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Su Raiplay e Infinity Santoro è un desaparecido

Qualche sera fa Michele Santoro era ancora ospite a Lo stato delle cose (Rai 3, ore 21,30, 1,2 milioni di telespettatori, 8,1% di share). L’abituale partecipazione dell’ex conduttore di Servizio pubblico al programma di Massimo Giletti serve ad aggregare dall’inizio una fetta di pubblico e ad alzare gli ascolti. Il guru come apripista dei talk show è una formula inaugurata già qualche anno fa da Giovanni Floris quando cominciava abitualmente il suo talk con una lunga intervista a Eugenio Scalfari. Ora il fondatore di Repubblica è naturalmente avvicendato da altri «grandi vecchi» come Pierluigi Bersani o Corrado Augias. Il guru di Corrado Formigli è Michele Serra, quello di Bianca Berlinguer, Mauro Corona, sollecitato sui vari fatti di attualità non solo politica. A parte l’abbinata di Rete 4, le altre sono costruite sull’alzata della palla da parte del conduttore affinché l’ospite la schiacci contro il governo. L’ospitata di Santoro a Lo stato delle cose ha un tratto diverso. Mentre il conduttore si limita a qualche contrappunto, è lui a portare la provocazione, a offrire spunti di riflessione e analisi, spesso in base a informazioni inedite o trascurate dai media ufficiali. Attorno al nocciolo duro della ricerca della pace in Ucraina e in Medio Oriente, l’inventore di Samarcanda traccia scenari a volte imprevedibili, come quando l’altra sera ha osservato che, paradossalmente, «oggi è la destra più della sinistra a volere la pace». Oppure quando ha smascherato i giochetti un tantino ambigui dei volenterosi nell’ambito della trattativa con Volodymyr Zelensky e gli emissari della Casa Bianca. O, infine, quando ha ricordato che Sergio Mattarella era vicepresidente del Consiglio quando il governo D’Alema bombardò la Serbia. In sostanza, si può dire che, con tutta la sua attitudine a riempire lo schermo, il Michele Santoro ospite (a volte anche di Floris) palesa un tratto umano più spiccato del Michele Santoro conduttore che ricordiamo piuttosto ideologico e militante. Per averne conferma basterebbe un viaggio su Raiplay, alla ricerca degli storici programmi di Rai 2, da Servizio pubblico ad Annozero, da Tempo reale al Raggio verde. Oppure su Mediaset infinity, per rivedere la puntata di Moby dick su Italia 1 trasmessa da Sarajevo proprio durante il conflitto del Kosovo. Ma, sorpresa, salvo qualche recente spezzone di inchieste realizzate dai suoi collaboratori e il primissimo Samarcanda, nelle teche delle nostre reti generaliste si stentano a trovare tracce della sua controversa televisione.

 

La Verità, 18 dicembre 2025

Il dissing Germano-Giuli e le questioni di grana

Altolà, un ministro non può attaccare un cittadino. Non può farlo sebbene quello stesso cittadino abbia usato espressioni insultanti nei confronti del ministro stesso. E lo abbia fatto pubblicamente, nella più istituzionale delle sedi, il Quirinale, davanti al Presidente delle Repubblica. È la morale discendente dalle ultime dichiarazioni di Elio Germano, il più militante e il più premiato – no, non c’è un nesso – degli attori italiani. L’ultimo capitolo del dissing tra l’artista insignito del David di Donatello, il sesto della carriera, per l’interpretazione dell’ex segretario comunista nel film Berlinguer – La grande ambizione, e il ministro della Cultura Alessandro Giuli registra l’ennesima dichiarazione di Germano: «È inquietante che un ministro attacchi un cittadino, facendone nome e cognome», ha scandito a un evento organizzato dal quotidiano Domani. Invece, dal canto suo, il cittadino gode di licenza d’insulto e d’insindacabile libertà di sfregio. Ha potuto constatarlo chi ha seguito qualche giorno fa la cerimonia per la consegna dei David svoltasi al Quirinale alla presenza del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, dove tutto è iniziato (7 statuette su 14 candidature per Vermiglio di Maura Delpero, zero premi su 15 nomination per Parthenope di Paolo Sorrentino, assente per un malessere).
Presentato da Geppi Cucciari come «l’unico ministro i cui interventi possono essere ascoltati al contrario, e a volte migliorano. Ora c’è il momento più atteso da Google translate, la parola al ministro», Giuli aveva parlato della «precarietà e della confusione del settore», sottolineando che «il disegno correttivo del tax credit aveva recepito le richieste di chi ha bisogno di chiarezza e trasparenza» e che «ora il settore deve essere riconfigurato». Subito dopo aveva preso la parola l’attore premiato nei panni di Berlinguer. «Fatico a seguire il ministro Giuli. Sentirci dire che le cose vanno bene è fastidioso», aveva premesso, sprezzante, Germano, prima di perdere il controllo. «Invece di piazzare i loro uomini nei posti chiave, come i clan, si preoccupassero di fare il bene della nostra comunità, mettendo le persone competenti nei posti giusti». Insomma, il ministro si comporta come un mafioso, mentre per far adeguatamente il suo mestiere dovrebbe promuovere le persone che piacciono a noi. In serata, su Rai 1, altra tirata sui «movimenti operaio, studentesco e femminista», la Costituzione e l’uguaglianza tra palestinesi e israeliani.

Era prevedibile che, a stretto giro, arrivasse la replica del ministro. «La sinistra pensava che la cultura fosse roba loro. Avevano intellettuali e li hanno persi, si sono poi affidati agli influencer, ora gli sono rimasti i comici», ha osservato Giuli a un convegno di Fdi. «C’è una minoranza rumorosa che si impadronisce perfino dei più alti luoghi delle istituzioni italiane, il Quirinale, per cianciare in solitudine, isolati. Mi riferisco a Elio Germano».

Già, forse non era necessario specificare nome e cognome. Fin dai tempi di La nostra vita, regia di Daniele Luchetti, premiato al Festival di Cannes 2010 come miglior attore, l’abitudine di Germano al proclama militante sul red carpet è cosa nota. Non c’è suo riconoscimento che non sia incorniciato in qualche predicozzo civile. Come quest’anno, è accaduto anche nel 2023, in sodalizio con Michele Riondino, entrambi premiati per le loro interpretazioni in Palazzina Laf (regia dello stesso Riondino). Dal Giovane favoloso in poi, il kolossal di Mario Martone del 2014 in cui Germano era Giacomo Leopardi e Riondino il fedele amico Antonio Ranieri, i due intrecciano interpretazioni e lotte politiche, recitazione e militanza. Anche ieri, intervistato da Repubblica, Riondino ha difeso il compagno, accusando l’«attivismo istituzionale contro un attore, rappresentante della cultura italiana». Germano, non il ministro.

Ciak e bandiere rosse. Primi piani e retorica comunista. Niente di nuovo davanti alle cineprese, verrebbe da dire. Il cinema va così da decenni, almeno in Italia. Sennonché qualcosa si vorrebbe cambiare. Ma ai circoli intellettuali che da sempre lo governano non sta bene. E, dunque, giù le mani dal nostro giocattolo. Questa compagnia di giro, questa cinematografia ideologizzata, è abituata da decenni ad avere tutto. Senza controlli né verifiche. I soliti registi, i soliti attori, spesso i soliti film, con i soliti finanziamenti pubblici che garantivano la produzione e l’uscita nelle sale. Che spesso e malvolentieri rimanevano desolatamente deserte. La coppia formata da Luchetti regista e Germano attore protagonista l’abbiamo ritrovata all’opera in Confidenza (anno 2024): 6 milioni e mezzo di budget, quasi tre di fondi ministeriali e 1,5 di incasso al botteghino. Con l’arrivo del «governo delle destre» questi automatismi si sono inceppati. Il bel mondo della settima arte è indispettito. Contrariato. Offeso. Come si può non lasciare mano libera al genio, alla poesia, al grande cinema? Se le sale chiudono è colpa del governo, dicono fingendo di crederci. Fino al prossimo premio. E al prossimo proclama.

 

La Verità, 13 maggio 2025

Amadeus, Insinna e quelle integrazioni difficili

Il primo verdetto è arrivato: più che elevare lui il Nove a tv generalista è la rete ad aver normalizzato Amadeus. Almeno, stando alla sospensione anticipata di Chissà chi è il prossimo 21 dicembre. Onore al realismo dell’ex direttore artistico di Sanremo: inutile incaponirsi, aveva ammesso un mese fa intervistato da Rtl 102,5. Come si era ipotizzato, il format dei Soliti ignoti si è appiattito sui livelli di Cash or trash che, infatti, lo rimpiazzerà con le sue repliche. Si è assestata, invece, tra il 6 e il 7% (attorno al milione di telespettatori), La Corrida, nella serata affollata del mercoledì. Per la primavera Amadeus prepara uno show e un programma per l’access primetime. Che riflessione trarre dalla battuta d’arresto del suo primo tentativo? «Non sono un pifferaio magico», aveva concesso lui sempre in quell’intervista, e l’ ammissione illumina altre situazioni. Perché, tranne poche eccezioni, nessun conduttore lo è. Le eccezioni, come già detto, sono Maurizio Crozza e Fabio Fazio, conduttori orientati, che si rivolgono a una community consolidata che si identifica nella loro tv. Per il resto, i diversi pubblici, o target, vanno rispettati. Cambiare rete per un conduttore è un po’ come cambiare testata per un giornalista: assai improbabile che chi ti leggeva su un quotidiano continui a farlo in un altro, tanto più se di orientamento diverso. A conferma ci sono i dati modestissimi di Famiglie d’Italia, il preserale di Flavio Insinna su La7. Doveva fare da traino al tg, invece è lui quello da rivitalizzare. Il pubblico del canale di proprietà di Urbano Cairo, una rete all talk show schierati, come può recepire il più mammone dei conduttori di varietà? Altre controprove: la fatica ad avvicinare il 5% di share di Massimo Giletti su Rai 3. E, riavvolgendo un po’ il nastro, la difficile tenuta di Bianca Berlinguer su Rete 4. Pochi cambi di rete riescono col buco. Perché, anche in tv, certe integrazioni forzate stentano. E fanno pensare ai rimpatri.

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Scintille tra Marco e Lilli. Gustoso scambio di battute a Otto e mezzo tra Marco Travaglio e Dietlinde Gruber sul patriarcato: «Anche tu sei nella lista con Cacciari e Bocchino», lo ha stigmatizzato la padrona di casa. «In quale lista mi avete messo stavolta? Mi pare che si fa una certa confusione tra paternalismo, patriarcato e maschilismo», ha replicato Travaglio. Lilli: «La differenza è molto chiara». Marco: «Comunque, saremo ancora liberi di dire quello che pensiamo, siamo invitati qua per questo». Lilli: «Perché, vi sembra di non essere liberi?». Marco: «Ho sentito parlare di liste…».

 

La Verità, 22 novembre 2024

Cinque motivi (e mezzo) per salvare il clown Joker

È vero, è cominciata da un paio di giorni la Festa del cinema di Roma e, stando alle prime recensioni, abbiamo già in Berlinguer – La grande ambizione il capolavoro di stagione. Ma mentre si aspetta di andare a vedere, il 31 ottobre, l’unanimemente esaltata opera di Andrea Segre, con Elio Germano nelle vesti e nelle posture dello storico segretario del Partito comunista italiano, voglio spezzare una lancia in favore di Joker: Folie à deux che, alla Mostra del cinema di Venezia, il regista Todd Phillips ha presentato come un sequel «tutt’altro che classico, quasi una storia a sé stante». Tuttavia, siccome la critica ufficiale ha già deciso che si tratta del «più grande flop dell’anno» e di «una vera catastrofe commerciale», questa è un’operazione donchisciottesca fuori tempo massimo.

Ecco i cinque (e mezzo) buoni motivi per salvare il clown Joker.

L’interpretazione Loro due: Joaquin Phoenix e Lady Gaga, fior di attori al meglio della forma. Sciorinano entrambi un’interpretazione superlativa, perfettamente immedesimati nei ruoli. La mimica, la camminata e l’introspettiva convulsa di Arthur Fleck. Gli sguardi, l’intrigo e la passione ribelle di Harley Quinn. È un sogno, una vertigine, un’epopea di amore salvifico: «Insieme costruiremo una montagna». Straordinari i duetti, i dialoghi ravvicinati, i primissimi piani. Nella cella del carcere, quando immaginano un futuro libero dalle costrizioni e la follia sembra a portata di mano. Magnetica la sua parte, lei regge il confronto con il volto congestionato di lui. Lui non sfigura quando canta. Sono pur sempre il più grande attore e la più grande popstar in circolazione.
Il musical Scelta insolita. La storia tra il clown fragile e la sua fan, innamorata e devota, vola sulle note degli standard americani del Novecento, da Frank Sinatra a Burt Bacharach, da Gene Kelly a Nat King Cole. È il linguaggio scelto dal regista per trasmettere il lievitare della passione, per comunicare l’amore salvifico. «Io e Joaquin cantiamo perché è il modo di esprimere meglio quello che a parole non riusciamo a dirci», ha confidato Lady Gaga. I testi (rivisitati) di Gonna build a mountain, That’s entertainment, Get happy, That’s life infilati nei dialoghi sarebbero risultati melensi anziché commoventi premesse della follia. Una follia musicale, per nulla fuori contesto.

I generi Brani d’animazione, dramma carcerario, dramma giudiziario, commedia sentimentale. Il «sequel non classico» di Joker frequenta diversi registri cinematografici. Ma la storia scorre facile perché sono generi pop, che appartengono al grande pubblico. Ci si orienta facilmente nei corridoi cupi dell’Arkham State Hospital, il manicomio criminale dov’è rinchiuso Fleck/Joker in attesa di giudizio. Così come nell’aula di tribunale dove depongono i testimoni davanti al procuratore. Si comprende che i brani d’animazione, a cominciare dal prologo, suggeriscono le chiavi interpretative della storia.

La regia Avendo diretto l’adattamento cinematografico di Starsky & Hutch e la trilogia di Una notte da leoni, Phillips si muove con disinvoltura in queste situazioni. Forse non soddisferà pienamente la ricerca estetica e autoriale della critica colta, ma la storia cresce senza che mai si possa prevedere l’epilogo, mantenendo viva l’attenzione del pubblico. Più efficaci le riprese all’interno del carcere.

L’identità Dopo l’inaspettato successo del 2019, a restare delusa è soprattutto quella parte di pubblico e critica che si aspettava di vedere Joker ancora nei panni del leader antisistema. Cinque anni fa il clown dalla risata convulsa aveva interpretato la rivolta dei deboli in un momento di disorientamento generale. Poi sono arrivate la pandemia, le guerre e le ribellioni populiste e violente che hanno messo in ginocchio lo Stato sociale a tutte le latitudini. Inevitabile che il nuovo lavoro battesse altre strade. Il prologo animato annuncia che non abbiamo bisogno di altre prove e sofferenze. Ma abbiamo bisogno di amore, tutti singolarmente ne abbiamo bisogno. «Scaveremo ancora più in profondità la psiche di Joker», aveva annunciato il regista. Così ci si addentra nella sua doppia natura: il disadattato violento e la maschera da clown. Chi siamo, veramente? Siamo la stessa persona in privato e in società? O indossiamo una maschera per coprire le nostre fragilità? Joker ritrova motivazione quando incontra Harley: «Sono cambiato perché c’è qualcuno che ha bisogno di me». È qualcosa di più di un semplice sentimento. È lo svelamento di sé attraverso l’incontro con un altro. Il «tu» fa consistere l’«io». «Non c’è nessun Joker», dice Arthur Fleck nell’arringa finale, ci sono solo io. E strappa il sipario. Ma è una prospettiva che delude i seguaci. Più facile attardarsi sul progetto politico. Sull’ideologia. I fan vogliono la rivolta contro le istituzioni. E anche Harley… Resta da ascoltare la canzone finale.
Il flop annunciato Anche la critica engagé rifiuta il Joker esistenziale. Il film dev’essere un flop. Anzi, «il più grande flop dell’anno», forse della storia, secondo Variety, ripreso acriticamente dalla stampa internazionale. Anche i nostri giornali si accaniscono nell’accreditare la catastrofe di Warner Bros. Il film è costato 200 milioni di dollari, più 100 di promozione. Uscito il 2 ottobre, finora ha incassato 50 milioni in America e 165 nel mondo. Si stima che arriverà a 65 negli Usa e a 215 all’estero. Poi sarà venduto alle piattaforme. Di flop planetari se ne sono visti di peggiori.

Salviamo il clown Joker, in attesa di farci dire da Segre chi era Berlinguer.

 

La Verità, 18 ottobre 2024

Berlusconi jr: «Mediaset primo editore italiano»

Bianca Berlinguer e Myrta Merlino confermate. Il Grande fratello, promosso, rimandata L’Isola dei famosi. L’espansione di Discovery Warner Bros? «Mi sembra una televisione che guarda indietro. È curioso scoprire che si accende un ipotetico terzo polo con conduttori e format presi dalla Rai. Sì, hanno provato a portarci via Maria De Filippi con una super offerta, ma siamo strafelici che Maria sia rimasta con noi». Su TeleMeloni: «La Rai non dovrebbe inseguire il successo dell’audience con singoli programmi. L’allungamento di Affari tuoi, un giochino che non richiede nessuna competenza per vincere, non è in linea con la missione del servizio pubblico». Enrico Mentana? «Le nostre porte sono sempre aperte».
È un Pier Silvio Berlusconi che si concede a 360 gradi quello che annuncia ai giornalisti convocati a Cologno monzese per un bilancio sulla stagione 2023-2024 che «siamo il primo editore italiano». Da settembre a inizio giugno le reti del Biscione hanno raggiunto nelle 24 ore il 40,8% di ascolto medio sul target 15-64 anni, mentre la Rai si ferma al 31,2. Anche nel target complessivo, sempre nelle 24 ore, la tv commerciale supera la tv pubblica: 37,7 contro 36,8% di Viale Mazzini. L’unica fascia dove Mediaset non vince è quella che va dalle 20,30 alle 22,30, dove l’espansione di Affari tuoi è decisiva. Anche per questo «Antonio Ricci sta lavorando per rendere più moderna e competitiva Striscia la notizia».
Tuttavia, sottolinea Pier Silvio, per Mediaset «non sarà possibile mantenere il primato ora che arrivano gli Europei di calcio». Comunque, Canale 5 e Rete 4 resteranno accese tutta l’estate. «Dario Maltese condurrà Mattino 5 e Simona Brachetti Pomeriggio 5», annuncia Mauro Crippa, direttore dell’informazione, mentre la coppia composta da Roberto Poletti e Francesca Barra sarà al timone dell’access prime time di Rete 4. Niente fughe in avanti, però. «Dei nuovi innesti siamo soddisfatti», assicura Berlusconi jr «Myrta Merlino a Pomeriggio 5 ha fatto un buon lavoro e il prodotto è migliorato. Di Bianca Berlinguer siamo molto soddisfatti, il prime time va alla grande. Si sa che l’access prime time è difficile per Rete 4, ma siamo soddisfatti e stiamo lavorando a nuovi prodotti con Bianca. E non abbiamo motivi per non riconfermare questo Pomeriggio 5 con Myrta Merlino».
Se battere la Rai non è la mission principale, ciò che conta è il volume di contatti offerto agli investitori grazie al sistema integrato che combina tv lineare e digitale, radio e Web. Anche per questo nel primo semestre del 2024 si confermerà la crescita della raccolta pubblicitaria del 6% registrata nello stesso periodo del 2023. Per documentare i motivi di soddisfazione Berlusconi jr racconta: «In passato, quando incontravo gli investitori ne uscivo sempre un po’ contrariato perché sentenziavano immancabilmente che la tv generalista era morta. Stavolta ci hanno chiesto come abbiamo fatto a ribaltare questa previsione, a conquistare ulteriore centralità e consolidare i nostri fondamentali». Perciò da Cologno si guarda con fiducia crescente a Mediaset for Europe con Spagna e Germania. Ma restando al «piccolo e superaffollato mercato italiano, il sistema Mediaset batte i giganti del Web», sottolinea Pier Silvio, spiegando col direttore marketing strategico Federico Di Chio che il gruppo ha raggiunto una quota di spettatori settimanale di 95,9 milioni (YouTube è a 38 milioni, Netflix a 13,5). La Rai però ribatte e contesta le cifre fornite da Mediaset: «La Rai nei primi cinque mesi del 2024 si conferma primo editore televisivo in Italia, distanziando le reti Mediaset nell’intera giornata e nel prime time». E Ancora: «Considerando le reti generaliste, la Rai ha circa 5 punti di vantaggio su Mediaset nell’intera giornate e ben oltre 7 punti di vantaggio nella prima serata. Va evidenziato come sia aumentato il divario tra Rai 1 e Canale 5 nel prime time rispetto allo stesso periodo del 2023. Nel 2024 Rai 1 ha fatto registrare un +7,3% di share rispetto a Canale 5».

 

La Verità, 6 giugno 2024

 

Bianca, Lilli e Marco: 50 sfumature antimeloniane

Alla faccia dell’egemonia culturale delle destre (quante mai saranno?). E anche alla faccia di TeleMeloni.

Da quando, una decina di giorni fa su Rete 4 c’è stato il passaggio di testimone da Nicola Porro a Bianca Berlinguer, i due principali talk show del cosiddetto access primetime, sono diventati entrambi antigovernativi. A Otto e mezzo su La7, che lo è sempre smaccatamente stato, si è aggiunto Prima di domani, questo il titolo al posto di Stasera Italia, che invece lo è moderatamente. Ci sta, si dice in questi casi, con espressione abusata. La maggioranza comanda ed è giusto ci sia chi le fa il contropelo. È il compito dell’informazione cane da guardia del potere, e avanti con il resto della retorica in argomento. Perfetto. Però, poi, fermiamo i piagnistei sull’occupazione dei media, sull’egemonia meloniana e bavagli vari. Anche perché, facendo zapping sempre in quella fascia oraria, su Rai 3 troviamo Il cavallo e la torre di Marco Damilano che non si lascia scappare un oppositore-che-è-uno al governo in carica, convocandolo da ogni parte del globo, si chiami Carola Rackete o Richard Gere. Tanto per (sgra)dire. A «riequilibrare» lo sbilanciamento sinistro del palinsesto post tg non bastano certo i Cinque minuti di Bruno Vespa. Togli due piatti dal tavolo e il programma è già finito.

Insomma, a quell’ora è difficile trovare un racconto alternativo a quello dei giornaloni. Anzi, adesso anche su Rete 4 si vedono i soliti noti: Stefano Cappellini e la new entry Concita De Gregorio di Repubblica, Peter Gomez e Gad Lerner (altri neo-acquisti) del Fatto quotidiano, Veronica Gentili, iena e blogger del Fatto, Oscar Farinetti, imprenditore dichiaratamente progressista, senza citare gli ospiti politici molto bipartisan, da Giovanni Donzelli e Carlo Fidanza di Fdi, a Carlo Calenda di Azione, Matteo Renzi di Italia viva e Debora Serracchiani del Pd. Insomma, lo spostamento del baricentro è evidente e voluto. Bianca Berlinguer fa bene a non snaturarsi, nonostante il passaggio con autori e Mauro Corona al seguito sul canale Mediaset. Ma gli ascolti non le danno completamente ragione, assestandosi fra il 3 e il 4% di share. Perché il pubblico della rete dove Mario Giordano e Paolo Del Debbio superano abitualmente e agevolmente il 6% comincia a mostrarsi tiepido. Per ascoltare il contropelo alla Meloni, a quel punto, tanto vale spostarsi direttamente su La7. Sarà per questo che, negli ultimi giorni, Bianchina sta cavalcando i casi della crisi dell’impero Ferragni e della morte della ristoratrice di Sant’Angelo Lodigiano, promossi dalle campagne del Fatto e poi deflagrati sui social?

 

La Verità, 19 gennaio 2024

«Tra le reti generaliste Rai è davanti a Mediaset»

Dopo lungo corteggiamento, Roberto Sergio, dal maggio scorso amministratore delegato della Rai, mi ha chiesto di preparare una decina di domande: «poi vediamo come fare!». Una volta pronte, mi ha invitato a mandarle via mail e, sebbene abbia ripetutamente proposto un confronto telefonico, ciò non è stato possibile. Quello che segue è lo scambio di domande e risposte, avvenuto in due riprese, con il massimo dirigente della tv pubblica.

Dottor Roberto Sergio, qual è il suo bilancio dei primi nove mesi alla guida della Rai?

«Molto positivo. Assieme al direttore generale Giampaolo Rossi e con il forte supporto del Consiglio di amministrazione abbiamo portato l’azienda a una chiusura 2023 con una riduzione dell’indebitamento finanziario netto da 650 a 560 milioni, meno 90 milioni, e un pareggio di bilancio con uno stanziamento importante per favorire il ricambio generazionale in logica digitale».

La Rai ha perso leadership nella vita del Paese? I programmi che creano dibattito vanno in onda su altre televisioni?

«La Rai è e continuerà a essere leader nella vita del Paese e continuerà a contribuire alla costruzione dell’identità nazionale, consentendo ai cittadini di riconoscersi dentro una memoria che appartiene a tutti. Non mi pare affatto che Report, Presa Diretta, Far West, Agorà fino ad Avanti popolo non creino dibattito, anzi, direi il contrario».

Tuttavia, sembra che l’agenda sia dettata da programmi di altre televisioni. Per esempio, dopo il ritorno in tv di Beppe Grillo di qualche settimana fa, domenica papa Francesco sarà ospite di Che tempo che fa sul Nove. State pensando a qualche volto, a qualche giornalista che possa ridare leadership al servizio pubblico?

«La leadership del servizio pubblico non è in discussione tantomeno ora. Papa Francesco lo scorso 28 maggio per la prima volta ha visitato uno studio televisivo, partecipando a una trasmissione Rai. Lo scorso primo novembre il direttore del Tg1 ha realizzato una lunghissima intervista con il Pontefice».

Avete un po’ subito la perdita di alcuni volti importanti e rappresentativi come Fabio Fazio o Bianca Berlinguer? Si poteva contrattaccare come fece Biagio Agnes quando chiamò Celentano per rispondere al passaggio di Pippo Baudo e Raffaella Carrà a Canale 5?

«Erano altri tempi e Biagio Agnes un gigante. Comunque, Monica Maggioni, Francesco Giorgino, Geppi Cucciari e il ritorno di Renzo Arbore e Pippo Baudo oltre ai possibili arrivi di Piero Chiambretti e Massimo Giletti mi paiono una risposta della Rai interessante».

A quanto si legge Massimo Giletti è già rientrato: c’è un progetto che lo vedrà nuovamente protagonista?

«Stiamo lavorando. Le idee non mancano».

(Qui avrei voluto chiedere: Ci può anticipare quella più interessante?)

Pino Insegno al Mercante in fiera e Nunzia De Girolamo con Avanti popolo sono due tentativi di «riequilibrio» non riusciti?

«Nel primo caso la fretta e un posizionamento sbagliato non hanno reso giustizia a un artista con 40 anni di lavoro e importanti successi realizzati. Il format di Avanti popolo aveva necessità di tempo per affermarsi in una giornata, il martedì, difficilissima, e con Nunzia, bravissima conduttrice come si è visto a Ciao maschio ed Estate in diretta, pronta a reinterpretarsi in una veste nuova. In entrambi i casi una pretestuosa e preventiva campagna stampa e politica ha sicuramente contribuito a rendere più difficile il loro lavoro».

I palinsesti autunnali sono stati preparati in poco tempo, quali sono le idee di punta di quelli dell’inverno-primavera 2024?

«In considerazione dei positivi risultati di ascolto, assieme al direttore generale Rossi abbiamo ritenuto di andare, in gran parte, in continuità con gli attuali e in aggiunta la programmazione dedicata ai 70 anni della Tv, celebrati a partire dal 3 gennaio».

In realtà, nel 2023 si è registrato il sorpasso nell’ascolto medio giornaliero di Mediaset sulla Rai.

«Lei dice? Bisognerebbe fare un ragionamento molto articolato e complesso. Posso solo dirle che se si considerano le generaliste Rai mantiene la leadership. Non andrebbe mai dimenticato che la Rai ha meno canali del maggiore competitor e soprattutto canali che non sono commerciali, ma di servizio pubblico».

(Qui avrei voluto sottolineare che da tempo «la Rai ha meno canali del maggiore competitor», ma finora il sorpasso non si era verificato. Inoltre, non si può trincerarsi dietro la funzione di servizio pubblico e contemporaneamente chiedere l’innalzamento del tetto di raccolta pubblicitaria come l’azienda si accinge a fare)

Fiorello è il più grande intrattenitore italiano, uno che andrebbe tutelato dall’Unesco come patrimonio del buonumore, ma la sua cifra è la leggerezza: in questo clima serve anche qualcuno che mostri capacità di indirizzare l’agenda anche con altri linguaggi?

«Fiorello, come amo dire, è unico e irripetibile ed è difficile parlare di personaggi in grado di reggere il passo con altri tipi di linguaggi. Questa prossima stagione il compito sarà affidato a titoli di fiction e documentari di altissimo livello e siamo certi di importanti risultati di ascolto».

Ne ha in mente qualcuno in particolare?

«I titoli sono tanti, così come le produzioni che offriremo, tutte di altissimo livello».

Come tutti gli anni la Rai riguadagnerà centralità con il Festival di Sanremo. Amadeus ha detto che la politica non deve entrare all’Ariston: visti i trascorsi, è da considerare un avvertimento o un pentimento?

«Io non posso rispondere del passato. Nel caso del festival 2024 la politica non è e non deve essere all’ordine del giorno. Poi, ogni cantante, ospite, co-conduttore ha la propria storia e la propria identità».

(Lei che cosa si aspetta dal prossimo Festival?)

Cosa c’è di concreto nei contatti con Piero Chiambretti e Barbara D’Urso?

«Con Chiambretti c’è una trattativa in corso, che mi auguro si chiuda presto. Con la D’Urso nulla, non la conosco».

Cosa c’è di vero nell’accusa che viene fatta alla cosiddetta TeleMeloni di aver progettato una fiction filofascista?

«Innanzitutto, non esiste TeleMeloni, esiste la Rai Radio Televisione Italiana che quest’anno celebra i 100 anni della radio e del servizio pubblico e mai come ora è pluralista e rappresentativa delle identità culturali, politiche e di genere del nostro Paese. Non so quale fiction filofascista possa avere progettato Maria Pia Ammirati, direttrice Fiction dall’11 novembre 2020».

Quanto è sicuro che il faccia a faccia tra Giorgia Meloni e Elly Schlein andrà in onda sulle reti Rai?

«Non lo sappiamo, e comunque sarebbe logico che fosse ospitato dalla rete ammiraglia Rai».

Chi potrebbe condurlo?

«E se fosse una giornalista? Quando sarà il momento prenderemo la miglior decisione possibile».

(Quindi la vostra candidata è Monica Maggioni?)

Nel mondo dell’informazione in generale nota una certa ipersensibilità derivante dal fatto che si vorrebbe che la Rai suonasse sempre il solito spartito?

«Nel mondo della disinformazione, vorrà dire. Chi afferma che la Rai perde ascolti, che i tg e in particolare il Tg1 va male, che io e Rossi siamo ai ferri corti, dice il falso. Nel tentativo, fallito, di delegittimare gli attuali vertici che hanno l’obiettivo di ridare lustro, immagine e orgoglio alla Rai. E soprattutto di rendere l’azienda libera e plurale con quel riequilibrio reso necessario da una visione passata miope e di parte».

 

La Verità, 12 gennaio 2024

 

Rai, con lo spoil system a metà comanda Coletta

Usando un eufemismo, il crash test d’inizio stagione per la nuova dirigenza Rai non sta andando benissimo. Scarso l’apporto dei nuovi volti e dal recupero dei vecchi accantonati, modesta la difesa delle truppe rimaste in casa. Innanzitutto, la tv pubblica subisce sonore sconfitte a causa delle prestazioni degli ex. Fabio Fazio imperversa sul Nove la domenica sera e presto, con lo spacchettamento del Tavolo spostato al venerdì dopo Fratelli di Crozza, la rete di Discovery (gruppo Warner Bros) conquisterà ulteriore visibilità. Passata a Mediaset, Bianca Berlinguer continua a doppiare l’audience di Avanti popolo di Nunzia De Girolamo. Ma la Rai fa buchi nell’acqua anche in altri orari, cominciando dalla striscia di Mercante in fiera di Pino Insegno, o il lunedì, dove Liberi tutti, l’escape room ideata dal direttore dell’Intrattenimento prime time Marcello Ciannamea (condotta da Bianca Guaccero, Beppe Iodice e I Gemelli di Guidonia), si è fermato al 3,2%. È, più o meno, lo share abituale di questi programmi, con il risultato che Rai 2 è sempre più scheletrica. È stato conteggiato che nel primo mese della nuova stagione, il servizio pubblico ha perso circa 250.000 telespettatori. E non è un bel vedere, anche perché l’erosione continua.

Alcuni analisti hanno subito sentenziato il flop di TeleMeloni. Ma la conclusione è un tantino sbrigativa e qui si prova a suggerirne una diversa visione, accompagnata da un paio di consigli non richiesti. È vero che la nuova dirigenza è stata nominata dal governo secondo i dettami della riforma voluta da Matteo Renzi nel 2016. Ed è ancora vero che qualche innesto nella programmazione sia stato favorito dai buoni rapporti con il premier. Tuttavia, essendo anch’essa un pesante carrozzone pubblico, come in tanti ministeri dove contano più certi funzionari che i titolari degli stessi, anche in Rai esiste la deep tv: comanda l’apparato, il sottobosco dei dirigenti che hanno davvero le mani nel palinsesto. Per mettersi al riparo da sempre più frequenti sorprese, come nella macchina amministrativa anche nella tv pubblica bisognerebbe portare fino in fondo lo spoil system (applicato in modo scientifico nei Paesi anglosassoni). Altrimenti, mentre si accreditano a TeleMeloni errori e flop, in realtà, sottotraccia, manovra ancora alla grande la vecchia struttura Rai, quella dove, secondo Michele Santoro, «il Pd ha più sezioni che in tutto il resto del Paese».

Uscendo dal generico, il solito Ciannamea, considerato vicino alla Lega, appena nominato responsabile dell’Intrattenimento di prima serata, ha pensato bene di confermare tutti i vicedirettori di Stefano Coletta, il predecessore in quota Pd a maggio divenuto capo della Distribuzione (leggi palinsesti). Se questo spostamento doveva servire a ridimensionarne l’incidenza, in realtà, l’ha potenziato perché, oltre a continuare a gestire, tramite Federica Lentini e Giovanni Anversa, varietà, game, reality e infotainment di prima serata (la seconda non esiste, quindi da dopo i tg fino a notte fonda), il simpatico Coletta ne organizza anche la programmazione. Per intenderci, il divieto a Fedez di partecipare a Belve è imputabile per interposti vice a lui, già responsabile del mancato controllo delle esibizioni del rapper a Sanremo. Invece, il regalo di Chesarà su Rai 3 a Serena Bortone (3% fisso), sempre sconfitta anche da Massimo Gramellini su La7, è da attribuire a lui senza mediazioni.

In fondo, controllo diretto o indiretto, poco cambia perché si fa tutto in famiglia. Qualche giorno fa, Ciannamea, doveva andare in trasferta a Torino e in agenda c’era la riunione per mettere a punto i palinsesti da gennaio in poi. Che si fa? Si sposta la riunione e Coletta e i suoi (ex) vicedirettori aspettano che il responsabile dell’Intrattenimento, mica un fattorino, torni a Roma? Ma no, e che sarà mai, fate, fate pure, poi mi riferite… Morale: se lo spoil system si ferma a metà, i dirigenti delle ere precedenti continuano a favorire i propri clan e a lavorare per ostacolare il successo dei nuovi.

Con l’organizzazione aziendale divisa orizzontalmente in aree come Intrattenimento, Palinsesti, Approfondimenti, Fiction… e senza più i direttori di rete, i veri plenipotenziari sono i capi area. Alla faccia del ridimensionamento e dello spoil system, il dem Coletta sensibile ai diritti Lgbtq, capo dei palinsesti e, attraverso le sue ramificazioni, molto interventista nell’Intrattenimento è, concretamente, l’uomo più influente della Rai chiamata TeleMeloni. Non male come paradosso.

Il secondo consiglio non richiesto alla nuova dirigenza è provare a superare una certa mancanza d’iniziativa. Quando nel 1987 Pippo Baudo e Raffaella Carrà passarono a Mediaset (allora Fininvest), Biagio Agnes si guardò intorno e contrattaccò consegnando ad Adriano Celentano le chiavi del sabato di Rai 1. La tv di Stato divenne la locomotiva del dibattito nazionale e nel giro di un paio di stagioni Raffa e Superpippo fecero dietrofront. Oggi, con le dovute proporzioni, visti gli abbandoni di Fabio Fazio, Bianca Berlinguer e Massimo Gramellini, anche l’amministratore delegato Roberto Sergio e il direttore generale Giampaolo Rossi potrebbero tentare il contropiede. Pino Insegno, Max Giusti e Bianca Guaccero non riempiono il palinsesto. E serve a poco che Bortone faccia la brutta copia di Che tempo che fa. Per contrastare la rivalsa di Fazio ci vorrebbe qualche idea nuova, altrimenti l’effetto collaterale sono le inchieste sempre più forzate di Report. Con tutta la simpatia verso De Girolamo, per lottare nel fango del martedì sera, tra È sempre cartabianca, Dimartedì, Belve e Iene, forse serviva un peso massimo o un giornalista di provata esperienza. Tanto più se si ha memoria del recente flop di Ilaria D’Amico con un format simile di Fremantle. Ora il ritorno di Massimo Giletti avviene nel momento giusto, ma la controprogrammazione non s’improvvisa. Guardarsi intorno, cercare fuori dal recinto, vedere che cosa si muove oltre Viale Mazzini può aiutare. Qualche possibile nome a disposizione: Paolo Bonolis, Piero Chiambretti, Michele Santoro, Peter Gomez, Pietrangelo Buttafuoco, Linus…

La Verità, 26 ottobre 2023

De Girolamo-Boccia, una coppia un format tv

Di martedì, fra iene e belve può succedere che il popolo, anziché avanzare, finisca sbranato. E allora, ecco la trovata: perché non allestire una bella sit-com in famiglia? Un politic family nel vero senso? A volte i colpi di genio sono l’uovo di colombo. E la percezione che di grande trovata promozionale si tratti c’è tutta.

Su Rai 3 debutta stasera Avanti popolo condotto da Nunzia De Girolamo. E, per l’occasione, si è pensato di invitare come primo ospite Francesco Boccia, dal 2011 consorte della conduttrice. Lei, già ministro in un governo Berlusconi e anche con Enrico Letta. Donna di centrodestra. Ri-inventatasi volto tv dopo la mancata rielezione, quando fu sorprendentemente candidata a Bologna dov’era impossibile farcela. E così ecco la nuova gavetta, ospite di Massimo Giletti e Corrado Formigli, poi le conduzioni Rai di Ciao maschio ed Estate in diretta. Lui, capo dei senatori Pd molto vicino a Elly Schlein, dalla quale ha avuto l’incarico di occuparsi delle faccende Rai. Lo ha fatto bene. Anzi, benissimo. Perché, già che si era a buon punto, si è pensato di puntare dritti sull’effetto Sandra e Raimondo della politica, come già li ritrae nel suo sito Roberto D’Agostino. Moralisti come sono, abituati a considerarsi sempre una spanna eticamente sopra gli altri e a vedere conflitti d’interessi solo dalla parte opposta, a sinistra manifestano imbarazzo. Volti seri, mezze frasi di circostanza…

Avanti popolo, titolo sagacemente attinto da Bandiera rossa, ma le sorprese sono in agguato, è il programma che sostituisce Cartabianca di Bianca Berlinguer, felicemente accasata e in onda da oltre un mese su Mediaset. C’è molta attesa. E anche molta apprensione in Viale Mazzini. Il salotto di De Girolamo è l’unico talk politico di prima serata della Rai. Ed è anche il programma che certifica la virata a destra della Terza rete, già Telekabul. Del resto, di talk sinistri ce ne sono già due nell’affollatissimo palinsesto del martedì sera, la più presidiata della settimana. E dunque, bando agli indugi. Dopo qualche esordio stagionale non proprio esaltante, non è contemplato sbagliare. Ci vogliono ospiti di peso, tematiche forti per garantire buoni ascolti. Così, non si è badato troppo ai risparmi, affidandosi alla produzione esterna di Fremantle, che proprio per poter offrire cachet invitanti, ha fatto lievitare il costo a puntata fino a 200.000 euro.

La povera Nunzia, che si sente «di stare in una casa in territorio sismico», apre buon’ultima la sua boutique sulla via della tv generalista. I target sono già tutti assegnati. Su La7 c’è il circolo della sinistra radicale, con Pierluigi Bersani o Corrado Augias nei panni di oracoli apriserata, al quale Berlinguer replica su Rete4 con i volti pop, Mauro Corona e Iva Zanicchi, e le inchieste sul malessere quotidiano della gente comune. Su Italia 1, nonostante l’avvicendamento di Belen Rodriguez con Veronica Gentili, il format del giornalismo giustiziere e raddrizzatorti mantiene sempre una buona cera. Infine, su Rai 2 c’è l’atelier glamour di Francesca Fagnani, interviste tendenza Vanity Fair con outing incorporato, anche questo prodotto da Fremantle. Ops: non ci sarà mica anche qui sentore di conflitto, o di conflittino, o di scaramuccia d’interessi? Su Rai 2 e Rai 3 vanno in contemporanea due programmi prodotti dalla stessa società esterna. Nemmeno si può dire che Belve evita di sbranare i politici perché, per esempio, stasera l’ospite di punta sarà Emma Bonino. Di sicuro, dei due programmi Rai fraternamente concorrenti si occuperanno gruppi di lavoro blindati e inibiti alla reciproca comunicazione, e quindi si può stare tranquilli…

Insomma, che poteva fare la povera Nunzia? Ci voleva una trovata, qualcosa per farsi largo in un contesto tanto agguerrito. Perciò, ecco l’idea, la lettera rubata che nessuno scovava era proprio lì davanti, in bella vista. Perché non intervistare il marito che milita dall’altra parte? Alla maniera di Aboccaperta di Gianfranco Funari, 100 persone in studio, praticamente un panel, discutono per alzata di mano, Avanti popolo è un people show che mette a confronto su un tema di attualità tesi e personalità contrapposte. La prima contrapposizione, Nunzia ce l’ha in casa. Il suo rapporto coniugale è il simbolo, l’emblema del format. Anzi, è il format stesso. Perciò, per esemplificarlo, niente di meglio che convocare il consorte sulle ali della leggerezza e dell’autoironia. Se sarà un’intervista accomodante avrà prevalso il sentimento. Se pungente, la politica. Più format di così. Si saprà domani se il pubblico avrà gradito e gli ascolti daranno ragione alla coppia mediatica più bipartisan del bigoncio.

L’amore non è bello se non è litigarello, recitava un vecchio adagio. Litigarello d’interessi.

 

La Verità, 10 ottobre 2023

«Pier Silvio vuole riuscire dove Silvio non ha potuto»

Saggista, massmediologo, direttore di reti tv del servizio pubblico in Italia e in Francia, Carlo Freccero è l’uomo che ha realizzato la televisione di Silvio Berlusconi, il patriarca che non c’è più.

Che cosa pensa della nuova Mediaset nella prima stagione senza il fondatore e con il governo di destra? Che cosa pensa delle mutazioni introdotte dal figlio Pier Silvio, amministratore delegato dell’azienda?

«Premetto che la mia analisi è esclusivamente tecnica, da autore televisivo. Ben, c’è una tv prima della scomparsa del re Silvio è una tv dell’erede, Pier Silvio, che persegue un obiettivo: fare un network europeo di tv generaliste. Nel mondo non esiste un corrispettivo, ma è l’unica strada per reggere alla concorrenza delle piattaforme».

È una sfida possibile? C’è questo spazio per le tv generaliste?

«Se questo spazio non ci fosse, la tv generalista si sarebbe già estinta con l’avvento del digitale. Non solo la generalista è sopravvissuta, ma periodicamente, conosce momenti di ripresa come durante il lockdown per il Covid. L’Italia è un Paese in corso di impoverimento e di invecchiamento. E per un anziano è quasi un incubo la gestione della vita quotidiana, sottoposta alla cosiddetta semplificazione. Il rapporto con la banca, le bollette, il fisco, i pagamenti si svolgono oramai solo tramite il digitale. I cittadini meno aggiornati in casa vogliono staccare la spina, vogliono accendere la tv schiacciando un bottone. In Europa c’è una grande riserva di anziani che ha la tv generalista come medium di riferimento».

Quindi, quale può essere la strategia editoriale?

«La questione è controversa. L’editore vuole cancellare il trash, ma si osserva che, in realtà, lo si sostituisce con altro trash. A questo punto sorge l’esigenza di dare una definizione esatta di trash e la cosa si fa complicata. Io vedo tutto in modo più semplice».

Cioè?

«Se vuole affermare il suo modello di televisione, Pier Silvio deve renderlo esportabile. Vuole avere il passaporto in regola, soprattutto in Francia, ancora oggi il Paese più schierato in difesa della propria identità culturale».

L’esempio della Francia e del passaporto fa capire che la svolta di Mediaset non è solo in vista di un lasciapassare geografico, europeista, ma anche di una legittimazione culturale. Eliminare il trash vuol dire allinearsi al verbo politicamente corretto?

«Il politicamente corretto è l’esperanto ideologico di questa Europa».

Torniamo alla definizione dell’oggetto: cos’è il trash, la tv spazzatura?

«La parola trash non designa qualcosa di deleterio. Il trash viene spesso scambiato con il kitsch, che è la degenerazione di modelli culturali alti tradotti in una versione volgare. Il trash è volgare tout court, anche senza bisogno di presupporre modelli alti. Ma volgare vuol dire popolare e il trash rappresenta anche la materia del pop».

E oggi cos’è trash?

«All’epoca della prima tv commerciale veniva identificato con l’arcitaliano, ma derivava comunque da modelli culturali popolari consolidati come il varietà e la commedia stracult degli anni Ottanta e Novanta. La morte delle grandi star tv ha chiuso un’epoca. Oggi il trash ha cambiato segno perché sono cambiati i programmi, sostituiti da format come reality e talent. In questi format il trash è il gossip: la tv si è corrotta nell’incrocio con i social media. Il trash è il selfie della casalinga di Voghera che diventa visibile. Non è un caso che Pier Silvio abbia iniziato l’epurazione degli influencer. I quali se ne sono lamentati. Ricordiamo che il gossip è autoreferenziale e, come tale, necessariamente provincialesco, di cattivo gusto».

Questa metamorfosi sta funzionando?

«I personaggi del Grande fratello non riescono a superare la dimensione del gossip per passare a uno storytelling che darebbe senso e seguito al programma».

Non è un passaggio semplice: il trash è più di impatto dello storytelling. È possibile che chi guarda il Grande fratello ne disprezzi gli eccessi, ma alla fine è ciò che vuole vedere, magari per sentirsi migliore.

«Non sono d’accordo che il trash sia più impattante: lo storytelling fidelizza, il trash no. Il trash si fa storytelling nel gossip, nelle storie dei vip, Belen e Stefano De Martino, Ilary Blasi, Francesco Totti e Noemi, Fabrizio Corona e Nina Moric. Invece, il pubblico del reality è attualmente quello che, sentendosi socialmente inferiore, gioisce a vedere qualcuno più maleducato, incapace e sfigato di lui. Lo sfigato vuole vedere altri prototipi di sfigati. Ma proprio questo conferma che l’intento dell’editore è selezionare un pubblico migliore».

Quindi come dovrebbe essere declinato il reality?

«Mi sembra che Pier Silvio abbia in testa un prototipo vincente, cioè Maria De Filippi. E voglia tradurre la sua tv in questa chiave. Prendiamo C’è posta per te, la parte che si svolge in studio è un reality nel senso letterale del termine perché è una realtà che si forma di fronte alla telecamera. Ma a differenza di altri reality come il Gieffe, che oggi è inconsistente perché i personaggi hanno poco da raccontare e quindi non fidelizzano il pubblico, De Filippi crea un impatto narrativo con una drammaturgia da feuilleton, che garantisce la partecipazione emotiva del pubblico. Lei lavora su dei topos (formule ndr) antichissimi. In particolare il tradimento del legame familiare. La miseria e la sopravvivenza, l’abbandono e il tradimento, la passione in conflitto con l’amore materno. È tutta una “matarazzata”, dai film di Raffaello Matarazzo».

Perché questo tipo di racconto è efficace?

«Perché desta stupore che esista ancora nel presente una società così arcaica, dove si soffre, si tradisce, si ama e non si fanno i selfie. Il Gieffe è un selfie collettivo, che scivola sulla superficie dell’immagine, ma non riesce a costruire storie. Gli ospiti della De Filippi sono del secolo scorso e ispirano anche la fiction di Mediaset».

Non sarà che il Grande fratello è un format datato?

«Purtroppo il Gieffe nasce come format psicologico. A questo proposito se dovessi scegliere un commentatore, chiamerei uno psicologo televisivo, un Paolo Crepet con i suoi maglioni colorati. Il Gieffe è nato come format psicologico in una fase in cui la psicologia era solamente individuale. Oggi la psicologia è soprattutto sociale e il controllo è ben superiore a quello immaginato da George Orwell».

Quindi per rifondare la linea editoriale basta eliminare gli influencer e assumere giornalisti prestigiosi? «Non basta sostituire gli influencer con i giornalisti affermati per rendere il programma più autorevole. Le prestigiose Cesara Buonamici e Myrta Merlino sono fuori contesto. In più, mi spiace dirlo, mancano di quella vocazione nazional popolare che fa scattare nei programmi generalisti l’identificazione del pubblico. Abbiamo detto all’inizio che la tv generalista commerciale ha un target medio/basso, la donna tatuata. Qualcosa di simile avviene con Nicola Porro che è sicuramente un eccellente conduttore turboliberista, ma stenta a imporsi perché differisce antropologicamente dal suo target».

Parlando di storytelling e giornalisti, cosa pensa di Giampiero Mughini concorrente del Grande fratello?

«È un aggiornamento al format, non più una bolla spazio temporale, ma un microcosmo connesso con il mondo che gli altri concorrenti non sono abituati a frequentare. È come portare i libri nell’isola dei naufraghi. Dopo il marciatore che si allena, lo scrittore senza pc. Manca solo il politico trombato».

Perché Bianca Berlinguer è sempre attaccata dalla critica e dal giornalismo benpensante?

«Bianca ha declinato il talk in una chiave che a Mediaset funziona meglio che a Rai 3. Berlinguer ha sempre utilizzato in alternativa alla predica una chiave leggera che le permette di trasformare la politica da informazione a infotainment. Però il suo infotainment non è mai Vanity Fair, ma attraverso il dialogo confidenziale con l’ospite ne esalta il tratto umano inedito. In un certo senso, è come se fosse un po’ stanca del carico ideologico portato dal suo cognome e preferisca far emergere piccole verità più che verità assolute. Come dimostrano i dialoghi con i due opposti. Mauro Corona è il vergine che rappresenta lo straniamento. Alessandro Orsini il professorone che rappresenta l’eretico, odiato dal mainstream. Proprio per questo le parti che funzionano meno sono quelle più tradizionali».

Facciamo una previsione: l’erede vincerà la scommessa? Ce la farà, mentre la Rai si sposta a destra, a riequilibrare Mediaset a sinistra arruolando Berlinguer, Merlino e Littizzetto?

«I due figli del primo matrimonio Marina e Pier Silvio hanno sempre anteposto l’azienda alla politica. Credo che a loro non interessi altro che il futuro di Mediaset. Che, per espandersi, deve esprimersi politicamente con la maggioranza europea. Vedremo se l’erede Pier Silvio riuscirà là dove il patriarca non è riuscito, cioè creare una tv europea, perché è entrato in politica».

Infine, non posso non chiederle il suo pensiero sullo spot di Esselunga.

«Le storie che racconta la pubblicità sono finalizzate al consumo. Infatti gli interpreti sono sempre sovratono e la finzione è manifesta. I dialoghi sono sempre perentori e impositivi rispetto al prodotto. Invece lo spot Esselunga è girato come un film e ha un linguaggio cinematografico anziché pubblicitario. Qui il prodotto è una pesca, che dà nome al film e compare al centro della scena sul binario che la trasporta alla cassa. È la protagonista del film. È un oggetto intriso di emotività. In quanto al fatto che, secondo i critici, un Presidente del Consiglio non debba cedere alla ricerca dell’empatia, mi risulta che i coach allenino i politici a mostrarsi umani. Basta ricordare l’algido Mario Monti che si presentava in televisione con un cagnolino in braccio. La verità è un’altra. In un’epoca in cui si procede col pilota automatico delle varie agende internazionali, la politica non esiste più. Una volta c’erano i programmi dei partiti, oggi si deve seguire un copione scritto altrove e le critiche al potere si spostano dal politico al privato che, invece, non c’entra per nulla. Non a caso, il mainstream non critica Giorgia Meloni perché porta avanti l’agenda Draghi, ma perché preferisce la famiglia alla liquidità woke».

 

La Verità, 30 settembre 2023