Le Belve da salotto sono virali, ma graffiano meno

Anche per essere Belve da salotto bisogna saper fare le domande. Tutto bene, quindi, con Francesca Fagnani e il format Fremantle al costo di 320.000 euro a puntata? Fino a un certo punto, nonostante il boom di ascolti: Rai 2, martedì, ore 21,35, share del 12,6%, 2,2 milioni di telespettatori. Perché in questa edizione più che nelle precedenti affiora il quesito se prevalga la ciccia o il contorno. Intanto, si comincia il giorno prima della messa in onda, con le famose anticipazioni. Strano scopo per una belva quello di andare sui giornali, averne il plauso, diventare virali. E non a caso, ieri, un secondo dopo i dati Auditel, gli account della claque erano già in estasi. Il riconoscimento mediatico è ricercato scientemente con le affettuosità e le frequenti citazioni delle testate giuste. Tale apparato captante, vera «bestia» promozionale, era già attivissimo nelle scorse stagioni. Nella nuova, però, il salotto si è espanso con gli innesti delle Eterobasiche, un duo comico femminile, e un ulteriore momento espressivo di «libera arte». Contorno, appunto. Che serve ad allungare il brodo e spingere all’inizio del giorno seguente il programma successivo. E chissà come esulta Alessandro Cattelan. È la bulimia del format. L’ambizione a trasformarsi in varietà, in rotocalco, in newsmagazine. Del resto, il modello conclamato è Vanity Fair, interviste con outing incorporato in confezione patinata, scintillante, più glamour che si può.
La lunghezza della premessa la dice su quanto ci sia da scartare prima di giungere al contenuto del pacco vero e proprio. Il regalo. Che, per chi ama le vite segrete(?) dei vip e il retrobottega dello showbiz, spesso c’è. Ordunque. Martedì sera l’intervista più attesa era quella a Federico Leonardo Lucia, in arte Fedez, la prima dopo la rottura con Chiara Ferragni. Minoleggiando, la conduttrice non gli ha risparmiato gli argomenti scomodi. «Posso chiederle quando è davvero finito il vostro amore?». «Si parla di tradimenti». L’esposizione dei figli sui social eccetera. Fedez ha risposto, cazzeggiato, pianto, spesso accusando il sistema mediatico. Lui che, insieme alla moglie, ha fatto della comunicazione il suo asset e la sua filosofia. In fondo, è questa la formula del successo: la curiosità di chi fa le domande sposa la bramosia di parlar di sé ed essere al centro degli ospiti. Fagnani non si è risparmiata, pur senza graffiare troppo ed evitando qualche territorio accidentato. Tipo la travagliata esperienza sanremese della coppia. Sarebbe stato carino conoscere la versione del 50% dei Ferragnez. Lampeggiando gli occhioni e le chilometriche ciglia, la belva da salotto gli avrebbe di sicuro carpito qualcosa.

 

La Verità, 11 aprile 2024

Un poliziesco classico in salsa etnico-arcobaleno

Gli uomini, le persone, non sono come sembrano. È l’unica, scomoda, certezza alla quale è giunto Luca Travaglia (Edoardo Leo), ex ispettore dell’antiterrorismo a Roma che non riesce a rifarsi una vita a Milano dopo aver commesso l’errore che ha prodotto morte e feriti nell’attentato a un’ambasciata durante la visita di un importante ministro africano. La prima vittima è stata Kadijha (Lavinia Longhi), ex compagna di Travaglia, donna dalla doppia identità di cui, sbagliando, lui si è fidato. La seconda è il collega Bonetti (Mattia Mele) che nell’esplosione ha perso l’uso delle gambe. Tre anni dopo quella tragedia troviamo l’ex capo dell’antiterrorismo nei panni di un bodyguard dei Navigli che, ospite del meccanico d’auto cingalese Palitha (Hassani Shapi), lenisce nell’alcol l’incapacità di perdonarsi la svista che gli ha rovinato la vita.
Nella periferia milanese popolata di magrebini, gestori del racket del fumo, gioiellieri che nascondono loschi traffici, c’è molto da fare per uno che «è bravo in queste cose». La furbizia interessata dell’intraprendente Palitha è la leva giusta per tirare fuori Travaglia dalle paludi dell’anima. In quel sottobosco di poveracci e marginali che non se la sentono di rivolgersi alla polizia ci sono tanti potenziali clienti dell’agenzia investigativa «Il clandestino», di cui il lungimirante meccanico intravede il profittevole business. Anche Maganza (Fausto Maria Sciarappa), ex superiore e tuttora amico di Travaglia, s’impegna a sostenerne la risalita procurandogli la protezione della moglie di un politico (Alice Arcuri), una donna dell’alta borghesia, perfetta come compensazione in una sceneggiatura con troppi poveri cristi.
Coprodotto da Rai Fiction e Italian International Film, prodotto da Fulvio e Paola Lucisano, Il clandestino – Un investigatore a Milano è una serie in sei episodi diretta da Rolando Ravello (Rai 1, lunedì, ore 21,40 – sempre più tardi – share del 19,6%, 3,6 milioni di telespettatori). Dopo l’abbuffata di vicequestori, sostituti procuratori, ispettori e commissari rigorosamente femmine alfa, un maschietto torna protagonista di un poliziesco tra case di ringhiera e officine sgangherate, sociologicamente calibrato in salsa multietnica. E se Leo ha la faccia giusta per interpretare l’ombroso poliziotto che combatte con i suoi fantasmi, tuttavia non è il caso di farsi troppe illusioni. Cadono subito appena si scopre la pleonastica omosessualità di Maganza, appiccicata giusto per soddisfare le quote da narrazione arcobaleno, ormai tiranniche anche nella fiction di Rai 1.

 

La Verità, 10 aprile 2024

Dialoghi, ritmo e ironia premiano The Gentlemen

Aristocrazia e criminalità, Downton Abbey e Pulp fiction, Paolo Sorrentino e Quentin Tarantino: a forza di citare e contaminare, Guy Ritchie ha messo in piedi un suo stile personale. Confronto tra opposti, dialogo tra antagonisti, galleria di orgogliose tribù. La formula raggiunge l’alta definizione in The Gentlemen (spin-off dell’omonimo film del 2019), miniserie in otto episodi visibile su Netflix di cui, oltre a dirigere i primi due, il regista di The Snatch e RocknRolla, solito sbizzarrirsi nei territori della criminalità britannica, è creatore e showrunner.

In superficie ci sono la rispettabilità e l’eleganza della sfarzosa tenuta di campagna dei duchi di Halstead, dinastia di antico lignaggio. Ma appena si scava dietro gli stemmi nobiliari, ecco spuntare le sorprese. La prima arriva quando, alla morte del capostipite, il secondogenito Eddie (Theo James), ufficiale dell’esercito, viene richiamato dal fronte e scopre dal testamento di essere l’erede del titolo e del patrimonio. Il primogenito (Daniel Ings), infatti, è dedito alla droga e causa di guai in serie. La seconda sorpresa è che nei sotterranei, in concessione a un clan di gangster, brulica la coltivazione della marijuana, fonte di proventi che consentono il mantenimento del blasone familiare. Tuttavia, all’improvvisa dipartita del patriarca, il fiorentissimo business scatena gli appetiti di una serie di loschi personaggi, decisi a impossessarsi della magione a ogni costo. All’astuto erede non resta che accettare la pericolosa ma intrigante alleanza con la cinica Susie (Kaya Scodelario), braccio operativo del gran capo del racket (Ray Winstone) che sta scontando una pena… in un magnifico resort.

È solo una delle numerose finte contraddizioni di questa storia che inanella colpi di scena tra sette di religiosi violenti, trafficanti che brandiscono machete, zingari spietati e boxeur che alimentano scommesse in nebbiose palestre. Pur con qualche inevitabile calo, Guy Ritchie e gli altri tre registi escogitano situazioni tra il grottesco e il visionario, plausibili grazie all’originalità della trama, alla qualità delle interpretazioni e alla precisione dei dialoghi. Questi nobili criminali compiono i più efferati misfatti sfoggiando abiti sartoriali, rispettando il galateo e sorseggiando whisky a lungo invecchiamento. Ma soprattutto esprimendosi in un linguaggio consono alla loro tradizione. Così, alla fine, la raffinatezza della confezione fa dimenticare l’oggetto del contendere tra le fazioni in gioco. Al punto che anche l’erede, deciso in un primo tempo a disfarsene, inizia a prenderci gusto.

 

La Verità, 29 marzo 2024

In tv poliziotte e donne alfa arrestano gli stereotipi

Con il pensionamento di Salvo Montalbano e il successo conclamato di Lolita Lobosco, in casa Zingaretti-Ranieri gli stereotipi sono definitivamente debellati. Del resto, Luca&Luisa, anche in società nella Zocotoco, sono da sempre una coppia avanti. Già qualche anno fa, in uno spot gastronomico avevano dato la linea a tutti. Interno del loro living molto contemporaneo: «Quanto manca?», s’informa morbida lei mentre apparecchia. «È pronto… Spaghettoni o mezze maniche?», chiede complice e spadellante lui. Dall’advertising pubblicitario pullulante di mammi e cuochi, di papà che fanno il bucato e di genitori 1 che si fanno cazziare da mocciosi sgamati, il rovesciamento dei ruoli è tracimato nelle fiction e nelle serie tv. L’imperativo è: morte al patriarcato, ça va sans dire. E nei palinsesti non solo di Rai 1 proliferano vicequestori, commissari, ispettori, avvocati e anatomopatologi, tutte rigorosamente donne, in prima linea a sgominare bande criminali, arrestare malavitosi, incastrare furfanti inafferrabili. Negli anni vi si sono cimentate da Claudia Pandolfi ad Ambra Angiolini, da Miriam Leone a Carolina Crescentini, solo per citarne alcune. In pratica, nella rappresentazione vincente di questi tempi l’intero apparato inquirente del Belpaese è in mano alle nuove eroine della legalità. Certo, sopravvivono anche poliziotti di sesso maschile. Ma o sono in crisi esistenziale, come il Rocco Schiavone di Marco Giallini che, tra una canna e un’indagine nel gelo di Aosta affrontato con il loden, parla con il fantasma della moglie scomparsa; oppure come l’intraprendente Giuseppe Lojacono (Alessandro Gassman), sono solo uno dei poliziotti del corale Bastardi di Pizzofalcone (tratto dai romanzi di Maurizio De Giovanni).

Formula giallorosa

Intuitive, lungimiranti e perspicaci, le nuove poliziotte risolvono casi, sbrogliano matasse, trovano la chiave di volta. Come avviene, per esempio, in Blanca, la fortunata serie imperniata sulla consulente del commissariato San Teodoro di Genova interpretata da Maria Chiara Giannetta che, a causa della cecità, è dotata di un udito particolarmente sensibile, indispensabile nella decodifica di voci e rumori.
La formula è sempre giallorosa: indagini e risvolti privati teneri. Funziona in modo particolare in Le indagini di Lolita Lobosco, lo show spruzzato di seduzione portata dalla protagonista in una Bari altrettanto ammaliante. Nella nostra fiction cartolinosa, il paesaggio dialoga con le passioni. Anche se poi accade che il vicequestore «Lolì» sia costretta a irruzioni pericolose in tacchi a spillo e a estrarre la pistola dalla borsa firmata. Succede. Si bada più al concreto tra i Sassi di Matera, dove si muove sbrigativo il sostituto procuratore Imma Tataranni (Vanessa Scalera), pronta a mettere sotto inchiesta anche Gianni Morandi se l’indagine lo richiede. Che non si guardi in faccia a nessuno lo sanno bene il marito (Massimiliano Gallo) e collaboratori, tutti un po’ macchiette, come sono spesso gli uomini in queste storie.

Empowerment femminile

In Studio Battaglia, le intrepide protagoniste (Barbora Bobulova, Lunetta Savino e Miriam Dalmazio) delle cause di divorzio non disdegnano di trescare in proprio, con corollario di mariti subalterni o cornificati. È l’empowerment femminile, bellezza. Ambientato nella Milano cosmopolita dei grattacieli, il legal drama è un adattamento della britannica The Split. La wonderwomanmania è una tendenza planetaria. Il personaggio di Pedra Delicado, creata dalla penna della spagnola Alicia Giménez-Bartlett, è protagonista di Petra, la detective di Paola Cortellesi che indaga a Genova, spalleggiata da un ispettore più tradizionale (Andrea Pennacchi) con il quale discute di diritti e temi connessi. In lavorazione la terza stagione per Sky Cinema. Acquistata direttamente da Belgio e Francia produttori è, invece, Morgane – detective geniale, protagonista una donna delle pulizie che, grazie al suo quoziente intellettivo, diventa consulente della polizia giudiziaria, per fortuna senza tirarsela con moralismi a buon mercato.
La lista potrebbe continuare, ma la tendenza è tutt’altro che nuova. Anzi, viene da lontanissimo. A metà anni Sessanta, sul «programma nazionale» quando le serie si chiamavano ancora sceneggiati, fu Laura Storm (Lauretta Masiero), giornalista-investigatrice che ricorreva al judo e al karate per risolvere le sue inchieste, a inaugurare il genere. Era una trovata eccentrica, niente di più. Saltando avanti di vent’anni, si possono citare Miss Marple, partorita da Agata Christie, e La Signora in giallo di Angela Landsbury. Ma allora non c’erano intenti ideologici o, peggio, educativi.

Nichilismo nordico

Ciò che colpisce oggi è la concentrazione temporale di amazzoni e virago della legalità che farcisce soprattutto la nostra serialità. Se si sconfina sulle piattaforme, la faccenda assume toni diversi. Su Sky Atlantic abbiamo appena visto Night country, la quarta stagione di True detective ambientata nella notte polare dell’Alaska, dove la coppia tutta femminile e non binaria composta da Liz Danvers (Jodie Foster) e Angie Navarro (Kali Reis) indaga sulla strage in una stazione di ricerca artica, dovendo combinare nozioni meteorologiche e leggende locali in un mix che manda in tilt il corpo di polizia e la mente del telespettatore. Andando a ritroso e dirigendosi verso Nord, tra detective e profiler in gonnella c’è l’imbarazzo della scelta. Tuttavia, da quelle parti, le atmosfere si incupiscono e il crime prevale sui toni sentimentali. Ma, nel nichilismo imperante, si stemperano anche le ambizioni pedagogiche. Forse perché, lassù, gli stereotipi sono sconfitti da tempo (anche se in percentuale ci sono più femminicidi che da noi), sta di fatto che anche al Circolo polare i commissariati sono diretti da donne forti e le indagini affidate a detective sensitive. Come avveniva in The Bridge – La serie originale (così chiamata per distinguerla dai numerosi remake), ambientata tra Svezia e Danimarca, protagonista la detective della polizia di Malmö Saga Norén (Sofia Helin). In assoluto, la più misteriosa e intrigante di tutte (ora visibile su Prime video), non a caso iniziatrice del fortunato e corposissimo filone nordico (Marcella, Deadwind, Happy Valley, Omicidio a Eastwon con Kate Winslet), agli antipodi del nostro, tutto sole, buona cucina e donne alfa. Esattamente la formula che aiuta Lolita Lobosco nell’anelato ribaltamento dei ruoli. Tra qualche giorno su Sky Atlantic partità la seconda stagione di Il Re, la serie in cui Luca Zingaretti dirige il carcere di San Michele con metodi che innescano le indagini della puntigliosa pm impersonata da Anna Bonaiuto. Un bel contrappasso per l’interprete dell’indimenticato Commissario Montalbano.

 

La Verità, 24 marzo 2024

Faenza ci accompagna nei tormenti di Alda Merini

È il racconto della solitudine drammatica e incolmata di Alda Merini, il film per la tv andato in onda giovedì su Rai 1 con la direzione di Roberto Faenza e l’interpretazione di Laura Morante, Rosa Diletta Rossi, Federico Cesari, Giorgio Marchesi e Mariano Rigillo (ore 21,30, share del 16,5%, 2,9 milioni di telespettatori). Folle d’amore è un racconto dolente e accidentato, che scorre sui testi della «poetessa dei Navigli», liberamente ispirato a Perché ti ho perduto nel quale la psicanalista Vincenza Alfano ha a sua volta riscritto pagine della biografia della tormentata artista. Dunque, un lavoro che si avvale di fonti plurime, compresa la testimonianza di Arnoldo Mosca Mondadori, visibile nel finale e ringraziato «per l’unicità della collaborazione», amico intimo negli ultimi anni della poetessa e curatore della sua opera mistica (Sei fuoco e amore, Sperling e Kupfer).

Proprio dall’incontro con lui in un caffè dei Navigli parte il viaggio a ritroso, dalla casa di famiglia e dall’insofferenza alle richieste materne, dettata dalla volontà dell’adolescente di seguire il proprio talento letterario. Che ben presto inizia a essere riconosciuto anche dove conta. Ingenua e senza difese, la giovane Alda stimata dai salotti della Milano colta, frequentati da David Maria Turoldo e Maria Corti, si abbandona all’amore per Giorgio Manganelli che, già sposato, non potrà pienamente corrisponderla. Altre relazioni con relative delusioni, come quella con Salvatore Quasimodo, segneranno la sua poetica. Anche da sposata con l’umile Ettore (Luca Cena) il bisogno d’amore la porta, paradossalmente, a trascurare gli obblighi di madre e moglie. E, al colmo del dissidio, il marito opta per l’internamento in manicomio. Dove, finalmente superata l’epoca dell’elettroshock, troverà comprensione in uno psichiatra che ne conosce e apprezza l’opera.

Sorretto da quella fede cui sul finire dell’esistenza sembra avvicinarsi anche la poetessa, Mosca Mondadori raccoglie le confidenze rese da lunghi flashback che ci portano su e giù per il Novecento e dentro l’anima tormentata dell’artista. Non potendo puntare sulla somiglianza fisica con la protagonista, il regista la racconta attraverso l’abbigliamento, il modo di parlare, i tic, il suo essere sempre un po’ strana e straniante, riuscendo a trasmettere al telespettatore il travaglio di un’esistenza sul crinale tra follia e genialità, comune ad altri giganti come Ezra Pound e Dino Campana, anche loro internati e afflitti da quella solitudine che Merini prova a lenire con la compagnia di una buona sigaretta.

 

La Verità, 16 marzo 2024

L’agiografia laica di Hack è un santino didascalico

Con un titolo sognante, Margherita delle stelle, è andato in onda su Rai 1 il film tv su Margherita Hack, «la più grande astrofisica italiana del Novecento». Coprodotto con Rai Fiction, dalla Minerva production di Santo Versace, diretto da Giulio Base, interpretato da Cristiana Capotondi (già nei panni di Chiara Lubich), il biopic tratto da Sette vite come i gatti (scritto con Federico Taddia, autore principe in Rai), racconta la vita della protagonista dalla sua infanzia, maschiaccio tra bimbe vezzose, cresciuta ai valori liberali del padre Roberto (Cesare Bocci) di origine svizzera, vegetariano, disoccupato perché rifiutò la tessera fascista e poi dirigente della Società teosofica italiana.
Dopo un fugace approccio al cattolicesimo, la giovane si appassiona all’atletica leggera, s’impone nel salto in lungo e in alto e conquista una certa popolarità fino a leggere il giuramento al raduno dei Littoriali di Firenze. È una ragazza che sa quello che vuole, con la risposta sempre pronta e quella certa sicumera che accompagna i primi della classe. Il distacco dal regime avviene all’indomani delle leggi razziali che causano l’espulsione di una professoressa ebrea del liceo. Seguiamo Margherita negli studi alla facoltà di Fisica, nell’amicizia con Betty, nell’amore con Aldo De Rosa (Flavio Parenti), già compagno di giochi infantili, ritrovato dopo anni, poi marito fedele con il quale condivide la passione per le stelle e l’astronomia. All’università la vocazione s’impone e gli studi scorrono rapidi e soddisfacenti. Inizia la carriera accademica, arrivano il trasferimento all’Osservatorio di Merate, i convegni e le pubblicazioni internazionali fino alla consacrazione all’Osservatorio di Trieste, prima donna a dirigerlo. Il marito la accompagna nei viaggi e nelle attività, fin troppo collaborativo. Cattolico, ottiene il matrimonio religioso, ma quando lei riflette sull’origine dell’universo e sulle domande conseguenti, inibendone la risposta – «non dirmi che è Dio» – lui si limita a prendere appunti per scrivere un libro.
Albert Einstein diceva che «chi non ammette l’insondabile mistero non può essere neanche scienziato» (Scoppiò cinquant’anni fa la «rivoluzione» di Einstein; conversazione con Francesco Severi, Corriere della Sera, 20 aprile 1955). Ma, orgogliosamente atea, femminista, attivista dei diritti civili, favorevole all’eutanasia e vegetariana, Margherita Hack è figura pienamente rappresentativa del pantheon contemporaneo. C’è da accontentarsi che la sua commemorazione si sia limitata a questo didascalico film tv.

 

La Verità, 7 marzo 2024

I 70 anni della Rai celebrati con il manuale Cencelli

Ce l’ha messa tutta Massimo Giletti nello smoking da officiante delle grandi occasioni per gestire la celebrazione dei settant’anni anni della televisione italiana, una ricorrenza che, pur coinvolgendo Maria De Filippi ed Enrico Mentana, corrisponde all’età della Rai. Ce l’ha messa tutta, ma alla fine, anche per colpe non sue l’occasione è andata sprecata. Per il conduttore, la serata coincideva con il ritorno nella casa madre dopo gli anni a La7 e il distacco dalla rete di Urbano Cairo. Certi momenti troppo istituzionali sono sempre una trappola insidiosa. Innanzitutto, perché tra i tanti possibili cerimonieri, è difficile sceglierne uno senza far torto agli altri e forse anche per questo se n’è affidata la conduzione a un volto rientrante. In secondo luogo, perché la divisione degli spazi tra i vari protagonisti è sempre in agguato e può finire, com’è accaduto, per ingessare la cerimonia di LaTvfa70 in una faticosa spartizione democristiana (Rai 1, ore 21,35, share del 20%, 2,5 milioni di telespettatori). Così abbiamo assistito a una lunga e un po’ burocratica autocelebrazione nella quale per tutta la sera, da Amadeus a Piero Chiambretti, ha aleggiato l’interrogativo su chi condurrà il prossimo Sanremo. Una ricerca che, nonostante l’ironia di due tra i candidati convenuti, Antonella Clerici e Paolo Bonolis, rischia di sconfinare nello psicodramma. Ad accentuare l’enfasi ci si è messo anche il fatto che il protagonista della serata è stato Pippo Baudo che di Festival ne ha amministrati tredici. Sebbene in collegamento, il conduttore l’ha sollecitato a svelare particolari della lunga carriera, il più godibile dei quali è stato quello del gelido incontro con Bettino Craxi presidente del Consiglio, all’indomani del monologo di Beppe Grillo sul viaggio dei socialisti in Cina. Giletti ha gestito l’alternarsi di ospiti e intermezzi delle Teche Rai, nel tentativo di far emergere brani ed episodi dietro le quinte non arcinoti, tra brevi esibizioni e qualche talk piuttosto improvvisato, come quello che a tarda notte ha radunato Bruno Vespa, Enrico Mentana, Iva Zanicchi e Simona Ventura. Insomma, una serata costruita con il manuale Cencelli della tv, rimasta prigioniera di un approccio impiegatizio, privo di quell’orgoglio culturale che avrebbe potuto trasformarla in un grande evento capace di esibire tutto il meglio dello sconfinato repertorio. Al kolossal dell’amarcord è mancata anche la spontaneità delle sane rimpatriate, in occasione delle quali si gioca a vedere chi c’è, chi manca (Milly Carlucci, Mara Venier, Loretta Goggi) e chi, invece, ha voluto sdegnosamente rifiutarsi di esserci.

 

La Verità, 1 marzo 2024

Chissà cos’avrà pensato la Segre di Ghali chez Fazio

È il momento di Ghali. Dopo quello di Fedez, quello di Mahmood e quello di Achille Lauro (tendenza fluida). E, uscendo dall’intrattenimento, andando un po’ a ritroso, dopo quello di Soumahoro (diritto all’eleganza). Adesso tocca la sinistra riparta da Ghali (tendenza antisemita). Intanto, da lui è ripartita la televisione. La coda lunga festivaliera è un mash-up pacifista, con arrangiamenti filopalestinesi e vibrazioni immigrazioniste.

Festival di Sanremo, Domenica In, Che tempo che fa sul Nove è il triplete mainstream messo a segno dal rapper di origine tunisina che vive nel quartiere Baggio a Milano. Nessuno come lui, quest’anno. Giunto quarto all’Ariston, nella sua Casa mia prometteva: «Di alzare un polverone non mi va». Invece, abbiamo visto cosa succede quando si usano slogan a vanvera come lo «Stop al genocidio» pronunciato da Rich Ciolino, il pupazzone alieno che lo accompagnava nelle sue esibizioni. Interventi dell’ambasciatore israeliano in Italia. Scontri con feriti davanti alle sedi Rai. Minacce all’amministratore delegato Roberto Sergio, messo sotto protezione dal ministero dell’Interno.

Conseguenze della scarsa padronanza del significato delle parole.

Ovviamente, Fabio Fazio non poteva farsi sfuggire l’occasione di vampirizzare la polemicona a scopi di audience. Chissà cosa ne avrà pensato Liliana Segre, sua frequente ospite nonché co-protagonista di serate tv in occasione della Giornata della Memoria. Comunque sia, domenica Ghali era seduto davanti all’acquario per dispensare pillole di pacifismo neanche Che tempo che fa fosse un concorso di Miss Italia qualsiasi. «Viviamo in un tempo strano in cui le cose più semplici diventano indicibili», ha premesso Fazio in veste di artificiere della querelle. «È strano ritrovarsi in un mondo così. Ci hanno insegnato per tutta la vita le cose in un modo e a un certo punto ci dicono che non si possono più dire. Io l’ho sempre fatto di spendermi per la pace», ha echeggiato il cantante, evitando accuratamente di pronunciare il termine «genocidio» che aveva innescato la bagarre. «Le parole sono importanti», ammoniva Nanni Moretti. Ma conduttore e cantante hanno dribblato la faccenda. La sera prima, da Massimo Gramellini su La7, Roberto Vecchioni aveva spiegato che genocidio è stata inventata solo nel 1944 e significa «soppressione di una stirpe». Se fosse stata inventata prima si sarebbe potuta applicare allo sterminio degli indiani d’America o a quello degli aborigeni australiani. Mentre, dimenticandosi regolarmente della strage degli Armeni, è stata usata soprattutto per gli ebrei, massacrati nel corso dei secoli. Da Fazio, Liliana Segre non c’era sebbene sarebbe stato interessante ascoltarla su quell’improvvido «Stop al genocidio». Ma tant’è. Conduttore e cantante hanno preferito intonare il nuovo rap da ceti medi riflessivi: «Stop a tutte le guerre, stop a tutte le ingiustizie, stop ai respingimenti, stop a chi dice aiutiamoli a casa loro. Stop, stop, stop».

Parole, parole, parole.

 

La Verità, 20 febbraio 2024

Nuovo gioco a Domenica In: molesta il maschio

C’è l’incidente diplomatico con la comunità ebraica, provocato da quello «Stop genocidio» pronunciato da Ghali. Poi c’è il sermoncino a scoppio ritardato di Dargen D’Amico, che già durante il Festival aveva infarcito le esibizioni d’intermezzi moralistici. Ultimi, ci sono gli eccessi a sfondo erotico e gli apprezzamenti pruriginosi di Mara Venier ed Enrica Bonaccorti sui cantanti fluidi, casualmente entrambi di origine magrebina. Sarà il palco dell’Ariston, da dove è andata in onda Domenica in con ascolti stratosferici nell’edizione post-sanremese con i cantanti e i giornalisti ospiti; o sarà il tentativo di spegnere gli altri fuochi politici, fatto sta che, davanti al solito Ghali e al solito Mahmood, conduttrice e ospite hanno perso i freni inibitori. «Bravo, elegante, intenso… Io ti amo!», ha esaltato zia Mara l’interprete di Casa mia. Il cantante era un filo in imbarazzo. Ma a rincarare la dose è arrivata Enrica Bonaccorti: «Voglio dirti una cosa intima… tu sei molto sexy. Ho visto come ti muovi». E Venier: «Ragazzi, io lo vedevo da dietro, è tanta roba». Ecco.

Ancora più esplicito il gioco con Mahmood, presentatosi con pellicciotto, cinture slacciate e pantalone a vita bassissima che lasciava in vista le mutande (in realtà è un modello di pantaloni fatto così). Zia Mara non ha perso l’occasione: «Ma i pantaloni! Perdi le braghe!», ha esclamato in preda alla tachicardia. C’era da far riascoltare il duetto delle cover e da fargli cantare il brano in gara. Ma il vero duetto l’ha fatto lei con Mahmood, parlando di pigiama party e dandogli appuntamento per una prossima intervista a letto. «Ma quante mutande hai?», è intervenuto Gabriele Cirilli. «Niente mutande». Gridolini, applausi, sospiri. Venier palpitava. Ancora Bonaccorti: «Anche tu sei tremendamente sexy, l’unica cosa è che io li avrei tolti quei pantaloni». Altro imbarazzo: «No dai, non esageriamo, da zia Mara no…».

Si dirà: è il clima festivaliero, il carnevale in corso, la festa della musica italiana eccetera. Bene. Ma qualche domanda nasce ugualmente spontanea. Su Rai 1, con la scusa di Sanremo, è tutto concesso? Anche due ultrasettantenni che fanno apprezzamenti a sfondo erotico su due cantanti trentenni? Senza inutili moralismi, proviamo a fermare l’onda festivaliera. Se la situazione si fosse verificata a parti rovesciate? Se due conduttori ultrasettantenni si fossero lasciati andare a commenti sulla carica erotica e le mise di un paio di femminucce, il reggicalze di Annalisa per dire, che cosa sarebbe accaduto? Non si parlerebbe d’altro, purtroppo. Altro che genocidio. Ma è il mood di Mahmood.

 

La Verità, 13 febbraio 2024

Angelina vince Sanremo. Geolier 2° e Annalisa 3ª

L’Amadeus V va in archivio. A meno di ripensamenti agostani, l’anno prossimo si cambia. E si fanno già i nomi dei possibili successori: da Carlo Conti a Paolo Bonolis a Milly Carlucci fino al duo Laura Pausini-Paola Cortellesi. Intanto si è chiusa l’edizione dei record di ascolti, ottenuti senza baci gay, sermoni arcobaleno e predicozzi vari. Ecco un abbozzo di bilancio.

Amadeus: 5 Direttore artistico, selezionatore musicale, conduttore, spalla di Fiorello. Arrivato al suo quinto Festival, è riuscito a preservarlo dalla politica. Meglio tardi che mai. Buona l’idea di privilegiare alcune testimonianze. Poi c’è stata l’imbarazzante partecipazione di John Travolta con il sospetto di pubblicità occulta. «Mi occupo della parte artistica e non di quella contrattuale», ha rintuzzato, suffragando l’ipotesi che la promozione delle sneakers sia avvenuta a sua insaputa. Insaputa recidiva che, dopo il caso Instagram-Ferragni, ne ridimensiona il profilo di professionista. L’ultimo giorno lo spiazza anche il successo di Geolier, fischiato dall’Ariston il suo primo posto nella serata delle cover. Lui, con scelta discutibile, lo ha voluto in gara, addirittura modificando il regolamento. Spaesato.

Assenze: 9 Le assenze che hanno giovato. Quest’anno sono mancati coloro che ormai sembravano abbonati a Sanremo. Achille Lauro e i Måneskin, l’ex capo dell’Intrattenimento Stefano Coletta, i Ferragnez e i siparietti Lgbtq+. Non si sono sentiti monologhi politici. E non si sono visti i grandi capi Rai in prima fila. Non essendoci, hanno fatto il bene del Festival. Brillanti.

Fiorello: 8 Neanche i migliori sono infallibili. Sempre geniale, salvo nella gag del Ballo del Qua qua da lui ideata, spartiacque negativo di questa edizione. «La gag più terrificante della storia della tv italiana», ha ammesso con stile. Poi ha rivendicato l’errore, ribaltandolo: «Non stava succedendo niente. Abbiamo dato da mangiare al Codacons, ai giornalisti, agli avvocati». E ancora: «Anche Sinner ha steccato un po’ di palle nella finale degli Australian open, ma poi ha vinto. Una gag venuta male su cinque giorni ci può stare». Già. Ha ballato con Lorella Cuccarini, duettato con Gianni Morandi. In assenza di Lucio Presta, si è improvvisato agente. E per lui il ciclo di Amadeus finisce qui. Imperdibile a Viva Raidue! Viva Sanremo! la lettura dei messaggi dei nottambuli sintonizzati. O l’ascolto di qualche telefonata che l’ha preso in contropiede: «Ciuri vai a dormire, che domani hai una giornata impegnativa». Era mamma Rosaria. Ciclone.

Dirigenza Rai: 4 Alle conferenze stampa si esibiscono direttori, capi e capetti. Florilegio di tecnicismi per illustrare i vari record. Risposte sovrapposte e contraddittorie. Come sul caso Travolta. Amadeus dice che l’attore non ha concesso la liberatoria del Ballo del Qua qua a posteriori, Federica Lentini, vicedirettore Intrattenimento, sostiene che il divo ha firmato un contratto «solo per la diretta». La Rai sta valutando la causa legale contro Travolta per pubblicità occulta. Ma sarebbe bastato che l’autore addetto alla cura del divo avesse oscurato il logo delle scarpe e ci si sarebbe evitati tutto il can can. Invece, le insistite inquadrature fanno pensare che la causa sia solo di facciata. Pletorica.

Angelina Mango: 8,5 Vincitrice morale. Reduce da Amici, il suo primo e unico tour s’intitolava Voglia di vivere. Quanta, nei suoi 22 anni. E quanta voce. Piena di colori, come le sue mise. Si è sbranata il palco, collezionando standing ovation. Non ultima quella dopo aver interpretato La rondine, complessa ballata scritta e cantata dal padre. La noia è una cumbia latina e sudamericana perfetta per la sua energia. «Mi sono annoiata tanto da piccola. Lagonegro è un paese di 5.000 abitanti che non offre tanti stimoli e così ho avuto tanto tempo da dedicare alla musica e alla famiglia. A me la noia è servita». Selvaggia.

Giovanni Allevi: 9 Il suo ritorno davanti al pubblico dopo anni di assenza a causa di un mieloma è il momento più toccante di questo Festival. «Quando tutto crolla e resta in piedi solo l’essenziale, il giudizio che riceviamo dall’esterno non conta più. Io sono quel che sono, noi siamo quel che siamo. Eppure sento che in me c’è qualcosa che permane ed è ragionevole pensare che permarrà in eterno», ha detto con le sue movenze da folletto, liberando da una cuffia la chioma riccia e imbiancata: «È liberatorio essere sé stessi». Poi ha suonato più «con l’anima che con il corpo» un brano al pianoforte. Struggente.

Break pubblicitari: 5 Più frequenti degli anni scorsi (con incremento dell’introito) ma uguali agli anni scorsi per intonazione pride. Stonati soprattutto gli spot di make-up: lei che bacia lui che bacia lei che bacia me. Poi c’è il bombardamento di promo di serie e varietà d’imminente programmazione. Alla settantesima apparizione di Riccardo De Rinaldis Santorelli per Mameli, il ragazzo che sognò l’Italia, ci si augura che una pallottola di moschetto lo secchi per sempre. Esasperanti.

Teresa Mannino: 6 Era stata perfetta, fino all’unico monologo delle cinque serate. Già in conferenza stampa aveva punzecchiato Amadeus per l’idea di far estrarre a sorte ai giornalisti gli abbinamenti cantanti-presentatori: «Lo so che ti sei inventato questo giochino con loro per tenerteli buoni ed evitare che scrivano cose cattive. Invece, voi dovete scriverle lo stesso» (partita persa, i giornalisti gli danno del tu: «Una domanda per Ama…»). Poi aveva riempito l’Ariston con personalità e leggerezza, giocando con il pubblico in platea e presentando a dovere. Tutto bene, fino a quella tirata sulle «formiche tagliafoglie» e Protagora. Ironico e leggero quanto si vuole, ma altrettanto prevedibile nei contenuti. Occasione mancata.

Lorella Cuccarini: 7,5 La sua partecipazione come co-conduttrice deriva da quella come ospite dell’anno scorso, quando impressionò per dinamismo e sensualità ballando La notte vola. Quest’anno si è ripetuta, raccontandosi anche con gli abiti che ha sfoggiato. Spigliata e professionale nelle presentazioni. «Non mi sento ospite, qui a Sanremo. Mi sento a casa». Spumeggiante.

Annalisa: 8 Vincitrice annunciata, tranne per una parte della Sala stampa tifosissima di Mahmood. Dopo il boom di Mon amour, è entrata all’Ariston con i favori del pronostico. La marcetta Sinceramente, orecchiabile e ben costruita, ha preso subito tutti. Ottima prova anche nella serata delle cover con Sweet dreams degli Eurythmics. Reggicalze in bella vista, ha fatto la differenza anche con il look. Mainstream.

 

La Verità, 11 febbraio 2024

 

Post scriptum Con La noia, Angelina Mango vince il Festival di Sanremo numero 74: «Siete matti!». A consegnarle la vittoria finale sono il voto della Sala stampa e delle radio che ribaltano il televoto che, col 60% delle preferenze, aveva premiato Geolier, classificatosi secondo. Annalisa è terza con Sinceramente.