Copione friabile, Brennero è un’occasione persa

L’idea era parecchio interessante e prometteva bene. Finalmente una storia non ambientata a Roma, Napoli o Milano. Finalmente un thriller poliziesco dalle atmosfere nordiche, geograficamente marginale come evocato fin dal titolo, Brennero, otto episodi in quattro serate per Rai 1 dirette da Davide Marengo e Giuseppe Bonito, nel contesto della difficile convivenza tra popolazione italiana e cittadini di lingua tedesca, nell’Alto Adige in passato scosso dalle spinte irredentiste (lunedì, ore 21,40, share del 17,2%, 2,8 milioni di telespettatori). Dopo tre anni di inattività, rispunta con un nuovo omicidio l’ombra sinistra del Mostro di Bolzano, un serial killer che uccide solo cittadini di madre lingua tedesca, favoriti da presunti privilegi non riconosciuti a quelli di ceppo italiano. Il focus è sulla complessa integrazione etnica ma, da quanto s’intuisce dopo due episodi, con una prospettiva capovolta. Mentre, storicamente, l’irredentismo, culminato nella Notte dei fuochi, era opera di terroristi di lingua tedesca che nel giugno 1961 fecero saltare decine di tralicci dell’alta tensione con l’intento di favorire l’unificazione del Tirolo sotto l’Austria, in Brennero a sentirsi discriminato e a scegliere la via della violenza sembra essere un italiano.

La collaborazione tra cittadini di lingua diversa diventa invece indispensabile tra gli investigatori incaricati, la Pm interpretata da Elena Radonicich e l’ispettore impersonato da Matteo Martari. Oltre a superare le reciproche diffidenze, entrambi devono fare i conti con le rispettive ferite che affondano proprio nella mancata soluzione della lunga serie di omicidi rimasta senza colpevole. Hanno fallito sia il padre della Pm, ex capo della Procura ora in pensione, sia lo stesso ispettore, fermato da un grave incidente nel quale lui ha perso una gamba e la sua compagna e collega la vita. Tutti validi motivi, ora, per unire le forze superando le barriere etnico-linguistiche e fare squadra per stanare il Mostro.

Al di là del rovesciamento della prospettiva storica e di una certa, immancabile, preoccupazione pedagogica in ossequio al mainstream (una delle vittime è un omosessuale bullizzato nella caserma dei vigili del fuoco), le buone premesse di ambientazione si perdono in una sceneggiatura friabile e dagli snodi incerti (l’assegnazione dell’incarico alla figlia dell’ex procuratore e la sua ingenuità all’inizio delle indagini). Grave lacuna. Soprattutto in assenza di interpreti di grande impatto, per avvincere il telespettatore la struttura narrativa dovrebbe essere solida e incalzante.

 

La Verità, 18 settembre 2024

De Martino bravo ragazzo dribbla le critiche e vince

Occhi puntati e puntuti su Stefano De Martino, debuttante ad Affari tuoi (Rai 1, ore 20,35, tutti i giorni). Raccoglie un’eredità pesante. Non è abbastanza testato nella conduzione di strisce quotidiane. È giovane. L’ha voluto lì Arianna Meloni, è stato scritto e smentito. Ma ormai, di questi tempi, per la qualunque #hastataArianna. E quindi, accoglienza tiepida se non ostile da parte della stampa qualificata. Poi però, delle dicerie e dei retroscena più o meno inventati, il pubblico mostra bellamente di fregarsene e premia l’esordiente che, pure, qualche misura deve ancora prenderla e non potrebbe essere diversamente. La media degli ascolti è nettamente superiore a quella di Amadeus, predecessore e transfuga, che un anno fa aveva resuscitato il format di Endemol Shine Italy (gruppo Banijay), portandolo nel corso della stagione a picchi notevoli, della cui scia gode ora lo stesso De Martino.
Per il resto, trova le differenze. Dalle giacche glitterate siamo passati alla camicia bianca con cravattino. Dallo smartphone per il ping pong con il Dottore, al telefono classico con l’analogica cornetta. Dalla conduzione narrativa in stile comedy a quella più «empatica» (pardon!) e galvanizzante, con partecipazione attiva del pubblico. Neanche a dirlo, l’ex ballerino di Amici promosso conduttore da Carlo Freccero, ha tutto il diritto di essere sé stesso, tanto più che per la prima volta si cimenta con un programma in solitaria. Nei precedenti Bar Stella e Stasera tutto è possibile c’era sempre una banda di complici con cui triangolare e a cui lasciare ampi spazi. Qui lo show e il ritmo li fa lui. E forse a questo serve il dinamismo girovago all’interno dello studio. Bisogna alimentare e tener viva l’adrenalina della suspense fino al climax finale nel crescendo di quasi un’ora (forse troppo; ma le ragioni dell’audience e degli sponsor continuano a prevalere su quelle del pubblico che preferirebbe anticipare l’inizio del prime time). E allora De Martino e i suoi autori sembrano aver scelto lo spartito linguistico del calcio, nazionalpopolare per eccellenza. Il pubblico dello studio tifa sonoramente e accompagna gli spacchettamenti. «E andiamo!», commenta lui quando sono favorevoli ai concorrenti. Oppure: «Bella partita, partita sudata». Da buon napoletano, non disdegna di aggiungere ogni tanto il pepe di qualche bluff al momento dell’apertura. Tutto sommato, è una conduzione abbastanza tradizionale. Man mano che, con il passare del tempo, il debuttante si sentirà più padrone della scena diventerà più creativa.

 

La Verità, 13 settembre 2024

Nella Sicilia dell’Ottocento più leonesse che leoni

Bisognava sfrondare parecchio la lussureggiante trama dei Leoni di Sicilia di Stefania Auci per trasformarlo (dopo il passaggio in streaming su Disney+) in una serie per il grande pubblico di Rai 1 (otto episodi in quattro serate, la prima ha conquistato uno share del 15,2%, con 2,5 milioni di telespettatori). Il regista Paolo Genovese ha semplificato il racconto centrandolo sui due fratelli Florio, la famiglia siciliana che, dopo il terremoto del 1802 a Bagnara calabra, migra a Palermo diventando in un decennio la più potente dell’isola. Il dispotico Paolo (Vinicio Marchioni) impone il cambiamento radicale al mite fratello Ignazio (Paolo Briguglia) e a Giuseppina, la propria recalcitrante moglie (Ester Pantano), che l’ha sposato solo per obbedienza. Il progetto è aprire una grande drogheria, ma il terzetto trova ad accoglierli una città inospitale e l’ostilità dei commercianti locali. Poco alla volta, però, investendo sul ricercatissimo cortice, un estratto efficace nel contrasto all’epidemia di febbre che affligge la popolazione, i fratelli cominciano a imporsi suscitando le invidie dei potenti. Sono pur sempre dei mercanti e i signori dell’aristocrazia, sebbene in declino, non mancano di sottolinearne le umili origini. Anche Giuseppina non aiuta a rasserenare il clima, cercando aiuto per abortire il secondogenito in arrivo, salvo ripensarci all’ultimo, prima di perderlo in seguito a un litigio con Paolo. Il quale, colpito da tubercolosi, poco dopo muore, lasciando alla cura del fratello minore sia il negozio che la crescita dell’unico figlio Vincenzo (Michele Riondino). Ma soprattutto lascia via libera al sentimento, finora tenuto a freno, che lega la moglie e il fratello stesso. Intanto, frequentando un commerciante inglese (Guy Oliver Watts), Vincenzo dà corpo alle sue ambizioni. Respinto dalla madre di una contessina proprio a causa della mancanza di blasone, Vincenzo incontra la misteriosa Giulia (Miriam Leone). La saga dei Florio deve ancora fare i conti con il destino.

Ricostruita con i colori caldi dell’epoca, una cura minuziosa dei costumi e delle scenografie e accompagnata da una colonna sonora di musica contemporanea (dai Muse a Laura Pausini), la versione dei Leoni di Sicilia di Genovese e degli sceneggiatori Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo concede allo spirito indipendente delle figure femminili il primo piano rispetto al conflitto di classe tra aristocrazia terriera e ceti popolari dei mercanti, dando a tutta la storia una sfumatura protofemminista.

 

La Verità, 12 settembre 2024

 

Gli Europei di Rai 1 sono grigi e abborracciati

C’era un clima euforico l’altra sera a Notti europee, subito dopo la qualificazione agli ottavi di finale della Nazionale (Rai 1, ore 23, share del 32,9%, 3,2 milioni di telespettatori). Il gol del pareggio all’ultimo secondo con la Croazia, oltre a mandarci a Berlino e a ridare, per poco, il sorriso a Luciano Spalletti, ha allungato la vita a tutto il codazzo di opinionisti, commentatori, rubrichisti e ospiti di talk show da settimane indefessamente impegnati a spargere rosolio buonista sulle imprese degli Azzurri. Che lo meritino davvero è tutto un altro discorso, checché ne dica il nostro commissario tecnico («è un passaggio del turno meritato»), e basta ricordare il bugiardissimo risultato di Spagna-Italia per tornare subito con i piedi per terra. Ma tant’è; due esclusioni consecutive agli ultimi Mondiali non sono bastate a insegnarci che nel calcio non si governa per diritto divino. Il tiro a giro di Mattia Zaccagni aveva scongiurato la sciagura nazionale e, dunque, lasciamoci andare alla festa, incoraggiava Paola Ferrari, e abbandoniamoci alle emozioni. Gli dava manforte il solitamente ridanciano Marco Mazzocchi, che quanto a ottimismo ingiustificato è secondo solo a Marco Lollobrigida, con il «cheese» sempre in bocca, come se sostasse davanti all’obiettivo di un fotografo. La squadra schierata da Rai Sport è questa e non possiamo far altro che scriverlo. Le telecronache di Alberto Rimedio e Antonio Di Gennaro sono il paradigma del grigiore ministeriale e della povertà linguistica. Per compensare i quali la coppia composta da Paola Ferrari e Marco Mazzocchi vorrebbe iniettare un po’ di leggerezza. Missione fallita perché domina un tono abborracciato da retrobottega del bistrot, gravato dalle battute di Eraldo Pecci e dalla mancanza di affiatamento di tutta la compagnia, una strana dozzina tra conduttori, ospiti vari e la postazione a bordocampo. A rovinare definitivamente il clima festaiolo pensa Tony Damascelli con le sue pagelle che salvano solo Gigio Donnarumma e i due centrali, e riscuotono il consenso di Lele Adani e di Andrea Stramaccioni che di calcio ne capiscono. Ma con loro, già abituati al pubblico delle piattaforme, si va più sul tecnico. Mentre, nonostante Giusy Meloni, immancabile addetta ai social, il post-partita di Rai 1 è rimasto il bar sport di provincia del secolo scorso. Alla fine anche il telecalcio si sta polarizzando: quelli che conoscono il gioco moderno sono realisti e critici, quelli che si preoccupano soprattutto dell’audience sono di bocca buona, basta che la Nazionale avanzi. E i telespettatori porteranno pazienza. O no?

 

La Verità, 26 giugno 2024

Un Marconi scolastico con un Accorsi di routine

Ci si aspettava, francamente, di più da Marconi, l’uomo che ha connesso il mondo. Qualche invenzione nello stile narrativo, nella regia e nella sceneggiatura. E anche nella recitazione. Invece, la miniserie in quattro episodi, prodotta per Rai fiction da Stand by me di Simona Ercolani e diretta da Lucio Pellegrini, lanciata da una campagna promozionale tambureggiante, scorre liscia fin troppo, priva di sorprese e sussulti (Rai 1, ore 21,45 – sempre più tardi! – 3,4 milioni di telespettatori, 19,4% di share). Una didascalia avverte all’inizio che il racconto si basa sugli ultimi anni di vita del premio Nobel per la Fisica, ma poi i lunghi flashback, forse la parte più viva della storia, ce lo ripropongono alle prese con i suoi esperimenti derivati dalle intuizioni visionarie per la scoperta del telegrafo senza fili. Si parte dal 1937, quando a una serata in onore del grande scienziato, con la scusa della realizzazione di un film celebrativo, il ministro della Pubblica istruzione Giuseppe Bottai (Flavio Furno) incarica una giornalista italo-americana (Ludovica Martino) di scoprire a cosa stia lavorando Guglielmo Marconi (Stefano Accorsi e Nicolas Maupas, da giovane). Per la sua propaganda, il regime fascista ha impellente necessità di esibire la scoperta di un’arma da contrapporre ai successi diplomatici vantati dalle nazioni rivali. Così, mentre il duce (un caricaturale Fortunato Cerlino) e lo stesso Bottai ne sorvegliano ogni passo, lo scienziato, in quel momento anche senatore, tenta di difendere gelosamente l’autonomia delle sue ricerche. Alla giornalista che si reca sulla nave Elettra, dove vive con la moglie e la figlia, per intervistarlo sugli studi riguardanti il futuro, Marconi replica che preferisce parlare dal passato e delle scoperte già fatte, da quella del telegrafo a quella, più contestata, della radio. Ma gli uomini di Mussolini non demordono e spingono per indirizzare l’attività dell’uomo che coordina le ricerche nazionali, comprese quelle del Centro studi di via Panisperna e di Enrico Fermi. Fa capolino il contrasto tra esigenze del potere e libertà della scienza. Bisogna essere più ambiziosi e pensare ai progressi dell’umanità, non solo a quelli della nazione, dice Marconi a Bottai. Ma è una traccia appena accennata. Come lo sono altre, solo abbozzate, di questa serie piuttosto elementare e scolastica, non aiutata dalla recitazione piatta di gran parte del cast. A cominciare da quella di Accorsi che, forse a causa dell’inesausto presenzialismo, sembra interpretare sempre la stessa parte.

 

La Verità, 22 maggio 2024

I talenti di «Ripley», la serie capolavoro di Zaillian

Una meraviglia. Un gioiello. Non bisogna temere di sfiorare l’enfasi nel raccontare Ripley, la miniserie in otto episodi scritta e diretta da Steven Zaillian (Oscar per la sceneggiatura di Schindler’s List) prodotta da Hbo e visibile su Netflix. Raffinatezza, eleganza, perfezione formale regalano nuova curiosità allo spettatore pur di fronte alla storia già nota che ha per protagonista l’inquietante manipolatore ideato da Patricia Highsmith ne Il talento di Mr. Ripley, il più celebre dei suoi romanzi, già più volte portato al cinema. Sono diverse le originalità di questa trasposizione. La prima, evidentemente, l’abbacinante bianco e nero: una scelta di autorevolezza. È il colore del neorealismo, delle investigazioni, delle pagine dei quotidiani sfogliati con apprensione da Ripley per capire se le sue imposture stanno per essere scoperte. È il colore del cinema di Alfred Hitchcock e Federico Fellini, riferimenti riconoscibili dell’autore. Il bianco e nero passa la spugna sul pittoresco dell’Italia dei primi anni Sessanta – le spiagge di Atrani sulla costiera amalfitana, i caffè di Napoli, Sanremo, i palazzi nobili di Roma e Venezia – dov’è ambientata la storia. La seconda scelta è l’essenzialità del racconto fatto per immagini più che per parole. In questo thriller psicologico ogni scena cela un’allusione, un retropensiero così ben inciso da rendere eloquenti pause e silenzi. Su tutto spiccano le interpretazioni del protagonista (Andrew Scott) e del superbo cast (Dakota Fanning, Johnny Flynn, Margherita Buy, Eliot Sumner e John Malkovich, degni di nota i confronti tra l’ispettore di Maurizio Lombardi e il truffatore) che, procedendo per sottrazione, evidenziano il tratto enigmatico di Ripley, ossessionato da Caravaggio, e capace di volgere a suo vantaggio le situazioni più compromesse. Infine, la fotografia di Roger Elswit (Oscar per Il petroliere) che ritrae in una luce algida stazioni ferroviarie, hotel de luxe, uffici postali e di polizia, androni di banche, chiese, vicoli, scalinate, calli e canali.
Incaricato dal facoltoso padre di ritrovare Dickie Greenleaf, il figlio aspirante pittore che non vuol tornare a New York per occuparsi dell’azienda di famiglia, l’anonimo ex compagno di studi accetta di trasferirsi spesato di tutto punto in Italia per portare a termine la missione. Ma una volta ritrovato l’amico, ora fidanzato con una scrittrice, intuisce la possibilità di svoltare un’esistenza meschina e mette in atto il suo piano, trascinando tutti in un vortice di frodi, menzogne e falsificazioni. È il talento di Mr. Ripley.

 

La Verità, 8 maggio 2024

Le Belve da salotto sono virali, ma graffiano meno

Anche per essere Belve da salotto bisogna saper fare le domande. Tutto bene, quindi, con Francesca Fagnani e il format Fremantle al costo di 320.000 euro a puntata? Fino a un certo punto, nonostante il boom di ascolti: Rai 2, martedì, ore 21,35, share del 12,6%, 2,2 milioni di telespettatori. Perché in questa edizione più che nelle precedenti affiora il quesito se prevalga la ciccia o il contorno. Intanto, si comincia il giorno prima della messa in onda, con le famose anticipazioni. Strano scopo per una belva quello di andare sui giornali, averne il plauso, diventare virali. E non a caso, ieri, un secondo dopo i dati Auditel, gli account della claque erano già in estasi. Il riconoscimento mediatico è ricercato scientemente con le affettuosità e le frequenti citazioni delle testate giuste. Tale apparato captante, vera «bestia» promozionale, era già attivissimo nelle scorse stagioni. Nella nuova, però, il salotto si è espanso con gli innesti delle Eterobasiche, un duo comico femminile, e un ulteriore momento espressivo di «libera arte». Contorno, appunto. Che serve ad allungare il brodo e spingere all’inizio del giorno seguente il programma successivo. E chissà come esulta Alessandro Cattelan. È la bulimia del format. L’ambizione a trasformarsi in varietà, in rotocalco, in newsmagazine. Del resto, il modello conclamato è Vanity Fair, interviste con outing incorporato in confezione patinata, scintillante, più glamour che si può.
La lunghezza della premessa la dice su quanto ci sia da scartare prima di giungere al contenuto del pacco vero e proprio. Il regalo. Che, per chi ama le vite segrete(?) dei vip e il retrobottega dello showbiz, spesso c’è. Ordunque. Martedì sera l’intervista più attesa era quella a Federico Leonardo Lucia, in arte Fedez, la prima dopo la rottura con Chiara Ferragni. Minoleggiando, la conduttrice non gli ha risparmiato gli argomenti scomodi. «Posso chiederle quando è davvero finito il vostro amore?». «Si parla di tradimenti». L’esposizione dei figli sui social eccetera. Fedez ha risposto, cazzeggiato, pianto, spesso accusando il sistema mediatico. Lui che, insieme alla moglie, ha fatto della comunicazione il suo asset e la sua filosofia. In fondo, è questa la formula del successo: la curiosità di chi fa le domande sposa la bramosia di parlar di sé ed essere al centro degli ospiti. Fagnani non si è risparmiata, pur senza graffiare troppo ed evitando qualche territorio accidentato. Tipo la travagliata esperienza sanremese della coppia. Sarebbe stato carino conoscere la versione del 50% dei Ferragnez. Lampeggiando gli occhioni e le chilometriche ciglia, la belva da salotto gli avrebbe di sicuro carpito qualcosa.

 

La Verità, 11 aprile 2024

Un poliziesco classico in salsa etnico-arcobaleno

Gli uomini, le persone, non sono come sembrano. È l’unica, scomoda, certezza alla quale è giunto Luca Travaglia (Edoardo Leo), ex ispettore dell’antiterrorismo a Roma che non riesce a rifarsi una vita a Milano dopo aver commesso l’errore che ha prodotto morte e feriti nell’attentato a un’ambasciata durante la visita di un importante ministro africano. La prima vittima è stata Kadijha (Lavinia Longhi), ex compagna di Travaglia, donna dalla doppia identità di cui, sbagliando, lui si è fidato. La seconda è il collega Bonetti (Mattia Mele) che nell’esplosione ha perso l’uso delle gambe. Tre anni dopo quella tragedia troviamo l’ex capo dell’antiterrorismo nei panni di un bodyguard dei Navigli che, ospite del meccanico d’auto cingalese Palitha (Hassani Shapi), lenisce nell’alcol l’incapacità di perdonarsi la svista che gli ha rovinato la vita.
Nella periferia milanese popolata di magrebini, gestori del racket del fumo, gioiellieri che nascondono loschi traffici, c’è molto da fare per uno che «è bravo in queste cose». La furbizia interessata dell’intraprendente Palitha è la leva giusta per tirare fuori Travaglia dalle paludi dell’anima. In quel sottobosco di poveracci e marginali che non se la sentono di rivolgersi alla polizia ci sono tanti potenziali clienti dell’agenzia investigativa «Il clandestino», di cui il lungimirante meccanico intravede il profittevole business. Anche Maganza (Fausto Maria Sciarappa), ex superiore e tuttora amico di Travaglia, s’impegna a sostenerne la risalita procurandogli la protezione della moglie di un politico (Alice Arcuri), una donna dell’alta borghesia, perfetta come compensazione in una sceneggiatura con troppi poveri cristi.
Coprodotto da Rai Fiction e Italian International Film, prodotto da Fulvio e Paola Lucisano, Il clandestino – Un investigatore a Milano è una serie in sei episodi diretta da Rolando Ravello (Rai 1, lunedì, ore 21,40 – sempre più tardi – share del 19,6%, 3,6 milioni di telespettatori). Dopo l’abbuffata di vicequestori, sostituti procuratori, ispettori e commissari rigorosamente femmine alfa, un maschietto torna protagonista di un poliziesco tra case di ringhiera e officine sgangherate, sociologicamente calibrato in salsa multietnica. E se Leo ha la faccia giusta per interpretare l’ombroso poliziotto che combatte con i suoi fantasmi, tuttavia non è il caso di farsi troppe illusioni. Cadono subito appena si scopre la pleonastica omosessualità di Maganza, appiccicata giusto per soddisfare le quote da narrazione arcobaleno, ormai tiranniche anche nella fiction di Rai 1.

 

La Verità, 10 aprile 2024

Dialoghi, ritmo e ironia premiano The Gentlemen

Aristocrazia e criminalità, Downton Abbey e Pulp fiction, Paolo Sorrentino e Quentin Tarantino: a forza di citare e contaminare, Guy Ritchie ha messo in piedi un suo stile personale. Confronto tra opposti, dialogo tra antagonisti, galleria di orgogliose tribù. La formula raggiunge l’alta definizione in The Gentlemen (spin-off dell’omonimo film del 2019), miniserie in otto episodi visibile su Netflix di cui, oltre a dirigere i primi due, il regista di The Snatch e RocknRolla, solito sbizzarrirsi nei territori della criminalità britannica, è creatore e showrunner.

In superficie ci sono la rispettabilità e l’eleganza della sfarzosa tenuta di campagna dei duchi di Halstead, dinastia di antico lignaggio. Ma appena si scava dietro gli stemmi nobiliari, ecco spuntare le sorprese. La prima arriva quando, alla morte del capostipite, il secondogenito Eddie (Theo James), ufficiale dell’esercito, viene richiamato dal fronte e scopre dal testamento di essere l’erede del titolo e del patrimonio. Il primogenito (Daniel Ings), infatti, è dedito alla droga e causa di guai in serie. La seconda sorpresa è che nei sotterranei, in concessione a un clan di gangster, brulica la coltivazione della marijuana, fonte di proventi che consentono il mantenimento del blasone familiare. Tuttavia, all’improvvisa dipartita del patriarca, il fiorentissimo business scatena gli appetiti di una serie di loschi personaggi, decisi a impossessarsi della magione a ogni costo. All’astuto erede non resta che accettare la pericolosa ma intrigante alleanza con la cinica Susie (Kaya Scodelario), braccio operativo del gran capo del racket (Ray Winstone) che sta scontando una pena… in un magnifico resort.

È solo una delle numerose finte contraddizioni di questa storia che inanella colpi di scena tra sette di religiosi violenti, trafficanti che brandiscono machete, zingari spietati e boxeur che alimentano scommesse in nebbiose palestre. Pur con qualche inevitabile calo, Guy Ritchie e gli altri tre registi escogitano situazioni tra il grottesco e il visionario, plausibili grazie all’originalità della trama, alla qualità delle interpretazioni e alla precisione dei dialoghi. Questi nobili criminali compiono i più efferati misfatti sfoggiando abiti sartoriali, rispettando il galateo e sorseggiando whisky a lungo invecchiamento. Ma soprattutto esprimendosi in un linguaggio consono alla loro tradizione. Così, alla fine, la raffinatezza della confezione fa dimenticare l’oggetto del contendere tra le fazioni in gioco. Al punto che anche l’erede, deciso in un primo tempo a disfarsene, inizia a prenderci gusto.

 

La Verità, 29 marzo 2024

In tv poliziotte e donne alfa arrestano gli stereotipi

Con il pensionamento di Salvo Montalbano e il successo conclamato di Lolita Lobosco, in casa Zingaretti-Ranieri gli stereotipi sono definitivamente debellati. Del resto, Luca&Luisa, anche in società nella Zocotoco, sono da sempre una coppia avanti. Già qualche anno fa, in uno spot gastronomico avevano dato la linea a tutti. Interno del loro living molto contemporaneo: «Quanto manca?», s’informa morbida lei mentre apparecchia. «È pronto… Spaghettoni o mezze maniche?», chiede complice e spadellante lui. Dall’advertising pubblicitario pullulante di mammi e cuochi, di papà che fanno il bucato e di genitori 1 che si fanno cazziare da mocciosi sgamati, il rovesciamento dei ruoli è tracimato nelle fiction e nelle serie tv. L’imperativo è: morte al patriarcato, ça va sans dire. E nei palinsesti non solo di Rai 1 proliferano vicequestori, commissari, ispettori, avvocati e anatomopatologi, tutte rigorosamente donne, in prima linea a sgominare bande criminali, arrestare malavitosi, incastrare furfanti inafferrabili. Negli anni vi si sono cimentate da Claudia Pandolfi ad Ambra Angiolini, da Miriam Leone a Carolina Crescentini, solo per citarne alcune. In pratica, nella rappresentazione vincente di questi tempi l’intero apparato inquirente del Belpaese è in mano alle nuove eroine della legalità. Certo, sopravvivono anche poliziotti di sesso maschile. Ma o sono in crisi esistenziale, come il Rocco Schiavone di Marco Giallini che, tra una canna e un’indagine nel gelo di Aosta affrontato con il loden, parla con il fantasma della moglie scomparsa; oppure come l’intraprendente Giuseppe Lojacono (Alessandro Gassman), sono solo uno dei poliziotti del corale Bastardi di Pizzofalcone (tratto dai romanzi di Maurizio De Giovanni).

Formula giallorosa

Intuitive, lungimiranti e perspicaci, le nuove poliziotte risolvono casi, sbrogliano matasse, trovano la chiave di volta. Come avviene, per esempio, in Blanca, la fortunata serie imperniata sulla consulente del commissariato San Teodoro di Genova interpretata da Maria Chiara Giannetta che, a causa della cecità, è dotata di un udito particolarmente sensibile, indispensabile nella decodifica di voci e rumori.
La formula è sempre giallorosa: indagini e risvolti privati teneri. Funziona in modo particolare in Le indagini di Lolita Lobosco, lo show spruzzato di seduzione portata dalla protagonista in una Bari altrettanto ammaliante. Nella nostra fiction cartolinosa, il paesaggio dialoga con le passioni. Anche se poi accade che il vicequestore «Lolì» sia costretta a irruzioni pericolose in tacchi a spillo e a estrarre la pistola dalla borsa firmata. Succede. Si bada più al concreto tra i Sassi di Matera, dove si muove sbrigativo il sostituto procuratore Imma Tataranni (Vanessa Scalera), pronta a mettere sotto inchiesta anche Gianni Morandi se l’indagine lo richiede. Che non si guardi in faccia a nessuno lo sanno bene il marito (Massimiliano Gallo) e collaboratori, tutti un po’ macchiette, come sono spesso gli uomini in queste storie.

Empowerment femminile

In Studio Battaglia, le intrepide protagoniste (Barbora Bobulova, Lunetta Savino e Miriam Dalmazio) delle cause di divorzio non disdegnano di trescare in proprio, con corollario di mariti subalterni o cornificati. È l’empowerment femminile, bellezza. Ambientato nella Milano cosmopolita dei grattacieli, il legal drama è un adattamento della britannica The Split. La wonderwomanmania è una tendenza planetaria. Il personaggio di Pedra Delicado, creata dalla penna della spagnola Alicia Giménez-Bartlett, è protagonista di Petra, la detective di Paola Cortellesi che indaga a Genova, spalleggiata da un ispettore più tradizionale (Andrea Pennacchi) con il quale discute di diritti e temi connessi. In lavorazione la terza stagione per Sky Cinema. Acquistata direttamente da Belgio e Francia produttori è, invece, Morgane – detective geniale, protagonista una donna delle pulizie che, grazie al suo quoziente intellettivo, diventa consulente della polizia giudiziaria, per fortuna senza tirarsela con moralismi a buon mercato.
La lista potrebbe continuare, ma la tendenza è tutt’altro che nuova. Anzi, viene da lontanissimo. A metà anni Sessanta, sul «programma nazionale» quando le serie si chiamavano ancora sceneggiati, fu Laura Storm (Lauretta Masiero), giornalista-investigatrice che ricorreva al judo e al karate per risolvere le sue inchieste, a inaugurare il genere. Era una trovata eccentrica, niente di più. Saltando avanti di vent’anni, si possono citare Miss Marple, partorita da Agata Christie, e La Signora in giallo di Angela Landsbury. Ma allora non c’erano intenti ideologici o, peggio, educativi.

Nichilismo nordico

Ciò che colpisce oggi è la concentrazione temporale di amazzoni e virago della legalità che farcisce soprattutto la nostra serialità. Se si sconfina sulle piattaforme, la faccenda assume toni diversi. Su Sky Atlantic abbiamo appena visto Night country, la quarta stagione di True detective ambientata nella notte polare dell’Alaska, dove la coppia tutta femminile e non binaria composta da Liz Danvers (Jodie Foster) e Angie Navarro (Kali Reis) indaga sulla strage in una stazione di ricerca artica, dovendo combinare nozioni meteorologiche e leggende locali in un mix che manda in tilt il corpo di polizia e la mente del telespettatore. Andando a ritroso e dirigendosi verso Nord, tra detective e profiler in gonnella c’è l’imbarazzo della scelta. Tuttavia, da quelle parti, le atmosfere si incupiscono e il crime prevale sui toni sentimentali. Ma, nel nichilismo imperante, si stemperano anche le ambizioni pedagogiche. Forse perché, lassù, gli stereotipi sono sconfitti da tempo (anche se in percentuale ci sono più femminicidi che da noi), sta di fatto che anche al Circolo polare i commissariati sono diretti da donne forti e le indagini affidate a detective sensitive. Come avveniva in The Bridge – La serie originale (così chiamata per distinguerla dai numerosi remake), ambientata tra Svezia e Danimarca, protagonista la detective della polizia di Malmö Saga Norén (Sofia Helin). In assoluto, la più misteriosa e intrigante di tutte (ora visibile su Prime video), non a caso iniziatrice del fortunato e corposissimo filone nordico (Marcella, Deadwind, Happy Valley, Omicidio a Eastwon con Kate Winslet), agli antipodi del nostro, tutto sole, buona cucina e donne alfa. Esattamente la formula che aiuta Lolita Lobosco nell’anelato ribaltamento dei ruoli. Tra qualche giorno su Sky Atlantic partità la seconda stagione di Il Re, la serie in cui Luca Zingaretti dirige il carcere di San Michele con metodi che innescano le indagini della puntigliosa pm impersonata da Anna Bonaiuto. Un bel contrappasso per l’interprete dell’indimenticato Commissario Montalbano.

 

La Verità, 24 marzo 2024