Speciale Elezioni TgLa7, 675.000 telespettatori, 3,1% di share), stanco delle solite facce di giornalisti, abbonati dell’ospitata.

Il tema del giorno è la sconfitta del centrodestra con annessa resa dei conti tra i suoi leader e l’euforia che soffia tra i dem. I palinsesti ne traboccheranno a lungo, in attesa che, scongiurato il ritorno del fascismo, emerga un’altra tigre da cavalcare. Intanto, il manuale della narrazione unica consiglia di sottacere la sconfitta di Giuseppe Conte e del suo modello di comunicazione mutuato dal Grande fratello. Mentre, al contrario, non è nemmeno pervenuto il fatto che Mario Draghi abbia drasticamente ridotto il ruolo della televisione e cancellato quello dei social, rendendo necessario un ricalcolo del sistema. Si sa, la gran cassa mainstream si autoriproduce e rafforza con lo strabismo. Le voci dissonanti alla Massimo Cacciari e Alessandra Ghisleri sono marginalizzate. Per la cronaca, il primo ha detto che l’unico dato di queste elezioni amministrative su cui riflettere è l’astensionismo, e la seconda che nelle grandi città il centrodestra non ha mai sfondato essendo più radicato in provincia. Che però, stavolta, non era chiamata al voto.

 

La Verità, 20 ottobre 2021

La serie che ci trasforma tutti in psicanalisti

È una lunga tele-seduta psicanalitica con due soli attori (Oscar Isaac e Jessica Chastain) che interpretano marito e moglie in crisi, la miniserie Scene da un matrimonio, cinque episodi prodotti da Hbo in onda su Sky Atlantic e Now, remake di quella diretta nel 1973 da Ingmar Bergman. Del resto lo sceneggiatore, produttore e regista è Hagai Levi, ideatore del fortunato In Treatment, che narrava i dialoghi di un affascinante psicoterapeuta con i suoi pazienti. Qui invece gli analisti siamo noi telespettatori, portati di volta in volta a parteggiare per lui o per lei. Perché, forse, in questo ritratto di famiglia in un inferno dell’upper class newyorchese (ci sarebbe anche la figlioletta Eva), una delle possibili chiavi di letture è proprio il fatto che marito e moglie si rapportano e interagiscono come due entità separate. E così la lunga tele-seduta procede mettendo a confronto due egoismi – si usa ancora questa parola? – senza che mai, o molto raramente, faccia capolino la consapevolezza del «noi».

Orbene: in apertura del primo episodio, Jonathan, docente di filosofia di formazione ebraica e Mira, donna in carriera della new technology, si sottopongono al questionario di una ricercatrice la cui tesi dichiarata è che quando in una coppia è lei a portare a casa più soldi le cose vanno subito meglio. Così è Jonathan ad addormentare Eva e a mettere i cartoni per farla star buona. Basterebbe un semplice rovesciamento dei ruoli – è ancora lecita questa espressione? – per far funzionare le cose. Purtroppo, però, la crisi, anzi, la disperazione, cova sotto i sorrisi di circostanza. E mentre lui prova a razionalizzare ogni minimo dettaglio, lei annuisce con crescente distacco. Perché, se è vero che siamo davanti a uno show in cui la parola domina sull’immagine, a volte basta un primo piano per fotografare quello che le parole non riescono a dire. E che, anzi, a volte confondono, perché l’intellettualismo è il virus letale della troppa psicanalisi. Qual è, per esempio, quel marito che dopo la rivelazione della moglie di un tradimento che dura da diversi mesi con un uomo più giovane di 10 anni, superati lo sbalordimento e lo sfogo, si addormenta al fianco di lei? E qual è quell’uomo che la mattina dopo aiuta la moglie a preparare il bagaglio per il viaggio con il rivale? È solo uno dei passaggi più astratti della pur appassionante vicenda, impregnata di torture e tormenti, sul ciglio di un nichilismo senza riparo. A conferma ulteriore che oggi, senza una ragione assai solida, sposarsi è una scelta molto controcorrente.

 

La Verità, 6 ottobre 2021

Anche Prime video si ferma alla tv delle celebrity

Metti un parterre di vip e rovini una bella idea come quella di Dinner club, sei episodi della prima stagione visibili su Prime video. L’idea sono delle scorribande su e giù per lo Stivale alla ricerca di piatti tipici, profumi e ricette genuine. Si viaggia sempre in coppia, con mezzi di trasporto strani, un battello per solcare il Po fino al delta, un camper per attraversare Puglia e Basilicata, una Pontiac cabrio nel sud della Sardegna. Carlo Cracco, capo della ciurma, fissa le regole del gioco e guida agli incontri con i genius loci che spiegano storia e segreti delle prelibatezze popolari. A ogni episodio, il superchef accompagna uno dei sei vip – Fabio De Luigi, Luciana Littizzetto, Diego Abatantuono, Pierfrancesco Favino, Sabrina Ferilli e Valerio Mastandrea – che poi ha il compito di riproporre al resto della tavolata i piatti assaggiati in giro per l’Italia. È immediatamente intuibile che la riuscita degli episodi dipenda dalla simpatia del partner di Cracco. Per dire: il surrealismo di De Luigi è un discreto ingrediente per assaporare il risotto al parmigiano con salama da sugo, mentre il turpiloquio berciante e gratuito della Littizzetto rendono indigesto anche il promettente caciocavallo di Altamura. Incontri e dialoghi con pastori, pescatori, contadini hanno un sapore ruspante come la «minestra con casu ’e fitta» di Sadali in Sardegna, con annesso rituale anti malocchio a opera della nonna ultranovantenne. È quando si torna nel living di campagna con attori e attrici che la sensazione di falso costruito copre tutti i sapori. Il cazzeggio finto improvvisato dovrebbe servire ad allargare la platea, ma si rischia l’effetto contrario. Per fare audience servono i volti noti. È questa la filosofia dei format ad alto budget di Prime video? Far fare cose diverse ai soliti noti che già imperversano quotidianamente in tutte le salse? L’abbiamo vista realizzata in Celebrity hunted e in Lol: chi ride è fuori e, proprio per l’artificiosità delle situazioni, non ha particolarmente entusiasmato. Chissà perché dobbiamo continuare a dipendere dalle gesta delle celebrity anche uscendo dalle tv generaliste. Dove, peraltro, pure le sorti del Grande fratello vip cominciano a mostrare l’obsolescenza della formula. Sarà che siamo ancora immersi in una situazione particolare, sta di fatto che l’esibizione dei vip inizia a scatenare reazioni allergiche. Soprattutto perché c’è il sospetto che questo tipo di televisione sottenda un’idea mortificante del pubblico. E perché da una piattaforma come Prime video ci si aspetta molto di più.

 

La Verità, 28 settembre 2021

I problemi di linguaggio dello show di Cattelan

Non è solo ciò che accadeva contemporaneamente sulle altre reti, generaliste e streaming, a far risultare il nuovo programma di Alessandro Cattelan su Rai 1 uno show autoreferenziale. Su Rai 3 c’era la finale europea di pallavolo, con la nazionale in lizza per l’ennesimo trofeo di questa lunga estate azzurra. Su Dazn, quando non spuntava la famigerata rotellina, c’era Juventus-Milan, con buona pace di Massimiliano Allegri decisiva più per la Signora che per il Diavolo. Eventi reali, seppur in ambito sportivo. Al confronto dei quali Da grande appariva ancor più ombelicale, com’è uno show costruito sull’arrivo del conduttore nella nuova azienda televisiva. Annunciato da un lungo blob di Nicoletta Orsomando, tanto per collegarsi alla storia Rai, ecco Cattelan davanti al cavallo morente con il vestito delle grandi occasioni, ma con le scarpe da basket ai piedi. Ricordati che sei ancora una giovane promessa, lo ammonisce Carlo Conti infarcendo la lezioncina di umiltà con il consiglio utile per sfondare nella rete ammiraglia. In effetti, da Sky a Rai 1 il passo non è brevissimo. Come vincere lo spaesamento? Comincia con un quiz, suggerisce Antonella Clerici, altra testimonial della casa. Così, in vena di citazioni, ecco Marco Mengoni giocare con l’amico a «I soliti pacchi», mix dei Soliti ignoti e Affari tuoi. Per premio, chi vince può scrivere quello che vuole sui social dell’altro. A quel punto metà del pubblico di Rai 1 rischia di perdersi.

Con Il Volo si rivisitano le boy band, dai Beatles ai Take That agli One Direction… Una pagina bella lunga («Ma quante sono le boy band?»). La lungaggine di certe situazioni è un’altra debolezza della serata, tanto da costringere a tagliare il gioco con Paolo Bonolis, soprattutto perché confligge con lo slang fulmineo del conduttore che dà il meglio quando salta da un media all’altro. Se l’idea dello show è contaminare il generalismo della rete con la cultura xennials di Cattelan, quarantenne ma ancora post-teenager, c’è ancora da lavorare. Portare Radio DeeJay e X-Factor dentro Rai 1 non è operazione semplice. Forse la strada giusta potrebbero essere le interviste nello stile di E poi c’è Cattelan: al tavolo, con tazza di conforto… Ma a quel punto parleremmo di un programma di seconda serata. Insomma, Da grande, che non è e non vuole essere un format musicale né generazionale, serve più al suo protagonista che al pubblico.

P.s. Per gli ascolti (share del 12,7%, 2,3 milioni di telespettatori) non è bastato piazzare il medley-omaggio a Raffaella Carrà di Elodie quando il match di Serie A era terminato. La finale di pallavolo era ancora incerta…

 

La Verità, 21 settembre 2021

Morgane, una detective ruffiana al punto giusto

Diversi stereotipi ma ben confezionati, Morgane – Detective geniale, nuova serie franco-belga di Rai 1, ha tutte le carte in regola per piacere e ottenere un buon successo di pubblico (martedì, ore 21,20, i primi due episodi hanno conquistato il 20,6% di share con una media di quasi 4,2 milioni di telespettatori, pareggiando la sfida con Malmoe-Juventus di Champions League in contemporanea su Canale 5). La protagonista (Audrey Fleurot) che dà il nome allo show è una donna delle pulizie con 160 di quoziente intellettivo, in grado di vedere con uno sguardo quello che ai normali investigatori del distretto di Lille, Francia settentrionale, costa settimane di indagini. Mentre spazza gli uffici, muovendosi al ritmo della musica in cuffia, un faldone caduto casualmente al suolo le squaderna fotografie e appunti del caso che sta turbando il commissario (Mehdi Nebbou). Basta un’occhiata per capire che qualcosa non torna e lasciare sul vetro dell’ufficio l’indicazione risolutiva. Chi ha rovistato nelle nostre carte? Rapido controllo con le telecamere di sorveglianza e immediata convocazione. Come mai una così intelligente fa la donna delle pulizie e non lavora in polizia? Perché sono insofferente a regole e gerarchie… La dialettica tra la rossa trentottenne con occhi azzurri, minigonna spavalda e decolleté sapientemente tatuato, e il legnoso commissario, igienista e ovviamente geloso delle sue investigazioni, è il binario della trama. Ma la capa del commissariato (Emanuela Damasio) non tarderà a imporre al riluttante sottoposto la consulenza dell’intuitiva Morgane. La quale, però, pur dovendo mantenere tre figli di due padri diversi, riesce a porre le condizioni per accettare la gratificante offerta di lavoro. Io vi darò una mano, ma voi cercherete il mio primo marito, dileguatosi nel nulla 15 anni fa, proprio mentre manifestavamo contro la cementificazione di un raccordo autostradale. Tutto torna, dunque: la protagonista è bella, intelligentissima, anarchicheggiante e anche ecologista. E torna anche il risentimento della figlia adolescente (Giorgia Venditti) che non ha potuto conoscere il padre, fuggito anzitempo. Mentre i singoli crimini si sciolgono nel rapido volgere dell’episodio, il vero caso irrisolto è la sua misteriosa scomparsa. Sul quale la geniale e fulminea Morgane «sembra brancolare nel buio», come si dice per i normali investigatori. Vuoi vedere che quando ci sono di mezzo gli affetti l’intelligenza da Einstein da sola non basta? Veloce, furba e disimpegnata come la sua protagonista, la serie è perfetta per il mainstream da tv generalista.

 

La Verità, 16 settembre 2021